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ADALINDA GASPARINI              PSICOANALISI E FAVOLE


La storia di Apollonio re di Tiro racconta dapprima come Antioco re di Antiochia, la cui regina era morta, si fosse innamorato della figlia, tanto bella che molti nobili pretendenti la chiedevano in sposa. Il  re Antioco tentò di combattere la sua passione, ma un giorno entrò nelle stanze della figlia e le fece violenza. La principessa voleva uccidersi, ma la sua nutrice la convinse a vivere, anche se doveva assecondare la passione del padre. Per tenere lontani i pretendenti il re stabilì che chiunque si presentasse dovesse risolvere degli enigmi, e se non ci riusciva sarebbe stato decapitato. Molti avevano tentato e fallito la prova, e le loro teste erano appese come monito sulla porta del palazzo reale.
Un giorno giunse a tentare la prova il signore di Tiro, Apollonio, e comprese che l'enigma velava e svelava l'unione incestuosa del re e della principessa:

Scelere vehor, materna carne vescor, quaero fratrem meum, meae matris virum, uxoris meae filium: non invenio. (4; p. 41)

Sono condotto da un delitto; mi nutro di carne materna; cerco mio fratello, di mia madre marito, di mia moglie il figlio: non lo trovo.


Antioco spaventato negò che la soluzione fosse giusta, e concesse ad Apollonio trenta giorni di tempo per risolvere l'enigma. Il principe di Tiro studiò accuratamente i suoi libri e consultò molti esperti, convincendosi infine che la sua soluzione era giusta, e comprese che il re Antioco avrebbe cercato di ucciderlo perché non si venisse a conoscenza del suo delitto. Tornò in patria, allestì una nave e in segreto lasciò Tiro, lasciando costernati i suoi sudditi che lo amavano profondamente. Giunse un giorno a Tarso, dove gli abitanti stavano morendo per una carestia, e li salvò procurando loro una grande quantità di grano: per questo gli eressero un monumento. Poi riprese il mare, ma una tempesta mandò a fondo la sua nave, e Apollonio, solo, naufrago, e nudo, giunse sulla spiaggia di Cirene senza sapere dove si trovasse. Un povero pescatore lo soccorse e dopo avergli dato di che vestirsi gli consigliò di andare in città, dove si distinse nel Ginnasio per la sua prestanza fisica e i suoi modi raffinati: Archistrate, re di Cirene, lo invitò a palazzo, dove cantò accompagnandosi con la lira. Archistratide, unica figlia del re Archistrate, chiese al padre di fare ricchi doni al naufrago e di trattenerlo a palazzo perché fosse il suo maestro di musica. Quando la principessa si ammalò d'amore il re le chiese chi volesse come sposo, e lei rispose che amava il naufrago abbandonato dalla fortuna, e che se non avesse potuto sposarlo sarebbe certamente morta.
Il re acconsentì alle nozze, e qualche mese dopo giunse a Cirene la notizia che il re di Antiochia e sua figlia erano morti bruciati da un fulmine: Apollonio, il solo che aveva risolto l'enigma, era atteso come legittimo erede al trono. Apollonio si mise allora in viaggio verso il suo nuovo regno con Archistratide  incinta, che durante il viaggio diede alla luce una bambina e morì.
Apollonio, disperato, non potendo dare una sepoltura alla sua giovane sposa, fece costruire una cassa nella quale insieme al suo corpo mise grandi ricchezze e una lettera con la quale chiedeva a chi la trovasse di darle degna sepoltura.
La cassa arrivò sulla spiaggia di Efeso, dove stavano passeggiando un medico con i suoi allievi. Aperta la cassa, il medico ordinò a uno di loro di preparare il corpo per la sepoltura.


Sed dum sollicite atque studiose rogus aedificatur atque componitur, supervenit discipulus medici, aspectu adulescens, et, quantum ingenio, senex. Hic cum vidisset speciosum corpus super rogum poni, intuens magistrum ait: "Unde hoc novum nescio quod funus?" Magister ait: "Bene venisti, haec enim hora te expectat. Tolle ampullam unguenti et, quod est supremum, defunctae corpori puellae superfunde."
At vero adulescens tulit ampullam unguenti et ad lectum devenit puellae et detraxit a pectore vestes, unguentum fudit et omnes artus suspiciosa manu retractat, sentitque a praecordiis pectoris torporis quietem. Obstupuit iuvenis, quia cognovit puellam in falsa morte iacere. Palpat venarum indicia, rimatur auras narium; labia labiis probat: sentit gracile spirantis vitam prope luctare cum morte adultera et ait: "Supponite faculas per IIII partes." Quod cum fecissent, tentat lentas igne supposito retrahere manus, et sanguis ille, qui coagulatus fuerat, per unctionem liquefactus est.
Quod ut vidit iuvenis, ad magistrum suum currit et ait: "Magister, puella, quam credis esse defunctam, vivit. Et ut facilius mihi credas, spiritum praeclusum patefaciam." Adhibitis secum viribus tulit puellam in cubiculo suo et posuit super lectulum, velum divisit, calefecit oleum, madefecit lanam et effudit super pectus puellae. Sanguis vero ille, qui intus a perfrictione coagulatus fuerat, accepto tepore liquefactus est coepitque spiritus praeclusus per medullas descendere. Venis itaque patefactis aperuit puella oculos et recipiens spiritum, quem iam perdiderat, leni et balbutienti sermone ait: "Deprecor itaque, medice, ne me contingas aliter, quam oportet contingere: uxor enim regis sum et regis filia." (26-27; p. 57)

Ma mentre il rogo veniva innalzato con cura e sollecitudine, venne un discepolo del medico, giovane d'aspetto e vecchio per ingegno. Avendo visto che ponevano il bel corpo sul rogo, rivolgendosi al maestro disse: "Qual è la provenienza di questo ignoto corpo?". Il maestro disse: "Hai fatto bene a venire, c'è bisogno di te. Prendi l'ampolla dell'unguento, e come estremo omaggio cospargilo sul corpo della fanciulla morta."
E il giovane allora prese l'ampolla dell'unguento e si avvicinò al letto della fanciulla e le scostò le vesti dal petto, sparse l'unguento e palpò tutte le membra con mano accorta, e sentì nei precordi la stasi del torpore. Il giovane rimase stupefatto, perché aveva capito che la fanciulla giaceva in una morte apparente. Cerca indizi toccando le vene con le dita, cerca se ci sia soffio dalle narici; saggia le labbra con le sue labbra: sente il soffio dell'esile vita che lotta da vicino con la falsa morte e dice: "Portate delle fiaccole sui quattro lati." Le portano, e lei allora muove un poco le mani per allontanarle dal fuoco che sente, e quel sangue, che era stato coagulato, tornò fluido per il massaggio con l'unguento.
Quando il giovane vide questo, corse dal suo maestro e disse: "Maestro, la fanciulla che credevi defunta, è viva. E perché tu possa meglio credermi, ti mostrerò lo spirito che è impedito."
Chiamando in aiuto alcuni giovani portò la fanciulla nella sua stanza e l'adagiò sul letto, tagliò il velo, scaldò dell'olio, ne impregnò un panno di lana e lo pose sul petto della fanciulla. Allora quel sangue, che si era coagulato all'interno a causa del raffreddamento, prendendo calore si liquefece e lo spirito che era impedito scorse giù per il midollo. Essendosi aperte le sue vene la fanciulla aprì gli occhi e ritrovando lo spirito che già le era sfuggito, disse con voce flebile e parole mal pronunciate: "Ora ti prego, medico, di non toccarmi in altro modo che in quello che si deve: io sono la sposa di un re e di un re sono la figlia"


Il medico di Efeso si prese cura di Archistratide come di una figlia, e quando fu completamente guarita la mandò nel ritiro delle sacerdotesse di Diana Efesia, dove, come lei desiderava, avrebbe potuto mantenersi casta.
Profondamente immerso nel suo lutto, Apollonio intanto giunse a Tarso, dove affidò la sua figlioletta, accompagnata dalla nutrice e da una grande quantità d'oro, a Stranguglione e Dionisiade, perché la crescessero. Giurò solennemente che non si sarebbe rasato, né si sarebbe tagliato capelli né unghie, e che non avrebbe regnato, fino al giorno in cui sua figlia, che aveva chiamato Tarsia, non si sarebbe sposata. Da allora vagò per il mare come un mercante.
Tarsia frequentò le scuole ed ebbe una cultura liberale, fino ai quattordici anni d'età, quando la sua nutrice si ammalò gravemente, e prima di morire, le rivelò che non era figlia dell'uomo e della donna che l'avevano cresciuta, ma di Apollonio re di Tiro e della principessa Archistratide, che era morta dandola alla luce.
Un giorno Dionisiade passeggiava con Tarsia e con la propria figlia, e tutti dicevano della bellezza della prima e della bruttezza dell'altra: la donna piena di invidia, pensando che Apollonio fosse morto in qualche naufragio, pensò di far morire la principessa e di prendere così per la propria figlia tutte le sue ricchezze. Chiamò quindi il suo fattore, e gli ordinò di uccidere Tarsia.

Quando il fattore portò Tarsia in riva al mare per ucciderla, la figlia di Apollonio, accorgendosi delle sue intenzioni, disse:

"[Q]uid peccavi, ut manu tua innocens virgo moriar?" Cui villicus ait: "Tu nihil peccasti, sed pater tuus peccavit Apollonius, qui te cum magna pecunia et vestimentis regalibus reliquit Strangullioni et Dionysiadi. "Quod puella audiens eum cum lacrimis deprecata est: "<Si iam nulla est> vitae meae spes aut solatium, permitte me testari dominum!"  (31; p. 61)

"Che peccato ho commesso, perché tu uccida me, vergine innocente?" A lei disse il fattore: "Tu non hai fatto nessun peccato, ha peccato Apollonio, tuo padre, che ti ha lasciato con tanto danaro e con abiti regali a Stranguglione e Dionisiade." Sentendo questo la fanciulla lo pregò piangendo: "Permettimi di invocare il signore, speranza e consolazione della mia vita!"


In quel momento apparvero dei pirati, che misero in fuga il fattore, e rapirono la fanciulla.

Il fattore disse a Dionisiade di aver eseguito i suoi ordini, e la donna piangendo e strappandosi i capelli fece credere che Tarsia fosse morta di morte naturale, erigendole anche un monumento funebre.
I pirati portarono Tarsia a Mitilene per venderla come schiava, e la comprò a caro prezzo un lenone, convinto che avrebbe guadagnato molti danari con la sua bellezza. Suo primo cliente fu Atenagora, signore di Mitilene, al quale Tarsia raccontò piangendo la sua storia, con tanta efficacia che Atenagora le diede una somma superiore a quella pattuita col lenone, senza nemmeno toccarla. E così l'eloquente Tarsia fece con i clienti che si recavano da lei, che come il primo si commossero e la pagarono senza violarla. Quando il lenone lo seppe, affidò a un suo servitore il compito di toglierle la verginità, ma anche lui rimase commosso da Tarsia, e gli offrì il suo aiuto, pensando che non avrebbe potuto preservare a lungo la sua purezza nel postribolo. Tarsia allora gli disse:


"Habeo auxilium studiorum liberalium, perfecte erudita sum; similiter et lyrae pulsu modulanter inlido. Iube crastina die in frequenti loco poni scamna, et facundia sermonis mei spectaculum praebeo; deinde plectro modulabor et hac arte ampliabo pecunias cotidie." (36; p. 66)

"Ho il patrimonio della mia istruzione liberale, sono perfettamente istruita; e con la stessa preparazione tocco armoniosamente le corde della lira. Ordina che dispongano delle panche in un luogo ben frequentato, e io offrirò uno spettacolo con la mia abilità di narratrice; poi suonerò col mio plettro e con questa arte ogni giorno aumenterò i guadagni."

Lo spettacolo di Tarsia ebbe grande successo, e ogni giorno, come aveva previsto, una grande folla veniva ad ascoltarla, e Atenagora era il suo più grande e generoso ammiratore e protettore.
In quel tempo Apollonio fece vela verso Tarso, per far sposare la figlia e sciogliere il suo voto, ma Stranguglione e Dionisiade gli dissero, fingendosi addolorati, che sua figlia era morta, e lo portarono dove le avevano costruito la tomba. Tanto grande era il suo dolore, che Apollonio tornò alla nave e ordinò ai suoi uomini:


"Proicite me in subsannio navis; cupio enim in undis efflare spiritum, quem in terris non licuit lumen videre." (Testo cit.; 38)

"Gettatemi in fondo alla nave, voglio esalare fra le onde il mio spirito, che non ha diritto di vedere la luce sulla terra."

Dopo una navigazione fra tempeste che minacciavano di affondarla, la nave giunse a Mitilene nei giorni dedicati al dio del mare, Nettuno. Apollonio fece dare una ricca somma a ciascuno dei suoi uomini, perché potessero andare a festeggiare insieme agli abitanti della città, e ordinò che nessuno si azzardasse a invitarlo a lasciare la stiva: avrebbe rotto le gambe a chi avesse trasgredito il suo ordine. Atenagora venne a sapere della sua disperazione, e decise di andare a visitarlo: giaceva sul fondo della nave, sporco e con barba, capelli e unghie incolti da quattordici anni.
Atenagora invitò lo straniero nella propria casa, ma Apollonio gli chiese di lasciarlo solo, perché non aveva nessun desiderio di festeggiare e nemmeno di vivere. Non essendo riuscito a far uscire Apollonio dal suo isolamento, Atenagora pensò che Tarsia con la sua bellezza e la sua arte avrebbe potuto riuscirci, e la mandò dallo straniero.
Tarsia cantò la sua storia per suo padre, che non conosceva, accompagnandosi soavemente con la lira:

"Per sordes gradior, sed sordis conscia non sum,
Sicut rosa in spinis nescit compungi mucrone.
Piratae me rapuerunt gladio ferientis iniquo
Lenoni nunc vendita numquam violavi pudorem.
Ni fletus et lucti et lacrimae de amissis inessent,
Nulla me melior, pater si nosset, ubi essem.
Regio sum genere et stirpe propagata piorum,
Sed contemptum habeo et iubeor adeoque laetari!
Fige modum lacrimis, curas resolve dolorum,
Redde oculos caelo et animum ad sidera tolle!
Aderit ille deus creator omnium et auctor;
Non sinit hos fletus casso dolore relinqui!"

Ad haec verba levavit caput Apollonius et vidit puellam, et ingemuit et ait: "O me miserum! Quamdiu contra pietatem luctor?"(41; pp. 70-71)

Cammino nello sporco, ma non ne sono toccata,
come la rosa fra le spine ignora la loro puntura.
Mi rapirono i pirati dalla spada malvagia che mi sacrficava
Venduta a un lenone mai contaminai il mo pudore.
Se non ci fossero pianto e lutti e lacrime per chi ho perduto,
Nessuna starebbe meglio di me, se mio padre sapesse, dove sono.
Sono di sangue reale e di stirpe nobile e antica,
Ma sono disprezzata e costretta anche ad essere lieta!
Poni un termine alle tue lacrime, dissolvi l'affanno dei dolori,
Volgi gli occhi al cielo e leva l'animo alle stelle!
Ti sarà vicino il dio creatore e autore di tutto;
Non permetterà che restino queste lacrime per un vuoto dolore!

A queste parole Apolloniò alzò la testa e vide la fanciulla, e con un gemito disse: "O povero me! Quanto ancora dovrò combattere contro la pietà?"




Poi diede alla fanciulla una generosa somma, le promise che se un giorno fosse tornato a regnare l'avrebbe sollevata dalla sua misera condizione, e le disse di andarsene. Quando risalì sul ponte della nave Tarsia incontrò Atenagora che le promise il doppio della somma che aveva ricevuto se fosse tornata dal misero straniero per ritentare di convincerlo a lasciare il suo lutto. Così lei tornò da Apollonio e gli chiese se era disposto a risolvere alcuni indovinelli: lui acconsentì, a patto che dopo lei se ne andasse. Tarsia gli pose una lunga serie di enigmi, di cui suo padre trovò agevolmente la soluzione, ma pur dichiarandosi ammirato di fronte a tanta sapienza in una donna tanto giovane, disse:


"Ecce habes alios centum aureos, et recede a me, ut memoriam mortuorum meorum defleam." At vero puella dolens tantae prudentiae virum mori velle - nefarium est - refundens aureos in sinum et adprehendens lugubrem vestem eius ad lucem conabatur trahere. At ille impellens eam conruere fecit. Quae cum cecidisset, de naribus eius sanguis coepit egredi, et sedens puella coepit flere et cum magno maerore dicere: "O ardua potestas caelorum, quae me pateris innocentem tantis calamitatibus ab ipsis cunabulis fatigari! Nam statim ut nata sum in mari inter fluctus et procellas, parturiens me mater mea secundis ad stomachum redeuntibus coagulato sanguine mortua est, et sepultura ei terrae denegata est. Quae tamen ornata a patre meo regalibus ornamentis et deposita in loculum cum viginti sestertiis auri Neptuno est tradita. Me namque in cunabulis posita, Stranguillioni impio et Dionysiadi eius coniugi a patre meo sum tradita cum ornamentis et vestibus regalibus, pro quibus usque ad necis veni perfidiam et iussa sum puniri a servo uno infami nomine Theophilo. At ille dum voluisset me occidere, eum deprecata sum, ut permitteret me testari dominum. Quem cum deprecor, piratae superveniunt, qui me vi auferunt et ad istam deferunt provinciam. Atque lenoni impio sum vendita."  (44; pp. 75-76)

"Eccoti altre cento monete d'oro, e vattene, perché possa piangere ricordando i miei morti." Ma la fanciulla, soffrendo perché un uomo di tanta intelligenza voleva morire - è un delitto - rimettendogli in grembo  le monete d'oro e afferando la sua lugubre veste cercava di trascinarlo alla luce. Ma lui spingendola la fece cadere. E lei per la caduta cominciò a perdere sangue dal naso, e seduta la fanciulla cominciò a piangere e a dire con grande dolore: "O ardua potenza dei cieli, che permetti che io, innocente fin dalla culla, sia colpita da tante sventure! Appena venni al mondo nel mare fra onde e tempeste, mia madre partorendomi morì per la placenta risalita allo stomaco col sangue coagulato, e le fu negata una sepoltura nella terra. Per questo ornata dal padre mio di ricchezze e ornamenti in una cassa con venti sesterzi d'oro fu affidata a Nettuno. E io poi posta nella culla fui affidata dal padre mio all'empio Stranguglione e alla moglie sua Dionisiade con ornamenti e vesti regali, a causa dei quali fui tradita e quasi uccisa e consegnata a un infame servo di nome Teofilo perché mi uccidesse. Ma quando lui voleva uccidermi, lo pregai di lasciare che mi affidassi al signore. E mentre lo pregavo, sopraggiunsero dei pirati, che mi presero con la forza e mi portarono in questo paese. E fui venduta a un empio lenone..

A queste parole Apollonio la strinse fra le braccia e piangendo di gioia le rivelò che era suo padre. Giunse anche Atenagora, e vide che Tarsia aveva ritrovato suo padre, e Apollonio dismise lugubri vesti del lutto e indossò un abito meraviglioso. Anche Atenagora piangeva di gioia insieme a loro, e raccontò come già sapesse la storia di Tarsia. Poi, inginocchiandosi davanti ad Apollonio, gli chiese di dargliela in sposa, perché lui la amava dal primo momento in cui l'aveva vista.
I cittadini di Mitilene, venuti a sapere tutta la storia, condannarono a morte il lenone per la sua crudeltà, e vollero che tutti i suoi beni e i suoi servi fossero assegnati a Tarsia. La figlia di Apollonio di Tiro fece dono della casa e di una somma di danaro al servo che l'aveva aiutata, e distribuì il patrimonio che aveva appena ricevuto alle ragazze del postribolo dicendo loro che come erano state insieme a lei schiave, insieme a lei sarebbero state libere.
Apollonio di Tiro allora donò agli abitanti di Mitilene tanto oro da ricostruire le mura della città. Dopo le nozze della figlia con Atenagora, Apollonio partì per tornare in patria, ma un angelo gli apparve in sogno e gli disse di fermarsi ad Efeso, di entrare nel tempio di Diana con la figlia e di raccontare alla dea la sua storia.
Li accolse Archistratide, che era ora la prima sacerdotessa di Diana, così bella che sembrava la dea stessa, e li condusse nel tempio, dove Apollonio raccontò tutta la sua storia, mentre lei sedeva ad ascoltarlo:

Cumque haec et his similia Apollonius narrans diceret, mittit vocem magnam clamans uxor eius dicens "Ego sum coniunx tua Archistratis regis filia!" Et mittens se in amplexus eius coepit dicere: "Tu es Tyrius Apollonius meus, tu es magister, qui docta manu me docuisti, tu es, qui <me> a patre meo Archistrate accepisti, tu es, quem adamavi non libidinis causa, sed sapientiae ducem! Ubi est filia mea?" Et ostendit ei Tharsiam et dixit ei: "Ecce, <haec> est."  (49; p. 79)

Quando Apollonio raccontando disse questa e altre simili cose, emise un alto grido la sua sposa dicendo: "Io sono tua moglie figlia del re Archistrate!" E  gettandosi nelle sue braccia cominciò a dire: "Tu sei il mio Apollonio di Tiro, tu sei il maestro che con mano esperta mi insegnasti, tu sei quello che fu accolto dal padre mio Archistrate, tu sei quello che tanto amai non per libidine, ma come guida di sapienza! Dov'è mia figlia?" E lui le mostrò Tarsia e le disse: "Ecco, è lei."

Anche i cittadini di Efeso fecero festa per questo felice evento, e Archistratide, dopo aver indicato chi doveva succederle a capo del tempio, partì con i suoi cari alla volta di Antiochia, il cui trono era rimasto vacante. Apollonio nominò re il genero Atenagora, e poi riprese il mare e giunse a Tarso, dove, di fronte ai cittadini che un tempo aveva salvato dalla carestia, si fece portare Stranguglione e Dionisiade. Quando i cittadini di Tarso sentirono di quale empietà si erano macchiati, li lapidarono, e volevano uccidere anche il fattore: Tarsia gli fece grazia della vita, ricordando che se lui non le avesse permesso di pregare lei sarebbe morta. Tarsia volle anche tenere con sé la povera figlia dei suoi sciagurati genitori adottivi, e Apollonio donò grandi ricchezze ai cittadini, che così poterono restaurare i bagni, le mura e le torri. Dopo sei mesi ripartirono per recarsi a Cirene, dove il vecchio re Archistrate ebbe la gioia di rivedere la figlia con Apollonio e la nipote Tarsia. Incontrato sulla riva del mare il vecchio pescatore che lo aveva accolto dopo il naufragio, Apollonio lo rese ricco, e lo tenne con sé finché visse.

His rebus expletis genuit de coniuge sua filium, quem regem in loco avi sui Archistratis constituit. Ipse autem cum sua coniuge vixit annis LXXIIII. Regnavit et tenuit regnum Antiochiae et Tyri et Cyrenensium; et quietam atque felicem vitam vixit cum coniuge sua. Peractis annis, quot superius diximus, in pace atque senectute bona defuncti sunt.  (51; p. 82)
Casus suos suorumque ipse descripsit et duo volumina fecit: unum Dianae in templo Ephesiorum, aliud in bibliotheca sua exposuit. (Redazione B, p. 121)

Portate a compimento tutte queste cose generò con la sua sposa un figlio, che nominò re al posto del suo avo Archistrate. Visse poi con la sua sposa fino a settantaquattro anni. Regnò e mantenne i regni di Antiochia, Tiro e Cirene; e visse una vita serena e felice con la sua sposa. Trascorsi gli anni che abbiamo detto sopra, morirono dopo una buona e pacifica vecchiaia.

Scrisse le vicende sue e dei suoi e ne fece due volumi: ne espose uno nel tempio di Diana in Efeso, l'altro nella sua biblioteca.






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RIFERIMENTI
 
Fonte del testo latino citato.
Versione della Redactio A da: La storia di Apollonio re di Tiro. Introduzione, testo critico, traduzione e note a cura di Giovanni Garbugino. Alessandria: Edizioni dell'Orso 2010.
Tutte le citazioni latine sono tratte dalla Redactio A, tranne l'ultima.

Traduzione italiana dei brani citati
Adalinda Gasparini

Versione integrale della Redactio A online

Historia Apollonii regis Tyri a cura di Franz Peter Waiblinger, München 1994.
http://www.thelatinlibrary.com/histapoll.html; consultato il 28 ottobre 2018.

Versione inglese dell'XI secolo online
The Anglo-Saxon version of Apollonius of Tyre, upon which is founded the play of Pericles, attributed to Shakespeare; from a ms. in the Library  of C. C. C.  Cambridge. With a literal translation , &c. by Benjamin Thorpe, F.S.A. London:  John and Artur Arch, 61 Cornhill, 1834. http://www.archive.org/stream/anglosaxonversi00apolgoog#page/n4/mode/2up; consultato il 28 ottobre 2018.
Saggio sulla Historia Apollonii Regis Tyri

Stelios Panayotakis, The Story of Apollonius, King of Tyre. A Commentary;  De Gruyter 2010.

http://www.lehmanns.de/shop/geisteswissenschaften/12083932-9783110214123-the-story-of-apollonius-king-of-tyre; consultato il 28 ottobre 2018.
Sul romanzo antico in genere vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Romanzo_greco; consultato il 10 ottobre 2010.

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NOTE

Elementi cristiani nel romanzo
Ipotetico rifacimento di un'opera greca del III secolo, il romanzo ci è pervenuto in due redazioni latine (Redactio A e Redactio B, citate sopra) del V-VI secolo. Il romanzo, anonimo, talora attribuito a un cristiano, ha goduto di grande fortuna fino al XVIII secolo.
La prima traduzione in volgare è quella anglo-sassone (sec. XI), considerata anche come il primo romanzo della letteratura  inglese.
Il rifacimento più celebre è l'opera di Shakespeare Pericles Prince of Tyre (http://it.wikipedia.org/wiki/Pericle,_principe
_di_Tiro; consultato il 10 ottobre 2011); dal romanzo nella versione anglo-sassone Shakespeare attinse anche per Twelfth Night e The Comedy of Errors (http://en.wikipedia.org/wiki/Apollonius_of_Tyre; consultato il 10 ottobre 2011).
Il romanzo antico, o ellenistico, o greco-latino, è l'antenato del romanzo moderno, ed è una forma letteraria che comprende sia motivi fiabeschi (vedi sopra), sia un andamento narrativo che attraverso sventure e peripezie quasi inimmaginabili porta i protagonisti a un lieto file che è lo stesso delle fiabe. Ignorare il romanzo antico significa precludersi la conoscenza della forma narrativa ed espressiva che precede le leggende medievali e che contiene i motivi delle fiabe, come le conosciamo dal XVI secolo.
"Permettimi di invocare il signore, speranza e consolazione della mia vita!" Questo è uno dei passaggi del romanzo latino che hanno fatto pensare a un autore cristiano, dimenticando che era monoteistico anche il culto solare di Mitra, molto diffuso nell'impero romano, anche contenporaneamente al cristianesimo. L'istanza identitaria collettiva opera staccando la religione cristiana dal mondo in cui è nata e si è diffusa, come la stessa istanza in ogni singolo soggetto tende a costruirlo come un unicum, in un ideale di purezza che deve rimuovere la stessa realtà nella quale ha le proprie radici e il proprio nutrimento. Nella stessa liturgia cristiana sono presenti elementi del culto di Mitra: la festività del Natale venne fissata intorno al solstizio d'inverno, perché coincidesse con quella di Mitra, dio Sole, e nella liturgia della messa natalizia il sacerdote cristiano pronunciava le stesse parole del culto astrale: Sol crescit.
Basta leggere, ad esempio, l'invocazione a Iside scritta dal pagano Apuleio nelle sue Metamorfosi o L'asino d'oro (Libro X, 10, 25), preghiera nella quale è a una sola divinità femminile, che può manifestarsi in forme diverse ed essere invocata con molti nomi, per comprendere che il monoteismo non era prerogativa dei Cristiani né del popolo ebraico, in seno al quale era nato il Salvatore.
Per capire il diverso che incontriamo è necessario capire la diversità che ci costituisce. La rimozione è un processo egualmente presente nel singolo e nelle civiltà, e come lo psicoanalista opera in direzione opposta alla rimozione nella cura del soggetto, così può operare analogamente nella cultura, favorendo la consapevolezza, cercando di togliere terreno ai miti collettivi che, simili a un delirio psicotico, fanno perno su ideali di purezza e si realizzano nell'oppressione dell'altro.



Motivo: vittoria magica
Motivo: Lieto fine
Analogie con la storia di S. Eustachio nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine.

Si possono osservare analogie fra il romanzo latino di Apollonio e la storia di S. Eustachio, convertito con la sua famiglia al Cristianesimo. Le maggiori differenze invece consistono nel frequente riferimento a Dio negli eventi drammatici e felici. Nel finale Eustachio si ricongiunge alla fine alla sposa che si è mantenuta casta in circostanze che dovevano perderla, e ai loro due figli che credevano morti, solo che il premio è il martirio come espressione della santità.

L'imperatore romano Adriano li getta in pasto a un leone, che anziché divorarli si inchina di fronte a loro (anche l'attante soggetto de Lo scarafone, lo sorece e lo grillo, come molti martiri, esce illeso dalla fossa dei leoni, ma grazie ai suoi tre animaletti magici). Allora fa chiudere Eustachio con la moglie e il figlio in un bue di bronzo incandescente, dove restano per quattro giorni. Quando escono fuori sono morti ma intatti, neppure uno solo dei loro capelli era stato toccato dall'ardore delfuoco . (Jacopo da Varagine, Legenda Aurea; tr. it. di Cecilia Lisi; Firenze: Libreria Editrice Fiorentina 1990; 2 voll.; vol. II, pp. 725-733).


Tema dell'incesto. 1
Il re Antioco tentò di combattere la sua passione...







L'amore incestuoso è il motivo generatore della storia di Pelle d'asino, molto diffusa sia nella letteratura popolare che in quella colta. Nelle Piacevoli Notti di Straparola è la storia del principe Tebaldo che voleva sposare sua figlia Doralice (Doralice, Notte prima, Favola IV; consultato il 28 ottobre 2018), mentre nel Cunto de li cunti di Basile la fiaba d'incesto è L'orza. La versione più diffusa, dalla quale prende nome il tipo, è Pelle d'Asino di Charles Perrault (Contes de Perrault, Peau d'âne, La belle au bois dormant. Dessins de Malo Renault, 1923. http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k5488335w/f7.image.r=peau+d'ane+perrault.langFR; consultato il 10 ottobre 2011).
Fra le fiabe popolari presenti in questo sito, vedi Maria 'd Legna.

Vedi anche, in Fabulando. Carta fiabesca della successione, le fiabe d'incesto nella carta del Castello dell'amore imposto. Da questa carta si aprono gli e-book di otto fiabe checontengono il motivo dell'incesto e varie note sull'argomento.

Tema dell'incesto. 2
Ma la sua nutrice la convinse a vivere
Il desiderio di morire della figlia causato dall'amore incestuoso è presente nelle Metamorfosi di Ovidio: Mirra, innamorata del proprio padre Cinira, decide di morire, ma la sua nutrice la convince a vivere, soddisfacendo il proprio desiderio con un inganno grazie al quale il padre giacerà con lei senza sapere che si tratta della propria figlia (http://it.wikipedia.org/wiki/Cinira_e_Mirra; consultato il 10 ottobre 2011).
N.B. da qui in avanti le parti tradotte dal latino nella sintesi del romanzo sono riportate in corsivo

Molti avevano tentato e fallito la prova, e le loro teste erano appese come monito sulla porta del palazzo reale. Non abbiamo notizia di un testo più antico nel quale compaia il motivo dell'enigma insieme alla decapitazione per chiunque tenti senza riuscire a risolverlo. Nel mito di Edipo l'enigma posto dalla Sfinge sulla via di Tebe implica la morte di chi non riesce a dare la soluzione, ma non attraverso la decapitazione. La decapitazione vale, come Freud ci ha insegnato, come castrazione, in particolare si tratta di perdere la testa, che è l'espressione usata per significare l'innamoramento come follia. Anche la cecità significa freudianamente castrazione. In che modo collegarla alla cecità di Amore, rappresentato con una benda sugli occhi, espresso nel detto l'amore è cieco, e nella cecità di chi è innamorato? Si tratta di una cecità per chi non è innamorato, mentre chi vive questa passione è anzi convinto di vedere la verità con i suoi occhi.
Il motivo della cecità, che caratterizza Tiresia - che insieme alla cecità riceve il dono della divinazione - e lo stesso Edipo, può implicare una vista diversa, come quella che consente a Edipo a Colono di scegliere la buona legge delal città giusta, Atene, e la protezione del re giusto, Teseo, invece della legge del sangue e del potere in nome del sangue, che caratterizza la guerra di Tebe.
Le storie persiane dalle quali trasse spunto Pétis de la Croix per la prima versione di Turandot sono del secolo XII, mentre l'Hystoria Apollonii regis Tyri non è successiva al VI secolo. L'immensa diffusione del romanzo latino potrebbe essere stata la fonte d'ispirazione per il poema di Nizami che contiene la storia di una principessa che, come Turandot, pone ostacoli insormontabili ai suoi pretendenti, pena la decapitazione.
Consideriamo l'esistenza di un forte nesso con la decapitazione di Medusa, che era talmente bella da far perdere la testa a chiunque la guardasse. Athena trasformò la sua meravigliosa chioma in tanti serpenti e la condannò a pietrificare chiunque guardasse. Questo potere femminile restò come attributo della dea vergine e guerriera dell'intelligenza. Ma Turandot eredita la prerogativa originaria di Medusa: chiunque guardasse il suo ritratto si innamorava perdutamente di lei, al punto che non gli importava di morire - perdendo la testa - pur di vederla e tentare la prova.

Tema dell'incesto. 3
Erano morti inceneriti da un fulmine

In due storie lontane una dall'altra, successive entrambe di diversi secoli rispetto a questo romanzo latino, è presente il motivo dell'incenerimento di chi è pervertito dall'amore incestuoso: si tratta di una coppia di fratelli nelle Mille e una notte (cercare in uno dei racconti dei tre monocoli, Storia delle tre dame di Baghdad, presente in tutte le raccolte, a partire dai manoscritti del XIV secolo.) e di una donna che, innamorata del proprio figlio e da lui rifiutata, gli intentò un processo accusandolo di averla violentata. Durante il processo venne incenerita: storia da reperire nella Legenda aurea.

Tema dell'incesto.4
Voglio esalare fra le onde il mio spirito, che non  ha diritto di vedere la luce sulla terra.
Il dolore dello sventurato Apollonio è tanto grande che non pensa di aver più il diritto di vedere la luce sulla terra: c'è un'eco della tragedia greca, quando Edipo si acceca perché non vuole che il suo sguardo empio contamini più nessuno.
per questo motivo vedi anche La storia di Mirra, dalle Metamorfosi di Ovidio, e la Leggenda di Giuda Iscariota



Motivo dell'enigma
Sono condotto da un delitto..
Per un'analisi dello stesso enigma nel romanzo di Apollonio, nella traduzione inglese dell'XI secolo e nel Pericles di Shakespeare, vedi, di chi scrive: L'enigma dell'incesto e il tempo senza tempo, cap. 3.2 de La luna nella cenere, 1999).
Per l'analisi del motivo, vedi, di chi scrive: Il motivo dell'enigma. trasformazioni e costanti del discorso interiore, 1994). L'enigma, come ogni indovinello, ivi compreso quello della sfinge, vela e svela la soluzione. Come un rebus, l'enigma è risolvibile applicando contemporaneamente un'interpretazione simbolica e una letterale.
Una fortunata storia dove compare l'enigma è quella di Turandot, universalmente nota per l'opera lirica musicata da Giacomo Puccini, che vide la luce nella raccolta Les Mille et un jours di Pétis de la Croix (Parigi 1710-1712; http://en.wikipedia.org/wiki/Fran%C3%A7ois_P%C3%A9tis_de_la_Croix). Come in molte fiabe popolari, la principessa non non vuole sposarsi, e per scoraggiare i tanti pretendenti pone loro la stessa condizione del re di Antiochia: enigmi da risolvere, pena la testa.
L'enigma e l'incesto hanno il loro fondamentale antecedente nell'Edipo re di Sofocle, la tragedia della confusione delle generazioni, il cui ruolo nella psicoanalisi non ha bisogno di essere ricordato. Si osserva qui il nesso fra enigma e incesto, con una significativa differenza fra la loro relazione nella tragedia greca e nella fiaba, come nel romanzo antico. Mentre la soluzione dell'enigma posto dalla sfinge porta Edipo nella relazione incestuosa con la madre, regina di Tebe, nel romanzo latino esso porta a una ricerca che allontana dalla propria patria, verso il finale felice, con una nuova coppia che ascende felicemente al trono dopo molte peripezie. Il romanzo antico, in particolare la storia di Apollonio può essere letto come una fiaba, per i motivi fiabeschi che contiene: come una fiaba non racconta una vicenda relativa alla legittimazione genitoriale: Edipo è il figlio rifiutato, concepito per errore e abbandonato alla nascita, il figlio che è destinato a uccidere il padre e unirsi con la madre, e che fuggendo questo destino gli corre incontro. Apollonio, e tutti gli attanti protagonisti delle fiabe che abbiamo citato, lasciano la casa delle origini per trovare uno sposo o una sposa in un reame lontano, oppure rifiutano le nozze fino a che non giunge chi riesce a risolvere l'enigma che hanno posto per essere e per non essere conquistati.


Motivo del naufragio
Amava il naufrago che aveva perduto tutti i suoi beni.
Il naufrago che ha perso tutto, e non sa nemmeno dove si trovi è anzitutto Ulisse, e più tardi il viaggiatore arabo, il cui ciclo di racconti entrò a far parte dele Mille e una notte: Sindbad il marinaio.
Il naufrago, se pensiamo a Ulisse e a Sindbad, è un navigatore straordinario, per la sua abilità o per la lunghezza del suo viaggio. Personifica quindi il soggetto in cammino, la cui ricerca è lunga, faticosa, e costringe a correre almeno un rischio mortale. Bello di fama e di sventura (Foscolo, Alla sera) il regale naufrago è amato dalle donne ed è allo stesso tempo un grande navigatore: la donna, come la principessa che si innamora di Apollonio e come tutte le donne dell'Odissea, ama colui che sa viaggiare, allontandosi dalla sua origine e navigando verso la sua amata. Il naufrago, sia Ulisse dai Feaci, sia Apollonio da Archistrate, ha doti di cantore e narratore: l'amore della principessa, là Nausicaa, qui Archistratide, riconosce in lui un soggetto maschile la cui ricchezza è nella sua nuda persona. Ogni attante fiabesco, ogni soggetto della quêste, a un certo punto si presenta e agisce completamente privo di qualunque legittimazione esterna.  Vedi, come esempi fiabeschi di questi viaggi dell'attante protagonista maschile, nel Cunto de li cunti di Basile, "I tre cedri", e "I tre re animali"

Motivo del lutto
Giurò solennemente che non si sarebbe rasato, né si sarebbe tagliato capelli né unghie, e che non avrebbe regnato...

Vedi l'analoga penitenza luttuosa ne La treccia rossa. Sull'abbandono del regno, vedi Edipo Papa.
Anche nella tragedia di Sofocle Edipo lascia il trono, si condanna al buio accecandosi, e si mette in cammino come un mendicante. Nella storia cornice delle Mille e una notte i due sultani Shariyàr e Shahzamàn  dopo aver scoperto l'infedeltà delle loro spose lasciano i loro troni e si mettono in cammino. Torneranno a regnare solo dopo aver visto che anche una potentissimo jinn subisce lo stesso oltraggio.  Dalla volontà di Shahriyàr di evitare il ripetersi del tradimento attraverso l'uccisione all'alba della fanciulla che sposa la sera, e dalla scelta di Shahrazàd di fargli sospendere con i suoi racconti il crudele decreto, scaturisce la raccolta araba.

Tutti dicevano della bellezza della prima e della bruttezza dell'altra
La madre di una brutta figlia odia la figliastra, che invece è bellissima:  anche questo è un motivo fiabesco molto diffuso. Esso rientra nel  tema più generale della madre/matrigna (in certe versioni è la madre di entrambe, ma nella maggior parte la bella è una figlia adottiva o delle prime nozze del marito, come in Cenerentola o in Biancaneve) che perseguita la bella attante protagonista, cercando in ogni modo di impedire le nozze regali alle quali è destinata. In questo sito si possono leggere la toscana Bella Caterina o la novella de' gatti, la romagnola Fola d'Ohimè, l'abruzzese Fiore e Cambedefiore. Il motivo è presente anche nella Gatta Cennerentola e in molte delle sue varianti.
La favola più celebre in cui compare questo motivo è Biancaneve, messa a morte dalla regina strega. L'ordine di uccidere la figlia nella maggior parte dei casi è dato quando la sua bellezza sboccia. Una relazione temporale, come nei sogni, vale come relazione causale: la bellezza della madre sfiorisce quando sboccia quella della figlia si traduce così: la bellezza della madre sfiorisce perché sboccia la bellezza della figlia. Su questo tema, vedi, di chi scrive: La luna nella cenere. Il grande sogno di Cenerentola, Pelle d'asino, Cordelia (1999). In ogni caso il motivo prevede di solito che il servitore che ha ricevuto questo ordine avendo compassione della fanciulla le risparmi la vita: qui è il provvidenziale intervento dei pirati, figure maschili non sottomesse all'ordine della legge, come i nani di Biancaneve, come i banditi della favola sarda Is tresgi bandius.

Motivo del pulito e dello sporco
E così l'eloquente Tarsia fece con i primi clienti, che come il re si commossero e la pagarono senza violarla.
Come Pelle d'Asino e le sue numerose sorelle di favola Tarsia si trova nello sporco, il postribolo, equivalente del pollaio o del porcile in cui le attanti sfuggite alle brame incestuose del loro padre prestano servizio presso un re straniero. E come loro rimane 'magicamente' pura, così come Cenerentola resta tanto tempo coperta di quella cenere che nasconde ma non riduce la sua bellezza. Si può osservare che in una celebre recente versione di Cenerentola, vale a dire nel film Pretty Woman (Garry Marschall, USA 1990), lo sporco sia rappresentato dalla stessa condizione in cui si trova Tarsia: la protagonista è una prostituta. Per la bellezza che resta intatta nello sporco, vedi le versioni di Pelle d'asino citate sopra.
Vedi qui sotto l'analogia con la leggenda di sant'Agnese.

I pirati portarono Tarsia a Mitilene per venderla come schiava, e la comprò a caro prezzo un lenone, convinto che avrebbe guadagnato molti danari con la sua bellezza. La vergine si mantiene pura nel bordello è anche la Leggenda di Sant'Agnese
Si racconta che Agnese, che si era votata a Gesù Cristo, respinse il figlio del Prefetto di Roma, che si era innamorato di lei. Il padre del pretendente le ordinò di far parte delle vestali, e quando Agnese rifiutò di servire la dea pagana la fece portare in un postribolo. Come Tarsia Agnese si conservò pura, perché nessuno osava toccarla: un angelo bianco accecò l'uomo che intendeva violare la sua purezza. Accusata di magia, fu allora condannata al rogo,ma le fiamme si aprirono intorno al suo corpo senza farle alcun danno, e i capelli le crebbero tanto da coprire il suo corpo. Trafitta al collo con una spada, cadde mantenendo la grazia della sua purezza. Se il moralismo edificante lascia il posto a un'interpretazione, leggiamo una storia non lontana dal romanzo di Apollonio, per quanto sia inserita in un contesto sacro, dove l'intervento divino assume tutte le funzioni della sorte e degli aiuti magici delle fiabe. Si tratta della parola che incide sulla carne, del Verbo che domina la materia: il fuoco non sfiora il corpo di Agnese, la sua morte non incrina la sua purezza. Dall'inno Agnes Beatae Virginis di sant'Ambrogio:

In morte vivebat pudor
vultumque texerat manu
terra genuflexu petit
lapsu verecundo cadens.
Il pudore viveva nella morte
e il volto si era coperta con la mano
si genoflesse sulla terra
e cadde scivolando con pudore.

I pirati in questa storia salvano Tarsia dalla morte decretata dalla matrigna come i nani (o i banditi in Tresgi bandius) salvano la principessa dalla stessa minaccia. I banditi, i nani, i pirati significano qui un maschile non personale - sono un gruppo - che ospita la protagonista che necessita di vivere fuori dalla legge, che nella persona di Dionisiade, o della regale matrigna, vuole ucciderla. In questo senso appartengono alla sfera del materno, come i Dattili (connesso al greco dàktülos, dito), sorti dalla terra dal battito delle dita di Latona durante il parto, creature nate per soccorrere il parto della dea perseguitata da Era, che aveva proibito a ogni dea di assisterla e a ogni terra di ospitarla durante il parto, dal quale nasceranno Apollo e Artemide. Un altra versione del mito racconta che nacquero dalla pressione delle dita di Rea sulla terra, mentre partoriva Zeus: sarebbero stati cinque femmine, una per ogni dito della mano sinistra, e cinque maschi, uno per ogni dito della destra. 
Altre versioni del mito raccontano che i dattili preesistevano a questi parti, ed erano maghi, fabbri, inventori del fuoco, del ferro, del bronzo, della metallurgia, e anche della musica. Servitori di Gaia Terra, madre degli dei, avevano prerogative analoghe ad altri insiemi mitici, come i Cureti e i Coribanti. I nani di Biancaneve erano minatori, custodi ed estrattori delle pietre preziose, comsiderate figlie della madre terra, in seno alla quale crescevano fino a quando l'uomo le estraeva. Digitando 'dattili' è possibile leggere queste e altre notizie online, in svariati siti.


Motivo del racconto nel racconto
Appena venni al mondo nel mare fra onde e tempeste...

Inaugurato da Ulisse alla reggia dei Feaci e portato all'ennesima potenza da Shaharazad, il motivo del racconto che salva la vita è presente in numerose fiabe europee anche se non come tema della storia. Si ricordi il motivo del racconto nel Decameron che permette di superare l'orrore della peste del 1300.

Scrisse le vicende sue e dei suoi...

Quest'ultima frase non figura nel testo latino che abbiamo seguito. Conclude la traduzione italiana di Gaetano Balboni (Il romanzo antico greco e latino, a cura e con introduzione di Quintino Cataudella; Firenze: Sansoni Editore 1981; p. 1366), che deve aver seguito per il finale un diverso manoscritto. Riguardo ai due manoscritti pervenuti, vedi sopra. La frase ricorda l'analoga conclusione di molte storie delle Mille e una notte, ed è coerente con il valore che all'interno di questo romanzo latino, come nella grande raccolta araba, viene dato al racconto. Narratori in prima persona, secondo una modalità inaugurata da Ulisse nella reggia dei Feaci, Tarsia e tanti personaggi delle Mille e una notte con una storia raccontata al momento giusto e con i giusti accenti salvano la loro vita o la vita di altri, e collaborano a far emergere la verità fino a quel punto inaccessibile. Questo è del resto il tema di Shahrazàd, filo conduttore di tutte la raccolta araba..

Successione
Tre successioni impedite esigono tre percorsi che le rendano possibili: è come una fiaba tradizionale col tema di Pelle d'Asino elevata al cubo. La storia di Apollonio re di Tiro realizza questa potente storia che libera le tre successioni giocando le tre trame sia come quadri uno per l'altro. Il romanzo, la cui popolarità è stata immensa nell'intera Europa, paragonabile per estensione, ma molto maggiore come durata nel tempo, a quella di una saga o di una soap-opera, è durata per secoli in tutta l'Europa.
L'articolazione della ricerca che liberi le tre successioni impedite e/o minacciate include motivi fiabeschi che si condenseranno in fiabe di grande successo, come la Bella Addormentata (Archistratide apparentemente morta che torna in vita grazie ai massaggi del giovane medico sulla spiaggia di Efeso), Biancaneve e La bella e la Brutta (Dionisiade alla quale l'ha affidata Apollonio ordina di uccidere Tarsia perché è bella mentre sua figlia è brutta e per impadronirsi delle sue ricchezze). Quando Tarsia si trova nel postribolo di Mitilene vive una condizione di degrado come Cenerentola: l'ultima versione della fiaba di Cenerentola, Pretty Woman, mostra la protagonista ridotta a battere il marciapiede anziché confinata fra la cenere, comunque esclusa dalle nozze regali fino a che il principe non la riconosce come la sua sola amata.
Si può considerare Apollonio come soggetto protagonista, a patto di osservare che la liberazione gli viene prima dalla principessa Archistratide che lo salva dallo stallo in cui si trova dopo il naufragio conseguente alla fuga da Antiochia, preferendo lui a tutti gli altri nobili pretendenti. Solo allora giunge la notizie che Antioco e la figlia sono morti, e il trono spetta ad Apollonio come solutore dell'enigma. Ed è successivamente la loro figlia Tarsia che raccontando la sua storia provoca l'agnizione e la fine del lutto di lui. Dopo questo si ritrovano Apollonio, la figlia col suo sposo, e Archistratide, la sposa creduta morta, già sacerdotessa di Artemide, che si è conservata fedele ad Apollonio. Solo ora Apollonio potrà regnare, e generare un erede maschio, che nomina successore del nonno Archistrate, e regna per tutta la sua lunga vita su Antiochia, Tiro e Cirene.


Shakespeare, Pericles, Prince of Tyre
http://www.infoplease.com/t/lit/shakespeare-plays/pericles.html; consultato il 12 luglio 2012.







  


Online dal 5 febbraio 2012
Ultima revisione 28 ottobre 2018