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Cinerem ne vilipendas nam ipse est diadema cordis tui. (Morienus) |
| Ringraziamenti |
Ringrazio tutte le persone che per
casi differenti
hanno partecipato, volontariamente o involontariamente, a questo libro:
per
l'aiuto che mi hanno dato nella comprensione della fiaba, Silvana
Caluori e
Sebastiano Tilli, colleghi dell' 'Istituto per la ricerca in
psicoanalisi Gradiva', di Firenze; per le
rappresentazioni che
mi hanno portato nel lavoro clinico, di cui solo loro riconosceranno le
tracce,
i miei pazienti; per la sensibilità e l'interesse, gli
insegnanti delle scuole
materne, elementari e medie, che hanno partecipato ai miei corsi di
aggiornamento, mi hanno ospitato nelle loro classi, o hanno letto ai
loro
alunni le "mie" fiabe antiche, a Firenze, a Città di Castello
(PG), a
San Miniato e a Ponte a Egola (PI), nelle province di Forlì e
Rimini-Cesena, a
Longiano in particolare; per l'attenzione, coloro che hanno partecipato
ai
seminari, alle lezioni e alle conferenze nelle quali ho anticipato
qualche tema
di questo libro, all'Istituto Gradiva e altrove; per il desiderio e la
gioia
con cui ascoltano e narrano la fiaba antica, i bambini che ho
incontrato nelle
scuole. |
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| INDICE Cinderella vuota il mare 1. C'era una volta Cenerentola assassina 2. La madre, la morte, lo specchio 3. Il padre, l'incesto, la fuga 4. La cenere e il tempo 5. Dattero mio dorato 6. La fuggitiva 7. Il principe sensibile 8. L'insostenibile vaghezza del senso |
8
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| Cinderella vuota il mare. Prefazione di Antonio Faeti |
Questo libro, tutto sapientemente collocato
nell'ambito del mito e in quello della fiaba, è tuttavia dotato
di una vibrante
consapevolezza orwelliana. E non c'è alcuna contraddizione, in
questo
accostamento che può apparire tanto poco giudizioso. Pur non
insistendo molto
su certi pretesti, che oggi ci appaiono invece assillanti e
incontrollabili, la
distopia orwelliana aveva benissimo individuato una connessione tra il
potere
occulto del Grande Fratello e spazi ben poco riconoscibili come
esplicitamente
politici: la sessualità, la cultura dell'eros, gli affetti, il
corteggiamento,
la coppia. Oggi, nessuno può negarlo, la cattura orwelliana
dell'immaginario
non si rende violenta e assoluta nel guidare i popoli verso oceaniche
adunate,
non crea gagliardetti multimediali, non inventa fanfare con il ritmo
degli
spot, ma si colloca interamente tra divani, letti, tinelli, bagni, sale
ovali,
stagiste, abiti macchiati, carezze carpite. Non è più
pensabile uno scontro
proustiano tra dreyfusardi e antidreyfusardi, però ci sono i
partigiani di
Monica e quelli di Bill (nella ironica tomba in cui riposa, la signora
Verdurin
gongola e sussurra: ve lo avevo detto, lo sapevo già...). Che cosa è accaduto, davvero? Piano
piano, nel corso
di decenni, certi media, come la televisione, i grandi magazine
popolari, il
telefonino, internet, le linee bollenti, le videocassette, la
pubblicità, le
radunate di sette, le assunzioni in cielo dei guru, le cubiste, le
discoteche
hanno acquisito, in senso monopolistico, l'intera gestione dei
sentimenti, dei
rapporti interpersonali, di quelli di coppia, di quelli che legano i
figli ai
genitori. Non si ha più una fenomenologia di sentimenti
fortemente dubitabili,
come la gelosia, per esempio, se ne ha invece una subdola
eternizzazione, e
proprio mentre l'antropologia culturale suscita cautele di cui i guru e
gli
ayatollah multimediali non sanno certo tener conto. La conduttrice,
dalla sua
cattedra televisiva, urla che amore vuole dire gelosia, come in
un'antica
canzone apparentemente demenziale, ma forse autoironica, e orde di
liceali
(italiani, cioè vittime dei nostri licei) annuiscono. Basterebbe
mostrare un
servizietto su quella ragazza tibetana che ha sposato otto fratelli
(contemporaneamente) per far capire come certe canzoni e certe
conduttrici
dovrebbero venire almeno diffidate. Del resto, leggendo le cronache di
un
recente delitto si poteva scoprire che perfino una laureata in
architettura
aveva tratto lumi (poi rivelatisi catastrofici) dalla trasmissione
Stranamore. C'è come una delega, generalizzata e
collettiva, che
assegna alla pochezza dei media citati, o meglio dei loro gestori, una
specie
di mandato coloniale, di protettorato onirico, di controllo
imperialista, su
temi da sempre al centro del vivere umano, oggi collocati tra le
futilità
spettacolari. Si sono derise le cripte dei Cappuccini e
quelle di
Superga, si ironizza su Sissi, su la Bella Rosina, si parodizza
Mayerling (lo
fece per primo Benito Mussolini), si carnevalizzano gli amori di
D'Annunzio, si
mette in barzelletta Leopoldo del Belgio, ma poi, coerentemente,
inevitabilmente, si crea la saga parabolica (non in senso biblico) e
satellitare, della Principessa del Popolo (del popolo multimediale, ma
non
viene mai specificato), che fa piangere in diretta e fa vendere un po'
di
tutto, non certo solo i piselli. Una delega, si è detto, una
delega planetaria,
nata da un equivoco terribile, i cui esiti nefasti sono già
presenti tra noi.
Si è detto che con internet non sarebbe esistito il
Vittorianesimo (inteso,
naturalmente, come dimensione culturale complessiva, non come epifania
dei
pruriti sessuofobici). E sembra poco, per caso? La delega ha assunto misteriose connotazioni.
Vent'anni fa, un graffiante fumettista "di destra", Lauzier,
raccontò
la storia di un gruppo di bambini figli di genitori tutti appartenenti
a una
"Comune", di quelle ancora in uso allora. Nelle loro segrete riunioni
i ragazzini si confidavano vicendevolmente di temere un mostro
assassino,
furioso, sanguinoso, implacabile, truce, che si chiamava "la
Società". I bambini spiavano i loro genitori, li sentivano
sempre dire, di
tutto quanto accadeva di triste, funesto, grave "che era colpa della
società" e ne avevano fatto un indefinibile Babau. Oggi, senza che qualche Lauzier sembri
occuparsene, la
delega, che funziona senza controlli, e comunque nel sonno della
ragione, ha
creato infiniti mostri dello stesso tipo. L'equivoco a cui si alludeva,
naturalmente, è quello che colloca ai margini l'eros, i
sentimenti, i legami
(ai margini culturali, perché sono sempre, invece, al centro di
un'incolta,
acritica, passiva, ossessiva attenzione) e rende volgare, provvisorio,
banalizzante ogni tipo di approccio. Ecco, allora, questo libro salvifico. Qui, la
quotidianità dei sentimenti, quella "bassa", delle matrigne, dei
padri incestuosi, delle divette che vogliono sorgere dalla cenere e
farsi
incoronare a Salsomaggiore, dei divetti che ora possono mostrare i
glutei e il
gel (nei capelli), a ricche Crudelie poco occupate, qui la cronaca
misteriosa
incline a far sorridere ma poi tinta di sangue, ritrova un ordinamento
concettuale, riprende il timbro dell'ermeneutica, esce dal ghetto della
delega
per ottenere il rilievo conoscitivo da cui non si può
prescindere. Il metodo usato si rende palese attraverso
una
fittissima rete di rimandi, di citazioni, di collegamenti, di avventure
interpretative. L'ansia del sottoscala, il dramma del cuscino, la
tragedia
della trapunta, qui ritrovano gli dei, quegli dei così
litigiosi, furfanti,
bugiardi, tanto umani da ergersi come insostituibili paradigmi. E con
loro
riappaiono gli alleati del fiabesco: streghe, matrigne, sorellastre,
cassepanche, madie, regine, guardiacaccia. Chi sono gli attori di
questo
immenso teatro, qui sapientemente chiamati via via alla ribalta? Questo
è un
libro mellifluo, ossimorico, insinuante: costellato da archeologici
ritrovamenti, martellato di intuizioni in cui si rincorrono la sapienza
filologica e quella psicanalitica, il libro (che cita Bettelheim con
affetto e
rispetto) non è mai un libro "alla Bettelheim", perché
ritrova
piuttosto il colto garbo allusivo dei grandi secoli libertini, il
Seicento e il
Settecento. Ossimorico perché trova gli dei ma li
riporta nella
piazza del mercato, da cui li cacciò monsignor vescovo
(praticava l'usura?),
per imporre una catechesi basata soprattutto sull'omissione, il libro
dialoga
frequentemente con gli dei-bambini delle scuole visitate dall'autrice.
Sono
loro che amano Pelle d'Asino e le efferate esecuzioni delle matrigne,
sono loro
che pongono immensi quesiti e pretendono sublimi risposte, sono loro
che ridono
della genitalità e mescolano i misteri della nascita con quelli
degli
escrementi. Breviario per spiriti liberi e libertini,
questo libro
organizza la Resistenza contro l'oscuro signore di Mordor, contro il
Grande Fratello,
contro il Mondo Nuovo vibrante della scurrile melopea dei telefonini
("Ma
quanto bene mi vuoi?"). È da leggere, è da usare,
perché si rende
antefatto pedagogico e strumento didattico. Però, anche,
conforta. Quando
guardiamo i nodi autostradali, le periferie agoniche, i centri urbani
lordati
dall'asfissia graffistica, a volte pensiamo di avere smarrito tutto, di
doverci
rinchiudere, come disperatamente fanno tanti vecchi, poveri negletti
clandestini, nella metropoli concentrazionaria dei consumi. Il libro fa
risplendere dorate radici che ci confortano perché ci danno
pienezza di
lontananza e validità del senso. Dai Miti al Basile, da Shakespeare allo
Straparola,
dalla Grecia all'Irlanda, il libro legge il messaggio della fiaba e
delle
grandi narrazioni originarie, tiene accanto a sé un sorridente
Puer Aeternus,
da cui sollecita risposte che sono di oggi, che sono di ieri. Nella pedagogia dell'inattuale, che è
sempre comunque
connessa con le fiabe e con il mito, si cercano le ceneri, non per
sprofondare,
ma per ritrovare i modi e i fini di una rinascita. Tutto quanto
determina la
nostra mortifera quotidiana opacità, può essere
decifrato, illuminato,
conosciuto. C'è il grande espediente della
comparazione. Il re amò
sua figlia: non fugga il padre terrorizzato dall'inclemente bellezza di
quella
quattordicenne che prima era la sua bambina, e ora lo turba e lo
disorienti.
Colga il senso dei paradigmi, entri nei meandri qui esplorati, chieda
pure, a
un'eccelsa casistica, sia le cause di un tormento, sia il comportamento
da
tenere per evitare il disastro. Di libri così colti e civili, un tempo
si diceva, alla
svelta, che erano "politici". Perché non dirlo, più
meditatamente,
anche oggi, mentre il verniano "padrone del mondo" annusa sconsolato
le mutande su internet di una collaboratrice a termine? Nel colloquio
con le
radici si fa come la Cinderella disneyana (anche se nel libro il grande
Walt è
più volte messo in castigo) ovvero si canta, si danza, si dice
che si può
vuotare il mare e poi metterci la luna, anche nel buio spionistico, nel
mondo
diviso a metà di un dopoguerra repressivo e tetro. |
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| Capitolo 1 |
C'ERA UNA VOLTA CENERENTOLA ASSASSINA Ma cosa può fare, dopo tutto, un bambino, se non inghiottire tutto quanto, e sperare un giorno di cavarne un senso? (Salman Rushdie) Essendo una psicoanalista appassionata di
fiabe, mi
trovo spesso a raccontarle nelle scuole, e poi chiedo ai bambini di
esprimere
ciò che desiderano con un disegno o scrivendo. Ogni volta che
guardo i disegni
o le frasi dei bambini mi commuovo, perché confermano
l'importanza delle
antiche fiabe, liberando un sogno, descrivendo per la prima volta
un'angoscia o
un terrore: in molti casi rivelano una grande comprensione dei loro
contenuti
profondi. Possiamo considerare le fiabe come un tesoro
inalterabile, per quanto molti adulti, anche insegnanti o pedagogisti,
le
trattino come un insieme di oggetti di poco conto, come se prendessero
smeraldi
per cocci di bottiglia, dipingendoli con lo smalto o rompendoli per
farli
entrare in una scatoletta. Nei disegni e negli scritti dei bambini ho
potuto
osservare i molteplici legami che si formano fra la mente di chi
ascolta e le
figure della fiaba, come se il mondo dopo la narrazione fosse un poco
cambiato:
durante il racconto nasce qualcosa che non era contenuto nel bambino e
nemmeno
nella fiaba, essendosi generato da entrambi. Ritengo che nessuna
struttura
narrativa e simbolica favorisca questa generazione di nuove figure come
la
fiaba antica. Una volta un bambino di sette anni aveva
sentito una
fiaba sudamericana nella quale il protagonista, un bambino di nome Pau,
faceva
un lungo viaggio. Si era anche trovato solo in un bosco, e aveva bevuto
l'acqua
del ruscello: in quel momento aveva sentito dei passi
che l'avevano turbato. Il bambino aveva disegnato
Pau chino sul
ruscello, col bosco fitto alle sue spalle. Tra lui e il bosco, un
animale di
media grandezza, col corpo simile a un cane o a un gatto, e la testa
come una
sfinge. Dato che la fiaba passava a raccontare nuove avventure, in
nessuna
delle quali c'era uno strano animale, e non spiegava cosa aveva
spaventato Pau,
non capivo il disegno, così girai il foglio e lessi:
Io ho fatto questo disegno per
sapere di chi erano quei passi Giocando con le immagini e i raccordi
narrativi della
fiaba il bambino aveva fatto uscire dal suo proprio bosco, che era lo
stesso
bosco di Pau, un suo animale. Racconto fiabe antiche, scritte prima che si
pensasse
che servivano a educare i bambini, quando gli adulti non consideravano
la magia
e i reami fantastici con superiorità condiscendente. Una di
queste fiabe è Cenerentola,
come si trova nella prima e più bella raccolta di fiabe del
mondo, il Cunto
de li cunti di Giambattista Basile (1634-1636). Vi si racconta di
una
principessina orfana di madre: il padre, che l'amava moltissimo, si era
però
risposato con una donna che le dava occhiatacce spaventose. La
principessina se
ne lamentava sempre con la maestra di cucito, e sospirava: "O dio, e
non
potisse essere tu la mammarella mia, che me fai tante vruoccole e
cassesie?" (Cit., p. 124)[1]. Esperta nell'arte di ricamare, sfilare, e
intrecciare
trame e orditi, la maestra le espose un piano, seguendo il quale il suo
desiderio si sarebbe realizzato, e la protagonista non esitò ad
attuarlo.
Chiese alla matrigna di prenderle un vecchio vestito drinto lo
cascione
granne de lo retretto (ivi, p. 126), nella cassapanca del
ripostiglio, per
rispamiare quello nuovo che indossava, e quando le fu chiesto di
reggere il
coperchio, obbedì. Mentre la matrigna era spenzolata nella cassa
a cercare la
principessina lasciò il coperchio, che battendo sul collo della
donna glielo
ruppe. Dopo poco tempo prese a insistere col padre perché si
risposasse con la
maestra di cucito, e finalmente lo convinse. Ma solo per pochi giorni
si realizzò
il suo desiderio di avere una madre che l'accontentava in tutto: presto
la
nuova matrigna portò in casa sei figlie sue, e insieme a loro le
tolse tutto
ciò che aveva, ogni privilegio,
anche la
sua stanza, anche l'affetto del padre. La principessina, abituata a una
bella
camera e a un letto a baldacchino, dovette adattarsi a lavorare come
una serva,
in cucina, nel canto del fuoco, fra la cenere, tanto che perse anche il
suo
nome e fu chiamata da allora Gatta Cennerentola. Racconteremo successivamente come continua la
storia,
e la analizzeremo in profondità, per il momento vogliamo
osservare l'assassinio
perpetrato da Cenerentola, che nelle versioni correnti, in particolare
quella
del film di Walt Disney (1950), è impensabile. I bambini, di
età dai sei ai
tredici anni, ai quali racconto questa versione, non hanno mai mostrato
stupore
né hanno fatto domande sul matricidio, c'è anzi un
disegno a colori tenui, di
un'alunna di seconda media, nel quale Cenerentola, somigliante alla
bambina che
l'ha fatto, ha appena lasciato il coperchio, che sta per rompere l'osso
del
collo alla matrigna spenzolata nella cassapanca. Un bambino della stessa età,
abitualmente poco
diligente a scuola, ha fatto un disegno straordinario. C'è un
grande camino che
occupa quasi tutto il foglio, alla base del quale, che è anche
la parte più
bassa del disegno, è distesa Cenerentola, probabilmente
addormentata, mentre
nell'angolo destro del caminetto la veglia un gatto. Entrambe le figure
sono
contornate da una linea che le racchiude isolandole, e il loro sfondo
è rosso,
a contrasto con il nero del camino. Questo sfondo con Cenerentola
distesa
potrebbe ricordare una bara, e rappresenta perfettamente la
degradazione e il
lutto, la depressione di Cenerentola, che finirà solo quando
comincerà a uscire
con abiti magici e meravigliosi. Il particolare più commovente
di questo
disegno è però l'abito dell'eroina tra la cenere,
stracciato, a toppe, come si
racconta, povero e trascurato: ma il bambino ha dipinto le toppe di
tutti i
colori che aveva. La molteplicità dei colori rivela una grande
ricchezza
psichica, anche se per il momento l'identità del personaggio
è a pezzi, come la
veste di Arlecchino. Nel cuore della condizione degradata, nel
sonno, o
nell'immobilità nella bara,
c'è una
ricchezza, e preannuncia la crescita e la trasformazione che la fiaba
rappresenta come in poesia. 2. Una bambina troppo perfetta Tra le mille e una Cenerentola sparse in
tutto il
mondo, quella di Perrault è la più famosa, anche
perché ha ispirato il film di
Walt Disney. Poco resta di sporco o degradato in questa Cenerentola,
sottoposta
a una matrigna, la donna più altezzosa e arrogante del mondo,
che ha due
figlie identiche a lei, pronte a maltrattare la dolcissima sorellastra
in ogni
modo. Si rappresenta in questa fiaba un'eroina tutta buona, di una
bontà che la
rende vittima passiva. Quando le sorellastre si preparano per il ballo
del
figlio del re, si prendono gioco di lei chiedendole se le piacerebbe
andarci, e
chiamandola Cucendron, Culincenere, la escludono. Ben
diversa
dalla protagonista di Basile, questa Cenerentola subisce quasi
masochisticamente i soprusi, e dedica il suo lavoro e il suo buon gusto
a
preparare le due smorfiose per la festa. Alla matrigna più
arrogante fa da
contrappunto la madre morta, che era stata la donna migliore del mondo.
La perfetta bontà di Cenerentola
corrisponde
all'immagine idealizzata con la quale l'ascoltatore si difende dalle
sue
proprie componenti aggressive, e la popolarità di questa
versione corrisponde
all'educazione come troppo spesso viene intesa da genitori e
insegnanti: il
bambino viene sollecitato a rimuovere lo sporco, le pulsioni
aggressive, la
gelosia, e solo se corrisponde all'immagine ideale dei suoi educatori
ne merita
l'affetto. In questo modo l'educazione dei bambini, a casa e a scuola,
incoraggia i processi di rimozione degli aspetti perturbanti, che non
corrispondono agli ideali consensuali, e rende impossibile
un'articolazione
della vita interiore con la sua pregnanza affettiva, nella quale sono
intrecciate pulsioni distruttive e pulsioni riparatorie. Rimuovendo le
prime si
ottiene nella migliore delle ipotesi una personalità nevrotica
costruita
attorno a un ideale dell'io, perché le pulsioni distruttive
possono trasformarsi
solo trovando un linguaggio, un accesso alla coscienza, una modulazione
affettiva nella vita di relazione. Se la condanna moralistica le chiude
nel non
sapere di sé, formando una parte inaccettabile, oscura, della
personalità,
anche gli aspetti costruttivi più profondi, creativi, restano
inibiti. In una
educazione idealizzante la persona può essere adattata, non
creativa, può
accettare le norme consensuali, non maturare un vero senso morale. Una volta, raccontando fiabe antiche [2] in una prima media, ho visto una bambina di
prima
media, grande e grossa, che stava sempre accigliata in disparte.
Finché un
giorno, proponendo la drammatizzazione di una fiaba, cercavo chi
venisse a fare
la suocera strega che vuol uccidere i bambini dai capelli d'oro, e
mentre
nessuna bambina ne voleva sapere, quella sempre accigliata si
alzò, e facendo
spallucce disse: "La faccio io, tanto io sono cattiva!". La drammatizzazione riuscì per la
bravura della
bambina cattiva: sembrava che avesse già calcato le
scene, mentre
recitava per la prima volta. In quella classe le drammatizzazioni
proseguirono
con successo, e la bambina istruiva le sue compagne. Da allora
iniziò una
trasformazione positiva nel suo rapporto con la classe e nel rendimento
scolastico. Poter esprimere la cattiveria, la
malevolenza, l'odio,
è come avere un'arena in cui far correre i tori, o un ring per
il pugilato: col
contenitore appropriato, ogni aspetto psicologico può trovare un
canale
espressivo e articolarsi in relazione con gli altri e con la propria
cultura.
Se si forma un contenitore adatto, un fattore d'isolamento può
diventare un
fattore di relazione: perché accada occorre ascoltare e
accogliere ciò che si
presenta in una situazione, non respingerlo senza dargli nome con un
giudizio
moralistico. Chi si occupa di educazione può chiedersi quante
volte delle
indicazioni, che vengono fornite come psicologicamente corrette, sono
invece
funzionali a questo moralismo e al bisogno di dimenticare che i nostri
affetti
sono ambivalenti. In quasi tutti i libri di fiabe per bambini,
come nel
film di Walt Disney, Cenerentola è una bambina ideale,
arrendevole e passiva:
non osa nemmeno esprimere un desiderio. Lo fa per lei la fata madrina,
impartendole anche le istruzioni sull'ora alla quale deve lasciare il
ballo.
Vedremo successivamente il significato delle volontarie fughe di
Cenerentola,
delle sue trasformazioni reversibili da elegante e splendente a sporca
e
oscura: ma in Perrault e nelle versioni che ne sono derivate la
protagonista ha
come sola attività il pianto. Il giorno del ballo: ...le due sorelle partirono alla volta del palazzo reale e Cenerentola le seguì con gli occhi più a lungo che poté; poi, quando non le vide più, scoppiò a piangere. La sua madrina, venutala a trovare, la vide in un mare di lacrime e le domandò cos'avesse: - Io vorrei... vorrei... Piangeva così forte che non poteva continuare. La madrina, che era una fata, le disse: - Vorresti andare al ballo, non è vero? - Ahimè, sì, - disse Cenerentola con un sospiro. (I racconti
di Mamma l'Oca, 1797, p. 19) Come si racconta di un'attività
distruttiva, del
matricidio, nella versione di Basile si racconta di quando Cenerentola
riceve
in dono un seme di dattero e lo coltiva con amore mattina e sera,
zappandolo
con una zappettina d'oro, annaffiandolo con un secchiello d'oro, e
asciugandolo
con un tovagliolo di seta. Il dattero diventa una palma alta come una
persona,
e allora ne esce una fata che chiede: "Che cosa desideri?". Scrive Bruno Bettelheim: Eliminando l'albero e sostituendolo con una fata madrina che sbuca improvvisamente e inaspettatamente dal nulla, Perrault priva la storia di parte del suo più profondo significato (Il mondo incantato, 1976, p. 250). Se Perrault avesse attinto al Cunto de li
cunti
di Basile, eliminando come elemento perturbante e inaccettabile la
colpa di
Cenerentola, il matricidio, avrebbe così perduto anche il
processo di
riparazione della figura materna che culmina nella crescita della palma
da
dattero. La maggioranza dei bambini ai quali racconto La Gatta
Cennerentola sceglie
spontaneamente di rappresentare questo albero, perché coglie il
simbolo
centrale della storia, il punto di trasformazione fondamentale al quale
la
versione di Perrault rinuncia. Una volta un bambino di seconda media ha
disegnato la
palma al centro, con una figura femminile che esce dall'albero come
un'antica
driade. Cenerentola ancora mal vestita la guarda e nel suo fumetto si
legge: Vi
ho annaffiato con il secchio... Così il bambino ha riscritto
quello che
ricordava della filastrocca di Basile, con la quale, in nome delle cure
che gli
ha dedicato, Cenerentola esprime il suo desiderio: Dattolo mio 'naurato, co la zappetella d'oro t'aggio zappato, co lo secchietiello d'oro t'aggio adacquato, co la tovaglia de seta t'aggio asciuttato, spoglia a te e vieste a me! (Basile, cit., p. 130) [3] Il bambino ha disegnato una palma da dattero
con otto
rami e quattro robuste radici, ai piedi dell'albero si vedono gli
strumenti per
curarlo, mentre alle spalle di Cenerentola una carrozza è
già pronta. Forse per
una scarsa conoscenza dell'antico mezzo di trasporto il bambino l'ha
raffigurata simile a una carrozzina per neonati, che rimanda alla
potenza
generativa della situazione magica. Anche i raggi delle ruote sono
otto,
formando un mandala, simbolo del processo di crescita[4]. La scena, di cui la storia non dice in
quale momento
accada, è qui rappresentata di notte: in cielo splendono una
falce di luna
crescente, come Cenerentola rappresentazione del femminile, e otto
stelle. Il potenziale di crescita di questo bambino
si è
articolato con la fiaba antica, nella comprensione intuitiva dei suoi
simboli,
permettendo la rappresentazione di un bellissimo sogno di
trasformazione e di
ricchezza: perché un sogno si realizzi bisogna prima di tutto
sognare, perché
un bambino abbia la forza di seguire i suoi desideri migliori bisogna
aiutarlo
a raccontarli. 3. Una bambina prigioniera nel buio La morte della madre è una delle
costanti essenziali
nella storia di Cenerentola: si racconta che era morta, non se ne parla
affatto, o si comincia proprio con la sua morte. È il caso di Aschenputtel,
la Cenerentola dei Grimm, che pur essendo tutta buona come quella di
Perrault,
si muove, come vedremo, in una trama di maggiore ricchezza simbolica e
narrativa. Prima di morire la madre chiamò la sua
unica figlia e
le disse: "Bimba mia, sii sempre docile e buona, così il buon Dio ti aiuterà e io ti guarderò dal Cielo e ti sarò vicina". Poi chiuse gli occhi e morì. La fanciulla andava ogni giorno sulla tomba della madre, piangeva ed era sempre docile e buona (Grimm, Fiabe per i fanciulli e per la famiglia, 1812-1815, vol. I, p. 94). Con la morte della madre si rappresenta la
perdita
della buona madre, quella che è sempre pronta a donare,
ad accontentare,
ad accogliere. Così si introduce la necessità di
crescere, di rinunciare a una
condizione di piena soddisfazione che viene fantasticata come se fosse
esistita
nel passato, per poi venire a mancare nel presente. Ognuno fa
esperienza, se
non lo vive come condizione permanente, di questo rimpianto per una
situazione
o una persona collocata in un passato perduto, morto, insieme alla
quale si è
perduto irrimediabilmente il vero bene, la vera felicità. Che si
tratti della
propria infanzia idealizzata, di un amore finito, del Paradiso
Terrestre o
dell'Età dell'Oro, il gioco consiste nel preservare un bene
perfetto
dislocandolo nel passato. In questo modo si può continuare a
credere alla sua
esistenza, giustificandone la mancanza di fatto, per sopportare la
delusione e
la sofferenza presenti. La Gatta Cennerentola di Basile
uccide la prima
matrigna nell'illusione di ripristinare una relazione perfetta con la
madre, e
così facendo cade in una condizione ancora peggiore. Aschenputtel
invece
piange ogni giorno sulla sua tomba, e quando il padre si risposa con
una donna dura
di cuore, le cui due figlie la maltrattano riducendola a un'umile
serva,
continua ad essere docile e buona. Come ricorda Bruno Bettelheim, la perfetta
bontà di
qualcuno è realistica quanto l'apparizione di una fata madrina.
Ma per quanto
non realistica, la sensazione di una perfetta bontà è
vera psicologicamente,
come quella di un'assoluta malvagità, attribuita a sé o
all'altro. In questi
casi si subisce il dramma dell'ambivalenza, che è alla base del
nostro
psichismo, ma che è tollerabile solo quando la maturità
affettiva consente di
modulare la vita di relazione e l'ascolto della propria vita interiore.
Due
bambini che litigano si attribuiranno vicendevolmente la colpa di
qualcosa, e
se passeranno a picchiarsi ciascuno dei due cercherà di punire
nell'altro la
parte cattiva che espelle da sé. È lo stesso meccanismo
che causa l'odio
razziale: il male che non sopporto di riconoscere in me è
dislocato,
proiettato, sull'altro, che posso combattere, per ripristinare la
situazione
buona che a causa della malvagità dell'altro è stata
perduta. Per quanto abbiamo
esempi antichissimi di una saggezza che sollecita a prendere le
distanze da
questi stati d'animo totalizzanti e distruttivi, continuiamo a essere
giocati
dal bisogno di negare l'ambivalenza perturbante che ci costituisce, e a
distruggere l'altro illudendoci di distruggere il male. Nel processo di crescita il bambino vive
grandi
difficoltà nell'adeguarsi ai modelli che gli propongono i
genitori e gli
educatori in genere; a volte non capisce, non può capire, cosa
gli viene
chiesto, perché è troppo contraddittorio. Deve tollerare
stati d'animo in cui
si sente ingiustamente maltrattato, e altri stati d'animo in cui si
sente così
sporco e crudele che crede sua la colpa di una malattia grave, di un
incidente
o della morte di un membro della famiglia. La coppia di persecutore e
perseguitato, vittima e aguzzino, prima che all'esterno, tra due
persone reali,
vive dentro di noi, come gioco drammatico e potenzialmente tragico tra
fantasmi
crudeli e fantasmi salvifici, tra figure genitoriali positive e
negative. Solo
la maturità, intesa qui come competenza affettiva all'ascolto di
sé e degli
altri, consente di riconoscere l'ambivalenza: di tollerarla, e di
modularla,
facendone esperienza vera. La perdita della madre, l'assenza della madre
buona e
idealizzata, al posto della quale subentra, in un'alternanza schizoide
dalla
quale nessuna crescita è immune, una figura materna ostile,
invidiosa, crudele,
inscena i due lati opposti della figura materna. Cenerentola
sarà ridotta a una
condizione sporca e degradata, tanto brutta da non poter nemmeno uscire
come le
sue sorelle: precipiterà nella condizione che il bambino avverte
come una
minaccia che può annientarlo se non riuscirà a capire e a
costruire quello che
il mondo adulto si aspetta da lui. Nelle sue diverse fasi e varianti,
Cenerentola è
abbandonata, perseguitata o respinta da tutti, vive
nella cenere, o in un pollaio, o coperta da
una pelle d'asino che la rende repellente. L'invisibilità della
sua bellezza,
la perdita del suo stesso nome, allude a una percezione di sé
comune negli
stati di tipo depressivo: "nessuno si accorge di me, nessuno mi vuole
bene, nessuno si occupa di me, nessuno mi vede". Per uscire da questa condizione qualcosa deve
accadere: ma può bastare che la protagonista della storia, il
filo
dell'identità con la quale si attraversa la densità
perturbante della vita,
ricordi un gesto che qualcuno ha fatto nei suoi confronti, anche una
sola
volta, può bastare il ricordo di uno sguardo diverso.
Irrealistico e vero
quanto l'assoluta bontà o l'assoluta cattiveria di qualcuno,
può bastare un
sogno al quale si dia credito, per uscire dalla cenere. Le fiabe non sono realistiche, ma sono vere,
come sa
bene una bambina ripetente di prima media, che preoccupava gli
insegnanti
perché non partecipava ai giochi né ai discorsi dei
compagni. La vedevo a ogni incontro nel primo banco,
immobile e
pallida, poco attraente: se provavo a
rivolgerle la parola, la vedevo irrigidirsi ancora di più, con
lo sguardo fisso
e spaventato, come se chiedesse solo di non essere di nuovo
sollecitata, come
se affermasse con la sua fissità un'incapacità a
rispondere, a essere nel gioco
di tutti. Una volta avevo raccontato nella sua classe la storia di una
principessa, che tre fratelli, ciascuno con una straordinaria
abilità, avevano
liberato dalla torre in cui era chiusa da chissà quanto tempo
con un immenso
tesoro. Tornati alla casa del padre, i fratelli avevano diviso in
quattro parti
il tesoro senza litigare, ma arrivati alla bella prigioniera ciascuno
di loro e
il padre avevano affermato che il loro diritto ad averla era maggiore
di quello
degli altri. L'autore della fiaba, Giovan Francesco Straparola,
scriveva
quattrocento anni fa che cominciarono a litigare, e neppure il ricorso
al
giudice servì a trovare l'accordo: E furono fatte
molte e lunghe dispute, chi di loro meritasse di averla; e fino al
presente
pende la causa sotto il giudice. A cui veramente aspettar si debba,
lasciolo
giudicare a voi (Le piacevoli notti, 1551-1553, vol. II, p. 60). Gli alunni risposero con sorprendente
entusiasmo alla
richiesta di dirimere la questione, c'era chi preferiva uno dei
fratelli, il
più giovane, e chi il più vecchio, un bambino poi disse
che la bella
prigioniera doveva sposare il padre, così lui guadagnava una
moglie e i figli
una mamma. Una bambina a un certo punto osservò: "Secondo me
dovevano
chiederlo a lei, perché non la facevano scegliere?". Loro stessi
osservarono che questa principessa non parlava mai, e quando mi
chiesero perché
rilanciai la domanda: "La fiaba non lo dice, ma se la bella
prigioniera non parla ci dev'essere una ragione. Quale sarà?". Il mio intervento stava finendo, e chiesi ai
bambini di scrivermi le loro risposte. Anche la bambina che restava
immobile
senza parlare mi diede la sua ragione per tanto silenzio: La pricepesa non parlo ma stando nel castello buio che non parla con nessuno. La bambina diceva per la prima volta qualcosa
sul
proprio silenzio, era prigioniera nel buio, e non aveva nessuno con cui
parlare, ma ora era pronta a farlo, perché ci stavamo
interrogando sul
misterioso silenzio della Bella prigioniera. La mia emozione fu
pari a
quella di un filologo che veda per la prima volta un documento in una
lingua
fino ad allora inaccessibile, dove non può venire in mente che
si debbano
correggere errori, perché ci sono strumenti espressivi da
comprendere, e parole
che nascondono e rivelano, nel gioco che forma e trasforma di continuo
ogni
lingua. L'anacoluto è fecondo come se lo usasse un poeta: "la
pricepesa
non parlo", sta per: "la principessa non parlò", ma grazie
all'errore permette alla bambina di dire allo stesso tempo: "non parlo,
io
non parlo". La bambina rivelava che il suo mutismo e
l'isolamento
dipendevano dal fatto che si sentiva al buio da tanto tempo, e in una
frase
cancellata si poteva leggere ancora: Buio castello non pala con nessuno mon sapeva a chi dirlo la decisione... Anche la bambina lasciata al buio, alla quale
le
sollecitazioni ad aprirsi arrivavano incomprensibili e minacciose, era
una pricepesa,
una principessa, come tutte le sue compagne, e ora diceva che avrebbe
avuto
qualcosa da dire, e sapeva anche scegliere, solo che a nessuno era mai
interessato davvero chiederglielo, ascoltarla. Leggendo queste composizioni dei bambini mi
chiedo
come sia possibile che da una parte letterati sensibili riconoscano
vertigini
di senso nella letteratura sperimentale e nelle espressioni primitive o
popolari, ormai perdute, mentre a scuola si continua come sempre a
chiedere ai
nostri piccoli, che dovremmo aiutare a crescere, di rinunciare alle
loro
parole, di considerarle errori, per assumere parole e strutture
sintattiche che
possono apparire estranee, specialmente se vivono una
marginalità culturale.
Come psicoanalista ipotizzo che la scissione tra la ricerca linguistica
e i
modelli educativi applicati a scuola nell'insegnamento della lingua
riproduca
la rimozione dei bisogni affettivi dei bambini, e del bambino che
ciascuno di
noi porta dentro. Per quanto possa essere utopistico, credo sia
necessario esercitarsi a essere sensibili e colti anche nei confronti
del
linguaggio di questi bambini, che in certi casi sono solo spaventati.
Non si
tratterebbe di fare una diagnosi, non in quel contesto, né di
descrivere
clinicamente il caso: molte difficoltà si scioglierebbero se il
contenitore in
cui vivono tanto, la scuola, fosse prima ricettivo che giudicante, se
solo si
riuscisse a ricordare che nessun giudizio ha senso se non è
stato preceduto da
un ascolto [5]. Come nel caso della bambina che faceva le
parti di
cattiva, perché tanto lei era cattiva, alla bambina
immobile e taciturna
bastò questo ponte espressivo gettato con la fiaba antica tra la
sua difficoltà
e il resto della classe, per uscire dall'isolamento. Tre incontri dopo
questo,
a commento della drammatizzazione collettiva di una fiaba, un suo
compagno di
classe scrisse: A me piace la
fiaba mimata perché si può capire meglio la fiaba e
perché sembra che prenda
vita, mimandola ci possiamo divertire lavorando insieme. Certe volte mi
piace
mimare perché mi diverto e diverto i miei compagni, riempiendo
l'aria di
allegria Nella sua lingua un po' diversa, la bambina
uscita dal
buio scriveva la stessa cosa: A me per le reciature sono belle quando si racontano ognuno la storia sono belle quando si scrivano ognuno dell'un alunno e spiega la storia e più si diverte che uno c'ià una sua penionione Le storie dei bambini hanno la stessa
intensità
poetica delle fiabe, e sono loro a farci vedere quale forza di crescita
si
sprigiona se si realizza una situazione di ascolto, e se in questa
situazione,
come su un'aia d'estate, o intorno a un focolare, ricreata con
sensibilità e
competenza nelle aule prefabbricate di una scuola pubblica,
anziché rimpianta
come perduta, si racconta una fiaba antica. Ricordo a questo proposito una storia della
tradizione chassidica:
Un tempo il rabbi di una certa comunità, quando il suo popolo aveva un bisogno o un desiderio, si recava in un luogo sacro del bosco, accendeva il fuoco ritualmente, recitava una preghiera, e il desiderio veniva esaudito. Il rabbi, il maestro, della generazione successiva, aveva dimenticato la preghiera, ma quando ce n'era bisogno andava in quel luogo nel bosco, accendeva il fuoco, e diceva: "Signore, abbiamo dimenticato la preghiera, ma siamo venuti in questo luogo sacro, abbiamo acceso il fuoco, e ti preghiamo di esaudire egualmente il nostro desiderio", e veniva esaudito. Nella generazione successiva dimenticarono anche come si accendeva il fuoco, ma il rabbi andava nel bosco, e diceva: "Signore, noi non conosciamo più la preghiera, né come accendere il fuoco, ma siamo venuti in questo luogo sacro, e ti chiediamo di esaudire egualmente il nostro desiderio". Quando l'ultimo maestro doveva provvedere ai desideri e ai bisogni del suo popolo, si era perduta anche la via per giungere al luogo sacro nel bosco. Allora il maestro si sedeva nella sua stanza, e pregava così: "Noi non sappiamo più la preghiera, non conosciamo il rito per accendere il fuoco, e abbiamo smarrito il sentiero che porta al luogo sacro nel bosco. Tutto ciò che sappiamo fare è ricordare questa storia e raccontarla, e questo deve bastare". E i desideri della comunità venivano esauditi. 4. Una Cenerentola più colorata Di tutte le
varianti italiane della famosa Cenerentola, la più colorata e
mediterranea è
questa fiaba dei datteri, raccontata dalla grande narratrice
palermitana Agatuzza
Messia. Non v'è traccia, qui, del patetico moralismo della
sorella reietta come
in Perrault e in Grimm, ma tutto diventa un puro gioco di fantasie
meravigliose
(Calvino, 1956, vol. II, p. 519). Così Italo Calvino, nelle sue Fiabe
italiane,
commenta brevemente Grattula Beddattula, che fu raccolta da
Giuseppe
Pitré in Sicilia alla fine del secolo scorso, e sembra derivare
per più aspetti
dal Cunto de li cunti. Il simbolo della pianta di dattero ad
esempio,
che soddisfa il desiderio della protagonista, è comune a
entrambe: ma in Grattula
Beddattula la pianta arriva già cresciuta, in un vaso
d'argento, mentre la Gatta
Cennerentola riceve un seme da piantare e gli strumenti per
coltivarlo. Una versione simile a quella preferita da
Calvino, per
la parte di viaggio interiore che rappresenta, è La
Cenerentola
contenuta nella Novellaja fiorentina di Vittorio Imbriani
(1871). In
entrambi i casi il motivo d'inizio
è la
partenza del padre con la richiesta di doni, che sono vesti e gioielli
per le
due sorelle, mentre la protagonista chiede l'Uccellin
Verdeliò. Le
sorelle con gli abiti e gli ornamenti ricevuti in dono si recano al
ballo, e
Cenerentola: ...quando le sono andate via, la va dall'uccellino: "Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so' ". La vien vestita tutta di verdemare; ricamate tutte le qualità di pesci del mare e poi brillanti mescolati che non si pol credere... (Imbriani, cit., p. 153). Anche la Cenerentola dei Grimm aveva chiesto
al padre
di portarle un ramo, e dopo aver ricevuto il rametto di nocciolo che
gli aveva
urtato il cappello sulla via del ritorno: ...lo ringraziò, andò sulla tomba della madre, piantò il rametto e pianse tanto che le lagrime vi caddero sopra e l'annaffiarono. Il ramo crebbe e divenne una bella pianta. Cenerentola ci andava tre volte al giorno, piangeva e pregava, e ogni volta si posava sulla pianta un uccellino bianco... (Grimm, cit., ivi, p. 95). Nella versione preferita da Calvino per
l'assenza di
ogni patetico moralismo, il motivo d'inizio non è la
morte della madre,
della quale non si parla affatto, e non c'è alcuna matrigna,
né perfide
sorellastre, al posto delle quali Cenerentola ha due sorelle che
cercano di
convincerla a prepararsi per andare con loro al ballo del re. Quindi in
questa
variante non compare il drammatico tema del confronto e della
separazione dalla
madre, che invece apre la storia della Gatta Cennerentola e di Aschenputtel,
continuando con le persecuzioni della matrigna e delle sorellastre.
Manca la
rappresentazione del conflitto per il quale Cenerentola è
assassina o piange
tanto sulla tomba della madre. La Cenerentola preferita da Calvino per i
suoi colori
mediterranei, e per l'assenza di patetico moralismo, comincia
la sua
storia quando questo dramma ha già avuto luogo: è al di
là della storia. Come è
fuori dalla trama della Cenerentola rossiniana, Melodramma
giocoso che
comincia con i preparativi per il ballo, e rappresenta quindi solamente
l'ultima sequenza della vicenda. Certo una fiaba non deriva il suo valore
dalla
complessità della vicenda interiore che rappresenta, ma la
comprensione
psicoanalitica non può condividere la qualifica di patetico
moralismo della
sorella reietta per il dramma di Cenerentola. Nella variante che
rappresenta prima di tutto la rottura del legame schizoide e
totalizzante con
la madre, la protagonista affronta una terrificante matassa intricata
di
aggressività, abbandono, narcisismo, depressione, e riesce
nell'impresa
difficilissima di crescere. Una bambina che stia vivendo questo
conflitto con
la figura materna, che può avere un'espressione tragica
nell'anoressia,
identificandosi con Cenerentola assassina e reietta saprà nel
racconto che c'è
una possibile soluzione, per quanto la sua distruttività la
faccia sentire
indegna, incompresa e perseguitata. Per lei il gioco brioso di Grattula
Beddattula e dell'Uccellin Verdeliò è un
orizzonte psichico ancora
inaccessibile. Quando l'educatore non tiene conto
dell'ambivalenza e
delle pulsioni distruttive che sono presenti nel bambino, non lo
ascolta, e non
può insegnargli a modulare la sua vita affettiva. Noi non
ascoltiamo i bambini
perché nessuno ci ha insegnato ad ascoltarci, e li vogliamo
convincere a
ignorare, rimuovere, i tratti più oscuri, che insieme a quelli
luminosi ci
costituiscono, perché non vediamo una strada per risolverli.
Dimentichiamo ciò
che è tanto facile guardare tutto intorno a noi: noi siamo come
siamo, non come
dovremmo essere. Sappiamo che nella collera si peggiora una relazione,
ma
questo non ci impedisce di perdere le staffe, le perdiamo anzi in
maniera più
pericolosa quanto più ci forziamo a non farlo. Sappiamo che
nessuna guerra ha
mai risolto il problema di un popolo, nemmeno quello del vincitore,
eppure
continuiamo a farle. Sembra più semplice negare l'esistenza
delle difficoltà, anziché
affrontarle, imprigionandoci in un ideale dell'Io che sostituisce
all'esperienza un insieme di regole morte. Dal sapere psicoanalitico, che opera secondo
questa
consapevolezza nel lavoro clinico, non si è imparato nulla in
campo pedagogico,
e il risultato è che i bambini sono incoraggiati e forzati a
modellarsi sui
nostri ideali, non educati a fidarsi della loro sensibilità e a
imparare
dall'esperienza. Cerchiamo di cancellare dalla coscienza gli impulsi
distruttivi, come l'invidia e la voracità, rimuovendone la
rappresentazione
persino dalle fiabe, visto che non si trova un libro per bambini in cui
Cenerentola sia assassina, e che pare a Italo Calvino un patetico
moralismo
il lungo pianto di Aschenputtel, mentre si tratta di un modo
poetico,
per quanto comprensibilmente datato, di portare a espressione il lutto
e la sua
successiva elaborazione. Non accettiamo la parte di noi che non
corrisponde a
un modello idealizzato e moralistico, di qualunque segno,
e poi ci stupiamo delle esplosioni di
violenza di bambini e adolescenti. Dovremmo comprendere che si tratta
di
aspetti scissi della loro personalità, che non abbiamo certo
aiutato a
trasformarsi negando loro nome e accesso alla coscienza. Considero moralistica l'istanza pedagogica
che rimuove
dalle fiabe le figure e le azioni perturbanti, con il pretesto di
liberare il
bambino da fantasmi paurosi o patetici del passato. Nella
profondità della
psiche le regole non coincidono con quelle della coscienza, somigliando
piuttosto alla varietà policentrica e indefinibile dei sogni e
delle fiabe. È
perturbante accettare questa verità, ma farlo apre una
possibilità di ascolto,
di contatto con la verità propria e degli altri, che, se non ha
certezze, porta
però a sentirsi in cammino nella vita. E come nella fiaba, un
seme di dattero
coltivato con amore e costanza, una colombina bianca che insegna come
rivolgersi alla fata Colomba dell'isola di Sardegna, nella cenere del
focolare
o su un ramo di nocciolo, contengono una magia. Sono simboli, nuclei di
senso
che nessun ragionamento può definire. 5.
Come nelle fantasme Quando da una scuola o da una biblioteca mi
chiedono
di tenere una conferenza, se propongo come titolo C'era una volta
Cenerentola assassina, chiedono di solito, se possibile, un titolo
meno
violento, mentre i bambini, come abbiamo visto, non avendo ancora
un'identità
del tutto strutturata secondo norme consensuali e rigide
idealizzazioni,
comprendono la fiaba in maniera eccellente. Quando chiedono se non
è pericoloso
per il senso di realtà dei bambini nutrirli di fiabe e miti
pieni di cose non
realistiche, insegnanti e genitori esprimono spesso preoccupazione per
il loro
proprio equilibrio fondato sulla rimozione, non per l'educazione dei
bambini.
Allo stesso modo a volte mi chiedono se la psicoanalisi, che è
uno strumento
per conoscersi in profondità, può turbare l'equilibrio in
maniera pericolosa.
La conoscenza di sé è il percorso che consente di
nominare gli oggetti
psichici, non la magia pericolosa che li crea: le realtà
minacciose sono
interiori. Tanto tempo fa, la prima volta che teneva un
ciclo di
incontri con i bambini, fui sollecitata dall'insegnante di classe, una
seconda
elementare, a dire che i miti greci non erano veri. Un genitore era
venuto a
lamentarsi perché la sua bambina aveva affermato che nell'antica
Grecia si
poteva nascere anche dalla testa o dalla coscia. Ero tenuta a dire
qualcosa, ma
non avevo nessuna intenzione di definire non veri fin dalla loro
nascita Atena
e Dioniso. Allora chiesi ai bambini se conoscevano il
loro segno
zodiacale, e tutti in classe lo sapevano. Dopo aver disegnato tanti
punti sulla
lavagna chiesi ancora: "Avete mai visto il cielo stellato?" e,
siccome era nell'esperienza di tutti i bambini, continuai: "Avete visto
le
stelle come tanti puntini luminosi, così... ecco, molte migliaia
di anni prima
di inventare la scrittura, gli uomini guardando il cielo videro le
costellazioni, che possiamo disegnare così... alcune linee
collegano certe
stelle, e formano una costellazione, come quelle dello zodiaco, o come
l'Orsa
maggiore e l'Orsa minore, con la Stella Polare nella coda, che permette
di
orientarsi nel buio... Ecco: la realtà di tutti i giorni, le
cose che si vedono
e si toccano, uguali per tutti, sono come i puntini luminosi, mentre le
storie
che raccontiamo, miti e favole, sono come le linee che collegando i
puntini fra
loro permettono di vedere le figure nel cielo". Ma sono gli adulti ad aver bisogno di certe
spiegazioni, non i bambini, basta leggere alcune cose che scrivono
spontaneamente dopo aver ascoltato una fiaba, come questa bambina di
seconda
media: Secondo me
questa fiaba sarà anche fantastica, ma è bella, e mi
piacerebbe molto che
invece di essere fantastica fosse vera. Mi è piaciuta
moltissimo. So
superbenissimo che questa fiaba è fantastica, ma vorrei essere
una
protagonista. La bambina che recitando i personaggi cattivi
era
uscita dal suo isolamento, dopo l'ultimo incontro mi scrisse una
piccola
lettera: Quando noi
arriviamo al giovedì siamo tutti contenti perché arriva
lei e con le sue favole
entriamo in un mondo di gioia e di fantasia, e quando bussano scoppia
la mia
fantasia e mi scoccia molto. Chiudiamo la porta e io rimonto nella mia
nuvoletta multi colori per avviarmi nel mondo fantasioso. Purtroppo la
favola
finisce e il mio mondo e la nuvoletta diventano briciole che nel corso
dei
giorni si ricompongono per un'altra fiaba che parli di amicizia, e di
fedeltà. È difficile che un adulto, per quanto
sensibile e
attento, raggiunga in un solo ciclo di incontri sulla fiaba una
comprensione
così piena della sua funzione: un gioco di relazioni e di
simboli che per un
po' permettono alla mente di sciorinare sogni e paure, come panni in un
giorno
di sole; anche se viene interrotto bruscamente dalla custode che bussa
per
chiamare l'insegnante, sa riprendere quota, aereo. Il mio mondo e
la
nuvoletta incantata poi diventano
briciole, scrive la bambina, e pensiamo alle sue difficoltà da
affrontare nella
vita quotidiana, fatta troppo spesso di ritmi disarmonici, di fili
spezzati,
riflessioni interrotte. È ben chiara per lei la differenza tra
il mondo della
fiaba e del sogno e quello della realtà di tutti i giorni, ma la
cosa più bella
sono le briciole che restano quando la fiaba è finita,
simili ai semi
che secondo Bettelheim si depositano
nella mente del bambino. Briciole, frammenti di cibo, che senza sforzo nel
corso dei giorni si ricompongono per un altra fiaba che parli di
amicizia, e di
fedeltà. Il senso di verità non coincide con il
realismo di
un'esperienza, e ne è completamente separato se s'intende per realtà
qualcosa
che richiede di rimuovere il senso del sogno e del desiderio. Cosa
c'è di
realistico in un innamoramento? o in uno stato di depressione che vede
chiuso,
bloccato da ogni parte, l'orizzonte altrimenti vasto e aperto della
vita?
Acquisire il senso della realtà comune a tutti, apprendere e
affinare un
linguaggio che permetta di comunicare e crescere insieme, richiede una
lunga
frequentazione dei registri fantastici, onirici, simbolici, sia
personali che
collettivi. Il nostro tempo è il solo nella storia
della cultura
in cui un bambino rischia di crescere senza alcun nutrimento simbolico.
Un'educazione che crede di costruire il senso della realtà
rimuovendo questi
registri non fa che rafforzare le serrature delle stanze dove sono
chiusi i
nostri fantasmi, dimenticando che le realtà incorporee si
beffano di qualunque
serratura. Un realismo di questo tipo porta a una visione del mondo
più
anti-scientifica di quella dei miti o delle fiabe che vorrebbe
dimenticare come
primitiva e infantile. Lo comprende bene Italo Calvino quando spiega
cosa lo ha
spinto a scrivere le Fiabe italiane: ...È che io
credo questo: le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro
sempre
ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione
generale
della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle
coscienze
contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a
un uomo
e a una donna, soprattutto nella parte di vita che appunto è il
farsi di un
destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un
auspicio o una
condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi
maturo,
per confermarsi come essere umano (cit., vol. I, pp. 15-16) [6]. In campo letterario è netta e
insuperabile la
definizione di Marcel Proust a proposito del realismo nel racconto: La letteratura che s'accontenta di "descrivere le cose", di darne appena un miserabile rilievo di linee e di superfici, è, pur chiamandosi realista, la più lontana dalla realtà, quella che più ci impoverisce e ci rattrista, perché interrompe bruscamente ogni comunicazione del nostro io presente con il passato, di cui le cose serbavano l'essenza, e con il futuro, dove ci incitano a goderne nuovamente (Alla ricerca del tempo perduto, trad. di G. Raboni, 1993, vol. IV, p. 565). Quando temono che ascoltando una fiaba i
bambini si
aspettino di trovare l'orco alla fermata dell'autobus, o il drago dalle
sette
teste nel giardino zoologico, gli adulti esprimono il loro realismo
antiscientifico, come se entrassero in rapporto con la realtà
solo a patto di
negare la molteplicità di registri che sono sempre presenti
nella nostra mente,
che vanno da quello più oscuro del sogno notturno a quello della
fantasia a
occhi aperti, senza la quale è difficile pensare al formarsi di
un desiderio e
di un progetto. Non riescono a vedere che nella fiaba stessa ci sono formule di entrata e di uscita. C'era una
volta, tanto tempo fa, nell'ultimo dei reami... stretta la foglia larga
la via
/ dite la vostra che ho detto la mia... si avverte che si entra in
un reame
particolare, delimitando la fiaba, come addormentarsi e svegliarsi
delimita il
sogno notturno. Tra i personaggi fiabeschi che dedicano cure
amorose a
un oggetto che dispiega in loro favore le sue virtù magiche,
c'è Adamantina,
una bambina orfana di madre come Cenerentola. Si racconta che
s'innamorò di una poavola[7], un bambola vista al mercato, e per averla
diede una
libbra di filo, tutto ciò che possedeva, anziché comprare
il pane. Per questo
prese le botte dalla sorella maggiore, ma non se ne lamentò: Venuta la sera, Adamantina, come le fanciullette fanno, tolse la poavola in braccio, ed andossene al fuoco; e preso dell'oglio della lucerna, le unse lo stomaco e le rene: indi, rivoltata in certi stracci ch'ella aveva, in letto la mise, ed indi a poco, andatosene a letto, appresso la poavola si coricò (Straparola, cit., vol. I, pp. 221-222).
Attraverso molte peripezie la poavola
rese
Adamantina ricca e poi sposa del re, proprio per le cure amorose che le
aveva
dedicato. Adamantina e Cenerentola, dopo aver perduto la madre,
crescono fino a
diventare regine grazie alle cure che dedicano a un seme o a una poavola:
atto che può apparire insignificante a una lettura piatta e
realistica, mentre
simbolicamente rappresenta l'esito positivo di un processo di
riparazione e di
crescita. La bambola è per la bambina ciò che lei stessa
è per la madre: le
cure amorose che le dedica simbolizzano la soddisfazione nella
relazione con la
madre. Il seme è l'elemento che contiene, invisibile, la nuova
pianta, che
nella terra germoglia e cresce come il bambino nel seno della donna. La magia segna una trasformazione psichica
profonda,
della quale nessuna descrizione realistica può dar conto, poi,
quando la storia
si è compiuta nelle pagine del libro e nel gioco della fantasia,
non si parla
più del dattero della fata Colomba, che ha dato il suo aiuto nel
momento della
massima difficoltà. La magia, il miracolo di cui parlano le
fiabe, consente
trasformazioni che sembravano impossibili, aiuta a riprendere un
cammino che si
era bloccato, per povertà, per invidia, per bruttezza, per
sfortuna, poi non ce
n'è più bisogno, come raccontava
Straparola nella fiaba della bambola: La poavola,
vedute le superbe nozze dell'una e dell'altra sorella, ed il tutto aver
sortito
salutifero fine, subito disparve. E che di lei n'avenisse,
mai non si seppe novella alcuna. Ma giudico
io che si disfantasse, come nelle fantasme sempre avenir suole (cit.,
vol. I,
p. 226). [1] O dio, e non
avresti potuto essere tu la mammetta mia, tu
che mi fai
tante carezze e moine? (Ivi, p. 125) [2] Per rendere
accessibili a un pubblico più ampio, e
in particolare ai
bambini, le antiche fiabe italiane, ne ho scelte venticinque dalle
raccolte di
Straparola e Basile alle quali ho sempre attinto per i miei racconti
nelle
scuole, trascrivendole in un linguaggio facilmente comprensibile. La mia
raccolta
(Le prime fiabe del mondo, 1996) include la prima versione a
stampa di
fiabe rimaste celebri in altre versioni, come il Gatto con gli
stivali, Cenerentola, La bella addormentata, e
comprende in equilibrio fiabe
comiche e fiabe drammatiche,
con protagonisti maschili e femminili. Sono state le mie esperienze
nella
scuola a indurmi a preparare questa trascrizione di racconti, scelti in
modo da
offrire un ampio ventaglio di rappresentazioni dei temi e dei problemi
della
crescita. [3] Dattero mio
dorato, / con la zappetta d'oro t'ho zappato,
/ con il
secchiello d'oro t'ho bagnato, / con la tovaglia di seta t'ho
asciugato, /
spoglia te e vesti me (Ivi, p. 131). [4] Per il
simbolismo del mandala e la crescita come processo
di
individuazione, vedi: Carl Gustav Jung, Gli archetipi
dell'inconscio
collettivo (1934/1954). [5] Sul lavoro
psicoanalitico con la fiaba nella scuola, vedi
il mio saggio Re
porco e i bambini narratori; in: AA.VV., La crescita
misconosciuta, Edizioni ETS, Pisa 1997. [6] A proposito
dell'attribuzione della fiaba alla cultura
orale e
contadina, occorre prendere le distanze da uno schematismo che
impedisce di
vedere come le fiabe si formino secondo movimenti complessi, non solo
di bocca
in bocca, ma anche di libro in libro, e, molto più spesso di
quanto non si
creda, dalla carta stampata alla tradizione orale, oltre che da questa
alla
letteratura culta. [7] Basile si
ispirò a questa fiaba delle Piacevoli
notti per La
papara (Basile, pp. 888-895), che prende il posto della poavola
di
Straparola. Non so se Basile ignorasse che poavola significa bambola,
e se possa aver preso il termine bergamasco per il nome di un uccello,
come alzavola o poiana: di fatto, per quello che fa
col sedere del
re, una bambola
di pezza è molto più plausibile di un'oca. Ma la papera
è stata abbastanza
fortunata da arrivare, attraverso l'Oca d'oro dei Grimm, fino
alle
versioni correnti (Grimm, cit., vol. II, pp. 19 sgg.). Valga come
esempio della
ricchezza espressiva delle fiabe, nelle quali anche il fraintendimento
è
fecondo. |
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| 2. La madre, la morte, lo specchio |
LA MADRE, LA MORTE, LO SPECCHIO Specchio, specchio delle mie brame, chi
è la più bella del reame? 1.
La relazione pericolosa Il matricidio della Gatta Cennerentola
è una
figura esplicita e perturbante della distruttività tra madre e
figlia, anche se
riguarda ogni relazione tra due esseri umani nella quale può
inscenarsi il
conflitto intrapsichico tra il fantasma materno e le possibilità
creative e
generative del soggetto, maschile o femminile. Analizzeremo la fiaba di Cenerentola nelle
sue
molteplici varianti come un racconto di straordinaria efficacia del
dramma
cruciale del femminile: la crescita, la rottura delle identificazioni
infantili
con i genitori, il lutto causato dalla perdita del loro fantasma
onnipotente,
la riparazione e la riscoperta di una figura materna positiva,
l'acquisizione
di una identità femminile eterosessuale ricca e complessa,
l'incontro esogamico
con il maschile. Approdare a questa meta è la massima
aspirazione della donna,
ma completare il cammino che consente di realizzarla è un raro
dono della vita,
che non coincide certo con la scansione cronologica che lo vorrebbe
considerare
compiuto all'età in cui di solito la donna si sposa. La fiaba di
Cenerentola è
un grande sogno collettivo che esistendo in tutto il mondo attesta il
desiderio, il bisogno, e la penosa mancanza, di questa crescita. Stiamo
parlando di un femminile che non trae la sua identità e la forza
di vivere né
dalla riproduzione acritica della figura materna né dalla
fissazione alla
figura paterna. Osserveremo nella fiaba varie
rappresentazioni della
violenza nella relazione madre-figlia, considerandole come sogni
collettivi dai
quali la censura non ha espulso l'elemento più perturbante[1]. In ogni storia di Cenerentola la madre muore
o è
morta, e il fatto che la protagonista non sia assassina come quella di
Basile
significa solo che il soggetto non mostra consapevolezza della sua
stessa
distruttività, proprio come quando sognamo che una persona cara
muore: possiamo
anche soffrirne nel sogno, e disperarci, ma se il nostro regista
notturno ha
messo in scena la sua morte, vuol dire che la nostra
aggressività nei confronti
di quella persona si manifesta. Si dice comunemente che se si sogna che
qualcuno è morto, gli si allunga la vita, e credo che questo
detto abbia almeno
due valenze: può equilibrare il senso perturbante che la
distruttività emersa,
anche se nel sogno, provoca, oppure può indicare che la
distruttività stessa,
pur essendo emersa solo nel sogno notturno, è meno pericolosa,
perché è
pervenuta ad espressione. Intendiamo con distruttività una
componente
aggressiva, della quale nella vita di tutti i giorni possiamo osservare
le
manifestazioni nel bambino piccolo, che al genitore che non l'ha
accontentato
dice: "sei brutto, va' via, non ti voglio più", o nell'adulto
alterato dalla collera che scaglia maledizioni fatte di accidenti e
morte per
l'antagonista. Quando la madre buona è morta, la
protagonista cade in
balia di una madre cattiva: percepisce così la figura materna
quando la parte
generosa, accogliente, è stata distrutta dall'invidia e dalla
voracità.
L'alternanza tra la percezione di una madre tutta buona e una madre
tutta
cattiva designa una posizione schizoide, tanto più forte quanto
più il bambino
è piccolo, ma ricorrente in condizioni di scarso equilibrio
psichico. Melanie
Klein definisce come posizione schizoide la fase in cui il lattante
passa senza
soluzione di continuità da un benessere legato alla
sazietà, assoluto come il
paradiso, con una madre dal seno pieno che dispensa latte a
volontà, a un
malessere disperato legato alla fame, con una madre dal seno vuoto,
divorante
come la fame stessa. Possiamo osservare delle oscillazioni schizoidi
nell'innamoramento dell'adulto e nelle turbolenze dell'adolescenza, condizioni in cui si riattivano con la
massima intensità i fantasmi infantili tenuti fino a quel
momento sotto
controllo, quasi sotto chiave, dalla rimozione. L'adolescente vede nei genitori, vissuti
nell'infanzia
come onnipotenti, degli esseri incapaci e privi di comprensione, che
non fanno
altro che ostacolare la sua crescita. L'innamorato percepisce la
persona amata
come la più bella e ricca del mondo, ma se l'amore fallisce la
descriverà come
la più crudele; oppure la posizione schizoide varrà come
aggressione verso se
stessi anziché verso l'altro: credendosi ricambiato l'innamorato
si sente un re
e un probabile trionfatore, per sentirsi poi abbandonato e malvisto dal
mondo
intero appena crede di essere tradito o abbandonato. La madre, colei che dà vita, latte,
carezze,
attenzione, al neonato, quando la dipendenza dell'essere umano è
massima, è la
matrice e il modello di tutte le successive relazioni. Nel caso del
maschio
l'altro sesso, da amare nella fase edipica e nell'età adulta,
resta quello
della prima matrice, mentre la relazione col proprio sesso, col padre,
riguarda
l'identificazione: invece nel caso della femmina il primo oggetto
d'amore, la
madre, è il proprio sesso, al quale deve subentrare come oggetto
d'amore la
figura maschile, il padre, mentre la figura femminile deve costituire
il
modello per l'identificazione. L'identità maschile e
l'identità femminile hanno
percorsi diversi e non paralleli, né speculari, a meno che non
si consideri la
donna, come è accaduto anche in psicoanalisi fino a Melanie
Klein, come
specchio dell'uomo, e la sua psicologia come un gioco centrato sulla
mancanza
del pene e la rassegnazione a questa mancanza. Riteniamo che una
permanenza
oltre certi limiti nella sfera di questa relazione con la madre
comporti per la
donna l'impossibilità di pervenire all'incontro col diverso, con
l'uomo,
impedendole di raggiungere l'eterosessualità esogamica, che la
fiaba
rappresenta con le nozze regali. Non parleremo di omosessualità
femminile come della
scelta adulta di oggetti erotici del proprio sesso, ma in un senso
molto ampio,
come della tendenza a vivere e crescere esclusivamente o
prevalentemente in
relazione con l'altra donna, prima di tutto con la madre, poi con i
suoi
sostituti, sia propizi, come le amiche del cuore, sia persecutori, come
le
rivali in amore o le suocere, che, per inciso, nelle fiabe svolgono le
stesse
funzioni in rapporto alle protagoniste. Il carattere di una psiche
femminile
può essere prevalentemente omosessuale anche in presenza della
scelta di un
oggetto d'amore maschile. La donna continua spesso a rapportarsi
all'altra,
simile a sé, più che all'altro da sé, al diverso,
all'uomo, anche se si sposa e
ha figli. L'identità sociale acquisita può essere solo un
involucro, più o meno
fragile, che avvolge le caratteristiche profonde della persona,
nascondendole
invece di consentirne l'espressione, comprimendole con meccanismi di
rimozione
e denegazione anziché favorendo i processi di trasformazione
senza i quali non
esiste crescita né gioco affettivo e creativo della persona
sulla scena della
vita. La morte della madre, intesa come rottura
violenta
dell'identificazione simbiotica con la figura materna, rappresenta un
passaggio
normale nella crescita della donna. Se assumiamo il simbolo delle nozze
regali
come figura della piena identità eterosessuale ed esogamica,
possiamo dire con
la fiaba: ogni volta che nella situazione d'inizio la madre muore, la
figlia,
protagonista della fiaba, dopo una serie di tappe e movimenti, perviene
all'identità regale. Quanto affermiamo contrasta con l'immagine
della madre
eufemizzata che la cultura propone, sempre disponibile, accogliente,
pronta a
mettersi da parte per i figli, sacra come la Madonna e priva di
qualunque
pulsione egocentrica e distruttiva. L'affermazione che nello sviluppo
della donna
l'uccisione, l'eliminazione violenta, della figura materna, costituisce
un
evento normale e necessario, suona come aberrante e crudele, e turba,
perché
tocca una corda che esiste in ciascuno di noi. L'idealizzazione della
madre
serve proprio a negare, per difenderci dall'angoscia che comportano, le
componenti distruttive che nella relazione con la madre sono presenti:
ma solo
confrontandoci con ciò che esistendo ci preme, e se non ne siamo
coscienti ci
preme ancora di più, possiamo cercare di trasformarlo nella
relazione viva con
noi stessi e con coloro che incontriamo. Possiamo pensare alla morte
della
madre, che apre tutte le storie di Cenerentola, come alla caduta delle
foglie
di un albero ad autunno, senza la quale non ci sarebbero nuove foglie,
e fiori
e frutti nella nuova stagione, o alla luna che diminuisce il suo
splendore fino
a scomparire alla vista, per poi ricrescere e tornare a illuminare il
cielo
notturno. 2.
La figlia più bella della madre C'erano una volta un re e una regina che
avevano una
figlia, e la regina si ammalò gravemente. Quando capì che
era alla fine chiamò
il marito affranto e gli fece giurare che non si sarebbe risposato se
non
avesse trovato una donna bella come lei. Ogni volta che una fiaba comincia con questa
morte e
con questo giuramento, accade che il re, dopo aver pianto più o
meno a lungo la
sposa, si metta a cercare senza successo una donna con quelle
caratteristiche.
Intanto la principessa cresce, ed essendo la sola donna al mondo come
l'ha
descritta la madre e come la cerca il padre, il re vuole sposarsela. Nella raccolta di Perrault questa fiaba si
intitola Pelle
d'Asino, ma è meno conosciuta delle altre: il motivo
esplicito dell'incesto
ne ha causato l'oblio, ed è improbabile che ne vedremo un
cartone animato della
Disney. Come il matricidio della Gatta Cennerentola, le nozze
incestuose
volute dal padre rappresentano qualcosa che esiste comunemente, ed
è proprio la
sua realtà perturbante a provocarne la rimozione. Noi ci
indignamo e parliamo
di criminalità e perversione quando si verificano violenze
eclatanti nella
famiglia, ma non vogliamo riconoscere la presenza di questi temi in
ogni
relazione tra figli e genitori. Freud, che teorizzò l'amore
edipico come stadio
normale della crescita, preferì indagarlo in un solo senso, dai
figli verso i
genitori, lasciando da parte quello dei genitori verso i figli,
nonostante la
cronaca ne attesti continuamente la presenza. Se la rappresentazione
fiabesca
di questi temi viene compresa anziché rimossa, noi ci accorgiamo
che il sogno
collettivo di Cenerentola o di Pelle d'Asino ci offre un grande tesoro,
perché
insieme alla tensione perturbante racconta la sua trasformazione. Non
c'è
possibilità di contenere la patologia psichica e di favorire la
crescita se la
rimozione che guida l'educazione non
lascia spazio alla comprensione della realtà affettiva.
Riconoscere la realtà
psichica schiude la visione di una complessità che turba, ma
cercando di non
vedere si gira a vuoto. Così accade allo psicologo quando si
comporta come l'ubriaco
che, avendo smarrito il suo orologio in un vicolo buio, lo cercava
sotto un
lampione: quando gli chiesero cosa mai sperasse di trovare, si
giustificò
dicendo che quello era l'unico posto illuminato. Ben lontana dal luminoso cliché della
madre che ama
con tutto il suo grande cuore e gioisce della bellezza e della crescita
della
figlia, ma preziosa per comprendere la tensione di questa relazione,
è una
storia molisana, intitolata U padre e a figlia: C'era 'na
vota 'nu marito e 'na mogliera: chessa mogliera era 'nu poco fanatica;
a
mattina ieva sempe 'ncoppa a loggia, e quanno passava u sole
addimannava: Sole mio
ritunno, Si àveto e
si tunno E giri
tutto lu munno; Ce sta 'na femmena chiù bella e me?
e u sole diceva: none! none! none! Tutti i juorni era sta storia, fintanto che asciva prena, se guastava de colore, e quanno iette 'ncoppa a loggia e dice: Sole mio ritunno ecc. ecc. u sole risponneva: sine! sine! sine! essa iette a chiagne a bascio, e d'a collera le venne a freve. U juorno appriesso, iva ncoppa a loggia pe addimannà a u sole: chi è sta femmena chiù bella di me? e u sole: è sta figlia che tieni in cuorpo. Chesta femmena nu ghievo chiù 'ncoppa a loggia, se mettive a chiagne into u lietto, fintanto che partoreva, e ne moreva (Gioielli, Fiabe, leggende e racconti popolari del Sannio, 1993, p. 406). Oggetto magico con la stessa funzione di
questo sole
molisano, ma molto più famoso, è lo specchio della regina
Grimilde, che
comincia a perseguitare Biancaneve quando la principessina la supera in
bellezza. In questo caso la figura materna persecutoria blocca la
crescita e la
vita della protagonista, che per un tempo indeterminato dovrà
giacere nella
bara di cristallo come morta. Dello stesso sonno simile alla morte cade
vittima
per cento anni Rosaspina, e riteniamo che si tratti anche qui di un
conflitto
col femminile. Di invidia si parla a proposito della dodicesima fata,
quella
che non era stata invitata al battesimo, e che per questo aveva
lanciato la sua
maledizione: "A quindici anni la principessa si pungerà con un
fuso e
cadrà a terra morta". Bruno Bettelheim interpreta il lungo sonno
come rappresentazione
della passività che le ragazze vivrebbero nel periodo della
prima mestruazione,
e negli anni della pubertà in genere, e descrive così il
momento in cui la
principessa si punge col fuso: A questo punto la storia abbonda di simbolismo freudiano. Nell'avvicinarsi al luogo fatidico, la ragazza sale per una scala a chiocciola; nei sogni queste scale rappresentano in modo tipico delle esperienze sessuali. In cima a questa scala essa trova una porticina con una chiave infilata nella toppa della serratura. Girata la chiave, la porta "si apre di scatto", e la fanciulla entra in una stanza dove una vecchia è intenta a filare. Nei sogni una stanzetta chiusa a chiave rappresenta gli organi sessuali femminili; spesso l'atto di girare una chiave in una serratura simboleggia il rapporto sessuale. Quando vede la vecchia che fila, la ragazza le chiede: "Cos'è questa cosa che salta qua e là in modo così bizzarro?" Non ci vuole molta immaginazione per capire le possibili connotazioni sessuali della conocchia, ma non appena la ragazza la tocca si punge un dito, e cade addormentata (cit., p. 224). Certo la Rosaspina dei Grimm
analizzata da Bettelheim è densa di
simbolismo sessuale, ma nonostante la forma del fuso, della conocchia,
o della
resta di lino, presente nella versione secentesca [2], riteniamo che la fiaba non rappresenti una
sorta di
incontro prematuro con l'altro sesso, che avrebbe effetti tanto
laceranti da
far cadere la principessa in un sonno simile alla morte, magari per un
secolo
intero. Come Rosaspina anche Biancaneve appare morta, e sarà il
bacio del
principe a svegliarla, ma per lei nessuna forzatura interpretativa
potrebbe
mostrare che la stasi come di morte è provocata da un incontro
con l'altro
sesso. Se si considerano i sette nani, parenti di antiche
divinità itifalliche,
portatori di valori sessuali maschili, dobbiamo osservare che
l'incontro con
loro e la permanenza nella casetta nel bosco proteggono Biancaneve
dalla
minaccia di morte che la perseguita. I nani le consentono inoltre di
sperimentare una identità femminile senza rivali: sono felici di
tutto quello
che per loro fa Biancaneve, pulendo e cucinando, in attività che
designano la
sfera del femminile. Nella loro funzione maschile i nani riescono a
sventare i
primi due attacchi della perfida matrigna: il materno persecutorio
nascosto
dalla maschera inoffensiva della vecchietta offre una stringa di seta e
un
pettine. Biancaneve, nonostante i nani l'abbiano ammonita a non aprire
a nessuno
in loro assenza, li accetta: sono oggetti inerenti l'identità
femminile, e
Biancaneve ha bisogno di ottenere dalla figura materna elementi di
identità che
le mancano e che non possono venirle dai nani. I sette ometti del bosco
riescono a individuare i due oggetti, salvando Biancaneve dai veleni
con i
quali la madre persecutoria ha inquinato questi simboli
dell'identità
femminile. Ma sono impotenti rispetto al terzo dono avvelenato: la
mela. Mentre
il pettine e la stringa di seta riguardano l'identità visibile
della donna, la
mela, il frutto per eccellenza, chiama in campo il nutrimento materno
che è
primariamente la madre stessa. Di nuovo vediamo che Biancaneve è
attratta da un
cibo che non trova dai nani: dalla madre stessa. Solo il principe, e
solo dopo
un tempo nel sonno simile alla morte, potrà liberarla. È
essenziale comprendere
questo cibo avvelenato, che rappresenta l'irrinunciabile nutrimento che
viene
dalla madre ma che allo stesso tempo distrugge: costituisce il fulcro
della
patologia più grave nella quale si esprime il conflitto
madre-figlia.
Nell'anoressia il bisogno di difendersi dalla madre come cibo
avvelenato si
attua con un rifiuto di tutto il cibo, che allo stesso tempo è
rifiuto del
proprio corpo, della propria crescita, della propria carne. La
distruzione
della madre come rifiuto del cibo-madre coincide con la distruzione di
sé. Tornando al fuso, alla conocchia o alla resta
di lino
che fanno cadere in un secolo di sonno Rosaspina, possiamo osservare
che la
maledizione viene da una figura femminile invidiosa, la fata
trascurata, e
interdice una sfera simbolica che può designare l'intero
femminile: filare e
tessere. Non ci sembra che il sonno simile alla morte di Biancaneve e
Rosaspina
rappresenti la fase di latenza relativa alla pubertà, né
che l'oggetto
appuntito che lo provoca simbolizzi il fallo maschile. Fuso o resta di
lino,
appartiene alla sfera femminile, e preferiamo interpretarlo come
simbolo del
carattere fallico femminile, presente nel fantasma materno prima che
esso sia
delimitato e contenuto dalla figura maschile. In queste fiabe vediamo
che il re
padre opera questo contenimento, proibendo la filatura nel suo reame, e
l'effetto della sua proibizione, come dell'esortazione dei nani a
Biancaneve a
non accettare nessun dono, riesce ad attenuare la distruttività
materna. Alla
morte viene sostituito un sonno simile alla morte, e la condanna di
questa
protagonista femminile non resta senza appello. La distruttività della figura materna
è percepita come
onnipotente quando la figlia vive con la madre un rapporto simbiotico,
non
articolato dalla figura del padre. In questo caso la sua
possibilità di
sposarsi e generare figli è compromesso, a meno che non
intervengano processi
di trasformazione che, come nella fiaba, sciolgono la stretta
totalizzante in
cui il soggetto vive, nella sfera dell'ambivalenza materna. Una giovane paziente, che è venuta in
analisi per
disturbi anoressico-bulimici, poco prima di cominciare a nutrirsi
normalmente
ha sognato una figura femminile, che assimilava a se stessa, immersa nell'acqua, in una cassa di vetro,
con molte corde che la fissavano al fondo. Quando la donna cominciava a
crescere, come lievitando, le corde le tagliavano la carne. Immersa nel liquido materno, contenuta in una
prigione
simile alla bara di cristallo di Biancaneve, la donna si rappresenta la
sua
crescita come morte. Può scegliere tra questa morte e il
controllo del proprio
peso attraverso il cibo, divorato e vomitato senza riferimento ad
alcuno
stimolo di fame o sazietà. Il controllo del cibo e del peso si
è ritirato per
lasciare il posto alla percezione comune del desiderio di mangiare e di
smettere di mangiare solo quando la giovane donna ha sperimentato la
possibilità di discriminare secondo il proprio desiderio cibo
buono, da assimilare,
e cibo cattivo, da rifiutare. Questo processo è avvenuto nel
corso di un lungo
lavoro d'analisi, a proposito del cibo simbolico, ovvero delle parole e
delle
rappresentazioni che trovano nella situazione analitica una sorta di
cucina
alchemica. Mi pare importante che si rifletta su questo: un
comportamento che
si presenta al nostro giudizio comune come distruttivo, fino alla
morte,
costituisce per il soggetto un disperato tentativo di evitare una morte
certa, il cui senso è inaccesibile
al
senso comune. Ogni volta che si sollecita un'anoressica a nutrirsi le
chiediamo
di annientare il suo essere, per preservare il quale l'anoressia
è la sola
strategia che ha elaborato. Quando intervengo nelle scuole penso che se
nell'educazione si desse spazio all'ambivalenza presente nella
relazione
madre-figlia si attuerebbe almeno una forma di prevenzione: le figlie
forzate a
non esprimere la loro aggressività diverranno madri tanto
timorose della
propria distruttività da non permettersi nemmeno quelle
espressioni di rifiuto
dei figli che erano usuali una o due generazioni fa, quando la madre
nell'ira
minacciava: "T'ho fatto e ti disfò!". Forse non è inutile precisare che non
esiste una madre
reale che non dispensi almeno un po' di cibo buono, né una
figlia che non ne
abbia ricevuta almeno una piccola quantità: nessuna crescita,
per quanto
parziale, sarebbe altrimenti possibile. Parliamo di madre per designare
una
figura materna, un fantasma psichico, che non coincide con la persona
concreta.
La madre persecutoria e distruttiva è fantasmatica, ed è
totalizzante se non
sono accessibili le risorse che consentirebbero la crescita; questa
realtà
psichica non è da imputare alla madre anziché alla
figlia, o viceversa: la
malattia è malattia della loro relazione. Di questa relazione dolorosa raccontano le
fiabe, i
sogni collettivi che noi tutti sognamo leggendo o ascoltando storie
antiche
dalla semplicità solo apparente, dove tutto sembra succedere
secondo un
arbitrio bizzarro, mentre è mosso da bisogni affettivi profondi,
quasi sempre
nascosti allo sguardo. Le stesse fiabe raccontano come questi drammi
possono
essere vissuti senza esserne distrutti, e come attraversare i conflitti
peggiori possa permettere al soggetto, alla protagonista, di crescere e
trasformarsi fino all'acquisizione di una sufficiente maturità. 3.
Ciò che limita il vero Quando lo psicoanalista interpreta un sogno,
tiene
conto degli altri sogni che quel paziente ha portato, nel contesto
dell'intero
caso clinico, mentre l'interpretazione psicoanalitica delle fiabe viene
troppo
spesso condotta su una sola o su poche varianti. Per quanto le
interpretazioni
possano essere giuste, esse possono suscitare nel lettore un senso di
arbitrarietà così forte da portare al rifiuto
dell'interpretazione. Per questo procedo
tenendo conto di un ampio numero di versioni, anche se in questa
esposizione ne
cito solo alcune, che ho scelto perché sono le più
diffuse, e quindi le più
rappresentative, come un sogno notturno ricorrente. Quando, è il
caso della
versione molisana di Pelle d'Asino, scelgo un particolare
inconsueto, è
perché a partire da questo posso approfondire l'interpretazione
del tipo più
comune. Ogni interpretazione di una fiaba o di un
sogno può
risultare incompleta e lacunosa, se rispetta la complessità
polimorfa del suo
oggetto d'indagine, ma se lo psicoanalista si avvale di molte versioni,
comparandole, e tiene conto degli studi sulla fiaba che sono stati
condotti in
diversi ambiti disciplinari, può adoperarsi per ridurre quel
senso di
arbitrarietà che rischia di far dubitare del valore
dell'interpretazione
psicoanalitica stessa. Non esiste altro strumento che la psicoanalisi
per
individuare il senso psicologico delle fiabe antiche, e restituire
visibilità a
rappresentazioni collettive che altrimenti rischiano di essere
dimenticate,
come tesori dei quali per incompetenza si misconosce il valore. Lo psicoanalista che indaga nelle fiabe deve
aprire
linee interpretative che, cogliendo il senso di motivi apparentemente
arbitrari, consentano una maggiore comprensione di questi grandi sogni
collettivi. Così può offrire un contributo agli studiosi
di altre discipline,
mentre in psicoanalisi lo studio delle immagini simboliche collettive
costituisce da sempre un campo d'osservazione che chiarifica e
arricchisce le teorie
elaborate nel lavoro clinico. Come nella scrittura di un caso clinico,
esporre
un'interpretazione della fiaba è altro dal procedimento
d'indagine, che ha una
complessità di elementi, di rimandi, una scansione temporale
nelle scoperte e
negli approfondimenti, impossibile da rendere. Un testo psicoanalitico
sulla
fiaba sarà un lavoro riuscito non tanto se sarà fornito
di rigore e competenza
tali da limitare le accuse di arbitrarietà e
unilateralità, ma se aprirà
percorsi di conoscenza che invitino altri a mettersi in cammino,
arricchendo il
percorso di conoscenza proposto, o aprendone di nuovi. Secondo il matematico René Thom il
vero non è limitato
dal falso, ma dall'insignificante: "Ce qui limite le vrai, ce n'est pas
le
faux, c'est l'insignifiant" (Predire n'est pas epliquer, 1991,
p.
132)[3]. In psicoanalisi la stessa cosa è
espressa da Wilfred
R. Bion: "Per una interpretazione, ancora peggiore che essere ingiusta
o
sbagliata è il fatto di non riuscire ad essere significante,
anche se essere
significante basta solo ad assicurarsi della sua esistenza" (Attenzione
e interpretazione, 1973, p. 108) La ricerca non è l'acquisizione della
certezza, ha
come figura il cammino in un'area di conoscenza, non il suo dominio,
mira a una
descrizione efficace, non a una definizione esaustiva. Per la fiaba,
come per
ogni rappresentazione che partecipa dell'inesauribile
complessità della realtà
psichica, l'incertezza e l'erranza partecipano del rigore. D'altra
parte, per
la meta di un percorso di conoscenza come di un viaggio, la sola
condizione che
esclude che la meta possa essere raggiunta, è la disperante
impressione che non
esistano strade. Il lettore attento potrebbe essersi chiesto
come mai
la trama di Pelle d'Asino, con la richiesta incestuosa del
padre, abbia
come motivo d'inizio sia una madre che muore chiedendo al re di
sposarsi solo
con una donna come lei, sia una madre che muore perché ha saputo
che la figlia
che porta in seno la supererà in bellezza. Premettendo che la risposta a questa domanda
potrà
completarsi solo con l'analisi di tutto il sogno di Cenerentola,
incluso
l'incontro col principe, possiamo osservare che in entrambi i casi
è presentata
una figlia che eguaglia e supera in bellezza la propria madre. Ogni
competizione fra madre e figlia, sia che la fiaba metta in campo il
personaggio
della madre, sia che ricorra a sostituti, come matrigne, rivali,
suocere o
streghe, è sufficiente a fornire un motore al racconto, che deve
procedere fino
a una soluzione del conflitto. Il cui esito perfino nelle fiabe
può essere
letale, come accade nella storia Lo viso di Basile (cit., pp.
500-517),
dove compaiono gli stessi elementi di cui stiamo parlando - l'assenza
della
madre e una maledizione analoga a quella di Rosaspina - senza
però che la trama
consenta altro che la tragica morte dei protagonisti. Riprenderemo
questa
storia più avanti, per il momento diciamo solo che ci sono anche
fiabe senza
lieto fine, di una tristezza struggente. 4.
Una relazione troppo perfetta Proponiamo a questo punto alcune osservazioni
su un
grande mito, che descrive la relazione tra madre e figlia nel suo
sfondo
simbolico più ampio, dando conto in questa chiave della
prosperità e
dell'aridità della terra madre. Nominate dagli antichi come le grandi dee,
o
semplicemente come le dee, Demetra e Kore per i Greci, Cerere
e
Proserpina per i latini, costituiscono un'unità, in cui i due
aspetti del
femminile vivono un benessere senza tempo, al quale corrisponde sulla
terra una
produzione spontanea e abbondante di messi e frutti. La fanciulla, Proserpina, vive con la madre
nell'isola
di Sicilia dove eterna è la primavera, e mentre raccoglie fiori
in compagnia
con altre fanciulle il dio degli Inferi, Plutone, irrompe da
profondità oscure
e sulfuree per rapirla. Leggiamo Ovidio: ...Dea territa maesto et matrem et comites, sed matrem saepius, ore clamat, et, ut summa vestem laniarat ab ora, conlecti flores tunicis cecidere remissis, tantaque simplicitas puerilibus adfuit annis: haec quoque virgineum movit iactura dolorem. Raptor agit currus et nomine quemque vocando exhortatur equos, quorum per colla iubasque excutit obscura tinctas ferrugine habenas, perque lacus altos et olentia sulphure fertur stagna Palicorum rupta ferventia terra... (L. V, vv. 396-406) [4] Molte figure evoca questa brusca rottura,
presenti nei
sogni notturni in cui irrompe una figura maschile oscura, come nei riti
legati
alle nozze connessi alla deflorazione: la perdita dei gigli e degli
altri fiori
raccolti da Proserpina rappresenta la verginità violata.
Nell'antica Roma
quando gli sposi dopo la cerimonia entravano nella stanza nuziale
venivano
gettate per terra delle noci e il loro rumore, con le grida dei
fanciulli che
le raccoglievano, doveva coprire le grida della vergine. Nei giorni in
cui ogni
violenza era aggravata da un senso sacrilego, non poteva aver luogo la
cerimonia nuziale, come se la prima notte fosse assimilata allo stupro.
Il mito delle grandi dee contiene il senso
dell'incontro della fanciulla con lo sposo come una violenza, per la
quale
Proserpina viene strappata a Cerere: si rappresenta l'incontro della
figlia con
l'altro sesso come tragica rottura della loro beata unione. Abbiamo osservato nelle fiabe
rappresentazioni della
relazione madre-figlia colme di distruttività, e abbiamo
accennato alla
patologia dell'anoressia come esito drammatico di questa violenza. Ma
non
possiamo pensare che una violenza tanto grave potrebbe permanere nel
tempo, ed
essere trasmessa di madre in figlia, come in un gioco di scatole cinesi
che si
alimenta da se stesso, se non fosse connessa al bisogno di mantenere
qualcosa
di vitale ed essenziale. Di madre in figlia si trasmette il mistero e
il potere
di dare alla luce nuovi esseri viventi, e la coppia delle grandi
dee trae
la sua perfezione dal fatto che include colei che genera e colei che
è
generata, in un'identità talmente forte che la madre dispone
sempre della
figlia, e la figlia della madre. Cerere reagisce alla perdita rendendo arida
la terra
intera: nessuna messe, nessun frutto viene generato, mentre va
peregrinando in
cerca di Proserpina, tanto che la stirpe umana rischia di scomparire.
Quando la
dea madre viene a sapere del rapimento chiede giustizia a Giove, padre
di
Proserpina, e il padre degli dei le risponde: Commune est pignus onusque nata mihi tecum; sed si modo nomina rebus addere vera placet, non hoc iniuria factum, verum amor est... (Ivi, vv. 523-526) [5]. Accosto il sogno di un'altra mia paziente a
questo
confronto tra maschile e femminile riguardo alla perdita della
verginità. La
donna, nella realtà già sposata e con un figlio, sogna di
essere in auto con un
amico e col proprio nonno paterno, che fumano allegramente il sigaro.
Quando si
accorge che la sua gatta l'ha ferita nell'incavo di un ginocchio,
sanguinante a
seconda della posizione in cui tiene la gamba, la donna si preoccupa e
chiede
di essere portata subito all'ospedale. I due uomini però non le
danno retta: il
nonno si volta verso di lei e le sorride ammiccante. Il sanguinamento dietro al ginocchio rimanda
al ciclo
mestruale: la sognatrice vuole essere portata all'ospedale
perché vive questa
manifestazione della sua femminilità come un grave rischio.
Ciò che la donna
considera come una ferita pericolosa, è riconosciuto dal
maschile come una
condizione che non desta preoccupazione. Nel mito viene espressa in termini cosmici la
stessa
realtà psichica: quello che Cerere vive come una disgrazia tanto
grande che nel
suo lutto impedisce alla terra, cioè a se stessa, madre e
matrice, di dare
frutti, per Giove è vero amore. Tra gli innumerevoli
contesti nei quali
è attiva questa separazione tra i sessi, prendiamo il più
comune: tra donne è
frequente trovarsi in pieno accordo nel parlare degli uomini, mariti e
figli,
disprezzandoli o accusandoli, nella generazione passata più che
altro di
insensibilità e prepotenza, nella generazione attuale di
debolezza e irresponsabilità.
In questo atteggiamento è presente la tendenza della donna a
permanere, anche
se solo con una parte di sé, in una posizione omosessuale, come
se il mondo
femminile avesse caratteristiche indiscutibilmente migliori di quello
maschile. Perché la terra torni a dare frutti, a
nutrire, perché
si ripari quella lacerazione del femminile provocata dalla separazione
fra
madre e figlia, Giove acconsente a che Proserpina torni con Cerere, a
patto che
nella sua permanenza negli inferi non abbia gustato nessun cibo. Ma nel
regno
dello sposo la figlia ha colto e mangiato sette chicchi di melagrana:
l'unione
senza tempo con la madre non può quindi essere ripristinata.
Proserpina tornerà
con la madre per una parte dell'anno, mentre nell'altra parte
vivrà con lo
sposo come regina degli inferi. Quando la coppia delle dee si
ricostituisce
sulla terra la stagione è bella e ricca di messi, mentre alla
loro separazione
segue il tempo cattivo e la terra invernale non fa crescere nulla. La melagrana, composta di tanti frutti,
piccoli rubini
che sono insieme altrettanti semi, è simbolo universale di
fecondità:
Proserpina ha gustato negli inferi il frutto che nella relazione
simbiotica con
la madre non poteva assaporare. Non ci sono nozze senza la rottura del legame
con la
madre, e la rottura è comunque drammatica, perché pone
fine a un rapporto
felice grazie al quale la terra intera prosperava anche senza che
l'uomo la
coltivasse. Il mito racconta che al termine della vicenda delle dee gli
uomini
impararono dalla dea madre l'arte di coltivare la terra: questo
rappresenta
l'esito della rottura di una felicità primaria, un'età
dell'oro priva di fatica
e dolore, caratterizzata dalla stessa abbondanza del paradiso nel quale
il
neonato sazio è cullato dalla madre. Ma l'uomo che racconta si
colloca sempre
in un'età successiva a questa, il benessere assoluto appartiene
a un passato o
a un futuro sempre fantasticati. La fusione tra madre e figlia crea un tempo
senza
tempo, senza stagioni che ne scandiscano il passare: senza la crescita
della
figlia, che diviene irreversibile col suo ratto, quando diventa sposa,
la
bellezza della coppia si alimenta dell'una e dell'altra. Il dramma
comincia
quando la figlia cresce, quando accade il distacco: come nelle fiabe la
matrigna comincia a odiare la figliastra che crescendo la supera in
bellezza.
La crescita della figlia implica il declino della bellezza materna, che
sfiorisce, perché se la figlia non crescesse, se non dovesse
separarsi dalla
madre, la madre non invecchierebbe mai. Riteniamo che la posta in gioco
dei
rapporti fusionali tra madre figlia sia proprio questa: se la figlia
accetta di
essere identica alla madre, la madre rivive nella figlia, e a livello
psichico
può evitare di rappresentarsi il suo invecchiamento e la sua
stessa morte. In questo senso sarebbe comprensibile un
motivo
contenuto in alcune versioni del mito di Cerere e Proserpina. Nella sua
peregrinazione luttuosa, la dea madre ... saeva vertentia glebas fregit aratra manu parilique irata colonos ruricolasque boves leto dedit arvaque iussit fallere depositum vitiataque semina fecit. (Ivi, vv. 477-480) [6] La disperazione e la distruttività
della grande dea
madre è assoluta, come il suo digiuno, fino all'incontro con la
vecchia Baubò,
che per farla ridere si alza le sottane mostrandole il grembo e il
sesso, la
matrice della vita nella sua versione appassita e ormai sterile. Il
bambino
presente a questa scena corre subito a toccare corre subito a toccare
il grembo
della vecchia, e muove al riso Demetra[7]. La dea madre sembra perdere la fissazione a
una
femminilità perfetta, di cui la diade con la figlia è
l'espressione, che
esclude il desiderio maschile. Ridendo
accetta la bevanda offerta: rompe il digiuno e il lutto, scioglie il
rigore, e
apre la scena a nuove vicende, che porteranno a una soluzione del
dramma. Qualcosa di simile accade nella storia
cornice del Cunto
de li cunti, dove il re padre di una principessa che non ride mai,
in lutto
quindi, quanto Cerere/Proserpina, fa costruire nella piazza sotto il
palazzo
reale una fontana di olio. Gli scivoloni di coloro che vanno ad
attingere il
prezioso liquido però non bastano a far ridere la principessa,
fino a quando
vede dalla finestra una vecchia, che riempie piano piano n'agliariello,
il suo vasetto, con una spugna. Appena lo ha colmato, un paggio lancia
un sasso
e gliela rompe, provocando la sua collera e le sue coloritissime
invettive,
alle quali lui risponde per le rime: "Non vuoi appilare ssa chiaveca, vava de parasacco, vommeca-vracciolle, affoca-peccerille, caca-pezzolle, cierne-vernacchie?". La vecchia, che se sentette la nova de la cassa soia, venne 'n tanta zirria che, perdenno la vusciola de la fremma e scapolanno da la stalla de la pacienza, auzato la tela de l'apparato fece vedere la scena voscareccia, dove potea dire Sirvio "Ite svegliano gli occhi col corno". Lo quale spettacolo visto da Zoza le venne tale riso c'appe ad ashevolire (Basile, cit., p. 12) [8]. A causa della maledizione della vecchia, la
protagonista lascia il castello del padre per cercare il suo principe,
che
dorme di un sonno simile alla morte, e potrà risvegliarsi solo
se una donna
riempirà per amor suo una fiasca di lacrime. Questo riso della
donna, che vale
l'apertura alla vita, e l'incontro con l'altro sesso, scaturisce dalla
visione
del grembo vecchio, e del gioco infantile. Questo riso è riso di
vita perché la
vita è tale nella sua trasformazione, mentre la fissazione a una
sua immagine
ideale la imprigiona, e cercando di fermarla la perde. Vertigine di giochi e di rimandi nelle fiabe,
di
fronte alla quale dobbiamo rinunciare a interpretare: se ci
permettesimo una
digressione sul sonno di questo principe, parallelo a quello di
Rosaspina, e
corrispondente alla mancanza di sorriso nella principessa della sua
fiaba,
giungeremmo a un'altra vertigine di mistero e di senso, a una nuova
analogia,
che ci spingerebbe verso un'altra digressione. Riprendiamo dunque il
cammino
restando fedeli al filo d'Arianna della nostra Cenerentola. 5.
Che cos'è questa fiaba Prima di passare al motivo del padre nel
grande sogno
di Cenerentola, Pelle d'Asino e Cordelia, credo di dover esporre i
confini o i
cardini che considero essenziali in tutte queste fiabe: - nella situazione d'inizio la madre muore o
è morta e
il padre è amoroso verso la figlia; - nell'intreccio la protagonista attraversa
una
degradazione e una trasfigurazione magica, con una ripetuta alternanza
tra
splendore e oscurità; - alla fine l'agnizione da parte del
principe,
attraverso un simbolo dell'unione degli opposti, porta alle nozze
regali. [9] Ogni schema è arbitrario, e per quanto
poco si possano
esplicitare i criteri che hanno portato a definirlo, si deve
riconoscere che
alla sua origine c'è una scelta del ricercatore, fondata a sua
volta sulle
scelte operate dagli studiosi ai quali fa riferimento. Questo lavoro, che parte da una concezione
psicoanalitica della fiaba, la analizza come rappresentazione di
aspirazioni,
conflitti e trasformazioni profonde comuni a tutti gli esseri umani,
non
specifici di un'età piuttosto che di un'altra, né di un
tempo o di un luogo
piuttosto che di altri. E procede cercando un senso che restituisca a
chi legge
la possibilità di mettersi in gioco di fronte al racconto,
lasciando che i suoi
incantesimi, i suoi crimini, il suo finale felice, creino una risonanza
con gli
oggetti profondi corrispondenti. Nelle sue applicazioni con i bambini, la mia
ricerca
opera in una direzione opposta alla rimozione, che si esercita sulle
fiabe
privandole delle rappresentazioni perturbanti, come il matricidio di
Cenerentola, o il desiderio incestuoso del re di Pelle d'Asino. Si
tratta della
direzione classica della psicoanalisi, che negli oggetti rimossi per il
loro
portato perturbante riconosce la presenza di un senso perduto per la
coscienza,
che può arricchirla e guarirla. Se riesce, il mio lavoro sulla fiaba di
Cenerentola
lascerà molti dubbi sul suo vero significato, ma
conforterà l'intuizione che
essa abbia un senso profondo, e che valga la pena cercarlo. Comprendere
il
senso delle fiabe costituisce un ponte per ascoltare e rispettare il
bambino,
che prima di tutti ne avverte l'incanto e la bellezza: sia il bambino
inteso
letteralmente, che genitori e insegnanti hanno il difficilissimo
compito di
educare, sia il bambino che vive, muore, o sopravvive in ogni adulto.
Noi riserviamo
alla nostra parte bambina, quella che può crescere e
trasformarsi, senza il
benessere della quale nessuna espressione creativa è possibile, lo stesso trattamento dei bambini: la
forziamo a corrispondere a idealizzazioni, a deformarsi in coazioni a
ripetere,
soffochiamo il suo sentimento della vita per confermare la bontà
di un assetto
della coscienza teso al controllo, al dominio della realtà. Il
bambino cresce
solo se può fare esperienza, ascoltandosi e ascoltando il mondo,
perché non
esiste matrice autentica del senso della vita se non
nell'intimità della
propria psiche. Troppo spesso noi mimiamo una crescita, e ci mostriamo
adulti
uniformandoci a criteri consensuali, mentre ciò che ci preme
veramente, anche
contro la nostra volontà, sono ancora giochi di bambini mai
giocati
completamente, mai superati. Avvicinarsi col linguaggio a questa
matrice, che è
signora dei sogni, dei sintomi, degli umori, della patologia, richiede
molto
lavoro e molto desiderio. Credo che le fiabe di magia raccontino di
questa
ricerca, e che l'incanto che si crea quando le ascoltiamo venga dalla
speranza
che suscitano, di poter percorrere il nostro cammino.
Nella fiaba di Cenerentola leggeremo un
racconto di
come la donna possa crescere, abbandonare la madre e il padre,
elaborarne la
perdita, ed essere pronta a incontrare il principe, per ascendere al
trono
insieme a lui. Sposarsi e regnare ha il significato di un superamento
trasformativo della solitudine, dell'angoscia di essere indegni, e
dell'isolamento profondo che ne consegue. Nelle fiabe le nozze regali vengono al
termine del
cammino lungo il quale i protagonisti hanno affrontato le figure
genitoriali
persecutorie, attraversando metamorfosi negative e umilianti, come la
principessa nascosta dalla cenere, da una veste di legno, o dalla pelle
di una
vecchia morta a cent'anni. Vengono solo quando i simboli e il gioco
degli
eventi hanno permesso di ritrovare, con l'aiuto della Fata Colomba o
del
rametto di nocciolo che ha urtato il cappello del padre, relazioni
costruttive
con le stesse figure, possibili solo se è stato operato un
distacco netto
dall'identificazione primaria e narcisistica. Le fiabe alla fine
rappresentano
un incontro tra maschile e femminile di cui il matrimonio inteso
comunemente
non è molto più che l'ombra. Un'unione che prima di tutto
vive nello spazio
intimo del cuore, che si apre solo quando certi conflitti sono stati
vissuti,
non evitati. [1] Per il concetto
di perturbante, si fa riferimento
all'Unheimlich
freudiano; vedi: Sigmund Freud, Il perturbante, 1919. [2] E' la fiaba Sole,
Luna e Talia (Basile, cit., pp.
944-953). [3] René
Thom ci racconta di una cena con Jacques
Lacan, durante la quale a
un certo punto parlarono del matema: "...Je ne sais pas
très
bien ce que c'était que le 'mathème'!... Et lui n'a
pratiquement rien dit. A la fin du repas, j'ai utilisé une
formule qui l'a fait
réagir. Je lui ai dit: "Ce qui limite le vrai, ce n'est pas le
faux, c'est
l'insignifiant". Il a alor pris un'air songeur et il a dit: "Cela me
retient, cela me retient." Voilà:
j'avais "retenu" le Maître... (Ivi, p. 132) [Non so proprio
bene cosa sia il matema!... E lui praticamente non ha detto
nulla. Alla
fine del pasto, ho usato una formula che lo ha fatto reagire. Gli ho
detto:
"Ciò che limita il vero non è il falso, è
l'insignificante". Allora
lui ha fatto un'espressione pensosa e ha detto: "Questo mi trattiene,
questo mi trattiene". Ecco! avevo "trattenuto" il
Maestro...]. [4] Proserpina
chiama sgomenta / con voce mesta la madre e le
amiche, e più
spesso la madre, / e, poiché aveva squarciato dell'orlo
dell'abito un lembo, /
giù dalla tunica rotta le caddero i fiori raccolti. / In
quell'età puerile che
semplicità di fanciulla: / anche il cadere dei fiori
toccò della vergine il
cuore! / Il rapitore sul carro sospinge i cavalli e per nome / chiama
ciascuno,
scotendo sul collo crinito le briglie / tinte di ruggine nera e
discorre per
laghi profondi / e dei Palìci pei stagni odorosi di zolfo,
bollenti / entro la
terra squarciata... (Le metamorfosi, 1983, vol. 1, p. 215) [5] La figlia ci
è pegno e ci è peso comune; /
ma se si vuole chiamare la
cosa col suo vero nome, / non è quel furto un'ingiuria, ma segno
verace
d'amore... (Ivi, p. 223). [6] ...Spietata
fracassa gli aratri, che voltan le zolle, / e
furibonda dà
morte ai coloni ed ai bovi operosi, / guasta sementi e comanda che i
campi ne
frodino i semi. (Ivi, p. 221) [7] "Così
dicendo levò il peplo e mostrò
tutta l'impronta, / nel corpo,
per nulla palese: ma era fanciullo Iacchos, / e si slanciò
ridendo con la mano
sotto il grembo di Baubò. / E di questo sorrise la dea, si
rallegrò nel suo
cuore, / e accettò la coppa rilucente, in cui era il ciceone".
Frammento
orfico citato da Clemente Alessandrino; in G. Colli, La sapienza
greca, 1977;
vol. I, pp. 243-245. [8] "Non vuoi
chiudere questa chiavica, nonna del diavolo,
vomitabraccini, affogabambini, cacapezze, sceglipeti?". La vecchia, nel
sentire queste novità di casa sua, si arrabbiò tanto che,
perdendo la bussola
della calma e scappando fuori dalla stalla della pazienza, alzato il
sipario
dell'apparato fece vedere la scena boschereccia, dove Silvio avrebbe
potuto
dire "Ite svegliando gli occhi col corno". E quando Zoza vide questo
spettacolo le venne tanto da ridere che stava per restarci secca."
(Ivi,
p. 13). Da notare l'accostamento esilarante tra il boschetto della
vecchia, poco attraente, come quello di Baubò, e i boschi della
poesia
arcadica, attraverso la citazione dal Pastor fido di G.B. Guarini. [9] Per Cenerentola
disponiamo della più ampia raccolta
che sia mai stata
pubblicata sulle varianti di una fiaba. Si tratta
di CINDERELLA. Three hundred and fourty-five Variants of
Cinderella,
Catskin, and Cap o' Rushes... (1892).
Credo che vada riconosciuto alla giovane
studiosa vittoriana non solo il merito di aver per prima, e credo per
ultima,
raccolto tante varianti di una sola fiaba, ma anche di aver organizzato
per
prima queste varianti in gruppi e di averle riassunte e tabulate
secondo un
criterio che può essere considerato anticipatore del metodo
elaborato dalla
scuola storico geografica, alla quale si devono vastissimi indici delle
fiabe
di tutto il mondo (vedi: Antti Amatus Aarne e Stith Thompson, Motif
Index of
Folk-Literature, 1955, e Types of the Folk-Tale..., 1961.
La prima edizione
del Motif index era apparsa nel 1910). E' vero che Marian
Roalf Cox non
esplicitò i suoi criteri di tabulazione, e che i motivi che
figurano negli Abstracts
sono più di quelli che elenca nella prefazione, ma non è
difficile immaginare
che si sia interrogata a lungo sul metodo, raggiungendo risultati utili
per
organizzare il vastissimo materiale, ma che non giudicò
abbastanza rigorosi da
meritare una descrizione. Il suo lavoro pionieristico fu considerato
dall'inizio diligente ma non importante in senso teorico. Andrew
Lang, che era diventato presidente della Folk-Lore Society,
scrive nella
prefazione: "On the first view of her learned and elaborated work I was
horrified a the sight of these skeletons of the tale. [...] But science
needs
horrors of this kind, it seems, and I have wandered in Miss Cox's
collection
with admiration of her industry and method... (cit., p. vii) ("Guardando il suo lavoro
dotto
ed
elaborato, sono inorridito dapprima, alla vista di questi scheletri
della
fiaba. ... Ma la scienza ha bisogno di orrori di questo genere, sembra,
e io ho
vagato nella raccolta della signorina Cox ammirato per il suo metodo e
la sua
diligenza, ...". Tr. it. nostra) E ancora Stith Thompson, nel 1946, scriveva:
"Gli
studi comparati sulla favolistica eseguiti prima dell'elaborazione del
metodo
storico-geografico presentavano dei punti deboli in piu' di un verso.
Le opere
come la Cinderella della signorina Cox erano molto accurate per quanto
riguardava
la raccolta delle versioni e l'analisi dei caratteri, ma non tentavano
in alcun
modo di interpretare i dati così raccolti" (La fiaba nella
tradizione
popolare, 1967, p. 596). E' la stessa Marian R. Cox a dirci che non fu
lei a
decidere di pubblicare a quel punto la ricerca: "The Council of the
Folk-lore Society, at whose invitation I undertook this volume, deemed
it
advisable to make an arbitrary end of the labour of collecting which
otherwise
might be carried in indefinitely" (cit., Preface, p. xxxiv) (Il
Consiglio
della Folk-lore Society, che mi ha incaricato di preparare
questo libro,
ha giudicato opportuno dare una fine arbitraria al lavoro di raccolta,
che
altrimenti poteva andare avanti indefinitamente." Tr. it. nostra). Avrei
voluto dedicare più spazio alle riflessioni
su Marian R. Cox, che mi appare come una Cenerentola vittoriana, della
quale i
professori paludati non hanno visto gli abiti meravigliosi, lasciandola
accanto
al suo focolare. E' vero che anche le gigantesche comparazioni e
raccolte
citate sopra appaiono oggi molto meno promettenti di quanto speravano i
loro
compilatori, ma questi lavori sistematici restano importantissimi, sia
perché
forniscono repertori indispensabili a chi voglia interpretare una
fiaba, o un
motivo fiabesco, sia perché il tentativo di abbracciare tutte le
fiabe e di
renderle indagabili ha un valore metodologico che certi fallimenti,
più o meno
parziali, non devono far dimenticare. La stessa tripartizione del grande sogno
collettivo
indagato in questo libro, presente nel sottotitolo stesso, Cenerentola,
Pelle d'Asino e Cordelia, corrisponde ai tre gruppi individuati da
M.R.
Cox, le cui capolista sono, rispettivamente: Cinderella, Catskin
e Cap o' Rushes. Spero di tornare in altri lavori su questa
ricercatrice
straordinaria, che rivela tra le righe, nello stile dei suoi riassunti,
delle
sue traduzioni, nelle sue note, nei criteri adottati, una grandezza
misconosciuta. Per
dare un'idea di come comprendesse la fiaba,
oltre un secolo fa, leggiamo le ultime parole della sua prefazione:
"There
will remain the regret which invariably accompanies work of this kind -
the
non-attainment of finality where materials are ever pouring in; and
experience
of this has reconciled me to aim at only approximate completeness." (Cit., p. lxxii). ("Resterà il
rimpianto che invariabilmente accompagna lavori di questo genere - il
mancato
raggiungimento della conclusione mentre altri materiali stanno ancora
arrivando; per questa esperienza mi sono accontentata di mirare a una
completezza solo approssimativa". Tr. it. nostra]. (Adalinda Gasparini,
La luna nella cenere,
cit., Capitolo 2, nota 9) |
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| 3. Il padre, l'incesto, la
fuga |
IL PADRE,
L'INCESTO, LA FUGA He's father, son, and husband mild; I mother, wife, and yet his child. (Shakespeare) 1.
Un giuramento fatale Una diade perfetta si rompe perché la
storia abbia
inizio, perché la parte più giovane, la figlia, possa
gustare il frutto della
fecondità che la simbiosi con la madre rende impossibile. La
donna concreta può
sposarsi e restare vergine, gelida come Turandot che mandava a morte i
principi
innamorati di lei perché non sapevano sciogliere i suoi
indovinelli. [1] La donna che non ha ucciso la propria madre,
la donna
per la quale non ha avuto luogo il distacco, non incontra l'uomo con
tutta se
stessa, anche se conosce il piacere del rapporto sessuale e anche se
partorisce
figli: nella sua parte più segreta torna sempre al fantasma
materno, al quale
deve dar conto della propria femminilità, e il suo compagno
somiglia in questo
gioco allo sposo infero che rapisce Proserpina. L'incontro è
parziale, come per
Proserpina, che passa una parte dell'anno con lo sposo e una parte con
la
madre. A livello intrapsichico la donna vive questo
mancato
distacco dal fantasma materno come una interdizione a esprimere le sue
caratteristiche personali, perché la sottrarrebbero a
un'identità coincidente
con quella della madre. Questa identità ha a che fare con
un'esperienza
primaria della madre, e può essere descritta come narcisismo
femminile. La
madre chiede e impone alla figlia di rispecchiarla, e la figlia
accettando
questo rispecchiamento si struttura secondo un'identità
modellata su quella di
lei. Ogni forma di narcisismo funziona come una conferma di sé
ottenuta
nell'immobilità, come fuori dal tempo, fissando uno specchio, e
tiene il posto
dell'esperienza della propria identità la cui figura è il
viaggio, il movimento
che prevede l'incontro con figure diverse da quelle originarie,
endogamiche.
Non esiste una donna che sia tutta e sempre di fronte a quello
specchio, ma una
componente più o meno ampia di ogni donna vi si trova, almeno in
una fase della
vita, e molte madri non se ne staccano mai, educando a loro volta le
figlie a
rispecchiarsi in loro. L'anoressia rappresenta il limite estremo del
legame
strettissimo e insopportabile con la madre, e la portatrice della
patologia
rifiutando il cibo tenta di distruggere l'immagine che impone il
rispecchiamento, anche se il successo di questa distruzione è
contemporaneamente la distruzione di sé, fino alla morte. Abbiamo ripreso il tema del capitolo
precedente perché
la rappresentazione dell'incesto che andiamo ad analizzare segue alla
morte di
una madre bellissima, come quella della fiaba molisana che ogni giorno
interrogava il sole. La storia della protagonista non si origina
da una
madre persecutoria che subentra alla morte o all'uccisione della madre
buona,
come nella Gatta Cennerentola, Aschenputtel e Cendrillon.
Si apre il racconto con una bella morente che fa giurare al re affranto
di non
risposarsi più, a meno che non trovi una donna eguale a lei. La
fiaba esprime
questa eguaglianza dicendo che la nuova sposa deve essere bella quanto
lei, o
avere come lei fili d'oro tra i capelli, o il dito della misura giusta
per il
suo anello, come successe in Zuccaccia, una delle Sessanta
novelline
popolari montalesi di Gherardo Nerucci (1880). Questa fiaba dice che il re non pensava a
risposarsi,
e aveva riposto l'anello in una scatolina che da tanti anni stava in un
cassetto. Ma la principessina un bel giorno trovò l'anello, se
lo infilò al
dito, e tutta contenta corse dal padre a fargli vedere come le andava
bene: Dice il re: "Oh! figliola mia, 'gli è l'anello della tu' poera mamma. E sai, che mi disse quando lei me lo diede? Mi disse, che dovevo pigliare per isposa quella donna d'i' mi' pari, che l'anello gli stessi bene in dito. Dunque, cara figliola, bisogna bene che tu sia la mi' sposa." La ragazza a quel brutto discorso si sentiede tutta rimiscolare; ma il Re gli cominciò a fare delle carezze e a manifestargli delle parole, non più da padre, ma da amante; sicché la ragazza vergognosa e sbigottita la gli scappò a fatica di tra le mane, e diviata se n'andette dalla balia a raccontargli piagnendo quel che gli era successo. Dice la balia: "Nun vi sgomentate, figliola mia; ma, nunistante, badate di nun mettervi 'n contrasto con vostro padre. Date retta a me, ch'i' vi consiglierò a bene. Voi gli avete a promettere di sposarlo, a patto che vi regali un vestito di seta color d'aria e tutto tempestato con le stelle del cielo. Un vestito a questo mo' non si trova nel mondo, e voi allora nun siete più nell'obbligo di mantenergli la promessa" (Nerucci, cit., p. 87). Quando la madre morendo si è fatta
fare una promessa
come questa, ne segue sempre una situazione di incesto. Per il padre
fedele
alla sposa morta, la fedeltà è possibile solo sposando la
figlia: ma la sposa
morta, la prima moglie, è la madre stessa: viene infatti
definita come unica e
irrinunciabile, al punto che solo una donna uguale a lei può
prenderne il
posto. Possiamo dire che questo padre vuole sposare la figlia
perché crede che
sia la madre stessa, la identifica con lei, e afferma che in questo
modo
obbedisce al suo estremo e inelusibile desiderio. È la
somiglianza con la madre
che rende questa protagonista di fiaba irresistibile per il padre, e
osservare
questo ci spinge a riflettere su un aspetto strutturale dell'incesto:
il tempo
senza tempo che esso può creare, come la diade madre-figlia. Al tempo storico, irreversibile, che i
calendari e gli
orologi dividono in segmenti ordinati come una linea percorribile in
una sola
direzione, corrisponde nella vita dell'uomo il passaggio dalla
dipendenza
infantile dai genitori alla maturità nella quale si generano e
si crescono
figli, e poi all'invecchiamento. I figli attestano il passaggio dalla
condizione di generato a quella di generante, di genitore, mentre la
loro
crescita, quando raggiungono l'età adatta per generare a loro
volta, marca inevitabilmente
l'inizio di una decadenza fisica, della fase che ha come sua
conclusione la
morte. Le generazioni si succedono nel tempo: il tempo porta al
succedersi
delle generazioni. Ma se la madre si rispecchia nella figlia, e
se questo
rispecchiamento di madre in figlia si ripete, la vita dell'una è
la vita
dell'altra, e la morte non esiste. E se il padre non accetta che la
figlia
tagli definitivamente il suo legame con lui per unirsi a un suo
coetaneo, può
arrestare il corso del tempo: può illudersi di creare un tempo
ciclico, in cui
la madre e la figlia e la sposa sono confuse in una sola figura. Anche le fiabe in cui la principessa rifiuta
tutti i
pretendenti presentano un arresto del tempo: il regno rischia di finire
per la
mancanza di un erede. In questo caso il tempo viene fermato dalla parte
giovane, che evita la crescita rifiutando le nozze, mentre il padre
è
rappresentato come addolorato per questo rifiuto. È la vicenda
della gelida
Turandot, che pone enigmi ai suoi pretendenti: se non riusciranno a
risolverli
sarà loro tagliata la testa. Il regno senza erede, e la pena di
morte comminata
a chi tenta la prova senza superarla, figurano in altre
rappresentazioni
dell'incesto. Prima fra tutti, per la sua importanza nel senso greco
della
tragedia e per la sua centralità nella psicoanalisi, la vicenda
di Edipo. Del
suo mito e della sua tragedia, che esprime il senso della conoscenza e
della
vita umana, toccheremo soltanto alcuni punti per porli in relazione con
la
fiaba. La città di Tebe, il reame, è
senza re, e un essere
chimerico, la Sfinge, pone un enigma a tutti quelli che vi si dirigono.
Chi non
sa rispondere viene gettato nell'abisso, chi risponde diverrà il
re della
città. Pensando alla complessità del mito e
della tragedia,
viene da chiedersi come sia possibile che il punto di catastrofe, di
trasformazione radicale, sia marcato da un indovinello che anche un
bambino può
risolvere: "Qual è l'animale che al mattino cammina con quattro
gambe, a
mezzogiorno con due e alla sera con tre?". Eppure rispondendo a questo piccolo gioco
Edipo libera
la città dalla maledizione della Sfinge, ed è così
che cade nel destino che
credeva di fuggire, il parricidio e l'incesto. La risposta è
semplice, facile
per Edipo, ma il mistero è contenuto in questa stessa
semplicità: per
rispondere bisogna abbracciare tutta la vita dell'uomo come arco della
sua
luce, come un solo giorno. Lo sguardo vede lo stesso uomo piccolo nella
dipendenza, che si erge allo zenit nel culmine della sua forza, e torna
a
chinarsi verso la terra, verso la sua tomba. Edipo dopo aver risposto
all'enigma della Sfinge diventa proprio quell'uomo, perché vive
contemporaneamente la condizione di generante e di generato, di marito
e figlio
della propria madre, di padre e fratello dei suoi figli. In un romanzo latino del III secolo, letto e
amato in
Europa fino al secolo XVIII, troviamo qualcosa che ci può
aiutare a capire il
problema dell'enigma tra fiaba e tragedia: Hystoria Apollonii Regis
Tyri, La storia di Apollonio re di Tiro. C'era una volta nel regno di Antiochia il re
Antioco,
vedovo, la cui figlia era di una bellezza senza pari, e il padre,
mentre si
chiedeva a chi concederla in sposa, se ne innamorò al punto che
le usò
violenza, e cominciò a vivere con lei un legame incestuoso. Per
allontanare gli
innumerevoli pretendenti fece questo bando: l'avrebbe avuta in sposa
solo chi
fosse riuscito a risolvere un indovinello, ma a chi avesse tentato
senza
successo sarebbe stata tagliata la testa, proprio come ai pretendenti
di Turandot. Ancora più dell'indovinello della
Sfinge, questo
enigma rivela, mentre nasconde, la soluzione. La leggiamo dal Pericle
principe di Tiro, che Shakespeare trasse da questo romanzo: I am no viper, yet I feed On mother's flesh which did me
breed. I sought an husband, in which labour I found that kindness in a father. He's father, son, and husband mild; I mother, wife, and yet his child. (A. I, Sc. 1) [2] L'enigma è una precisa
rappresentazione della
relazione incestuosa: "Mi nutro della carne della madre che mi ha
allevato... egli è padre, figlio e dolce marito; io sono madre,
moglie e pure
la sua bambina". Per indicare la sua relazione forte con i
figli nel
linguaggio comune il genitore, e la madre in particolare, dice "carne
della mia carne": nell'enigma per descrivere il rapporto incestuoso
è
usato un verbo relativo alla sfera orale: "Mi nutro della carne di mia
madre". La figlia si nutre del padre, di cui la madre si nutriva, e
questa
regressione all'oralità richiama l'antica azione mitica con la
quale il Tempo
stesso cerca di arrestare il succedersi delle generazioni e la perdita
di
potere che ne consegue: il dio greco Crono, il cui nome significa tempo,
Saturno per i latini, per non essere spodestato da uno dei suoi figli
li
divorava appena nati. Il mito e le opere letterarie sono rette da una
geometria
molto vicina a quella della teoria psicoanalitica, ed è facile
interpretare
queste formulazioni enigmatiche, sia che si faccia riferimento alle
fasi e alle
zone erogene in Freud, sia che si pensi ai fantasmi originari
kleiniani. Il
bambino piccolo esprime le sue ipotesi su come si fanno i bambini
unendo senza
problemi di coerenza le zone orali, anali e genitali; inoltre, anche
lasciando
da parte le perversioni, è facile osservare nella
sessualità molte contiguità e
scambi tra sfere erogene. Questo impasto è nominabile come un
caos originario
dal quale si enucleano rappresentazioni differenziate, che permettono
di
separare, delimitare ed esperire le diverse sfere erotiche, vitali: ma
non
scompare mai completamente, e preme in maniera perturbante e confusiva
nell'adulto, ogni volta che affiorano nuclei psicotici, destabilizzanti
per la
vita di relazione e l'equilibrio personale. Possedere sessualmente, mangiare, nutrirsi,
arrestare
lo scorrere del tempo, mettere in scacco la morte impedendo la crescita
dei
figli: questo gioco è rappresentato dall'enigma che vela e svela
la relazione
tra il re Antioco e sua figlia. La difficoltà nel risolverlo,
visto che la
soluzione è chiarissima, indica la difficoltà a
rappresentarsi l'evidenza del
tema dell'incesto: l'enigma esprime a un tempo questo contenuto
cruciale e la
sua rimozione. Rivisitare l'incesto in questa chiave,
osservando come
annulli il tempo storico annullando la separazione fra generazioni,
impone di
richiamare la centralità che per Freud ha il tabù
dell'incesto: il divieto e la
separazione fra generazioni che ne consegue rendono possibile la
civiltà umana [3]. Abbiamo osservato che il processo di
rimozione, che attesta
l'universalità delle pulsioni incestuose, è rappresentato
in primo luogo da
questo paradosso: che molti pretendenti non riescono a rispondere
all'enigma,
nonostante l'enigma descriva a chiare lettere le nozze tra padre e
figlia.
Meglio ancora: è appunto per la sua intollerabile evidenza che
la soluzione non
può essere pensata. Ma possiamo osservare un altro interessante
livello di
rimozione, andando a leggere l'enigma nel romanzo latino del III secolo
e nella
versione inglese dell'XI secolo: le nozze incestuose sono rivelate e
svelate
con altrettanta chiarezza, ma c'è qualcosa d'altro. Scelere vereor, I am borne along the crime Materna carne
vescor.
I devour my mother's flesh Quaero patrem meum, meae
I seek my brother, the
husband Matris virum, uxoris meae
Of my mother, the
son of my Filiam, nec invenio. [4]
Wife.
I do not find him. [5] Nel romanzo antico chi pone l'enigma è
il re padre, in
Shakespeare è la figlia, come nella fiaba è Turandot. Per
lo scrittore e per il
pubblico adulto, come per Freud, è probabile che sia più
perturbante assegnare
al padre il ruolo più attivo nell'instaurarsi della relazione
incestuosa.
Riteniamo che questo abbia provocato il minor successo della bellissima
versione di Pelle d'Asino di Perrault rispetto ad altre sue fiabe:
nessuno si
aspetta che la Walt Disney ne fornisca una versione, a meno che non
abbandoni
la sua rappresentazione eufemizzata dell'infanzia, che riscuote tanto
successo.
Ma anche Shakespeare ha preferito fornire una versione dell'enigma che
elimina
l'ambiguità onirica o delirante espressi alla fine dell'enigma
dalle versioni
più antiche: Cerco il padre mio, di mia / madre lo sposo /
della mia sposa /
la figlia, e non trovo... Cerco mio fratello, il figlio di mia /
moglie. Io non
lo trovo.... Prima di interpretare questi versi antichi
desideriamo
fornire un esempio di rimozione per razionalizzazione. Ben Edwin Perry,
nella
sua opera sul romanzo antico (cit., pp. 296 sgg.), trova
illogico che il
re Antioco ponga ai pretendenti che desidera allontanare un indovinello
che
rivela la relazione incestuosa mentre la vuole mantenere segreta.
Desiderando
spiegare questa incongruità, lo studioso ipotizza che l'ignoto
autore latino
abbia inserito un indovinello qualsiasi, che per caso aveva sottomano
in quel
momento, dimenticando la consequenzialità del suo racconto. Lo
psicoanalista
analizza per riconoscere un senso profondo, difficile da accogliere,
proprio
dove appare una lacuna, procedendo in direzione opposta alla rimozione.
Questo
consente di procedere nella comprensione dell'opera letteraria,
evitando che
talora ciò che sta sotto gli occhi, il motivo essenziale dello
stesso romanzo,
l'enigma contraddittorio e perturbante dell'incesto, possa essere
liquidato
come una casuale svista dell'anonimo autore antico. È strano che
si sia
trascurato il senso della presenza di questa stessa formulazione
dell'enigma
nella versione dell'undicesimo secolo. Un esercizio meno rigido della
rimozione
ha evidentemente consentito all'antico traduttore inglese una
comprensione del
testo superiore a quella del nostro contemporaneo [6]. Si può osservare il romanzo, o il
sogno personale,
come un insieme espressivo, un corpo unico, governato da una logica
analoga a
quella che governa il corpo individuale, che sviluppa anche le malattie
autoimmunitarie, senza alcun riguardo per la nostra difficoltà
logica a
comprendere come una funzione che tutela la vita e la salute si
trasformi in un
agente di morte. Se si operasse secondo quella logica razionalizzante -
che
rimuove il senso perturbante attraverso razionalizzazioni - potremmo
anche
ipotizzare un'interpolazione, trovando incongruente che la Sfinge si
sia
gettata nell'orrido quando Edipo risolve il suo enigma. Perché
questa insidiosa
e mortifera chimera avrebbe dovuto suicidarsi solo perché il suo
indovinello
era risolto? Non poteva cambiare sentiero e continuare a porlo sulla
via di
Sparta, oppure trasformarsi in una delle innumerevoli divinità
sparse nella
Grecia antica? Ma nessuno trova incongruente il tragico e
volontario
volo della Sfinge, quando si immola col suo ordine enigmatico di fronte
all'eroe del pensiero, che ha osato risolvere semplicemente ciò
che non è
semplice. Di questa complessità caotica, in cui è diffuso
il germe del
desiderio, della passione, dell'Eros, le antiche formulazioni danno una
straordinaria rappresentazione. Nel testo latino, le parole scelere
vereor,
materna carne vescor (temo per un delitto, mi nutro della carne
materna), potrebbero essere pronunciate sia dal padre che
dalla figlia,
perché carne
materna può essere inteso sia come figlia per il padre, sia
per la figlia,
come padre, sposo/carne della madre. Nel testo inglese, successivo di
sette
secoli circa, l'ambiguità resta nella prima frase, I am
borne along the
crime (sono portato/a da un delitto), mentre è
scomparsa dalla
seconda: I devour my mother's flesh (divoro la carne di mia
madre),
può essere detto solo dalla figlia. L'inizio dell'ultimo periodo deve essere
pronunciato
in entrambi i casi dalla figlia: al latino quaero patrem meum, meae
matris
virum (cerco mio padre, lo sposo di mia madre), corrisponde
una versione letterale nell'inglese antico, salvo che al posto del padre
compare
il fratello, sposo della madre: I seek my brother, the husband of
my mother.
Ed è a questo punto che l'incongruenza raggiunge il culmine: in
latino la
ricerca della figlia diventa senza soluzione di continuità la
ricerca operata
dal padre: uxoris meae filiam. In inglese quale dei due cerca
il figlio
maschio della propria moglie, the son of my wife? Nel
romanzo la
principessa è figlia unica, quindi il padre non potrebbe
cercarlo; e la figlia
può cercare il figlio di sua moglie? Nec invenio (e non trovo), I do not find him
(non lo
trovo). Impossibile rientrare nel passato: per quanto
entrambe
le polarità della relazione incestuosa agiscano alla lettera la
loro passione, non
trovano l'impossibile oggetto d'amore, che è insieme sposa e
sposo, figlio
e figlia, amante, e madre, padre, fratello, sorella. La sorte della
coppia
incestuosa è una splendida rappresentazione della
distruttività che entra in
scena infrangendo il tabù dell'incesto: il re di Antiochia e sua
figlia dopo un
certo tempo vengono trovati carbonizzati nel loro letto, puniti dagli
dei con
la loro stessa passione, divorante come il fuoco. [7] Così oscuro è anche un testo
letterario, quando
rappresenta ciò che appartiene alla sfera perturbante
dell'inconscio non
colonizzato, razionalizzato, eufemizzato, dalla coscienza, com'è
oscuro un
sogno notturno, e ogni fiaba quando il suo senso ci sfugge. Ma il loro
ordine
segreto, una volta che l'interpretazione abbia consentito di coglierne
il
senso, è mirabile, e solo in quel momento, con la coscienza
derivante dalla
ricerca effettuata, possiamo affermare che la miglior interpretazione
di una
fiaba, di un sogno, di un testo letterario, è quella fiaba, quel
sogno, quel
romanzo antico [8]. 3. L'incesto in
Pelle d'Asino Abbiamo già parlato di narcisismo a
proposito della
relazione troppo perfetta tra madre e figlia. Narciso, fissando la
propria
figura, resta immobilizzato in un tempo e uno spazio: la relazione
incestuosa,
per quanto imprigionante, implica due figure, di sesso diverso. Per
Narciso la
sola uscita dalla prigione dello specchio è nel dolore
insopportabile al quale
consegue la morte, mentre dalla relazione incestuosa la protagonista
della
fiaba, il soggetto che deve e vuole crescere, può fuggire. Mentre Edipo e il re Antioco vivono la
tragedia di
questa vicenda umana essenziale, la fiaba rappresenta un percorso del
quale il
motivo dell'incesto è una parte, ed è seguito da una fuga
bellissima della
protagonista, che dopo un tempo di occultamento nella bruttezza e nello
sporco
splenderà come un astro e diventerà regina. Le fiabe confrontate tra loro ci raccontano
che il
rifiuto della vita e del suo tempo storico ha gli stessi effetti, sia
che
questo rifiuto sia agito dal genitore che dalla figlia. La
difficoltà che
impedisce di crescere è difficoltà nella relazione tra genitore e generato, e in ogni caso la
possibilità di scioglierla sta nel bisogno e nel desiderio di
uscire dalla
relazione della parte giovane. Come nel sogno i personaggi e gli scenari
appartengono
tutti al sognatore, del quale mettono in scena articolazioni e funzioni
psichiche,
così nella fiaba antagonisti e protagonisti possono essere
intesi come figure
intrapsichiche. Le violenze che subiamo da figure esterne, concrete, si
fissano
in coazioni che arrestano la nostra crescita nella misura in cui queste
figure
hanno un corrispettivo fantasmatico dentro di noi. Il potere di una
personalità
sadica non esiste se l'altra persona non ha in sé componenti
masochistiche,
rispetto alle quali personifica un fantasma già esistente. Il
delirio di
persecuzione porta le personalità paranoidi a selezionare nella
realtà esterna
tutto ciò che conferma la loro costruzione, fino a individuare
con assoluta
certezza elementi oggettivi che per un osservatore esterno sarebbero
neutri e
insignificanti. Oppure si pensi alla sconfortante tendenza delle
persone che
escono da una relazione di coppia fallimentare a ritrovare un tipo di
partner
con le stesse caratteristiche del precedente. Dal punto di vista della
realtà
psichica, di cui parlano le fiabe, interno ed esterno sono condizioni
intercambiabili di oggetti significativi affettivamente. Parliamo di
oggetti
psichici il cui campo non è solo quello della coscienza, che ha
la funzione di
discriminare tra soggetto e oggetto, interno ed esterno. Quando questa
separazione è possibile possiamo dire che la persona ha
acquisito il sentimento
della vera realtà[9], e distingue tra sé e altro da
sé abbastanza da
cogliere le possibilità trasformative dell'esperienza. Se la
figlia anoressica
potesse distinguere in senso profondo fra la propria identità e
il fantasma
materno, non sarebbe determinata da un rifiuto della madre e del cibo
che
cresce come rifiuto del corpo e della vita. L'enigma posto dalla Sfinge, e quello analogo
del re
di Antiochia, sono tanto difficili da risolvere perché per farlo
occorre
accogliere l'incomprensibile che è in noi. Non è
possibile dare la risposta se
la rimozione ha eliminato dalla coscienza ogni traccia di quel passato
in cui
eravamo intrecciati in una relazione simbiotica con i genitori, non
è possibile
rispondere se le barriere tra il generante e il generato sono
così rigide che
non è possibile vedere che nell'arco del suo giorno l'uomo
è tre esseri
diversi, e non è mai solo l'uno senza l'altro. Non è
possibile se ciò che
determina lo psichismo non può accettare la morte come ultimo
termine della
vicenda umana. Il padre che vuole sposare la propria figlia
vuole
essere sia generante che generato, tentando di fermare il tempo storico
e di
vivere un tempo in cui si illude di mettere in scacco l'invecchiamento
e la
morte confondendo i due termini della relazione. Mentre nel romanzo antico e nella tragedia di
Edipo la
relazione incestuosa è consumata letteralmente, la fiaba di
Pelle d'Asino
racconta che, un attimo prima della infrazione del tabù, la
figlia si dà alla
fuga. Si rappresenta quindi il motivo dell'incesto come una vicenda in
parte
deletteralizzata, quindi psichizzata. Dal momento in cui fugge, la
principessa
avrà ancora molto lavoro da compiere prima di giungere alle
nozze, ma il suo
destino sta a quello della principessa di Antiochia come un sonno lungo
cent'anni sta alla morte. 4.
Cordelia Abbiamo parlato di un tempo senza tempo, che
prende
vita dalla relazione incestuosa col suo rifiuto dell'avvicendarsi delle
generazioni. Vogliamo osservare ora la stessa condizione in una forma
deletteralizzata, nel senso che non si parla di un rapporto incestuoso
con la figlia,
eppure dalla figlia più giovane il padre esige un amore diverso
da quello che
può dargli. Così cominciano tante fiabe, come Occhi
marci di
Nerucci: A' tempi antichi ci fu un Re che aveva tre figliole. Un giorno le chiamò tutt'insieme e disse alla maggiore: "Quanto mi vo' tu bene?". "Quant'al pane", quella gli arrispose. "Allora i' son contento", dice 'l padre. Poi s'arrivolse alla mezzana: "E te quanto mi vo' tu bene?". "Babbo mio, quant'al vino". Fa il padre: "Anco di te i' son contento, perché il vino mi garba e il paragone è giusto. E te, piccina, dimmelo anco te, quanto mi vo' tu bene?". Dice la piccina: "Quant'al sale". "Oh birbona," sbergola il Re: "dunque, tu mi vo' veder distrutto?". E s'incattivì, ché alla figliola, per bone ragioni che lei gli portassi del su' pensieri, non ci fu verso di farlo persuaso e d'abbonirlo. Dice lui: "Sì, tu mi vo' distrutto, perché 'l sale si strugge anco da sé indove si mette. Dunque una figliolaccia come te con meco nun ci pole più stare. Va' via di casa e ti maladico, e vai laddove più ti garba. Ma fuggi via subbito dalla mi' presenzia e ch'i' nun ti rivegga più mai" (cit., p. 106). Come la protagonista di Zuccaccia
questa
principessa disperata va a chiedere consiglio alla sua balia, visto che
la
madre, come ci aspettavamo, è assente, neanche nominata. E per
allontanarsi dal
padre fugge in un reame lontano, coperta da un travestimento repellente
che la
occulta e dal quale uscirà in tutto il suo splendore per sposare
il suo
principe: lo svolgimento della vicenda è lo stesso che
analizzeremo nei
prossimi capitoli, quasi identico a quello di Pelle d'Asino. Invece di
chiederle di sposarlo, il re chiede alla figlia più piccola di
risponderle come
lui desidera, e non sopporta che gli voglia bene come al sale
perché, dice, il
sale si distrugge anche da sé. Le altre due sorelle paragonano
il padre ai cibi
fondamentali, gli stessi che figurano nel sacrificio della messa,
dicono quindi
al padre che lui è il cibo della loro vita, mentre la più
piccola gli richiama
la sua morte: il sale si distrugge anche da sé. Ci piace
considerare l'orrore
provocato nel padre da questa risposta come una conferma di quanto
abbiamo
detto dell'incesto: essere al centro dell'amore della figlia, essere il
suo
sposo, permette al padre di respingere il fantasma della propria morte.
Dopo aver incontrato il suo principe, colui
che la
riconoscerà sia nell'oscurità del suo travestimento che
nel suo splendore, la
figlia più piccina si sposa, e al banchetto di nozze partecipa
anche suo padre,
che invece non la riconosce più. La sposa, come si racconta,
dispose che gli
venisse servito tutto senza sale, e il re non riuscì a mangiare,
e se ne
rammaricò dicendo che le pietanze erano insopportabilmente
sciocche. "Dunque lei al sale gli vole bene?", addimandò la sposa. Dice lui: "Sicuro, ché insenza sale i' nun so fare io". "Oh! allora, signor padre", scramò la sposa, "perché mi mandò via di casa, quand'i' paragonai il bene ch'i' gli volevo al bene ch'i' voglio al sale?". A queste parole 'mprovvise il padre s'accorgette che era la su' figliola e disse forte: "T'ha ragione! I' feci male dimolto, e ti chieggo perdono, e ti benedisco con tutto il core" (Ivi, pp. 109-110). Attraverso l'amore del padre la figlia si
stacca dalla
madre e impara ad amare l'altro sesso, ma la sua crescita si chiude
nella
relazione incestuosa se il padre si configura per lei come nutrimento. Occhi marci,
sorella di Cordelia, sa che la relazione col padre deve essere
deletteralizzata, simbolizzata, per consentire la crescita verso
l'eterosessualità
esogamica, le nozze regali. Il finale di questa fiaba riporta ai suoi
confini
l'amore per il padre: essenziale, esso non costituisce però il
cibo di cui può
nutrirsi la figlia, che dovrà trovarlo e prepararlo nel nuovo
reame,
staccandosi dalla propria casa, sciogliendo i legami con la propria
famiglia. In questo motivo fiabesco il simbolo del sale
richiama
la funzione paterna come principio di separazione, discernimento: avere
del
sale in zucca significa essere saggi, agire sensatamente;
un cibo
può essere sciocco come una persona; il verbo latino sapio
significa sia aver gusto che esser savio, e da esso
derivano sapere
e sapore. Delle due sorelle di Occhi Marci la
fiaba non
parla, perché rappresentano la parte che smette di crescere.
Questa non è
materia di fiaba, perché non apre un percorso, un movimento dal
noto
all'ignoto, dal legame con i genitori alla costruzione di una nuova
realtà
affettiva, che viene conquistata dalla protagonista e dal suo principe,
perché
non si trova nella casa dell'origine. Come tragedia, non fiaba, verso la morte, non
verso il
lieto fine, si svolge lo stesso tema in Re Lear. Nel primo atto
Shakespeare ci presenta un re che abdica e vuole che le figlie
ereditino in
anticipo il suo regno: apparentemente accetta e favorisce il passaggio
di
potere alla nuova generazione. Come il re della fiaba del sale chiede
alle tre
figlie quanto lo amano, perché il loro amore è la
ricompensa che esige per il
regno di cui si priva. La prima figlia
dice: Sir, I love you more than word can
wield the matter; Dearer than eyesight, space, and
liberty; Beyond what can be valued, rich or
rare; No less than life, with grace,
health, beauty, honour; As much as child e'er lov'd, or
father found; A love that makes breath poor and
speech unable; Beyond all manner of so much I love
you. (A. I, Sc. 1) [10] Osserviamo che nella risposta l'amore verso
il
generato e l'amore verso il generante sono nominati in quella
identità senza
limiti di cui abbiamo parlato come carattere fondamentale dell'incesto:
quanto
può essere amato il figlio, quanto può essere amato il
padre. Quand'è il
suo turno, la figlia mediana dichiara un amore ancora più
grande, perché la sua
felicità è solo nell'amore paterno, e re Lear,
soddisfatto, assegna a ciascuna
di loro un terzo del suo regno. La più piccola, la prediletta
Cordelia, non ha nulla
da dire, poi, dietro le insistenze del padre, gli risponde:
.....................................
Good my lord, You have begot me, bred me, lov'd
me; I Return those duties back as are
right fit, Obey you, love you, and most honour
you. Why have my sisters husbands, if
they say They love you all? Haply, when I
shall wed, That lord whose hand must take my
plight shall carry Half my love with him, half my care
and duty. Sure I shall never marry like my
sisters, To love my father all. (Ivi)[11]. Re Lear, deluso da questa risposta, si
infuria e
ripudia la figlia più piccola, dividendo fra le due prime figlie
l'ultima parte
di regno. Rimasta senza dote, Cordelia viene rifiutata dal suo
pretendente duca
di Borgogna, mentre il re di Francia chiede la ragione del ripudio.
Comprendendo la vicenda, parla e agisce con una sensibilità
corrispondente a
quella di Cordelia, e la sua poesia ci fa incontrare per la prima volta
il
principe sensibile, che ritroveremo nel capitolo 7:
Fairest Cordelia, that art most
rich, being poor; Most choice, forsaken; and most
lov'd, despis'd! Thee and thy virtues here I size
upon, Be it lawful I take up what's cast
away. Gods, gods! 'tis strange that from
their cold'st neglect My love should kindle to inflam'd
respect. Thy dow'rless daughter, King, thrown
to my chance, Is queen of us, of ours, and our
fair France. Not all the dukes of wat'rish Can buy this unpriz'd precious maid
of me. Bid farewell, Cordelia, though
unkind; Thou loses here, a better where to
find. (Ivi)[12]. Mentre abdicando sembra riconoscere la
propria
vicinanza alla morte, Lear esige di essere rispecchiato come assoluto
oggetto d'amore.
Esigere dalla propria figlia che dichiari un amore più grande di
ogni cosa
bella e profonda della vita, unendo l'amore per il figlio e l'amore per
il
padre è una richiesta incestuosa, anche se l'incesto non
è letteralmente
presente. Ed è la richiesta posta alla figlia da ogni padre che
chiede di
essere idealizzato: la fissazione a questa figura paterna le impedisce
di amare
veramente un altro uomo. La donna che resta psicologicamente legata
all'immagine paterna, imprigionata nella relazione edipica in una forma
virtuale di incesto, amerà il proprio partner a patto che
corrisponda a questa
immagine idealizzata, e cercherà di distruggerlo, sentendosi
tradita e delusa,
quando sarà costretta a prendere atto che non potrà mai
essere all'altezza
delle sue aspettative. La donna sarà incapace di perdonargli non
tanto le sue
mancanze, quanto il suo essere irrimediabilmente altro dal padre. Amare
un
altro uomo non implica solo che la donna abbia rotto lo specchio che
mantiene
l'identità originaria con la madre, ma anche la sua rinuncia
alla bellezza di
cui gode nell'amore edipico. 5.
Gli abiti meravigliosi Nella fiaba di Zuccaccia, che abbiamo
già
introdotto, la principessa pone come condizione per accettare le nozze
che il
padre le procuri un vestito di seta color d'aria e tutto tempestato
con le
stelle del cielo. La balia l'ha consigliata di chiederlo pensando
che il
dono fosse impossibile, ma il re innamorato incarica un servitore di
cercarlo
in tutto il mondo, a qualunque costo. In tutte le fiabe in cui viene
formulata
questa richiesta, il re la soddisfa: poi segue la richiesta di un altro
abito,
e di un terzo, sempre più belli e difficili da procurare. Così il padre di Zuccaccia le dona il
vestito color
dell'aria con le stelle del cielo, e poi un abito di seta color
dell'acqua, con
tanti pesci d'oro che ci nuotano dentro, e infine un terzo, tutto
tessuto di
campanelline e catenelle d'oro. Nella sua versione della fiaba Perrault
racconta che
il re ordina ai suoi servitori di fare gli abiti richiesti
dall'Infanta: se non
riusciranno li impiccherà tutti. Così le dona un abito
del color dell'aria,
bello come il cielo azzurro quando è circondato da nuvole d'oro,
uno che
splende come la luna, e il terzo del colore del sole: ...Il Re innamorato diede via senza rimpianti tutti i diamanti e tutti i rubini della sua corona, con l'ordine di non risparmiare alcuna cosa affinché l'abito fosse più splendente del sole. Infatti, non appena fu portato alla Corte, tutti quelli che lo videro furono costretti a chiudere gli occhi, tanto ne rimasero abbagliati. È da quel tempo che sono venuti in voga gli occhiali verdi e le lenti affumicate. Cosa divenne l'Infanta a tale vista? Non si era mai veduta cosa più bella né più artisticamente lavorata. Ella rimase senza fiato e, col pretesto d'aver male agli occhi, si ritirò in camera sua... (Perrault, cit., p. 5). Perché l'Infanta e Zuccaccia chiedono
al padre
innamorato abiti meravigliosi se vogliono evitare le nozze con lui?
Dato che
sono abiti con i quali la loro bellezza, già straordinaria, si
esalta,
vestendosi dell'azzurro del cielo e dello splendore degli astri,
l'amore
incestuoso non può che crescere. La figlia sfida il padre ad arricchire la sua
identità, visto che gli abiti la simbolizzano, fino a fare di
lei più che una
principessa bellissima: gli pone come condizione per sposarlo di
dimostrare che
col suo amore può renderla bella come il cielo, il mare, la
luna, le stelle, il
sole... E il padre con la sua regale potenza accetta la sfida e
soddisfa la richiesta.
Ma questo non basta, e la richiesta successiva a quella dei tre abiti
è
completamente diversa: l'Infanta, su consiglio della sua madrina, la
fata dei
Lillà, chiede al padre la pelle dell'asino fatato, che nelle
stalle regali
riempie ogni notte la lettiera di monete d'oro. Quando il re senza
esitare
sacrifica il suo animale per amore della figlia, la principessa si
copre con la
pelle dell'asino e fugge dalla reggia. Con gli abiti meravigliosi che la seguono in
una
cassetta sotto terra, pronti a tornare in superficie con un tocco della
bacchetta magica, la bella fuggitiva è avvolta nella pelle
dell'asino, che le
aderisce come una nuova identità, rendendola così brutta
e sudicia che nessuno
vuol aver a che fare con lei. Trasformata in Pelle d'Asino la
protagonista
troverà finalmente un rifugio come sguattera e guardiana di
pecore e tacchini. Come Cenerentola
avrà un posto in
cucina, e tutti la disprezzeranno, disgustati dal suo aspetto asinino. Non è con la sua bellezza che
l'Infanta può fuggire,
né tanto meno indossando le vesti che la fanno risplendere come
il firmamento,
ricevute dal padre innamorato, ma avvolta dalla pelle dell'asino: in
altre
fiabe la principessa sfugge alle nozze incestuose trasformandosi in
un'orsa, o
coperta da una veste di legno. Ma il travestimento più
repellente, che rimanda
alla vecchia Baubò del mito delle grandi dee e alla vecchia
della fiaba cornice
di Basile, è quello della principessa Occhi marci, che
aveva risposto al
padre di volergli bene come al sale. La balia non sa come fare per
salvarle
l'onore, dato che la sua bellezza richiama l'attenzione di tutti i
giovani che
incontrano fuggendo: Una sera però, arrivate a una città le du' donne, s'imbatterno in un mortorio e gli dissano che era il funerale d'una vecchia morta a cento anni. Pensa subbito la balia: - "Se mi vendano la pelle di questa vecchia no' siemo salve." - Vanno dunque nella chiesa, e doppo finite le funzioni la balia cerca del becchino e gli domanda, se lui vole vendere la pelle della vecchia. Il becchino in sulle prime 'gli arrispose di no; ma poi, siccome la balia gli profferse cento scudi, lui s'accordò, e con un coltello scorticata per bene tutta la vecchia, la su' pelle la diede alla balia. La balia quand'ebbe avuto in mano la pelle della vecchia col viso, i capelli bianchi, le mane con l'ugne e tutto, la fece conciare e cucitala su del cambrì, mascherò con quella la ragazza, sicché la nun si riconosceva più (Nerucci, cit., p. 107). La principessa diventa una cosa sola con la
pelle che
la nasconde, e quando il principe le chiede la sua età, risponde
di avere
centoquindici anni. Lo stesso principe può scoprire che Occhi
marci è la
bellissima sconosciuta che ha ballato con lui, indossando abiti color
del mare
e color del cielo, solo quando comprende che bruttezza e bellezza
compongono la
sua identità, come elementi egualmente importanti del suo
complesso cammino di
crescita. L'idealizzazione della donna, complementare
all'idealizzazione
dell'uomo, impedisce l'uscita dal dominio genitoriale, reame o casa
originaria,
e l'incontro profondo con l'altro sesso. Tornando a re Lear, abbiamo visto
l'espressione di
questa idealizzazione in ciò che all'inizio pretende dalle
figlie, e più avanti
troviamo l'opposto complementare di questa idealizzazione, il
disprezzo. Le due
figlie maggiori dopo essersi sposate maltrattano il padre ormai privo
di
potere, così come disprezzano i loro mariti: ciò che
muove le loro azioni sono
la voracità e l'invidia, che prosperano all'ombra di ogni
idealizzazione. La perdita dell'immagine ideale del
femminile, per
difendere la quale aveva sacrificato Cordelia, la figlia più
piccola e più
amata, provoca in re Lear il crollo dell'immagine idealizzata di
sé, la perdita
irreparabile del suo senso di identità, la sua pazzia.
All'immagine ideale
della donna amata, che è madre, sposa e figlia allo stesso
tempo, subentra il
suo opposto complementare. A questo opposto, che costituisce la
condizione in
cui la donna si sente brutta, colpevole, sporca e inaccettabile,
sarà dedicato
il prossimo capitolo. Ma prima leggiamo nelle parole di Lear ormai
perso nella
follia l'espressione perfetta di tutto ciò che l'uomo rifiuta di
vedere nella
donna, lo stesso che la donna rimuove narcisisticamente da se stessa:
vi
leggiamo ciò che forma l'oscurità del femminile,
inaccettabile perché
sconosciuta, negata, rimossa, eppure irrinunciabile se la principessa
vuole
essere regina, come sanno Cenerentola e Pelle d'Asino. Behold yond simp'ring dame Whose face between her forks presaes
snow, That minces virtue and does shake
the head To hear of pleasure's name - The fitchew nor the soiled horse
goes to't With a more riotous appetite. Down from the waist they are
centaurs, Though women all above; But to the girdle do the gods
inherit, Beneath is all the fiends'; There's hell, there's darkness,
there is the sulphurous pit - Burning, scalding, stench,
consumption. Fie, fie, fie! pah, pah! Give me an
ounce of civet, Good apothecary, to sweeten my
imagination. (A. IV, Sc. 6)[13] [1] Vedi la Storia
del principe Kalaf e della principessa
della Cina,
in Pétis de la Croix, I mille e un giorno (1712), vol.
I, pp. 150-250.
Pétis de la Croix fu il primo a pubblicare Turandot,
ambientandola in
una Cina priva di riferimenti storici e geografici, seguendo la moda
dell'orientalismo in voga all'inizio del Settecento. Tra il 1704 e il
1717
erano uscite Le mille et une nuits di Antoine Galland, che
divennero il best-seller
del Secolo dei Lumi. Anche il paese di Aladino, nato
alla carta
stampata per opera di Antoine Galland, era questa Cina, che va intesa
semplicemente come un lontano reame di fiaba. Ma nei secoli il nome di
maniera
lavora con la stessa procedura metastorica del registro fiabesco,
creando
l'ambientazione cinese della Turandot pucciniana, e
promuovendo, per le
contemporanee rappresentazioni di questo melodramma, scambi concreti
con la Cina
per la sceneggiatura e la regia. E' un bell'esempio di come l'arte, con
la sua
illusione, senza pretese di veridicità, finisca col creare la
realtà. [2] Non sono una
vipera, eppure mi nutro / della carne della
madre che mi ha
generato. / Cercai uno sposo, e in questo lavoro / Trovai quel favore
in un
padre. / Egli è padre, figlio, e dolce sposo; / Io sono madre,
figlia, e pure
sua bambina. [3] Vedi Sigmund
Freud, Totem e tabù (1912-13). [4] Temo per un
delitto, / mi nutro della carne materna. /
Cerco il padre
mio, di mia / madre lo sposo / della mia sposa / la figlia, e non
trovo. (cit.
da Peter Goolden, The Old English Apollonius of Tyre,1958; p. 7) [5] Sono portata da
un crimine, / divoro la carne di mia
madre. / Cerco mio
fratello, il marito / di mia madre, il figlio di mia / moglie. Io non
lo
trovo.(cit. da Ben Edwin Perry, The Ancient Romances. A
Literary
Historical Account, 1967, p. 296)
[6] Questa
formulazione enigmatica potrebbe avere la sua
matrice nelle Supplici di Eschilo: "Simile a quegli uccelli
che mangiano carne di
uccelli
[...] s'è due volte nutrito della sua propria carne, dapprima
versando il
sangue paterno, poi unendosi col sangue materno". (cit. da J.P.
Vernant, Ambiguità
e rovesciamento sulla struttura enigmatica dell'"Edipo re"; sta
in: Detienne, Il mito, 1989; p. 84). [7] Il motivo degli
amanti incestuosi che vengono carbonizzati
è presente
nelle Mille e una notte (1948, Storia del primo mendicante
nella Storia
del facchino e delle ragazze, vol I, pp. 64 sgg.), dove subiscono
questa
pena un fratello e una sorella. Ricorre anche nella Leggenda Aurea,
dove
ad essere carbonizzata è una madre che, non essendo riuscita a
sedurre il
figlio, lo porta in tribunale accusandolo, come Fedra, di peccati di
lussuria.
(Jacopo da Varagine, 1990; vol. I, p. 14) [8] A proposito
dell'enigma vedi anche il mio saggio Il
motivo
dell'enigma. Trasformazioni e costanti del discorso interiore, 1994. [9] Wirklichkeitsgefül,
usato da Freud, significa
letteralmente sensazione,
senso, sentimento della vera realtà, e ci pare più
poetico ed efficace
della locuzione più comunemente usata, principio di
realtà. Questo principio
viene troppo spesso inteso, o frainteso, in termini riduzionistici,
come
contrapposto al dominio del desiderio e della fantasia desiderante.
Riteniamo
che il sentimento della vera realtà scaturisca da una
trasformazione che
tiene conto degli elementi onirici, fantasmatici, simbolici, quanto dei
rapporti concreti che si articolano secondo una norma consensuale. Se
non c'è
sentimento, non c'è alcuna conoscenza profonda, nemmeno
nell'esperienza
concreta. [10] Signore, io vi
amo più di quanto possano riuscire
ad esprimere le
parole: v'ho più caro della vista, dello spazio, della
libertà; vi amo al di
sopra di tutto ciò che può essere stimato ricco e raro;
non meno della vita,
quando è unita alla grazia, alla salute, alla bellezza,
all'onore; vi amo
quanto figliolo amò mai padre, o padre si vide amato; di un
amore, il quale
rende povero il fiato e impotente la parola; io vi amo al di là
di tutti questi
modi così alti di amare. (Tutte le opere, a cura di Mario
Praz, 1989, p.
904) [11] Mio buon
signore, voi mi avete generato, allevato, voluto
bene: io vi
corrispondo, da parte mia, con quei doveri che sono giustamente
convenienti; cioè
vi obbedisco, vi amo, e vi onoro del mio meglio. Perché hanno
marito le mie
sorelle, se dicono che tutto il loro amore è per voi?
Probabilmente, quando un
giorno mi sposerò, l'uomo che riceverà dalla mia mano il
pegno della mia fede,
porterà con sé metà dell'amor mio, metà
delle mie cure e dei miei doveri:
certo, io non mi mariterò mai come le mie sorelle, per dedicare
tutto intero
l'amor mio a mio padre. (Ivi) [12] Bellissima
Cordelia, che sei ancora più ricca
perché sei povera, più
eletta perché abbandonata, più amata perché
disprezzata, io mi impossesso, qui,
di te e delle tue virtù: io, mi sia lecito, raccolgo ciò
che vien gettato via.
Dèi, dèi! è strano che alla gelida noncuranza di
costoro, l'amor mio dovesse
accendersi, fino a divampare in venerazione. Re, la tua figliola senza
dote,
gettata nelle mie braccia dalla ventura, è regina nostra, dei
nostri sudditi,
della nostra bella Francia: tutti i duchi di Borgogna non potranno
ricomperare
da me questa preziosa fanciulla disprezzata. Cordelia, di' addio a
costoro, per
quanto snaturati: tu perdi questo luogo, per trovarne uno migliore.
(Ivi, p.
906) [13] Guardate quella
signora là, che sorride
scioccamente, che ha una faccia, la quale
vi farebbe credere, che
fra le sue gambe ci stesse di casa la neve, che fa la santarellina,
scuote il
capo scandalizzata a sentir pronunciare il nome del piacere; ebbene, la
puzzola
e il cavallo pasciuto d'erba fresca non ci si buttano con appetito
più
sfrenato. Dalla vita in giù esse sono dei centauri, sebbene
nella parte
superiore esse siano donne; solo fino alla cintola appartengono agli
dei, la
parte di sotto è tutta del demonio, lì c'è l'
inferno, lì c'è l'abisso
sulfureo, che brucia, che scotta, c'è il fetore, la consunzione!
via, via, via!
puah! puah! datemi un'oncia di zibetto per profumare la mia
immaginazione!
(Ivi, p. 936). |
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| 4. La cenere e il tempo |
IL PADRE,
L'INCESTO, LA FUGA He's father, son, and husband mild; I mother, wife, and yet his child. (Shakespeare) 1.
Un giuramento fatale Una diade perfetta si rompe perché la
storia abbia
inizio, perché la parte più giovane, la figlia, possa
gustare il frutto della
fecondità che la simbiosi con la madre rende impossibile. La
donna concreta può
sposarsi e restare vergine, gelida come Turandot che mandava a morte i
principi
innamorati di lei perché non sapevano sciogliere i suoi
indovinelli. [1] La donna che non ha ucciso la propria madre,
la donna
per la quale non ha avuto luogo il distacco, non incontra l'uomo con
tutta se
stessa, anche se conosce il piacere del rapporto sessuale e anche se
partorisce
figli: nella sua parte più segreta torna sempre al fantasma
materno, al quale
deve dar conto della propria femminilità, e il suo compagno
somiglia in questo
gioco allo sposo infero che rapisce Proserpina. L'incontro è
parziale, come per
Proserpina, che passa una parte dell'anno con lo sposo e una parte con
la
madre. A livello intrapsichico la donna vive questo
mancato
distacco dal fantasma materno come una interdizione a esprimere le sue
caratteristiche personali, perché la sottrarrebbero a
un'identità coincidente
con quella della madre. Questa identità ha a che fare con
un'esperienza
primaria della madre, e può essere descritta come narcisismo
femminile. La
madre chiede e impone alla figlia di rispecchiarla, e la figlia
accettando
questo rispecchiamento si struttura secondo un'identità
modellata su quella di
lei. Ogni forma di narcisismo funziona come una conferma di sé
ottenuta
nell'immobilità, come fuori dal tempo, fissando uno specchio, e
tiene il posto
dell'esperienza della propria identità la cui figura è il
viaggio, il movimento
che prevede l'incontro con figure diverse da quelle originarie,
endogamiche.
Non esiste una donna che sia tutta e sempre di fronte a quello
specchio, ma una
componente più o meno ampia di ogni donna vi si trova, almeno in
una fase della
vita, e molte madri non se ne staccano mai, educando a loro volta le
figlie a
rispecchiarsi in loro. L'anoressia rappresenta il limite estremo del
legame
strettissimo e insopportabile con la madre, e la portatrice della
patologia
rifiutando il cibo tenta di distruggere l'immagine che impone il
rispecchiamento, anche se il successo di questa distruzione è
contemporaneamente la distruzione di sé, fino alla morte. Abbiamo ripreso il tema del capitolo
precedente perché
la rappresentazione dell'incesto che andiamo ad analizzare segue alla
morte di
una madre bellissima, come quella della fiaba molisana che ogni giorno
interrogava il sole. La storia della protagonista non si origina
da una
madre persecutoria che subentra alla morte o all'uccisione della madre
buona,
come nella Gatta Cennerentola, Aschenputtel e Cendrillon.
Si apre il racconto con una bella morente che fa giurare al re affranto
di non
risposarsi più, a meno che non trovi una donna eguale a lei. La
fiaba esprime
questa eguaglianza dicendo che la nuova sposa deve essere bella quanto
lei, o
avere come lei fili d'oro tra i capelli, o il dito della misura giusta
per il
suo anello, come successe in Zuccaccia, una delle Sessanta
novelline
popolari montalesi di Gherardo Nerucci (1880). Questa fiaba dice che il re non pensava a
risposarsi,
e aveva riposto l'anello in una scatolina che da tanti anni stava in un
cassetto. Ma la principessina un bel giorno trovò l'anello, se
lo infilò al
dito, e tutta contenta corse dal padre a fargli vedere come le andava
bene: Dice il re: "Oh! figliola mia, 'gli è l'anello della tu' poera mamma. E sai, che mi disse quando lei me lo diede? Mi disse, che dovevo pigliare per isposa quella donna d'i' mi' pari, che l'anello gli stessi bene in dito. Dunque, cara figliola, bisogna bene che tu sia la mi' sposa." La ragazza a quel brutto discorso si sentiede tutta rimiscolare; ma il Re gli cominciò a fare delle carezze e a manifestargli delle parole, non più da padre, ma da amante; sicché la ragazza vergognosa e sbigottita la gli scappò a fatica di tra le mane, e diviata se n'andette dalla balia a raccontargli piagnendo quel che gli era successo. Dice la balia: "Nun vi sgomentate, figliola mia; ma, nunistante, badate di nun mettervi 'n contrasto con vostro padre. Date retta a me, ch'i' vi consiglierò a bene. Voi gli avete a promettere di sposarlo, a patto che vi regali un vestito di seta color d'aria e tutto tempestato con le stelle del cielo. Un vestito a questo mo' non si trova nel mondo, e voi allora nun siete più nell'obbligo di mantenergli la promessa" (Nerucci, cit., p. 87). Quando la madre morendo si è fatta
fare una promessa
come questa, ne segue sempre una situazione di incesto. Per il padre
fedele
alla sposa morta, la fedeltà è possibile solo sposando la
figlia: ma la sposa
morta, la prima moglie, è la madre stessa: viene infatti
definita come unica e
irrinunciabile, al punto che solo una donna uguale a lei può
prenderne il
posto. Possiamo dire che questo padre vuole sposare la figlia
perché crede che
sia la madre stessa, la identifica con lei, e afferma che in questo
modo
obbedisce al suo estremo e inelusibile desiderio. È la
somiglianza con la madre
che rende questa protagonista di fiaba irresistibile per il padre, e
osservare
questo ci spinge a riflettere su un aspetto strutturale dell'incesto:
il tempo
senza tempo che esso può creare, come la diade madre-figlia. Al tempo storico, irreversibile, che i
calendari e gli
orologi dividono in segmenti ordinati come una linea percorribile in
una sola
direzione, corrisponde nella vita dell'uomo il passaggio dalla
dipendenza
infantile dai genitori alla maturità nella quale si generano e
si crescono
figli, e poi all'invecchiamento. I figli attestano il passaggio dalla
condizione di generato a quella di generante, di genitore, mentre la
loro
crescita, quando raggiungono l'età adatta per generare a loro
volta, marca inevitabilmente
l'inizio di una decadenza fisica, della fase che ha come sua
conclusione la
morte. Le generazioni si succedono nel tempo: il tempo porta al
succedersi
delle generazioni. Ma se la madre si rispecchia nella figlia, e
se questo
rispecchiamento di madre in figlia si ripete, la vita dell'una è
la vita
dell'altra, e la morte non esiste. E se il padre non accetta che la
figlia
tagli definitivamente il suo legame con lui per unirsi a un suo
coetaneo, può
arrestare il corso del tempo: può illudersi di creare un tempo
ciclico, in cui
la madre e la figlia e la sposa sono confuse in una sola figura. Anche le fiabe in cui la principessa rifiuta
tutti i
pretendenti presentano un arresto del tempo: il regno rischia di finire
per la
mancanza di un erede. In questo caso il tempo viene fermato dalla parte
giovane, che evita la crescita rifiutando le nozze, mentre il padre
è
rappresentato come addolorato per questo rifiuto. È la vicenda
della gelida
Turandot, che pone enigmi ai suoi pretendenti: se non riusciranno a
risolverli
sarà loro tagliata la testa. Il regno senza erede, e la pena di
morte comminata
a chi tenta la prova senza superarla, figurano in altre
rappresentazioni
dell'incesto. Prima fra tutti, per la sua importanza nel senso greco
della
tragedia e per la sua centralità nella psicoanalisi, la vicenda
di Edipo. Del
suo mito e della sua tragedia, che esprime il senso della conoscenza e
della
vita umana, toccheremo soltanto alcuni punti per porli in relazione con
la
fiaba. La città di Tebe, il reame, è
senza re, e un essere
chimerico, la Sfinge, pone un enigma a tutti quelli che vi si dirigono.
Chi non
sa rispondere viene gettato nell'abisso, chi risponde diverrà il
re della
città. Pensando alla complessità del mito e
della tragedia,
viene da chiedersi come sia possibile che il punto di catastrofe, di
trasformazione radicale, sia marcato da un indovinello che anche un
bambino può
risolvere: "Qual è l'animale che al mattino cammina con quattro
gambe, a
mezzogiorno con due e alla sera con tre?". Eppure rispondendo a questo piccolo gioco
Edipo libera
la città dalla maledizione della Sfinge, ed è così
che cade nel destino che
credeva di fuggire, il parricidio e l'incesto. La risposta è
semplice, facile
per Edipo, ma il mistero è contenuto in questa stessa
semplicità: per
rispondere bisogna abbracciare tutta la vita dell'uomo come arco della
sua
luce, come un solo giorno. Lo sguardo vede lo stesso uomo piccolo nella
dipendenza, che si erge allo zenit nel culmine della sua forza, e torna
a
chinarsi verso la terra, verso la sua tomba. Edipo dopo aver risposto
all'enigma della Sfinge diventa proprio quell'uomo, perché vive
contemporaneamente la condizione di generante e di generato, di marito
e figlio
della propria madre, di padre e fratello dei suoi figli. In un romanzo latino del III secolo, letto e
amato in
Europa fino al secolo XVIII, troviamo qualcosa che ci può
aiutare a capire il
problema dell'enigma tra fiaba e tragedia: Hystoria Apollonii Regis
Tyri, La storia di Apollonio re di Tiro. C'era una volta nel regno di Antiochia il re
Antioco,
vedovo, la cui figlia era di una bellezza senza pari, e il padre,
mentre si
chiedeva a chi concederla in sposa, se ne innamorò al punto che
le usò
violenza, e cominciò a vivere con lei un legame incestuoso. Per
allontanare gli
innumerevoli pretendenti fece questo bando: l'avrebbe avuta in sposa
solo chi
fosse riuscito a risolvere un indovinello, ma a chi avesse tentato
senza
successo sarebbe stata tagliata la testa, proprio come ai pretendenti
di Turandot. Ancora più dell'indovinello della
Sfinge, questo
enigma rivela, mentre nasconde, la soluzione. La leggiamo dal Pericle
principe di Tiro, che Shakespeare trasse da questo romanzo: I am no viper, yet I feed On mother's flesh which did me
breed. I sought an husband, in which labour I found that kindness in a father. He's father, son, and husband mild; I mother, wife, and yet his child. (A. I, Sc. 1) [2] L'enigma è una precisa
rappresentazione della
relazione incestuosa: "Mi nutro della carne della madre che mi ha
allevato... egli è padre, figlio e dolce marito; io sono madre,
moglie e pure
la sua bambina". Per indicare la sua relazione forte con i
figli nel
linguaggio comune il genitore, e la madre in particolare, dice "carne
della mia carne": nell'enigma per descrivere il rapporto incestuoso
è
usato un verbo relativo alla sfera orale: "Mi nutro della carne di mia
madre". La figlia si nutre del padre, di cui la madre si nutriva, e
questa
regressione all'oralità richiama l'antica azione mitica con la
quale il Tempo
stesso cerca di arrestare il succedersi delle generazioni e la perdita
di
potere che ne consegue: il dio greco Crono, il cui nome significa tempo,
Saturno per i latini, per non essere spodestato da uno dei suoi figli
li
divorava appena nati. Il mito e le opere letterarie sono rette da una
geometria
molto vicina a quella della teoria psicoanalitica, ed è facile
interpretare
queste formulazioni enigmatiche, sia che si faccia riferimento alle
fasi e alle
zone erogene in Freud, sia che si pensi ai fantasmi originari
kleiniani. Il
bambino piccolo esprime le sue ipotesi su come si fanno i bambini
unendo senza
problemi di coerenza le zone orali, anali e genitali; inoltre, anche
lasciando
da parte le perversioni, è facile osservare nella
sessualità molte contiguità e
scambi tra sfere erogene. Questo impasto è nominabile come un
caos originario
dal quale si enucleano rappresentazioni differenziate, che permettono
di
separare, delimitare ed esperire le diverse sfere erotiche, vitali: ma
non
scompare mai completamente, e preme in maniera perturbante e confusiva
nell'adulto, ogni volta che affiorano nuclei psicotici, destabilizzanti
per la
vita di relazione e l'equilibrio personale. Possedere sessualmente, mangiare, nutrirsi,
arrestare
lo scorrere del tempo, mettere in scacco la morte impedendo la crescita
dei
figli: questo gioco è rappresentato dall'enigma che vela e svela
la relazione
tra il re Antioco e sua figlia. La difficoltà nel risolverlo,
visto che la
soluzione è chiarissima, indica la difficoltà a
rappresentarsi l'evidenza del
tema dell'incesto: l'enigma esprime a un tempo questo contenuto
cruciale e la
sua rimozione. Rivisitare l'incesto in questa chiave,
osservando come
annulli il tempo storico annullando la separazione fra generazioni,
impone di
richiamare la centralità che per Freud ha il tabù
dell'incesto: il divieto e la
separazione fra generazioni che ne consegue rendono possibile la
civiltà umana [3]. Abbiamo osservato che il processo di
rimozione, che attesta
l'universalità delle pulsioni incestuose, è rappresentato
in primo luogo da
questo paradosso: che molti pretendenti non riescono a rispondere
all'enigma,
nonostante l'enigma descriva a chiare lettere le nozze tra padre e
figlia.
Meglio ancora: è appunto per la sua intollerabile evidenza che
la soluzione non
può essere pensata. Ma possiamo osservare un altro interessante
livello di
rimozione, andando a leggere l'enigma nel romanzo latino del III secolo
e nella
versione inglese dell'XI secolo: le nozze incestuose sono rivelate e
svelate
con altrettanta chiarezza, ma c'è qualcosa d'altro. Scelere vereor, I am borne along the crime Materna carne
vescor.
I devour my mother's flesh Quaero patrem meum, meae
I seek my brother, the
husband Matris virum, uxoris meae
Of my mother, the
son of my Filiam, nec invenio. [4]
Wife.
I do not find him. [5] Nel romanzo antico chi pone l'enigma è
il re padre, in
Shakespeare è la figlia, come nella fiaba è Turandot. Per
lo scrittore e per il
pubblico adulto, come per Freud, è probabile che sia più
perturbante assegnare
al padre il ruolo più attivo nell'instaurarsi della relazione
incestuosa.
Riteniamo che questo abbia provocato il minor successo della bellissima
versione di Pelle d'Asino di Perrault rispetto ad altre sue fiabe:
nessuno si
aspetta che la Walt Disney ne fornisca una versione, a meno che non
abbandoni
la sua rappresentazione eufemizzata dell'infanzia, che riscuote tanto
successo.
Ma anche Shakespeare ha preferito fornire una versione dell'enigma che
elimina
l'ambiguità onirica o delirante espressi alla fine dell'enigma
dalle versioni
più antiche: Cerco il padre mio, di mia / madre lo sposo /
della mia sposa /
la figlia, e non trovo... Cerco mio fratello, il figlio di mia /
moglie. Io non
lo trovo.... Prima di interpretare questi versi antichi
desideriamo
fornire un esempio di rimozione per razionalizzazione. Ben Edwin Perry,
nella
sua opera sul romanzo antico (cit., pp. 296 sgg.), trova
illogico che il
re Antioco ponga ai pretendenti che desidera allontanare un indovinello
che
rivela la relazione incestuosa mentre la vuole mantenere segreta.
Desiderando
spiegare questa incongruità, lo studioso ipotizza che l'ignoto
autore latino
abbia inserito un indovinello qualsiasi, che per caso aveva sottomano
in quel
momento, dimenticando la consequenzialità del suo racconto. Lo
psicoanalista
analizza per riconoscere un senso profondo, difficile da accogliere,
proprio
dove appare una lacuna, procedendo in direzione opposta alla rimozione.
Questo
consente di procedere nella comprensione dell'opera letteraria,
evitando che
talora ciò che sta sotto gli occhi, il motivo essenziale dello
stesso romanzo,
l'enigma contraddittorio e perturbante dell'incesto, possa essere
liquidato
come una casuale svista dell'anonimo autore antico. È strano che
si sia
trascurato il senso della presenza di questa stessa formulazione
dell'enigma
nella versione dell'undicesimo secolo. Un esercizio meno rigido della
rimozione
ha evidentemente consentito all'antico traduttore inglese una
comprensione del
testo superiore a quella del nostro contemporaneo [6]. Si può osservare il romanzo, o il
sogno personale,
come un insieme espressivo, un corpo unico, governato da una logica
analoga a
quella che governa il corpo individuale, che sviluppa anche le malattie
autoimmunitarie, senza alcun riguardo per la nostra difficoltà
logica a
comprendere come una funzione che tutela la vita e la salute si
trasformi in un
agente di morte. Se si operasse secondo quella logica razionalizzante -
che
rimuove il senso perturbante attraverso razionalizzazioni - potremmo
anche
ipotizzare un'interpolazione, trovando incongruente che la Sfinge si
sia
gettata nell'orrido quando Edipo risolve il suo enigma. Perché
questa insidiosa
e mortifera chimera avrebbe dovuto suicidarsi solo perché il suo
indovinello
era risolto? Non poteva cambiare sentiero e continuare a porlo sulla
via di
Sparta, oppure trasformarsi in una delle innumerevoli divinità
sparse nella
Grecia antica? Ma nessuno trova incongruente il tragico e
volontario
volo della Sfinge, quando si immola col suo ordine enigmatico di fronte
all'eroe del pensiero, che ha osato risolvere semplicemente ciò
che non è
semplice. Di questa complessità caotica, in cui è diffuso
il germe del
desiderio, della passione, dell'Eros, le antiche formulazioni danno una
straordinaria rappresentazione. Nel testo latino, le parole scelere
vereor,
materna carne vescor (temo per un delitto, mi nutro della carne
materna), potrebbero essere pronunciate sia dal padre che
dalla figlia,
perché carne
materna può essere inteso sia come figlia per il padre, sia
per la figlia,
come padre, sposo/carne della madre. Nel testo inglese, successivo di
sette
secoli circa, l'ambiguità resta nella prima frase, I am
borne along the
crime (sono portato/a da un delitto), mentre è
scomparsa dalla
seconda: I devour my mother's flesh (divoro la carne di mia
madre),
può essere detto solo dalla figlia. L'inizio dell'ultimo periodo deve essere
pronunciato
in entrambi i casi dalla figlia: al latino quaero patrem meum, meae
matris
virum (cerco mio padre, lo sposo di mia madre), corrisponde
una versione letterale nell'inglese antico, salvo che al posto del padre
compare
il fratello, sposo della madre: I seek my brother, the husband of
my mother.
Ed è a questo punto che l'incongruenza raggiunge il culmine: in
latino la
ricerca della figlia diventa senza soluzione di continuità la
ricerca operata
dal padre: uxoris meae filiam. In inglese quale dei due cerca
il figlio
maschio della propria moglie, the son of my wife? Nel
romanzo la
principessa è figlia unica, quindi il padre non potrebbe
cercarlo; e la figlia
può cercare il figlio di sua moglie? Nec invenio (e non trovo), I do not find him
(non lo
trovo). Impossibile rientrare nel passato: per quanto
entrambe
le polarità della relazione incestuosa agiscano alla lettera la
loro passione, non
trovano l'impossibile oggetto d'amore, che è insieme sposa e
sposo, figlio
e figlia, amante, e madre, padre, fratello, sorella. La sorte della
coppia
incestuosa è una splendida rappresentazione della
distruttività che entra in
scena infrangendo il tabù dell'incesto: il re di Antiochia e sua
figlia dopo un
certo tempo vengono trovati carbonizzati nel loro letto, puniti dagli
dei con
la loro stessa passione, divorante come il fuoco. [7] Così oscuro è anche un testo
letterario, quando
rappresenta ciò che appartiene alla sfera perturbante
dell'inconscio non
colonizzato, razionalizzato, eufemizzato, dalla coscienza, com'è
oscuro un
sogno notturno, e ogni fiaba quando il suo senso ci sfugge. Ma il loro
ordine
segreto, una volta che l'interpretazione abbia consentito di coglierne
il
senso, è mirabile, e solo in quel momento, con la coscienza
derivante dalla
ricerca effettuata, possiamo affermare che la miglior interpretazione
di una
fiaba, di un sogno, di un testo letterario, è quella fiaba, quel
sogno, quel
romanzo antico [8]. 3. L'incesto in
Pelle d'Asino Abbiamo già parlato di narcisismo a
proposito della
relazione troppo perfetta tra madre e figlia. Narciso, fissando la
propria
figura, resta immobilizzato in un tempo e uno spazio: la relazione
incestuosa,
per quanto imprigionante, implica due figure, di sesso diverso. Per
Narciso la
sola uscita dalla prigione dello specchio è nel dolore
insopportabile al quale
consegue la morte, mentre dalla relazione incestuosa la protagonista
della
fiaba, il soggetto che deve e vuole crescere, può fuggire. Mentre Edipo e il re Antioco vivono la
tragedia di
questa vicenda umana essenziale, la fiaba rappresenta un percorso del
quale il
motivo dell'incesto è una parte, ed è seguito da una fuga
bellissima della
protagonista, che dopo un tempo di occultamento nella bruttezza e nello
sporco
splenderà come un astro e diventerà regina. Le fiabe confrontate tra loro ci raccontano
che il
rifiuto della vita e del suo tempo storico ha gli stessi effetti, sia
che
questo rifiuto sia agito dal genitore che dalla figlia. La
difficoltà che
impedisce di crescere è difficoltà nella relazione tra genitore e generato, e in ogni caso la
possibilità di scioglierla sta nel bisogno e nel desiderio di
uscire dalla
relazione della parte giovane. Come nel sogno i personaggi e gli scenari
appartengono
tutti al sognatore, del quale mettono in scena articolazioni e funzioni
psichiche,
così nella fiaba antagonisti e protagonisti possono essere
intesi come figure
intrapsichiche. Le violenze che subiamo da figure esterne, concrete, si
fissano
in coazioni che arrestano la nostra crescita nella misura in cui queste
figure
hanno un corrispettivo fantasmatico dentro di noi. Il potere di una
personalità
sadica non esiste se l'altra persona non ha in sé componenti
masochistiche,
rispetto alle quali personifica un fantasma già esistente. Il
delirio di
persecuzione porta le personalità paranoidi a selezionare nella
realtà esterna
tutto ciò che conferma la loro costruzione, fino a individuare
con assoluta
certezza elementi oggettivi che per un osservatore esterno sarebbero
neutri e
insignificanti. Oppure si pensi alla sconfortante tendenza delle
persone che
escono da una relazione di coppia fallimentare a ritrovare un tipo di
partner
con le stesse caratteristiche del precedente. Dal punto di vista della
realtà
psichica, di cui parlano le fiabe, interno ed esterno sono condizioni
intercambiabili di oggetti significativi affettivamente. Parliamo di
oggetti
psichici il cui campo non è solo quello della coscienza, che ha
la funzione di
discriminare tra soggetto e oggetto, interno ed esterno. Quando questa
separazione è possibile possiamo dire che la persona ha
acquisito il sentimento
della vera realtà[9], e distingue tra sé e altro da
sé abbastanza da
cogliere le possibilità trasformative dell'esperienza. Se la
figlia anoressica
potesse distinguere in senso profondo fra la propria identità e
il fantasma
materno, non sarebbe determinata da un rifiuto della madre e del cibo
che
cresce come rifiuto del corpo e della vita. L'enigma posto dalla Sfinge, e quello analogo
del re
di Antiochia, sono tanto difficili da risolvere perché per farlo
occorre
accogliere l'incomprensibile che è in noi. Non è
possibile dare la risposta se
la rimozione ha eliminato dalla coscienza ogni traccia di quel passato
in cui
eravamo intrecciati in una relazione simbiotica con i genitori, non
è possibile
rispondere se le barriere tra il generante e il generato sono
così rigide che
non è possibile vedere che nell'arco del suo giorno l'uomo
è tre esseri
diversi, e non è mai solo l'uno senza l'altro. Non è
possibile se ciò che
determina lo psichismo non può accettare la morte come ultimo
termine della
vicenda umana. Il padre che vuole sposare la propria figlia
vuole
essere sia generante che generato, tentando di fermare il tempo storico
e di
vivere un tempo in cui si illude di mettere in scacco l'invecchiamento
e la
morte confondendo i due termini della relazione. Mentre nel romanzo antico e nella tragedia di
Edipo la
relazione incestuosa è consumata letteralmente, la fiaba di
Pelle d'Asino
racconta che, un attimo prima della infrazione del tabù, la
figlia si dà alla
fuga. Si rappresenta quindi il motivo dell'incesto come una vicenda in
parte
deletteralizzata, quindi psichizzata. Dal momento in cui fugge, la
principessa
avrà ancora molto lavoro da compiere prima di giungere alle
nozze, ma il suo
destino sta a quello della principessa di Antiochia come un sonno lungo
cent'anni sta alla morte. 4.
Cordelia Abbiamo parlato di un tempo senza tempo, che
prende
vita dalla relazione incestuosa col suo rifiuto dell'avvicendarsi delle
generazioni. Vogliamo osservare ora la stessa condizione in una forma
deletteralizzata, nel senso che non si parla di un rapporto incestuoso
con la figlia,
eppure dalla figlia più giovane il padre esige un amore diverso
da quello che
può dargli. Così cominciano tante fiabe, come Occhi
marci di
Nerucci: A' tempi antichi ci fu un Re che aveva tre figliole. Un giorno le chiamò tutt'insieme e disse alla maggiore: "Quanto mi vo' tu bene?". "Quant'al pane", quella gli arrispose. "Allora i' son contento", dice 'l padre. Poi s'arrivolse alla mezzana: "E te quanto mi vo' tu bene?". "Babbo mio, quant'al vino". Fa il padre: "Anco di te i' son contento, perché il vino mi garba e il paragone è giusto. E te, piccina, dimmelo anco te, quanto mi vo' tu bene?". Dice la piccina: "Quant'al sale". "Oh birbona," sbergola il Re: "dunque, tu mi vo' veder distrutto?". E s'incattivì, ché alla figliola, per bone ragioni che lei gli portassi del su' pensieri, non ci fu verso di farlo persuaso e d'abbonirlo. Dice lui: "Sì, tu mi vo' distrutto, perché 'l sale si strugge anco da sé indove si mette. Dunque una figliolaccia come te con meco nun ci pole più stare. Va' via di casa e ti maladico, e vai laddove più ti garba. Ma fuggi via subbito dalla mi' presenzia e ch'i' nun ti rivegga più mai" (cit., p. 106). Come la protagonista di Zuccaccia
questa
principessa disperata va a chiedere consiglio alla sua balia, visto che
la
madre, come ci aspettavamo, è assente, neanche nominata. E per
allontanarsi dal
padre fugge in un reame lontano, coperta da un travestimento repellente
che la
occulta e dal quale uscirà in tutto il suo splendore per sposare
il suo
principe: lo svolgimento della vicenda è lo stesso che
analizzeremo nei
prossimi capitoli, quasi identico a quello di Pelle d'Asino. Invece di
chiederle di sposarlo, il re chiede alla figlia più piccola di
risponderle come
lui desidera, e non sopporta che gli voglia bene come al sale
perché, dice, il
sale si distrugge anche da sé. Le altre due sorelle paragonano
il padre ai cibi
fondamentali, gli stessi che figurano nel sacrificio della messa,
dicono quindi
al padre che lui è il cibo della loro vita, mentre la più
piccola gli richiama
la sua morte: il sale si distrugge anche da sé. Ci piace
considerare l'orrore
provocato nel padre da questa risposta come una conferma di quanto
abbiamo
detto dell'incesto: essere al centro dell'amore della figlia, essere il
suo
sposo, permette al padre di respingere il fantasma della propria morte.
Dopo aver incontrato il suo principe, colui
che la
riconoscerà sia nell'oscurità del suo travestimento che
nel suo splendore, la
figlia più piccina si sposa, e al banchetto di nozze partecipa
anche suo padre,
che invece non la riconosce più. La sposa, come si racconta,
dispose che gli
venisse servito tutto senza sale, e il re non riuscì a mangiare,
e se ne
rammaricò dicendo che le pietanze erano insopportabilmente
sciocche. "Dunque lei al sale gli vole bene?", addimandò la sposa. Dice lui: "Sicuro, ché insenza sale i' nun so fare io". "Oh! allora, signor padre", scramò la sposa, "perché mi mandò via di casa, quand'i' paragonai il bene ch'i' gli volevo al bene ch'i' voglio al sale?". A queste parole 'mprovvise il padre s'accorgette che era la su' figliola e disse forte: "T'ha ragione! I' feci male dimolto, e ti chieggo perdono, e ti benedisco con tutto il core" (Ivi, pp. 109-110). Attraverso l'amore del padre la figlia si
stacca dalla
madre e impara ad amare l'altro sesso, ma la sua crescita si chiude
nella
relazione incestuosa se il padre si configura per lei come nutrimento. Occhi marci,
sorella di Cordelia, sa che la relazione col padre deve essere
deletteralizzata, simbolizzata, per consentire la crescita verso
l'eterosessualità
esogamica, le nozze regali. Il finale di questa fiaba riporta ai suoi
confini
l'amore per il padre: essenziale, esso non costituisce però il
cibo di cui può
nutrirsi la figlia, che dovrà trovarlo e prepararlo nel nuovo
reame,
staccandosi dalla propria casa, sciogliendo i legami con la propria
famiglia. In questo motivo fiabesco il simbolo del sale
richiama
la funzione paterna come principio di separazione, discernimento: avere
del
sale in zucca significa essere saggi, agire sensatamente;
un cibo
può essere sciocco come una persona; il verbo latino sapio
significa sia aver gusto che esser savio, e da esso
derivano sapere
e sapore. Delle due sorelle di Occhi Marci la
fiaba non
parla, perché rappresentano la parte che smette di crescere.
Questa non è
materia di fiaba, perché non apre un percorso, un movimento dal
noto
all'ignoto, dal legame con i genitori alla costruzione di una nuova
realtà
affettiva, che viene conquistata dalla protagonista e dal suo principe,
perché
non si trova nella casa dell'origine. Come tragedia, non fiaba, verso la morte, non
verso il
lieto fine, si svolge lo stesso tema in Re Lear. Nel primo atto
Shakespeare ci presenta un re che abdica e vuole che le figlie
ereditino in
anticipo il suo regno: apparentemente accetta e favorisce il passaggio
di
potere alla nuova generazione. Come il re della fiaba del sale chiede
alle tre
figlie quanto lo amano, perché il loro amore è la
ricompensa che esige per il
regno di cui si priva. La prima figlia
dice: Sir, I love you more than word can
wield the matter; Dearer than eyesight, space, and
liberty; Beyond what can be valued, rich or
rare; No less than life, with grace,
health, beauty, honour; As much as child e'er lov'd, or
father found; A love that makes breath poor and
speech unable; Beyond all manner of so much I love
you. (A. I, Sc. 1) [10] Osserviamo che nella risposta l'amore verso
il
generato e l'amore verso il generante sono nominati in quella
identità senza
limiti di cui abbiamo parlato come carattere fondamentale dell'incesto:
quanto
può essere amato il figlio, quanto può essere amato il
padre. Quand'è il
suo turno, la figlia mediana dichiara un amore ancora più
grande, perché la sua
felicità è solo nell'amore paterno, e re Lear,
soddisfatto, assegna a ciascuna
di loro un terzo del suo regno. La più piccola, la prediletta
Cordelia, non ha nulla
da dire, poi, dietro le insistenze del padre, gli risponde:
.....................................
Good my lord, You have begot me, bred me, lov'd
me; I Return those duties back as are
right fit, Obey you, love you, and most honour
you. Why have my sisters husbands, if
they say They love you all? Haply, when I
shall wed, That lord whose hand must take my
plight shall carry Half my love with him, half my care
and duty. Sure I shall never marry like my
sisters, To love my father all. (Ivi)[11]. Re Lear, deluso da questa risposta, si
infuria e
ripudia la figlia più piccola, dividendo fra le due prime figlie
l'ultima parte
di regno. Rimasta senza dote, Cordelia viene rifiutata dal suo
pretendente duca
di Borgogna, mentre il re di Francia chiede la ragione del ripudio.
Comprendendo la vicenda, parla e agisce con una sensibilità
corrispondente a
quella di Cordelia, e la sua poesia ci fa incontrare per la prima volta
il
principe sensibile, che ritroveremo nel capitolo 7:
Fairest Cordelia, that art most
rich, being poor; Most choice, forsaken; and most
lov'd, despis'd! Thee and thy virtues here I size
upon, Be it lawful I take up what's cast
away. Gods, gods! 'tis strange that from
their cold'st neglect My love should kindle to inflam'd
respect. Thy dow'rless daughter, King, thrown
to my chance, Is queen of us, of ours, and our
fair France. Not all the dukes of wat'rish Can buy this unpriz'd precious maid
of me. Bid farewell, Cordelia, though
unkind; Thou loses here, a better where to
find. (Ivi)[12]. Mentre abdicando sembra riconoscere la
propria
vicinanza alla morte, Lear esige di essere rispecchiato come assoluto
oggetto d'amore.
Esigere dalla propria figlia che dichiari un amore più grande di
ogni cosa
bella e profonda della vita, unendo l'amore per il figlio e l'amore per
il
padre è una richiesta incestuosa, anche se l'incesto non
è letteralmente
presente. Ed è la richiesta posta alla figlia da ogni padre che
chiede di
essere idealizzato: la fissazione a questa figura paterna le impedisce
di amare
veramente un altro uomo. La donna che resta psicologicamente legata
all'immagine paterna, imprigionata nella relazione edipica in una forma
virtuale di incesto, amerà il proprio partner a patto che
corrisponda a questa
immagine idealizzata, e cercherà di distruggerlo, sentendosi
tradita e delusa,
quando sarà costretta a prendere atto che non potrà mai
essere all'altezza
delle sue aspettative. La donna sarà incapace di perdonargli non
tanto le sue
mancanze, quanto il suo essere irrimediabilmente altro dal padre. Amare
un
altro uomo non implica solo che la donna abbia rotto lo specchio che
mantiene
l'identità originaria con la madre, ma anche la sua rinuncia
alla bellezza di
cui gode nell'amore edipico. 5.
Gli abiti meravigliosi Nella fiaba di Zuccaccia, che abbiamo
già
introdotto, la principessa pone come condizione per accettare le nozze
che il
padre le procuri un vestito di seta color d'aria e tutto tempestato
con le
stelle del cielo. La balia l'ha consigliata di chiederlo pensando
che il
dono fosse impossibile, ma il re innamorato incarica un servitore di
cercarlo
in tutto il mondo, a qualunque costo. In tutte le fiabe in cui viene
formulata
questa richiesta, il re la soddisfa: poi segue la richiesta di un altro
abito,
e di un terzo, sempre più belli e difficili da procurare. Così il padre di Zuccaccia le dona il
vestito color
dell'aria con le stelle del cielo, e poi un abito di seta color
dell'acqua, con
tanti pesci d'oro che ci nuotano dentro, e infine un terzo, tutto
tessuto di
campanelline e catenelle d'oro. Nella sua versione della fiaba Perrault
racconta che
il re ordina ai suoi servitori di fare gli abiti richiesti
dall'Infanta: se non
riusciranno li impiccherà tutti. Così le dona un abito
del color dell'aria,
bello come il cielo azzurro quando è circondato da nuvole d'oro,
uno che
splende come la luna, e il terzo del colore del sole: ...Il Re innamorato diede via senza rimpianti tutti i diamanti e tutti i rubini della sua corona, con l'ordine di non risparmiare alcuna cosa affinché l'abito fosse più splendente del sole. Infatti, non appena fu portato alla Corte, tutti quelli che lo videro furono costretti a chiudere gli occhi, tanto ne rimasero abbagliati. È da quel tempo che sono venuti in voga gli occhiali verdi e le lenti affumicate. Cosa divenne l'Infanta a tale vista? Non si era mai veduta cosa più bella né più artisticamente lavorata. Ella rimase senza fiato e, col pretesto d'aver male agli occhi, si ritirò in camera sua... (Perrault, cit., p. 5). Perché l'Infanta e Zuccaccia chiedono
al padre
innamorato abiti meravigliosi se vogliono evitare le nozze con lui?
Dato che
sono abiti con i quali la loro bellezza, già straordinaria, si
esalta,
vestendosi dell'azzurro del cielo e dello splendore degli astri,
l'amore
incestuoso non può che crescere. La figlia sfida il padre ad arricchire la sua
identità, visto che gli abiti la simbolizzano, fino a fare di
lei più che una
principessa bellissima: gli pone come condizione per sposarlo di
dimostrare che
col suo amore può renderla bella come il cielo, il mare, la
luna, le stelle, il
sole... E il padre con la sua regale potenza accetta la sfida e
soddisfa la richiesta.
Ma questo non basta, e la richiesta successiva a quella dei tre abiti
è
completamente diversa: l'Infanta, su consiglio della sua madrina, la
fata dei
Lillà, chiede al padre la pelle dell'asino fatato, che nelle
stalle regali
riempie ogni notte la lettiera di monete d'oro. Quando il re senza
esitare
sacrifica il suo animale per amore della figlia, la principessa si
copre con la
pelle dell'asino e fugge dalla reggia. Con gli abiti meravigliosi che la seguono in
una
cassetta sotto terra, pronti a tornare in superficie con un tocco della
bacchetta magica, la bella fuggitiva è avvolta nella pelle
dell'asino, che le
aderisce come una nuova identità, rendendola così brutta
e sudicia che nessuno
vuol aver a che fare con lei. Trasformata in Pelle d'Asino la
protagonista
troverà finalmente un rifugio come sguattera e guardiana di
pecore e tacchini. Come Cenerentola
avrà un posto in
cucina, e tutti la disprezzeranno, disgustati dal suo aspetto asinino. Non è con la sua bellezza che
l'Infanta può fuggire,
né tanto meno indossando le vesti che la fanno risplendere come
il firmamento,
ricevute dal padre innamorato, ma avvolta dalla pelle dell'asino: in
altre
fiabe la principessa sfugge alle nozze incestuose trasformandosi in
un'orsa, o
coperta da una veste di legno. Ma il travestimento più
repellente, che rimanda
alla vecchia Baubò del mito delle grandi dee e alla vecchia
della fiaba cornice
di Basile, è quello della principessa Occhi marci, che
aveva risposto al
padre di volergli bene come al sale. La balia non sa come fare per
salvarle
l'onore, dato che la sua bellezza richiama l'attenzione di tutti i
giovani che
incontrano fuggendo: Una sera però, arrivate a una città le du' donne, s'imbatterno in un mortorio e gli dissano che era il funerale d'una vecchia morta a cento anni. Pensa subbito la balia: - "Se mi vendano la pelle di questa vecchia no' siemo salve." - Vanno dunque nella chiesa, e doppo finite le funzioni la balia cerca del becchino e gli domanda, se lui vole vendere la pelle della vecchia. Il becchino in sulle prime 'gli arrispose di no; ma poi, siccome la balia gli profferse cento scudi, lui s'accordò, e con un coltello scorticata per bene tutta la vecchia, la su' pelle la diede alla balia. La balia quand'ebbe avuto in mano la pelle della vecchia col viso, i capelli bianchi, le mane con l'ugne e tutto, la fece conciare e cucitala su del cambrì, mascherò con quella la ragazza, sicché la nun si riconosceva più (Nerucci, cit., p. 107). La principessa diventa una cosa sola con la
pelle che
la nasconde, e quando il principe le chiede la sua età, risponde
di avere
centoquindici anni. Lo stesso principe può scoprire che Occhi
marci è la
bellissima sconosciuta che ha ballato con lui, indossando abiti color
del mare
e color del cielo, solo quando comprende che bruttezza e bellezza
compongono la
sua identità, come elementi egualmente importanti del suo
complesso cammino di
crescita. L'idealizzazione della donna, complementare
all'idealizzazione
dell'uomo, impedisce l'uscita dal dominio genitoriale, reame o casa
originaria,
e l'incontro profondo con l'altro sesso. Tornando a re Lear, abbiamo visto
l'espressione di
questa idealizzazione in ciò che all'inizio pretende dalle
figlie, e più avanti
troviamo l'opposto complementare di questa idealizzazione, il
disprezzo. Le due
figlie maggiori dopo essersi sposate maltrattano il padre ormai privo
di
potere, così come disprezzano i loro mariti: ciò che
muove le loro azioni sono
la voracità e l'invidia, che prosperano all'ombra di ogni
idealizzazione. La perdita dell'immagine ideale del
femminile, per
difendere la quale aveva sacrificato Cordelia, la figlia più
piccola e più
amata, provoca in re Lear il crollo dell'immagine idealizzata di
sé, la perdita
irreparabile del suo senso di identità, la sua pazzia.
All'immagine ideale
della donna amata, che è madre, sposa e figlia allo stesso
tempo, subentra il
suo opposto complementare. A questo opposto, che costituisce la
condizione in
cui la donna si sente brutta, colpevole, sporca e inaccettabile,
sarà dedicato
il prossimo capitolo. Ma prima leggiamo nelle parole di Lear ormai
perso nella
follia l'espressione perfetta di tutto ciò che l'uomo rifiuta di
vedere nella
donna, lo stesso che la donna rimuove narcisisticamente da se stessa:
vi
leggiamo ciò che forma l'oscurità del femminile,
inaccettabile perché
sconosciuta, negata, rimossa, eppure irrinunciabile se la principessa
vuole
essere regina, come sanno Cenerentola e Pelle d'Asino. Behold yond simp'ring dame Whose face between her forks presaes
snow, That minces virtue and does shake
the head To hear of pleasure's name - The fitchew nor the soiled horse
goes to't With a more riotous appetite. Down from the waist they are
centaurs, Though women all above; But to the girdle do the gods
inherit, Beneath is all the fiends'; There's hell, there's darkness,
there is the sulphurous pit - Burning, scalding, stench,
consumption. Fie, fie, fie! pah, pah! Give me an
ounce of civet, Good apothecary, to sweeten my
imagination. (A. IV, Sc. 6)[13] LA CENERE E IL TEMPO Ad una sua semplice occhiata, uno specchio si ricopre di chiazze e si guasta; allo stesso modo, se essa guarda una ferita o una piaga, la fa suppurare e impedisce la sua guarigione. Anche il suo fiato, come il suo sguardo, può guastare, corrompere e rendere inservibili molte cose, e così pure il suo tocco. Vedrete, infatti, che se essa maneggia del vino durante il periodo mestruale, questo vino si trasformerà immediatamente, assumendo un dubbio sapore. Persino
l'aceto, da lei maneggiato, svapora e non vale più un soldo;
dicasi così anche del vino in fermentazione, che perde ogni
forza, e dello
zibetto, dell'ambra, del muschio ed altri profumi del genere, che
perdono tutti
l'aroma se sono portati da o vengono in contatto con donne in tali
condizioni.
Infine, anche l'oro ed i coralli, insieme a molte pietre preziose,
sbiadiscono
e si macchiano come gli specchi di cui già abbiamo parlato. (Paracelso) 1.
Lo specchio oscurato Vassilissa la bella, la Cenerentola della
raccolta
russa di A. N. Afanasjev (Antiche fiabe russe, 1980), dopo la
morte
della madre, si trovò con una matrigna e due sorellastre che,
invidiando la sua
bellezza, le ordinavano di fare i lavori più duri... ...affinché dimagrisse dalla fatica e diventasse nera nera sotto il sole e il vento... (cit., p. 18). La Cenerentola secentesca, che era al centro
dell'affetto del padre e credeva di aver ottenuto, rompendo il collo
alla
prima, una matrigna di cui sarebbe stata la pupilla, fu oscurata dalle
sorellastre. Anche il padre, che l'amava più dei suoi stessi
occhi, si
dimenticò di lei: ...scapeta oie manca craie, venne a termene che se redusse da la cammara a la cocina e da lo vardacchino a lo focolare, da li sfuorge de seta e d'oro a le mappine, da le scettre a li spite, né sulo cagnaie stato, ma nomme perzì, che da Zezolla fu chiamata Gatta Cennerentola (Basile, cit., p. 128) [14]. Occultamento della bellezza nel colore scuro
o nella
cenere, fino alla perdita del nome stesso: Cenerentola, Pelle d'Asino,
Occhi
Marci, l'Orsa, come tutte le loro sorelle di fiaba, sono ribattezzate
proprio
da questa condizione di oscurità. Alla rottura della relazione
con la madre,
rappresentata dalla sua morte, o del legame incestuoso col padre, segue
questa
condizione di oscurità. La separazione dal luogo delle origini
è violenta, e in
senso intrapsichico si configura come una rottura brusca, un crimine:
nella
storia di Cenerentola si rappresenta la rottura dello specchio
narcisistico che
conferiva bellezza alla figlia purché rinunciasse alla sua
crescita autonoma
per modellarsi sulla madre, riproducendola e rendendola eterna in se
stessa.
Questa separazione è rappresentata nel tipo classico di
Cenerentola come morte
della madre buona e dominio della madre persecutoria. Nel tipo Pelle
d'Asino l'identità
con la madre bella e buona non attiva una matrigna persecutoria, ma un
padre
che, volendo sposare la figlia in quanto riproduzione della madre,
fermerebbe
la sua crescita nella relazione incestuosa. Non è possibile un allontanamento
indolore di questo
specchio, come non è possibile un superamento della posizione
narcisistica
senza la morte di Narciso. Intendendo questa figura mitica come una
posizione
psicologica possiamo cercare di capire in che modo il suo mito
appartiene a
tutti, in gradi e tempi diversi. Consideriamo la posizione narcisistica
in
senso lato, come una condizione dell'essere nella quale l'angoscia per
la
propria imperfezione e la propria finitezza sono scotomizzate,
denegate,
attraverso una corrente affettiva concentrata sulla propria immagine,
sulla
figura ancora contenuta nella madre, matrice e specchio di sé.
Solo fissarla, e
fissarsi allo stesso tempo, tiene insieme la percezione di sé
che non è
un'identità matura. Avere un'identità non narcisistica,
sapere di essere altro dalla
maschera che si indossa, dalla figura che lo specchio riflette,
richiede la
catastrofe della rottura dello specchio. Come modello di questa confusione originaria
tra sé e
altro da sé possiamo prendere la posizione schizo-paranoide
teorizzata da M.
Klein[15]. Il lattante secondo questa teoria passa da
uno stato
di benessere assoluto, quando è sazio e accudito, a uno stato di
malessere
altrettanto totalizzante, quando ha fame e non viene preso, compreso, e
nutrito
dalla madre. L'angoscia presente nel pianto di un neonato è
tanto intensa
quanto la sua beatitudine se è sazio di latte e di cure. Il
passaggio da uno
stato allo stato opposto è discontinuo, non esistendo ancora nel
bambino un
ponte di immagini e parole che gli permettano di transitare
anziché di
precipitare tra il paradiso della sazietà e l'angoscia
abbandonica della fame.
Il neonato nell'angoscia somiglia a un primitivo di fronte a un'eclissi
di
sole: il mondo intero e lui stesso stanno precipitando
nell'oscurità,
moriranno. Manca la percezione della vita come spazio diversificato,
nel quale
si alternano stati gratificanti e frustranti. Essere gettati con
violenza da un
paradiso a un inferno è un modo di sentirsi che ha la sua
matrice nella
condizione di dipendenza dalla madre, quando non si è costituito
un Io che
garantisca continuità nel proprio percepirsi come esistenti.
Anche se in
maniera meno assoluta di quanto sembra accadere al neonato, questa
modalità si
ripresenta, caricandosi di antiche angosce mai risolte, in molti
momenti
critici dell'esistenza. L'innamoramento totalizzante, quello in cui il
nostro
oggetto d'amore ha il potere di renderci assolutamente felici,
ricambiandoci, o
definitivamente infelici, rifiutandoci, rimette in scena una relazione
analoga
a quella col genitore onnipotente della prima infanzia. Ciò che
il soggetto
chiama innamoramento, dall'esterno è
facilmente osservabile come fissazione,
ma anche il soggetto lo
definirà come fissazione una volta che il suo stato
emotivo sarà
cambiato, quando non sarà più innamorato. Vorremmo
puntare l'attenzione su
questo paradosso: una persona adulta precipita, o vola, verso questo
stato
totalizzante, si sente pronta a rivoluzionare tutta la sua vita,
purché
l'oggetto d'amore accolga il suo desiderio violento, confermando quello
che il
soggetto desidera, mentre avverte il rifiuto come la peggiore disgrazia
che
possa capitare. Solo uno specchio può confermare o sconfermare
chi vogliamo
essere: se di fronte a noi invece dello specchio c'è un'altra
persona,
complessa quanto noi, e quanto noi contraddittoria nelle sue luci e
nelle sue
ombre, saremo consapevoli che possiamo giocare in una relazione secondo
i
desideri nostri e dell'altro, ma non ci aspetteremo una definitiva
approvazione
o una sconferma altrettanto perentoria del nostro essere. Finché
esiste la
possibilità che un fonte possa rispecchiarci e farci innamorare
di noi stessi
attraverso l'immagine riflessa, siamo vincolati a una struttura di
identificazione primaria con la matrice, la madre originaria, e ne
dobbiamo
fare esperienza, fino alle estreme conseguenze. Prima del compimento di
questa
esperienza il nostro modo d'amare è avvolto in un gioco di
impotenza e
onnipotenza: ma questo gioco può inscenarsi in ogni settore
della nostra vita,
e impedire la crescita di una capacità generativa, creativa. Il
desiderio
dell'altro eguale a me è una presenza e un'assenza: per questo
non c'è
distanza, e mancando il distacco non c'è avvicinamento, ma
annullamento per
coincidere, nella morte. Impotente a ricevere e dare amore era
Narciso, di cui
il mito racconta che molte e molti si innamoravano di lui: ma il
fanciullo
bellissimo li disprezzava tutti al punto di non lasciarsi neanche
toccare. Fino
al giorno in cui vide la sua figura riflessa in uno specchio d'acqua,
che
secondo una versione del mito era la sua stessa madre trasformata in
fonte: ne
fu preso d'amore tanto che non poté più staccarsene.
Nelle Metamorfosi
di Ovidio, Narciso è tragicamente consapevole di ciò che
lo ha catturato: Iste ego sum! sensi; nec me mea fallit imago: uror amore mei, flammas moveoque feroque! quid faciam? roger, anne rogem? quid deinde rogabo? quod cupio, mecum est: inopem me copia fecit. O utinam a nostro secedere corpore possem! votum in amante novum: vellem, quod amamus
abesset! (L. III, vv. 484-489) [16] Anche nell'adulto che vive un innamoramento
violento
coesistono la consapevolezza del carattere paradossale del suo stato e
l'impossibilità di smettere di fissare l'oggetto d'amore senza
il quale il
proprio essere e la vita stessa si oscurano, come l'immagine nello
specchio. Questa riflessione su Narciso, breve e
parziale, è
necessaria per l'analisi del grande sogno di Cenerentola perché
riteniamo che
la fiaba, considerata nelle sue varianti, racconti di un superamento
del narcisismo
rappresentato come identificazione tra madre e figlia. Il tema
dell'incesto
segue al tema dell'identificazione, articolato in modi diversi nel tipo
Pelle
d'Asino e nel tipo classico di Cenerentola, e alla rottura
dell'identificazione
primaria con la madre succedono l'oscurità, lo sporco, la forma
animale, la
cenere, che formano il tema di questo capitolo. Alla fine del nostro
lavoro
d'analisi, alla fine della fiaba, vedremo come la morte di Narciso
consenta al
soggetto di muoversi verso l'eterosessualità esogamica
rappresentata dalle
nozze regali. Abbiamo parlato di morte come rottura della
relazione
fusionale con la madre, e osserviamo ora come solo la sofferenza e la
morte
consentano a Narciso di staccarsi dal suo specchio. Consapevole di
essere condannato
a non unirsi mai al suo oggetto d'amore, perché la sua immagine
non è separata
da lui, Narciso augura agli amanti di essere separati, perché
senza separazione
non c'è incontro possibile, non c'è abbraccio. Pur
comprendendo la propria
tragedia, Narciso è condannato ad amare senza poter abbracciare
nessuno: Dixit et ad faciem rediit male sanus eandem et lacrimis turbavit aquas, obscuraque moto reddita forma lacu est. Quam cum vidisset abire, "Quo refugis? remane nec me, crudelis,
amantem desere!" clamavit "liceas, quod tangere
non est, adspicere et misero praebere alimenta furori!" Dumque dolet, summa vestem deduxit ab ora nudaque marmoreis percussit pectora palmis. Pectora traxerunt tenuem percussa ruborem, non aliter quam poma solent, quae candida parte, parte rubent, aut ut variis solet uva racemis ducere purpureum nondum matura colorem. Quae simul aspexit liquefacta rursus in unda, non tulit ilterius, sed, ut intabescere flavae igne levi cerae matutinaeque pruinae sole terpente solent, sic adtenuatus amore liquitur et tecto paulatim carpitur igni, et neque iam color est mixto candore rubori nec vigur et vires et quae modo visa placebant nec corpus remanet, quondam quod amaverat Echo. (L. III, vv. 474-493) [17] Le lacrime e il sangue, il dolore e la
ferita: così
Narciso oscura la sua immagine, e per questo muore. Il mito racconta
che venne
trasformato nel fiore primaverile che porta il suo nome e cresce vicino
alle
acque: intendiamo la morte di Narciso come il cambiamento catastrofico
che
nella sofferenza ci spinge fuori dalla fissità del
rispecchiamento. Morte come
perdita dell'oggetto d'amore assoluto, sola garanzia che dava
realtà
all'essere: a questa succede l'oscurità dell'espiazione e del
lutto. 2.
Lo sporco animale La fiaba, come il mito, come il sogno, ha un
tempo che
può coincidere con quello del racconto storico, ma ha anche un
tempo circolare,
metastorico, articolato secondo richiami simbolici anziché
ordinato in una
sequenza cronologica regolare. I simboli e le vicende che formano la
fiaba
risuonano gli uni con gli altri, la scarpetta di vetro con la cenere
del
focolare, il dattero dorato con l'ostilità della matrigna, gli
abiti di mare e
di cielo con il pollaio o il porcile. Questo ci costringe in certi casi
ad
andare avanti nell'interpretazione, lasciando da parte delle
promettenti
analogie, che ogni simbolo richiama, perché se le seguissimo
troveremmo altre
analogie, innumerevoli come i percorsi di un labirinto, perdendo di
vista la
nostra Cenerentola. In altri casi percorrendo un sentiero di senso, che
sembra
promettere un'uscita, un'interpretazione soddisfacente, dobbiamo invece
fermarci, ripiegare sulla strada già percorsa, perché la
valenza simbolica di
una figura ci impone di ritrovare i suoi nessi con altre figure che
avevamo
sfiorato. Ogni ricerca sulla fiaba si muove tra il rischio di
un'interpretazione che sacrifichi alla chiarezza la complessità
labirintica
della sua materia, perdendone il senso, e
quello di uno smarrimento nel labirinto, figura antica
della psiche,
che impedisce di uscire, e quindi di raccontare qualcosa che evochi
questo
senso. Abbiamo concluso il capitolo precedente con
le parole
di Re Lear, quando alla sua idealizzazione del femminile, per la quale
aveva
disconosciuto e cacciato Cordelia, che non voleva modellarsi sulle sue
aspettative, subentra il disprezzo per la donna. Il desiderio erotico
nella
donna, rimosso dalla sua rappresentazione idealizzata, ritorna come
istinto
animale e come eccesso per Re Lear: "...La
puzzola e il cavallo pasciuto
d'erba fresca non ci si buttano con appetito più sfrenato...".
Nella cultura patriarcale il desiderio della
donna
viene considerato come assente - addormentato, congelato - fino a che
l'uomo
non lo risveglia: la sessualità della donna è accettabile
come speculum, specchio della
sessualità maschile [18]. La stessa teoria dell'invidia del pene,
cardine
della riflessione freudiana sullo sviluppo della psiche femminile,
indica una
concezione della donna come portatrice di un'assenza - del pene come
unico
organo di desiderio - che ne evoca ed esalta la presenza nel maschio.
Riflettiamo sulla distanza abissale di questa concezione da una
relazione vera
tra uomo e donna, come esseri umani portatori di una diversità
complementare,
ma parimenti significativa, pregnante. L'eros femminile rimosso torna, come ogni
oggetto
rimosso, con caratteristiche perturbanti, come sessualità
sfrenata della donna
che non si sottomette ai modelli consensuali. La madre non meno del
padre può
educare la figlia a rimuovere ogni coscienza del suo desiderio, a
occultare la
sessualità con schemi di seduzione e di pudore che hanno
successo solo se viene
introiettata dalla figlia una rappresentazione del proprio sesso come
di
un'assenza: di una castrazione che ha avuto successo. Nella secca
alternativa
tra donna sacra o donna dissacrata, la scelta viene fatta dalla figlia
modellandosi o non modellandosi sulla madre, e l'amore paterno le viene
dalla
corrispondenza che raggiunge con questo modello. Ma la fiaba di Cenerentola richiama
verità profonde
che poco hanno da spartire con le norme consensuali che idealizzano una
sorta
di riproduzione per clonazione tra madre e figlia, dalla quale
l'apertura al
mondo maschile è esclusa, o vissuta parzialmente, come nel mito
delle grandi
dee. Le norme della cultura patriarcale educano il maschio e la femmina
a
differenziarsi, ma non a incontrarsi, e la loro distinzione è
sostenuta più da
una posizione prevalentemente omosessuale che dal loro confronto. Il
mondo
maschile e quello femminile restano profondamente lontani,
contrapposti, mentre
solo incontrandosi e facendo esperienza reale l'uno dell'altra possono
riconoscersi e conoscersi nella loro polarità complementare. Le
nozze regali,
il lieto fine di Cenerentola o Pelle d'Asino, rappresentano questo
incontro
profondo. Quando la difficile via del distacco dalle
identificazioni primarie, la rottura dello specchio di Narciso,
è intrapresa,
se il soggetto continua a camminare e a dipanare il suo gomitolo, tra
cenere di
lutto e magie che illuminano la sua oscurità, se è pronto
a vivere come una
prova tutto ciò che incontra, conquisterà il tesoro. Solo
percorrendo il suo
cammino, affrontando ogni prova che ne fa parte, anche se non l'ha
scelta,
semplicemente perché riconosce che
è il
suo cammino, potrà sapere che la solitudine e l'isolamento
somigliano a un
incantesimo negativo, e che questo incantesimo finisce quando il cuore
può
aprirsi all'incontro con l'altro, diverso dal padre, diverso dalla
madre, colui
che, come aveva compreso Narciso, è staccato da noi: che
l'amante sia
staccato dall'amato. L'animalità di Pelle d'Asino e delle
sue sorelle di
fiaba è quella che consente loro di fuggire dalla reggia
paterna, coprendo la
loro bellezza idealizzata con una forma connessa all'istinto:
così esse
diventano irriconoscibili anche per il padre, come Cordelia quando non
corrisponde all'immagine ideale di Re Lear. Nella fiaba del tipo Pelle d'Asino di Basile
la
principessa Preziosa, alla quale il padre ha detto che quella sera
stessa
l'avrebbe sposata, chiede consiglio a una vecchia che la soleva
servire
d'argentata, le vendeva cioè il belletto che conferiva al
suo volto una
bianco luminoso. Questa vecchia, che in altre storie è la balia,
o una fata, è
una figura materna che risponde a una richiesta d'aiuto della
protagonista, e
la soccorre nella difficoltà: entra in scena con lei una
funzione positiva del
materno, che può rappresentarsi al soggetto solo dopo la morte
della madre,
quando l'identificazione primaria si è spezzata. La vecchia che
vende argentata,
il belletto che richiama una luminosità lunare, le dice: Stà de buon armo, figlia mia, non te desperare, ca a ogne male 'nc'è remmedio, fore ch'a la Morte. Ora siente: comme patreto stasera avenno dell'aseno vo' servire pe stallone e tu miettete sto spruoccolo 'n mocca, perché subeto deventerrai n'orza... (Basile, cit., p. 362)[19]. Preziosa ringrazia la vecchia, e quando il re
padre la
chiama... ...a portare lo quatierno pe saudare li cunte amurose, essa, puostose lo spruoccolo 'n mocca, pigliaie la figura de n'urzo terribele e le ieze 'n contra. Lo quale, atterruto de sta maraveglia s'arravogliaie drinto a li matarazze, da dove manco pe la matina cacciaie la catarozzola (Ivi)[20]. Il re padre è atterrito dalla figlia
che gli va
incontro come orsa: animale che rappresenta il materno con la sua
capacità di
nutrire, come la lupa, ma anche la sua ferocia istintuale. Cerchiamo ora di esplorare il motivo
dell'asino, di
cui indossa la pelle la principessa di Perrault, che abbiamo scelto
come
capolista della variante scopertamente incestuosa di Cenerentola. Asino
è
l'appellativo già assegnato da Basile al padre di Preziosa, e
l'animale era
sacro al dio Priapo, signore dell'erezione. Animale umile, disprezzato,
e
simbolo della potenza fallica, l'asino lega in sé una doppia
significazione,
pienamente espressa nel romanzo di Apuleio, Le metamorfosi, al
quale
Collodi potrebbe essersi ispirato per la trasformazione di Pinocchio in
asino.
Quando Pinocchio torna burattino è pronto per la riabilitazione
che lo farà
diventare un vero bambino, così come Lucio, dopo aver vissuto da
asino, è
pronto ad essere iniziato ai misteri della grande dea, Iside [21]. È probabile che Perrault fosse
maliziosamente
consapevole del significato dell'asino, nella pelle del quale la sua
principessa scompare fino ad assumerne il nome. La protagonista si era messa volontariamente
l'anello
della madre, e questo indica il suo desiderio di prenderne il posto:
coprirsi
con la pelle dell'asino significa aver riconosciuto il desiderio del
padre e
fuggirne. In questo tipo di fiaba la protagonista diventa da bellissima
bruttissima, repellente e irriconoscibile. La sua fuga dal reame
paterno la
porta a bussare alla porta di una reggia straniera, dove viene accolta
per
compassione, e schernita per il suo aspetto disgustoso. Maria 'd legna,
protagonista di una Pelle d'Asino molisana, sta sempre nel pollaio
della
reggia, e lo sporco fa parte della sua persona al punto che quando le
viene
chiesto di preparare tacc' e taccune perché il principe
malato vuole
mangiarli cucinati da lei, alla preghiera della regina di ripulirsi per
l'occasione, risponde: Eh, signor Maestà, com' vienn' z' l' magna. E che pozz' fa? Rent' a lu pollaie c' sta la cuzz'chella la pirucchiella... chell' com' vienn' z' l' magna (Gioielli, cit., p. 461). Irriconoscibile come orsa o nella pelle
dell'asino del
padre, in una veste di legno, o nella pelle di una vecchia morta a
cent'anni,
occultando la sua bellezza nella sporcizia di un pollaio o di un
porcile, la
principessa vive un'iniziazione di cui solo alla fine della storia
comprenderemo il senso completo. Per il momento osserviamo che
l'aspetto sporco
e repellente le consentono di sottrarsi alle nozze col padre: il
desiderio
paterno, fissato alla donna idealizzata, madre, sposa e figlia, non ha
modo di
riconoscerla. Nell'educazione patriarcale la
sessualità spontanea
della figlia è rimossa per la pressione della madre che
riproduce in lei la
stessa rimozione che ha agito in se stessa, come qualcosa di sporco,
che la
renderebbe inaccettabile, inadeguata all'ideale maschile. Modello
ideale che
chiude la donna in un gioco narcisistico e costringe l'uomo a
rapportarsi con
una figura femminile priva di ombre - la donna angelo - o solo in ombra
- la
donna diabolica, sfrenata. Quando l'istinto, l'ombra rimossa dalla
donna, emerge,
è talmente scisso dalla parte luminosa da impedire un
riconoscimento, e fa
precipitare in disprezzo senza appello ciò che prima era
un'ammirazione
sconfinata. Ricordiamo le parole di Re Lear: ....Solo fino
alla cintola appartengono agli dei, la parte di sotto è tutta
del demonio, lì
c'è l'inferno, lì c'è l'abisso sulfureo, che
brucia, che scotta, c'è il fetore,
la consunzione! via, via, via! puah! puah! datemi un'oncia di zibetto
per
profumare la mia immaginazione! 3.
La cenere Pelle d'Asino vive nella sporcizia ed ha un
aspetto
repellente, ma dispone sempre dei suoi abiti meravigliosi, che
viaggiano
sottoterra seguendola nella sua fuga. Anche la principessa trasformata
in orsa,
ogni volta che lo vuole, può riprendere la sua forma umana,
semplicemente
togliendosi lo spruoccolo, lo steccolino, dalla bocca. Sporche e repellenti, Pelle d'Asino e le sue
sorelle
di fiaba hanno dal padre innamorato lo splendore della bellezza
femminile e la
colpa di aver preso il posto della madre morta: questo tipo di fiaba
pone
l'accento sulla relazione edipica come matrice del racconto. Anche se
è il
padre a volere le nozze incestuose, è nella storia della figlia
che si
rappresenta l'oscurità dell'espiazione: la colpa nella fiaba,
come nella
psiche, ha poco a che vedere con la scelta cosciente. Essere in una
relazione
incestuosa significa precipitare comunque nell'ambivalenza che essa
implica, in
una bellezza vestita di abiti di cielo, di mare, di stelle, che ha come
polarità inevitabile la pelle dell'asino. La fiaba è la
storia di un soggetto,
come il sogno notturno è un frammento significativo della
vicenda del suo
sognatore: qualunque sia la corrispondenza tra le figure del sogno e le
persone
della sua realtà diurna, per quanti personaggi entrino
attivamente in scena,
soccorrevoli o persecutori, conta il gioco al quale nella
rappresentazione
onirica essi chiamano il sognatore, e come il sognatore risponde al
loro
richiamo.[22] Nella fiaba, come nel mito, il soggetto si fa
carico
di ogni condizione nella quale si trova implicato, che l'abbia scelta o
meno,
come l'eletto di cui scrive Heinrich Zimmer: Perché nella sfera del sovrumano l'eletto non viene scusato per la sua ignoranza o per le sue buone intenzioni. È giudicato secondo la sua adeguatezza e secondo le sue azioni. E poiché i poteri di quella sfera pervadono percettibilmente ogni cosa della sfera visibile, ogni cosa che l'eletto incontra è, in fin dei conti, una prova. Una dopo l'altra le sue decisioni costituiscono una prova e, ogni volta che fallisce, egli muore o subisce l'equivalente di una morte (Il re e il cadavere. 1993; pp. 134-135). Ma siamo certi che questo valga solo nella
sfera del
sovrumano? Ogni evento che si dà sul nostro cammino, anche se
non lo abbiamo
scelto, costituisce di fatto una prova, e la nostra libertà di
muoverci
seguendo i nostri desideri consiste nella relazione che riusciamo a
instaurare
con ciò che troviamo lungo il cammino, non nella scelta degli
eventi. E non è
questa la nostra condizione fondamentale, dato che nessun essere umano
può
scegliere quando nascere e quando morire, da chi nascere e chi generare? La comprensione profonda di questa nostra
realtà, la
più evidente, che lega tutti gli esseri umani, è un
compito impossibile per il
nostro pensiero, fino a che viviamo in una oscillazione schizoide fra
impotenza
- nulla dipende da me - e onnipotenza - tutto dipende da me. Alla
posizione
narcisistica questa comprensione succede drammaticamente, come una
morte e un
lutto, di cui l'oscurità di Cenerentola è
rappresentazione. L'identità
narcisistica muore, per consentire che si formi l'identità
adulta, esogamica ed
eterosessuale. Mentre Pelle d'Asino occulta la sua bellezza,
di cui
resta sempre e comunque padrona, Cenerentola vive confinata nel
focolare, quasi
coperta dalla sostanza che resta dalla combustione del fuoco. Bruno Bettelheim osserva che il nome inglese
dell'eroina, Cinderella, deriva dalla parola cinders,
che indica
i residui anche sporchi del fuoco, mentre ashes, come il
tedesco aschen,
corrispondente all'italiano cenere e al francese cendre,
indica
la cenere vera e propria, che è il prodotto pulito di una
combustione completa (cit., pp. 243-244, nota). Se
osserviamo la parentela tra Cenerentola e
Pelle
d'Asino, c'è una connessione tra il tempo della cenere e il
tempo della
sporcizia che rende comunque significativo il termine inglese.
Così è sempre la
fiaba: essa vive come terreno, humus della lingua dalla quale trae
forma, e i
suoi elementi, generatori prima che portatori di senso, si legano
secondo
molteplici valenze, sempre feconde, con la lingua stessa.
È vero però che in Cenerentola
alla morte della madre
non segue come in Pelle d'Asino il trionfo edipico della protagonista,
ma la
perdita di ogni attenzione da parte del padre che si risposa e
dimentica la
figlia per volgere le sue attenzioni alle figliastre. Questa condizione
non
designa un occultamento ma una perdita della bellezza femminile: per un
certo
tempo, la fiaba non dice quanto, Cenerentola vive nell'oscurità,
come una serva
della madre e delle sorelle, senza alcun mezzo per tornare a brillare
come
principessa. La condizione di Cenerentola è una
rappresentazione
del lutto che consegue all'uccisione della madre buona, alla perdita
dello
specchio della sua bellezza, al posto del quale subentra il fantasma
negativo
complementare, rappresentato dalla matrigna e dalle sorellastre. Quanto
questo tema
sia presente nella vita di ogni giorno non è dimostrato solo dal
successo della
storia di Cenerentola: basta pensare ai vissuti di esclusione della
donna, che
si sente trattata ingiustamente dalla madre, e più ancora da
figure che i
modelli consensuali le consentono di considerare nemiche.
L'ostilità di cui
queste sono cariche è nutrita dal fantasma materno persecutorio:
la suocera per
la nuora, e la nuora per la suocera in primo luogo. Nelle fiabe antiche
la
stessa funzione persecutoria può essere agita dalla madre, dalla
matrigna,
dalla suocera e anche dalla prima moglie del principe che ama la
protagonista:
rappresentano il potere della rivale.[23] Nelle fiabe dalle quali la tendenza alla
rimozione ha
eliminato i tratti perturbanti questa funzione è invece giocata
solo da una
matrigna o da una suocera strega. Questo corrisponde ai modelli
consensuali,
che consentono ad esempio a una donna di lamentarsi ferocemente della
crudeltà
della suocera senza sentirsi in colpa, mentre non tollerano
l'ambivalenza che
affiora se fa lo stesso con la propria madre. Ma non crediamo che sentirsi vittima di
un'altra
donna, o di tutte le donne, corrisponda allo stato di Cenerentola:
perché si
attraversi la fase psichica rappresentata dalla cenere occorre che la
bellezza
sia davvero perduta, non che si accusi l'altra - madre o sostituto
materno - di
volerla offuscare. Nella fase dell'accusa la dinamica femminile si
alimenta
come un fuoco di competizione e invidia: il tempo della cenere prevede
che
tutto questo materiale si sia consumato, lasciando il posto a quella
polvere
non sporca, che è il residuo finale del processo. In alchimia la cenere segna una fase della
trasformazione,
essenziale come il fuoco nel processo che tende all'oro alchemico. Nel
Settecento, quando l'Europa intera si appassionava alle raccolte di
fiabe,
scriveva Dom Antonio Pernety: Les Philosophes Hermétiques disent qu'il ne faut
pas mépriser la cendre, & Morien dit qu'elle est le
diadême du Roi. Il faut
entendre ces termes de la matiere après qu'elle a
été en putréfaction; parce
qu'alors elle semble de la cendre & que de cette cendre
doit sortir
le soufre philosophique, qui est le diadême du
Roi (Dictionnaire Mytho-Hermétique, 1758, p. 70) [24].
4.
Il tempo Quanto restò Cenerentola nella cenere
del focolare, e
quanto tempo trascorse Pelle d'Asino prima di manifestarsi nei suoi
abiti di
mare e di stelle al principe? Il tempo della mortificazione non
è un tempo
storico, ma un tempo rituale, ricorrente, che crea una sospensione tra
due
posizioni diverse: nella nostra fiaba separa e lega l'identità
modellata in
senso endogamico, sui modelli familiari, e l'identità esogamica,
nuova, la più
bella, che ascende al trono con le nozze regali. Per questo è tanto difficile
attraversarlo, perché è
un tempo in cui l'attività visibile all'esterno manca: il nostro
ideale
collettivo ci porta a togliere valore a tutto ciò che, mancando
di visibilità
oggettiva, non è quantificabile. La Cenerentola di Perrault
appare quasi
masochista, e questo dipende dal fatto che il ritiro in se stessi, la
mancanza
di investimento rivolto all'esterno, è giudicato una condizione
di inferiorità,
di colpevole disagio. Un tempo che è anche tempo di lutto,
evitato ed
esorcizzato dai nostri modelli collettivi, in cui la cenere è
disprezzata, come
i rifiuti, gli scarti, in cui il pensiero della morte è
scotomizzato come
qualcosa di inadeguato, sporco. La depressione può essere considerata
la patologia
psichica più diffusa e discussa nel
nostro tempo, e irrompe come l'opposto rimosso del nostro ideale
collettivo:
essere sempre realizzati, capaci di avere successo, seppellire
rapidamente le
persone che perdiamo, come le delusioni e le disillusioni che ci
spingerebbero,
se accolte, in un tempo doloroso di riflessione. Riflettere
etimologicamente significa flettere nuovamente, piegare
all'indietro,
come a designare un movimento del pensiero che piegandosi cerca nel
passato,
nelle sue ombre. Nella depressione noi sperimentiamo il senso di
inutilità
dell'azione che spinge in avanti, verso una meta consensuale o
idealizzata:
improvvisamente niente ha più senso, la vita appare
un'illusione, un gioco vano
al quale non riusciamo a sottrarci. La malinconia della depressione
è come
un'acqua che sommerge tutte le figure che prima muovevano la nostra
esistenza:
quando siamo depressi percepiamo gli altri, e il nostro stesso io, come
privi
di base. Il sentimento del tempo nella depressione
è senza
limiti: mai siamo stati felici, ci eravamo solo illusi, e mai
riusciremo a dare
o a ricevere nulla per cui valga la pena di vivere. Un tempo senza
tempo che sta
fra due ritmi diversi della vita: questo rappresenta la fiaba quando il
soggetto subisce senza reagire, senza agire in risposta, il dominio di
un altro
personaggio, come la matrigna crudele. Nella fiaba questi tempi, che
esistono
nella percezione soggettiva, rappresentano passaggi vitali tra
condizioni
diverse dell'essere. Questo tempo è rappresentato nelle
fiabe. Mentre il
tempo nel mito è sempre rituale, nella fiaba è sia
rituale che quotidiano, e
corrisponde a un tempo che psicologicamente è percepito come
privo di senso, un
tempo di privazione, di lutto. Il suo senso non si
svela se a
un'azione ne succede immediatamente un'altra, se il soggetto non
accetta come
una prova la condizione di non controllarlo. È un tempo che ha
valore proprio
per il suo pregnante stare tra tempi di azione. Questo tempo
rappresentato
nella fiaba non può presentarsi nella tragedia, dove il soggetto
corre
inarrestabilmente verso la sua catastrofe definitiva. Non è
neppure nel
romanzo, il cui tempo è sempre del soggetto, anche quando ne
racconta la
distruzione. L'eclisse del soggetto è il tempo
della depressione,
nel quale l'altro ostile domina togliendo luce, desiderio, amore,
libertà...
Tutto ciò che accende la vita scompare, finché resta solo
cenere. Saper
accettare e vivere questo tempo è un po' come continuare a
vivere nella nebbia
o nell'oscurità senza dibattersi, anche se ogni cosa sembra
scomparsa. Oscurità, cenere, successiva a un
incendio, in un
processo di trasformazione: un'oscurità che compare in ogni
rappresentazione
poetica che vuole esprimere la ricerca della luce, l'incontro con
l'altro.
Un'oscurità che risulta dal calore del sole, analogo del fuoco,
è rivendicata
dalla sposa nel Cantico dei Cantici come una condizione da non
disprezzare: Nigra sum sed sicut tabernacula Cedar, sicut pelles Salomonis. Nolite me considerare quod fusca sim, quia
decoloravit me sol. [25] [1] Vedi la Storia
del principe Kalaf e della principessa
della Cina,
in Pétis de la Croix, I mille e un giorno (1712), vol.
I, pp. 150-250.
Pétis de la Croix fu il primo a pubblicare Turandot,
ambientandola in
una Cina priva di riferimenti storici e geografici, seguendo la moda
dell'orientalismo in voga all'inizio del Settecento. Tra il 1704 e il
1717
erano uscite Le mille et une nuits di Antoine Galland, che
divennero il best-seller
del Secolo dei Lumi. Anche il paese di Aladino, nato
alla carta
stampata per opera di Antoine Galland, era questa Cina, che va intesa
semplicemente come un lontano reame di fiaba. Ma nei secoli il nome di
maniera
lavora con la stessa procedura metastorica del registro fiabesco,
creando
l'ambientazione cinese della Turandot pucciniana, e
promuovendo, per le
contemporanee rappresentazioni di questo melodramma, scambi concreti
con la Cina
per la sceneggiatura e la regia. E' un bell'esempio di come l'arte, con
la sua
illusione, senza pretese di veridicità, finisca col creare la
realtà. [2] Non sono una
vipera, eppure mi nutro / della carne della
madre che mi ha
generato. / Cercai uno sposo, e in questo lavoro / Trovai quel favore
in un
padre. / Egli è padre, figlio, e dolce sposo; / Io sono madre,
figlia, e pure
sua bambina. [3] Vedi Sigmund
Freud, Totem e tabù (1912-13). [4] Temo per un
delitto, / mi nutro della carne materna. /
Cerco il padre
mio, di mia / madre lo sposo / della mia sposa / la figlia, e non
trovo. (cit.
da Peter Goolden, The Old English Apollonius of Tyre,1958; p. 7) [5] Sono portata da
un crimine, / divoro la carne di mia
madre. / Cerco mio
fratello, il marito / di mia madre, il figlio di mia / moglie. Io non
lo
trovo.(cit. da Ben Edwin Perry, The Ancient Romances. A
Literary
Historical Account, 1967, p. 296)
[6] Questa
formulazione enigmatica potrebbe avere la sua
matrice nelle Supplici di Eschilo: "Simile a quegli uccelli
che mangiano carne di
uccelli
[...] s'è due volte nutrito della sua propria carne, dapprima
versando il
sangue paterno, poi unendosi col sangue materno". (cit. da J.P.
Vernant, Ambiguità
e rovesciamento sulla struttura enigmatica dell'"Edipo re"; sta
in: Detienne, Il mito, 1989; p. 84). [7] Il motivo degli
amanti incestuosi che vengono carbonizzati
è presente
nelle Mille e una notte (1948, Storia del primo mendicante
nella Storia
del facchino e delle ragazze, vol I, pp. 64 sgg.), dove subiscono
questa
pena un fratello e una sorella. Ricorre anche nella Leggenda Aurea,
dove
ad essere carbonizzata è una madre che, non essendo riuscita a
sedurre il
figlio, lo porta in tribunale accusandolo, come Fedra, di peccati di
lussuria.
(Jacopo da Varagine, 1990; vol. I, p. 14) [8] A proposito
dell'enigma vedi anche il mio saggio Il
motivo
dell'enigma. Trasformazioni e costanti del discorso interiore, 1994. [9] Wirklichkeitsgefül,
usato da Freud, significa
letteralmente sensazione,
senso, sentimento della vera realtà, e ci pare più
poetico ed efficace
della locuzione più comunemente usata, principio di
realtà. Questo principio
viene troppo spesso inteso, o frainteso, in termini riduzionistici,
come
contrapposto al dominio del desiderio e della fantasia desiderante.
Riteniamo
che il sentimento della vera realtà scaturisca da una
trasformazione che
tiene conto degli elementi onirici, fantasmatici, simbolici, quanto dei
rapporti concreti che si articolano secondo una norma consensuale. Se
non c'è
sentimento, non c'è alcuna conoscenza profonda, nemmeno
nell'esperienza
concreta. [10] Signore, io vi
amo più di quanto possano riuscire
ad esprimere le
parole: v'ho più caro della vista, dello spazio, della
libertà; vi amo al di
sopra di tutto ciò che può essere stimato ricco e raro;
non meno della vita,
quando è unita alla grazia, alla salute, alla bellezza,
all'onore; vi amo
quanto figliolo amò mai padre, o padre si vide amato; di un
amore, il quale
rende povero il fiato e impotente la parola; io vi amo al di là
di tutti questi
modi così alti di amare. (Tutte le opere, a cura di Mario
Praz, 1989, p.
904) [11] Mio buon
signore, voi mi avete generato, allevato, voluto
bene: io vi
corrispondo, da parte mia, con quei doveri che sono giustamente
convenienti; cioè
vi obbedisco, vi amo, e vi onoro del mio meglio. Perché hanno
marito le mie
sorelle, se dicono che tutto il loro amore è per voi?
Probabilmente, quando un
giorno mi sposerò, l'uomo che riceverà dalla mia mano il
pegno della mia fede,
porterà con sé metà dell'amor mio, metà
delle mie cure e dei miei doveri:
certo, io non mi mariterò mai come le mie sorelle, per dedicare
tutto intero
l'amor mio a mio padre. (Ivi) [12] Bellissima
Cordelia, che sei ancora più ricca
perché sei povera, più
eletta perché abbandonata, più amata perché
disprezzata, io mi impossesso, qui,
di te e delle tue virtù: io, mi sia lecito, raccolgo ciò
che vien gettato via.
Dèi, dèi! è strano che alla gelida noncuranza di
costoro, l'amor mio dovesse
accendersi, fino a divampare in venerazione. Re, la tua figliola senza
dote,
gettata nelle mie braccia dalla ventura, è regina nostra, dei
nostri sudditi,
della nostra bella Francia: tutti i duchi di Borgogna non potranno
ricomperare
da me questa preziosa fanciulla disprezzata. Cordelia, di' addio a
costoro, per
quanto snaturati: tu perdi questo luogo, per trovarne uno migliore.
(Ivi, p.
906) [13] Guardate quella
signora là, che sorride
scioccamente, che ha una faccia, la quale
vi farebbe credere, che
fra le sue gambe ci stesse di casa la neve, che fa la santarellina,
scuote il
capo scandalizzata a sentir pronunciare il nome del piacere; ebbene, la
puzzola
e il cavallo pasciuto d'erba fresca non ci si buttano con appetito
più
sfrenato. Dalla vita in giù esse sono dei centauri, sebbene
nella parte
superiore esse siano donne; solo fino alla cintola appartengono agli
dei, la
parte di sotto è tutta del demonio, lì c'è l'
inferno, lì c'è l'abisso
sulfureo, che brucia, che scotta, c'è il fetore, la consunzione!
via, via, via!
puah! puah! datemi un'oncia di zibetto per profumare la mia
immaginazione!
(Ivi, p. 936). [14] ...Perdici oggi
manca domani, finì che si ridusse
dalla camera alla
cucina e dal baldacchino al focolare, dai lussi di seta e d'oro agli
stracci,
dagli scettri agli spiedi e non soltanto cambiò stato ma persino
nome e da
Zezolla fu chiamata Gatta Cenerentola (Ivi, p. 129). [15] Vedi: Melanie
Klein, Invidia e gratitudine, 1969;
vedi anche:
Franco Fornari, La vita affettiva originaria del bambino, 1963. [16] Io sono te, me
n'accorgo: l'immagine mia non m'inganna. /
Io di me
brucio d'amore ed accendo la fiamma che m'arde. / E che farò?
Debbo chiedere o
esser richiesto? E che cosa / poi chiederò? Quel che voglio
è con me: la
soverchia ricchezza / m'impoverisce. Potessi staccarmi dal corpo! Or un
voto /
nuovo farò per gli amanti: vorrei che mi stesse lontano / quel
che vagheggio (Le
Metamorfosi, cit., vol. I, p. 127). [17] Disse, e
tornò forsennato alla solita faccia
riflessa / e, intorbidando
col pianto dirotto lo specchio dell'acqua, / pel movimento dell'onde
divenne
l'immagine scura. / Come s'accorse che il volto evaniva, gridò:
"Dove
fuggi? / resta, crudele; non abbandonare chi t'ama. Deh lascia, /
lascia che
guardi l'aspetto, poiché non ti posso toccare! / Porgimi tu
l'alimento per
questa infelice follia!" / Mentre così si doleva, si aperse la
tunica in
alto / e si batté nudo il petto con ambo le candide palme. /
Alla percossa il
suo seno si tinse di rosso leggero, / come le mele che bianche da un
lato,
dall'altro son rosse / e come l'uva non anche matura nel grappolo vaio.
/ Come
ciò vide nell'acqua, che limpida s'era rifatta, / più non
sofferse lo strazio;
ma come si scioglie la bionda / cera alla debole fiamma del fuoco o la
brina al
mattino / quando la scaldano i raggi del sole, così dall'amore /
vinto si
strugge Narciso consunto da lenta passione. / Con l'incarnato del volto
perdette le forze e il vigore, / e de' bei pregi, di che si compiacque,
l'immagine sparve / né gli restò pur il corpo che fu
dilettissimo ad Eco (Ivi,
pp. 127-129). [18] Vedi, in
particolare per il suo valore storico, Luce
Irigaray, Speculum.
L'altra donna (1974). [19] Stai di
buonumore, figlia mia, non disperarti,
perché per ogni male c'è
rimedio, fuorché per la Morte. Ora ascoltami: quando tuo padre,
che è un asino,
stasera vorrà fare da stallone tu infilati questo bastoncino in
bocca,
immediatamente diventerai un'orsa e fuggirai via... (Ivi, p. 363). [20] ...per farsi
portare il quaderno su cui saldare i conti
dell'amore, lei,
messo il bastocino in bocca, si trasformò in un orso terribile e
gli andò
incontro. Lui, terrorizzato da questo prodigio, si arrotolò
dentro i materassi
da dove non tirò fuori la testa neanche la mattina (Ivi). [21] Tra i numerosi
punti di contatto tra l'asino-Pinocchio e
l'asino-Lucio,
il nome dell'amico del burattino che lo convince a recarsi nel Paese
dei
Balocchi e viene trasformato come lui in asino: Lucignolo. Il
ciuchino-Pinocchio è costretto a esibirsi in un cerchio saltando
nel cerchio,
mentre il protagonista di fugge da un
anfiteatro dove sarebbe costretto a esibire con una donna corrotta e
delinquente tutta la sua potenza asinina, dopo l'incontro erotico e
grottesco
con una nobile matrona. Vedi: Apuleio, Le Metamorfosi; in: Il
romanzo
antico greco e latino, 1981; pp. 1274-1275. [22] Bertrand
d'Astorg, analizzando la vita e le opere di Mary
Wollstonecraft
Shelley, celebre per la sua creatura, "Frankestein", evidenzia
il senso di colpa nato nella figlia dalla dichiarazione d'amore del
padre,
anche se l'incesto non è stato consumato, e cita queste parole
della
scrittrice.: Io sola sulla terra ero depositaria del terribile
segreto.
Potevo dirlo ai venti e alle lande deserte, ma tra i miei simili, non
avrei mai
dovuto, né con sguardi né con parole, dar credito alla
più piccola congettura
sulla terribile realtà.[ ...] Nella mia anima c'era quello che
nessun silenzio
può rendere sufficientemente oscuro. ... Dovevo ritrarmi dallo
sguardo degli
uomini per timore che potessero leggere nei miei occhi vitrei la colpa
di mio
padre. (Bertrand D'Astorg, Letteratura e incesto in Occidente,
1990;
p. 79). [23] Fra i numerosi
esempi possibili, ne indichiamo due in cui
le
persecuzioni più crudeli, fino al tentato omicidio, non sono
come di solito
perpetrate da matrigne né da suocere streghe: la prima moglie
del re della
fiaba di Basile Sole, Luna e Talia (cit., pp. 944 sgg) vuole
bruciare la
protagonista, mentre nella fiaba La bella Ostessina di Gherardo
Nerucci
(cit., pp. 45 sgg.) è la
madre
stessa a tentare di uccidere ferocemente la figlia, quando la crede
rivale in
amore. Chi sia interessato potrà trovarne altri nelle
raccolte di Giovan
Francesco Straparola e Vittorio Imbriani (citt.). [24] I Filosofi
Ermetici dicono che non bisogna disprezzare la
cenere, e Morien dice che essa è il diadema del Re. Bisogna capire questi termini della
materia dopo che è stata in
putrefazione; perché è
allora che appare
la cenere ed è da questa cenere che deve uscire lo zolfo
filosofico, che è il diadema del
Re.
(Corsivo nel testo) [25] Sono nera ma
bella, figlie di Gerusalemme, / come il cedro
dei
tabernacoli, come le tende di Salomone. / Non giudicatemi perché
sono scura, /
perché è il sole che mi ha cambiato colore (Cantico
dei Cantici, 1973;
p. 10). |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| 5. Dattero mio dorato |
DATTERO MIO DORATO Sapete qual è il percorso più breve fra due punti? No, non è la linea retta: è il sogno. (Bineux,
Rosalyn et le lions) 1.
Golio de quarcosa L'appagamento di un desiderio dovrebbe di certo recar piacere ma, ci si chiede, a chi? Naturalmente, a colui che prova il desiderio. Sappiamo però che il sognatore intrattiene coi propri desideri un rapporto del tutto speciale. Li rigetta, li censura, in breve non li vuole (Sigmund Freud, L'interpretazione dei sogni, 1899, p. 530, nota). Con queste parole Freud introduce la piccola
storia di
una coppia povera alla quale appare una fata pronta a esaudire tre
desideri.
Allora la moglie, sentendo un buon profumo di salcicce arrostite,
esclama:
"Ah! se potessi averne un paio!". Appena vede le salcicce fumanti nel
piatto della moglie, il marito grida: "Ti si attaccassero al naso!".
In un batter d'occhio anche questo desiderio è esaudito. I due
coniugi si
mettono a discutere se sia meglio usare il terzo desiderio per ottenere
immense
ricchezze, o per far tornare normale il naso della donna. Infine
decidono per
la seconda richiesta: la fata scompare e loro restano poveri come
prima. La storiella presenta la magia come funzione
del
soggetto: essa si manifesta spesso nelle fiabe, così come nella
vita quotidiana
sono frequenti le potenzialità creative. Ma in entrambi i casi
la
trasformazione si dà, si rappresenta, solo se il soggetto sa
esprimere un
desiderio. Non basta il bisogno ad attivarla, altrimenti
la
Cenerentola di Perrault sarebbe stata visitata dalla fata madrina
all'inizio
della sua penosa condizione servile. Invece ha passato tanto tempo
umiliata
nella cenere, senza chiedere né ricevere alcun aiuto, e quando
le sorellastre
tutte agghindate sono uscite per andare al ballo del re si mette a
piangere.
Col pianto esprime una mancanza, e la fata madrina può aiutarla
a esprimere il
suo desiderio: La sua madrina, venutala a trovare, la vide in un mare di lacrime e le domandò cos'avesse: - Io vorrei... vorrei... Piangeva così forte che non poteva continuare. La madrina, che era una fata, le disse: - Vorresti andare al ballo, non è vero? - Ahimè, sì, - disse Cenerentola con un sospiro. (Perrault, cit., p. 19) Pur nella passività venata di
masochismo che la
caratterizza, Cendrillon non beneficia della magia se non
quando il
pianto sgorgando la apre al desiderio.[1] Può anche capitare che la protagonista
disponga
dell'oggetto magico e lo usi solo in un momento particolare, quello del
massimo
bisogno, come accade a una principessa nel Cunto de li cunti
(Basile,
cit., pp. 910-921). Dopo essersi impastata un marito di suo gusto, con
la pasta
di mandorle e l'acqua di rose, Betta se lo vede rubare nel bel mezzo
della
festa di matrimonio. Vagando per il mondo senza sapere dove andare a
cercarlo,
capita da una buona vecchia, alla quale racconta la sua storia. La
donna: ...N'avette tanta compassione che le 'mezzaie tre parole: la primma, tricche varlacche ca la casa chiova; la seconna, anola tranola, pizze fontanola, la terza, tafar'e tammurro, pizze 'ngongole e cemmino, decennole che le iesse decenno a tiempo de lo chiù granne abbesuogno, ca ne cacciaria gran beneficio (Ivi, p. 914) [2]. Formule magiche da pronunciare nel tempo del
più
grande bisogno, che Betta userà quando avrà ritrovato
il suo sposo
smemorato con una regina ladra. Solo in un percorso verso il termine
del
proprio desiderio o del proprio bisogno si riceve in dono un oggetto
magico, e
lo si usa nel momento culminante della storia, quando agire, imprimere
un
cambiamento al panorama in cui ci si trova, è decisivo,
impossibile, e
irrinunciabile. La permanenza nella cenere, o nello sporco,
in una
condizione degradata, deprimente, è caratterizzata da un'assenza
di desiderio.
Finché l'elaborazione del lutto non è compiuta, nessun
desiderio si
rappresenta, e nessuna magia viene in soccorso del soggetto. Nella Gatta Cennerentola troviamo una
finissima
rappresentazione di questo rapporto fra desiderio e magia. Il giorno
del
matrimonio fra suo padre e la maestra di cucito: ...mentre stavano li zite 'n tresca , affacciatese Zezolla a no gaifo de la casa soia, volata na palommella sopra no muro, le disse: "Quanno te vene golio de quarcosa, mannal'addemannare a la palomma de le fate a l'isola de Sardegna, ca l'averrai subeto (Ivi, p. 126) [3]. Per tanto tempo Cenerentola penerà nel
degrado, senza
chiedere aiuto alla colomba delle fate. La fiaba non ci
descrive il suo
lamento, né la sua ribellione, né un solo tentativo di
cambiare qualcosa. Fino
a che un tempo indefinito di tristezza, lunghissimo perché non
si vede come
possa finire, non riceve una battuta nuova. Accade qualcosa per cui il
soggetto
dal patire e dal subire passa all'agire, e l'agire è chiedere
qualcosa,
o mandare a chiedere qualcosa, verso una terra lontana, dove
vive la
fata che era pronta fin dall'inizio ad ascoltarla, a realizzare subito
i suoi
desideri. Si ricorre alla magia quando si pronuncia il
desiderio, quando la rappresentazione del desiderio giunge alla
coscienza:
prima di quel momento non è il caso di pronunciare parole
magiche, né di farlo
sapere alla colomba delle fate, perché non è ancora
venuto golio de quarcosa, voglia di qualcosa. 2.
La bambola e la fata Una bambina gioca con la sua bambola: la
accarezza, la
copre, la spoglia, o la maltratta e la lascia da parte. Nella relazione
con la
bambola la bambina rappresenta la sua relazione con la madre: se ha
introiettato una figura materna positiva, la bambina nutre e accudisce
amorevolmente la sua bambola preferita. Le donne che soffrono di
anoressia e
bulimia di solito non ricordano di aver giocato con piacere con una
bambola.
Una giovane donna mi ha raccontato che la sola bambola per la quale
aveva
qualche interesse era per metà blu, con i capelli verdi, e lei
la picchiava e
la gettava per terra. Nelle fiabe la protagonista riceve in dono
bambola
alla morte della madre. Come se all'eclissarsi della figura
originariamente
onnipotente, alla sua morte, potesse corrispondere l'ascesa del simbolo
materno, in una sequenza che prevede prima una perdita e
successivamente un'acquisizione. Vassilissa la bella, la Cenerentola russa,
riceve la
bambola con queste parole: - Ascolta piccola Vassilissa! ricorda e adempi le mie ultime parole. Io muoio, e insieme alla materna benedizione ti lascio questa bambola; tienila sempre vicina a te e non mostrarla a nessuno; e se ti capiterà qualche malanno, dalle da mangiare e chiedile consiglio. Essa mangerà e ti dirà come tirarti fuori dai pasticci (Afanasjev, cit., p. 18). Non mostrarla a nessuno, dice la madre, affidando a Vassilissa il
compito di
custodire in segreto il suo simbolo, educandola a proteggere la vita che può curare nella sua
intimità
nascosta. La bambola è un simbolo della potenza
femminile, della
capacità della donna di nutrire e far crescere dentro di
sé qualcosa di
invisibile. Nella fiaba russa Vassilissa la bella dopo la
morte
della madre viene perseguitata dalla matrigna e dalla sorellastra, che
per
farla morire la mandano dalla baba-yaga. Questa è allo stesso
tempo fata e
strega, figura dell'ambivalenza materna, che come una dea-madre arcaica
può
dare doni e salvezza, ma anche la morte. Per affrontarla Vassilissa
può contare
sull'aiuto della bambola, del simbolo materno che non dimentica di
nutrire, e
quando la baba-yaga le impone un compito impossibile, pena la morte,
ricorre a
lei: ...Pose dinanzi alla bambolina i resti della cena della vecchia, pianse e disse: "Toh, bambolina, mangia di cuore, e porgi orecchio al mio dolore! la baba-yaga m'ha dato un lavoro pesante, e minaccia di mangiarmi se non l'eseguo tutto; aiutami!". La bambola rispose: "Non temere bella Vassilissa! cena, prega, e mettiti a dormire; la notte porta consiglio!" (Ivi, p. 22) Nel primo capitolo abbiamo incontrato
Adamantina, che
dopo la morte della madre dà tutto quello che possiede per una
bambola, la poavola,
e la cura come fanno le bambine, le fanciullette, ungendole il
pancino e
vestendola per la notte, durante la quale la tiene accanto a sé.
La poavola, come la bambolina di
Vassilissa,
compare alla morte della madre: perdere la figura materna primaria
precede
l'acquisizione di questo simbolo del femminile col quale la
protagonista da
povera e disperata diviene ricca e potente. Nelle fiabe che presentano
questa
relazione iniziale con la bambola il superamento della miseria o del
rischio di
soccombere a un femminile persecutorio precede un movimento narrativo
diverso,
attraverso il quale si perverrà all'unione regale. Nella fiaba di Cenerentola il simbolo della
potenza
femminile, di far crescere in segreto, diventa accessibile attraverso
una
mediazione paterna. Il filo della relazione con la madre buona va
intrecciato
con il filo dell'amore col padre: da questo intreccio viene il simbolo
che
porterà la protagonista non solo al superamento della miseria e
del rischio di
soccombere alla persecuzione della matrigna, ma alle nozze regali. La trasformazione nella crescita del
femminile si
verifica quando la protagonista entra in relazione con la madre e con
il padre,
legati in un unico oggetto simbolico. Alla bambola di Vassilissa e di Adamantina,
corrisponde in Cenerentola la fata, anch'essa rappresentazione del
materno
soccorrevole, positivo. Abbiamo visto come in Perrault la fata madrina
compaia
quando Cenerentola piange: la nostra eroina soffre perché non
può partecipare
al ballo durante il quale il principe si sceglierà una sposa,
mentre Vassilissa
e Adamantina devono liberarsi dalla miseria o dalla persecuzione. Le fiabe raccontano come il simbolo della
madre buona
basti a vincere la persecuzione della matrigna o la miseria: è
superato il rischio
di morire di stenti, come tanto tempo fa, come oggi. E raccontano come
per
incontrare e sposare il principe occorra anche altro, qualcosa che
richiede la
presenza della figura paterna. 3.
Il ramo e la rosa Ricordiamo che Pelle d'Asino aveva avuto dal
padre
vesti splendenti come il sole e la luna, color del mare con i pesci
ricamati
che nuotavano, o di una seta tanto sottile che si potevano riporre in
un guscio
di noce. Vestita dall'amore del padre, accolto e respinto con la
richiesta dei
doni, la principessa aveva raggiunto il massimo splendore, per fuggire
subito
dopo coperta dalla pelle dell'asino, repellente come la passione
incestuosa. Mentre l'incesto è il tema centrale
nelle storie di Pelle
d'Asino, nel tipo Cenerentola è in primo
piano la lotta con
la madre. Ma anche l'eroina della cenere è molto amata dal padre
all'inizio
della storia, e nell'assassinio della prima matrigna si parla di una
figlia che
pretende una centralità assoluta nel gioco familiare degli
affetti. La marginalità e l'oscurità
della vita di Cenerentola
designano la sua perdita di entrambe le figure genitoriali positive:
con la
morte della madre la sua figura negativa perseguita la protagonista,
mentre il
padre si lega alla matrigna tanto da amare le figliastre dimenticando
la
figlia. A questo punto della storia, come raccontano
sia Basile che i Grimm, il padre deve
partire per
i suoi affari, e chiede alle figliastre che dono vogliono da lui: ...E chi le cercaie vestite da sforgiare, chi galantarie pe la capo, chi cuonce pe la faccia, chi iocarielle pe passare lo tiempo e chi na cosa e chi n'autra. Ped utemo, quase pe delieggio, disse a la figlia: "E tu, che vorrisse?". Ed essa: "Nient'autro, se non che me raccomanne a la palomma de le fate, decennole che me manneno quarcosa; e si te lo scuorde non puozze ire né 'nanze né arreto. Tiene a mente chello che te dico: arma toia, maneca toia" (Basile, cit., p. 128)[4]. Il dono paterno è un rametto, un seme
o un uccellino,
e compare anche quando si narra di una figlia non trascurata dal padre,
come
nella fiaba Grattula Beddattula di Pitrè e Calvino, o
nell'Uccellin
Verdeliò di Vittorio Imbriani. Quando finalmente tocca a
lei chiedere un
dono, la protagonista si differenzia dalle sorelle, che desiderano
ornamenti
per confermare ed arricchire
letteralmente l'identità esteriore. La Cenerentola di Calvino disse al padre: - Io voglio che vossignoria mi porti un bel ramo di datteri in un vaso d'argento. E se non me lo porta, che il bastimento non possa più andare né avanti né indietro. - Ah, sciagurata, - le dissero le sorelle, - ma non sai che puoi mandare a tuo padre un incantesimo? (cit., vol. II, p. 512) Il ramo di dattero della versione
mediterranea diventa
un rametto nella versione dei Grimm, e Aschenputtel lo chiede
quando
finalmente tocca a lei: Babbo, il primo rametto che vi urta il cappello sulla via del ritorno (cit., ivi, p. 94). Le Cenerentole tendono la mano a una loro
parente
fiabesca: la Bella, che proprio a causa di questo dono
conoscerà la
bestia. Per cogliere la rosa che gli ha chiesto la più
piccina il padre
entra nel giardino, e in questo modo sarà costretto dalla bestia
a condurgli la
figlia. Consideriamo questa fiaba diversa dal nostro tipo perché
la condizione
degradata è del maschile anziché del femminile, ma
possiamo osservare che la
richiesta di questo dono al padre apre il contatto con un reame
sconosciuto, e
determina l'incontro tra i personaggi che alla fine diventeranno re e
regina. Una rosa, un rametto, un uccellino e un
dattero da far
crescere, sono i doni del padre. Il termine latino virga
designa il
virgulto, il germoglio, il bastone o la bacchetta magica. In Italiano verga
è
sia il bastone sia il fallo. La Gatta Cennerentola sa come
obbligare il
padre separato da lei, il padre che l'ha dimenticata, quando chiude il
suo
discorso dicendo che senza soddisfare la sua richiesta non potrà
più andare né
avanti né indietro. Nella versione di Calvino le sorelle
rimproverano Nina
per questo pericoloso incantesimo, ma né lei né il padre
se ne curano. Il
contenuto manifesto di questo passaggio - non poter più
andare né avanti né
indietro - allude alla stessa area simbolica: se il padre non
aiuterà la
figlia ad accedere al simbolo del maschile, lui stesso perderà
simbolicamente
la potenza virile. Il movimento del vascello del padre ricorda l'atto
sessuale,
e insieme il gioco della vita, il viaggio di andata e di ritorno tra il
proprio
reame e un'isola lontana, tra una figlia bambina e una donna, tra una
figlia
adorata e una figlia trascurata. Aschenputtel
pianta il rametto donato dal padre sulla tomba della madre e lo
annaffia con le
sue lacrime: cresce un alberello di nocciolo sul quale va a posarsi un
uccellino bianco. I significati, anche linguistici, dell'uccello vanno
dalla
denominazione volgare del genitale maschile alla colomba dello Spirito
Santo. E
la Cenerentola di Vittorio Imbriani, anziché un ramo chiede al
padre: "Vo' m'avete a comperare un uccellin Verdeliò." - [Le sue sorelle dissero:] "La sciocca! Non si sa che gli abbia a che fare dell'uccellino! Invece di ordinarsi un bel vestito, un bello scialle, si piglia l'uccello chi sa per farne che!" (cit., p. 151). Mentre le sorelle andranno al ballo
abbellendosi con i doni che hanno chiesto, segni esteriori della
femminilità,
Cenerentola, in qualunque parte del mondo si racconti la sua storia,
ancora
vestita di stracci ricorre all'albero di dattero o al nocciolo, o
chiama l'uccellin
Verdeliò: grazie al simbolo della relazione d'amore con la
figura paterna
chiede e ottiene vesti di meraviglioso splendore. Questa bellezza di
origine
segreta è insieme segno e simbolo della femminilità
intimamente cresciuta, come
una luna che si alza, finito il tempo della sua oscurità. 4.
Dattolo mio 'naurato Il padre non ama più la figlia: nel
linguaggio delle
fiabe si rappresenta il distacco dal padre, che non dà
più amore. La morte
della madre designa la perdita della figura originaria di
identificazione, ed è
il passaggio nel lutto che precede l'acquisizione della nuova
identità. Per
ottenerla la figlia deve passare attraverso la perdita
dell'attaccamento
infantile alla figura paterna come oggetto di desiderio: il padre non
ama più la
figlia significa allo stesso tempo che la figlia non ama più il
padre. Dal
lutto Cenerentola esce con la sua richiesta al padre, e il padre,
aiutandola a
ottenere quel simbolo del maschile che solo lui può procurare
alla figlia,
consente la trasformazione. Nella tragedia di re Lear si racconta della
mancanza
di questo passaggio, e la situazione di impotenza e di follia del re
corrisponde al non poter andare né avanti né indietro del
padre di Cenerentola.
Trasformazione, crescita, significa avvicendamento delle generazioni:
è la
condizione opposta all'incesto, nel quale sono confusi il generante e
il
generato, al punto che nessun personaggio può andare né
avanti né indietro. Se non fosse per l'incantesimo che gli ha
fatto
Cenerentola, il padre non le procurerebbe il suo dono: Iette lo prencepe, fece li fatte suoie 'n Sardegna pe cose necessarie a lo stato suio, accattaie quanto l'avevano cercato le figliastre e Zezolla le scie de mente; ma, 'nmarcatose 'ncoppa a no vasciello e facenno vela, non fu possibele mai che la nave se arrassasse da lo puorto e pareva che fosse 'mpedecata de la remmora. Lo patrone de lo vasciello, ch'era quase desperato, se pose, pe stracco, a dormire e vedde 'n suonno na fata, che le disse: "Sai perché non potite scazzellare la nave da lo puorto? perché lo prencepe che vene con vui ha mancato de promessa a la figlia, allecordannose de tutte fora che de lo sango propio". Se sceta lo patrone, conta lo suonno a lo prencepe, lo quale, confuso de lo mancamiento c'aveva fatto, ieze a la grotta de le fate, e, arrecommannatole la figlia, disse che le mannassero quarcosa. E ecco escette fora de la spelonca na bella giovane, che vedive no confalone, la quale le disse ca rengraziava la figlia de la bona memoria e che se gaudesse ped ammore suio: cossì decenno le dette no dattolo, na zappa, no secchietiello d'oro e na tovaglia de seta, dicenno che l'uno era pe pastenare e l'autra pe coltevare la chianta. Lo prencepe maravigliato de sto presiento se lecenziaie da la fata a la vota de lo paiese suio e, dato a tutte le figliastre quanto avevano desiderato, deze finalmente a la figlia lo duono che le faceva la fata (Basile, cit., pp. 128-130)[5]. La madre deve dire alla figlia: tu sei
come me
terra fertile, e da questo dipende la sua capacità di
nutrire, simbolizzata
nelle nostre fiabe dalla relazione con la bambolina. Dopo aver
stabilito la sua
identità con la madre, dicendo: io sono terra come te,
la figlia ha
bisogno del dono del padre, che deve dirle: riceverai un seme come
il mio.
La differenza tra un legame imprigionante, articolato in una relazione
di tipo
narcisistico con le figure genitoriali, e una acquisizione di
identità che
spinga alla crescita, alla trasformazione nell'esperienza, è nel
come:
la madre non deve dire: io sono te, terra; il padre non deve
dire: ti
dono il mio seme. La chiave della crescita è nella
comprensione della
metafora: come. Come la madre, non la stessa cosa della madre,
come dal
padre, non dal padre. Le fiabe raccontano di tante crescite
possibili, e le
loro parole danno nome agli ostacoli e alle soluzioni che si incontrano
lungo
il cammino. La magia nelle fiabe è la possibilità di dar
nome, di rappresentare
secondo un codice comunicabile a tutti, le esperienze di trasformazione
che
portano a una sufficiente maturità affettiva. La ricchezza dei simboli che contengono
attesta la
potenza della metafora: il simbolo è una metafora di ordine
prezioso, non
riducibile ad allegoria. Risiede nella natura potente e misteriosa
della
metafora la corrispondenza del linguaggio verbale con le leggi del
sogno e
dell'immaginario. La magia, che rappresenta nelle fiabe un passaggio di
trasformazione tenendo conto delle sue radici inconsce, non è
una fuga dal
linguaggio della coscienza, né l'allontanamento dal significato
condivisibile.
Come la metafora nel linguaggio, essa vale nelle fiabe come un ponte,
indispensabile perché il cammino psicologico del soggetto con i
suoi desideri
non si interrompa, ed è dotata della pregnanza simbolica che sta
alla base del
potere di significazione dello stesso linguaggio verbale. Una fata colomba si rallegra del suo ricordo
e le
invia un dono da coltivare, un padre va lontano a prenderle questo dono
e
glielo porta: la Gatta Cennerentola ora ritrova nel segreto
del suo
cuore entrambe le figure genitoriali positive, trasformazione simbolica
delle
figure onnipotenti e totalizzanti dell'infanzia. Come lei è
pronta all'incontro
col principe Aschenputtel: lei ha una piantina di nocciolo,
donata dal
padre, cresciuta col suo pianto sulla tomba della madre. Uscita dal lutto col desiderio di ottenere il
dono
paterno, ora che l'ha fra le mani Cenerentola, al colmo della gioia,
non ha
bisogno di istruzioni per decidere cosa farne: ... Co na preiezza che non capeva drinto la pella, pastenaie lo dattolo a na bella testa, lo zappoleiava, adacquava e co la tovaglia de seta matino e sera l'asciucava, tanto ch 'n quattro juorne cresciuto quanto è la statura de na femmena ne scette fora na fata, dicennole: "Che desidere?". Alla quale respose Zezolla che desiderava quarche vota de scire fora de casa, né voleva che le sore lo sapessero. Leprecaie la fata: "Ogne vota che t'è gusto, vieni a la testa e dì: Dattolo mio 'naurato, co la zappetella d'oro t'aggio zappato, co no secchietiello d'oro t'aggio adacquato, co la tovaglia de seta t'aggio asciuttato; spoglia a te e vieste a me! " (Ivi) [6] 5.
Il senso e i legami Un bambino di sei anni fa il suo primo
disegno: un
serpente boa che sta digerendo un elefante. Ma gli adulti dicono che
non è
altro che un cappello. Il bambino continua a chiedere agli adulti che
incontra
cosa vedono nel disegno, e siccome rispondono sempre: "un cappello",
non parla con nessuno di loro ...né di serpenti boa,
né di foreste vergini,
né di stelle... [7], che sono nei luoghi dei suoi sogni. Nessuno
di loro
lo aiuta a trovare per il suo mondo interiore un linguaggio metaforico
e
simbolico. Il bambino ormai cresciuto si mette allora al
livello
degli adulti, che finalmente si compiacciono della sua ragionevolezza.
Fino a
che, essendo vissuto ...solo, senza nessuno con cui parlare
veramente... [8], si trova nel deserto per un guasto del suo
aereo:
incontra un bambino che viene dalle stelle, e che di fronte al suo
vecchio
disegno vede finalmente il boa che ha ingoiato l'elefante. E
incontrando questo
bambino che viene dallo spazio indefinito, un po' perduto come ogni
bambino i
cui disegni non vengono mai riconosciuti, Antoine De
Saint-Exupéry parla
veramente, creando Le petit prince (1943). Il bambino
è il solo a
capire il bambino, in un gioco di volo, di stelle e di deserto: una
comprensione irragionevole per l'adulto rigidamente legato alla logica
della
coscienza, ma la sola capace di rompere la solitudine. La coscienza di ogni essere umano forse
comincia con
uno scacco simile a quello narrato da Saint-Exupéry, al quale si
può rispondere
cercando di essere ragionevoli, credendo che non esista una
comprensione
autentica, o facendo della propria vita una ricerca di questo senso. È le renard, la volpe, a
trasmettere al bambino
il segreto del senso, la cui mancanza provoca tanta solitudine. Ricordiamo che il piccolo principe sul suo
minuscolo
pianeta ha una rosa, che crede unica nell'universo e cura con costanza,
come le
Cenerentole curano il seme di dattero o il rametto di nocciolo. Quando,
durante
il viaggio, capita in un giardino pieno di rose, tutte somiglianti alla
sua
rosa, il piccolo principe prova un grande dispiacere, e pensa che la
sua rosa
si lascerebbe morire se scoprisse ciò che lui ha scoperto:
è un fiore comune.
La delusione a proposito dell'unicità del fiore curato e amato
è immediatamente
seguita dallo sconforto per la propria identità, e all'orgoglio
per il suo
pianeta subentra nel piccolo principe questo pensiero: Je me croyais riche d'une fleur unique, et je ne
possède qu'une rose ordinaire. [...] ...ça ne fait pas de
moi un bien grande
prince... (Ivi, p. 87) [9]. Piange disteso sull'erba, perché si
è oscurata
l'identità che si rispecchiava nella bellezza oggettivamente
unica della sua
rosa. Proprio allora arriva la volpe, che si ferma un po' lontana da
lui: - Qui es-tu? dit le petit prince. Tu es bien
joli... - Je suis un renard, dit le renard. - Viens jouer avec moi, lui proposa le petit
prince. Je suis tellement triste... - Je ne puis pas jouer avec toi, dit le renard. Je
ne suis pas apprivoisé. - Ah! pardon, fit le petit prince. Mais, après réflexion, il ajouta: - Qu'est-ce qui signifie "apprivoisier"? (Ivi, p. 88) [10]. Una cosa troppo dimenticata, gli dirà poco dopo la volpe, addomesticare
significa "creare dei legami". Una verità antica e
profonda, che
come un tesoro sepolto può restare inaccessibile dentro di noi:
il suo senso
risuona allo stesso modo in ogni storia che presenta una crescita
profonda. In
un cammino psicoanalitico importa comprendere cosa ci impedisce di
accedere a
questo senso, e trovare le risorse interiori per superare la ferita del
proprio
disegno non compreso. Ma torniamo alla volpe. Al piccolo principe
che vuole
andare a trovare degli amici, propone di addomesticarla, e quando lui
lamenta
che non ha tempo, perché deve procedere nella sua ricerca e
imparare molte
cose, dice: On ne connaît que les choses que l'on apprivoise,
dit le renard. Les hommes n'ont plus le temps de rien connaître.
Ils achètent des
choses toutes faite chez les marchands. Mais comme il n'existe point de
marchands d'amis, les hommes n'ont plus d'amis. Si tu veux un ami,
apprivoise-moi! - Que faut-il faire? dit le
petit prince. - Il faut être très patient, répondit le renard. Tu t'assoiras d'abord un peu loin de moi, comme ça, dans l'herbe. Je te regarderai du coin de l'oeil et tu ne diras rien. La langage est la source du malantendus. Mais, chaque jour, tu pourras t'asseoir un peu plus prés... (Ivi, p. 91)[11]. Giorno dopo giorno: il tempo nella creazione
dei
legami è un alleato indispensabile, e va compreso come
realtà altra rispetto al
desiderio assoluto, che porta gli uomini a comprare le cose
già fatte
dai mercanti. Certo non si possiede né si controlla nulla
addomesticando e
lasciandosi addomesticare, né si evita il dolore: alla fine il
piccolo principe
deve partire, e chiede alla volpe se piangerà. Quando gli
risponde di sì, esclama
che allora non ha guadagnato nulla facendosi addomesticare da lui. Ma
la volpe
sa e racconta cosa ha guadagnato: il colore del grano. Prima di farsi
addomesticare dal piccolo principe i campi di grano non avevano alcun
valore
per lei, mentre ora le spighe mature le ricorderanno il colore dei suoi
capelli. E prima di dire addio al suo amico, la volpe gli svela il suo
segreto: - Il est tres simple: on ne voit pas qu'avec le
coeur. L'essentiel est invisible pour les yeux. - L'essentiel est invisible pour les yeux,
répéta
le petit prince, afin de se souvenir. - C'est le temps que tu as perdu pour ta rose qui
fait ta rose si important. - Ce le temps que j'ai perdu pour ma rose... fit
le petit prince, afin de se souvenir. - Les hommes ont oublié cette vérité,
dit le
renard. Mais tu ne dois pas l'oublier. Tu deviens responsable pour
toujours de
ce que tu as apprivoisé. Tu es responsable pour ta rose... - Je suis responsable pour ma rose... répéta
le
petit prince, afin de se souvenir (Ivi, p. 93) [12]. Questo momento resta un mistero mai sfiorato
per molte
persone, e la sua sostanza è analoga a quella del tesoro di ogni
percorso
iniziatico. La psicoanalisi esplora il movimento interiore
rappresentato dalle
fiabe accostando posizioni e stati della psiche a
questo momento di grazia, perché esso è la
meta di ogni cammino umano,
consentendo quell'apprendimento rappresentato dall'incontro tra la
volpe e il
piccolo principe che Wilfred R. Bion definisce apprendere
dall'esperienza
(1962). Del viaggio fiabesco o iniziatico l'analisi
ha la
sospensione del tempo: quando inizia un percorso analitico è
impossibile dire
quanto durerà, e anche dare assicurazioni sul risultato del
percorso stesso. Ma
il viaggio nasce per conoscere la psiche e affrontare una sofferenza
altrimenti
elusa, mai ascoltata, ed è aperto a chiunque, indipendentemente
dal suo grado
di cultura, dalla sua appartenenza a una razza o a un ceto sociale.
Esso non ha
come meta diventare membri di una sorta di società segreta,
perché la meta è il
percorso stesso: conoscersi. Usando i temi del Piccolo principe,
possiamo dire che ognuno deve comprendere il suo primo disegno,
perché continua
a proporlo in quella forma, e cosa può fare se vuole essere
compreso. La coppia
al lavoro in analisi potrebbe somigliare al piccolo principe con la
volpe, in
un gioco reciproco di addomesticamento, di costruzione del legame
affettivo,
nel quale però il linguaggio non è la fonte dei
malintesi, ma lo strumento per
crescere, dando nome alle cose, come al dolore, alla solitudine,
all'amicizia.
Chi i rivolge all'analisi dovrebbe scoprire il suo bisogno di non
essere isolato,
e forse iniziare un'analisi ne costituisce una prima testimonianza. Se
comprende questo, può imparare ad ascoltare la volpe quando gli
si avvicina, e
poi addomesticare ciò che sceglie, vale a dire prendersi cura
della sua propria
vita. Il linguaggio è fonte di malintesi quando esclude la
delicatezza di cui
abbiamo bisogno per incontrarci, quando dimentichiamo che le nostre
somiglianze
e le nostre diversità sono bellissime ma ritrose, quando
entriamo in uno spazio
intimo con passi da colonizzatori, incapaci di sederci a una certa
distanza e
di guardarci con la coda dell'occhio. Il linguaggio poetico di Saint-Exupéry
non è fonte di
malintesi, ma definisce tali le parole degli uomini. Linguaggio assurdo
o
incomprensibile per i bambini, come per Pinocchio, linguaggio che porta
alla
fine dell'infanzia, come alla conclusione del libro.
Alla fine la partenza del piccolo principe
avviene per
il morso di un serpente: Il hésita encore un peu, puis il se releva. Il fit
un pas. Moi je ne pouvais pas bouger. Il n'y eut rien qu'un éclair jaune près de sa
cheville. Il demeura un istant immobile. Il ne cria pas. Il tomba
doucement
comme tombe un arbre. Ça ne fit même pas de bruit,
à cause du sable (Ivi, p.
107) [13]. Questo bambino che si accascia senza far
rumore sulla
sabbia ci ricorda l'ultima immagine di un altro grande libro, il
più letto dai
bambini e ai bambini in tutto il mondo: le spoglie di Pinocchio ormai
senza
vita, accasciate sulla seggiola, mentre accanto a Geppetto un bravo
bambino
normale ha preso il suo posto. Se consideriamo questi due finali,
poeticamente
altissimi, un nutrimento per i bambini, che li incoraggi a essere se
stessi pur
diventando adulti, dobbiamo affermare sconfortati con Salman Rushdie
che
"...se esiste un terzo principio, si chiama infanzia. Ma muore; o
meglio,
viene assassinato" (I figli della mezzanotte, 1984, p. 172). Sperando che il terzo principio possa
ricorrere
in appello, e vivere, cerchiamo nelle fiabe come si rappresenta da
secoli un
cammino che può portare gli esseri umani a comprendere la
realtà dei loro
sogni, a conoscere col cuore, non rinunciando a guardare con gli occhi,
ma
imparando pazientemente che gli occhi e il cuore sono in conflitto tra
loro
solo se servono componenti scisse della personalità. Quando un
bambino gioisce
ascoltando una fiaba antica, di cui il narratore, genitore o
insegnante,
comprende il valore, avendo riconosciuto a quale tesoro intimo
può guidare,
possiamo pensare che il suo linguaggio ne viene
delicatamente arricchito, che almeno per quella
volta il bambino
non è stato assassinato. Dopo aver ascoltato Li sette palommielle
di
Giambattista Basile[14], i bambini di una prima media mi chiesero se
c'è la
morale della favola. Rimandai a loro la domanda, e un bambino
scrisse: Secondo me, questa favola ha una morale e forse è una tra i più importanti che ci può far capire una di queste fiabe. Il morale della favola, è una cosa che ti fa capire la realtà o cosa bisogna fare in certi casi e secondo me il morale di questa fiaba è "di non perdersi mai di speranza" infatti, se i fratelli di Nina si fossero persi di speranza e non avrebbero detto niente, di come si poteva risolvere il problema di non essere più colombini, ma uomini essi sarebbero per sempre rimasti colombini. Non c'è cammino possibile senza la
fiducia che un
possibile cammino esista. Un filo può bastare, per uscire dalla
condizione di
angoscia che ciascuno sperimenta nella vita, un filo di magia che
intendiamo come
rappresentazione di quella grazia interiore alla quale scegliamo di
legarci,
pur ignorando dove e come arriveremo, semplicemente tendendo alla
nostra meta
irrinunciabile. Nelle fiabe russe accade che il principe Ivan non
sappia più
come trovare la sua strada, e che un uomo vecchissimo gli dia un
gomitolo con
queste parole: "Quando arriverai al limitare del bosco, lancia il
gomitolo, e segui la via che ti indicherà". I bambini ascoltano seguendo il filo della
fiaba, e se
sono invitati a dare il loro parere su una lacuna nella narrazione o su
come
vada inteso un passaggio, rivelano una ricchezza che sorprende l'adulto
abituato a considerarli meno profondi o intelligenti di se stesso.
Raccontavo
un giorno una fiaba di Straparola (cit., vol. I, pp. 127-137) la cui
protagonista, Biancabella, subiva tragiche peripezie, tra le quali il
taglio
delle mani. Mentre a un certo punto della storia si diceva che
aspettava un
bambino, alla fine non se ne faceva menzione. I bambini notarono la
lacuna, e
li invitai a colmarla. Alcuni di loro scrissero come la povera
Biancabella
avesse abortito fra tante sciagure, altri come il bambino fosse morto
di
stenti, altri come si fosse salvato e fosse presente nel finale felice.
Nell'incontro successivo lessi in classe tutti questi finali, e chiesi
loro di
scrivere quale avrebbero scelto a quel punto per colmare la lacuna. Un
bambino
che aveva optato la prima volta per l'aborto causato dai patimenti di
Biancabella, dopo aver sentito i racconti dei suoi compagni scrisse: Per me è importante quello del figlio che e nato ed sia un bambino con occhi neri, capelli neri robusto, che sia un bel bambino di nome Lorenzo e che quando sia grande sia un bel principe fidanzato con Chiara principessa di Firenze Io ho scelto questa parte perchè‚ a Biancabella sono successe molte cose dispiacevoli allora con bel figlio possa ritrovare tutta la felicita. [15] Questo bambino, un po' robusto, si chiamava
Lorenzo, e Chiara era il nome della sua
compagna di scuola preferita. La capacità dei bambini di esprimere e
condividere con
l'adulto, cercando le parole per farlo, la loro ricchezza, scaturisce
ogni
volta che l'adulto, di fronte al disegno del bambino che gli chiede che
cosa
sia, lo aiuta a trovare il nome, o la storia, che ne esprime il senso. Mio nipote, quando aveva quattro anni, mi
raccontava
dei suoi sottomarini, con i quali andava a vedere i pesci degli abissi,
e
poteva anche entrare nella sabbia in fondo al mare. Descriveva questi
suoi
sottomarini con dovizia di particolari, erano di tutti i colori,
avevano arredi
preziosissimi... Quando gli chiedevo se potevo partecipare anch'io a
una delle
sue meravigliose crociere, mi rispondeva sempre che non potevo andarci,
perché
non c'era nessuna stanza col mio nome. Si divertiva a farmi dispetto, e
io lo
deliziavo rammaricandomi, finché un giorno gli dissi: "Beh, se
tu non mi
ci porti, pazienza, vorrà dire che andrà sul sottomarino
del mio amico".
Allora fece un'espressione smarrita e rassegnata, dicendo: "Eh... lui
ce
l'ha per davvero, che va sotto l'acqua?". "Certo", gli risposi,
e mentre temeva che avessi decretato la fine della sua potenza
fantastica,
esercitando contro di lui il diritto della persona adulta, continuai:
"certo che va sott'acqua, come i tuoi, no?". La sua gioia per questa
soluzione fu tale che tutta la flotta dei sottomarini ne fu abbellita
fino a
diventare d'oro puro, e pur interdicendomene la visita, me ne ha
proseguito a
lungo il racconto. A quattro anni il bambino rivela una piena
comprensione della differenza tra la realtà oggettiva e la
realtà della sua
immaginazione. È compito dell'adulto aiutarlo a trovare un
linguaggio che gli
consenta di seguire il filo del suo desiderio e della sua esperienza
muovendosi
su diversi piani di rappresentazione. Desidero portare infine l'esempio di
un'insegnante che
svolge questo compito [16]. Per un mese aveva lavorato con la sua
classe quinta
elementare sulla poesia e la metafora, partendo dal film Il postino
di
Massimo Troisi (1994). Una mattina, parlando in senso scientifico del
vento,
aveva spiegato che il vento non è una realtà, una veraa e
propria cosa, ma
l'effetto di spostamenti d'aria dovuti al calore o a eventi meccanici.
Quando
più tardi la classe è tornata a occuparsi di poesia, una
bambina ha pensato
bene di scrivere del vento, della metafora e della sua realtà
poetica. La sua
poesia ci insegna a comprendere le fiabe: Il vento si muove lentamente. Passa sopra il mare e lo ascolta raccontare. Passa accanto al sole e lo sente chiacchierare. Passa sopra la luna e la ode sospirare. Continua a viaggiare e le fiabe raccolte lo cavalcano gridando. Entra in una casa e le storie vanno nella bocca di una madre. Le racconta al bambino che ride nella culla. Quando da un'antica fiaba che rinarriamo
scaturisce la
fiaba nuova di un bambino, quando le sue parole formano una figura
piena di
poetica intuizione del valore dell'esperienza e del sentimento, penso
che
potremmo perfino cercare di metterci in comunicazione con Antoine De
Saint-Exupéry, scomparso mentre volava, anche lui come il
piccolo principe
senza far rumore, e rispondere all'appello col quale chiude il suo
capolavoro: Alor soyez gentils! Ne me laissez pas tellement triste: écrivez moi vite qu'il est revenu... (Ivi, p. 111)[17]. [1] A proposito
dell'oggetto magico e della sua funzione
complessa nella
fiaba, vedi anche il mio saggio Aladino e la lampada meravigliosa.
Viaggio
psicoanalitico, 1993. [2] ...Ne ebbe
tanta compassione che le insegnò tre
formulette: la prima, tricche
varlacche ca la casa chiova; la seconda, anola tranola, pizze
fontanola,
la terza, tafar'e tammurro, pizze 'ngongole e cemmino,
raccomandandole
di dirle quando ne avesse avuto un gran bisogno, perché ne
avrebbe tratto un
gran bene (Ivi, p. 915). [3] ...Mentre gli
sposi stavano a trescare tra loro, Zezolla,
si affacciò a
un terrazzino di casa sua e una colombella, volata su un muro, le
disse:
"Quando ti viene voglia di qualcosa mandala a chiedere alla colomba
delle
fate nell'isola di Sardegna, subito l'avrai" (Ivi, p. 127). [4] ...E chi chiese
vestiti da esibire, chi ornamenti per la
testa, chi belletti
per la faccia, chi giochini per passare il tempo e chi una cosa e chi
un'altra.
Alla fine, quasi per scherno, disse alla figlia: "E tu cosa
vorresti?". E lei: "Nient'altro se non che mi raccomandi alla colomba
delle fate chiedendole di mandarmi qualcosa; e se te ne scordi possa tu
non
andare più né avanti né indietro. Ricordati quello
che ti ho detto: arma tua e
mano tua" (Ivi, p. 129). [5] Il principe
partì, fece i suoi affari in Sardegna,
comprò quello che le
figliastre gli avevano chiesto e si dimenticò di Zezolla; ma,
quando si fu
imbarcato su un vascello e stava per far vela, la nave non
riuscì a staccarsi
dal porto e sembrava che fosse frenata dalla remora. Il padrone del
vascello,
che era quasi disperato, si mise, stanco, a dormire e vide in sogno una
fata
che gli disse: "Sai perché non potete staccare la nave dal
porto? perché
il principe che è a bordo non ha mantenuto una promessa fatta
alla figlia e si
è ricordato di tutte tranne di quella che è del suo
sangue". Il padrone si
svegliò, raccontò il sogno al principe che, confuso per
la sua mancanza, andò
nella grotta delle fate e, dopo avergli raccomandato la figlia, chiese
che le
mandassero qualcosa. Ed ecco che uscì fuori dalla spelonca
una bella ragazza -
sembrava un gonfalone - che gli disse che ringraziava la figlia del
buon
ricordo e che se la godesse per amor suo: così gli diede un
dattero, una zappa,
un secchiello d'oro e una tovaglia di seta, dicendo che l'uno era per
seminare
e le altre cose per coltivare la pianta. Il principe, meravigliato di
questi
doni si congedò dalla fata alla volta del suo paese e, dato a
tutte le
figliastre quello che avevano chiesto, diede finalmente alla figlia il
dono che
le aveva mandato la fata. (Ivi, pp. 129-131) [6] E lei, con
un'allegria che non la faceva stare nella
pelle, piantò il
dattero in un bel vaso, lo zappettava, lo annaffiava e con la tovaglia
di seta
l'asciugava mattina e sera, tanto che in quattro giorni, cresciuto
della misura
d'una femmina, ne uscì fuori una fata dicendo: "Cosa desideri?".
Zezolla le ripose che desiderava uscire qualche volta da casa, ma non
voleva
che le sorelle lo sapessero. La fata replicò: "Ogni volta che ti
fa
piacere, vieni al vaso e dì: Dattero mio dorato, / con la
zappetta d'oro
t'ho zappato, / con il secchiello d'oro t'ho bagnato, / con la tovaglia
di seta
t'ho asciugato, / spoglia te e vesti me. (Ivi) [7] "Alors
je ne lui parlais ni de serpents
boas, ni de forêts vierges, ni d'étoiles. Je me mettais
à sa portée. Je lui
parlais de bridge, de golf, de politique et de cravates. Et la grande
personne
était bien contente de connaître un homme aussi
raisonnable" (Ivi, p. 39). [Allora
non gli
parlavo né di serpenti boa, né di foreste vergini,
né di stelle. Mi mettevo
alla sua altezza. Gli parlavo di Bridge, di golf, di politica e di
cravatte. E
la persona grande era proprio contenta di conoscere un uomo così
assennato.] [8] J'ai
ainsi vécu seul, sans personne avec qui
parler véritablement,... (Ivi,
p. 40). [9] Mi credevo
ricco di un fiore unico, e non possiedo che una
comune rosa.
[...] ...questo non fa di me un principe davvero grande. [10] "Chi sei?"
disse il piccolo principe. "Sei così
carina...". "Sono una volpe", disse la volpe. "Vieni a
giocare con me", le propose il piccolo principe. "Sono così
triste...".
"Non posso giocare con te", disse la volpe. "Non sono
addomesticata". "Ah! scusa", fece il piccolo principe. Ma, dopo
una riflessione, aggiunse: "Che cosa vuol dire 'addomesticare'?". [11] "Si conoscono
solo le cose che si addomesticano", disse la
volpe. "Gli uomini non hanno più il tempo per conoscere nulla.
Comprano
cose già fatte dai mercanti. Ma siccome non esistono affatto
mercanti di amici,
gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico,
addomesticami!".
"Che si deve fare?" disse il piccolo principe. "Bisogna essere
molto pazienti, rispose la volpe. All'inizio ti metterai a sedere un
po'
lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la
coda dell'occhio e tu non
dirai nulla. Il linguaggio è la fonte dei malintesi. Ma ogni
giorno potrai
metterti a sedere un po' più vicino... [12] "E' molto
semplice: non si vede bene che col cuore.
L'essenziale è
invisibile agli occhi". "L'essenziale è invisibile per gli
occhi", ripetè il piccolo principe, per ricordarsene. "E' il
tempo
che tu hai perso per la tua rosa che rende la tua rosa così
importante".
"E' il tempo che ho perso per la mia rosa..." fece il piccolo
principe, per ricordarsene. "Gli uomini hanno dimenticato questa
verità", disse la volpe. "Ma tu non te la devi dimenticare. Tu
diventi
responsabile per sempre di ciò che hai addomesticato. Tu sei
responsabile della
tua rosa...". "Io sono responsabile della mia rosa...", ripetè
il piccolo principe per ricordarsene. [13] Esitò
ancora un poco, poi si alzò. Fece un
passo. Io non potevo
muovermi. Non ci fu che un lampo giallo vicino alla sua
caviglia.
Rimase immobile per un istante. Non gridò. Cadde dolcemente come
cade un
albero. Non fece rumore, per via della sabbia. [14] Basile, pp.
788-811; ho letto la fiaba nella mia
trascrizione (cit., pp.
35-46). [15] Ho riportato
questi esempi dei bambini in altri contesti,
sia saggi che
conferenze. Chi ama il lavoro con i bambini comprenderà che non
si tratta, come
potrebbe sembrare, di mancanza di fantasia o di scarsità di
materiali
significativi. E' che un loro scritto, bello di per sé e ancora
più
significativo per chi scrive, anche per il contesto nel quale lo ha
ricevuto,
si fa amare come una poesia, che diventa la "nostra" poesia, e non ci
si stanca mai di ricordarla. [16] L'insegnante,
Maura Landucci, ha condotto questa
esperienza nella scuola
elementare statale Don Minzoni, a Firenze, nell'anno scolastico
1995-96. La
ringrazio per avermela comunicata, e per la bellissima poesia che,
conoscendo
questa ricerca sulla fiaba, ha messo a mia disposizione. [17] Siate gentili!
Non lasciatemi così tanto triste:
scrivetemi presto che è
tornato... |
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| 6. La fuggitiva | LA FUGGITIVA Ma
il dito grosso non entrava e la scarpa era troppo piccolina; allora
la madre le porse un coltello e disse: - Tagliati il dito; quando sei
regina,
non hai più bisogno di andare a piedi. 1.
La fuggitiva Ciò che è sotto i
nostri occhi è la cosa più
difficile da vedere, troppo vicina, come la punta del naso. Per questo
è arduo
procedere nell'analisi di Cenerentola, che non è solo la fiaba
più diffusa in
tutto il mondo, ma anche la più presente nelle nostre
espressioni quotidiane,
come quando una ragazzina, che i genitori sollecitano a rientrare
presto,
esclama: Ma non dovrò mica tornare a mezzanotte, come
Cenerentola! Penso che questa popolarità di
Cenerentola abbia a che
fare con un desiderio profondo che non è facile tradurre in
parole, e che nella
fiaba trova meravigliose figure. C'è una storia del femminile in
Cenerentola
che va oltre le ideologie correnti e quelle passate, accennando alla
possibilità di una crescita ancora oggi difficile da decrivere
con parole
diverse da quelle della fiaba. Tutte le Cenerentole, varie e variegate, a un
certo
punto fuggono eclissandosi, dopo aver brillato con l'incanto della
luna,
simbolo per eccellenza del femminile, che esercita il proprio influsso
sui
fluidi della generazione, sulla crescita delle piante e sul movimento
del mare. Nella versione più celebre, quella di
Perrault e
Disney, andiamo a vedere Cenerentola che sta salendo, finalmente
bellissima,
sul cocchio che era stato una zucca, con i lacchè e i topini che
poco prima
abitavano un angolo del giardino. ...La madrina
le raccomandò sopra ogni cosa di non lasciar passare la
mezzanotte,
avvertendola che se lei fosse rimasta al ballo anche un momento di
più, la sua
berlina sarebbe ridiventata una zucca, i cavalli sorcetti, i suoi
lacchè
lucertole, e i vecchi vestiti avrebbero preso l'aspetto di prima. Ella
promise
alla madrina che sarebbe venuta via dal ballo prima di mezzanotte. E
partì, non
stando più in sé dalla gioia (Perrault, cit., p. 20). Mezzanotte è il limite in cui due
giorni si danno il
cambio, dove la fine dell'uno e il principio dell'altro creano una
cesura
immaginaria: in questa cesura può manifestarsi la magia. Per Cendrillon
coincide con il punto di catastrofe, di trasformazione radicale, del
suo
aspetto, nel quale l'incantesimo che l'ha preparata per il ballo
svanisce. Il principe appena la vede la sceglie e balla
solo con
lei: ma alle undici e tre quarti Cendrillon gli fa un inchino e
se torna
a casa nei suoi abiti laceri, per poi alzarsi ad aprire alle due
sorelle, di
ritorno dalla festa, come se non si fosse mossa di casa. La sera dopo
il suo
piacere di ballare col principe le fa dimenticare il limite del suo
incantesimo, e fugge quando già rintocca la mezzanotte: nella
fuga precipitosa
perde una scarpetta di vetro, e il principe che la insegue la
raccoglie.
Attraverso la fuga, presente in tutte le versioni di Cenerentola, il
principe
viene in possesso della scarpetta, che riconosce come mezzo per trovare
la
bella fuggitiva. Cendrillon deve abbandonare il ballo per
ordine della
fata madrina: senza accettare questo limite il principe la vedrebbe nei
suoi
abiti laceri. Ma se andiamo a leggere quasi tutte le altre
versioni,
nelle quali gli abiti meravigliosi vengono dal dattero della Gatta
Cennerentola o dall'uccellino bianco che vive sull'alberello di
nocciolo di Aschenputtel, scopriamo che niente e nessuno
impongono a
Cenerentola di
fuggire: lascia il ballo, o la passeggiata dove incontra il re che se
ne
innamora a prima vista, senza che ci siano un'ora o un numero di volte
prestabilite per farlo. La bella fuggitiva, che ritorna al luogo del
suo lutto,
della sua invisibilità, alla sua cenere, ripete per un numero
rituale di volte
questo percorso simbolico, sia che glielo ordini la fata madrina, sia
che lo
scelga autonomamente. Certo è che Cenerentola, nella versione
più celebre, non
decidendo quando e come sparire e comparire, si può avvicinare a
un'ideale
moralistico di bambina perfetta, che deve all'arrendevolezza e
all'obbedienza
quasi masochistica tutta la sua fortuna. Già Perrault,
sottraendole
l'iniziativa della fuga, doveva averci pensato, se la alla fine della
fiaba
scriveva: Gran bella cosa avere del talento, Nobil sangue, coraggio, chiaro discernimento E gli altri doni che dispensa il cielo. Ma a nulla serviranno, se a metterli in valore Non ci sarà lo zelo Di Padrini e Madrine di buon cuore. (Cit., p. 24) Cercheremo di capire se ci sia una maggiore
pregnanza
di senso dove Cenerentola, dopo aver curato la fonte materna e quella
paterna
della propria magia, ne dispone pienamente, secondo il suo ritmo
lunare, e come
questa alternanza possa suggerire un'intima verità della natura
femminile
nell'incontro col principe. 2.
Né l'ascia del padre... Quando Aschenputtel va per la prima
volta al
ballo indossando l'abito meraviglioso donato dall'uccellino bianco che
sta
sull'albero di nocciolo cresciuto con le sue lacrime, il principe balla
con lei
sola. Mentre nessun ordine esterno limita il suo tempo alla festa, lei
decide
di tornare a casa, e il principe la accompagna. Per non fargli scoprire
dove
abita, questa Cenerentola gli sfugge balzando nella colombaia, e il
principe
resta lì ad aspettare che torni il padre, al quale dice come e
dove è scomparsa
la bella sconosciuta. Al padre viene il dubbio che si tratti proprio di
sua
figlia, e abbatte la colombaia con un'accetta e un piccone, ma non la
trova,
perché ha ripreso le sue vesti umili e giace fra la cenere del
focolare. Con un abito ancora più bello,
Cenerentola il giorno
dopo torna a ballare col principe, poi: La sera ella se ne andò e il principe la seguì per veder dove entrasse; ma ella fuggì d'un balzo nell'orto dietro casa. Là c'era un bell'albero alto da cui pendevano magnifiche pere; ella si arrampicò fra i rami svelta come uno scoiattolo e il principe non sapeva dove fosse sparita. Ma aspettò che arrivasse il padre e gli disse: - La fanciulla forestiera mi è scappata e credo che si sia arrampicata sul pero -. Il padre pensò: "Che sia Cenerentola?" Si fece portar l'ascia e abbatté l'albero, ma sopra non c'era nessuno (Grimm, cit., ivi, p. 97). Analizzando questo movimento Bettelheim
scrive: ...La ripetizione dei suoi interventi al ballo simboleggia l'ambivalenza della ragazzina che vuole impegnarsi personalmente e sessualmente, e nello stesso tempo ha paura di farlo. È un'ambivalenza che si riflette anche nel padre, che si chiede se la bellissima fanciulla sia sua figlia Cenerentola ma non si fida delle proprie impressioni. Il principe, come se riconoscesse di non poter ottenere Cenerentola fintanto che rimane emotivamente legata a suo padre in una relazione edipica, non la insegue personalmente, ma chiede al padre di farlo per lui. Soltanto se il padre indica per primo di essere pronto a liberare la propria figlia dai legami che l'avvincono a lui, essa può vedere con favore il trasferimento del suo amore eterosessuale dal suo oggetto immaturo (il padre) al suo oggetto maturo: il suo futuro marito. Il gesto del padre che demolisce i nascondigli di Cenerentola - sfasciando la piccionaia e abbattendo il pero - mostra che è pronto a passarla al principe. Ma i suoi sforzi non hanno il risultato desiderato. A un livello completamente diverso, la piccionaia e il pero rappresentano gli oggetti magici che finora hanno sorretto Cenerentola. Il primo è la dimora dei servizievoli uccelli che fecero la cernita delle lenticchie per Cenerentola: sostituti dell'uccello bianco sull'albero che le procurò i suoi begli abiti, nonché le fatali scarpette. E il pero ci ricorda l'altro albero che era cresciuto sulla tomba della madre. Cenerentola non deve più credere in oggetti magici e affidarsi al loro aiuto se vuol vivere bene nel mondo della realtà. Il padre sembra capirlo, e quindi abbatte i suoi nascondigli: essa non dovrà più nascondersi in mezzo alla cenere, ma inoltre non dovrà più cercar rifugio dalla realtà in luoghi magici (cit., pp. 253-254). L'interpretazione non spiega come mai questi
sforzi
del padre, alleato del principe, manchino il risultato desiderato. Ci
sembra
interessante che l'azione violenta del padre sia priva di esito, e
proprio per
questo approfondiamo l'analisi. Nelle fiabe non è possibile
distinguere il
piano delle rappresentazioni magiche da quello della realtà
quotidiana, pena
una torsione eccessiva del loro senso. Ammettendo che la colombaia e il
pero
siano luoghi magici, l'azione del padre munito di ascia è
sicuramente
inadeguata a smantellarli: l'effetto di un incantesimo si dissolve
quando il tempo
stabilito è trascorso o per un incantesimo di segno opposto, non
per un'azione
violenta. È pur vero che le armi hanno una funzione simbolica,
basti
pensare alla spada con la quale Ulisse
rende inefficaci le arti magiche della maga Circe sulla sua persona: ma
Ulisse
compie i gesti secondo il rito sul quale lo ha istruito Mercurio, e
oltre a
questo ha con sé un'erba magica che lo stesso dio gli ha dato.
Inoltre Circe
troverà nella spada, insieme al limite delle sue arti
perturbanti, il simbolo
della potenza maschile: Ulisse diviene da quel momento il suo amante. L'ascia e l'accetta, che servono ad abbattere
l'albero
e la piccionaia, richiamano piuttosto un tentativo di domare
Cenerentola, di
costringerla a manifestarsi così come il principe e il padre la
vogliono, bella
e desiderabile, attraverso una castrazione. Aschenputtel lascia
il
principe e il padre senza risultati perché non è
attraverso una castrazione che
può trasformarsi. Il principe resta ad attenderla perché
non comprende ancora
il senso del suo occultamento, e la sua attesa è per questo
vana. Il padre per
quanto si dia da fare non la scopre, pur intuendo che si tratta di lei,
perché Aschenputtel
si è già staccata da lui, quando il suo posto è
stato preso dalla matrigna e
dalle sorellastre. Cenerentola ha ricevuto col rametto di nocciolo il
simbolo
dell'amore paterno, e con questo ha compiuto la trasformazione della
sua
relazione con lui. L'azione distruttiva del padre armato prima
di accetta
e poi di ascia fa pensare a una rappresentazione delle nozze in cui la
donna da
proprietà del padre diviene, senza soluzione di
continuità, proprietà del
marito. La donna così come l'uomo la vuole, idealizzata nella
sua bellezza al
ballo, è oggetto di un passaggio tra uomini, ma questa fiaba,
come un grande
sogno collettivo, ci rivela che esiste una storia più bella.
Come la luna Cenerentola si illumina e si
oscura, ed è
sempre la stessa luna, costante e molteplice a un tempo. I suoi balzi
agilissimi sulla piccionaia e sul pero non possono essere impediti
dall'ascia
del padre, che fallisce lo scopo della sua azione: in questo modo il
principe
comprende che solo lui personalmente potrà trovarla per averla
come sposa. La sera dopo il principe fa cospargere di
pece la
scalinata del suo palazzo, e Cenerentola fuggendo vi lascia attaccata
la sua
scarpetta sinistra, tutta d'oro. Nel linguaggio alchemico, analogico
quanto le
fiabe ai processi psichici, questa azione del principe è
descrivibile come una fissazione. Della quale
Dom Pernety scrive: Fixer est proprement
changer un sel volatile en sel
fixe, et de maniere qu'il ne s'évapore, ni se sublime plus. Le
volatil ne se fixe
jamais par lui même...[1] (cit., p. 168) Cenerentola senza il principe non cesserebbe
di
apparire e scomparire dal ballo al focolare, avanti e indietro da una
forma
ferina o disgustosa a una bellezza splendente. Il principe dei Grimm ha
compreso che deve fissarla, ma ciò che si ritrova fra le
mani non è
ancora la sposa: ha solo la sua scarpetta. Ciò che calza alla
perfezione il
piede, forma con questa parte del corpo un binomio simbolico della
relazione
fra uomo e donna, che nel linguaggio comune si usa per indicare
un'unione ben
riuscita. Ha trovato la scarpa per il suo piede, oppure è
proprio la
scarpa per il suo piede, si dice di un uomo in relazione a una
donna, ma
anche viceversa. Nel rito del matrimonio lo scambio degli
anelli, che
l'uomo e la donna si infilano reciprocamente al dito della mano
sinistra,
corrisponde al gioco della scarpetta. Se il cerchio dell'anello
è simbolo del
contenitore femminile, e il dito del contenuto maschile, che significa
il fatto
che entrambi gli sposi compiano lo stesso gesto? se il piede simbolizza
il
fallo, e la scarpetta la vagina nella quale entra a pennello, come mai
sia il
piede che la scarpa sono di Cenerentola? perché l'atto di
riconoscimento da
parte del principe consiste nel far entrare il piede della futura sposa
nella
sua stessa scarpa? Il principe lo sa, agisce secondo questo
simbolo,
quando si presenta dal padre di Aschenputtel e gli dice: - Sarà mia sposa soltanto colei che potrà calzare questa scarpa d'oro - (Grimm, cit., ivi, p. 98). 3.
Né il coltello della madre... All'interno della fiaba, se sappiamo
interpretarla, si
rivela la risposta che cerchiamo. Nella storia dei Grimm questa
interazione è
rappresentata in un'articolazione complessa, che ci aiuta a comprendere
il
senso di questo simbolo di riconoscimento anche nelle versioni
più ermetiche.
Così accade analizzando molte versioni della stessa fiaba, come
lavorando su
diversi sogni notturni di una persona: un sogno aiuta a comprendere il
senso
ancora oscuro di altri sogni, per l'intima solidarietà delle
loro scansioni e
dei loro simboli. Alla richiesta del principe non rispose il
padre, ma
si fece avanti la matrigna che prese in mano la scarpa e la
portò alle sue
figlie: Allora le due sorelle si rallegrarono, perché avevano un bel piedino. La maggiore andò con la scarpa in camera sua e volle provarla davanti a sua madre. Ma il dito grosso non entrava e la scarpa era troppo piccolina; allora la madre le porse un coltello e disse: - Tagliati il dito; quando sei regina, non hai più bisogno di andare a piedi -. La fanciulla si mozzò il dito, serrò il piede nella scarpa, contenne il dolore e andò dal principe. Egli la mise sul cavallo come sua sposa e partì con lei. Ma dovevano passare davanti alla tomba; due colombelle, posate sul cespuglio di nocciolo, gridarono: - Volgiti, guarda: c'è sangue nella scarpa. Strettina è la scarpetta, La vera sposa è ancor nella casetta. Allora egli le guardò il piede e ne vide sgorgare il sangue. Voltò il cavallo, riportò a casa la falsa fidanzata, e disse che non era quella vera... (Ivi, p. 98). È la volta della seconda sorellastra,
alla quale la
madre consiglia di amputarsi il tallone, tanto da regina non
avrà bisogno di
camminare: la sequenza si ripete identica, e il principe riporta anche
lei a
casa dalla madre. Prima che il riconoscimento avvenga, deve
rappresentarsi questo gioco violento tra madre e figlia. Abbattendo
l'albero e
la piccionaia con l'ascia il padre aveva tentato una castrazione come
limitazione del movimento, dei salti e dei balzi di Cenerentola. Se ci
è
sembrato che questo tentativo di castrazione sia significativo
perché
corrisponde al passaggio di proprietà della donna dal padre al
marito, che è la
forma di matrimonio più diffusa nelle culture patriarcali,
altrettanto
significativa è questa azione della madre-matrigna. Le
sorellastre
rappresentano un'identità femminile formata nel gioco
dell'identificazione
proiettiva e del rispecchiamento narcisistico con la figura materna.
Non sono
destinate a diventare regine perché non hanno attraversato quel
percorso
trasformativo che ha portato Cenerentola a staccarsi sia dalla madre
che dal
padre come figure genitoriali onnipotenti dell'infanzia. Le sorellastre
sono
replicanti della madre, figure illusorie di Cenerentola, che tentano di
ingannare il principe. Lo mettono alla prova, o meglio, Cenerentola
come
rappresentazione del femminile che ha attraversato la cenere e lo
sporco mette
alla prova il principe attraverso le sorellastre. La matrigna, figura
materna
negativa per Cenerentola, tenta per due
volte di imporre la propria riproduzione come sposa, attraverso una
castrazione
che limita la capacità di movimento, come quella operata dal
padre, ma che
riguarda il corpo stesso delle figlie. Se il discorso del padre è: io
rinuncio al tuo
possesso per farti possedere dal tuo sposo, senza accettare l'autonomia
del tuo
movimento, possiamo verbalizzare così il messaggio della
madre-matrigna: posso
farti diventare regina se rinunci a quella parte del tuo corpo che ti
consente
di muoverti da sola. Il messaggio che la figlia riceve dai genitori
nella
cultura patriarcale le dice che potrà sposarsi se
rinuncerà alla sua autonomia
di movimento, e se rispecchia questo aspetto del materno opererà
una dolorosa e
irrimediabile autocastrazione. Andrà sanguinante alle nozze,
amputando una
parte del suo piede: sangue mestruale che sgorga nel dolore della
castrazione
subita, in un modo collettivo di pensare la donna come vuoto che l'uomo
riempie, come assenza che permette alla presenza, al fallo maschile, di
esistere. Questo è il senso delle amputazioni delle sorellastre,
che vivono la
loro femminilità come accettazione masochistica della
castrazione, della
rinuncia definitiva a un'autonomia che il corpo renderebbe possibile,
ma che è
qualcosa di troppo se si vuole entrare nella scarpetta e diventare
regine. La
madre-matrigna di Cenerentola non è mai regina, non ha il suo
regno, e non può
pensare e desiderare che sua figlia lo abbia. Ricordiamo la Pelle d'Asino molisana di cui
abbiamo
parlato nel secondo capitolo, la cui madre si occulta e muore
perché ha saputo che
partorirà una figlia più bella
di lei. Questa rappresentazione del femminile è complementare di
un maschile
che non conosce la propria potenza generativa, perchè fissato
all'onnipotenza
narcisistica del fallo: non cerca una regina che regni al suo fianco,
con la
quale ascendere al trono, ma un opposto che va bene per lui
perché non potendo
camminare lo rassicura sulla sua autonomia, altrimenti minacciata. Il principe di Cenerentola si è
innamorato di una
fuggitiva, di una donna che sa risplendere levandosi e stendendosi
nuovamente
nella cenere: di un femminile la cui identità va oltre rispetto
alle
idealizzazioni materne e paterne. Il principe si trasforma per amore di
Cenerentola, in un gioco di sogno che è ben rappresentato
nell'ultima versione
della fiaba, quella del film Pretty Woman (regia di G.
Marshall, 1990).
Nella scena finale il principe-Richard Gere sale a prendere
Cenerentola-Julia
Roberts dalla scala antincendio, come sulla torre di un antico
castello, e le
dice: "Alla fine lui salva lei, e poi che accade?". La
prostituta riconosciuta come principessa risponde: "Che dopo lei salva
lui!" A questo proposito è opportuno andare
a vedere
l'interpretazione di Bruno Bettelheim, che utilizza la teoria freudiana
secondo
la quale la personalità della donna si costruisce intorno
all'angoscia di
castrazione e all'invidia del pene, anche se Freud poneva alla sua
concezione
della crescita femminile un punto interrogativo, auspicando una
riflessione
analitica della donna stessa sui suoi propri misteri[2]. Ci interessa mettere in rilievo come gli
elementi di
questa teoria, puntualmente riscontrati nella fiaba, entrino in
contraddizione,
come se il senso del discorso sfuggisse all'interprete quasi senza che
egli se
ne rendesse conto. Questo motivo viene definito come uno
stranissimo
incidente, una contorta idea delle sorellastre, che sono: ...donne terribili e false, e non si arrestano davanti a nulla pur di defraudare Cenerentola, che desidera conseguire la felicità unicamente in virtù della propria autentica individualità. [...] Ma il particolare è così straordinariamente crudo e crudele che deve essere stato inventato per qualche motivo specifico, anche se probabilmente inconscio. Le automutilazioni sono rari nelle fiabe, in contrasto con le mutilazioni inflitte da altri, che sono tutt'altro che rare come punizione o per qualche altro motivo. Quando Cenerentola fu ideata, il comune stereotipo contrapponeva alla grossa taglia del maschio l'esilità della femmina, e la piccolezza dei piedi di Cenerentola si propone di sottolineare la sua femminilità. Le sorellastre hanno piedi così grossi che non entrano nella pantofola, e questo le rende più mascoline di Cenerentola, e quindi meno desiderabili. Disperando di poter avere il principe, le sorellastre non esitano di fronte a nulla che possa trasformarle in donne affascinanti. Il tentativo delle sorellastre d'ingannare il principe automutilandosi viene scoperto quando si nota che stanno sanguinando. Esse hanno cercato di rendersi più femminili tagliandosi via una parte del loro corpo; la perdita del sangue ne è una conseguenza. Esse operano un'autocastrazione simbolica per dimostrare la propria femminilità; il sangue dove è stata operata questa autocastrazione può essere un'altra dimostrazione della loro femminilità, dato che può rappresentare la mestruazione. Che l'automutilazione o la mutilazione da parte della madre rappresenti o meno un simbolo inconscio della castrazione, dell'eliminazione di un pene immaginario, che la perdita di sangue costituisca o meno un simbolo della mestruazione, la storia dice che gli sforzi delle sorelle falliscono. Gli uccelli rivelano l'emorragia, la quale dimostra che nessuna delle sorellastre è la sposa giusta. Cenerentola è la sposa vergine; a livello inconscio, la ragazza che non ha ancora le mestruazioni è più evidentemente verginale di una che le ha già. E la ragazza che permette che la propria perdita di sangue sia vista - come le sorellastre coi loro piedi sanguinanti non possono esimersi dal fare - è non solo grossolana ma anche, indubbiamente, meno verginale di una che non sanguina. A quanto pare, quindi, questo episodio, a un altro livello di comprensione inconscia, pone la verginità di Cenerentola in contrasto con la sua assenza nelle sorellastre (cit, pp. 257-258). Osserviamo come il lavoro di analisi, che
interpreta
l'amputazione come castrazione e come causa del sangue mestruale, non
proceda
nella comprensione di questo sogno collettivo. La descrizione del
contenuto
latente viene forzata verso una concezione del femminile che lega la
verginità,
come condizione che rende la donna altamente desiderabile, alla sua
mancanza di
mestruazioni, o almeno al loro perfetto occultamento. Crediamo invece
che la
cenere nella quale cresce la nostra eroina, che corrisponde alla
condizione
sporca o ferina delle varianti di Pelle d'Asino, implichi una scelta
della
donna di rappresentarsi in termini diversi dall'idealizzazione
patriarcale, che
le impongono di nascondere il suo sangue. L'identità che
Cenerentola acquisisce
prevede che non scotomizzi la sua parte considerata sporca: materia
disprezzata
ma essenziale alla vita. Nelle storie bibliche la donna con le
mestruazioni è
impura, deve occultare il suo sangue, e non è difficile
comprendere il significato
di questa condizione tabù, che nella tradizione popolare la fa
astenere dal
lavorare il pane, del quale impedirebbe la lievitazione, e dal toccare
le
piante, che appassirebbero per il suo potere negativo. Non è
certo la relazione
tra il sangue e la vita che nutre di sé a renderla impura, ma il
nesso con la
castrazione: il flusso di sangue attesta in senso fantasmatico che ha
subito la
castrazione. L'orrore fobico della cultura patriarcale, e di tanti
uomini
contemporanei, per questo sangue, è relativo all'angoscia di
castrazione. La
donna come portatrice di un sesso costituito sulla privazione e
l'assenza del
fallo, come se il sesso femminile non esistesse di per sé,
ricorda all'uomo il
rischio di subire la stessa sorte. La rappresentazione della donna come castrata
è ben
riconoscibile nella teoria secondo la quale la sua funzione nella
riproduzione
sarebbe stata quella della terra nella crescita della pianta: il seme
maschile,
come il seme di grano, veniva interrato nel grembo della donna,
che lo
faceva crescere col suo nutrimento. Il medico e naturalista
rinascimentale
Paracelso riteneva che il bambino fosse contenuto nello sperma come
ogni pianta
nel suo seme, tanto che se un uomo avesse fecondato un animale, ne
sarebbe indubitabilmente nato un essere umano. Accorgendosi che i figli somigliavano anche
alle
madri, pensarono che la donna potesse influire sul bambino che cresceva
dal
seme con la sua immaginazione. Condizionata dagli astri che influiscono
con più
forza sulle femmine che sui maschi, questa incontrollabile disposizione
immaginativa della donna avrebbe determinato fra l'altro la nascita di
ogni
genere di esseri mostruosi. Ma Paracelso attribuiva un potere spermatico,
cioè
generativo, anche al sangue mestruale,
grazie al quale la donna da sola può generare un mostro, il
basilisco: ...temibile sopra ogni altro, perché può uccidere un uomo con un solo sguardo. Esso possiede un veleno più velenoso di ogni veleno, a cui nessun altro può essere paragonato in tutto il mondo. Tale veleno agisce misteriosamente nei suoi occhi, e deve essere considerato non dissimile da quello della donna mestruata, anch'essa portatrice nello sguardo di un tossico occulto. Ad una sua semplice occhiata, uno specchio si ricopre di chiazze e si guasta; allo stesso modo, se essa guarda una ferita o una piaga, la fa suppurare e impedisce la sua guarigione. Anche il suo fiato, come il suo sguardo, può guastare, corrompere e rendere inservibili molte cose, e così pure il suo tocco. Vedrete, infatti, che se essa maneggia del vino durante il periodo mestruale, questo vino si trasformerà immediatamente, assumendo un dubbio sapore. Persino l'aceto, da lei maneggiato, svapora e non vale più un soldo; dicasi così anche del vino in fermentazione, che perde ogni forza, e dello zibetto, dell'ambra, del muschio ed altri profumi del genere, che perdono tutti l'aroma se sono portati da o vengono in contatto con donne in tali condizioni. Infine, anche l'oro ed i coralli, insieme a molte pietre preziose, sbiadiscono e si macchiano come gli specchi di cui già abbiamo parlato. [...] Il basilisco nasce e cresce nella somma impurità della donna, vale a dire dal mestruo e dal sangue spermatico. Se quest'ultimo è racchiuso in un recipiente di vetro e si decompone dentro una vescica di cavallo, da tale putredine nascerà un basilisco (Paracelso, sta in: Aa.Vv., In forma di parole, 1983; pp. 156-158). Ricordiamo Re Lear, che chiedeva un'oncia di
zibetto
per profumare la sua immaginazione, dopo aver descritto la lussuria e
l'orrore
della parte bassa della donna. Diciamo anche che prima di trovare
assurdo
Paracelso dobbiamo riflettere su quanto la concezione patriarcale della
donna,
da lui espressa come una verità scientifica, abbia giocato, e
continui a
giocare una parte importante nella cultura. Essendo poi un alchimista, come tutti gli
scienziati
del suo tempo, Paracelso aveva anche una rappresentazione del femminile
come
polarità essenziale e complementare del maschile nella
trasformazione delle
sostanze verso la creazione del lapis, della pietra filosofale. Nell'opus,
nel lavoro alchemico, la donna poteva affiancare l'uomo, costituendo
con lui la
coppia degli adepti, soror e frater. Né mancano
splendide
rappresentazioni del femminile nella religione e nella letteratura:
purché non
sanguinino per le mestruazioni, purché siano prive di un
desiderio erotico
autonomo, purché aiutino il maschio a rimuovere la sua propria
angoscia di
castrazione. La donna bella è la donna idealizzata,
la parte
superiore per Re Lear, e questa idealizzazione aiuta a contenere il
fantasma di
castrazione in una coppia dove il piede intatto, il fallo, l'autonomia
di
movimento, è del maschio perché non è della
femmina, o, viceversa, la femmina
deve castrarsi perché il maschio ce l'abbia. Il sogno collettivo di Cenerentola si rinnova
continuamente in innumerevoli versioni proprio perché
rappresenta qualcosa di
lontano dalla capacità di pensare e teorizzare una donna
completa, un femminile
che trae la sua ricchezza dalla sua molteplicità, dal suo
fecondo desiderio
lunare di muoversi tra splendore e oscurità, tra la bellezza
della festa e la
cenere del focolare o lo sporco del pollaio. 4.
Né il tino sotterraneo.... Mentre si analizza una fiaba, alla memoria
del
ricercatore si presentano, via via tenui, o forti, non soltanto le
varianti di
cui conosce l'esistenza, ma anche motivi di fiabe diverse, il cui senso
è
richiamato dal motivo, analogo, che si sta interpretando. Si potrebbe
descrivere questo gioco labirintico, croce e delizia di chiunque si
occupi di
fiabe, con una figura geometrica: sia una fiaba un insieme, i cui punti
a,
b, c, d, sono le sue figure, i simboli, i movimenti trasformativi.
Si
possono allora definire le varianti come insiemi analoghi, contenenti i
punti a1,
b1, c1, d1, oppure a2, b2, c2, d2, e così via. Ma
altri
insiemi-fiaba, i cui punti dotati di senso sono diversi, possono
contenerne uno
analogo all'insieme-variante indagato, come se i punti costitutivi
fossero a,
f, g, h. Il ricercatore ha chiaro il senso di quell'analogia, e
come in un
labirinto la luce favorisce la scelta di un percorso, l'intuizione del
senso fa
nascere in lui il desiderio di muoversi in quella direzione. Ma se
l'oggetto
d'indagine diventa la fiaba a, f, g, h, dopo un certo percorso
si
presenterà alla memoria una meravigliosa fiaba a, f, i, d,
e la natura
errabonda del ricercatore di fiabe lo porterebbe a procedere verso il
senso di
questa fiaba, in un processo affascinante di cui però gli
sarà impossibile
disegnare la mappa. Come la ricerca è una sorta di erranza tra
giochi di senso,
alcuni illusori, e nessuno definitivo, è anche il paziente
disegno di una
mappa, che descriva per quanto è possibile il viaggio, e che
altri possano
utilizzare per viaggiare a loro volta. La natura labirintica delle
fiabe è la
stessa dei sogni, e di ogni realtà psichica: compito del
ricercatore è restare
in equilibrio tra la vaghezza necessaria per rispettare la natura
variegata e
metamorfica del suo oggetto e il rigore che consente di descrivere
un'immagine,
una carta topologica che, per quanto approssimativa, favorisca il
viaggio. Un libro di analisi delle fiabe è
anche una storia del
ricercatore. Se evocherà la bellezza delle meraviglie visitate,
la sua
esistenza sarà assicurata, ma se aiuterà altri a
desiderare di visitare il
labirinto scintillante delle fiabe, il libro avrà un senso. Si
può dire
che la scelta di analizzare una fiaba, e
di questa alcune varianti, e di accostarvi rappresentazioni mitiche,
letterarie, quotidiane, risponde solo a questa ricerca di bellezza e di
senso:
solo una cosa è certa, che descrivere i risultati di un'indagine
condotta in un
campo come i sogni collettivi, come le fiabe, è al massimo un
approssimarsi.
Questa chiave è utile per avvicinarsi alla costruzione teorica
della
psicoanalisi, a partire da Freud: una conoscenza scientifica
perché rigorosa,
ma in continuo movimento. Se così non fosse la teoria avrebbe
una natura troppo
diversa dall'oggetto che tenta di descrivere: la realtà
psichica, della quale
la fiaba offre una piccola rappresentazione. Il movimento che desidero accostare al tema
della
castrazione della donna operata nell'identificazione proiettiva con la
madre
appartiene a una fiaba, molto diffusa, in cui una sorella bella e una
brutta
hanno una madre, o una matrigna, che ama la brutta e odia la bella. Per
farlo
devo ricordare il secondo capitolo di questo saggio, e in particolare
la
versione della Pelle d'asino molisana in cui una donna
bellissima chiede
ogni mattina al sole che passa davanti al suo balcone chi è la
più bella del
mondo, per sapere che è proprio lei. Quando rimane incinta il
sole le dice che
la più bella del mondo ora è la figlia che ha in seno:
abbiamo visto nel dolore
della donna, che si chiude in una stanza e muore dando alla luce la
figlia, una
rappresentazione della fissità narcisistica presente nella
relazione
madre-figlia. Le madri-matrigne di fiaba che perseguitano le figlie
belle,
tentando di promuovere le brutte, totalmente identificate con loro e
docili ai
loro comandi, sono la parte della donna che per non invecchiare
immobilizza madre
e figlia in un reciproco rispecchiamento:
una figlia più bella, o una figlia
che diventa regina
nonostante la sua diversità dalla madre, rappresenta la vita che
si rinnova. La
posizione narcisistica nega la morte, insieme alla morte nega il tempo,
e con
il tempo la vita, che implica l'avvicendarsi delle generazioni. Nessuna
capacità generativa è nella posizione di Narciso: la
morte di queste diadi
femminili è la condizione per la crescita della donna, come la
morte di Narciso
è la condizione perché sulla riva dello specchio nasca il
suo fiore di
primavera. L'autocastrazione indotta dalla matrigna di Aschenputtel
esprime una modalità di rispecchiamento tra madre e figlia: il
sangue mestruale
come sporcizia femminile da occultare tra donne è un patto
omosessuale che
Cenerentola rifiuta. La bella Caterina oppure La Novella de' Gatti
raccolta da Gherardo
Nerucci (cit., pp. 35-42) è una
bellissima versione della fiaba che vogliamo accostare a quella di
Cenerentola.
Caterina è perseguitata in ogni modo, ma la sua bellezza non fa
che aumentare,
e allora la madre la manda al castello delle fate e del Gatto Mammone,
dove
spera che morirà. In questo luogo di magia ambivalente, che ci
ricorda la casa
della baba-yaga dove abbiamo seguito Vassilissa la bella, la
Cenerentola russa,
Caterina aiuta i gattini a fare le faccende in cucina, e scegliendo
solo doni
modesti ottiene giielli, vesti meravigliose, e una stella in fronte.
Vedendola
tornare così splendente, la madre manda anche la brutta nel
reame della magia,
ma con la sua pretesa di ottenere tutto la poveretta si ritrova
più brutta di
prima e con una coda di ciuco in mezzo alla fronte. Dopo un po' di
tempo dalla
casa delle due sorelle passa il principe, che vedendo la bella Caterina
se ne
innamora. La chiede in sposa, ma quando va a prenderla la madre gli fa
salire
in carrozza la brutta, che ha ricoperto di veli, dopo averle rasato la
coda di
ciuco. Come il suo pari di Aschenputtel, il
principe
se la porterebbe via, se non fosse per un confuso miagolio che sembra
venire da
sottoterra. Sono i gattini del castello delle fate che lo mettono in
guardia: Mau maurino! La Bella è nel tino, La Brutta è in carrozza, E 'l re se la porta. (Ivi, p. 42) Il principe solleva i veli e compare la
bruttezza
della falsa sposa, con un bel pezzo di coda asinina ricresciuto nel
frattempo:
allora va a liberare la bella Caterina dal tino, dalla cantina
sotterranea, dal
luogo senza luce dove la madre l'aveva rinchiusa. Al suo posto fa
rinchiudere
la madre e la brutta, sulle quali fa colare tanto olio bollente che
finiscono
cotte. Subiscono la stessa pena che volevano infliggere alla bella
Caterina,
imprigionate sottoterra, rinchiuse nella terra madre, come non nate:
è il
motivo della reinfetazione, e richiama la fiaba molisana, con quel
chiudersi in
una stanza oscura della donna gravida, destinata a essere superata in
bellezza
dalla figlia. Sorte anche peggiore di quella che tocca alle sorellastre
di
Cenerentola, che si sono tagliate un pezzo di piede, come più
crudele è il
tentativo di reinfetazione per il quale Caterina rischia di perdere
insieme al
principe la vita. Crediamo che il tema della reinfetazione sia utile
anche per
comprendere il sonno nella bara di Biancaneve e il sonno senza tempo,
cent'anni, di Rosaspina: sono imprigionate in un grembo mortifero, che
causa un
sonno simile alla morte, dall'ostilità materna, tra invidia e
narcisismo che
impediscono la crescita, che fermano il tempo della trasformazione in
una
condizione priva di luce. Occorre un principe che porga orecchio agli
miagolii
sotterranei dei gattini, che ascolti le colombine sul nocciolo di Aschenputtel,
ci vuole un principe che ami la bellezza della donna senza fuggire di
fronte
all'aura malefica che l'avvolge. Il maschile libera la donna da questo
sonno,
purché si tratti di un principe sensibile: che ascolti le voci e
guardi le
immagini seguendo il proprio desiderio[3]. 5.
O bianco viso... Ci sono fiabe che non si raccontano mai, e
per quanto
siano pubblicate sono invisibili: tra queste vogliamo ricordarne una
bellissima,
che per più motivi richiama le nostre storie. Basile (cit., pp.
500-517)
racconta che una volta nacque una principessa, e il re suo padre
interrogò gli
astrologhi, che le predissero, come a Rosaspina, un destino di morte a
causa di
un oggetto pungente, un osso. Il padre allora fece chiudere la figlia
in una
torre con l'ordine che nessun osso potesse esservi portato. La
principessa
crebbe con le cameriere e le dame di compagnia, finché un giorno
passò sotto la
torre un principe, di nome Cecio, si innamorarono a prima vista, e
Renza trovò
la via della fuga scavando il muro con l'osso che un cane aveva portato
nella
torre proprio quel giorno. Renza e Cecio restarono insieme fino a quando
un
messaggero annunciò al principe che sua madre era molto malata e
voleva
rivederlo almeno una volta. Dopo averle assicurato che sarebbe tornato
prestissimo a prenderla, Cecio lasciò Renza, che si
disperò e decise di
seguirlo: si travestì da monaco e lo raggiunse incappucciata.
Riconosciamo il
tema del travestimento, e vediamo cosa succede in questa storia: ...le disse: "Buono trovato gentilommo mio!" E Cecio le respose: "Buono venuto patreciello mio!" da dove se vene? e dove site abbiato?". E Renza respose: Vengo da
parte dove sempre 'n chianto stace na
donna, e dice, "O ianco viso deh, chi me t'ha levato da lo canto?" (Ivi, cit., p. 506) [4] Il principe trova bellissimi questi versi, e
tiene
tanto alla compagnia del fraticello che gli chiede di accompagnarsi a
lui. E
così giungono alla reggia, dove però la madre di Cecio,
che non è affatto
malata, gli ha trovato una sposa. Riconosciamo la madre-suocera, che
come la
madre-matrigna vuole impedire l'unione tra i protagonisti: in tante
fiabe, a
volte con un bacio incantato, fa dimenticare al figlio la bella che
fiduciosa
sta ad aspettare che torni. Renza non si allontana mai da Cecio, e lui
le
chiede di continuo di ripetere i versi, che sono come una carezza per
il suo
cuore. Durante il banchetto seguito alle nozze con la rivale Renza
prova tanto
dolore che va a sfogarsi nel giardino della reggia, dove nessuno
può sentirla
piangere. Alla fine, Cecio la vuole persino nella camera nuziale, e
mentre
Renza è nel suo lettuccio le chiede di dire ancora la sua
poesia. A quel punto
la sposa gli fa presente che era venuta per un'altra musica, e per
accontentarla Cecio: ..le dette no vaso cossì forte che sse sentie no miglio lo schiasso, tanto che lo rommore de le lavra loro fu truono a lo pietto de Renza, la quale appe tanto dolore che, curze tutte li spirite a dare soccurzo a lo core, fecero comm'a chillo: lo sopierchio rompe lo copierchio, pocca fu tale e tanto lo concurzo de lo sango, che affocatola stese li piede (Ivi, p. 512)[5]. Dopo aver compiuto i suoi doveri coniugali,
il
principe Cecio chiese voleva risentire O ianco viso, ma nessuno
rispose.
Allora si alzò e andò a scuotere il suo compagno
di viaggio: sentendo
che era freddo fece portare delle candele e gli tolse il cappuccio dal
viso.
Quando riconobbe la sua principessa maledisse il destino e si
unì a lei nella
morte, trafiggendosi il petto. I genitori li seppellirono insieme, e sulla
tomba
scrissero la loro storia, che ancora possiamo raccontare. Questi amanti sfortunati come Giulietta e
Romeo ci
aiutano a comprendere che la differenza che consente ai principi e alle
principesse di raggiungere la meta delle nozze regali, e a noi di
sognare il
loro finale felice, non sono le voci e gli avvertimenti magici, ma la
loro
disposizione ad ascoltarli. Lo miagolii sotterraneo della Bella
Caterina,
o il cinguettio delle colombine di Aschenputtel non sono di per
sé più
efficaci delle parole di Renza. Sarebbe interessante approfondire
l'analisi di
questo racconto, i motivi di un viaggio
che non porta, come si crede accada sempre nelle fiabe, al finale
felice: per
il momento ci accontentiamo di osservare che il principe ascolta senza
sentire,
mentre la principessa, senza farsi riconoscere, canta la sua canzone
struggente. [1] Fissare
è precisamente trasformare un sale
volatile in un sale
fisso, e in modo che non evapori, né si sublimi più. Il
volatile non si fissa
mai da solo... [2] "Se volete
saperne di più sulla femminilità,
interrogate la vostra
esperienza, o rivolgetevi ai poeti, oppure attendete che la scienza
possa darvi
ragguagli meglio approfonditi e più coerenti" (Freud, Introduzione
alla
psicoanalisi. Nuove lezioni, 1932, p. 241). [3] Si trova nel
mito greco, per trovare l'antica parentela
tra il sonno e
la morte. Come racconta Esiodo (Teogonia, vv.
123-125), Morte e Sonno erano fratelli,
avendo come unico genitore la Notte, sorella del Buio sotterraneo
(Erebo); la
Notte e il Buio poi avevano come unico genitore il Caos,
divinità primigenia.
Ci preme notare che la permanenza in un lungo e penoso sonno uguale
alla morte,
che è privazione di parola e di nutrimento, che noi riferiamo
alla
reinfetazione, come ritorno a una condizione di non nati, è la
punizione per
ogni dio che infranga il giuramento più sacro, sulle acque
infere di Stige:
"Resta senza respiro per un anno intero, / e non gli si avvicina mai
nutrimento di nettare / e di ambrosia, resta a giacere in un letto
così, /
senza fiato e senza voce, avvolto da un cattivo letargo" (ivi, vv.
795-798). Il giuramento sulle acque di Stige (Gelo) è il vincolo
che limita il
potere degli dei olimpici, incluso Zeus, ed è la condizione
stessa dell'ordine
che con loro ha origine. [4] ...gli disse: "Ben
trovato, gentiluomo mio". E Cecio le rispose: "Ben venuto, monachino
mio! da dove vieni? e dove vai?". E Renza rispose: Vengo da un
posto
deve sempre in pianto / c'è una ragazza e dice: "O bianco viso,
/ deh, chi
m'ha tolto te da qui accanto?" (Basile, p. 507). [5] ...Le diede un bacio così forte
che se ne sentì il frastuono a un miglio, tanto che il rumore
delle loro labbra
fu un tuono per il petto di Renza, che ne ebbe tanto dolore che, corso
tutto il
sangue per portar soccorso al cuore fece come dice quel detto: il
di più
rompe il coperchio, perché fu tale e tanto il suo afflusso
che la soffocò e
le stese i piedi (Ivi, p. 513). |
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| 7. Il principe sensibile |
IL PRINCIPE SENSIBILE "Aggio na figlia, ma guarda sempre lo focolaro, ped essere desgraziata e da poco e non è merdevole de sedere dove magnate vui". Disse lo re: "Chesta sia 'n capo de lista, ca l'aggio da caro" (Basile) 1.
Né per bellezza né per abbigliatura... Il processo di rimozione che la fiaba subisce
dal
momento in cui si è cominciato a dedicarla ai bambini è
descrivibile come
rimozione del bambino stesso. Scrivendo storie per lui gli adulti hanno
preferito rassicurarsi sulla sua innocenza: la psicoanalisi,
con il suo
bambino freudianamente perverso e polimorfo, si muova in modo
radicalmente
diverso. Se uno psicoanalista parla dell'infanzia, descrive una
condizione
umana che non ha nulla a che vedere con visioni rassicuranti o
consolatorie.
Quando l'adulto pensa al bambino come a un essere privo di
aggressività, di
pulsioni erotiche e di angoscia, è preso da un mito delle
origini analogo a
quello del paradiso terrestre che avrebbe preceduto la nostra caduta in
questo
mondo, dove siamo segnati da un destino cinico e baro. Ma riconoscere il dramma e le perturbanti paure dell'essere
umano che cresce non è solo la perdita di un'illusione.
Attraverso l'esercizio
della conoscenza, il pensiero procede non ritraendosi moralisticamente,
e
smette di eufemizzare e imbellettare ciò che non gli piace
vedere. Insieme al
conflitto, alla via dolorosa, alla prova, c'è la luce
improvvisa, la
trasformazione profonda, la ricchezza del tesoro. Come nelle fiabe, se
si fugge
alla vista del drago, non si può accedere al tesoro, se si
scotomizzano
angoscia e paura, non si accede al sentimento della realtà e
alla ricchezza
creativa. L'analisi di Cenerentola ci fa scoprire che
la
rimozione dello sporco, o dell'uccisione della matrigna, come nella
versione di
Perrault e Disney, implica la perdita di valori simbolici e di percorsi
narrativi, preziosi. Oltre alla cura della pianta, o del seme, che
simbolizza
la capacità di nutrire e far crescere qualcosa di piccolo, la
cui potenza è
nascosta, si può perdere, ad esempio, il numero rituale delle
trasformazioni di
Cenerentola da brutta a bella e viceversa, che da tre diventano due in
Perrault. Abbiamo osservato che Cendrillon è privata della sua autonomia di scelta
nel
manifestarsi al principe splendente e di tornare a nascondersi nella
cenere. Ma
la rappresentazione del principe impallidisce forse più della
sua. Come la fata madrina, figura materna legata
alla
protagonista, rappresenta una parte di Cenerentola, i servitori del re,
che per
ordine suo vanno a fare la prova della scarpetta, sono aspetti del re
stesso. Simbolicamente è il
principe che
attraverso loro va a cercarla nella cenere, ma perde spessore
psicologico e
ricchezza espressiva con questa semplificazione. Il principe, ci
racconta
Perrault, passò il resto della festa a contemplare la scarpetta
di vetro, e da
questo si capì che era proprio innamorato. ...Pochi giorni dopo, il figlio del Re fece proclamare a suon di tromba ch'egli avrebbe sposato colei a cui la scarpina avesse calzato perfettamente al piede. Si cominciò a provarla alle principesse, poi alle duchesse, e a tutte le dame della corte, ma fu tempo perso. La portarono anche dalle due sorelle, che fecero tutto il possibile per farsi entrare al piede quella scarpa, ma non vi riuscirono. Cenerentola, che le guardava, e riconobbe la sua scarpetta, disse come per scherzo: - Vediamo un po' se alle volte non mi stesse bene! Le sorelle si misero a ridere e a canzonarla. Il gentiluomo che era incaricato di provare la scarpa, aveva guardato attentamente Cenerentola e, avendola trovata molto bella, disse che la cosa era giustissima e lui aveva ricevuto ordine di provarla a tutte le ragazze. Fece sedere Cenerentola, e accostando la scarpetta al piedino di lei vide ch'esso vi entrava senza fatica e la calzava come un guanto. Lo stupore delle due sorelle fu grande, ma si fece ancor più grande quando Cenerentola tirò fuori di tasca la seconda scarpetta e se la misse al piede. A questo punto arrivò la madrina che, dopo aver toccato con la bacchetta i vestiti di Cenerentola, li fece diventare ancora più sfarzosi di tutti gli altri. Fu qui che le due sorelle riconobbero in lei la bella signora veduta al ballo. Si gettarono ai suoi piedi e le chiesero perdono di tutti i maltrattamenti che le avevano fatto subire. Cenerentola le fece alzare e disse, abbracciandole, che le perdonava di tutto cuore e le pregava di volerle sempre bene. Poi, vestita com'era, fu condotta dal giovane principe. Egli la trovò più bella che mai, e pochi giorni dopo la sposò (cit., pp. 22-23). Non c'è alcuna relazione diretta tra
il principe e Cendrillon
nella sua oscurità: perfino i servitori la
vedono subito bella anche se le manca l'abito fatato, e
se pensiamo
al film di Disney, Cenerentola sembra vestita da uno stilista anche
quando è in
soffitta. Riteniamo che in questa versione il motivo dello sporco e
della
cenere, il lato oscuro di Cenerentola, sia molto attenuato: il principe
non la
vede mai brutta o sporca di cenere, non trasforma il suo amore per
l'immagine
bella, per la figura femminile idealizzata, in un amore che comprende
anche la
parte brutta della futura sposa. Non limitandosi alle principesse e alle dame,
la
ricerca in Perrault mantiene questo motivo, ma tanto lieve che di
sporco
difficile da accettare non rimane che una traccia quasi invisibile. Non
a caso
l'ultima versione della fiaba, famosa perché significativa,
raccontata dal film Pretty woman, recupera con piena coerenza
simbolica la
condizione
degradata: il principe-Richard Gere è un ricchissimo uomo
d'affari, mentre
Cenerentola-Julia Roberts è una prostituta. Questo principe
americano può
averla solo chiedendole di sposarlo, quindi riconoscendo la sua
compiuta
bellezza, e andando a cercarla nella casa dei quartieri bassi dove lei
ha
vissuto da prostituta. Di questa versione cinematografica possiamo dire
che è
una vera e propria Cenerentola, ricca come quelle antiche, anche se
più breve:
inizia con il ballo, cioè quando il principe da una strada
povera la porta nel
proprio reame, l'albergo lussuoso. Il motivo degli abiti meravigliosi
è
estesamente trattato, grazie anche al prodigarsi di un anziano signore:
Cenerentola-Pretty woman è aiutata da una figura
maschile, come Aschenputtel
dall'uccellino[1]. Per parlare del lavoro psicologico del
maschile che
consente a Cenerentola di compiere la sua crescita, vedremo in Basile
una prova
della scarpetta condotta dai servi, dove però il motivo dello
sporco e della
bruttezza, opposti alla splendente bellezza della fanciulla incontrata
dal
principe, ha ben altro spazio che nella fiaba di Perrault. Andiamo
prima a
ritrovare la Cenerentola fiorentina di Vittorio Imbriani, che, come
sappiamo,
non aveva né una matrigna né delle sorellastre che la
perseguitavano. Le sue
sorelle avevano anzi cercato di dissuaderla dal chiedere in dono al
padre l'Uccellin
Verdeliò, consigliandola di farsi portare, come loro, un
vestito, uno
scialle, o un bel cappello. Se dall'analisi di Aschenputtel
abbiamo compreso
che la crescita del femminile non ha nulla a che fare con
l'autocastrazione
indotta dalla madre, possiamo riconoscere nell'Uccellin
Verdeliò il
simbolo della funzione maschile, dono del padre, e la capacità
di dirigersi
autonomamente. Quando il re di questa storia le invita alle
sue feste
da ballo, le sorelle indossando gli abiti chiesti in dono le dicono: "Vedi tu, Cenerentola, se ti avevi ordinato un bel vestito? Stasera s'ha a fare di andare alla festa di ballo." - Dice: - "Non me ne importa nulla! Andate pure, io non ci vengo" - Eccoti la sera, quando gli è l'ora, si preparano tutte per bene, tutte pettinate, dicendo alla Cenerentola: - "Vien via, ti si accomoderà anche te." - "Eh, io non voglio venire, andate voi, io non voglio venire." - "Ma" - dice suo padre - "andiamo, andiamo! Vestitevi e venite via, lasciatela stare." - Quando le sono andate via, la va dall'uccellino: - "Oh Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'." - La vien tutta vestita di verdemare e tutta brillanti che a guardarla si accecava (Imbriani, cit., pp. 151-152). Fin dalla prima sera, vedendo la bellissima
sconosciuta alla sua festa, il re ordina a due servitori di tenersi
pronti a
seguirla. Appena Cenerentola se ne va, le si mettono dietro, ma lei
sparge
dietro di sé due sacchetti di monete che l'Uccellin
Verdeliò le ha dato
insieme agli abiti per la festa. Per raccogliere il danaro i servitori
si
fermano e perdono di vista Cenerentola, che rincasa e chiede al suo
aiutante: "O Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'." - La vien così brutta, orrenda tutta, tutta cenere, bisognava vedere in che modo! (Ivi, pp. 152-153). Notiamo l'opposizione enfatizzata tra
bellezza e
bruttezza, e torniamo dal re con i servitori: ...Non avevano il coraggio di presentarsi a Sua Maestà, stavano lontani. Li chiama: - O come è andata?" - Si buttano a' piedi: - "Così e così!... Ci ha buttati tanti quattrini!..." - "Vili! che non siete altro" - dice. - "Avevi paura di non essere ricompensati?" - dice. - "Ahn? bene!" - dice - "domani sera, pena la morte se voi non istate attenti." (Ivi, p. 153) Le monete d'oro fanno parte della ricchezza
magica di
Cenerentola, ma hanno anche un valore oggettivo, concreto. Essendosi
fermati
per questo valore oggettivo i servitori hanno perduto lo splendore
simbolico di
Cenerentola, che il re vuole scoprire. La sera dopo i servitori sono
decisi a
non lasciarsi distrarre dalle monete, ma Cenerentola questa volta ha
ricevuto
dall'Uccellin Verdeliò due sacchetti di rena: mentre fugge la
butta negli occhi
dei servitori, che restano accecati e la perdono di nuovo. Venghiamo a Maestà che sta aspettando i servitori perché gli dicano dove sta di casa. Invece gnene riportan tutti ciechi, perchè s'ebbero a fare accompagnare, gua'! - "Briccona!" - dice. - "Questa signora o l'è quarche fata o dove avere quarche fata che la protegge." (Ivi, p. 154) La sera dopo rifiuta per la terza volta
l'invito delle
sorelle: Quando le sono ite via, la Cenerentola va dall'uccellino: - "Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'." - La viene tutta del colore del cielo, proprio dell'aria del cielo; tutte le comete, le stelle, la luna nel vestito, e il sole in mezzo alla fronte. Entra nella festa: chi la poteva guardare! solamente pel sole, gua', bassavan gli occhi, accecavan tutti (Ivi, p. 155). Forse è questa la metafora più
luminosa, nella sua
grazia popolare, della bellezza di Cenerentola, ricca com'è di
simboli astrali
che la portano tutta nella luce: il re balla con lei, anche se non
può
guardarla perché è abbagliato dal suo splendore, al quale
evidentemente è
sensibile. La sua capacità di comprendere il
valore di
Cenerentola è già rappresentata dal doppio registro con
cui l'ha definita dopo
l'accecamento dei servitori, come briccona, e come fata, o
favorita
dalle fate. Grazie a questa forma di intelligenza psicologica, non
rimprovera i
servitori, ma ordina loro di prepararsi a inseguirla a cavallo. Questa
volta
Cenerentola non ha ricevuto dall'Uccellin Verdeliò nulla per
fermarli: fugge
più lesta che può, ma le cade una pianella, che i
servitori raccolgono e
portano al re, insieme all'indirizzo della bella sconosciuta. Quando torna dal suo aiutante perché
la faccia
ritornare brutta, l'uccellino per un po' non le risponde, poi dice: " Briccona! bisognerebbe che non ti facessi divenire più brutta, ma..." - e la fa divenire brutta e poi gli dice: - "Ora e che vuoi fa'? Tu siei scoperta." - La si mette a piangere, piangeva proprio (Ivi). Perché l'uccellino la rimprovera, e
perché Cenerentola
ha paura di essere scoperta? Prima di esporre la nostra ipotesi,
seguiamo i
servitori, che il giorno dopo bussano alla sua casa per la prova della
pianella: "Cosa mi comandano?" - gli dice il padre, gua', a questi servitori. - "Quante figlie avete voi?" - Dice: - "Due." - "Bene, fatecele vedere." - Ecco il padre le fa venire di qua. - "Mettetevi a sedere" - dicono a una di quelle. Gli provano la pianella, cheh! la ci entrava dieci volte. Quest'altra si mette a sedere; gli era piccola. - "Ma ditemi, galantomo, non avete altre figlie voi? Badate a dire la verità, veh! Perchè Maestà lo vole: pena la morte!" - "Signori, ce n'è un'altra, ma non lo dico neppure. Gli è tutta nella cenere, nel carbone, se vedeste! Io non la chiamo nemmen figliola per vergogna." - "Noi non siamo venuti né per bellezza né per abbigliatura: si vol vedere la ragazza!" - Eccoti, le sorelle chiamano: - "Ce-ne-reen-to-la!" - ma urla, urla! Ma lei non rispondeva. Dopo un pezzo: - "Che v'è egli?" - la risponde. - "Bisogna che tu venga giù! c'è de' signori che ti vogliono vedere" - "Io non vo' venire, io." - "Ma bisogna che tu venga, ti pare?" - dice. - "Sì, ditegli che or'ora vengo." - La và dall'uccellino: - "Ah Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'." - La vien vestita come l'ultima sera, col sole, con la luna e con le stelle, e l'aveva per dippiù tutte catene d'oro, ma grosse! messe così. Dice l'uccellino: - "Portami via, sai? mettimi in seno, via, sai?" - Si mette l'uccellino in seno e principia a scender le scale. - "La sentono?" - dice il padre - " la sentono? La si strascica la catena del cammino. Si figurino che orrenda cosa che sarà quella!" - Eccoti quelli, quando è l'ultimo scalo, la veggono apparire. - "Ah!" - riconoscono la signora dell'altra sera (Ivi, pp. 156-157). Se c'era bisogno di un'altra figura del sogno
collettivo di Cenerentola per capire che nella sua crescita la
componente
maschile, paterna, è essenziale, in contrapposizione
all'autocastrazione come
rinuncia all'autonomia, l'Uccellin Verdeliò ce l'ha fornita. Cenerentola piange quando si accorge di
essere stata
scoperta perché teme di dover rinunciare alla libertà di
movimento di cui è
debitrice all'uccellino chiesto e avuto in dono dal padre, al posto
degli abiti
e degli ornamenti comuni. Allo stesso modo l'Uccellin Verdeliò
le dice che si
meriterebbe di essere lasciata vestita bene: nell'identità
splendente
facilmente amata e riconosciuta, ma che non le consentirebbe di essere
desiderata anche nel suo aspetto degradato. Cenerentola è un sogno antico e
attualissimo, di una
crescita femminile complessa e difficile da attuarsi: certo rarissima
nella
letteratura o nell'opera lirica, dove le eroine più affascinanti
e autonome
devono morire, come Carmen o Violetta. Ci sembra che la donna intera,
come del
resto l'uomo intero, siano tutt'altro che comuni, non solo nella vita
di tutti
i giorni, ma anche nel pensiero. 2.
'Na 'nfanzia Anche il re di Basile faceva seguire
Cenerentola da un
servitore, quando lasciava la passeggiata per scomparire di sua
iniziativa.
Durante il primo inseguimento questo servitore si fermò a
raccogliere le monete
d'oro che lei aveva gettato dietro di sé; la seconda volta, pur
essendo stato
redarguito dal re, non riuscì a resistere alla vista di una
bella manciata di
pietre preziose. In entrambi i casi l'inseguitore si lascia accecare
dal valore
corrente, letterale, che fa parte della ricchezza magica di
Cenerentola. Allora
il re gli comanda di non perderla di vista, qualunque cosa gli faccia
cadere
davanti: "Pe l'arma de li muorte mieie, ca si tu non truove chessa, te faccio na 'ntosa e te darraggio tante cauce 'n culo quante haie pile a ssa varva" (cit., p. 132)[2] Se il servitore, che rappresenta una funzione
del re,
è determinato a non lasciarsi abbagliare, a non confondere il
valore della
bella sconosciuta con una ricchezza comune, Cenerentola, come nella
fiaba
dell'Uccellin Verdeliò, non ha più nulla per distrarlo: Essa, vedenno che sempre l'era a le coste, disse: "Tocca, cocchiero", e ecco se mese la carrozza a correre de tanta furia e fu cossì granne la corzeta che le cascaie no chianiello, che non se poteva vedere la chiù pentata cosa. Lo servetore, che non potte iognere la carrozza che volava, auzaie lo chianiello da terra e lo portaie a lo re, dicennole quanto l'era socceduto. Lo quale, pigliatolo 'n mano, disse: "Se lo pedamiento è cossì bello, che sarrà la casa? o bello canneliero, dove è stata la cannela che me strude! o trepete de la bella caudara, dove volle la vita! o belle suvare attaccate a la lenza d'Ammore, co la quale ha pescato chest'arma! ecco, v'abbraccio e ve stregno, e si non pozzo arrevare a la chianta, adoro le radeche, e si non pozzo avere li capitielle, vaso le vase! già fustevo cippo de no ianco pede, mo site tagliole de no nigro core; pe vui era auta no parmo e miezzo de chiù chi tiranneia sta vita, mentre ve guardo e ve possedo" (Ivi, pp. 132-134) [3] Dopo aver contemplato con tanto amore la
rinomata
calzatura, il re, certo che esistesse una sola donna alla quale la
scarpa
sarebbe andata a pennello, e che la sua grazia e la sua magia non
avessero
nulla a che vedere con la sua condizione, invita tutte le femmene
de la
terra a un banchetto. Della terra forse significa del
suo reame,
ma ci piace pensare che proietti la ricerca della bella fuggitiva nel
mondo
intero, senza confini. Venute le femmene tutte, e nobele e 'gnobele e ricche e pezziente e vecchie e figliole e belle e brutte e buono pettenato, lo re, fatto lo profizzio, provaie lo chianiello ad una ped una a tutte le convitate, pe vedere a chi iesse a capillo ed assestato, tanto che potesse canoscere da la forma de lo chianiello chello che ieva cercanno; ma, non trovanno pede che 'nce iesse a sesto, s'appe a desperare. Tuttavia, fatto stare zitto ogn'uno, disse: "Tornate craie a fare n'atra vorta penetenzia co mico; ma, se mi volite bene, non lasciate nessuna femmena a casa, e sia chi voglia". Disse lo prencepe: "Aggio na figlia, ma guarda sempre lo focolaro, ped essere desgraziata e da poco e non è merdevole de sedere dove magnate vui". Disse lo re: "Chesta sia 'n capo de lista, ca l'aggio da caro". Cossì partettero e lo iuorno appriesso tornaro tutte e, 'nsiemme con le filie de Carmosina venne Zezolla, la quale, subeto che fu vista da lo re, l'ebbe na 'nfanzia de chella che desiderava, tuttavota semmolaie. Ma fornuto de sbattere, se venne a la prova de lo chianiello; ma non tanto priesto s'accostaie a lo pede de Zezolla, che se lanzaie da se stisso a lo pede de chella cuccupinto d'Ammore, comme lo fierro corre a la calamita. La quale cosa vista da lo re, corze a farele soppressa de le braccia e, fattola sedere sotto lo vardacchino, le mese la corona 'n testa, commannanno a tutte che le facessero 'ncrinate e leverenzie, comme a regina loro (Ivi, pp. 134-136)[4]. Non solo questo re cerca la sua sposa in
tutto il
mondo, senza limiti di condizione sociale o di età, ma vuole e
desidera, ha
caro, che proprio la più disprezzata dal padre, indegna di
mangiare alla
sua tavola, sia la prima della
lista delle invitate. Il principe azzurro, eterno ideale maschile e
oggetto
di desiderio delle donne, corrisponde a un ideale femminile altrettanto
irreale. Cenerentola per compiere la sua crescita, non compresa a
questo punto,
com'è giusto, né dal padre né dalla madre, tende
al principe o al re sensibile:
che la riconosca nella sua inadeguatezza di cenere, parte integrante
della sua
natura quanto lo splendore. Il re vedendo Cenerentola-Zezolla ha 'na
'nfanzia, un'impressione, un'intuizione, alla quale corrisponde la
splendida prova, che fa personalmente: come il ferro va alla calamita,
la
scarpa corre a calzare il suo piede. E anche noi analizzando tante Cenerentole
abbiamo
avuto 'na 'nfanzia a proposito della scarpa e del piede. Il
lettore più
attento avrà osservato che nella versione di Vittorio Imbriani,
quando le due
sorelle provavano la pianella, un piede risultava troppo grosso, un
altro
troppo piccolo. Quanto alla Gatta Cennerentola, non si fa mai
riferimento alle dimensioni della scarpa, bensì alla sua
perfetta
corrispondenza col piede. Così è nella maggior parte
delle versioni esistenti:
come mai ha prevalso quella di una scarpa straordinariamente piccolina,
tanto
che nessun'altra donna poteva infilarci il piede? [5] Possiamo ricordare che in Cina veniva
attribuito un
grande valore alla piccolezza del piede femminile, al punto che per
limitarne
le dimensioni si ricorreva a metodi che talora pregiudicavano una
corretta
ambulazione. Ci viene in mente la matrigna di Aschenputtel che
spinge le
figlie ad amputarsi il tallone o l'alluce sinistro: dice che quando
saranno
regine non avranno bisogno di camminare a piedi. Se riconosciamo la
castrazione
in questo motivo, possiamo pensare che l'apprezzamento per il piede
piccolino,
e la relativa minuscola scarpetta, abbia origine dalla comprensione
inconscia
del suo valore fallico, e dell'autonomia di movimento che rappresenta. Si può riconoscere alla donna una
componente maschile,
ma si auspica che sia il più possibile piccola, rendendola tale
con
l'educazione, o stringendole i piedi con vere e proprie fasciature. Consideriamo però che il piede
corrisponde alla scarpa
come il fallo alla vagina, e interpretiamo la prova della pianella, o
del chianiello,
né piccolo né grande, ma giusto, come una
rappresentazione del rapporto
perfettamente equilibrato tra la componente maschile e quella femminile
nella
donna stessa. Rapporto che deve essere ben compreso dal re, presente in
lui
come in Cenerentola, se non ha dubbi sulla possibilità di
trovare la sua sposa
solo attraverso la scarpetta. Abbiamo già ricordato il rito che
presenta lo stesso
simbolismo, e che può essere interpretato allo stesso modo:
quello nuziale
dello scambio degli anelli. Come la scarpa sta al piede, l'anello sta
al dito,
e sia lo sposo che la sposa fanno lo stesso gesto, di infilare un
anello della
misura giusta al dito dell'altro: la donna, il femminile, contenitore,
è anche
contenuto, per sé e per lo sposo, e l'uomo, il maschile,
contenuto, è anche
contenitore, per sé e per la sposa. Difficile comprendere in profondità la
fiaba di
Cenerentola, che ha nella prova della scarpetta la sua chiave di volta,
senza
riconoscere il gioco degli opposti complementari di cui Carl Gustav
Jung ha
riconosciuto il profondo valore psicologico. In un gioco simbolico che
il
lettore interessato può riconoscere nei riti nuziali di tante
religioni come
nelle fiabe: ma ancora difficile da comprendere razionalmente, e anche
da
descrivere psicologicamente senza far ricorso a immagini poetiche e
simboliche,
come quelle che abbiamo presentato. 3.
Tutt' li nom' so' di Dio Da molto non tornavamo a Pelle d'Asino, che
ha in
comune con Cenerentola sia la trasformazione da bellissima a
bruttissima, sia
il tema del riconoscimento: che richiede l'entrata in campo di un principe
sensibile. Ce ne offre un bell'esempio, fra tanti, la
versione
molisana Tacc' taccun' d' Maria d' legna, già ricordata,
nella quale si
racconta di una fanciulla che per fuggire le nozze incestuose
finì a servire
nel pollaio di una reggia. Si chiamava Maria, ma quando glielo chiesero
disse
di chiamarsi Tacc' taccun' d' Maria d' legna. Sporca da far
pietà, al
mattino portava al principe le uova fresche, e un giorno, mentre si
puliva le
scarpe, questo principe disse: - Stasera vaglie da balle. - Facett' chesta: - Pecchè nen m' c' puort' pur' a me? - Ma vavatten'! Addonda a ra i, brutta zuzzosa. - E r' mena la spazzola appriess'. Chesta z' piglia la spazzola e z' la porta (Gioielli, cit., p. 458). Il mattino dopo il principe si stava lavando
i denti,
e alla richiesta di Maria, di portarla al ballo, le tirò dietro
lo spazzolino,
mentre il terzo giorno fu la volta dell'orologio: Tacc' taccun' d'
Maria d'
legna si prese anche questi due oggetti, e la sera si
preparò per il ballo.
Non disponeva di abiti magici, ma appena si lavò divenne
bellissima. Quando la
vide arrivare il principe ballò solo con lei, e non sapendo chi
fosse le chiese
come si chiamava. Maria d' Legna non rispose, ma poi: Prima de la mezzanott' ... ricett': - Mi chiam' "Spazzolappress' " - e z' n' scappatt'. (Ivi, p. 459) Il mattino dopo, quando andò a
portargli le uova
fresche, il principe le raccontò della sconosciuta che gli
piaceva tanto, e del
suo strano nome, e a sera Maria andò al ballo ancora più
bella. Disse che il
suo nome era Spazzolinoappresso e fuggì. Per la seconda volta il principe
raccontò cos'era
successo al ballo, e Maria, sentendo lo strano nome della sconosciuta,
osservò: ...Tutt' li nom' so' di Dio - Ricett' quist': - Ma ch' t' mangie tu, il giorno? - - Eh... che m' magn'? M' magn' l' tacc' taccun', l' tacc' taccun'. - - E come t' l' magn'? - ric' - Rent' a ru pollaie c'è spuorch' - - Eh... signor Maestà, a l' tacc' taccun' c' sta la pirucchiella, la munn'zella, la cuzz'chella ... com' vienn' m' l' magn' - ricett' (Ivi, pp. 459-460). Recatasi per la terza volta al ballo, alla
domanda del
principe Maria rispose di chiamarsi Ur'loggeappriess', e
fuggì di nuovo,
lasciandolo così disperato che il giorno dopo dovette mettersi a
letto. Alla
regina madre disse che voleva l' tacc' taccun' d' Maria d' legna,
e per
quanto lei cercasse di dissuaderlo, facendogli osservare in quale
sporcizia
viveva la ragazza, non ci riuscì. Allora la regina andò
al pollaio, chiese a Maria
'd legna di preparare la pasta per suo figlio, e le
raccomandò di ripulirsi
bene prima di cominciare. Ma Maria d' legna disse: - Eh, signor
Maestà, com' vienn' z' l' magna. E ch' pozz' fa? Rent' a lu
pollaie c' sta la
cuzz'chella la pirucchiella... chell' com' vienn' z' l' magn' (Ivi, p.
461). In questa fiaba, tutta giocata sul tema della
condizione sporca, degradata, nella quale vive la protagonista, vediamo
che la
regina madre, pur provando disgusto, asseconda la volontà del
figlio. Maria
'd legna è disposta a palesare la sua identità solo
se l'accettazione dello
sporco avverrà senza limiti e senza riserve. Per tre volte
preparerà le tacconelle,
mettendo uno dopo l'altro sotto la pasta la spazzola, lo spazzolino e
l'orologio, tutto ciò che il principe le ha tirato dietro in
segno di
disprezzo. La Pelle d'Asino molisana dice che tutti i nomi sono
di Dio,
ogni volta che il principe osservava la stranezza dei nomi della bella
sconosciuta: così indica al
principe che
il senso, il valore del nome, della parola, va cercato anche, o
soprattutto,
dove sembra assente. Osserviamo inoltre che lei stessa dice di
chiamarsi come
la pasta, tacc' taccun', chiesta dal principe: e lui finalmente
mangia
di gusto, senza badare allo sporco di pirucchiella, munn'zella,
cuzz'chella,
nel quale si preparano, come la sua amata. Il principe può seguire la traccia
della sconosciuta,
i suoi strani nomi, che sono tutti nomi di Dio, perché
accetta il
collegamento tra il suo amore, per la bella, e il suo disprezzo, per la
serva
pidocchiosa del pollaio. Il principe sensibile opera una
trasformazione
perché accostando bellezza e bruttezza, desiderio e sporcizia,
cerca la donna
là dove ha bisogno di essere trovata: fuori dall'idealizzazione
che la vorrebbe
separata dalla sua storia complessa, dalla maturazione dolorosa e dal
lutto
legati all'amore incestuoso del padre, e
per il padre. Desiderandola veramente, il principe dovrà
riconoscere la sua
bontà, la bontà di Tacc' taccun' d' Maria d' legna,
tra i pidocchietti e
le sostanze maleodoranti del pollaio. Dopo aver mangiato il secondo piatto di tacconelle,
nel quale ha ritrovato lo spazzolino, il principe sembra aver chiara
l'identità
della sua amata: Ru iuorn' appriess' nen chiammava cchiù: "voglie 'l tacc' taccun d' Maria d' legna", ma: - Mamma voglie Maria d' legna! Mamma voglie Maria d' legna! - Allora la mma iett' ... tutta cosa, - Ma ch' tè succiess? - - Mamma i' voglie Maria d' legna. Voglie gl'atre tacc' taccun'. Va'! Va'! Vacc'l' a dic'! - (Ivi). Così mangia per la terza volta 'l
tacc' taccun d'
Maria d' legna, sotto alle quali trova l'orologio che le aveva
tirato
appresso: a questo punto la richiesta che rivolge alla madre è
inequivocabile: - Mamma voglie prota Maria d' legna! m' l'ara ì a piglia! Voglie Maria d' legna! (Ivi). Bisogna sapere che la nostra eroina si fa
vedere tutta
sporca, ma quando è da sola nel pollaio si tiene in ordine e
pulita: così la
scopre la regina madre, guardandola dal buco della serratura. Costretta
a
uscire bella e pulita come si trova, Maria chiede pietà alla
regina e le
racconta tutta la sua storia: la regina non solo la comprende, ma
è ben
contenta di farle sposare il figlio, che, come dice, è sciut'
pazz', è
impazzito per lei. La madre di Maria d'legna, in punto
di morte,
aveva chiesto al marito di renderla eterna sposando una donna identica
a lei:
al rispecchiamento narcisistico della madre nella figlia, e della
figlia nella
madre, è succeduto il desiderio incestuoso, e l'oscuramento
della bellezza. Il
recupero della bellezza richiede una figura materna disposta ad
accettare che
il proprio figlio sia nutrito da una serva repellente, che prepara il
cibo tra
pidocchi e la sporcizia del pollaio. Il principe che sposa Spazzolappress',
o Maria
d'legna che dir si voglia, ha superato la fissazione a un'immagine
ideale
della donna, come la regina madre non disdegna di far preparare la
pasta nel
pollaio. 4.
Il bacio dell'orsa Il motivo del cibo come veicolo simbolico di
riconoscimento tra il principe e la protagonista non ancora scoperta
è in
moltissime versioni di Pelle d'Asino, ma l'interazione fra il
principe e
la regina madre nella fiaba molisana ci sembra profondamente e
felicemente
apparentata con l'Orza, un Cunto del capolavoro
secentesco
(Basile, cit., pp. 356-369). I motivi e le felicissime soluzioni
narrative del Cunto
de li cunti sono sparsi in ogni raccolta dell'Italia meridionale,
come se
in ogni chiesa, per quanto piccola e semplice, fosse riconoscibile in
un
capitello, in una statua, o in una colonna, l'impronta della
meravigliosa
cattedrale elevata in quell'area culturale. Questa Pelle d'Asino, la principessa
Preziosa, per
sfuggire al padre si era trasformata in orsa e si era rifugiata in un
bosco,
dove viveva con le bestie feroci. Quando un principe cacciatore la
vide,
dapprima si spaventò, ma poi si accorse che si lasciava
addomesticare, e
chiamandola con tanti vezzeggiativi la portò al suo palazzo. La
fece accomodare
nel suo giardino e ordinò ai servitori che la curassero come
facevano con lui
stesso. La trasformazione di Preziosa era reversibile: era diventata
orsa
mettendosi uno steccolino in bocca, e se voleva tornare fanciulla
bastava che
se lo togliesse. Un giorno il principe si affacciò alla finestra
per vedere la
sua orsa, e vide invece la principessa, che credendo di essere sola
voleva
acconciarsi i capelli: si precipitò per le scale, ma Preziosa si
era già
ritrasformata in animale. Il povero principe si ammalò, e non
faceva altro che
dire: Orza mia, orza mia! La regina madre pensò che l'orsa gli
avesse fatto del
male, e ordinò ai servitori di ucciderla, ma siccome tutti nella
reggia erano
affezionati all'animale, disobbedirono alla regina, e la riportarono
nel bosco
dove il principe l'aveva trovata. Quando gli arrivò questa notizia, il
principe montò a
cavallo come impazzito, andò nel bosco a ritrovarla, la
riportò nella reggia,
e, presala da parte, le disse: O bello muorzo de re, che staie 'ncaforchiato drinto sta pella! o cannella d'ammore, che staie 'nchiusa drinto sta lanterna pelosa! a che fine fareme sti gatte-felippe, pe vedereme sparpatiare e iremenne de pilo 'm pilo? io moro allancato, speruto ed allocignato pe ssa bellezza e tu ne vide li testemonie apparente, ca io so' arredutto 'n tierzo comm'a vino cuotto, ca n'aggio si no l'uosso e la pella, ca la freve me s'è cosuta a filo doppio co ste vene. Perzò auza la tela de sso cuoiero fetuso e famme vedere l'apparato de sse bellizze, leva leva le frunne da coppa sso sportone e famme pigliare na vista de ssi belle frutte; auza sto sportiero e fà trasire st'uocchie a bedere la pompa de le meraviglie! chi a puosto a na carcere tessuta de pile n'opera cossì liscia? chi ha serrato drinto no scrigno de cuoiero cossì bello tesoro? famme vedere sso mostro de grazie e pigliate 'm pagamiento tutte le voglie mie, bene mio, ca lo grasso de ss'orza pò schitto remmediare a l'attrazione de nierve ch'io tengo (Basile, cit., pp. 364- 366)[6]. Cosa manca a Preziosa per lasciare il suo carcere
di peli? abbiamo detto che il principe sensibile deve
riconoscere
che la bella e la brutta sono la stessa persona, ma non basta: il
principe deve
amare la bella nella brutta, e la brutta nella bella. Nell'accorata
preghiera
l'animale è disprezzato, mentre la principessa è amata:
la trasformazione del
femminile non è ancora avvenuta, perché il maschile se ne
rappresenta le due
polarità come contrapposte, e come vuole la parte bella con
tutto se stesso,
vuole la distruzione della parte animale. Il valore psicologico di
questa
rappresentazione è sublime: non basta riconoscere il luogo
ferino, o sporco, in
cui si nasconde la donna amata, occorre amare quel luogo insieme a lei. Il silenzio dell'orsa fa aggravare la
malattia del
principe, e i medici lo danno ormai per spacciato. Allora entra in
scena la
regina madre, parente stretta di quella che abbiamo incontrato nella
versione
molisana, e sollecita il figlio a chiederle qualunque cosa: il principe
vuole
che venga nella sua camera l'orsa, e che si prenda cura di lui. La
regina madre
personifica una funzione materna positiva, opposta alla regina madre
della
protagonista, che aveva imposto al marito, morendo, la propria bellezza
come
ideale. Al posto del narcisismo della madre dell'inizio della storia
abbiamo
una figura materna che accetta di far nutrire il figlio da una sporca
serva o
da un'animale feroce. Non c'è più il padre che pretende
di legare a sé la
figlia come se fosse la madre, la sua sposa, ma c'è una madre
che amando il
figlio lascia che sia curato da un animale feroce, come nella versione
molisana
chiedeva per lui il cibo preparato nel pollaio. La mamma, si be' le parze no spreposeto che l'orza avesse da fare lo cuoco e lo cammariero e dubetaie ce lo figlio frenetecasse, puro, pe contentarelo, la fece venire. La quale, arrivato a lo lietto de lo prencepe, auzaie la granfa e toccaie lo puzo de lo malato, che fece scorreiere la regina, penzanno ad ora ad ora che l'avesse a sciccare lo naso. Ma, lo prencepe decenno a l'orza: "Chiappino mio, non me vuoie cocinare e dare a magnare e covernare?", essa vasciai la capo mostranno d'azzettare lo partito. Pe la quale cosa la mamma fece venire na mano de galline e allomare lo fuoco a no focolaro drinto a la stessa cammara e mettere acqua a bollere e l'orza, dato de mano a na gallina, scaudatola la spennaie destramente e, sbrentatola, parte ne 'mpizzaie a no spito e parte ne fece no bello 'ngrattinato, che lo prencepe, che non ne poteva scennere lo zuccaro, se ne leccaie le deieta, e comme appe fornuto de cannariare, le deze a bevere co tanta grazia che la regina la voze vasare 'n fronte. Fatto chesso, e sciso lo prencepe a fare la preta paragone de lo iodizio de li miedece, l'orza fece subito lo lietto e, corza a lo giardino, cogliette na bona mappata de rose e shiure de cetrangolo e 'nce le sparpogliaie pe coppa, tanto che la regina disse che st'orza valeva no tresoro, e c'aveva no cantaro de ragione lo figlio de volerele bene. Ma lo prencepe, vedenno sti belle servizie, ionze esca a lo fuoco e se primma se conzomava a dramme mo se strodeva a rotola e disse a la regina: "Mamma, 'gnora mia, si no dongo no vaso a st'orza, m'esce lo shiato!". La regina, che lo vedeva ashevolire, disse: "Vasalo, vasa, bell'anemale mio, non me lo vedere speruto sto povero figlio!". Ed accostatose l'orza, lo prencepe pigliatola a pezzechille non se saziava de vasarela e, mentre stevano musso a musso, non saccio comme scappaie lo spruoccolo de vocca a Preziosa e restaie fra le braccia de lo prencepe la chiù bella cosa de lo munno. Lo quale, stregnennola co le tenaglie ammorose de le braccia, le disse: " 'Ncappaste sciurolo, non me scappe chiù senza ragione veduta!" (Basile, cit., pp. 366- 368) [7]. 5.
Narciso e il cortese cavaliere Il percorso trasformativo di Cenerentola e
Pelle
d'Asino coi loro principi sensibili è il gioco della vita
stessa, che si ricrea
nell'incontro fra esseri diversi. Va percorsa la separazione dai
genitori, e
l'emancipazione dai modelli collettivi che rappresentano, in una sorta
di
accettazione vertiginosa, catastrofica, della propria verità
intima. Proprio
quando la separazione è massima, come nella cenere o nella pelle
animale, una
nuova unione diventa possibile, proprio quando l'accettazione della
diversità,
fino a quel punto impensabile, dell'altro e dell'altra, ha luogo,
contenitore e
contenuto, maschile e femminile, si legano. La completezza è
possibile quando
l'incompletezza è radicalmente accettata. Figura essenziale del rifiuto
dell'incompletezza è
Narciso, che torniamo a cercare in Ovidio, insieme alla sua innamorata
Eco. Dal
principio della sua favola la ninfa Eco non parlava per sé:
intratteneva con i
suoi discorsi Giunone per tenerla lontana dai convegni amorosi di Giove
padre.
Quando Giunone scopre il suo inganno, come una madre-matrigna la
punisce,
radicalizzando e rendendo tragico proprio il suo discorrere non per se
stessa:
Eco è condannata a ripetere solo le ultime parole dei discorsi
degli altri.
Potrebbe essere l'amante ideale per Narciso, perché può
echeggiarlo, non
essendo che un riflesso della voce degli altri. Quando Eco segue i suoi passi, Narciso parla: ..."Ecquis adest?", et
"Adest!" responderat Echo. Hic stupet, utque aciem partes dimittit in omnes, voce "Veni!" magna clamat: vocat illa
vocantem. Respicit et rursus nullo veniente:
"Quid" inquit "me fugis?" et totidem, quot dixit,
verba recepit. Perstat et alternae deceptus imagine vocis "Huc coëamus!" ait, nullique libentius
umquam responsura sono "Coëamus!" rettulit Echo et verbis favet ipsa suis egressaque silva ibat, ut iniceret sperato bracchia collo. Ille fugit fugiensque manus complexibus aufert: "Ante" ait "emoriar, quam sit tibi copia nostri!" Rettulit illa nihil nisi: "Sit copia nostri!" (L. III, vv. 380-391)[8] Narciso propone l'unione a Eco attratto dalla
sua
natura di specchio, e la respinge quando vede il suo corpo, la sua
realtà da
fuggire in quanto alterità irriducibile. Morire piuttosto
che essere un tuo
possesso, ma copia nostri, significherebbe alla
lettera ricchezza
di me. Difficile non ripensare a questo proposito
alla teoria
kleiniana sull'invidia del seno, che distrugge la possibilità di
una relazione
creativa, attaccando il proprio sé come l'altro da sé.
Narciso escludendo
l'amore verso l'altro può illudersi di mantenere il pieno
possesso di se
stesso: aborrisce Eco quando la vede oltre a sentirne la voce che
ripete le sue
parole, fugge dalla realtà corporea della ninfa. L'indovino Tiresia, consultato alla sua
nascita, aveva
detto che Narciso avrebbe vissuto fino a che non avesse visto se
stesso. Nel
narcisismo l'innamoramento segna una catastrofe: si desidera
misconoscendo
l'alterità di chi si ama, ci si chiude alle sue parole diverse.
Mentre crediamo
di conferirgli bellezza, lo perdiamo di vista, idealizzandolo non
possiamo
riconoscerlo. Tante volte la realtà degli amanti si dissolve, la
relazione
muore nel dolore, proprio perché si ripete la tragedia di Eco e
Narciso: la
diversità dell'altro dal modello ideale che prima avevamo
creduto di vedere o
sentire, o la nostra diversità dal modello di cui eravamo
portatori, è
avvertita come un tradimento, e non resta alcuna possibilità
d'incontro.
Oppure, se la relazione si chiude per un motivo che si considera
oggettivo ed
esterno ad essa, si può restare con la propria parte più
viva a fissare
l'immagine ideale e perduta, nell'illusione di un rispecchiamento, che
permane
solo a condizione che la realtà dell'altro, la sua
diversità, il suo corpo, non
si manifesti più. Narciso si innamorerà perdutamente
della propria
figura rispecchiata da una fonte, che, secondo una versione ellenistica
del
mito, è la madre stessa trasformata in specchio d'acqua.
L'incorporeità, la
natura illusoria, il riflesso rimandato da quest'acqua materna, il
sé perduto,
è identico a sé, speculare come le parole di Eco. Ma
mentre Eco poteva
comparire come altro da sé, l'immagine nell'acqua non è
altro che riflesso:
troppo amata per potersene distaccare, è troppo labile per poter
essere toccata.
Narciso contemplandola dimentica anzitutto il proprio corpo,
perché non mangia
più, e si consuma nel dolore, come la ninfa aborrita. Infatti Eco, dopo essere stata respinta e
disprezzata
da Narciso, si era rifugiata nella solitudine, a consumarsi d'amore,
fino a
distruggere il corpo che ha impedito l'unione. Si è
assottigliata e ha perso
consistenza, in una sorta di anoressia mitica, fino a che, svanendo
nell'aria,
resta solo come voce, che ancora ripete fra i monti le nostre parole.
Eterna,
come Narciso è eterno nel fiore che cresce col suo nome vicino
alle acque. Prima di morire Narciso comprende che la copia,
la ricchezza, il possesso di sé, va donata e perduta per poterla
trovare: il
possesso implica la perdita della ricchezza, il dono la fa trovare,
perché ogni
trasformazione profonda, nella realtà psichica come nella fiaba,
deve una parte
essenziale a qualcosa che sfiora il segreto di grazia della vita. La distanza tra gli amanti, di cui Narciso
comprende
il valore, non è pensabile se non ha avuto luogo la separazione
dalle figure
genitoriali: elaborando questa rottura, questo lutto, il soggetto
può procedere
verso la propria autonomia, e verso il desiderio dell'altro. Quod cupio, mecum est: inopem me copia fecit. O utinam a nostro secedere corpore possem! votum in amante novum: vellem, quod amamus
abesset! (cit.)[9] Tornando a Cenerentola possiamo ora dire che
le sue
nozze regali, il lieto fine della fiaba, rappresentano la meta di un
percorso
di trasformazione complesso, un patrimonio di esperienza profonda
raramente
accessibile nella vita di una sola persona. L'attaccamento alle figure parentali
determina un
gioco endogamico degli affetti, che si ripete nella ricerca dell'altro:
l'oggetto d'amore è indispensabile alla nostra vita come per
Narciso la sua
propria immagine. Nell'innamoramento la più grande
disperazione per
l'amante non è la lontananza o la perdita dell'amato, ma
l'incertezza sul
proprio essere. All'altro, come al riflesso di Narciso, è
conferito un arbitrio
che nessuna persona reale può esercitare: si supplica l'amato di
accogliere e
confermare la ricchezza e la verità del proprio sentimento, che
coincide con il
nostro essere. Accogliendo, rispecchiando, la nostra bellezza,
confermando la
realtà e la legittimità del nostro desiderio, darà
senso definitivo alla vita,
rifiutandoci ci condannerà a morire. Ricordiamo le parole di una struggente
canzone di Pier
Paolo Pasolini: Ch'io possa essere dannato se non ti amo e il mondo non esiste se non è vero. [10] Il desiderio struggente non è rivolto
al possesso
dell'amato, somigliando piuttosto a un vortice tragico intorno al
fondamento
del proprio amore: se non si conferma la verità del proprio
sentimento, è il
mondo intero a perdere la sua realtà. Per questo Amleto può rinunciare ad
Ofelia, ma non a
chiederle la stessa conferma: Doubt thou the stars are fire; Doubt that the sun doth move; Doubt truth to be a liar; But never doubt I love.[11] (A. II, Sc. 2) Il desiderio dell'unione con l'altro è
qualcosa che
non ha il suo centro nella conferma del proprio essere: la bruttezza,
la
condizione servile, la sporcizia di Cenerentola o di Pelle d'Asino, i
loro occultamenti,
sfidano il principe sensibile a staccarsi dalla contemplazione della
bellissima
immagine di cui si è innamorato al ballo. La bella che vuole
essere trovata nel
pollaio, o nella forma di orsa, o nella cenere, è distante da
Eco quanto il
principe sensibile è distante da Narciso. Staccarsi dalla
bellezza come luogo
di rispecchiamento significa rinunciare alla conferma della propria
identità,
del senso stesso del proprio essere, mantenuta nel riflesso dell'altro.
C'è una storia della bruttezza
femminile che
desideriamo ricordare ora[12], in cui si narra che una volta Re
Artù vide un cervo
e lo inseguì. Lo raggiunse e lo uccise, ma, mentre lo scuoiava,
fu sorpreso da
un grande cavaliere sconosciuto, che voleva ucciderlo: il re
protestò che in
quel momento lui era vestito solo di verde. Allora il possente
cavaliere, che
era tutto armato, gli concesse un anno di tempo, scaduto il quale
avrebbe
dovuto tornare da lui, con lo stesso vestito verde. Re Artù
avrebbe avuto salva
la vita solo se avesse trovato la risposta giusta per questa domanda:
"Qual è quella cosa che una donna desidera di più al
mondo?". Il re tornò tristemente dai suoi e si
confidò solo con
Galvano, che era il più bello e cortese fra i cavalieri di
Camelot. Galvano gli
propose di partire entrambi, viaggiando in direzioni diverse e
chiedendo a
tutti quelli che avrebbero incontrato lungo il camini la risposta
all'enigma.
Così fecero, e allo scadere dell'anno si ritrovarono: ciascuno
di loro aveva un
libro pieno di risposte, e con queste re Artù si avviò
all'appuntamento col
cavaliere sconosciuto. Quando fu nella foresta il re incontrò
una donna
bruttissima, madama Raganella, che suonando il liuto cavalcava
allegramente,
montando un palafreno dalla ricca sella. La donna bruttissima disse al
re che
nei suoi libri non c'era la risposta che poteva salvargli la vita: lei
la
sapeva, ma l'avrebbe rivelata solo se Galvano avesse acconsentito a
sposarla.
Allora re Artù portò la richiesta a Galvano, che per
amore del suo re accettò
cortesemente di sposare madama Raganella. E
lei diede la risposta tanto desiderata:"Noi donne
desideriamo,
sopra ogni altra cosa, avere sugli uomini sovranità". Il cavaliere che voleva uccidere re
Artù si infuriò, e
disse che quella risposta non potevano averla saputa che da sua
sorella, che
era per l'appunto la donna repellente, ma dovette lasciare libero il
re, che
fece ritorno a Camelot con Galvano e la sua bruttissima fidanzata.
Madama
Raganella pretese un matrimonio solenne, e durante il banchetto di
nozze mangiò
a quattro palmenti, mentre dame e cavalieri piangevano per la triste
sorte di
Galvano. La prima notte di nozze, siccome il bel
cavaliere le
girava le spalle, madama Raganella gli chiese di onorare il talamo
nuziale
almeno con un bacio. Galvano rispose che avrebbe fatto di più, e
quando
l'abbracciò sentì una pelle vellutata, e capelli lisci
come la seta, mentre si
aspettava qualcosa di ispido e rivoltante. Allora accese una torcia e
ai suoi
occhi apparve la creatura più bella del mondo. Al mattino madama
Raganella gli
chiese di scegliere: voleva che fosse bella di giorno o di notte?
Galvano ci
pensò a lungo, e poi disse che lasciava a lei la scelta. Allora
madama
Raganella lo benedisse e gli svelò che sarebbe stata sempre
bella, perché
proprio così l'aveva liberata da un incantesimo. Quando al mattino re Artù andò
a vedere se Galvano era
sempre vivo, il cavaliere gli disse che non aveva nessuna intenzione di
uscire
dalla camera nuziale, e gli mostrò la splendida sposa accanto al
fuoco. Il desiderio della donna, di esercitare la
propria
sovranità non solo su se stessa, ma anche sull'uomo, è la
verità che salva il
re e che nessuno, né uomo né donna, riesce a dire. Solo il perfetto cavaliere, il principe
sensibile, la
accetta, e ottiene la sposa più bella lasciandola libera.
Cortesemente rinuncia
al potere di regolare la femminile alternanza tra oscurità e
splendore. [1] Al movimento
della protagonista dallo sporco o
dall'oscurità,
significate dalla condizione di prostituta, a quello di regina -
cioè moglie
legittima - corrisponde il movimento del protagonista - ricchissimo uomo d'affari, principe contemporaneo - verso
la riconciliazione con la figura paterna: alla fine agisce eticamente e
si
assume responsabilità verso gli altri: diventare re. Il
riferimento alla nostra
fiaba è esplicito nel film, quando Cenerentola/Julia Roberts
chiede all'amica
se conosca anche una sola persona che sia mai riuscita a lasciare
felicemente
la condizione di prostituta. L'amica, dopo averci pensato, risponde,
con
un'espressione volgare che allude alla sua invidiabile fortuna, che la
sola è stata
Cenerentola. [2] Per l'anima dei miei morti, se
tu non me la trovi, ti faccio una battuta e ti do tanti calci nel culo
quanti
peli hai nella barba (Ivi, p. 133). [3] "Lei, vedendo che gli stava
sempre alle costole, disse: "Sferza cocchiere", ed ecco che la
carrozza si mise a correre di tutta furia, e la corsa fu così
rapida che le
cadde una scarpetta, ed era difficile vedere una cosuccia più
carina. Il servo,
che non era riuscito a raggiungere la carrozza che volava, raccolse la
scarpetta da terra e la portò al re, raccontandogli quello che
era capitato. E
lui, presa in mano la scarpetta, disse: "Se le fondamenta sono
così
carine, cosa mai sarà la casa? o bel candeliere, dove è
stata la candela che mi
consuma! o treppiede della bella caldaia dove bolle la mia vita! o bei
sugheri
attaccati alla lenza d'Amore, con la quale hai pescato quest'anima!
ecco, vi
abbraccio e vi stringo e, se non posso arrivare alla pianta, adoro le
radici e
se non posso avere i capitelli bacio le basi! già siete stati
cippi di un
bianco piede e ora siete tagliole di un cuore nero; per mezzo vostro
era alta
un palmo e mezzo di più quella che tiranneggia la mia vita e per
mezzo vostro
cresce altrettanto di dolcezza questa vita, mentre vi guardo e vi
posseggo" (Ivi, pp. 133-135). Si
può considerare questo brano come un vertice della letteratura.
Nel genere
fiaba l'espressività più efficace, nella scrittura colta
come nel dettato
popolare, coincide con la massima ricchezza simbolica: si osservi come
la fuga
barocca di metafore sia allo stesso tempo vertiginosa in senso
letterario e psicologico.
La traduzione letterale vale come strumento d'accesso al testo di
Basile, che è
lo Shakespeare delle fiabe, anche per l'uso dei registri diversi, dal
tragico
al comico, dal lirico al grottesco. [4] Arrivarono tutte le femmine,
nobili e ignobili e ricche e miserabili e vecchie e bambine e belle e
brutte,
e, dopo che ebbero ben pettinato, il re, fatto il prosit,
provò la
scarpetta ad una ad una a tutte le invitate, per vedere a chi andasse a
capello
e a pennello, in modo che potesse riconoscere dalla forma della
scarpetta
quello che andava cercando; ma, non trovando piede che ci andasse bene,
stava a
disperarsi. Tuttavia, dopo aver fatto fare silenzio a tutti, disse:
"Tornate domani a fare un'altra penitenza con me; ma, se mi volete
bene,
non lasciate nessuna femmina a casa, sia chiunque sia. Disse il
principe:
"Ho una figlia, ma sta sempre a guardia del focolare, perché
è disgraziata
e da poco e non merita di sedere dove mangiate voi". Disse il re:
"Questa sia la prima della lista, perché così mi piace".
Così si
congedarono e il giorno dopo tornarono tutti, e, con le figlie di
Carmosina
venne Zezolla, e il re, appena la vide, ebbe come l'impressione che
fosse
quella che desiderava tuttavia fece finta di nulla. Ma, quando ebbero
finito di
battere i denti, arrivò la prova della scarpetta, che non s'era
neppure
accostata al piede di Zezolla che si lanciò da sola al piede di
quell'ovetto
dipinto d'Amore, come il ferro corre verso la calamita. Il re, visto
questo,
corse a prenderla nella morsa delle braccia e, fattala sedere sotto il
baldacchino, le mise la corona in testa, comandando a tutte che le
facessero
inchini e riverenze, come alla loro regina (Ivi, pp. 135-137). [5] Lo chianiello
della Gatta Cennerentola,
come annota Michele Rak (Basile, cit., p. 138) era una calzatura di
sughero che
si calzava sopra alla scarpa, e aveva tacchi molto alti: si noti che
però nello
stesso testo viene tradotta con scarpetta. Purtroppo anche
nella mia
versione per bambini (cit., p. 28) ho tradotto chianiello con scarpetta,
influenzata dalla versione più celebre, che pone la chiave del
riconoscimento
nella straordinaria piccolezza del piede. Non avevo ancora riflettuto
sulla
simbologia scarpa-piede. [6] O bel boccone di re, che stai
rintanato in questa pelle! o candela d'amore, che stai chiusa in questa
lanterna pelosa! perché farmi questi cucù-setè,
per vedermi consumare e
andarmene pelo dopo pelo? io muoio affamato, consumato e stremato per
questa
bellezza e tu ne vedi le prove evidenti, perché io sono ridotto
a un terzo come
il vino bollito, non ho altro che l'osso e la pelle, la febbre si
è cucita con
filo doppio su queste vene. Perciò alza la tela di questo cuoio
puzzolente e
fammi vedere l'apparato delle tue bellezze, togli togli le fronde da
questa
cesta e fammi guardare questi bei frutti; alza questa cortina e fai
passare gli
occhi a vedere la pompa delle meraviglie! chi ha messo in un carcere di
peli
un'opera così liscia? chi ha chiuso in uno scrigno di cuoio un
tesoro così
bello? fammi vedere questo mostro di grazia e prenditi in pagamento
tutti i
miei desideri, bene mio, perché soltanto il grasso di quest'orsa
può essere un
rimedio per i miei nervi rattrappiti (Ivi, pp. 365-367) [7] La mamma, anche
se le sembrò uno sproposito che
l'orsa dovesse fare da
cuoco e da cameriere e se sospettò che il figlio stesse
farneticando, tuttavia,
per accontentarlo, la fece portare. E lei, arrivata al letto del
principe, alzò
la zampa e toccò il polso del malato e fece spaventare la
regina, convinta che
da un momento all'altro gli avrebbe strappato il naso. Ma, quando il principe disse all'orsa:
"Chiappino
mio, vuoi cucinare per me e darmi da mangiare e prenderti cura di me?",
lei abbassò la testa indicando che gli stava bene. Per questo la
mamma fece
portare un poco di galline e accendere il fuoco in un camino nella
stessa
camera e mettere a bollire l'acqua e l'orsa, presa una gallina, la
scottò, la
spennò abilmente e, dopo averla fatta a pezzi, parte ne
ficcò in uno spiedo e
parte ne fece un bel gratinato e il principe, che non riusciva a mandar
giù lo
zucchero, finì per leccarsi anche le dita e, quando ebbe finito
d'ingoiare, gli
diede da bere con tanta grazia che la regina volle baciarla in fronte. Fatto questo, mentre il principe faceva un
poco di roba
per gli esami dei medici, l'orsa fece subito il letto e, corsa in
giardino,
colse un bel mazzo di rose e di fiori di cedro e li sparpagliò
là sopra, tanto
che la regina disse che quest'orsa valeva un tesoro e che il figlio
aveva un
vaso da notte di ragione a volerle bene. Ma il principe, vedendo questi bei servizi,
aggiunse esca
al fuoco, e se prima si consumava a chili ora si sbriciolava a quintali
e disse
alla regina: "Mamma, signora mia, se non do un bacio a quest'orsa mi
scappa via il fiato!". La regina, che lo vedeva venir meno, disse:
"Bacialo, bacia, bella bestia mia, non me lo far vedere distrutto
questo
povero figlio!". E l'orsa si accostò e il principe la
prese e non si
saziava di sbaciucchiarla e, mentre
stavano muso a muso, non so come il bastoncino cadde di bocca a
Preziosa e tra
le braccia del principe restò la più bella cosina del
mondo. E lui,
stringendola con le tenaglie amorose delle braccia, le disse: "Ci sei
caduto scoiattolo, non mi scappi più senza ragion veduta!".
(Ivi, pp.
367-369). [8] "Chi c'è
qui presente?" - "Presente" rispose la
ninfa. / Egli stupisce e girando lo sguardo da tutte le parti /
"Vieni!" gridò con gran voce; e la ninfa chiamò lui che
chiama. /
Guarda di nuovo, né alcuno venendo, "Perché mi t'involi?"
/ disse; e
la ninfa ogni volta ripete le voci di lui. / Egli si ferma e, deluso
dal suono
di quell'altra voce, grida "Qui uniamoci!" - "Uniamoci!"
pronta rispondegli l'altra. / Né mai avrebbe risposto più
lieta a qualunque altra
voce. Le sue parole seconda ed, uscita dal bosco, correva / per
abbracciare
quel collo desiato. Ma fugge Narciso / e, nel fuggire, le strappa le
braccia
all'amplesso e "Ch'io muoia! / prima che io sia di te!" Ma soltanto
rispose la ninfa: / "Ch'io sia di te!" (Le Metamorfosi, cit.,
vol. I, p. 123). [9] Cit., a p. 73 [10] Canzone dal
film Cosa sono le nuvole, regia di
P.P. Pasolini;
parte di Capriccio all'italiana (1969). [11] Dubita che gli
astri siano accesi / dubita che il sole si
muova / dubita
che la verità sia bugiarda / ma non dubitare mai che io ami. [12] La storia
è riportata da Zimmer, cit., pp. 108-115. |
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| 8. L'insostenibile vaghezza del senso |
L'INSOSTENIBILE
VAGHEZZA DEL SENSO If this is magic, let it be an art Lawful as eating.
(Shakesperare) 1.
State di buon animo, messere Il mio lettore, se è arrivato a questo
punto, forse si
sarà appassionato, avrà riconosciuto qualcosa di suo,
avrà dubbi, e si sarà
interrogato su quale sia la sostanza di questo ciclo di grandi sogni di
tutto
il mondo intorno a Cenerentola. Non si sogna ciò che abbiamo
chiaro, né ciò che
è così lontano da essere insignificante per la nostra
coscienza. Descrivere un sogno significa correre un
rischio,
scompaginando giudizi sulla realtà, o sulla realtà
psichica, ma non per
proporre giudizi più saldi, né per accrescere la
convinzione di possedere
qualche certezza in più. Alla fine del percorso, che non
è compiuto, ma
rappresenta piuttosto un cammino, comune all'autore e al lettore, nel
favoloso
paese di Cenerentola e dintorni, potrebbero essere diminuite le
certezze, a
vantaggio di una vaghezza che non assicura niente di buono. Le fiabe
hanno come
i sogni notturni un carattere fluido, mutevole, che in un batter
d'occhio apre
orizzonti alla luce, e altrettanto rapidamente li può chiudere,
fino a
opprimere il protagonista, e il lettore, sotto una cappa minacciosa
come una
prigione senza porte né finestre. La natura della fiaba è tale che chi
pretenda di
trarne certezze si trova presto fuori dal suo reame, in territori dove
non si è
né imbruttiti né abbelliti dai suoi incantesimi. Oppure
ci si perde in questa
terra, di simbolo in simbolo, di figura in figura, illudendosi che si
tratti di
saggezza iniziatica mentre si usano nuclei di senso senza cercare di
tradurli
nel linguaggio comune, comprensibile a tutti. Comprendere qualcosa di
un sogno,
di una fiaba, comprendere qualcosa della realtà psichica, anche
attraverso un
esercizio costante e rigoroso della psicoanalisi, non significa evitare
questi
due rischi: la ricerca può naufragare come una nave costretta a
passare tra
Scilla e Cariddi. Sbattendo da una parte si fornisce una descrizione
corretta,
solida, rassicurante e ripetibile, ma priva della complessa e fluida
ricchezza
della materia, mentre sbattendo dall'altra si evoca, come novelli
cantastorie o
mistici ermeneuti, questa ricchezza, senza saperne veramente dire
nulla. Per
questo secondo caso, ritengo che l'evocazione della ricchezza sia
appannaggio
dei sogni, delle fiabe, dei miti e dell'arte, e che dal ricercatore,
visto che
si propone come tale, ci si attenda almeno qualche chiarimento. Esiste
anche il
rischio di naufragare sia da una parte che dall'altra: il lavoro fatto
sarebbe
inconsistente e inutile. Se il lettore è venuto con me paziente,
fino a questo punto,
posso illudermi che il naufragio non sia stato totale. L'interpretazione del sogno di Cenerentola,
Pelle
d'Asino e Cordelia è terminata, e se il mio lettore
è un po'
preoccupato dalla sua vaghezza, vorrei rassicurarlo con le parole che
il mago
Prospero, nella Tempesta di Shakespeare, dopo aver fatto
apparire e
dissolvere figure e scenografie fantastiche che appaiono vere, dice al
suo
interlocutore: Be cheerful, sir. Our revels now are ended. These our
actors, As I foretold you, were all spirits,
and Are melted into air, into thin air; And, like the baseless fabric of
this vision, The cloud-capp'd towers, the
gorgeous palaces, The solemn temples, the great globe
itself Yea, all which it inherit, shall
dissolve, And, like this insubstantial pageant
faded, Leave not a rack behind. We are such
stuff As dreams are made on; and our
little life Is rounded with a sleep. (A.IV, Sc. 1) [1]. Anche il nostro divertimento è finito,
Cenerentola,
Pelle d'Asino, Cordelia, Zuccaccia, Bianco Viso, Maria 'd Legna,
l'Orsa, le
loro scarpe, gli abiti di cielo e di mare, le streghe, le Grandi Dee,
Narciso,
Madama Ranocchia e i principi sensibili, che in questo viaggio si sono
avvicinati fino a dare nome a passioni, intrighi, conflitti,
disillusioni e
speranze della nostra vita di ogni giorno, e di ogni notte, possono
rientrare
in un magazzino della nostra memoria, come i loro libri nello scaffale.
Tutte
figure di fantasia, che possono apparire reali come gli spiriti
sull'isola del
mago Prospero, ma che sono destinate a dissolversi, a spandersi
nell'aria, nell'aria
sottile. La struttura di questa visione non è fondata,
è baseless, senza
base, e non c'è nulla che possa essere soppesato, misurato,
catalogato e
ritrovato come gli oggetti che appaiono concreti. Ma attraverso il
magistero
della parola di Shakespeare, il lettore che si è appena
tranquillizzato sulla
stabilità, la certezza della sua realtà oggettiva, la
perde di colpo, se sa
ascoltare, e definitivamente: gli spiriti e i sogni e le fiabe si
dissolvono in
un batter d'occhio, ma, anche se con tempi diversi, si dissolvono in
maniera
altrettanto radicale le torri, le cui cime toccano le nubi, i
sontuosi
palazzi, i solenni templi, lo stesso immenso globo, e tutto ciò
che esso
contiene. Lo stesso inesorabile gioco fra tempo e
illusione si
manifesta a una fanciulla di fiaba, i cui sette fratelli erano
diventati sette
colombini. Basile ci racconta che per farli tornare umani
viaggiò fino alla
casa del Tempo, compiendo un cammino tra i più belli e ricchi
del paese delle
fiabe. Un vecchio pellegrino, al quale la protagonista
aveva
curato amorevolmente il bernoccolo causato dal tiro di un gatto
mammone, le
dice: Ora siente
buono, bella figlia mia senza peccato, agge da sapere qualemente cosa
'ncoppa
la cimma de la montagna trovarrai no scassone de casa, che non
s'allecorda
quanno fu favrecata: le mura songo sesete, le pedamente fracete, le
porte
carolate, li mobele stantive e 'nsomma ogni cosa conzomata e destrutta:
da ccà
vide colonne rotte, da llà statue spezzate, non essennocene
autro sano che
n'arma sopra la porta quartiata, dove 'nce vedarrai no serpe che se
mozeca la
coda, no ciervo, no cuorvo e na fenice. Comme sì trasuta drinto
vedarrai pe
terra lime sorde, serre, fauce e potature e ciento e ciento caudarelle
di
cennere, co li nomme scritte, come arvarelle de speziale, dove se
leggeno:
Corinto, Sagunto, Cartagene, Troia e mille autre città iute
all'acito, le
quale conserva pe memoria de le 'mprese soie (Basile, cit., pp. 800-
802) [2]. La polvere delle città sta in piccoli
contenitori, e si
riconosce solo dall'etichetta simile a quella dei vasi del farmacista,
non
avendo maggiore consistenza di quella delle figure di fiaba. La chiave
del
gioco la tiene il Tempo alato, che intacca, rode e divora ogni cosa,
persino,
racconta Basile, la calce dei muri di casa sua: solo lo stemma, il
simbolo,
resta inalterato. Al lettore che abbia lasciato risuonare nel
suo cuore
e nella sua mente le parole di Shakespeare, vorremmo dire che la
stabilità, che
non è nemmeno negli oggetti che per anni o secoli abbiamo potuto
misurare e
pesare credendo di pervenire alla certezza, potrebbe trovarsi proprio
in quei
nuclei vivi di senso umanissimo che la fiaba e il mito continuano a
rappresentare, nei libri, nella storia, nei sogni. Così Roger
Caillois, che è
tra i pochi ad aver viaggiato nelle fiabe senza naufragare tra Scilla e
Cariddi, cita e commenta il poeta Ronsard: Il poeta che profetizzava: Neptune quelquefois de blés sera couvert, / la matière demeure et la forme se perd[3], s'ingannava. In realtà, la materia evapora e il modello persiste (Ricorrenze nascoste, 1978, p. 61). 2. Una favola che non significa nulla Teatro e realtà, illusioni e certezze,
sogno, incubo e
risvegli: torniamo a Shakespeare, ancora a uno dei suoi passi
più citati, per
trovare una descrizione perfetta della tragedia e dell'annientamento
che ogni
uomo, anche se non ha le parole per descriverla, sperimenta nei momenti
di
disperazione, almeno nella sua intimità con se stesso. Siamo
alla fine del Macbeth,
quando al re viene annunciato che la regina è morta suicida;
così parla
Macbeth: She should have died hereafter; There would have been a time for
such a word. To-morrow, and to-morrow, and
to-morrow, Creeps in this petty pace from day
to day To the last syllable of recorded
time, And all our yesterday have lighted
fools The way to dusty death. Out, out,
brief candle! Life's but a walking shadow, a poor
player, That struts and frets his hour upon
the stage, And then is heard no more; it is a
tale Told by an idiot, full of sound and
fury, Signifying nothing (Atto V, Sc. 5)[4]. La vita è una favola: l'affermazione è dello stesso ordine
di quella che conclude il
discorso di Prospero: noi siamo della stessa sostanza di cui sono
fatti i
sogni. Ho fatto entrare Shakespeare in questo libro,
fin dal
titolo, grazie all'assoluta libertà di cui può godere
ogni lettore, di
appropriarsi a suo modo di qualunque cosa sia stata scritta e
perciò affidata
al successivo gioco della lettura e della scrittura. Che non la
esaurisce né la
imprigiona, né può, se non apparentemente, travisarla o
avvilirla, perché la
forza viene alle parole dall'indomabile potenza del desiderio, che si
lascia
legare soltanto nei versi e nelle vicende ricche di senso. Resta
potente e
indomabile, perché, pur fissato in una forma, la dilata e la
rende sottile come
un incantesimo, per diffondersi, oltre che per dissolversi, nell'aria, nell'aria
sottile. In grazia di quale attitudine, ricchezza, bisogno umano
questo può
accadere? Prima di tentare di descrivere dove mi trovo
per la
mia ricerca originata da questa domanda, devo dire qualcosa di Macbeth,
che ha
creduto negli spiriti, creature dell'illusione che possono apparire
assolutamente reali. Al ritorno da una battaglia vittoriosa, a buon
diritto
certo di ricevere premi e onori dal suo re, Macbeth incontra tre
streghe, che
lo salutano con un titolo che non ha mai avuto, e gli predicono che
diverrà re
lui stesso. Quando gli viene comunicato che il vecchio re gli ha
conferito
proprio il titolo col quale lo hanno salutato le streghe, insieme a
Lady
Macbeth si chiede se debba prestar fede anche alla seconda parte della
profezia, e come sia possibile che avvenga. Spinto dalla sua ambizione
e dalla
sua sposa, Macbeth agisce perché questo destino si attui, per
fare della realtà
il campo del suo sogno: fa assassinare il re suo ospite e prende il
potere. Più
che di sogno si tratta di delirio, perché mentre chiamiamo sogno
qualcosa che
vive entro limiti che non coincidono mai con quelli della realtà
del giorno,
che condividiamo con gli altri, che sono segnati dalla norma, dalla
legge, dal
linguaggio comune, possiamo chiamare delirio la sovrapposizione a
questa realtà
di un piano fantastico, che ha una tale presa adesiva da confondersi
totalmente
con essa. Le parole di Macbeth che abbiamo citato rappresentano il
panorama del
soggetto quando la fusione tra delirio e realtà è
avvenuta, e l'azione
conseguente si è data senza limiti. A proposito della realtà degli spiriti
e delle loro
previsioni, ricordiamo che Macbeth, dopo aver ucciso il suo re, e tutti
coloro
che si frappongono alla realizzazione del suo potere, è
perseguitato dai
fantasmi, e torna a visitare le streghe. Gli spiriti che esse evocano
gli
dicono che nessun uomo partorito da donna potrà mai
sconfiggerlo, e che il suo
regno durerà fino a che la foresta di Birnam non salirà
al suo castello. Alla fine l'esercito che viene a combatterlo
sale come
un bosco semovente, perché ogni soldato avanza schermandosi con
un grosso ramo
degli alberi di Birnam. Macbeth non può più svegliarsi
dal suo delirio, che
attribuisce al demonio: I pull in resolution, and begin To doubt th' equivocation of the
fiend That lies like truth. (Ivi) [5] Poi, quando il suo avversario gli rivela di
non essere
stato partorito da donna, perché è stato estratto
anzitempo con un taglio da
sua madre, prima di affrontarlo in duello e morire, esclama: And be this juggling fiends no more
believ'd That palter with us in a double
sense, That keep the word of promise to our
ear, And break it to our hope! (Ivi) [6] Ciò che Macbeth non ha capito, e che
neppure di fronte
alla morte capisce, è che i demoni non sono fuori di lui.
Macbeth non comprende
la natura simbolica delle parole, e la sua tragedia è preceduta
e causata
dall'incomprensione per la natura finzionale del linguaggio. Finzione
viene dal latino fingere, a sua volta dal nome fingulus,
che
significa vasaio. Dare forma al vaso che senza
l'attività umana non
esiste, alla materia che si lascia plasmare e cuocere per trasformarsi
in un
contenitore utile agli uomini è un'opera analoga alla formazione
del
linguaggio, che articola alcuni suoni secondo regole condivise. La confusione tra la cosa e la lingua, tra la
propria
tensione verso un oggetto e la natura della relazione che ne può
nascere, porta
a non considerare, insieme alle regole del linguaggio, che svela e
cela, il cui
senso non è univoco né definitivo, le regole che gli
uomini hanno stabilito e
che mantengono per vivere insieme. Nessuna profezia, nessuna promessa,
nessuna
formula magica, vale indipendentemente dal contesto in cui viene
offerta,
ricevuta, usata. Confondere il prodotto, la forma manifesta della
formula o
della poesia, con la realtà, o con la verità assoluta,
significa dimenticare
che dipendono dalle relazioni che gli uomini sono riusciti a costruire
fra
loro, trasformandosi quotidianamente nell'ambito di queste stesse
relazioni. 3. Storie false che sembrano vere Arte
e artificiale
hanno la stessa matrice, anche se il secondo termine ha oggi
un'accezione
negativa, che lo contrappone a naturale: ma la cultura, le
leggi
dell'uomo, i suoi racconti e le sue parole, senza l'opera dell'uomo non
esistono. Scrive Roger Caillois: Ecco dunque dove sta l'essenza dell'arte. Un'avventura sulla quale, fino all'ultimo, regna un'incertezza pericolosa e salutare. Da questa singolare ipoteca sono esenti la linfa e l'ingranaggio, che si assomigliano nella stessa certezza dei loro prodotti e nella stessa cecità della loro operazione (Babele, 1948, p. 70). Il campo dell'uomo è la sua cultura,
nella quale si
muove in rapporto con la sua stessa vita interiore, e con gli altri
uomini, sia
suoi contemporanei, che passati e futuri. La cultura, che si trasmette
e si
trasforma quotidianamente attraverso il linguaggio, può essere
immaginata come
un'estensione illimitata dell'addestramento che l'animale riceve dal
genitore e
che trasmette ai suoi piccoli; essa lega tutti gli uomini con un
vincolo forte come
quello che tiene insieme una famiglia di animali, ma si ramifica in una
complessità infinita. Vi sono
storie che
hanno un significato, e quindi un valore, per tanti secoli e sotto
tutti i
cieli, in forme diverse eppure strettamente apparentate. Abbiamo scelto
di
analizzare Cenerentola, che viene narrata da oltre mille anni, in tutto
il
mondo, ma vi sono innumerevoli fiabe e miti egualmente pregnanti. In greco mìthos significava
sia parola che
racconto, e il racconto, nelle sue innumerevoli forme, è la casa
della parola.
Il greco Esiodo, ottocento anni prima di Cristo, ci ha raccontato nella
Teogonia
delle prime generazioni degli dei. Nel suo testo, mitico per
eccellenza, ci è
dato osservare l'unità di racconto e parola: la nascita delle
divinità Terra
(Gaia), Cielo (Urano), Notte e Oceano, è l'origine delle
realtà fisiche che
personificano, e allo stesso tempo dei nomi che le designano da allora,
rimasti
in vigore, in molti casi, fino al nostro tempo. Esiodo si presenta a
noi come
un pastore, intento alla cura del suo gregge, che le Muse richiamano al
loro
servizio, offrendogli il canto: questo è allo stesso tempo il
dono della poesia
e del suo contenuto, le storie da celebrare con il canto. Le Muse sono
figlie
della dea Memoria (Mnemosine) e del sovrano degli dei olimpici, Zeus,
che ha
fissato limiti e domini per gli dei e per gli uomini. I limiti di cui
Zeus è
fondatore e tutore rappresentano la legge, il principio che mantiene la
continuità nella vita degli esseri umani, che per i greci era
necessario per la
stabilità degli stessi dei olimpici. Quando le nove Muse, che sono la
personificazione di
tutte le arti, si rivolgono a Esiodo, cominciano con queste parole: poimeneV agrauloi, kak' elegcea, gastereV oion, idmen yeudea polla
legein etumoisin omoia, idmen d', eut' eqelwmen, alhqea
ghrusasqai (vv. 26-28)[7] Le Muse definiscono la condizione di Esiodo
come
limitata e chiusa nella sua corporeità, nient'altro che
ventre:
rappresentazione di un senso della vita che si considera solo materia,
insieme
oggettivo di dati, di eventi misurabili e descrivibili come pecore da
vendere o
erba da tagliare. A questa definizione dell'essere umano, cieco e
limitato
nella sua convinzione che si possa parlare senza fare i conti con la
natura
finzionale del linguaggio, segue immediatamente l'affermazione delle
Muse, che
come tutta l'arte significano proprio questa natura finzionale, che si
gioca
nella parola, nel racconto, nel simbolo. Chi garantisce a Esiodo che le
nove
fanciulle gli racconteranno storie vere, visto che loro stesse lo hanno
avvertito che anche quando raccontano storie false le fanno apparire
vere? Non
è per la certezza sulla verità della storia che Esiodo si
disinteressa da quel
momento di tutto quello che non è poesia, mito, canto: è
perché le Muse gli
hanno donato la comprensione della natura del linguaggio. Chi credesse che la cosa, posta in questi
termini da
quasi duemila anni, sia chiara, farebbe un errore tale da impedirgli la
comprensione non solo delle storie, ma del senso stesso della vita
umana. Ciò
che vale è il gioco degli affetti tra gli uomini, che proprio
mediante il
carattere finzionale del linguaggio possono rappresentare la loro
realtà intima
e quella degli altri, costruendo relazioni e apprendendo
dall'esperienza. Tra
la sua natura personale, unica e irrepetibile, e i suoi legami con gli
altri, l'uomo può crescere solo se
rafforza la prima
arricchendo allo stesso tempo le articolazioni con questi legami.
Scrive
Wilhelm von Humboldt: ...Lottando
profondamente nel suo intimo per tendere verso quell'unità e
totalità, l'uomo
vorrebbe trascendere i limiti della sua individualità, ma
poiché, simile al
gigante che solo riceve la sua forza dal contatto con la madre terra,
ha la sua
potenza soltanto in essa, è costretto ad accrescere proprio la
sua
individualità in questa superiore lotta. Qui, in modo davvero
meraviglioso, gli
viene ora in aiuto il linguaggio, che unisce anche quando isola e che,
nella
veste della più individuale espressione, racchiude la
possibilità di universale
intelligenza. Il singolo, dove, quando e come vive, è un
frammento staccato di
tutta la sua stirpe, e il linguaggio dimostra e mantiene questo eterno
nesso
che guida il destino del singolo e la storia del mondo (Über
die
Verschiedenbeiten des menschlichen Sprachbaues, cit. da Ernst
Cassirer, Filosofia
delle forme simboliche, 1923; vol. I, p. 118). Il racconto è la casa del linguaggio,
e le fiabe e i
miti, fra queste case, sono le più resistenti nel tempo e le
più abitate sotto
ogni cielo. Come il sogno notturno è indispensabile, col suo
gioco solo in
apparenza arbitrario, al nostro equilibrio psichico, così il
racconto
collettivo, quello nel quale ogni essere umano può
rispecchiarsi, per
arricchire la sua consapevolezza di sé, di ciò che vale
nella sua intimità,
mantiene una trama profonda che consente di rappresentare, con la
massima
chiarezza possibile, i bisogni e i desideri che accomunano tutti gli
esseri
umani. Studiarli significa lavorare per comprendere la cultura
dell'uomo, che è
la sua specifica natura[8]. Da pastore Esiodo ignorava di aver a che fare
con
simboli, credendo che la sua pancia e le sue pecore fossero la sola
vera
realtà, ma le Muse gli impongono di seguirle, e gli conferiscono
il dono più
bello, loro che hanno lingue sciolte, e parole dolci come il miele.
Imposizione
e dono, il mito, come parola e come racconto, rendono meravigliosamente
e
irrimediabilmente incerta la comunicazione tra uomini. Leggiamo ancora
von Humboldt: Gli uomini s'intendono fra loro non per il fatto che si scambino realmente i simboli delle cose, e neppure per il fatto che si determinino l'un l'altro nel produrre esattamente e perfettamente lo stesso concetto, ma per il fatto che reciprocamente toccano l'uno nell'altro lo stesso anello della catena delle loro rappresentazioni sensibili e delle loro produzioni concettuali, battono gli stessi tasti del loro strumento spirituale, e in conseguenza di ciò scaturiscono allora in ciascuno concetti corrispondenti, ma che non sono gli stessi. ...Se ...in questa maniera vengono toccati l'anello della catena, il tasto dello strumento, vibra allora tutto il complesso, e ciò che scaturisce dall'anima come concetto si trova in accordo con tutto quello che circonda il singolo anello fino alla più remota lontananza (Ivi, p. 122). Arrivano fino a noi, le parole imposte e
donate a
Esiodo dalle Muse, che facevano risuonare la terra coi loro passi
leggeri
quando si recavano dal padre Zeus, e colmavano la notte di canti
danzando
avvolte nella nebbia:
....... o d'olbioV,
on tina Mousai filwntai: glukerh oi apo
stomatoV reei audh. ei gar tiV kai penqoV
ecwn neokhdei qumw azhtai kradihn
akachmenoV, autar aoidoV Mousawn qerapwn kleea
proterwn anqrwpwn umnhsh makaraV te qeouV,
oi Olumpon ecousin, aiy' o ge dusfrosunewn
epilhqetai, oude ti khdewn memnhtai: tacewV de
paretrape dwra qeawn. Cairete, tekna DioV,
dote d'
imeroessan aoidhn. kleiete d' aqanatwn ieron genoV
aien eontwn, oi GhV t' exegenonto kai Ouranou
asteroentoV, NuktoV te dwferhV, ouV q' almuroV etrefe PontoV ........(vv.
96-107) [9] 4. Far credito alla storia
dove sembra
impossibile La gioia e la disperazione, lo stallo e la
trasformazione, riconoscersi o perdersi, l'incantesimo che fa diventare
belli o
brutti, non dipendono dalla natura illusoria del linguaggio, che
Macbeth
attribuiva ai demoni e alle streghe. La trasformazione si manifesta in
una trama
che sembra la stessa di una storia alla quale manca il lieto fine, come
abbiamo
visto nel capitolo VI, quando i protagonisti della fiaba di Bianco
viso,
anziché salire al trono e vivere per sempre felici e contenti,
sono accomunati
dalla morte prematura e violenta. Noi non sappiamo nulla delle ragioni segrete
di questa
trama, tranne un punto che riguarda la posizione del soggetto: i
protagonisti
delle fiabe a lieto fine sono sempre pronti ad ascoltare, a chiedere
aiuto, a
offrirlo, a unirsi a qualcuno in un tratto del loro cammino. Questo fa
una
differenza essenziale, e appare come una disponibilità a giocare
il proprio
desiderio fino in fondo, che si articola e si intreccia con tutti gli
elementi,
di qualunque segno, che si presentano lungo la via. Le fanciulle delle
fiabe
non sono buone in senso moralistico: c'è la Bella Caterina di
Nerucci, che
vedendo i gattini maldestri nella cucina delle fate si mette a fare le
faccende
per loro, ma c'è anche la Cenerentola di Basile che rompe l'osso
del collo alla
matrigna. La Bella Caterina nella sua disperazione viene interrogata da
un
vecchio lungo la via, e gli narra la sua pena: quando il vecchio le
chiede di
pettinarla lei lo fa con cura, e quando lui le chiede cosa gli ha
trovato fra i
capelli, che sono pieni di pidocchi, lei risponde che ha visto oro
e perle. "E oro e perle avrai", le annuncia il vecchio, che
da
bisognoso diventa aiutante (cit., p. 40). Ma con la stessa leggerezza,
per
avere il sangue necessario a completare l'unguento che
potrà salvare dalla morte il suo principe,
una fanciulla di Basile non esita a dare una bastonata alla volpe
parlante che
l'ha accompagnata per praticarle un bel salasso. Non comprende la fiaba
chi
legge in senso moralistico lo stile d'azione dei suoi protagonisti,
guidati da
un senso nella storia che si comprende solo riconoscendone i simboli. E
i
simboli sono articolazioni indispensabili della realtà psichica,
non sostegni
della morale, che compete solo alla coscienza. I protagonisti delle fiabe quando hanno una
pianta la
coltivano, se devono servire lo fanno senza lamentarsi, sanno
rinunciare a un
tesoro inestimabile appena emerso da una caverna sotterranea senza
esitare, e
se è necessario uccidono l'animale parlante che li accompagna.
Essi
rappresentano l'azione che si dà seguendo il proprio desiderio,
ma questa
azione è caratterizzata da bordi sfrangiati, aperti al contatto
con tutto ciò
che si presenta, che comparendo nel racconto riguarda il soggetto. La
loro
traiettoria è diretta verso la meta, ma si struttura secondo
continue
deviazioni, percorsi imprevedibili, spirali, labirinti. Essi scelgono
un
sentiero come il fratello più piccolo di una fiaba antica,
seguendo il canto
dell' usignolo, o come il principe Ivan, che abbiamo già
ricordato, che lanciò
un gomitolo e ne seguì il filo. Dubitare della veridicità di
ciò che vediamo e
comprendiamo, vacillare nel momento stesso in cui sentiamo di pervenire
a una
certezza, mantenerci fedeli a una persona o a una ricerca ascoltando la
voce
che a tratti ci dice che non ne vale la pena, convincente come le
ingannevoli
voci delle streghe: questo caratterizza la posizione del soggetto che
si
trasforma nell'esperienza. Solo in questo percorso il soggetto
sperimenta e
arricchisce il Wirklichkeitsgefül, il sentimento della
verità, di
cui parla Freud, di regola ricordato nella nostra lingua come senso
della
realtà. Il sentimento della verità è una
posizione del soggetto il cui
desiderio ha i bordi aperti come quello dei protagonisti di fiaba, del
soggetto
la cui esperienza della propria soggettività cresce come la
ricchezza delle sue
relazioni con gli altri. Il senso di realtà spesso è
equivocato con la
convinzione di conoscere, ormai, la vera realtà, perché
non ci si illude più
sulla sua capacità di eludere e mettere in scacco il desiderio.
Mentre il
sentimento della verità non può che essere nella
volontaria e involontaria
trasformazione del soggetto che apprende dall'esperienza. Andiamo a trovare in Shakespeare le parole
per
descrivere poeticamente questo concetto, che richiama l'incertezza, la
vaghezza
del senso della parola e del racconto, ma non la attribuisce al demone
ingannatore. Nel Pericle principe di Tiro, di cui abbiamo
parlato nel
capitolo III a proposito dell'incesto, il protagonista affida alle
acque la
bara della giovane sposa morta di parto, e consegna la figlia neonata a
una
coppia amica in una città di mare. Dopo quindici anni torna a
prenderla, ma i
genitori ai quali l'ha affidata piangendo gli mostrano la sua tomba.
Allora
Pericle giura che vivrà per sempre nel lutto, senza più
radersi, né lavarsi, né
vestirsi d'altro che di sacco. Sua figlia Marina in realtà
è stata rapita dai
pirati e venduta al tenutario del bordello di Mitilene: grazie alla sua
straordinaria capacità di raccontare la storia della propria
vita, gli
aspiranti clienti si impietosiscono, e le danno del denaro senza farla
prostituire. In un giorno di festa approda a Mitilene la nave di
Pericle, che
giace sul letto in una tenda. Il governatore della città manda
da lui Marina
perché lo distolga dalla disperazione con i suoi racconti pieni
di grazia, e
quando lei gli dice che la storia della propria vita è forse
ancora più
dolorosa di quella di lui, Pericle la prega di raccontarla, e Marina
esprime la
sua esitazione: If I should tell my history, it
would seem like lies, disdain'd in the
reporting (A. V, Sc. 1)[10]. Marina non poteva avere la stessa fiducia
delle Muse
nell'arte del racconto, ma il padre le dice:
I will believe thee, And make my senses credit thy
relation To points that seem impossible; for
thou lookest like one I lov'd indeed (Ivi) [11]. Pericle, che ha pianto sulla sua tomba, non
potrebbe
credere al suo racconto, ma vuole darle darà credito proprio
dove i suoi
sensi lo troveranno impossibile, invece di giudicarlo una storia
falsa.
Marina somiglia alla madre, la sposa che Pericle ha composto nella
bara: è il
suo desiderio per quell'amore che, riconosciuto, gli consente di
affrontare
l'insostenibile vaghezza del senso. Mano a mano che Marina narra la sua vita,
Pericle
comincia a credere che si tratti di sua figlia, ma la differenza tra
ciò che ha
creduto vero e reale fino a quel punto e le parole di lei è tale
che, come
temendo di subire un inganno insopportabile, a un certo punto esclama: O, stop there a little! [Aside] This is the rarest dream
that e'er dull sleep Did mock sad fools withal. This
cannot be: My daughter's buried. - Well, where
were you bred? I'll hear you more, to th' bottom of
your story, And never interrupt you (Ivi)[12]. Un racconto a cui prestare credito proprio
dove sembra
impossibile, da ascoltare senza interromperlo fino alla fine: questa
è la
condizione di tolleranza della vaghezza del senso che sola permette la
trasformazione. Così i nostri sogni notturni si presentano
insensati, come se
demoni o dei li mandassero per beffarci o per soccorrerci, fino a che
la nostra
coscienza non smette di combattere il carattere finzionale, artificiale
o
artistico, del linguaggio e del gioco delle figure. La natura
artificiale,
incerta, mai definitiva, del linguaggio, è il carattere della
realtà psichica
dell'uomo, e del suo mondo stesso come campo di esperienza e di
conoscenza. Che
viene travisata da chi pretende di descriverla come un ordine assoluto,
pesabile e misurabile in ogni parte. Ma la comprensione di questa
natura è
altrettanto impossibile per chi creda che esista una chiave simbolica,
allegorica, iniziatica, entrando in possesso della quale il mistero
possa
svelarsi. Occorre tollerare la vaghezza, l'erranza, l'incertezza, ma
non
riprodurle, come occorre cercare punti di chiarezza senza pretendere di
fissarli per sempre. 5. Una magia lecita come mangiare Quando ho intrapreso lo studio psicoanalitico
della
fiaba e del mito, ho seguito, come un filo, l'intuizione di una
verità nel
racconto e sul racconto. La mia meta, fornire una buona descrizione di
questa
verità evidente e inafferabile, non si è allontanata, ma
io non mi sono
avvicinata, pur camminando, e quello che ho scritto è
semplicemente la
descrizione di qualche tratto del mio errare. Ha richiamato
dell'attenzione, ma
mi piacerebbe che avesse suscitato in qualche lettore, per le risonanze
imprevedibili del linguaggio, il desiderio di mettersi in cammino per
conto
proprio. Concludendo questo saggio, non posso fare a
meno di
esprimere, scusandomi per la loro approssimazione, qualche parola sulla
meta,
sull'intuizione che traccia il sentiero della mia ricerca. C'è nelle fiabe una geometria
rigorosa, possibile da
evocare, da commentare senza tradirla, ma impossibile da descrivere. Mi è parso di trovare in certe nuove
teorizzazioni
delle scienze dure, come nella teoria delle catastrofi del
matematico
René Thom, dei modelli di descrizione preziosi, ma che non posso
utilizzare,
non essendo il caso di affrontare le difficoltà e le aporie di
questa ricerca
con temi e concetti embricati a terreni di lavoro, come la matematica,
sui
quali non so muovere un passo. Ma è qualcosa che secondo me
René Thom ha in
mente, ad esempio quando annota: ...La geometria euclidea classica si può considerare come una magia: al prezzo di una distorsione minima delle apparenze (il punto senza estensione, la retta senza spessore...), il linguaggio puramente formale della geometria descrive adeguatamente la realtà spaziale. In questo senso, si potrebbe dire che la geometria è una magia che ha successo. Mi piacerebbe enunciare la reciproca: ogni magia, nella misura in cui ha successo, non è necessariamente una geometria? (René Thom, Stabilità strutturale e morfogenesi, 1972, p. 15, nota 4) Ho tentato diverse volte, con risultati
sempre
deludenti, di contribuire a questo enunciato a proposito della magia
della
fiaba, accostando certi elementi della teoria delle catastrofi con le
azioni
della fiaba, partendo dalle funzioni della morfologia rivisitate con le
teorie
psicoanalitiche[13]. Nell'ambito di scienze che fino a pochi
decenni fa
operavano fidando di dare descrizioni certe di fenomeni ripetibili e
misurabili, sono entrati oggetti così complessi, come i quanti o
gli infiniti,
che impongono teorizzazioni nuove, e un nuovo linguaggio, che consenta
l'elaborazione
di nuovi modelli. Le discipline che si avvalgono del linguaggio comune
a tutti,
e non hanno, né possono avere, un lessico specialistico noto
solo ai
ricercatori, e condiviso da tutti loro, possono descrivere oggetti
complessi,
come la realtà psichica, ma non riescono a fondare
un'epistemologia grazie alla
quale sia possibile costruire un linguaggio specialistico che consenta
loro di
intendersi su qualcosa senza equivoci, di trovarsi d'accordo e di
dissentire
senza che ogni ulteriore teorizzazione implichi un'apparente
distruzione e
ricostruzione dell'edificio. Occorrerebbe il concorso di molti ricercatori
per
sperare di procedere verso un'epistemologia rigorosa, che però
non implichi un
linguaggio specialistico privo della vaghezza del linguaggio verbale
comune a
tutti: ammesso che ne sia mai esistito uno, se non nell'autorevole e
autoritaria affermazione di certi scienziati, questo lessico non
avrebbe
infatti alcuna probabilità di far avanzare la comprensione di
oggetti complessi
come la fiaba o il mito, che intendiamo come riflessi dell'infinita e
vitale
complessità della realtà psichica. Ciò che si dovrebbe tentare di
descrivere sono le
costanti che in questa complessità è possibile cogliere:
riuscire a dar conto
della ragione rigorosa che rende possibile far diagnosi interpretando
un sogno
o un lapsus, la cui descrizione può risultare arida o apparire
romanzesca, o
addirittura una mistificazione. Descrivere come una geometria della
mente,
certo a più di tre o quattro dimensioni, come le costanti di
un'equilibrio
psichico e della sua perdita, come normalità e patologia siano
pensabili
secondo la diversa disposizione e proporzione delle stesse figure.
Descrivere
come una minima variazione permetta in certi momenti a un essere umano
di
riprendere il suo cammino esprimendo la sua unicità, o lo
abbatta, chiudendolo
nella follia. Per ora le descrizioni migliori restano
l'arte del
racconto e della poesia. Come Pericle principe di Tiro non poteva
credere alle
sue orecchie, il re del Racconto d'inverno non può
credere ai suoi
occhi, quando, certo che la moglie è morta da molto tempo, e
ammirandone una
statua, la vede animarsi. Così esprime il desiderio che marca la
sospensione
della differenza tra inanimato e animato, tra morto e vivo, quel
confine tra
possibile e impossibile che costituisce l'insopportabile vaghezza
nell'esperienza di ogni uomo: If this is magic, let it be an art Lawful as eating (A. V, Sc. 3) [14]. Nella realtà psichica, rappresentata
dai sogni
notturni, dalle fiabe e dai miti, possiamo riconoscere questa potenza,
apparentemente magica, della trasformazione. Ciò accade
nell'esperienza di
diagnosi e cura dello psicoanalista, e se descrivere come accade
è difficile,
non per questo è consentito rinunciarvi. Anche se non potesse
mai portare a una
descrizione che renda conto in maniera chiara e soddisfacente del
processo al
quale è dedicata, si potrebbe ricordare René Thom quando
alla fine della sua
opera che non vince la vaghezza scrive: Una gran parte delle mie affermazioni riguardano pura speculazione; si potrà senza dubbio tacciarle di fantasticherie... Accetto tale qualifica; la fantasticheria non è forse la catastrofe virtuale con cui si inizia la conoscenza? Nel momento in cui tanti studiosi calcolano, in qualche parte del mondo, non è auspicabile che qualcuno, che lo può, sogni? (Thom, 1972, cit., pp. 366-367) Chi pensa o sente che questa potenza opera
secondo
leggi geometriche, anche se non sa ancora descriverle, trova nella
variegata
costanza delle fiabe e dei miti una terra promettente. Anche quando
coltivandola non si ottiene il frutto sperato, il raccolto non delude,
e la
vista è sublime. Si vola nel tempo e nello spazio, come nella
propria intimità,
per comprendere quanto sia vasta, ampia e articolata la realtà
di ogni essere
umano. Il volo è permesso perché le regole del gioco qui
possono modificarsi
come nel sogno, obbedendo a una costanza segreta. Torniamo al tema del libro, a Cenerentola
come figura
della crescita femminile, che si dilata, si rappresenta in mille e una
forma, e
si sottrae al pensiero dell'uomo come della donna, perché
incarnando e
significando la vita che fugge, si occulta, e torna a fiorire, impone,
perché
il pensiero non arretri terrorizzato, di accogliere la vaghezza che
allude al
limite tra notte e giorno, vita e morte, inconscio e coscienza. Il sole
è così
potente e generoso che illumina e scalda persino, come dice il poema
indiano Mahabarata,
i suoi bestemmiatori, ma si perde nella notte: se non fosse per quella
luce
lieve della luna che rischiara le tenebre col suo riflesso. Pensiamo alla somma dea Iside, che alla morte
dello
sposo fratello, Osiride, si traveste e si nasconde nel lutto, come
Cenerentola,
la sua piccola e grande parente di fiaba. Occultandosi si mette in
cammino per
ricercare il chiarore del dio Osiride, il sole, fino a quando non ne
ricompone
il corpo smembrato e perduto perché possa rinascere. Le divinità che attraversano il buio,
la notte, la
morte, hanno un'irregolarità misteriosa, appartengono a un'area
figurale dove
possiamo riconoscere Cenerentola, Pelle d'Asino, Cordelia, con la loro
alternanza di bellezza e bruttezza, la dea Iside che come lei si
traveste nel
lutto, Demetra che si occulta avendo perso la figlia, Kore. Dove
possiamo
riconoscere divinità maschili ma non solari, contrassegnate
dallo smembramento
e dall'estasi, come Dioniso. O come il dio fabbro Efesto, zoppicante da
entrambi i lati: a lui e ai Ciclopi ai quali è legato con
molteplici parentele
gli dei devono la potenza del fuoco che si accende nel giorno come
nella notte.
Il fulmine è l'arma che consente a Zeus di regnare. Alle
divinità che possono
attraversare o abitare le tenebre senza smarrirsi, proprio grazie al
loro
movimento non diretto, ma vago, apparentemente incerto, errante, come
il fabbro
Efesto che zoppica da entrambi i lati, o come Prometeo il cui pensiero
procede
per angoli, serpeggiando (ankulomètes), gli uomini devono la
potenza del fuoco,
per illuminare le tenebre e forgiare i metalli. Il lavoro del fingulus, del vasaio, che
finge, dà
forma con arte alla materia, e la modella secondo le necessità
dell'uomo,
rappresenta la cultura stessa, che vince le tenebre che ogni sera
sconfiggono,
irrimediabilmente, la luce del sole. Nella dimora del Tempo del Cunto de li
cunti solo
il simbolo, nello stemma sulla porta, non è logorato, e la
fanciulla quando
entra toglie i contrappesi all'orologio e lo ferma: così il
divoratore di città
deve rivelarle come potranno tornare umani i suoi sette fratelli
colombini. Una
gola smisurata come la voracità del Tempo della fiaba è
quella del lupo Fenrir,
che in uno scenario di distruzione apocalittica salirà dalle
tenebre per
ingoiare tutto: se lo facesse il mondo non potrebbe rinascere dalle sue
ceneri.
Leggiamo la storia norrena scritta quasi mille anni fa: Il lupo Fenrir giungerà con le fauci spalancate, la mascella superiore puntata contro il cielo e l'inferiore contro la terra, e le spalancherebbe ancor di più se ci fosse spazio bastante. Fuoco gli uscirà dagli occhi e dalle nari. Il lupo ingoierà Odhin, questa sarà la sua morte. Ma subito dopo Vidharr si volgerà e pianterà un piede sulla mascella del lupo - questo piede è calzato di una scarpa il cui materiale è stato raccolto attraverso tutti i tempi: sono i ritagli di cuoio che gli uomini taglian via dalle scarpe per l'alluce e per il tacco, perciò colui che vuol esser d'aiuto agli Asi deve gettar via questi ritagli. Con una mano egli afferra l'altra mascella del lupo e gli lacera le fauci, e questa sarà la morte del lupo (Snorri Sturlusen, Edda, 1975; p. 119). Dopo che Odino è stato divorato dal
lupo si fa avanti
un dio la cui spinta parte dal passo, dal piede, che trae la sua presa
irresistibile dalla calzatura: gli esseri umani che vogliono aiutare
Vidharr a
salvare il mondo non devono riutilizzare i pezzetti di cuoio che
tolgono in
corrispondenza dell'alluce e del tallone. Ciò che gli uomini nel
loro lavoro
scartano, rinunciando a riutilizzarlo, è il mezzo della salvezza
di fronte alla
gola smisurata. Freud ha dato forma alla psicoanalisi
analizzando il
sogno, fino a quel punto considerato insignificante, si è
occupato di sintomi
come la paralisi isterica, che la medicina scartava perché non
avevano un
fondamento verificabile. Ha scritto sul lapsus, che nel linguaggio
è la parte
scartata, avendo intuito che con i mezzi della scienza che domina la
realtà
fissando certezze e ignorando le cose insopportabilmente vaghe non
avrebbe
proceduto nella comprensione e nella cura del dolore dei suoi pazienti nervosi.
Ciò che fino a quel momento era scartato, inconscio, conteneva
il segreto per
una nuova forma di cura. La psicoanalisi ha descritto in maniera
definitiva la
vaghezza del confine tra normalità e patologia. Una
verità presente da tempi
lontani, ma solo in forma iniziatica: gli alchimisti affermavano che la
pietra
filosofale, capace di trasformare in oro tutti i metalli, ha un aspetto
vile e
comune, e si trova nello sterco: in stercore invenitur. La luna è nella cenere, per chi abbia
la pazienza e
l'arte di cercarla. [1] State di buon animo, messere. I
nostri svaghi sono finiti. Questi nostri attori, come vi ho già
detto, erano
tutti degli spiriti, e si sono dissolti in aria, in aria sottile.
Così, come il
non fondato edifizio di questa visione, si dissolveranno le torri, le
cui cime
toccano le nubi, i sontuosi palazzi, i solenni templi, lo stesso
immenso globo
e tutto ciò che esso contiene, e, al pari di questo incorporeo
spettacolo
svanito, non lasceranno dietro di sé la più piccola
traccia. Noi siamo della
stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, e la nostra breve vita
è circondata
da un sonno (Tutte le opere, cit., p. 1207). [2] Ora ascolta
bene, bella figlia mia senza peccato, devi
sapere che
proprio in cima a quella montagna troverai una casa così vecchia
che non è possibile
ricordare quando fu costruita: le mura sono incrinate, le fondamenta
fradice,
le porte tarlate, i mobili ammuffiti e insomma qualsiasi cosa è
consunta e a
pezzi: da qua vedi colonne rotte, da là statue spezzate, non
c'è niente altro
di intero se non uno stemma inquartato sulla porta, dove vedrai un
serpente che
si morde la coda, un cervo, un corvo e una fenice. Appena entrata
vedrai a
terra lime sorde, seghe, falci e falcetti e cento e cento paiolini di
cenere,
con sopra scritti i nomi, come alberelli [ma probabilmente meglio albanelle]
di speziale, dove si legge: Corinto, Sagunto, Cartagine, Troia e mille
altre
città andate a male, che conserva per ricordo delle sue imprese
(Ivi, pp.
801-803). [3] Nettuno un
giorno di biade sarà coperto / la
materia rimane e la forma
si perde. [4] Avrebbe
dovuto morire più tardi / ci
sarebbe stato il tempo per una parola come questa. / Domani, e domani,
e
domani, / striscia a piccoli passi giorno dopo giorno / fino all'ultima
sillaba
del tempo prescritto, / e tutti i nostri ieri hanno illuminato a dei
folli la
via / per la polvere della morte. Spegniti, breve candela! / La vita
è solo
un'ombra che cammina, un povero attore, / che nella sua ora si
pavoneggia e si
agita sulla scena, / e poi non si sente più; è una favola
/ narrata da un
idiota, piena di rumore e di furia, / che non significa nulla. [5] Io batto nella
mia risolutezza, e comincio / a dubitare
degli equivoci
del demonio / che mente come se fosse vero. [6] Nessuno mai
più creda a questi demoni illusionisti
/ che ci menano per
il naso in un doppio senso / che mantengono la parola della promessa al
nostro
orecchio / e la rompono alla nostra speranza! [7] Pastori
campagnoli, mala genia, solo pancia / sappiamo
raccontare molte
storie false che sembrano vere / ma sappiamo anche, quando vogliamo,
far
sentire le storie vere. [8] Ritengo che la
fiaba rappresenti la dimensione individuale
della psiche,
mentre il mito ne rappresenta la dimensione gruppale. Nelle fiabe
è presente la
maturazione psicologica in relazione alle figure familiari e la
conseguente
realizzazione del desiderio dell'unione felice con una persona
dell'altro
sesso, che implica l'uscita dalla situazione endogamica di partenza. Al
centro
del mito si trova invece il gruppo, più vasto della famiglia,
sia clan, tribù o
popolo, e ogni mito riguarda una trasformazione irreversibile
considerata come
un passaggio della civiltà, che caratterizza la storia del
soggetto ma anche
quella della sua comunità, intesa spesso come l'umanità
intera. In questa
dimensione gruppale il mito costituisce una figura di rispecchiamento
per il
gruppo umano, più o meno vasto: ma allo stesso tempo questa
figura di
rispecchiamento riflette la dimensione gruppale dell'individuo, il suo
essere
strutturato come un gruppo formato dalle sue figure genitoriali, o dai
suoi
oggetti interni buoni e cattivi, dalle parti in crescita intrecciate a
quelle
narcisistiche e conservatrici, ecc. Si veda a questo proposito W.R.
Bion, Esperienze
nei gruppi, 1971. [9] Felice chi
è amato dalle Muse: / dolcemente dalla
sua bocca scorre la
voce, / e se qualcuno ha un dolore che gli opprime l'anima, / e gli
dissecca il
cuore, appena il poeta, alunno delle Muse, / canta lo splendore dei
primi
uomini e degli dei beati dell'Olimpo, / si dissolve la sua angoscia,
passa
qualunque dolore: / in un istante il dono delle Muse divine ha
allontanato la
pena; / voi, figlie benedette di Zeus, donatemi il bellissimo canto, /
cantate
la gloria della nascita sacra degli immortali, / generati dalla Terra e
dal
Cielo stellato, / narrate della Notte tenebrosa, di chi nutrì il
Mare salato... [10] Se narrassi la
mia storia, sembrerebbe / una bugia, che si
disprezza
appena è raccontata. [11] Ti credo, e
costringerò i miei sensi a credere al
tuo racconto anche
dove appaia inverosimile, perché tu somigli a una che veramente
amai (Tutte
le opere, cit., p. 1110). [12] Oh, fermatevi
un momento. [A parte] Questo è il
sogno più strano con cui
il pesante sonno abbia mai beffato un triste pazzo; non può
essere. Mia figlia
è sepolta. Ebbene, dove foste allevata? Vi starò ancora a
sentire fino al fondo
della vostra storia, e non v'interromperò mai. (Ivi) [13] René
Thom accosta alle catastrofi elementari,
rappresentate da
una funzione e da una figura geometrica, un'interpretazione spaziale,
ossia un
sostantivo, e un'interpretazione temporale, un verbo, nella sua
accezione
costruttiva e distruttiva. Questa doppia connotazione temporale, o
doppia
azione, collegata alla catastrofe come cambiamento di stato, dà
conto
dell'ambivalenza che caratterizza l'inconscio, richiamando insieme gli
archetipi junghiani, con le loro polarità opposte e
complementari (vedi la Tavola
delle catastrofi elementari, in René Thom, Modelli
matematici della
morfogenesi, 1980, p. 200-201). Per suggerire qualche possibile
accostamento, si possono osservare, fra le catastrofi elementari, e le
relative
morfologie archetipiche proposte da Thom, la farfalla e il
fungo. La farfalla (centro organizzatore:
V = x6;
dispiegamento
universale: V = x6+ux4+vx3+wx2+tx), ha come
sostantivi la tasca e la squama, e come verbi desquamarsi, esfoliarsi, per la valenza distruttiva, donare,
ricevere,
per la valenza costruttiva. Non è difficile pensare alla XIV
funzione di Propp,
designata dalla lettera Z, relativa alla fornitura, al conseguimento
del mezzo magico (vedi: Vladimir Ja. Propp, 1966; p. 49). Il fungo, ombelico parabolico, (centro
organizzatore: V = x2y
+ y4;
dispiegamento universale: V = x2y + y4 +
wx2 + ty2 -
ux - vy), ha come sostantivi il getto
(d'acqua), il fungo, la bocca, e come verbi
infrangersi, espellere, forare, tagliare per
la valenza
distruttiva, mentre ha legare, aprire, chiudere (la bocca) per
la
valenza cotruttiva. A questa catastrofe possiamo accostare le due
funzioni
accoppiate XXV e XXVI (C e A), relative alla proposta o
imposizione di un compito difficile, e al suo adempimento (Ivi,
pp. 65-66). [14] Se questa
è magia, vorrei che fosse un'arte, /
lecita come mangiare. |
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| Bibliografia |
BIBLIOGRAFIA Avvertenze. Tutte
le traduzioni che non recano in calce alcuna indicazione sono dell'A. I
testi dei bambini sono citati con asoluta fedeltà, e provengono
da originali in
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