C’era una volta una donna campagnola che aveva due figliole, e una, di molto bella insenza paragoni, si chiamava Caterina ;  quell’ altra, tutt’ all’ incontro, era brutta quanto si pole dire : la madre però voleva più bene alla brutta, e siccome tutte e dua si rodevan dall’ astio contro la Caterina, perchè oltre alla su’ bellezza s’ addimostrava pure di gran bontà, loro s’ arrapinavano a fargli de’ dispetti e cercavano tutti i modi che a lei gli accadessi qualche malanno da ridurla imbruttita. La Caterina sopportava con pacienza le persecuzioni di quelle arpiacce, e invece di diventar brutta per gli strapazzi, pareva che ugni giorno la bellezza gli s’ accrescessi ’n su tutta la persona.
Dice una mattina la mamma alla brutta : – “ Sa’ tu quel che ho pensato ? Mandiamo la Caterina a pigliare lo staccio dalle Fate, che gli sgraffieranno il grugno ; e accosì lei imbruttirà e nissuno la guarderà più quant’ è lunga. ” – “ Sì, sì! ” – scramò la Brutta, gongolando di gioja maligna. – “ Le Fate sono cattive e loro te l’acconceranno per il dì delle feste. ” – Subbito la vecchia chiama la Caterina : – “ Su, via, sguajata! C’è da fare il pane stamattina, e no’ nun s’ ha ’n casa nemmanco un po’ di staccio per ammannire la farina. Isderta! Va’ dalle Fate dientro al bosco e domandagli lo staccio in prestito. Sbrigati, ninnolona ! ” –
A questo comando la Caterina diviense bianca per la paura, perchè lei aveva sentuto dire che le Fate strapazzavano la gente, e chi ci andava dicerto arritornava malconcio. Suppricò bensì la su’ mamma che nun la mandasse, pianse ; ma tutto fu inutile, chè la vecchia e la Brutta la trattorno del male e la minacciorno per insino di picchiarla ; sicchè la Caterina, ripensando che le fate nun gli potevano far peggio, si piegò a ubbidire, e abbenechè sospirassi e le lagrime quasimente l’accecasseno, con un passo innanzi e dua addietro s’ avviò in verso il bosco, addove stevano le Fate.
Quando la Caterina fu in sull’entrata del bosco gli vienne incontro un Vecchietto, che, a male brighe la vedde a quel mo’ tutta addolorata, gli disse : – “ Oh ! che avete voi, bella fanciulla, che parete tanto affritta ?” – La Caterina gli raccontò allora tutti i su’ mali, e che in casa l’ astiavano a morte, e che la mandavano a pigliar lo staccio dalle Fate, perchè loro la sciupasseno e la imbruttissano. Dice il Vecchietto: – “  Nun abbiate paura di nulla ; c’ è il su’ rimedio. I’ v’ insegnerò come vo’ dovete fare, se pure vo’ m’ ascoltate. Vo’ nun arete a pentirvene. Ma prima badate qui un po’ : Che ci ho io in capo, che mi sento tanto prudere ? ” – Il Vecchietto chinò giù la testa, e la Caterina doppo che gliel’ ebbe guardata ben bene, scrama : – “  I’ ci veggo soltanto perle e oro.” – Arrisponde allegro il Vecchietto: – “  E perle e oro toccheranno anco a voi. Ma statemi a sentire e fate l’ ubbidienza. Quando vo’ sarete all’ uscio di casa delle Fate, picchiate ammodo ; e se loro dicano : – Ficca un dito in nel buco della chiave, – voi ficcateci dietro uno steccolo, che loro ve lo stroncheranno subbito. Aperto l’ uscio, le Fate vi meneranno diviato in una stanza, e lì sieduti ci sono tanti gatti ; e chi cucinerà, chi filerà, chi farà la calza, e, insomma, ognuno vo’ lo vedrete occupato al su’ lavoro. Voi addoperatevi ad ajtarli insenza invito questi gatti e a fornirgli l’ opera. Poi vo’ anderete in cucina ; e anco lì ci saranno de’ gatti alle loro faccende : ajtategli come quegli altri. Doppo sentirete chiamare il gatto Mammone, e tutti i gatti gli racconteranno quel che vo’ avete fatto per loro. Il Mammone allora vi addomanderà : – Che brami tu da culizione ? Pan nero e cipolle, oppuramente, pan bianco e cacio ? – E voi arrispondete in nel mumento : – Pan nero e cipolle. – Ma loro all’ incontro vi daranno pane bianco e cacio. Poi il Mammone v’ inviterà a ascendere su per una scala maravigliosa tutta di cristallo. Abbadate bene di nun la rompere, e nemmanco sbreccarla un zinzino. In nel piano di sopra scegliete ugni sempre la robba peggio fra quella che vi vorranno regalare le Fate. ” –
La Caterina gli ’mprumesse a quel Vecchietto d’ubbidirlo in tutto, e poi lo ringraziò della su’ bontà, gli disse addio e s’ avviò più contenta in verso le Fate ; e lì, doppo picchiato all’uscio, lei si diportò secondo l’ ammaestramento, sicchè gli fu aperto e subbito domandò lo staccio alle Fate. Dissano loro : – “ Aspetta ; ora ti si dà. Intanto nentra qui. ” – Ed ecco la Caterina vede in nella stanza tanti gatti, che lavoravano a tutto potere. – “ Poveri micini!” – scrama. – “ Con codeste zampine chi sa mai quante pene vo’ patite ! Date qua, gnamo ! farò io, farò io. ” – E pigliato il lavoro de’ gatti in quattro e quattr’ otto lo finì. Poi in cucina rigovernò, spazzò, rimesse a ordine tutti gli attrazzi : la cucina pareva doppo un salotto. Chiamorno allora il Mammone e i gatti miaulando gli dicevano : – “ A me ’gli ha cucito. ” – “ A me ’gli ha fatto la calza. ” – “ A me ’gli ha rigovernato. ” – e accosì raccontorno tutti al Mammone gli ajuti della Caterina, e ’n quel mentre saltavano a balziculi dal gran piacere dappertutta la stanza.
Il gatto Mammone, quand’ ebbe sentuto l’ opere della Caterina, gli disse : – “Che vòi da culizione ? Pan nero e cipolle, oppuramente, panbianco con del cacio ? ” – “ Oh ! datemi pan nero e cipolle, ” – arrisponde la Caterina. – “ Nun sono avvezza a mangiare altro. ” – Ma il gatto Mammone volse che lei mangiassi pan bianco e cacio. Doppo il Mammone invitò la Caterina a salire in nel piano di sopra e la menò alla scala di cristallo ; e la Caterina si levò diviato gli zoccoli e ascese su in peduli tanto pianino, che nun sciupò nulla e nun fece nemmanco uno sgraffio in sulla scala. Quando fu drento al salotto gli profferirno delle vestimenta belle e delle brutte, dell’ oro e dell’ ottone ; e lei trascelse le vestimenta brutte e l’ ottone. Ma il Mammone invece diede ordine alla Fate che l’ acconciassino alla splendida e gli fussan regalate delle gioje legate in oro e di gran valsente, e doppo vestita a quel mo’, che pareva una Regina, il medesimo Mammone gli disse alla Caterina : – “ To’ su lo staccio, e quando tu sie’ fora dell’ uscio, bada bene! Se tene e’ senti ragliar l’ asino, nun ti voltare ; ma se canta il gallo, voltati pure. ” – La Caterina ubbidì, e al raglio dell’ asino lei nun se ne diede per intesa ; ma al chicchirichì del gallo si rivoltò addietro, e subbito gli viense una stella rilucente in sul capo.
A male brighe che la Caterina arrivò a casa sua, la mamma e la sorella Brutta le divorava l’ astio e il dispetto ; quella stella poi ’gli era per loro dua un pruno fitto in negli occhi. Dice la Brutta : – “ Vo’ ire anch’ io dalle Fate. Mandate me a riportargli lo staccio, mamma. ” – Sicchè, quando lo staccio fu addoperato, la Brutta se lo mettiede sotto il braccio e s’ avviò al bosco delle Fate, e anco lei in sull’ entrata fece l’ incontro del Vecchietto, che gli domandò : – “ Ragazzina, per dove così vispola ? ” – “ Vecchio ’gnorante ! ” – gli arrispose con superbia la Brutta : – “ i’ vo dove mi pare. Impaccioso ! badate a’ fatti vostri. ” – “ Brutta e scontrosa ! ” – scramò il Vecchietto ridendo sottecche. – “ Va’ va’ a tu mo’ addove ti pare ! Doman te n’ avvedrai ! ” –
Ed eccoti la Brutta all’ uscio delle Fate ; e lei agguanta alla sversata il picchiotto e giù, dàgli, botte da scassinare le imposte. A quel fracasso dissan di dientro le Fate : – “ Metti un dito in nel buco della toppa e apri. ” – La Brutta subbito ficca il dito a quel mo’; e quelle – ziffete! – e glielo stroncano di netto. L’ uscio allora si spalancò e la Brutta rabbiosa e inviperita salta in casa, e, scaraventato lo staccio per le terre, principia a bociare : – “ Deccovi il vostro staccio, maledette ! ” – E poi visti i gatti al lavoro, sbergola : – “ Buffi questi gattacci ! Oh ! che mesticciate voi, mammalucchi ? ” – E gli pigliò tutti gli arnesi, e a chi bucò le zampe con gli aghi, e a chi le tuffò giù in nell’ acqua bollente, e a chi gli diede su per le costole con la granata e i fusi. Ne nascette una confusione, un brusio da nun si dire. Que’ gatti scappavano di qua e di là miulando dal male ; sicchè a quel chiasso comparse il gatto Mammone, e i gatti infra gli strilli raccontorno gli strapazzi della Brutta. Serio serio disse il Mammone : – “ Ragazzina, vo’ dovete aver fame. Volete voi pan nero e cipolle, oppuramente, pan bianco con del cacio ? ” – E la Brutta : – “ Guarda che bella creanza ! Se vo’ vienissi a casa mia, nun vi dare’ mica pan nero e cipolle, e nemmanco vi stronchere’ le dita in nel buco della chiave. I’ vo’ pan bianco e del cacio bono. ” – Ma se lei volse mangiare, bisognò che s’ accontentassi del pan nero con le cipolle, perchè non gli portorno altro. Allora il gatto Mammone disse :– “ Gnamo via, ragazzina. Vi si regalerà anco a voi un vestito e tutto il resto. Ascendete su, ma badate alla scala, che è di cristallo. ” – La Brutta però nun se n’ addiede dell’ avvertimento, e salì all’ arfasatta la scala co’ su’ zoccolacci in ne’ piedi, sicchè la fracasciò da cima a fondo ; e arrivata in salotto, quando le Fate gli domandorno : – “ Che vi garba di più, un vestito di broccato e de’ pendenti d’ oro, oppuramente, un vestito di frustagno e de’ pendenti d’ ottone ? ” – Lei s’ attaccò subbito alla sfacciata alla robba meglio : ma per su’ malanno gli conviense pigliare la peggio, perchè non gliene diedano altra.
Tutta indispettita la Brutta prese il portante per andarsene ; in sull’ uscio però gli disse il gatto Mammone : – “ Ragazzina, se canta il gallo, tirate via ; ma se raglia l’ asino, e voi voltatevi addietro, chè vedrete una bella cosa. ” – Difatto, deccoti che l’ asino raglia di gran forza ; e la Brutta girato il capo, tutta desio di vedere la bella cosa, una folta coda di ciuco gli viense fora dalla fronte. Disperata si messe a correre in verso casa sua, e per istrada ’gli urlava da lontano :

– « Mamma, dondò,
Mamma, dondò,
La coda dell’ asino mi s’ attaccò. » –

Infrattanto la Caterina, ugni sempre più bella da quel giorno che era stata a visitare le Fate, fu vista dal figliolo del Re, che ne innamorò tanto forte da ubbligare il Re su’ padre a acconsentirgli che lui la pigliassi per su’ moglie. Le nozze viensano stabilite, e la madre e la Brutta nun ebban l’ ardimento di opporsi alla volontà reale ; pure almanaccorno d’ ingannarlo a bono, in nella speranza di rinuscire. Oh ! sentite quel che feciano queste du’ sciaurate birbone. – Il giorno dello sposalizio la Caterina la calorno in un tino serrato che steva giù in cantina e co’ su’ vestiti e le su’ gioje la Brutta s’ accomidò da sposa, e la mamma gli radette la coda d’ in sulla fronte e poi gli ravvolse il capo con un velo fitto fitto ; sicchè quando il figliolo del Re viense col corteo a pigliare la Caterina, la vecchia gli disse : – “ Eccovela quei bell’ e ammannita per la cirimonia, ” – e gli presentò la Brutta. Il figliolo del Re steva lì per porgere la mano a quella strega trasficurita, concredendola che fussi propio la Caterina ; ma tutt’ a un tratto gli parse di sentire de’ rammarichii sotto terra in fondo della casa. Arrizza gli orecchi a quel lamentìo, comanda che ognuno tienga la bocca serrata e nun parli, e s’ accorge che qualcuno cantava con voce piagnolente :

– « Mau maurino!
     La Bella è nel tino,
     La Brutta è ’n carrozza
     E ’l Re se la porta. » –

Il figliolo del Re allora s’ insospettì, e volse che si cavassi ’l velo di capo alla sposa per vederla meglio, e subbito scoprì l’ inganno ; perchè alla Brutta la coda gli era di già ricresciuta un bon po’ e da tappargli gli occhi. ’Gli andiede in sulle furie il figliolo del Re, e cercata la Caterina la fece sortir fora dal tino, e sentenziò che ci barbassino in nel vero mumento la vecchia e la Brutta legate assieme, e doppo, nun contento, disse che gli fussi butto addosso una caldaja piena d’olio bollente. Figuratevi che gastigo ! Quelle du’ astiose creporno subbito allesse, e nun potiedan commetter più malestri. Il figliolo del Re poi sposò la bella Caterina, la menò al su’ palazzo, addove camporno allegri e contenti per dimolti anni.

Stretta la foglia, larga la via,
Dite la vostra ch’ i’ ho detto la mia.


Quando vo’ sarete all’ uscio di casa delle Fate, picchiate ammodo ; e se
loro dicano : – Ficca un dito in nel buco della chiave, – voi  ficcateci
dietro uno steccolo, che loro ve lo stroncheranno subbito.
 

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TESTO
Gherardo Nerucci, Sessanta novelle popolari montalesi (Circondario di Pistoia); Firenze: Successori Le Monnier, 1880. Ristampa anastatica con introduzione e note di Roberto Fedi, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1977.
Novella V, raccontata dalla Ragazza Silvia Vannucchi
, pp. 37-42.
Testo online: http://www.archive.org/stream/sessantanovelle00nerugoog#page/n53/mode/2up;
consultato il 29 ottobre 2011.

Per una nota su Gherardo Nerucci, vedi, in questo sito, La regina Marmotta.
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IMMAGINE Anne Anderson: The Seven Crows, da: Grimm's Fairy Tales, Glasgow: Collins 1922.
Fonte: http://nl.wikipedia.org/wiki/Bestand:The_Seven_Crows_-_Anne_Anderson.jpg; consultato il 14 novembre 2011.
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NOTE


Una, di molto bella insenza paragoni, si chiamava Caterina ;  quell’ altra, tutt’ all’ incontro, era brutta quanto si pole dire : la madre però voleva più bene alla brutta...




Il tema è molto diffuso, di solito si racconta di una matrigna che ama sua figlia, brutta e cattiva, e odia la figliastra, bellissima e buona. Qui al posto della matrigna è la mamma di entrambe.
Il significato dell'amore per la figlia brutta e cattiva nella quale la madre si riconosce è comprensibile osservando che la fiaba procede con la differenziazione della figlia bella dalla madre e dalla sorella brutte, e riguarda la percezione del soggetto che cresce: crescere significa separarsi dal luogo delle origini, e per farlo  di solito si percepisce  la figura materna come un ostacolo, che imprigiona. Questo cambiamento della percezione della madre da parte della figlia caratterizza di solito il processo di crescita, e lo esprime Alice Munro nel suo racconto Save the Reaper  (in: The Love of a Good Woman, London, Vintage, 1998) quando Eve, la protagonista, ricorda che le sembrava di viaggiare su un cocchio reale quando da bambina andava in macchina con la madre. Ma una volta cresciuta:

Odiava farsi portare dietro da sua madre ed essere presentata come figlia di sua madre. Mia figlia, Eve. Come suonava sontuosamente condiscendente alle sue orecchie, ed erroneamente possessiva, la voce della madre, e quanto erroneamente possessiva.  (p. 162)

La madre e la sorella, percepite ora come matrigna e sorellastra, vengono sentite come impedimento alla crescita, incapaci di sopportare la bellezza del soggetto che sboccia. La ragazza che cresce è come sconosciuta alla madre, e la sua ostilità verso la madre e l'amore che da bambina nutriva per lei è proiettata sulla madre stessa, percepita ora come una pericolosa rivale. Questo non significa che nella realtà non ci siano madri che percepiscono le figlie come rivali, ma la fiaba riguarda il soggetto che cresce, qualunque sia la sua età anagrafica, e crescere implica anzitutto una separazione violenta, violenta, dolorosa e solitaria come i riti di iniziazione all'età adulta in uso nelle culture senza scrittura.

La rivalità prende la forma del tentativo delle due cattive di rubare il regale pretendente alla bella innocente, che alla fine riuscirà a trionfare grazie all'aiuto dei gattini che recitano la loro filastrocca: creature che vivono con le fate e col loro patron Gatto Mammone, i gatti sono legati al femminile. Assolvono quindi una funzione materna positiva per la protagonista che ha proiettato tutta la sua difficoltà nella crescita sulla madre e sulla sorella antagoniste.

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Pan nero e cipolle Il significato del motivo è la volontaria sottomissione a figure materne tanto più potenti dell'attante protagonista da poterla distruggere o salvare con un solo gesto: si tratta di un passaggio che permette il riconoscimento della potena materna, senza la quale la vicenda non procederebbe verso il lieto fine. Il significato di questa sottomissione è il riconoscimento, da parte della figlia bambina o non ancora donna, della potenza materna, della donna adulta, che ha uno sposo col quale ha generato figli. Lo stesso motivo si trova nella Fabella di Apuleio, Amore e Psiche: quando la protagonista, seguendo le istruzioni della Torre - come Caterina segue quelle del vecchietto - giunge sana e salva di fronte a Proserpina, che le offre uno scranno, si siede ai suoi piedi, e rifiutando il cibo sontuoso che le viene offerto accetta solo un pezzo di pane ordinario ([N]ec offerentis hospitae sedile delicatum vel cibum beatum amplexa, sed ante pedes eius residens humilis cibario pane contenta. Amore e Psiche, 6.20, https://la.wikisource.org/wiki/Metamorphoses_%28Apuleius%29/Psyche_et_Cupido; ultimo accesso: 29/09/2018)
La sottomissione di Psiche a Venere  rappresenta il riconoscimento della distanza fra lei, mortale, e le dee immortali. Si può intendere lo fthònos theòn, la vendetta degli dei che colpisce gli esseri umani che hanno peccato di ýbris, come la conferma di un confine invalicabile fra mortali e immortali, come un analogo confine che separa età diverse, in particolare fra il generante e il generato. Vedi anche, in questo sito, La favola di Amore e Psiche.
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Mau maurino!
Il nucleo significante della fiaba è nel triplice tentativo di danneggiare e distruggere la protagonista, che si traduce in una crescita della Bella Caterina:
    
- la madre e la sorella brutta la vessano in ogni modo per imbruttirla: lei diventa sempre più bella;
- la mandano dalle fate perché la graffino irreparabilmente: lei ottiene ricchi doni e una stella in fronte;
- la chiudono in un tino per poi riempirlo di olio bollente: lei sposa il figlio del re che elimina definitivamente le rivali.

Come un sogno è comprensibile come storia intrapsichica del sognatore, così una fiaba è interpretabile come specchio di una complessa e decisiva vicenda di un singolo soggetto, dal punto di vista della sua realtà psichica, anche se i personaggi sono presentati come esterni: una vicenda che tocca le corde più intime di chi narra e di chi ascolta, senza ferire.
In questa fiaba il padre manca, non è nemmeno nominato, mentre la madre, che ha un alter ego nella sorella, brutta e cattiva come lei, non ha limiti nel vessare Caterina: la protagonista buona e bella deve sottostare alla loro volontà, come Cenerentola con la matrigna.
Quando è costretta a lasciare la casa per avventurarsi nel bosco fino alla dimora delle fate, Caterina ha paura e piange: nelle fate potrebbe incontrare nemiche anche superiori alla madre e alla sorella.
Il vissuto di una figura materna che intralcia ingiustamente la propria crescita, fino a impedirla, riguarda tutti, come la ricerca di una figura materna illimitatamente accogliente: le donne, una volta sposate e con figli, spesso vedono la prima nella suocera, la seconda nella madre. L’incontro fiabesco con fate pericolose o streghe che donano oggetti magici costringe il soggetto a confrontarsi con la sua percezione ambivalente della figura materna.
Lungo la via un vecchio male in arnese chiede qualcosa a Caterina, che si ferma e accetta di prendersi cura della sua testa che prude: passa un po’ di tempo a ‘guardargli i capelli’, ma non lo umilia, e gli dice che ha trovato oro e perle, non i più probabili pidocchi. Il vecchio è una figura paterna, che alle soglie del bosco, regno della natura e quindi della madre, le dà le istruzioni indispensabili per incontrare le fate: aiutare i gattini, chiedere il minimo quando viene offerto anche il massimo, e badare a non danneggiare la scala di accesso alle stanze delle fate. Le istruzioni del vecchio le insegnano a placare la collera materna esprimendo umiltà e capacità di portare aiuto.
Una delle scene più belle della fiaba è quella dei gattini che vanno a dire al Gatto Mammone come li ha aiutati Caterina. Fare le faccende significa prendersi cura dei corpi, pulendo la casa e preparando il suo nutrimento: non si tratta letteralmente dei lavori di casa, ma della capacità femminile di rendere e mantenere abitabile la casa, anzitutto la propria casa-corpo, dove risiede la fecondità, fisica e psichica. Prerogativa del femminile come funzione ricettiva, non passiva, è allestire e curare lo spazio dove gli esseri viventi tornano per nutrirsi, lavarsi, riposare, rigenerarsi.
La sorella brutta fallisce lo stesso percorso, sia perché non avendo paura né sofferenza sottovaluta la prova e non pensa di aver bisogno dell’aiuto di chi incontra per via, sia perché copia il movimento dell’altra, non avendo un desiderio proprio.
Caterina dopo aver incontrato le fate è bellissima e splendente: significa che è sbocciata, e la sua fioritura viene vista dal figlio del re, che la chiede in sposa. A questo punto la madre e la sorella invidiose vogliono rubarle quel che è suo, eliminandola per sempre, e il principe, il maschile, non è in grado di scoprire l’inganno chiuso nelle relazioni femminili. Ma i gattini beneficati, legati alle fate e al Mammone, cantano miagolando che la sposa che il regale pretendente sta prendendo non è quella giusta. La stessa cosa accade in Aschenputtel, la Cenerentola dei Grimm, quando le colombine avvertono il principe che sta portando con sé la sposa sbagliata.
Il Gatto Mammone ha genere maschile e ricorda nel nome la mamma, ma potrebbe rimandare anche a Mammona, nome del diavolo, o alla parola araba maimon, che significa fortunato, propizio. Nel luogo della potenza arcaica del femminile Caterina ha saputo come fare, seguendo i consigli paterni del vecchio di cui si è presa cura: i gattini che ha aiutato nelle faccende la salvano dall’olio bollente. Queste figure maschili, un vecchio pidocchioso e il Mammone col suo seguito di gatti, possono rappresentare l'aiuto che viene da un mondo diverso alla fanciulla il cui padre è assente, forse morto.
Il principe porge ascolto alla piccola voce dei gatti come Caterina aveva ascoltato il vecchietto lungo la via, e con la sua autorità dà alle rivali quel che avevano destinato a Caterina: non si tratta di una morte in senso letterale, ma dell’eliminazione definitiva delle parti invidiose e distruttive.
Nella vita quotidiana, la tenerezza che si dà e si riceve nel rapporto con un animale domestico può aiutare a superare un difficoltà: è una creatura vicina alla natura, alla madre terra, attraverso la quale ci si può prendere cura di una parte che si è ferita nella relazione con la madre, che non sappiamo medicare in altro modo.
In attesa che il dolore esca dal silenzio, e che la parte vicina alla natura madre trovi parola la voce di un micio può lenire la pena: Mau, maurino...
(
La nota interpretativa, insieme alla Bella Caterina o La novella de' Gatti, è stata pubblicata su STAMP Toscana, the news community in Tuscany, nella rubrica Fiabe toscane, di Adalinda Gasparini (7, 9, 13 e 14 novembre 2011; http://www.stamptoscana.it/articolo/rubriche/la-novella-de-gatti4). 





















 © Adalinda Gasparini
Posted 10 January 2003
Last updated: 29 September 2018