Si trovava in nella Spagna un bono e giusto Re, che lui ’gli aveva tre figlioli e di nome si chiamavano Gugliermo, Giovanni e Andreino ; il minore di tutti gli era il più caro al padre. Il Re Massimiliano accadette che per una grave malattia perse la vista degli occhi, e per via di questa disgrazia chiamorno tutti e’ medici del Regno ; ma nissuno potiede trovargli la medicina, salvo che uno de’ più vecchi gli disse : – “ Lei faccia vienire qualche indovino, che lui forse potrà indovinare da qualche parte il modo della su’ guarigione. ” – Il Re subbito con un bando comandò che gl’indovini fussano alla su’ presenzia e gli domandò, se loro sapevano indovinare la su’ malattia e qualche medicina bona per rinsanichirlo. Doppo avere istudiato i su’ libri gl’indovini tutti d’accordo gli risposano, che loro nun potevano e nun sapevano indovinarla la su’ malattia ; ’gli era una cosa troppo difficile : ma siccome assieme con gl’indovini e’ s’era introdutto di niscosto anco un vecchio Mago, quando tutti gli altri ebban detto la sua, lui viense  ’nnanzi e chiese licenzia di parlare a su’ voglia, e disse : – “ I’ so e cognosco la vostra cecità, Re Massimiliano, e la medicina per voi si trova soltanto nella città della Regina Marmotta, ed è l’acqua del su’ pozzo. ” – E a male brighe il Mago ’gli ebbe profferite queste parole, sparì e nun se ne seppe più nulla.
Tutti rimasano attoniti a questa proposta e insenza fiato. Domandò subbito il Re, chi era quel Mago ; ma nimo l’aveva ma’ visto né cognosciuto di que’ della Corte : a un indovino però gli parse che lui fosse un Mago delle parti d’Armenia, vienuto lì per qualche incantesimo dalla città in dove steva la Regina Marmotta. Dice il Re : – “ Ma quest’acqua che il Mago ha detto, ci pol’ essere o no in que’ luoghi lontani ?” – Arrisponde uno de’ più vecchi sudditi : – “ Bisogna cercarla. Insin che nun si cerca, chi ne sa nulla ? Se lei, Maestà, me lo permette, i’ m’offerisco io d’andare in que’ paesi foresti. ” – Scramò Gugliermo : – “ Questo po’ no. Se qualcuno ha da mettersi ’n questa ’ntrapresa, deccomi qua io. È troppo giusto che un figliolo pensi al su’ caro padre. ’Gli è una fatica questa che tocca a me per il primo. ” – Domanda il Re : – “ E quanto ma’ tempo ci vole per arrivarci alla città della Regina Marmotta ?” – Risposano : – “ Un tre mesi a un bel circa. ” – “ Dunque,” – disse il Re, – “ caro figlio, i’ ti benedisco. Piglia quattrini, piglia cavalli, piglia pure tutto quello che t’abbisogna, e va’ pure ’n santa pace a questa ricerca dell’acqua per guarire gli occhi mia. I’ aspetterò il tu’ ritorno a gloria. ” –
Gugliermo, fatti i su’ preparativi, se n’andiede per il su’ viaggio ; in nel porto del Regno s’imbarcò su d’una nave che partiva per l’Isola di Buda, d’indove, doppo tre ore di fermata per riposarsi, si seguitava il cammino in verso l’Armenia, e quando fu a Buda, volse Gugliermo scendere per girare in quell’isola. Deccoti, dunque, che in quel mentre che lui spasseggiava  si scontrò con una bellissima femmina di gesti amorosi e dimolto ricca di beni, e tanto si perdiede a ragionare con seco, che le tre ore passorno insenza che lui se n’accorgessi, e la nave al tempo fisso sciolse le vele e lassò Gugliermo dientro a quell’isola. Gugliermo, dapprima e n’ebbe dispiacenzia del caso successo, ma poi ’n compagnia di quella femmina lui finì con iscordassi anco del babbo ; sicchè a casa nun vedendolo più arritornare doppo i tre mesi, credettano che fusse morto addirittura.
Il Re Massimiliano steva accosì in gran dolore per aver perso Gugliermo e per nun aver possuto provare l’acqua della Regina Marmotta che doveva guarirgli gli occhi ; ma per consolarlo si profferse Giovanni di andare alla ricerca tanto del fratello che dell’acqua. Abbenechè al Re gli rincrescessi dirgli di sì per la paura che anco a Giovanni gli succedessi qualche disgrazia, da ultimo gli diede il permesso di partirsene ; sicchè Giovanni con dimolte ricchezze montò sulla medesima nave, e in poco tempo era alle viste dell’Isola di Buda. Dice : – “ Che ci si ferma qui la nave ?” – Gli arrispose il Capitano : – “ Sì, ci si ferma una mezza giornata per riposarsi. ” – Disse in tra di sé Giovanni : – “ Con dodici ore i’ sono a tempo a scendere per visitare questo paese. ” – E smontò. Girando, arriva Giovanni dientro a certi ameni giardini tutti pieni di mirti, di cipressi, d’allori e di altre vaghissime piante ; c’eran de’ laghi d’acqua chiara con pesci d’ugni colore ; più lontano, un bel villaggio con viali e strade allegre a perdita d’occhio, e ’n fondo poi una piazza maravigliosa con la su’ vasca di marmo bianco, e all’ingiro monumenti e fabbriche di tutte le sorta : ma quel che lo fece rimanere istupidito fu un maestoso palazzo di cristallo, contornato di colonne quale indorate e quale innargentate, che risplendeva propio com’un sole, e addove spasseggiava il su’ fratello Gugliermo. A male brighe que’ dua si ricognobbano, si corsano incontro per abbracciarsi, e Giovanni scramò : – “ Oh ! perché nun sie’ tornato ? No’ ti si credeva morto. ” – Dice Gugliermo : – “ I’ mi son trovo ’n quest’isola incantata e pare che i’ ci’ sia legato da nun poter più staccarmene di mi’ volontà. ” – Domanda Giovanni : – “ Ma di chi son’egli tutti questi be’ lavori che si veggono in questo logo ?” – Dice Gugliermo : – “ Quand’i’ ci viensi, i’ ci trovai una bellissima dama e cortese di questo paese, e ugni cosa ’gli è suo. ” – Domanda Giovanni : – “ E il nome della padrona ?” – Arrispose Gugliermo : – “ Il su’ proprio nome è Lugistella ; e lei ha pure con seco una ragazza vaghissima che si chiama Isabella : se ti garba lei sarà tua. ” – Insomma, con tutti questi ragionamenti de’ fratelli, le dodici ore di fermata passorno e la nave se n’andette insenza Giovanni, che nun sapendo più come fare a sortire di là, doppo un po’ di rammarichío, finì con restare assieme a Gugliermo dientro il palazzo, e anco lui nun si rammentò più di su’ padre.
Figuratevi lo sgomento del Re Massimiliano, quando passi altri tre mesi nun vedde arritornare il su’ secondo figliolo Giovanni ! Dua lui n’aveva persi, e nella Corte stiedano in gran dolore per dimolto tempo : ma finalmente si fece ardito Andreino di presentarsi a su’ padre e gli disse, che lui volentieri sarebbe andato alla ricerca de’ su’ fratelli e di quell’acqua maravigliosa per guarirlo della cecità. Scrama il Re a questa domanda : – “ Mi vo’ dunque lassare anco te ? Cieco e disgraziato com’i’ sono, ho io da restare insenza punti de’ mi’ figlioli ? Nun è possibile ch’i’ ti dia questa licenzia, perchè com’ are’ io da fare insenza nissuno di casa mia con meco ?” – Dice Andreino : – “ Ma, caro padre, s’ i’ ho questo pensieri, nun è per dibandonarvi ; anzi, la mi’ idea è di trovargli tutt’addua i fratelli spersi e di più di portarvi l’acqua che guarirà i vostr’ occhi ammalati. Nun abbiate temenza : l’ averò più giudizio di Gugliermo e di Giovanni, se a loro gli è successo qualche disgrazia per nun averne uto assai. Lassatemi andare, i’ ve ne supprico. ” – Contrastorno un bel pezzo tra padre e figliolo, ma da ultimo il Re dovette accordargli a Andreino il permesso di fare la su’ volontà ; sicchè ammannito tutto per il viaggio e con delle borse piene di quattrini Andreino montò sulla solita nave in nel porto del Regno e con un bon vento presto ’gli arrivò all’Isola di Buda
A male brighe, la nave fu ferma, domanda al Capitano Andreino : – “ Come si chiama questo logo ? ” – Dice il Capitano : – “ È l’Isola di Buda, in dove si trovano tante cose maravigliose e degne di esser viste. Se lei gradisce di scendere, s’accomidi pure, perchè no’ si riman quì du’ giorni per riposarsi. Ma badi ; nun se ne scordi d’arritornare a tempo, se lei nun vole rimanere in nell’isola com’è successo a du’ altri giovanotti dimolti mesi addietro, che nun se n’è saputo più nulla. ” – Andreino a queste parole del Capitano subbito capì che lui ’ntendeva parlare de’ su’ fratelli Gugliermo e Giovanni ; sicchè, più che mai ’nvaghito, scese dientro l’isola e principiò a girare per ugni verso, e tanto girò che viense a capo di ritrovare in quel bel palazzo di cristallo que’ dua sperduti. Com’era giusto, nello ’ncontrarsi si ricognobbano e s’abbracciorno di tutto core ; e poi Andreino volse sapere in che mo’ s’erano scordi del babbo malato e che aspettava l’acqua per guarirlo. Dice il maggiore : – “ Ma ! nun si sa. E’ si viense quì come te, e ci siem rimasti per incanto, a quel che pare, perchè nun è ora possibile che no’ potiamo dilontanarci. Qu ci si sta troppo bene ; ognuno di noi possiede una bella signora ; la mia è la padrona ; Giovanni sta con la damigella di compagnía ; si gode, ci si spassa sempre, siemo padroni anco noi di tutto ; e se te ci da’ retta, resta anco te, che una sposa cortese, vaga ed amorosa c’è bell’e ammannita, se ti garba. ” – Dice Andreino : – “ Si vede che vo’ avete perso ’l cervello, che nun v’arricordate nemmanco dell’obbligo vostro in verso il padre. A me nun me ne ’mporta nulla de’ vostri spassi. I’ son partito da casa con l’idea  di trovar l’acqua della Regina Marmotta, e nun c’è ricchezza, nè piacere, nè donne al mondo che sien capaci di smovermi da questo pensieri. Il solo mio diletto sarà di poter guarire il nostro babbo, e voi vergognatevi ! ” – I fratelli di Andreino in nel sentirlo parlare accosì si sconturborno forte e nun gli arrisposano ; bensì ingrugniti gli voltorno le stiene, e lui, innanzi che finissano i du’ giorni della fermata, ’gli era rimonto in sulla nave ; sicchè, spiegate le vele, con felice viaggio presto si ritrovò al paese dell’Armenia.
Quando fu Andreino dientro l’Armenia, per ugni parte lui domandava che gl’insegnassino addove istava la città della Regina Marmotta, ma tutti dicevano che loro nun avevan ma’ sentuto parlarne ; soltanto uno, doppo girato delle settimane, ’gl’insegnò che c’era un omo che forse lo poteva sapere. Dice : – “ Va’ lassù ’n vetta a quel monte : lì e’ ci abita un vecchio quanto ’l mondo, di nome Farfanello, e se lui nun la sa questa città che te cerchi, vole dire che nun si trova in nissun lato. ” – Dunque Andreino con gran fatica e gran ristio ripì su quell’alta montagna e ci vedde una casuccia, e subbito picchiò all’uscio e una voce domandò : – “ Chi siete ? che volete ?” – Dice Andreino : – “ I sono un giovanotto e bramerei parlare al signor Farfanello” – Gli viense aperto e fu fatto passare alla presenzia di quel vecchione, che gli disse : – “ Che brama questo giovane ?” – Arrisponde Andreino insenza peritarsi : – “ Mi ci porta qui un caso dolente. I’ ho il babbo cieco, e m’hanno assicurato che per guarirlo ’gli occorre medicarlo con l’acqua della Regina Marmotta. I’ son però vienuto da voi, perchè m’insegnate addov’è la città di questa Regina. ” – “ Eh ! caro giovane,” – scramò Farfanello, – “ i’ l’ho sentuto ricordare questo logo, ma è dimolto lontano. Prima bisogna traversare un mare grande, che ci vorrà un mese di cammino almanco ; e il cammino ’gli è pericoloso, perchè ci si scontrano strasmisurati orsi bianchi capaci d’assaltare per insino de’ grossi navigli. In ugni mo’, un bon cacciatore nun ha paura. Ma nusciti salvi dall’ugne di questi animali, il ristio vero ’gli è nell’isola della Regina Marmotta. Quest’isola è tutta ’ncantata, e ’nsenza un fermo core nun c’è omo che possa rivienirne fora vivo. Dunque, se te il core fermo l’hai, pròvati a metterci il piedi ; insennonò arritorna diviato a casa tua. Arricordati che l’isola e’ porta con seco il nome della disgrazia, perché la chiamano l’Isola del Pianto. ” –
Allegro per le notizie avute, si partì Andreino dalla presenzia di Farfanello, e andato al porto di Brindisse s’imbarcò sopra una nave, e, per nun farla tanto stucca a raccontarvi i risti che ’gli ebbe, lui in fine potiede scendere all’Isola del Pianto. ’Gli era un paese triste e disabitato ; nun ci si sentiva un rumore, e Andreino camminava ’nnanzi solo insenza scontrarsi con un’anima viva. E da prima giunse alla sponda del fiume Adige e lo traversò su d’un magnifico ponte ; di là ci steva ritta una sentinella con lo stioppo, ma ’gli era lì come una statua e nun parlava ; poi viense a una porta e nentrò dientro a una grande e bella città ; a man manca ci vedde un ciabattino che lavorava al bischetto in nell’atto di tirar lo spago, a man ritta un caffettieri che col vassojo e la chicchera serviva una donna sieduta, tutti e tre però fermi, immobili e mutoli. Corse poi Andreino per diverse strade larghe e pulite e piene di gente, quale alle finestre, quale in nelle botteghe, quale in ficura di passeggio, eppure parevano di cera, perché nun si bucicavano dal su’ posto ; il simile i cavalli, i cani e tutto insomma. Alla fine Andreino, gira di qua, gira di là, viense a capitare in una vastissima piazza con in fondo un risplendente palazzo ; d’attorno c’era una gran quantità di fabbriche e di porticati di marmo co’ ricordi de’ regnanti dell’Isola, e propio sulla facciata del palazzo ci steva un quadro di belle ficure scolpite da un famoso autore, e sopra, tramezzo a una raggiera e in lettere d’oro, ci si leggeva scritto : – A sua Signoria la Regina de’ Luminosi, che governa quest’Isola di Parimus. ” – Scrama Andreino : – “ Ma in dove sarà questa Regina ? Lei dev’esser quella che chiamano la Regina Marmotta, perché dicerto dorme sempre come tutti i su’ sudditi. ” – Insenza perder più tempo Andreino bucò in nel palazzo, e ripì su per lo scalone d’alabastro ’nsino a una sala tutta stucchi : ci vedde diverse porte e a una c’era al solito ritto un soldato in arme, ma fermo e mutolo incantato. Bramoso Andreino di cognoscere le maraviglie di quel logo, cominciò a girarlo per ugni verso, e doppo trascorsi dimolti appartamenti nentrò in un salone, che in mezzo aveva un vaso d’oro, e da questo vaso si partiva un ceppo di vite, che innalzandosi maestosamente su alla vólta la ricopriva di tralci, folti di pampini, gremi d’uve squisite di più colori e qualità e pendenti lungo quelle venerabili pareti : da un lato del salone, propio ’n vetta, per una gradinata di marmo si saliva a un ripiano, e sul ripiano una selva di colonne d’argento reggevano un baldacchino, e sotto al baldacchino ci steva il trono con tutte le reali ’nsegne ricche di pietre preziose. A tutte queste bellezze disse Andreino : – “ Bada che mai leggiadre cose son qui ! Eppure nun le gode nissuno. Oh ! s’ i’ potessi godermele io ! ” – Ma siccome dopo tanto girellío gli era venuta a Andreino la fame a dargli noja, pensò di cercare se ci fusse come cavarsela ; e difatti gli rinuscì trovare un salottino con una mensa bell’e apparecchiata con ugni sorta di bevande e di pietanze gustose e, di più, c’era sopra un tondino d’argento con quattro mela dientro. Andreino dunque mangiò e bevette allegramente e con grand’appetito, e da ultimo volse sentire anco una mela. Ma, oh Dio ! a male brighe che lui la ’ngollò perdè di repente la vista degli occhi. Scrama : – “ Oh ! poer’a me ! Che ho io a fare qui solo ’n questo deserto con questa disgrazia che mi è tocca ?” – S’alza ’n quel mentre e va al muro, e a tastoni badava ’n dove steva l’uscio per sortire all’aria aperta ; ma mette i piedi su d’una ribalta che si spalanca, e Andreino casca giù in un pozzo, la testa e tutto sotto l’acqua. Fu lesto però a rivienirsene a galla, e con su’ grande maraviglia s’accorgette d’aver ricuperato la luce. Dice : – “ Deccola l’acqua medicinale che quel Mago manifestò a mi’ padre pe’ guarirlo. Potre’ anco pigliarla subbito e andarmene. Ma oramai che è notte, sarà meglio ch’i’ alberghi ’n questo palazzo delle delizie. ” –
Dunque Andreino andette a cercarsi una cambera per dormire, e ne trovò una messa alla reale con un bel letto parato, e dientro c’era tutta ’gnuda una leggiadra e bellissima fanciulla, che pareva un angiolo casco lì dal cielo : lei però nun si mosse punto, e Andreino s’avvede subbito che doveva essere ’ncantata in nel sonno come l’altra gente della città.
Stiede lui dapprima quasimente ismemoriato nun sapendo quel che gli convienisse di fare ; ma finalmente, con un animo risoluto, si spogliò de’ su’ panni e si diacè a lato di quella fanciulla e se la godette tutta la notte, insenza che lei addimostrassi manco di averlo sentuto Andreino ; e quando poi fu giorno chiaro e che Andreino ’gli ebbe salto il letto, lui su d’un foglio ci scrisse accosì : – « Andreino, figliolo di Re Massimiliano di Spagna, ha dormito con suo gran contento in questo letto il 24 marzo dell’anno 203 ; » – e lassò il foglio sopra ’l tavolino. Doppo prendette una bottiglia dell’acqua medicinale e le tre mela avanze alla su’ cena, e sceso lo scalone d’alabastro, sortì fora con l’idea di visitare per bene quel logo maraviglioso ’nnanzi di rimbarcarsi. – Di rieto al palazzo ci vedde un amenissimo giardino e ’n fondo c’era una villa spaziosa ; vi si nentrava per una porta tutta di pietra dura e co’ serrami di bronzo a spartimenti pieni di ficure ; sotto la volta dell’àndito, con arte da ingannar gli occhi, vi si trovava un mosaico che copriva il pavimento, e poi seguivano du’ loggiati, uno per parte, su colonne di pietra forte spulita, co’ su’ capitelli d’oro e i palchi di legni odorosi e gemmati, e tra le travi eran quadri dipinti ; e ne’ loggiati da ugni lato s’aprivano du’ archi di pari ampiezza, ma di lavoro differente, con marmi e bronzi e ornati fatti da mano dotta, e da quest’archi per du’ maestose scale si montava in una sala piena zeppa di ricchezze e d’adornamenti ’nsenza numero, che troppo ci vorrebbe a descrivergli tutti. Basti sapere che nel mezzo c’era una vasca con una fonte d’acqua limpida e viva a cascate scompartite e abbondanti, e d’attorno ci stevano immobili più paggi e donzelli ’ncantati in atto di prendere il fresco ; e la vasca tutta vieniva coperta da una cupola a mo’ di padiglione e a cielo azzurro tempestato di stelle d’oro, con otto statue di marmo che la sorreggevano in alto con il braccio manco, in nel mentre che con il braccio man ritto verciavano dientro il bacino otto zampilli d’acqua da un corno ; e queste statue rappresentavano tante famose donne, compagne nel vestiario, ma diverse in nella faccia, ed erano, Lucrezia di Roma, Isabella di Ferrara, Elisabetta e Leonora di Mantova, Varisilla veronese, di bell’aspetto e di sembianze rare ; la sesta, Diana di Regno Morese e Terra Luba, la più rinomata per bellezza in Spagna, Francia, Italia, Inghilterra e Austria e più sublime per regio sangue ; poi Beatrice d’angelico viso, che vedova rimanette in Ancona per la morte del marito Antipasso ; e, finalmente, Doralice di Parigi : di più, nel lato destro della pomposa sala si vedeva ritto un cavallo di bronzo con sopra Ciprina Stella, e gli facevano guardia a due a due ben quattro cavaglieri valorosi, Muzio e Erciglio sostegni delle briglie, Tebaldo e Ercole Strozza sostegni delle staffe.
Quand’Andreino ’gli ebbe tutto disaminato, pensò che fusse l’ora d’andarsene e tornare a casa sua in Spagna ; sicchè montato sopra la nave, prima volse scendere all’Isola di Buda e sapere se c’eran sempre i su’ fratelli ; e siccome presto gli riscontrò nel medesimo logo, si mettiede con loro a chiacchierare del su’ viaggio e a raccontargli le maraviglie dell’Isola del Pianto, tutto quello che gli successe a cena e in cambera poi con la leggiadra fanciulla ; finalmente disse, che lui aveva riporto con seco le mela virtudiose per accecare e l’acqua che rendeva agli occhi la vista. I fratelli a queste notizie se gli rodeva l’astio e almanaccorno il tradimento di barattargliela l’acqua a Andreino, e dare in scambio a intendere al padre che loro l’avevan trova, e tanto feciano, che gli presan la bottiglia e gli ce ne messan dientro il baule un’altra simile di colore e di grandezza ; doppo dichiarorno, che loro pure volevan tornarsene a casa in compagnia delle spose. Dunque, tutti assieme, con bon vento, in pochi giorni furno in Spagna dal Re Massimiliano, e l’allegrezze che accaderno non le starò nemmanco a descrivere : gli abbracciari e i baci gragnolavano da tutte le parti, che parevan matti tutti quanti. Ma passata la prima furia, finalmente disse il Re : – “ Chi di voi ha uto più fortuna ?” – Gugliermo e Giovanni stiedano zitti e rispondette soltanto Andreino : – “ Caro padre, la più fortuna mi pare che l’ho uta io, perchè ho ritrovo i fratelli spersi e gli ho rimeni a casa ; son’ito dalla Regina Marmotta e i’ ho preso l’acqua per guarirvi ; e di più ho con me un altro segreto maraviglioso da farne subbito la prova. ” – Tirò ’n quel mentre fora una mela e la partì nel mezzo, e ne porgette uno spicchio a su’ madre, perchè la mangiassi ; e la Regina, a male brighe che l’ebbe ingolla, diviense cieca per l’affatto. Dice Andreino : – “ Nun vi sgomentate, chè con un po’ di quest’acqua vo’ ci rivedete lume, e anco ’l babbo riacquisterà la vista degli occhi accosì. ” – Ma fu tutto inutile ; l’acqua della bottiglia di Andreino non era quella bona, e a lui nun gli rinuscì farlo il miracolo, sicchè doppo aver tempestato un bel pezzo, la mamma piagneva, il babbo s’arrabbiava e lui era sgomento, e nun sapeva raccapezzarsi di questo caso ; i fratelli però saltorno su a un tratto e dissano : – “ Quest’accade, perchè l’acqua della Regina Marmotta s’è trova noi e no lui ; e deccola qui. ” – E avendo loro bagnato gli occhi del padre e della madre con l’acqua vera della Regina Marmotta, gli occhi a que’ du’ vecchi gli arritornorno a vederci come prima.
I’ nun starò nemmeno a raccontarlo tutto il buggianchío che nascette : Andreino gli urlava contro a’ fratelli, chiamandogli birboni e traditori ; i fratelli perfidiavano a farlo apparire per un bugiardo ; e siccome in nel leticare e per la gran rabbia lui perdette il filo delle ragioni, il Re Massimiliano imbrogliato finì con credere alle parole di Gugliermo, di Giovanni e delle su’ spose, e diede il barbaro comando che Andreino fuss’ ammazzato insenza misericordia. Chiamò dunque du’ soldati e gli disse : – “ Menate questo figliolo ’ngrato dientro la macchia e che sia morto, e per prova voglio che mi riportiate il su’ core. Pena la testa, se vo’ nun ubbidite. ” – I soldati presano ’n mezzo Andreino e lo legorno, e il misero giovanotto in quel mentre che partiva per il su’ destino, scramò : – “ Padre mio, vo’ siete ’ngannato, perchè i’ sono innocente ; ma presto vo’ averete a pentirvene della mi’ morte. ” – Dice il Re : – “ Chètati, sfacciato ! Te che avevi il core di accecare insino tu’ madre, scambio di guarir me, come prutendevi. Vattene, iniquo, e che nun ti vegga più qui. ” – Bisognò che Andreino i soldati lo tracinassin via e lo menorno in una macchia folta lontana molte miglia dalla città ; ma quando furno lì, volse lui prima d’essere ammazzato raccontargli tutta la storia del su’ viaggio a’ soldati, e finì con persuadergli, che proprio su’ padre l’aveva ingiustamente condannato a morte per tradimento degli altri fratelli. Dice : “Lassatemi la vita, e vi giuro che i’ nun ritornerò più mai al mi’ paese. ” – I soldati la cancugnavano tra la paura di perdere la testa e la brama di non verciare il sangue d’un poero innocente ; finalmente domandò uno di loro : – “ Che si fa ? ” – Arrisponde quell’altro : – “ Se lui propio c’imprumette che nun ci scopre e che va via di questo paese, è più meglio contentarlo, e insennò s’ammazza. ” – “ Sì sì, ve lo ’mprumetto con ugni spergiuro, ch’ i’ nun vi scoprirò e che me n’anderò tanto lontano, che nimo saperà mai dov’ i’ sono,” – disse Andreino ; sicchè i soldati lo slegorno, e lui se ne partì sospirando e piagnendo. Allora i soldati comprorno un majale da un contadino, e cavatogli il core, lo dettano al Re e gli fecian credere che quello ’gli era il core del su’ figliolo Andreino.
Ma ora ’gli è il tempo d’arricordarsi di quella fanciulla reale lassata da Andreino nel palazzo dell’Isola del Pianto doppo averci dormito assieme una notte insenza che lei ma’ si destassi.
Doppo nove mesi se ne veddan gli effetti, perchè lei parturì un bel bambino, e in nel parturirlo si scionnò, e con seco tutta la città e tutto quel paese riviense alla vita, rotto l’incantesimo con che per astio l’aveva lego la Fata Morgana. La leggiadra Regina a male brighe soccallati gli occhi, disse : – “ Chi pole essere stato quello che ’gli ebbe il core di vienir sin quì a godersi delle mi’ bellezze, e accosì sciogliere dal sonno ’ncantato me e tutti i cari sudditi mia ? ” – Una delle damigelle in nel sentire la domanda della Regina gli porgette il foglio trovo in sul tavolino, sicchè lei viense a cognoscere, che l’autore di tanto bene si chiamava Andreino, figliolo del Re Massimiliano di Spagna. Subbito la Regina scrisse al Re Massimiliano, che ’nsenza ’ndugio gli mandassi Andreino o insennonò gli avrebbe mosso la guerra. Il Re Massimiliano, ricevuta che lui ebbe la lettera, fece chiamare i su’ figlioli Gugliermo e Giovanni e gliela diede a leggere. Disse : – “ Qui come si rimedia ? In che mo’ questa Regina sa ch’i ho uto un figliolo per nome Andreino ? E la ragione perchè lei lo vole laggiù con seco ?” – I du’ fratelli si trovorno dimolto ’mbrogliati a rispondere ; ma poi fattosi un animo per nun essere scoperti, s’intesano accosì a accenni, e Gugliermo fu quello che parlò : – “ Ma queste son cose ’mpossibili a sapersi, se qualcuno nun va dalla Regina per ischiarirle. Signor padre, i’ anderò io, che la strada la cognosco, a sentire per quala ragione la Regina Marmotta pretende la persona d’Andreino. ” – Subbito Gugliermo con la solita nave si mettiede ’n viaggio, e questa volta gli rinuscì facile approdare alla famosa terra, perché nun c’eran più gl’incantesimi della Fata Morgana a impedirglielo. Arrivo, si presenta alla Regina e si prova a dargli a concredere che lui è Andreino, La Regina però nun volse passare da minchiona, e principia a scalzarlo con delle domande : – “ In che giorno ci vienisti qui la prima volta ? La città come la trovasti allora ? Noi addove ci si vedde ? Che ti successe ’n questo palazzo ? C’è nulla di novo ’n questa terra ?” – Gugliermo non potiede arrispondere, si perdiede di coraggio e a mala pena disse qualcosa che gli aveva racconto Andreino alla spezzata, e la Regina s’accorgette addirittura che lui voleva metterla ’n mezzo e che era un bel bugiardo ; sicchè lì in su’ du’ piedi lo fece arrestare e comandò che gli tagliassino ’l capo, e che ’l capo lo conficcassino a un arpione in sulla porta della città con questa scritta : – Così ’gli accade a chi è trovo ’n bugìa. –
La Regina Marmotta subbito doppo riscrisse daccapo al Re Massimiliano, che, se lui nun gli mandava Andreino, vieniva con tutto il su’ esercito a movergli guerra, a bruciargli ’l Regno e distruggerlo assieme con la famiglia sua e il popolo. Il Re era sgomento, e principiò allora a pentirsi d’aver comandato la morte d’Andreino. Dice a Giovanni : – “ Ma come si fa se Andreino nun c’è più ? E di Gugliermo che ne sarà egli successo ?” – Giovanni, per cavarlo dall’imbroglio, si profferse di andare anco lui al paese della Regina Marmotta a sentire la ragione delle su’ pretensioni ; ma quando lui arrivò alla porta della città e vedde penzoloni dall’arpione la testa del su’ fratello Gugliermo, nun volse saperne altro e se ne ritornò addietro più lesto del vento, e presentatosi a su’ padre con un viso stravolto, scramò : – “ Ah ! padre mio, no’ siem rovinati. Gugliermo l’hanno ammazzato e i’ ho purtroppo visto la su’ testa ’n sulla porta della città della Regina Marmotta. E s’i’ ero tanto bue di nentrarci, la medesima sorte toccava anco a me. ” – Dice ’l Re tra gli urli : – “ Morto Gugliermo ! Morto anco lui ! Ah ! dicerto ’gli era ’nnocente Andreino, e tutto questo mi succede per mi’ gastigo. Lui lo disse che sarebbe vienuto il tempo di pentirsene d’averlo fatto ammazzare, e il tempo è stato galantuomo e davvero ’gli è vienuto. Ma te scoprimelo tutto questo tradimento, parla chiaro, ch’i’ sappia almanco una volta la verità. ” – Dice Giovanni : – “ Che vole, caro padre, fu per via delle nostre donne che s’inventò quella bugia d’aver trovo noi l’acqua della guarigione : ma la verità è, che dalla Regina Marmotta no’ nun ci s’andiede e l’acqua e’ l’ebbe Andreino, e gli s’era barattata noi nell’Isola di Buda insenza che lui se n’accorgessi. ” – Scrama ’l re : – “ Birboni ! E io per causa vostra ho commesso l’ingiustizia di farlo ammazzare il mi’ Andreino. Ah ! se nun fusse morto, nun mi troverei ’n questo ’mbroglio. Presto, chiamate que’ du’ soldati, ch’i’ senta da loro se ne sanno nulla, in dove l’hanno seppellito. ” – I soldati furno chiamati alla presenzia del Re, e lui gli domandò : – “ Ma che propio vo’ l’avete ammazzato il mi’ figliolo Andreino, siccome i’ vi comandai ? Vienitemi sinceri e nun avete temenza. La su’ sepoltura in dove si trova ? ” – A questa domanda i soldati impauriti si guardorno ’n viso e nun sapevano che rispondere : loro credevano o che il Re lo sapessi che loro nun l’avevan morto Andreino, oppure che lui gli tirassi su le calze per iscoprirgli. Il Re se n’avvedde che c’era sotto qualcosa, epperò disse daccapo : – “ Gnamo, manifestate alla libbera tutto. I’ sono disposto a perdonarvi, ve lo ’mprumetto, parola di Re. ” – Allora uno de’ soldati si buttò ’n ginocchioni e gli arraccontò quel che era successo, e ’n quel mentre che lui parlava a quell’altro soldato gli tremava il bubbolino dalla paura ; ma il Re dalla grande allegrezza di sentire vivo Andreino e’ prendette per le mane que’ du’ soldati, e gli fece di gran feste per aver uto più giudizio e più compassione di lui, e subbito volse che s’attaccasseno i bandi a tutte le cantonate del Regno, e a chi poteva trovare Andreino lui gli arebbe dato un premio macicano ; e difatto ’n poco tempo Andreino ricomparse a casa da su’ padre, e tutti parevan matti dal contento.
Appunto ’n quel mentre capitò un Ambasciatore con una lettera da parte della Regina Marmotta, che badassi bene Sua Maestà di mandare dientro un mese Andreino all’Isola di Parimus, se nun voleva davvero che gli cascassi addosso la guerra ; che lei nun poteva farne con di meno d’Andreino, perché lui l’aveva sposata in nel dormire e ’gli era nato un bellissimo bambino, e per questo fatto Andreino era stato quello che aveva libberato la Regina e i su’ sudditi dall’incanto della Fata Morgana ; che tutto ’l popolo l’aspettava a gloria per godersi della su’ presenzia e per assistere alle nozze, dovendo Andreino diventare il Re di quelle parti : dunque che Sua Maestà Massimiliano non istéss’ a cancugnarla di più. All’Ambasciatore gli feciano una lieta accoglienza, e quando ugni cosa fu ammannita per il viaggio alla reale di Andreino, lui partì e in poco tempo arrivò all’Isola di Parimus. E’ nun c’era più quel silenzio dell’altra volta, ma dappertutto chiasso e canti di gloria al libberatore della terra ; quella d’Andreino fu propio un’entrata trionfale. La Regina steva quasimente sempre alla finestra per vedere la vienuta d’Andreino, e scese giù per ’ncontrarlo in sul portone del palazzo : lui la prese a braccetto e tutt’assieme anderno nella sala del trono, addove, doppo essersi la Regina sieduta alla presenzia della Corte, lei principiò a ’nterrogarlo Andreino. Dice : – “ Chi siete ?” – Arrisponde lui : – “ I’ sono Andreino, il figliolo ultimo del Re Massimiliano di Spagna. ” – Dice la Regina : – “ Che ci capitasti mai ’n quest’Isola di Parimus ? A que’ tempi ’gli era accosì ? Che ti successe ?” – Arrisponde Andreino : – “ I’ ci viensi a cercar l’acqua per guarire dal male degli occhi il babbo, ora corre l’anno, e i’ dormii con voi, vaga e cortese Regina, il 21 marzo dell’anno 203. A que’ tempi questi loghi erano incantati in nel sonno, e l’isola s’addomandava però l’Isola del Pianto. Prima di partire i’ lassai il mi’ ricordo sul tavolino della vostra cambera. ” – La Regina visto e cognosciuto che quel giovanotto ’gli era insenza dubbio il su’ Andreino, corse a abbracciarlo e baciarlo, scramando : – “ Vo’ siete il libberatore mio e del mi’ popolo, vo’ sarete il mi’ sposo per sempre e Re ! ” – E ’n quel mentre dalla gran tenerezza cascò giù svienuta : ma Andreino la reggè ’n collo e accosì non ci fu altro di male. Mandorno poi a prendere il babbo e tutta la famiglia d’Andreino, e si conclusano le solenni nozze con pompe di giostre, di desinari e di feste da ballo, che ci viensano Principi, Baroni, Cavaglieri e dame da tutte le parti del mondo, e nun si sentiedano per dimolti mesi che soni e canti di gioja e contentezza. Ognuno volse festeggiare la felice libberazione dall’incanto e lo sposalizio d’Andreino con la vaga Regina de’ Luminosi. E quando l’allegria fu finita, la gente arritornò alle su’ case e Andreino rimanette a governare l’Isola di Parimus a lato della su’ Regina per tutto il rimanente de’ giorni che camporno. E ora,

La mi’ novella è qui finita,
Dalla mi’ mente ’gli è partita :
E questo ve lo dico, ’n cortesia,
Dite la vostra, perch’i’ ho detto la mia.

Stiede lui dapprima quasimente ismemoriato nun sapendo quel che
gli convienisse di fare ; ma finalmente, con un animo risoluto...


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TESTO

Gherardo Nerucci, Sessanta novelle popolari montalesi (Circondario di Pistoia); Firenze: Successori Le Monnier, 1880. Ristampa anastatica con introduzione e note di Roberto Fedi; Milano: Biblioteca Universale Rizzoli 1977. Novella XLVI (Raccontata da Pietro Canestrino operante). Pp. 371–385.

AUTORE

Discendente da una nobile famiglia pistoiese, Gherardo Nerucci fu patriota, partecipando ai moti del 1848 (combattente a Curtatone e Montanara), e alla sollevazione contro Canapone, il Granduca Leopoldo II. Avvocato, insegnante, uomo di grande cultura, fu in contatto con i maggiori studiosi del suo tempo, ma non ebbe molti riconoscimenti ufficiali.
Fondò a Montale Pistoiese nel 1862 una Scuola Notturna Rurale Privata, e contribuì attivamente al dibattito sulla scuola pubblica, nel 1871 sposò una londinese, con la quale sarebbe vissuto fino alla morte nella sua villa di Montale.
La sua raccolta di novelle è fra le più piacevoli di quelle che nel fervore culturale di quegli anni si andavano stampando in Italia, nei dialetti di tutte le regioni, studiati da filologi e glottologi di fama europea.
Il metodo scrupoloso di studiosi che mantenevano una fedeltà assoluta al dettato popolare stava un po’ stretto al Nerucci, che dando alle stampe la sua opera si permise qualche licenza, avvertendo con un detto popolare che La novella nun è bella se sopra non ci si rappella.
Italo Calvino lo avrebbe ricordato lavorando alle sue Fiabe italiane: delle quali vengono proprio dalla novelle di Montale:

 In tutto questo mi facevo forte del proverbio toscano caro al Nerucci, “La novella nun è bella se sopra non ci si rappella”, la novella vale per quel che su essa tesse e ritesse ogni volta chi la racconta, per quel tanto di nuovo che si aggiunge passando di bocca in bocca. (Fiabe Italiane [1956], Introduzione; edizioni varie)

 Il lavoro appassionato con cui si dedicò alla raccolta delle fiabe montalesi potrebbe averlo aiutato a sopportare la morte dei due figli, ancora bambini. Non di rado la vita dei narratori di fiabe è segnata da un lutto irreparabile: le fiabe possono anche sospendere un dolore, e far scorrere un tempo altrimenti irrigidito.
 Vedi anche: http://it.wikipedia.org/wiki/Gherardo_Nerucci, con una foto malinconica di Nerucci da vecchio.
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IMMAGINE Errol Le Vain, riferimenti e fonte al momento non reperibili.

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NOTA


E quando l’allegria fu finita...


Motivo comune in tante fiabe popolari, quello del re che per scegliere il successore impone una prova ai tre figli, e quando il più piccolo la supera viene ingannato dai fratelli che lo calunniano, fino a che, con l’aiuto della futura sposa, la verità si fa strada fino a portare al lieto fine.
Qui la cecità del re padre, che non sa riconoscere chi fra i suoi figli meriti di succedergli, è espressa all’inizio, e solo chi sappia risanare questo male regnerà felice e contento. Pensando alla fiaba come allo specchio della realtà psichica di un singolo soggetto, i due fratelli maggiori rappresentano due tentativi, fallimentari, di ottenere una sposa dimenticando il compito di sanare il padre. Un padre cieco impedisce di realizzare il proprio desiderio, e fargli recuperare la vista significa prendersi cura della funzione paterna: significa distinguere fra realtà e illusione, fra verità e menzogna. Alla cecità del padre corrisponde il sonno della futura sposa, una bella addormentata che in questa storia popolare (raccontata più di due secoli or sono a Gherardo Nerucci “da Pietro Canestrino operante”) non si sveglia né con un bacio né con un’intera notte d’amore, ma al momento del parto. Il detto toscano dormire come una marmotta non deve essere estraneo al nome e al sonno letargico del personaggio. Si trova qui una bellissima metafora del femminile, che a dispetto del senso comune può sbocciare in qualunque momento, e può anche non sbocciare affatto, anche se la donna si sposa o vive relazioni con molti uomini. La principessa di una fiaba del Seicento era peggio della Marmotta, non essendosi svegliata nemmeno al momento del parto, ma solo quando uno dei suoi gemelli, cercando il capezzolo, le aveva succhiato il dito facendone uscire la resta di lino che aveva causato il suo sonno, come il fuso pungente della più celebre bella addormentata (Per il sonno simile alla morte, vedi Sole, Luna e Talia e altre fiabe col tema de La bella addormentata).
L’andamento complesso della fiaba corrisponde alla complessità del lavoro necessario al soggetto per arrivare all’autonomia – rappresentata dal regno – e all’eterosessualità esogamica – le nozze: Andreino deve prendersi cura della debolezza della figura paterna, rappresentata dalla cecità, della distruttività rappresentata dai fratelli invidiosi, e della passività della parte  femminile. Il momento in cui lascia sul tavolino della bella Regina dormiente il suo nome e la data della notte che ha passato con lei esprime la sua nobiltà, la sua capacità di onorare la legge, e sarà grazie a questo biglietto che si salverà, quando la regina, finalmente sveglia, lo manderà a cercare.
Spesso ci lamentiamo perché non troviamo giusto che tocchi a noi soffrire e faticare per tanti anni, come quelli di un’analisi, per gli errori e i difetti del padre, della madre, di entrambi. Ma il tempo per recriminare, che spesso dura anni e decenni, non cambia la situazione: la nostra origine è quella che è, non è dipesa né dipende da noi. Possiamo però usare il nostro tempo e le nostre risorse, se lo vogliamo, per cercare di essere migliori, chiedendo indicazioni per procedere dove altri si sono fermati, attraversando la sofferenza e l’oscurità come parte del cammino, e ammirando la bellezza e godendone dove ci si offre.
Gli attanti fiabeschi non recriminano mai: se devono partire partono, anche se non sanno come fare ad arrivare, perché riconoscono che lo spazio e il tempo del racconto è il loro, che qualunque ragione, fuori dal racconto, li abbia portati a quel punto, tocca a loro cercare un rimedio.
Nel viaggio poi non manca lo spazio per il desiderio: Andreino prende la bella addormentata senza chiederle il permesso, però le dà la possibilità di ritrovarlo. Alla fine sarà il re dell’isola meravigliosa che ha riportato alla vita, un po’ per caso un po’ per la sua virtù. Non sono sempre presenti questi due fattori quando un desiderio si realizza?
Capita anche, come in questa fiaba, di non tornare all’origine, dopo aver sanato la malattia del padre si può fare il proprio nido, o, come dicono le fiabe, trovare il proprio regno,  altrove, e vivere... felici e contenti?
Capita, magari per un istante solo, quello in cui le nostre corde sono state toccate dalla fiaba, tanto semplice e complessa che un libro intero non ne esaurirebbe il senso. Queste poche righe vorrebbero riflettere sul suo valore, e sulla ragione per la quale un bambino dimentica la televisione, se il genitore o il nonno gli racconta una fiaba che ama.
Italo Calvino considerava le “Sessanta novelline popolari montalesi” una delle nostre più belle raccolte di fiabe, e descriveva questa fiaba, che rinarrò nelle sue “Fiabe italiane” come “...il più ariostesco racconto che sia stato trascritto da bocca di popolano, figliato da non so qual sottoprodotto dell’epica cinquecentesca, non nella trama, che nelle sue grandi linee è quella di una fiaba assai diffusa, e neppure nella fantastica geografia che era pure nei cantari cavallereschi, ma nel modo di raccontare, di creare il ‘meraviglioso’ attraverso la dovizia di descrizioni di giardini e palazzi...” (“Fiabe italiane”, Introduzione, edizioni varie).
Frequentando le storie popolari e colte toscane, narrate e scritte e variate ininterrottamente dal sorgere della lingua italiana all’affermarsi della televisione, si può ammirare la ricchezza dei registri espressivi, più sontuosa di quella del palazzo della Regina Marmotta, l’inesauribile competenza metamorfica delle leggende e delle favole, più avventurosa dei viaggi di Andreino, dove sembrano vivere via via, con vesti vecchie e nuove, personaggi danteschi, boccacceschi, ariosteschi, orientali, arabi, contadini e re e mercanti, e diavoli e santi e divinità classiche.
E loro sembrano letteralmente felici e contenti che li ritroviamo, ogni volta che si riracconta e si riascolta un’antica fiaba, come marionette di una scatola dimenticata delle quali si rinnovano i piccoli abiti per tornare a muoverne i fili.
Basta guardarli e lasciarci guidare dal sentimento che attivano in noi, sospendendo per il nostro spirito critico appena un poco, come sanno fare i bambini: ogni notte lo sospendiamo completamente, addormentandoci, per ritrovarlo intatto al mattino.

Proprio per migliorare la nostra lucidità critica abbiamo bisogno di sospenderla, di lasciarla riposare: di lasciarla vagare con Andreino che rischia di diventare lui stesso cieco come il padre, tra il re di Spagna e la Regina Marmotta, che prima dormiva stregata sull’Isola del Pianto, per chiamarsi alla fine Regina de’ Luminosi.

Le notizie su Gherardo Nerucci e la presente nota, insieme alla fiaba de La regina Marmotta, sono state pubblicate su STAMP Toscana, the news community in Tuscany, nella rubrica Fiabe toscane, di Adalinda Gasparini (19, 22, 24, 26, 28 e 30 novembre, 2, 4, e 6 dicembre 2011; http://www.stamptoscana.it/articolo/rubriche/la-regina-marmotta).






 © Adalinda Gasparini
Online dal 10 gennaio 2004
Ultimo aggiornamento: 29 settembre 2018