C'erano una volta un re e una regina che avevano tre figlie bellissime, ma la bellezza della più piccola era tale che le parole umane non bastavano a descriverla. La sua fama era universale, e tanti venivano a vederla, sia dalla sua città che da altre regioni, tanto che si cominciò a credere che fosse la stessa dea Venere finalmente discesa fra gli uomini. Alla fanciulla venivano offerti doni e le si rivolgevano preghiere come se fosse la dea dell'amore, mentre i templi di Venere rimanevano deserti. La dea allora montò su tutte le furie, e chiamò suo figlio:

Et vocat confestim puerum suum pinnatum illum et satis temerarium, qui malis suis moribus contempta disciplina publica, flammis et sagittis armatus, per alienas domos nocte discurrens et omnium matrimonia corrumpens impune committit tanta flagitia et nihil prorsus boni facit. hunc, quanquam genuina licentia procacem, verbis quoque insuper stimulat et perducit ad illam civitatem et Psychen--hoc enim nomine puella nuncupabatur--coram ostendit et tota illa perlata de formonsitatis aemulatione fabula gemens ac fremens indignatione: 'per ego te,' inquit, 'maternae caritatis foedera deprecor, per tuae sagittae dulcia vulnera, per flammae istius mellitas uredines, vindictam tuae parenti, sed plenam tribue et in pulchritudinem contumacem severiter vindica idque unum et pro omnibus unicum volens effice: virgo ista amore fraglantissimo teneatur hominis extremi, quem et dignitatis et patrimonii simul et incolumitatis ipsius Fortuna damnavit, tamque infirmi ut per totum orbem non inveniat miseriae suae comparem.'
Sic effata et osculis hiantibus filium diu ac pressule saviata proximas oras reflui litoris petit plantisque roseis vibrantium fluctuum summo rore calcato ecce iam profundi maris sudo resedit vertice, et ipsum quod incipit velle en statim, quasi pridem praeceperit, non moratur marinum obsequium...
(IV 30-31)   



Chiama subito il suo alato e alquanto temerario figliuolo, quello che, disprezzando coi suoi cattivi costumi la pubblica disciplina, armato di fiaccole e saette, va di notte qua e là per le case altrui corrompendo le mogli di tutti, e compie impunemente tante azioni vergognose, e insomma non fa nulla di buono. E costui, già insolente e sfrenato per natura, ella conduce a quella città, e gli mostra Psiche, come si chiamava quella fanciulla, e raccontandogli per filo e per segno il fatto di quella bellezza rivale, gemendo e fremendo di indignazione gli dice: Io ti prego, per il vincolo del materno affetto, per le ferite di miele della tua freccia, per le dolci ustioni di questa fiamma, concedi a tua madre la vendetta, ma fa' che sia completa, e punisci duramente quell'arrogante bellezza, fa' solo questo e portalo a compimento: sia presa questa vergine da un amore ardentissimo per l'ultimo degli uomini, quello che la Fortuna abbia colpito più duramente nella dignità, nei beni e anche nella salute, ponendolo così in basso che nel mondo non si trovi una miseria paragonabile alla sua".
Dopo queste parole e dopo molti baci ardenti al figlio che teneva stretto al suo seno, si avviò verso i vicini lidi, dove il mare rifluisce con le onde, e sfiorando con i piedi di rose le creste spumose dei flutti vibranti, si fermò sulla calma superficie del mare, e il mare non tardò a renderle omaggio, a un suo cenno, come lei voleva, come se da sempre fosse stato ordinato... (pp. 75-76)

Intanto Psiche era ammirata e venerata, ma la sua bellezza era tanto al di sopra di quella di ogni altra fanciulla umana che nessuno osava chiederla in sposa. Mentre le sue sorelle maggiori avevano già lasciato la casa per diventare regine, lei intristiva e finiva con l'odiare la sua mirabile bellezza. Quando vide che si ammalava per questo, il re suo padre consultò l'oracolo di Efeso, che gli diede questo responso:

'Montis in excelsi scopulo, rex, siste puellam
ornatam mundo funerei thalami.
nec speres generum mortali stirpe creatum,
sed saevum atque ferum vipereumque malum,
quod pinnis volitans super aethera cuncta fatigat
flammaque et ferro singula debilitat,
quod tremit ipse Iovis, quo numina terrificantur
fluminaque horrescunt et Stygiae tenebrae.'
(IV 33)


"Sulla rupe di un alto monte, o re, poni la fanciulla,
ornata con l'abbigliamento del letto di morte.
Non isperare un genero nato da stirpe mortale,
ma un crudele, feroce e viperino male

che con l'ali volando sopra l'etere, tormenta,
e ferisce ogni cosa con la fiamma e col ferro.
Per lui trema lo stesso Giove, da lui sono i numi atterriti,
ne hanno orrore i fiumi e le tenebre stigie."
(P. 76)

Si organizzarono quindi per lei le nozze con il terribile sposo, e i suoi reali genitori con gli abitanti della città in lutto l'accompagnarono al luogo dove avrebbe incontrato quell'essere feroce.
Psiche consolava  i genitori, dicendosi pronta ad affrontare il suo destino, che era scritto dallo stesso momento in cui per la sua bellezza l'avevano chiamata col nome della dea, Venere. Giunta sull'alta rupe indicata dall'oracolo, e rimasta sola, si mise a piangere. Ma ecco che uno Zefiro la sollevò e la portò in volo fino a una valle segreta e l'adagiò su un morbido prato, dove Psiche si assopì. Quando si risvegliò da quel sonno ristoratore:

Videt lucum proceris et vastis arboribus consitum, videt fontem vitreo latice perlucidum medio luci meditullio. prope fontis adlapsum domus regia est, aedificata non humanis manibus sed divinis artibus. iam scies ab introitu primo dei cuiuspiam luculentum et amoenum videre te diversorium. nam summa laquearia citro et ebore curiose cavata subeunt aureae columnae, parietes omnes argenteo caelamine conteguntur bestiis et id genus pecudibus occurrentibus ob os introeuntium mirus prorsum homo, immo semideus vel certe deus qui magnae artis suptilitate tantum efferavit argentum. Enim vero pavimenta ipsa lapide pretioso caesim deminuto in varia picturae genera discriminantur: vehementer, iterum ac saepius beatos illos, qui super gemmas et monilia calcant. iam ceterae partes longe lateque dispositae domus sine pretio pretiosae totique parietes solidati massis aureis splendore proprio coruscant, ut diem suum sibi domus faciat licet sole nolente: sic cubicula, sic porticus, sic ipsae balneae fulgurant. nec setius opes ceterae maiestati domus respondent, ut equidem illud recte videatur ad conversationem humanam magno Iovi fabricatum caeleste palatium.
Invitata Psyche talium locorum oblectatione propius accessit et paulo fidentior intra limen sese facit; mox prolectante studio pulcherrimae visionis rimatur singula et altrinsecus aedium horrea sublimi fabrica perfecta magnisque congesta gazis conspicit. Nec est quicquam quod ibi non est. sed praeter ceteram tantarum divitiarum admirationem hoc erat praecipue mirificum, quod nullo vinculo, nullo claustro, nullo custode totius orbis thensaurus ille muniebatur. (IV 35 - V 2)


Scorge un bosco fitto di alberi alti e grandi, vede un fonte trasparente di acqua cristallina, e nel mezzo del bosco, presso il fonte, scorge una reggia edificata da mani umane ma con arti divine. Già fin dall'entrata capiresti che si tratta dell'abitazione splendida e lieta di qualche dio. Colonne d'oro sostengono gli alti soffitti di cedro e d'avorio finemente lavorati; e tutte le pareti sono ricoperte da bassorilievi d'argento con bestie d'ogni genere e animali in atto d'accorrere verso chi entra. Certo un uomo meraviglioso, anzi un semidio, se non addirittura un dio, dovette scolpire nell'argento animali come quelli, con la finezza della grande arte. Anche i pavimenti di prezioso marmo  lavorato si distinguono per pitture di varie guise. Somma e sempre nuova gioia di coloro che camminano su tali gemme e monili! Le altre parti della casa incalcolabilmente preziosa, disposte per lungo e per largo, hanno pareti d'oro massiccio, rilucono e lampeggiano del loro splendore perché la casa faccia essa stessa giorno anche quando non voglia il sole: allo stesso modo stanze, portici, e perfino i battenti delle porte sfolgorano. Tutti gli altri oggetti corrispondono allo splendore della casa, tanto che davvero sembra che quel palazzo celeste sia stato costruito dal grande Giove per i suoi incontri con le creature mortali.
Psiche, allettata dalla delizia di un un tale luogo, si avvicinò, e fatta più sicura oltrepassò la soglia: non sapeva dove metter gli occhi guardando or una cosa ora l'altra, quando scorge in altra parte della casa granai costruiti con arte mirabile e pieni zeppi di grandi tesori. Non vi è nulla che qui non si trovi. Ma la cosa più maravigliosa fra tante ricchezze, questa era davvero straordinaria: che da nessuna catena, nessuna porta, nessun guardiano quel forziere di tutto il mondo era custodito. (Pp. 77-78)

Delle voci senza corpo le dicono allora che  tutto ciò che vede è suo, e che sarà servita e colmata di doni. Dopo un piacevole bagno e una sontuosa cena Psiche gode di musiche celestiali, e poi va a coricarsi. A notte fonda sente una voce soave:

Tunc virginitati suae pro tanta solitudine metuens et pavet et horrescit et quovis malo plus timet quod ignorat. iamque aderat ignobilis maritus et torum inscenderat et uxorem sibi Psychen fecerat et ante lucis exortum propere discesserat.  (V 4)


Allora, temendo in tanta solitudine per la sua verginità, si impaurisce e inorridisce, e tanto più teme ogni altro male perché non sa. Ed ecco che già le si accosta l'invisibile marito, sale sul letto, ha già fatto di Psiche sua moglie; e levatosi prima di giorno se ne va. (P. 82)

Psiche vive da quel giorno nel palazzo meraviglioso, amata notte dopo notte dall'invisibile sposo. I suoi genitori si sono chiusi nel lutto dopo averla perduta, e le sorelle sono andate a confortarli.
Amore allora dice a Psiche che presto avrebbe corso un grave pericolo perché le sue sorelle sarebbero venute a piangerla alla rupe dove era stata abbandonata: se voleva evitare un grave dolore a lui e una terribile disgrazia a se stessa, non doveva rispondere ai loro richiami. Lei promise, ma durante il giorno non fece che piangere per la sua solitudine, e continuò durante la visita notturna dello sposo, anche durante l'amplesso. Allora lui le disse che avrebbe potuto vedere le sorelle, e donarle ciò che voleva dal palazzo: non doveva però ascoltarle quando avrebbero cercato di convincerla a vedere lui, il suo sposo: se lo avesse fatto lo avrebbe perduto per sempre. Psiche gli disse allora che avrebbe preferito morire piuttosto che perderlo, chiunque egli fosse, e che non avrebbe voluto cambiarlo nemmeno con lo stesso Cupido, dio d'amore: poteva quindi farle arrivare le sorelle con lo stesso Zefiro gentile che aveva portato lei?
Così fu fatto, e Psiche mostrò le ricchezze  del suo palazzo
alle sorelle stupefatte, che sentirono le voci dei servitori invisibili, godettero degli splendidi bagni tempestati di gemme, e della tavola sontuosa. Quando le rimandò a casa con lo stesso vento leggero le colmò di gioielli bellissimi e preziosi, mentre loro erano già prese dall'invidia.
Lo sposo sconosciuto la avvertì che avrebbero cercato di farle perdere tutto ciò che aveva, e le disse che il bambino che portava in seno sarebbe stato immortale se non avesse infranto il segreto, mortale se lo avesse tradito.
Passato qualche tempo le sorelle tornarono alla rupe, e quando il solito venticello le riportò nel palazzo di Psiche cominciarono a dirle che avevano motivo di credere che lo sposo misterioso fosse un enorme serpente che la curava e la nutriva per mangiarla insieme al bambino che sarebbe nato. Lei allora chiese loro che le suggerissero un modo per vedere lo sposo senza che se ne accorgesse e quelle le consigliarono di armarsi di un coltello e, quando l'essere misterioso fosse stato addormentato, di avvicinarsi lentamente senza far rumore con una lucerna, pronta a tagliargli la testa. Poi se ne tornarono dai loro mariti, e Psiche, pur esitando, mise in atto il piano ordito dalle sorelle invidiose. Quando lo sposo, dopo l'amplesso, giaceva profondamente addormentato, Psiche si fece forza e decise di agire:

Sed cum primum luminis oblatione tori secreta claruerunt, videt omnium ferarum mitissimam dulcissimamque bestiam, ipsum illum Cupidinem formonsum deum formonse cubantem, cuius aspectu lucernae quoque lumen hilaratum increbruit et acuminis sacrilegi novaculam paenitebat. At vero Psyche tanto aspectu deterrita et impos animi, marcido pallore defecta tremensque desedit in imos poplites et ferrum quaerit abscondere, sed in suo pectore; quod profecto fecisset, nisi ferrum timore tanti flagitii manibus temerariis delapsum evolasset. iamque lassa, salute defecta, dum saepius divini vultus intuetur pulchritudinem, recreatur animi. videt capitis aurei genialem caesariem ambrosia temulentam, cervices lacteas genasque purpureas pererrantes crinium globos decoriter impeditos, alios antependulos, alios retropendulos, quorum splendore nimio fulgurante iam et ipsum lumen lucernae vacillabat; per umeros volatilis dei pinnae roscidae micanti flore candicant et quamvis alis quiescentibus extimae plumulae tenellae ac delicatae tremule resultantes inquieta lasciviunt; ceterum corpus glabellum atque luculentum et quale peperisse Venerem non paeniteret. Ante lectuli pedes iacebat arcus et pharetra et sagittae, magni dei propitia tela.  (V 4)


Ma non appena, all'apparire del lume, sono diventati manifesti i segreti del talamo, scorge la più mite di tutte le fiere, la belva più dolce, Cupido in persona, il bellissimo dio soavemente addormentato, al cui apparire anche il lume della lucerna rallegrato diede una fiammata e si vergognò della lama sacrilega. Allora Psiche, naturalmente atterrita da una visione così bella, non fu più padrona di sé: tremante, smarrita e pallida come morta, cadde in ginocchio mentre tentava di nascondere il ferro che avrebbe voluto conficcare nel cuore, ma nel suo. E lo avrebbe fatto se il ferro, come spaventato da un delitto così grande, scivolandole dalle mani temerarie non fosse caduto per terra. Stanca, perduta, si sente rinascere a guardare assorta quel volto divino. Vede la leggiadra chioma della testa d'oro, madida di ambrosia, il collo bianco come il latte e le guance purpuree graziosamente incorniciate dalle ciocche dei capelli sciolti, sparsi sul petto e sulle spalle, e sfolgoranti al punto che perfino il lume della lucerna vacillava. Sulle spalle del dio alato ali rugiadose biancheggiano di sfavillante splendore e per quanto le ali siano ferme, alle estremità tremolano e palpitano minuscole piume sempre vibranti. Il resto del corpo era così liscio e bello, che Venere non poteva pentirsi di averlo partorito. Ai piedi del letto erano posati l'arco, la faretra e le saette, armi benefiche del grande dio. (P. 92)

Curiosa Psiche volle toccare quelle armi, e pungendosi si innamorò di Amore, e gli mandava baci senza sfiorare la sua pelle, per non svegliarlo. In quel momento la fiamma della lucerna, accesa d'amore essa stessa fece uscire una goccia del suo olio che cadde sulla spalla destra del dio. Amore si svegliò per la bruciatura e immediatamente si alzò in volo. Psiche afferrò con tutte e due le mani una gamba di Amore e volò appesa a lui fra le nuvole, fino a che troppo stanca lasciò la presa lasciandosi cadere. Allora Amore posandosi su un cipresso vicino le disse che per salvarla da un matrimonio abietto lui aveva disobbedito alla sua madre divina, e poi, essendosi punto con una delle sue frecce, si era innamorato e aveva deciso di sposare Psiche portandola nel suo palazzo. E lei voleva ucciderlo credendolo un serpente, preferendo prestar fede alle sue sorelle invidiose invece che a lui, che pure l'aveva avvertita. A quel punto, dicendole che l'avrebbe punita lasciandola sola, Amore si levò in volo e scomparve.
Psiche non voleva altro che morire e si buttò in un fiume, che però, pensando che quella era la sposa del dio capace di incendiare anche le sue acque, la depose dolcemente sulla riva. Là vicino si trovava il dio Pan che, riconoscendo dal suo pallore che era malata d'amore, le consigliò di pregare il dio alato e di blandirlo con molte lodi, per propiziarselo. Psiche gli fece capire che accettava il suo consiglio e si mise in cammino, e dopo un certo tempo giunse alla città dove regnava lo sposo di una delle sue sorelle. Recatasi da lei le raccontò cosa le era successo seguendo il suo consiglio, ma fingendo di riferire le parole del dio alato disse che aveva manifestato l'intenzione di sposare invece di lei una delle sue sorelle. La sorella corse allora alla rupe chiamando Zefro perché la portasse al palazzo meraviglioso, ma correndo sulle rocce finì col precipitare e morì. La stessa cosa accadde con l'altra sorella, che fu così punita.
Amore intanto si era rifugiato nella dimora di Venere, e giaceva nel suo letto lamentandosi per la bruciatura. Quando Venere seppe cos'era successo, corse dal figlio e gli disse che unendosi a Psiche aveva disobbedito a lei, sua madre, che aveva mancato di rispetto per la sua divina bellezza, credendo che per lui fosse tempo di generare figli perché, evidentemente, considerava lei, Venere, ormai vecchia. E allora lei avrebbe concepito un figlio migliore e più degno di lui, al quale avrebbe dato le sue ali, e la faretra e le frecce di cui lui aveva fatto un così cattivo uso. Del resto, continuò, Amore era stato sempre impertinente, visto che non aveva esitato a ferire sua madre e lo stesso Giove, mettendo in ridicolo entrambi. Intanto gli avrebbe reso acide e amare le nozze con la sua rivale mortale, e per questo decise di andare a chiedere aiuto alla dea Temperanza, anche se era sempre stata una sua nemica, perché castigasse quel buffone di suo figlio, tagliandogli le piume e rasandogli la chioma dorata.
Giunone e Cerere cercarono inutilmente di calmarla, ma ottennero solo che chiedesse loro  di aiutarla a trovare quella Psiche.
Intanto Psiche cercando lo sposo era arrivata alla dimora di Cerere che le disse come Venere la cercasse per ucciderla; Psiche si gettò ai suoi piedi:

'Per ego te frugiferam tuam dexteram istam deprecor, per laetificas messium caerimonias, per tacita secreta cistarum et per famulorum tuorum draconum pinnata curricula et glebae Siculae sulcamina et currum rapacem et terram tenacem et inluminarum Proserpinae nuptiarum demeacula et luminosarum filiae inventionum remeacula et cetera, quae silentio tegit Eleusinis Atticae sacrarium, miserandae Psyches animae, supplicis tuae, subsiste. inter istam spicarum congeriem patere vel pauculos dies delitescam, quoad deae tantae saeviens ira spatio temporis mitigetur vel certe meae vires diutino labore fessae quietis intervallo leniantur.'  (VI 2)      
"Per questa tua fruttifera mano, io ti supplico, per le liete cerimonie delle messi, per i taciti misteri delle ceste, per gli alati carri dei tuoi dragoni schiavi, per i solchi della terra sicula, per i tuoi indomabili cavalli e la terra tenace, per le vie profonde delle nozze illuni di Proserpina, per il ritorno della figlia e il suo rinvenimento luminoso, per tutte le cose che nel silenzio nasconde il sacrario di Eleusi attica, porgi aiuto alla povera anima di Psiche che ti sta supplicando. Fa' che io mi nasconda per pochi giorni fra cumuli di spighe fino a che l'ira terribile di una dea così grande si mitighi col tempo, o che almeno le mie forze stanche di tanta fatica si ristorino con un intervallo di quiete". (Pp. 101-102)

Ma Cerere, temendo l'ira di Venere, la respinse, e Psiche si rimise in cammino e giunse da Giunone, alla quale chiese aiuto in nome della protezione che soleva accordare alle unioni matrimoniali e alle donne incinte. Nemmeno Giunone volle, aiutarla, per non incorrere nella collera di Venere, e Psiche decise allora di smettere la sua fuga impossibile dalla collera della suocera divina, e di recarsi proprio da lei, anche se pensava di trovare così la propria morte.
Intanto Venere aveva chiesto e ottenuto da Giove l'aiuto del divino messaggero, Mercurio, al quale fece diffondere questo bando:

'Si quis a fuga retrahere vel occultam demonstrare poterit fugitivam regis filiam, Veneris ancillam, nomine Psychen, conveniat retro metas Murtias Mercurium praedicatorem, accepturus indicinae nomine ab ipsa Venere septem savia suavia et unum blandientis adpulsu linguae longe mellitum.' (VI 8)      
'Se qualcuno riesce a prendere oppure a indicare dove è nascosta una figlia di re vagabonda, ancella di Venere, che ha nome Psiche, si abbocchi con Mercurio banditore dietro le mete di Murcie, e riceverà, come premo per la denuncia, da Venere in persona sette soavi baci, e uno molto più dolce con una gustosa intromissione della lingua'. (P. 104)

Psiche allora si presentò alle porte della dimora di Venere, dove l'accolse una delle sue ancelle, Consuetudine, che, gridandole che troppo tardi aveva capito chi era la sua padrona, e che avrebbe pagato cara la sua arroganza, la trascinò per i capelli in presenza della dea. Ridendo beffarda Venere le chiese se era venuta finalmente a portarle i suoi omaggi o a cercare Amore che era in pericolo a causa sua, e senza aspettare la risposta la consegnò ad altre due delle sue ancelle, Ansia e Tristezza, perché la torturassero. Quando Psiche flagellata e piagata tornò al cospetto di Venere, la dea disse che non si sarebbe certo fatta impietosire da lei per il nipote che portava in grembo, visto che non aveva nessuna voglia, giovane e bella com'era, di essere chiamata nonna. E poi, continuò, i matrimoni fra persone di condizione diversa, avvenuti per giunta senza testimoni e senza il consenso paterno, erano illegittimi: suo figlio sarebbe quindi stato un bastardo, ammesso che lei le consentisse di portare a termine la gravidanza. E non contenta la percosse e le strappò le vesti.

Et accepto frumento et hordeo et milio et papavere et cicere et lente et faba commixtisque acervatim confusis in unum grumulum sic ad illam: 'videris enim mihi tam deformis ancilla nullo alio sed tantum sedulo ministerio amatores tuos promereri: iam ergo et ipsa frugem tuam periclitabor. discerne seminum istorum passivam congeriem singulisque granis rite dispositis atque seiugatis ante istam vesperam opus expeditum approbato mihi.'
Sic assignato tantorum seminum cumulo ipsa cenae nuptiali concessit. nec Psyche manus admolitur inconditae illi et inextricabili moli, sed immanitate praecepti consternata silens obstupescit. tunc formicula illa parvula atque ruricola, certa difficultatis tantae laborisque, miserta contubernalis magni dei socrusque saevitiam execrata, discurrens naviter convocat corrogatque cunctam formicarum accolarum classem: 'Miseremini, terrae omniparentis agiles alumnae, miseremini et Amoris uxori, puellae lepidae, periclitanti prompta velocitate succurrite.' Ruunt aliae superque aliae sepedum populorum undae summoque studio singulae granatim totum digerunt acervum separatimque distributis dissitisque generibus e conspectu perniciter abeunt.
.(VI 10)
           
Poi, preso del frumento, dell'orzo, del miglio, e papaveri e ceci e lenticchie e fave, li mescola insieme e li confonde in un sol mucchio e poi le dice: "Tu mi sembri una serva tanto brutta che in nessun modo potrai meritare che qualcuno ti tenga se non per la diligenza del servizio. Perciò proverò io la tua capacità. Separa in tanti mucchi tutti questi semi, disponili per ordine e separa questi grani uno per uno. Prima di sera l'opera dev'essere terminata 
Assegnatole tutto quel mucchio di semi si recò a una cena nuziale.
Ma Psiche non istende neppure la mano a quella mole confusa e inestricabile, e resta attonita in silenzio, sbigottita dalla enormità del compito. Allora la formica, la piccola abitatice dei campi, lei che sapeva quanto era grande e difficile quella fatica, ebbe pietà della compagnadel gran dio, e in odio allacrudeltà dellasuocera si mise a correre premurosamente di qua e di làconvocando e radunando la famiglia tutta delle formiche del vicinato: "O alunne celeri della terra madre di tutto, abbiate pietà della sposa di Amore, di una leggiadra fanciulla, e portate soccorso leste e veloci a lei che si trova in pericolo".
Si precipitano le une sulle le altre, onde di fitte moltitudini, e con grandissimo zelo, una ad una, grano per grano spartiscono tutto il cumulo e divisi e distribuiti i vari generi, scompaiono celermente dalla vista. (Pp. 105-106)



Quando Venere vide il lavoro fatto, ne attribuì il merito al figlio, che giaceva chiuso in un'altra stanza della casa, e le impose un'altra prova: avrebbe dovuto andare a prendere un fiocco di lana d'oro delle pecore meravigliose al pascolo in riva a un fiume che scorreva in fondo a un dirupo. Psiche si mise in cammino, non perché pensasse di soddisfare la richiesta di Venere, ma per morire precipitandosi dalle rocce. Ma una canna del fiume, attraversata dal vento, le disse che avrebbe potuto prendere un fiocco di lana se solo avesse aspettato il tramonto del sole, quando le meravigliose pecore non sarebbero state feroci e mortali com'erano sotto il calore del sole. Doveva quindi affrontare la prova, e non contaminare le sue sacre acque suicidandosi.
Psiche dunque portò a Venere la lana d'oro, ma la suocera tornò a dire che il merito non era suo, e consegnandole una piccola urna le impose di andare a riempirla delle gelide acque di Stige: prova impossibile, se non ci fosse stata un'aquila, che avendo pietà di lei le prese di mano l'urna e gliela riportò pena delle acque del fiume infero.
Stavolta Venere si congratulò per la capacità di sedurre gli aiutanti che le consentivano di eseguire i compiti che lei le affidava. Poi le consegnò un vasetto dicendole di andare da Proserpina a chiederle un po' della sua incomparabile bellezza per Venere, che l'aveva consumata per curare il proprio figlio malato.
Ora che doveva andare proprio nel regno dei morti, Psiche fu certa che fosse giunta la fine della sua vita, e salita su un'alta torre voleva ancora suicidarsi. Ma la torre parlò, le disse che negli Inferi sarebbe andata comunque se avesse fallito: tanto valeva che tentasse la prova invece di andarci prima di farlo. Le disse quindi di procurarsi due offe, focacce impastate con vino e miele, e di mettersi in bocca due monete: le sarebbero servite per farsi trasportare da Caronte all'andata e al ritorno, mentre le offe avrebbero ammansito Cerbero, il cane guardiano. Le disse poi che lungo il cammino avrebbe fatto molti incontri: un asino zoppicante gravato dal suo carico di legna e un vetturale che le avrebbe chiesto di aiutarlo a portarne qualche pezzo, un vecchio immerso nel fiume dei morti che le avrebbe chiesto di farlo salire sulla sua barca, delle filatrici che le avrebbero chiesto di fermarsi a tessere un po' con loro. Avrebbe dovuto passare oltre senza dar loro ascolto, pena il fallimento della sua impresa.
Seguendo le istruzioni della torre, Psiche giunse sana e salva di fronte a Proserpina, e mentre la dea le offriva uno scranno si sedette ai suoi piedi, rifiutando il cibo sontuoso che le veniva offerto per contentarsi di un pezzo di pane nero.


Avendo ricevuto un vasetto da Proserpina, per quanto intendesse affrettarsi a portarlo a Venere, Psiche non riuscì a resistere alla tentazione di usare per sé un po' di quel cosmetico divino, perché il suo sposo la trovasse più bella, e trascurando l'ammonimento della torre lo aprì. Ma non c'era nessun cosmetico, bensì un sonno infernale che la fece cadere come morta all'istante.

Sed Cupido iam cicatrice solida revalescens nec diutinam suae Psyches absentiam tolerans per altissimam cubiculi quo cohibebatur elapsus fenestram refectisque pennis aliquanta quiete longe velocius provolans Psychen accurrit suam detersoque somno curiose et rursum in pristinam pyxidis sedem recondito Psychen innoxio punctulo sagittae suae suscitat et 'ecce,' inquit, 'rursum perieras, misella, simili curiositate. sed interim quidem tu provinciam, quae tibi matris meae praecepto mandata est, exsequere naviter, cetera egomet videro.' his dictis amator levis in pinnas se dedit, Psyche vero confestim Veneri munus reportat Proserpinae. (VI 21) Intanto Cupido, guarito dalla ferita che si era chiusa, non tollerando più la lunga assenza della sua Psiche, scivolò fuori dall'altissima finestra della camera dove era stato chiuso, ed essendosi rinvigorite le ali col lungo riposo, con velocissimo volo accorse presso la sua Psiche. Le toglie d'intorno accuratamente il sonno, che nasconde di nuovo nel vasetto, sveglia  Psiche con la puntura innocua di una delle sue frecce ed "Ecco, dice, che per la seconda volta tu, poverina, ti sei persa per la tua stessa curiosità. Ma intanto esegui l'incarico che ti è stato imposto da mia madre.











Mentre Psiche
portava a termine il suo compito, Amore volò a chiedere aiuto al sommo Giove raccontandogli quanto era successo, e il sovrano degli dei gli disse:

'Licet tu,' inquit, 'domine fili, numquam mihi concessu deum decretum servaris honorem, sed istud pectus meum, quo leges elementorum etvices siderum disponuntur, convulneraris assiduis ictibus crebrisque terrenae libidinis foedaveris casibus contraque leges et ipsam Iuliam disciplinamque publicam turpibus adulteriis existimationem famamque meam laeseris in serpentes, in ignes, in feras, in aves et gregalia pecua serenos vultus meos sordide reformando, at tamen modestiae meae memor quodque inter istas meas manus creveris, cuncta perficiam, dum tamen scias aemulos tuos cavere ac, si qua nunc in terris puella praepollet pulcritudine, praesentis beneficii vicem per eam mihi repensare te debere'. (VI 22) "Per quanto tu, mio figlio e signore, non abbia avuto riguardo all'onore che mi è assegnato con unanime riconoscimento dagli dei, e anzi questo mio petto dal quale sono ordinate le leggi degli elementi e i corsi delle stelle tu abbia sempre ferito con frequenti colpi, bruttandolo così con parecchie avventure di terrena libidine, e abbia danneggiato la mia considerazione e la mia fama con turpi adulteri contro le leggi, e contro la stessa legge Giulia e la morale pubblica, trasformando il mio sereno aspetto in serpenti, fuochi, fiere, uccelli, bestie da gregge, nondimeno, memore della mia magnanimità, e perché t'ho portato in braccio, farò di tutto, purché tu sappia guardarti dai tuoi rivali; e se in questi tempi trovi qualche fanciulla che si distingue in bellezza fra le altre, ricompensami con quella del favore che ti faccio." (Pp. 111-112)

Poi Giove, rivolgendosi a Venere le disse di non temere per la sua discendenza, e, mandato Mercurio a prendere Psiche, quando la sposa di Amore fu alla sua presenza le offrì una coppa d'ambrosia:


'Sume,' inquit, 'Psyche, et immortalis esto, nec umquam digredietur a tuo nexu Cupido, sed istae vobis erunt perpetuae nuptiae.'
Nec mora cum cena nuptialis affluens exhibetur. accumbebat summum torum maritus, Psychen gremio suo complexus. sic et cum sua Iunone Iuppiter ac deinde per ordinem toti dei. tunc poculum nectaris, quod vinum deorum est, Iovi quidem suus pocillator ille rusticus puer, ceteris vero Liber ministrabat. Vulcanus cenam coquebat, Horae rosis et ceteris floribus purpurabant omnia, Gratiae spargebant balsama, Musae voce canora personabant; Apollo cantavit ad citharam, Venus suavi musicae superingressa formonsa saltavit, scaena sibi sic concinnata, ut Musae quidem chorum canerent aut tibias inflarent, Saturus et Paniscus ad fistulam dicerent.
Sic rite Psyche convenit in manum Cupidinis et nascitur illis maturo partu filia, quam Voluptatem nominamus. (VI 23-24)
"Bevi, dice, e sii immortale, e mai si separi dal tuo laccio Cupido, e queste nozze siano per voi eterne"  Si apparecchia senza por tempo in mezzo  un sontuoso banchetto nuziale. Lo sposo aveva preso posto sul letto più alto e teneva abbracciata Psiche sul suo grembo. Così anche Giove con la sua Giunone; e quindi, secondo il loro ordine, tutti gli dei. Il bicchiere di nettare, che è il vino degli dei, è servito a Giove da quel rustico fanciullo suo coppiere, ma agli altri da Libero; Vulcano cuoceva la cena, le Ore adornavano tutto di rose e di fiori, le Grazie spargevano balsami, le Muse levavano i loro canti. Apollo cantò accompagnandosi con la cetra, e Venere bella con passo armonico danzò a quella musica soave, e la scena era stata da lei così disposta: che le Muse cantassero in coro, e dessero fiato alle tibie, e Satiro e Pan cantassero accompagnandosi con la zampogna.
Così Psiche sposò Cupido, e nacque da essi, quando fu maturo il parto, una figlia che noi chiamiamo Voluttà".





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TESTO LATINO
Dalle Metamorfosi o L'Asino d'oro di Apuleio, Libri IV-VI
http://la.wikisource.org/wiki/Metamorphoses_(Apuleius)/Psyche_et_Cupido

TRADUZIONE
Liberamente tratte da: Apuleio, L'asino d'oro; traduzione di Massimo Bontempelli, prefazione di Emilio Radius; Milano: Club degli Editori 1972.
Ristampa della traduzione di Massimo Bontempelli: Palermo: Sellerio 1992.

SINTESI DELLA FAVOLA


Adalinda Gasparini

Ricordo la prima, casuale, lettura della Fabella sui banchi del liceo, negli ultimi giorni di scuola, quando ci si poteva distrarre se le ultime interrogazioni non ci riguardavano.
Una luce dorata entrava dalle grandi finestre che davano sul chiostro del convento francescano, sede del Liceo Ginnasio Pico della Mirandola, ora inagibile per il terremoto che ha colpito la Bassa Modenese nel maggio 2012 e ha distrutto l'adiacente chiesa francescana. La stessa luce emana per me dalla fabella di Apuleio ogni voltache la rileggo. Nella mia prima conferenza all'Istituto Gradiva, in via de' Servi - poi prima pubblicazione, nel 1988 - commentavo l'immagine delle formiche che ordinano i semi. mentre Psiche dorme e non sa come assolvere la prova imposta da Venere, affascinante antenata di tante suocere e matrigne di fiaba. Del 1988 è la mia prima pubblicazione: La magia della fiaba, prima pubblicazione di chi scrive.

Testo latino integrale de Le Metamorfosi o L'Asino d'oro


Traduzione italiana
Metamorphoses Libri sive Asinus Aureus: https://la.wikisource.org/wiki/Metamorphoses_(Apuleius)/Psyche_et_Cupido (testo integrale latino).

http://digilander.libero.it/Bukowski/Amore%20e%20Psiche.htm#FavolaItaliano (traduzione integrale italiana).

Sul romanzo di Apuleio



Autore: Nunzio Castaldi; PREMESSA – IL PROBLEMA DELLE FONTI; LA STRUTTURA DELL’OPERA; RIASSUNTO DELLA TRAMA; CURIOSITAS; LA FABELLA DI AMORE E PSICHE; LO STILE DI APULEIO; IL DESTINATARIO DELL’OPERA; LE METAMORFOSI SUL WEB;
http://www.progettovidio.it/speciali/metamorfosi_apuleio.pdf

Come il Satyricon di Petronio Arbitro, le sue Metamorfosi si ispirarono alle Fabulae Milesiae, opera greca composta fra il II e il I secolo a. C., che ebbe fortuna a Roma in una traduzione latina.
Difficile andare oltre un'ipotesi azzardata a proposito della possibile derivazione di Amor et Psyche da una tradizione orale africana. Dal Rinascimento la fama dell'Asino d'oro è immensa e ininterrotta.

Su Apuleio







Apuleio era originario di Madaura, città nella quale studiò Agostino, che era un ammiratore dei suoi scritti e rinominò il suo romanzo Metamorphoses, chiamandolo Asinus aureus, (L'Asino d'oro).
Apuleio, che non dimenticava le sue origini numide e getule (regioni corrispondenti a Algeria e Marocco), scriveva magistralmente in latino. 
Genio del suo tempo, mago, grande scrittore, Apuleio fu riscoperto da Giovanni Boccacco, che fece nel 1338 una copia delle sue Metamorfosi. Da allora nell'Europa intera è ininterrottamente tradotto, riscritto, rappresentato nella musica e nell'arte figurativa. La parte più nota dellOpera è proprio la Fabella di Amore e Psiche. Amore, pur essendo qui figlio di Venere, ha a grandi linee il carattere del grande demone con il quale lo descrive Socrate nel Simposio. Apuleio, filosofo platonico, non perde occasione per descriverne la natura indomita, crudele e dolcissima: è la peggiore delle fiere e il più desiderato degli dei. Dalla sua unione con una mortale nasce una creatura di cui si sa solo il nome, e che è ugualmente cara agli esseri umani e divini: Voluptas, il piacere. Amore collega così cielo e terra come Eros, il grande demone platonico, e del resto Eros già dalla Teogonia rappresenta questo collegamento, dato che agisce con la stessa ineluttabile forza che fa sciogliere le membra sui mortali e sugli immortali.
Nella Fabella narrata da una vecchia donna nel covo dei briganti a una vergine che hanno rapito, si celebra l'unione fra il dio Amore (Amor, Cupidus) e l'Anima (Psyche) che vive sulla terra, e questa unione deve durare per sempre, come stabilisce Giove, sovrano degli dei.

Nello stesso tempo in cui andava diffondendosi la religione cristiana, che ha al suo centro un dio che si fa uomo, Apuleio mago e filosofo latino e africano racconta che dall'unione fra un immortale e una mortale nacque il piacere che si nomina, in latino come in italiano, con una parola di genere femminile: voluttà, voluptas.

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NOTE


Metamorphoses sive Asinus Aureus



Erano diffuse edizioni anche recenti del romanzo di Apuleio nella Francia del Re Sole quando il suo architetto e narratore di Charles Perrault scrisse Pelle d'Asino. La prima versione a stampa di questo tema fiabesco è già nelle Piacevoli notti di Giovan Francesco Straparola (Notte prima, Favola IV;  http://www.intratext.com/IXT/ITA2969/_P7.HTM), e del resto il particolare dell'incesto data molto indietro nel tempo (vedi, in questo sito, le note al romanzo antico, ma posteriore di un paio di secoli, Historia Apollonii regis Tyri). Ma il fortunato particolare della pelle dell'asino che nella versione di Perrault era il fornitore di ricchezze del re padre, potrebbe unire la condizione di Lucio, il protagonista delle Metamorfosi, cheviene stregato e trasformato in asino, e quella della protagonista femminile, bellissima sempre, come Psiche.

L'uomo più malvagio che la fortuna abbia condannato... che in tutto il mondo non se ne possa ritrovare un altro uguale e così miserabile...

Non isperare un genero nato da stirpe mortale,
ma un crudele, feroce e viperino male...


Esiodo nella Teogonia introduce così il dio Eros, come quarta e ultima delle divinità primigenie: il più bello fra gli dei immortali, | sciogli membra, che sottomette la mente e le sagge | intenzioni in tutti gli dei come in tutti gli uomini (Teogonia , vv. 120-122). Apuleio ricorda che il dio ha lo stesso potere sugli uomini e sugli dei, che lo temono e lo desiderano allo stesso tempo. Lo sposo ignoto è nella sua favola come in tutte le fiabe con questo tema descritto sia come un mostro che come la più bella delle creature (vedi la descrizione del dio illuminato da Psiche). L'assunzione della forma umana avviene in questo tema grazie a una peregrinatio femminile, al termine della quale si ha il finale felice. All'umanizzazione delle fiabe corrisponde nella Fabella di Apuleio l'accettazione della sposa umana da parte del dio Amore, con la sua assunzione in cielo. Il frutto di questa unione è una figlia immortale, nata da una madre mortale: Voluptas,  il piacere, che in latino ha genere femminile.
Come in ogni fiaba in cui lo sposo deve umanizzarsi, metamorfosi resa possibile dalla protagonista femminile, è presente il motivo della madre superpotente, mentre il padre di Amore non compare: Venere vuole usare il figlio alato per vendicarsi della rivale, come ogni matrigna di fiaba che non tollera l'avvicendarsi delle generazioni, e Apuleio descrive l'incontro fra madre e figlio con tenerezze materne incestuose. La stessa Venere svolgerà una funzione materna persecutoria in rapporto a Psiche, con prove che riguardano, come nelle fiabe, compiti femminili: ordinare, procurare cosmetici, ecc. Si può pensare a quando Venere ordina a Psiche di recarsi dalla regina degli Inferi per procurarle un cosmetico divino: Psiche obbedisce, ma prima di consegnare il vasetto lo apre per usarlo su se stessa, per cadere subito addormentata. A questo punto Amore viene in suo soccorso.
Si deve citare a proposito di questo tema un suo grande antecedente, il mito delle nozze ctonie fra la figlia della dea della vegetazione e il signore del regno dei morti, Kore, Demetra e Ades nella mitologia greca classica, Proserpina, Cerere e Plutone nella mitologia latina, narrato anche da Ovidio nelle Metamorfosi.
Variante
[Io ti prego, per il vincolo del materno affetto, per le ferite di miele della tua freccia, per le dolci ustioni di questa fiamma, concedi a tua madre la vendetta, ma fa' che sia completa, e punisci duramente quell'arrogante bellezza, fa' solo questo e portalo a compimento: sia presa questa vergine da un amore ardentissimo per l'ultimo degli uomini, quello che la Fortuna abbia colpito nella dignità, nei beni e anche nella salute ponendolo così in basso che nel mondo non si trovi una miseria pari alla sua]

Il palazzo meraviglioso
Ma la cosa più maravigliosa fra tante ricchezze...

L'analogia fra elementi di questo palazzo con i palazzi meravigliosi delle fiabe è evidente. Si può riconoscere anche un'analogia fra elementi del palazzo di Amore ed elementi della Gerusalemme Celeste dell'Apocalisse di Giovanni:  ad esempio della mancanza di custodi. Questo particolare corrisponde all'assoluta mancanza di esseri umani nei palazzi delle fiabe: se da un lato si designa una condizione di perfetta abbondanza che rimanda all'Eden, o alle fantasie sul benessere nel grembo materno, come nell'Età dell'oro, dall'altro si descrive una condizione di non vita: ci si trova in un luogo che somiglia al regno dei morti. Il palazzo di Amore, come l'intera Fabella, appartiene all'orizzonte del mito come la finale condizione immortale di Psiche, mentre resta nell'orizzonte umano per l'andamento narrativo e la struttura che la rende una fiaba anctica e moderna. Non è insignificante il fatto che si trovi in un romanzo antico, genere che presenta tanti motivi fiabeschi, e che della fiaba ha il carattere terreno: il sovrumano, come la magia nelle fiabe, è presente, ma gli attanti soggetti sono umani dall'inizio alla fine.
L'orizzonte delle fiabe è quello umano, i riferimenti all'ultramondo religioso sono accidentali, nel senso che non concorrono a formare la struttura della fiaba, nella quale entrano come le descrizioni dei paesaggi o la morale finale. Se l'elemento religioso è dominante, si è in presenza di una forma narrativa diversa dalla fiaba

E lei voleva ucciderlo credendolo un serpente...

Come le prime due sorelle in Re Porco (XVI secolo) Psiche si arma per uccidere lo sposo. Nella fiaba cinquecentesca il regale suino le uccide prima che possano agire, fino a quando non ottiene la terza sposa, che è, come Psiche, la minore fra tre sorelle. Nel Re Porco del XIX secolo le prime due sorelle vengono uccise perché non mantengono il segreto sulla natura umana dello sposo, e la terza, Ginevra, deve affrontare un lunghissimo viaggio e affrontare compiti impossibili, come Psiche.


La dea Venere allora montò su tutte le furie


Venere agisce qui come una matrigna, certa della propria bellezza come la matrigna di Biancaneve, non tollera che una creatura inferiore - mortale in questo caso, più giovane nelle fiabe - prenda il suo posto. Anche le prove alle quali sottoporrà Psiche sono familiari a qualunque lettore di fiabe.
Nella Fabella di Apuleio è presente il motivo della presenza eccessiva della figura materna, sia in relazione a Psiche, che perseguita, sia di suo figlio, Amore, che bacia e abbraccia e tratta come suo aiutante.

...E mentre la dea le offriva uno scranno si sedette ai suoi piedi, rifiutando il cibo sontuoso che le veniva offerto per contentarsi di un pezzo di pane nero.

Nella fiaba La bella Caterina, quando l'attante soggetto si trova nella casa delle fate, ambivalenti in questa storia, segue le istruzioni di un vecchietto pidocchioso incontrato per via, e risponde all'offerta di cibi, monili e abiti scegliendo quelli più modesti:

– “Che vòi da culizione ? Pan nero e cipolle, oppuramente, panbianco con del cacio ? ” – “ Oh ! datemi pan nero e cipolle, ” – arrisponde la Caterina. – “ Nun sono avvezza a mangiare altro. ” –

Il significato del motivo è la volontaria sottomissione a figure materne tanto più potenti dell'attante soggetto da poterlo distruggere o salvare con un solo gesto; si tratta di un passaggio che permette il riconoscimento della potena materna, senza la quale il tema non procede verso il lieto fine.

Un sonno infernale che la fece cadere come morta

Si tratta di un motivo che si trova in molti temi fiabeschi, il più celebre è quello della Bella Addormentata nel bosco, nelle sue tante versioni, che ha qui un nobile antenato. Fra il romanzo antico e la fiaba il motivo del sonno simile alla morte, dal quale la protagonista si sveglia quando giunge da lei il protagonista maschile, il mito nordico di Brunilde e Sigfrido, rinarrato da Wagner per L'oro del Reno.

Finale

A differenza che nelle fiabe con lo stesso tema, il soggetto femminile non umanizza lo sposo segreto, e ottiene, specularmente, la propria asterizzazione, ricevendo l'immortalità da Giove, che ha ceduto alla preghiera di Amore.
Come nelle
fiabe, è in ogni caso rimosso l'ostacolo all'unione dovuto alla differenza fra i due amanti: qui la superiorità di Amore al posto della mancanza di umanità degli altri, di solito teriomorfi. 
Un'altra differenza con le altre fiabe del tema è che a Psiche, già incnta come le protagoniste delle fiabe di questo genere quando viene scacciata dal suo sposo non umano, nasce una bambina anziché un bambino.



IMMAGINI




1
Anonimo II secolo
Galleria degli Uffizi
Firenze
2
Canova
Museo Hermitage
San Pietroburgo
3
Tenerani
Palazzo Pitti
Firenze


1. Abbraccio di Amore e Psiche con ali di farfalla; II secolo. Firenze, Galleria degli Uffizi.

2. Abbraccio di Amore e Psiche che poggia sulla mano del dio una farfalla, Antonio Canova, Hermitage.

3. Psiche abbandonata con ali di farfalla

Le prime due opere potrebbe rappresentare le nozze felici di Amore e Psiche, ma anche il tempo senza tempo del mito.
In tutte queste immagini Psiche è alata, le sue sono ali di farfalla: la parola greca psýche (ψυχή)  significa anche farfalla.



ψυχή: soffio, alito, soffio vitale, respiro, anima, farfalla
Così Giovanni Semerano, nel suo dizionario etimologico, per ψυχή: soffio, alito, soffio vitale, respiro, anima, sede dei sentimenti, spettro, fresco, freddo. Si è ipotizzato che ψυχή derivi da una radice bhes-, soffiare, vedico á-psu, senza respiro, senza forza, radice che però richiama il sumero pe-eš, respirare, che si trova nell'accadico con prefisso  (na-): napãšu, respirare, nuppušu, lasciar respirare, napuštu, napištu, vita, vitalità, soffio, 'life, vigour, breath, person';  ψυχή deriva dall'incrocio della base pe-eš, (na-)pãšu, (na-)pĩšu (soffio, 'breath': col valore di zâku: soffiare, 'to blow, drift, waft', confermato da zãqĩqu, zĩqĩqu: anima, fantasma, 'soul, phantom, ghost') e accad. šēẖu (alito di vento, 'Windhauch'); v. ἄνεμος, «anima». (Le origini della cultura europea, 1994. Vol. II, Tomo I)

L'antico libro cinese dei mutamenti, I Ching, definisce il vento come l'invisibile che si conosce dai suoi effetti sul visibile. Spirito, anima, vento, soffio, respiro, connettono l'invisibile e il visibile, vale a dire, in primo luogo, il mondo degli assenti, non visibili, da quello dei presenti, ovvero il luogo sacro dei morti e della memoria, da quello dei viventi.
Lieve, fragile, come una farfalla, l'anima, psiche, ci connette col passato, anche prima della nostra nascita, con chi non abbiamo conosciuto, e col futuro, anche dopo la nostra morte, che non vedremo. Possiamo conoscere chi non ha - o chi non ha ancora - un corpo come noi, creature che però possiamo pensare, ricordare, amare. Possiamo così ascoltare chi ci ha preceduto, fino alle più remote lontananze, mantenendo un dialogo con loro, e accarezzare le creature del futuro, che sarà abitato dopo di noi dai nostri figli e dalle giovani generazioni che non vedremo concretamente, ma che possiamo immaginare, sognare, amare. Nei nostri sogni possono visitarci, riempiendoci di terrore, o di stupore, trovandoci certi o incerti sulla loro sostanza, di vivi o di morti. Quel che è certo è il loro soffio, la loro figura.

Da bambina mostravo le mani apparentemente pulite a mio padre che mi diceva di andare a lavarle prima di sedermi a tavola. Mi diceva che anche se sembravano pulite c'erano i germi, troppo piccoli per essere visibili. Obbedivo, ma per qualche anno ho chiamato 'germi invisibili' dei ragnetti rossi che si muovevano dalle parti delle formiche che osservavo in giardino, più piccoli di loro. Il pensiero astratto, che 'conosce' infinito e 'zero' e poi spazi a molte dimensioni, e altro ancora, non è del bambino, e non è stato nostro fino a che non lo abbiamo preso dagli arabi (algebra da al-al-ǧabr, chesignifica connessione), che a loro volta lo hanno preso dagli indiani. Operare con entità irrappresentabili, prive di riferimenti sensibili, come zero e infinito, non significa poterne avere una rappresentazione. Lo stesso meccanismo per il quale un bambino sceglie l'oggetto più piccolo che percepisce per reperire l'invisibile, opera nelle culture antiche, compresa quella greca, alla quale appartiene il concetto di l'incommensurabile, come l'insime dei granelli di sabbia di tutto il mondo, ma non l'infinito. Nella cultura indiana l'infinito e lo zero non erano separati dall'ambito teologico.

I greci antichi non dubitavano dell'esistenza dell'anima, psiche, ma non ne avevano riferimenti sensibili, abbastanza solidi da essere condivisibili con altri dotati degli stessi organi di senso ma non affetti dallastessa allucinazione visiva o uditiva. Fra quanto è possibile cogliere con i sensi attivi nella veglia, e quindi condividere con altri, la farfalla poteva essere vicina alla psiche impalpabile eppure certa, agli antenati e alle generazioni future presenti/assenti, come i sogni notturni. Le ali lievissime delle farfalle, fragili, tanto varie per i colori eppure capacidi volare, che sostano sui fiori come l'anima sulla bellezza, che non possiedono, alla quale non tolgono nulla traendone nutrimento, potevano quindi significare psiche, la fonte incorporea della vita, mancando la quale il corpo perde la vita stessa.
La fabella di Amor et Psyche è di Apuleio, che assegna l'immortalità, le ali, alla fanciulal bellissima alla fine della storia. Dai primi secoli della nostra era ci sono giunte molte statue di Psiche, da sola, o abbracciata ad Amore, entrambi alati. Le ali di Amore sono grandi e piumate come quelle degli uccelli, e saranno le stesse degli angeli dell'arte cristiana. Psiche ha ali di solito più piccole, con decorazioni che rimandano ai disegni sulle ali delle farfalle. Psiche vola solo quando lascia la terra per scendere negli Inferi, e per risalire sulla terra e reincarnarsi in un nuovo essere.
Pensare all'anima, conoscere l'esistenza di Psiche, o della psiche, significa sperimentare sentimenti, sensazioni, eventi, di cui nessuna teoria riduttiva potrà mai dar conto. Se è impossibile dar conto della varietà delle forme delle conchiglie, dei colori e dei disegni sulle ali delle farfalle, delle parate nuziali degli uccelli, è ancora più inaccessibile una spiegazione soddisfacente dell'infinita varietà dei nostri sogni, delle nostre manie, dei deliri, dei nostri sentimenti, delle speranze, delle opere d'arte.
Se siamo atei, tocca a noi cercare una ragione di questa unheimliche varietà, che non muore con la morte di Dio. Questa ricchezza tocca a noi insieme al problea della morte. Mi hanno raccontato che su un cartellone stradale qualcuno aveva scritto:
DIO È MORTO
Nietzsche

E qualcun altro, con una vernice diversa, aveva scritto:

NIETZSCHE È MORTO
Dio

Se Dio è morto, la morte resta. Nostro e solo nostro è il compito che avevamo assegnato a Dio, come da adulti è nostro il compito di guidare noi stessi nella nostra vita, compito che da bambini era dei genitori.
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fronte
retro
particolare (bacio)


Canova
Amore e Psiche stanti
Amore e Psiche
Canova all'Hermitage
                            

Antonio Canova, Psiche torna in vita col bacio d'Amore, 1793; Parigi, Louvre

Nelle versioni dai Fratelli Grimm in poi la Bella Addormentata si sveglia con un bacio del principe. I Grimm avevano nella loro tradizione l'antecedente della storia di Brunilde, svegliata da un bacio di Sigfrido dal sonno al quale l'aveva condannata il padre Odino per la disubbidienza di lei.

Antonio Canova, Amore e Psiche stanti (Amore abbraccia Psiche che gli depone sulla mano una farfalla) 1800-1805; San Pietroburgo, Hermitage


L'iconografia di Amore e Psiche è ricchissima per estensione e valore. Moltissime sono le rinarrazioni disponibili online. Vedi di seguito alcuni indirizzi di siti interessanti.
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La favola di Amore e Psiche
Disegni di Raffaello
Maestro del Dado incisore

Loggia di Psiche a Villa Farnesina, Roma
Raffaello Sanzio e collaboratori
Sala di Amore e Psiche
Palazzo Te Mantova
Giulio Romano
Amore e Psiche
nel palazzo Te
 a Mantova
Amore e Psiche
Adamo Tadolini
Villa Carlotta
Lago di Como

Mythic Warriors
Guardians of the Legend
of Eros and Psyche 1-2-3

Amore e Psiche
Il mito nell'arte
dall'antichità a Canova
Amore e Psiche
Video racconto
di L. de Crescenzo
Cupid and Psyche
from 5th entury B.C.E.
to the present







Online dal 10 febbraio 2010
Ultima modifica 11 ottobre 2018