| Io sono
un
cavaliere, vedi c'ho
la spada, e c'ho la mappa per andare a trovare la principessa per
liberarla dal drago. Poi quando guardo nella mia mappa c'è
bisogno di andare a prendere il tesoro nella porta della paura. Io poi
rivado al castello, uccido il drago, e l'ultima cosa che devo fare
è salvare la principessa, la prima cosa che devo fare è
uccidere il drago e uccidere la lava. Quando ero arrivato nella porta
della paura avevo preso il tesoro e scappato via prima che la paura si
svegliasse. Quando il re ha visto tutto quel tesoro e la principessa fu
contenta, il principe sposò la principessa e vissero felici e
contenti. Maestra io questa storia te l'ho raccontata corta, ma a giocarla è grandissima. (Bambino
di scuola materna, provincia di Pistoia, a.s. 2003-2004)
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PSICOANALISI E FAVOLE ADALINDA GASPARINI |
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La dottrina delle pulsioni è per così dire la nostra mitologia. Le pulsioni sono entità mitiche, grandiose nella loro vaghezza. Dobbiamo tenerle sempre d'occhio nel nostro lavoro senza mai essere certi di vederle chiaramente. (Sigmund Freud, 1932) L'universo
dei segni è senza spessore, e pur sempre infinitamente duro
(Simone Weil)
Fino a metà Ottocento si chiamavano favole tutte le storie non vere, vale a dire tutti i racconti la cui verità non era attestata dall'istituzione politica, religiosa o scientifica. Nel tempo le verità rese assolute dalle istituzioni decadono, mentre le favole, con piccole trasformazioni, continuano la loro vita priva di legittimazione e liberamente fluttuante. Come i sogni notturni, con i quali confinano, come il romanzo e tutte le forme della letteratura che oggi si chiama fiction, con le quali comunicano su un altro dei loro innumerevoli bordi, le fiabe non servono a nulla: non hanno bisogno di legittimazione e non hanno padrone. Fruibili da chiunque, per qualunque motivo, volano via da qualunque gabbia, lasciando solo inutili spoglie. Possono essere pensate come campo di mediazione fra l'immaginazione privata (greco: idiótes, ἰδιότης), e quella pubblica, comune (greco: xýnos, ξυνός, κοινός). I loro innumerevoli narratori, colti e analfabeti, lisciano in accordo col tempo i bordi taglienti di frammenti di storie gridate per uccidere o per morire, per dar forma a un racconto che, scorrendo attraverso ogni confine, diventa liscio come pietra di fiume. Più
che per interpretare
le favole, lo psicoanalista lavora per riconoscere e descrivere la loro
potenza
di significazione. Quando
le Muse
chiamarono il pastore Esiodo ai piedi del Monte Elicona per invitarlo a
diventare poeta, gli dissero che gli avrebbero insegnato storie false
che
sembrano vere e vere storie: il cantore non chiese come avrebbe potuto
distinguerle.
Se prima di Freud si potevano dividere le storie vere dalle false,
lasciando
alla sola poesia l’antica vaghezza, con la psicoanalisi si racconta una
terza
specie di storie: quelle vere che sembrano false. La vecchia partizione
fra
storie vere e non vere è così irreversibilmente
sovvertita. Fra
vero e falso,
muniti di una buona esca di menzogna, si può imparare a
pescare una
carpa di verità fra favole, lapsus, sogni notturni, sintomi,
ossessioni,
deliri. Si può anche imparare a riconoscere la
falsità di tante storie
proposte e somministrate come vere.
Die Trieblehre ist sozusagen
unsere Mythologie. Die Triebe sind mythische Wesen, grossartig in ihrer
Unbestimmtheit. Wir können in unserer Arbeit keinen
Augenblick von
ihnen absehen und sind dabei nie sicher, sie scharf zu sehen. (Sigmund Freud,
1932)
Up till the first XIXth century in Italy they called favole (lat. fabulae) all not true stories, ie all tales whose truth was not stated by the political, religious or scientific institutions. In time the truth qualified as absolute by institutions lapses into false or into meaninglessness, while fabulae, through little transformations, continue living their free life without any legitimation. Such as nocturnal dreams, with whom they share a border, such as novels and all other genres of fiction, with whom they share another of their countless borders, fabulae do not serve anything or anyone: they do not need any legitimation and they have no master. Everyone can use them, for any reason, and they fly away from any cage, leaving there just unuseful shells. We could think of them as a mediation field between our private imagination (ancient Greek for private: idiótes, ἰδιότης, idiotic), and the public, the common one (Greek for common: xýnos, ξυνός, κοινός). Their uncountless, cultured or illiterate narrators, smooth the sharp edges of stories shouted to kill or to die, in tune with the time, to shape a tale that, flowing through every border, becomes smooth like a river stone. More than interpreting fabulae, a psychoanalyst works to recognize and describe their signifying power. When the Muses called the shepperd Hesiod at the foot of Mount Helicon, inviting him to become a poet, they told him: we shall teach you false stories that look true and true stories. The shepperd did not ask how he could tell them apart. Up until Freud we could class two kind of stories: true and false, leaving just to poetry the ancient vagueness; then psychoanalysis taught us to know a third class: true stories that look false. The old partition between true and untrue stories is now irreversibly overthrown. Between true and false, supplied with a good bait of falsehood we may learn how to fish a carp of truth, among fabulae, fairy-tales, myths, lapsus or Freudian slips, dreams, symptoms, obsessions, deliriums. We may even learn how to understand the falseness of many stories suggested and administered to us as truth.
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aggiornamento: 10 giugno 2010
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