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ADALINDA GASPARINI              PSICOANALISI E FAVOLE
     

Ancora, ancora, ancora...

Ancora un racconto, un'altra fiaba, poi una storia più complessa e ricca di meraviglie, poi un romanzo, quando l'altro che ci racconta storie mentre passiamo dalla veglia al sonno è ormai incorporeo come i sogni.
E quel singolare fenomeno, esperienza comune, di quando il narratore o la narratrice cadono nel sonno prima dei bambini, quando si continua a raccontare, ma le parole sono fuori posto e la trama scompare?
Mio figlio da bambino mi richiamava con un tocco leggero, diceva: - Mamma, mamma... non era così...
Mia nipote, otto anni, mi richiama con lo stesso tocco leggero: - Nonna, nonna! Ma che stai dicendo?
Suo fratello, due anni e mezzo, fino a poco tempo fa chiedeva filastrocche e canzoncine, ora ascolta fiabe come lei e quando riemergo da quel sonno breve lo vedo scrutarmi con la stessa attenzione.
La nonna torna in un batter d'occhio, sorrido e ricomincio a raccontare come si deve. Vedevo il volto di mio figlio incuriosito e imbarazzato, vedo quello di mia nipote incuriosito e divertito dalla mia defaillance, mi sentivo, mi sento, colta in fallo, ma solo per qualche istante.
Saranno i neuroni specchio, che attivano il nostro strano sonno per realizzare il desiderio che i bambini finalmente si addormentino, e smettano di impegnarci anima e corpo? Sarà che la dedizione che i bambini richiedono costringe quasi a dimenticare se stessi, e per questo qualcosa ci sottrae a loro, addormentandoci senza che lo vogliamo? Di certo la stanchezza irresistibile che abbiamo sentito scompare istantaneamente appena i bambini dormono.
Ma resta difficile da spiegare, perché questa esperienza del narratore che subisce il fascino di se stesso interrompendo la veglia non ha rapporto con una maggiore stanchezza oggettiva o con un particolare desiderio di tornare a qualche occupazione interrotta per addormentare i bambini.
E poi, da dove viene il regista onirico che toglie il controllo della scena prendendo il posto del narratore e comandando ai personaggi, alle vicende e alle parole, di giocare un'altra trama, apparentemente priva di senso? Come per incantesimo, tutta la storia entra al suo servizio, segue altre regole, forse quella frase sconnessa che svanisce al richiamo del bambino, lasciando però una traccia della sua presenza, è il movimento degli attori e dei trovarobe che si spostano dalla scena della veglia, dove noi raccontiamo e i bambini ascoltano, alla scena del sonno e del sogno, dove la troupe è tutta dentro. Dentro a cosa? cervello, neuroni, anima?
E ancora, quale demiurgo burlone ci fa muovere gli occhi come se seguissimo una scena reale, o su uno schermo davanti a noi, mentre sogniamo? A occhi chiusi, dove guardiamo? Che senso ha volgere lo sguardo a destra o a sinistra se le palpebre velano gli occhi? Non possiamo dimenticare questo paradosso, innocuo a quanto sembra, ma comune a tutti e reale, come quello, raro, delle voci che nel delirio schizofrenico il soggetto percepisce come vere e reali.
Come mio figlio da bambino, i suoi bambini Sofia ed Ettore in quegli istanti si trovano soli, e spetta a loro pronunciare la parola sensata della veglia per farmi riemergere dal sonno. Mi piace pensare che la loro curiosità perplessa o divertita testimoni la presenza di un soggetto autonomo che trae forza dalla nostra defaillance. Se noi non ci siamo più, ci sono loro, come ci saranno quando noi avremo chiuso gli occhi per sempre.

Elvio Fachinelli avvertiva molti decenni fa dello slittamento della psicoanalisi da scienza delle domande a scienza delle risposte, come se lo psicoanalista si facesse accompagnare, per così dire, da un automa-sfinge di sua fabbricazione, col marchio della sua scuola di appartenenza, un robottino pronto a fornire una risposta a qualunque enigma possa essere posto da chiunque. Saremmo proprio sciocchi se pensassimo che la sfinge - colei che pone enigmi fino a soffocare chi non sa rispondere - precipitandosi nel burrone dopo la risposta pertinente di Edipo, sia morta. Le creature mitiche, non essendo vive, non muoiono, sono e insieme non sono, come i sogni che circolano fra i nostri neuroni e ci fanno muovere gli occhi per seguirli. Il significato della reazione apparentemente suicida della sfinge è che ha liberato la strada di Tebe, che non può più impedirci di raggiungere la città, l'ecumene, ma continua a interrogarci e stringerci dall'abisso con fondo e senza fondo dove scivoliamo ogni notte.
I nostri bambini non hanno ancora imparato a tollerare con qualche
méchanos, qualche trucco o espediente ingegnoso, la presenza della nostra assenza, per questo hanno bisogno che stiamo loro accanto quando si addormentano, per questo hanno paura del buio e piangono e ci chiamano dopo un incubo.
Se non riusciamo a pensare e agire dimenticando l'abisso nel quale si è precipitata la sfinge, l'abisso connesso alla condizione umana, all'avvicendarsi delle diverse età e delle generazioni, non diventiamo adulti. Ma se ci convinciamo che questo abisso non esista, se non riconosciamo l'eco delle questioni poste dalla sfinge che si prolunga in tante forme nel giorno, siamo adulti inutili a noi stessi e agli altri. Dimenticare la sfinge è cadere noi stessi nel burrone, e siccome siamo vivi, possiamo morire. La sfinge è custode della via chiusa e della via aperta, dell'ostacolo insormontabile e di quello che si può superare, attesta l'esistenza di una logica assurda per la coscienza, ma non meno vera ed effettiva di quella della veglia. La sfinge, una sfinge piccola come il grillo canterino di Nardiello[1], è il terzo personaggio che per un batter d'occhio appare fra l'adulto che si addormenta e il bambino che lo fa tornare alla veglia, perché riprenda la sua funzione di narratore.

La fiaba ricomincia, e alla vaghezza della sfinge subentra quella degli abiti di sole e di luna di
Pelle d'asino [2], che non ci sono e ci sono, viaggiando sottoterra insieme a lei. La discontinuità perturbante dei nostri stati è nelle fiabe la trasformazione di Nardiello da disgraziato gettato nella fossa dei leoni a legittimo sposo della principessa, che implica anche un cambiamento d'aspetto del quale le meraviglie della chirurgia estetica sono risibili imitazioni. La dissoluzione dei confini di spazio e di tempo che viviamo regolarmente nei nostri sogni, e che speriamo di non sperimentare mai nei deliri della follia o della demenza senile, trovano espressione nelle fiabe: dodici pezzetti della focaccia di Fiore[3], divisa dalla giovane per rispondere alla richiesta delle fate, bastano perché lei, povera e vessata dalla matrigna, abbia capelli dai quali cadono oro e perle ogni volta che si pettina, mentre a ogni parola sulla bocca le sboccia un fiore.
Gli incantesimi hanno almeno due direzioni: in un batter d'occhio sette fratelli diventano
sette piccioncini[4], quando la loro sorella coglie un ramo di rosmarino dalla fossa dell'orco, ma altrettanto rapidamente ridiventano sette bei giovani, quando la stessa sorella ha vissuto un bel po' di avventure. La fiaba, a differenza del sogno, a differenza della sfinge, a differenza del mito classico, racconta sempre che si può presentare qualcosa, mettendosi a cercarlo perché non se ne può fare a meno, anche se non si sa dove sia, quando si troverà, e nemmeno cosa possa essere, qualcosa che consentirà di ribaltare l'incantesimo negativo, o di liberarsi e liberare da una condanna. In Fabulando, a partire dalla Carta fiabesca della successione [5], abbiamo raccolto e proponiamo sessantuno fiabe ordinate secondo questa condanna originaria, ovvero la sentenza che causa l'avvio del racconto, senza dimenticare che il passaggio di beni e di debiti fra le generazioni è una questione ben reale, che riguarda tutti, presi singolarmente o come insieme.

Abbiamo tentato, come tanti prima di noi, di definire cosa siano queste preziosi fenomeni, animali parlanti, fate, orchi, piante che fanno bocca della corteccia, come la quercia de  
I sette piccioncini (cit.), o mandorle e nocciole, che rompendosi al momento giusto producono galanterie preziosissime. Non pensiamo che indagare la loro realtà simbolica sia inutile, e anche in Fabulando si trova qualche esempio di interpretazione[6], ma quel che più ci sta a cuore è la loro natura minuscola, trascurabile, più facile da ignorare che da guardare, da scartare come insignificante più che da prendere e custodire per farne il proprio tesoro, come la bambola popoavola[7] di Adamantina o lo scarafaggio, il topo e il grillo di Nardiello (cit.).

Se richiamo alla mente e al cuore lo sguardo di mio figlio bambino o dei suoi figli quando mi richiamano da quel sonno irresistibile, immagino che la fiaba, se, come credo, ha qualche utilità, sia questa: non trascurare nulla, il tesoro può essere in una mandorla, in un grillo. Può indicarti la strada una stracciona, o una piccola volpe, una quercia o una formica, o un gomitolo che ti ha dato il principe d’Arcolaio[8].
Quando nulla e nessuno ti aiuta a uscire da una situazione nefasta, sperimenta qualcosa di nuovo, intorno a te ci può essere qualcosa, se guardi bene, se hai ancora quella forza delicata che nell’infanzia ti faceva svegliare il narratore addormentato, che tornava a prendersi cura di te grazie alla tua vigile attenzione, la sola rimasta.
Ancora... ancora... ancora... che non abbia mai fine il desiderio di non precipitare nell'abisso della sfinge, di scivolare nel sonno con tutta la dolcezza possibile, perché è solo così che si riemerge al mattino con qualcosa di nuovo, che viene dalla veglia, ma che durante la veglia non avevamo visto, sia un aiuto prezioso, sia la consapevolezza di un dolore o di un bisogno, che non aveva potuto affiorare. Il sublime, la categoria estetica che trascende la separazione fra bello e brutto, fra desiderabile ed esecrabile, ha un etimo incerto ma affascinante: sub-limen, sotto la soglia. Stretta la soglia, larga la via, / dite la vostra che ho detto la mia, è una delle più diffuse formule di chiusura delle fiabe popolari. La soglia è una linea da varcare, divide la vita del giorno e della notte, che sono spazi di innumerevoli stanze e pianure e monti e mari e fiumi, come quelli piccoli della nostra Carta fiabesca della successione (cit.). Ma come si varca la soglia è l'essenziale della nostra presenza umana, lo stile col quale si affronta quotidianamente questa discontinuità, non solo nel passaggio fra veglia e sonno, ma nelle emozioni violente che ci strapazzano e ci fanno volare e precipitare, come la passione e l'ira, fra il malessere e il benessere di cui non sappiamo la ragione, nei ricordi che si formano e si trasformano e si eclissano e tornano a splendere. Narratore e ascoltatore sono accanto alla soglia, si parlano e si ascoltano. La soglia è una linea, non un luogo, qualcosa da varcare, non da abitare. Non ha spessore, come la retta nella geometria euclidea, somiglia ai sogni, ma ci serve a separare, distinguere, discernere.

Quando il narratore si addormenta, precipitando per un istante nell'abisso, il bambino lo richiama, perché dopo i due anni è già abbastanza esperto di soglie da sapere che si può varcarle in entrambe le direzioni, come si possono ottenere da orchi e fate sia doni, sia danni. Ma questa attitudine del bambino, e del soggetto in genere, a risvegliare chi ha la funzione di prendersene cura, questa capacità di tollerarne l'eclisse repentino, non può dispiegarsi se non brevemente. Per non essere soffocati dalla sfinge ci vuole una storia, prima una filastrocca, poi una fiaba, poi una storia lunga e affascinante come quelle delle
Mille e una notte, poi un bel romanzo. Ancora... ancora... ancora...

Confessiamo infine, ora che dobbiamo lasciare tante domande senza risposta, ora che Fabulando con la sua Carta fiabesca della successione è on line, che ha tante imperfezioni, lacune, errori, che non finiremo mai di correggerle. Abbiamo cominciato con trentotto fiabe, poi, cominciando con Hänsel e Gretel[9] ne abbiamo inserite altre. Ora sono sessantadue, con Il Re d’Arcolaio che dobbiamo caricare on line mentre completiamo questo libro. Oltre a fare le carte e gli e-book delle nuove fiabe, abbiamo rifatto le carte delle ingiunzioni e dei quadranti, per aggiungere i nuovi titoli. Poi abbiamo rifatto le mappature che consentono di viaggiare in
Fabulando con i click e i touch, lievi e rapidi come una magia, per poi ricaricare tutto online, e-book, file html e immagini, con tutti gli errori da correggere che si manifestano in queste operazioni. Dopo tutto questo, finalmente, abbiamo preso coscienza che anche noi, narratrici e ascoltatrici allo stesso tempo, come i bambini chiedevamo e ottenevamo ancora fiabe, ancora... ancora... ancora...

Lasciare un lavoro non è come addormentarsi, ma è un passaggio di stato: il frutto del nostro lavoro, finché lo ampliamo e lo cambiamo è ancora nostro, quando lo consideriamo concluso, anche se Fabulando è la prima espressione di un progetto che vorrebbe restare aperto, se ne va per il mondo da solo, come un bambino che comincia ad andare a scuola, come un adolescente che per la prima volta prende il motorino o viaggia da solo per l'Europa. Allora un patrimonio, il nostro, quindi prezioso, per quanto piccolo e anche difettoso, potrebbe fallire, scomparire, vanificarsi. Meglio tenerlo ancora, migliorarlo, arricchirlo, ancora... ancora... ancora...

Fabulando è un labirinto dove si può perdersi e ritrovarsi – ciascuno dei due termini non ha senso senza l’altro - secondo il proprio estro e il tempo a disposizione, perché la combinatoria dei suoi elementi consente percorsi infiniti. Né mancano visite guidate, per chi vuole cominciare a viaggiare insieme a noi: i Fabulando fairy tour. Fabulando è una miniera a cielo aperto: vi si trovano gioielli portati in superficie e splendenti, come i sessantadue e-book delle fiabe, pietre semilavorate, segnali di tesori ancora da scavare. Chiunque entri nel mondo delle fiabe con la passione del vero viaggiatore/ricercatore, si accorge presto, e capisce sempre meglio, che le fiabe, pensate come insieme esteso nello spazio e nel tempo, sono come una miniera inesauribile, per quanto si scavi, come i possibili percorsi nel loro labirinto, per quanto si viaggi.

Ma bisognava lasciarlo andare, mettere on line Fabulando, e sperare, o pregare. E grazie alla comprensione e all’interesse di Marco Dallari per questo nostro lavoro, abbiamo scritto questo libro, che una volta stampato non potremo più correggere, integrare, incrementare.

Curare, come educare, è anche lasciar andare. La sfinge soffoca sia chi varca troppo presto la soglia fra quel che è intimo e quel che è aperto a tutti, sia chi si attarda cedendo alla paura. Il bambino ha bisogno di restare nove mesi nel grembo materno, e se vi si trattiene più a lungo rischia di morire, come se prima del tempo viene al mondo.
Il bambino ha bisogno di addormentarsi. Il bambino ha bisogno di restare sveglio. L'adulto a volte si addormenta al suo posto, ma le fiabe e i romanzi permettono a entrambi di ritrovarsi.









[1] Lo scarafaggio, il topo e il grillo, Giambattista Basile (1634-1636). Vedi l’e-book in Fabulando. Carta fiabesca delle successioni: http://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Scarafaggio-topo-grillo/mobile/index.html#p=1.

[2] Pelle d’asino, Charles Perrault (1694 e 1697). Vedi l’e-book in Fabulando. Carta fiabesca delle successioni: http://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Pelle-asino/Pelle-asino-eb-IT.html.

[3] Fiore e Gambodifiore, raccolta da Gennaro Finamore (1882). Vedi l’e-book in Fabulando. Carta fiabesca delle successioni: http://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Fiore-gambodifiore/Fiore-gambodifiore-eb-IT.html.

[4] I sette piccioncini, Giambattista Basile (1634-1636). Vedi l’e-book in Fabulando. Carta fiabesca delle successioni: http://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Sette-piccioncini/mobile/index.html#p=1.

[6] Per una introduzione a Fabulando, che comprende note di lettura su ogni fiaba della raccolta, vedi il Fabulando Fairinfo: http://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Fairinfo-IT.html.

[7] Bambola Poavola, Giovan Francesco Straparola (1550-1553). Vedi l’e-book in Fabulando. Carta fiabesca delle successioni: http://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Popoavola/mobile/index.html#p=1.

[8] Il Re d’Arcolaio, raccolta da Giuseppe Pitrè (1870-1913). Vedi l’e-book in Fabulando. Carta fiabesca delle successionihttp://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Animmulu/mobile/index.html#p=1.

[9] Hänsel e Gretel, Fratelli Grimm (1812). Vedi l’e-book in Fabulando. Carta fiabesca delle successioni: http://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Hansel-gretel/Hansel-gretel-eb-IT.html.

Adalinda Gasparini e Claudia Chellini, Lupus in fabula. Le fiabe nella relazione educativa. Collana Notti di luna vuota, diretta da Marco Dallari. Trento: Erickson 2017, pp. 249-262; Adalinda Gasparini, "Ancora... ancora... ancora..." pp. 249-258.  Vedi anche in Fabulando. Carta fiabesca delle successioni.


Come vede, niente di più di qualche analogia imperfetta, e forse anche non chiara sino in fondo ai miei stessi occhi, ma credo che non si possa agire diversamente se si vuole tentare di analizzare la complessità dell'attività psicologica. Nell'approssimarsi ad un fenomeno sconosciuto, non si devono avere remore nel dar libero corso alle proprie congetture, anche le più grossolane, a condizione di serbare la serenità del proprio giudizio e di non scambiare l'impalcatura delle rappresentazioni ausiliarie per la costruzione vera e propria. Per portare avanti il mio lavoro, non Le nascondo di aver fatto ricorso molto spesso all'immaginazione, dando credito alle parole di Faust goethiano, secondo cui "non c'è che la strega". Voglio dire che non si può avanzare di un passo se non speculando, teorizzando, o meglio ancora fantasticando, ovvero seguendo le informazioni della strega, le quali sovente non sono né molto perpicue né molto dettagliate. Si può ravvisare persino una dimensione delirante come componente essenziale nella formulazione di una teoria, e d'altra parte Le confesso che sono sempre stato sedotto da un'analogia, quella che mi fa apparire le formazioni deliranti del malato l'equivalente di quelle storie - che tecnicamente ho chiamato costruzioni - che io stesso m'impegno a realizzare, nel corso di un trattamento analitico, nella convinzione che sortiscano un effetto terapeutico. (Sergio Vitale, Autoritratto in un interno viennese, Milano-Udine: Mimesis Edizioni 2018; pp. 15-16)


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Ultima revisione: 4 gennaio 2020