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LA PSICOANALISI O LA SCIENZA LENTA DÉPLIANT
LOCANDINA
FAIRITALY ONLUS
 Uomo dei
                              Lupi   Dora (Ida Bauer) 
Uomo dei topi Hans a Daniel
                                Paul Schreber
L'UOMO
DEI LUPI


29 settembre
ore 10-13

DORA


29 settembre
ore 15-18

L'UOMO DEI TOPI

30 settembre
ore 10-13
IL PICCOLO HANS

30 settembre
ore 15-18
SCHREBER


1 ottobre
ore 10-13

FIRENZE 29, 30 SETTEMBRE E 1° OTTOBRE 2017

PICCOLO FESTIVAL DEI CASI DI FREUD

LA PSICOANALISI O LA SCIENZA LENTA
                                                     
Io penso che sarà un ottimo evento. Diremo cose non ordinarie e ciò potrà  risultare un ottimo fattore di risveglio. (C. Licitra Rosa ad A. Gasparini, e-mail del 12 agosto 2017)

Io penso davvero che l'impegno da te profuso per la psicoanalisi nell'evento che stai organizzando con mezzi artigianali per così dire sia l'indice chiaro della tua profonda dedizione alla causa dell'uomo. Abbastanza smarrito e disorientato oggi. È molto bello che a far da cornice sia la tua Firenze la capitale mondiale dell'umanesimo, ovvero di ciò che può essere oggi la causa dell'uomo.
Ti esprimo grande vicinanza. (Carmelo Licitra Rosa, c.s., e-mail del 28 settembre 2017)

Io penso sia stata una delle manifestazioni più belle in ambito psicoanalitico. Un rinascimento. (Anna Barracco, e-mail a Laura Cioni del 2 ottobre 2017)













Adalinda Gasparini


LA PSICOANALISI O LA SCIENZA LENTA / PSYCHOANALYSIS OR THE SLOW SCIENCE

premessa alla traduzione italiana dello
Slow Science Manifesto
Manifesto della Slow-Science

zoom consigliato: 100%

La psicoanalisi è lenta, in molti sensi.
Un'analisi che non si interrompa nel momento in cui un sintomo disturbante scompare dura molti anni. Ai tempi di Freud durava meno, ma le sedute erano quattro ogni settimana, mentre ora sono una o due. I maligni dicono che il ritmo di tre o quattro sedute ogni settimana oramai è accettato obtorto collo solo dagli aspiranti analisti.

L'inconscio ha un ritmo, o, meglio, molti ritmi, che alterna senza chiederci il permesso. Non conosce, come ci ha insegnato Freud, il tempo, la morte, l'altro. Non rende conto a istituzioni o persone, nemmeno alla persona di cui è l'inconscio. Vita e morte sono per l'inconscio concetti relativi, sembra concepire quelli che per la coscienza sono opposti un po' come Eraclito, divenuto l'oscuro dopo Platone - nemmeno un tuffatore delio, scriveva Socrate, ne tocca il fondo.



Ma non c'è nessun fondo inaccessibile, bensì l'adozione di uno schema di pensiero che evita la contraddizione quando insiste e non si fa sciogliere, come il nodo di Gordio. Per questo si immagina un fondo, un fondo che non si tocca. Alessandro sapeva che chi non avesse sciolto quel nodo non avrebbe conquistato l'Oriente, e lo tagliò con la spada. Il gesto di Alessandro sulla via dell'India è simile a quello di Edipo sulla via di Tebe: gli eroi civilizzatori sono tali perché sanno tagliare corto, con una spada e con un pensiero affilati. O con un bisturi.


La loro storia ci dice che sono conquistatori, solutori di enigmi e contraddizioni, come ci dice della tragedia che non possono evitare. Quel che hanno conquistato lo perdono, il loro regno si dissolve. Il cammino eroico è la traccia dell'uomo nella sua storia. Nella nostra storia. Edipo corre da Corinto a Tebe, corre assassinando Laio, corre cercandone l'assassino, e trova se stesso. Alessandro corre per il mondo intero, eroe delle culture occidentali e orientali. Ma il loro regno si dissolve. L'eroe muore giovane, o perde quel che ha conquistato. Si potrebbe dire che è vittima di quel che ha conquistato.

Psychoanalysis is slow, in many respects.
An analytical treatment which does not cease once a disturbing symptom disappears, goes  on for many years. In Freud's time, it lasted much less, but the sessions were four each week, while now they are one or two. Gossipers say that only aspiring analysts will accept the forced rhythm of three or four session per week.

The unconscious has its own rhythm, or rather many different rhythms, and it skips from one to the other without asking us for our permission. Freud taught us that it does not know time, death, or the other. It does not care for institutions or people, not even for the person whose unconscious it is. Life and death are relative concepts for the unconscious; it seems almost as if it has read Heraclitus, and agrees with him - even though after Plato he had become the obscure, so much so that it is said that Socrates joked that only a Delian diver would have been able to dive to his deepest depth.


But there is no inaccessible deepest depth.
Rather, there is a mental frame which avoids contradiction when the latter is entrenched and will not be loosened, like the Gordian knot. This is why we imagine a depth, an unreachable bottom. Alexander the Great knew that were this knot not loosened, the Orient would never have been conquered. And so he cut it with his sword. Alexander's gesture on his way to India is similar to Oedipus' answer to the riddle of the Sphynx on his way to Thebes. Civilizing heroes are such because they know how to cut questions short, with a sword and a cutting word. Or with a scalpel.

Their stories tell us that they are conquerors, solvers of riddles and contradictions. But they also tell us of the tragedy they cannot avoid. They lose what they have conquered, and their kingdoms dissolve. The path of heroes is the track of man in his own history. In our history. Oedipus runs from Corinth to Thebes, he runs while he is murdering Laius, he runs while he is looking for his father's killer, and finds himself. Alexander runs all over the known world, a hero for both western and eastern cultures. But both their kingdoms eventually dissolve. The hero dies young, or he loses what he has conquered. It could be said that he is the victim of what he has conquered.
Chi può misurare quanto si cammina in un'analisi? La sola cosa che conta è la testimonianza di chi l'ha fatta, che per quanto mi risulta la considera il miglior investimento di tempo e denaro della sua vita. La mia è un'esperienza di oltre trent'anni, ai quali vanno aggiunti quelli delle mie analisi personali e didattiche, prima di cominciare a esercitare questo mestiere. Cosa sono trent'anni? un soffio. L'inconscio non conosce il tempo, come le fiabe: Cuntu 'un porta tempu, dicevano a Pitrè le sue narratrici analfabete. Se è vero, ed è vero, trent'anni o un mese di esperienza hanno lo stesso valore. Ma non è vero, perché trent'anni di tempo hanno un peso, in un contesto pubblico, dove ci si muove al ritmo della coscienza.
A parte la lunga durata di ogni vera analisi, la lentezza riguarda anche il movimento teorico della psicoanalisi. Ci si può appassionare, come me, ai lavori di Klein e Bion, di Lacan e Dolto, fra gli italiani di Fornari e Fachinelli, ma non si può contestare quel che Fachinelli diceva degli psicoanalisti dopo Freud: che nella migliore delle ipotesi avevano esplicitato qualcosa che era già presente in Freud, come fra pieghe chiuse, che dopo di lui sono state utilmente aperte.


Ma vogliamo considerare i casi clinici, i cinque più celebri e commentati, più volte riscritti: psicoanalisti di chiara fama hanno anche dato voce a Dora o a Sergei Pankejeff, come se la loro esistenza potesse essere indipendente da Freud, dalla sua scrittura.
Possiamo dire di aver progredito rispetto a Freud? I nostri pazienti guariscono meglio di coloro - ma di uno Freud ha solo letto le Memorie - ai quali è dedicato il nostro Piccolo festival?
Ricordiamo le dubbie guarigioni o le anomalie dei cinque casi di Freud per chi ancora non li conoscesse:
Who can measure how far we go in analytical treatment? The only thing that matters is the testimony of those who have taken part in it. As far as I know, they consider it the best investment of time and money of their lives. I have had over thirty years' experience, to which one must add those of my personal and training analytical periods. But what are thirty years? An instant. The unconscious does not know time, in the same way as fables and literature. If it is true - and true it is - thirty years of experience, or one month, have the same value. But it is also not true, because thirty years have their weight in a public context in which we move to the rhythms of consciousness.
Apart from the long duration of every true analysis, slowness also pertains to the theoretical development of psychoanalysis. It is possible to become fascinated with the works of Klen and Bion, of Lacan and Dolto, of the Italians Fornari and Fachinelli, as I did; but we must admit what Fachinelli said of all psychoanalists after Freud: that in the best of scenarios, they had only made explicit something already implicitly present in Freud, as if between closed folds which were usefully opened up after his death.

But we will consider the five clinical cases more famous and commented, many times rewritten. Eminent psychoanalysts gave moerover voice to Dora or Sergei Pankajeff, as if their existence cold be independent from Freud and his writings.
Can we say that we advanced in comparison to Freud? Do our patients recover better than the four patients - Freud read only the memoirs of one of them - to which our Little Festival is devoted?
Let us remember the dubious recoveries or the anomalies of Freud's five Cases, for those readers who are not familiar with them.

Dora (Ida Bauer) interruppe la sua analisi dopo tre mesi;

il Piccolo Hans
(Herbert Graf) era il bambino di cinque anni di un ammiratore di Freud, che gli riferiva le fobie, i comportamenti e le parole di suo figlio: Freud gli suggeriva come aiutarlo a liberarsi dalle fobie;

l'Uomo dei Lupi (Sergei Pankejeff) dopo l'analisi con Freud non stava bene, e continuò l'analisi con un'allieva di Freud; Freud raccomandò ai suoi colleghi allievi viennesi di sostenere economicamente il giovane russo che da ricco e nobile si era trovato povero dopo la rivoluzione, e per tutta la sua lunga vita questo paziente rimase legato strettamente all'ambiente psicoanalitico, presentandosi  come L'uomo dei lupi;


l'Uomo dei Topi
(Ernest Lanzer), la cui analisi, durata undici mesi, è la sola considerata riuscita; ma siccome l'uomo morì al fronte nella prima guerra mondiale, non possiamo essere sicuri che non avrebbe più accusato disturbi;


il Presidente Schreber è l'autore di un diario nel quale descrive la sua psicosi paranoica, morto in manicomio pochi mesi dopo la pubblicazione del caso di Freud. 

Imbarazzante per gli analisti che di questi cinque grandi casi di Freud non ce ne sia uno per il quale possiamo vantare l'efficacia del lavoro psicoanalitico? Sì, se la psicoanalisi fosse quello che molti vorrebbero: una scienza neopositivistica che come tale promette certi risultati e non altri, dedicandosi a certi particolari casi clinici e non ad altri.

La  psicoanalisi è, come ha sempre pensato Freud, una scienza. Una scienza che viene dopo la fine della separazione fra scienze umane e scienze esatte. Questa distinzione ha valenze paradossali: le prime sono inesatte e le seconde disumane? Oppure, quando si definiscono scienze dell'uomo e scienze della natura, si intende forse che le prime non riguardano la natura - l'uomo ne sarebbe estraneo? - e le seconde non riguardano l'uomo?

 
A parte gli scherzi. L'illusione dell'esattezza è tramontata per le scienze del Novecento, e la psicoanalisi fin dalla sua nascita è sia una disciplina che una pratica che non procede se non nella riduzione dell'ubris conoscitiva che pure caratterizza il suo eroe, il suo attante protagonista, Edipo.
Le considette scienze umane, tramontato - chi potrebbe ormai non vederlo? - il tempo delle scienze positivistiche con le loro sorti magnifiche e progressive, si sono ritradotte con uno sforzo più epimeteico che prometeico in discipline o scienze neopositivistiche, che continuano a promettere risultati, anche se meno trionfanti. La psicoanalisi somiglia molto di più, per temi, problemi, ricchezza, passione, contrasti, resistenze, alle scienze che, nascendo in seno alle scienze dure, la matematica prima fra tutte, non hanno bisogno di conquistare un solo quarto di nobiltà scientifica.
Si è voluto questo Piccolo Festival per raccontare come noi psicoanalisti non ci vergognamo di non costruire tabelle e scale, di non disporre di manuali o test, e nemmeno di non poter vantare risultati dimostrabili.
Ricordo, ai tempi di Spazio Zero, quando si discuteva dell'istituendo Albo degli psicologi, della lista degli Psicoterapeuti, delle nascenti Scuole di Psicoterapia, che una volta Pier Francesco Galli ci faceva notare come noi psicoanalisti, se da un lato ci sentiamo forti, conoscendo e vedendo cose che restano oscure per gli altri, pur riguardando tutti, dall'altro lato dobbiamo sopportare una debolezza cronica: se un paziente non ricava benefici dal nostro lavoro è sicuramente colpa nostra, se invece risolve certi sintomi o trova un gusto di vivere che prima non aveva mai assaporato, in un primo momento ci possiamo sentire utili, e orgogliosi del nostro lavoro, certo, ma ben presto ci domandiamo se quella persona non avrebbe potuto, con un po' di fortuna, ottenere gli stessi risultati anche senza di noi. E non possiamo non pensare che sia possibile.


I cinque grandi casi di Freud fanno di questa incertezza la loro forza. Per questo sono stati amati dai grandi scrittori, per la scrittura di questi casi probabilmente a Freud fu assegnato il premio Goethe per la letteratura nel 1930. Perché l'incertezza della psicoanalisi, che ricorda quella di un bel titolo di Roger Caillois, L'incertitude qui vient des rêves, è l'incertezza della vita, la vaghezza della nostra intelligenza, e ancor più dei nostri sentimenti, dei nostri attaccamenti e dei nostri distacchi, e di quelli degli altri, con i quali sempre abbiamo a che fare. Anche quando - e forse soprattutto quando - impariamo a vivere e pensare in solitudine.


Il fisico quantico procede teoricamente riconoscendo un non saputo che non promette di chiarirsi una volta illuminato dalla luce del nostro intelletto. In matematica si opera con i numeri immaginari (rappresentati con la lettera greca iota). L'unità immaginaria è la radice quadrata di -1 e permette di estendere il campo dei numeri reali al campo dei numeri complessi. Operando con queste grandezze che neppure l'intuizione può rappresentare, si ottengono risultati talmente concreti che senza i numeri immaginari e complessi il computer sul quale sto scrivendo e sul quale tu stai leggendo non esisterebbe. Come non esisterebbe la liberazione da un'angoscia che imprigiona in un gioco di famiglia perverso un suo membro, condannandolo a una vita priva di orizzonte, senza lavorare tenendo conto dell'inconscio, e di quanto, essendo immaginario, ha effetti assai concreti.


Desideravo fare un esempio per descrivere il dialogo, tanto difficile da ritrovare, eppure indispensabile, e bellissimo quando si realizza, fra scienze umane e scienze naturali. Ovvero fra chi ha ereditato tutti i quarti di nobiltà conferiti alle scienze da Platone in poi e chi invece da allora non può vantarne. Ricordando come la poesia si muova nell'area dove il mezzo è la lingua naturale, e solo questa.



Oggi, sabato 15 luglio 2017, mi è capitato che cercando di ordinare quel che serve a organizzare il Piccolo festival, ho tradotto il manifesto della slow-science e i pensieri sono usciti dallo stabbio riferibile alla scatola cranica e sono andati al pascolo brado.


Devo ringraziare Paola Verrucchi, sul cui sito ho trovato il manifesto della slow-science. La devo ringraziare per la partecipazione ai nostri incontri del mercoledì sui casi di Freud, per i vantaggi che ci ha portato il rigore della sua apertura mentale e l'apertura del suo rigore scientifico. Credo che basterebbe non avere paura di trovarsi in difficoltà, e di smettere di svalutarci a vicenda: chi ha vecchi quarti di nobiltà scientifici e chi non li ha hanno molte cose da dirsi, e possono confortarsi nel cammino nuovo che stanno percorrendo. Ma l'insicurezza e l'attaccamento a quarti di nobiltà di svariati generi e consistenze è immensa, e superarla è una fortuna e un esercizio praticato da una minoranza. In campo umanistico - come nella psichiatria e nelle psicoterapie - ci si dedica al faticoso e ingrato lavoro volto a ottenere uno o più quarti di nobiltà con i metodi neo-positivistici, mentre in campo scientifico si teme che un contatto stretto con chi non ha quarti di nobiltà possa far precipitare i propri. Ma i quarti di nobiltà conferiti dai nostri padri greci si stanno dissolvendo, lentamente o a scatti, con esiti imprevedibili, proprio come la scienza.



Noi psicoanalisti abbiamo i difetti di entrambi i campi. Qualcosa ne dovremo pur fare. Anche il 29 e il 30 settembre e il 1° ottobre, nel convento francescano di San Salvatore a Firenze.
A proposito del linguaggio naturale, la sua potenza è tale che nominando numeri non dotati di esistenza concreta i matematici li chiamano immaginari. Numeri inconcepibili, inesistenti, eppure operativi, necessari, come non sono intuibili gli spazi a n>4 dimensioni...

Sapere che ci sono, e che hanno effetti concreti, è lasciare una concezione passata. Freud pensava che riconoscere l'esistenza dell'inconscio potesse bastare per cominciare a esercitare la psicoanalisi. Ma riconoscerla è accettare una ferita che non si rimargina: a meno che Parsifal non trovi il Sacro Calice del Graal. Se non fosse una favola. Se le favole fossero vere.
Proviamo a eliminare tutte le favole, i miti, le leggende, i romanzi, le storie: tutto il nostro mondo svanirebbe più rapidamente che con una guerra atomica.

Per concludere questa che nelle intenzioni di chi scrive doveva essere una noticina di commento al Manifesto della Slow-Science, devo ricorrere a una mia osservazione che lega Esiodo - il primo poeta che parla in prima persona, presentandosi nella sua stessa opera - e Freud, il primo scienziato che partendo dalla sua biografia ha dato forma a una disciplina tuttora praticata, talmente feconda che ha dato qualcosa al lessico quasi di ogni abitante della terra che legga qualche libro.

All'inizio della Teogonia - poco più di mille versi antichi di ventisette secoli - quando le nove fanciulle di Zeus/Luce-diurna e Mnemosine/Memoria, le Muse, chiamano lui, Esiodo, mentre pascola le sue pecore ai piedi del monte Elicona, gli dicono:

Dora (Ida Bauer) suspended her analysis after three months;

Little Hans
(Herbert Graf) was the five year old son of an admirer of Freud's work, who reported to the analyst the phobias, behaviours, and words of the boy, while Freud gave him suggestions as to how to help the child get rid of his phobias;

Wolf Man
(Sergei Pankajeff) still had not recovered after his analysis with Freud, and continued his treatment with one of Freud's students; Freud recommended to his students in Vienna to lend economic support to the young Russian noble, because following the Revolution he had lost all his vast riches; for the rest of his life, this patient remained closely tied to the psychoanalytical circles, even introducing himself as the Wolf Man;

Rat Man
(Ernest Lanzer), whose analysis - which lasted eleven months - is the only one to have been considered successful; but the man died fighting in the First World War, and we can thus not be certain that he would not have presented any further symptoms in the future;

President Schreber
, who authored a Memoir in which he described his paranoid psychosis, died in an Insane Asylum only a few months after Freud published his case.

Is it not embarrassing  for us analysts that of all five of Freud's greats cases we cannot find a single one to serve as a poster for the efficacy of psychoanalytical work? Of course, it would be embarrassing if psychoanalysis were what many would want it to be: a neo-positivistic science which, as such, promises certain results over others, and dedicates itself to certain clinical cases and not others.

Psychoanalysis, as Freud always thought, is a science. It is a science which dates from after the end of the separation between the human sciences and the hard sciences. This separation implies paradoxical effects: are the former flaccid sciences, and the latter inhuman? Or, rather, when we say human sciences in opposition to natural sciences, do we perhaps mean that the former have nothing to do with nature - are we saying that humans are outside of nature? - and the latter have nothing to do with human beings?

Jokes aside. The illusion of exactness has fallen for the sciences of the 20th century. Since its inception, psychoanalysis has been both a discipline and a practice which cannot proceed except through the elision of the hubris of knowledge which nonetheless characterizes its main hero, its seductive protagonist, Oedipus.
Now that the age of positivistic science with its magnificent and ever-progressing fate has been eclipsed - who could be so blind as not to see this? - the so-called human sciences have recycled themselves, through a struggle typical of Epymetheus rather than Prometheus, into neo-positivistic disciplines or sciences, which continue to promise results, even if with less pomp. Psychoanalysis is much more similar - in terms of issues, problems, fecundity, passion, contrasts, and oppositions - to those sciences which, having been born of the hard sciences, have no need to conquer even an ounce of scientific pedigree for themselves.
We put together this Piccolo Festival to tell of how we psychoanalysts are not ashamed of not drafting tables and charts, of not relying on handbooks and manuals, and of not being able to boast demonstrable results.
During the times of Spazio Zero, when we were debating on the proposed institution of the Italian National Register of Psychologists, of its section of Psychoterapists, of the emerging Psychoterapy Schools, I remember how one time Pier Francesco Galli pointed out to us how we psychoanalysts on the one hand feel strong, as we can see things that are obscure for most others even though they impact all of us, but on the other hand we must bear a cronic weakness: if a patient does not get better due to our work, it is certainly our fault; but if the patient resolves certain symptoms or discovers a taste for life he or she had not previously known, we might well at first believe that we have been useful and may even feel proud of our work, but we soon wonder whether that person would not have reached the same results without us. And we cannot but think that it might well have been the case.


Freud's five great Cases draw their strength from this uncertainty. It is for this reason that these cases have been loved by many great writers. And it was probably for this same reason that in 1930 Freud was honoured with the Goethe Prize for German Literature. It is possible to argue that the uncertainty of psychoanalysis - which reminds us of a fine book by Roger Caillois, L'incertitude qui vient des rêves (The Uncertainty That Comes from Dreams) - is the uncertainty of life, the vagueness of our intelligence, and even more of our feelings, of our attachments and of our detachments, and of those of others, with which we always have to deal. Also when - maybe especially when - we learn to live and think on our own.

Quantum physicists proceed with their theory, acknowledging an un-knowable which gives no guarantee of clearing away once it has been shone upon by the light of our intellect. Mathematicians work with imaginary numbers (represented by the Greek letter iota). The imaginary unit is the square root of -1 and extends the field of real numbers to complex numbers.  By operating with these values that cannot even be represented by intuition, it is possible to obtain results that are concrete. They are in fact so concrete, that without imaginary and complex numbers it would have been impossible to assemble the computer on which I am writing and you are reading.
Similarly, there would be no chance of breaking away from the perverted family games that so often imprison one of their members, condemning him or her to live lives devoid of any horizon, were we not to carry out our work together through constant reference to the unconscious: something imaginary, and thus with very concrete effects.
 
My wish was to make an example to describe the dialogue, which is often very difficult to come across, but indispensable - and wonderful when it finally takes place -  between the human sciences and the hard or natural sciences. This dialogue connects those who inherited the
scientific pedigree conferred to the hard sciences from Plato onwards and those who cannot boast that same Greek pedigree. For example, poetry moves in the area where the only medium is the natural language of speech.


Today, Saturday, 15th July 2017, while I was trying to arrange what is needed
to organize the Piccolo Festival, I started, by chance, to translate the slow-science manifesto. Thoughts started to come out of the stable contained in the skull box and trotted over to a grassy pasture.

Let me thank  Paola Verrucchi, on whose website I found the slow-science manifesto. Let me thank her for her participation in our Wednesday meetings in which we discussed about Freud's Cases. She offered us the boons of a rigorous yet
open mind. All we need, I think, is to stop worrying about floundering, and stop scolding each other: those who are part of the old scientific aristocracy, and those who are not have many things to say to each other, and they can comfort one another on the new path they are going down. But the insecurity, and the enduring attachment to old aristocracies of various kinds and consistencies is immense, and overcoming it is a fortune and exercise known only by a minority. In the humanistic fields - like psychiatry and psychotherapy - scholars and professionals dedicate themselves  to the laborious and ungrateful job of obtaining a few ounces of nobility through neo-positivist methods. In parallel, in the scientific field, scholars fear that close contact with those who hold no noble title at all may pull them down. But the nobility conferred by our Greek fathers is fading, sometimes slowly and sometimes in rapid jolts, with outcomes that are unpredictable, like those of science itself.

 
We psychoanalysts share the flaws of both these fields. We have to do something about this. We will try on the 29th and 30th of September and on the 1st October, in the Franciscan Convent of San Salvatore al Monte alle Croci, in Florence.
With regard to natural language, its power is such that in naming numbers with no concrete or tangible existence, mathematicians call them imaginary. These inconceivable numbers are non-existent, and yet they are operational, necessary, and also non-deducible, like the n>4 dimensional spaces...

To know that they exist, and that they have practical effects, means leaving behind a way of thinking that was precious in the past. Freud thought that recognizing the existence of the unconscious was a sufficient step with which to begin practicing psychoanalysis. But recognizing the unconscious means accepting a wound that does not heal: u
nless Parsifal finds the Holy Chalice of the Grail. If it were not a fairy tale. If fairy tales were true. Let us try to eliminate all the fables, the myths, the legends, the novels, the stories: all our world would vanish faster than if there was an atomic war.

To conclude this note, that in my intentions was supposed to be a brief comment on the slow-science Manifesto, I need to recall an observation of mine that ties Hesiod - the first poet who
speaks in person, presenting himself in his own work - with Freud, the first scientist who, starting from his autobiography, gave shape to a discipline that is still practiced, so fruitful that it gave something to the lexicon of almost every inhabitant of the earth who has read at least a few books.

At the beginning of the Theogony -  just over a thousand ancient verses dating from twenty-seven centuries ago - when the Muses - the nine girls of Zeus/Light-of-Day and Mnemosine/Memory - speak to the Author, Hesiod, while he is grazing his sheep at the foot of the Elicona Mountain, they tell him:

Ποιμένες ἄγραυλοι, κάκ’ ἐλέγχεα, γαστέρες οἶον,
ἴδμεν ψεύδεα πολλὰ λέγειν ἐτύμοισιν ὁμοῖα,
ἴδμεν δ’ εὖτ’ ἐθέλωμεν ἀληθέα γηρύσασθαι.
      Poiménes ágrauloi, kák' elénchea, gastéres oîon,
      ídmen pseúdea polla légein etýmoisin homoîa,
      ídmen d', eût' ethélomen, alethéa gerýsasthai.

Pastori campagnoli, brutta razza, solo-pancia,
noi sappiamo raccontare molte storie false alle vere simili,
ma quando vogliamo sappiamo cantare storie vere.
                         
      Country shepherds, ugly breed, only belly,
      We know how to tell false stories that seem real,
      But if we want we can sing true stories.

(vv. 26-28; tr. it.  nostra/ En. translation ours)

A Esiodo le muse non promettono la verità, ma storie che sanno di verità e storie vere, che gli diranno, perché a sua volta le racconti, senza dargli alcuna certezza di distinguere le une dalle altre. Per la poesia non fa differenza. Per i sintomi neppure: una malattia psicosomatica rovina la vita quanto una malattia di origine virale, per non ricordare da quali fattori indomabili dipendano la fragilità o la forza con la quale resistiamo agli attacchi quotidiani di virus e batteri.

Due sono i tipi di storie che raccontano le Muse, che vale la pena sentire e cantare, tanto che Esiodo lascia subito il gregge per seguirle e diventa poeta.


Le prime enciclopedie delle favole - i miti erano compresi nelle favole - contenevano tutti i tipi di storie tranne quelle vere, che comprendevano: 1. le descrizioni scientifiche; 2. le storie della propria religione, considerate rivelazione divina; 3. le storie alle origini della propria civiltà.

Vale la pena osservare che: 1. quel che era scienza ai tempi di Paracelso è oggi una favola - che il nuovo essere fosse completamente contenuto nello sperma e che nel grembo materno si limitasse a crescere, come il seme di grano nella terra; 2. quel che è rivelazione divina per i cattolici, come la verginità di Maria anche dopo il parto, è una favola per gli atei; 3. la fondazione di Roma ad opera di Romolo e Remo figli del dio Marte è oggi un mito. Ma è un mito anche l'esistenza di un'antica e perduta lingua indoeuropea - matrice delle lingue dei popoli più evoluti, ovvero Europei - di cui il sanscrito sarebbe l'esempio più antico (vedi: Semerano, La favola dell'indoeuropeo). Ma la nostra capacità di dimenticare e di ricostruire miti e favole, attribuendo loro la qualifica di verità è talmente grande che risorgono perfino miti che non sono mai stati verità scientifiche, per insanguinare il mondo, come il mito di una razza indoeuropea superiore alle altre.

Ma la conclusione che intendevo porre a questa pagina riguarda un'altra cosa, una novità epocale introdotta da Freud, che cambia definitivamente la partizione enunciata dalle nove Muse: Esiodo aveva un alto grado di civiltà, perché era consapevole del fatto che distinguere il vero dal falso, la storia vera o la vera scienza dalla favola, è un'attività nella quale l'uomo non smette di esercitarsi, ma che non smette mai di essere avvolta dall'incertezza. O dalla vaghezza.

Prima di Freud esistevano storie false che sapevano di fvero e storie vere. Il cambiamento introdotto da Freud è testimoniato in modo impeccabile dai cinque casi di cui parleremo nel Piccolo Festival, recitandoli, commentandoli, accostandovi il vero e il falso di altre discipline: i casi di Freud - e lui stesso come caso centrale della psicoanalisi - sono storie vere che sembravano false, di cui Freud mostra la verità. Ma  una volta raccontate e pubblicate, le storie cliniche continuano a oscillare tra il vero e il falso, tra  stabilità scientifica e vaghezza letteraria. Forse è per questo che oggigiorno noi  psicoanalisti diamo
diamoassai raramente alle stampe casi clinici: se Freud è il nostro modello dovremmo essere poeti e scienziati insieme.

La mossa di Freud, di mostrare la verità di storie che sembravano false - come la verità nell'isteria - fa sì che i letterati abbiano amato e amino Freud, perché gli scrittori e i poeti, come Esiodo, sanno che dipende dalle misteriose intenzioni dell'inconscio - dove altro potrebbero ormai abitare le Muse? - la storia che si va a raccontare, nella quale il vero e il falso si mescolano e cambiano proporzione a seconda di chi legge e del tempo in cui se ne fa la lettura.

Freud ha esteso il campo della letteratura. Ma così facendo ha aperto un nuovo campo alla scienza, una scienza lenta che somiglia a quelle scienze che come la psicoanalisi sono nate col secolo breve, il cui valore non sarà garantito da antichi quarti di nobiltà, ma dal rigore, dalla passione e dalla costanza dell'amore per la verità che sempre si nasconde e sempre si rivela.


The Muses do not promise truth to Hesiod, but stories that have the flavour of truth and of true stories.They will tell him their stories, so that he can tell them
in turn: they do not give him any certainty of being able to distinguish the true ones from the others. For poetry this does not make any difference. And it also makes no difference with regard to symptoms: a psychosomatic illness can ruin life just as much as a viral disease, not to mention the untameable factors on which depend the fragility or the strength with which we resist the daily attacks of viruses and bacteria.
There are two kinds of stories told by the Muses which are worth hearing and singing: Hesiod does not ask for anything more, and he immediately leaves his flock to follow them and become a poet.

The first
encyclopedias of fables - myths used to be included in favolectrlctrl - contained all kinds of stories except real ones, which included: 1. scientific descriptions; 2. stories concerning the author's religion, considered divine revelation; 3. stories concerning the origins of the author's civilization.

It is worth noting that: 1. what used to be considered science in the day of Paracelsus is now a tale - for example the conviction that a new being was completely contained in the sperm and that it grew in the maternal womb like wheat seeds in the earth; 2. that what is divine revelation to Catholics, like the virginity of Mary even after childbirth, is a fairy tale for atheists; 3. that the foundation of Rome by Romulus and Remus, sons of the god Mars, is a myth today.
In fact, the existence of a lost ancient Indo-European language - matrix of the languages of the most evolved people, i.e. the Europeans - of which Sanscrit would be the most ancient example is also a myth (see: Semerano, La favola dell'indoeuropeo). B
ut our ability to forget and rebuild myths and stories, giving them the status of truth, is so great that even myths that have never been scientific truths rise again, to ruin the world, like the myth of an Indo-European breed superior to the others.

But the conclusion I meant to write to this note is different, and it regards a radically new category introduced by Freud, which definitively changes the partition enunciated by the nine Muses: Hesiod had a high degree of civilization because he was aware that distinguishing the truth from falsehood, true stories or true sciences from myths or fairy tales is an activity that is always practiced by mankind, but it never ceases to be wrapped in uncertainty. Or to be characterized by vagueness.

Before Freud, we had false stories which rang of truth, and stories that were true. The change introduced by Freud is
exhaustively testified to in the five cases we are going to talk about in the Piccolo Festival, enacting them, commenting on them, and comparing them to truth and falsehood in other disciplines: Freud's cases - and he himself as the central case of psychoanalysis - are true stories that seemed false, of which Freud showed the truth. But once told and published, Freud's clinical stories continue to swing between true and false, between scientific stability and literary vagueness. Perhaps for this reason today psychoanalysts very rarely publish clinical cases: if Freud is our model we should be at the same time poets and scientists.

Freud's move of showing the truth of stories that seemed false - like the truth of hysteria - provoked the love of poets and novelists for him and his work, because writers and poets, like Hesiod, know that the story they are going to tell depends on the mysterious intentions of the
Unconscious - where else could the Muses now live? In every story truth and falsehood mingle and change proportion according to the reader and the time when the story is being read.

Freud extended the field of literature.
But in doing so he opened up a new field of science, a slow science that resembles those sciences that, like psychoanalysis, were born with the short century, whose value will not be guaranteed by ancient  nobility, but by rigor, passion and constancy of love for the truth that always hides and always reveals itself.







The slow-science manifesto Il manifesto della slow-science (Tr. it. di A. Gasparini)

We are scientists. We don’t blog. We don’t twitter. We take our time.

Siamo scienziati. Non siamo bloggher. Non twittiamo. Ci prendiamo il nostro tempo.


Don’t get us wrong:
we do say yes to the accelerated science of the early 21st century;
we say yes  to the constant flow of peer-review journal publications and their impact;
we say yes  to science blogs and media & PR necessities;
we say yes  to increasing specialization and diversification in all disciplines;
we also say yes  to research feeding back into health care and future prosperity.
All of us are in this game, too.
However, we maintain that this cannot be all.
Non ci fraintendere:
diciamo di sì alla scienza accelerata dell'inizio del XXI secolo;
diciamo di sì al flusso costante di riviste peer-review e al loro impatto;
diciamo di sì ai blog scientifici e a quanto è necessario nei media e nelle pubbliche relazioni;
diciamo di sì alla specializzazione e alla diversificazione crescenti di tutte le discipline;
diciamo anche di sì agli effetti pratici della ricerca sulla salute e sulla prosperità del futuro.
Anche noi siamo della partita.
E però manteniamo salda l'idea che questo non possa essere tutto.

Science needs time to think.
Science needs time to read, and time to fail.
Science does not always know what it might be at right now.
Science develops unsteadi­ly, with jerky moves and un­predict­able leaps forward;
at the same time, however, it creeps about on a very slow time scale,
for which there must be room and to which justice must be done.
Slow science was pretty much the only science conceivable for hundreds of years;
today, we argue, it deserves revival and needs protection.
Society should give scientists the time they need,
but more importantly,
scientists must take their time.
La scienza ha bisogno di tempo per pensare.
La scienza ha bisogno di tempo per leggere e di tempo per sbagliare.
La scienza non sa in ogni momento che cosa sia giusto.
La scienza cresce in modo dis-continuo, con mosse busche e imprevedibili scatti in avanti;
Eppure allo stesso tempo procede strisciando su una lentissima scala temporale,
per questo deve avere le condizioni giuste e deve esserle resa giustizia..
La scienza lenta è stata per molti secoli la sola scienza immaginabile;
oggi, lo affermiamo, merita una rinascita e ha bisogno di protezione.
La società dovrebbe dare agli scienziati il tempo di cui hanno bisogno,
ma è ancora più importante.
che gli scienziati si prendano il loro tempo.

 We do need time to think.
We do need time to digest.
We do need time to mis­understand each other,
especially when fostering lost dialogue between humanities and natural sciences.
We cannot continuously tell you what our science means;
what it will be good for;
because we simply don’t know yet.
Science needs time.
Abbiamo bisogno di tempo per pensare.
Abbiamo bisogno di tempo per digerire..
Abbiamo bisogno di tempo per fra-intenderci,
specialmente alimentando il dialogo perduto fra scienze umane e scienze naturali.
Non possiamo dire di continuo cosa significa la nostra scienza;
né a cosa servirà;
perché semplicemente ancora non lo sappiamo.
La scienza ha bisogno di tempo.
 


Bear with us, while we think.





Sopportateci, mentre pensiamo.


Manifesto presente sul sito di Paola Verrucchi (relatrice al Piccolo festival, prima sessione) http://paolaverrucchi.weebly.com/-beyond.html.
Tratto dal sito: The Slow Science Academy, 2010. Berlin, Germany - academy@slow-science.org [mail inattiva] - http://slow-science.org/.
Siti consultati il 15/07/17.









NOTA SU EPIMETEO E PROMETEO

"Prevedere non è spiegare", è il titolo di un libro intervista al matematico René Thom ("Predire n'est pas expliquer", 1991).

Siamo sciocchi e/o superficiali se pensando al mito dei fratelli Prometeo ed Epimeteo consideriamo intelligente l'uno - colui che vede prima - e sciocco l'altro - colui che vede dopo. Prometeo/che-vede-a-priori assecondò Epimeteo/che-vede-a-posteriori che gli chiese di esser lui a distribuire le virtù fra tutti gli animali. 
Epimeteo, come sappiamo, distribuì tutte le virtù fra gli animali, e quando si presentò l'uomo per ricevere la sua parte, non aveva più nulla, né una folta pelliccia, né grande velocità nella corsa, né potenza irresistibile negli arti. L'uomo era nudo. Per questo Prometeo andò a rubare il fuoco per noi esseri umani. Prometeo per una volta era stato imprevidente e per questo aveva escogitato un rimedio, a sue spese?
Oppure si tratta di una verità sull'uomo, ancora feconda, come tante dei nostri padri greci? Se il dono del fuoco deriva dalla previdenza - Prometeo - quanto dall'imprevidenza - Epimeteo -, la verità di un caso clinico, irriducibile alla scansione della narrativa classica non meno che alla sua impossibilità, vale a dire sia prevedibile che imprevedibile, in quanto ordinabile a-posteriori, appartiene all'ordine prometico/epimeteico che ci ha portato dove siamo. Inclusa l'aquila che rode il fegato di Prometeo, al quale in ogni caso ricresce. Il procedimento scientifico esige di perdere il fegato e di ritrovarlo. Bisogna spaventarsi per ritrovare il coraggio. In ogni analisi che si rispetti accade più volte, a entrambi i personaggi in gioco. (AG)

L'importanza dei fratelli titani per il genere umano torna nel mito di Deucalione e Pirra, soli sopravvissuti dopo il diluvio, ai quali fu concesso di far rivivere la stirpe degli uomini gettando dietro di sé le ossa della madre - i sassi. Deucalione era figlio di Prometeo, Pirra di Epimeteo.

Dal Protagora di Platone

Protagora, sofista di Abdera, nel dialogo che porta il suo nome, illustra la propria tesi col mito di Epimeteo e Prometeo: Zeus, per render loro possibile vivere in società, ha distribuito aidos e dike a tutti gli uomini. Gli uomini hanno bisogno della cultura e dell'organizzazione politica perché sono creature prive di doti naturali, come artigli, denti e corna, immediatamente funzionali ai loro bisogni. Tutti partecipano di queste due virtù "politiche". Ma esse non vanno viste come connaturate all'uomo, bensì come qualcosa di sopravvenuto, qualcosa che è stato trasmesso in maniera consapevole, e non semplicemente attribuito in un processo cieco, "epimeteico", del quale si può render conto soltanto ex post: per questo è possibile insegnare aidos e dike agli uomini, mentre non si può "insegnare" a un toro ad avere corna e zoccoli.

"Ci fu un tempo in cui esistevano gli dei, ma non le stirpi mortali. Quando giunse anche per queste il momento fatale della nascita, gli dei le plasmarono nel cuore della terra, mescolando terra, fuoco e tutto ciò che si amalgama con terra e fuoco. Quando le stirpi mortali stavano per venire alla luce, gli dei ordinarono a Prometeo e a Epimeteo di dare con misura e distribuire in modo opportuno a ciascuno le facoltà naturali. Epimeteo chiese a Prometeo di poter fare da solo la distribuzione: "Dopo che avrò distribuito - disse - tu controllerai". Così, persuaso Prometeo, iniziò a distribuire. Nella distribuzione, ad alcuni dava forza senza velocità, mentre donava velocità ai più deboli; alcuni forniva di armi, mentre per altri, privi di difese naturali, escogitava diversi espedienti per la sopravvivenza. [321] Ad esempio, agli esseri di piccole dimensioni forniva una possibilità di fuga attraverso il volo o una dimora sotterranea; a quelli di grandi dimensioni, invece, assegnava proprio la grandezza come mezzo di salvezza. Secondo questo stesso criterio distribuiva tutto il resto, con equilibrio. Escogitava mezzi di salvezza in modo tale che nessuna specie potesse estinguersi. Procurò agli esseri viventi possibilità di fuga dalle reciproche minacce e poi escogitò per loro facili espedienti contro le intemperie stagionali che provengono da Zeus. Li avvolse, infatti, di folti peli e di dure pelli, per difenderli dal freddo e dal caldo eccessivo. Peli e pelli costituivano inoltre una naturale coperta per ciascuno, al momento di andare a dormire. Sotto i piedi di alcuni mise poi zoccoli, sotto altri unghie e pelli dure e prive di sangue. In seguito procurò agli animali vari tipi di nutrimento, per alcuni erba, per altri frutti degli alberi, per altri radici. Alcuni fece in modo che si nutrissero di altri animali: concesse loro, però, scarsa prolificità, che diede invece in abbondanza alle loro prede, offrendo così un mezzo di sopravvivenza alla specie. Ma Epimeteo non si rivelò bravo fino in fondo: senza accorgersene aveva consumato tutte le facoltà per gli esseri privi di ragione. Il genere umano era rimasto dunque senza mezzi, e lui non sapeva cosa fare. In quel momento giunse Prometeo per controllare la distribuzione, e vide gli altri esseri viventi forniti di tutto il necessario, mentre l’uomo era nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi. Intanto era giunto il giorno fatale, in cui anche l’uomo doveva venire alla luce. Allora Prometeo, non sapendo quale mezzo di salvezza procurare all’uomo, rubò a Efesto e ad Atena la perizia tecnica, insieme al fuoco - infatti era impossibile per chiunque ottenerla o usarla senza fuoco - e li donò all’uomo. All’uomo fu concessa in tal modo la perizia tecnica necessaria per la vita, ma non la virtù politica. [322] Questa si trovava presso Zeus, e a Prometeo non era più possibile accedere all’Acropoli, la dimora di Zeus, protetta da temibili guardie. Entrò allora di nascosto nella casa comune di Atena ed Efesto, dove i due lavoravano insieme. Rubò quindi la scienza del fuoco di Efesto e la perizia tecnica di Atena e le donò all’uomo. Da questo dono derivò all’uomo abbondanza di risorse per la vita, ma, come si narra, in seguito la pena del furto colpì Prometeo, per colpa di Epimeteo. Allorché l’uomo divenne partecipe della sorte divina, in primo luogo, per la parentela con gli dei, unico fra gli esseri viventi, cominciò a credere in loro, e innalzò altari e statue di dei. Poi subito, attraverso la tecnica, articolò la voce con parole, e inventò case, vestiti, calzari, giacigli e l’agricoltura. Con questi mezzi in origine gli uomini vivevano sparsi qua e là, non c’erano città; perciò erano preda di animali selvatici, essendo in tutto più deboli di loro. La perizia pratica era di aiuto sufficiente per procurarsi il cibo, ma era inadeguata alla lotta contro le belve (infatti gli uomini non possedevano ancora l’arte politica, che comprende anche quella bellica). Cercarono allora di unirsi e di salvarsi costruendo città; ogni volta che stavano insieme, però, commettevano ingiustizie gli uni contro gli altri, non conoscendo ancora la politica; perciò, disperdendosi di nuovo, morivano. Zeus dunque, temendo che la nostra specie si estinguesse del tutto, inviò Ermes per portare agli uomini rispetto e giustizia, affinché fossero fondamenti dell’ordine delle città e vincoli d’amicizia. Ermes chiese a Zeus in quale modo dovesse distribuire rispetto e giustizia agli uomini: «Devo distribuirli come sono state distribuite le arti? Per queste, infatti, ci si è regolati così: se uno solo conosce la medicina, basta per molti che non la conoscono, e questo vale anche per gli altri artigiani. Mi devo regolare allo stesso modo per rispetto e giustizia, o posso distribuirli a tutti gli uomini?« «A tutti - rispose Zeus - e tutti ne siano partecipi; infatti non esisterebbero città, se pochi fossero partecipi di rispetto e giustizia, come succede per le arti. Istituisci inoltre a nome mio una legge in base alla quale si uccida, come peste della città, chi non sia partecipe di rispetto e giustizia». [323] Per questo motivo, Socrate, gli Ateniesi e tutti gli altri, quando si discute di architettura o di qualche altra attività artigianale, ritengono che spetti a pochi la facoltà di dare pareri e non tollerano, come tu dici - naturalmente, dico io - se qualche profano vuole intromettersi. Quando invece deliberano sulla virtù politica - che deve basarsi tutta su giustizia e saggezza - ascoltano il parere di chiunque, convinti che tutti siano partecipi di questa virtù, altrimenti non ci sarebbero città. Questa è la spiegazione, Socrate. Ti dimostro che non ti sto ingannando: eccoti un’ulteriore prova di come in realtà gli uomini ritengano che la giustizia e gli altri aspetti della virtù politica spettino a tutti. Si tratta di questo. Riguardo alle altre arti, come tu dici, se qualcuno afferma di essere un buon auleta o esperto in qualcos'altro e poi dimostri di non esserlo, viene deriso e disprezzato; i familiari, accostandosi a lui, lo rimproverano come se fosse pazzo. Riguardo alla giustizia, invece, e agli altri aspetti della virtù politica, quand’anche si sappia che qualcuno è ingiusto, se costui spontaneamente, a suo danno, lo ammette pubblicamente, ciò che nell’altra situazione ritenevano fosse saggezza - dire la verità - in questo caso la considerano una follia: dicono che è necessario che tutti diano l’impressione di essere giusti, che lo siano o no, e che è pazzo chi non finge di essere giusto. Secondo loro è inevitabile che ognuno in qualche modo sia partecipe della giustizia, oppure non appartiene al genere umano. Dunque gli uomini accettano che chiunque deliberi riguardo alla virtù politica, poiché ritengono che ognuno ne sia partecipe. Ora tenterò di dimostrarti che essi pensano che questa virtù non derivi né dalla natura né dal caso, ma che sia frutto di insegnamento e di impegno in colui nel quale sia presente. Nessuno disprezza né rimprovera né ammaestra né punisce, affinché cambino, coloro che hanno difetti che, secondo gli uomini, derivano dalla natura o dal caso. Tutti provano compassione verso queste persone: chi è così folle da voler punire persone brutte, piccole, deboli? Infatti, io credo, si sa che le caratteristiche degli uomini derivano dalla natura o dal caso, sia le buone qualità, sia i vizi contrari a queste. Se invece qualcuno non possiede quelle qualità che si sviluppano negli uomini con lo studio, l’esercizio, l’insegnamento, mentre ha i vizi opposti, viene biasimato, punito, rimproverato." (Platone, Protagora, 320 C - 324 A)



CAILLOIS, CARTESIO E L'INCERTEZZA CHE VIENE DAI SOGNI

 
L'incertitude qui vient des rêves
L'incertezza che viene dai sogni
L'incertezza dei sogni


Il titolo è ispirato a un passaggio del brano conclusivo delle Meditazioni di Cartesio (Meditationes de Prima Philosophia, in qua dei existentia, & animae humanae a corpore distinctio, demonstratur), al quale corrisponde più la traduzione italiana del titolo (L'incertezza dei sogni), che il titolo originale: L'incertezza che viene dai sogni.
Se l'incertezza riguarda la natura dei sogni o del sonno, si può ancora cercare di rimuoverla come un delirio notturno.
Ma se l'incertezza riguarda la percezione cosciente e i suoi confini, si apre una riflessione inquietante. O, almeno, confinante con tutto ciò che ci si presenta come unheimliche.
Seguono alcune citazioni da Cartesio, che possono aiutarci a capire la portata della questione. Come psicoanalista chi scrive osserva come il primato dell'Affeckt sui processi razionali metta radicalmente in crisi l'autonomia del soggetto, la padronanza del suo io. L'io non deve essere indebolito, ma messo in grado di  accettare la sua debolezza, non come una condanna, ma come la fragilità della pianta, che se fosse dura come la roccia non potrebbe crescere né fiorire.

Dalle Meditazioni di Cartesio, una frase che Caillois pone in esergo al capitolo d'inizio, Une tentative d'égarement - Un tentativo di distrazione -. In grassetto la parte che ha ispirato a Caillois il suo titolo.

Etenim scio nihil inde periculi vel erroris interim sequuturum, & me plus aequo diffidentiae indulgere non posse, quandoquidem nunc non rebus agendis, sed cognoscendis tantùm incumbo. (Testo Meditatio I,11, qui e nelle citazioni latine seguenti, testo originale del 1641)

Car je suis assuré que cependant il ne peut y avoir de péril ni d'erreur en cette voie, et que je ne saurais aujourd'hui trop accorder à ma défiance, puisqu'il n'est pas maintenant question d'agir, mais seuIement de méditer et de connaître. (Méditation I, 11, qui e nelle citazioni seguenti in francese, traduzione di Duc de Luynes del 1647)

[Perché sono certo che ora non possono esserci né pericolo né errore in questo modo,] e che oggi non saprei concedere troppo alla mia diffidenza, dato che ora non si tratta di agire, ma solo di meditare e di conoscere. (Meditazione I, 11; qui e nelle citazioni seguenti in italiano, tr. nostra)

Praeclare sane, tanquam non sim homo qui soleam noctu dormire, & eadem omnia in somnis pati, vel etiam interdum minùs verisimilia, quàm quae isti vigilantes. Quàm frequenter verò usitata ista, me hîc esse, togâ vestiri, foco assidere, quies nocturna persuadet, cùm tamen positis vestibus jaceo inter strata! Atqui nunc certe vigilantibus oculis intueor hanc chartam, non sopitum est hoc caput quod commoveo, manum istam prudens & sciens extendo & sentio; non tam distincta contingerent dormienti. Quasi scilicet non recorder a similibus etiam cogitationibus me aliàs in somnis fuisse delusum; quae dum cogito attentius, tam plane video nunquam certis indiciis vigiliam a somno posse distingui, ut obstupescam, & fere hic ipse stupor mihi opinionem somni confirmet.
(Meditatio I, 5)
Toutefois j'ai ici à considérer que je suis homme, et par conséquent que j'ai coutume de dormir et de me représenter en mes songes les mêmes choses, ou quelquefois de moins vraisemblables, que ces insensés, lorsqu'ils veillent. Combien de fois m'est-il arrivé de songer, la nuit, que j'étais en ce lieu, que j'étais habillé, que j'étais auprès du feu, quoique je fusse tout nu dedans mon lit? Il me semble bien à présent que ce n'est point avec des yeux endormis que je regarde ce papier; que cette tête que le remue n'est point assoupie; que c'est avec dessein et de propos délibéré que j'étends cette main, et que je la sens: ce qui arrive dans le sommeil ne semble point si clair ni si distinct que tout ceci. Mais, en y pensant soigneusement, je me ressouviens d'avoir été souvent trompé, lorsque je dormais, par de semblables illusions. Et m'arrêtant sur cette pensée, je vois si manifestement qu'il n'y a point d'indices concluants, ni de marques assez certaines par où l'on puisse distinguer nettement la veille d'avec le sommeil, que j'en suis tout étonné; et mon étonnement est tel, qu'il est presque capable de me persuader que je dors.
(Méditation I, 5)
A questo punto devo considerare che sono un uomo e che ho l'abitudine di dormire e di rappresentarmi in sogno le stesse cose, talora meno verosimili, di quelle che a quei pazzi capitano da svegli. Quante volte mi è capitato di sognare, la notte, che ero in questo posto,  che ero vestito, che ero accanto al fuoco, nonostante fossi spogliato a giacere nel mio letto? In questo momento mi par bene che non è di certo con occhi addormentati  che guardo questo foglio, che questo capo che era muovo non è affatto assopito, che è con piena determinazione e deliberato proposito che distendo questa mano e la sento: quel che accade nel sogno non mi pare affatto chiaro e distinto come tutto quello che sto provando ora. Ma pensandoci attentamente, mi torna alla memoria di esser spesso stato tratto in inganno, mentre dormivo, da simili illusioni. E fermandomi su questo pensiero, vedo con chiarezza che non ci sono indici che permettano di arrivare a una conclusione, né e segni sufficientemente certi che ci permettano di distignuere nettamente il sonno dalla veglia, e me ne meraviglio, e la mi meraviglia è tale che quasi riuscirei a convincermi che sto dormendo.
(Meditazione I, 5)

Atque haec consideratio plurimum juvat, non modo ut errores omnes quibus natura mea obnoxia est animadvertam, sed etiam ut illos aut emendare aut vitare facile possim. Nam sane, cùm sciam omnes sensus circa ea, quae ad corporis commodum spectant, multo frequentius verum indicare quàm falsum, possimque uti fere semper pluribus ex iis ad eandem rem examinandam, & insuper memoriâ, quae praesentia cum praecedentibus connoctit, & intellectu, qui jam omnes errandi causas perspexit; non amplius vereri debeo ne illa, quae mihi quotidie a sensibus exhibentur, sint falsa, sed hyperbolicae superiorum dierum dubitationes, ut risu dignae, sunt explodendae. Praesertim summa illa de somno, quem a vigiliâ non distinguebam; nunc enim adverto permagnum inter utrumque esse discrimen, in eo quòd nunquam insomnia cum reliquis omnibus actionibus vitae a memoriâ conjungantur, ut ea quae vigilanti occurrunt; nam sane, si quis, dum vigilo, mihi derepente appareret, statimque postea dispareret, ut fit in somnis, ita scilicet ut nec unde venisset, nec quo abiret, viderem, non immerito spectrum potius, aut phantasma in cerebro meo effictum, quàm verum hominem esse judicarem. Cùm verò eae res occurrunt, quas distincte, unde, ubi, & quando mihi adveniant, adverto, earumque perceptionem absque ullâ interruptione cum totâ reliquâ vitâ connecto, plane certus sum, non in somnis, sed vigilanti occurrere. Nec de ipsarum veritate debeo vel minimum dubitare, si, postquam omnes sensus, memoriam & intellectum ad illas examinandas convocavi, nihil mihi, quod cum caeteris pugnet, ab ullo ex his nuntietur. Ex eo enim quòd Deus non sit fallax, sequitur omnino in talibus me non falli. Sed quia rerum agendarum necessitas non semper tam accurati examinis moram concedit, fatendum est humanam vitam circa res particulares saepe erroribus esse obnoxiam, & naturae nostrae infirmitas est agnoscenda.  (Meditatio, VI, 24)

Et certes cette considération me sert beaucoup, non seulement pour reconnaître toutes les erreurs auxquelles ma nature estr sujette, mais aussi pour les éviter, ou pour les corriger plus facilement: car sachant que tous mes sens me signifient plus ordinairement le vrai que le faux, touchant les choses qui regardent les commodités ou incommodités du corps, et pouvant presque toujours me servir de plusieurs d'entre eux pour examiner une même chose, et outre cela, pouvant user de ma mémoire pour lier et joindre les connaissances présentes aux passées, et de mon entendement qui a déjà découvert toutes les causes de mes erreurs, je ne dois plus craindre désormais qu'il se rencontre de la fausseté dans les choses qui me sont le plus ordinairement représentées par mes sens. Et je dois rejeter tous les doutes de ces jours passés, comme hyperboliques et ridicules, particulièrement cette incertitude si générale touchant le sommeil, que je ne pouvais distinguer de la veille: car à présent j'y rencontre une très notable différence, en ce que notre mémoire ne peut jamais lier et joindre nos songes les uns aux autres et avec toute la suite de notre vie, ainsi qu'elle a de coutume de joindre les choses qui nous arrivent étant éveillés. Et, en effet, si quelqu'un, lorsque je veille, m'apparaissait tout soudain et disparaissait de même, comme font les images que je vois en dormant, en sorte que je ne pusse remarquer ni d'où il viendrait, ni où il irait, ce ne serait pas sans raison que je l'estimerais un spectre ou un fantôme formé dans mon cerveau, et semblable à ceux qui s'y forment quand je dors, plutôt qu'un vrai homme. Mais lorsque j'aperçois des choses dont je connais distinctement et le lieu d'où elles viennent, et celui où elles sont, et le temps auquel elles m'apparaissent et que, sans aucune interruption, je puis lier le sentiment que j'en ai, avec la suite du reste de ma vie, je suis entièrement assuré que je les aperçois en veillant, et non point dans le sommeil. Et je ne dois en aucune façon douter de la vérité de ces choses-là, si après avoir appelé tous mes sens, ma mémoire et mon entendement pour les examiner, il ne m'est rien rapporté par aucun d'eux, qui ait de la répugnance avec ce qui m'est rapporté par les autres. Car de ce que Dieu n'est point trompeur, il suit nécessairement que je ne suis point en cela trompé. Mais parce que la nécessité des affaires nous oblige souvent à nous déterminer, avant que nous ayons eu le loisir de les examiner si soigneusement, il faut avouer que la vie de l'homme est sujette à faillir fort souvent dans les choses particulières, et enfin il faut reconnaître l'infirmité et la faiblesse de notre nature. (Méditation VI, 24)

E certo queste considerazioni molto mi servono, non solo per riconoscere tutti gli errori ai quali è soggetta la mia natura, ma anche per evitarli, o per correggerli più agevolmente: perché sapendo che tutti i imiei sensi mi indicano più facilmente il vero che il falso, toccando le cose che riguardano gli agi e i disagi dei corpi, e potendomi quasi sempre servire della maggior parte di questi per esaminare la stessa cosa, e oltre a questo, potendo fare uso della mia memoria per legare e congiungere le conoscenze presenti alle passate, e della mia comprensione che ha già scoperto tutte le cause dei miei errori, non devo ormai dubitare oltre che si trovi del falso nelle cose che più ordinariamente si rappresentano grazie ai miei sensi. E devo respingere tutti i dubbi dei giorni passati, come iperbolici e ridicoli, in particolare questa generale incertezza relativa al sonno, che non potevo distinguere dalla veglia: perché ora vi riconosco una notevolissima differenza, nel fatto che la nostra memoria non può mai legare e congiungere i nostri sogni gli uni agli altri e con tutto il resto della nostra vita, come è invece solita congiungere le cose che ci accadono quando siamo svegli. E in effetti, se qualcuno, da sveglio, mi apparisse d'improvviso e d'improvviso sparisse, come le immagini che vedo dormendo, così che mi resti impossibile osservare da dove vengono, né dove vadano, non sarebbe senza ragione che lo considererei uno spettro o un fantasma che si è formato nel mio cervello, simile a quelli che vi si formano quando dormo, invece che a un uomo vero. Ma quando percepisco cose di cui so distintamente la provenienza, e dove si trovano, e il tempo nel quale mi sono appase e che, senza alcuna interruzione, posso legare il sentimento che mi hanno suscitato, con quel che segue del resto della mia vita, sono del tutto rassicurato del fatto che le percepisco da sveglio, niente affatto da addormentato. E io non devo avere alcuna specie di dubbio nei confronti di quelle cose, se dopo aver fatto appello a tutti i miei sensi, alla mia memoria e alla mia comprensione per esaminarle,  non deriva da nessuna di esse qualcosa che non si rifiuti di stare accanto a quel che mi viene dalle altre. Perché dal fatto che Dio non  è ingannatore deriva necessariamente che io su questo non sono ingannato  Ma siccome la necessità delle faccende ci obbliga spesso a concludere, prima che abbiamo avuto agio di esaminarle con tanta cura, bisogna ammettere che la vita dell'uomo è soggetta a fallire molto spesso nelle cose particolari, e che infine bisogna riconoscere l'infermità e la debolezza della nostra natura.
(Meditazione VI, 24)



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IL FOLLE COME CARICATURA O SPECCHIO DEFORMANTE DEL NORMALE
RIFLESSIONI A LATO DI SCHREBER


Ich weiß nicht, ob Sie das geheime Band zwischen der „Laienanalyse“ und der „Illusion“ erraten haben. In der ersten will ich die Analyse vor den Ärzten, in der anderen vor den Priestern schützen. Ich möchte sie einem Stand übergeben, der noch nicht existiert, einen Stand von weltlichen Seelsorgern, die Ärzte nicht zu sein brauchen und Priester nicht sein dürfen. (Freud und Pfister, Briefe 1909‑1939 [25.XI.1928] Frankfurt: Fischer Verlag 1963)

Non so se ha indovinato il legame segreto tra "l'analisi laica" e l'"illusione". Da una parte voglio proteggere l'analisi dai medici, dall'altra dai sacerdoti. Vorrei affidarla a una specie che ancora non esiste, una specie di curatori di anime di questo mondo, che non abbiano bisogno di essere medici e non debbano essere preti" (Freud, al Pastore Pfister, 25 novembre 1928; tr. nostra)



1. PREMESSA AUTOBIOGRAFICA

Scrivere per Schreber un testo per Ai tempi del caso, quinta e ultima sessione della domenica, è stata una avventura affettiva e intellettuale al quadrato, all'interno dell'avventura affettiva,  intellettuale, gruppale, organizzativa, logistica, rappresentata dal Piccolo Festival dei casi di Freud.
Inevitabile per me confessare, o manifestare, la presenza della follia nella mia vita fin da sempre, in due corsi di eventi e riflessioni. Il primo corso, di eventi, comprende  la storia del mio nonno paterno, che aveva avuto una prima crisi di psicosi diagnosticata come maniaco-depressiva nel 1945, seguita alla morte del figlio minore, Rino, capo partigiano al quale sono intitolatela scuola elementare di Concordia sulla  Secchia (MO) e una via di Modena, ucciso nel febbraio dello stesso anno da un partigiano, si disse per errore (a questo proposito si può vedere il mio romanzo Nino. La Valle Rossa).  Il nonno e la nonna sono stati parte integrante della famiglia, dal 1953, quando avevo due anni e mio padre li ha invitati a vivere con noi sollevandoli, come diceva lui, dalle fatiche dei campi e occupandosi del nonno nelle sue crisi periodiche, prima a cadenza biennale, poi settennale, facendolo curare a sue spese in una clinica fiorentina dove i metodi, che andavano dalla camicia di forza all'elettrochoc, erano però più umani di quelli del Lazzaretto di Reggio Emilia, dal quale i malati difficilmente uscivano una volta ricoverati. Dove, fra l'altro, era entrato per non uscirne mai più un fratello della nonna materna prima della seconda guerra mondiale, della quale non so altro che poche frasi di pietà e rassegnazione della nonna Linda, di cui porto il nome. Porto il nome anche della nonna materna, Ada, empolese, vedova a 24 anni, con mia madre nata pochi mesi dopo la morte del nonno Giovanni, tubercolotico, stroncato dalla epidemia della spagnola nel Natale 1921. Qui la follia era altrettanto presente, anche se la famiglia l'attribuiva al padre del cugino di mia madre, affetto da schizofrenia, diagnosi che gli fu attribuita a San Salvi, qui a Firenze, dove fu ricoverato a quindici anni. Il Tatantonio, come si era sempre chiamato, perché non era mai uscito dalla sua condizione di minorità, anche se è vissuto fino alla fine degli anni Novanta, viveva con la famiglia allargata della Nonna Ada, dove i miei genitori vissero venendo a Firenze prima del 1953. In quella casa oltre al Tatantonio fu ospitato anche il nonno Lino prima di uno dei suoi ricoveri a Villa dei Pini, e in quella casa dove sono nata per lasciarla con i miei genitori a due anni e mezzo. Mi raccontano che una mattina la nonna Ada, che chiamavano refugiumpeccatorum perché ospitava tutti, alzandosi trovò il nonno che officiava la sua follai davanti al mobile della saletta da pranzo sulla quale  aveva allestito un altare, ponendoci le fotografie di Rino, suo figlio partigiano morto, e di Pietro, figlio della nonna Ada, egualmente morto, saltato in aria col treno sul quale tornava in Italia dalla Grecia dov'era come soldato, in un attentato partigiano, tutte le candele e candeline che aveva trovato nell'affollatissimo appartamento di via Milanesi 49, bicchierini e oggetti vari che erano rimasti come misera testimonianza di una ricchezza perduta della famiglia della nonna, e altrettante piccole stoviglie che venivano dal florido commercio all'ingrosso di casalinghi avviato da mio padre in società con un fratello della nonna Ada.
Avrei ricordi: il nonno pallido che saluta da una finestra me e la mamma arrivate in cima alla salita di Villa dei Pini, perché quel giorno non si poteva visitarlo. Il Tatantonio a San Salvi, ma qualcosa ho già scritto e non mi pare il caso di ripeterlo (vedi Ziaìda e Tatantònio - Il fardello di grazia. Storie del Tato e della Zia), perché preferisco passare al secondo vorso di eventi, che ha come protagonista mio padre, già figlio maggiore di una famiglia di contadini, uno dei tre nuclei di una famiglia patriarcale di proprietari orgogliosi di non aver padroni, ma abbastanza poveri da dover emigrare - il mio bisnonno con il figlio maggiore, il mio nonno paterno - nei mesi invernali a lavorare in un grande albergo di Ginevra, il nonno già a undici anni come cameriere e suo padre come cocchiere. Ma il bisnonno militava nell'anarchia, e il nonno era socialista e leggeva romanzi, ne leggeva tanti che la mattina non si alzava all'ora ella mungitura  come i suoi fratelli minori. Mio padre era il primo della classe e siccome un compagno meno bravo di lui continuò a studiare dopo la sesta elementare mentre lui non poteva farlo, era così arrabbiato con le mucche, così ignoranti da pisciare proprio subito dopo che lui aveva pulito la stalla, che una volta a una di loro diede un morso sulla coda.
Vena di sublimazione o vena di follia? Nessuno ha mai pensato di ricoverare mio padre, né me, ma io credo che di aver ereditato la vena di follia di cui mio padre, a differenza del nonno che pure leggeva non solo romanzi ma tutto quello che gli capitava sotto mano, dal quotidiano del babbo al mio Corriere dei Piccoli, ha fatto qualcosa, diplomandosi ed entrando da vero innamorato nell'immensa famiglia di ogni tempo e ogni luogo della cultura, poco oltre la soglia della cultura latina e greca, ma abbastanza da convincermi che ne faceva parte, che era il posto più bello e nobile del mondo, e che non c'era né scopo di formazione da preferire a quello di farne parte, né luogo dal quale un essere umano - meglio maschio che femmina - potesse dispiegare le sue virtù ed elargirle generosamente sul suo prossimo. Non c'è bisogno che dica quale mistero gaudioso e doloroso ha costituito questa convinzione del campo della cultura come luogo esistente, nel quale lui, mio padre, era entrato e dal quale aveva scelto di uscire per l'imperativo morale - categorico, kantiano - di provvedere alle necessità della sua famiglia d'origine prima e della sua - della nostra - poi.

Siamo figli di un sogno, è difficile accettarlo, ma una volta che lo capiamo usciamo dall'incubo di scoprire che ci hanno cresciuto con un imbroglio, nel quale potevano credere e non credere - la proporzione delle due varianti ha qualche peso, ma uno/una psicoanalista e un robusto transfert su questo aspetto possono modificare vantaggiosamente le proporzioni in una misura che potrebbe apparire miracolosa, e invece del miracolo ha solo la parvenza per chi ignora che la mente è fatta di sogni, anche se non si credesse che tutta la materia sia un sogno, come fece dire al suo vecchio mago Prospero il grande Bardo albionico, non potendo certo immaginare quanto sarebbe stato citato, né che anticipava poeticamente la concezione della materia della meccanica quantica. La disciplina nata con Max Plack nel 1900, lo stesso anno di pubblicazione della Traumdeutung, torna nei nostri discorsi intorno al Piccolo Festival, al quale però partecipa anche in anima e corpo, con Paola Verrucchi, che parlerà nella prima sessione..

2. IL GINOCCHIO DI PSICHE E IL BASTONE DI FREUD

Molti anni fa, ai tempi di Spazio Zero, ho sentito Giacomo Contri raccontare questo aneddoto. Freud, costretto a lasciare Vienna occupata dai nazisti, malato di cancro e vicino alla morte, passeggia con Anna in Hide Park e si ferma sotto una statua di Psiche. Alza il bastone da passeggio, dà un colpetto sul suo ginocchio, e le chiede: "Psyche, was du willst? Psiche, cosa vuoi?". Poi si volta verso la fedelissima Anna e dice : "Psiche, interrogata, non risponde".
Ma non pare ci sia una statua di Psyche in Hyde Park. Forse è successo in un altro parco, dove Freud passeggiava con Anna? O l'ha inventato Contri a Spazio Zero, forse a Padova, o a Bologna o a Milano? L'aneddoto è bello, comunque sia.
Non significa che Freud è consapevole dei limiti della sua teoria, ma che Psyche di per sé non risponde, perché siamo noi a farla parlare. Vale a dire che non c'è un dato oggettivo psichico che possiamo udire o scoprire ponendo la giusta domanda o percorrendo il giusto sentiero, via regia, autostrada, sentiero. Ricordo Eraclito: il logos dell'anima è un abisso, il cui fondo non si tocca neppure percorrendo ogni via. Perché prende forma quando noi gli mettiamo addosso un abito, è una nostra creazione, e come tale funziona. La psicoanalisi funziona perché lo psicoanalista, come Freud, come vediamo nei cinque casi del Festival, descrive la propria azione. E' una magia - una potente mitologia, scrive Wittgenstein - ma non fa riferimento a energie telluriche o aeree, né a un Dio col quale il mago, o il fattucchiero, avrebbe un rapporto privilegiato. Leggendo i casi di cui parleremo nel Festival emerge la vaghezza del metodo, dei suoi presupposti, dei suoi risultati. Emerge un soggetto, Freud, che rinuncia all'arte medica del suo tempo, che non vuole essere l'officiante di una qualunque chiesa, e che come tale muove i fiumi segreti dell'essere, Acheronta.
Se Enea va a fondare Roma, altri - Giunone - muovono Acheronta. Nel motto di Freud c'è una riflessione essenziale per capire il concepimento, la natura, e il futuro della psicoanalisi. L'azione dell'uomo, che ha istituito gli dei superi in alto per poi avvicinarsi a loro ascendendo, ha prodotto tutto quel che poteva produrre. Li ha raggiunti, in bene e in male, distruggendo con un gesto - il dito sul pulsante dell'atomica - quanto il Dio dell'Antico Testamento aveva distrutto col diluvio. Li ha raggiunti anche salvando vite che prima erano condannate, con la medicina. Ha prolungato la durata della vita, modificato l'eros, limitato e incrementato le nascite. Il successo di una specie è l'incremento dei suoi componenti. La nostra specie vive un successo mai raggiunto prima, anche se questo successo rischia di distruggere il suo stesso habitat. Distruggere e preservare sono diventate prerogative umane, malgestite, certo, ma nemmeno la distruzione e il mantenimento divino - mitico  certo - erano gestite poi tanto armonicamente. (Non è sorprendente, così umana, l'affermazione del Dio dell'Antico Testamento dopo il diluvio, quando dice che non ne manderà più uno come quello, senza dire perché? si è pentito perché ha esagerato?).
Freud, e il Freud dei casi in grado massimo, rinuncia ad essere medico e si rifiuta di essere sacerdote di qualsiasi entità superiore, incluso il dio più moderno, la scienza. Che però è successivamente stata detronizzata dal dio-danaro, in una religione superstiziosa scambiata per ateismo, che più e meglio della scienza riduttiva e positivistica riduce qualunque fenomeno umano a una cosa che si può vendere, comprare, barattare. 
Freud si riferisce continuamente alla scienza, ma per dire che quel che appare poco scientifico nella sua teorizzazione non potrebbe al momento esser detto diversamente, e che il progresso scientifico mostrerà il valore delle sue osservazioni. Mai, assolutamente mai, delinea per se stesso e gli psicoanalisti contemporanei e futuri il compito di rendere scientifica la psicoanalisi. Lo psicoanalista deve procedere come lui, saranno gli scienziati a fornirci le 'prove' scientifiche del valore dei nostri procedimenti. E invece. E invece gli psicoanalisti cercano - come un fungaiolo i funghi o un erbaiolo i radicchi selvatici - la prova scientifica delle loro teorie.
Dimenticando che hanno un tovagliolo magico come quello del °Cunto dell'Uerco° di Basile. Che disastro! gli esempi risibili sono sotto gli occhi di tutti, anche se pensiamo al più raffinato dei discendenti di Freud, a Lacan. Quando pensa di aver trovato nella topologia, in particolare nel campo dei nodi, la formulazione scientifica delle verità psicoanalitiche, impazzisce, e ottiene che un piccolo drappello lo segua allontanandosi dalla realtà per somigliare ai personaggi di una vecchia storiella. In un vagone c'erano degli uomini, uno dei quali, a turno, diceva un numero e tutti gli altri ridevano di gusto. Il viaggiatore curioso informandosi seppe che era da tanto che viaggiavano insieme che si erano già raccontati tutte le barzellette che conoscevano. Per questo, avendole numerate, ora si limitavano a dire il loro numero, e questo bastava per far ridere tutti gli altri. Questa del resto è l'impressione che fa ogni gruppo coeso di noi psicoanalisti a chi assista ai nostri discorsi senza un transfert che lo posizioni come aspirante partecipante ai lavori di quel gruppo,
Anch'io sono stata quel pubblico, mentre ho cercato, e cerco ancora, certo, anche con questo Piccolo festival dei Casi di Freud, di non alimentare quel pubblico, se4nza sapere se sia possibile né se io ci riesca. Sono stata quel pubblico di più istituzioni, tante quante se ne possono contare con le dita di una mano. Quando ci si accorge dell'amore totale, della totale dipendenza avvolta più o meno bene da passione culturale e professionale, che si è portata o si porta a ciascuna di queste istituzioni, più che vedendo bene l'abbaglio per il quale altri e altre, simili a noi, ne sono parte e fanno proseliti, si prende atto della ripetizione dell'amore infantile per i genitori, della speranza che se interpretiamo finalmente bene la parte che ci chiedono di recitare, ci daranno quel che ci pare abbiamo promesso, obbedendo, o quel che finora ci hanno rifiutato, noi insegnando a loro quel che è buono e giusto. Sbagliato chiamare illusione questa speranza: se da vecchi perdiamo il capo - ovvero lo ritroviamo diversamente - chiamiamo mamma, più che babbo, tutti quelli che abbiao intorno, per ritrovare la forza erotica originaria che lega le generazioni, alimenta la cultura, e ci fa vivere dalla culla alla tomba, prendendo via via la forma dell'amore per un estraneo o un'estranea, per i figli, per i compagni di strada, per poi tornare quell'amore immortale ogni volta le le sue diverse declinazioni si esauriscono.
Non si tratta di un processo che si risolve: si svela, come superiore alle nostre intenzioni coscienti. Non se ne guarisce, a meno che non si consideri la morte la guarigione dalla vita. ma rinunciando a guarire si rinuncia alla Terra Promessa, o al Cielo Promesso, per cominciare a dedicare le nostre risorse alla terra sulla quale poggiamo i piedi, e al cielo, mutevole secondo le stagioni e i climi, verso il quale possiamo sempre levare lo sguardo.
Qui posso testimoniare la mia esperienza, e quella dei casi che ho conosciuto in oltre trent'anni di mestiere da psicoanalista: chi fa questa rinuncia, perché lo sceglie chi vi è costretto - si procede quando il cammino a ritroso è sbarrato, come ha scritto Freud concludendo Al di là del principio di piacere - quando deve vuole e può farlo, non desidera mai tornare indietro, per quanto i vantaggi del cambiamento appaiano talora così magri che a chi ci chiedesse perché abbiamo fatto tanti sforzi non sapremmo cosa rispondere.
Ma credo che la passione di comprendere, di vedere oltre gli abbagli del familismo infantile, abbia qualcosa di così umano e umanizzante che si paga da sé, che ha un valore senza bisogno che gli se ne attribuisca uno: non è oggetto di compravendita, non si traduce in danaro. In passato saremmo probabilmente stati credenti e avremmo spiegato l'investimento riferendoci a un premio ultraterreno, oggi, essendo atei, possiamo dignitosamente restare in silenzio, senza pensare che se non possiamo convincere il nostro interlocutore della convenienza della nostra scelta questo voglia dire che non sia una buona scelta. Posso dire che, cominciando da me stessa e continuando con tutte le persone con le quali si è fatta o si sta facendo una analisi abbastanza lunga e approfondita, non si hanno dubbi sul valore irrinunciabile di questo passaggio.
Schreber, was du willst?
Il ginocchio del Presidente della Corte d'Appello di Dresda non si trova, come non ho trovato la statua di Psiche dell'aneddoto citato. Ma anche se si trovasse, non risponderebbe alla nostra domanda, perché, essendo trapassato, non avrebbe bisogno di raggiungere la città, come Edipo e come noi, come Freud nella sua lunga straordinaria vicenda a Vienna. In questo senso non posso nascondere un sottile disagio nei commenti sui casi di Freud in genere, e su quello di Schreber in particolare, scritti da psicoanalisti dopo Freud. Per quanto siano acuti e documentati - il privilegio dello psicoanalista è presentarsi via via come filosofo, filologo, epistemologo, ma è un privilegio che imbarazza se non disgusta filosofi filologi ed epistemologi  - trascurano un dato inconfutabile: senza Freud noi non conosceremmo Schreber, a meno che Carl Gustav Jung, che ne aveva avuta una delle poche copie rimaste dopo il rastrellamento della famiglia, non ne avesse scritto lui anziché lasciare a Freud questo onere e questo onore. Resta da chiedersi come mai, dopo il lavoro di Freud, dopo la rottura che sarebbe avvenuta di lì a poco, Jung non abbia applicato alle memorie di Schreber le sue teorie. (Continuerà...)


Per un mese circa mi sono dedicata a Schreber, leggendo le sue Memorie pubblicate da Adelphi con le interessanti appendici che corredano questa edizione, rimanendo stupefatta per le finissime ed eleganti osservazione giuridiche che Schreber faceva dall'interno della Cucina del diavolo, o il Castello del diavolo così lui chiamava Sonnenstein, la casa di cura che sarebbe diventata un luogo di sterminio per il piano nazista di eliminare tutti gli handicappati, fisici o psichici, incenerendoli a migliaia, con la malvagia collaborazione di molti degli psichiatri che vi lavoravano da prima.

Ho pensato a una mezza dozzina di tracce belle per le poche pagine che dovevo scrivere per il Piccolo Festival, e una dozzina di volte ho cominciato a scrivere, fiduciosa, e altrettante ho lasciato da parte quel che avevo scritto. La mia impressione era che tutti quelli che avevano scritto su Schreber dopo aver letto il suo lunghissimo diario vi avevano messo del loro, e tornando alla normalità quotidiana, dove Dio non esiste, oppure, se esiste, non fruga con i raggi dentro alle sue creature, si erano fatti una ragione della loro normalità e della sua follia, plasmando con le migliori intenzioni il loro Schreber, perché riflettesse quel che di meglio avevano da conferirgli.