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ADALINDA GASPARINI              PSICOANALISI E FAVOLE

APPUNTI E MATERIALIA
Dopo il Piccolo Festival dei Casi di Freud, noi di FAIRITALY ONLUS vi invitiamo a partecipare
a un intenso viaggio di disperazione, morte, passione e vita nel centenario della nascita di Maria Callas

PROLOGO
CON BOCCACCIO
LA DONNA È MOBILE
POVERE MALATE
RIBELLIONI FATALI
CASTA DIVA
CONCLUSIONE
A ORIENTE
sabato 22 aprile 2023 mattina
sabato 29 aprile 2023 mattina
sabato 6 maggio 2023 mattina
sabato 13 maggio 2023 mattina
sabato 20 maggio 2023 mattina
sabato 27 maggio 2023 mattina
Dove si racconta di GRISELDA,
che alla fine del Decameron
inaugura l’enigmatico mito
della (sotto)missione femminile
e della (pre)potenza maschile.
Dove si racconta di GILDA e di BUTTERFLY, che muoiono volontariamente pugnalate:
i loro amati se ne vanno sani
e salvi, anche senza accorgersene.

Dove si racconta di MIMÌ e VIOLETTA, i soprani tisici dal fascino esangue che muoiono tossendo e cantando fra le braccia dei loro amanti disperati ma sani e salvi, senza impegni e senza macchia.

Dove si racconta della cantante TOSCA e della nobile LUCIA, che per salvare l’amore pugnalano il rivale, ma muoiono ingannate o folli, e muore come loro anche l’amato amante.

Dove si racconta di come la maga MEDEA e la sacerdotessa NORMA, quando i loro amanti
credendo di dominarle le umiliano, le tradiscono, le abbandonano, con potenza selvaggia possano
uccidere se stesse, le rivali, gli amati e i loro figli.

Dove si racconta di TURANDOT  che invece di sacrificarsi impone prove ai suoi pretendenti, e tanti muoiono prima che venga il principe vincitore. Peccato che alle nozze felici manchi la musica, perché Puccini è morto prima di comporla.
Adalinda Gasparini, Fairitaly
Laura Cioni, Fairitaly
Laura Cioni, Fairitaly Claudia Chellini, Fairitaly
Adalinda Gasparini, Fairitaly
Claudia Chellini, Fairitaly
ospite: David Riondino
ospite: Silvia Albertazzi
ospite: contatti in corso
ospite: contatti in corso
ospite: David Ginsborg
ospite: Teresa Trallori
moderatrice: Claudia Chellini
moderatrice: Claudia Chellini moderatrice: Adalinda Gasparini moderatrice: Laura Cioni

moderatrice: Laura Cioni moderatrice: Adalinda Gasparini


AVREMO AD OGNI TAPPA DEL NOSTRO VIAGGIO




Paola Verrucchi, fisica quantistica, UniFI, CNR, velista, come discussant



Laura Cioni, con un monologo teatrale e una romanza di Maria Callas, per invitarci

Chiara Riondino, e Federico Riondino,  con la riduzione di un'aria d'opera per voce e chitarra, per salutarci


David Riondino su Chiara Riondino



PER NON MORIRE A SCUOLA ACROSTICI
Daniela Fabrizi Roberta Perugini
Opificio di Letteratura Potenziale Libreria il Libraccio, Firenze
Pär Larson
Accademia della Crusca


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PROLOGO CON BOCCACCIO
NOVELLE O FAVOLE O PARABOLE O STORIE CHE DIR LE VOGLIAMO


Come in tante fiabe il signore della novella non vuole sposarsi, sicuro che sia comunque un cattivo affare. Ma quando i suoi sudditi gli chiedono di lasciare dietro di sé un erede che governi degnamente il marchesato di Saluzzo, il nobile Gualtieri sceglie la povera bella pastora Griselda.
E domandolla se ella sempre, togliendola egli per moglie, s’ingegnerebbe di compiacergli e di niuna cosa che egli dicesse o facesse non turbarsi, e se ella sarebbe obediente e simili altre cose assai, delle quali ella a tutte rispose del sí. (Leggi Griselda online)
Dopo novantanove novelle, o favole, o parabole, o storie, che dir le vogliamo Boccaccio ne racconta una alla quale gli studiosi dedicano interi convegni. L'abbiamo scelta per il nostro prologo perché l'obbedienza di Griselda, che non protesta né si mostra malinconica quando il marchese prima le porta via i figli lasciandole credere che li ucciderà, poi la ripudia, imponendole di tornare nella sua povera casa con la dote che gli ha portato, è incredibile come l'apparizione di un uccello parlante. Così Griselda risponde al marchese che alla fine la rimanda a casa sua, nuda come ne è uscita:
Comandatemi che io quella dota me ne porti che io ci recai, alla qual cosa fare né a voi pagatore né a me borsa bisognerá né somiere, per ciò che di mente uscito non m’è che ignuda m’aveste: e se voi giudicate onesto che quel corpo nel quale io ho portati figliuoli da voi generati, sia da tutti veduto, io me n’andrò ignuda: ma io vi priego, in premio della mia virginitá che io ci recai e non ne la porto, che almeno una sola camiscia sopra la dota mia vi piaccia che io portarne possa. — Gualtieri, che maggior voglia di piagnere aveva che d’altro, stando pur col viso duro, disse: — E tu una camiscia ne porta. —
Dopo che Griselda è tornata dal suo povero padre, Gualtieri la manda a chiamare perché preparari la festa per le nuove nozze. Gualtieri indica la giovane sposa e chiede a Griselda che gliene sembri:
Signor mio, a me ne par molto bene; e se cosí è savia come ella è bella, che il credo, io non dubito punto che voi non dobbiate con lei vivere il piú consolato signor del mondo: ma quanto posso vi priego che quelle punture, le quali all’altra che vostra fu giá, déste, non diate a questa, ché appena che io creda che ella le potesse sostenere, sí perché piú giovane è, e sí ancora perché in dilicatezze è allevata, ove colei in continue fatiche da piccolina era stata.
Finalmente il marchese cessa la prova, e rivelando che la nuova sposa è in realtà la loro figlia, e il loro figlio è con lei, fa sedere Griselda al posto che le spetta nell'esultanza di tutti. Tante volte particolari di questa novella o favola o parabola o storia che dir si voglia sono stati dipinti, per arredare le camere nuziali, perché le spose traessero ispirazione da Griselda per il loro contegno col marito. Ma il finale, felice quanto il finale delle fiabe, comprende un'osservazione non proprio adatta a istruire con l'esempio le giovani spose:
Gualtieri, tolto Giannucolo dal suo lavorio, come suocero il pose in istato che egli onoratamente e con gran consolazione visse e finì la sua vecchiezza. Ed egli appresso, maritata altamente la sua figliuola, con Griselda, onorandola sempre quanto piú si potea, lungamente e consolato visse. Che si potrá dir qui, se non che anche nelle povere case piovono dal cielo de’ divini spiriti, come nelle reali di quegli che sarien piú degni di guardar porci che d’avere sopra uomini signoria? Chi avrebbe altri che Griselda potuto col viso non solamente asciutto ma lieto sofferir le rigide e mai piú non udite pruove da Gualtier fatte? Al quale non sarebbe forse stato male investito d’essersi abbattuto ad una che, quando fuor di casa l’avesse in camiscia cacciata, s’avesse sì ad uno altro fatto scuotere il pilliccione, che riuscito ne fosse una bella roba.

La diffusione della novella in Europa, avvenuta in gran parte grazie alla traduzione latina del Petrarca, amico intimo di Boccaccio, potrebbe essere stata determinante per la genesi o almeno la diffusione di una fiaba, L'Augel Belverde, che si trova già nella raccolta cinquecentesca di Straparola, e che si diffonde in tutta l'Europa, insieme alla fiaba della contadina saggia, astuta e sagace, che in qualche caso ha anche il nome della protagonista boccacciana (Gherardo Nerucci, Novella XV, Griselda). Lasciando questo tema a una successiva trattazione, torniamo a Griselda e diciamo che oltre al fatto che la donna alla fine non muore, c'è un'altra ragione per aprire con Boccaccio il nostro Piccolo festival di casi lirici. Nel Proemio leggiamo che il libro è dedicato alle donne che soffrono per amore, costrette a restare chiuse in casa nascondendo in se stesse la potentissima fiamma, senza potersi nemmeno distrarre come gli uomini, che possono andare a caccia e a pesca, cavalcare e fare i mercanti in giro per Europa e non solo. Scrive quindi Boccaccio,

 in soccorso e rifugio di quelle che amano, per ciò che all’altre è assai l’ago, il fuso e l’arcolaio; io intendo di raccontare cento novelle, o favole o parabole o istorie che dire le vogliamo.

Novelle, o favole o parabole o istorie: il grande Boccaccio ci dice in poche parole che non c'è distinzione netta fra le favole e le storie, fra le novelle e le parabole, né, aggiungiamo noi, fra queste e i melodrammi, che se non fanno guarire dalle pene d'amore, aiutano a passare il tempo e a sopportarle. Finché un giorno le pene che sembravano fatali impallidiscono e si dissolvono.
Marina Abramović vede le pene d'amore come una costante nella vita femminile, che non dipende più dall'isolamento entro le mura domestiche e dall'autorità tirannica dei padri, dei fratelli e dei figli maschi. Le donne soffrono in eterno per amore e in eterno muoiono in tanti modi. È un tema che, a me come donna, sta molto a cuore (Seven Deaths of Maria Callas, Damiani Editore, 2020). Ecco: il nostro Piccolo Festival si interroga su questo immenso tema, dalla novella trecentesca di Boccaccio ai nostri giorni, usando con delicatezza e fermezza la chiave della psicoanalisi, che non serve a confermare la potenza ermeneutica della nostra disciplina, ma a suggerire nuove vie per la comprensione delle opere d'arte.
Come se sette secoli non bastassero, andiamo indietro di sette secoli prima di Cristo, per rileggere Esiodo che racconta che le Muse lo chiamarono invitandolo a seguirle lasciando la stessa occupazione di Griselda, la cura delle pecore: Se lo avesse fatto gli avrebbero raccontato storie false che sembrano vere e, quando volevano, vere storie. Al poeta il compito di scriverle e cantarle, non di distinguere le une dalle altre. E se le autorità religiose o civili hanno sempre preteso di farlo, Boccaccio nel Trecento ci dice che non esiste una netta separazione fra le une e le altre.
Noi come psicoanalisti ci occupiamo di un terzo insieme di storie, oltre a quelle considerate vere e a quelle finte che sembrano vere, perché le storie in analisi sono storie vere che sembrano false, che prima di Freud nessuno aveva preso in considerazione. Le storie liriche dei melodrammi, come le favole, le parabole, e tutti i racconti, ci aiutano a comprendere queste storie che i nostri pazienti o analizzanti ci raccontano: i sogni notturni, che nella stanza dell'analisi trovano spazio, mentre nessun altro le considera vere, nemmeno chi le ha sognate. Le persone, le loro anime, soffrono in silenzio, come le donne alle quali Boccaccio dedica il Decameron.
Questi silenzi della sofferenza sono il luogo del canto solitario, e l'arte del racconto e della poesia sgorgano dall'ascolto commosso di quel canto.








Griselda
(Venezia 1735)
 Libretto di Apostolo Zeno - Carlo Goldoni

Griselda
Dramma per musica

di Antonio Vivaldi
Opera completa
Dalla Griselda di Vivaldi
Agitata da due venti
mezzosoprano Cecilia Gasdia

Francesco Pesellino La storia di Griselda (click per ingrandire)
a sinistra: Gualtieri si prepara  per la caccia;

al centro, Gualtieri segue la bella Griselda;
a destra, Griselda denudata si veste con gli abiti di Gualtieri

Leggere e rileggere il Decameron
in tempi di guerra e pandemia
X, 10, Griselda
Franz von Suppé
n. Francesco Ezechiele
Ermenegildo Suppé

Esordio di Maria Callas Atene, 1941
Boccaccio o il principe di Palermo,
di Franz Suppé
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-https://www.youtube.com/watch?v=OEFJp8IrAWo
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-https://www.youtube.com/watch?v=OEFJp8IrAWo
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LA DONNA È MOBILE
 BUTTERFLY


CON ONOR MUORE CHI NON PUÒ SERBAR LA VITA CON ONORE

                 Un bel dì, vedremo
levarsi un fil di fumo
sull’estremo
confin del mare.
E poi la nave appare.
E poi la nave è bianca,
entra nel porto, romba il suo saluto.
Vedi? È venuto!
Io non gli scendo incontro. Io no.


Mi metto là sul ciglio del colle e aspetto,
aspetto
gran tempo e non mi pesa
la lunga attesa.
E… uscito dalla folla cittadina
un uomo, un picciol punto
s’avvia per la collina.
Chi sarà? Chi sarà?
E come sarà giunto
che dirà? Che dirà?
Chiamerà Butterfly dalla lontana.
i
o senza far risposta
me ne starò nascosta
un po’ per celia, un po’ per non morire
al primo incontro, ed egli alquanto in pena
chiamerà, chiamerà:
«Piccina mogliettina
olezzo di verbena»
i nomi che mi dava al suo venire.
...
Piccina mogliettina, olezzo di verbena, cantava Pinkerton, ma tornato in America ha dimenticato la sposa giapponese, abbastanza da sposare un'americana, mentre Butterfly non ha dimenticato lui. Nell'interpretazione di Marina Abramović, mentre il soprano canta Un bel dì vedremo, la scena del ritorno e della nuova partenza di Pinkerton è un paesaggio devastato da un'esplosione nucleare. Il collegamento fra la devastazione della piccina mogliettina, che credeva di essere legittimamente sposata, tanto da lasciare la sua religione per amore del marine, e la distruzione di Hiroshima e Nagasaki è esplicito. Nella sua entrata in scena al primo atto Pinkerton intona anche l'inno dei marines, che solo nel 1931 diventò l'Inno nazionale USA. Nella performance Seven Deaths of Maria Callas (Hara-kiri) Abramović/Butterfly, coperta da una tuta anti-radiazioni come Pinkerton e come il bambino che ha con sé, gli mette in mano una bandierina americana e lo manda dal padre, che si allontana con lui dopo aver rivolto uno sguardo alla piccina mogliettina. Lei si toglie la tuta e cade morta per le radiazioni. Nell'opera di Puccini Butterfly fa hara-kiri con la lama di suo padre, torna quindi alle sue origini rinunciando al figlio, all'amato, alla vita stessa. L'ultima battuta dell'opera è del tenore Pinkerton che grida Butterfly! Butterfly! mentre la piccina mogliettina muore. Sopravviverà. Ma non potrà dimenticare Madama Butterfly. Il marine Pinkerton è molto meno amato della sua piccola moglie giapponese, destino comune ai tenori di queste opere rispetto ai soprani, che il più delle volte danno il loro nome all'opera che interpretano. Cosa sarà questo sacrificio che è allo stesso tempo un trionfo? Il soprano è un martire? Di quale causa?
Quando abbraccia il bambino prima dell'hara-kiri Butterfly lo chiama piccolo iddio! / amore, amore mio, / fior di giglio e di rosa. Ha perso lo sposo amato per il quale è stata ripudiata da tutti i suoi parenti, ha lasciato la sua religione per 
sposare quella del marito ed essere totalmente sua. Ma al momento del massimo tradimento, quando il tenente di vascello Pinkerton torna in Giappone con la moglie americana e le fa chiedere di lasciare che il loro bambino vada con loro, Butterfly torna alla sua cultura: l'hara-kiri con il tantō del padre, che si è suicidato per mantenere l'onore. La piccina mogliettina diversamente da Medea ha ancora un padre al quale tornare, anche se la sola via per ritrovarlo è la morte. Per questo Madama Butterfly può salvare il suo germoglio, il figlio, fior di giglio e di rosa. Sul pugnale sta scritto: con onor muore chi non può serbar la vita con onore.




Dovunque al mondo, Pavarotti
Pinkerton e The Star-Spangled Banner
Già Inno dei Marines dal 1931 Inno nazionale americano
Lili Dagover in Harakiri (Fritz Lang, Germania 1919) Adalinda Gasparini
Oratorio di Peretola, Carnevale 1957
Jeremy Irons in M. Butterfly (David Cronenberg, US 1993) Marina Abramovich (2021)
Seven Deaths of Maria Callas - Hara-kiri
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LA DONNA È MOBILE
GILDA


 
VIVA IL RE

                   
La donna è mobile
Qual piuma al vento,
Muta d’accento
E di pensiero.
Sempre un amabile
Leggiadro viso,
In pianto o in riso
È menzognero.
È sempre misero
Chi a lei s’affida,
Chi le confida
Mal cauto il core!
Pur mai non sentesi
Felice appieno
Chi su quel seno
Non liba amore!

Gilda, sapendo che il padre Rigoletto intende uccidere il suo amato Duca di Mantova, entra letteralmente nel sacco al suo posto. Il suo amato amante, che la censura vietò a Verdi di mettere in scena come re (come nella fonte del melodramma, Le roi s'amuse di Victor Hugo, 1832) canta La donna è mobile, una delle arie d'opera più famose nel mondo, mentre Gilda si fa uccidere al posto suo. Così cantando corteggia una nuova amante, senza preoccuparsi della giovane che ha ingannato e abbandonato. Rigoletto ha cantato Cortigiani vil razza dannata, categoria che era anche la sua fino a che non hanno rapito l'amatissima figlia Gilda, che per proteggere teneva nascosta.
La storia racconta che chi si assoggetta al potere - Rigoletto fa il buffone di corte - non riesce a difendere l'onore e la purezza - rappresentati da Gilda, la figlia segreta. La nostra ospite Silvia Albertazzi racconterà come da bambina sentisse lo zio cantare l'aria del duca di Mantova e intendesse la donna è mobile come la donna è un mobile, probabilmente, pensava, una cassapanca. Poi, la piuma al vento, muta d'accento e di pensiero, per lei significava che la donna aveva poco spessore, come una piuma, e muta d'accento e di pensiero, significava priva di parola e di pensiero. Ho conosciuto un'altra persona che intendeva da bambina muta come aggettivo, non come verbo. Fraindendimento ridicolo e infantile? No, se ricordiamo un proverbio veneto, che dice come dev'essere comportarsi la brava donna:

che la tasa, che la piasa, che la staga in casa.
La donna è mobile? È la donna mobile? È mobile la donna? Parafrasiamo Alice quando si addormenta col capo in grembo alla sorella, e cade nel Paese delle Meraviglie, dove Lewis Carrol, nome de plume del matematico Reverendo Dodgson, l'accompagna insieme a noi. Cadendo senza potersi fermare, Alice si chiede se la sua gatta Dinah potrebbe acchiappare un pipistrello: “Do cats eat bats? Do cats eat bats?" and sometimes, "Do bats eat cats?" (p. 6). I gatti mangiano i pipistrelli? Mangiano i pipistrelli i gatti? I pipistrelli mangiano i gatti?
Sulla negazione che vale come affermazione Freud ha scritto un breve saggio nel 1925, Die Verneinung (La negazione), qui ci limitiamo a osservare come l'affermazione del Duca di Mantova sia negata dalla sua azione, mentre la povera Gilda, fermissima nel suo amore, si fa uccidere per lui. Non meno ferma di Butterfly rispetto al mobile Pinkerton, e capace di morire per salvare il suo onore o il suo amore. Freud pensa che il Superio delle donne sia meno forte di quello maschile, ma le donne detenute sono un'esigua minoranza in Europa (il 4,2% delle donne rispetto al totale della popolazione carceraria in Italia, dato del 2016). Non sarà che abbiamo un'etica maggiore, e per questo il Superio è ridotto? O siamo immorali perché non abbiamo paura di scoprire la debolezza, l'immoralità, l'incoerenza, degli uomini che le attribuiscono alle donne?


La donna è mobile
Bella figlia dell'amore
Cortigiani di razza dannata
Massimo Fusillo (2022)
Eroi dell'amore.Storie di coppie, seduzioni e follie

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POVERE MALATE
MIMÌ



Dopo la sua celebre aria Che gelida manina, seguita dall'altrettanto celebre aria del soprano Mi chiamano Mimì, il tenore Rodolfo raggiunge gli amici al Caffè Momus con Mimì a braccetto. Così la presenta:
Eccoci qui
questa è Mimì,
gaia fioraia.
ll suo venir completa
la bella compagnia
perché son io il poeta
essa la poesia.
Affascinante per la mano freddissima e il pallore dovuto al mal sottile, Mimì però è sempre meno gaia, e ormai troppo malata arriva al finale del quarto atto, quando abbandona il suo protettore, e si trascina a fatica per il quartiere dei bohèmienne, dove, con l'aiuto di Musetta, riesce a tornare nella casa dove ritrova Rodolfo, che non ha mai spesso di amarla:  
Sono andati? Fingevo di dormire
perché volli con te sola restare.
Ho tante cose che ti voglio dire,
o una sola, ma grande come il mare,
come il mare profonda ed infinita...
(mette le braccia al collo di Rodolfo)
Sei il mio amore e tutta la mia vita!
Così muore, e Rodolfo si dispera, come Alfredo quando Violetta spira fra le sue braccia, e se fosse una persona e non un personaggio probabilmente la ricorderebbe per tutta la vita, e quando avesse una moglie pura come un angelo come la giovane Germont, avrebbe nostalgia dell'amante dei bei tempi di baldoria. 
E se passasse dal melodramma alla canzonetta? La donna amata, la poesia, se ne vanno fra colpi di tosse e vita da bohemienne. Muore Mimì e se Rodolfo passasse dal melodramma alla canzonetta potrebbe anche rinunciare alla poesia, fare un degno matrimonio e magari diventare... notaio? E in una serata gelida, se il suo piccino  ritrovasse una pansé, ricorderebbe la poesia perduta insieme alla signorinella pallida? Probabilmente gli cadrebbe una lagrima... vedessi come nevica!

 

Che gelida manina
Oh, questa tosse...
Blog di Chiara Prezzavento

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Carlo Buti, Signorinella pallida
1931
Rent - Musical Rock di Jonathan Larson
Prima rappresentazione 1994 
POVERE MALATE
VIOLETTA



È strano!… è strano!… in core
Scolpiti ho quegli accenti!…
Sarìa per me sventura un serio amore?
Che risolvi, o turbata anima mia?…
Null’uomo ancora t’accendeva… O gioia
Ch’io non conobbi, essere amata amando!…
E sdegnarla poss’io
Per l’aride follie del viver mio?…

Ah, fors’è lui che l’anima
Solinga ne’ tumulti
Godea sovente pingere
De’ suoi colori occulti!…
Lui che modesto e vigile
All’egre soglie ascese,
E nuova febbre accese,
Destandomi all’amor!…
A quell’amor ch’è palpito
Dell’universo intero,
Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor.

A me fanciulla, un candido
E trepido desire
Questi effigiò dolcissimo
Signor dell’avvenire,
Quando ne’ cieli il raggio
Di sua beltà vedea,
E tutta me pascea
Di quel divino error.
Sentìa che amore è palpito
Dell’universo intero
Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor.


(Resta concentrata; scuotendosi)

Follie! follie!… delirio vano è questo!…
Povera donna, sola
Abbandonata in questo
Popoloso deserto
Che appellano Parigi,
Che spero or più? Che far degg’io! Gioire,

Di voluttà nei vortici perir!…
Gioir!…

Sempre libera degg’io
Folleggiar di gioia in gioia,
Vo’ che scorra il viver mio

Pei sentieri del piacer.
Nasca il giorno, o il giorno muoia,
Sempre lieta ne’ ritrovi,
A diletti sempre nuovi

Dee volare il mio pensier.




Fin da bambina, quando mia madre mi raccontava la trama della Traviata, o forse quando sentivo l'opera alla televisione, da ragazzina, non pensavo che avrei vissuto come traviata, ma ero sicura che non sarei stata pura siccome un angelo come la sorellina di Alfredo Germont.
Ora, a settantuno anni, dopo quarant'anni di lavoro e di formazione permanente, in tanti modi, da psicoanalista, non so perché sentivo questo, che è stato vero, ma so che almeno in un nucleo di senso, che un collega junghiano potrebbe considerare archetipico, la certezza di non avere né il destino di Violetta né quello della giovane angelica Germont, è nel cuore di tante donne, non solo della mia generazione. C'è una fiaba che si trova nel Cunto de li cunti, la cui protagonista non cede rispetto al proprio desiderio, Basile la chiama Viola, io, nella mia traduzione italiana, l'ho rinominata Violetta. Un omaggio a Violetta Valery: perché almeno in una fiaba non muoia tisica, non solo dopo aver rinunciato al suo amato amante Alfredo, ma avendogli fatto credere che non lo amava più, pronta a qualunque sacrifizio come dice il padre di lui, per salvare l'onore della famiglia Germont.
La certezza di non avere il destino della traviata Violetta né quello della giovane Germont pura siccome un angelo implica una ribellione infinita al destino subito dalle madri e assegnato alle figlie, radicato nella donna fin dalle parti più arcaiche della mente - anche del cervello? Ogni volta che si compra una pianta di camelie può capitare di pensare a Violetta Valery, alias la Signora delle Camelie.
Se questa ribellione abbia o non abbia un senso, se sia utile a qualcuno, per esempio ai/alle pazienti, se i figli e le figlie vogliano, sappiano e possano resistere alla tentazione di genuflettersi agli idoli della convenzione senza morirne, non lo sappiamo. Ma possiamo solo desiderarlo, sperarlo, cercarlo. Ascoltando la voce di Maria Callas, guardando Marina Abramović nella performance dedicata a lei e a tutte le donne, nelle nostre pazienti, nella nostra stessa esperienza.



In concerto ad Amsterdam, 1973

estensione vocale di Maria Callas

1957

Con Luchino Visconti al trucco alla Scala, 1957
Siccome la signorina Germont, pura siccome un angelo,
non potrà sposarsi a causa della relazione del fratello con
una traviata, Germont padre chiede cantando a Violetta di lasciare
Alfredo. Per farlo dovrà fargli credere che non lo ama più.

Germont padre se ne sta andando, Violetta canta Amami Alfredo, mentre ha già scritto la lettera che provocherà il suo abbandono. Violetta nel terzo atto, povera e mortalmente malata di
tisi canta Addio del passato bei sogni ridenti
.
Germont padre e figlio accorrono al capezzale di Violetta
e Alfredo le promette: Parigi o cara noi lasceremo per andare in Provenza e vivere uniti per sempre. Violetta duetta con lui come se ci credesse e spira fra le sue braccia. I due Germont, tristissimi e liberi dai sensi di colpa e dagli impegni imbarazzanti, tornano in Provenza dalla figlia pura siccome un angelo
.




Kameliendamen
(Camille, Viggo Larsen, Danimarca 1907)

Francesca Bertini - La Signora delle camelie
(Camille, Ugo Falena, Italia 1909)
Sarah Bernardt - La Dame aux camélias
(A.Calmettes H. Pouctal, Francia 1912)
Greta Garbo - Margherita Gauthier
(Camille,
George Cukor USA 1936)
Madeline Kahn (Sempre libera)
Frankenstein Junior (Mel Brooks USA 1974)





Margherita Gauthier (La signora delle Camelie)
Quartetto Cetra (Antonello Falqui, RAI 1971)
Julia Roberts in Pretty Woman alla Traviata
(Gary Marshall USA 1990)
Gigi Proietti interpreta Armando Duval
(Un'estate al mare, C. Vanzina, 2008)
Marina Abramovich (2021)
Seven Deaths of Maria Callas - Consumption
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RIBELLIONI FATALI
TOSCA




Vissi d'arte, vissi d'amore,
non feci mai male ad anima viva!
Con man furtiva
quante miserie conobbi, aiutai.
Sempre con fe' sincera,
la mia preghiera
ai santi tabernacoli salì.
Sempre con fe' sincera
diedi fiori agli altar.
Nell'ora del dolore

perché, perché Signore,
perché me ne rimuneri così?
Diedi gioielli
della Madonna al manto,
e diedi il canto
agli astri, al ciel, che ne ridean più belli.
Nell'ora del dolore,
perché, perché Signore,
perché me ne rimuneri così?
Nowhere did the artist collide more poignantly than in the role of the divina Tosca. Confronted with the choice of sleeping with the brutal chief of police, Scarpia, or seeing her lover die, she appeals to God. Many saw this as her personal testament. (Antonio Pappano)
In nessun'altro momento l'artista coincide in modo più toccante che nel ruolo della diva Tosca. Dovendo scegliere fra soddisfare la richiesta di Scarpia, il butale capo della polizia, e vedere la morte dell'uomo che ama, si rivolge al Signore. A molti è parso il suo testamento. (Trad. nostra)

Tosca è una cantante lirica e Lucia è una principessa. Entrambe conoscono la passione, la loro e quella degli uomini. La prima ha un amante pittore, artista come lei, che si ribella all'ordine papalino vigente a Roma aderendo alla carboneria, la seconda ha un amante nemico del fratello che sposa in segreto, in un modo che ricorda Giulietta e Romeo. Uomini che si trovano costretti ad agire di nascosto, donne potenti che apparentemente si piegano all'autorità - Tosca a quella di Scarpia, Lucia a quella del fratello: ma entrambe si ribellano all'ordine uccidendo chi rende impossibile il loro amore, ed entrambe muoiono, Tosca gettandosi nel vuoto dopo aver scoperto che non è riuscita a salvare il suo amato, Lucia di dolore dopo aver perso la ragione: infine il suo amore si dà la morte scoprendo la sua tragica fine. Eppure il fascino di Tosca e di Lucia è tale che ogni donna almeno per un momento desidera essere nei loro panni, come ogni uomo desidera essere nei panni di Cavaradossi e di Edgardo. 
Scarpia vanta il suo sadismo come il suo potere, cercando la sottomissione della donna, ancor più desiderata se, indipendente e forte come Tosca, gli manifesta il suo odio e il suo disprezzo: Scarpia esulta per la sua potenza, ingannando Tosca col farle credere che Cavaradossi sarà fucilato a salve e potrà partire con lei, mentre in realtà lo farà giustiziare. Credendo di averla così in suo potere, Scarpia l'abbraccia ma invece del possesso della donna trova la perdita della vita, per mano di Tosca armata di pugnale.
A questo punto è impossibile non osservare il lamento esterrefatto di Scarpia, seguito dalle parole di Tosca, che mostrano come emerga la natura immaginaria dell'ordine fallocratico quando si scontra con l'irriducibile potenza femminile.
Se da un lato il melodramma sembra celebrare la donna come se la sua natura la portasse a scegliere l'amore mentrre l'uomo sceglierebbe l'onore - quel che  scrive nell'Estetica Hegel - confermando il valore della cultura patriarcale, dall'altro lo sconferma. Con la morte del barone Scarpia, capo della polizia papale, l'ordine fallocentrico rivela la sua natura immaginaria, e la donna esprime una potenza feroce proprio quando l'uomo crede di averla ridotta in suo potere. Tosca conosce la natura immaginaria di questo potere, e ne colpisce a morte il rappresentante per non subirne la violenza. Mentre l'uomo crescendo costruisce la sua forza al prezzo di ridurre la sua fragilità, la donna vive fin da bambina sia sua forza sia la sua debolezza. Queste le parole alla fine del secondo atto:

   SCARPIA: Muoio! muoio!
                   TOSCA:     E ucciso da una donna!
                                                                                                                                                         [...]
                  E avanti a lui tremava tutta Roma!





Antonio Pappano
talks about Maria Callas (7:53)
Avanti a lui tremava tutta Roma
E lucevan le stelle
Luciano Pavarotti

E lucevan le stelle
Jonas Kaufmann
Marina Abramovich (2021)
Seven Deaths of Maria Callas - Jumping
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RIBELLIONI FATALI
 LUCIA DI LAMMERMOOR

i miei sospiri ardenti,
udrai nel mar che mormora
l’eco de’ miei lamenti...
Pensando ch’io di gemiti
mi pasco e di dolor,
spargi un’amara lagrima
su questo pegno allor!
              
Edgardo:  Verranno a te sull’aure
i miei sospiri ardenti,
udrai nel mar che mormora
l’eco de’ miei lamenti...
Pensando ch’io di gemiti
mi pasco e di dolor,
spargi un’amara lagrima
su questo pegno allor!

Dopo essersi scambiati un anello nella scena finale del primo atto Lucia ed Edgardo si separano a causa della inimicizia fra le loro famiglie, come Giulietta e Romeo. Come Romeo il tenore Edgardo parte e il soprano Lucia di Lammermoor come Giulietta resta ad attenderlo. Mentre il destino si accanisce contro gli sposi segreti di Shakespeare, il baritono Enrico, fratello di Lucia, intercetta le lettere che Edgardo le ha scritto e le fa credere che stia per sposare un'altra: così la convince ad accettare come sposo un suo potente alleato. Durante il matrimonio irrompe Edgardo e getta a terra l'anello pegno d'amore; Lucia uccide lo sposo indesiderato nella prima notte di nozze ed entra in scena delirando e morendo. Parenti irremediabilmente nemici, amanti irrimediabilmente innamorati, che pure esprimono un sentimento infinito come Amleto, che non può sposare Ofelia perché è preso dallo spettro paterno che esige d'essere vendicato da lui. Amleto dice a Ofelia:
Dubita che le stelle siano fuoco,
dubita che il sole si muova,
dubita che la Verità sia mentitrice,
ma non dubitare mai del mio amore.
Confusa dallo strano comportamento di Amleto, Ofelia prende parte alla messa in scena organizzata da suo padre e dal re usurpatore per scoprire le intenzioni del suo amato. Tosca dubita dell'amore di Cavaradossi quando Scarpia ingannadola suscita la sua gelosia. Lucia dubita dell'amore di Edgardo
quando Enrico ingannandola le fa credere che ama un'altra. Ofelia muore suicida, Tosca e Lucia di Lammermoor uccidono con un pugnale chi potrebbe possederle contro la loro volontà. Per essere fedeli all'amato e unirsi a lui solo, uccidono, ma usando la lama, simbolo fallico, eliminano il rivale, ma perdono la loro vita e quella del loro amato. Giulietta e Romeo, come tanti amanti che dalle storie più antiche sono separati dal destino o dalle famiglie, sono uniti solo nel sepolcro. I beduini in età preislamica, veneravano nel deserto le tombe di questi amanti, e i turisti ancora oggi affollano la Casa di Giulietta a Verona. 

[Lucia dopo aver ucciso lo sposo imposto la prima notte di  nozze]

Spargi d’amaro pianto
il mio terrestre velo,
mentre lassù nel cielo
io pregherò per te...
Al giunger tuo soltanto
fia bello il ciel per me!

[...]
Ah, ch’io spiri appresso a te!

[Muore]
      [Edgardo, quando scopre che Lucia è morta]

Tu che a Dio spiegasti l’ali,
o bell’alma innamorata,
ti rivolgi a me placata,
teco ascenda il tuo fedel.
Ah! se l’ira dei mortali
fece a noi sì cruda guerra,
se divisi fummo in terra,
ne congiunga il Nume in ciel.

[Muore] 


Nei matrimoni celebrati in chiesa vengono spesso letti alcuni versi dalla poesia d'amore che si trova nell'Antico Testamento, il Cantico dei cantici, intenso e sensuale come la poesia beduina fiorita nella letteratura araba, che ha avuto un'influenza determinante nella nascita della poesia europea.
La ribellione degli amanti contro l'ordine costituto, familiare e sociale, è irresistibile, e se è vero che solo la morte realizza questa liberazione, è altrettanto vero che il fascino di questi ribelli dura nel tempo. Cosa significa? È la vittoria di due esseri umani uniti che nemmeno la convenzione e la morte possono domare? O è la vittoria della convenzione e della morte sugli amanti? Omnia vincit amor, ha scritto Virgilio nelle Bucoliche. O è la morte a vincere alla fine? E la follia, non è una forma di ribellione fatale? 



Verranno a te sull'aure
Toti dal Monte nella Lucia di Lammermoor (1926) Il muro del palazzo di Violetta a Verona
Marina Abramovich (2021)
Seven Deaths of Maria Callas - Madness
Maria Callas ha cantato Lucia al MET il 3 dicembre 1956, nella quinta settimana della sua prima stagione nel teatro - dopo averla aperta con Norma e averla continuata con Tosca. “Callas ha chiamato Lucia dall'alto trapezio delle sue acrobazie liriche e l'ha rimessa in scena come figura potentissima ed enigmatica dell'immaginario musicale di Donizzetti", come ha scritto il critico Irving Kolodin. “Questo si dovrebbe ricordare se capitasse di dimenticarlo: nella lunga storia del MET nessuna cantante aveva mai interpretato prima Lucia, Tosca e Norma in una sola stagione, e non lo aveva mai fatto nemmeno in una sola carriera.” Riguardo alla scena della follia, ha scritto: “Callas si è concentrata sull'interpretazione di ogni parola con una semplicità e una potenza che hanno catturato l'attenzione dell'intero pubblico... Tutto il teatro è esploso nell'applauso” Operapedia

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CASTA DIVA
MEDEA


Sei come una pietra preziosa che viene violentemente frantumata in mille schegge per poi essere ricostruita di un materiale più duraturo di quello della vita, cioè il materiale della poesia.(Pier Paolo Pasolini)
Pasolini è stato il solo a comprendere la ferita insanabile che la donna può subire dall'uomo che ama, quando è oggetto della sua distruttività dopo essere stata oggetto del suo amore. Se è vero che Maria Callas ha  pensato a un'unione con Pasolini durante le riprese del film Medea (1969), possiamo immaginare che abbia creduto che la profonda comprensione di Pasolini potesse darle finalmente quel che aveva sempre desiderato: essere amata e compresa come donna. Non sapeva che la comprensione del regista era intrecciata alla sua omosessualità.
Dalla storia d'amore fra Maria Callas e Aristotele Onassis, iniziata nel 1959, sarebbe nato un bambino, Omero, nato morto o morto poco dopo la nascita, e l'armatore greco lasciò Callas nel 1968 per sposare la vedova del presidente J. F. Kennedy. Così Marina Abramović, sulla performance, già citata, Sevent Deaths of Maria Callas: "In molte scene, la figura dell’opera non muore da sola, ma viene uccisa da un uomo. Per Maria Callas, l’uomo che la uccide sul palcoscenico dell’opera è sempre stato Aristoteles Onassis". Per Onassis Maria Callas potrebbe aver perduto il velo che proteggeva la sua femminilità più segreta, quella che il mito personifica con la vergine lunare Artemide, ma avrebbe rinunciato a scatenare la sua aggressività, come Artemide e come Medea, contro l'amato e la rivale. Nel filmato del 1959 nel quale Callas canta la preghiera alla dea lunare è possibile vedere la donna che diversamente da Medea, come Norma nell'opera di Bellini, sceglierà di non uccidere i figli, ovvero di annullare con la sua potenza indomabile l'ordine patriarcale al quale si era assoggettata. La donna che permette all'uomo di vedere la sua nudità si scopre a lui, gli dedica tutto ciò che ha, subordinando la sua maternità al desiderio di lui, simbolicamente accettando che sia lui a legittimare i figli con il proprio nome. Quando Griselda chiede a Gualtieri una camicia in compenso della verginità che ha perduto, camicia che nei dipinti quattrocenteschi  è appena un velo sulla sua nudità, gli chiede di riconoscere che c'è qualcosa che l'uomo non può possedere. E Gualtieri non potrebbe aspirare a un lieto fine se non pronunciasse, distogliendo il viso per nascondere la sua commozione E tu una camiscia ne porta
Maria Callas è morta di crepacuore, se si potesse parlare come un tempo. Che sia stata una malattia indipendente dalla sua storia, o che la sua morte rappresenti l'inevitabile conclusione della sua vita tragica, che corre verso la morte come accade spesso alla protagonista nel melodramma, come nella tragedia greca, la sua figura e la sua voce ci chiamano verso di lei e verso noi stesse. La ascoltiamo, accogliamo l'offerta della sua potenza, della sua bellezza, della sua pena, della sua sconfitta, preziosa per ogni donna che si sia sentita come lei sottomessa e indomabile, enigmatica come la sfinge, che si getta nel vuoto quando Edipo risponde al suo enigma, mentre l'eroe della mente non sa che sta correndo verso il proprio enigma.
Non possiamo considerare un caso che Maria Callas unisca nella sua figura la Grecia, patria dei suoi genitori, dove ha esordito nell'opera lirica, e dell'uomo che ha amato più di ogni altro, gli Stati Uniti - il futuro del passato, come li ha definiti Fernando Pessoa - dove è nata e cresciuta, e l'Italia, dove ha vissuto a lungo conoscendo tanto successo. Maria Callas è un'artista, ed è anche un'opera d'arte, forgiata dal tempo, per durare nel tempo. Ma non è necessario, e nemmeno utile, frantumarla in mille schegge, né deve essere ricostruita: solo guardata, sentita, amata. La dimensione popolare del melodramma, potente quanto quella della fiaba, generi nati nello stesso tempo, è ininterrottamente intrecciata a quella colta: così è dell'arte, di tutta l'arte. Maria Callas ha bisogno di spazio, non di artefici. Di alleate, non di demiurghi, di condividere cibo per l'anima, non di subire interventi chirurgici.



Médée Libretto di Hoffmannn
musiche di Luigi Cherubini
Represéntée sur le Théâtre Feydeau,

 le 23 Ventôse à  Paris, 1797


Maria Callas e Marilyn Monroe all'anniversario
della presidenza di J.F. Kennedy (1962)
Ritratto di Maria Callas (1987) Intervista a Maria Callas e a Pier Paolo Pasolini
Le ceneri di Maria Callas
vengono sparse nell'Egeo (1979)

Marina Abramovich (2021)
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CASTA DIVA
NORMA


Libretto di Felice Romani
Musiche di Vincenzo Bellini
Milano, La Scala, 1955
prima rappresentazione a Milano
Teatro alla Scala 1831

Norma, ou L'infanticide (1831)
tragedia di Louis-Alexandre Soumet (1786-1845).













Casta diva, che inargenti
queste sacre antiche piante,
a noi volgi il bel sembiante
senza nube e senza vel.
Tempra tu de’ cori ardenti,
tempra ancor lo zelo audace,
spargi in terra quella pace
che regnar tu fai nel ciel.
Casta diva, è la dea vergine della luna, Artemide per i greci, Diana per i latini, signora dei boschi, cacciatrice. Vergine come Athena/Minerva ed Estia/Vesta, circondata da ninfe che devono mantenersi vergini, e nessun uomo, neanche per caso, deve violare la nudità di Diana quando si immerge nel bagno. La punizione è terribile: Atteone, che l'ha vista per sbaglio,viene trasformato in cinghiale; i suoi cani non lo riconoscono e lo sbranano. Come può la somma sacerdotessa del tempio della Casta Diva, vergine dea lunare, quando ha un amante segreto, un romano, straniero e nemico, dal quale ha avuto due figli?
Una contraddizione che Maria Callas esprime con la voce, il volto, il corpo nel filmato linkato nella figura accanto, tratta dal filmato stesso, Parigi, 1958.
Artemide, la dea che vive nei boschi e rappresenta il femminile selvaggio, irrompe sulla scena e sovverte l'ordine patriarcale quando viene violata, sia uccidendo chi pur involontariamente ha posato lo sguardo sul suo corpo senza veli, sia perseguitando le ninfe del suo seguito se hanno ceduto all'amore di un uomo. La dea lunare pregata da Norma è la divinità del femminile potente e separato dalla civiltà patriarcale: l'uomo non ha potere su questa creatura indomabile, a meno che non sia lei stessa a metterlo a sua disposizione. Qualcosa della donna resta fuori dall'ecumene, dal patriarcato fallocentrico, che ha come dea Artemide, Diana per i latini. Molte figure della mitologia greca e medievale hanno una potenza che possono mettere a disposizione del loro amato, purché, illudendosi di esserne padrone, non infranga il patto col quale ha preso questa donna, di esserle fedele, come Pollione a Norma, e di tenerla come sua sposa, come Giasone a Medea.



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CONCLUSIONE A ORIENTE
TURANDOT
NB: Non si pronuncia Turandò, alla francese, ma con la 't' finale sonora, come è scritto, con l'accento sulla 'o', Turandot

Nezami GanjaviXII secolo
Persia
Turandot (1710-1712)
Pétis de la Croix
La Turanda (1762)
Carlo Gozzi
Turandot di Schiller (1802)
Enigmi di Schiller e Goethe
Libretto di Giuseppe Adami
e Renato Simoni
Musiche di Giacomo Puccini
Finale di F. Alfano 1926
prima al Teatro alla Scala
Milano 1926
In dirittura finale, il personaggio che pone enigmi, senza andare indietro fino alla sfinge di Edipo, si trova in molte fiabe popolari. Si tratta di una principessa che non vuole sposarsi, e tiene lontani i pretendenti costringendoli a rispondere ai suoi enigmi: se non ne sono capaci viene loro tagliata la testa.
Col nome Turandot leggiamo la sua storia pubblicata a Parigi nei Mille e un giorno. Racconti persiani, pubblicati sull'onda dell'immenso successo ottenuto dalle Mille e una notte. Racconti arabi.
La storia di una principessa che sposerà solo chi scioglierà i suoi enigmi è nel poema di Nizami Sette effigi, dove sette principesse, provenienti dai sette climi del mondo passano la notte con il malinconico Bahram e gli raccontano una storia. La storia del martedì, nel padiglione rosso come Marte dice di una principessa, figlia unica, che non intendeva sposare se non un suo pari per sapienza, capace quindi di superare gli ostacoli che aveva disposto nel suo giardino e all'ingresso del suo castello: chi tentava senza esserne capace veniva decapitato dagli automi che non aveva saputo affrontare. Il principe che ha superato queste prove, deve quindi giocare nuovi enigmi senza parole nel castello del sovrano, mentre la principessa è velata da un paravento. Con gioia annuncia che il principe ha superato la prova, ed è ben felice di sposarlo.
Ma questa è storia della storia, necessaria per comprendere come siamo arrivati alla pregnanza dell'opera di Puccini, che contiene la romanza del tenore che tutto il mondo ama, Vincerò... Quel che conta per noi è il finale, diverso da quello di Nizami.
Cominciamo con la prima versione, quella francese di Pétis de la Croix. Quando Calaf risponde a tutti gli indovinelli, nonostante sia sia tolta il velo ponendo l'ultimo enigma, Turandot nasconde le lacrime e vuole una dilazione per porre altri enigmi. Mentre il re suo padre non gliela concede, Calaf
gli chiede di poter rimettere in gioco la sua vita: sarà lui a porre una domanda, e se Turandot non saprà rispondere, dovrà acconsentire a sposarlo. Le chiede quindi il suo nome, e quando Turandot afferma di non saperlo sul momento, ma lo saprà il giorno dopo, Kalaf le concede la dilazione, e durante la notte Adlelmulk, schiava di stirpe reale riesce a carpirgli il nome segreto. Al mattino quando Turandot lo dice a Calaf, è la volta del principe di svenire, e di essere soccorso. Ma quando
rinviene la principessa gli dice che ora il suo sentimento è cambiato ed è pronta a sposarlo. La schiava principessa confessa allora che sperava di fuggire con Calaf, e che le ha rivelato il nome solo per vendicarsi: non avendo ottenuto né amore né vendetta, non le resta che uccidersi, e lo fa all'istante con un pugnale, davanti a tutti. Onoranze funebri alla povera principessa. Poi, nozze solenni e gaudio a corte e fra tutto il popolo.
Conquistata secondo il suo stesso patto, Turandot non sopporta di essere vinta, e riceve dalla generosità di Calaf una seconda occasione: capovolgendo il destino diventa lei padrona di Calaf, e ora può darsi liberamente a lui come sposa. Questo motivo della libertà con cui la donna si dona allo sposo dopo essersi sottratta ai propositi dominatori di lui, si trova in una deliziosa piccola storia, nella quale Galvano, il più bel cavaliere della Tavola Rotonda per salvare il suo re sposa una brutta megera, Dame Ragnell. Ma la prima notte di nozze il cavaliere scopre di aver accanto la creatura più bella che abbia mai visto: allora lei gli dice di scegliere, può averla bella durante la notte o durante il giorno.
- Mia dolce signora, sia come  voi desiderate; io ripongo la scelta nelle vostre mani. Il mio corpo e i miei beni, il mio cuore e tutto il resto vi appartengono per disporne come vorrete; lo affermo davanti a Dio
- Oh, grazie, cortese cavaliere! - disse la dama. - Che tu sia benedetto fra tutti i cavalieri del mondo, poiché ora sono libera dall'incantesimo e voi mi avrete giorno e notte bella come il sole. (Ivi, 114)
E quando re Artù al mattino bussa alla porta della camera temendo che Dame Ragnelle possa aver fatto del male a Galvano, questi gli risponde che non ha nessuna intenzione di lasciare la camera dove è felice con la più bella delle femmine.
Il potere sull'altro, il fallo immaginario che ne è espressione e crea e mantiene l'ordine gerarchico fra persone, classi sociali, popoli, non è dell'uomo più che della donna. L'uomo è formito del referente corporeo del fallo, il pene, significato da tutti i suoi simboli, dei quali il sovrano è sempre dotato, come lo scettro e la spada. La donna riceve il pene e ne è fecondata: attaverso il suo grembo si manifesta la potenza fecondatrice maschile, insieme alla potenza femminile, ospitare, nutrire, far crescere, dare alla luce una nuova creatura, il figlio, la figlia. La potenza fecondatrice maschile si manifesta solo combinata con la potenza femminile: alla donna basta essere penetrata e fecondata una volta perché si manifesti la sua potenza di dare la vita, l'uomo ha bisogno di una donna che gli sia tanto fedele da manifestare, insieme a questa potenza femminile, quella dell'uomo. Certo, lasciare la propria eredità, sia un regno, sia una capanna o anche solo qualche attrezzo, è garanzia di continuità nel tempo. Chissà se i nostri lontani antenati maschi si prendevano cura dei loro discendenti, o se invece, come la maggior parte dei mammiferi, esaurivano il loro estro montando la femmina e fecondandola. In ogni caso per essere certi di avere dei discendenti gli uomini hanno bisogno di garantirsi la fedeltà della donna. Ma, come sa bene il marchese Gualtieri, la certezza assoluta è impossibile. Lo sa come lo sapeva il sultano delle Mille e una notte, al quale Shahrazad raccontò storie per mille e una volta. Per quanto l'uomo sia potente, per quanto faccia e disponga per garantirsi la fedeltà e l'affetto della propria sposa, resterà sempre qualcosa nella donna che gli sfugge, perché ogni donna ha in segreto ali d'angelo o di pipistrello o di farfalla, coda di pesce o di serpente. A meno che, lasciandola libera, rinunci a padroneggiarla: in quel caso la donna esce dall'incantesimo che la teneva brutta, repellente come Dame Ragnelle, impresentabile come la ranocchia della fiaba romanesca, coperta da una pelle animale o dello sporco del pollaio come Pelle d'Asino. La bellezza della donna è un dono che la donna fa al suo amato, che lo ottiene e lo mantiene se e solo se ha rinunciato a possederla e a dominarla.

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Nizami [Turandot]
Le sette effigi - Ganja 1178

Racconto del martedì
The Turandot Tale in Europe
Origins of the Name 'Turandot'
(Two Characters: Farhād and Turandot)

Petis de la Croix Parigi 1710
L'Histoire du prince Calaf
et de la princesse de la Chine

Turandot - Venezia 1762
Le fiabe di Carlo Gozzi

Tübingen 1802
I Rätsel di Friedrich Schiller
per la Turandot di Carlo Gozzi


Turandot di Ferruccio Busoni
Suite orchestrale
Prima rappresentazione 1906
Turandot di Ferruccio Busoni
Suite orchestrale
Prima rappresentazione 1906
Turandot  Fiaba cinese in due atti
di Ferruccio Busoni (Prima: 1917)
Opera Completa (Wexford 1988)
Turandot
 Fiaba cinese in due atti
Libretto di Ferruccio Busoni da C. Gozzi

Bertolt Brecht
Turandot o il congresso degli imbianchini
Buchow 1956
Turandot di Puccini
Opera completa




Turandot (YouTube 26:28)
La trama - Maria Silvana Pavan
Turandot (YouTube 27:52)
La genesi e il finale di
Massimo Carpegna
Turandot (YouTube 1:05)
Presentazione dell'Opera di Enrico Girardi

Dalla Turandot di Gozzi/Schiller/Maffei
alla Turandot di Giacomo Puccini
J. C. Buergel: Epica persiana e opera lirica italiana:
la “Turandot” da Nizami a Puccini
Il copricapo di Turandot
indossato da Maria Callas








Antonio Pappano
Opera-Italia (2:56:44)
Antonio Pappano
Classical Voices 1 (59:24)

Antonio Pappano
Classical Voices 2 (59:25)
Antonio Pappano
Classical Voices 3 (59:16)
Antonio Pappano
Classical Voices 4 (59:26)


OPERE CITATE
Si omettono i riferimenti ai citi linkati, accessibili con un click sul testo e/o sull'immagine

Andersen https://it.wikisource.org/wiki/Quaranta_novelle/Quel_che_fa_il_babbo_%C3%A8_sempre_ben_fatto (vedi anche Tolstoj)
Zanazzo, Giggi, Novelle, favole e leggende romanesche, raccolte da G.Z.; Torino-Roma 1907
Zimmer, Heinrich, Il re e il cadavere. Storie della vittoria dell'anima sul male (The King and the Corpse- Tales of the Soul's Conquest of the Evil. 1948), Milano: Adelphi 1983; pp. 347
Per i numeri relativi alla messa in scena indicati per alcune opere, vedi http://blog.woopera.com/it/quali-sono-le-opere-piu-eseguite-al-mondo/







© Adalinda Gasparini
LAVORI IN CORSO
Online dal 2 agosto 2022
Ultima revisione 19 novembre 2022