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La partenza del maggiore Bright
Dai Cavaradossi era arrivato un maresciallo dei
carabinieri che
aveva disertato. La Tina non voleva ospitarlo, le sembrava un rischio
troppo grande, ma Artemio aveva insistito: l'uomo era parente di una
sua cognata, che gli aveva mandato a dire se poteva nasconderlo,
perché se i fascisti lo avessero preso non ne sarebbe uscito
vivo. L'ex maresciallo aveva la barba lunga, era stracciato e
magrissimo. Non veniva nemmeno a tavola, stava nascosto nel solaio e la
Tina gli portava lassù qualcosa da mangiare. A volte si
dimenticavano che ci fosse. Il maggiore Bright chiese se il maresciallo
era dalla loro parte e Nino si mise a ridere e disse: "Quello vuole
solo nascondersi, deve averne viste tante che gli è passata
anche la voglia di parlare. Ci sono altri nascosti come lui nelle case,
che aspettano la liberazione senza fare nulla, si contentano di
mangiare qualcosa, giusto per sopravvivere. Non si può mica
obbligarli a combattere! Il mio amico Nanni, Achille, quello che ti ho
fatto conoscere ieri, aveva preso un disertore che stava per arruolarsi
nelle brigate nere. Volevano impiccarlo, ma lui ha giurato che si
sarebbe chiuso in solaio a casa sua e che ne sarebbe uscito solo alla
fine della guerra. Così lo hanno accompagnato a casa e hanno
detto a sua madre che lo tenesse ben fermo, perché appena lo
avessero visto in giro gli avrebbero sparato".
Bright scuoteva la testa, accanto alle crudeltà, ai processi
sommari, alle esecuzioni, c'erano storie incredibili, che facevano
pensare a dei bambini che giocano alla guerra. Chi mai avrebbe saputo
descrivere quale fenomeno incredibile era la lotta di resistenza da
quelle parti?
Cavaradossi si mise a raccontare di quella volta che un gruppo di
partigiani di Concordia si era incontrato con alcuni partigiani di
Revere. Ciascuno dei due comandanti aveva intimato l'ALT e chiesto la
parola d'ordine, ma un gruppo aveva la parola d'ordine della provincia
di Mantova, l'altro quella di Modena. Avevano già impugnato le
armi, ciascuno pensava che gli altri potessero essere brigatisti neri,
fino a che uno di Revere aveva riconosciuto la voce di un suo amico e
lo aveva chiamato per nome: solo allora si erano tranquillizzati.
Nino restava in silenzio, contrariamente al suo solito, sperando che il
racconto finisse presto, che si passasse a un altro argomento, invece
Bright si divertiva, e Cavaradossi allungava la storia con tanti
particolari, di come dopo si erano
rallegrati perché non era capitata una tragedia. Perché
Cavaradossi aveva tirato fuori quella storia, che gli riapriva la sua
ferita, dell'uomo ucciso solo perché non aveva detto la parola
d'ordine?
Quando Cavaradossi concluse dicendo: "Ci vuole poco ad accopparsi,
troppo poco", Nino parlò all'improvviso, quasi senza averci
pensato: "A me è capitato di uccidere un innocente perché
non sapeva la parola d'ordine".
Era successo nell'aprile del 1944. Nino tornava alla Ca' Bianca dopo
essere stato a una riunione da Borselli per programmare un attacco alla
caserma di Sant'Antonio in Mercadello, dove si erano fermati sei
tedeschi con una camionetta. Era arrivato a meno di un chilometro dalla
Ca'
Bianca quando aveva sentito un fischio. Un piviere dorato? poi il
fischio si era ripetuto e gli era sembrato che qualcuno si muovesse
lungo il ciglio del canale d'irrigazione, tra le canne. Aveva chiesto:
"Chi va là?", e non aveva sentito risposta. L'aveva gridato
più forte, chiedendo la parola d'ordine: l'altro aveva risposto
dicendo che era un amico, e lui aveva fatto fuoco. Allora qualcuno
aveva gridato in lontananza:
"Nino, Nino, cos'hai fatto! non sparare, sono Primo!". L'uomo che Nino
aveva ucciso era un amico di Primo che era tornato dal fronte e voleva
unirsi a loro. "Quella notte, concluse Nino, ho avuto voglia di non
essere mai nato".
Intorno alla tavola si fece silenzio, poi la Tina disse: "Nino,
bisognerebbe che tutti avessero coscienza come te, lo dicono in tanti,
lo sai..." Bright annuiva, poi disse: "Vuoi dirmi perché hai
ucciso un innocente?". "Veniva avanti nel buio, e non diceva la parola
d'ordine, ho sparato e l'ho ucciso. Avrei dovuto aspettare, era una
notte tranquilla". Bright disse: "E se lui fosse stato un nemico e ti
avesse scaricato addosso la sua pistola?". "Grazie Bright," disse Nino,
"ma non era un repubblichino né un tedesco. E non avrebbe fatto
fuoco".
"E' la guerra. Tutti noi vorremmo che la guerra fosse giusta,
impossibile," disse l'americano, "ma la penso come Tina, e anzi vorrei
che tutti qua fossero come te. Farò tutto possibile
perché il prossimo lancio porti a voi nuove armi. Sei un grande
soldato, uno dei migliori che ho incontrato, comandante Nino".
Era la prima volta che Nino aveva sentito il desiderio di parlare di
quella notte tragica, di cui si vergognava e che avrebbe voluto
cancellare, come un incubo. Nino si sentiva grato a Bright, che aveva
fiducia davvero in lui e nella resistenza della Bassa modenese, se dopo
due settimane che viveva in mezzo a loro aveva deciso che meritavano un
lancio di armi, ce n'era bisogno davvero. Per fortuna non tutti gli
americani erano come il generale Alexander.
Sdraiato nel rifugio, accanto a Bright che si era subito addormentato,
Nino ricordava l'autunno del 1943, quando era già tornato da
Modena e tutto sembrava così appassionante, e facile, quando si
pensava che la pace sarebbe venuta in poche settimane.
Le uniche armi che avevano allora erano quelle che lui e altri che la
pensavano allo stesso modo avevano portato via di nascosto dalla
caserma. Rivedeva i volti di tanti ragazzi stranieri che in quel
periodo passavano per la Valle, fuggiti dai campi di prigionia
tedeschi. Perfino qualche tedesco capitava da loro, affermando che non
era mai stato per Hitler, e che ora non voleva più combattere.
Si sarebbero fermati con loro anche due francesi, ma li avevano fatti
ripartire perché non sapevano andare in bicicletta. Poi avevano
ospitato due polacchi malati, forse di sifilide, li avevano fatti
curare nell'asilo di Concordia, c'era una suora che faceva anche
l'infermiera all'ospedale. E tanti italiani non volevano ripartire per
il fronte, o non volevano essere arruolati nell'esercito della
Repubblica di Salò: molti di loro erano diventati partigiani.
Poi avevano fatto incursione nell'ufficio dell'anagrafe a Concordia e a
San Possidonio, distruggendo i ruolini di leva, così era
diventato troppo difficile per i repubblichini perseguitare i ragazzi
che non volevano combattere quella sporca guerra accanto ai tedeschi.
In ottobre Borselli lo aveva chiamato per incaricarlo di portare sano e
salvo a Ferrara un colonnello inglese, Chatwin, che era in missione
segreta. Il colonnello Chatwin aveva un meraviglioso fucile automatico,
uno sten col silenziatore che si piegava in due con un solo gesto: si
poteva nascondere dappertutto, sembrava fatto apposta per i partigiani.
Il colonnello lo aveva fatto provare a Nino, che se ne era innamorato.
Nino gli aveva procurato una bicicletta ed erano partiti insieme, lui
davanti con l'unico mitra di tutta la Bassa, e il colonnello dietro.
Lungo la statale Nino aveva usato il mitragliatore diverse volte, e il
colonnello ogni volta che stendeva qualcuno diceva: "Good! Bene, molto
bene Nino!". A Ferrara, il colonnello si era levato lo sten e lo aveva
dato a Nino insieme a una delle sue colt, dicendo: "Good luck, buona
fortuna partigiano!". Nino ricordava la gioia che aveva provato: il
colonnello alleato lo considerava un soldato vero! e ora questo era
capitato di nuovo con Bright, che credeva nella lotta partigiana, e gli
avrebbe fatto mandare anche armi, armi nuove, adatte a loro!
Nino quella notte sognò che era venuta la liberazione, era
primavera e lui tornava dai suoi genitori. Aveva stivali alti e una
giubba militare con le stellette, e al suo fianco pendeva la sciabola.
"Cum' at' sé bel! come sei bello!", esclamava sua madre, mentre
suo padre sorrideva con le lacrime agli occhi e diceva: "Sono
orgoglioso di te, Nino, sei proprio un comandante, più
importante di quello al quale io facevo l'attendente nella prima guerra
mondiale", e Nino li abbracciava, e poi accendeva la radio e si
mettevano a ballare. Ma una donna entrava, non era Gemma, era un donna
giovanissima ma vestita di nero, col viso velato da un pizzo molto
bello. Lui la faceva ballare, e si sentiva leggero, solo voleva vedere
il viso della donna, che invece gli scompariva tra le braccia
all'improvviso, lasciandolo solo.
La voce di Tina svegliò lui e Bright per la colazione, c'era il
latte appena munto, e su in cucina, accanto al fuoco, era seduta
Giuditta, infreddolita, avvolta in uno scialle scuro. L'aveva portata
Armando, che era venuto a prendere Bright con un carro da morto. "E' il
mezzo più sicuro che abbiamo in questo momento, l'abbiamo
requisito alle pompe funebri di Mirandola", disse Armando. "O.K., va
bene," disse il maggiore, "non sono superstizioso, possiamo andare con
quel macchinone con la croce...". Tutti risero, e Nino guardò
Giuditta: "Ciao comandante, volevo salutare il maggiore Bright", gli
disse, e poi, rivolgendosi all'americano: "E' stato bello parlare con
te, maggiore Bright, è stato bello per me conoscerti. Porta con
te il nostro ricordo, anche noi ti ricorderemo". Bright non parlava,
annuiva e faceva buffi gesti con le braccia, faceva finta di non essere
commosso. Nino si teneva in disparte, Bright alla fine lo
chiamò, e stringendogli la mano disse: "You're the best,
comandante Nino, addio!". Fu Giuditta che più tardi
spiegò: "Ha detto che sei il migliore"
[...]
Il lancio
Il lancio era stato fissato al Ponte alla Pioppa per
l'una di notte
dell'11 febbraio 1945, purché non ci fosse nebbia. E ce n'era
stata fino al giorno prima, quando il sole invernale l'aveva dissolta,
mostrando gli alberi coperti da due dita di brina, simile alla neve, ma
più lucente, ghiacciata. Il freddo sembrava alleato dei
tedeschi, quell'inverno non voleva allentare la morsa. Ma il cielo
restò chiaro, e la nebbia non tornò all'imbrunire, venne
invece Armando col solito camioncino a prendere il comandante. Con lui
c'era Giuditta, che si era fatta portare con la scusa che aveva voglia
di parlare un po' con la Tina Cavaradossi, ma si sentiva angosciata,
come se quel lancio nascondesse un pericolo per Nino.
Quella sera c'erano solo due aringhe da dividere in sei per
accompagnare la polenta, e Agenore raccontò una cosa che gli
diceva suo padre, di quando era piccolo. A quei tempi un'aringa bastava
per una settimana: si appendeva con un filo al lume al centro della
tavola, e tutti ci accostavano la fetta a turno per insaporirla. Il
bambino più piccolo una volta aveva tenuto per tanto tempo la
fetta attaccata all'aringa sospesa, e allora suo nonno gli aveva detto:
"Sgòrd, ingordo, vuoi scoppiare?". Mentre ridevano Armando disse
che anche suo nonno raccontava la stessa storia, e tutti risero ancora
di più.
Dopo cena Nino e Armando partirono, Giuditta rimase alla finestra a
salutarli mentre si allontanavano sulla strada tra i campi bianchi di
brina. Sarebbero tornati prima di giorno, se andava tutto bene.
Giuditta era inquieta, e lo disse alla Tina, che cercò di
rassicurarla, ma la ragazza non riuscì a prendere sonno.
Oltre a quel camioncino, i partigiani avevano un carro tirato da un
somaro, un mulo, e due carri funebri, quello di Mirandola e quello di
Concordia. Questa volta ci sarebbero state armi nuove, oltre alla roba
da mangiare, e bisognava essere ben pronti a portarle al sicuro. Con
Nino e Armando c'era Primo, il commissario politico Borselli, e due
compagni partigiani del G.A.P. di Disvetro. Erano tutti fieri di aver
meritato quel lancio, l'arrivo delle armi avrebbe alzato il morale di
tutti. Nelle ultime settimane c'erano stati problemi: dei partigiani
nuovi si erano presentati in una casa armati e avevano chiesto dei
soldi per la Resistenza. Per fortuna i proprietari erano antifascisti
ed erano andati a chiedere spiegazioni da Borselli. Ma quanti altri
erano stati derubati? e quanti si erano prestati a questo gioco? I
partigiani avevano fatto un processo, e avevano deciso di fucilare quei
due ladri, per dare l'esempio. A primavera ci sarebbe stata la
liberazione, mancavano ormai uno o due mesi, si trattava di resistere.
Giorè Boschieri aveva litigato con Borselli, voleva che la gente
non girasse armata facendo quello che voleva: un uomo, solo
perché era stato direttore della Banca durante il fascismo, era
stato ucciso in casa sua, mentre guardava dalla finestra, da una
raffica di mitragliatrice. Nino diceva che bisognava combattere per
difendere la gente, e alla fine della guerra chi doveva pagare avrebbe
pagato secondo giustizia, anche se era stato un partigiano. Il lavoro
politico aumentava, e ell'imminenza della liberazione tornavano
contrasti vecchi e ne nascevano di nuovi, mentre si combatteva ancora
per sopravvivere.
Ma ora si doveva pensare al lancio: a mezzanotte tutti erano al Ponte
alla Pioppa, e cominciarono ad accendere dei fuochi per gli aerei. Ne
arrivarono due all'ora stabilita, e scaricarono una quantità di
pacchi mai vista: carne in scatola, cioccolata, latte in polvere,
caffè, caramelle, gallette... ma neanche una pistola.
"Accidenti al maggiore Bright!" disse Armando, "ci ha preso in giro!".
"No," disse Nino nascondendo la sua delusione, "se lui avesse potuto ce
le avrebbe fatte mandare le armi. E' che Alexander vuole sfamarci un
po', non aiutarci a combattere". Delusi, caricarono tutti i pacchi sui
carri funebri e sugli altri mezzi, poi partirono: davanti alla colonna
c'erano Nino e Armando sul camioncino, i due partigiani di Disvetro
guidavano i carri funebri, Borselli era sul carro col somaro e Primo
tirava il mulo chiudendo la fila.
Procedevano lentamente, ma quando furono all'altezza delle case della
Madonna della Spina il mulo, che era stato requisito una settimana
prima da quelle parti, diede uno strattone a Primo e si lanciò
verso la sua stalla con tutte le confezioni di cioccolata. Primo si
mise a rincorrerlo, gridò: "Questo mulo della malora vuole farmi
correre per tre chilometri, ma giuro che lo riacchiappo! Nino, mi
dispiace non venire con te alla Ca' Bianca, ma ci vediamo domani!".
Nino e Armando ridevano pensando che il mulo aveva disertato e si era
preso anche la cioccolata, ma Primo lo avrebbe convinto a ripensarci.
Poi toccò ai due carri funebri lasciare Nino per andare a
Disvetro, le casse erano state contate e sarebbero state distribuite ai
diversi G.A.P. Erano le quattro di notte quando il camioncino e il
carro tirato dal somaro arrivarono alla Ca' Bianca. Giuditta era ancora
sveglia e corse ad aprire la porta, felice che le sue paure fossero
prive di ragione. "Avete trovato nessun fascista? quante armi hanno
lanciato?". "Purtroppo nessuna
arma, nemmeno questa volta, ma è andato tutto bene. Cercheremo
di resistere al meglio con quel poco che abbiamo", le rispose Nino
toccando le due pistole e lo sten che portava come sempre. Si alzarono
i Cavaradossi, e aiutarono a nascondere le casse sotto la paglia, nel
fienile. Poi andarono nel rifugio con Nino, Armando e Borselli, e si
addormentarono.
Giuditta era felice che tutto fosse andato liscio, e pregustava la
gioia di rivedere Nino la mattina dopo, sarebbero stati a parlare
insieme davanti al fuoco. Mentre si stava addormentando sentì
una voce da fuori: "Cavaradossi! Agenore!". Chi poteva essere? si
affacciò la Tina che domandò: "Chi siete, che volete?
è notte!". L'uomo gridò: "Qui nascondete dei fascisti,
sono venuto a prenderli!".
"Ma chi vi ha mandato?" disse Agenore, non lo sapete che qui ci sono i
partigiani? altro che fascisti!", e dicendo così aveva fatto
segno alla moglie di andare ad avvertire Nino e gli altri.
Anche Giuditta si era alzata ed era corsa in cucina dietro alla Tina,
che si era diretta all'acquaio, sotto al quale partiva un tubo di ferro
che arrivava nel rifugio, per parlare con Nino.
"Nino, svegliati, Armando, Borselli, svegliatevi!". Nino chiese:
"Che c'è Tina?". "Nino, non mi piace, c'è uno armato fino
ai denti che non conosciamo, ma ci ha chiamati per nome, dice che cerca
i fascisti, ma come mai, chi glielo ha detto, non sa che qui c'è
il comando?". "Tina," disse Nino, "cercate di trattenerlo che intanto
salgo io". Il comandante si mise i pantaloni e imbracciò lo
sten, preparandosi a salire mentre si svegliavano anche i suoi
compagni. Agenore gridò:
"Tina! Tina, Giuditta! fermatelo, è entrato in casa!". Le due
donne lo sentirono entrare in cucina, gli si
pararono davanti ma lui corse verso la stalla. "Ma siete impazzito,
là c'è il rifugio del comando della Bassa modenese!
Fermatevi, non vi abbiamo mai visto!". Spingendole da parte l'uomo
andò avanti, e mentre Nino saliva spalancò la porta con
due pistole spianate. Con lui apparvero Tina e Giuditta, gridando, e
Nino toccò il grilletto. Ma si sentì colpire al petto,
un'esplosione nel cuore, cadeva, cadeva, in un'imboscata.
Guardò verso Giuditta, che gridò il suo orrore, vedendolo
accasciarsi, la guardò per un istante, lei corse su lui, gli
sollevò il collo, mentre il sangue intrideva rapido la
camiciola, e intanto Armando gridava: "Assassino!", ma quello
lo colpì mentre saliva dal rifugio. Si sentì la voce del
commissario politico che diceva il suo nome, e allora quello
sconosciuto che aveva ammazzato Nino e Armando si fermò di
colpo, disse: "Ma sono partigiani?" e cadde in ginocchio sulla paglia
intrisa di orina di vacca, gridando come un pazzo: "Ho sbagliato! ho
sbagliato!".
Giuditta teneva la testa di Nino, che non parlava più, muoveva
le labbra come se avesse sete, "Vuoi bere Nino?" gli chiese Giuditta
guardandolo, e Nino fece di no con la testa. Poi cercò di dire
qualcosa ancora, allentò la presa sullo sten e la sua testa si
abbandonò sul braccio di Giuditta. La Tina cercava di soccorrere
Armando, che era ancora vivo, ma sanguinava abbondantemente, teneva gli
occhi chiusi, ansimava. Agenore partì in bicicletta per andare a
cercare un dottore, ma quando tornò anche Armando era morto.
Il partigiano sconosciuto era di Medolla, e disse che era meglio se era
morto lui, quando seppe chi aveva ucciso. Forse cercava
l'ex-maresciallo dei carabinieri, quello che non scendeva nemmeno a
mangiare. Nella confusione della tragedia Giuditta restò seduta
con Nino fra le braccia, accarezzandogli i capelli, sentiva che
qualcosa di lei era morto insieme al comandante. Era così bello,
sembrava addormentato, se non fosse stato quel sangue colato a terra,
sul pavimento della stalla, mentre le vacche stolide continuavano a
dimenare la coda e a muggire, ruminando come sempre. Non riuscivano a
convincere Giuditta a lasciare Nino, non voleva staccarsi, dovettero
portarla via con la forza, si faceva giorno quando la lasciarono da
Giorè, che alla notizia della morte di Nino non disse una
parola, e rimase muto per tre giorni. Il commissario Borselli decise di
tenere il più possibile segreta la morte del comandante, non
voleva che si demoralizzassero i partigiani della Bassa e i contadini
che li sostenevano: nessuno era amato come Nino.
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