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ADALINDA GASPARINI              PSICOANALISI E FAVOLE


IL RE PORCO
1877

Cera una volta una Regina che era gravida e stava lì al terrazzino a prendere il fresco. Passa una poera donna e gli chiede la limosina. Dice :  – « Andate via, vecchia porca! » – Ma che son maniere quelle ? Risponde la poera vecchia : – « Lei, la facesse un porco ! » – Giusto era gravida. La partorisce e fa un porco ! Figuratevi che bisbiglìo nel palazzo che ci fu : non si poteva spiegare. La Regina non faceva che piangere ricordandosi della parola detta : – « Eh ! » – diceva – « Iddio mi ha castigata ! » – Il porco cresce e lo mettono in giardino. Che volete farne nella casa ? Ma sotto questo pelo di porco era un giovinotto, un omo, aveva sentimenti come noi. Lì vicino c’eran marito e moglie che avevan tre ragazze. Il porco vede queste belle ragazze e se ne innamora : pur chè ne abbia una ! E non dava pace di sé ; urla ; mugolìo ; non voleva mangiare ; si spiegava che accennava in là ; s’avvidero che voleva una di quelle ragazze. Andiedero a dire ai suoi genitori che una delle figliole bisognava che la prendesse questo porco, che li facevan ricchi. La minore dice : – « Io non lo voglio. » – La seconda l’istesso. La maggiore dice : – « Lo prenderò io per far felici il babbo e la mamma ; io non guardo, io mi accordo. » – Che volete ? lì non si fa sposalizio ; altro che la sera andava a letto  con questo porco senza andare a fare le cerimonie : se era una bestia ! quando gli è in camera, il porco serra e gli viene un bellissimo giovinotto. Lei urla che la voleva il porco, non voleva quello : – « Ah no ! no ! io ho sposato il porco ; voi non vi conosco » – « Ah » – gli dice – « abbi da sapere, sono io il porco, che per la superbia di mia madre mi trovo in questo stato. Promettimi di non dir niente alla signora madre, altrimenti ti costa caro ! » – Lei gli promette ; ma dopo otto o dieci giorni chiede di parlare alla Regina. Dice : – « Ho una cosa da confidarvi, ma in secreto ; mi raccomando che nessuno ci senta ! » – « Venite pure » – dice la Regina – « nelle mie stanze. » – La ordina alla servitù che nessuno entri. – « Venga chissisia, la Regina non c’è » – E dice alla nora : – « Dite pure, dite.  » – Serra tutti gli scuri per paura che nessun la sentisse. – « Abbia da sapere, la sera il suo figlio, vedesse che bel giovinotto che egli è ! » – « Ah ! » – la fa la madre. – « Ma per amor di dio la prego a non palesarlo. Altrimenti, mi ha detto che la pagherò.  » – « Ah ! » – dice la madre – « La mia superbia è stata ! e questo è il mio castigo.  » – E vanno ognuna nel suo quartiere ed è finita : perchè lui, essendo fatato, sentì tutto.
    La sera va nella camera per andare dalla sposa e gli dice : – « Briccona, son queste le promesse ? » – « Ah ! ma io....  » – dice. – « Chètati, insolente ! » – prende un ago calamitato e l’ammazza. La more che non si distingue che è stata uccisa. Venghiamo alla mattina. La Regina non c’è, non s’alza, non chiama. I servitori giran la gruccia, vanno là e la vedon morta. Urli per il palazzo : – « Si vede che il porco l’ha soffocata ! » – Credono che l’ha soffocata : una bestia, che volete ! Più che mai la Regina madre gli rimane il rammarico, dicendo : – « Io sono stata causa di questo gran male, perchè se io non diceva quella parola, non aveva un figlio porco e non seguiva questo ! » – Il porco comincia a mugliare, a raspare il muro, peggio di prima ; a fare cenni che voleva un’altra di quelle : s’intendeva bene. La seconda : – « Va » – dice – « lo prenderò io ! » – Che volete ? facevano uno sborso di quattrini ai genitori ! – « Almeno starete bene voi. » – E così la sera il porco, quando entra in camera, viene un bellissimo giovinotto, come per quell’altra. E dice, assolutamente impone silenzio che non la dica nulla alla signora madre. Se quell’altra la stiede dieci giorni, la sarà stata anche venti, questa, zitta. Ma poi un bel giorno la chiede un abboccamento alla Regina, come quell’altra ; e quando l’è nella stanza, tutta serrata, la gli palesa che suo figlio diviene un bel giovane, come quell’altra donna. – « Pur troppo lo so, per mia disgrazia, che lui diviene un bel giovane ! » – « Ma la prego a non dir niente.  » – « Eh state pure contenta che io non parlo.  » – Vanno ognuna nel suo quartiere.
    Quando è la sera, il porco entra in camera e fa l’istesso. – « Ah briccona ! » – dice. – Son queste le promesse, eh ? » – Prende l’istess’ago, cos’era ? e l’ammazza. La mattina, la servitù, eran l’undici, mezzogiorno : – « Ma che fa la Regina ? » – Apron la camera e la trovan morta ancor lei. Vanno dalla Regina madre e dicono : – « Venga a vedere, Maestà, anche questa l’è morta ! » – E il rimorso ! potete credere ! Il porco riprincipia a mugliare al muro per aver quell’altra, la terza sorella. Ma i suoi non gnene volevan dare, lo credo ! Ma poi s’ebbe da accordare e viene sposa del porco ; e portano anche i genitori nel palazzo, in disparte. La sera il Re diviene un bel giovinotto come nell’altre sere : – « Abbi da sapere che io sono un omo, vedi ; ma per castigo della signora madre, il  giorno sono un porco. Ho da ringraziarne la superbia della signora madre. Ti prego di non dir nulla alla signora madre.  » – « E io ti prometto di non dir nulla.  » – La sarà stata anche un mese senza dir nulla, ma poi la chiede di parlare alla Regina e gli racconta che il suo figlio diviene un bel giovine ; come le altre, tal quale : – « Ma io la prego di non parlarne neppure all’aria.  » – « Eh state pure contenta, io non lo dico.  » –
Eccoti la sera il porco entra in camera e viene un bellissimo giovane : – « Briccona, son queste le promesse, eh ? Te, non ti ammazzo. Ma, prima di ritrovarmi, tu devi consumare sette mazze di ferro, sette vestiti di ferro, sette paja di scarpe di ferro ed empire sette fiaschettini  di lacrime.  » – E va via, sparisce, non c’è più porco, non  c’è più nulla. La mattina, appena giorno,  la  sposa  s’alza  e  va  dalla  Regina Madre, e gli racconta il caso. Potete credere il rimorso di questa donna ! – « Guardate di che sono stata causa ! » – Ordina  tutta  questa roba la Regina madre, e quando l’è fatta,
la  sposa  la  si  veste  di  questa roba e si mette in viaggio : dice addio alla socera, la bacia : – « Addio ! Addio ! » – e si mette in viaggio.
    Cammina, cammina, con il barroccio, perchè l’altra roba l’aveva sovra il baroccio, sennò come si fa a portarla ! La trova una vecchina. – « Dove vai, poerina ? » – « Oh ! » – dice ; la gli fa tutto il racconto. – « Tu non sai ch’egli è stato sposo il tuo sposo ? Il tuo sposo gli ha preso moglie, lassù dov’è andato. Tieni questa nocciòla. Quando sarai sulla piazza del Re, quando avrai ben camminato, non so in che posto, molto lontano, schiacciala. Verranno di gran galanterie, ma tanto belle. La Regina » – dice – « se ne invaghirà ; e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu devi dire : Una notte a dormire col suo sposo. » – Gli dà la nocciòla e va via, sparisce questa vecchia. – « Grazie ! addio, addio ! » – Cammina, cammina, cammina e la trova l’istessa vecchina, l’istessa proprio : – « Poerina, dove vai ? » – Gli fa tutto il racconto e questa vecchina gli dice : – « Sai ! Tieni  questa  mandorla, fai  lo  stesso,  stiacciala. Verranno  di  gran galanterie, ma tanto belle ! La Regina se ne invaghirà ; e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu non chieder quattrini : chiedi una notte a dormire con lo sposo. » – Quando l’è quasi per essere alla piazza gli si presenta un vecchino e gli dice l’istesso : – « Tieni, » – dice – « questa noce. Vedi, tu ci hai pochino, vedi : l’è lì la piazza. Stiaccia questa noce e tu vedrai le galanterie che gli esce fori. La Regina se ne invaghirà e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu devi dire : Una notte a dormire col suo sposo.  » – L’aveva consumato le sette paja di scarpe di ferro, l’aveva consumato le sette mazze di ferro, l’aveva consumato i sette vestiti di ferro e l’aveva riempite tutte le fiaschettine di lagrime. Entra nella piazza e vede un palazzo : si mette a sedere in mezzo alla piazza e schiaccia la nocciòla. E viene le più belle galanterie, ma una cosa da non poter spiegare, ecco. – « Maestà » – dicono i servitori alla Regina – « Maestà, s’affacci ; venga a vedere le gran galanterie che ci sono sulla piazza.  » – « Dimandate quel che ne vole, che io le voglio comprare.  » – Queste galanterie eran molte cose preziose, tutte pietre preziose ; ci si accecava a guardarle. Gli domandano quanto ne vole : – « Una notte a dormire col suo sposo.  » – I servitori si mettono a ridere : – « Una donna strana, vuol dormire con lo sposo della Regina, cah ! » – La Regina : – « Bene ! gli sia accordato ! Prendete queste belle cose e stasera dite che alle dodici venga qua.  » – La ordina al bottigliere che alloppi tutto il vino ; le bottiglie, tutto, sia alloppiato per il Re. Il Re, che non sapeva nulla, beve, un poco anche più del solito. Quando gli è un’ora, cade addormentato, lo portano a letto e dorme come un masso. Ecco la donna alle dodici entra nel palazzo e la portano in camera. Entra nel letto, e dice : – « Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro, e ho riempito sette fiaschetti di lacrime.  » – Quello dormiva, lo stesso che dire a questo tavolino. Si fece giorno, la donna fu mandata via e fu finito.
    La mattina schiaccia la mandorla. Figuratevi : tutte figurine che si movevano e saltavano, tutte di pietre preziose. – « Maestà, c’ è l’ istessa donnina d’ ieri : ma se la vedesse ! che belle galanterie : assai più belle sono ! » – La Regina dice : – « Domandatele icchè ne vole.  » – « La notte a dormire col suo sposo.  » – Dice la Regina : – « Sì, sì, sì. Prendete pure ; e stasera fatela venire alla solit’ ora.  » – Eccoti, dà ordine al cantiniere, che faccia l’istesso del giorno avanti, che alloppi tutto il vino : bottiglie, tutto. Il Re va a pranzo e beve più di quell’altro giorno, ma come! Quando gli è sera, ecco la donna, gua’, entra nel letto e principia a dire : – « Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro, e ho riempito sette fiaschettini di lacrime.»  – Ma qui, dichiamo, questa fosse la camera ; e qui, dichiamo, ci fosse le guardie. Sentono un mugolìo, stanno attenti ; ed imparano tutto il lamento come l’avemmaria. E la mattina, appena giorno, i servitori la mandorono via questa donna.
    E queste guardie, quando s’è levato il Re, gli raccontano tutto : – « La notte ci viene una donna da Lei e Le dice : Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro, e ho riempito sette fiaschettini di lacrime.  » – Ah, il Re si ricorda della sposa ; chè aveva dimenticata ogni cosa. Andato via da il palazzo della madre, si scordò di tutto. – « Non sa ? Le dànno il vino alloppiato » – dice questa guardia. – « Bisogna che Lei non lo beva. Ci starò attento io.  » – La mattina, stiaccia la noce quella poera donna. Figuratevi! che galanterie! più belle dell’altro giorno. La noce gli era più grossa della nocciòla e della mandorla e ne sortì più robba. La Regina dice : – « Domandatele icchè ne vole » – Gli domandano quel che la vole e lei dice : – « Una notte a dormì’ con lo sposo.  » – « Prendete le ricchezze » – dice la Regina – « e ditegli che stasera venga all’ istess’ ora.  » – Questa guardia che aveva fatto la spia al Re, dice al cantiniere : – « Pena la morte, se tu metti l’oppio nel vino del Re. Figura di metterlo, ma non lo mettere. Poi, sarai ricompensato. Invece mettilo a quello della Regina, l’oppio.  » – Il giorno a pranzo, com’era solito, il Re beve, mangia. La regina con quell’oppio s’addormenta ; la mettono a letto; è finita. Eccoti Maestà che va alla camera, si spoglia e va a letto. Quando sono le dodici, eccoti la donnina. Lui figura di dormire, e lei principia a dire : – « Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro, e ho riempito sette fiaschettini di lacrime.  » – Lui per tre o quattro volte glielo lascia dire ; allora figura di svegliarsi e l’abbraccia così, poerina ! e la riconosce per isposa, e dice : – « Bisogna partì’ subito ! subito ! far fagotto e via. » – Prendon tutte quelle belle robe che l’aveva schiacciate dalla nocciola, dalla mandorla e dalla noce, tutte quelle ricchezze, fanno fagotto, spogliano il palazzo, ecco ! Prende la guardia che gli aveva fatto la spia con seco, prende il cantiniere e tutti via ; e vanno a il palazzo della madre.
    Cheh ! era quasi sempre a letto piangendo di dolore per questo figlio, gua’ ! Urli, strepiti di contentezza : – « Oh viva! viva ! » – Tutta la servitù, dicendo : – « Ecco la nostra sposa! ecco il nostro padrone! » – perchè raccontano. La Regina che sente questi urli, va di là e vede la nora. Dice : – « Questo è il suo figlio che io sposai che era un porco e adesso è un bel giovane.  » – Va nelle braccia la madre del figlio chiedendogli perdono di quel ch’ella era stata causa ch’egli aveva patito. Lui gli perdona e così se ne vivono in santa pace. Venghiamo alla Regina, quell’altra moglie, che si desta. Chiama, chiama, nessun risponde, non c’è nessuno. La va per le stanze : tutte vote ; tutto portato via ; ogni cosa, tutto sparito. La va allo scrigno a vedere in dove l’aveva messe tutte quelle belle cose, tutte quelle gioje : la non trova più nulla. Caccia un grand’urlo e dal dolore cade e more. E così è finita.

Stretta la foglia e larga la via,
Dite la vostra che ho detto la mia.


- Briccona, son queste le promesse, eh ? Te, non ti ammazzo. Ma, prima di
ritrovarmi, tu devi consumare sette mazze di ferro, sette vestiti di ferro...






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TESTO
La Novellaja fiorentina. Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare da Vittorio Imbriani. Ristampa accresciuta di molte novelle inedite di numerosi riscontri e di note, nelle quali è accolta integralmente La Novellaja milanese dello stesso raccoglitore. Livorno: Tipi di F. Vigo 1877. Pp. 168-175.
La Novellaja fiorentina....; Ristampa anastatica, prefazione di Marcello Vannucci; Palermo: Edikronos 1981.

Vittorio Imbriani, La Novellaja fiorentina... [stessa edizione citata], http://www.archive.org/stream/lanovellajafior00imbrgoog#page/n10/mode/2up; sito consultato il 9 ottobre 2011.

Nel formato 'Read Online' mancano le pagine 168-177, che contengono la fiaba XII. IL RE PORCO, le note, e le prime due pagine della versione milanese, EL CORBATTIN. Le stesse pagine figurano  regolarmente nel formato FULL TEXT.

Per altre versioni della fiaba, vedi anche in Fabulando. Carta fiabesca della successione:
Re porco (comprende la fiaba in formato e-book)
AUTORE

Vittorio Imbriani, nato a Napoli nel 1840, figlio di un liberale costretto all’esilio e di una madre appartenente alla famiglia dei Poerio, letterati e patrioti, da bambino visse all’estero con la famiglia, e studiò a Zurigo e a Berlino, fu volontario nella seconda guerra di indipendenza (1859) e garibaldino (1866), e protagonista di molti duelli, che gli causarono seri problemi giudiziari. Venerò de Sanctis le cui lezioni seguì a Zurigo, ma ruppe con lui per divergenze politiche: hegeliano conservatore, polemizzò con stizza contro la sinistra italiana del tempo. Dalla sua posizione anticonformista dedicò per primo l’attenzione che meritava al gran Basile, che Benedetto Croce avrebbe in seguito tradotto, definendo lo Shakespeare della favola l’autore del primo e del più bel libro di fiabe pubblicato nel mondo: Il cunto de li cunti o Pentamerone (1634-1636).

Fra relazioni sentimentali turbinose e rancori per i riconoscimenti ufficiali che mancavano, forse a causa del suo forte anticonformismo – la cattedra di letteratura italiana a Napoli alla quale da tempo aspirava gli sarebbe arrivata solo quando era tanto malato da non poter tenere nemmeno una lezione, due anni prima della morte avvenuta nel 1886 – Vittorio Imbriani scrisse raccolte di storie popolari, saggi, testi politici, racconti e romanzi. Durante un soggiorno fiorentino raccolse le fiabe fiorentine della Novellaja, ascoltandole e stenografandole personalmente da narratori e narratrici analfabeti, con un rispetto e un’intelligenza che hanno preservato la freschezza e lo spessore della tradizione popolare. Alla prima edizione (1871) ne seguì una seconda (1877), arricchita di altre novelle inedite, alcune delle quali milanesi, di note e di riferimenti sia alla letteratura precedente che alle raccolte contemporanee.

L’edizione del 1877 è liberamente accessibile online:

http://www.archive.org/stream/lanovellajafior00imbrgoog#page/n10/mode/2up


La presente nota sull'Autore e l'edizione, è pubblicata sul quotidiano online STAMP Toscana il 30 ottobre 2011.

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IMMAGINE
Beauty sat down to dinner with the beast, dell'illustratrice scozzese Anne Anderson (1874-1930)
Immagine di pubblico dominio, dahttp://www.artsycraftsy.com/anderson/anderson_beauty_and_beast.html; consultato il 23 ottobre 2011.


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NOTE


« Andate via, vecchia porca! » – Ma che son maniere quelle ? Risponde la poera vecchia : – « Lei, la facesse un porco ! » – Giusto era gravida. La partorisce e fa un porco !
La maledizione scaturisce dalla risposta arrogante della regina incinta, che pare valere come una grave mancanza di accoglienza, vale a dire come un difetto nella maternità. Il teriomorfismo del neonato dipende quindi da due figure materne: la madre regina non accogliente verso chi ha bisogno, e la mendicante dotata di poteri magici che la maledice.
Si può osservare che l'assenza del padre nel Re porco fiorentino corrisponde a una mancannza del padre per difetto nella versione cinquecentesca della stessa fiaba: il padre è estraneo alla la gravidanza della regina, che avviene per intervento delle fate, mentre nella toscana la maledizione interviene durante la gravidanza. Nella versione cinquecentesca il re padre dapprima vorrebbe uccidere il neonato porcellino, poi, dicendosi che è pur sempre suo figlio, decide tenerlo e crescerlo. Assolve quindi a una funzione di legittimazione che manca nella versione toscana, nella quale l'umanizzazione richiede la settennale peregrinatio dell'attante soggetto che deve consumare abiti e mazze di ferro.


La partorisce e fa un porco!
`If you're going to turn into a pig, my dear,' said Alice, seriously, `I'll have nothing more to do with you. Mind now!' The poor little thing sobbed again (or grunted, it was impossible to say which), and they went on for some while in silence.
Alice was just beginning to think to herself, `Now, what am I to do with this creature when I get it home?' when it grunted again, so violently, that she looked down into its face in some alarm. This time there could be NO mistake about it: it was neither more nor less than a pig, and she felt that it would be quite absurd for her to carry it further.
So she set the little creature down, and felt quite relieved to see it trot away quietly into the wood. `If it had grown up,' she said to herself, `it would have made a dreadfully ugly child: but it makes rather a handsome pig, I think.' And she began thinking over other children she knew, who might do very well as pigs, and was just saying to herself, `if one only knew the right way to change them...
"Se ti trasformi in un porcellino, caro mio" disse Alice seriamente, "non voglio aver più nulla a fare con te. Bada bene!" Il povero piccino sospirò ancora (o grugnì, non si poteva dire quale delle due) e andarono avanti per un po' in silenzio.
Alice stava cominciando a pensare fra sé e sé: "Ma che devo fare con questa creatura se la riporto a casa?" quando grugnì di nuovo, tanto fragorosamente che lei volse il suo sguardo apprensiva verso il suo musetto. Questa volta non c'era più NESSUN dubbio: non era niente di più e niente di meno di un porcellino, e lei pensò che sarebbe stato proprio assurdo che se lo portasse ancora dietro.
Così mise giù la piccola creatura, e si sentì sollevata vedendo che trotterellava tranquillamente verso il bosco. "Se fosse cresciuto," si disse, "sarebbe stato un bambino bruttissimo, ma diventerà un bellissimo porco, secondo me." E cominciò a pensare agli altri bambini che conosceva, che avrebbero potuto andare benissimo come porcellini, e si stava dicendo: "se solo si sapesse come si fa per trasformarli...
(Alice's Adventures in Wonderland, Chapter Six, Pig and Pepper, chapter 6;  http://www.literature.org/authors/carroll-lewis/alices-adventures-in-wonderland/chapter-06.html; ultimo accesso: 27 novembre 2011.)

Fra le tante suggestioni che offre questa fiaba, come le fiabe in genere, proponiamo il nesso con un brano di Alice in Wonderland. Si può ricordare che in inglese to carry a baby - letteralmente: portare un bambino - significa anche essere incinta. Alice porta un bambino che diventa un porcellino, come la regina della fiaba.

Questa storia potrebbe dirci qualcosa della gestazione dell'attante maschile della più celebre fiaba La bella e la bestia, riguardo al problema dell'umanizzazione, nel gioco complesso fra acquisizione dell'identità di genere, maschile e femminile. Nelle fiabe dove l'attante maschile ha forma animale si allude di solito a una maledizione femminile, dovuta a una colpa materna, o a una figura magica che il soggetto ha respinto. 



Lei urla che la voleva il porco, non voleva quello : – « Ah no ! no ! io ho sposato il porco ; voi non vi conosco » Poco coerente con la vicenda, che tende all'umanizzazione dell'attante protagonista, l'esclamazione suona come un lapsus della narratrice, o una lacuna nel racconto, che fa emergere il piacere che si accompagna all'eccesso, sessuale o alimentare, praticato da chi viene definito un porco.
Il re che nasce in forma di porco fa ricordare la vicenda dei compagni di Ulisse trasformati in porci da Circe, divinità pre-olimpica, figlia del Sole, apparentata ad altre figure divine poco obbedienti alla legge patriarcale, come Medea e Pasifae. Circe è inoltre l'antenata di Alcina, maga seduttrice nell'Orlando furioso di Ariosto.
La prima sposa del Re porco non è la sola a preferire l'animale all'essere umano: c'è un precedente nobile in un piccolo dialogo di Plutarco, che racconta, partendo dall'episodio di Circe nell'Odissea, come uno dei compagni di Ulisse già trasformati in porci, di nome Grillo, non volle riacquistare forma umana, preferendo restare maiale presso la dea maga.
Così Grillo (il nome viene dal greco gryzein, grugnire), parla a Ulisse: "Da quando sono entrato in questo mio nuovo corpo, non faccio che meravigliarmi dei discorsi con cui certi filosofastri volevano convincermi che tutte le creature, eccetto l'uomo, sono prive di ragione".
Grillo afferma che gli animali non sono inferiori, bensì superiori agli esseri umani, perché essendo dotati di un istinto sicuro, perseguono solo fini naturali, mentre gli uomini agiscono spesso contro natura, sia nella sessualità sia nella caccia: «L'uomo consuma ogni tipo di carne, a differenza dei predatori, che danno la caccia solo agli animali da cui ricavano necessario nutrimento. (...) Nessuna creatura che vola, che nuota o che si muove sulla terra è scampata alle vostre tavole, che definite civili e ospitali». (Vedi: Plutarco, L'intelligenza degli animali, a cura di Francesco Chiossone; Genova: Il Nuovo Melangolo, 2011; p. 58; cit. da Anna Li Vigni, Sole 24ore; ultimo accesso: 7 giugno 2012)

Abbi da sapere, sono io il porco, che per la superbia di mia madre mi trovo in questo stato. Promettimi di non dir niente alla signora madre, altrimenti ti costa caro! La completa assenza del padre, che non è nemmeno nominato, si combina con un comportamento materno che provoca la maledizione della mendicante e il teriomorfismo del regale discendente; in questo senso è indicativo che il porco, divenuto nell'intimimtà della camera nuziale un bel giovane, intimi alle mogli di non rivelare niente giustappunto alla madre: «abbi da sapere, sono io il porco, che per la superbia di mia madre mi trovo in questo stato. Promettimi di non dir niente alla signora madre, altrimenti ti costa caro!».
Anche ne Il testamento di una fata non si fa nessun cenno al padre e la mancanza della madre come eccesso è il motore di tutte le vicende narrate: la fata morente impone al figlio di dare in moglie le tre sorelle ai primi tre uomini che passano, decidendo così del destino del figlio e delle sue sorelle.

Prende un ago calamitato e l’ammazza. La more che non si distingue che è stata uccisa. Come nella fiaba del tipo La bella e la bestia, l’umanizzazione potrà venire solo quando una sposa affronterà le prove necessarie: prima di lei due vengono uccise dal Re Porco, e rappresentano due fallimenti che precedono e preparano la sua entrata in scena. L’uccisione avviene come per magia, con un ago calamitato, oggetto misterioso forse anche per la narratrice stessa, che nominandolo per la seconda volta, come rivolgendosi allo stesso Imbriani, dice : Prende l’istess’ago, cos’era?

Queste galanterie eran molte cose preziose, tutte pietre preziose ; ci si accecava a guardarle. Se escono tesori dalla nocciola, dalla noce e dalla mandorla ricevuti in dono lungo il cammino, bisogna sacrificarli senza esitare, anche se niente garantisce il successo: le galanterie se le prende la regina usurpatrice che alloppiando il vino del re gli impedisce di sentire la povera Ginevra.
Cosa sono le galanterie? Tra il 2006 e il 2007 a Palazzo Pitti si è potuto vedere quel che resta della straordinaria collezione di galanterie di Anna Maria Luisa dei Medici, che da Düsseldorf le portò a Firenze, quando nel 1716 rimase vedova dell’Elettore Palatino. Oggetti preziosi per l’arte e i materiali, talora veri e propri gioielli, accrescono la loro magia nelle fiabe, dove escono da una noce e saltano autonomamente. La fiaba popolare custodisce spesso segreti tesori di cui nemmeno lo stesso narratore è consapevole, perché in un altro tempo qualcuno possa goderne.
Vedi alcune galanterie nel sito: Una rosa d'oro, http://www.unarosadoro.com/perlebarocche.html; consultato il 9 settembre 2011.

Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro, e ho riempito sette fiaschetti di lacrime. La prova di Ginevra bella è fra le più lunghe e dure fra quelle delle fiabe: deve consumare sette paia di scarpe di ferro, sette mazze e sette vestiti di ferro, e deve anche riempire sette fiaschettini di sue lacrime.A una disgrazia che dipende dal femminile materno corrisponde una riparazione effettuata dal femminile della sposa, che dopo aver finito il suo compito deve anche svegliare il Re Porco dall’oblio: merita certo il finale felice.
La fiaba, presente nell’edizione napoletana della Novellaja fiorentina (1871) potrebbe aver ispirato la novella evocata da Giosuè Carducci in Davanti San Guido (1874):

O nonna, o nonna! deh com'era bella
Quand'ero bimbo! ditemela ancor,
Ditela a quest'uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor!
— Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:
Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.


Quello dormiva, lo stesso che dire a questo tavolino.


Qui più ancora che chiedendo cos'era l'ago calamitato pare che la narratrice - o il narratore - si rivolga al professore usando il tavolino al quale sono seduti per illustrare meglio il sonno comatoso del Re Porco.
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E così è finita.

L’avvio della fiaba è la maledizione di una vecchia che si vendica così del rifiuto di una regina gravida: il futuro sovrano non sarà un bambino, ma un porcellino. Come nella fiaba del tipo La bella e la bestia, l’umanizzazione potrà venire solo quando una sposa affronterà le prove necessarie: prima di lei due spose sono state uccise dal Re Porco, e rappresentano due fallimenti che precedono e preparano la sua entrata in scena. L’uccisione avviene come per magia, con un ago calamitato, oggetto misterioso forse anche per la narratrice stessa, che nominandolo per la seconda volta, come rivolgendosi allo stesso Imbriani, dice : Prende l’istess’ago, cos’era?

La prova di Ginevra bella è fra le più lunghe e dure fra quelle delle fiabe: deve consumare sette paia di scarpe di ferro, sette mazze e sette vestiti di ferro, e deve anche riempire sette fiaschettini di sue lacrime.

A una disgrazia che dipende dal femminile materno corrisponde una riparazione effettuata dal femminile della sposa, che dopo aver finito il suo compito deve anche svegliare il Re Porco dall’oblio: merita certo il finale felice.

La fiaba, presente nell’edizione napoletana della Novellaja fiorentina (1871) potrebbe aver ispirato la novella evocata da Giosuè Carducci in Davanti San Guido (1874):

 

O nonna, o nonna! deh com'era bella

Quand'ero bimbo! ditemela ancor,

Ditela a quest'uom savio la novella

Di lei che cerca il suo perduto amor!

— Sette paia di scarpe ho consumate

Di tutto ferro per te ritrovare:

Sette verghe di ferro ho logorate

Per appoggiarmi nel fatale andare:

Sette fiasche di lacrime ho colmate,

Sette lunghi anni, di lacrime amare:

Tu dormi a le mie grida disperate,

E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.

 

Come in tutte le fiabe si procede da una condizione disumana, o da un rischio mortale, legati alla famiglia d’origine, verso il lieto fine che rappresenta la piena autonomia – l’ascesa al trono – e la fine della solitudine – le nozze. La complessità e la difficoltà della vicenda sono da intendere in questa fiaba come l’arduo lavoro di elaborazione del lutto da parte della protagonista femminile, e la difficile umanizzazione nel protagonista maschile. Figure femminili disseminano ostacoli - la vecchia mendicante, la regina madre, le prime due spose, la sposa usurpatrice – figure femminili li rimuovono o li superano – Ginevra e le vecchiette che donano la nocciola e la mandorla magiche. Il re padre non esiste, non viene neppure nominato: come nella vita questa mancanza è un ostacolo quasi insormontabile nel cammino che porta alla condizione adulta. Ma le fiabe mettono in scena ostacoli insormontabili per raccontare come si possa sempre cercare una via per superarli: qualcuno, tanto tempo fa, lontano lontano, ce l’ha fatta.

E se escono tesori dalla nocciola, dalla noce e dalla mandorla ricevuti in dono lungo il cammino, bisogna sacrificarli senza esitare, anche se niente ci garantisce il successo: le galanterie se le prende la regina usurpatrice che alloppiando il vino del re gli impedisce di sentire la povera Ginevra. Ma cosa sono le galanterie? Tra il 2006 e il 2007 a Palazzo Pitti si è potuto vedere quel che resta della straordinaria collezione di galanterie di Anna Maria Luisa dei Medici, che da Düsseldorf le portò a Firenze, quando nel 1716 rimase vedova dell’Elettore Palatino. Oggetti preziosi per l’arte e i materiali, talora veri e propri gioielli, accrescono la loro magia nelle fiabe, dove escono da una noce e saltano autonomamente. La fiaba popolare custodisce spesso segreti tesori di cui nemmeno lo stesso narratore è consapevole, perché in un altro tempo qualcuno possa goderne.


Nota già pubblicata sul quotidiano online STAMP Toscana il 30 ottobre 2011.



















© Adalinda Gasparini
Posted 10 April 2002
Last updated: 29 September 2018