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ADALINDA GASPARINI              PSICOANALISI E FAVOLE

C'era una volta, tanto tempo fa, nel lontano reame di Castelvetro, una casina su un un poggio, dove col suo marito ortolano viveva una contadina che desiderava tanto avere un bambino. Ne aveva voglia come un carcerato ha voglia di fuggire, come un malato ha voglia di guarire, come un povero ha voglia di soldi, ma nonostante suo marito lavorasse la terra tutti i giorni lei restava sterile e piena di malinconia.
Un giorno il marito era andato nel bosco a fare una gran fascina di legna, quando tornò a casa la sciolse, e scappò fuori tra gli stecchi un piccolo serpente. "Ecco!" disse la donna, "anche le serpi fanno i loro serpolini, io sola sono così sfortunata con questo marito che fa nascere tante piante ma non sa farmi nascere quello che vorrei!" A queste parole il serpentello rispose: "Se non puoi fare i bambini, pigliati me come figliolo, farai un buon affare e io ti vorrò più bene che a una mamma". A sentir parlare un serpente la donna s'impaurì tanto che quasi quasi sveniva, ma  poi si fece coraggio e disse: "Non fosse per altro, perché sei così amoroso sono felice di accettarti come se fossi uscito dal mio ginocchio". Gli assegnò per camerina un buco nel muro, e gli dava da mangiare con immenso affetto dei pezzettini di tutto quello che mangiava lei .
Giorno dopo giorno il serpente cresceva, e quando fu grande disse all'ortolano: "Babbo mio, mi voglio sposare". "Di sicuro", disse il babbo, "cercheremo una bella serpe come te e faremo il matrimonio". "Ma che serpe? cosa ho da spartire con vipere e bisce? si vede che sei un po' sempliciotto e prendi lucciole per lanterne! io voglio la principessa, quindi va' dal re e digli che un serpente vuole sposare sua figlia Colombina".
L'ortolano non se ne intendeva di queste cose, ma andò difilato dal re e gli fece la richiesta dicendo: "Ambasciator non porta pena, chi la fa l'aspetti e rosso di sera bel tempo si spera. Allora, devi sapere, maestà, che il serpente vuole tua figlia in isposa, e io, siccome sono un ortolano, ti propongo di provare a mettere nella stessa cesta il mio serpente e la tua Colombina". Il re, che a lume di naso vide che era un po' tonto, per  levarselo di torno disse: "Di' a questo serpente  che se mi farà diventare d'oro tutti i frutti del parco reale, gli farò sposare mia figlia. Vai, vai!", e con una risata lo mandò via.
Quando il contadino riferì la risposta al serpente, il serpente gli disse: "Va' domattina, e raccogli tutti i noccioli di frutta che trovi per la città, seminali nel parco, e si vedranno meraviglie!"
Appena si alzò il sole il contadino prese un bel paniere e si mise all'opera. Cammina cammina andò per le strade e le piazze  della città a raccogliere noccioli  di pesche, albicocche, ciliegine, amarene, mirabelle, nespole, e tutti gli altri noccioli che trovò. Poi andò nel parco reale e li seminò, come gli aveva insegnato il serpente: immediatamente germogliarono, e in un batter d'occhio crescevano i tronchi delle piante, i rami, i fiori e i frutti d'oro scintillante: quando il re si affacciò alla finestra vide questo spettacolo e non stava più nella pelle dalla meraviglia e dalla gioia.
Ma quando l'ortolano, mandato dal serpente, andò a chiedergli la principessa Colombina, il re disse: "Non avere tanta furia, io voglio un'altra cosa per concedergli la mano di mia figlia: che ricopra tutte le mura e il terreno del parco di pietre preziose".
L'ortolano tornò dal serpente a riferire questa nuova richiesta, e il serpente gli disse: "Va' domattina, e raccogli tutti i cocci che ci sono per terra, gettali intorno al muro e nei sentieri del parco, e vediamo se mettiamo a posto il re".
Quando le ombre della notte stavano svanendo il contadino si mise un paniere sotto il braccio e andò tra le case a raccogliere vetri di bicchieri rotti, minuzzoli di tappi e coperchi, cocci di pentole e tegami, bordi di vassoi, manici di brocche, orli di vasi da notte, mettendo insieme lampade sciupate, tazze sbreccate, vasi da fiori incrinati e tutti i pezzi di piatti e scodelle che trovò per le strade. Appena li ebbe gettati dove gli aveva detto il serpente, si vide il parco rivestito di smeraldi e topazi, intonacato di rubini e acquamarine, in uno splendore abbagliante. Tutti quelli che passavano di lì si fermavano affascinati col cuore ricolmo di meraviglia.
Vedendo questo miracolo il re rimase estasiato, e non sapeva se dormiva o era desto, ma quando sentì che il serpente gli mandava a chiedere di mantenere la promessa, disse: "Tutto quello che il serpente mi ha procurato fino a ora è inutile, se non mi fa diventare d'oro il palazzo".
Ancora una volta l'ortolano tornò dal serpente a riferire la terza voglia del re, e il serpente gli disse: "Va' e raccogli un gran fascio di erbe d'ogni specie, strofinale contro le fondamenta del palazzo, e vediamo se accontentiamo questo re",
Senza metter tempo in mezzo l'ortolano fece un gran fascio di menta, aglietti, rucola, erba Luigia, prezzemolo, basilico, timo, nepitella, e tutte le altre erbe che trovò, e appena lo ebbe strofinato alla base il palazzo cominciò a brillare dappertutto, come se si fosse scoperto un tesoro, sufficiente a far diventare  ricchi tutti i poveri del reame.
Quando l'ortolano venne a chiedere per il serpente la mano di Colombina, il re, rendendosi conto che non c'era più nulla da fare, chiamò la principessa e le disse: "Figlia mia, per prendere in giro un tuo pretendente gli ho imposto dei compiti impossibili, ma è riuscito a fare tutto quello che ho chiesto, e ora devo mantenere la parola data. Ti prego, figlia cara, non farmi tradire la mia parola, e accetta il marito al quale ti ho promesso". "Sia quello che vuoi tu, mio signor padre", rispose la principessa, "non mi sogno neanche lontanamente di cambiare quello che hai fissato per le mie nozze".
Allora il re disse all'ortolano che il serpente poteva venire a sposare la principessa, e appena il serpente lo seppe partì su un carro d'oro, trainato da quattro elefanti tutti d'oro.
Quando arrivò in città la gente che lo vedeva passare così grosso e terribile fuggiva terrorizzata, e i nobili di corte appena entrò nel palazzo reale cominciarono a tremare e si nascosero di qua e di là, mentre anche i servitori e le cameriere se la davano a gambe. Il re e la regina sconvolti dalla paura gridarono: "Fuggi Colombina, fuggi, si salvi chi può!" e andarono a rinchiudersi in uno stanzino mentre la principessa, senza batter ciglio, diceva: "Perché dovrei scappare dallo sposo che mi avete dato?".
Ed ecco che il serpente entrò nella stanza, avvolse la coda intorno alla vita di Colombina e cominciò a baciarla, mentre il re che guardava la scena dal buco della serratura si sporcò le mutande con una scarica di diarrea e la regina svenne. Stringendo la principessa con la coda il serpente la portò nella camera nuziale e chiuse la porta, poi si scosse la pelle di dosso e si trasformò in un giovane con i capelli biondi come oro fino, con occhi tanto belli da innamorare tutte le donne, e abbracciando Colombina ottenne tutto il suo amore.
Il re uscì dallo stanzino e vedendo che il serpente si era chiuso con la principessa, disse alla regina: " Che il Cielo dia pace all'anima innocente di nostra figlia, perché di sicuro quel serpente maledetto a quest'ora l'avrà ingoiata tutta intera". E avvicinandosi alla porta della camera degli sposi si chinò a guardare dal buco della chiave. Appena vide la bellezza e la nobiltà di quel giovane diede un calcio alla porta, entrò con la regina, raccolsero la pelle di serpente e senza pensarci la  bruciarono. "Ah, sciagurati!" gridò il principe serpente,"cosa mi avete fatto!", si trasformò in una colomba e volò alla finestra, battè e ribatté contro i vetri finché li ruppe e fuggì, ferito e insanguinato.
La principessa in pochi istanti era passata dalla mestizia alla gioia e dalla gioia alla disperazione, si era sentita prima perduta nelle spire di un serpente, poi felice tra le braccia di un bellissimo principe, poi disgraziata perché era volato via; così piangeva, si graffiava il viso e si strappava i capelli, rimproverando il padre e la madre che per la fretta di bruciare la pelle del serpente avevano mandato in fumo il suo matrimonio. Il re e la regina le dissero che avevano agito per il suo bene, le chiesero perdono e cercavano di consolarla, ma lei non smise di piangere, e a notte fonda, con un dolore che aumentava ora dopo ora, decise di andare per il mondo a cercare il suo sposo.
Mise in una borsetta le sue cose più preziose, uscì da una porticina secondaria, percorse le vie della città, verso i campi, e continuò a camminare al lume della luna.  A un certo punto una volpe si mise a trotterellare accanto a lei, e le chiese se voleva una compagna di strada. La principessa le rispose: "Ne sarei felice, perché sono sola, e non conosco la via". Andando e andando arrivarono a un bosco così fitto che nemmeno i raggi della luna riuscivano a illuminare i loro passi, così si fermarono a riposare sotto un albero accanto a una fontana d'acqua freschissima.
Dormirono su un letto di erba soffice fino al mattino, poi si svegliarono all'alba, e mentre si scaldavano ai primi raggi di sole gli uccelli zirlavano, fischiavano e gorgheggiavano tra i rami. La principessa confidò alla volpe che le piaceva molto ascoltare il canto degli uccelli, e la volpe le disse: "Ti piacerebbe anche di più se tu capissi quello che si stanno dicendo". Siccome la principessa  era molto curiosa, chiese alla volpe di rivelarle i discorsi degli uccelli, e questa, dopo essersi fatta pregare a lungo, le disse: "Stanno parlando di una disgrazia, accaduta a un principe, che era così bello che un'orca si era innamorata perdutamente di lui. Siccome lui non aveva voluto saperne del suo amore, l'orca lo aveva  trasformato in serpente:  l'incantesimo non si sarebbe mai spezzato se il serpente non avesse ottenuto la mano di una fanciulla di sangue reale. Gli uccelli dicono anche che c'era riuscito, ma quando aveva appena lasciato la pelle di serpente il re e la regina l'hanno bruciata,  allora lui si è trasformato in colomba, e fuggendo da una vetrata si è  ferito tanto gravemente che sta per morire".
Sentendo che si parlava proprio della sua storia e della sua disgrazia, la principessa domandò chi era questo principe, e se c'era un modo per guarirlo. La volpe rispose che si trattava di Sauro, unico figlio del re di Belcolle. Quanto al rimedio, gli uccelli dicevano di sì, che c'era: l'unico farmaco capace di far chiudere le ferite dalle quali la vita se ne stava volando via era proprio il sangue degli uccelli che raccontavano la storia.
La principessa allora chiese alla volpe di acchiappare quegli uccelli per mettere il loro sangue in una ampollina, così sarebbero andate insieme dal re di Belcolle e curando il principe avrebbero avuto una bella ricompensa, che avrebbero diviso a metà da buone amiche. "Piano," disse la volpe, "aspettiamo che scenda la notte, e appena gli uccelli si addormentano ci penso io, salgo sull'albero e li acchiappo uno ad uno".
Passarono quella giornata parlando della bellezza del principe Sauro, della sciagura provocata dai genitori della sposa, delle magie, dei patimenti e degli incantesimi, poi venne la sera, e poi la notte. Allora la volpe, controllando che gli uccelli si fossero addormentati sui rami, salì quatta quatta e li catturò uno dopo l'altro, li ammazzarono e riempirono col loro sangue un'ampollina che la principessa aveva portato con sé.
Al mattino si misero in cammino, e la principessa non stava in sé dalla gioia, ma la volpe disse "Il tuo bel progetto non lo realizzerai, perché ti manca l'ingrediente fondamentale, perché al sangue degli uccelli bisognerebbe aggiungere il mio!", e scappò. La principessa passò dalla gioia alla tristezza, ma non si arrese, pensò che nessuna volpe poteva impedirle di guarire il suo principe e cominciò a blandirla di lontano con queste parole: "Volpe, volpina mia, avresti ragione a fuggire se io non ti volessi bene, ma tu sei tanto cara e io non potrei mai farti del male, faremo a meno di guarire questo principe, ma continuiamo a viaggiare insieme e chissà quante belle avventure potranno capitarci... vieni, torna da me, stai sicura che non ti faccio nulla, vieni..."
Tanto disse e tanto chiamò che la volpe, che si credeva più furba di tutti, tornò indietro. Avevano fatto pochi passi quando la principessa afferrando un bastone glielo picchiò sulla testa, e la volpe cascò in terra. La principessa le fece uscire appena un pochino di sangue raccogliendolo nell'ampollina, e corse nella capitale del reame di Belcolle. Si coprì il capo con un velo e bussò alle porte del palazzo, poi  chiese a una guardia di avvertire il re che era arrivato chi poteva guarire il principe. Il re scese di corsa e quando vide una fanciulla rimase meravigliato e  le chiese come pensava di poter riuscire dove i migliori medici avevano fallito. Colombina rispose: "Ho i miei segreti, maestà, ma voglio che mi promettiate che se riuscirò a guarire vostro figlio lo concederete a me come sposo". Il re, che aveva già cominciato a piangere la morte del figlio, le disse: "Se tu me lo rendi bello e guarito,  guarito e bello io te lo farò sposare, perché se tu mi darai un figlio io ti darò un marito".
Salirono insieme nella camera dove il principe giaceva sul letto con gli occhi chiusi, già pallido come un cadavere, e Colombina senza perdere tempo medicò le sue ferite con il sangue dell'ampollina. Allora Sauro aprì gli occhi, sentì che il calore della vita tornava a scorrergli  nelle vene e si alzò perfettamente guarito. Il re lo abbracciò piangendo di gioia, poi indicò la fanciulla che era in un angolo della camera, nell'ombra, e gli disse : "Figlio mio, sembravi morto e ora sei vivo per merito suo. In cambio della tua guarigione, le ho promesso che le avresti dato la fede nuziale. Non mi pare troppo per chi ti ha ridato la vita.".
"Caro padre mio," rispose il principe, "vorrei tanto accontentarti, ma tu hai promesso qualcosa che non ho più: ho già dato la mia fede a una principessa che amo e spero che la fanciulla che mi ha salvato non vorrà farmi tradire la mia sposa". Colombina, sentendo quanto il principe Sauro teneva a lei, sentì una gioia immensa, e arrossendo gli chiese: "Se facessi in modo che questa tua sposa rinunciasse e mi lasciasse il suo posto accanto a te, vorresti allora essere mio?"
"Mai potrò cancellare," rispose Sauro,"la bella immagine che ho nel cuore, e preferirei morire piuttosto che rinunciare a Colombina!". La principessa non resisteva più: aprì le finestre che erano socchiuse, si levò il velo e si fece riconoscere. Il principe Sauro pieno di meraviglia la strinse a sé, poi con una grande felicità raccontarono al re tutto quello che era successo e quanto avevano sofferto.
Quello stesso giorno mandarono a chiamare il re e la regina di Castelvetro insieme alla contadina e all'ortolano che avevano curato il serpente come un figlio, e quando si riunirono la gioia fece dimenticare a tutti le pene passate.

La principessa confidò alla volpe che le piaceva molto ascoltare il canto degli uccelli, e la volpe le disse:
"Ti piacerebbe anche di più se tu capissi quello che si stanno dicendo"
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TESTO

© Adalinda Gasparini 1996, da Giambattista Basile, Cunto de li cunti o Pentamerone (1634-1636), Trattenemiento quinto de la iornata seconna.
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IMMAGINE Grannonia e la Volpe, da The Serpent, by Warwick Goble;
tratto da http://fairytalenewsblog.blogspot.com/2014/05/breaking-news-tale-of-tales-in.html; ultimo accesso 7 ottobre 2018.

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NOTE


L'unico farmaco capace di far chiudere le ferite dalle quali la vita se ne stava volando via era proprio il sangue degli uccelli che raccontavano la storia Per guarire qualcuno occorre il sangue degli uccellini o anche di altri animali non domestici. Il motivo si trova in fiabe dove compare un teriomorfismo, come se l'uccisione dell'animale non domestico rompesse un'alleanza arcaica con la madre natura, della quale sarebbero espressione il teriomorfismo, nel caso di questo principe serpente e nella storia del Re Pesce al quale il re fa uscire un po' di sangue. Quando ne la Ricotta Janca il re uccide i due colombi, che sono i genitori draghi della sua sposa, rompe il suo legame di sangue con i figli, che uccide, per far rivivere il fratello. Difficile non ricordare a questo proposito il tema lacaniano della castrazione che apre l'accesso al simbolico.
Nella storia incestuosa di Doralice i bambini che sono nati dal re vengono uccisi, e questo episodio porta sia alla punizione di Doralice, sia alla distruzione di suo padre da parte del re che l'ha sposata, quindi alla fine della relazione incestuosa col padre.












Online dal
2 febbraio 2012
Ultima revisione 7 ottobre 2018