C'erano una volta il re e la regina di Vallermosa che avevano tre figlie belle come gioielli, Velia, Viviana e Viola. Di loro si erano perdutamente innamorati i tre figli del re di Colleferro, ma siccome per la maledizione di una fata erano tutti e tre animali, quando le chiesero come spose il re non ne volle sapere.
Allora il primo principe, che era uno splendido falcone, con la sua magia emise un richiamo, e subito arrivarono in volo fringuelli, pavoncelle, rigogoli, lucherini, cinciallegre, allodole, cuculi, gazze,  canarini e tutte le altre specie di uccelli. Appena si furono riuniti il principe Falco comandò loro di andare a distruggere tutti i fiori degli alberi di Vallermosa, e così fecero, tanto che restarono solo i nudi rami.
Il secondo principe, che era un cervo vigoroso, chiamò caprioli,  porcospini, conigli, faine, lepri, e quando furono tutti riuniti  comandò loro di distruggere tutte le piante che erano nei campi di Vallermosa.
Il terzo principe, che era un agile delfino, dopo aver parlato con cento mostri marini fece venire una tempesta così terribile che distrusse tutte le navi, i velieri, i pescherecci e le barche di Vallermosa.
Il re disperato,  non sapendo più come proteggere il suo reame dalle distruzioni provocate dai pretendenti selvaggi, per mettere fine alle loro terribili vendette li accettò come sposi delle sue figlie, e loro, senza volere feste né banchetti né musiche, vollero partire immediatamente. La regina fece appena in tempo a dare alle figlie tre anelli  uguali perché li portassero sempre al dito: se un giorno si fossero incontrate con qualcuno della famiglia, quello sarebbe stato il segno di riconoscimento.
Il principe Falco portò Velia, che era la sorella maggiore, su una montagna tanto alta che la sua cima saliva oltre i confini delle nuvole, nel cielo dove non piove mai, e la tenne come una vera regina in un palazzo meraviglioso.
Il principe Cervo portò Viviana, che era la seconda, in un bosco immenso, così fitto che i raggi di sole facevano fatica a illuminarne i sentieri, e la fece vivere in un palazzo splendente, con un giardino in cui crescevano tutti i frutti del mondo.
Il principe Delfino fece salire Viola, che era la più piccola, sul suo dorso, e la condusse a nuoto in alto mare, dove in cima a una scogliera le mostrò il suo palazzo: era immenso e così prezioso che nessun re della terra ne aveva uno altrettanto bello.
Al re e la regina di Vallermosa dopo poco tempo nacque un figlio, che chiamarono  Virgilio. Quando il principe Virgilio ebbe quindici anni, dato che non era passato un solo giorno in cui non avesse sentito sua madre piangere per le sue sorelle che erano state portate via dai tre sposi animali, senza che nessuno ne avesse saputo più nulla, sentì il desiderio di andare per il mondo per cercarle.
Il re e la regina non volevano lasciarlo partire, perché avevano paura di perdere anche lui, ma Virgilio li pregò tanto che alla fine cedettero, assegnandogli cavalli, servi e borse di monete d'oro perché viaggiasse con tutto quello che si addice a un principe. Infine la madre gli mise al dito un anello uguale a quelli che aveva dato alle tre figlie.
Virgilio viaggiò per molti anni verso settentrione, verso oriente, verso ponente e verso meridione, visitò tutti i reami conosciuti, cercò in ogni città e in ogni paese, ma inutilmente. Alla fine era rimasto solo perché i servi si erano stancati, o si erano ammalati, o erano fuggiti, e  il suo borsellino non conteneva più neanche una moneta, ma continuò a viaggiare ai confini della terra. Ed ecco che un giorno salì in cima alla montagna dove viveva Velia col principe Falco, e si fermò attonito ad ammirare il palazzo che aveva gli stipiti di porfido, le mura di alabastro, le finestre d'oro e le tegole d'argento. Dalla finestra la sorella lo vide, lo fece chiamare e gli chiese chi era, da dove veniva, e come aveva fatto a capitare su quella montagna.
Virgilio le disse che veniva dal reame di Vallermosa, che il re e la regina erano i suoi genitori,  e Velia capì che doveva essere suo fratello, confrontarono gli anelli ed ebbero la gioia di abbracciarsi e di raccontarsi le loro avventure.
A sera Velia lo fece nascondere, perché temeva che Falco sarebbe andato in collera per l'arrivo di suo fratello Virgilio. Quando Falco scese dal cielo, sua moglie cominciò a dirgli che le era venuto un desiderio struggente di rivedere i suoi parenti, e Falco le rispose: "Fattelo passare, mio tesoro, perché non accadrà fino a che io non vorrò che accada". Allora Velia gli disse: "Ti prego, amato mio, invita almeno uno dei miei parenti per consolarmi". "E chi vuoi che venga in  questo luogo tanto alto e lontano?" "Ma se ci venisse qualcuno," insistette allora Velia, "ti dispiacerebbe?" "E perché dovrebbe dispiacermi?" disse  il Falco, "chiunque somigli a te mi piace".
Sentendo queste parole Velia si rincuorò, fece uscire suo fratello e lo fece vedere al Falco, che disse: "In quattro e quattr'otto l'amore attraversa mille confini! sii benvenuto, desidero che tu stia in questo palazzo  come in casa tua!" e diede ordine che lo onorassero e lo servissero come facevano con lui stesso.
Ma quando furono trascorsi quindici giorni, Virgilio ebbe desiderio di andare a cercare le altre sorelle, e dopo aver salutato Velia e il cognato si stava mettendo in cammino, quando il Falco si strappò una penna, e porgendogliela disse: "Portala con te, Virgilio mio, e tientela cara, perché potresti trovarti in una situazione tanto difficile che varrà un tesoro. Conservala con cura e quando avrai davvero bisogno e non saprai cosa fare gettala a terra, pronuncia le  parole 'vieni-vieni', e me ne sarai grato".
Virgilio avvolse la penna in una carta e la ripose nel suo borsellino, poi dopo aver ringraziato e salutato ancora sua sorella e il Falco partì, e cammina cammina, dopo tanto tempo arrivò nel bosco fitto dove il Cervo viveva con Viviana; avendo fame entrò nel loro giardino, che aveva frutti d'ogni specie, e ne mangiò qualcuno. Viviana, che era uscita a passeggiare, lo vide, si riconobbero confrontando gli anelli che avevano al dito, e a sera, dopo essersi assicurata come Velia che il marito lo avrebbe accolto bene, Viviana lo fece conoscere al Cervo. Dopo aver passato nel loro palazzo quindici giorni trattato da vero principe, Virgilio sentì il desiderio di andare a cercare l'ultima sorella, e prese commiato. Allora il Cervo si strappò un pelo, e porgendoglielo gli disse: "Conserva con cura questo pelo, e quando ti troverai in una situazione dalla quale non saprai come uscire gettalo a terra e dì le parole 'vieni-vieni', vedrai che mi sarai grato più che se ti avessi donato un tesoro di pietre preziose".
Il principe Virgilio incartò con cura il pelo, lo ripose nel borsellino e si rimise in viaggio. Giunse in riva al mare, salì su una nave e cominciò a cercare su tutte le isole se qualcuno aveva notizie di sua sorella. La  nave fece naufragio in alto mare, e lui attaccato a una tavola fu portato dalle onde proprio sull'isola dove viveva col Delfino Viola, che lo riconobbe e lo accolse con lo stesso amore delle altre, e il Delfino lo onorò come fosse suo fratello. Dopo quindici giorni Virgilio sentì il desiderio di rivedere suo padre e sua madre e stava per mettersi in viaggio quando il Delfino si levò una scaglia e gliela porse, dicendo: "Usa  questa mia scaglia solo quando non saprai più cosa fare, gettala a terra quando avrai proprio bisogno e dì le parole 'vieni-vieni': allora saprai quanto ti voglio bene".
Virgilio ripose la scaglia nel borsellino dopo averla incartata con cura, poi partì, e dopo tanto tempo giunse in un paese sconosciuto, si inoltrò in un grande bosco che si faceva sempre più intricato, tanto che era  ancora più fitto di quello dove vivevano Viola e il Cervo: nessun raggio di luce illuminava i suoi passi, e fu preso dalla paura per il buio e il silenzio che vi regnava. Camminando nel bosco giunse a un lago, in mezzo al lago c'era un'altissima torre, e in cima alla torre vide una fanciulla bellissima, accanto a un terribile drago serpente addormentato.
Appena la fanciulla scorse Virgilio, disse: "O caro giovane, bello come il sole, mandato forse dal Cielo per soccorrermi nella mia sventura in questo luogo desolato dove non si vede mai anima viva, liberami da questo drago crudele, che mi ha rapito dal bel palazzo di mio padre, re di Campodolcino, e mi ha chiusa in quest'orrida torre scura, dove mi divora la nostalgia e la solitudine mi fa appassire!"
"Povero me!" disse Virgilio, "cosa posso fare per servirti, mia fanciulla, bella come la luna? come attraverserò questo lago? come salirò su questa torre? come potrò avvicinarmi a questo drago serpente orrendo, che solo a vederlo si raggela il sangue nelle vene, e mi fa tanta paura che riesco appena a non farmela addosso? Ma forse ho un modo per soccorrerti, con l'aiuto di qualcuno che sta molto lontano. Proviamo sperando nella buona fortuna, mia meravigliosa fanciulla, chissà che non vada a finire secondo i nostri desideri".
E avendo detto questo gettò a terra con forza, tutte insieme, penna e pelo e scaglia, gridando: "Vieni vieni!". E subito, apparendo come dal nulla,  furono accanto a lui il Falco, il Cervo e il Delfino, che in coro gridarono: "Eccoci! Cosa ci comandi?".
Virgilio con grande gioia disse: "Questo è il mio desiderio: liberare quella nobile fanciulla dalle spire del drago serpente, rapirla dalla torre in mezzo al lago e portarla nel reame di Vallermosa dove voglio farne la mia regina".
"Fa' attenzione" disse il Falco, "quando meno te lo aspetti il tuo desiderio può avverarsi, e sistemeremo questa faccenda mentre ti pare incredibile  poterci riuscire". "Allora mettiamoci subito al lavoro", disse il Cervo, "chi ha tempo non aspetti tempo!"
Ed ecco che il Falco fece venire uno stormo di uccelli grifoni, che volando alla finestra della torre afferrarono la principessa, e la portarono sana e salva accanto a Virgilio e ai tre cognati animali. Virgilio se ne era innamorato vedendola di lontano, e se innamorò ancora più forte avendola vicina, ma mentre l'abbracciava il dragone si svegliò e dopo essersi tuffato dalla finestra stava attraversando a grandi balzi il lago per divorare Virgilio. Allora il Cervo fece apparire un branco di leoni, tigri, pantere, orsi e gatti mammoni, che si lanciarono contro il drago serpente e lo dilaniarono con le loro unghie.
Mentre Virgilio ringraziava pensando che fosse tutto compiuto, il delfino disse: "Anch'io voglio fare qualcosa per servirti", e perché non rimanesse nemmeno il ricordo di un luogo così maledetto e oscuro fece alzare la marea, e le onde arrivarono in cima alla torre scuotendola con tanta furia che la fecero crollare dalle fondamenta.
Vedendo tutto questo Virgilio commosso non finiva più di ringraziare il Falco, il Cervo e il Delfino, e disse alla principessa di fare altrettanto, perché solo per merito loro si era liberata da quello spaventoso dragone. Allora gli animali dissero: "Siamo noi che dobbiamo ringraziare questa bella fanciulla, perché è per lei che possiamo riavere la forma umana: nostra madre litigò con una fata e lei lanciò questa maledizione, che i suoi figli avessero forma di animali fino a quando unendo le loro forze non avrebbero liberato da un pericolo mortale la figlia di un re. Ecco il momento che tutta la vita abbiamo atteso, e sentiamo nuovo respiro in noi, e sangue nuovo scorrere nelle nostre vene!".
Ed ecco in un batter d'occhio si trasformarono in tre bellissimi giovani, che uno ad uno abbracciavano Virgilio e la principessa, mentre la gioia riempiva tutti i cuori. Allora Virgilio disse: "Perché il mio babbo e la mia mamma non possono gioire insieme a noi? Come sarebbero felici vedendo tre generi così belli e questa mia splendida sposa!".
"Non temere," dissero i cognati,"noi vivevamo lontani da tutti gli uomini perché ci vergognavamo del nostro aspetto, ma ora il nostro desiderio è vivere tutti insieme nel reame di Colleferro insieme alle nostre care spose. Partiamo, e prima di domattina Velia, Viviana e Viola saranno insieme a noi".
Fecero apparire una carrozza tutta d'oro e giunsero a una locanda dove lasciarono Virgilio  e la principessa, mentre i tre principi raggiunsero ciascuno la propria sposa, sulla cima della montagna che passava le nuvole, nel grande bosco e in alto mare, e al mattino tornarono alla locanda, dove tutti si abbracciarono e si baciarono. Poi gli otto giovani salirono sulla carrozza d'oro, che trainata da cavalli veloci come il vento coprì in un solo giorno l'immensa distanza che li separava dal reame di Vallermosa. Il re e la regina non avrebbero mai sperato di essere tanto felici: ritornavano le loro figlie e il loro figlio che credevano perduti, ed erano accompagnati da tre sposi e da una sposa tanto belli che non se ne erano mai visti sulla terra. Mandarono messaggeri nel reame di Colleferro e nel reame di Campodolcino perché tutti sapessero la lieta conclusione della favolosa avventura, e capirono che non ci sono sventure tanto lunghe che un'ora di felicità non le possa far dimenticare.

Once upon a time the king and the queen of Pinkhampton  had three daughters,  jewels of  beauty  and grace:  Virginia, Veronica and Velia. The three sons of the king of Hightower had fallen in love with them,  and  they proposed to  the princesses.  But they were three animals,  transformed by the spell of a fairy, and the king of Pinkhampton didn't want to hear of them.
 Whereupon the first prince,  who was a gorgeous falcon, gave out a  cry,  and in  no time there came  on  their wings chaffinches, tomtits,  woodpeckets,  flycatchers,  jays,  blackbirds, cuckoos, thrushes, and every other kind of birds in the world.  As soon as they  were all  assembled at his  summons, the Falcon prince ordered them to destroy all of the blossoms  on the trees: only branches were left in the kingdom of Pinkhampton.
 The  second  prince,  who  was  a  mighty  deer,  called  goats, camoises,   hedgehogs,  rabbits,  porcupines,  stone-martens  and hares.  As soon  as they were  all assembled,  he ordered them to destroy all of the plants in the fields of Pinkhampton.
 The  third  prince,  who  was  a  swift  dolphin,  after  having consulted with  a  hundred  monsters  of  the  sea,  made  such a
dreadful  storm arise that  it  destroyed all of  the  ships, the drifters,   the  trawlers  and  the  boats  upon  the  coasts  of
Pinkhampton.
 The  desperate king,  not  knowing at  last  how to  protect his kingdom from  the distruction  provoked  by  the  savage suitors, accepted them as  husbands   for his daughters,  in order to stop their awful vengeance.
 The three animals   wanted to leave immediately, giving time for neither banquets nor music.  The queen had only  a moment to give her daughters three rings,  all alike,  telling that  they had to wear  them  always.  If one distant day they  would  meet  with a kinfolk, the ring would indicate the family relationship.
 The Falcon  prince carried  Virginia,  the eldest sister, to the top of a mountain,  so high that it rose above the border  of the
clouds, to the sky where it never rains. There he kept her like a queen, in a wonderful palace.
 The  Deer  prince carried  Veronica,  the second sister, into an immense woods,  so thick that the sun's rays were unable to light up  its gloomy  pathes.  There  he  made  her live  in a splendid palace,  with a garden in which grew  every kind of fruit  in the world.
 The Dolphin prince made  Velia,  the youngest sister, climb onto his back,  and swimming carried her into  the middle  of the sea. From the  top of a  cliff he showed her his palace,  so  vast and precious  that every  king in the world would have  died  to live there.
 Meanwhile the queen of Pinkhampton gave birth a fine little boy, who was named Valentino.  Not one day passed  in  which the queen did not mourn for her three beautiful daughters,  carried away by three animal  kings:  all seemed  to  have  disappeared without a trace.  So,  when  he  was  fifteen,  the  prince  Valentino felt desirous to go around the world to  look  for them.  The king and he queen did not want to allow him to leave, fearing loosing him as  well,  but  Valentino begged  them so much  that they finally yelded to his pleas. And they gave him horses, servants, bags and purses  stuffed with  golden coins.  When he was  ready to travel with everything befitting a prince,  his mother placed  a ring on his finger,  exactly like those that  she had given to  his three sisters.
 Valentino went his way,  and he travelled for a  very long time, northwards  and southwards,  eastwards and  westwards: he visited every well-known  kingdom,  searching in every city and  in every town,  but it was all in vain. Finally he was left alone, because his servants had become tired,  or ill,  or had escaped. His bags didn't contain even one coin,  but  he went on  travelling to the ends of the earth.
 And one day it  happened  that  he  climbed to  the  top  of the mountain where there dwelt  Virginia  and  the  Falcon. Valentino stood there astonished admiring  the palace:  it had cornerstones of porphyry,  walls  of  alabaster,  golden windows  and tiles of silver.  Through her window Virginia saw him: she ordered that he be called,  then asked him who he  was,  from whence he came, and how he had arrived that mountain. Valentino told her that he came from the kingdom of Pinkhampton, and that  the king  and  the  queen  were  his  parents: Virginia understood that he was his brother.  They compared the rings upon their fingers and jumped for joy, embraced and told each other of their adventures.  At dusk  Virginia  hid him,  fearing  that her husband would be angry.
As soon as the Falcon came down from the sky,  his wife began to tell him that she  had a painful longing to  see her  family. The Falcon answered:  "Abandon this wish, my darling, because it wont happen until I will it". Then Virginia said: "I beg you, beloved, at least invite one of my  family members,  to lift my spirits!". He said: "And praytell, who could arrive here, at such a high and faraway  place?".  Virginia  insisted:  "But,  if someone were to come, would it displease you?". "However could it displease me?", the Falcon answered,  "who gives you pleasure gives pleasure also to me".  Virginia rejoicing called  forth her brother and  introduced him to her husband.  The Falcon exclaimed:  "In the bat of an eyelash
love can travers mountains and seas!  A heartly welcome to you: I wish you to  feel here like a master in this palace". And he gave orders that Valentino should  be  served with the same  honour as he.
 Now when  Valentino had  stayed  a  fortnight,  he  felt himself desirous to go and look  for his others  two sisters:  so he took
leave of Virginia and his brother-in-law.  He was ready to go,  when the Falcon tore   one of his feathers, and offering  it  to  Valentino said:  "Take  it  with  you, dear brother,  and prize it,  because  you might happen  upon  such an horrible trouble,  that this feather might be worth a treasure to you. Take good care of it, and when you truly need help and don't know  what  to  do,  toss it to the ground,  and  utter the words 'come-come'.  You'll  be  grateful  to  me".Valentino wrapped the feather up in a sheet of paper,  and putting it in  his  purse he thanked the Falcon and again took his leave .
 Travelling on and on a very long way  he arrived at last  at the thick woods where  the Deer lived with Veronica. Beeing half dead with hunger  Valentino went  into  their garden,  where  fruit of every kind grew, and he plucked some.  Veronica,  who was in  that  moment   walking in the garden, saw him,  and they recognized each  other comparing  the rings placed on  their fingers.  At dusk,  after making sure that  her husband would welcome her brother, Veronica introduced him to the Deer.
 Valentino lived in  their palace,  truly treated  like a prince, but at the end of a fortnight he felt himself desirous to  go and
look for his third sister.  When he was taking  leave,  the Deer tore out one of  his hairs, and offering it to Valentino said: "Take this strand of hair with you and value it!  when you are in   trouble and you know not how to get out of  it,  toss it  to  the ground  and utter  the words 'come-come'.  You'll see that you will be more grateful tome  tan if I'd given  you  a  jewell's  treasure".  The  prince Valentino carefully wrapped it up,  put the hair in his   purse and set out again his way.
 He walked on and on until he came to land's end,  then he took a sailing-ship, intending to search on every island for news of his sister.  The  ship   was wrecked in the high  seas,  but he saved himself clinging to a small board.  The waves drove him  right to the island where Velia lived: she recognized him and received him with open arms, while the Dolphin honoured him like a brother.  At the end of  a fortnight,  Valentino felt  himself desirous to see his parents again,  and he was leaving when the  Dolphin gave him one of  his scales,  saying:  "Prise  this scale of mine, and use it only when you don't know what to do: toss it to the ground when  you truly need  it,  uttering the  words  'come-come'. Then you'll know how much I love you".  Valentino put the scale in his purse,  after having wrapped it up,   then he took leave of Velia and the Dolphin.
 He walked  on  and on,  until he arrived to  an unknown country, where he  went  into  a wide  woods,  which became  more and more thick.  It was even darker than the woods in  which  Veronica and the Deer lived,  so that no ray lit up  his steps.  Valentino was seized  by  fear,  because of the darkness and  the silence which reigned there.  Walking into the woods,  he found a lake,  and in the middle of that lake there was an enormously high  tower, upon whose top a beautiful maiden sat at the feet of a hideous dragon.
 As soon as the maiden spotted Valentino, she said: "O dear noble youth,  beautiful  like  the sun,  sent  perchance  by  heaven to comfort me in my miseries!  In this vast land I  have never  seen any living soul!  Free me from this cruel dragon!   It carried me away from   the rich palace of my father, the king of Nightingale Island, and shut me in this  horrid dark tower, where I pine away with nostalgia and I fade away with  loneliness!".  "Woe is me!"  exclaimed Valentino,  "what can I do to serve you,
my lady,  beautiful as the moon?  how can I cross  this lake? how will I climb  this  tower,  how  can  I  get  near  that horrible
serpent-dragon?  when  by simply looking at  him I feel  my blood begin to freeze and I must be careful not to have an accident and dirty my pants!  But wait a minute,  lady,  maybe I have a way to save you,  with  some who  are far away.  My wonderful  princess, let's hope our wishes   will be  granted".
So saying he strongly tossed the feather and the hair  and  the  scale  to  the ground, uttering in a loud voice 'come-come'!
 And in no time,  falling on the earth like drops of summer rain, which make the frogs leap,  the Falcon, the Deer and the  Dolphin appeared,  saying all together:  "Behold us here!  Which are your commands?".  At the height  of  joy,  Valentino   said: "I wish  only to free that noble maiden from the  coils of the  serpent-dragon, to take her away  from  the evil  tower and carry her to  the  kingdom of Pinkhampton, where I wish to make her my queen".
 "Pay attention!",  said the Falcon,  "just when you least expect it,  your will  be  granted.  We will fix this  matter, which you
right now think impossible!". "Then, let's begin", said the Deer, "time is of the essence".  Then the Falcon summoned a large flock of  griffins, who went to the window of the tower,  grasped the princess and brought her on their wings across the lake to Valentino.  He had  fallen in love looking at her from afar,  and his love grew more and more seeing the maiden near him.
 But,  while    he was embracing the princess,  the dragon awoke, rushed  out of  the window,  and  hopping he crossed  the lake in order to devour Valentino.  Then the Deer made a  pack of  lions, tigers, panthers, bears and Mammon-big-cats appear. Pouncing upon the serpent-dragon,  they tore him into little  pieces with their claws.
 While  Valentino  thanked  them,  believing  that  the  work was completed.  the Dolphin said:  "I would like to do   something to serve you as well".  And in order to  leave no memory of  such an awful and curse place,  the Dolphin made the tide rise. The waves overflowed and  attacked the tower,  shaking it with  such a fury that it fell down to its foundation.  Feeling this Valentino was touched and couldn't  stop thanking his three brothers-in-law.  Then he told  the princess  to do the same,  as it was due to their aid that she had  escaped from that dreadful  dragon.
But  the three animals  said:  "Nay,  we ought rather  to  thank this beautiful  maiden,  since she is truly the means by which we'll be restored to our human shape.   Our mother had offended a fairy,  who put a spell  upon us at  our birth. We had to  be  three animals until we  succeeded  in  delivering the daughter of a king from a deadly  danger.  And this is the moment we have been longing for,  and we feel new breath in  our chests, and new blood  flowing through our veins!"  And in no  time they changed into  three beautiful  young  lads, and  one  by  one  they  embraced  Valentino  and  the  beautiful princess,  while their  hearts exploded with  joy.
Then Valentino said:  "Why can my  mother and  father not rejoyce  with us? they would   so like to see these three beautiful sons-in-law and this splendid maiden!".  "Fear not,  Valentino,"  said the brothers-in-law, "we fled from the sight of men because we felt ashamed of our form, but now our wish is to live all together in our kingdom with  our dear wives! Let's leave,  before  dawn  Virginia,  Veronica and Velia will be with us".
 They made a golden  coach appear, and it was drawn by six lions: they went  to  an inn,  where Valentino and  the beautiful maiden could sleep.  In the same night,  the three princes reached their wives at the top of the mountain which rose above  the borders of the clouds,  into the thick woods, and in the middle of the sea.  At  dawn  they  returned  to  the inn,  while Valentino  and his princess were  awaking,  and all eight of  them  took their place into the golden coach.  The six lions  went like the wind  and in only one day they  covered the huge  distance  that  divided them from the kingdom of Pinkhampton.
 The king and the queen would have never hoped to feel  so happy: their  three  daughters  and  their  son,  mourned  as  lost, had returned, and in addition they were accompanied by three husbands and a wife, so beautiful that no one could hold a candle to them. They  sent  messengers  to   the  kings  of    Hightower  and  of Nightingale Island,  so that everyone could know the happy ending to these fabolouse adventures.  After a long time passed filled with feasts and celebrations all over  the threee  kingdoms,  the  four  pairs  merrily  lived and reigned forever.  Having  understood that no  misfortune lasts so long that one hour of happiness is unable to make it forget.



A' i era una volta al Re d'Verd Coll, ch'aveva trei fioli, ch'ern propri trei zoi tant ernl'belli, ai era mò tri fiù dal Re d'Bell Prà, ch'ern'innamurà murt d'sti tosi; mò cosa mò? Sti tri prencip ern mò trei bisti lor, tolè: e qusì al Re d'Verd Coll, ni vols brisa dar pr mujer l'sou fioli, ch'i l gli avevn dmandà, ai diss, ch'al s maravjava di cas sù, ch'an'vleva dar al so sangu in man a dl bisti: sì ben ch'lor i puvrin n'n'avevn colpa, perche l'era stà una fada, ch'i aveva fatt qula striarj! Ora mo sti sgnori s la ligonn al nas, ch'ai pars un'affront, ch'ai fissa dari la negativa, e al più grand, ch'era un bellissm Falcon, chiamô a cunsìi tutti usì, ch'a in vign tanta la gran puledma, ch'ns'pò dir: lui diss:

- Savì, ch'a fà? Andà just adess adess a far crudar i fiura tutti albr d'Verd Coll.
E qusì finn, ch'an'i rmas gnanc un fior in s'nsun albr d'quel regn.
Al mzan, ch'era un Cerv chiamò tutt l'cavr, i cunìi, l livr, i pure zingial, e tutt i àltr animal in st andar, es cmandò, ch'tutt sti bisti s'cumpartissn, e ch'i andassn a pistar tutt al sumnà, ch'an' i armas gnanc un sfilacch d'erba. Al più pznin era un Delfin, al s'açcurdò con tutt i mustr dal mar, es fi, ch i vgniss tanta timpesta, ch'an'i rmas gnanc una barca sana, ch'l'andò in malora tutt l'mercanzìi. Al Re d'Verd Coll, ch'vist una cosa sì fatta, ch'an i era remedi a cuzzar con qustor, al s'arsols d'dari lî sov fioli pr mujer, tant ch'agn'cosa n'andass alla malora, e qusì il purtonn vi senza far nsna dsmustrazion d'algrezza, ne d'dsnar, ne d'torta, ne nìint. Quand l'zovni funn pr ussir d'casa, gli andonn a dir cuell alla sgnora madr; ch'aveva nom Garzola, questa i dunò un'anell pron, ch'i ern tant cumpagn, ch'in's'cgnussivn un dall'altr, in t'al darial, la i diss:


- Tulì tosi, s'andassi mai una in Babilonia,e qul'altra in Egitt, e ch'avavissi a turnar a vder, o verament, ch'av vgniss a truvar qualc un di vustr, av cgnussrj un con l'altr per mez d'sti anj; quand l'àv ditt sti rason, l s separonn pr n s'accurar. La più granda aveva nom Fabella, es era la mujer dal Falcon; quest la purtò in cima a una muntagna, ma tant alta, ch'a vderla al parè, ch's'aviss da tuccar l'nuvl. La su ai era un palazz addubbà propri da Re, e li era trattà just da Regina. Al Cerv chiappò su la mzana, ch'aveva nom Basta, es la purtò in t'un bosc acqusì bur, ch'an i era mai stà la lus dal sol. Là ai era una casa da gran sgnor con di zardin bellissm, e anc questa era trattà da sgnurazza. Al Delfin s'miss in s la schina l'ultma, ch'aveva nom Dritta, es la purtò in mez al mar, e in s'un scui ai era un palazzon, ch'l'era aggiustà, ch'ai are psù star l'Imperator, e li era verament trattà just da Imperatrizz, e in cà sò ai are psu andar tri Re d'curona.


In st mentr mò la Regina Garzola madr d'sti sgnori fì un bell putt masch, es i miss nom Fitton. Quest quand l'àv quinds ann, ai vign vuja d'mettrs a caminar tant pra al mond,fin a amai, ch'al saviss nova dl sou surell, perche al'sinteva la sgnora madr, ch'n'feva altr che dir d'sti fioli, ch'ern maridà con sti bisti, e ch'la n n'avè mai più avù nova, e qusì al s'miss tant a tudnar al sgnor padr, e la sgnora madr, perche ij disn lizenzia, ch'finalment i dissn, ch'l'andass, e la Regina i dì un'anell just cumpagn d'quell, ch'l'avè dà al fioli, e pò i dinn sigh ben ben di quattrin, e di servitur, e gn'cos, e lu smiss a caminar, e camina, e camina, es andò in tant i gran pais, ch' mi n'sarè diri.

L'andò in t'la Pulonia, e in Franza, e in Spagna, e qui asija, e qui zira, e pò in ultm l'andò in levant, e pò in ponent, es cminzò a lassar i su servitur in zà, e in là pr al mond, ch'agn bris a in mteva zò un, perche is stuffavn d'tgniri dri, e manc mal pò ch'i al piantavn, perche in t'agn mod al n'aRe avù più al mod d'pagari, ch'l'era armas dspiantà dal tutt. Basta, per far la fola lunga, e curta, dal gran zirar al s'abattì a vder qula muntagna dov i stava la sgnora Fabella, ch'era la prima dl sov surell, es s'cminzo a rampigar sù tant, ch'l'arrivò alla cimma. Quand al fù dcò, l'armas maravià dla blezza d'quel palazz, e dla ricchezza; l'aveva i urnamint per dfora tutt d'porfid, l'murai d'alabaster, li fnestri d'or, e i trav dl'stanzi tutt d'arzent. L'era vers sira, e la sgnora era ussì fora da un purton con la so rocca, es steva lì con l'dunzell a piar al fresc. Quand la vist st zovn la l'fì cbiamar, es i dmandò, chi l'era, e d'dov al vgneva: mò,  dis, ch'bon vent al porta qui su? Fitton i arspos, a son fiol dal Re, e dla Regina d'Verd Coll per servirla, emi ho nom Fitton, al so cmand. La Fabella diss: «
Vei: mo ch'an fuss mai mi fradell», dis,




- Ch'al lassa mo, ch'a veda qul'anell, ch'l'ha in did.
La i guardò, es vist, che d'posta l'era cumpagn dal sò, la s'i dì da cgnossr, es s'abrazzonn in freza pr pora, ch'n'arrivass al Falcon sò marì,ch'an vdiss sti sgorgiò, ch'l aviss pò fatt dl chimir; la vols però, ch'l'andass in casa, e s'al fì arpiattar iû t'un salvarobba. Quand fu sira al vign a cà al Falcon, e mentr ch' i ern a tavla, la sgnora Fabella cminzò a dir:
- Oh am è pur vgnù la gran vuja d'vder l'mi criatur!
Al Falcon i arspos:
- S'la v'è vgnù, la v passarà ben anc vdì, perche mi n'poss andar a zampigar fin a Verd Coll.
La sgnora replicô:
- Mo almanc manden a tor qualc mi parent, ch' vigna a star qui sora da mî un poc, tant ch'am la passa un bris.
Al Falcon diss:
- Oh adesso si vè, ch'i voln lor vgnir qui su d'cò dal mond!
E la Fabella:
- Mo pur, s'ai vgniss qualc un, arel mo dsgust?
E lu arspos:
- Eh l'fatt mattiri! Perché m'areja da dsgustar? Mì nò, ch'a nm'dspiasré, quand al dpindiss da li arev anzi a car.
La sgnora Fabella sintend st'antifona fi mustazz, es andò a tor fora d'in salvarobba al fradlìn, es diss a sò marì chi l'era. Al Falcon i fi d'gran curtsj, es i slungò la zampa fagandi dl cirimoni, dis:
- Cinqu e cinqu dis, l'amor passa al guant, e l'acqua i stival: oh sippal ctrl pur al ben vgnù. qui l'è patron, ch'al cmanda pur, e s'ai occor qualc cosa, ch'al s in compra, e pò di ordn ai servitur,ch'i amanvassn ben l'urinari, e ch'ij cavassn i ctrl fcfun/scsun fiin e in somma, ch'i al servissn cmod s'al fuss propri al patron. Fitton sti pò li quinds dì da lor; quand al fu dcò d'st temp, ai vign vuja d'andar a cercar quegli altr surell, es i al diss a lor. Al Falcon i arspos:

- Mò am maravei mi sgnor cugnà, ch'al vaga pur quand al vol, ch'ai ho a car, ch'al fazza mo spess d'sti miraql. - E pò i dunò n'so quant ctrl flipp, dis:
- Ch'al tuga da cumprars l'acqua d'vita, e pò s'cavò una penna d'int la cò es i la dì dsendi:
- Ch'al fazza cont d'sta penna, perche, sì ben ch st regal i parrà una mattiria, in t agn mod al pò essr, ch'ai s'truvarà a tal bisogn, ch'al le stimarà un tsor, e quand al si presentarà l'uccasion d'una
qualc dsgrazia, ch'al la traga in terra, e ch'al dîgha:


O mi cugnà Falcon
Vgnim ajutar,
Ch'a son in t l'uccasion.

E pò, ch'al staga a vedr cosa è pr intravgnir.
Al sgnor Fitton tols sta penna, e s la miss in t'un burslin, e pò i si di mundi d'ringraziamint, es andò vi, e quand l'av fatt dl cintunara e cintunara d'mija, l'arrivò a qual bosc dov steva al Cerv con la sgnora Basta so surella. Fitton s' miss a cujir di frutt, ch'ern lì per qui albr, e in qual mentr la sgnora al
vist de drj a una zeda, l'arvisò l'anell, es l'arcgnussì cmod avè fatt qul'altra; la vols, ch'l'andass in casa, e ch'so mari al vdiss, al qual i fi di dsurdn d'finezz, es al fì trattar da prencip. Da lì a quinds dì, mò bona: al vign vuja al sgnor Fitton d'andar per la terza surella; al Cerv i diss:

- Al sré ben patron, s' al vliss arstar, mo zà, ch'al vol andar, bsô mo, en al lasamn far: intant, - dis, - ch'al tuga, a i vui dunar un di mi pil.
Es i diss just l'parol, ch'i aveva ditt al Falcon, ch'al l'adruvals in temp d'qualc dsgrazia.  Al sgnor Fitton tols st pel, es al miss con la penna, e pò anc i miss sigh sett, o ott flipp, ch'al buscò anc da quest; la surlina i diss:

- Ch'al saluta al sgnor padr, e la sgnora madr.
E lù arspos:
- A purtarò l'sou grazi.
E pò s'miss a truttar, tant ch'l'arrivò d'cò dal mond, ch'an pseva più andar in nsun lugh per terra, e qusì al tols una nav, es cminzò a zirar al mar; tant zirò, ch'l'arrivò a qul'isola dov'i stava al
Delfin con la sgnora Dritta. Quand al sgnor Fitton fu smuntà, al fu tgnussù anc da qula surella pr vi dl'anell, es fu vist molt vluntira anc dal Delfîn. Al sti lì da lor n'so quant temp, e pò diss, ch'al vleva mò turnar a casa a dar nova dl fioli al sgnor padr, e alla sgnora madr.Al Delfin i dì una scaja dl sou, es i insgnò just d'servirsn qusì cmod avè ditt qui altr du, e anc da quest al buscò di quattrin; al tols pi un strazz d'cavall, es cminzô a viazzar; mo al n'av appena fatt un mez mji, ch'al truvè un bosc, al si ficcò
dentr, es cminzò a zirar, mo s pò dir a lumbergun, ch'an'i deva la lus dal sol. Quand l'av i ucch un poc avjà a qual scur, al cgnussì, ch'ai era una torr, la qual era piantà in mez a un lagh d'acqua, es vist, ch'ai era una fnestra d'una altezza incredibil, e a questa ai era affazzà una più bella zovna, ch's'psiss mai vder, es aveva lì a gallon in s'al murell dla fnestra un dragon bruttissm, ch'durmeva; mo a v'digh,chi contn, ch' l'era tant dsprament brutt, ch'al
feva vgnir la termarj. Quand sta zovna visti Fitton, la i
diss con una vos lamintevla:
- Oh l'è ben sta al cil, ch'l'ha mandà qui sì, mo ch'miraqul, ch i capita qui una çriatura! Oh caro lu, ch'am tuga d'in tl man a st diavl d'dragon, perche al m'ha rubbà d'in cà di mi: mi son fîola dal Re d'Chiaravall per fervirla, sta bstiazza m'tols da gallon
al sgnor padr, e alla sgnora madr per purtarm qui in sta cattapecchia, al m'pres pr l'grinf, es n'm in poss più liberar, quand la n'è lì ch'm'ajuta.
Fitton arspos:
- Mo, - la i dis - una busca li a torla d'in t'l'man a qulù, l'n in miga per da mundar vedla: qui i è al lagh da passar, e pò cmod volla, ch'am arampiga sù pr la torr? Mo mten
pur anc, ch'ai vigna, cmod m'oja pò d'accustar a qula bistia,
ch'fà vgnir la mossa d' corp dalla pora sol a guardari da
luntan?
E pò all'impruvis al diss:
- Oss, ch'l'aspetta, ch'a cred d'aver al mod d'servirla, es n m l'arcurdava, es andò alla bissacca, es tri in terra tutt in t'una volta la penna, al pel, e la scaja, es diss:
- Oh mi cugnà Delfin, Cerv, e Falcon! S'am vlì ajutar, ai è adess l'uccasion.
Subit, ch'l'àv ditt qusì, al vist arrivar lî tutt tri i cugnà, ch'trinn un zigh, es dissn: a sen qui, cosa volal? Fitton saltava dall'algrezza, es i arspos:


- Mo mi vrè, ch'fe dstiss ctrl qula torr, ch'è là, tant ch'a psissn tor qula sgnurina d'in tl grinf a qula bistia, e pò la vre purtar a casa mi, perche a la vui pr mujer.
Al Falcon diss:
- Abàlasi pur, ctrl ch'agn cosa s'aggiustarà!
- Orsù donca, - arspos al Cerv, - n i mten su ne oli, ne sal.
Al Falcon fi vgnir una massa d'qui uslazz, ch'an l'grînf,
es i il vular là a quia fnestra, es i diss, ch'i chiappassn su a travers qula sgnora, es finn just qusì, ch'i la purtonn in ajar lì zo dal sgnor Fitton, al qual vdendla da vsin cgnussimò anc più la gran blezza.
Al s i miss a far tant cirimoni, ch mai:
- E ch'fortuna è stà la mi, e guarda pur qui, mò an'i n'era miga degn...
E li pò arspundeva:
- Oh a son mi, ch'n'son degna, l'fatt cos, l'è la so buntà.




Basta in qual mentr, ch'i feun l'cirimoni, al dragon se dsdò, es vist la zovna la zò, ch'feva qui bi zicucchin, al s'tri zò dalla fnestra, es cminzò a vgnir a nod in qual lagh, con intenzion probabilment d'magnars Fitton in tri, o quatr bccun; mo cosa fì al Cerv? Al fi cumparir una squadra d'liun, d'tigr, d'urs, ed'gatt maimun, ch'saltonn tutt adoss al dragon, ch'i in finn tunina, ch'an s'açcattò gnanc più l'brisì. Quand fu fatt sta cosa, al Delfin diss:
- Mo oja mò da essr mi sol al bambozz, ch'n'apa fatt nint pr servir qui la sgnurina? mo, - dis, - a vui ben pò far cvell mi.
Es andò, es fi cressr l'acqua dal mar, ch'l'andò d'sovra, es andò a urtar in t al pè d'qula torr, ch'la s dspiantò fina dai fundamint:
- Qest, - dis, - a l'ho fatt, perché n i sippa mai più memoria in st lugh d'sta dsgrazia.
Al sgnor Fitton pò sì tant espression d'gradiment con i cugnà, es esortò qula sgnora a far qusì anca li; ai diss:
- Mo su ben, ch'la i diga pur cuell, il'an cavà da un gran prigul vedla.
E li arspos:


- Cosa oja mai da dir? Ai son tant ubligà, baslaman a sgnorj, s'a fuss anca mi bona da cuell, mo an son bona da njint...
Lor foggiunsn.
- Eh just, cosa la dis, a sen nu, ch'i sen ubligà a li, perche, ch'la sava li sgnor Fitton, ch'sta cosa è causa, ch'a turnaren a dvintar omn, perche az era stà fatt una striarj da una donna, ch'la nostra sgnora madr i dì un disgust, e qustj z'cunzò acqusì, es fi in mod, ch'an'psissn far amanc dn'armagnr bisti, fin, ch'an'liberavn una fiola d'un Re da un gran pericol, ora l'è vgnù qual temp: ch'la veda ben s l'è vera. Al sgnor Fitton, i guardava, es vist, ch'verament i dvintonn tutt tri i più garbat, e bi zuvn, ch's'psinn vder.
I s'abrazzonn, es basonn la man a qulà sgnora, ch'era in t'una ghirigaja d'algrezza, ch'la n steva in t la pell. Al sgnor Fitton tri un gran suspir:
- Oh, - dis, - perche n i pò essr qui al sgnor padr, e la sgnora madr! quanta 'algrezza i aren'!


I trj Re arsposn:
- Mo pian pur, an'è gnanc sira: nu stevn arpiattà pr la vergogna, ch'avevn d'essr vist acqusì bisti, mo adess, ch'an' sen più, pensal, ch'a vlamn star qui innuccà? A vlen star dov stà i altr, e magnar tutt un pan, e bevr tutt un vin, e innanz a dmattina al srà qui l'nostr sgnori, ch'al i andaren a tor; mo intant li lustrissima, al n è al dver, ch'la vaga acqusì a pi al lugh dov l'hà d'alluzar, es finn cumparir una bella carozza tirà da si liun; i s i missn dentr tutt cinqu, es andonn a un'ustarj, e lì Fitton spusò la sgnora. I tri zuvn andonn ciaschedun a casa so a tor l'sov mujer, l'qual s'algronn fora d'mod a vderî qusì garbat zuvn. I s'uninn con i spus nuv, es andonn a Verd Coll, e al Re n s'psè saziar d'guardari a tutt, ch'an i parè vera una furtuna sì granda d'aver a cà tutt i fiù, ch'al crdè d'aver pers, e pò d'aver tri bi zindr, e una sì bella nora.


I mandonn avvisar al Re d'Chiara Vall, ch'era al padr d'lj, e quell d'Bell Prà, ch'era al padr di zindr. Tutt sti Re vignin 'li, ch'a psi pinsar, ch'abbundanza d'Re i dseva essr. I finn tant l'gran fest, e ball, e cumedi, ch' mi cred, ch'l durn anc adess.


C'era una volta il Re di Verde Colle, che aveva tre figlie che erano tre gioielli, tanto erano belle, e c'erano i tre figli del re di Verde Prato, che erano innamorati persi di queste principesse. Ma come andava la faccenda? Questi tre principi erano tre animali, ecco: e così il Re di Verde Colle non volle dar loro la mano delle sue tre figlie, e disse che si meravigliava che gli avessero fatto questa proposta: non poteva certo affidare il suo sangue, la sua discendenza, a tre bestie. Ma loro, poverini, non ne avevano colpa, perché era stata una maga a stregarli, e non potevano proprio passar sopra a questo rifiuto. Decisero di vendicarsi dell'affronto, e il maggiore, che era un bellissimo Falcone, chiamò a parlamento tutti gli uccelli, che vennero in stormi tanto numerosi da non potersi contare né raccontare. Lui disse:
- Sapete che dovete fare? Andate immediatamente a far crollare i fiori di tutti gli alberi di Verde Colle.
Così fecero, e non rimase nemmeno un fiore su uno solo degli alberi di Verde Colle.
Il figlio di mezzo, che era un Cervo, chiamò tutte le capre, i conigli, le lepri, anche i cinghiali, e tutti gli altri animali di questo tipo, ai quali comandò che si dividessero e andassero a calpestare tutte le terre coltivate, tanto che non rimase nemmeno un filo d'erba.
Il più piccolo era un Delfino: si mise d'accordo con tutti i mostri marini, e fecero venire una tale tempesta che non rimase intera nemmeno una barchetta, e così andarono in malora tutte le mercanzie. Il Re di Verde Colle, dopo questo disastro, si rese conto che non c'era modo di contrastare questi principi animali, e si rassegnò a dare le sue figlie a loro, perché non andasse tutto il regno alla malora. Così i tre principi animali le presero senza manifestazioni di allegria, né pranzi, né torte, né nulla. Quando le tre giovani stavano per uscire di casa, andarono a salutare la signora madre, che si chiamava Garzola, e lei donò alle sue figlie tre anelli tutti uguali, tanto che era impossibile distinguerli.
- Prendete, ragazze, - disse, - se mai una di voi andasse a vivere a Babilonia, e l'altra in Egitto, e dovesse capitare che vi incontraste, o se venisse mai a a farvi visita qualcuno della vostra famiglia, potrete riconoscervi grazie a questi anelli.
Quando la regina ebbe dato loro il dono con queste parole, le principesse si congedarono, per non scoppiare a piangere.
La figlia maggiore si chiamava Fabella, ed era la moglie del Falcone, che la portò in cima a un'alta montagna, tanto alta, che sembrava volesse toccare le nuvole. Tanto in alto c'era un palazzo, bello come si conviene a un re, e Fabella era trattata come una regina.
Il Cervo si fece salire sulla groppa la figlia mediana, che si chiamava Basta, e la portò in un bosco così fitto che mai un raggio di sole avva potuto penetrarvi. Nel bosco c'era una dimora da gran signori, circondata da magnifici giardini, e anche lei era trattata come una grande signora. Nell'immenso palazzo, riccamente e perfettamente arredato e fornito di ogni cosa per ogni occasione, avrebbe potuto vivere anche un imperatore, e lei era trattata davvero come un'imperatrice: tre re coronati avrebbero potuto soggiornare in quel palazzo.
In quel tempo la Regina Garzola, madre di queste signore, diede alla luce un bel maschietto, al quale misero nome Fitton. Quando ebbe quindici anni, a Fitton venne voglia di mettersi a camminare in lungo e largo per il mondo intero, fino a che non avesse saputo qualcosa delle sue sorelle, perché sentiva la signora madre che non faceva altro che parlare di queste figlie, che si erano sposate con tre bestie e poi non se ne era saputo più nulla. E così Fitton si mise a pregare il signor padre, e la signora madre, che gli dessero licenza di partire, e insistette fino al giorno in cui gli dissero che poteva lasciarli: la Regina gli diede un anello in uguale a quelli che aveva dato alle tre figlie, e lo rifornirono di quattrini e servitori e di tutto il necessario. Così lui si mise in cammino, e cammina, cammina, andò in tanti grandi paesi che non li saprei raccontare. Andò nella Polonia, e in Francia, e qui procedeva, e lì girava, e poi alla fine andò verso levante, e poi a ponente, e poi cominciò a lasciare i suoi servitori di qua e di là sparsi per il mondo, lasciandoseli alle spalle uno ad uno, perché si stancavano di stargli dietro, e meno male che lo piantavano, perché non avrebbe più avuto di che pagarli, dato che ormai era rimasto senza il becco di un quattrino. Basta, per far la favola lunga, e corta, a forza di girare Fitton si trovò ai piedi della montagna dove abitava la signora Fabella, che era la sua sorella maggiore. Il principe prese a scalarla e salì tanto che arrivo in cima, dove si fermò strabiliato a contemplare la bellezza di quel palazzo, e la ricchezza che vi era profusa. Aveva all'esterno ornamenti di porfido, i suoi muri erano di alabastro, le finestre d'oro, e le travi dei soffitti d'argento massiccio. Si avvicinava la sera, e la signora uscì da un portone con la sua rocca, e filando stava lì a prendere il fresco con le damigelle. Quando vide questo giovane lo fece chiamare, e gli domandò chi era, da dove veniva, e qual buon vento lo avesse portato su quella cima.
Fitton le rispose:
- Sono figlio del Re e della Regina di Verde Colle, per servirla, e mi chiamo Fitton, ai suoi ordini.
Fabella allora si disse "Hai visto mai che non sia proprio mio fratello?" e si rivolse a lui:
- Lasciate che io guardi da vicino quell'anello che avete al dito.
Lo guardò, e vide che era per l'appunto identico al suo: si fece riconoscere e lo abbracciò, ma di fretta, per paura che arrivasse suo marito il Falcone, che non vedesse queste effusioni e non reagisse malamente. Così Fabella fece entrare in casa il fratello, e lo fece rimpiattare in un guardaroba.
Quando fu sera tornò a casa il Falcone, e mentre erano a tavola, la signora Fabella cominciò a dire:
- Oh, che gran voglia mi è venuta di rivedere la mia famiglia!
Il Falcone le rispose:
- Come le è venuta, signora, le dovrà passare, perché io non posso andare a zampettare fino a Verde Colle.
La signora replicô:
- Ma almeno si potrebbe mandare a prendere qualche mio parente, che venga quassù per un po', per farmi passare questa nostalgia?
- Questa poi! Immagino quanta voglia avranno di venire qua in capo al mondo! - replicò il Falcone.
E Fabella:
- Ma, senta me, se qualcuno ci venisse, le dispiacerebbe?
E lui rispose:
- Lei deve essere ammattita? Perché mi dovrebbe dispiacere? Certo che no, anzi, ne sarei ben contento.
La signora Fabella sentendo questa dichiarazione andò a tirar fuori il fratellino dal guardaroba, e lo presentò a suo marito. Il Falcone gli fece mille cortesie, e dopo avergli teso con belle maniere la zampa gli disse:
- Cinque e cinque dieci, l'amore trapassa il guanto, e l'acqua gli stivali! Che lei sia il benvenuto, e qui si consideri padrone: comandi quel che vuole, e se le occorre qualcosa che non c'è la procureremo!
Poi diede ordine ai servitori che pulissero e lucidassero per lui un vaso da notte e tirassero fuori la biancheria più fine, e insomma, che lo servissero proprio come se fosse lui stesso.
Fitton rimase con loro quindici giorni, al termine dei quali ebbe voglia di andare a trovare le altre sorelle. Lo disse al cognato, che gli rispose:
- Ma non ho che da rallegrarmi della sua scelta, signor cognato, parta pure quando vuole, che ho caro che faccia presto un altro miracolo come quello che l'ha portata quassù.
Gli donò una manciata di zecchini, dicendo:
- Li accetti per comprarsi l'acqua di vita.
E poi si strappò una penna dal capo e gliela diede, con queste parole:
- Tenga di conto questa penna, perché, anche se questo regalo e sembra ora una sciocchezza, potrebbe trovarsi nel bisogno, un bisogno tanto grande che la considererà un tesoro. Quando le si presenterà il pericolo di qualche disgrazia, la getti in terra, e dica:

Cognato mio Falcone,
Vienimi in aiuto
Che questa è l'occasione.

E poi aspetti, e vedrà cosa succede.
Il signor Fitton prese questa penna e se la mise in un borsellino, poi si fecero tanti complimenti e finalmente lui partì. Quando ebbe percorso centinaia e centinaia di miglia, arrivò in quel bosco dove viveva il Cervo con la signora Basta sua sorella. Fitton si mise a cogliere qualche frutto dagli alberi là intorno, e in quel momento la signora lo vide da dietro una tenda di seta, si accorse dell'anello, lo guardò bene e riconobbe suo fratello come aveva fatto la prima. Volle che entrasse in casa, e che lo vedesse suo marito, che lo ricevette con mille cortesie, e fece in modo che fosse trattato da principe qual era. Passarono quindici giorni e quando al signor Fitton venne voglia di andar a cercare la terza sorella, il Cervo gli disse:
- Se vossignoria lo volesse, potrebbe restare a suo piacimento, ma siccome ora vuole partire, salutandoci permetterà che faccia una cosa per lei: ecco, prenda, voglio donarle uno dei miei peli.
Poi gli insegnò le stesse parole che aveva detto il Falcone, che la usasse quando si trovava a rischio di qualche disgrazia. Il signor Fitton prese questo pelo, lo mise con la penna, e poi ci mise sette o otto zecchini, che anche questo cognato gliene volle dare. La sua sorellina gli disse:
- Porti i miei saluti al signor padre e alla signora madre.
E lui rispose:
- Presenterò le sue grazie.
E poi si mise a trottare, tanto che arrivò in capo al mondo, e siccome non poteva più andare avanti via terra, prese una nave e cominciò a girare per mare, e girò tanto che arrivò proprio all'isola dove si trovava il Delfino con la signora Dritta. Quando il signor Fitton fu sbarcato, fu riconosciuto anche dalla terza sorella grazie all'anello, e fu accolto con grande cortesia anche dal Delfino. Rimase da loro per non so quanto tempo, e poi disse che voleva tornare a casa per portare notizie delle sue sorelle al signor padre e alla signora madre.
Il Delfino gli diede una scaglia delle sue, e gli insegnò a servirsene come avevano fatto gli altri due, e anche lui gli fece dono di qualche zecchino. Fitton prese un cavalluccio e cominciò a galoppare, ma dopo si e no mezzo miglio, arrivò a un bosco, ci s'infilò dentro, e cominciò a girare. Ma si può dire che procedesse a tentoni, perché questo bosco era tanto fitto che non lasciava passare nemmeno un raggio di sole. Quando i suoi occhi si furono abituati a quell'oscurità, si accorse che c'era una torre, e che era circondata dalle acque, trovandosi in mezzo a un lago. Poi vide che c'era una finestra, a un'altezza incredibile, e a questa finestra era affacciata la giovane più bella che mai fosse apparsa al mondo. E su una sporgenza posta sotto al davanzale della finestra dormiva un bruttissimo drago, e bisogna dire che era tanto disperatamente brutto che faceva venire la tremarella.
Quando la giovane vide Fitton, gli disse con voce lacrimosa:
- Oh certo è stato il cielo che me l'ha mandata qua! E proprio un miracolo che quaggiù sia arrivata una creatura umana! Oh, caro lei, mi levi dalle mani di questo diavolo di un drago, che mi ha rapito dalla casa dei miei: io sono figlia del re di Chiaravalle, per servirla, questa bestiaccia mi ha portata via dal bel palazzo di mio padre per chiudermi in questa catapecchia, mi ha preso con le sue gringie e non mi posso più liberare. Solo da lei posso ricevere un aiuto.
Fitton le rispose:
- Ma, - le disse - non è una passeggiata levarla dalle mani di quello lì, non è mica che non mi piacerebbe, ma c'è il lago da attraversare, e poi come vuole che faccia ad arrampicarmi sulla torre? Ma mettiamo anche che venga fin da lei, come dovrei affrontare quella bestia, che fa sciogliere il corpo dalla paura solo a guardarla di lontano?
Ma poi, d'un tratto, le disse:
- Corpo di Bacco, aspetti! credo di avere il modo di servirla, non me ne ricordavo!
Prese la bisaccia, gettò in terra con una sola mossa la penna, il pelo e la scaglia, e disse:
- O miei cognati Delfino, Cervo, e Falcone! Se lorsignori mi volessero aiutare, questa è la giusta occasione.
Non aveva ancora finito di parlare, che vide arrivare tutti e tre i cognati, che dopo aver emesso un grido, gli dissero:
- Siamo qui, che cosa vuole?
Fitton saltava dalla contentezza, e rispose:
- Ora io vorrei, che fosse distrutta quella torre laggiù, tanto che si potesse liberare quella signorina dalle grinfie della bestiaccia, e poi vorrei portarla a casa mia, perché me la vorrei sposare.
Il Falcone disse:
- E così sia, tutto andrà secondo i tuoi desideri!
- Orsù, muoviamoci, - rispose il Cervo, - non perdiamo tempo a metterci né l'olio né il sale.
Il Falcone fece venire una moltitudine di quegli uccellacci con le grinfie, e disse loro che volassero fino a quella finestra, e che acchiappassero e sollevassero in aria quella signora. Così fecero, e dopo averla portata in volo attraverso il lago la adagiarono accanto al signor Fitton, il quale, vedendola da vicino, scoprì che era ancora più bella di come gli era parsa.
Cominciò a fare tanti complimenti, senza risparmio:
- Ma che fortuna è stata la mia, ma guarda che bellezza, non ne ero mica degno...
Ma la principessa non voleva esser da meno:
- Oh, no, sono io che non sono degna, lei lo ha fatto, tutto èvenuto dalla sua grande bontà.
Ma mentre si profondevano in tanti ringraziamenti, il drago si era svegliato, e vedendo dove si trovava la giovane, tutta presa da quei bei complimenti, si tuffò dalla finestra e attraversava a nuoto il lago, con la probabile intenzione di mangiarsi Fitton in tre o quattro bocconi.
Ma cosa fece il Cervo? Fece apparire una squadra di leoni, di tigri, d'orsi e di gatti mammoni, che on un balzo furono tutti addosso al drago e ne fecero poltiglia, tanto che non se ne poté trovare più nemmeno una briciola. Quando questa impresa fu compiuta, il Delfino disse:
- Ma dovrei essere io solo un bamboccio, a non aver fatto nulla per servire questa signorina? Ora - disse, - voglio proprio fare qualcosa anch'io.
Si tuffò e fece venire l'acqua del mare, che gonfiò il lago, e il lago batté contro la torre, sradicandola dalle fondamenta:
- Questo, - disse, - l'ho fatto perché di questo disgraziatissimo luogo deve sparire anche la memoria.
Il signor Fitton ricominciò a profondersi in tante espressioni di gratitudine con i cognati, ed esortò quella signora a fare altrettanto, dicendo:
- Ma su, dica qualcosa, vede bene che l'hanno tirata fuori da un grande pericolo.
E lei rispose:
- Cosa posso e devo mai dire? Sono tanto obbligata, bacio la mano ai signori, e se anch'io sapessi fare qualcosa lo farei, ma non sono buona a nulla...
Loro soggiunsero:
- Eh, proprio lei, che cosa dice mai? Siamo noi, obbligati a lei, perché, lo sappia il signor Fitton, che questa cosa che è successa rende possibile la nostra trasformazione: torneremo ad essere uomini, perché c'era stata fatta una maledizione da una maga, che aveva avuto da ridire con la nostra signora madre. Fu lei a conciarci così, e fece in modo che non potessimo far altro che restare bestie finché non avessimo liberato una figlia di Re da un grande pericolo. Ora ecco quel tempo è venuto: veda bene se è vero.
Il signor Fitton, non smetteva di guardarli, e li vide davvero trasformarsi nei tre giovani più belli e garbati che mai si fossero visti. Si abbracciarono, e i tre principi baciarono la mano a quella signora, che era al colmo dell'allegria tanto da non stare più nella pelle.
Il signor Fitton tirò un gran sospiro:
- Oh, - disse, - perché non possono essere qui il signor padre e la signora madre! Come sarebbero felici!
Gli risposero i tre principi:
- Piano, che non è ancora sera: noi stavamo isolati per la vergogna di esser visti come eravamo, ma ora che non siamo più bestie, pensi che vogliamo star qui appartati? Vogliamo stare dove stanno tutti gli altri, e mangiare lo stesso pane, e bere lo stesso vino. Prima di domattina saranno qui le nostre signore, che ora andremo a prendere, ma intanto lei, illustrissimo, non è giusto che vada così a piedi dove troverà da alloggiare.
E fecero comparire una bella carrozza trainata da sei leoni: ci montarono tutti e cinque, e andarono a un'osteria, dove Fitton sposò la signora. I tre giovani andarono ciascuno a casa sua a prendere le loro mogli, che si rallegrarono oltremisura a vederli così cortesi e bei giovani. Si ritrovarono dalla nuova coppia di sposi, e andarono a Verde Colle, dove il Re non si saziava di guardarli tutti, e gli pareva una fortuna davvero grande avere con sé tutti i suoi figli, che credeva perduti, e poi di avere anche tre bei generi e una nuora tanto bella.
Mandarono ad annunciare quei lieti eventi al Re di Chiara Valle, che era il padre della bella, e quello di Bel Prato, che era il padre dei tre generi. Tutti questi Re giunsero a Verde Colle, e potete immaginare che abbondanza di Re ci doveva essere. Si fecero grandi feste e balli, e giochi e spettacoli, ma tanti e tanti che secondo me non sono ancora finiti.



Ed ecco che un giorno salì in cima alla montagna
dove viveva Velia
col principe Falco...


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TRADUZIONE ITALIANA PER BAMBINI

© Adalinda Gasparini 1996, da Giambattista Basile, Cunto de li cunti o Pentamerone (1634-1636), Trattenemiento terzo de la iornata quarta.

TRADUZIONE INGLESE PER BAMBINI
© Adalinda Gasparini. 2000
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VERSIONE IN LINGUA BOLOGNESE CON TRADUZIONE ITALIANA A FRONTE




La Chiaqlira dla Banzola o per dire mìi fol divers tradutt dal parlar Napulitan in lengua Bulgnesa rimedi innucent dla sonn, e dla malincunj dedica' al merit singular del nobilissim dam d' Bulogna MDCCXLII. Per Ferdinand Pisarr, all'Insegna d'S. Antoni.  Con Licenza di Superiur. Maddalena e Teresa Manfredi, con Teresa e Angiola Zanotti; Bologna: 1742. Pp. 339. Tratto da/Retrieved from: Internet Archive, https://archive.org/details/lachiaqliradlab00basigoog; ultimo accesso 7 ottobre 2018.
Traduzione italiana di Adalinda Gasparii  © 2018
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IMMAGINE Warwick Goble: Giambattista Basile. Stories from the Pentamerone. E. F. Strange, editor. Warwick Goble, illustrator. London: Macmillan & Co. 1911.
Fonte: https://www.pinterest.co.uk/pin/476748310530968694/?lp=true; consultato il 16 agosto 2018.. 
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NOTE

I tre re animali

Il nesso fra la grande fiaba popolare dei Tre re animali, grande per diffusione e complessità narrativa, e la storia di Perseo e Andromeda è talmente importante da contenere la spiegazione della dinamica della fiaba stessa. D'altro canto, la fiaba propone una diversa articolazione della vicenda mitica, con un'alleanza fra il mostro distruttore e divoratore - i tre re animali che nella fiaba distruggono il regno delle tre principesse e le fanno scomparire - e il liberatore, l'erede maschio nato dopo la loro scomparsa. Contiamo di lavorare appena possibile per un'analisi della relazione fra il mito di Perseo e Andromeda, e la fiaba dei Tre re animali, riportando per il momento una sintesi del mito:  

Le disgrazie di Andromeda cominciarono il giorno in cui sua madre sostenne di essere più bella delle Nereidi, un gruppo di ninfe marine particolarmente seducenti. Queste, offese, decisero che la vanità di Cassiopea aveva decisamente superato i limiti e chiesero a Poseidone, il dio del mare, di darle una lezione. Per punizione, Poseidone mandò un mostro terribile (alcuni dicono anche un'inondazione) a razziare le coste del territorio del re Cefeo. Sbigottito per le devastazioni, con i sudditi che reclamavano una sua reazione, l'assediato Cefeo si rivolse all'Oracolo di Ammone per trovare una via d'uscita. Gli fu detto che per quietare il mostro doveva sacrificare la sua figlia vergine: Andromeda.
Ecco che allora l'innocente Andromeda fu incatenata a una costa rocciosa per espiare le colpe della madre, che dalla riva guardava in preda al rimorso. Secondo la leggenda questo evento si verificò sulle coste del
Mediterraneo, a Joppa (Giaffa), la moderna Tel Aviv. Mentre Andromeda se ne stava incatenata alla rupe battuta dalle onde, pallida di terrore e in lacrime per la fine imminente, l'eroe Perseo, fresco dell'impresa della decapitazione di Medusa la Gorgone, capitò da quelle parti. Il suo cuore fu rapito alla vista di quella fragile bellezza in preda all'angoscia.
Il poeta latino
Ovidio nel suo libro Metamorphoses ci dice che Perseo in un primo momento scambiò Andromeda per una statua di marmo. Ma il vento che le scompigliava i capelli e le calde lacrime che le scorrevano sulle guance gli rivelarono la sua natura umana. Perseo le chiese come si chiamava e perché era incatenata lì. Andromeda, completamente diversa dalla sua vanitosa madre, in un primo momento, per timidezza, neanche gli rispose; anche se l'attendeva una morte orribile fra le fauci bavose del mostro, avrebbe preferito, per modestia, nascondere il viso tra le mani se non le avesse avute incatenate a quella roccia.
Perseo continuò a interrogarla. Alla fine, per timore che il suo silenzio potesse essere interpretato come ammissione di colpevolezza, gli raccontò la sua storia, che interruppe improvvisamente, lanciando un urlo di terrore alla vista del mostro che, avanzando fra le onde, muoveva verso di lei. Un attimo di pausa, per chiedere ai genitori di Andromeda di concedergli la mano della fanciulla, e Perseo si lanciò contro il mostro, lo uccise con la sua spada, liberò l'estasiata Andromeda fra gli applausi degli astanti e la fece sua sposa. Più tardi Andromeda gli diede sei figli, compreso Perses, progenitore dei Persiani, e Gorgofone, madre di Tindaro, re di Sparta. (Da http://it.wikipedia.org/wiki/Andromeda_(mitologia); consultato il 18 febbraio 2012).







© Adalinda Gasparini
Online dal 10 gennaio 2003
Ultima revisione 7 ottobre 2018