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LA LEGIENDA DI VERGOGNIA E ROSANA


CANTARE DEL SEC. XIV

ADALINDA GASPARINI                 PSICOANALISI E FAVOLE



CANTARE I.°

CANTARE II.°




CANTARE I.°



O Giesò Cristo sommo redentore
Che per noi tu moristi sulla crocie,
Donami grazia con perfetto core
Ch' i' scriva un fatto grande, aspro e feroce
D' un bel singnior che cade 'n forte errore
Colla sua figlia, e fu tanto veloce
Per modo tal, eh' egli la 'ngravidòne,
Per fattura del diavol che'l tentóne.

Truovo che ne' reame d' Araona
Fu un barone gientil e gran singniore:
Aveva una sua donna cara e buona
Che come 'l sole gettava sprendore:
Bianca, fresca era più ch' altra persona
Col suo bel viso ch'avanza ongni fiore:
E un giorno un gran mal forte l'aterra,
Per modo tal che se n' andò sotterra.

Inanzi che finisse la sua vita
Al suo marito fé' questa 'mbasciata :
« Signior mio, da te farò partita :
La tua figlia sì t' ò racomandata :
Tu vedi che è si bella e colorita
Più che null' altra che fusse mai nata :
Abale cura per l' amor di Dio ».
E detto questo, ed ella si morio.

Quando el marito poi la vide morta,
Ebe gran doglia e gran malinconia,
E pel dolore niente si conforta,
Perchè l' amava e cara la tenia.
E la sua fi(glia) par che fusse morta,
E tre balie le die' per compagnia
Perchè fose notrita e ben guardata,
Infin che fu cresciuta e allevata.

Ella si s'allevò con tal bellezza
Quanto veruna che nel mondo sia ;
Dottata eli' era d' ongni gientilezza
E piena d' onestà e leggiedria :
Chi la vedea ne pigliava allegrezza,
E di lontan paesi vi venia
Giente, a veder questa nobil donzella
Che avanzava la diana stella.

Costei avea forniti e' quindici anni,
E ongni membro ben le rispondia;
Vestiva sempre di legiadri panni,
E un angiol verament' ella paria :
Marchesi e gran singniori con tiranni
Per moglie ciaschedun si la volia ;
El padre suo sì la faciea guardare,
Perchè non la volëa maritare.

E anco la donzella ebbe a parlare
Al padre suo che non volea marito:
« Che vergine pulzella voglio stare,
Servir vo' a Cristo, somo re fiorito:
Il paradiso mi credo aquistare,
E quello caro arei fusse 'l mio sito » .
Allora el padre in muso la sguardòne,
E 'l fallacie dimonio lo tentóne.

Per modo tal gli diede tal battaglia
Che poi al fine egli ebbe a far con essa;
E la donzella tutta si travaglia
Trasfigurata che non parea dessa.
Io v' imprometto, se Giesù mi vaglia,
Che apicar si voleva ella stessa,
Né mai donzella voi esser chiamata,
Poi che 'l suo padre l'à vituperata.

Costui di piangier giamai non finava:
Il corpo fortemente a lei cresciea ;
E poi un giorno el suo padre chiamava
E tai parole verso lui diciea:
«  O padre mio, el pecato m' agrava :
Né morta son — né viva eser pareva : —
Volesse Iddio che mai non fussi nata,
Dappoi che voi m' avete ingravidata » !

Rispose 'l padre: « O cara figlia mia,
I' sono stato el maggior pecatore
Che verun altro che nel mondo sia,
E vinsemi quel falso traditore
Nemico mio, per la mia gran follia,
E pòrtone gran pena e (gran) dolore:
Ma statti cheta, figlia graziosa,
Ched' io rimedierò ad ongni cosa.

Fa' sopra tutto che 'l tenghi cielato
Che mai veruno non senta nïente,
E provedremo a questo pecato,
E torneremo a Cristo 'nipotente :
Per sua piatà sì ci arà perdonato,
Facciendo penitenzia strettamente:
Di noi ara piatà; non ti dar pena,
Ch' e' perdonò a Maria Madalena ».

Ella rispos' e disse: « O padre mio,
Vo' m'avete condotta a male sorte.
Ma bene priego l'altissimo Iddio
Che 'n questo parto mi mandi la morte,
Che ('n) tanta doglia non mi veggia io
Ch'io partorisca tal pecato forte ».
El padre disse: « De', non parlar piue,
Che ci perdonerà Cristo Giesue.

Ch' i' ò veduto che già molti santi
Che eran prima nimici di Cristo,
Pecator furon di noi tre cotanti,
E poi del paradiso fero aquisto
Dove si sta in festa, giuoco e canti,
Abandonando questo mondo tristo.
Per mio amore, dè, abbia pazienza,
E si faremo grande penitenza ».

Ed ella disse: « O caro padre mio,
Non so né credo Dio mai ci perdoni
Questo pecato, ch' è cotanto rio
Scuro e brutto con molte ragïoni.
Pura donzella con voi rimas' io,
E 'nverso me con false oppenïoni
Vo'sete andato, dispiatato padre,
E diservito avete la mia madre;

Ch' io mi ricordo ben ch' ella vi disse
Che sempre fussi a voi racomandata
Più e più volte prima che morisse,
E voi m'avete molto ben pagata ;
S' all'altro mondo mia madre sentisse
Ched io fussi si male capitata,
Se fosse in paradiso, i' crederia
Pella gran doglia ch' ella n' usciria.

Tolto m'avete ongni allegrezza e gioco,
Tolto m'avete ongni sollazzo e riso :
Parmi venire meno a poco a poco,
D' ongni dolciezza è 'l core diviso :
Non vo' che sia veduto in nessun loco,
O padre mio, el mio leggiadro viso,
Ma priego Idio che mi dia la morte,
Poi che condotta i' sono a cotal sorte ».

Lasciamo star questo lor lamentare,
Che l' uno e l' aultro ben morto parea.
Questa fanciulla non sa che si fare ;
Verso d' Iddio tal sermone diciea:
« O Giesò Cristo, non m'abandonare
Chè questo caso da me non venia ;
Perdonarne, se t'é in piacimento:
Dè, non guardare a questo fallimento ».

Così diciendo el padre ebbe chiamato:
« Venite qua, ch'io mi sento appresare
Di ponere giù questo mio portato :
Per Dio, vi priego mi dobiate aiutare ».
El padre presto fu apparechiato
E verun altro vi s' ebe a trovare :
E prestamente eli' ebbe partorito
Un fantin maschio, bello e colorito.

El padre suo di terra lo levòne
E alla madre sì l' ebe mostrato ;
Ella gli die' la sua benedizione,
E poi sì si voltò nell'altro lato.
E lui soletto poi lo governòne,
E 'l me' che seppe, poi l' ebe fasciato,
E poi lo fecie subito portare,
Segretamente lo fé' battezzare.

E prestamente sanza far dimoro
U' naviciello si fecie amannire :
El bel fanciullo in uno drappo d' oro
Colle sua mani sì l' ebe a coprire :
Un brieve al collo con lettre sonoro
Dicieno el nome suo sanza mentire.
Or udirete quel che racontava
Quel brevicciuolo ch'al collo gli stava.

El brieve si dicïea tal tenore:
« Vergongnia ò nome, e sono battezato,
E son figliuolo d'un gentil singnore,
E con vergongnia io fui aquistato ».
E 'l padre col fanciullo uscì poi fuore
E nella naviciella collocato,
A Giesò Cristo lo racomandòne :
Di poi gli diede sua benedizione.

La naviciella prese 'l suo diritto,
E 'n una notte l' ebe via portato
I' ne' reame nel porto d'Egitto.
Pescando, pescator l'ebon trovato :
Tiràllo fuori, e poi lo mirar fitto,
E vidon ch'era un figlio bello e chiaro,
E allo re d'Egitto el presentaro.

Quando e' re vide cosi bel fantino
Tanto vezoso, n' à grande allegrezza :
E guarda poi che al collarino
V' er' attacato per vera ciertezza
Un brevicciuolo, che al suo dimino
Egli lo lesse con molta dolciezza,
E 'ntese tutto quanto questo dire:
Fantesche e balie poi fecie venire:

E fecie nutricare 'l bel fantino
Sanza alcun manco, diligientemente;
Che parea propio rosa dello spino
Uscita, e 'namorava tutta giente.
Fra 'l naso e 'l mento aveva il suo bochino,
Più che 'l moscado sapea veramente.
E la reina in collo lo pigliava
E prestamente se ne 'nnamorava.

Lasciamo star Vergongnia a tale stallo
Co' re colla reina come figlio :
Ciascun se lo teneva sanza fallo,
Perch' era fresco come 'l fiore e 'l giglio.
Torniamo al padre su', al duro ballo,
Fu che nimico gli diede di piglio
Che lo fecie cadere 'n tanto errore,
Onde ne porta gran pena e dolorfe.

E la figliuola di piangier non fina
Vedendo fatto cosi gran pecato,
Batendosi, diciendo: « Oimè, meschina!
Sarame mai tal fallo perdonato? ».
E 'l padre suo per cotale dotrina
Alla figliuola sua ebe parlato:
« Per mio amore, dè, non ti turbare,
Chè in pellegrinaggio i' voglio andare;

l' voglio andare a quel sipolcro santo,
E pregherò Giesù nostro singniore
Per suo piatà ci cuopra col suo amanto,
Che lui non guardi al nostro fatto errore.
In ginochion, co' lagrime, con pianto
Perdon chiedendo e con umile core,
De' nostri errori e del nostro mal fare
Per sua piatà ci voglia perdonare ».

E detto questo, prese compangnia,
E prestamente si misse in camino.
E caminando andavan per la via
Ciascuno a guisa d'un bel pellegrino.
E 'n pochi giorni sì si conduciea
Drento al sipolcro del Signor divino :
E cominciò a far gran penitenzia
Con disciprine (e) vera riverenzia.

E 'n poco tempo costui si moria :
All' aultro mondo andò ad abitare.
E la sua figlia una gran compagnia
Di sante donne seco fecie stare:
A Giesò Cristo el suo amore ponia,
E questo mondo vole abbandonare:
Di Dio e de' santi sempre ragionava :
Colle prefate donne dimorava.

Lasciamo star costei che 'n buona vita
Viveva casta con molta 'stinenza,
E dirò poi ancor di sua finita
Come fu santa con gran reverenzia :
Or priego Iddio, maestà fiorita,
Che a me doni della sua cremenzia
Ch'io dica verità e non menzongnia,
Del suo bel figlio chiamato Vergongnia.

Di sopra dissi come capitato
Costui si era ne' reame d'Egitto,
E 'nanzi a' re si fu apresentato,
E anco alla reina sì v' ò ditto,
E ciaschedun di loro inamorato
Eran di lui, com' io v'ò qui scritto,
Per modo tal che non si puon saziare
Di torsi voglia sol lui risguardare.

Come 'l fanciullo venne poi cresciendo
Di tempo in tempo gli faciea insengniare
Legiere e scriver, sed' io ben comprendo,
E in dieci anni già non truova pare.
E 'n quindici anni ancora ben schermendo,
E po' in venti dotto nel giostrare :
E a cavallo stava bene armato
Che a Orlando egli era assomigliato.

Lasciamo star Vergongnia in tale stato,
E or vi vo' contar della sua madre,
Che l'aveva sentito pel passato
Come gli era morto quel suo padre:
E' sua baroni ella ebe pregato
Quanto potè con parole legiadre,
E verso lor dicieva lagrimando :
« Per Giesò Cristo i' mi vi racomando ».

Alcun di que' baron prese a parlare :
« Gientil madonna, prendete marito:
Noi vi daremo un uom di grande afare:
Singniora nostra, pigliate partito ».
Ella rispose: « Questo ragionare
I' sento che m'à 'l core 'ndebolito ;
Rispondo a tutti : de, non ci pensate,
E di marito non mi ragionate ».


Vedendo poi questi baroni ch' ella
Di non voler marito era disposta,
Chi le toglieva ville e chi castella :
Chi le toglie per piano e chi per costa :
E fra sé disse un giorno: 
« O meschinella,
E' mia baroni da me ongniun si scosta
E non si curan di mia singnoria» ;
E fra sé stessa forte si dolia.

E 'n ginochioni andò umilemente
Questa pulita e bella criatura
Dinanzi a Giesò Cristo onipotente
Tutta divota e colla mente pura,
Diciendo: « Vero Iddio, al presente
Dami socorso con buona ventura :
Fa' che la peccatricie sventurata
Pigli rimedio che non sia rubata ».

E stando la donzella in tal pregare
Una bocie dal ciel presto venia
E disse : « Taci, e non ti sgomentare,
Che messo son del figliuol di Maria :
El padre tuo sì t' ebe a lascïare
Un gran tesor sotto la tua balia :
Va' tosto, cierca ongni tua serratura,
Ch'argiento ed oro v' è oltra misura ».

E la donzella n'andò prestamente,
E ongni suo serrame allor ciercava :
E tanti ve 'n trovò abondevolmente
Che pien d'oro e d'argiento tutto stava.
Ella ringrazia Cristo onipotente
E pelli sui parenti allor mandava
E recitando ta' parole a loro:
« Me aiutate, ch' i' ò un gran tesoro ».

Costoro udendo el dir della donzella
Risposon tutti: « E' non sarà dua mesi
Che riaremo tua città e castella,
Farèn vendetta di chi ci arà offesi!
Or facciàn pur che vada la novella
Dalla tua parte ne' lunghi paesi :
Notifichiànlo in Ungheria e 'n Francia
Che tu voi dar ciento florin per lancia:

Soldar voliam pedoni e cavalieri :
Chi vòl, sì venga e tocherà danari,
E venga tosto sanza alcun pensieri
Che di nïente non saremo avari:
E vadia a Faraona volentieri,
Ch'a dar buon soldo van le cose pari ».
E tanto questo bando si fu udito
Che la novella n'andò in Egito:

Per modo tal, che lo sentì Vergongnia
El quai era figliuo' di questa dama,
E allora e' n'andò, e già non sognia,
Con diciendo: « Una grazia el mio cor brama:
A farmi questo, cierto a me bisongnia,
Se non che la mia vita morte brama ».
E' re udendo tutta sua intenzione
Subito diegli la benedizione.

E perchè bene in punto e'comparisse
Gli diede tutta la su' armadura
E cinquanta cavalieri, e po' li disse :
« Fa' che gli meni, e non aver paura ;
Racordati d'Ettore (e) di Parisse,
E voglia onor sopr'ongni creatura :
Oro e argiento piglia quanto vuoi,
E grazïoso sia (a) tutti poi ».

Vergongnia prese e' detti 'cavalieri :
Tutti eran figli di baroni e conti,
Prodi, gagliardi, adatti a que' mestieri,
Che a combatere eran fieri e pronti,
E molto be' garzon sanza pensieri,
Molto valenti per piano e per monti,
E prese oro e argiento quanto volse,
Cavagli e armadura ancor si tolse.

E fatto questo, sì prese comiato
Da' re d'Egitto e poi dalla reina,
E umilmente ongniuno à ringraziato,
Con riverenzia a tutti e due s'inchina.
E fatto questo a caval fu montato,
E verso Faraona allor camina,
E suso leva la real bandiera,
E drieto a lui li segue ongni sua schiera.

E' re colla reina gran dolore
Si davano con tutti e' lor baroni,
Perchè ongniun e' li aveva posto amore,
Uomini, donne, fanciulli e garzoni.
Figliuol pareva dello imperadore,
Di costumi gientil d'ogni ragioni,
E 'namorar faciea chi lo vedìa :
Di sua partita ciascun si dolìa.

Entrati drento, tanto cavalcava
Che giunti tutti a quella Faraona
Si fu : Vergongnia al palazo andava
Dove abitava la donna in persona,
E del cavallo presto dismontava
Ed era quasi 'n sull'ora di nona ;
Salì la scala, e 'n sala fu montato :
Vide la donna ch'aveva mangiato.

Vergongnia sì le fecie riverenza
Quanto si convenia a tal singniora,
E poi sì disse: « Alla vostra presenza
I' son venuto e questa giente ancora ».
E quella donna piena di cremenza
Rispose a tutti, e nïente dimora:
« Vo' sia(te) mille volte e' ben venuti ».
E lietamente gli ebbe ricevuti.

Ella lor fecie fare un grande onore
E tutti quanti fecion collezione :
Ella gli à dato tutto 'l suo amore,
Perchè 'l vedeva sì gientil garzone.
Ed ell'a lui 'ntrata era nel core,
E già l'amor gli à presi di ragione :
Lui non sapiendo che fusse sua madre,
Ed amenduni eran figliuol d'un padre.

E quando fumo alquanto riposati
Vergongnia colla sua compagnia,
Molti fiorini fumo allora dati
Que' cavalier di tanta gagliardia;
E ben en punto in campo furno entrati,
Che ciascheduno un paladin parìa :
Bene a cavallo, armati di vantaggio :
Vergongnia fu 'l capitan di coraggio.
 
Essendo giù Vergongnia entrato a campo
Della sua giente fecie X squadre,
E prestamente sanza nullo inciampo
Fé' dispiegar sue bandiere leggiadre.
Del nobile stendardo, per suo scampo,
Dipingnier fecie sé colla sua madre,
Perchè gli aveva posto grande amore:
Nell'aultro cantar dirò el tenore.





CANTARE II.°



Singnior, io vi contai nell'aultro dire
Come Vergongnia era nel campo 'ntrato :
Ancor vi dissi mio parer verile
Che l'un dell'aultro s'era innamorato :
Or priego Iddio, grazïoso Sire,
Mi dia tal grazia ch'io v'abbia contato
Come che 'nanzi che passasse un mese,
Le riaquistò tutto 'l tolto paese.

E fecie preda di molti pregioni
Di que' ch'avevan tolto alla donzella,
Fra' quali v'era di nobil baroni
Che l'avèn tolto città e castella.
Vergongnia a' cavalieri e a' pedoni
Disse : « Andiàn tosto a portar la novella
A Faraona a quella gientil dama,
Che di vederla assai el mio cor brama.

E quando in Faraöna è 'ntrato,
E la sua madre gli fecie gran festa ;
Vedendo ch'era così ben portato
Di ringraziarlo giammai non si resta.
Co' sua baroni ell'avea ragionato :
« Costui deb'esser d'una gientil giesta :
Il vegio savio, gientil e singniorile,
E di costumi egli è tutto gientile ».

Uno rispose alla donzella e disse:
« Costui ci pare un giovan valoroso:
I' sì direi giammai non si partisse,
E ciercherei che fosse vostro sposo ».
Ed ella a tai parole gli ochi affisse,
E rispose cor un atto grazioso :
« Uditeme, baroni e buon parenti,
Andate, e fate, e state a ciò contenti ».

E que' baroni andarono a Vergongnia
E disson tutta quanta la 'mbasciata.
Presto rispose, non già con rampongnia :
« Di leggierezza mia vita è travagliata :
La mia speranza già altro non songnia
Se non che da me ella sia sposata :
Rispondo a tutti voi ch'io son contento,
Pur che a lëi sia di pïacimento ».

Uno rispose presto a quel donzello :
« E' non bisongnia andare a domandare:
Con noi venite, e darete l'anello,
E anco a lei mille anni le pare » .
E color se n'andar col singnior bello
Che 'n paradiso gli pareva 'ndare.
Ciascuno in sala del palagio andòne,
E la sua madre Vergongnia sposòne.

Come sposa fu, ferono gran festa
Più e più giorni con molto piaciere :
E' sua compangni licienza gli àn chiesta,
E disse : « Andate, ch'a me è in piaciere :
Ma prima a fare una cosa ci resta,
La qual mi pare che sia del dovere :
Io voglio che, 'nanzi vo' vi partiate,
Qualche presente al mio singnior portiate 
» .

E prestamente una lettera scrisse,
Colla sua mano el suo re ringraziando,
E 'n sul tenor della lettera scrisse :
« Gientil singniore, a voi mi racomando :
Prima che io da voi mi partisse
Licienza voi mi deste lagrimando :
Ora v'avviso ch'i' ò diliberata
Questa madonna, e po' sì l'ò sposata ».

La sposa sua tolse assa' gioelli
E allo re d'Egitto gli mandòne:
E molti doni a que' cavalier belli
Colle sua propie mani ella donòne.
E po' sì disse: « O cari mia fratelli,
Una sol grazia v'adimanderòne,
Che, quando inanzi al vostro re sarete,
Priego c'a lui mi racomanderete ».

E' sua compangni ciaschedun ritorna
A' re d'Egitto e sì lo salutaro :
Apresentaron la lettera adorna,
E di Vergongnia el fatto racontaro :
E dison : « Singnior nostro, ma' più torna
Dinanzi a voi el dolze baron caro,
Che gli à preso per moglie quella donna
Che di bellezze ell'è soma colonna ».

E' re colla reina quando udiro
Che Vergonia a lor corte non tornava,
Per la gran doglia molto sbigottiro,
Perchè ciascun fortemente l'amava.
Lasciamo star costoro in gran martiro
Giorno e la notte amenduni si dava.
Diciàn di Vergongnia e di sua sposa 'l quanto,
Che Fior e Biancifior non s'amar tanto.

Un giorno, poi poco tempo passato,
Com'è usanza, facièn merigiana:
Poi l'un e l'altro furo adormentato,
Ogniun pareva una stella Dïana:
E poco stetton poi che fur svegliato,
Amendui furon colla mente sana :
E la donzella disse: « O sposo mio,
Rispondi a me a quel che dirò io.

Io ti priego per quello grande amore
Che a me porti, ed io sì 'l porto a tene,
Che di tua giesta mi dica el tenore,
Chi fu 'l tuo padre e madre dillo a mene :
Di che paese, sanza nullo errore,
Tutto m'avisa se tu mi vo' bene ».
Ed e' rispos'e disse: « sposa mia,
lo non tei posso dir chi io mi sia.

Io non so dir, ch'io no' fu' mai ciertato,
Né ancora chi fusse 'l padre mio :
E anco non so dir dove aquistato,
Nè di mia madre: lo sa bene Iddio.
Pescando, pescator m'ebbon trovato
In una naviciella, il so bene io ;
A' re d'Egitto sì mi apresentaro
Nelle sua braccia, e lui mi tenne caro.

E sì avev'al collo un brevicciuolo
En un drapo ad oro avilupato:
El breve si diciea ch'ero figliuolo
D'un gran singnior con vergongnia aquistato ».
Ed ella allora sentì sì gran duolo
Che tramortita li divenne allato,
Per modo tal che pel grave dolore
Stette tramortita ben due ore.

Quando fu po' in sé sua ritornata,
Le man si misse al suo candido petto :
Forte coll'unghia se l'avea squarciata
Che 'l sangue giù n'uscì al suo dispetto :
E poi la treccia s'ebbe svilupata,
Tutta pelossi, e non con suo diletto;
E poi le mani al suo bel viso pose,
Graffiò le guancie (e) felle sanguinose.

E gridò forte : « I' non vo' viver piue
E questo mondo voglio abandonare.
Vergongnia mio, mie figlïuol se' tue ».
E tutto el fatto gli à a racontare :
Come in la navicella messo fue,
Di quel suo padre che l'ebbe a 'ngannare,
E disse: « O car fratello e figliuol mio,
Lasciam per Dio questo mondo rio.

O fìgliuol mio, s'a mïo senno fai
Noi lascieremo questo mondo tristo :
Tu vedi che gli è tutto pien di guai,
Di verun bene non se ne fa aquisto :
O fìgliuol mio, se mi ubidirai
Noi seguiremo la vita di Cristo :
O fratel mio, o dolce mio figliuolo,
El cuor mi scopia di gran pena e duolo.

O Giesò Cristo, viver più non voglio
In questo mondo pien di tant' inganni :
Fortuna che m'ài giunto in questo scoglio!
O pecato carnal, che tanti affanni
A me ài dati con tanto cordoglio,
E prencipio non fui di questi danni !
Tapina me, dolente sventurata,
Che in questo mondo mai non fuss' io nata !

Poi che tu vedi, o caro Singnior mio,
Che di tal fallo io no' ne fui cagione,
De, no' mi fare stare in tanto rio,
E 'l mio pur cor, de, càval di prigione.
Se tu m'aiuti, o Giesù vero Iddio,
Il giorno e notte starò 'n orazione.
Aiutami Giesù, non mel disdire,
E non guardare al mio grave fallire.

Tu sai, Singnior, che cotanta bellezza
La qual m'ài data, n'è suta cagione
Chè 'l padre mio con cotanta asprezza
Per esser bella, contra me fallòne.
Adunche, Iddio, o soma dolcïezza,
Perdonarne del fallo che fatt' òne :
Perdonarne, Singnior, no' mel negare,
Chè aspra penitenza io vorò fare.

O vaghe donne, fanciulle, donzelle,
E tutti voi che l'avete a governo,
Non vi curate ch'elle sien sì belle,
Perchè è via d'andarne allo ' nferno.
A ringraziare Iddio àn tutte quelle
Che son di mezzo, se io ben discierno,
Chè dalle vanità non son moleste,
E anco da' peccati men richieste ».

Vergongnia udendo quel suo lamentare
Che la madre facieva e 'l gran dolore
Disse: « Madonna, udite 'l mio parlare,
Chè la mia pena è ancora magiore:
Prima una cosa noi ci convien fare :
Buona contrizïon drento dal core:
Degli peccati chiamarsi pentuti,
E poi da Dio saremo ricieuti.

Con tutto che 'l peccato è sconosciuto,
No' abiam fatto che non è onesto :
Ciascun di noi se ne chiama pentuto :
Quanto possiamo questo è manifesto.
Questo gran fallo ch'è disaveduto,
Fuor d'ongni forma tanto disonesto,
Di tutti ci pentiam divotamente,
Perdon chiedendo a Cristo onipotente.

E' ci perdonerà, che gli è piatoso,
Di questo fallo, dolce madre mia :
Considerato ben che sia gravoso
E' ci userà piatade e cortesia.
A noi questo pecato era nascoso
E non fallamo con malizia ria :
Aviàmo errato non credendo errare :
Però sarà benignio al perdonare.

E voglio che a Roma poi andiamo
Dinanzi al Papa dir nostri peccati :
E lassù penienzia sì facciamo,
E 'l buon Giesù cie gli arà perdonati :
E' sottoposti nostri licenziamo,
Città, castella, tutti licenziati ».
Ella rispos'e disse: « Figliuol mio,
Fa' che ti piace, e (il) resto diam per Dio 
».

Vergongnia una mattina fecie fare
Al popol suo u' nobile convito.
Chi a lui per sé si fé' invitare
Che a tal ora fusse comparito :
E quando 'l tempo fu poi del mangiare
Seder gli fecie quel barone ardito ;
Posti a sedere ciaschedun mangiava
Delle vivande che Vergongnia dava.

Mangiato ch'ebbon con gran piacimento
Da tavola ciascun fu poi levato :
Vergongnia fecie poi ringraziamento,
A que' baroni dede lor comiato :
E'n prima disse « Ch'era ben contento,
Ch'ongniun di lor ben fusse liberato 
» :
E detto questo tutti se n'andaro,
Rimase lui e lei con duolo amaro.

Cominciaron per Dio a' pover dare
Oro ed argiento e tutti lor panni.
Tanto pe' loro si volson serbare
Ch'a Roma li conduciesse sanz'afanni.
Ongnuno el suo bordon volse pigliare:
A Roma giungnier lor parea mille anni.
E prestamente della terra usciro,
E verso Roma caminando giro.

E caminando costor per la via
E ciascheduno parea un pellegrino :
E a costei ongniun mente ponia
C'una rosa parëa del giardino.
Ell' al suo figlio presto allor dicie:
« I' ò paura che 'n questo camino
Io non ricieva dispiacer e danno,
E ancor tu potresti avere afanno.

I' mi vo' prestamente trasmutare
A modo d'uomo, e vo'mi trasvestire,
E potrem meglio el nostro camin fare
E anderem dove vogliamo gire ».
E cosi fecion, sanza alcun tardare,
E'l suo bel viso ancora ebbe a coprire ;
E caminaron tanto fr' amendue
Ch'all'alma Roma 'trambe giunti fue.

E quando in Roma drento furo intrati
Davanti al Santo padre se n'andaro,
E prestamente furo inginochiati,
Con lacrime da lui si confessaro ;
Dolendosi, piangiendo i lor pecati
Piatosamente si racomandaro.
Vedendo el Papa lor gran contrizione,
Subitamente a lor sì perdonòne.

E poi sì gli sengniò e benedisse
E fecie lor questo comandamento :
Prim'a Vergongnia tai parole disse :
« Santa Pressedia vo' che sia contento
Che la tua vita drento là fenisse,
Finché dal mondo farai partimento ».
E alla madre disse: « In Santa Chiara
Vo' che tu stia, o donzella mia cara ».

E poi a ciaschedun sì comandòne
Che mai l'un l'aultro non possa vedere.
E così detto, ongniun si se n'andòne
Al luogo suo con molto pïaciere.
Gran penitenzia a fare incominciòne
A far Vergongnia, sanza dispiacere,
E visse poco tempo e poi morio,
E 'n paradiso andò appresso a Dio.

E la sua madre fé' gran penitenza
De' sua pecati, e aspra disciprina.
Con buon digiuni e soma riverenza
Divotamente da sera e mattina.
A' su' afanni aveva pazïenza
E di dire orazion costei non fina,
E sì viveva con grande onestade :
Divenne presto in una infermitade.

Essendo qui la donzella infermata
La sua badessa si fecie chiamare,
E quando fu innanzi a lei andata
Ed ella cominciò a lagrimare:
« Madonna, ch'i' vi sia racomandata :
Sol una grazia mi dobiate fare
Da poi ch'i' veggio abreviare mia vita
Col mio caro figliuol sia soppellita.

Pregate 'l Santo padre che per Dio
Questa grazia mi faccia in cortesia,
Ch'i' sti' allato al dolze figliuol mio
E per l'amor di Dio contenta i' sia »
E la badessa disse : « Ciò farò io :
Di questo sta sopra la fede mia».
E la badessa un mesagio chiamòne,
Al Santo padre allora lo mandòne.

El messo al Santo padre fu andato
E la 'mbasciata tutta gli distese;
El Santo padre fu beningnio e grato
Di farli cotal grazia di palese.
El messo poi adrieto fu tornato,
Diè la risposta beningnia e cortese :
E la badessa se ne rallegrava,
Alla donzella Rosana n'andava.

E si contò la grazia ricieuta,
E la donzella se ne confortòne :
De' sua pecati e confessa e pentuta
Di questo mondo ella s'acomiatòne.
L'anima sua visibile (è) veduta
Come pegli angiol portata ne fone,
Santus Santus dominus cantando,
Gloria in eccielsis Deo magnificando.

Vedendo la badessa e l'aultre suore
Che l'anima sua ebbe tanto onore,
Presto si raunaro di buon cuore,
E si chiamaro uno 'mbasciatore
E disson : 
« Vanne, sanza far dimore
Al Santo padre (e) di' questo tenore :
« La donzella Rosana è mort'andata
Cogli angioli che 'n ciel l'ànno portata ».

Lo 'mbasciador n'andò al Santo padre,
Tale 'mbasciata presto ebbe contato,
E parlò ben con parole leggiadre
E disse 'l fatto come gli era andato :
Che Vergongnia era morto e la sua madre,
E 'n paradiso ongniun e' fu portato,
Cantando Santus Santus con vittoria,
Osanna in eccielsis colla gloria.

El Papa inteso tutto quel suo dire
Bene se ne mostrò lieto e contento,
E disse che'l faciessin soppellire
Col suo figliuolo nel suo monimento.
El messo ritornò per ubidire
Alla badessa per comandamento,
E la risposta del Papa le disse
Che col figliuolo suo la sopellisse.
 








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RIFERIMENTI
Testo Alessandro D'Ancona, La leggenda di Vergogna e la Leggenda di Giuda, Testi del buon secolo in prosa e in verso e La Leggenda di Giuda, testo italiano antico in prosa e francese antico in verso. Bologna: Gaetano Romagnoli 1869;
http://www.archive.org/stream/laleggendadiverg00dancuoft#page/n7/mode/2up; consultato il 6 novembre 2011.
Il libro, dedicato a Domenico Comparetti, comincia con la presentazione delle due leggende, che allo stesso tempo, come nota D'Ancona, si somigliano e si differenziano. Nella prima un re, suggestionato dal diavolo, che compare anche nelle fiabe popolari del tipo Pelle d'asino (vedi, in questa raccolta, Il dente d'oro e Maria di Legna) si unisce a sua figlia.
Leggendo l'inizio della storia si ricorda la bella regina madre della fiaba che morendo raccomanda al re la bellissima figlia: nella leggenda non gli dice di sposarsi solo se troverà una donna bella come lei, o alla quale vadano bene il suo anello o il suo dente d'oro, ma insiste nel decantargliene la bellezza e nel chiedergli di prendersi cura di lei.

Nella prima, osserva d'Ancona, domina la convinzione cristiana che non esista una colpa che non possa essere perdonata da Dio, se il pentimento è sincero e se il peccatore fa penitenza. La leggenda di Giuda aggiunge all'orrore del tradimento dell'apostolo quello dell'incesto

Alla dedica a Domenico Comparetti segue il saggio di Alessandro D'Ancona (pp. 5-113)
Segue un'Appendice con una storia cipriota tradotta dal greco moderno dall' amico Prof. Comparetti (p. 115-123), che invita a prendere le distanze dall'editore greco della storia, il quale la considera come una versione moderna del mito tragico greco. Vedi in questo sito La mela cipriota, http://www.alaaddin.it/_TESORO_FIABE/AF/AF_E_xix_Mela_Cipriota_Comparetti.html

Segue La legienda di Vergognia de' Reame di Faragona in versi, sec. XIV, cod. Magliabechiano VIII 3 (pp. 1-29 [sic]) http://www.archive.org/stream/laleggendadiverg00dancuoft#page/n89/mode/2up
Segue quindi La legienda di Vergognia e Rosana, testo inedito del buon secolo; in prosa, codice palatino panciatichiano N. 75; pp. 31-60; [testo accuratamente controllato il 6 novembre 2011]. Appendice, pp. 115-123.
Fonte:
Legienda di Giuda Scariotte, testo italiano antico in prosa (ed. 1477), pp.  63-73; [Jacopo da Varagine?] cod. Riccardiano 1254, car. 78
La leggenda di Giuda, testo francese antico in versi; pp. 75-100.cod Gallic. xxxvi, g. ii, 13 della Biblioteca di Torino, Cod. Mss. Biblioth. R. Thaurinens. Athen. vol. II, p. 472. Datata MCCCIX

Di questo testo scrive Alessandro D'Ancona che ne sarebbe autore Francesco di Barone di Salvi di Belforti da Pretognano di Val d' Elsa di Firenze, nato nel 1413.
http://www.archive.org/stream/laleggendadiverg00dancuoft#page/n89/mode/2up



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NOTE


I' ne' reame nel porto d'Egitto In Egitto, come Mosè, il bambino biblico abbandonato alle acque e raccolto dalla sorella del faraone.

 Rispondo a tutti : de, non ci pensate,
E di marito non mi ragionate.
La scena è la stessa di Penelope assediata dai Proci, che saranno cacciati dallo sposo Ulisse e dal figlio Telemaco.

 Ch'argiento ed oro v' è oltra misura L'angelo in sogno rivela la presenza di tesori nascosti: in una fiaba di Giovan Francesco Straparola il fratello minore, che vivendo solo in un bosco, come un eremita, ha imparato il linguaggio degli uccelli saprà dal loro canto dove si trova un tesoro sepolto (vedi in questa raccolta L'uomo selvatico). Nella fiaba di Sette colombelli di Basile sarà una quercia che forma la bocca con la sua corteccia a dire alla sorella minore e ai suoi sette fratelli maschi di prendere il tesoro che è trattenuto dalle sue radici. Molti sono i tesori che nelle fiabe trasformano attanti fiabeschi da poveri in ricchi, rivelati da figure magiche che nulla hanno a che fare con la sfera trascendente della religione, di cui hanno assunto alcune prerogative. Le stesse prerogative, come quella di scoprire l'ubicazione di tesori sepolti, erano degli dei greci e latini, che frequentavano continuamente i mortali: è come se l'affermazione del Cristianesimo facesse migrare nel suo ambito i motivi narrativi mitici nel proprio leggendario, con angeli che portano agli uomini e alle donne mortali annunci divini. Il Rinascimento opera una grandiosa unificazione della tradizione mitica classica e di quella cristiana, integrando simultaneamente la tradizione narrativa araba, a sua volta erede di storie alessandrine e indo-iraniche. Da questa rivoluzione nell'immaginario narrativo, colto e popolare, si afferma con Boccaccio la nuova forma narrativa della novella laica, libera da qualunque obbligo verso la mitologia elevata a dogma della religione. Per quanto riguarda i motivi fantastici, miracolistici o magici, dal leggendario medievale migrano in due direzioni, tutt'altro che nettamente separate: una parte costituisce l'agiografia approvata dall'autorità religiosa, una parte diventa il campo della favola, che come la novella laica e realistica non chiede né ottiene alcuna legittimazione dall'autorità religiosa.
Nel mondo classico il soggetto delle storie è un semidio il cui compito è di bonificare l'oikùmene dai mostri arcaici, anteriori alla sovranità degli dei olimpici e di stabilizzare la legge. Nel mondo cristiano le storie raccontano di una salvezza etica, a partire dai primi secoli della cristianità, anche nei romanzi greci e latini come Apollonio re di Tiro. I filologi si sono chiesti se romanzi come quello di Apollonio siano stati scritti da un pagano o da un cristiano, e se la loro composizione dipenda dall'influsso del Cristianesimo, per la presenza di invocazioni a un dio unico e di richiami all'amore per il prossimo. Quel che è certo è che l'immaginario europeo a partire dai primi secoli dopo Cristo si dispiega in una cornice universale, che ha nella koinè greca di Alessandro Magno e nella lingua latina imperiale la sua realizzazione. Il cristianesimo orientale e occidentale parla queste due lingue universali, e le narrazioni di entrambe, insieme a quelle classiche di cui sono eredi fedeli e infedeli allo stesso tempo, si separano e si ricongiungono incessantemente.
Come l'eroe classico combatteva per bonificare l'oikùmene dai mostri, l'eroe ecumenico cristiano combatte gli avversari del cristianesimo, sia con la guerra santa, fino alle Crociate e alla sanguinosa conquista dell'America, sia con la conversione dei pagani che formano il filo conduttore di tutto il leggendario medievale, che ha il suo testo fondamentale nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine. A partire dalla controriforma l'autorità ecclesiastica ha condotto sui racconti dei santi un'operazione volta a rimuovere gli episodi più vicini alla mitologia pagana e alla favola, incompatibili col rigore teologico, operazione analoga alla pittura di foglie di fico o di un perizoma sui genitali dei nudi rinascimentali.
La necessità di stabilire una discontinuità con l'immaginario precedente il crisitanesimo procede quindi nel medioevo annettendo tutto quello che è possibile alle nuove narrazioni: basta pensare al Giuda medievale, al quale viene attribuita tutta la storia di Edipo Re, per condannare nuovamente l'eroe tragico greco aggiungendo alle sue colpe quella del tradimento di Gesù. Allo stesso tempo la colpa di Edipo, imperdonabile nell'Edipo Re, diventa il motivo per raccontare come nel cristianesimo non esista colpa, nemmeno la peggiore, che non possa essere perdonata.
Quel che non può essere annesso viene rimosso, ma il rimosso, come ha ben visto Freud, torna sempre. La scissione fra l'immaginario classico e quello cristiano, come la scissione fra l'immaginario orientale e quello occidentale, è possibile nella dottrina, ma i motivi mitici e fiabeschi non conoscono confini, e migrano e migrano, con la stessa forza con cui Giulietta si innamora del nemico Romeo. Dal punto di vista dei motivi mitici e fiabeschi il Rinascimento riconosce la loro universalità, operazione che aveva d'altra parte trovato la sua perfetta espressione, inaugurando il loro studio moderno, nell'opera di Boccaccio, Genealogie Deorum Gentilium. Il genio letterario di Boccaccio, dopo aver ha portato a perfetta espressione la novella laica, dedica gli ultimi quindici anni della sua vita a questa opera, nella quale ogni mito classico è letto come verità parziale di un fenomeno della natura o di una parte della vera religione cristiana. La comprensione della naturale universalità del mito e delle strutture narrative è talmente forte da far impallidire la pretesa di qualunque assetto dogmatico, religioso o ateo, di determinare una radicale discontinuità nella storia dell'uomo.
Questo sarebbe da imparare e da insegnare prima di qualunque disciplina, per favorire la formazione di anticorpi che contrastino la nostra tendenza a unificare paranoicamente il bisogno di rinsaldare la nostra identità personale e collettiva e motivi isolati dal loro sfondo universale per farne la ragione e la giustificazione per convertire e distruggere il diverso. Ieri la mitologia fascista che ha fatto uso di simboli dell'impero romano, e quella nazista che ha attinto ai miti celtici, oggi i partiti che muovono folle e milioni di di votanti utilizzando miseri miti legati alle acque del Po o a improbabili razze padane, dovrebbero ricordarci che la potenza dell'immaginario umano è pari a quella della magia. Ne sono consapevoli i pubblicitari e i politici di successo. Nessuno può guidare l'immaginario sul lungo periodo, ma chi faccia un uso spregiudicato dei suoi simboli può ottenerne vantaggi impressionanti quanto pericolosi. Però è possibile aumentare la nostra consapevolezza di questo dato, ed è possibile farlo in area psiconalitica partendo dal saggio postumo di Freud L'Uomo Mosè e il monoteismo (1938). Il tono del saggio non chiede compassione, ma suscita nel lettore consapevole dellavitadi Freud e della storia la risposta di un uomo che di fronte all'affermarsi del Nazismo ha bisogno di combattere con la sua sola arma, quella voce dell'intelletto, della ragione, fioca, certo, ma che insiste finché non ottiene udienza. Freud ne ha scoperto la potenza nella sua autonalisi, nel lavoro clinico e nellaricerca teorica. E così è la voce dell'immaginazione o della fantasia, la più profonda, non quella dei singoli motivi di cui possono impadronirsi dittatori e custodi dei dogmi religiosi e ideologici, ma quella morfogenetica, che consente alla voce fioca dell'intelletto di trovare riparo e di rigenerarsi nell'eterna vocazione all'universalità della figure e dei motivi narrativi del mito e della fiaba, dove il soprannaturale e il naturale, l'umano mortale e l'immortale divino, come sempre e per sempre dialogano, si combattono, si uniscono, e generano esseri meravigliosi che a loro volta si mettono in cammino per incontrarci. Chiunque studi con rigore e onestà i frutti della fantasia l'immaginario, qualunque sia il suo punto di partenza, arriverà a imparare due cose: la prima è che non si può stabilire quale popolo, in quale tempo, in quale luogo, abbia dato la battuta d'avvio di un generre o di un motivo narrativo, vale a dire la sua appartenenza a un cultura particolare; la seconda è che, pur raccogliendo un numero immenso delle sue varianti è impossibile stabilirne la forma tipica, una sorta di idea iperuranica della narrazione stessa, perché nello stesso momento in cui pare di poterla afferrare compare obliquamente un'altra variante che costringe a rimettere in discussione il risultato raggiunto. Se si volessero intendere le narrazioni come insieme in chiave platonica, si potrebbe dire che esiste un iperuranio dove i motivi 'puri' prototipici sono raccolti, perché abbiamo bisogno di pensarlo, ma affermando allo stesso tempo che si tratta di un luogo assolutamente inaccessibile. Se poi, per esigenze strettamente personali, o per una violenza disonesta alla propria materia di studio, il ricercatore crede di essere penetrato in questo mondo, la sua ricerca approda al falso, che non ha nulla a che fare con la comprensione dell'immaginazione stessa. Che non si cura di vero e falso nel senso comune in cui si intendono, ma persegue la possibilità di dare nutrimento a chi tenda alla ricerca del vero: la scienza si nutre dell'immaginazione senza impadronirsi dei suoi tesori, mentre le ideologie la depredano cercando di vincerne la natura indomabile. Quando Einstein dice che se si vogliono bambini intelligenti occorre raccontare loro fiabe, e si vogliono bambini molto intelligenti occorre raccontare loro molte fiabe, o quando afferma che ci sono due modi di guardare il mondo, una escludendo il miracolo, l'altra vedendolo ovunque, ci offre un'etica della ricerca che non dipende dall'immaginazione, e non dipendendone evita sia di sfruttarla sia di distruggerla.

Che Fior e Biancifior non s'amar tanto.
Floris and Blancheflour è la storia di due amanti, la cui prima versione scritta, in francese colto, è del 1160. Da allora alla prima metà del sec. XIV ebbe grande diffusione in Europa. http://en.wikipedia.org/wiki/Floris_and_Blancheflour
Tema del Filocolo di Bocaccio, che risponde alla richiesta della sua amata di nobilitare con lasua arte la leggenda popolare di Fiore e Biancofiore. La fiaba di Fiore e Cambedefiore riecheggia nel titolo la leggenda di origine provenzale.
Nel Filocolo Florio raggiunge Fiore chiusa nella torre saracena in una cesta: motivo presente nelle Mille e una notte.



A proposito di Edipo
Quando Edipo trovò sepoltura ad Atene, conferendo col suo corpo invincibilità alla città della giusta legge, accolto dal re Teseo che lo difese dalla violenza del cognato Creonte, che regnava su Tebe con Eteocle, dopo che aveva rifiutato di seguire il figlio Polinice, la sua storia tragica si concluse. Ma il racconto di Edipo non era finito, e quando Sigmund Freud pose la vicenda dell'Edipo Re di Sofocle come architrave della teoria psicoanalitica, l'enigma dell'eroe tragico per eccellenza non aveva mai smesso di essere posto apertamente, in innumerevoli storie popolari amorevolmente registrate da oscuri trovatori, notai, narratori e scrittori.
Come un pellegrinaggio, peregrinatio in latino, viaggio, quête, verso il cuore della giusta legge, che il Cristianesimo ha posto in Gerusalemme, o a Roma, o al termine della Via Lattea, a San Giacomo di Compostela, il movimento di Edipo, con nomi diversi e diversi esiti, che non giunge mai alla meta, fra leggende, favole, miti, poemi, sempre legato all'incesto consumato inconsapevolmente, da espiare, o dal quale è impossibile uscire, sia per ritrovare il proprio posto in questo mondo sia per averlo nell'Aldilà, il movimento narrativo nel mare delle storie è talmente ricco che da un lato è impossibile sottrarsi al suo fascino, dall'altro al dovere di esporne la ricchezza.
Possiamo domandare ai poeti quel che non si conosce, perché sono loro i primi, e restano i migliori, conoscitori di Psiche, la creatura alla quale Freud ha dedicato il suo lavoro scientifico, che da Edipo trae forza e contraddizioni, possibilità di movimento e vicoli ciechi.
Di questo tragico personaggio, nel nostro Medioevo ora dannato ora elevato al soglio pontificio, al quale sono apparentati padri e figlie di fiaba, proponiamo qualche racconto poco conosciuto.
La leggenda di Gregorio nel Patranuelo di Juan de Timoneda (Spagna, sec. XVI) Un nino en la mar hallado
Un abad le doctrinò
Y Gregorio le llamò
Y después fué rey llamado
.

Vi si racconta di Fabio e Fabella [Il nome della fanciulla significa favoletta, in latino, ed è il termine con cui Apuleio introduce la storia di Amore e Psiche] figli del re di Palidonia, che, rimasti soli alla morte del padre, s'innamorano e compiono il peccato, il frutto del quale da Fabio, che parte per Roma e naufraga per strada, viene confidato ad un siniscalco. Questi, al solito, lo getta al mare in una barca con alcuni oggetti preziosi ed un foglio, col quale è raccomandato alla pietà degli uomini. Un pescatore lo raccoglie, e lo dà in custodia ad un abate che gli pone il nome di Gregorio. Ma divenuto grandicello, altercando col vero figlio del pescatore, Gregorio conosce il mistero della sua nascita: e presi seco gli oggetti della barca, parte alla ricerca de' genitori. Intanto il principe di Borgogna assedia strettamente la città della regina Fabella, che sempre ha ricusato di congiungersi in matrimonio con chicchessia [Il rifiuto delle nozze attesta la presenza del tema incestuoso, come nelle favole meno esplicite a questo proposito del tipo Turandot]. Gregorio libera la regina dall' assedio, e i baroni la pregano di prenderlo per marito. Ed essa acconsente: ma prima che ciò avvenga, la vista degli oggetti conservati da Gregorio fortunatamente scuopre il vero alla donna: la quale, ingiungendo al figlio il massimo segreto, lo consiglia a sposare, com' e' fa, la vedova del siniscalco [sempre una figura materna! è colei che lo ha cresciuto] (Alessandro D'Ancona, cit.; pp. 55-57).
Tommaso Grapputo (Venezia 1772-1834), Il Convito borghesiano... Opera di messer Grappolino. Londra: Jacson 1800.  La Novella VII [di dieci] racconta:
« Erennio credendosi con Angelica sua fante giacere,  con sua madre si giace, la quale rimastane pregna,  onde nascondere il suo delitto va girando l'Italia, e giunta in Bologna si sgrava di una bellissima figlia a cui di Bella Nina il nome è dato. Ritorna in Vicenza appo il figlio, e temendo di nuovamente inciampare, lo manda a studio in Roma. Di là egli si porta per tutta l'Europa, e dopo molti anni capitato in Bologna vede Bella Nina, se ne innamora e le dà la fede di sposa. La madre di lui quando ciò intende, non sapendo come impedire il nuovo delitto, in pochi dì addolorata muore, ed Erennio del tutto ignaro, torna in Bologna e con Bella Nina si sposa » (pp. 62-63)

La storia riferita alle pp. seguenti (pubblicata a Venezia nel 1806) racconta dei tre pellegrini che vanno a Roma per chiedere perdono - fratello e sorella incestuosi col figlio di loro che, dopo essere stato abbandonato sul Po' ed essere stato raccolto da un estraneo lo lascia quando la sua dubbia nascita gli viene rivelata per scherno dal figlio legittimo di quello, è capitato presso la coppia dei fratelli che amandolo decidono che diventi sposo della sorella. Il papa  li assolve dando loro come penitenza di tornare a casa in ginocchio. Poco fuori rRoma si raccolgono in preghiera e le loro anime volano in cielo: a quel punto il Papa fa portare i loro corpi a Roma e dà loro solenne sepoltura. (pp. 64-66)
Symone il trovatello, racconto serbo Emilio Teza trasmise ad Alessandro D'Ancona questo bellissimo riassunto del racconto serbo Symone il trovatello.

« Va al Danubio il vecchio monaco: va per acqua, per lavarsi e pregare : eccoti una cassetta di piombo, e forse là dentro c' è l' oro : la porta alla sua cella, e c' è dentro un bambino. Lo battezza, gli dà nome Simone il trovatello, e, senza balia, lo nutre di miele e di zucchero. Simone cresce più che gli altri fanciulli, e sa meravigliosamente di lettere, e non ha paura di alcuno, nemmeno del vecchio abate. Giocavano al salto o a gettar le pietre, e Simone vinceva tutti i compagni; ma se ne vendicano i tristi, rimproverandogli la nascita, e eh' ei non può dire di chi sia [c'è una favola delel Mille e una notte in cui un fanciullo lascia la madre e va in cerca del vero padre, nelle stesso condizioni digioco e scherno]. Il giovinetto se ne addolora, piange, e cerca nel vangelo consolazione. Il frate lo trova scorato e vuole appagarne la brama; lo lascia andare per il lucido mondo; gli dà il bianco cavallo, e splendide vesti e mille ducati. Passano nove anni, e Simone stanco delle inutili sue cure, vuole tornarsene al frate. Passa di sotto a Buda, e la regina lo vede. Bello era Simone, e cantava colla bianca gola: la regina se ne invaghisce, e chiamatolo a se, gli mesce vino ed acquavite: ma ella non beve [questo rimanda un pochino alla favola di re Porco, quando la regina usurpatrice lo addormenta con l'oppio]. Poi, a notte, la donna lo invita a spogliarsi ed abbracciarla : Simone, già brillo, obbedisce; ma la mattina, riscotendosi, conosce il peccato; si pente e fugge; invano la regina vorrebbe trattenerlo. Poco andò che s'accorse di non avere il suo Vangelo, e ritorna: la regina legge in quel volume e piange amaramente: « Misero Simone, tu hai baciata tua madre ! » Simone corre all' abate, narra l' accaduto, e il pio uomo lo caccia in una prigione, e chiusolo dentro, getta la chiave nel fiume. Dopo nove anni un pescatore trova la chiave in un pesce; il frate ricorda il prigioniero e va alla carcere; Simone siede in un trono d' oro, e tiene nelle mani il santo vangelo ». (Alessandro D'Ancona, cit.; pp. 77-79)
Leggenda anonima in langue d'oil (secoli XII-XIII)
Alessandro D'Ancona riassume una anonima leggenda in langue d'oil, composta fra il XII e l'XI sec.
Gli orfani gemelli del conte d'Aquitania per consiglio diabolico si uniscono, e per il senso di colpa il giovane parte come pellegrino per Gerusalemme, mentre il frutto della colpa viene abbandonato alle acque con alcuni gioielli e questa scritta:
Qui trovera icest enfant
Sache de veir e ne l' dot mie
Que, par peché e par folie,
l'ot uns freres de sa seror.
(p. 11)
Due pescatori trovano la culla navicella, e mentre uno di loro prendere i preziosi, l'altro prende il bambino, che l'abate battezza col nome di Gregorio. Il bambino viene preso in giro per la sua incerta origine dai figli del pescatore, e una volta cresciuto prene la tavoletta con l'iscrizione che era nella sua culla e andando per il mondo, capita nelle terre della madre che è assediata dai baroni del regno, ed è senza difesa, perché il fratello è morto ancora prima arrivare in Terrasanta. Gregorio mirabile cavaliere vince gli assedianti, e ottiene la mano della regina, che solo dopo un certo tempo scopre dalla tavoletta che ha sposato suo figlio e nipote. Sopraffatti dalla colpa, madre e figlio, zia e nipote, marito e moglie, si lamentano del diavolo e decidono di dedicare la vita alla penitenza. Gregorio si ritira in una caverna scavata in uno scoglio e circondata dalle acque: il pescatore che ve lo conduce chiude i piedi nei ceppi e butta via le chiavi.
Intanto a Roma la sedia papale è vacante, e un angelo in sogno ordina ad alcuni laici e religiosi di andare a cercare il penitente che si trova in quella certa grotta. Arrivati i romani dal pescatore, l'uomo che ha chiuso in ceppi i piedi di Gregorio ne trova le chiavi nel pesce che ha pescato servendolo per cena. Gregorio viene costretto ad accettare la nomina voluta da Dio.
La fama di santità del nuovo papa giunge alle orecchie della penitente contessa di Aquitania, che decide di andare a Roma per chiedergli perdono.  Madre e figlio si riconoscono, e la donna si ritira in convento, da dove, alla sua morte, l'animast sale al cielo.
Non si può stabilire se questa storia fosse attribuita a papa Gregorio Magno (540-604) o a Gregorio VII (1020-1085). Il primo è autore dei Dialogorum Gregorii Papae Libri Quattuor de Miraculis Patrum Italicorum, che sarà la base della Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, il secondo è il grande riformatore dei costumi dei prelati, e difensore dell'autonomia della chiesa dal potere imperiale. In questo secondo caso all'avversario dei costumi sessuali corrotti dei ministri del culto sarebbe stato attribuito lo stesso peccato che combatteva.
http://www.archive.org/stream/laleggendadiverg00dancuoft#page/n29/mode/2up.
 
La legienda di Vergognia de' Reame di Faragona
La Leggenda di Vergogna in prosa e in verso. Testi del buon secolo. La legienda di Vergognia de' Reame di Faragona.
Prima della Legenda di Vergogna in versi riportata in questa pagina, Alessandro D'Ancona (cit.) pubblica per la prima volta una versione in prosa: La legienda di Vergognia de' Reame di Faragona. (pp. 1-29)
Vi si racconta che alla morte di lui la madre moglie sorella, ora badessa, chiese al papa di essere sepolta insieme a Vergogna, e il papa glielo concesse. Alla sua morte la sposa e sorella e madre incestuosa doveva essere stata ampiamente perdonata, visto che il suo corpo profumava, come quello dei santi. In particolare emanava un soave profumo di muschio: ... che parea che tutt' i moscadi del mondo fossero in verità. Il profumo che emana dal corpo dei santi rappresenta la vittoria dello spirito sulla carne: anziché andare verso la putredine e la consunzione, il corpo profuma e si conserva intatto. Ancora oggi si venerano all'interno delle chiese i corpi di santi che non si sono dissolti; il miracolo del sangue di San Gennaro, vescovo e martire (272-305), la cui liquefazione miracolosa fu attestata la prima volta nel 1389, si ripete più volte l'anno: torna vivo, scorre, per poi tornare in uno stato di quiete.

Allora il papa fece scrivere a lettere d'oro queste parole sul loro sepolcro:

QUI GIACCIONO DUE CORPI MORTI
MADRE E FIGLIUOLO
E FRATELLO E S1ROCHIA
E MOGLIE E MARITO
NATI DI GRAN BARONAGGIO
DELLO REAME DI FARAGONA
E SONO IN PARADISO
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Gregorius di Hartmann von Aue (XII secolo)
Il romanzo è basato sul poema in versi “Gregorius” di Hartmann von Aue (XII secolo). È una versione fantastica della vita di Papa Gregorio I, san Gregorio Magno, ispirata al mito di Edipo. Vedi: Eugenio Burgio, La fonte del Gregorius di Hartmann von Aue: In margine ad alcune recenti ricerche. In: Medioevo Romanzo, 16(1991), H. 1-2, S. 141-187.
Gregorius, di Hartmann von Aue: Una leggenda apocrifa sulle sue origini vuole che i suoi genitori biologici fossero due gemelli di nobile nascita, che avrebbero commesso incesto su istigazione del diavolo. Ancora neonato, sarebbe stato affidato al mare dalla madre, che lo aveva posto all'interno di una cesta nella quale sarebbe stato trovato e poi allevato da un pescatore. All'età di sei anni sarebbe entrato in un convento, successivamente lasciato per inseguire una carriera da cavaliere. Viaggiando fino alla sua terra di origine, vi avrebbe sposato la regina del luogo, che era, a sua insaputa, sua madre. Dopo aver scoperto questo doppio incesto, avrebbe speso diciassette anni nel pentimento prima di essere, infine, eletto papa.

Questo mito ha ispirato il romanzo L'eletto (Der Erwählte) di Thomas Mann.


Motivo dell'enigma e dell'incesto nelle epigrafi medievali

Gulio di Medrano, scrittore spagnolo del XVI sec., afferma di aver visitato nel Borbonese la dimora dei protagonisti della leggenda, e di aver letto questa epigrafe sul loro sepolcro. (D'Ancona, cit., p. 48)

CY-GIST LA FILLE CY GIST LE PÈRE
CY-GIST LA SOEUR CY-GIST LE FRÈRE
CY-GIST LA FEMME ET LE MARY
ET SI N'Y A QUE DEUX CORPS ICY
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Millin scrive che al centro della chiesa d'Econis, dove il sagrestano distribuiva foglietti sui quali era stampata la storia, si leggeva  questa iscrizione. (Ibidem, p. 49)

CI GIT L'ENFANT CI GIT LE PÈRE
CI GIT LA SOEUR CI GIT LE FRÈRE
CI GIT LA FEMME ET LE MARI
IL NE SONT QUE DEUX CORPS ICI
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Millin e altri attestavano la presenza nella chiesa di Alincourt di questa iscrizione, sulla lapide del sepolcro degli attanti dell'incesto, incluso il padre. (Ibidem, p. 50)

CI GIT LE FILS CI GIT LA M
ÈRE
CI GIT LA FILLE AVEC LE P
ÈRE
CI GIT LA SOEUR CI GIT LE FR
ÈRE
CI GIT LA FEMME ET LE MARI
IL NE SONT QUE TROIS CORPS ICI
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Heptameron, Margherita d'Angoulême Regina di Navarra, 1558 La XXX novella della raccolta, pubblicata postuma, ha questo tema: « Un jeune gentil homme, aagé de quatorze à quinze ans, pensant coucher avec l' une des damoiselles de sa mere, coucha avec elle-me-sme, qui au bout de neuf moys accoucha, du faict de son filz, d' une fille, que douze ou treize ans après il espousa ne sachant qu' elle fust sa fille et sa seur, ny elle, qu'il fust son pere et son frère » (Testo francese cit. da A. D'Ancona, cit., p. 46)
Ai tempi di Luigi XII una nobile signora era rimasta vedova, e non volle più sposarsi, sia per rispetto verso il marito, sia per amore del figlio. Diede a questo figlio un pio precettore, ma quando ebbe quattordici o quindici anni, pur parendo alla madre ancora un bambino, prese a corteggiare con insistenza una delle damigelle. Quando questa si rivolse alla sua padrona, non fu creduta, ma per appurare la verità la nobile signora disse alla sua damigella di dare un appuntamento per la notte al proprio figlio, e si mise lei ad attenderlo nel letto della damigella. Quando suo figlio entrò, volendo ancora credere che fosse un bambino, non lo smascherò subito, pensando di attendere le prove, ma attese troppo, e a un certo punto la collera si trasformò in desiderio. Come l'acqua a lungo rattenuta è inarrestabile se rompe gli argini, così la nobile signora fu dominata dalla passione e giacque col figlio, restando incinta. Sentì subito e per il resto della sua vita il rimorso, ma l'orgoglio la indusse a nascondere il fruttoA dell'incesto: mandò il figlio ad apprendere l'arte della guerra e poi lei, fingendosi malata, si allontanò dal suo castello.
Partorì lontano senza svelare la sua identità e affidò la bambina a un gentiluomo di fiducia che la crebbe come se fosse sua. La nobildonna tornò nel suo castello dove visse in modo ancor più austero di prima.
Il figlio aveva completato la sua formazione e scrisse alla madre che intendeva tornare a casa sua, ma la madre, temendo di ricadere nello stesso peccato, gli rispose che non doveva tornare se non quando si fosse sposato per amore. La figlia e sorella del giovane nobile era cresciuta, e col consenso della sua vera madre, che era anche sua nonna, fu mandata alla corte della regina di  Navarra, che molto l'amava per la sua grazia. Giunse a corte il giovane in cerca di una sposa, e quando la vide se ne innamorò, e alla sua richiesta la regina rispose di sì, perché dava alla sua favorita un giovane nobile, ricco e bello d'aspetto.
Quando il giovane annunciò l'avvenuto matrimonio a sua madre, questa per pocò non morì seduta stante, sapendo quale relazione esisteva fra loro, e non sapendo come affrontare la situazone si rivolse a un altissimo prelato, che le disse di non dir nulla ai due giovani, che non avevano nessuna colpa, prescrivendo a lei una vita di penitenza.
I due giovani, come racconta Margherita di Navarra si amarano per sempre, tanto che non si poteva vedere una coppia pù felice della loro. .
Una versione in inglese del testo integrale online dell'Heptameron è nel sito A Celebration of Women Writers, http://digital.library.upenn.edu/women/
navarre/heptameron/heptameron.html#N30; consultato il 19 ottobre 2011, ma ne è esclusa la novella XXX. Vi si legge la seguente motivazione: "This story has not been included in the online edition because of its content. Suffice it to say that if Gerry Springer had been alive back then, the chracters [sic!] of this story would have made great guests. ". Il contenuto è inaccettabile, per spiegarne l'esclusione basta qualificare i personaggi come adatti a un gossip show: il popolare conduttore, se fosse stato loro contemporaneo, li avrebbe certamente invitati.
L'edizione ottocentesca alla quale il sito fa riferimento, mettendone online le incisioni (a cura di Antoine Le Roux de Lincy, Paris: Lahure, Société des bibliophiles, 1853-54; 3 voll.) contiene anche la XXX novella, con l'illustrazione sopra riprodotta. Il sito la presenta, ma la rimozione opera nella didascalia: "The Young Gentleman Embracing his Mother" (http://www.heptameron.info/day3/tale10.html). Non è difficile capire che la figura rappresenta la giovane coppia ignara e felice, mentre la madre colpevole e afflitta dal segreto si porta la mano al volto.
Non è per la vicenda incestuosa che la XXX novella della Regina di Navarra è rimossa, ma perché si assegna il finale felice a una coppia composta da un marito e da una moglie che sono anche padre e figlia e fratello e sorella.
Quando Edipo, giunto a Colono, afferma che non sarà ricordato come empio, opera una distinzione tra un delitto compiuto consapevolmente o inconsapevolmente, nettamente ripresa dalla regina di Navarra anche sul piano religioso. Il Legato d'Avignone dice alla nobile signora di non rivelare alla giovane coppia una colpa non loro, ed è la Regina di Navarra del tempo di Luigi XII che protegge come una fata madrina la fanciulla fino alle nozze felici.
The Mysterious Mother. A Tragedy, Horace Walpole, 1768. Sir Horace Walpole, che ha inaugurato il genere gotico, scrisse la sua tragedia: The Mysterious Mother (1768), ispirata alla leggenda di Gregorio. Sir Walpole non avrebbe conosciuto, a suo dire, né la versione di  Margherita di Navarra né quella di Matteo Bandello, ma si sarebbe ispirato a un racconto che gli veniva fatto fin dalla prima giovinezza: la storia, riferita come un fatto realmente accaduto, di una donna che era andata dall'arcivescovo Tillotson, per confessargli la sua colpa e chiedergli consiglio. La donna aveva avuto una relazione incestuosa e ne era nata una figlia, che poi si era sposata il figlio nato successivamente. L'arcivescovo le disse di non rivelare nulla ai due ignari sposi, ma di non sperare di essere mai perdonata per la sua colpa.
Walpole, in the preface, says he is “sensible that the subject is disgusting”, Samuel Taylor Coleridge pompously announced “no one with a spark of true manliness, of which Horace Walpole had none, could have written it”, and Lord Byron (who had his own issues) loved it. (http://www.goodreads.com/book/show/6070320-the-mysterious-mother)
La treccia rossa (fiaba della tradizione orale toscana) 1866 Herman Knust, Jahrbuch für Romanische Literatur, vol. VII; Leipzig, 1866; p. 398; tradotto da Alessandro D'Ancona che lo cita ne La leggenda di Vergogna e la Leggenda di Giuda, Gaetano Romagnoli, Bologna, 1869; http://www.classicitaliani.it/intro/dancona_vergogna_giuda.htm; Introduzione, p. 67; consultato il 23 ottobre 2011.
Der Erwählte (L'Eletto). Thomas Mann, 1951 Ispirato al poema in versi di Hartman von Aue Gregorius (sec. XII), il romanzo di Thomas Mann racconta di un re che non ha figli: la sua sposa finalmente rimane incinta ma muore dando alla luce due gemelli bellissimi. Dopo la morte del padre i due gemelli si uniscono e dalla loro unione nasce un bambino che viene abbandonato alle acque in una botte con un tesoro. Cresciuto da un pescatore, che lo battezza col nome di Gregorio, a sei anni va a istruirsi nel chiostro, dove resta finché a diciassette anni apprende di essere un trovatello. Allora diventa cavaliere per cercare i suoi veri genitori, e si ferma nel regno di Sibilla per liberarla dal pretendente che la assedia. Diventa suo marito, e un giorno Sibilla scopre che ha sposato suo figlio: glielo rivela ed entrambi decidono di far penitenza per il resto della vita. Gregorio si fa incatenare da un pescatore su uno scoglio, dove resta per diciassette anni.
Quando a Roma non si riesce ad eleggere un nuovo papa, due pii e illustri cittadini sognano contemporaneamente che è destinato a salire al soglio di San Pietro l'uomo che vive in penitenza su un certo scoglio, e vanno a cercarlo. Quando arrivano dal pescatore, questi prepara loro un pesce che ha appena pescato nella cui pancia trova la chiave del catenaccio col quale ha serrato le catene di Gregorio, che ha perduto le catene per la sua incredibile magrezza. Gregorio viene condotto a Roma e diventa papa.
La madre Sibilla si reca a Roma per implorare il perdono papale, e durante il loro colloquio madre e figlio si riconoscono. Sibilla entra in un convento di suore a Roma e Gregorio prosegue nel suo papato con l'approvazione di tutti. (http://it.wikipedia.org/wiki/L'eletto#Trama; consultato il 17 ottobre 2011).
Il romanzo rappresenta una riflessione sulla condizione tragica dell'essere umano, e sul rapporto fra responsabilità e colpa, centrale nel lavoro psicoanalitico. Come ha ricordato Paul Ricoeur, l'uomo in Freud scopre anzitutto di essere accusato ingiustamente
Potrebbe aver influito sulla scelta del tema il rapporto di Thomas Mann con Freud, che non analizzò l'etica rivoluzionaria e utopica implicita nell'Edipo a Colono. La leggenda edipica di Gregorio Papa mette in scena in tante versioni un caleidoscopio di possibile superamento della colpa e dell'angoscia di colpa della condizione incestuosa, grazie all'appello rivolto a una legge giusta, come quella di Teseo ad Atene nella trilogia di Sofocle, e quella cristiana nel caso di Edipo/Papa.

Paul Ricoeur

[Piú che nell'interpretazione di fenomeni culturali, il contributo della psicoanalisi consiste forse nell'] atteggiamento etico connesso con la psicanalisi in quanto metodo d'indagine, tecnica terapeutica e teoria fondamentale. [In prima battuta appare riduttivo di tutti i 'valori':] La spiegazione economica del fenomeno culturale induce la psicanalisi a smascherare le falsificazioni del desiderio che riguardano la vita 'superiore' dell'uomo. La forza della psicanalisi è quella del 'sospetto', non quella della giustificazione, della legittimazione, ancor meno quella della prescrizione. [Un po' come in Genealogia della morale di Nietzsche] l'esplorazione degli arcaismi della coscienza morale rivela che l'uomo è anzitutto accusato a torto. Per questo è vano chiedere alla psicanalisi un'etica senza prima aver mutato la posizione della coscienza morale nei riguardi di se stessa.




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IMMAGINI Cod. Manesse, sec. XIV.[?]
Fonte: http://kidslink.bo.cnr.it/irrsaeer/bestiario/beslat/manes1.html; ultimo accesso: 27 settembre 2022.
Michael Pacher, S. Agostino e il diavolo (1471-1475); Alte Pinakotech, Monaco di Baviera. http://3.bp.blogspot.com/-VKwGG8ri-2o/Tn-KR4DvKXI/AAAAAAAAA7I/ylZ3jqI_XoU/s1600/diavolo+michael+pacher.jpg; ultimo accesso: 7 marzo 2013.
http://it.wikipedia.org/wiki/File:Michael_Pacher_004.jpg; ultimo accesso: 7 marzo 2013.
Gregorio I Magno, nato a Roma nel 540, papa dal 590 al 604. http://www.treccani.it/enciclopedia/gregorio-i-papa-detto-magno-santo/; ultimo accesso: 7 marzo 2013.
San Gregorio Magno e il diacono Pietro, che mentre gli porta stilo e tavoletta di cera vede la colomba dello Spirito Santo sulla sua spalla. Miniatura dal "Registrum Graegorii", 983 Treviri, Stadtbiblithek http://ilpalazzodisichelgaita.files.wordpress.com/2012/0/registrum_
gregorii_san_gregorio_magno_ispirato_dalla_colomba_983_miniatura_treviri_
stadtbiblithek_198x27_cm.jpg
; ultimo accesso: 7 marzo 2013.
Gregorio VII, nato a Sovana fra il 1013 e il 1024, papa dal 1073 al 1085. http://www.treccani.it/enciclopedia/gregorio-vii-papa-santo/; ultimo accesso: 7 marzo 2013.
San Gregorio VII, pagina miniata.
Anche Gregorio VII viene raffigurato con la colomba dello Spirito Santo che gli parla all'orecchio.
http://www.controappuntoblog.org/wp-content/uploads/2013/12/437px-Pope_gregory_vii_illustration.jpg; ultimo accesso 27 settembre 2022





© Adalinda Gasparini
online dal 10 gennaio 2011
ultima revisione 17 febbraio 2024