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L'OMO
SELVATICO
Regnavano
un tempo nel prosperoso reame di Serradifalco un
re potente e una
bella regina che avevano un solo figlio, il
giovane principe Guerrino.
Il re amava molto la caccia, nella quale eccelleva
per forza e
abilità,
e un giorno che si trovava a una battuta con i
suoi baroni e cavalieri
vide uscire da una fitto bosco un uomo selvatico
grande e grosso,
brutto
e mostruoso, che mostrava una forza
straordinaria, e
tutti rimasero a guardarlo pieni di
meraviglia. Il re
chiamò
accanto a sé i suoi due migliori cavalieri
e dopo un lungo
combattimento
riuscì a catturarlo, lo legò e lo
portò a palazzo,
dove lo chiuse a chiave in una stanza sicura,
ordinando che non gli
facessero
mancare nulla.
Siccome
il re teneva all'uomo selvatico più che a
ogni altra cosa, diede
le chiavi della sua prigione alla regina
perché le custodisse, e
non passava giorno senza che andasse a guardarlo
con grande piacere.
Dopo
poco tempo il re ebbe di nuovo voglia di andare a
caccia, e
quando
tutto fu pronto partì con i suoi baroni e
cavalieri, non senza
aver
raccomandato alla regina quelle chiavi.
Mentre
il re era a caccia Guerrino sentì un gran
desiderio di vedere
l'uomo
selvatico, e ci andò da solo con un arco e
una freccia d'oro che
amava molto. Accanto alla grata della prigione
vide il mostro, e
tenendo
fra le mani la freccia finemente lavorata si mise
a ragionare con lui
come
con un compagno. L'uomo selvatico
parlando lo carezzava e
gli
faceva tanti complimenti, ma d'un tratto con
una mossa improvvisa
gli prese la freccia d'oro. Guerrino si mise a
piangere a dirotto e fra
le lacrime chiedeva all'uomo selvatico che gli
rendesse la sua freccia,
finché a un certo punto lui disse:
"Se mi vuoi aprire e
rendere
la libertà ti renderò la tua
freccia, altrimenti non
la
riavrai mai più". Il fanciullo allora gli
rispose: "Ma come
posso
aprirti e liberarti, se non so come fare?"; e il
mostro: "Se tu
volessi
davvero sciogliermi e farmi uscire da questa
stretta prigione, io ti
insegnerei
subito il modo di farlo". "Ma come?", disse
Guerrino, "dimmi in
che
modo!", e l'uomo selvatico gli insegnò:
"Va' dalla regina tua
madre,
e se la troverai addormentata guarda
attentamente sotto il
guanciale
sul quale posa il capo, e piano piano,
perché non ti
senta,
rubale le chiavi della prigione, portale qui e
aprimi: appena mi avrai
aperto ti restituirò la freccia, e forse un
giorno potrò
ricompensarti ancora per la libertà che mi
rendi".
Guerrino,
tutto desideroso della sua freccia d'oro, non
stette tanto a pensarci,
corse dalla madre che riposava tranquilla, le
tolse piano piano le
chiavi,
e con quelle tornò dall'uomo selvatico,
dicendogli: "Ecco le
chiavi.
Se io ti libero di qui, va' tanto lontano
che di te non si senta
più nemmeno l'odore, perché se mio
padre, che è
gran
maestro di cacce, ti riprendesse, facilmente ti
farebbe uccidere". "Non
dubitare, bambino mio," disse l'uomo
selvatico, "appena mi avrai
aperto la prigione e sarò libero ti
darò la freccia
d'oro,
e andrò tanto lontano che né tuo
padre né chiunque
altro mi troverà più". Guerrino
impegnandosi con tutte le
sue forze riuscì ad aprire la prigione, e
l'uomo selvatico, dopo
avergli reso la freccia e averlo ringraziato, se
ne andò.
Bisogna
sapere che l'uomo selvatico era stato un giovane
bellissimo, che non
era
riuscito a conquistare la fanciulla che amava, e
per la disperazione
del
suo cuore era fuggito lontano da tutti ed era
andato a
vivere
nei boschi tra gli animali selvaggi, nutrendosi di
erbe e dissetandosi
alle fonti insieme alle belve. Così
dopo un po' di tempo
il
pelo del povero giovane era aumentato e si era
fatto ispido, la pelle
gli
si era indurita, mentre la barba folta era
cresciuta moltissimo e
come
i peli e i capelli era diventata verde come l'erba
che mangiava,
dandogli
l'aspetto di un mostro.
Intanto
la regina svegliandosi mise le mani sotto il
guanciale per prendere le
chiavi che teneva sempre con sé, e non
trovandole non capiva
cosa
fosse successo, rivoltò le lenzuola, le
coperte, i materassi, ma
inutilmente, poi correndo come impazzita alla
prigione trovò la
porta spalancata e non vide più l'uomo
selvatico. Si
sentì
morire dal dolore, e correva per il palazzo da una
stanza all'altra,
domandando
a tutti quelli che incontrava chi era stato quel
temerario incosciente
che aveva osato prendere le chiavi della prigione
a sua insaputa. E
quando
Guerrino incontrò sua madre e la vide
così infuriata,
disse:
"Madre mia, non dare a nessuno la colpa per
l'apertura della prigione,
se c'è qualcuno che deve essere punito,
quello sono io,
perché
io da solo l'ho aperta". La regina allora si
addolorò
ancora
di più, temendo che il re quando tornava
dalla caccia sarebbe
andato
in collera al punto di uccidere Guerrino,
perché le aveva
raccomandato
quelle chiavi come dandole in custodia il suo
cuore. Così
la regina, credendo di evitare un guaio, ne
combinò uno molto
più
grande, perché senza aspettare neanche un
momento chiamò
due servitori fedelissimi, affidò loro suo
figlio e dopo averli
forniti di molte pietre preziose, gioielli, denari
e cavalli bellissimi
li fece partire, pregandoli di aver sempre
cura del principe
Guerrino.
Dopo
poco tornò il re dalla caccia, appena fu a
palazzo andò
alla
prigione dell'uomo selvatico, vide la porta
aperta e capì
che era fuggito, e subito fu preso da una collera
terribile e decise di
uccidere chi lo aveva fatto scappare. Andò
dalla regina che
era
seduta tutta triste nella sua camera, e le
domandò chi era stato
così sfacciato, arrogante e temerario da
aprire la prigione e
far
fuggire il mostro. La regina con un filo di voce
tremante gli rispose:
"Calmati, mio signore, nostro figlio mi ha
confessato di essere stato
lui",
poi gli raccontò tutto quello che aveva
fatto Guerrino, e il re
si arrabbiò molto. Allora la regina
continuò dicendo che
per paura che lo uccidesse lo aveva fatto partire
per terre lontane
accompagnato
da due servitori fidati, ben forniti di
gioielli e denari per le
necessità del viaggio. Al povero re queste
parole raddoppiarono
il dolore, e per poco non cadde a terra e non
impazzì per la
disperazione,
se non lo avessero fermato i suoi baroni e
cavalieri in quel momento
avrebbe
ucciso la regina. Quando scese la sua collera e
ritornò in
sé
il re disse: "Signora, come hai potuto mandare in
paesi sconosciuti il
nostro unico figlio? Credevi forse che tenessi
più a un uomo
selvatico
che al sangue del mio sangue?", e senza aspettare
risposta diede ordine
ai suoi soldati che si schierassero in quattro
drappelli e muovessero
alla
ricerca del principe verso tutti i punti
cardinali. Ma fu inutile,
perché
Guerrino viaggiava in incognita con i suoi servi e
nessuno poteva
riconoscerlo.
Così
cavalcando coi suoi servitori, passando per valli,
monti e fiumi,
fermandosi
un po' in un posto e un po' in un altro, Guerrino
arrivò
all'età
di sedici anni, ed era diventato bello come
una rosa di maggio.
In
quel tempo i suoi servitori ebbero un'idea
diabolica: uccidere
Guerrino
e dividersi tutte le sue ricchezze. Ma non
poterono attuare il
loro
piano, perché proprio allora passava di
là un bellissimo
giovane a cavallo di un superbo destriero bardato
con finimenti
preziosi,
e chinato il capo con cortesia salutò
Guerrino dicendo: "Gentile
cavaliere, se non ti fa dispiacere, vorrei
cavalcare insieme a te".
Guerrino
gli rispose: "Sei così gentile che non si
può rifiutare
la
tua compagnia, ti ringrazio, e anzi sono io a
chiederti il grande
favore
di cavalcare con noi. Siamo forestieri, non
conosciamo le strade,
e tu cortesemente ce le potrai insegnare, poi
lungo la via potremo
raccontarci
le nostre storie, e il cammino ci sembrerà
meno lungo".
Bisogna
sapere che questo cavaliere era l'uomo selvatico
che Guerrino aveva
liberato
dalla prigione di suo padre. Dopo aver errato a
lungo per boschi e
luoghi
strani, un giorno per caso aveva incontrato
una fata bellissima,
che soffriva di una malattia mortale. Avendolo
visto così
deforme
e osservando la sua bruttezza, la fata aveva riso
di lui così
fragorosamente
che gli era scoppiato quell'ascesso vicino al
cuore che stava per
ucciderla. Così la bella fata trovandosi
sana e salva gli era
stata
grata e gli aveva detto: 'Uomo tanto deforme
e sozzo, mi hai reso
tu la vita che temevo di perdere, va', io voglio
che tu diventi il
più
bello, il più gentile, il più saggio
e il più
affascinante
giovane che si possa trovare, e voglio
anche farti
partecipe
della mia virtù e della mia potenza magica,
perché tu
possa
fare e disfare in un batter d'occhio ogni cosa
secondo il tuo
desiderio".
E infine, facendolo montare su un superbo
destriero fatato, gli aveva
detto
che poteva andare ovunque desiderasse.
Cavalcando
insieme, dopo un po' di tempo Guerrino e il
giovane cavaliere giunsero
alla potente città di Assoro, nella quale
viveva un re che aveva
due figlie, Fedora e Miranda, tanto belle e piene
di grazia che tutti
si
incantavano a guardarle.
Appena
giunti ad Assoro, Guerrino col cavaliere
sconosciuto e i due servitori
presero alloggio nel miglior ostello della
città; il
cavaliere
disse che voleva partire per visitare altri reami
e salutò
Guerrino
ringraziandolo della compagnia, ma il principe
ormai lo amava molto, e
non volendo che partisse lo pregò con tanta
dolcezza che lo
convinse
a restare.
In
quel tempo il reame di Assoro era infestato da due
belve: un cavallo e
una cavalla selvatici, tanto feroci che non solo
distruggevano tutti i
raccolti dei campi, ma uccidevano gli animali
domestici e anche gli
esseri
umani. I terribili cavalli avevano sparso il
terrore fra la
popolazione,
che preferiva partire lasciando le case e le terre
del reame di
Assoro.
Non c'era nessuno che avesse la forza e il
coraggio di affrontarli e di
ucciderli, così il re vedeva il suo reame
devastato e
abbandonato,
ma non sapeva come trovare un rimedio, e si
disperava maledicendo
la sua sfortuna.
I
due servi, che non avevano potuto attuare il loro
piano malvagio lungo
la via per l'arrivo del cavaliere sconosciuto,
volevano
impossessarsi
dei gioielli e dei denari di Guerrino, ma
avevano paura di essere
scoperti, così cercando un modo per farlo
morire pensarono di
dire
all'oste che Guerrino era un prode e valente
cavaliere, che tante volte
si era vantato di sapere come fare a uccidere il
cavallo selvatico
senza
pericolo. "L'oste andrà a riferirlo al re,"
dissero, "e il re di
Assoro non vuole altro che la morte dei due
animali selvatici e il
benessere
del suo reame, così farà
chiamare Guerrino e gli
chiederà
come intende fare, lui non saprà
rispondere, sarà
condannato
a morte, e noi resteremo padroni delle sue
ricchezze".
Appena
l'oste li sentì parlare del coraggio di
Guerrino ne fu felice,
corse
dal suo re e dopo essersi inchinato gli
disse: "Maestà,
sappi
che nel mio ostello c'è un cavaliere
errante molto bello che si
chiama Guerrino, e parlando con i suoi servitori
ho saputo che il loro
signore è prode, coraggioso e tanto valente
con le armi in pugno
che nessuno ha mai potuto batterlo, e questo
Guerrino si è
più
volte vantato che con la sua forza e la sua
potenza può
domare
il cavallo selvatico che devasta il tuo reame".
Sentendo queste parole
il re volle vedere Guerrino, e l'oste,
servendolo fedelmente,
andò
subito a dirgli di andare dal re, perché
voleva parlare con lui.
Guerrino
allora si presentò al re, e inchinandosi
gli chiese per
quale
ragione lo aveva chiamato. Il re gli disse:
"Guerrino, il motivo che mi
ha spinto a farti venire qui è che io ho
saputo che sei un
valoroso
cavaliere, non ce n'è un'altro come te in
tutto il mondo, e che
molte volte hai detto di avere tanta forza che
senza danno per te o per
altri sapresti catturare il cavallo che devasta
miseramente il mio
reame.
Se il cuore ti basta per provarti in un'impresa
gloriosa come questa e
tornare vincitore, io ti prometto sulla mia testa
di farti un tale dono
che sarai felice per il resto della tua vita".
Guerrino, sentendo la
formidabile
proposta del re, rimase molto meravigliato, e
negò di aver mai
detto
le parole che gli erano state attribuite. Il
re allora si
rannuvolò,
e molto arrabbiato disse: "Voglio, Guerrino, che
tu tenti questa
impresa,
e sappi che se non obbedisci alla mia
volontà ti
condannerò
a morte".
Lasciato
il re, Guerrino tornò all'ostello
addolorato, e non osava dire
la
pena che gli stringeva il cuore, ma il cavaliere
sconosciuto, vedendolo
contrariamente al solito pieno di
malinconia, gli chiese
dolcemente
per quale ragione era avvilito e mesto. E lui,
volendogli bene come a
un
fratello, non potè far a meno di
rispondergli, e raccontò
tutto quello che gli era capitato col re.
Allora il giovane
sconosciuto
gli disse: "Sta di buon animo e non dubitare,
perché io ti
insegnerò
come fare e non morirai, tu sarai anzi vincitore e
il re
avrà
quello che chiede. Ora tornerai dal re, gli
chiederai che faccia
venire un valente maestro maniscalco, al quale
ordinerai quattro grandi
ferri da cavallo, che siano massicci e
tutt'intorno due
dita
abbondanti più grandi dei ferri normali,
che siano ben
crestati
e che dietro abbiano due ramponi lunghi come un
grande dito, appuntiti
e taglienti. Appena li avrà finiti, farai
ferrare con quelli il
mio cavallo, che è fatato, e non dubitare
di nulla".
Guerrino,
tornato dal re, fece come gli aveva detto il suo
compagno, e il re,
chiamato
un ottimo maniscalco, gli ordinò di
mettersi ai comandi di
Guerrino.
Il maestro andò nella sua bottega con lui,
ma quando
sentì
cosa voleva rifiutò di farlo perché
erano ferri che non
si
erano mai visti, e lo prese in giro come se fosse
matto. Guerrino
allora
andò a lamentarsene dal re, che
richiamò il
maniscalco
e gli ordinò nuovamente di
obbedirgli, altrimenti avrebbe
mandato lui a domare il cavallo selvatico.
Così
il maestro di cavalli forgiò subito i
quattro ferri e li
mise
agli zoccoli del destriero fatato. Quando il
cavallo fu ferrato e
bardato
come si deve, il giovane sconosciuto disse a
Guerrino: "Monta sul
mio cavallo, e va' sicuro; quando sentirai
il nitrito del cavallo
selvatico, smonta dal tuo
destriero, togli sella e
briglie
e lascialo libero, poi sali su un albero alto e
aspetta che si compia
l'impresa":
Guerrino, ben istruito dal suo amato compagno su
ciò che doveva
fare, lo salutò e partì contento.
Per
tutta la città di Assoro si era già
sparsa la fama
gloriosa
di un giovane bello e pieno di grazia che tentava
l'impresa di
catturare
il cavallo selvatico per portarlo al re,
così tutti si
affacciavano
alle finestre per guardarlo mentre passava, e
vedendolo così
nobile,
giovane e bello, ne avevano pietà e
dicevano: "Oh,
povero
giovane, come cavalca spensierato verso la sua
fine! certo
è
un gran peccato che sia destinato a morire
miseramente!", e non
riuscivano
a trattenere lacrime di commozione. Ma
Guerrino, intrepido e
fiero,
cavalcando allegramente giunse nel posto in cui
stava il cavallo
selvatico
e sentendolo nitrire scese dal suo cavallo, gli
tolse briglie e sella,
e dopo averlo lasciato libero si arrampicò
su una grande quercia
e attese il terribile combattimento. Era
appena salito
sull'albero
che arrivò il cavallo selvatico e
affrontò il destriero
fatato,
così cominciarono il duello più
feroce e sanguinario che
si sia visto al mondo. Sembravano due leoni
scatenati, schiumavano
dalla
bocca come irsuti cinghiali cacciati da cani
rabbiosi, e dopo un
combattimento
in cui avevano mostrato pari valore, il
destriero fatato
tirò
due calci al cavallo selvatico, lo colpì
con lo zoccolo crestato
alla mascella e gliela ruppe, facendogli
perdere il vigore per
attaccare
e per difendersi. Guerrino vide, e tutto contento
scese dalla quercia,
prese un capestro che aveva con sé, lo
legò e lo condusse
nella città di Assoro tra la gioia della
folla acclamante,
portandolo
al re come aveva promesso.
Il
re decretò festa e trionfo in tutta la
città, ma ai due
servitori
aumentò la rabbia, perché non
avevano raggiunto il
loro scopo malvagio, e così fecero arrivare
al re la notizia che
Guerrino avrebbe agevolmente ucciso anche la
cavalla, se ne avesse
avuto
voglia. Allora il re di Assoro fece come aveva
fatto per il
cavallo,
e siccome Guerrino rifiutava di tentare questa
impresa, davvero
pericolosa,
minacciò di farlo appendere per un piede,
come ribelle della
corona.
Tornato al suo ostello Guerrino raccontò
tutto al suo compagno,
che sorridendo disse: "Fratello, non aver
paura, ma va', trova il
maniscalco e ordinagli altri quattro ferri grossi
come i primi, con i
ramponi
ben affilati e taglienti; farai tutto come hai
fatto col cavallo, e ne
avrai gloria ancora più della prima volta".
Dopo
aver ordinato e ottenuto i quattro ferri
appuntiti, Guerrino fece
ferrare
il forte cavallo fatato e partì per la
grande impresa.
Giunto
nel posto in cui stava la cavalla selvatica,
dopo averla sentita
nitrire Guerrino smontò dal suo destriero,
gli tolse briglie e
sella
e lo lasciò libero, poi come la prima
volta salì su
un albero. Subito vide arrivare la cavalla
selvatica che
attaccò
il destriero con un morso terribile: il cavallo
fatato a mala pena
riuscì
a scampare da questa ferocia, ma si riprese e con
tutto il suo vigore
tirò
alla cavalla un calcio così forte che con
uno dei ramponi le
ruppe
la gamba destra. Subito Guerrino scese
dall'albero, la prese e la
legò
ben stretta, poi salì sul cavallo
fatato, andò a
palazzo
tra ali di folla festante e la portò al re.
Tutti andavano a
vedere
i feroci cavalli selvatici, ed erano felici
perché il paese era
finalmente libero.
Guerrino
era già tornato all'ostello, ed essendo
stanco si era messo a
riposare,
ma un rumore confuso non lo faceva dormire,
così si
alzò
da letto e sentì che c'era qualcosa di
strano che batteva in un
vaso di miele. Allora, aperto il vaso, Guerrino
vide un calabrone che
sbatteva
le ali e non poteva volare: sentendo
compassione prese
quell'animalino
e lo mise in libertà.
Intanto
il re che non aveva ancora ricompensato
Guerrino per il
doppio
trionfo, pensando che era giusto provvedere subito
lo mandò a
chiamare,
e gli disse: "Guerrino, vedi bene che per merito
tuo il mio regno
è
liberato dai cavalli selvatici, e per queste
imprese che hai compiuto
per
me intendo ricompensarti. Non trovando altro
dono che sia
abbastanza
grande per te, ho deciso di darti la principessa
Fedora in isposa. Ma
sappi
che ho due figlie: Fedora porta intrecciati
con grazia i capelli
che brillano come l'oro, l'altra si chiama Miranda
e la sua chioma
splende
come finissimo argento. Se tu riuscirai a
indovinare qual è tra
loro Fedora dalle trecce d'oro, l'avrai in isposa
con una ricchissima
dote,
se sbaglierai ti farò tagliare la testa".
Guerrino,
sentendo come il re lo ricompensava ferocemente,
rimase stupefatto, e
gli
disse: "Maestà, è questo il
guiderdone per le
fatiche
che ho sostenuto? Questo è il premio per il
mio sudore? Mi fai
questo
gran dono perché ho liberato il tuo reame,
che era devastato e
quasi
deserto? Ahimè, non meritavo questo,
né questo si addice
a un re potente come te. Ma siccome così ti
piace, e io sono
nelle
tue mani, fa' quel che più ti aggrada".
"Basta," disse il re,
"puoi
andare, ti do tempo fino al tramonto di
domani per trovare la
soluzione".
Disperato
Guerrino andò dal suo compagno e
raccontò cosa gli aveva
detto il re. Il cavaliere sconosciuto, senza
dar troppo peso a
quello
che era successo, disse: "Guerrino, sta contento e
non dubitare, che io
ti aiuterò a trovare la soluzione. Ricordi
che hai liberato un
calabrone
che era rimasto invischiato nel miele e lo hai
fatto volare? E' grazie
a lui che vincerai questa prova, perché
domani andrà a
palazzo
e per tre volte volerà sussurrando intorno
al viso della
principessa
dai capelli d'oro, e lei con la candida mano
lo scaccerà.
Vedendo per tre volte questo gesto tu capirai qual
è la tua
sposa".
"Oh!" disse Guerrino al suo compagno, "quando
verrà il giorno in
cui potrò ricambiare il bene che mi hai
fatto? Anche se vivessi
mille anni, non potrei ricompensarti nemmeno
in minima
parte.
Che tu riceva tutto il bene che meriti dal
grande Benefattore!".
Allora il cavaliere sconosciuto rispose:
"Guerrino, fratello mio,
tu non hai bisogno di ricompensarmi per quello che
ho fatto. E' tempo
che
ti sveli chi sono. Tu mi hai salvato dalla morte,
e anch'io ho
voluto
fare qualcosa per te: sappi che sono
io l'uomo selvatico
che
liberasti con amore dalla prigione di tuo padre, e
il mio nome è
Rubino". E gli raccontò come la fata alla
quale aveva salvato la
vita lo aveva reso bellissimo e dotato di poteri
magici, regalandogli
anche
il destriero fatato col quale Guerrino aveva
catturato i cavalli
selvatici.
Il
principe rimase stupefatto e senza dire una
parola, col cuore colmo di
dolcezza, lo abbracciò e lo baciò
teneramente, proprio
come
un fratello. Poi, siccome stava per finire il
tempo concesso per la
prova,
se ne andarono insieme a palazzo, e il re
diede ordine che le sue
amate figlie velate di veli bianchissimi venissero
alla presenza di
Guerrino.
Era
impossibile distinguere le principesse una
dall'altra, ma il re chiese:
"Quale di loro, Guerrino, è la sposa
che ti ho
destinato?".
Il principe restava in silenzio riflettendo fra
sé e sé e
non rispondeva nulla, mentre il re, curioso di
vedere come andava a
finire,
lo tormentava, dicendogli che il tempo fuggiva e
che doveva decidersi.
Ma Guerrino rispose: "Maestà, se è
vero che il tempo
fugge,
è altrettanto vero che il tempo che mi hai
concesso
non è ancora finito, perché il sole
non è ancora
tramontato".
Siccome era vero, il re e tutti gli altri
aspettarono ancora,
quand'ecco
giunse il calabrone, che sussurrando descrisse un
cerchio intorno al
viso
di Fedora. E lei, un po' spaventata, con la mano
candida cercava di
mandarlo
via, e quando
ebbe
fatto questo gesto tre volte il calabrone se ne
andò. Mentre
Guerrino
non si sentiva tanto sicuro, pur fidandosi delle
parole del suo
caro
compagno Rubino, tramontò il sole, e il re
disse: "Forza
Guerrino,
che fai? ormai il tuo tempo è finito: devi
deciderti". Guerrino,
dopo aver guardato con attenzione ora l'una, ora
l'altra principessa,
pose
la mano sopra il capo di quella che gli aveva
indicato il calabrone e
disse:
"Maestà, la vostra figlia dalle chiome
d'oro è questa".
Fedora
si tolse i veli e fece vedere che davvero aveva i
capelli biondi come
l'oro.
Allora
il re, tra la gioia della corte e la
felicità di tutto il
popolo, benedisse le loro nozze, poi avendo
conosciuto Rubino diede in
isposa a lui Miranda dai capelli splendenti
come l'argento.
Guerrino
allora rivelò che era figlio del re di
Serradifalco, e il re di
Assoro fu ancora più felice. Mandò
messaggeri alla corte
di Serradifalco per annunciare le nozze, e quando
i genitori di
Guerrino
giunsero ad Assoro la loro gioia fu indicibile,
perché
ritrovavano
il figlio che credevano perduto e non si
saziavano di
abbracciarlo
e baciarlo. Furono celebrate nozze sontuose, con
festeggiamenti che
durarono
giorni e giorni, poi Guerrino tornò con la
sua sposa nel reame
di
Serradifalco, mentre Rubino e Miranda
restarono eredi al trono di
Assoro. E quando fu il momento le due coppie
salirono al trono e
regnarono
a lungo felici, in pace e prosperità,
lasciando dopo di loro
molti
bellissimi discendenti, maschi e femmine.
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