HOME PAGE
PUBBLICAZIONI
INCONTRI BIBLIOSITOGRAFIA SCUOLA
CV
E-MAIL
ADALINDA GASPARINI              PSICOANALISI E FAVOLE

L'UOMO SELVATICO L'UOMO SELVATICO THE SAVAGE MAN
ITALIANO - 1996
ITALIANO VENETO LETTERARIO -1551-1553 INGLESE - 1894
Regnavano un tempo nel prosperoso reame di Serradifalco un re  potente e una bella regina che avevano un solo figlio, il giovane principe Guerrino. Il re amava molto la caccia, nella quale eccelleva per forza e abilità, e un giorno che si trovava a una battuta con i suoi baroni e cavalieri vide uscire da una fitto bosco un uomo selvatico grande e grosso, brutto e mostruoso, che mostrava una  forza  straordinaria,  e tutti rimasero a guardarlo pieni di meraviglia.  Il re chiamò accanto a sé i suoi due migliori cavalieri e dopo un lungo combattimento riuscì a catturarlo, lo legò e lo portò a palazzo, dove lo chiuse a chiave in una stanza sicura, ordinando che non gli facessero mancare nulla.
Siccome il re teneva all'uomo selvatico più che a ogni altra cosa, diede le chiavi della sua prigione alla regina perché le custodisse, e non passava giorno senza che andasse a guardarlo con grande piacere. Dopo poco tempo il re ebbe di nuovo voglia di andare a caccia,  e quando tutto fu pronto partì con i suoi baroni e cavalieri, non senza aver raccomandato alla regina  quelle chiavi.
Mentre il re era a caccia Guerrino sentì un gran desiderio di vedere l'uomo selvatico, e ci andò da solo con un arco e una freccia d'oro che amava molto. Accanto alla grata della prigione vide il mostro, e tenendo fra le mani la freccia finemente lavorata si mise a ragionare con lui come con un compagno.   L'uomo selvatico parlando lo carezzava e gli faceva  tanti complimenti, ma d'un tratto con una mossa improvvisa gli prese la freccia d'oro. Guerrino si mise a piangere a dirotto e fra le lacrime chiedeva all'uomo selvatico che gli rendesse la sua freccia, finché a un certo punto lui  disse: "Se mi vuoi aprire e rendere la libertà ti renderò la tua freccia, altrimenti non la  riavrai mai più". Il fanciullo allora gli rispose: "Ma come posso  aprirti e liberarti, se non so come fare?"; e il mostro: "Se tu  volessi davvero sciogliermi e farmi uscire da questa stretta prigione, io ti insegnerei subito il modo di farlo". "Ma come?",  disse Guerrino, "dimmi in che modo!", e l'uomo selvatico gli insegnò: "Va' dalla regina tua madre, e se  la troverai addormentata guarda attentamente sotto il guanciale sul quale posa il  capo, e piano piano, perché non ti senta, rubale le chiavi della prigione, portale qui e aprimi: appena mi avrai aperto ti restituirò la freccia, e forse un giorno potrò ricompensarti ancora per la libertà che mi rendi".
Guerrino, tutto desideroso della sua freccia d'oro, non stette tanto a pensarci, corse dalla madre che riposava tranquilla, le tolse piano piano le chiavi, e con quelle tornò dall'uomo selvatico, dicendogli: "Ecco le chiavi. Se io ti libero di qui, va'  tanto lontano che di te non si senta più nemmeno l'odore, perché se mio padre, che è gran maestro di cacce, ti riprendesse, facilmente ti farebbe uccidere". "Non dubitare, bambino mio," disse  l'uomo selvatico, "appena mi avrai aperto la prigione e sarò libero ti darò la freccia d'oro, e andrò tanto lontano che né tuo padre né chiunque altro mi troverà più". Guerrino impegnandosi con tutte le sue forze riuscì ad aprire la prigione, e l'uomo selvatico, dopo avergli reso la freccia e averlo ringraziato, se ne andò.
Bisogna sapere che l'uomo selvatico era stato un giovane bellissimo, che non era riuscito a conquistare la fanciulla che amava, e per la disperazione del suo cuore era fuggito lontano da tutti ed era andato a vivere nei boschi tra gli animali selvaggi, nutrendosi di erbe e dissetandosi alle fonti insieme alle  belve. Così dopo un po' di tempo il pelo del povero giovane era aumentato e si era fatto ispido, la pelle gli si era indurita, mentre la barba folta era cresciuta moltissimo e come  i peli e i capelli era diventata verde come l'erba che mangiava, dandogli l'aspetto di un mostro.
Intanto la regina svegliandosi mise le mani sotto il guanciale per prendere le chiavi che teneva sempre con sé, e non trovandole non capiva cosa fosse successo, rivoltò le lenzuola, le coperte, i materassi, ma inutilmente, poi correndo come impazzita alla prigione trovò la porta spalancata e non vide più l'uomo selvatico. Si sentì morire dal dolore, e correva per il palazzo da una stanza all'altra, domandando a tutti quelli che incontrava chi era stato quel temerario incosciente che aveva osato prendere le chiavi della prigione a sua insaputa. E quando Guerrino incontrò sua madre e la vide così infuriata, disse: "Madre mia, non dare a nessuno la colpa per l'apertura della prigione, se c'è qualcuno che deve essere punito, quello sono io, perché io da solo l'ho  aperta". La regina allora si addolorò ancora di più, temendo che il re quando tornava dalla caccia sarebbe andato in collera al punto di uccidere Guerrino, perché le aveva raccomandato quelle chiavi come dandole in custodia il suo cuore.  Così la regina, credendo di evitare un guaio, ne combinò uno molto più grande, perché senza aspettare neanche un momento chiamò due servitori fedelissimi, affidò loro suo figlio e dopo averli forniti di molte pietre preziose, gioielli, denari e cavalli bellissimi li fece  partire, pregandoli di aver sempre cura del principe Guerrino.
Dopo poco tornò il re dalla caccia, appena fu a palazzo andò alla prigione dell'uomo selvatico,  vide la porta aperta e capì che era fuggito, e subito fu preso da una collera terribile e decise di uccidere chi lo aveva fatto scappare. Andò dalla regina che era  seduta tutta triste nella sua camera, e le domandò chi era stato così sfacciato, arrogante e temerario da aprire la prigione e far fuggire il mostro. La regina con un filo di voce tremante gli rispose: "Calmati, mio signore, nostro figlio mi ha confessato di essere stato lui", poi gli raccontò tutto quello che aveva fatto Guerrino, e il re si arrabbiò molto. Allora la regina continuò dicendo che per paura che lo uccidesse lo aveva fatto partire per terre lontane accompagnato da due servitori fidati,  ben forniti di gioielli e denari per le necessità del viaggio. Al povero re queste parole raddoppiarono il dolore, e per poco non cadde a terra e non impazzì per la disperazione, se non lo avessero fermato i suoi baroni e cavalieri in quel momento avrebbe ucciso la regina. Quando scese la sua collera e ritornò in sé il re disse: "Signora, come hai potuto mandare in paesi sconosciuti il nostro unico figlio? Credevi forse che tenessi più a un uomo selvatico che al sangue del mio sangue?", e senza aspettare risposta diede ordine ai suoi soldati che si schierassero in quattro drappelli e muovessero alla ricerca del principe verso tutti i punti cardinali. Ma fu inutile, perché Guerrino viaggiava in incognita con i suoi servi e nessuno poteva riconoscerlo.
Così cavalcando coi suoi servitori, passando per valli, monti e fiumi, fermandosi un po' in un posto e un po' in un altro, Guerrino arrivò all'età di sedici anni, ed era diventato  bello come una rosa di maggio. In quel tempo i suoi servitori ebbero un'idea  diabolica: uccidere Guerrino e dividersi tutte le sue ricchezze.  Ma non poterono attuare il loro piano, perché proprio allora passava di là un bellissimo giovane a cavallo di un superbo destriero bardato con finimenti preziosi, e chinato il capo con cortesia salutò Guerrino dicendo: "Gentile cavaliere, se non ti fa dispiacere, vorrei cavalcare insieme a te". Guerrino gli rispose: "Sei così gentile che non si può rifiutare la tua compagnia, ti ringrazio, e anzi sono io a chiederti il grande favore di cavalcare con noi. Siamo forestieri, non conosciamo le strade,  e tu cortesemente ce le potrai insegnare, poi lungo la via potremo raccontarci le nostre storie, e il cammino ci sembrerà meno lungo".
Bisogna sapere che questo cavaliere era l'uomo selvatico che Guerrino aveva liberato dalla prigione di suo padre. Dopo aver errato a lungo per boschi e luoghi strani, un giorno per caso  aveva incontrato una fata bellissima, che soffriva di una malattia mortale. Avendolo visto così deforme e osservando la sua bruttezza, la fata aveva riso di lui così fragorosamente  che gli era scoppiato quell'ascesso vicino al cuore  che stava per ucciderla. Così la bella fata trovandosi sana e salva gli era stata grata e gli aveva detto:  'Uomo tanto deforme e sozzo, mi hai reso tu la vita che temevo di perdere, va', io voglio che tu diventi il più bello, il più gentile, il più saggio e il più affascinante giovane che si possa trovare, e  voglio  anche farti partecipe della mia virtù e della mia potenza magica, perché tu possa fare e disfare in un batter d'occhio ogni cosa secondo il  tuo desiderio". E infine, facendolo montare su un superbo destriero fatato, gli aveva detto che poteva andare ovunque desiderasse.
Cavalcando insieme, dopo un po' di tempo Guerrino e il giovane cavaliere giunsero alla potente città di Assoro, nella quale viveva un re che aveva due figlie, Fedora e Miranda, tanto belle e piene di grazia che tutti si incantavano a guardarle.
Appena giunti ad Assoro, Guerrino col cavaliere sconosciuto e i due servitori presero alloggio nel miglior ostello della città;  il cavaliere disse che voleva partire per visitare altri reami e salutò Guerrino ringraziandolo della compagnia, ma il principe ormai lo amava molto, e non volendo che partisse lo pregò con tanta dolcezza che lo convinse a restare.
In quel tempo il reame di Assoro era infestato da due belve: un cavallo e una cavalla selvatici, tanto feroci che non solo distruggevano tutti i raccolti dei campi, ma uccidevano gli animali domestici e anche gli esseri umani. I terribili cavalli avevano sparso il terrore fra la popolazione, che preferiva partire lasciando le case e le terre del reame di Assoro.  Non c'era nessuno che avesse la forza e il coraggio di affrontarli e di ucciderli, così il re vedeva il suo reame devastato e abbandonato,  ma non sapeva come trovare un rimedio, e si  disperava maledicendo la sua sfortuna.
I due servi, che non avevano potuto attuare il loro piano malvagio lungo la via per l'arrivo del cavaliere sconosciuto, volevano  impossessarsi dei gioielli e dei denari di Guerrino,  ma avevano paura di essere scoperti, così cercando un modo per farlo morire pensarono di dire all'oste che Guerrino era un prode e valente cavaliere, che tante volte si era vantato di sapere come fare a uccidere il cavallo selvatico senza pericolo. "L'oste andrà a riferirlo al re," dissero, "e il re di Assoro non vuole altro che la morte dei due animali selvatici e il benessere del suo reame,  così farà chiamare Guerrino e gli chiederà come intende fare,  lui non saprà rispondere, sarà condannato a morte, e noi resteremo padroni delle sue ricchezze".
Appena l'oste li sentì parlare del coraggio di Guerrino ne fu felice, corse dal suo re e dopo essersi inchinato gli disse:  "Maestà, sappi che nel mio ostello c'è un cavaliere errante molto bello che si chiama Guerrino, e parlando con i suoi servitori ho saputo che il loro signore è prode, coraggioso e tanto valente con le armi in pugno che nessuno ha mai potuto batterlo, e questo Guerrino si è più volte vantato che con la sua forza e la sua  potenza può domare il cavallo selvatico che devasta il tuo reame". Sentendo queste parole il re volle vedere Guerrino, e  l'oste, servendolo fedelmente, andò subito a dirgli di andare dal re, perché voleva parlare con lui.
Guerrino allora si presentò al re, e inchinandosi gli chiese  per quale ragione lo aveva chiamato. Il re gli disse: "Guerrino, il motivo che mi ha spinto a farti venire qui è che io ho saputo che sei un valoroso cavaliere, non ce n'è un'altro come te in tutto il mondo, e che molte volte hai detto di avere tanta forza che senza danno per te o per altri sapresti catturare il cavallo che devasta miseramente il mio reame. Se il cuore ti basta per provarti in un'impresa gloriosa come questa e tornare vincitore, io ti prometto sulla mia testa di farti un tale dono che sarai felice per il resto della tua vita". Guerrino, sentendo la formidabile proposta del re, rimase molto meravigliato, e negò di aver mai detto le parole che gli erano state attribuite. Il re  allora si rannuvolò, e molto arrabbiato disse: "Voglio, Guerrino, che tu tenti questa impresa, e sappi che se non obbedisci alla mia volontà ti condannerò a morte".
Lasciato il re, Guerrino tornò all'ostello addolorato, e non osava dire la pena che gli stringeva il cuore, ma il cavaliere sconosciuto, vedendolo contrariamente al solito  pieno di  malinconia, gli chiese dolcemente per quale ragione era avvilito e mesto. E lui, volendogli bene come a un fratello, non potè far a meno di rispondergli, e raccontò tutto quello che gli era capitato col re. Allora  il giovane sconosciuto gli disse: "Sta di buon animo e non dubitare, perché io ti insegnerò come fare e non morirai, tu sarai anzi vincitore e il re avrà  quello che chiede. Ora tornerai  dal re, gli chiederai che faccia venire un valente maestro maniscalco, al quale ordinerai quattro grandi ferri da cavallo, che siano massicci e  tutt'intorno due dita  abbondanti più grandi dei ferri normali, che siano ben  crestati e che dietro abbiano due ramponi lunghi come un grande dito, appuntiti e taglienti. Appena li avrà finiti, farai ferrare con quelli il mio cavallo, che è fatato, e non dubitare di  nulla".
Guerrino, tornato dal re, fece come gli aveva detto il suo compagno, e il re, chiamato un ottimo maniscalco, gli ordinò di mettersi ai comandi di Guerrino. Il maestro andò nella sua bottega con lui, ma quando sentì cosa voleva rifiutò di farlo perché erano ferri che non si erano mai visti, e lo prese in giro come se fosse matto. Guerrino allora andò a lamentarsene dal re,  che richiamò il maniscalco e gli ordinò nuovamente di obbedirgli,  altrimenti avrebbe mandato lui a domare il cavallo selvatico.
Così il maestro di cavalli forgiò subito i quattro ferri e li  mise agli zoccoli del destriero fatato. Quando il cavallo fu ferrato e bardato come si deve, il giovane sconosciuto disse a  Guerrino: "Monta sul mio cavallo, e va' sicuro; quando sentirai  il nitrito del cavallo selvatico, smonta dal tuo destriero,    togli sella e briglie  e lascialo libero, poi sali su un albero alto e aspetta che si compia l'impresa": Guerrino, ben istruito dal suo amato compagno su ciò che doveva fare, lo salutò e partì contento.
Per tutta la città di Assoro si era già sparsa la fama gloriosa di un giovane bello e pieno di grazia che tentava l'impresa di  catturare il cavallo selvatico per portarlo al re, così tutti si affacciavano alle finestre per guardarlo mentre passava, e vedendolo così nobile,  giovane e bello,  ne avevano pietà e dicevano:  "Oh, povero giovane, come cavalca spensierato verso la sua fine!  certo è un gran peccato che sia destinato a morire miseramente!",  e non riuscivano a trattenere lacrime di commozione. Ma  Guerrino, intrepido e fiero, cavalcando allegramente giunse nel posto in cui stava il cavallo selvatico e sentendolo nitrire scese dal suo cavallo, gli tolse briglie e sella, e dopo averlo lasciato libero si arrampicò su una grande quercia e attese il  terribile combattimento. Era appena salito sull'albero che arrivò il cavallo selvatico e affrontò il destriero fatato, così cominciarono il duello più feroce e sanguinario che si sia visto al mondo. Sembravano due leoni scatenati, schiumavano dalla bocca come irsuti cinghiali cacciati da cani rabbiosi, e dopo un combattimento in cui avevano mostrato pari valore, il destriero  fatato tirò due calci al cavallo selvatico, lo colpì con lo zoccolo crestato alla mascella e gliela ruppe, facendogli perdere  il vigore per attaccare e per difendersi. Guerrino vide, e tutto contento scese dalla quercia, prese un capestro che aveva con sé, lo legò e lo condusse nella città di Assoro tra la gioia della folla acclamante, portandolo al re come aveva promesso.
Il re decretò festa e trionfo in tutta la città, ma ai due servitori aumentò la rabbia, perché non avevano  raggiunto il loro scopo malvagio, e così fecero arrivare al re la notizia che Guerrino avrebbe agevolmente ucciso anche la cavalla, se ne avesse avuto voglia. Allora il re di Assoro fece come aveva fatto per il  cavallo, e siccome Guerrino rifiutava di tentare questa impresa,  davvero pericolosa, minacciò di farlo appendere per un piede, come ribelle della corona. Tornato al suo ostello Guerrino raccontò tutto al suo compagno, che sorridendo disse: "Fratello, non  aver paura, ma va', trova il maniscalco e ordinagli altri quattro ferri grossi come i primi, con i ramponi ben affilati e taglienti; farai tutto come hai fatto col cavallo, e ne avrai gloria ancora più della prima volta".
Dopo aver ordinato e ottenuto i quattro ferri appuntiti, Guerrino fece ferrare il forte cavallo fatato e partì per la grande  impresa. Giunto nel posto in cui stava la cavalla selvatica,  dopo averla sentita nitrire Guerrino smontò dal suo destriero, gli tolse briglie e sella e lo lasciò libero, poi come la prima  volta salì su un albero. Subito vide arrivare la  cavalla selvatica che attaccò il destriero con un morso terribile: il cavallo fatato a mala pena riuscì a scampare da questa ferocia, ma si riprese e con tutto il suo vigore tirò alla cavalla un calcio così forte che con uno dei ramponi le ruppe la gamba destra. Subito Guerrino scese dall'albero, la prese e la legò ben stretta,  poi salì sul cavallo fatato, andò a palazzo tra ali di folla festante e la portò al re. Tutti andavano a vedere  i feroci cavalli selvatici, ed erano felici perché il paese era finalmente libero.
Guerrino era già tornato all'ostello, ed essendo stanco si era messo a riposare, ma un rumore confuso non lo faceva dormire,  così si alzò da letto e sentì che c'era qualcosa di strano che batteva in un vaso di miele. Allora, aperto il vaso, Guerrino vide un calabrone che sbatteva le ali e non poteva volare:  sentendo compassione prese quell'animalino e lo mise in libertà.
Intanto il  re che non aveva ancora ricompensato Guerrino per il  doppio trionfo, pensando che era giusto provvedere subito lo mandò a chiamare, e gli disse: "Guerrino, vedi bene che per merito tuo il mio regno è liberato dai cavalli selvatici, e per queste imprese che hai compiuto per me intendo ricompensarti.  Non trovando altro dono che sia abbastanza grande per te, ho deciso di darti la principessa Fedora in isposa. Ma sappi che ho due figlie: Fedora  porta intrecciati con grazia i capelli che brillano come l'oro, l'altra si chiama Miranda e la sua chioma splende come finissimo argento. Se tu riuscirai a indovinare qual è tra loro Fedora dalle trecce d'oro, l'avrai in isposa con una ricchissima dote, se sbaglierai ti farò tagliare la testa".
Guerrino, sentendo come il re lo ricompensava ferocemente, rimase stupefatto, e gli disse: "Maestà, è questo il guiderdone  per le fatiche che ho sostenuto? Questo è il premio per il mio sudore? Mi fai questo gran dono perché ho liberato il tuo reame, che era devastato e quasi deserto? Ahimè, non meritavo questo, né questo si addice a un re potente come te. Ma siccome così ti piace, e io sono nelle tue mani, fa' quel che più ti aggrada". "Basta," disse il re, "puoi andare, ti do tempo fino al  tramonto di domani per trovare la soluzione".
Disperato Guerrino andò dal suo compagno e raccontò cosa gli aveva detto il re.  Il cavaliere sconosciuto, senza dar troppo peso a quello che era successo, disse: "Guerrino, sta contento e non dubitare, che io ti aiuterò a trovare la soluzione. Ricordi che hai liberato un calabrone che era rimasto invischiato nel miele e lo hai fatto volare? E' grazie a lui che vincerai questa prova, perché domani andrà a palazzo e per tre volte volerà sussurrando intorno al viso della principessa dai capelli d'oro, e lei con la candida  mano lo scaccerà. Vedendo per tre volte questo gesto tu capirai qual è la tua sposa". "Oh!" disse Guerrino al suo compagno, "quando verrà il giorno in cui potrò ricambiare il bene che mi hai fatto? Anche se vivessi mille anni, non potrei ricompensarti nemmeno  in  minima parte. Che tu riceva tutto il  bene che meriti dal grande Benefattore!". Allora il cavaliere  sconosciuto rispose: "Guerrino, fratello mio, tu non hai bisogno di ricompensarmi per quello che ho fatto. E' tempo che ti sveli chi sono. Tu mi hai salvato dalla morte, e anch'io ho voluto  fare qualcosa per te: sappi che  sono  io l'uomo selvatico che liberasti con amore dalla prigione di tuo padre, e il mio nome è Rubino". E gli raccontò come la fata alla quale aveva salvato la vita lo aveva reso bellissimo e dotato di poteri magici, regalandogli anche il destriero fatato col quale Guerrino aveva catturato i cavalli selvatici.
Il principe rimase stupefatto e senza dire una parola, col cuore colmo di dolcezza, lo abbracciò e lo baciò teneramente, proprio come un fratello. Poi, siccome stava per finire il tempo concesso per la prova, se ne andarono insieme a palazzo, e il re  diede ordine che le sue amate figlie velate di veli bianchissimi venissero alla presenza di Guerrino.
Era impossibile distinguere le principesse una dall'altra, ma il re chiese: "Quale di loro, Guerrino,  è la sposa che ti ho destinato?". Il principe restava in silenzio riflettendo fra sé e sé e non rispondeva nulla, mentre il re, curioso di vedere come andava a finire, lo tormentava, dicendogli che il tempo fuggiva e che doveva decidersi. Ma Guerrino rispose: "Maestà, se è vero che il tempo fugge, è altrettanto vero che il tempo che mi hai concesso   non è ancora finito, perché il sole non è ancora tramontato".  Siccome era vero, il re e tutti gli altri aspettarono ancora,  quand'ecco giunse il calabrone, che sussurrando descrisse un cerchio intorno al viso di Fedora. E lei, un po' spaventata, con la mano candida cercava di mandarlo via, e quando
ebbe fatto questo gesto tre volte il calabrone se ne andò. Mentre Guerrino non si sentiva tanto sicuro, pur fidandosi delle parole del suo caro  compagno Rubino, tramontò il sole, e il re disse: "Forza Guerrino, che fai? ormai il tuo tempo è finito: devi deciderti". Guerrino, dopo aver guardato con attenzione ora l'una, ora l'altra principessa, pose la mano sopra il capo di quella che gli aveva indicato il calabrone e disse: "Maestà, la vostra figlia dalle chiome d'oro è questa". Fedora si tolse i veli e fece vedere che davvero aveva i capelli biondi come l'oro.
Allora il re, tra la gioia della corte e la felicità di tutto il  popolo, benedisse le loro nozze, poi avendo conosciuto Rubino diede in isposa a lui  Miranda dai capelli splendenti come l'argento. Guerrino allora rivelò che era figlio del re di Serradifalco, e il re di Assoro fu ancora più felice. Mandò messaggeri alla corte di Serradifalco per annunciare le nozze, e quando i genitori di Guerrino giunsero ad Assoro la loro gioia fu indicibile, perché ritrovavano il figlio che credevano perduto e non si  saziavano di abbracciarlo e baciarlo. Furono celebrate nozze sontuose, con festeggiamenti che durarono giorni e giorni, poi Guerrino tornò con la sua sposa nel reame di Serradifalco, mentre  Rubino e Miranda restarono eredi al trono di Assoro. E quando fu il momento le due coppie salirono al trono e regnarono a lungo felici, in pace e prosperità, lasciando dopo di loro molti bellissimi discendenti, maschi e femmine.
Cicilia, donne mie care, sí come a ciascheduna di voi puol esser chiaro, è una isola perfetta ed ubertosa, e per antichità tutte le altre avanza, ed in essa sono molte città e castella, che molto piú di quello che ella sarebbe, l’abbelliscono. Di questa isola ne’ passati tempi era signore re Filippomaria, uomo saggio, amorevole e singolare, e aveva per moglie una donna molto gentile, graziosa e bella, e di lei ebbe un solo figliuolo, Guerrino per nome chiamato. Il re di andare alla caccia vie piú ch’ogni altro signore si dilettava, perciò che era robusto e forte, e tal essercizio molto li conveniva.
Ora avenne che, ritrovandosi in caccia con diversi suoi baroni e cacciatori, vide uscire fuori del folto bosco un uomo salvatico assai grande e grosso e sí difforme e brutto che a tutti grandissima ammirazione rendeva, e di corporali forze ad alcuno non era inferiore. E messosi in ordine, il re con duo suoi baroni, e de’ migliori che ci avesse, animosamente l’affrontò e dopo lungo combattimento valorosamente lo vinse, e preso de sue mani e legato, al palazzo lo condusse, e trovata stanza a lui convenevole e sicura, dentro lo mise, e ben chiuso con fortissime chiavi ordinò che ben custodito e atteso fusse. E perché il re lo aveva sommamente caro, volse che le chiavi rimanessino in custodia della reina, né era giorno che il re per suo trastullo non l’andasse a vedere alla prigione.
Non passando molti giorni che il re da capo si mise in punto per andare alla caccia, e apparecchiate quelle cose che in tal facenda fanno bisogno, con la nobile compagnia si partí, raccomandate però prima le chiavi della prigione alla reina.
Mentre che il re era alla caccia, venne gran voglia a Guerrino, che giovanetto era, di vedere l’uomo salvatico, e andatosene solo con l’arco, di cui molto si diletava e con una saetta in mano alla ferriata della prigione dove abitava il mostro, lo vide e con esso lui incominciò domesticamente ragionare. E cosí ragionando, l’uomo salvatico, che l’accarezzava e losingava, destramente la saetta, che riccamente era lavorata, di mano li tolse. Onde il fanciullo cominciò dirottamente a piangere, né si poteva dalle lagrime astenere, chiedendogli che li dovesse dare la sua saetta. Ma l’uomo salvatico disse:
- Se tu mi vuoi aprire e liberarmi di questa prigione, io ti restituirò il tuo strale, altrimenti non te lo renderò mai.
A cui disse il fanciullo:
- Deh, come vuoi tu ch’io t’apri e liberi, se io non ho il modo di liberarti?
Allora disse il salvatico uomo:
- Quando ti fusse in piacere di sciogliermi e liberarmi di questo angusto luogo, io bene t’insegnarei il modo che tosto liberare mi potresti.
- Ma come? - rispose Guerrino - dammi il modo.
A cui disse il salvatico uomo:
- Va’ dalla reina tua madre e quando addormentata la vederai nel merigio, destramente guata sotto il guanciale, sopra il quale ella riposa, e chetamente, che ella non ti senta, furale le chiavi della prigione e reccale qui e aprimi, ché aperto che tu mi averai, subito ti restituirò il tuo strale. E di questo servizio a qualche tempo forse ti potrò remeritare.
Guerrino bramoso di avere lo suo dorato strale, piú oltre come fanciullo non si pensò, ma senza indugio alcuno corse alla madre, e trovatala che dolcemente riposava, pianamente le tolse le chiavi e con quelle se ne ritornò al salvatico uomo e dissegli:
- Ecco le chiavi. Se io quinci ti scioglio, va’ tanto lontano, che di te pur odor alcuno non si senta, perciò che se il padre mio, che è gran maestro di cacce, ti ritrovasse e prendesse, agevolmente uccider ti farebbe.
- Non dubitar, figliuolo mio, - disse il salvatico uomo, — che tantosto che aperta arrai la prigione che disciolto mi veggia, io ti darò la tua saetta, e io me ne andrò sí lontano, che mai piú né da tuo padre, né d’altrui sarò accolto.
Guerrino, che aveva le forze verili, tanto s’affaticò, che finalmente aperse la prigione, e l’uomo salvatico resoli la saetta e ringraziatolo molto, si partí.
Era l’uomo salvatico uno bellissimo giovane, il quale per disperazione di non poter acquistare l’amore di colei che cotanto amava, lasciati gli amorosi pensieri e gli urbani solazzi, si era posto tra le boscarice belve, abitando l’ombrose selve e i folti boschi, mangiando l’erbe e bevendo l’acqua a guisa di bestia. Laonde il miserello aveva fatto il pelo grossissimo e la cotica durissima e la barba folta e molto lunga, e per li cibi d’erba, la barba, il pelo e i capelli erano sí verdi divenuti, che era cosa mostruosa a vederlo.
Destata la reina e messa la mano sotto il guanciale per prender le chiavi che sempre a lato teneva, e non trovandole, molto si maravigliò e ravogliendo il letto sottosopra e nulla trovando, come pazza alla prigione se n’andò, e trovandola aperta e non vedendo l’uomo salvatico, da dolore si sentiva morire, e scorseggiando per lo palazzo or quinci or quindi, addimandava or a questo or a quello chi era stato quel sí temerario ed arrogante che gli aveva bastato l’animo di togliere le chiavi della prigione senza sua saputa. A cui nulla sapere tutti rispondevano. E contratosi Guerrino nella madre e vedendola tutta di furore accesa, disse:
- Madre mia, non incolpate veruno dell’aperta prigione, perciò che s’alcuno merita punizione alcuna, io sono quello che debbo patire perché io sono stato l’apertore.
La reina ciò udendo, molto maggiormente se ne dolse, temendo che ’l re, venendo dalla caccia, il figliuolo per sdegno non uccidesse, perciò che le chiavi a lei quanto la persona propria raccomandate aveva. Laonde la reina credendo schifare uno picciolo errore, in un altro assai maggiore incorse; perciò che senza metter indugio alcuno chiamò duo suoi fidelissimi serventi e il figliuolo, e dategli infinite gioie e danari assai e cavalli bellissimi, il mandò alla buona ventura, pregando cordialissimamente li serventi che il suo figliuolo raccomandato gli fusse. Appena che ’l figliuolo era dalla madre partito, che il re dalla caccia al palazzo aggiunse, e sceso giú del cavallo, subito se n’andò alla prigione per vedere l’uomo salvatico, e trovatala aperta e veduto che egli era fuggito, s’accese di tanto furore, che nell’animo suo al tutto propose di uccidere colui, che di cotal errore era stato cagione. E andatosene alla reina, che in camera mesta si stava, l’addimandò chi era stato colui sí sfacciato, sí arrogante e sí temerario, che gli abbia bastato il cuore d’aprir la prigione e dar causa che l’uomo salvatico fuggisse. La reina con tremante e debole voce rispose:
- Non vi turbate, o re, ché Guerrino, com’egli confessato mi ha, di ciò n’è stato cagione -; e gli raccontò tanto quanto per Guerrino narrato le fu.
Il che il re intendendo, molto si risentí. Poscia la reina soggiunse che per timore ch’egli il figliuolo non uccidesse, in lontane parti mandato l’aveva, e che era accompagnato da duo fedelissimi serventi carichi di gioie e di danari assai per le loro bisogna. Al re, intendendo questo, doglia sopra doglia crebbe e nulla quasi mancò che non cadesse in terra e non venisse pazzo, e se non fussero stati i corteggiani che lo ritenero, agevolmente alla dolorata moglie in quel punto la morte data arrebbe. Ritornato il povero re alquanto in sé e posto giú ogni sfrenato furore, disse alla reina:
- O donna, che pensiero è stato il vostro in mandare in luoghi non conosciuti il commune figliuolo? credevate voi forse che io facessi piú conto d’uno uomo salvatico, che delle proprie carni?
E senz’altra risposta aspettare, comandò che molti soldati subito montassero a cavallo e in quattro parti si dividessero, e con ogni diligenza cercassero si trovare lo potevano. Ma invano si affaticorono, percioché Guerrino con gli serventi andavasi nascoso, né d’alcuno si lasciava conoscere.
Cavalcando adunque il buon Guerrino con gli serventi suoi e passando valli, monti e fiumi, e dimorando ora in un luogo e ora in uno altro, pervenne all’età di sedeci anni, e tanto era bello che pareva una matutina rosa. Non stette guari, che venne un diabolico pensiero agli serventi di uccidere Guerrino e prendere le gioie ed i danari e tra loro dividerli. Ma il pensiero gli andò buso, perciò che per divino giudizio non si potero mai convenir insieme.
Avenne che per sua buona sorte passò allora un vago e leggiadro giovanetto, che era sopra d’un superbo cavallo e pomposamente ornato, e inchinato il capo diede un bel saluto a Guerrino dicendo:
- O gentil cavaliere, quando non vi fosse a noia io con voi volentieri mi accompagnerei.
A cui Guerrino rispose:
- La gentilezza vostra non permette che io ricusi sí fatta compagnia, anzi io vi ringrazio, e vi chieggo di grazia speziale che voi vi dignate di venire con esso noi. Noi siamo forastieri, né sapiamo le strade, e voi per cortesia vostra ne le insegnarete, e cosí cavalcando, ragionaremo insieme alcuno nostro accidente occorso, ed il viaggio ci sarà men noioso.
Questo giovanetto era il salvatico uomo che fu da Guerrino della prigione di re Filippomaria sciolto. Costui per vari paesi e luochi strani errando, fu per aventura veduto da una bellissima fata, ma inferma alquanto, la quale avendolo sí diforme e brutto considerato, rise della sua bruttura sí fieramente, che una postema vicina al cuore se le ruppe, che agevolmente affocata l’arebbe. E in quel punto da tal infirmitá, non altrimenti che se per l’adietro male avuto non avesse, libera e salva rimase. Laonde la bella fata in ricompensamento di tanto beneficio ricevuto, non volendo parer ingrata, disse:
- Oh uomo ora sí diforme e sozzo e della mia desiderata sanitá cagione, va’ e per me sii fatto il piú bello, il piú gentile, il piú savio e grazioso giovane che trovar si possa, e di tutta quella auttoritá e potere che mi è dalla natura concesso io ti fo partecipe, potendo tu fare e disfare ogni cosa ad ogni tuo piacere -; e appresentatogli un superbo e fatato cavallo, lo licenziò che dovesse andare ovunque a grado li paresse.
Cavalcando adunque Guerrino co ’l giovanetto e non conoscendolo, ancor che egli conoscesse lui, finalmente pervenne ad una fortissima città, Irlanda chiamata, la quale a quei tempi Zifroi re signoreggiava. Questo re Zifroi aveva due figliuole vaghe di aspetto e gentili di costumi, e di bellezza Venere avanzavano, l’una de’ quai Potenziana, l’altra Eleuteria si chiamava, ed erano sí amate dal re che per l’altrui occhi non vedeva se non per loro. Pervenuto adunque Guerrino alla città d’Irlanda col giovane isconosciuto e con gli serventi, prese l’alloggiamento di un oste, il piú faceto uomo che in Irlanda si trovasse, e da lui tutti furono onorevolmente trattati.
Venuto il giorno sequente, il giovanetto isconosciuto finse di voler partire e andarsene in altre parti e prese commiato da Guerrino, ringraziandolo molto della buona compagnia avuta da lui. Ma Guerrino, che oramai gli aveva preso amore, in maniera alcuna non voleva che si partisse, e tanto l’accarezzò che di rimanere seco acconsentí.Trovavansi nel territorio irlandese duo feroci e paventosi animali, de’ quai l’uno era un cavallo salvatico e l’altro una cavalla similmente salvatica, ed erano di tanta ferocità e coraggio, che non pur le coltivate campagne affatto guastavano e dissipavano, ma parimenti tutti gli animali e le umane creature miseramente uccidevano. Ed era quel paese per la loro ferocità a tal condizione divenuto, che non si trovava uomo che ivi abitar volesse, anzi e’ propi paesani abbandonavano i poderi e le loro care abitazioni e se ne andavano in alieni paesi. E non vi era uomo alcuno sí potente e robusto, che raffrontarlo non che ucciderlo ardisse. Laonde il re vedendo il paese tutto nudo sí di vittovaria come di bestie e di creature umane, né sapendo a tal cosa trovar rimedio alcuno, si ramaricava molto, biastemando tuttavia la sua dura e malvagia fortuna.
I duo serventi di Guerrino, che per strada non avevano potuto adempire il loro fiero proponimento per non potersi convenire insieme e per la venuta dell’incognito giovanetto, s’imaginorono di far morire Guerrino e rimaner signori delle gioie e danari e dissero tra loro:
- Vogliamo noi vedere si potiamo in guisa alcuna dare la morte al nostro patrone?
E non trovando modo né via che gli sodisfacesse, perciò che stavano in pericolo della vita loro se l’uccidevano, s’imaginorono di ragionar secretamente con l’oste e raccontargli come Guerrino suo patrone è uomo prode e valente, e piú volte con esso loro si aveva vantato di poter uccidere quel cavallo salvatico senza danno di alcuno.
- E questa cosa agevolmente potrà venire alle orecchie del re, quale, bramoso della morte degli duo animali e della salute di tutto il suo territorio, farà venire a sé Guerrino e vorrà intendere il modo che si ha a tenere, ed egli non sapendo che fare né che dire, facilmente lo farà morire, e noi delle gioie e danari saremo possessori.
E sí come deliberato avevano, cosí fecero.
L’oste, inteso questo, fu il piú allegro ed il piú contento uomo che mai la natura creasse, e senza mettere intervallo di tempo corse al palazzo, e fatta la debita riverenza con le ginocchia in terra, secretamente gli disse:
- Sacra corona, sapiate che nel mio ostello ora si trova un vago ed errante cavaliere, il quale per nome Guerrino si chiama, e confavolando io con gli serventi suoi di molte cose, mi dissero tra le altre come il loro patrone era uomo famoso in prodezza e valente con le arme in mano e che a’ giorni nostri non si trovava un altro che fusse pare a lui, e piú e piú volte si aveva vantato di essere sí potente e forte, che atterrebbe il cavallo salvatico che nel territorio vostro è di tanto danno cagione.
Il che intendendo  Zifroi re, immantinente comandò che a sé lo facesse venire. L’oste ubidientissimo al suo signore ritornò al suo ostello e disse a Guerrino che solo al re dovesse andare, perciò che egli seco desiderava parlare. Guerrino questo intendendo, alla presenza del re si appresentò, e fatagli la convenevole riverenza, gli addimandò qual era la causa che egli dimandato l’aveva. A cui Zifroi re disse:
- Guerrino, la cagione che mi ha costretto farti qui venire è che io ho inteso che sei valoroso cavaliere, né hai un altro pare al mondo, e piú volte hai detto la tua fortezza esser tale, che senza offensione tua e di altrui domaresti il cavallo, che sí miserabilmente distrugge e dissipa il regno mio. Se ti dà il cuore di prendere tal gloriosa impresa, qual è questa, e vincerlo, io ti prometto sopra questa testa di farti un dono, che per tutto il tempo della vita tua rimarrai contento.
Guerrino intesa l’alta proposta del re, molto si maravigliò, negando tuttavia aver mai dette cotali parole che gli erano imposte. Il re della risposta di Guerrino molto si turbò e adirato alquanto, disse:
- Voglio, Guerrino, che al tutto prendi questa impresa, e se tu sarai contrario al voler mio, pensa di rimaner privo di vita.
Partitosi Guerrino dal re e ritornato all’ostello, molto addolorato si stava, né ardiva la passione del cuor suo scoprire. Onde il giovane isconosciuto vedendolo contra il consueto suo sí malinconoso stare, dolcemente gli addimandò qual era la cagione che cosí mesto ed addolorato il vedeva. Ed egli per lo fratellevole amore che gli portava, non potendogli negare l’onesta e giusta dimanda, li raccontò ordinatamente ciò che gli era avenuto. Il che intendendo l’incognito giovane, disse:
- Sta di buon animo né dubitar punto, perciò che io t’insegnarò tal strada che tu non perirai, anzi tu sarai vincitore, ed il re conseguirà il desiderio suo. Ritorna adunque al re e dilli che tu vuoi che ’l ti dia un valente maestro che ferra cavalli, e ordenagli quattro ferri da cavallo, i quali siano grossi e d’ognintorno maggiori de gli ferri comuni duo gran dita e ben crestati, e che abbino duo ramponi lunghi un gran dito da dietro, acuti e pungenti. E avuti li farai mettere ai piedi del mio cavallo che è fatato, e non dubitare di cosa alcuna.
Ritornato Guerrino al re, gli disse ciò che il giovane gli aveva imposto. Il re fatto venire un ottimo maestro da cavalli, gli ordinò che tanto facesse quanto da Guerrino gli fia comandato. Andatosi il maestro alla sua stanza, Guerrino seco se n’andò, e gli ordinò nel modo antedetto i quattro ferri da cavallo. Il che intendendo il maestro, non gli volse fare, ma, sprezzatolo, trattòlo da pazzo, perciò che gli pareva una cosa nuova e non piú udita. Guerrino vedendo che ’l maestro lo deleggiava e non gli voleva ubidire, se n’andò al re e lamentòsi del maestro che servire non l’aveva voluto. Laonde il re fattolo chiamare, strettamente gli ordinò, e con pena della disgrazia sua, o che facesse ciò che gli era stà imposto o che egli andasse a far la impresa che Guerrino far doveva. Il maestro udendo che ’l comandamento del re stringeva, fece i ferri e messegli al cavallo secondo che gli era stà divisato. Ferrato adunque il cavallo e ben guarnito di ciò che fa mestieri, disse il giovane a Guerrino:
- Monta sopra questo mio cavallo e vattene in pace, e quando udirai il nitrire del salvatico cavallo, scendi giú del tuo e traeli la sella, la briglia e lascialo in libertà, e tu sopra d’un eminente albero ascenderai, aspettando di quella impresa il fine.
Guerrino ben ammaestrato dal suo diletto compagno di ciò che far doveva, tolta licenza, lietamente si partí. Era già sparsa per tutta la città d’Irlanda la gloriosa fama che un leggiadro e vago giovanetto aveva tolta l’impresa di prendere il salvatico cavallo e appresentarlo al re. Il perché uomini e donne correvano alle finestre per vederlo passare, e vedendolo sí bello, sí giovanetto e sí riguardevole, si movevano a pietà, e dicevano:
- O poverello, come volontariamente alla morte corre, certo gli è un grave peccato che costui sí miseramente muoia -; e per compassione dalle lagrime non si potevano contenere.
Ma Guerrino intrepido e virile allegramente se n’andava, e giunto al luogo dove il salvatico cavallo dimorava, e sentitolo nitrire, scese giú del suo e spogliatolo di sella, di briglia, e lasciatolo in libertà, salí sopra d’una forte querce e aspettò l’aspra e sanguinolente battaglia. Appena che Guerrino era asceso sopra l’albero che giunse il salvatico cavallo, e affrontò lo fatato destriere e ambe duo cominciorono il piú crudo duello che mai fusse veduto al mondo. Imperciò che parevano duo scatenati leoni e per la bocca gettavano la schiuma a guisa di setosi cinghiali da rabiosi cani cacciati, e dopo ch’ebbero valorosamente combattuto, finalmente il fatato destriere tirò un paio di calci al salvatico cavallo e giunselo in una mascella, e quella dal luogo gli mosse. Il perché perdé la scrima di poter piú guerreggiare, né piú difendersi. Il che vedendo Guerrino, tutto allegro rimase, e sceso giú della querce, prese un capestro, che seco reccato aveva, e legollo, e alla città cosí smassellato il condusse, e con grandissima allegrezza di tutto il popolo, sí come promesso aveva, al re lo presentò. Il re con tutta la città fece gran festa e trionfo.
Ma a’ duo serventi crebbe doglia maggiore, perciò che non era adempito il malvagio proponimento suo. Laonde d’ira e di sdegno accesi, da capo fecero intendere a Zifroi re come Guerrino con agevolezza ucciderebbe anche la cavalla quando gli fusse a grado. Il che inteso dal re, egli fece quello istesso che del cavallo fatto aveva. E perciò che Guerrino ricusava di far tale impresa, che veramente pesava, il re il minacciò di farlo suspendere con un piede in su, come rubello della sua corona. E ritornato Guerrino all’ostello raccontò il tutto al suo compagno, il quale sorridendo disse:
- Fratello, non ti paventare, ma va’ e trova il maestro da cavalli ed ordinali quattro altri ferri altrettanto maggiori de’ primi, che siano ben ramponati e pungenti e farai quel medesimo che del cavallo fatto hai, e con maggior onore del primo a dietro tornerai.
Ordinati adunque i pungenti ferri e ferrato il forte fatato destriere, all’onorata impresa se ne gí. Giunto che fu Guerrino al luogo dove era la cavalla e sentitala nitrire, fece tanto quanto per l’adietro fatto aveva, e lasciato il fatato cavallo in libertà, la cavalla se gli fé all’incontro, e lo salí d’un terribile e paventoso morso, e fu di tal maniera, che il fatato cavallo appena si poté difendere. Ma pur sí vigorosamente si portò, che la cavalla finalmente da un calcio percosa, della gamba destra zoppa rimase. E Guerrino disceso di l’alta arbore, presela e strettamente legolla, e asceso sopra il suo cavallo, al palazzo con trionfo e con allegrezza di tutto il popolo se ne tornò e al re l’appresentò. E tutti per maraviglia correvano a vedere la cavalla attrata, la quale per la doglia grave la vita sua finí. E cosí tutto il paese da tal seccagine libero e ispedito rimase.
Era già Guerrino ritornato all’ostello e per stanchezza erasi posto a riposare, e non potendo dormire per lo strepito inordinato che sentiva, levò su da posare, e sentí un non so che di strano che in un vaso di melle batteva, e uscire di quello non poteva. Laonde aperto da Guerrino il vaso, vide un gallavrone che l’ali batteva e levarsi non poteva, onde egli, mosso a pietà, prese quel animaletto e in libertà lo lasciò.
Zifroi re non avendo ancora guidardonato Guerrino del doppio avuto trionfo, e parendogli gran villania se no ’l guidardonava, il mandò a chiamare, ed appresentatosi, gli disse:
- Guerrino, tu vedi come per opera tua il mio regno è liberato, e però per tanto beneficio ricevuto rimunerarti intendo. E non trovando dono né beneficio che a tanto merito convenevole sia, ho determinato di darti una delle figliuole mie in moglie. Ma sapi che io ne ho due, delle quali l’una Potenziana si chiama e ha i cappelli con artificio leggiadro involti e come l’oro risplendono. L’altra Eleuteria si addimanda e ha le chiome che a guisa de finissimo argento rilucono. Laonde se tu indovinerai qual di loro sia quella dalle trezze d’oro, in moglie l’averai con grandissima dote, altrimenti il capo dal busto ti farò spiccare.
Guerrino intesa la scevera proposta di Zifroi re, molto si maravigliò, e voltatosi a lui, disse:
- Sacra corona, è questo ’l guidardone delle mie sostenute fatiche? è questo il premio de’ miei sudori? è questo il beneficio che mi rendete, avendo io liberato il vostro regno, che oramai era del tutto disolato e guasto? ahimè, ch’io non meritava questo. Né a un tanto re come siete voi tal cosa si conveniva. Ma poscia che cosí vi piace, e io sono nelle mani vostre, fate di me quello che piú vi aggrada.
- Or va’ - disse il re, - e non piú tardare; e dotti termine per tutto dimane a risolverti di tal cosa.
Partitosi Guerrino tutto rimaricato, al suo caro compagno se ne gí, e raccontòli ciò che detto gli aveva Zifroi re. Il compagno, di ciò facendo poca stima, disse:
- Guerrino, sta di buon animo né dubitare, perciò che io ti libererò del tutto. Ricordati che ne’ giorni passati il gallavrone nel melle inviluppato liberasti e in libertà lo lasciasti. Ed egli sarà cagione della tua salute. Imperciò che dimane dopo il desinare al palazzo se n’andrà, e tre volte attorno il volto di quella dai capelli d’oro susurrando volerà, ed ella con la bianca mano lo scaccerà. E tu avendo veduto tre fiate simil atto, conoscerai certo quella esser colei che tua moglie fia.
- Deh - disse Guerrino al suo compagno - quando verrà quel tempo che io possi appagarti di tanti benefici per me da te ricevuti? certo se io vivessi mille anni, non potrei d’una minima parte guidardonarti. Ma colui che è rimuneratore del tutto supplisca per me in quello che io sono manchevole.
Allora rispose il compagno a Guerrino:
- Guerrino, fratel mio, non fa bisogno che tu mi rendi guidardone delle sostenute fatiche, ma ben è ormai tempo che io me ti scopra e che tu conosca ch’io sono. E sí come me dalla morte mi campasti, cosí ancor io ho voluto di tanta ubligazione il merito renderti. Sapi che io sono l’uomo salvatico che sí amorevolmente dalla prigione del tuo padre liberasti, e per nome chiamomi Rubinetto.
E raccontògli come la fata nell’esser sí leggiadro e bello ridotto l’aveva. Guerrino ciò intendendo, tutto stupefatto rimase, e per tenerezza di cuore quasi piangendo, l’abbracciò e basciò e per fratello il ricevette. E perciò che omai s’avicinava il tempo di risolversi con Zifroi re, amenduo al palazzo se n’andorono. E il re ordinò che Potenziana ed Eleuteria, sue dilette figliuole, tutte velate di bianchissimi veli venessero alla presenza di Guerrino, e cosí fu fatto. Venute adunque le figliuole e non potendosi conoscere l’una dall’altra, disse il re:
- Qual di queste due vuoi tu Guerrino che io ti dia per moglie?
Ma egli stando sopra di sé tutto sospeso, nulla rispondeva. Il re curioso di vedere il fine, molto lo infestava, dicendogli che ’l tempo fuggiva e che si risolvesse omai. Ma Guerrino rispose:
- Sacratissimo re, se il tempo fugge, il termine di tutt’oggi che mi avete dato, non è ancor passato.
Il che esser il vero tutti parimente confirmarono. Stando in questa lunga aspettazione il re, Guerrino e tutti gli altri, ecco sopragiunse il gallavrone, il qual sussurrando intorniò il chiaro viso di Potenziana dalle chiome d’oro. Ed ella come paventata con le mani il ribatteva indietro e avendolo piú di tre fiate ribbattuto, finalmente si partí. Stando cerca ciò Guerrino alquanto dubbioso, fidandosi pur tuttavia delle parole di Rubinetto suo diletto compagno, disse il re:
- Or su, Guerrino, che fai? omai gli è tempo che s’impona fine e che tu ti risolva.
Guerrino ben guardata e ben considerata l’una e l’altra poncella, puose la mano sopra il capo di Potenziana che il gallavrone gli aveva mostrata, e disse:
- Sacra corona, questa è la figliuola vostra dalle chiome d’oro.
E scopertasi la figliuola, fu chiaramente veduto che ella era quella, e in quel punto presenti tutti e’ circostanti e con molta sodisfazione di tutto il popolo, Zifroi re glie la diede in moglie, e indi non si partí che anche Rubinetto, suo fidato compagno, sposò l’altra sorella. Dopo Guerrino si manifestò che egli era figliuolo di Filippomaria re di Cicilia. Laonde Zifroi sentí maggior allegrezza, e furono fatte le nozze vie piú pompose e grandi. E fatto intendere tal matrimonio al padre ed alla madre di Guerrino, ne ebbero grandissima allegrezza e contento, perciò che il loro figliuolo esser perduto credevano. E ritornatosene in Cicilia con la cara moglie e con il diletto fratello e cognata, fu dal padre e dalla madre graziosamente veduto ed accarecciato, e lungo tempo visse in buona pace, lasciando dopo sé figliuoli bellissimi e del regno eredi.

Sicily, my dear ladies (as must be well known to all of you), is an island very fertile and complete in itself, and in antiquity surpassing all the others of which we have knowledge, abounding in towns and villages which render it still more beautiful. In past times the lord of this island was a certain king named Filippomaria, a man wise and amiable and of rare virtue, who had to wife a courteous, winsome, and lovely lady, the mother of his only son, who was called Guerrino. The king took greater de light in following the chase than any other man in the country, and, for the reason that he was of a strong and robust habit of body, this diversion was well suited to him.
Now it happened one day that, as he was coming back from hunting in company with divers of his barons and huntsmen, he saw, coming out of a thick wood a wild man, tall and big and so deformed and ugly that they all looked upon him with amazement. In strength of body he seemed no whit inferior to any of them; wherefore the king, having put himself in fighting trim, together with two of the most valiant of his barons, attacked him boldly, and after a long and doughty struggle overcame him and took him a prisoner with his own hands. Then, having bound him, they conveyed him back to the palace, and selected for him a safe lodging, fitted for the purpose, into which they cast him, and there under strong locks he was kept by the king's command closely confined and guarded. And seeing that the king set high store upon his captive, he ordained that the keys of the prison should be held in charge by the queen, and never a day passed when he would not for pastime go to visit him.
Before many days had gone by the king once more put himself in array for the chase, and, having furnished himself with all the various things which are necessary thereto, he set forth with a gallant company of courtiers, but before he left he gave into the queen's care the keys of the prison. And during the time that the king was absent on his hunting a great longing came over Guerrino, who was at that season a young lad, to see the wild man of the woods; so having betaken himself all alone, carrying his bow, in which he delighted greatly, to the prison grating, the creature saw him and straight_ way began to converse with him in decent orderly fashion. And while they talked thus, the wild man, who was caressing the boy, dexterously snatched out of his hand the arrow, which was richly ornamented. Whereupon the boy began to weep, and could not keep back his tears, crying out that the savage ought to give him back his arrow. But the wild man said to him: 'If you will open the door and let me go free from this prison I will give you back your arrow, but if you refuse I will not let you have it.' The boy answered, 'How would you that I should open the door for you and set you free, seeing that I have not the means therefor.' Then said the wild man, 'If indeed you were in the mood to release me and to let me out of this narrow cell, I would soon teach you the way in which it might be done.' 'But how replied Guerrino; 'tell me the way.' To which the wild man made answer: 'Go to the chamber of the queen your mother, and when you see that she is taking her mid day sleep, put your hand softly under the pillow upon which she is resting, and take therefrom the keys of the prison in such wise that she shall not notice the theft, and bring them here and open my prison door. When you shall have done this I will give you back your arrow forthwith, and peradventure at some future time I may be able to make you a return for your kindness.'
Guerrino, wishing beyond everything to get back his gilded dart, did every thing that the wild man had told him, and found the keys exactly as he had said, and with these in his hand he re turned to the prison, and said to him 'Behold! here are the keys; but if I let you out of this place you must go so far from hence that not even the scent of you may be known, for if my father, who is a great huntsman, should find you and capture you again, he would of a surety kill you out of hand.' 'Let not that trouble you, my child,' said the captive, 'for as soon as ever you shall open the prison and see me a free man, I will give you back your arrow and will get me away into such distant parts that neither your father nor any other man shall ever find me.' Guerrino, who had all the strength of a man, worked away at the door, and finally threw open the prison, when the wild man, having given back to him his arrow and thanked him heartily, went his way.
Now this wild man had been formerly a very handsome youth, who, through despair at his inability to win the favour of the lady he ardently loved, let go all dreams of love and urbane pursuits, and took up his dwelling amongst beasts of the forest, abiding always in the gloomy woods and bosky thickets, eating grass and drinking water after the fashion of a brute. On this account the wretched man had become covered with a great fell of hair; his skin was hard, his beard thick and tangled and very long, and, through eating herbs and grass, his beard, his hairy covering, and the hair of his head had become so green that they were quite monstrous to behold.
As soon as ever the queen awoke from her slumbers she thrust her hand under her pillow to seek for the keys she had put there, and, when she found they were gone, she was terrified amain, and having turned the bed upside down without meeting with any trace of them, she ran straightway like one bereft of wit to the prison, which was standing open. When on searching further she found no sign of the wild man, she was so sore stricken with grief and fear that she was like to die, and, having returned to the palace, she made diligent search in every corner thereof, questioning the while now this courtier and now that as to who the pre sumptuous and insolent varlet was who had been brazen enough to lay hands upon the keys of the prison without her knowledge. To this questioning they one and all declared that they knew nought of the matter which thus disturbed her. And when Guerrino met his mother, and remarked that she was almost beside herself in a fit of passion, he said to her: 'Mother, see that you cast no blame on any of these in respect to the opening of the prison door, be cause if punishment is due to any there anent it is due to me, for I, and I alone, unlocked it.' The queen, when she heard these words, was plunged in deeper sorrow than ever, fearing lest the king, when he should come back from his hunting, might kill his son through sheer anger at the fault he had committed, seeing that he had given into her charge the keys, to guard them as preciously as her own person. Wherefore the queen in her desire to escape the consequences of a venial mistake fell into another error far more weighty, for without the shortest delay she summoned two of her most trusty servants, and her son as well, and, having given to them a great quantity of jewels and much money and divers fine horses, sent him forth to seek his fortune, at the same time begging the servants most earnestly to take the greatest care of Guerrino.
A very short time after the son had departed from the presence of his mother, the king came back to the palace from following the chase, and as soon as he had alighted from his horse he betook himself straightway to the prison to go and see the wild man, and when he found the door wide open and the captive gone, and no trace of him left behind, he was forthwith inflamed with such violent anger that he determined in his mind to cause to be slain without fail the per son who had wrought such a flagrant misdeed. And, having sought out the queen, who was sitting overcome with grief in her chamber, he commanded her to tell him what might be the name of the impudent, rash, and presumptuous varlet who had been bold enough of heart to open the doors of the prison and thereby give opportunity to the wild man of the woods to make his escape. Whereupon the queen, in a meek and trembling voice, made answer to him: 'O sire! be not troubled on account of this thing, for Guerrino our son (as he himself has made confession to me) admits that he has done this.' And then she told to the king everything that Guerrino had said to her, and he, when he heard her story, was greatly incensed with rage. Next she told him that, on account of the fear she felt lest he should slay his son, she had sent the youth away into a far distant country, accompanied by two of their most faithful servants, and carrying with him rich store of jewels and of money sufficient to serve their needs. The king, when he listened to this speech of the queen, felt one sorrow heaping itself upon another, and he came within an ace of falling to the ground or of losing his wits, and, if it had not been for the courtiers who fell upon him and held him back, he would assuredly have slain his unhappy queen on the spot.
Now when the poor king had in some measure recovered his composure and calmed the fit of unbridled rage which had possessed him, he said to the queen: 'Alas, my wife! what fancy was this of yours which induced you to send away into some unknown land our son, the fruit of our mutual love? Is it possible that you imagined I should hold this wild man of greater value than one who was my own flesh and blood?' And without awaiting any reply to these remarks of his, he bade a great troop of soldiers mount their horses forthwith, and, after having divided themselves into four companies, to make a close search and endeavour to find the prince. But all their inquest was in vain, seeing that Guerrino and his attendants had made their journey secretly, and had let no one know who they might be.
Guerrino, after he had ridden far and traversed divers valleys and mountains and rivers, making a halt now in one spot and now in another, attained at last his sixteenth year, and so fair a youth was he by this time that he resembled nothing so much as a fresh morning rose.
But after a short time had passed, the servants who accompanied him were seized with the devilish thought of killing him, and then taking the store of jewels and money and parting it amongst themselves. This wicked plot, however, came to nought, because by the working of divine justice they were not able to agree amongst themselves. For by good fortune it happened that, one day while they were devising this wickedness, there rode by a very fair and graceful youth, mounted upon a superb steed, and accoutred with the utmost magnificence. This youth bowed and graciously saluted Guerrino, and thus addressed him: 'Most gracious sir, if it should not prove distasteful to you, I would fain make my journey in your company.' And to this Guerrino replied: 'Your courtesy in making your request will not permit me to refuse it and the pleasure of your company. Therefore I give you cordial thanks, and I beg you as a special favour that you will accompany us on our road. We are strangers in this country and know but little of its highways, and you may be able of your kindness to direct our paths therein. Moreover, as we ride on together we can discuss the various chances which have befallen us, and thus our journey will be less irksome.'
Now this young man was no other than the wild man whom Guerrino had set free from the prison of King Filippomaria his father. This youth, after wandering through various countries and strange lands, met one day by chance a very lovely and benignant fairy, who was at that time suffering from a certain distemper. She, when she looked upon him and saw how misshapen and hideous he was, laughed so violently at the sight of his ugliness that she caused to burst an imposthume which had formed in the vicinity of her heart-an ailment which might well have caused her death by suffocation. And at that very moment she was delivered from all pain and trouble of this infirmity, as if she had never been afflicted therewith in the past, and restored to health. Wherefore the good fairy, in recompense for so great a favour done to her, said to him, not wishing to appear ungrateful to him: 'O thou creature, who art now so deformed and filthy, since thou hast been the means of restoring to me my health which I so greatly de sired, go thy ways, and be thou changed from what thou art into the fairest, the wisest, and the most graceful youth that may anywhere be found. And, besides this, I make you the sharer with me of all the power and authority conferred upon me by nature, whereby you will be able to do and to undo whatsoever you will according to your desire.' And having presented to him a noble horse endowed with magic powers, she gave him leave to go whithersoever he would.
Thus as Guerrino journeyed along with the young man, knowing nothing as to who he might be, but well known of him the while, they came at last to a mighty and strong city called Irlanda, over which at that time ruled King Zifroi. This King Zifroi was the father of two daughters, graceful to look upon, of modest manners, and in beauty surpassing Venus herself, one of them named Potentiana and the other Eleuteria. They were held so dear by the king their father, that he could see by no other eyes than theirs. 4s soon as Guerrino entered the city of Irlanda with the unknown youth and with his train of servants, he hired a lodging of a certain householder who was the wittiest fellow in the whole of Irlanda, and who treated his guests with cheer of the best. And on the day following, the unknown youth made believe that he must needs depart and travel into another country, and went to take leave of Guerrino, thanking him in hearty wise for the boon of his company and good usage, but Guerrino, who had conceived the strongest love and friendship for him, would on no account let him go, and showed him such strong evidence of his good feeling that in the end the young man agreed to tarry with him.
In the country round about Irlanda there lived at this time two very fearful and savage animals, one of which was a wild horse, and the other a mare of like nature, and so ferocious and cruel were these beasts that they not only ravaged and devastated all the fair cultivated fields, but likewise killed all the animals and the men and women dwelling therein. And through the ruin wrought by these beasts the country had come to such piteous condition that no one was found willing to abide there, so that the peasants abandoned their farms and the homes which were dear to them and betook themselves to find dwelling-places in another land. And there was nowhere to be found any man strong and bold enough to face them, much less to fight with them and slay them. Wherefore the king, seeing that the whole country was being made desolate of all victuals, and of cattle, and of human creatures, and not knowing how to devise any remedy for this wretched pass, gave way to dolorous lamentations, and cursed the hard and evil fortune which had befallen him. The two servants of Guerrino, who during the journey had not been able to carry out their wicked intent through want of concord between themselves, and on ac count of the arrival of the unknown youth, now deliberated how they might compass Guerrino's death and remain possessors of the money and jewels, and said one to the other: 'Let us now see and take counsel together how we may easiest take the life of our master.' But not being able to find any means thereto which seemed fitting, seeing that they would stand in peril of losing their own lives by the law if they should kill him, they decided to speak privily with their host and to tell him that Guerrino was a youth of great prowess and valour; furthermore, that he had often boasted in their presence that he would be ready to slay this wild horse without incurring any danger to himself. Thus they reasoned with themselves: 'Now this saying may easily come to the ears of the king, who, being so keenly set on the destruction of these two animals and on safeguarding the welfare of his country, will straight- way command them to bring Guerrino before him, and will then inquire of the youth in what manner he means to accomplish this feat. Then Guerrino, knowing nothing what to say or to do, will at once be put to death by the king, and we shall remain sole masters of the jewels and the money.' And they forth with set to work to put this wicked plan of theirs into action.
The host, when he listened to this speech, rejoiced amain, and was as glad as any man in all the world, and without losing a moment of time he ran swiftly to the palace, and having knelt down be fore the king and made due reverence, he said to him secretly, 'Gracious king, I have come to tell you that there is at present sojourning in my hostel a fair and gallant knight errant, who is called by name Guerrino. Now whilst I was confabulating about divers matters with his servants they told me, amongst other things, how their master was a man of great prowess and well skilled in the use and practice of arms, and that in this our time one might search in vain to find another who could be compared with him. Moreover, they had many and many a time heard him boast that of his strength and valour he could without difficulty overcome and slay the wild horse which is working such dire loss and damage to your kingdom.'
When King Zifroi heard these words he immediately gave command that Guerrino should be brought before him. Whereupon the innkeeper, obedient to the word of the king, returned at once to his inn and said to Guerrino that he was to betake himself alone into the presence of the king, who greatly desired to speak with him. When Guerrino heard this he went straightway to the palace and presented himself to the king, and after saluting him with becoming reverence begged to be told for what reason he had been honoured with the royal commands. To this Zifroi the king made answer: 'Guerrino, the reason which has induced me to send for you is that I have heard you are a knight of great valour, and one excelling all the other knights now alive in the world. They tell me, too, that you have many and many a time declared that you are strong and valorous enough to overcome and slay the wild horse which is working such cruel ruin and devastation to this my kingdom, without risk of hurt to yourself or to others. If you can pluck up courage enough to make trial of 'an emprise so full of honour as this, and prove yourself a conqueror, I promise you by this head of mine to bestow upon you a gift which will make you a happy man for the rest of your days.'
Guerrino, when he heard this proposition of the king, so grave and weighty, was mightily amazed, and at once denied that he had ever spoken such words as had been, attributed to him. The king, who was greatly disconcerted at this answer of Guerrino, thus addressed him: 'Guerrino, it is my will that you should without delay undertake this task, and be sure if you refuse and fail to comply with my wishes I will take away your life.' The king, having thus spoken, dismissed from his presence Guerrino, who returned to his inn overwhelmed with deep sorrow, which he did not dare to disclose to anyone. Whereupon the unknown youth, marking that Guerrino, contrary to his wont, was plunged in melancholy, inquired the reason why he was so sad and full of grief. Then Guerrino, on account of the brotherly love subsisting between them, and finding himself unable to refuse this just and kind r told him word for word everything that had happened to him. As soon as the unknown youth heard this, he said, 'Be of good cheer, and put aside all doubts and fears, for I will point out to you a way by which you will save your life, and be a conqueror in your enterprise, and fulfil the wishes of the king. Return, therefore, to the king, and beg of him to grant you the service of a skilful blacksmith. Then order this smith to make for you four horseshoes, which must be thicker and broader by the breadth of two fingers than the ordinary measure of horseshoes, well roughed, and each one to be fitted behind with two spikes of a finger's length and sharpened to a point. And when these shoes are prepared, you must have my horse, which is enchanted, shod therewith, and then you need have no further fear of anything.'
Guerrino, after he had heard these words, returned to the presence of the king, and told him everything as the young man had directed him. The king then caused to be brought before him a well-skilled marshal smith, to whom he gave orders that he should carry out whatever work Guerrino might require of him. When they had gone to the smith's forge, Guerrino instructed him how to make the four horseshoes according to the words of the young stranger, but when the smith understood in what fashion he was required to make these shoes, he mocked at Guerrino; and treated him like a madman, for this way of making shoes was quite strange and unknown to him. When Guerrino saw that the marshal smith was inclined to mock him, and unwilling to serve him as he had been ordered, he went once more to the king, and complained that the smith would not carry out his directions. Where fore the king bade them bring the marshal before him, and gave him express command that, under pain of his highest displeasure, he should at once carry out the duties which had been imposed upon him, or, failing this, he himself should forthwith make ready to carry out the perilous task which had been assigned to Guerrino. The smith, thus hard pressed by the orders of the king, made the horseshoes in the way described by Guerrino, and shod the horse there with.
When the horse was thus shod and well-accoutred with everything that was necessary for the enterprise, the young stranger addressed Guerrino in these words: 'Now mount quickly this my horse, and go in peace, and as soon as you shall hear the neighing of the wild horse dismount at once, and, having taken off from him his saddle and his bridle, let him range at will. You your self climb up into a high tree, and there await the issue of the enterprise.' Guerrino, having been fully instructed by his dear companion in all that he ought to do, took his leave, and departed with a light heart.
Already the glorious news had been spread abroad through all the parts of Irlanda how a valiant and handsome young knight had undertaken to subjugate and capture the wild horse and to present him to the king, and for this reason everyone in the city, men and women alike, all flew to their windows to see him go by on his perilous errand. When they marked how handsome and young and gallant he was, their hearts were moved to pity on his account, and they said one to another, 'Ah, the poor youth! with what a willing spirit he goes to his death. Of a surety it is a piteous thing that so valiant a youth should thus wretchedly perish.' And they could none of them keep back their tears on account of the compassion they felt.
But Guerrino, full of manly boldness, went on his way blithely, and when he had come to the spot where the wild horse was wont to abide, and heard the sound of his neigh, he got down from his own horse, and having taken the saddle and bridle therefrom he let him go free, and himself climbed up into the branches of a great oak, and there awaited the fierce and bloody contest.
Scarcely had Guerrino climbed up into the tree when the wild horse appeared and forthwith attacked the fairy horse, and then the two beasts engaged in the fiercest struggle that the world had ever seen, for they rushed at one another as if they had been two unchained lions, and they foamed at the mouth as if they had been bristly wild-boars pursued by savage and eager hounds. Then, after they had fought for some time with the greatest fury, the fairy horse dealt the wild horse two kicks full on the jaw, which was put out of joint thereby; wherefore the wild horse was at once disabled, and could no longer either fight or defend himself. When Guerrino saw this he rejoiced greatly, and having come down from the oak, he took a halter which he had brought with him and se cured the wild horse therewith, and led him with his dislocated jaw back to the city, where he was welcomed by all the people with the greatest joy. According to his promise he presented the horse to the king, who, together with all the inhabitants of the city, held high festival, and rejoiced amain over the gallant deed wrought by Guerrino.
But the servants of Guerrino were greatly overcome with grief and confusion, inasmuch as their evil designs had miscarried; wherefore, inflamed with rage and hatred, they once more let it come to the hearing of King Zifroi that Guerrino had vaunted that he could with the greatest ease kill the wild mare also when ever it might please him. When the king heard this he laid exactly the same commands on Guerrino as he had done in the matter of the horse, and because the youth refused to undertake this task, which appeared to him impossible, the king threatened to have him hung up by one foot as a rebel against his crown. After Guerrino had returned to his inn, he told everything to his unknown companion, who smilingly said: 'My good brother, fret not yourself because of this, but go and find the marshal smith, and command him to make for you four more horseshoes, as big again as the last, and see that they are duly furnished with good sharp spikes. Then you must follow exactly the same course as you took with the horse, and you will return here covered with greater honour than ever.' When therefore he had commanded to be made the sharply-spiked horseshoes, and had caused the valiant fairy horse to be shod therewith, he set forth on his gallant enterprise.
As soon as Guerrino had come to the spot where the wild mare was wont to graze, and heard her neighing, he did everything exactly in the same manner as before, and when he had set free the fairy horse, the mare came towards it and attacked it with such fierce and terrible biting that it could with difficulty defend itself against such an attack. But it bore the assault valiantly, and at last succeeded in planting so sharp and dexterous a kick on the mare that she was lamed in her right leg, whereupon Guerrino came down from the high tree into which he had climbed, and having captured her, bound her securely. Then he mounted his own horse and rode back to the palace, where he presented the wild mare to the king, amidst the rejoicings and acclamations of all the people. And everyone, attracted by wonderment and curiosity, ran to see this wild beast, which, on account of the grave injuries she had received in the fight, soon died. And by these means the country was freed from the great plague which had for so long a time vexed it.
Now when Guerrino had returned to his hostel, and had betaken himself to repose somewhat on account of the weariness which had come over him, he found that he was unable to get any sleep by reason of a strange noise which he heard somewhere in the chamber. Wherefore, having risen from his couch, he perceived that there was something, I know not what, beating about inside a pot of honey, and not able to get out. So Guerrino opened the honey-pot, and saw within a large hornet, which was struggling with its wings without being able to free itself from the honey around it. Moved by pity, he took hold of the insect and let it go free.
Now Zifroi the king had as yet given to Guerrino no reward for the two valiant deeds which he had wrought, but he was conscious in his heart that he would be acting in a very base fashion were he to leave such great valour without a rich guerdon, so he caused Guerrino to be called into his presence, and thus ad dressed him: 'Guerrino, by your noble deeds the whole of my kingdom is now free from the scourge, therefore I intend to reward you for the great benefits you have wrought in our behalf; but as I can conceive of no other gift which would be worthy and sufficient for your merits, I have determined to give you one of my two daughters to wife. But you must know that of these two sisters one is called Potentiana, and she has hair braided in such marvellous wise that it shines like golden coils. The other is called Eleuteria, and her tresses are of such texture that they flash brightly like the finest silver. Now if you can guess-the maidens being closely veiled the while-which is she of the golden tresses, I will give her to you as your wife, together with a mighty dowry of money; but' if you fail in this, I will have your head struck off your shoulders.'
Guerrino, when he heard this cruel ordeal which was proposed by Zifroi the king, was mightily amazed, and turning to him spake thus: 'O gracious sovereign ! Is this a worthy guerdon for all the perils and fatigues I have undergone? Is this a reward for the strength I have spent on your behalf? Is this the gratitude you give me for having delivered your country from the scourge by which it was of late laid desolate? Alas! I did not merit this return, which of a truth is not a deed worthy of such a mighty king as yourself. But since this is your pleasure and I am helpless in your hands, you must do with me what pleases you best.' 'Now go,' said Zifroi, 'and tarry no longer in my presence. I give you till to-morrow to come to a decision.'
When Guerrino went out of the king's presence full of sadness, he sought his dear companion and repeated to him everything that the king had said. The unknown when he heard this seemed but little troubled thereanent, and said: 'Guerrino, be of good cheer, and do not despair, for I will deliver you from this great danger. Remember how a few days ago you set free the hornet which you found with its wings entangled in the honey. Now this same hornet will be the means of saving you, for to morrow, after the dinner at the palace, when you are put to the test, it will fly three times buzzing and humming round the head of her with the golden hair, and she with her white hands will drive it away. And you, when you shall have marked her do this action three times, may know for certain that this is she who is to be your wife.' 'Ah me!' cried Guerrino to his companion, 'when will the time come when I shall be able to make you some repayment for all the kind offices you have done me? Certes, were I to live for a thousand years, I should never have it in my power to recompense you the very smallest portion thereof. But that one, who is the re warder of all, will in this matter make up for me in that respect in which I am wanting.' To this speech of Guerrino his companion made answer: 'Guerrino, my brother, there is in sooth no need for you to trouble yourself about making any return to me for the services I may have wrought you, but assuredly it is now full time that I should reveal to you, and that you should know clearly who I am. For in the same fashion as you delivered me from death, I on my part have desired to render to you the recompense you deserve so highly at my hands. Know, then, that I am the wild man of the woods whom you, with such loving compassion, set free from the prison- house of the king your father, and that I am called by name Rubinetto.' And then he went on to tell Guerrino by what means the fairy had brought him back into his former state of a fair young man. Guerrino, when he heard these words, stood like one bemused, and out of the great tenderness and pity he had in his heart he embraced Rubinetto, weeping the while, and kissed him, and claimed him as his own brother.
And forasmuch as the day was now approaching for Guerrino to solve the question to be set to him by King Zifroi, the two repaired o the palace, where upon the king gave order that his two beloved daughters, Potentiana and Eleuteria, should be brought into the presence of Guerrino covered from head to foot with white veils, and this was straightway done. When the two daughters had come in so much alike in seeming that it was impossible to tell the one from the other, the king said: 'Now which of these two, Guerrino, do you will that I should give you to wife? But Guerrino stood still in a state of doubt and hesitation, and answered no thing, but the king, who was mightily curious to see how the matter would end, pressed him amain to speak, crying out that time was flying, and that it behoved him to give his answer at once. To this Guerrino made answer: ' Most sacred majesty, time forsooth may be flying, but the end is not yet come to this day, which is the limit you have given me for my decision.' And all those standing by affirmed that Guerrino only claimed his right.
When, therefore, the king and Guerrino and all the others had stood for a long time in expectation, behold! there suddenly appeared a hornet, which at once began to fly and buzz round the head and the fair face of Potentiana of the golden hair. And she, as if she were afeared of the thing, raised her hand to drive it away, and when she had done this three times the hornet flew away out of sight. But even after this sign Guerrino remained uncertain for a short time, although he had full faith in the words of Rubinetto, his well-beloved companion. Then said the king, 'How now, Guerrino, what do you say? The time has now come when you must put an end to this delay, and make up your mind.' And Guerrino, having looked well first at one and then at the other of the maidens, put his hand on the head of Potentiana, who had been pointed out to him by the hornet, and said, 'Gracious king, this one is your daughter of the golden tresses.' And when the maiden had raised her veil it was clearly proved that it was indeed she, greatly to the joy of all those who were present, and to the satisfaction of the people of the city. And Zifroi the king gave her to Guerrino as his wife, and they did not depart thence until Rubinetto had wedded the other sister. After this Guerrino declared himself to be the son of Filippomaria, King of Sicily, hearing which Zifroi was greatly rejoiced, and caused the marriages to be celebrated with the greatest pomp and magnificence.
When this news came to the father and the mother of Guerrino they felt the greatest joy and contentment, seeing that they had by this time given up their son as lost. When he returned to Sicily with his dear wife and his well-loved brother and sister-in-law, they all received a gracious and loving welcome from his father and mother, and they lived a long time in peace and happiness, and he left behind him fair children as the heirs of his kingdom.





Mentre che il re era alla caccia, venne gran voglia a Guerrino, che giovanetto era, di vedere l’uomo salvatico, e andatosene solo con l’arco, di cui molto si diletava...



___________________________________________
TRADUZIONE ITALIANA
© Adalinda Gasparini 1996, da Giovan Francesco Straparola (1554–1557) Le piacevoli notti. Notte quinta, favola  I.

___________________________________________
TESTO
Giovan Francesco Straparola, Le piacevoli notti. A cura di Donato Pirovano. Roma: Salerno Editrice, 2000. 2 Tomi. Notte quinta, favola I. Tomo II, pp. 324-343.

Vedi anche: Giovan Francesco Straparola, Le piacevoli notti, a cura Giuseppe Rua. Bari: Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, 1927.
Online: http://www.intratext.com/IXT/ITA2969/_INDEX.HTM; consultato il 19 aprile 2013.
___________________________________________
TRADUZIONE INGLESE
From The Facetious Nights of Giovanni Francesco Straparola, Vol. II., translated into English by H. G. Waters; privately printed in London for the Bibliophile Society; 1901. Night the Fifth, the First Fable. http://elfinspell.com/Strap2Night5Fable1.html; ultimo accesso: 18/03/17.
___________________________________________
ALTRE VERSIONI
Vedi questa fiaba anche in VENETO. Fiabe antiche e popolari d'Italia, testi originali con traduzione a fronte a cura di Adalinda Gasparini e Claudia Chellini. Forlì: Foschi Editore 2018. Pp. 34-71. https://www.libreriauniversitaria.it/veneto-fiabe-antiche-popolari-italia/libro/9788833200163; consultato il 17 ottobre 2018.
___________________________________________

IMMAGINE
Strong Hans and Iron Hans, autore sconosciuto; tratto da http://jungchicago.org/store/index.php?route=product/product&product_id=385; ultimo accesso: 18 ottobre 2018.
___________________________________________
NOTE
Guerrino era un prode e valente cavaliere, che tante volte si era vantato di sapere come fare a uccidere il cavallo selvatico senza pericolo... Nel mito è già presente il motivo del vanto, di poter affrontare con successo un compito impossibile, ricorrente in molte fiabe. Il fatto che il vanto sia espresso dal protagonista o che altri per distruggerlo affermino che si è vantato, non fa differenza ai fini della dinamica della fiaba: in ogni caso il protagonista si trova ad affrontare un compito impossibile, e assolvendolo diventa re a sua volta, eliminando chi aveva cercato di provocare la sua morte.
Nel mito di Perseo, secondo una versione l'eroe si vanta col re Polidette di essere in grado di portargli la testa di Medusa, mentre in un'altra versione viene costretto a compiere questa impresa dallo stesso re, che in ogni caso spera che muoia nell'impresa impossibile, per avere Danae, madre dell'eroe, in suo potere. Vedi l'episodio nelle Metamorfosi di Ovidio (Libro IV).




 © Adalinda Gasparini
Online dal 10 gennaio 1993
Ultima revisione 18 ottobre2018