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ADALINDA GASPARINI              PSICOANALISI E FAVOLE

NDVIN, NDVNATOUR

La lr in igg a la Gardi in marqu a la lhi pii lhi ndvnalh e toutt cant i lhi n poun dir: s ił a ndvn p, a lbrav in carchr. Ma a ndvnav touttav: soul du igg a v pa ndvin.
Ou primm igg, ina fmmn i lhi v dir:
-
Ndvin, ndvnatour, filh d prnchp d gran snhour: primm, ł r moun pair, ir ł moun filh, iai in filh qu ał mar a ma mair.
Ou marqu a v pa ndvin a sou v fa ndvin d la fmmn.
Icust ilh anna a trouvar ou pair ncarchr e, p o far ming, i lou lett coumm in filh: din a stss tump, iqu filh
łr ou mar d la mair.
Ou marqu a
łłour a v ira libbr ou carchr.
In atr igg, la v issr ou carchr qua lhi v dir ou ndvnalh:
- Al spar enqui a via e al mass nqui a via p; al mng carn nss pa nss, quiout ab paro
łł vlh al bouv iaigu qu lhista p n n chl n n trr.
Ou marqu a lhi v puns jorn e nout. A la drrir, a sou v far dir.
Ou carchr, tant iann arri, a
ł ra scapp d la prssoun. A sra moucch din  n cosqu. Affam, al ava spar na łour quilh ra prnn: al ava spar shit nqui a vi al ava mass lhi filh qua via p. E a s n v annar din na guiiz e, ab la cart dn łibr vlh (parołł vlh) al ava pcchqu ou fiqu p couchnar la łour: cour a s la mnjav, la v oass in vs a lhi la v robb. E łomm a s v ira countunt d lhi filh, carna quilh ra pa nss. Łaigu qual ava bouv łra iqułł d łaiga sant, iaigu qu stava p n n chl n n trr.
Ou marqu a v issr shit coustrtt a lou librar, daddonunqu a v
łaiss prd lhi ndvnalh.

Cera una volta a Guardia un marchese al quale piacevano gli indovinelli e tutti quanti gliene potevano dire: se non riusciva a indovinare, liberava un carcerato. Ma indovinava sempre: solo due volte non indovin.
La prima volta, and una donna e gli disse:
- Indovina, indovinatore, figlio di principe e di gran signore: prima era mio padre, ora mio figlio, ho un figlio che sposato con mia madre.
Il marchese non riusc a indovinare e and a farselo dire dalla donna.
Questa andava a trovare il padre in carcere, e, per farlo mangiare, lo allattava come un figlio: allo stesso tempo quel figlio era il marito di sua madre.
Il marchese allora and a liberare il carcerato.
Unaltra volta, fu il carcerato che and a dirgli un indovinello:
- Spar a chi vedeva e ammazz chi non vedeva; mangi carne nata e non nata, cotta con vecchie parole, e bevve acqua che non stava n in cielo n in terra.
Il marchese stette a pensarci giorno e notte. Alla fine si fece dire la soluzione.
Il carcerato, tanti anni prima, era scappato dalla prigione. Si era nascosto in un bosco. Affamato, aveva sparato a una lepre che era pregna: aveva sparato a chi vedeva e aveva ammazzato quelli che non vedeva. E se ne era andato in una chiesa e con la carta di un vecchio libro (vecchie parole) aveva appicciato il fuoco per cucinare la lepre: mentre se la mangiava era passato un cane e gliela aveva rubata. E luomo si era dovuto contentare dei figli carne che non era nata. Lacqua che aveva bevuto era quella dellacquasantiera, acqua che non stava n in cielo n in terra.
Il marchese si vide costretto a liberarlo, e da quella volta lasci perdere gli indovinelli.




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TESTO Taliant d la pir da Garroc. Canti, filastrocche, racconti, indovinelli e proverbi di Guardia Piemontese. Raccolti e presentati da Silvana Primavera e Diego Verdegiglio, a cura e con Introduzione di Arturo Genre. Alessandria: Edizioni dell'Orso, 1992; p. 93. Il titolo nostro.

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TRADUZIONE
Adalinda Gasparini 2010.
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LINGUA
"La storia di Guardia diversa da quella dei villaggi calabresi dei dintorni. una storia affascinante e tragica. Terra promessa per popolazioni demograficamente esuberanti, che a partire dalla fine del tredicesimo secolo vi trovarono lavoro e sostentamento, assistette in seguito al loro feroce annientamento. Avamposto tra cristiani di una comunit ugualmente cristiana, ma legata a un visione della propria fede e ad un impegno diversi, vide i fratelli sterminarei  fratelli e poi braccare i superstiti e condizionarme con la forza persino il pensiero, per impedirne la diversit. " (Taliant..., cit. sopra; p. 9)
Nel sec. XIII gruppi di Occitani, prevalentemente valdesi, lasciano il Piemonte e il Delfinato fuggendo le persecuzioni religiose e popolano villaggi del cosentino. Prosperano fino al  XVI secolo, senza praticare pubblicamente la loro fede, ma escono allo scoperto quando giunge loro la notizia dell'adesione dei valdesi del Piemonte al protestantesimo. Pochi mesi dopo viene loro richiesto di rientrare nella Chiesa Cattolica Apostolica Romana, e al loro rifiuto seguono massacri. I pochi superstiti rimasti a Guardia Piemontese vengono posti sotto lo stretto controllo dei domenicani. Senza riti e senza cultura scritta continuano a parlare la loro lingua, ignorati anche dai valdesi settentrionali fino alla fine del XIX secolo, quando un pastore valdese 'scoprir' in Calabria suoni e nomi familiari.
La distruzione della cultura valdese era stata condotta con un "meticoloso e calcolato progetto di alienazione mentale collettiva" (Ivi, p. 11).
Il guardiolo rimasto totalmente isolato dalle altre parlate occitaniche, e ha subito l'influsso della parlata calabrese mentre al nord l'influsso era quello francese e italiano. Nel secondo dopoguerra il piemontese, il calabrese, e l'italiano, lingua nazionale, hanno invaso la fragile comunit di Guardia Piemontese. Nel 1990 venivano censiti appena 450 parlanti.
In tutta Europa  i governi "hanno fatto il possibile per eliminare tutte le culture e le lingue diverse" da quella nazionale "o da quelle divenute ufficiali, ignorandole, ridicolizzandole o proibendole. Ed questa pure la risposta che sinora i governi succedutisi in Italia, anche prima della fondazione della Repubblica, hanno dato al problema, a dispetto della straordinaria variet e ricchezza che la Penisola racchiude e che si voluta ignorare" (Ivi, p. 14).

Vedi, in questo sito, la fiaba Mastro Benigno, anch'essa in occitano calabrese.

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IMMAGINE Caravaggio, Sette opere di misericordia (1607), Pio Monte della Misericordia, Napoli, https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/0/03/Caravaggio_-_Sette_opere_di_Misericordia_%281607%2C_Naples%29.jpg
ultimo accesso 4 ottobre 2018.

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NOTE


Se non riusciva a indovinare, liberava un carcerato

Gli indovinelli che il nobile indovinatore non riesce a risolvere gli sono rivolti da personaggi opposti a lui per condizione: cos anche in altre favole, come Soldatino con la figlia del re (http://xoomer.virgilio.it/hitfc/favolea16.htm; consultato il 7 giugno 2011). Di fronte a Turandot, gelida principessa solutrice di enigmi nella raccolta I mille e un giorno di Ptis de la Croix (vedi Bibliografia) che pone enigmi ai pretendenti, facendo loro perdere la testa definitivamente se non sanno rispondere, sta il solutore di enigmi Kalaf, prinicipe ma ridotto in miseria e ignorato da tutti, al punto che nessuno pu indovinare il suo nome. Il nesso fra il motivo dell'enigma e il tema dell'incesto costante: vedi Historia Apollonii Regis Tyri, dove il protagonista scopre che l'enigma posto dal re come prova di nozze vela e svela il suo rapporto incestuoso con la figlia. Per l'enigma come svelamento dell'incesto vedi, di chi scrive, La luna nella cenere, Capitolo 3.2: L'enigma dell'incesto e il tempo senza tempo.
L'incesto come tema dell'enigma in questa favola guardiola confonde il marchese. In ogni caso l'opposizione fra colui o colei che risolve gli enigmi e colui o colei che li propone, radicale. Si presenta in questo corpo a corpo la radicale ambiguit del linguaggio, che pu significare con assoluta chiarezza e insieme oscurare e ingannare. Chi esercita il potere sovrano, come il re o la bellissima principessa che non vuole sposarsi, chi conosce la lingua e la usa con magica abilit, nel corpo a corpo col suo opposto incontra il limite del linguaggio, che costringe i solutori di enigmi a comprendere la sua indomabile potenza di mantenere nessi costanti con l'inconscio. Come il mito di Edipo al centro della teoria freudiana, cos la parola nel lavoro analitico ha la funzione di accompagnare il soggetto nell'ascolto della complessit enigmatica del linguaggio, come si rivela nei sogni notturni, nei lapsus, negli atti mancati, nei sintomi.
Nemmeno il poeta che padroneggia in misura massima la lingua pu dominare la sua natura bifronte, questo il senso del frammento sulla fine Omero attribuito a Eraclito e riportato da Clemente Alessandrino. Avvertito dall'oracolo di Delfi di guardarsi da giovani ignoranti, Omero un giorno chiese a dei pescatori cosa avessero preso, e questi gli risposero:

...ὅσα εἴδομεν καὶ ἐλάβομεν, ταῦτα ἀπολείπομεν, ὅσα δὲ οὔτε εἴδομεν οὔτ᾽ ἐλάβομεν, ταῦτα φέρομεν
http://it.wikibooks.org/wiki/Utente:Mizardellorsa/
Eraclito#fragmentum_B_56; consultato il 21 ottobre 2011
...quanto abbiamo visto e preso, questo lo lasciamo; quanto non abbiamo visto n preso, questo lo portiamo

Non riuscendo a comprendere cosa volevano dire i giovani incolti, che non pescando nulla si erano cercati i pidocchi, Omero mor di vergogna.  
Il radicale incontro con l'altro, irriducibile a noi, pone un limite all'illusione di padroneggiamento personificata da Edipo, dal marchese della favola di Guardia Piemontese, da Turandot: da ogni soggetto che pensa di porre enigmi di cui lui solo conosce la soluzione o di poter risolvere qualunque enigma. Nelle favole incontrare questo limite porta alle nozze, fino a quel punto impossibili.
Fabulando. Carta fiabesca della successione

Vedi la Carta di questa fiaba per accedere all'e-book e ad altre note. Vedi in particolare il Fairinfo per la storia di Cimone e Pero, con la figlia che in prigione allatta il padre salvandolo dalla morte per fame. Il soggetto nell'immagine di questa pagina, tratta da Caravaggio.






Online dal 4 giugno 2012
Ultimo aggiornamento: 4 ottobre 2018