C'era una volta, molti secoli fa, nella ricca città di Furtei, un  giovane birbone e amante della bella vita e dei divertimenti, che era il più astuto malandrino del mondo. Tutta la città conosceva il giovane come ladro matricolato, e molti cittadini erano andati dal pretore a denunciare i suoi furti. Il pretore mandava a chiamare il giovane  e gli diceva che se continuava a fare così lo avrebbe fatto impiccare, ma Mercuzio, questo era il suo nome, giurava che non era stato  lui, e così non veniva arrestato.
Per i furti e le malefatte Mercuzio era un cattivo soggetto, ma aveva questo di buono: non rubava perché era avido di quelle ricchezze, ma per regalarle generosamente quando e come gli faceva piacere. E dato che era intelligente e di carattere divertente  e allegro, il pretore gli era sinceramente affezionato, e godeva spesso della sua compagnia.
Siccome Mercuzio non smetteva di rubare e il pretore continuava  a ricevere  denunce contro di lui, ma gli voleva troppo bene per  punirlo, un giorno lo chiamò e gli parlò seriamente, per convincerlo a diventare una persona perbene lasciando la vita da malandrino, altrimenti sarebbe incorso nei pericoli mortali di chi va contro le leggi. Mercuzio lo ascoltò attentamente, e poi disse:  "Signore, ho sentito e ho capito i rimproveri che mi fai, e sapendo che parli perché mi vuoi bene ti ringrazio. Quello che mi dispiace è che degli sciocchi invidiosi mettano in giro queste calunnie, rovinando la mia reputazione per farmi del male. Chi ti ha riferito queste bugie sul mio conto farebbe meglio a mordersi  la lingua velenosa". Accecato dall'affetto il pretore volle credere a Mercuzio, e non dava corso alle  denunce contro di lui, continuando a vederlo tutti i giorni.
Una volta che erano insieme a tavola e si narravano storie divertenti, Mercuzio cominciò a raccontare di un ladro matricolato,  così abile e astuto che senza farsi  prendere riusciva a rubare  qualsiasi cosa, per quanto fosse ben nascosta e sorvegliata. Allora il pretore gli disse: "Questo giovane devi essere tu, che sei intelligente, astuto e birbone. E se stanotte sarai capace di  rubarmi il letto in cui dormo, ti prometto sul mio onore cento monete d'oro". A questa proposta Mercuzio si rannuvolò, e gli rispose così: "Signore, tu  pensi dunque che io sia un ladro, ma non è vero, non ci sono mai stati ladri nella mia famiglia; io vivo onoratamente senza far nulla di male. Ma se vuoi che io corra questo pericolo mortale, per il bene che ti ho sempre voluto e che ti voglio, stanotte farò quello che mi hai proposto, e se muoio, pazienza".
Con una gran voglia di accontentare il pretore, Mercuzio andò via, passò tutto il giorno a scervellarsi per trovare un modo di portargli via il letto senza che se ne accorgesse;  finalmente gli venne un'idea, e si mise subito all'opera. Quel giorno a Furtei era morto un mendicante, e lo avevano sepolto fuori dalla chiesa: Mercuzio aspettò che tutti fossero immersi nel sonno,  andò alla tomba, la aprì leggermente, prese il morto per i piedi e lo tirò fuori dal sepolcro. Poi rivestì il corpo morto con i suoi abiti, che gli stavano alla perfezione, tanto che chiunque lo avesse visto avrebbe creduto che fosse Mercuzio, non il mendicante, se lo caricò sulle spalle e si avviò verso il palazzo del  pretore. Là prese una lunga scala, salì sul tetto e senza farsi sentire cominciò a levare le tegole, poi con i suoi arnesi di ferro tagliò travi e tavole, facendo una grande apertura in corrispondenza della camera del pretore. Il magistrato, che era disteso sul letto senza dormire, sentiva tutto quello che faceva Mercuzio,  ma anche se si era accorto che gli stava rompendo il tetto si divertiva, e voleva proprio stare a vedere quando sarebbe venuto per rubargli il letto di sotto. E fra sé e sé diceva: "Fa' pure l'astuto malandrino più che puoi Mercuzio, tanto stanotte il mio letto non lo porterai via".
Mentre il pretore stava ad aspettare con gli occhi spalancati e le orecchie tese che venisse per prendergli il letto, Mercuzio fece scivolare giù il mendicante morto, che cascò in terra con un tonfo. Il pretore impaurito si alzò, accese un lume, e quando  vide il corpo steso a terra tutto pesto e lacerato riconobbe Mercuzio dai  vestiti e, stretto dall'angoscia,  disse: "Oh, misero me! per soddisfare un desiderio sciocco e infantile sono stato sconsiderato e ho provocato la sua morte! Cosa diranno di me quando si saprà che è morto in camera mia? Come devono essere sempre saggi e prudenti gli uomini!". Lamentandosi andò a picchiare all'uscio della camera di un servitore fedele, e dopo  averlo svegliato gli raccontò quel triste accadimento, pregandolo di scavare una fossa nel giardino e di metterci il cadavere, perché la cosa rimanesse nascosta e non si risapesse in giro.
Mentre il pretore e il servo seppellivano il morto, Mercuzio, che era lassù fermo e guardava tutto, vedendo che nella camera non c'era più nessuno si calò giù con una fune, prese il letto, e facendolo passare dal buco se lo portò via. Dopo aver sotterrato il morto, tornando in camera a dormire il pretore vide che mancava il letto. Rimase stupefatto, e se  volle riposare gli toccò cambiare camera, meravigliato  dalla finissima astuzia del ladro matricolato.
Il giorno dopo Mercuzio, come al suo solito, andò al palazzo a trovare il pretore, che vedendolo disse: "Mercuzio, sei proprio un ladro matricolato! Chi avrebbe mai immaginato un modo così astuto per rubare il letto, se non tu?". Mercuzio non rispondeva nulla, e stava lì sorridente, come se la cosa non lo riguardasse. "Mi hai fatto una delle tue beffe", diceva il pretore, "ma ti sfido a farmene un'altra, e allora capirò quanto vale la tua astuzia. Se stanotte riuscirai a rubare il mio bellissimo cavallo storno, che mi è tanto caro, oltre alle cento monete d'oro che ti avevo detto te ne regalerò altre cento". Mercuzio dopo aver sentito queste parole con l'espressione corrucciata si rammaricò della cattiva opinione che il pretore aveva di lui, dicendogli di non mandarlo in rovina. Quando vide che rifiutava la sua proposta il pretore andò in collera, e gli disse: "Se non lo farai, da me non aspettarti più nulla: sarai impiccato a uno degli anelli lungo le mura di questa città".
Vedendo che la faccenda era diventata pericolosa e che non si trattava affatto di uno scherzo, Mercuzio disse al pretore: "Va bene, farò tutto quello che posso per accontentarti, succeda quel che succeda, anche se non mi sento adatto a fare di queste cose", poi lo salutò e se ne andò. Il pretore, che si divertiva a  mettere alla prova la straordinaria astuzia del giovane, chiamò uno dei suoi servi e gli disse: "Va' nella stalla, prepara il mio cavallo storno, monta in sella e non smontare fino a domattina,  fa' buona guardia e vedi che non portino via il cavallo". Ordinò  a un altro servo  di montare la guardia per tutta la notte, infine chiuse personalmente le porte del palazzo e della stalla con fortissime chiavi.
Mercuzio aspettò che fosse notte fonda, prese i suoi strumenti e andò alle dimora del pretore, dove vide il guardiano che si era addormentato sulla porta. Siccome conosceva tutti i segreti del palazzo, lo lasciò dormire ed entrò nella corte da un'altra parte, si avvicinò alla stalla e, avendola trovata serrata, lavorò così bene con i suoi ferri che senza far rumore aprì le porte,  ma quando vide il servitore sul cavallo con le briglie in mano ebbe paura di non riuscire a portare a termine l'impresa. Poi avvicinandosi si accorse che anche quello era profondamente addormentato, e allora  il ladro furbo e matricolato immaginò il trucco più geniale che si potesse inventare: misurò l'altezza del cavallo, calcolò qualcosa in più, poi andò in giardino, prese quattro grandi pali che sostenevano le viti del  pergolato, li appuntì e ritornò nella stalla, dove il servo continuava a dormire come un ghiro. Con destrezza recise le redini che il servo stringeva tra le dita, poi tagliò il pettorale, la cinghia, la groppiera e tutto quello che lo legava al cavallo, e dopo aver ficcato in terra un palo, sollevò delicatamente uno degli angoli della sella e ce la appoggiò sopra. Prese un altro palo e dopo averlo piantato ci posò sopra la sella da un'altra parte e fece lo stesso con i pali sollevando gli altri due angoli. Così, mentre il servo continuava a dormire, lo spostò con la sella e tutto sui quattro pali conficcati nel terreno, poi prese un capestro,   lo mise al capo del cavallo e  sfilandolo  di sotto al servo se lo portò via.
La mattina dopo il pretore si alzò presto e andò nella stalla, dove, credendo di trovare il suo cavallo storno, vide il servo che dormiva sulla sella appoggiata su quattro pali. Lo svegliò e gliene disse di tutti i colori, poi tutto rannuvolato uscì dalla stalla.
Dopo poco Mercuzio, come al suo solito, andò al palazzo a trovare il pretore e lo salutò con affabilità. Il magistrato gli disse: "Sei proprio il migliore di tutti i ladri, io dico anzi che sei il principe e il re dei ladri. Ma ora capirò davvero fino  a che punto sei abile e geniale. Mi pare che tu conosca don Severino, il prete di quella chiesa appena fuori dalla città: se me lo porterai chiuso in un sacco, sul mio onore raddoppierò le duecento monete d'oro che ti ho promesso. Se non lo farai, preparati a morire". Don Severino era un buon prete, faceva una vita semplice e onesta, ma non era troppo furbo; si occupava  della sua chiesa senza pensare ad altro. Vedendo che il pretore era tinto male verso di lui, Mercuzio pensò: "Lui vorrebbe proprio incastrarmi e farmi morire, ma forse non andrà come crede, perché escogiterò di tutto pur di riuscire a portargli quello che mi ha chiesto". E fece proprio così: prese in prestito da un suo amico un camice bianco da prete lungo fino ai piedi e una stola tutta ricamata d'oro, poi cercò dei grandi cartoni robusti, intagliò due ali e le dipinse con tanti colori, infine fabbricò un diadema per illuminare tutto intorno.
Quando fu buio prese tutte queste cose con un grosso sacco, uscì dalla città e andò dove abitava don Severino, si nascose dietro una macchia di rovi e rimase lì tutta la notte. All'aurora Mercuzio indossò il camice sacerdotale accomodandosi al collo la stola, si mise in capo il diadema con le candele accese e si fissò le ali alle spalle, poi si acquattò e restò ad aspettare finché venne il prete per suonare il mattutino.
Quando don Severino arrivò col chierichetto alla chiesa, entrò lasciando la porta aperta e si mise a fare i suoi servizi.  Mercuzio, che stava attento e guardava la porta, mentre il prete suonava l'Ave Maria venne fuori dalla macchia, senza farsi sentire entrò in chiesa, si mise all'angolo di un altare e stando ritto, mentre teneva il sacco aperto con tutte e due le mani, con voce umile e melodiosa cominciò a dire: "Chi vuol andare in paradiso entri nel sacco! chi vuol andare in paradiso entri nel sacco!". Mercuzio continuava a recitare così, ed ecco che il chierichetto venne fuori dalla sacrestia: vide il camice bianco come la neve, il diadema che risplendeva come le stelle, le belle ali che parevano penne di pavone, sentì la voce e si spaurì tutto.
Appena  si riprese un poco  tornò dal prete e gli disse: "Don Severino, sai che io ho visto l'angiolo del cielo con un sacco in mano che dice: 'chi vuol andare in paradiso entri nel sacco'? Io ci voglio  andare".
Il prete credette subito alle parole del chierichetto, e senza pensarci due volte uscì dalla sacrestia, vide l'angiolo meraviglioso e sentì quello che diceva. Siccome desiderava moltissimo andare in paradiso e aveva paura che il chierichetto gli prendesse il posto nel sacco, fece finta di essersi dimenticato il breviario e disse al bambino: "Va' a casa, guarda in camera mia,  e portami il breviario che mi sono dimenticato sullo scanno".  Mentre il chierichetto andava a casa, il prete si avvicinò all'angiolo e con grande devozione entrò nel sacco.
Mercuzio, astuto, malizioso e matricolato, vedendo che il suo piano andava a meraviglia, chiuse il sacco e lo legò ben stretto,  poi si spogliò del camice sacerdotale,  si levò il diadema e le ali, ne fece un fagotto, se lo mise sulle spalle con il sacco e si avviò verso la città. Arrivò che era giorno fatto, e all'ora giusta portò il sacco al pretore, lo slegò e fece venir fuori don Severino. Questo, più morto che vivo, vedendo il pretore si accorse che lo avevano preso in giro, e cominciò a gridare, lamentandosi  che era stato assassinato e messo nel sacco con l'inganno, che ne aveva avuto danno e disonore, e chiedeva giustizia al pretore, dicendogli che doveva  punire un crimine come quello con una  severissima pena  come esempio e ammonimento per tutti i malandrini.
Il pretore, che aveva sentito com'era andata dal principio alla fine, non riusciva a trattenere le risa, e rivolgendosi a don Severino gli disse: "O pretino,  sta' cheto e non ti sgomentare,  avrai la prova della mia benevolenza e della mia giustizia, anche se questa, come possiamo vedere bene, è una beffa". E tanto disse e tanto fece, che riuscì a calmarlo, poi prese un sacchetto con  un po' di monete d'oro e glielo mise in mano, ordinando che lo accompagnassero fino a casa sua.
Poi si rivolse a Mercuzio e disse: "Mercuzio, Mercuzio, le tue imprese straordinarie superano di molto la tua fama di ladro matricolato. Eccoti le quattrocento  monete d'oro che ti avevo promesso, perché te li sei guadagnati con tutti gli onori. Ma sta attento e in futuro bada di vivere con saggezza e prudenza, perché se mi arriverà all'orecchio un'altra accusa, ti prometto che  senza clemenza ti farò dondolare con un cappio al collo".
Mercuzio si congedò dal pretore ringraziandolo per le monete d'oro, con le quali cominciò a fare il mercante, e con il suo ingegno fece fortuna, diventando un uomo ricco e saggio.


Il giorno dopo Mercuzio, come al suo solito, andò al palazzo a trovare il pretore, che vedendolo disse:
"Mercuzio, sei proprio un ladro matricolato! Chi avrebbe mai immaginato un modo così astuto per rubare il letto, se non tu?".


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TESTO © Adalinda Gasparini 1996, da Giovan Francesco Straparola (1554–1557); Le piacevoli notti.
Vedi: http://www.intratext.com/IXT/ITA2969/_INDEX.HTM; consultato il 16 ottobre 2018..
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IMMAGINE Warwick Goble: Giambattista Basile. Stories from the Pentamerone. E. F. Strange, editor. Warwick Goble, illustrator. London: Macmillan & Co. 1911.
Fonte: http://www.all-art.org/world_literature/images/p/goblepent31.jpg consultato il 16 ottobre 2018.;  
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ALTRE VERSIONI
Vedi anche, in questo sito, Al ladr unurà, favola bolognese del sec. XX.

Vedi questa fiaba (col titolo Il ladro onorato) anche in EMILIA-ROMAGNA. Fiabe antiche e popolari d'Italia, testi originali con traduzione a fronte a cura di Adalinda Gasparini e Claudia Chellini. Di prossima pubblicazione per Foschi Editore, Forlì. (nota del 16 ottobre 2018)
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Mercuzio
L'antecedente mitico di questa fiaba è alto e poco conosciuto ai non addetti ai lavori. Si tratta del nonno materno di Odisseo, Ulisse, che scelse per lui il nome: "Ti chiamerai Odisseo, odiato, perché io sono stato odiato dagli uomini". Anticlea e Laerte prima di portarlo al nonno Autolico chiamavano il bambino Utì, Nessuno. Ricordiamo che dando questo suo primo nome al cciclope Polifemo Ulisse salvò se stesso e i compagni. Infatti, quando il ciclope chiamò in aiuto gli altri ciclopi dell'isola dicendo loro che nessuno lo aveva accecato, non ottenne nessun aiuto. Autolico, figlio del dio Hermes, Mercurio per i latini (il nome scelto da Straparola ci suggerisce come avesse presente il mito di cui stiamo parlando), aveva ottenuto dal dio, che era patrono dei ladri oltre che dell'astuzia e delle anime disincarnate nel loro viaggio fra la terra e gli inferi, fra i vivi e i morti, il dono di diventare invisibile. Grazie a questo dono Autolico era inafferrabile, fino a quando un altro astuto della mitologia, Sisifo, che aveva ottenuto una seconda vita, non lo scoprì. Aveva messo il suo marchio sotto lo zoccoli dei suoi animali, e quando Autolico, che non conosceva il trucco, gli permise di controllare gli animali dei quali si dichiarava legittimo proprietario, fu scoperto. A quel punto si racconta che Autolico, vistosi scoperto, invitò in casa sua Sisifo, e dopo averlo saziato alla sua tavola gli offrì sua figlia Anticlea, ancora vergine, che sarebbe andata in sopsa il giorno dopo al re di Itaca, Laerte. Secondo questo mito il padre di Ulisse sarebbe il semidio Sisifo, astutissimo secondo Omero, che avrebbe dato il suo contributo  alla mente di Ulisse, polü-mètis, poikilo-mètis e ankylo-mètis:dotato di risorse/pensieri/astuzie (mètis) in gran numero (polü-), variegati(poikilo-), complessi/contorti (ankülo-), già riccamente dotato dal nonno materno e dal bisnonno Hermes/Mercurio. Da ricordare che il neonato Hermes uscì dalla culla senza che la madre Maya se ne accorgesse - il padre era Zeus/Giove - e rubò le mandrie del fratellastro Apollo. Il dio lo scoprì grazie allo stesso stratagemma di Sisifo con Autolico, e perdonò Hermes solo quando il dio neonato gli offrì come ricompensa la lira, che aveva appena inventato.
Per approfondire, vedi anche: Autolico, https://it.wikipedia.org/wiki/Autolico; Sisifo, https://it.wikipedia.org/wiki/Sisifo; Hermes, https://it.wikipedia.org/wiki/Ermes#La_nascita_di_Ermes; pagine online consultate il 16 ottobre 2018.
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Diventando_un_uomo_ricco_e_saggio
La fiaba non conosce proprietà privata di narrazioni e figure, attingendo a miti e tradizioni fiabesche senza limiti, e fornendo a sua volta narrazioni e figure alla letteratura colta, al cinematografo - dalla Cenerentola di Mélies ai film dedicati oggi alle fiabe - alla televisione, alla letteratura colta (Per un'analisi dei motivi fiabeschi nella letteratura postoloniale, vedi anche, di Silvia Albertazzi e chi scrive: Il romanzo new-global. Storie di intolleranza, fiabe di comunità, 2003). La migrazione modificasia i migranti che gli autoctoni, in un corpo a corpo competitivo e moroso quanto i contrasti poetici come Rosa fresca aulentissima di Cielo d'Alcamo, che molti hanno letto alle scuole superiori.
Il valore mitico del furto astuto - nella nostra lingua resta l'espressione furto con destrezza - non incorre in un veto moralistico o legale, se da dei esemidei ladri discende Ulisse, il soggetto più fortunato dellaletteratura mondiale, tanto che non ha mai conosciuto un declino della sua popolarità, né sembra destinato a conoscerlo. Si parla qui del valore dell'intelligenza, e di come l'intelligenza, alla pari dell'Eros, sia di per sé anarchica, e incorra quindi facilmente nei rigori della legge. Leggiamo in questo senso la regolare ascendenza paterna di Ulisse, ovvero il saggio e quieto Laerte, che si ritira dalla reggia e vive come contadino e pastore nei suoi campi.
L'erede fiabesco di Hermes/Mercurio, Autolico e Ulisse, il nostro ladro matricolato capace di rubare qualunque cosa senza farsi catturare, è invitato e accetta il confronto con il rappresentante dellì'autorità costituita, come con il padre che non è presente nella sua famiglia. Il pretore svolge un'azione feconda sia per il giovane, che potrebbe esser destianto alla forca, sia per la città, perché lasua intelligenza alla fine opera nell'ambito della legge. Speriamo di tornare in seguito su questo interessantissimo tema, ricordiamo, per il momento, che a Sparta il furto era ammesso nei giovani, e che anche nella Bassa Modenese i bambini potevano andarea rubare la frutta, fermostando che se il propietario del frutteto li coglieva sul fatto rischiavano di essere bastonati.
Mi concedo un ricordo personale: il mio nonno paterno, contadino - piccolissimo proprietario - e appassionato lettore di romanzi, a differenza dei suoi fratelli e deivicin iaveva propibito a mio padre di partecipare alle spedizioni di furto con i suoi giovanissimi compagni. Mio padre ricordava il suo dispiacere di quei tempi lontani come un'ingiustizia, e allo stesso tempo coglieva in quel divieto i lriferimento a una legge superiore a quella locale, derivante al nonno dalla passione per la letteratura e per il socialismo anarchico, ben vivo fino alla dittatura fascista.

Il furto di Autolico, come quello del ladro onorato o matricolato, ricorda il limite al diritto di proprietà, così come il mito e la fiaba ricordano il limite all'assetto cosciente della nostra vita, sia quello di ciascuno di noi, che della nostra famiglia, sia della società in genere. La fine dell'autorità esercitata come assoluta dalle religioni non incide sulla ricchezza di senso delle fiabe, che non sono legate a nessuna nazione o cultura particolare se non temporaneamente. Quanto ai miti, un corpus nazionale è indubbiamente legato al popolo e alla nazione che l'ha generato e alla quale appartiene, ma i diversi miti presi nel loro insieme - noi includiamo le storie delle religioni, comprese anche quelle monoteistiche - rivelano ciò cheaccomuna gli esseri umani, anche nel momento in cui ne narrano l'inimicizia e le guerre. (Questa e la nota precedente sono del 16 ottobe 2018)



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Adalinda Gasparini
Online dal 10 gennaio 2003
Ultima revisione 16 ottobre 2018