INDICE
- PREFAZIONE - Sogni al bivio, finzioni al crocevia,
Antonio Faeti
- INTRODUZIONE
- Tutto
questo deve bastare
Adalinda Gasparini
- PRIMO CAPITOLO - Il regno sterile
A. Gasparini - Nati per incantesimo
S. Albertazzi – Bambini di mezzanotte
- SECONDO CAPITOLO - Attacco al regno
A. Gasparini - Dal cielo, dalla terra, dal mare e dalle tenebre
S. Albertazzi – Angeli sterminatori
- TERZO CAPITOLO – Il regno senz'anima
A. Gasparini – Muta
d'accento e di pensier
S. Albertazzi – Una lotta a morte con la morte
- CONCLUSIONE
–
Folgorati dalla vita
Silvia Albertazzi
- POSTFAZIONE – Cosa c'è di più assurdo della
razionalità ?
Sebastiano A. Tilli
- BIBLIOGRAFIA
INTRODUZIONE
Tutto questo deve bastare
Adalinda Gasparini
Nel romanzo di Vikram Chandra, Terra rossa e pioggia
scrosciante,
una scimmia in punto di morte ricorda che in una vita precedente
è stata un essere umano, e trovandosi in una casa indiana tenta
di dirlo, inutilmente, perché dalla sua gola di scimmia escono
solo suoni rauchi. Ma vedendo il padrone di casa alla macchina da
scrivere scopre rapidamente come usarla, e, pur non conoscendo l'uso
del tasto per le maiuscole, la usa per placare il terrore dei suoi
ospiti:
- non avere paura di me, sono sanjay, nato in una
rispettabile
famiglia brahmana. mi consegnai a yama nell'anno novecentoundici o,
secondo il calendario inglese, nel milleottocentottantanove dopo
cristo, senza dubbio a causa del cattivo karman accumulato durante
quella vita sono rinato in queste sembianze e ora sono stato
risvegliato dalla ferita subita. non voglio farti alcun male. sono solo
molto stanco. non sono uno spirito malvagio. per favore aiutami a
tornare nel letto. (Chandra 1998, 16)
Poco dopo cade un silenzio assoluto, perché Yama,
terribile
dio della morte, verde di pelle e dai capelli nero giaietto, viene per
portarlo con sé: la scimmia prega gli dei di salvarla dal cappio
inesorabile e carezzevole della morte, e Hanuman, dio delle scimmie e
protettore dei poeti, accogliendo il suo appello fronteggia Yama:
- È un poeta che ha chiesto la mia protezione.
- Un facitore di versi burleschi che si appella a un vecchio abitante
degli alberi - disse Yama sbuffando. - Lèvati dai piedi.
Lo sai chi sono, Yama? - sibilò Hanuman rizzandosi sulle zampe;
all'improvviso torreggiò al di sopra del Dio, le sue labbra
rosse si contrassero fino a scoprire i denti ingialliti, e i muscoli si
tesero come cavi elettrici sotto la bianca pelliccia.
- Sono Hanuman; io vivo grazie alle voci di uomini e donne e alle
fantasie di bambini; ti sfido. Sputo sulle tue goffe ironie e le tue
meschinità. (Ivi, 23)
La scimmia che era Sanjay ha bisogno di un po' di tempo
per
raccontare la sua storia, altrimenti il suo cattivo karman ne
provocherà una nuova reincarnazione in forma animale, ma Yama si
oppone alla richiesta:
- Non voglio sapere cosa accadde, - replicò Yama, -
il
più delle volte c'ero anch'io. Tutti vengono a me. So come
andarono le cose.
- Io non ripeterò la vera versione dei fatti. - mi affrettai a
balbettare. - Mentirò. Costruirò un sogno finemente
colorato, una storia di passione e gioia, un'enorme menzogna fatta per
intrattenere e istruire e illuminare. (Ivi)
Finalmente Hanuman e Yama si accordano: la scimmia
resterà in
vita, come Shahrazàd, finché racconterà storie
appassionanti. Le batterà alla macchina da scrivere, e il
giovane Abhay le leggerà: se metà del pubblico,
inizialmente composto dagli dei e dalla famiglia, poi sempre più
vasto, fino a costituire una piccola folla, si annoierà per
più di cinque minuti, la scimmia dovrà morire.
Così la scimmia che era Sanjay passa la notte pensando e
riflettendo alla storia che sta per raccontare:
Poi rimasi coricato e sveglio, tendendo l'orecchio agli
scricchiolii e al fruscio del vento fra le piante fuori dalla finestra,
volgendo di tanto in tanto lo sguardo al trono nero nell'angolo, una
lastra di oscurità più scura nell'oscurità; deboli
brillantini di luce vi guizzavano dentro; mi sforzavo di riandare al
passato e riportare alla luce ricordi convertibili in storie, ma
riuscivo a pensare solo alla ricchezza del mondo, alla sua verdeggiante
profusione: il delizioso profumo che esala dalla regina della notte
quando i suoi fiori si schiudono lentamente, il gracidio delle rane, la
luce argentata della luna e le ombre misteriose, lo stormire delle cime
degli alberi e il soffuso diffondersi delle voci, la carezza di morbide
rotondità concrete e rassicuranti, nell'incavo della mano.
Soprattutto pensavo: siamo fortunati, ed è strano che impariamo
a odiare perfino questo, che dimentichiamo simili doni e cerchiamo di
liberarcene; le lenzuola sono fresche e lisce sotto di me, e di
ciò sono riconoscente; sì, tutto questo deve bastare,
sentire queste cose e sapere che tutto questo coesiste, la terra con i
suoi mari, il cielo con i suoi soli. (Ivi, 26)
Il cappio di Yama è carezzevole, e tutto questo
può
non bastare, perché la morte ha un carattere assoluto che le
storie vere e false, quelle che tengono, che non fanno annoiare, non
conoscono. Thanatos, dio greco della morte, è figlio della Notte
e fratello di Ypnos, Sonno e Sogno. La morte e il racconto hanno una
relazione privilegiata, come il sonno e il racconto: i bambini
ascoltano storie per scivolare dolcemente nel Sonno, come i genitori
leggono un romanzo. Dal Sonno simile alla Morte, il coma, ci si
può svegliare se qualcuno racconta storie: accadrà alla
fine del libro di Chandra.
Ricchissimi di scambi sono il sogno e il racconto, che si
intrecciano in un antico discorso sul favoleggiare, puntando alla
pregnanza, agli echi che si creano, alle voci molteplici che si
riverberano e ne riprendono variandole trame e figure: quando la morte
di Socrate viene rimandata di un giorno per la festa di Apollo, il
filosofo compone favole alla maniera di Esopo. Ai suoi allievi spiega
che aveva sempre interpretato un suo sogno ricorrente, che lo incitava
a comporre ed esercitare musica, come un'esortazione a continuare
ciò che già faceva, ‘reputando che la filosofia fosse
musica altissima' (Fedone, IV, a). Ma questa volta, avendo ricevuto in
dono un altro giorno di vita, Socrate decide di non partire per il
regno dei morti senza aver interpretato in modo nuovo il suo sogno:
[...] pensando che il poeta, se vuol esser poeta, ha da
comporre
favole e non ragionamenti, e io non ero un favoleggiatore, ecco
perché quelle favole che avevo più alla mano e che sapevo
a memoria, quelle di Esopo, mi misi a poetare di codeste, le prime che
mi vennero in mente. (Ivi, b)
Per Socrate e per la scimmia di Chandra il racconto
scaturisce dalla
percezione della vita come dono, sentimento della vita che segnala il
passaggio di Eros nel terreno del linguaggio, e come l'arte è
grazia, che scioglie il soggetto dalla contrattazione mercificata, sia
concretistica, sia ideologica. Alla scimmia e a Socrate accade di
liberarsi liberando, come agli attanti fiabeschi: ne parla Italo
Calvino introducendo le Fiabe italiane, rispetto alle quali si è
posto come ultimo anello di una lunga catena di narratori e
raccoglitori appassionati. Le fiabe, scrive Calvino, sono vere, sono
una sorta di mappa dell'esistenza, un ‘catalogo dei destini' umani
nelle loro diverse condizioni e soprattutto dei passaggi, della
crescita come incessante trasformazione:
E in questo sommario disegno tutto: la drastica divisione
dei
viventi in re e poveri, ma la loro parità sostanziale; la
persecuzione dell'innocente e il suo riscatto come termini d'una
dialettica interna ad ogni vita; l'amore incontrato prima di conoscerlo
e poi subito sofferto come bene perduto; la comune sorte di soggiacere
a incantesimi, cioè d'essere determinato da forze complesse e
sconosciute, e lo sforzo per liberarsi e autodeterminarsi inteso come
un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli altri, anzi il
non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando; la fedeltà
a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che
portano alla salvezza e al trionfo; la bellezza come segno di grazia,
ma che può essere nascosta sotto spoglie d'umile bruttezza come
un corpo di rana; e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini
bestie piante cose, l'infinita possibilità di metamorfosi di
tutto ciò che esiste. (Calvino 1979, I, 16; corsivo mio)
Favola o fiaba, dal latino fabula, che come il greco
mythos
significa parola e racconto, fino all'Ottocento designava qualsiasi
storia priva di riscontro oggettivo. Il vescovo Jacopo da Varagine, e
il suo vasto pubblico di credenti dal XIII secolo in poi non avrebbe
mai posto tra le favole la storia di santa Cristina, chiusa in una
torre da un padre che voleva impedirle di fuggire non con un principe
straniero ma abbracciando la nuova fede cristiana. Quando di fronte
alla sua ostinazione il padre ordina di straziare il suo corpo con
uncini di ferro, Cristina prende i brandelli della propria carne e li
getta addosso al padre con disprezzo. Il padre muore e la persecuzione
viene continuata da un certo Giuliano, il quale:
...comandò che le fossero gettati addosso due aspidi,
due
vipere e due colubri; ma le vipere le si arrotolarono ai piedi. gli
aspidi le circondarono il seno e i colubri le leccarono il sudore
intorno al collo. Disse qualcuno a un incantatore: "Serviti delle tue
arti per eccitare quelle bestie!" Ma le bestie si rivoltarono contro
l'incantatore e lo uccisero. Allora Cristina comandò ai serpenti
di andarsene nel deserto, poi resuscitò il morto. Allora
Giuliano ordinò di strappare le mammelle della fanciulla da cui
sgorgò latte invece di sangue. Infine le fece tagliare la
lingua; ma Cristina per questo non perse la parola e prendendo un pezzo
della sua lingua la gettò in faccia a Giuliano che fu percosso
in un occhio e subito perdette la vista. (Jacopo da Varagine, 409-410)
La parola vera non può essere soffocata, e
l'istituzione che
pretende di riuscirci condanna se stessa: un segmento narrativo del
martirio di Cristina è nella storia di Giordano Bruno, che
durante il suo supplizio avrebbe tagliato con i denti e gettato sui
suoi persecutori la propria lingua. Si tratta qui di una verità
metaforica, che si diffonde attraverso la storia, e questa
verità ci giunge intatta, anche se ormai non possiamo
considerarla, come fu un tempo, ‘divina'. Nè ci sembra una
verità scientifica, come al suo tempo e oltre, il potere
venefico della donna mestruata, descritto dallo scienziato
rinascimentale Paracelso:
Ad una sua semplice occhiata, uno specchio si ricopre di
chiazze e
si guasta; allo stesso modo, se essa guarda una ferita o una piaga, la
fa suppurare e impedisce la sua guarigione. Anche il suo fiato, come il
suo sguardo, può guastare, corrompere e rendere inservibili
molte cose, e così pure il suo tocco. Vedrete, infatti, che se
essa maneggia del vino durante il periodo mestruale, questo vino si
trasformerà immediatamente, assumendo un dubbio sapore. (156-157)
È facile sorridere o indignarsi leggendo
Paracelso, anche
quando afferma, in pieno accordo con Aristotele e tutti gli altri
imparziali ricercatori, che nel liquido spermatico è presente,
minuscolo ma completo, il futuro essere umano, al quale la donna, come
la terra al seme di grano, fornisce solo il nutrimento. Turba un po'
invece pensare che solo un secolo fa si è riconosciuto che la
donna contribuisce alla nuova vita non solo con la gestazione e il
parto, ma con il cinquanta per cento del corredo genetico, con
l'ovulazione. Non esiste osservazione svincolata dai bisogni affettivi,
e le affermazioni scientifiche o religiose hanno sapore di
verità, e possibilità di diffondersi, se corrispondono
alla rappresentazione che il soggetto e la sua cultura si danno per
vivere. La matrice della conoscenza scientifica, come delle ideologie e
dei sistemi religiosi, è la stessa del delirio e del sogno, e se
ne differenzia solo per il condiviso e costante confronto con
l'esperienza: nel nostro tempo ci illudiamo che esista un metodo
critico sufficiente a ignorare l'inconscio, la sua tirannia sui
processi cognitivi, la sua natura pulsionale, il principio economico
che domina la realtà psichica.
Come ultimo esempio, tanto piccolo quanto significativo, di questo
primato, possiamo leggere quanto nei vocabolari contemporanei si dice
della clitoride, come nel Vocabolario Treccani, del 1997:
In anatomia, organo erettile femminile impari e mediano,
omologo
al pene virile, però rudimentale, situato nell'angolo
anteriore della vulva. (grassetto mio)
Se la definizione non corrispondesse al bisogno di
sostenere la
millenaria rappresentazione della donna come minus habens, in quanto
raffrontata al meglio fornito modello maschile, si dovrebbe poter
trovare la reciproca, per la quale il pene potrebbe essere definito
come omologo alla clitoride femminile, però ipertrofico.
In molte lingue una favola può essere una cosa non vera, o una
menzogna, ma anche una realtà particolarmente bella e felice,
per quanto rara: nella vita di ciascuno si possono dare giorni o almeno
momenti favolosi. Se ci soffermiamo su questa ambivalenza possiamo
osservare che la favola può funzionare come ponte tra la rara
realizzazione di un desiderio e ciò che essendo irreale, falso,
non può esistere. Su questo ponte di parole e di strutture
narrative transita il discorso umano che si tende e oscilla tra questi
due poli, grazie al sentimento della vita come dono, che la scimmia che
era Sanjay prova distesa nelle lenzuola fresche, dove giunge il profumo
della regina della notte, prima del giorno in cui potrà
cominciare a raccontare.
La grande illusione di essere al centro dell'universo, caduta col
sistema copernicano, e quella di essere in posizione originariamente
differente e privilegiata rispetto al mondo animale, finita con
l'evoluzionismo darwiniano, hanno costituito secondo Freud due ferite
narcisistiche per la coscienza occidentale. E Freud stesso si
considerava responsabile di aver inferto la terza ferita, descrivendo
l'inconscio, che il soggetto cosciente non può padroneggiare. Se
il progresso scientifico da Galileo a Darwin è pensabile come
una progressiva sottrazione di spazi descrittivi della realtà
umana alla religione, nel cosmo e nella natura, con Freud il soggetto
non conquista spazi nuovi, ma perde l'illusione di dominare la
realtà psichica, e con essa anche la conoscenza oggettiva del
mondo esterno si configura come una continua avventura, la cui meta non
può mai costituire un approdo certo. Il concetto di pulsione, il
primato dell'affettività sui processi cognitivi, l'analogia tra
i meccanismi paranoici e ossessivi da una parte e le costruzioni
religiose e ideologiche dall'altra, obbligano l'essere umano, colto ed
equilibrato a piacere, a rinunciare all'illusione di venire a capo
della propria complessità.
E insieme a questo, si manifesta appieno la multiforme
solidarietà tra i diversi piani della rappresentazione umana,
sogni notturni, racconti popolari, deliri e costruzioni o interpretazioni
analitiche:
Sono stato sedotto dall'analogia. Le formazioni deliranti
dei
malati mi sembrano equivalenti alle costruzioni da noi costruite nel
trattamento analitico: tentativi di spiegazione (Erklärung) e di
ricostruzione (Wiederherstellung), che in condizioni di psicosi non
portano ad altro che a sostituire una parte di realtà,
attualmente rinnegata, con un'altra ugualmente rinnegata tempo prima.
Compito della singola ricerca è di scoprire gli intimi rapporti
tra i materiali, rispettivamente, del rinnegamento attuale e della
rimozione di un tempo. Come la nostra costruzione è efficace
solo in quanto restituisce un frammento di biografia andato perso,
così anche il delirio deve la propria straordinaria forza di
convinzione alla parte di verità storica, inserita al posto
della realtà respinta. Pertanto anche la follia ricadrebbe nella
formula enunciata tanto tempo fa per l'isteria: il malato soffre di
ricordi. (Freud 1937; traduzione di A. Sciacchitano; Briefcase
legamesociale)
Seguiamo un'altra seducente analogia: come il nevrotico e
il folle
di Freud, la scimmia che era Sanjay soffre di ricordi, al punto che
chiede e ottiene un supplemento di vita per liberarsene liberandoli,
sotto forma di racconti, mescolando vero e falso. Il romanzo di Chandra
e lo scritto di Freud sono separati da quasi sessant'anni: per meglio
dire, quasi dodici lustri legano la scimmia che era Sanjay
all'inventore della psicoanalisi, in un nastro di parole che lega,
affascinante quanto il cappio di Yama, che separa.
La scimmia che era Sanjay ha dalla sua parte sia Hanuman che Freud: se
lo vuole, può ricordare, e ricordando accade che Eros si svegli,
nella percezione di delizia del lenzuolo su cui si giace, del profumo
dei fiori della notte, del sentimento della vita come dono. Yama, o
Thanatos, col suo cappio di seta, è in Freud la condanna alla
ripetizione, il rifiuto di qualunque possibilità di liberarsi
liberando, la ripetizione di una storia tragica, insopportabile per
sé e per gli altri.
Non si ha conoscenza se non delle rappresentazioni che ci costruiamo, e
che allo stesso tempo ci costruiscono, formando la realtà
psichica, per quanto possiamo esercitare una ricerca rigorosa. La
metafora costituisce una rappresentazione particolare, ad alto valore
di scambio, che ha sull'eguaglianza il vantaggio di restare insatura,
come la metonimia, che caratterizza la catena di senso del sogno
notturno e del delirio, svincolato dallo scambio e dalle relazioni come
luoghi culturali, simbolici.
In questa prospettiva l'indagine sul rapporto tra sogno e fiaba e
letteratura, inaugurato da Freud con scritti insaturi e fecondi, ha un
versante volto a elucidare i caratteri del rappresentare stesso
attraverso figure e narrazioni collettive, siano fiabe, miti o romanzi,
e un altro versante che riguarda il contributo psicoanalitico alla
comprensione della struttura del racconto, della sua storia, della sua
fortuna.
Dal momento in cui le fiabe sono state pubblicate, esse sono state
rimosse in una stanza separata: quella dei bambini, de peccerille, come
recita il titolo de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, che
per linguaggio e temi non era né è affatto fruibile da un
pubblico infantile. Oppure le fiabe sono state dedicate alle donne,
come Le mille e una notte, all'inizio del Settecento, fino a
costituire, nel mito romantico e positivistico, l'espressione orale del
popolo, che ha ricevuto la stessa collocazione dei bambini e delle
donne: tutti minus habentes, rispetto al maschio occidentale colto,
privo di superstizioni e di illusioni. Oppure plus habentes, in un
rovesciamento complementare che lascia tutto invariato, quando si
acclamano i miti cosmogonici degli aborigeni australiani come forma di
vera saggezza, in contrapposizione all'aridità della concezione
occidentale. Tutto viene ribaltato o restaurato, estratto d'improvviso
come un coniglio dal cappello, pur di non riconoscere ciò che
lega ogni realtà umana, e il bambino all'adulto, e l'uomo alla
donna: le differenze sono variazioni sul tema dell'umano, la sua
interrogazione radicale, il desiderio inappagabile, la sofferenza e il
giubilo, nella loro alternanza impadroneggiabile. I canti con i
progenitori che creano il mondo per gli aborigeni australiani
rispondono allo stesso bisogno che ci spinge a credere che la scienza e
la tecnica troveranno, basta volerlo, la soluzione alla malattia,
all'ingiustizia, forse alla morte stessa: il bisogno di una storia che
ci permetta di continuare a vivere sperando di trovare un senso nella
nostra presenza accanto agli altri. Senza disporre, a guardar bene, di
una certezza maggiore sulla via da scegliere, nei momenti cruciali
della vita, di quella del principe Ivan, che dopo aver consultato
inutilmente due vecchi saggi per avere un'indicazione che lo facesse
giungere all'estremo dei reami, dove viveva la bellissima figlia dello
zar serpente, ottenne dal terzo un gomitolo: da gettare al limite del
bosco, da seguire dove si fosse srotolato. La nostra condizione
rispetto alla conoscenza forse è solo quantitativamente diversa
da quella dei nostri progenitori di fronte al cielo notturno, che
secondo i paleostorici costituì il primo campo di osservazione
scientifica:
La volta celeste che vedono è un'illusione, un
inconcepibile guazzabuglio di immagini di oggetti che esistono ancora e
di altri che non esistono più, senza parlare di quelli che
esistono già e non sono ancora visibili. Il reale del passato
viene quindi a inquinare il reale del presente, e il reale del presente
tarda a mettersi in evidenza. Il cielo si prende gioco dei sensi e
fuorvia la ragione. (Bouvet, 15)
I nostri progenitori pensavano quanto noi di saperne
abbastanza per
aprire l'avventura della conoscenza, mescolando in misure riconoscibili
solo a posteriori osservazione e illusione, percezione e magia, e poi
potere, controllo, piacere, delirio, sogno, costruendo storie, tante
storie, abbastanza feconde da generarne altre, formandosi e
trasformandosi incessantemente. Che si avvolgono e salgono, fragili e
potenti come un rampicante, intrecciandosi, cercando spazio per
sbocciare insieme. Solo la favola e il sogno lo possono raccontare, e i
romanzi postcoloniali, il cui andamento ne segue o ne accoglie il senso
variegato e cangiante, nell'oscillazione che è il rischio di
vivere, e di riconoscere la vita come dono.
TERZO CAPITOLO
Adalinda Gasparini. Muta
d'accento e di pensier
(Il testo di questo capitolo
è stato presentato il 3 ottobre 2002 a Spilimbergo
- PD - nel II Convegno AISLI, ed è
stato pubblicato in Roots and
Beginnings. Proceedings of the 2nd Conferenze. AISLI. Atti del
II Conv., 3-6/10/02; Venezia: Cafoscarina 2003. Vedi anche: A psychoanalytical Perspective: Muta
d'accento e di pensier)
La donna è mobile, qual piuma al vento: come se tutto il peso
fosse concentrato nella parte anatomica esclusiva dell'uomo? La stessa
levità
attesta nella donna una chance in più, che potrebbe consentirle,
almeno in
parte, di sfuggire alla castrazione... forse allude a questo il
proverbiale punto più del diavolo. Il maschile
invidioso misconosce la ricchezza femminile e la fa dipendere da
un'assenza:
mancando di quell'organo prezioso, così consistente, non avrebbe
timore di
perderlo, ricca del nulla che oppone al pieno fallico di cui sarebbe
dotato il
maschio.
Ma la
romanza dalla quale
viene il nostro tema inscena un paradosso, dato che a dare la
definizione è il
Duca di Mantova, libertino impunito: nell'opera la mutevole
figlia di Rigoletto porta invece il peso della sua
esistenza al punto di morirne, fedele alla propria scelta, per mano del
padre.
Non sorprende che la censura asburgica abbia insistito tanto per
evitare che
Verdi mantenesse al suo posto nella vicenda il Re che si diverte
(Victor Hugo, Le roi s'amuse), perché l'opera
popolare
mette in scena il segreto del potere, anche di quello più
legittimo, regale,
incarnato al tempo proprio dall'impero austro-ungarico. Il potere
patriarcale
implica il silenzio della donna, ottenibile sia con la zavorra della
convenzione
matrimoniale, sia con i tendaggi che isolano le amanti nelle alcove.
Ciò che
conta è che abbia parola solo quando l'uomo gliela concede, per
poi
togliergliela a suo insindacabile giudizio. È lo stesso dominio
che esercitò
Romolo, quando uccise il fratello che, trovandolo piccino, aveva
saltato
ridendo il suo solco per la fondazione della città eterna.
Non si vuol certo sminuire la sensibilità degli
scrittori, maschi, alla levità aleatoria senza la quale l'opera
d'arte non
esiste:
L'evocazione
intende essere il pendant negativo della creazione. Anch'essa afferma
di
suscitare il mondo dal nulla. Né con questa né con quella
ha nulla a che fare
l'opera d'arte. Essa non esce dal nulla, ma dal caos. Ma essa non si
strappa
dal caos, come il mondo creato secondo
l'idealismo della teoria dell'emanazione. L'arte non "fa" nulla del
caos, non lo compenetra; e altrettanto poco è in grado (come fa,
invece,
l'evocazione magica) di mescere, da elementi di quel caos, l'apparenza.
Ciò è
operato dalla formula. Ma la forma lo incanta - per un istante - in
mondo. Ecco
perché nessuna opera d'arte può sembrare del tutto libera
e viva senza diventare
pura apparenza e cessare di essere opera d'arte. La vita che in essa
fluttua
deve sembrare irrigidita e come fissata nell'istante. […] Ciò
che impone un
arresto a questa apparenza, fissa il movimento e interrompe l'armonia,
è
l'inespresso. Quella vita costituisce il mistero, questo irrigidimento
la
validità dell'opera. (Benjamin, W., Angelus Novus; Einaudi, Torino 1976
- Schriften,
Frankfurt-am-Main, 1955; tr. it. R.
Solmi; 211-212)
Perché Benjamin continua accostando l'esercizio
dell'arte al potere sulla parola femminile?
Come
l'interruzione mediante una parola di comando può trarre, dalle
tergiversazioni
di una donna, la verità proprio nel punto che le interrompe,
così l'inespresso
costringe l'armonia tremante a fermarsi, ed eterna (con questa
obbiezione) il
suo tremito. (ivi, 212)
Sia sulla natura, sia sulla
donna, sul bambino come sull'analfabeta, e sui popoli colonizzati, il
potere
consiste anzitutto nella prerogativa esercitata dallo scienziato, dal
maschio,
dal genitore, dall'istruito, dal colonizzatore, di consentire e
interrompere il
discorso dell'altro.
Lo stesso gioco accade nelle Mille e una notte, dove Shahriyàr, sultano
delle Indie, è stato tradito dalla sposa che credeva fedelmente
innamorata, e
la sua ferita è così grave e dolorosa che pensa di
rinunciare al trono. Poi,
dopo aver constatato che nessuno, neppure i potenti demoni, può
controllare la
donna, decide di tornare a regnare. La donna è mobile, constata
amareggiato il
sultano delle Indie, e siccome tutto il suo potere e la sua
magnificenza non
sono bastati né basteranno a tenerla ferma, per non correre il
rischio di
subire altri tradimenti trova un'estrema interruzione: ogni sera sposa
una
vergine e al mattino la fa soffocare dal suo visir.
Il regno è minacciato di
distruzione dal suo cuore, dal rappresentante del potere, che non
tollera
contraddizione e mobilità. Per tre anni ogni giorno muore una
fanciulla, la
città è in lutto, e il visir costernato viene interrogato
da sua figlia, Shahrazàd, che:
...Aveva
letto i libri, le storie, le gesta dei re antichi, e le notizie dei
popoli
passati, tanto che si dice avesse raccolto mille libri di storie
attinenti alle
genti antiche, ai re del tempo che fu, e ai poeti. Costei disse al
padre: -
Cos'hai che ti vedo turbato, angustiato e afflitto? C'è pure chi
ha detto a tal
proposito:
Di'
a chi
sopporta un'angustia: l'angustia non dura.
Come si
dilegua
la gioia, così si dileguan gli affanni.
All'udir
ciò
dalla figlia, il visir le narrò da capo a fondo l'accaduto. Ed
ella: - Per Dio,
padre mio, fammi sposare questo re. O vivrò, o servirò,
sacrificandomi, da
riscatto alle figlie dei musulmani, e sarò causa della loro
salvezza da lui. (Le mille e una notte, prima versione
integrale dall'arabo diretta da F. Gabrieli, Einaudi, Torino 1972, 4
voll.; I,
7)
Come Harun ar-Rashid,
favoloso califfo, il terminatore Shahriyàr
soffre di un'insonnia cronica, che nelle Mille
e una notte pare compagna del potere.
Shahrazàd fin dalla prima notte di nozze gli propone
un racconto, nell'ora che
precede l'alba, e al mattino il visir non riceve l'ordine di uccidere
la sua
stessa figlia come tutte le altre spose: il sultano ha sospeso la
condanna fino
a quando non saprà la fine della storia. Così, notte dopo
notte, Shahrazàd mantiene
il suo alito vitale, l'accento, il pensiero.
Se chiediamo perché
Shahrazàd rischiasse la morte, molti rispondono che
voleva salvare il sultano
dalla sua stessa crudeltà, a riprova dell'universale
attribuzione alla donna di
un masochismo strutturale, sostenuto
in passato anche in area psicoanalitica, che ci sembra fondata come la
sua
pretesa mobilità. Né d'altra parte abbiamo intenzione di
considerare qui
Shahrazàd come una femminista ante-litteram,
perché non vogliamo lasciarci sfuggire un fatto molto semplice:
il racconto
vive della figlia del visir come del sultano, e l'uno non esiste senza
l'altra.
La comprensione della storia cornice delle Mille
e una notte passa
per un particolare decisivo, che non è rilevabile né da
letture
patriarcali-maschiliste né femministe: di fronte al sultano
terminatore
Shahrazàd sceglie da sé un limite, non al proprio
pensiero ma all'accento, al suo racconto, quando decide
di narrare solo un'ora prima dell'alba. Alle prime luci del nuovo
giorno si lascia cadere nel silenzio. Il
modello di ogni narratrice rappresenta sia la levità femminile,
che snoda
favole intrecciate e incastonate le une alle altre, quasi senza fine,
sia
l'interruzione maschile, delimitando il suo dire, le sue storie, con la
cesura
più simbolica dell'immaginario umano: l'opposizione tra notte e
giorno,
metafora dell'identità, della coscienza che tramonta e sorge
ogni giorno, come
il sole, metafora della polarità maschile-femminile, morte-vita,
freddo-caldo,
umido-secco...
Nella coppia
maschile-femminile, in tutte le sue infinite metaforizzazioni, si
articola
l'identità stessa, la sua permanenza, la sua labilità, la
sua complessità
irriducibile. L'oscurità, l'inconscio, la sospensione del
controllo e della
logica della coscienza, sono personificate dalla donna come notte, come
morte:
introdotta a causa della colpa di Eva, o portata fra gli uomini da
Pandora, la
morte è la donna come terra che accoglie i cadaveri.
Fra morte e racconto c'è
un'intima solidarietà. Shahrazàd, che sa raccontare per mille e una notte
avvincendo il suo sposo,
affronta il corpo a corpo con la morte connaturata al potere, che
Shahriyàr
mette in scena: non potrebbe vincere se non avesse dentro di sé
il limite che
il sultano non riconosce, pensando di sfuggire al confronto con il
tradimento,
la perdita. Se il detentore del potere rifiuta la castrazione, esercita
un
potere consacrato a Thanatos, e la pulsione di morte condanna lui e la
sua città alla letterale e
ripetuta eliminazione della figura femminile, che incarna l'anima
lieve,
sfuggente. Shahrazàd racconta dunque, un'ora prima dell'alba, e
le sue storie
di demoni, amanti sfortunati, prodigi e palazzi che sorgono in una sola
notte,
avvince il sultano.
La narratrice non può
salvare l'ascoltatore, come lo scrittore non può salvare il
lettore: come il
sultano può decidere, a suo piacimento, di far soffocare
Shahrazàd, così il lettore può chiudere
il libro. Ma lo scrittore sa anche che
può intrattenerlo, appassionarlo, e spera che il gusto per le
storie riapra la
porta a Eros, il grande demone. Eros e Thanatos, la coppia che nella psicoanalisi segna la
rinuncia a un ideale
salvifico, sia medicalistico, sia spiritualistico, è sorgente e
trama delle
narrazioni.
Verso le storie del sultano
delle Indie e della figlia del suo visir, che circolava in Europa dalla
conquista musulmana, potrebbe avere un debito Boccaccio per la storia
cornice
del Decameron: nella prima raccolta
di racconti moderni l'autore si rivolge al suo pubblico con parole
simili a
quelle che Shahrazàd aveva detto al padre angustiato:
E
sì come la
estremità della allegrezza il dolore occupa, così le
miserie da sopravvegnente
letizia son terminate. (Boccaccio, G., Decameron,
De Agostini, Novara 1982, 2 voll. ; I, 17)
Boccaccio apre il Decameron
con la grande distruttrice, e
non si tratta solo dell'orrore per la pestilenza e della pietà
per la perdita
di tanti esseri umani, ma dello sgomento di fronte alla
fragilità dell'ordine e
del potere, quando la legge, scritta e non scritta, sembra essersi
dissolta:
E
in tanta afflizione e miseria della nostra città era la
reverenda autorità
delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta
tutta, per li
ministri ed esecutori di quelle, li quali, sì come gli altri
uomini, erano
tutti o morti o infermi o sì di famigli rimasti stremi che
uficio alcuno non
potean fare; per la qual cosa era a ciascuno licito quanto a grado gli
era
d'adoperare. (Ivi, 19-20)
L'accettazione del limite,
come ingresso nel mondo simbolico, nella cultura umana, è
rappresentata nel
racconto proprio da questa morte che dissolve le illusioni. La perdita
di ogni
ideale assoluto lascia spazio a qualcosa di nuovo, né vero
né falso, e vero e
falso allo stesso tempo: il mito, la parola, il racconto. Al posto
della fede
salvifica e dell'ideale eroico di una città fondata col sangue
dell'altro, che
chiede sempre nuovo sangue, si può abitare, per un tempo
limitato, un luogo
creato dall'arte stessa della parola, perché non c'è Tebe
senza peste, perché
l'empietà e l'esercizio del potere sono intimamente connessi.
Come l'antica raccolta araba
sgorga dal lutto per la morte di tante fanciulle, quella che apre la
letteratura moderna sgorga dal lutto per la peste. La peste imperversa
anche a
Tebe, e per questo l'eroe solutore di enigmi, Edipo, è costretto
a cercare la
verità: le sue nozze regali sono incestuose e il suo potere
viene dal
parricidio, lui stesso è causa del morbo.
Una sacerdotessa, Diotima di
Mantinea, riesce a sospendere la peste ad Atene per dieci anni, ed
è lei a
raccontare a Socrate nel Simposio la storia
più
bella su Eros, la sola storia importante nella filosofia
greca ad essere narrata da
una donna. Diotima non ha il potere di eliminare la malattia che
è connaturata
al potere, ma può sospenderla: crediamo che per questo sia suo
il discorso più
bello su Eros, il grande demone.
Il regno dove la morte
domina è come il regno sterile, a proposito del quale abbiamo
citato Glissant,
quando si interroga sul processo di creolizzazione, se possa darsi
senza
violenza (Glissant, É., Poetica del
diverso; Meltemi, Roma 1998 - Introduction
à une poétique du divers, Paris, 1996; tr. it. F.
Neri; 42. Vedi: S.
Albertazzi e A. Gasparini, cit., pp. 51 sgg.). Un corpo a corpo tra
esseri
umani, siano individui, siano culture, senza violenza, è una
fantasia
salvifica, perché essendo costretti, come l'emigrante nudo, a
entrare nel campo
del linguaggio, subiamo lo scarto tra significante e significato, e
proprio la
tolleranza, la sopportazione di questo scarto ci permette di entrare
nel campo
della parola e del simbolico. Al massimo è ottenibile una
sospensione
temporanea della violenza, come accade nel lavoro analitico, nel
racconto: nel
lavoro della parola, luogo di relazione. Per entrare in questi luoghi,
che
hanno a che fare con il complesso fenomeno descritto da Freud come sublimazione, il soggetto narrante,
come Shahrazàd, si delimita da sé, per lasciare
all'altro, al diverso, ascoltatore o
lettore, uno spazio per il suo proprio racconto. In questo spazio si
coltiva la
consapevolezza che, cadute le illusioni, il soggetto esiste solo nel
campo
della cultura, del mondo simbolico, e questo sospende la violenza, pur
senza
poterla eliminare. Deve bastare, come bastò sospendere la
pestilenza a Diotima,
esperta della natura di Eros.
La scimmia di Terra rossa e pioggia scrosciante per
evitare di reincarnarsi in una forma animale ha bisogno di una
sospensione
della condanna, e questo è il tempo del racconto. Deve narrare
storie che non
annoino il suo pubblico se vuole vivere, come Shahrazàd col sultano: la sospensione è nella
possibilità che si rinnovi una
relazione appassionante fra narratore e ascoltatore. Nel romanzo di
Chandra scimmia e uomo devono narrare insieme, non
solo perché Abhay racconta le sue storie americane ogni volta
che la scimmia si ferma,
ma perché la scimmia che era Sanjay ricorda le parole ma non può
articolarle, mancandole gli organi di
fonazione, e così scrive a macchina (Chandra, V., Terra rossa e pioggia
scrosciante, Instar Libri, Torino 1998
-Red Earth and Pouring Rain, London,
1995; tr. it. A. Nadotti e F. Galuzzi).
Quando il rapporto gerarchico tra l'uomo e l'animale
che lo imita, come l'uomo imita Dio, cade, il racconto sgorga. Non
c'è
gerarchia nell'arte del racconto, attraverso il quale scimmia ed essere
umano,
uomo e donna, colonizzato e colonizzatore, trasformano il corpo a corpo
distruttivo in una relazione d'amore.
Quando il romanzo è alla
fine, e la scimmia sta per morire, nella folla degli ascoltatori
scoppiano
tumulti. Al movimento di mare, alla comunità arcipelagica che
partecipa al
gioco della narrazione, subentra la violenza prodotta da un'ideologia
per la
quale deve “esserci una sola idea, una
voce, una cosa, una una una” (ivi, 738), e allora Saira, la bambina che
è stata fin dall'inizio presente
nella storia, lascia la mano della scimmia Sanjay e scende fra la folla per placare il
tumulto, ma una bomba cade dal
cielo. Saira viene colpita ed entra in coma, un sonno simile alla morte
la
rende muta, e la scimmia Sanjay, che aveva deciso di non parlare più,
rompe il silenzio, e col dito
tremante traccia una parola sul polso di Abhay:
-
Aiutala.
- Come?
- Raccontale una storia.
(Ivi, 739)
Abhay sa che i medici nell'ospedale stanno curando
al meglio Saira, e i
genitori la vegliano con sollecitudine, ma sa che il sonno simile alla
morte
confina col mistero, e raccoglie l'eredità della scimmia, la
stessa di
Shahrazàd:
Devo essere
impazzito, forse mi arresteranno. [...] Mi darete ascolto? Mi
lapiderete, mi
rinchiuderete? Non importa, io devo raccontare una storia. [...]
Racconterò una
storia che crescerà come un loto rampicante, si avvolgerà
su se stessa e si
espanderà senza fine, finché ciascuno di voi
entrerà a farne parte, e gli dei
verranno ad ascoltare, finché tutti noi parleremo in
un'armoniosa confusione
che contiene il passato, ogni attimo del presente, e il futuro
infinito. E la
grande musica di quel suono primigenio raggiungerà Saira, che si
metterà a sedere
sul letto, si libererà dalle bende e salterà giù
con le mani sui fianchi e
ridendo chiederà, cosa succede, eh? Cosa sono quei musi lunghi,
volete fare una
partita a cricket? [...] Giocheremo fino al tramonto, liberi e
spensierati. Poi
siederemo in cerchio, in innumerevoli cerchi, e diremo, dacci la tua
benedizione, Ganesha; resta con noi, amico Hanuman, e tu Yama, vecchio
furfante, puoi stare
a sentire, se credi; e con queste parole ricominceremo tutto daccapo.
(Ivi,
740-741)
Così finisce il romanzo,
con
il trionfo della parola che, se non può eliminare la condanna,
la può
sospendere. Le Mille e una notte hanno
molteplici finali, ma sono anche senza fine: mille e uno era per gli
arabi un
numero magico, come millanta nella tradizione popolare toscana. Solo la
pubblicazione della raccolta indusse gli scrittori, europei e arabi, a
partire
dal XVIII secolo, a completare la raccolta con materiali ad essa fino a
quel
punto estranei, che vanno dalle fiabe di Aladino o Alì
Babà a cicli epici e
cavallereschi: così si realizzò alla lettera il numero
magico, mentre i
manoscritti arabi più antichi che abbiamo contengono racconti
per poche
centinaia di notti. Nel finale della prima versione, settecentesca, il
sultano
si rivolge così alla sua sposa:
“Riconosco,
amabile Shahrazàd, che sei incomparabile nei tuoi piccoli
racconti: da tanto tempo con essi mi rallegri; hai placato la mia
collera, e io
rinuncio di buon grado, a tuo favore, alla legge crudele che mi ero
imposto; ti
rimetto interamente nelle mie grazie, e voglio che tu sia considerata
come la
liberatrice di tutte le fanciulle che dovevano essere immolate al mio
giusto
risentimento”. (Galland, A., Les
mille et une nuits,
Garnier-Flammarion, Paris 1965; 3 voll. III, 433; Editio
Princeps
1704-1717)
L'ascoltatore ringrazia la
narratrice per aver mitigato la sua crudeltà e il suo
risentimento, abbastanza
da non uccidere più neppure una fanciulla. Nel finale di una
delle edizioni
arabe ottocentesche, Shahrazàd chiede al sultano se può esprimere un
desiderio, e al suo assenso si
fa portare i loro tre figli, uno dei quali cammina, l'altro va carponi,
e il
terzo prende ancora il latte dal suo seno:
- Se tu mi
uccidi, costoro rimarranno senza madre e non troveranno una donna che
li allevi
come si deve.
Allora il re
pianse e stringendosi al petto i figliuoli disse: - Shahrazàd,
per Allàh, io ti avevo
perdonato ancor prima che venissero questi tre bambini, perché
ti ho trovato
casta, pura, sincera ed illibata. (Le
mille e una notte, cit., IV, 615)
Il senso della raccolta,
l'arte del racconto, consiste solo nella sospensione della condanna a
morte, e
il suo annullamento, sia dovuto all'ammirazione per l'arte della
narratrice,
sia alla sua maternità, è una razionalizzazione analoga a
quella che ha fatto
incrementare il numero dei racconti fino a mille, per concretizzare il
numero
magico che dà titolo alla raccolta. Il sultano e la tradizione
razionalizzante
esigono una soluzione definitiva, la narratrice e la sacerdotessa si
accontentano di una sospensione: ma cos'altro è la vita se non
la sospensione
di una condanna a morte? Ignorare questa condanna, tentare di evitarla,
implica
una tale alleanza con la morte che la vita viene consegnata a Thanatos con largo anticipo. L'ideologia salvifica
che Sanjay sente nella parola che lo perseguita dalla
poetica di Aristotele, katharòs,
katharòs, katharòs...
(Chandra, 404), che spinge la folla al tumulto per la convinzione che
ci sia
una sola verità, sono alla base dell'identità a radice
unica di cui parla
Glissant (cit.). L'arte del racconto non può guarire questa
malattia, che è la
condizione umana, ma mitigarla, perché fluisca la vita.
Mentre nel romanzo
realistico il soggetto vince la morte, con qualche soluzione religiosa
o
ideologica, oppure ne è vinto, rappresentando insieme alla fine
dell'illusione
la fine della speranza, nella narrativa fantastica occidentale ci si
colloca,
scrittore e lettore, fuori dal problema della morte, mantenendo la
rigida
partizione vero/falso, storia/favola, che caratterizza la nostra
letteratura
realistica come la nostra coscienza, che obbedisce al principio di non
contraddizione. Nei romanzi del nuovo mondo, come nella fiaba e nel
sogno
notturno, i generi si mescolano, si creolizzano: in Terra
rossa e pioggia scrosciante la
descrizione fantastica del trono di Yama è nelle stesse pagine in cui
realisticamente la scimmia non può parlare
perché il suo apparato vocale è inadatto. E alla fine la
piccola Saira è in
coma, curata da medici reali, ma il suo sonno ricorda quello della
Bella
Addormentata, e un atto d'amore, come il dono di un racconto,
può sperare di
svegliarla. La favola si intreccia alla vita vera, e il realismo, che
non si
accorge della molteplicità di registri necessaria a
rappresentare la realtà
umana, esaurita la sua funzione, sconfina in una sorta di manierismo a
servizio
dell'identità continentale. Come la scimmia lo chiede ad Abhay,
possiamo
rivolgere la domanda al lettore: “Conosci superstizioni
più
assurde della razionalità?” (Chandra, 156)
Nelle storie del nuovo mondo
la morte è un personaggio, come Yama, oppure è la condizione nella quale
sta per entrare l'io narrante,
come in tanti romanzi di Salman Rushdie. Se il soggetto lavora prevalentemente per
tener lontana la morte,
l'impegno titanico gli impedisce di vivere e amare. Il controllo
aborrisce la
mescolanza imprevedibile dell'amplesso col diverso, dal piano
più letterale a
quello più astratto, e porta a una rigidità che somiglia
alla morte.
Neppure il potere può fare a
meno delle storie che sospendono la peste e la condanna a morte, per
questo il
sultano delle Indie non uccide la figlia del suo visir. In una delle
tante
piccole storie narrate da Shahrazàd si racconta del grande califfo Harun
ar-Rashìd, che in una delle sue
notti insonni passeggia nel proprio palazzo, dove vivono le
trecentosessantacinque
concubine (Le mille e una notte, cit,
II, 391-392). Ne incontra una che gli
piace moltissimo, che però è ebbra, e quando il califfo
l'attira a sé la donna
gli chiede di rimandare l'incontro alla notte dopo. Ma quando il
califfo le fa
annunciare la sua visita, lei gli manda a dire: “Il giorno cancella le
parole
della notte” (ivi). Essendo in compagnia di tre poeti, Harun
ar-Rashìd ordina
loro di improvvisare una poesia che contenga quella frase. I primi due
recitano
versi di circostanza, e hanno in dono una borsa di danaro, poi tocca ad
Abu
Nuwàs, che nella sua poesia descrive l'incontro notturno, e la
promessa della
schiava, fino alla frase con cui rifiuta il califfo. Allora Harun
ar-Rashìd,
accusandolo di averlo spiato nella notte, ordina che venga punito col
taglio
della testa: il grande poeta protesta
che ha passato tutta la notte nella propria casa, può
dimostrarlo, e che solo
dalla frase ha capito di cosa doveva essersi trattato. E cita in sua
difesa il Corano, la sura dei poeti, per ricordare
con la massima autorità religiosa che la natura del poeta non
può essere
valutata col riduttivismo oggettivante del potere:
Quanto ai
poeti, che i traviati seguono, non vedi tu come essi, in ogni valle,
vadano
errando, e discorrono di ogni cosa come insensati? E come essi dicono
quello
che non fanno? (Corano, Sura XXVI)
Vero e falso sono, fin
dall'origine del racconto, parte dello stesso gioco. Mentre il
detentore del
potere, come l'eroe civilizzatore, vantano un mandato e una rivelazione
a vario
titolo divina, unica e assoluta, il poeta cerca il sapore della
verità, che si
gusta solo lavorando sia il vero che il falso. La grandezza del potere
del
califfo consiste sia nella sua decisione, ogni volta che è
necessario, di
tagliare la testa di chi incrina il potere, come Romolo uccide Remo,
sia nella
sua tolleranza per i poeti, che non rientrano, grazie alla loro
erranza, nel
suo gioco di dominio. Vero e falso si escludono nella logica di non
contraddizione, mentre nella realtà psichica hanno uno spazio
comune, e possono
distinguersi pur restando termini dello stesso procedimento, come nella
costruzione analitica che con un'esca di menzogna può catturare
una carpa di
verità.
I miti, come le fiabe,
formano un arcipelago di isole e di nomi, che si legano e si sciolgono,
e di
origini multiple che non si contraddicono a vicenda: nessuna origine
assoluta è
possibile per storie che fioriscono le une con le altre. Il mito del
realismo
riduzionista, più o meno benevolo, liquida come primitivo questo
arcipelago
immaginario di miti e di origini multiple, e pone se stesso al grado
più alto
dell'evoluzione, come il bambino convinto che i genitori si siano
incontrati
solo per far nascere lui. Rinunciando all'illusione di una
legittimazione
assoluta, il poeta segue un desiderio di raccontare e di ascoltare, suo
e degli
altri, e ha fiducia nella reciproca possibilità di comprendersi,
su isole su
cui si può sostare, transitando. Abitare l'arcipelago mette il
desiderio di
spostarsi su altre isole, di continuare la migrazione, perché
solo il mito
dell'origine divina fornisce l'illusione di bastare a se stessi.
Il discorso potrebbe
continuare all'infinito, perché accettando il giubilo e la
sofferenza della
creolizzazione l'identità atavica e le culture compatte si
snodano, come una
sfera illusoria che scollandosi si riveli un toro, all'interno del
quale passa
il vento, senza fine. Il toro topologico, un cilindro le cui basi
coincidono,
simile a un salvagente o a una ciambella, è una figura
geometrica utile a
raffigurare il soggetto e la realtà psichica. In topologia, le
figure,
pensabili come oggetti di una pasta illimitatamente estensibile e
comprimibile,
non si differenziano per le loro dimensioni, ma per il loro rapporto
con lo
spazio: una sfera, grande a piacere, può ridursi per
deformazione continua a un
punto, a un cubo, a qualunque figura sia regolare che irregolare,
purché senza
buchi. La sfera è compatta e lo spazio la contorna: può
rappresentare
l'identità a radice unica, senza la quale l'imperativo
aristotelico che ossessiona
Sanjay non avrebbe senso. L'ideale della purezza,
senza colpa o imperfezione,
fondato da un'originaria legittimazione assoluta, o da conseguire
seguendo un
ideale salvifico, spinge il soggetto come la sua cultura a colonizzare
incessantemente, sia la propria realtà psichica, sia i minus habentes a qualunque titolo, donne, bambini,
analfabeti,
primitivi, folli. Pensare la soggettività come una sfera
corrisponde alla
convinzione che il soggetto sia consistente, compatto, e non muti d'accento e di pensiero.
Nella concezione
psicoanalitica, nella rilettura lacaniana di Freud in particolare, è invece
l'identità, la condizione stessa dell'uomo
come essere di parola, sottoposto allo scarto tra significato e
significante, a
essere strutturalmente un non-pieno, e il toro col suo buco rappresenta
la
mancanza come una dimensione che non può mai essere colmata.
Nessuna
deformazione continua può rendere sfera una ciambella,
occorrerebbe
un'operazione discontinua, di incollaggio, per chiudere il buco
centrale, per
far corrispondere il soggetto all'ideale della purezza. Ed è
proprio un lavoro
disperato e illusorio di incollaggio, di rimozione della mancanza
costitutiva
della condizione umana, quello delle culture continentali. Nella nostra
cultura, come in certe forme addomesticate di psicoanalisi, la mancanza
viene
proiettata sulla femmina in primo luogo, secondo un gioco speculare per
cui la
vanità e la vacuità femminili esistono per far emergere
la potenza fallica. Il
foro come è della donna è del bambino, dell'analfabeta,
del primitivo, e,
soprattutto, del folle. Grazie all'umanità composta di esseri
che non
dispongono del potere fallico, minus
habentes - la minorità, la menomazione, indica la
castrazione - gli altri,
colonizzatori, benefattori e salvatori, eserciti regolari o terroristi,
mantengono l'illusione di possederlo. Votati a Thanatos, costretti a ripetere atti di fondazione che
richiedono tanto più
sangue e vita quanto più è fragile l'illusione alla quale
obbediscono, diramano
ordini e costruiscono definizioni: soffocano la parola come
Shahriyàr uccideva
le sue spose al mattino. Le storie postcoloniali, così intime
con fiabe e miti,
dissolvono la compattezza illusoria dell'identità, ed Eros fluisce nella mobilità metamorfica
dello scambio, che comprende
riconoscimento e distacco, in un frangersi di onde sulle rive.
Dominare la donna, toglierle
parola e vita, significa far patire a lei morte e castrazione,
nell'illusione
di allontanarle da sé: ma soffocare la donna significa eliminare
la passione
per la verità. Si potrebbe dire che la poetica di Édouard
Glissant è dal lato
del femminile non meno che da quello maschile, quando preferisce la
traccia
alla via certa, e l'arcipelago al continente:
La traccia sta
alla via come la rivolta al comando, come il giubilo alla tortura.
[...] Non si
segue la traccia per sfociare in percorsi comodi, la traccia è
tesa verso la
propria verità che è quella di esplodere, di sfaldare
completamente la norma
seduttrice. [...] Attacchiamo tutti dentro di noi i frammenti delle
nostre
storie offuscate, ma non al fine di costruire un nuovo modello di
umanità da
contrapporre, in modo prevedibile, agli altri modelli che siamo
costretti ad
imporci. Ecco la devianza che non è fuga o rinuncia, ma la nuova
arte di
sciogliere il mondo.
La traccia non
ripete il viottolo a malapena segnato su cui si incespica, né il
viale ornato
che si chiude su un territorio, sulla grande proprietà. È
un modo opaco di
imparare il ramo e il vento, essere se stessi derivati dall'altro, il
granello
di sabbia nel vero disordine dell'utopia, l'insondato,
l'oscurità dentro la
corrente di un fiume inarrestabile. I paesaggi antillani ricordano
altri
paesaggi ed ogni incontro vi insinua la sua traccia singolare, torrenti
e
fiumi, stabilendo correlazioni; corrono fragili e ostinati, questi
bracci di
linguaggio che si interpellano. Colline e pianure degradano in
racconti,
frantumano l'inspiegato del mondo. Non mancate a questo nuovo tema che
si
sforza, non vi offendete per i vocaboli insolenti, né per quelli
che avete
urlato coperti di troppe terre, di troppi spazi. Risuonano
dell'improbabile e
del rischio che condividiamo. Il pensiero della traccia promette
alleanze al di
fuori dei sistemi, rifiuta il possesso, si apre su questi tempi
frammentati che
le umanità di oggi moltiplicano fra di loro, tra scontri e
meraviglie.
Ecco è
l'erranza violenta della poesia. (Glissant, cit., 55-56)
Questa erranza, di cui parla
il Corano, non ha nessun rapporto con
la moda new-age, che sta alla cultura
dominante come la letteratura fantastica sta alla letteratura
realistica:
separata, complementare, la lascia intatta, risiedendo in qualche suo
interstizio senza trasformarla. Pensiamo piuttosto alla natura della
ricerca
scientifica, molto vicina all'arte del racconto, quando non pretende,
asservita
a un'ideologia, di dar conto in maniera esaustiva della 'vera
realtà'. Che
conosce il limite, sapendo di poter illuminare solo un intervallo,
appena un
segmento del proprio campo di ricerca.
Al termine di Al di là del principio del piacere,
saggio oscuro e fecondo, dove Eros e Thanatos prendono forma come coppia cruciale nella
psicoanalisi, Freud dichiara con umiltà e orgoglio la
propria erranza:
A questo punto
sorgono innumerevoli altri quesiti cui non siamo in grado attualmente
di dare
una risposta. Dobbiamo aver pazienza e attendere che si presentino
nuovi
strumenti e nuove occasioni di ricerca. E dobbiamo esser disposti
altresì ad
abbandonare una strada che abbiamo seguito per un certo periodo se
essa, a
quanto pare, non porta nulla di buono. Solo quei credenti che
pretendono che la
scienza sostituisca il catechismo a cui hanno rinunciato se la
prenderanno con
il ricercatore che sviluppa o addirittura muta le proprie opinioni. Del
resto
possiamo consolarci per i lenti progressi della nostra conoscenza
scientifica
con le parole di un poeta: "Ciò che non si può
raggiungere a volo, occorre
raggiungerlo zoppicando ... La Scrittura dice che zoppicare non
è una
colpa". (Freud, S., Al di là del
principio di piacere; OSF, vol. IX; Boringhieri, Torino 1977 - Jenseits des
Lustprinzips Frankfurt a. M.
1920; tr. it. A. M. Marietti
e R. Colorni; 248)
Ci piace sottolineare,
giubilando per la traccia di creolizzazione, il fatto che l'ebreo Freud rimandi alla Scrittura citando da un makamat di al-Hariri, testo della tradizione araba.
L'erranza forse è sempre
ricerca innamorata, viaggio che si stacca dall'identità
continentale, luogo
dell'origine legittimante, e la sua meta, che solo le fiabe
rappresentano come
raggiungibile, è il proprio oggetto d'amore. Raggiungibile solo lontano lontano, in una vicenda di tanto
tempo fa, la possibilità di
colmare il vuoto esiste solo in un oltre inattingibile nella
realtà quotidiana:
ma non per questo il sogno e l'immaginario che lo descrivono smettono
di
costituirci e trasformarci. L'oggetto d'amore del finale felice delle
fiabe, è
anche la fine della fiaba, la pagina bianca della narrazione: nessun
racconto
sgorga dalla pienezza, neanche se immaginaria.
Ma anche immaginare di
raggiungere l'oggetto d'amore prevede una ricerca lunghissima, le cui
scansioni
simboliche hanno un rigore geometrico simile a quello delle selci, ricorrenze nascoste (Caillois, R., Ricorrenze
nascoste; Sellerio, Palermo
1986 - Le champ des signes. Rècurrences
dérobées, Paris 1978 ; tr. it. A. Zanetello), come nella
fiaba del principe dei Tre cedri di
Basile (Basile, G., Il Pentamerone ossia la
fiaba delle fiabe; tradotta da B. Croce, prefazione di I. Calvino, Laterza, Roma-Bari 1974, 3 voll. - ed. or.
1634-1636), rinarrata da Carlo Gozzi nell'Amore
delle tre melarance. Questo erede al trono rifiutava le nozze, al
punto che
se il povero re, suo padre, gli ricordava il dovere di assicurare una
discendenza, scappava lontano cento miglia. Ma un giorno il principe
che non
voleva una sposa si tagliò un dito, due gocce di sangue caddero
sulla sua
ricotta, e si innamorò tanto di quel gioco di colori, che decise
di partire
alla ricerca della bella bianca come la ricotta e rossa come il sangue.
Dopo
aver viaggiato per tutti i paesi noti, come Tittone passò alle
terre
sconosciute, fino all'isola delle Orche, dove ricevette tre cedri, o
tre
melarance (Basile, cit., III, 427-434; per l'analisi della fiaba di
Tittone,
vedi Il romanzo new-global, cit., pp.
81 sgg.). Quando aprì il primo frutto vide apparire una
fanciulla meravigliosa,
che gli chiese da bere, e subito scomparve, e così la seconda:
il principe si
disperò, deciso a morire se avesse fallito anche la terza prova.
E
tagliò il terzo cedro ed uscì una fata, dicendo come le
altre due: “Dammi da
bere!”; e il principe, ratto, le porse l'acqua, ed ecco gli
restò in mano una
fanciulla tenera e bianca come una giuncata, con certe strisce di rosso
che
pareva un prosciutto d'Abruzzo o una soppressata di Nola: cosa non
vista mai al
mondo, bellezza fuor di misura, bianco di cui non fu mai maggior
bianco, grazia
che era sopragrazia della grazia... (Ivi, 595-596)
La mancanza di Eros che si rappresenta nel rifiuto delle nozze
può assumere una forma
assai più radicale di melanconia, quando una principessa non
ride mai, come
quella di Vallepelosa, già ricordata per la storia cornice del Cunto di Basile (ivi, I, 3 sgg.; vedi in questo stesso
testo, pp. 41 sgg. e 146 sgg.).
Nel romanzo antico di
Apollonio re di Tiro, tradotto in inglese nell'XI secolo e
ripreso da Shakespeare in Pericle principe di Tiro, il re e la principessa sua
figlia vivono nell'incesto, e l'enigma viene proposto per tenere
lontani i
pretendenti, che se falliscono la prova vengono giustiziati, come i
poveri
innamorati di Turandot (cfr. Gasparini, A., "Il motivo dell'enigma.
Trasformazioni
e costanti del discorso interiore" in AA.VV., Rappresentazioni
- Studi psicoanalitici, ETS, Pisa 1994).
Il legame incestuoso tra
padre e figlia è attestato dal fatto che l'uno o l'altro, o
entrambi, tentano
di fermare il tempo, nell'illusione di tenere lontana la morte. Spetta
al
racconto sciogliere questo irrigidimento della vita, perché sia
possibile
l'incontro tra i diversi per eccellenza, l'uomo e la donna.
L'anima, il soffio
incorporeo, lieve, mobile al punto che può transitare tra il
mondo dei viventi
e il mondo dei morti, non smette di disturbare il controllo del potere.
E se la
donna personifica l'anima, può toccare al suo personaggio sia la
parte di colei
che racconta e ottiene tempo di vita dalla peste e dalla condanna a
morte, sia
la parte di colei che condanna a morte, come Turandot, sia quella di chi dorme un sonno simile
alla morte stessa. In questo
caso sarà l'uomo ad animare un racconto imprevisto, a portare
Eros sulla scena. Nelle fiabe c'è una
parità dei sessi che non concede
nulla né al maschilismo né al femminismo, perché
le fiabe devono poco alle
maschere storiche che il femminile e il maschile assumono, giocando su
un piano
intrapsichico, strutturale, per l'umano che, articolandosi in generi,
tende a
rappresentarsi.
Consideriamo una fiaba come
un sogno, come una rappresentazione della realtà psichica del
sognatore, o del
soggetto collettivo che narra e ascolta. In questo senso possiamo dire
che
Shahriyàr, come uccide le fanciulle, così soffoca il suo
proprio lato sensibile,
vibrante. La principessa di Vallepelosa (cit.), anima melanconica, non
è figura
più significativa per la psicologia della donna che per quella
dell'uomo,
rappresentando una funzione ricettiva incantata, addormentata, che con
l'amore
che ottiene o sente può svegliarsi e svegliare l'altro, liberarsi liberando.
C'è una fiaba di Baasile che
racconta di un re, questo re acchiappò una pulce che lo aveva
morso, e invece
di ammazzarla la nutrì con tanta cura che la pulce
diventò enorme: allora la
fece scuoiare, ne ottenne una bella pelle e decise che avrebbe dato la
sua
unica figlia in sposa solo a chi avesse indovinato di che animale era.
Pubblicato
dappertutto questo bando, la gente accorse a torme fin dagli estremi
del mondo,
per trovarsi allo scrutinio e tentare la propria fortuna. E chi diceva
ch'era
pelle di gatto mammone, chi di lupo cerviere, chi di coccodrillo, e chi
d'un
animale e chi d'un altro. (Basile, cit.; I, 59-60)
Il motivo della figlia
promessa a chi supererà una prova di difficile nominazione,
variante
dell'enigma che abbiamo già osservato, è nel romanzo
australiano di Murray
Bail, Eucalyptus, dove il padre,
vedovo come nelle fiabe, regna su una
proprietà in cui ha piantato una varietà immensa di
eucalipti, e ha una sola
figlia, bellissima (Bail, M., Eucalyptus;
Mondadori, Milano 1999 - Eucalyptus,
London 1998 - tr. it. I. Landolfi). Non sapendo come controllare la
figlia che
richiama corteggiatori da ogni parte del mondo, fa sapere che
concederà la sua
mano a chi saprà nominare tutti i suoi eucalipti. Il compito
impossibile e
l'enigma valgono come una sorta di strozzatura dell'esistenza,
attraverso la
quale occorre passare per evitare che la sterilità sia
definitiva. La mancanza
dell'unione è sofferta e voluta: la coppia costituita dal padre
e dalla figlia
vuole e non vuole che il tempo trascorra, che la generatività
porti nuove
nascite e nuove morti. Molti falliscono, finché si presenta un
certo Mr Cave,
che ha l'età del padre, capace di nominare con meticolosa calma
ogni albero
senza un errore. Durante la prova in cui Mr Cave e il padre di Ellen
appaiono
sempre più simili, Ellen incontra un giovane che partendo dai
nomi degli alberi,
che conosce sia in latino che in inglese, le racconta storie brevi e
interrotte, giorno dopo giorno, apparendo e scomparendo fra gli alberi.
Ellen
poi da sola ripensa alle storie, le ripercorre cercando di capire
questo
incontro:
Immobile,
Ellen cercava di dare una forma a quelle storie, cercava di vederle
dall'alto
seguendo i contorni della piantagione, come se questo potesse diventare
un
disegno segreto.
Molti racconti
avevano per protagoniste figlie o donne in cerca di marito. Una donna
trova un
uomo, e poi accade qualcosa che li separa. L'unione non dura. Certo,
notava,
esistono più storie di donne che di uomini. Non c'era bisogno di
contarle. Una
figlia in realtà non diventa mai una donna autonoma. E i padri,
nel mondo delle
storie, si comportano in modo severo e inflessibile. Molti dei suoi
racconti
ruotavano attorno ai padri, magari a quei padri che si erano
dimenticati delle
figlie, il che introduceva una nota di autentica tristezza.
Perché le
raccontava tutto ciò? Le donne, si rese conto a un certo punto,
cercano o
aspettano sempre qualcos'altro, qualcosa di indefinibile, un
sovrappiù, una
soluzione che giunga loro dall'esterno. Quelle donne inseguivano il
concetto di
speranza. Sembra che fosse la loro "forma di obbedienza". Ellen non
poteva fare a meno di rispettarle. Una per una, quelle donne agivano
con una
sorta di leggerezza, obbedendo alla loro idea di fedeltà ai
sentimenti. (Bail,
cit., 205-206)
La
leggerezza della donna è una forma della sua fedeltà:
questa comprensione
maschile accomuna Murray Bail e il suo giovane protagonista, che sono
fra i
pochi a non essere fuggiti terrorizzati di fronte al vaso di Pandora:
il mito
racconta che gli uomini, prima estasiati di fronte alla bellissima
creatura,
furono presi da orrore per i crucci, i dolori e la morte usciti dal suo
vaso.
Solo chi conosce la vera natura della mutevolezza femminile, e per
questo non
cede mai completamente né alla seduzione né al terrore,
può accorgersi che in
fondo al vaso c'è il dono
più grande: la
speranza.
Nella fiaba di Basile, dopo tanti pretendenti che avevano fallito,
superò la prova e ottenne
la principessa un orco orrendo, che dopo aver portato la principessa
nella sua
casa le portava da mangiare carne umana, finché sette fratelli
dai poteri
magici la liberarono. Nel romanzo la parte dell'orco tocca a Mr Cave,
ma quando
supera la prova Ellen si ammala. Se fossimo in una fiaba, si direbbe
subito che
si tratta di una malattia d'amore, e i medici si dichiarerebbero
impotenti a
curarla. Nemmeno nel romanzo qualcuno sa guarire Ellen, e non basta che
provino
a raccontarle storie, perché non sono appassionanti. Quando il
medico provò a
raccontare, “...era come se non si rivolgesse a lei, come se parlasse a
se
stesso, così Ellen presto si distrasse” (ivi, 218). Poi
toccò al maestro di
scuola, che arrivato in punta di piedi lesse brani da un libro di
storia
britannica: “...quando le chiese se voleva che continuasse l'indomani,
Ellen
scosse la testa” (ivi, 219). Il meticoloso Mr Cave aveva capito che il
suo
successo nella nominazione delle piante bastava per ottenere Ellen dal
padre,
ma non per averla, e quindi provò a raccontare la storia di
quando era stato
sul punto di sposarsi. Aveva portato la fidanzata al banco dei pegni
perché
scegliesse un anello, ma lei, dopo aver tirato fuori una manciata fedi
nuziali,
si era messa a strillare che voleva un anello diverso da quelli:
“Non capivo che
cosa intendesse. Poi scappò via, lasciandomi lì, con una
manciata di anelli
nuziali in mano. È successo quale anno fa”.
Ellen aveva la
bocca aperta e guardava da un'altra parte.
“Di tutto quel
che mi è successo nella vita” Mr Cave si sfregò le mani
“questa è la sola
storia che mi venga in mente”. (Ivi, 221)
Mr Cave nomina le cose come
gli alberi, senza chiamarle in vita, non le accarezza, non sa
cos'è un anello,
né una donna, e non conoscendo se stesso non conosce la potenza
del nome. Come
gli aborigeni australiani pensano che il mondo sia stato creato dagli
dei con
il canto, così nella Bibbia è la parola divina a chiamare
il mondo ad esistere.
E come il primo atto di Adamo è nominare gli animali, mentre Eva
accanto a lui
lo ascolta, così ogni essere umano è tale
nell'articolazione della parola vera,
dando il suo contributo al lavoro del linguaggio.
Quando Ellen si avvicina tanto alla morte che sembra
la sua fine, il giovane sconosciuto torna accanto a lei con la grazia
di un
principe di fiaba, e la guarisce rivelandole di aver vinto la prova. Il
realismo si intreccia alla figura fiabesca, perché il giovane ha
vinto la prova
dato che ha fornito, prima ancora del bando, le etichette richieste dal
padre
di Ellen per tutti i suoi eucalipti, etichette di alluminio col nome di
ogni
albero, in latino e in inglese, prima ancora che fosse emanato il bando
con la
prova impossibile.
In
tono molto pratico, e senza abbassare la voce, le cinse i fianchi: “Non
ho
fatto neppure un errore”.
Ellen
continuava a non saper cosa dire. Ma ancora una volta si rendeva conto
di come
stava bene insieme a lui. Sentì la forza della sua stretta:
aveva già deciso.
Dovette
spiegarle meglio: “A ogni albero ho dato il nome giusto. Un lavoro
difficile,
ma non impossibile. E adesso eccomi qui. Potrei issarti su una spalla e
portarti via con me, tra gli alberi”.
Disse anche
altre cose. Si trattava di decidere e partire insieme. E. confluens.
(Ivi, 236)
In Eucalyptus il
senso dei miti cosmogonici degli aborigeni e della
creazione biblica attraverso la parola si saldano, intrecciandosi alle
fiabe,
fiorendo in una giocosa identità aperta al senso del nuovo:
perché l'uomo,
perché la donna, perché il padre, e poi perché la
città e il deserto... se
fedeltà e leggerezza sono comprese, si può attingere al
dono dimenticato in
fondo al vaso di Pandora.
CONCLUSIONE
Folgorati Dalla Vita
Silvia Albertazzi
"La catena dell'umanità [...] è la
trasmissione della
parola, e dell'esistenza, di bocca in bocca e poi di sguardo in
sguardo" (Said 1991, 44). Qualsiasi lettore, autore o critico di
letteratura postcoloniale si trova confrontato con la resa narrativa di
questa asserzione di Said. Anzi, si potrebbe affermare che non esiste
romanzo nelle cosiddette ‘nuove letterature' in cui non appaia, in
primo piano o anche solo sullo sfondo, almeno una rappresentazione
della "catena dell'umanità", ovvero del passaggio del testimone
– narrativo, linguistico, ma anche esistenziale e umano – da un
personaggio all'altro, da genitore a figlio/a, da insegnante a
discepolo/a, da moribondo/a (o addirittura morto/a, fantasma) a
vivente, lungo la scala delle generazioni, oltre la vita e la morte.
Esempio paradigmatico è Il cromosoma Calcutta di Amitav Ghosh,
thriller fantascientifico la cui azione si svolge su diversi piani
cronologici e spaziali, in differenti secoli e paesi, secondo un
sapiente gioco di intrecci narrativi che solo sull'ultima pagina -
malgrado il lettore ne abbia forse avuta più volte premonizione
nell'arco della vicenda - si svelano essere determinati dallo snodarsi
della catena dell'umanità, ovvero dal passaggio di testimone tra
morti e vivi, nel tentativo di acquisire l'immortalità.
C'erano voci dappertutto, adesso, nella stanza, nella sua
testa,
nelle sue orecchie, era come se una folla di persone fosse in quella
stanza con lui. E gli dicevano: "Siamo con te; non sei solo; ti staremo
vicini".
Si appoggiò allo schienale della sedia e sospirò, come
non sospirava da anni (Ghosh 1996, 285)
Il personaggio scelto per traghettare la storia di Ghosh
verso
l'immortalità, per contagiare, cioè, gli altri
protagonisti con il germe della vita, accoglie in sé, al termine
della vicenda, vite, desideri, amori ed esperienze di altri, che ad
altri dovrà passare, in una sorta di baratto incrociato, secondo
un contagio che non si può fermare e che per Ghosh, come
è suggerito dal sospiro finale di Antar, ha valenza decisamente
positiva. Al contrario, in un fortunato romanzo statunitense uscito
nello stesso periodo del Cromosoma Calcutta, Il miglio verde di Stephen
King, il protagonista, per una sorta di contagio miracoloso, acquisisce
lunghissima vita, ma non l'immortalità. Anche Paul Edgecombe
rivela solo alla fine della sua lunga storia di essere stato toccato da
un miracolo, usando un'espressione presa a prestito da quel linguaggio
medico-scientifico che costituisce il registro dominante della
narrazione di Ghosh: "mi inoculò vita", dice, riferendosi
all'uomo che gli ha donato eccezionale longevità. E precisa,
subito dopo: "mi folgorò di vita, si potrebbe dire" (King 1996,
545). Ma se quel "folgorò", in corsivo nel testo, può
esprimere anche positività nella traduzione italiana, basta
volgersi al testo originale per fugare ogni ambiguità: "He
electrocuted me with life", si legge in inglese, con preciso e voluto
riferimento all'electrocution, la morte per scarica elettrica, cui
è condannato il personaggio dotato di poteri paranormali che
infonde vita quasi eterna al protagonista. Se poi si aggiunge che
quest'ultimo, guardia carceraria, nulla potrà fare per salvarlo
dalla sedia elettrica, pur avendone scoperto l'innocenza, ci si rende
conto di tutta la tragica ironia implicita nel dono di un'esistenza
oltre i limiti dell'umano. "Verrà anche la mia ora [... ]
afferma Edgecombe, "ma avrò desiderato la morte molto prima di
quando mi troverà." (ivi) e conclude, con riferimento metaforico
al corridoio su cui si affacciano le celle dei condannati alla pena
capitale, "Tutti noi dobbiamo una morte, non ci sono eccezioni, lo so,
ma certe volte, oddio, il Miglio Verde è così lungo"
(ivi, 547).
Siamo tutti debitori di una morte, tutti condannati a morte in attesa
di esecuzione, tutti morti in permesso. Eppure, nella narrativa
postcoloniale, l'assunto viene capovolto: "Ciascuno di noi deve una
vita alla morte" (Rushdie 1984, 42) si legge ne I figli della
mezzanotte. E quella vita è fatta delle emozioni, delle
banalità, delle passioni, delle vittorie e delle sconfitte che
ci passiamo l'un l'altro, attraverso le storie, attraverso il contagio
del linguaggio, attraverso le parole che trasferiscono sentimenti,
coscienze, gioie e dolori. Così se per l'occidentale il contagio
narrativo è maledizione – pensiamo all'archetipo dell'invitato a
nozze coleridgiano, costretto suo malgrado a disertare la festa per
ascoltare il vecchio marinaio dall'occhio scintillante – per il
soggetto postcoloniale è fonte di vita, di immortalità.
Del resto, per l'occidentale "contagio" è un termine negativo:
"contagiare di vita" è una contraddizione in termini. Il
narratore che passa ad altri il testimone di una storia può
addirittura finire con l'essere assimilato a un vampiro, come accade in
un racconto italiano. In questo caso, c'è un solo modo per
liberarsene: raccontare la sua storia.
Presto egli sarà nei vostri sogni, che lo vogliate o
no.
[...] ha molta pazienza. Sfrutta i momenti di debolezza, entra nei
tempi morti, nei vuoti mentali. Non permettetegli di entrare in voi
troppo a lungo. È un vampiro, un particolare genere di vampiro:
il cauchemar, l'incubo soffocatore.
Raccontate di lui prima che infranga le vostre ultime resistenze e vi
rapisca con i sogni la vita stessa. Raccontate di lui e sarete liberi,
come io lo sono da ora. Restituito a me stesso. (Manfredi 1988, 194)
Si racconta, dunque, per liberarsi di un incubo, non per
dividere
con altri un sogno. Si passa il testimone non per portare avanti – e
vincere – una gara a squadre, ma per disfarsi di un elemento di
disturbo. Il passaggio delle parole di bocca in bocca enfatizza
soltanto la situazione di scacco del soggetto occidentale, la sua
crisi. Diverso è, ovviamente, il discorso per le storie
concatenate degli autori postcoloniali, di cui il già citato
finale di Terra rossa e pioggia scrosciante sembra essere l'esempio
più emblematico: se durante tutta la lunghissima narrazione del
romanzo, Sanjay e Abhay si sono passati il testimone in una
interminabile staffetta, giunti alla fine della(e) storia(e) e della
vita terrena di Sanjay, essi non interrompono il racconto, che passa ad
altri narratori, e ad altri ancora: "finché ciascuno di voi
entrerà a farne parte, e gli dei verranno ad ascoltare,
finché tutti noi parleremo in un'armoniosa confusione [...] e
con queste parole ricominceremo tutto daccapo" (Chandra 1998, 741). Chi
entra a far parte della narrazione non è solo chi la ascolta o
chi la racconta a sua volta ad altri: anche il lettore ne diviene parte
integrante, fino a parlare in essa e con essa, realizzando l'assunto di
Said secondo cui "nessun testo è mai finito, poiché le
sue possibilità vengono continuamente estese, da ogni nuovo
lettore" (Said 1991, 157). In questo senso, come chi ascolta il
narratore tradizionale, il lettore, condividendo una storia, trae forza
ed energia vitale. Lungi dal privarlo delle ultime resistenze, il
racconto gli dà nutrimento; attraverso il sogno, la vita non gli
viene rapita, ma restituita. Come accade alla vecchia Monimala in
Banana-flower, i sogni instaurano la catena dell'umanità,
alterando lo scorrere del tempo e ripristinando una durata atavica.
Nei sogni non sei mai sola, tutte le persone che hai
conosciuto,
vive o morte, vengono a parlarti, nei sogni. Sono tutti così
gentili e amichevoli, hanno tantissimo tempo a disposizione. Non hanno
fretta, non ti fanno fretta [...] Come si fa sopravvivere a farina di
riso tanto a lungo, se non ci sono i sogni a nutrirti? (Sharma 2001,
132)
La narrazione, dunque, ha funzione terapeutica: i sogni
aiutano a
vivere, prolungano la vita. Questo "potere di redenzione della
scrittura" non è proclamato solo dagli autori postcoloniali: chi
ha letto il saggio On Writing di Stephen King, per esempio, sa con
quanta passione King affermi il valore salvifico della narrazione,
ovvero l'importanza, per lo scrittore moderno, di "recitare la parte di
Sheherazade [sic]" (King 2001, 167). È lontana l'idea di una
letteratura che vale solo per se stessa, che non ha altre
finalità che il bello, in ossequio al luogo comune snobistico
dell'arte per l'arte. Come scrive Brink, non è tanto triste
quanto pericoloso "avere dimenticato questo per tanto tempo" (Brink
1998, 122) perché "Le configurazioni possono essere
intercambiabili, ma i miti persistono [...] L'universo è fatto
di storie; sono loro le funzioni d'onda della nostra esistenza" (ivi,
378). E allora, viene da domandarsi insieme alla protagonista de La
polvere dei sogni, "Perché chiedere la verità, qualunque
possa essere, se puoi avere l'immaginazione?" (ivi). Gli stessi autori
occidentali, del resto, da tempo vanno affermando l'inutilità
della ricerca del vero e del verosimile in narrativa: "non importa che
un storia sia vera o falsa", ha affermato un autore spagnolo, Antonio
Muñoz Molina, "conta solo saperla raccontare" (Muñoz
Molina 1999, 375), e il newyorkese Paul Auster ha aggiunto: "nessuna
storia è falsa finché una sola persona ci crede" (Auster
1995, 145). Ma dai narratori postcoloniali impariamo, inoltre, che
proprio dividendo insieme agli altri l'immaginazione si contribuisce
alla crescita della conoscenza; che un sogno, una volta raccontato, non
è più patrimonio privato (ovvero ossessione) del
sognatore; che, come ha affermato un altro famoso scrittore spagnolo,
Javier Marías, "le storie non appartengono soltanto a chi le
inventa, ma una volta raccontate appartengono a chiunque. Si ripetono
di bocca in bocca e si modificano e si deformano, nulla viene
raccontato due volte nella stessa forma né con le stesse parole"
(Marías 1998, 136). Non si tratta, quindi, di "chiedere la
verità", ma di condividere l'immaginazione, sapendo che, in
ultima analisi, "il mondo dipende dai suoi relatori" (ivi).
E dai relatori postcoloniali dipende un mondo che noi occidentali
ancora non conosciamo – non conosciamo abbastanza o non conosciamo per
niente – ma che attraverso le loro parole dobbiamo imparare a
immaginare, perché per leggere un romanzo, una storia, è
necessario saperne evocare il contesto, colmando con la fantasia gli
inevitabili vuoti che da esso ci separano nello spazio, nel tempo e
nell'esperienza. E alla fine, se ci riusciamo, "impariamo qualcosa
sull'umanità rispondendo ai mondi evocati con le parole nella
cornice narrativa del romanzo: impariamo la straordinaria
diversità delle risposte umane al nostro mondo e la miriade di
punti di intersezione di quelle varie risposte." (Appiah 2001, 225)
La fiaba non è che un "punto di intersezione" delle varie
risposte al nostro mondo. Non è un caso che, introducendo Il
miglio verde, Stephen King affermi che, volendo creare in quel romanzo
"un mondo praticamente dal nulla", non conoscendo molto né del
tempo né dei luoghi in cui voleva ambientare la narrazione,
aveva deciso, "per non soffocare il fragile senso di meraviglia [...]
trovato nella [...] storia" (King 1996, IX), non di fare ricerche
sull'argomento, e di dare alla vicenda un "sapore non [...] realistico,
bensì favolistico" (ivi). Nella prefazione del 1995 alla
versione in volume dello stesso romanzo, precedentemente apparso a
dispense, così come nella nota finale del 1996, King confessa
esplicitamente di aver preso a modello Charles Dickens. Con un tocco di
(falsa?) modestia, egli afferma di non ritenersi il nuovo Dickens e
aggiunge che questa definizione si addice meglio, probabilmente, a John
Irving e Salman Rushdie. Senza dubbio non si può negare
un'apparente aria di famiglia, soprattutto sul piano delle tematiche
relative al romanzo di formazione, tra il padre di David Copperfield e
l'autore delle Regole della casa del sidro, dove ai piccoli ospiti
dell'orfanotrofio di St. Claud's vengono lette pagine dickensiane per
favorire il sonno - "storie di orfani [...] che altro leggere a un
orfano?" (Irving 1985, 35). Ma il nocciolo fortemente trasgressivo
della narrazione di Irving mostra quanta strada – e quanto tempo –
separino i due scrittori. E se forse per entrambi gli autori, le
regole, sempre stabilite da chi non è chiamato a metterle in
pratica, sono fatte per essere distrutte, è solo per il
contemporaneo americano, però, che la sostituzione delle regole
del cuore a quelle della convenzione può portare all'esaltazione
della truffa e della menzogna a fin di bene, all'uso di un canovaccio
vittoriano per narrare una storia che più antivittoriana non
è dato immaginare: abortista, a-religiosa, anticonvenzionale e
dissacratoria. Diverso è il caso di Rushdie, che da Dickens non
eredita tanto le tematiche quanto la capacità di usare al meglio
il tono favolistico per raccontare vicende ancorate alla realtà
storica. Egli stesso spiega nelle sue interviste:
Una delle cose che pensavo, quando iniziai a scrivere,
è
che molti dei termini usati in diverse parti del mondo per descrivere
il genere che mi interessava dicevano sostanzialmente la stessa cosa.
Fabulismo, surrealismo, realismo magico: scrittori così lontani
quanto Calvino, Roth, Márquez o Kundera dimostravano che il
realismo del romanzo non è una questione di tecnica né di
mimesi della realtà: è una questione di intenti. Se si
vuole catturare il reale, bisogna avere il coraggio di lasciarsi alle
spalle le regole della scrittura realistica. Il mondo cominciava a non
rispondere più ai criteri della realtà, il mondo in
sé diventava abnorme, e richiedeva allora un'abnorme scrittura
per essere descritto. (Rushdie in Barillari 2002, 15)
L'abnormalità della scrittura rushdiana sembra
concretizzare
quella che Glissant ha definito "poetica dell'orale scritto", e che si
fonda sulla durata, l'accumulo, il ritorno e la ripetizione, i ritmi
dell'assonanza e l'oscurità, intesa come "eco del caos-Mondo"
(cfr. Glissant 1997, p. 114). È veramente quella di Rushdie e
degli altri scrittori postcoloniali "la voce di un mondo in procinto di
crearsi" (Fuentes 1997, 26) che non soggiace ad alcuna regola precisa,
ma mescola mistero, curiosità, logica e irrazionalità,
testimonianza e magia, com'è delle fiabe e dei sogni. È
al caos-Mondo, al caotico mondo nuovo nel suo farsi, che danno voce, a
ogni latitudine, Rushdie e compagni, non per mettere ordine nella
confusione di una realtà in gestazione, ma "per divertirsi con
le vertigini, per creare casino, per goderne, per rimestarlo" (Taibo II
2002, 377), consapevoli di "essere ben lontano dall'illusione che
quando la vita diventa profondamente incoerente arrivi il romanzo a
metterci una pezza" (ivi) e al tempo stesso sicuri che "Il romanzo,
come la realtà reale, come le storie che conosciamo tutti e le
storie che ci capitano sempre, è pieno di parentesi, buchi,
ellissi che ballano saltellando da una parte e dall'altra senza
desiderare concretizzarsi, senza voglia di spiegarsi." (Ivi)
A proposito dei "romanzi scritti al di sotto del 35° parallelo",
Milan Kundera ha parlato di "una nuova grande cultura romanzesca
caratterizzata da uno straordinario senso del reale cui si accompagna
una fantasia sbrigliata capace di infrangere tutte le regole della
verosimiglianza" (Kundera 2000, 40). Si tratta, egli ha anche aggiunto,
di romanzi scritti "in un altro modo" ovvero "varcando la frontiera del
verosimile. Non per evadere dal mondo reale [...] ma per afferrarlo
meglio" (ivi, 60). A ben riflettere, questo è quanto accade
anche nei sogni: si esce dal reale per capire il reale. È ovvio
ricordare a questo proposito le osservazioni di Saleem Sinai sulla
nascita dell'India indipendente, "una terra mitica, in un paese che non
sarebbe mai esistito senza gli sforzi di una fenomenale volontà
collettiva – se non in un sogno che tutti accettavamo di sognare"
(Rushdie 1984, 126). Si potrebbe affermare, senza forzare troppo
l'assunto rushdiano, che tutta la narrativa postcoloniale è
sogno collettivo, un sogno che tutti – autori, lettori e personaggi –
accettiamo di sognare insieme. In questo senso, i romanzi sin qui
esaminati rendono ragione dei famosissimi versi shakespeariani:
[...] noi siamo della stoffa
di cui sono fatti i sogni; e la nostra piccola vita
è cinta di sonno.
(La tempesta, IV, i, 158-160)
Non a caso, Prospero pronuncia queste parole nella
più
‘raccontata' tra le commedie shakespeariane, in quella Tempesta in cui
il racconto appare attività compulsiva dei protagonisti, quasi a
voler suggerire che il racconto stesso è sogno, le storie
narrate sono della stessa materia, impalpabile e volatile, dei sogni. E
tuttavia, la differenza tra il sogno narrato occidentale, da
Shakespeare a Stephen King, e quello del mondo nuovo, dalle Mille e una
notte ai racconti riuniti all'inizio del terzo millennio
dall'australiano David Malouf sotto il titolo shakesperiano La materia
dei sogni, si gioca tutta intorno a quel sonno che cinge la "nostra
piccola vita": sonno di morte, solitario, per l'occidentale; sonno
condiviso, o notti di veglia rischiarate dai racconti magici, per
l'Altro. Del resto, mentre Prospero con la stoffa dei sogni crea
l'immaginario tardo-rinascimentale (e colonizza quello coloniale,
rappresentato da Calibano), lo scrittore postcoloniale usa il racconto
– il sogno – piuttosto come una moneta di scambio, per acquistare
granelli di immmortalità.
"... raccontando storie passiamo noi stessi agli altri", ha
affermato Vikram Chandra. "Trasformare le proprie esperienze in
racconti per il piacere dei lettori è un modo di creare un
legame col pubblico. È un atto di intimità. La cosa
strana è che si crea intimità con degli estranei. Il
rituale della narrazione è lo stesso attraverso le culture;
sedere accanto al fuoco, narrare una storia è uno dei rituali
più antichi, è come spezzare il pane con qualcuno."
(Chandra 2000)
Esiste un legame profondo tra persone che spezzano il
pane insieme:
due che condividono lo stesso pane "sono uno amico dell'altro anche se
non si sono mai visti prima" (Dorfman 1999, 138). È questo il
mistero dell'intimità con estranei di cui parla Chandra, ma
anche della compartecipazione sociale che ci lega a sconosciuti in
virtù di una sorte comune, l'essere etimologicamente compagni,
com-pañeros, dei nostri simili. Per lo scrittore postcoloniale,
dividere metaforicamente il pane narrativo con qualcuno diviene atto
politico, nella consapevolezza della diversità del suo modo di
essere e di raccontare, del suo stesso status di narratore, rispetto
all'occidentale. Quanto scrive il martinicano Patrick Chamoiseau
può valere per tutti gli autori extraeuropei che abbiamo
incontrato in questo volume:
La mia parola di Narratore è oscura come la notte in
cui
intervengo. Vedo la distanza dal romanziere occidentale che scrive alla
luce del giorno. L'espressione di quest'ultimo è ufficiale,
attesa, stimata, e percepita come tale; egli riflette i valori della
condizione umana; ci spiega le nostre anime [...] in una lingua eletta,
in una Storia comune, nella certezza scritta di un territorio. Quella
del Narratore [...] diffonde il suo mandato nell'oscurità di una
differenza d'uomini; non ha legittimità antica, ma avvolge
cosciente e incosciente nelle grazie liberatrici d'un riso che non
proviene da alcuna terra comune. (Chamoiseau 1997, 171)
Il lettore occidentale non può che stupirsi di
fronte alla
ricchezza della scrittura postcoloniale e prorompere, come Miranda, in
un'esclamazione di sbalordimento per il "meraviglioso mondo nuovo"
creato dagli autori delle letterature ‘emergenti'. Tocca al critico il
compito pragmatico, forse politicamente scabroso, ma ideologicamente
irrinunciabile, di ribattere allo stupore del lettore ricordando, come
Prospero a Miranda, che quel mondo magnifico è nuovo solo per
chi lo guarda da una prospettiva eurocentrica, mentre in realtà,
come ebbe acutamente a rilevare Carlos Fuentes, scaturisce "dagli
antichi confini di quanto la centralità europea giudicava
eccentrico" (Fuentes 1997, 166).
" 'Tis new to thee", dunque, "È nuovo per te" (Tempesta, V, i,
185). Per te, hypocrite lecteur postimperiale – mon
semblable, mon frère.
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