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FLAMMINIO
SENZA PAURA
– Iddio vi salvi, maestro –. A cui il calzolaio: – Siate il benvenuto, figliuolo mio –. A cui Flamminio replicando disse: – E che fate voi? – Io lavoro – rispose il calzolaio – e stento per non stentare, e pur io stento e mi affatico per far di calzari –. Disse Flamminio: – E per far che? voi tanti n’avete, e a che farne piú? – A cui rispose il calzolaio: – Per portarli, per venderni per sustentamento e di me e della mia famigliuola, e acciò che quando sarò vecchio possi sovenire del danaro guadagnato. E poi – disse Flamminio – che sarà? – Morire, – rispose il calzolaio. – Morire? – replicando disse Flamminio. – Sí, – rispose il calzolaio. – O maestro mio – disse allora Flamminio – mi sapreste voi dire che cosa è questa morte? – In vero no – rispose il calzolaio. – L’avete voi giamai veduta? – disse Flamminio. A cui rispose il maestro: – Io né la vidi né vederla né provarla mai vorrei, che dicessi da tutti ugualmente che ella è una strana e paventosa bestia –. Allora disse Flamminio: – Me la sapereste voi almeno insegnare, o dirmi dove ella si trovi? per ciò che giorno e notte, per monti, per valli e per stagni la vo cercando, e novella alcuna di lei non posso persentire. – A cui rispose il calzolaio: – Io non so dove la stia, né dove ella si trovi, né come fatta sia, ma andatevene piú inanzi che forse la trovarete. – Tolta adunque licenza Flamminio e partitosi dal calzolaio, andossene piú oltre, dove trovò un folto e ombroso bosco, ed entratovi dentro, vide un contadino che aveva tagliate molte legna da brusciare e a piú potere ne andava tagliando. E salutatosi l’uno e l’altro, disse Flamminio: – Fratello, che vuoi far tu di tante legna? – A cui il contadino rispose: – Io l’apparecchio per fare del fuoco questo verno, quando saranno le nevi, i ghiacci e il bruma malvagio, acciò che io possa scaldare e me e li miei figliuoli, e lo soprabondante vendere per comprare pane, vino, vestimenti e altre cose necessarie per lo viver quotidiano, e cosí passare la vita nostra sino alla morte. – Deh, per cortesia – disse Flamminio – mi saperesti insegnare dove si trovi questa morte? – Certamente no – rispose il contadino – perciò che io non la vidi mai, né so dove ella dimori. Io stanzio in questo bosco tutto il giorno e attendo allo essercizio mio e pochissime persone passano per questi luochi e manco ne conosco. – Ma come potrò far io a trovarla? – disse Flamminio. A cui il contadino rispose: – Io non ve lo saprei dire, né meno insegnare, ma camminate piú innanzi ché forse in lei vi incapperete. – E tolta licenza dal contadino si partí e tanto caminò, che giunse ad un luoco dove era un sarto che aveva molte robbe su per le stanghe e uno fondaco di varie e bellissime vestimenta pieno. A cui disse Flamminio: – Iddio sia con voi, maestro mio –. A cui lo sarto: – E con voi sia ancora. – E che fate voi – disse Flamminio – di sí belle e ricche robbe e sí onorate vestimenta? sono tutte vostre? – A cui rispose il maestro: – Alcune sono mie, alcune di mercatanti, alcune di signori e alcune di diverse persone. – E che ne fanno di tante? – disse il giovane. A cui lo sarto rispose: – Le usano in diversi tempi – e mostrandogliele, diceva – queste lo state, quelle lo verno, quest’altre da mezzo tempo, e quando l’una e quando l’altra si vesteno. – E poi, che fanno?– disse Flamminio. – E poi – rispose lo sarto – vanno cosí scorrendo sino alla morte –. Sentendo nominare Flamminio la morte, disse: – O dolce mio maestro, mi sapereste voi dire dove si trovi questa morte? – Rispose lo sarto quasi d’ira acceso e tutto turbato: – O figliuolo mio, voi andate addimandando le strane cose. Io non ve lo so dire né insegnare dove si trovi, né di lei giamai pur mi penso, e chiunque me ne ragiona di lei, grandemente mi offende, però ragioniamo d’altro, o partitevi di qua, ché io sono nemico de tai ragionamenti –. E preso commiato da lui, si partí. Aveva già scorso Flamminio molti paesi, quando aggiunse ad uno luogo deserto e solitario, dove trovò uno eremita con la barba squalida e da gli anni e dal digiuno tutto attenuato: aveva la mente sola alla contemplazione; e pensò che egli nel vero fusse la morte. A cui Flamminio disse: – Voi siate il ben trovato, padre santo. – E voi il ben venuto, il mio figliuolo – rispose lo eremita. – O padre mio – disse Flamminio – e che fate voi in questo alpestre e inabitabile luogo, privo d’ogni diletto e d’ogni consorzio umano? – Io mi sto – rispose lo eremita – in orazioni, in digiuni e contemplazioni. – E per far che? – disse Flamminio. – Oh, perché, figliuolo mio? per servir a Dio e macerar questa misera carne – disse lo eremita – e far penitenza di tante offese fatte all’eterno e immortal Iddio e al vero figliuolo di Maria, e finalmente per salvar quest’anima peccatrice, acciò che quando verrà il tempo della morte mia, io gliela rendi monda d’ogni difetto. E nel tremendo giorno del giudicio, per grazia del mio redentore, non per meriti miei, mi faccia degno della felice e trionfante patria, e ivi goda i beni di vita eterna alla quale Iddio tutti ci conduchi. – O dolce padre mio, ditemi un poco – disse Flamminio – se non v’è a noia, che cosa è questa morte, e come è fatta ella? – A cui lo santo padre: – O figliuol mio, non ti curar di saperlo, perciò che ella è una terribile e paventosa cosa e s’addimanda da’ sapienti ultimo termine de’ dolori, tristezza de’ felici, desiderio de’ miseri e fine estremo delle cose mondane. Ella divide l’amico dall’amico, separa il padre dal figliuolo e il figliuolo dal padre, spartisse la madre dalla figliuola e la figliuola dalla madre, scioglie il vincolo matrimoniale e a fine disgiunge l’anima dal corpo, e il corpo sciolto dall’anima non può piú operare, ma viene sí putrido e sí puzzolente, che tutti l’abbandonano e come cosa abbominevole il fuggono. – Avetela mai veduta voi, padre mio? – disse Flamminio. – Ma di no – rispose lo eremita. – Ma come potrò io fare di vederla? – disse Flamminio. – Ma se voi desiderate, figliuolo mio – disse lo eremita – di trovarla, andatevene piú oltre ché voi la trovarete, perciò che l’uomo, quanto piú in questo mondo camina tanto piú s’avicina a lei –. Il giovane ringraziato ch’ebbe il santo padre e tolta la sua benedizione, si partí. Continovando adunque Flamminio il suo viaggio, trapassò molte profonde valli, sassose montagne e inospiti boschi,
vedendo vari e
paventosi animali, dimandando a ciascuno s’egli era la morte. A cui
tutti rispondevano non esser lei. Or avendo scorso molti paesi e vedute
molte strane cose, finalmente giunse ad una montagna di non picciola
altezza, e quella trapassata, discese giú in una oscura e
profondissima valle chiusa di alte grotte, dove vide una strana e
mostruosa fiera, la quale con suoi gridi faceva rimbombare tutta quella
valle. A cui Flamminio disse: – Chi sei tu? Ollà? saresti mai tu la morte? – A cui la fiera rispose: – Io non sono la morte, ma segui il tuo camino ché tosto la troverai –. Udita Flamminio la desiderata risposta, molto si rallegrò. Era già il miserello per la lunga fatica e duro strazio per lui sustenuto stanco e semi morto, quando come disperato giunse ad un’ampia e spaziosa campagna, e asceso un dilettevole e fiorito poggetto non molto eminente e remirando or quinci or quindi, vide le mura altissime d’una bellissima città che non era molto lontana, e postosi a camminare con frettoloso passo, nel brunire della sera, ad una delle porte pervenne, la quale era adornata di finissimi e bianchi marmi. Ed entratovi dentro, con licenza però del portinaio, nella prima persona ch’egli s’abbattè, s’incapò in una vecchiarella molto antica e piena di grand’anni, di volto squalida, ed era sí macilente e macra che per la sua macrezza tutte le ossa ad una ad una si arebbono potuto annoverare. Costei aveva la fronte rugosa, gli occhi biechi, lagrimosi e rossi che la porpora somigliavano, le guanze crespe, le labbra riversate, le mani aspere e callose, il capo e la persona tutta tremante, lo andar suo curvo, e de panni grossi e bruni addobata. Oltre ciò, ella teneva dal lato manco una affilata spada e nella destra mano un grosso bastone, nell’estremità del quale eravi una punta di ferro fatta in vece d’un trimanino sopra del quale alle volte si riposava. Appresso questo ella aveva dietro le spalle una grossissima bolgia nella quale riservava ampolle, vasetti e albarelli tutti pieni di vari liquori, unguenti ed empiastri a diversi accidenti appropriati. Veduta ch’ebbe Flamminio questa vecchia disdentata e brutta, imaginòsi che ella fusse la morte che egli cercando andava, ed accostatosi a lei, disse: – O madre mia, Iddio vi conservi –. A cui con chioccia voce la vecchiarella rispose: – Ancora te, figliuolo mio, Iddio salvi e mantenga. – Sareste voi per aventura la morte, madre mia? – disse Flamminio. – No – rispose la vecchiarella – anzi io sono la vita. E sapi che io mi trovo aver qua dentro in questa bolgia, che io porto dietro le spalle, certi liquori ed unzioni che, per gran piaga che l’uomo abbi nella persona, io con agevolezza la risano e saldo, e per gran doglia che egli parimenti si senta in picciol spacio d’ora levoli ogni dolore –. Disse allora Flamminio: – O dolce madre mia, mi sapreste voi insegnare dove ella si trovi? – E chi se’ tu che cosí instantemente mi dimandi? – disse la vecchiarella. A cui Flamminio rispose: – Io sono un giovanetto, che già sono passati molti giorni, mesi e anni che la vo cercando, né mai ho potuto trovare persona in luoco alcuno che me l’abbia saputa insegnare. Laonde se voi siete quella, ditemelo per cortesia per ciò che assai desidero e di vederla e di provarla, acciò che io sappia se ella è cosí diforme e paventosa, sí come è da ciascuno tenuta –. La vecchiarella, udendo la sciocchezza del giovane, dissegli: – Quando ti aggrada, figliuolo mio, farotila vedere quanto ella è brutta e quanto paventosa ancora provare –. A cui Flamminio: – O madre mia, non mi tenete piú a bada, omai fate che io la veggia –. La vecchiarella per compiacergli lo fece ignudo spogliare. Mentre che il giovanetto si spogliava, ella certi suoi empiastri a diverse infermità oppurtuni incorporò, e preparato il tutto, dissegli: – Chinati giú, figliuolo mio –. Ed egli ubidiente s’inchinò. – Piega la testa e chiudi gli occhi – disse la vecchia; e cosí fece. Né appena aveva fornito di dire che prese la coltella che dallato teneva e in un colpo il capo gli spiccò dal busto. Dopo presa immantinente la testa e postala sopra il busto, l’impiastracciò di quegli empiastri che preparati aveva e con agevolezza il risanò. Ma come il fatto andasse dir non so: o che fusse per la prestezza della maestra in ritornar il capo al busto, o perché ella astutamente il facesse, la parte della testa posteriore mise nell’anteriore. Onde Flamminio, guattandosi le spalle, le reni e le grosse natiche e scolpite in fuori, che per a dietro vedute non aveva, in tanto tremore e pavento si puose, che non trovava luoco dove celare si potesse, e con dolorosa e tremante voce diceva alla vecchia: – Ohimè, madre mia, ritornatemi com’era prima, ritornatemi per lo amore de Iddio, perciò che io non vidi mai cosa piú diforme né piú paventosa di questa. Deh, removetemi vi prego da questa miseria, nella quale inviluppato mi veggio. Deh, piú non tardate, dolce madre mia, porgetemi soccorso, ché agevolmente porgere me lo potete –. La vecchiarella astuta taceva, fingendo tuttavia di non essersi aveduta del commesso fallo e lasciavalo ramaricarsi e cuocersi nel suo unto. Finalmente avendolo cosí tenuto per spazio di due ore e volendoli remediare, da capo il fece inchinare, e messa mano alla tagliente spada, la testa gli troncò dal busto. Dopo presa la testa in mano e accostatala al busto e unta con suoi empiastri, nel primo suo esser ritornare il fece. Il giovane, vedendosi ridotto nel pristino suo stato, de’ suoi panni si rivestí, e avendo veduta la paura e per isperienza provato quanto brutta e paventosa era la morte, senza altro commiato prendere dalla vechiarella, per la piú breve e ispedita via ch’egli seppe e puoté ad Ostia se ne ritornò, cercando per lo innanzi la vita e fuggendo la morte, dandosi a miglior studi di quello che per lo a dietro fatto aveva. |
___________________________________________ RIFERIMENTI |
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| Testo | Le piacevoli notti.
A cura di Donato Pirovano. Roma: Salerno Editrice, 2000. 2 Tomi. Tomo
I, Notte quarta, Favola V, pp. 309–319. Vedi: http://www.intratext.com/IXT/ITA2969/_INDEX.HTM; consultato l'11.11.11. |
| Versione italiana di A. Gasparini | Giovannin cercò la morte |
___________________________________________ IMMAGINE |
Siegried and the Twilight of the Gods, by Richard Wagner with Illustrations by Arthur Rackham. Translated by Margaret Armour. London: William Heinemann, New York: Doubleday Page 1924. http://pjwstk1.blogspot.com/2010/04/monsters-in-history-and-culture.html; consultato il 13 novembre 2011. |
| ___________________________________________ NOTE |
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| La fiaba della paura e della
morte |
Per un confronto con altre
storie di impavidi attanti fiabeschi che a volte vanno in cerca della
paura, altre semplicemente vanno in giro senza meta, vedi: A.
Gasparini: La fiaba, la morte, la paura,
1994. |
...Ma segui il tuo camino ché tosto la troverai. |
Ciò di cui Flamminio va in cerca, la morte, si trova camminando. Pare che Flamminio ignori quel che sanno ciabattini, sarti, taglialegna, eremiti e bestie feroci: che è la sola cosa che si trova con certezza, prima o poi, senza bisogno di cercarla. |
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PSICOMAPPA DI FLAMMINIO SENZA PAURA
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| TEMA |
INIZIAZIONE SOLITARIA |
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| ATTANTE
SOGGETTO |
MASCHILE |
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| MOTIVI |
ARCHÈ | PADRE ASSENTE MADRE ASSENTE |
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| ASIMMETRICI |
AMBIVALENZA | ESIGENTE
MASCHILE AGENTE FEMMINILE |
Flamminio ha
bisogno di conoscere la paura e la morte, e la vita gliele fa conoscere. |
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| TÈLOS | RITORNO |
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