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ADALINDA GASPARINI              PSICOANALISI E FAVOLE



C'èra una vòlta un padre védovo e aveva una figlia. Questa figlia èra in età da’ dièci a’ dódici anni. Lui la mandava alla scòla ; sèndo che èra sola, la raccomandava sèmpre alla sua maestra. Intanto la maestra vedendo che questa bambina èra priva di madre, lei stessa s’ innamorò del padre, e diceva sempre a questa bambina: — „Digli a tuo padre se mi vòle per moglie.“ Glielo diceva un giorno, glielo diceva un altro, èrano sèmpre in uno stesso discorso. La bambina lo disse al padre più d’ una vòlta, e li diceva: — „Babbo, la maestra sèmpre mi prega che tu la spòsi.“ Il babbo diceva: — „Eh! figlia mia, se io riprèndo moglie, avrai dei fòrti dispiaceri.“ Ma intanto la ragazza èra sèmpre a bàttere in un punto ; finalmente il padre si persuase di andare una sera in casa di questa maestra. Quella quando lo vidde, fu tutta contènta, e fissarono in pòchi giorni il matrimònio. Pòvera ragazza! quanto se ne dovè pentire di avé trovato una matrigna così ingrata e così infame vèrso di lèi! La mandava tutti i giorni sopra una terrazza a ’nnaffiare un vaso di basilico , e èra tanto pericolosa che se cascava di sotto se n’ andava ’n un grandissimo fiume.
Seguì un giorno che venne una gròssa aquila, ma gròssa, e li dice: — „Che fai qua?“ Lei piangeva, perchè vedeva che c’èra il grande pericolo di cascare nel fiume. L’aquila li disse ; — „ Vieni sopra le mie spalle e io ti pòrto via, e starai mèglio che con la tua nuòva mamma.“Camminando arrivarono ’n una
grande pianura ; trovarono un bellissimo palazzo tutto di cristallo ; l’aquila battiède alla pòrta, e disse: — „Signore mìe, aprite aprite! che vi ho portato una bèlla giovine.“ Le persone del palazzo quando aprano la pòrta e vedano questa bèlla bambina, ma bèlla, rimasero sorprese: chi la baciava da una parte, chi la carezzava dall’ altra. Intanto si chiuse la pòrta, e stavano tranquille e contènte.
Andiamo all’ àquila , che credeva di fare un dispétto alla matrigna. Un giorno 1’ àquila si parte e va nella sòlita terrazza, trova la matrigna che annaffiava il basilico ; dice: — „Indov’è vòstra figlia?“ — „Eh! risponde lei: forse cascò da questa terrazza, e andò nel fiume ; sono dièci giorni che io non ne so novità.“ L’aquila risponde: — ,,Come sièi sciòcca! io me la portai ; vedendo che tu li facevi tanti strapazzi, me la portai dalle mie fate, e sta benìssimo.“ L’aquila fece un volo, e se n’andò.
La matrigna presa dalla rabbia e dalla gelosia, chiamò una strega della città e li disse: — „ Vedete che mia figlia è viva, e è in casa delle fate di un’aquila che viène spesso nella mia terrazza ; ora voi mi dovete fare il piacere di trovare qualche mèzzo possibile per quanto questa mìa figliastra muòre, perchè io ho paura che un giorno o 1’ altro tornasse per queste parti ; e allora il mio marito scoprendo questa còsa cèrto che m’ammazza.“ La strega rispose: — «Oh! a questo non avete avé paura; lasciate fare a me.“
Che fece la strega? fece fare un bellissimo panierino di ròba dolce, di pasticci, diciamo noi: fra’ quali ne fece uno ammaliato, pòi scrisse una lèttera fingendo che fosse suo padre che gliela scriveva, avendo saputo indove lei si trovava li voleva fare questo regalo, e fingeva la lèttera che ’1 padre si trovava tanto tranquillo nel sentire che lèi èra colle fate.
Lasciamo la strega che fa tutto questo inganno, e torniamo a Ermellina (che così èra il nome della ragazza). Le fate gli avevano detto : — Vedi, Ermellina : noi si parte, e si sta fòri quattro giorni ; ora in questo tèmpo guarda bène di non aprire la pòrta a nessuno, perchè ti si tèsse qualche inganno per mèzzo della tua matrigna.“ Lei li promise di non aprire a nissuno : — State pure tranquille, che io sto bène, e la mia matrigna non ha più che fare con me.“ Ma non fu così. Le fate se ne vanno ; il giorno dopo che Ermellina èra sola, sente picchiare alla pòrta, e diceva : — „Picchia picchia, io non apro a nessuno“ (fra sé). Ma intanto i colpi più raddoppiavano, che la curiosità la spinse di affacciarsi alla finèstra. E che vidde! Vidde una sua serva di casa (perchè la strega si èra strafigurata in persona di servizio di suo padre). — Oh! mia cara Ermellina, li dice : vòstro padre fa lacrime di dolore per voi, perchè credeva assolutamente che voi fossi mòrta, ma è venuta 1’ àquila che vi portò via, e li ha dato questa buòna notizia, che voi èri qua colle fate. Intanto vòstro padre non sapeva che complimenti potervi fare, perchè conosce bène che non avete bisogno di niènte : ha pensato di mandarvi questo panierino di dolci.“ Ermellina aveva ancora apèrta la pòrta ; la prega la serva di scéndere e pigliarsi il panierino e la lèttera : lei dicendo sèmpre : „No, io non voglio niènte!“ ma pòi siccome le dònne, specialmente le ragazze, son ghiotte di dolci, scese e aprì la pòrta. Quando la vècchia gli ebbe consegnato il panierino li disse : — Mangiate questa ;“ e li ruppe un pezzetto di quella pasta dolce che èra già avvelenata. Quando Ermellina ebbe mangiato il primo boccone, la vècchia scappò e non si vidde più. Ermellina fu appéna a tèmpo a chiùdere la pòrta che cascò in mèzzo alle scale.
Andiamo che doveva venire le sue signore, e battevano alla pòrta ; batti batti, nessuno li apriva ; loro si avviddero che c’èra stato un tradimento e cominciarono a piàngere. Intanto la capo delle fate disse : — Bisogna scassare la pòrta ;“ e cosi fu fatto. Quando fu apèrto la pòrta, viddero Ermellina in mèzzo alle scale che èra mòrta. L’ altre sue amiche che li volevano tanto bène, cominciarono a piàngere, e pregavano la capo-fata che la facesse
risuscitare ; lei non voleva acconsentire, «perchè, diceva, mi ha disobbedito ;“ ma prega 1’ una, prega 1’ altra, si persuase ; li aprì la bocca, e ancora aveva un pòco di pasta dolce senza inghiottire. La fata li messe le mani in bocca, e gliela levò, e Ermellina tornò in vita.
Abbiamo a figurarci qual consolazione fu per le sue amiche ; ma intanto la capo la rimproverò per averla disobbedita, e lei promise di non farlo più.
Le fate dovettero ripartire un’ altra vòlta ; dice la capo : — „Vedi, Ermellina : io per la prima vòlta ti ho guarita, ma la seconda non ho più che ti fare.“ E lei disse che stessero pure tranquille che non apriva a nessuno. Il fatto non fu così ; che l àquila credendo di fare stizza alla sua matrigna, li disse che ancora Ermellina èra viva. La matrigna negò tutto all’ àquila, ma intanto chiamò novamente quella strega e li raccontò così e così, il fatto seguito, che la sua figliastra èra ancora viva. Dice : — „O voi la fate morire davvero, o io mi vendico con voi.“ La vècchia trovandosi presa li disse che comprasse un bellissimo àbito, dei più bèlli che si poteva trovare. Ecco che la vècchia si trasforma in una sarta, che èra giusto la sarta di casa ; piglia quest’ àbito e parte ; va dalla pòvera Ermellina, picchia alla pòrta, e li dice : — Apritemi apritemi, che io son la vòstra sarta.“ Ermellina si affaccia alla finèstra e vede la sua sarta ; rimase un pòco, in verità, confusa, (difatti, chiunque avrebbe fatto così). Dice la sarta : — Scendete, che vi devo misurare un àbito.“ Lei disse :
„No no, che una vòlta sono rimasta ingannata.“ — „Ma io non sono la vècchia, rispose la sarta ; voi mi conoscete che vi ho fatto sèmpre i vestiti.“ La pòvera Ermellina si persuase, e scese le scale ; la sarta prese il filo e scappò. Ermellina si stava affibbiando ancora, quando la sarta sparì ; chiuse le pòrta Ermellina, per salire le scale, ma non ci fu più permesso di salire, che cascò in tèrra e morì.
Andiamo alle fate, che vengano alla casa ; picchia alla pòrta, e che volevano picchiare! che non c’ èra più nessuno. Si messero a piangere... La capo-fata li disse : — „Ve lo dicevo io che mi avrebbe ritradito! ma ora non ho più che fare...“ E scassano la pòrta, e vedano questa pòvera ragazza con questo bellissimo vestito messo, ma èra mòrta. — Tutte che piangevano, perchè veramente li volevano bène. Ma intanto non ci fu più che fare ; la portarono ’n una gran sala, la capo-fata battiède la bacchetta fatata, e comandò che venisse una bèlla scàtola di cristallo ricca, tutta copèrta di brillanti e di piètre preziose, pòi le altre ragazze combinarono una bellissima grillanda tutta tessuta di fiori e òro ; presero questa giovine, li accomodarono benissimo
questa grillanda indòsso, e pòi le messero drento a questa scàtola così ricca e così magnifica che èra una meraviglia a vederla. Pòi battiède la vècchia, al sòlito, la bacchetta, e chièse un bellissimo cavallo che non ne aveva avere nemmeno il re, compagno. Prèndano questa scàtola, gliela accomodano sopra alla schièna, lo mettano nella piazza e la vècchia-fata li dice : — Vai, e non ti dovrai fermare fintanto che non troverai uno che ti dirà : Fermati, per pietà, che io per te ho perduto il mio cavallo.
Ora lasciamo le fate tutte dispiacènti e andiamo al cavallo che corre a furia d’infèrno. Chi passa in questo tèmpo? il figlio d’ un Re (il nome di questo re non c’ è) ; e vede questo cavallo con questa meraviglia sopra di lui ; comincia a spronare il cavallo, corri che ti corro, corse tanto che li scoppiò il cavallo e dovette lasciare il suo cavallo mòrto per la strada ; ma lui sèmpre correndo diètro a quest’ altro cavallo. Il pòvero re non ne poteva più, eh ! si vidde pèrso e disse  : — „Fermati per pietà, che io per te ho pèrso il mio cavallo! E il cavallo si fermò, (perchè queste èrano le paròle). Quando il re viddc questa bèlla giovine laddentro mòrta, non si curò più del suo cavallo, e se lo portò alla città. La madre del re sapeva che suo figlio èra andato a caccia ;
quando lo vidde venire con questo cavallo carico, non sapeva nemmeno lei che còsa pensare. Il figlio èra privo di padre, perciò comandava tutto lui. Arrivò al palazzo, fece scaricare questo cavallo, e fece portare questa scàtola nella sua càmera di dormire, pòi chiamò la madre e li disse : — „Madre mia, io sono andato a caccia, ma mi son trovata la moglie.“ — „Ma cos’è? una pòpa? una mòrta?“ — „Madre mia, rispose il figlio, lei non si interèssi di quello che è, questa è mia moglie.“ La madre si messe a ridere e si ritirò nelle sue stanze (che aveva a fare, pòvera madre?!).
Ora questo pòvero re non andava più a caccia, non si pigliava più divertimenti, manco a tàvola andava più, che mangiava pure nella sua càmera. Si dà la fatalità che li movano guèrra, eh! . . . lui costretto di dover partire ; chiama la madre : — „Madre mia, io voglio due camerière addette soltanto a guardare questa scàtola ; che Iddio ne guardi se al mio ritorno trovo qualche còsa di disastro nella mia scàtola, io le faccio ammazzare le camerière.“
La madre che li voleva bène, dice : — Vai pure, figlio mio, non dubitare a niènte, che io stesso starò vigilante per la tua scàtola.“ Lui pianse divèrsi giorni dovendo abbandonare questo suo tesòro, ma non ci fu che fare : bisognò partire.
Partito che fu tutte le vòlte che lui scriveva non faceva altro che raccomandare la sua moglie (che cosi la chiamava). Andiamo alla madre che manco ci aveva più pensato, nemmeno a farla spolverare questa scàtola ; ma tutt’un tratto viene una lèttera che il re aveva vinto la vittòria, e in pochissimi giorni sarebbe stato di ritorno al suo palazzo. La madre chiama le camerière e li dice : — Ragazze, siamo rovinate.“ Rispondono loro : — „Perchè, Altezza“ — Perchè fra giorni mio figlio è di ritorno, e noi altre... la pòpa?... come 1’ abbiamo guardata?“ Loro dissero : — „È vero è vero : ora noi andiamo a lavarli il viso alla pòpa.“ Infatti, vanno nella càmera del re, e vedano che la pòpa nella faccia e nelle mani èra tutta sporca di pólvere e dalle mosche. Loro pensarono di bène (perchè c’ èra un piccolo segreto dove c’ èra la chiave) pensarano di aprire, di prèndere una spugna e lavarli il viso, e così fecero. Si dà la combinazione che cascò pòche gócciole d’acqua sopra al vestito e rimase tutto macchiato. Le pòvere camerière si messero a piàngere, e vanno dalla Regina per chiède un consiglio come dovevano fare. La regina li dice : Sapete còsa si fa? si chiama una sarta, si fa comprare un àbito preciso a questo, e questo li si lèva, purché sìa fatto prima che vènga mio figlio.“ Così fu stabilito : vanno le camerière alla càmera e cominciarono a sfibbiarli il vestito. Al momento che li levavano la prima mànica, quella aprì li òcchi. Quelle pòvere camerière fecero un salto per aria, e tutte spaventate ’un sapevano che si fare più, si trovavano confuse. Una delle più coraggiose dice : — „Dònna sono io e dònna è questa : mangiare, non mi mangerà...“ Per farlo brève il discorso, questa li levò il vestito ; quando li fu levato il vestito di indòsso cominciò a scéndere dalla scàtola, e camminare, e guardava indov’ èra. Le camerière si buttarano in ginocchioni a lei e li chiedevano per grazia di saper dire chi èra. E lei, poverina, li fece tutto il racconto. Li disse pòi : — „Io voglio sapere indove sono?“ Allora le camerière chiamano la madre del re perchè li facesse lei la spiegazione. La madre non mancò di farli tutto il racconto, e lei, poverina, non faceva altro che piàngere di tenerezza, pensando a quello che gli avevano fatto fare le fate.
Ora il Re stava per venire ; li dice la madre : — „Venite qua (alla pòpa), vestitevi con un àbito dei mèglio che ci pòssa èssere dei miei.“ La vestì insomma come una regina stessa. Èccoti che viene il figlio. Alla pòpa la fecero rinchiùdere ’n una pìccola càmera, che non si facesse vedere. Viene il re con tanta allegria, con tanto suòno di trombe, con tutte le bandière spiegate per la vinta battaglia. Ma a lui non 1’ interessava niènte di tutto questo, corre sùbito nella sua càmera per vedere la pòpa ; le camerière gli si buttano in ginocchioni dicendo : che la pòpa puzzava, e non ci potevano stare più nel palazzo, bisognò che la facessero seppellire. Lui non l’intendeva questa ragione, chiamò sùbito due persone del palazzo per fare piantare la forca. La madre, inùtile lo confortava : — Figlio mìo, èra una mòrta...“ — „No no, io non intèndo ragioni, o mòrta o viva me la dovevi lascia stare.“ Finalmente quando la madre vidde che si parlava davvero della forca sonò un pìccolo campanèllo, e venne fòri non più la pòpa ma una bellissima giovine che ’un sì èra mai veduto, l’eguale. Il re allora rimase confuso e disse : — „Com’è questo fatto!“ Furano costrette la madre, le camerière e Ermellina a farli tutto il racconto di quello che gli èra seguito. Lui allora disse : — Signora madre, giacché io l’ adoravo da mòrta, e la chiamavo mia moglie, ora intèndo che sia mia moglie davvero.“ — „Sì, figlio mio, rispose la madre, fai pure, che io sono sèmpre contènta.“ Fissarano le nózze, e in pochissimi giorni furono moglie e marito ;

E vissero e godettero,
A me niènte mi dettero,
Mi dettero un confètto,
’N calcio nel petto
Che me ne risènto ancora.

There was once a widower who had a daughter. This daughter was between ten and twelve years old. Her father sent her to school, and as she was all alone in the world commended her always to her teacher. Now, the teacher, seeing that the child had no mother, fell in love with the father, and kept saying to the girl, "Ask your father if he would like me for a wife."
This she said to her every day, and at last the girl said, "Papa, the school-mistress is always asking me if you will marry her." The father said, "Eh! my daughter, if I take another wife, you will have great troubles."
But the girl persisted, and finally the father was persuaded to go one evening to the school-mistress' house. When she saw him she was well pleased, and they settled the marriage in a few days. Poor child! How bitterly she had to repent having found a stepmother so ungrateful and cruel to her! She sent her every day out on a terrace to water a pot of basil, and it was so dangerous that if she fell she would go into a large river.
One day there came by a large eagle, and said to her, "What are you doing her?" She was weeping because she saw how great the danger was of falling into the stream. The eagle said to her, "Get on my back, and I will carry you away, and you will be happier than with your new mamma."
After a long journey they reached a great plain, where they found a beautiful palace all of crystal; the eagle knocked at the door and said, "Open, my ladies, open! for I have brought you a pretty girl." When the people in the palace opened the door, and saw that lovely girl, they were amazed, and kissed and caressed her. Meanwhile the door was closed, and they remained peaceful and contended.
Let us return to the eagle, who thought she was doing a spite to the stepmother. One day the eagle flew away to the terrace where the stepmother was watering the basil. "Where is your daughter?" asked the eagle.
"Eh!" she replied, "perhaps she fell from this terrace and went into the river; I have not heard from her in ten days."
The eagle answered, "What a fool you are! I carried her away; seeing that you treated her so harshly I carried her away to my fairies, and she is very well." Then the eagle flew away.
The stepmother, filled with rage and jealousy, called a witch from the city, and said to her, "You see my daughter is alive, and is in the house of some fairies of an eagle which often comes upon my terrace; now you must do me the favor to find some way to kill this stepdaughter of mine, for I am afraid that some day or other she will return, and my husband, discovering this matter, will certainly kill me."
The witch answered, "Oh, you need not be afraid of that; leave it to me."
What did the witch do? She had made a little basketful of sweetmeats, in which she put a charm; then she wrote a letter, pretending that it was her father, who, having learned where she was, wished to make her this present, and the letter pretended that her father was so glad to hear that she was with the fairies.
Let us leave the witch who is arranging all this deception, and return to Ermellina (for so the young girl was named). The fairies had said to her, "See, Ermellina, we are going away, and shall be absent four days; now in this time take good care not to open the door to anyone, for some treachery is being prepared for you by your stepmother."
She promised to open the door to no one: "Do not be anxious, I am well off, and my stepmother has nothing to do with me."
But it was not so. The fairies went away, and the next day when Ermellina was alone, she heard a knocking at the door, and said to herself, "Knock away! I don't open to anyone."
But meanwhile the blows redoubled, and curiosity forced her to look out of the window. What did she see? She saw one the servant girls of her own home (for the witch had disguised herself as one of her father's servants). "O my dear Ermellina," she said, "your father is shedding tears of sorrow for you, because he really believed you were dead, but the eagle which carried you off came and told him the good news that you were here with the fairies. Meanwhile your father, not knowing what civility to show you, for he understands very well that you are in need of nothing, has thought to send you this little basket of sweetmeats."
Ermellina had not yet opened the door; the servant begged her to come down and take the basket and the letter, but she said, "No, I wish nothing!" but finally, since women, and especially young girls, are fond of sweetmeats, she descended and opened the door. When the witch had given her the basket, she said, "Eat this," and broke off for her a piece of the sweetmeats which she had poisoned. When Ermellina took the first mouthful the old woman disappeared. Ermellina had scarcely time to close the door, when she fell down on the stairs.
When the fairies returned they knocked at the door, but no one opened it for them; then they perceived that there had been some treachery, and began to weep. Then the chief of the fairies said, "We must break open the door," and so they did, and saw Ermellina dead on the stairs.
Her other friends who loved her so dearly begged the chief of the fairies to bring her to life, but she would not, "for," she said, "she has disobeyed me." But one and the other asked her until she consented; she opened Ermellina's mouth, took out a piece of the sweetmeat which she had not yet swallowed, raised her up, and Ermellina came to life again.
We can imagine what a pleasure it was for her fiends; but the chief of the fairies reproved her for her disobedience, and she promised not to do so again.
Once more the fairies were obliged to depart. Their chief said, "Remember, Ermellina: The first time I cured you, but the second I will have nothing to do with you."
Ermellina said they need not worry, that she would not open to anyone. But it was not so; for the eagle, thinking to increase her stepmother's anger, told her again that Ermellina was alive. The stepmother denied it all to the eagle, but she summoned anew the witch, and told her that her stepdaughter was still alive, saying, "Either you will really kill her, or I will be avenged on you."
The old woman, finding herself caught, told her to buy a very handsome dress, one of the handsomest she could find, and transformed herself into a tailoress belonging to the family, took the dress, departed, went to poor Ermellina, knocked at the door and said, "Open, open, for I am your tailoress."
Ermellina looked out of the window and saw her tailoress; and was, in truth, a little confused (indeed, anyone would have been so).
The tailoress said, "Come down, I must fit a dress on you."
She replied, "No, no; for I have been deceived once."
"But I am not the old woman," replied the tailoress, "you know me, for I have always made your dresses."
Poor Ermellina was persuaded, and descended the stairs; the tailoress took to flight while Ermellina was yet buttoning up the dress, and disappeared. Ermellina closed the door, and was mounting the stairs; but it was not permitted her to go up, for she fell down dead.
Let us return to the fairies, who came home and knocked at the door; but what good did it do to knock! There was no longer anyone there. They began to weep. The chief of the fairies said, "I told you that she would betray me again; but now I will have nothing more to do with her."
So they broke open the door, and saw the poor girl with the beautiful dress on; but she was dead. They all wept, because they really loved her. But there was nothing to do; the chief struck her enchanted wand, and commanded a beautiful rich casket all covered with diamonds and other precious stones to appear; then the others made a beautiful garland of flowers and gold, put it on the young girl, and then laid her in the casket, which was so rich and beautiful that it was marvelous to behold. Then the old fairy struck her wand as usual and commanded a handsome horse, the like of which not even the king possessed. Then they took the casket, put it on the horse's back, and led him into the public square of the city, and the chief of the fairies said, "Go, and do not stop until you find someone who says to you, 'Stop, for pity's sake, for I have lost my horse for you.'"
Now let us leave the afflicted fairies, and turn our attention to the horse, which ran away at full speed. Who happened to pass at that moment? The son of a king (the name of this king is not known); and saw this horse with that wonder on its back. Then the king began to spur his horse, and rode him so hard that he killed him, and had to leave him dead in the road; but the king kept running after the other horse. The poor king could endure it no longer; he saw himself lost, and exclaimed, "Stop, for pity's sake, for I have lost my horse for you!"
Then the horse stopped (for those were the words). When the king saw that beautiful girl dead in the casket, he thought no more about his own horse, but took the other to the city. The king's mother knew that her son had gone hunting; when she saw him returning with this loaded horse, she did not know what to think. The son had no father, wherefore he was all powerful. He reached the palace, had the horse unloaded, and the casket carried to his chamber; then he called his mother and said, "Mother, I went hunting, but I have found a wife."
"But what is it? A doll? A dead woman?"
"Mother," replied her son, "don't trouble yourself about what it is, it is my wife."
His mother began to laugh, and withdrew to her own room (what could she do, poor mother?).
Now this poor king no longer went hunting, took no diversion, did not even go to the table, but ate in his own room. By a fatality it happened that war was declared against him, and he was obliged to depart. He called his mother, and said, "Mother, I wish two careful chambermaids, whose business it shall be to guard this casket; for if on my return I find that anything has happened to my casket, I shall have the chambermaids killed."
His mother, who loved him, said, "Go, my son, fear nothing, for I myself will watch over your casket."
He wept several days at being obliged to abandon this treasure of his, but there was no help for it, he had to go. After his departure he did nothing but commend his wife (so he called her) to his mother in his letters.
Let us return to the mother, who no longer thought about the matter, not even to have the casket dusted; but all at once there came a letter which informed her that the king had been victorious, and should return to his palace in a few days. The mother called the chambermaids, and said to them, "Girls, we are ruined."
They replied, "Why, Highness?"
"Because my son will be back in a few days, and how have we taken care of the doll?"
They answered, "True, true; now let us go and wash the doll's face."
They went to the king's room and saw that the doll's face and hands were covered with dust and fly specks, so they took a sponge and washed her face, but some drops of water fell on her dress and spotted it. The poor chambermaids began to weep, and went to the queen for advice.
The queen said, "Do you know what to do! Call a tailoress, and have a dress precisely like this bought, and take off this one before my son comes."
They did so, and the chambermaids went to the room and began to unbutton the dress. The moment that they took off the first sleeve, Ermellina opened her eyes. The poor chambermaids sprang up in terror, but one of the most courageous said, "I am a woman, and so is this one; she will not eat me."
To cut the matter short, she took off thee dress, and when it was removed Ermellina began to get out of the casket to walk about and see where she was. The chambermaids fell on their knees before her and begged her to tell them who she was. She, poor girl, told them the whole story. Then she said, "I wish to know where I am."
Then the chambermaids called the king's mother to explain it to her. The mother did not fail to tell her everything, and she, poor girl, did nothing but weep penitently, thinking of what the fairies had done for her.
The king was on the point of arriving, and his mother said to the doll, "Come her; put on one of my best dresses." In short, she arrayed her like a queen. Then came her son. They shut the doll up in a small room, so that she could not be seen. The king came with great joy, with trumpets blowing, and banners flying for the victory. But he took no interest in all this, and ran at once to his room to see the doll; the chambermaids fell on their knees before him saying that the doll smelled so badly that they could not stay in the palace, and were obliged to bury her.
The king would not listen to this excuse, but at once called two of the palace servants to erect the gallows. His mother comforted him in vain: "My son, it was a dead woman."
"No, no, I will not listen to any reasons; dead or alive, you should have left it for me."
Finally, when his mother saw that he was in earnest about the gallows, she rang a little bell, and there cam forth no longer the doll, but a very beautiful girl, whose like was never seen. The king was amazed, and said, "What is this!"
Then his mother, the chambermaids, and Ermellina were obliged to tell him all that had happened.
He said, "Mother, since I adored her when dead, and called her my wife, now I mean her to be my wife in truth."
"Yes, my son," replied his mother, "do so, for I am willing."
They arranged the wedding, and in a few days were man and wife.




Ora questo pòvero re non andava più a caccia, non si pigliava più divertimenti, manco a tàvola andava più, che mangiava pure nella sua càmera. Now this poor king no longer went hunting, took no diversion, did not even go to the table, but ate in his own room.

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TESTO

Crestomazia italiana ortofonica. Compilata dal dottore Aristide Maragiola. Lettore di lingua italiana all’università di Strasburgo. Prosa. 1. Lingua letteraria antica e moderna. Imitazioni trecentistiche. 2. Lingua parlata toscana della gente civile. 3. Dialetti. Strasburgo: Carlo J Trübner, 1881; pp. 424-430; http://www.archive.org/stream/crestomaziaitali00barauoft#page/ii/mode/2up; ultimo accesso: 8 dicembre 2011.
Novellina popolare senese raccolta da Giuseppe Pitrè, già pubblicata nel 1875 a Palermo dalla Tipografia del Giornale di Sicilia, per le nozze Montuorio — Di Giovanni, in 10 copie su carta color cece. 

Pitrè doveva amare molto questa fiaba, che per vivacità e freschezza di temi, linguaggio, andamento narrativo, non è inferiore a quelle narrate dalla sua Agatuzza Messia, se la scelse per festeggiare un matrimonio. Emerge qui in grado massimo il carattere ironico e giocoso del parlare e del narrare toscano.


ENGLISH TRANSLATION
Thomas Frederick Crane, Italian Popular Tales (London: Macmillan and Company, 1885), no. 21, pp. 326-31.
http://www.pitt.edu/~dash/type0709.html#crystalcasket; ultimo accesso: 29 settembre 2018.
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IMMAGINE Immagine non definita; tratta da https://www.pinterest.it/pin/451415562641325974/; ultimo accesso 29/09/18.

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NOTE 

Ammaliato Ammaliato per stregato, affatturato. Si è ammaliati nel senso di essere sedotti, ma anche catturati. Del resto incantesimo ha entrambe le valenze. Qui si ovvervano termini dotati del loro valore duplice o molteplice, come nella realtà psichica, dove il linguaggio sembra disposto a una continua contrattazione che amplia le sue significazioni, lasciando all'interprete un grado di responsabilità altisssimo. Di fronte a questa evidenza la rimozione si esercita in misura macroscopica.

„Ma cos’è? una pòpa? una mòrta?“ — „Madre mia, rispose il figlio, lei non si interèssi di quello che è, questa è mia moglie.“ La madre si messe a ridere e si ritirò nelle sue stanze (che aveva a fare, pòvera madre?!). L'autonomia di pensiero e di parola della regina madre non cede nulla alla determinazione del figlio, di tenere la popa, la bambola, o la morta, come sua sposa. Più tardi, quando il regale figliolo deve andare in guerra. gli prometterà di prendersi cura con le sue cameriere della popa, mentre la lascerà impolverare coem se fosse un mobile in disuso, salvo poi tornare a curarla al ritorno del figlio vincitore. D'altra parte si può osservare che proprio grazie a questo modo umanissimo di prendersi e non prendersi cura di un corpo inerte, anziché dedicargli la venerazione del figlio re, la bella addormentata tornerà in vita, rivelando la sua natura di essere umano, e non di santa nella teca di cristallo. Allo stesso modo la venerazione di cui i nani fanno oggetto Biuancaneve la mantengono intatta e dormiente, mentre la scossa del principe che porta via la cassa di cristalli fa uscire il boccone avvelenato e ne provoca il risveglio.

E comandò che venisse una bèlla scàtola di cristallo ricca, tutta copèrta di brillanti e di piètre preziose Non si può escludere un'influenza della celebre raccolta dei Fratelli Grimm, anche se non stupirebbe rintracciare tutti gli elementi di questa storia in altre raccolte italiane. In ogni caso il corpo della principessa, morta (vedi la macabra storia popolare toscana L'indovinello) o immersa in un sonno comatoso (vedi Sole, Luna e Talia e altre del tipo Biancaneve) custodito in un palazzo addormentato, simile ad altri palazzi pietrificati, è oggetto di cure conservative che rasentano il feticismo. La grasta di Lisabetta da Messina in compagnia di questi culti dei morti o dei dormienti del tutto privi di vita perde la sua paradossale follia feticistica, a meno che non si voglia definire feticismo il culto dei santi medievale, sul quale altrove lo stesso Boccaccio giocherà a fondo, come nella novella di Frate Cipolla, che  ...promette a certi contadini di mostrar loro la penna dell'agnolo Gabriello; in luogo della quale trovando carboni, quegli dice esser di quegli che arrostirono san Lorenzo. (Decameron, VI, 10; http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_2/t318.pdf; ultimo accesso 8 dicembre 2011; pp.519-528).
Ancora teche di cristallo con corpi intatti, o miracolosamente conservati, attestano nelle chiese cristiane, sia cattoliche, sia ortodosse, la vittoria dello spirito sulla materia, il governo divino del mondo che delimita le pretese esplicative degli scienziati. Rinarrano, ripresentano, il miracolo centrale del Cristianesimo, la vittoria della vita sulla morte, con il corpo stesso del Cristo che risorge e ascende al cielo. Che un dio creatore o più creatori e demiurgi esistano, in forma antropomorfa o come principi ontologiamente fondativi, quel che sappiamo dalla storia delle narrazioni è che abbiamo bisogno di raccontarci chi siamo all'interno di una storia che possa darci conto della costrizione come della libertà, della vita come condanna e come dono, entrambi non richiesti, e sola via per esserci, con tutte le nostre risorse.
In questo senso la migrazione del culto feticistico dei corpi dalla tradizione religiosa alle fiabe è analogo al farsi presente della donna, o, meglio, dell'amore mutuo fra uomo e donna, nella letteratura, nella poesia occitana e siciliana e trobadorica e stilnovistica. Le novelle di Boccaccio contengono spunti del culto dei corpi, anche se nella storia di Lisabetta il tentativo di lei di vivere nel culto dell'amato, dopo aver perduto ogni altro riferimento, fallisce. C'è un racconto di Herman Hesse, Il satiro, in cui un satiro, esiliato insieme alle creature mitologiche classiche dalla nuova fede cristiana, si trova nel deserto a osservare un santo eremita immerso nella preghiera, al quale un angelo reca in volo un pane ogni giorno. Quando l'eremita muore, il satiro gli dà pietosa sepoltura e ne prende il posto, imitando i suoi gesti, sperando di ottenere la visita dell'angelo. Solo quando sta per morire a causa del prolungato digiuno, scorge l'angelo che viene a portargli il pane, simbolo della divina comunione. Quando passano di lì altri pii cristiani, inorridiscono di fronte al corpo risecchito del satiro nelle vesti dell'eremita, che, ne sono certi, deve essere stao ucciso proprio da lui.






 © Adalinda Gasparini
Posted 10 January 2004
Last updated: 29 September 2018