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ADALINDA GASPARINI              PSICOANALISI E FAVOLE
LEGGERE E RILEGGERE IL DECAMERON IN TEMPO DI CRISI CLIMATICA, PANDEMIA E GUERRA
GIORNATA SESTA

NELLA QUALE,
SOTTO IL REGGIMENTO DI ELISSA SI RAGIONA DI CHI CON ALCUN LEGGIADRO MOTTO, TENTATO, SI RISCOTESSE, O CON PRONTA RISPOSTA O AVVEDIMENTO FUGGÌ PERDITA O PERICOLO O SCORNO.


Novella.prima Novella.seconda
Novella.terza
Novella.quarta Novella.quinta
Novella.sesta
Novella.settima
Novella.ottava
Novella.nona
Novella.decima
Filomena
Pampinea
Lauretta
Neifile Panfilo
Fiammetta Filostrato
Emilia
ELISSA Dioneo
Se il narratore
scade meglio a
a piedi che a
cavallo con lui

Cisti e il vino
da orcioletti
da fiaschi e
da botticelle

Nonna de'
Pulci zittisce
il vescovo
mordace
Chichibio
cuoco e le gru
con una o
con due cosce
Giotto e Forese
si prendono
in giro
Sono i Baronci
più antichi per
ché disegnati
peggio

Madonna Filip-
pa fa mutare
lo statuto
Fresco,
Cesca nipote
e lo specchio
Guido
Cavalcanti
 
fra l'arche vince
i noiosi spiritosi
Frate Cipolla
la penna e
il carbone
 

click di seguito sui titoli delle novelle per leggerle online (wikisource)

GIORNATA SESTA NOVELLA PRIMA
Filomena racconta
Un cavaliere dice a madonna Oretta di portarla con una novella a cavallo, e malcompostamente dicendola, è da lei pregato che a piè la ponga.

A CAVALLO

A Madonna Oretta, moglie di messer Geri Spina che incontreremo nella seconda novella di questa giornata, un cavaliere offre di portarla a cavallo mentre con una brigata vanno a piedi, cosa che realizzerà raccontandole una novella. Ben volentieri Madonna Oretta accetta il diversivo, e la novella sarebbe stata bellissima, ma il cavaliere

...or tre e quattro e sei volte replicando una medesima parola, ed ora indietro tornando, e talvolta dicendo: «Io non dissi bene», e spesso ne’ nomi errando, un per uno altro ponendone, fieramente la guastava: senza che, egli pessimamente, secondo le qualitá delle persone e gli atti che accadevano, proffereva. Di che a madonna Oretta, udendolo, spesse volte veniva un sudore ed uno sfinimento di cuore come se, inferma, fosse stata per terminare; la qual cosa poi che piú sofferir non potè, conoscendo che il cavaliere era entrato nel pecoreccio né era per riuscirne, piacevolemente disse: — Messer, questo vostro cavallo ha troppo duro trotto, per che io vi priego che vi piaccia di pormi a piè.

L'arte del racconto, come l'arte della poesia, è nell'uso delle parole, perché un cattivo narratore rende noiosa e pesante qualunque storia, che invece un valente narratore renderebbe appassionante.






RAI RADIO 3 AD ALTA VOCE
DECAMERONE LETTURA X
Madonna Oretta

Appunti: Poesia e fabula


GIORNATA SESTA NOVELLA SECONDA
Pampinea racconta
Cisti fornaio con una sola parola fa raveder messer Geri Spina d'una sua trascutata domanda.

VINI ECCELLENTI DA ORCIOLETTI, FIASCHI E BOTTICELLE

Divenuto ricco col suo umile lavoro, Cisti ha il miglior vino, sia rosso sia bianco, che si possa acquistare, e con cortesia sopraffina disseta quando passano dalla sua bottega Geri Spina e gòi ambasciatori del papa che sono con lui. Quando Geri Spina manda un servitore a invitare il fornai oal suo convito, Cisti non può accettare, e allora Geri Spina manda un servitore a chiedergli un po' del suo eccellente vino bianco per servirne mezzo bicchiere ai suoi commensali, il servitore si presenta con un grosso  fiasco, e Cisti gli risponde che non è a lui che lo manda il suo signore, ma all'Arno. Geri capisce e rimanda il servitore con un piccolo fiasco: il fornaio non solo lo riempie, ma gliene manda un orcioletto, spiegandogli che era certo che il signore avesse ben compreso il pregio del vino bianco che lui lui gli offriva ogni mattina.
Ecco che il fornaio, pur stando al suo posto - non propone il suo vino, ma bevendolo davanti alla sua bottega fa in modo che Geri si fermi a chiedergli che stia bevendo, dandogli modo di offriglielo; né si adatta a riempire il grosso fiasco che il servitore porta, come se dovesse prendere del vino di poco pregio, ma ne dona a Geri Spina molto di più di quello che il signore ha chiesto. Così si era fatto trovare Cisti fornaio al passaggio di Geri Spina e degli ambasciatori del papa:

Ed avendo un farsetto bianchissimo indosso ed un grembiule di bucato innanzi sempre, li quali piú tosto mugnaio che fornaio il dimostravano, ogni mattina in su l’ora che egli avvisava, messer Geri con gli ambasciadori dover passare, si faceva davanti all’uscio suo recare una secchia nuova e stagnata d’acqua fresca ed un piccolo orcioletto bolognese nuovo del suo buon vin bianco e due bicchieri che parevano d’ariento, sí eran chiari: ed a seder postosi, come essi passavano, ed egli, poi che una volta o due spurgato s’era, cominciava a ber sí saporitamente questo suo vino, che egli n’avrebbe fatta venir voglia a’ morti. La qual cosa avendo messer Geri una e due mattine veduta, disse la terza: — Chente è, Cisti? è buono? — Cisti, levato prestamente in piè, rispose: — Messer sí: ma quanto, non vi potrei io dare ad intendere, se voi non n’assaggiaste. — Messer Geri, al quale o la qualitá del tempo o affanno piú che l’usato avuto o forse il saporito bere che a Cisti vedeva fare, sete avea generata, vòlto agli ambasciadori, sorridendo disse: — Signori, egli è buono che noi assaggiamo del vino di questo valente uomo; forse che è egli tale, che noi non ce ne penteremo — e con loro insieme se n’andò verso Cisti.
De mulieribus claris, Leena L (il preambolo narrativo) e Epicari XCIII (la conclusione) mostrano il tema del nascondimento della virtù, come in questa novella.
VI 2 Vita della prostituta Leena [ctrl]"Così le due ministre del mondo [natura e fortuna] spesso le lor cose più care nascondono sotto l'ombra dell'arti reputate più vili, acciò che di quelle alle necessità traendole più chiaro appaia il loro splendore"

De mulieribus claris L: "Insuper, adeo virtuti obnoxii sumus ut, non solum quam insigni loco consitam cernimus, elevamus, sed et obrutam tegmine turpi in lucem meritam conari debemus educere; est enim ubique preciosa, nec aliter fedatur, scelerum contagione, quam solari radiusceno inficiatur immixtus. Si ergo, aliquando pectori, detestabili offitium, ut sue laudes non minuantur virtuti, cum tanto mirabilior digniorque in tali sit, quanto ab eadem putabatur remotior" (cit. da Elsa Filosi 128)

Oberrare crederem naturam rerum aliquando, dum mentem mortalium corporibus nectit, illam scilicet pectori infundendo femineo quam virili immisisse crediderat. Sed cum Deus ipse dator talium sit,  eum circa opus suum dormitari nephas est credere. (De mulieribus claris, XCIII, Elsa Filosi)

eum circa opus

GIORNATA SESTA NOVELLA TERZA
Lauretta racconta
Monna Nonna de’ Pulci con una presta risposta al meno che onesto motteggiare del vescovo di Firenze silenzio impone

MORDERE I MORDACI

[V]i voglio ricordare, essere la natura de’ motti cotale, che essi, come la pecora morde, deono cosí mordere l’uditore, e non come il cane, per ciò che, se come il cane mordesse il motto, non sarebbe motto ma villania. La qual cosa ottimamente fecero e le parole di madonna Oretta e la risposta di Cisti. È il vero che, se per risposta si dice, ed il risponditore morda come cane, essendo come da cane prima stato morso, non par da riprender come, se ciò avvenuto non fosse, sarebbe: e per ciò è da guardare e come e quando e con cui e similmente dove si motteggia. Alle quali cose poco guardando giá un nostro prelato, non minor morso ricevette che il desse; il che io in una piccola novella vi voglio mostrare.


GIORNATA SESTA NOVELLA QUARTA
Neifile racconta
Chichibio, cuoco di Currado Gianfigliazzi, con una presta parola a sua salute l’ira di Currado volge in riso, e sé campa dalla mala ventura minacciatagli da Currado.

QUANTE SONO LE COSCE DELLE GRU

[Currado Gianfigliazzi] ...con un suo falcone avendo un dí presso a Peretola una gru ammazzata, trovandola grassa e giovane, quella mandò ad un suo buon cuoco il quale era chiamato Chichibio ed era viniziano, e sì gli mandò dicendo che a cena l’arrostisse e governassela bene. Chichibio, il quale, come nuovo bergolo era, cosí pareva, acconcia la gru, la mise a fuoco e con sollecitudine a cuocerla cominciò.

Questa è una delle novelle più famose, con il cuoco veneto che dà una coscia alla donna di cui è innamorato, e poi, quando il suo signore gli chiede dove sia l'altra coscia, risponde che ce n'era una sola. Il giorno dopo Currado porta Chichibio nella palude di Peretola dove ci sono molte gru, che stando su una gamba sola danno modo a Chichibio di sostenere la sua tesi. Quando Currado batte le mani e le gru poggiano a terra l'altra gamba e si mettono a correre, Chichibio dice al signore che forse non ha battuto le mani quando ha preso la gru che lui ha cucinato.
E divertito Currado lo perdona invece di punirlo.


RAI RADIO 3 AD ALTA VOCE
DECAMERONE LETTURA XI
Chichibio e la gru
Fratelli Taviani Maraviglioso Boccaccio
Chichibio e la gru

Vedi questa novella nel film Decameron di Pier Paolo Pasolini (1971; il video contiene anche II, V e IV, 5), https://www.youtube.com/watch?v=z9BQDRBLIFk; ultimo accesso 04/07/2022


GIORNATA SESTA NOVELLA QUINTA
Panfilo racconta
Messer Forese da Rabatta e maestro Giotto dipintore,
venendo di Mugello, l'uno la sparuta apparenza dell'altro motteggiando morde

UOMINI DI ASPETTO INSIGNIFICANTE E DI VALORE GRANDE

E messer Forese, cavalcando ed ascoltando Giotto, il quale bellissimo favellatore era, cominciò a considerarlo e da lato e da capo e per tutto: e veggendo ogni cosa cosí disorrevole, e cosí disparuto, senza avere a sé niuna considerazione, cominciò a ridere e disse: — Giotto, a che ora, venendo di qua alla ’ncontro di noi un forestiere che mai veduto non t’avesse, credi tu che egli credesse che tu fossi il migliore dipintor del mondo, come tu se’? — A cui Giotto prestamente rispose: — Messere, credo che egli il crederebbe allora che, guardando voi, egli crederebbe che voi sapeste l’abici. — Il che messer Forese udendo, il suo error riconobbe, e videsi di tal moneta pagato quali erano state le derrate vendute.


GIORNATA SESTA NOVELLA SESTA
Fiammetta racconta
Pruova Michele Scalza a certi giovani come i Baronci sono i più gentili uomini del mondo o di maremma, e vince una cena.

I BARONCI SONO I PRIMI DISEGNATI DA DIO

Voi sapete che, quanto gli uomini son piú antichi, piú son gentili, e cosí si diceva pur testé tra costoro: ed i Baronci son piú antichi che niuno altro uomo, sí che son piú gentili; e come essi sien piú antichi mostrandovi, senza dubbio io avrò vinta la quistione. Voi dovete sapere che i Baronci furon fatti da Domenedio al tempo che egli aveva cominciato d’apparare a dipignere, ma gli altri uomini furon fatti poscia che Domenedio seppe dipignere. E che io dica di questo il vero, ponete mente a’ Baronci ed agli altri uomini: dove voi tutti gli altri vedrete co’ visi ben composti e debitamente proporzionati, potrete vedere i Baronci qual col viso molto lungo e stretto, e quale averlo oltre ad ogni convenienza largo, e tal v’è col naso molto lungo e tale l’ha corto, ed alcuni col mento in fuori ed insú rivolto, e con mascelloni che paion d’asino, ed èvvi tale che ha l’uno occhio piú grosso che l’altro, ed ancora chi ha l’un piú giú che l’altro, sí come sogliono essere i visi che fanno da prima i fanciulli che apparano a disegnare; per che, come giá dissi, assai bene appare che Domenedio gli fece quando apparava a dipignere, sí che essi son piú antichi che gli altri, e cosí piú gentili.



GIORNATA SESTA NOVELLA SETTIMA
Filostrato racconta
Madonna Filippa dal marito con un suo amante trovata, chiamata in giudizio,
con una pronta e piacevol risposta sé libera e fa lo statuto modificare.

LA DONNA CHE FA CAMBIARE LA LEGGE

A Prato la legge voleva che fossero arse le donne che tradivano il marito e quelle che facevano sesso a pagamento. Un marito tradito portò la sua in tribunale, perché venisse giustiziata, ma nonostante tutti le consigliassero di negare di avere un amante, lei disse che mai aveva negato i suoi favoria al marito, ogni volta che glielo aveva chiesto, e il maritò confermò.

— Adunque, — seguí prestamente la donna — domando io voi, messer podestá, se egli ha sempre di me preso quello che gli è bisognato e piaciuto, io che doveva fare o debbo di quel che gli avanza? debbolo io gittare a’ cani? Non è egli molto meglio servirne un gentile uomo che piú che sé m’ama, che lasciarlo perdere o guastare? — Eran quivi a cosí fatta esaminazione e di tanta e sí famosa donna quasi tutti i pratesi concorsi, li quali, udendo cosí piacevol domanda, subitamente, dopo molte risa, quasi ad una voce tutti gridarono, la donna aver ragione e dir bene: e prima che di quivi si partissono, a ciò confortandogli il podestá, modificarono il crudele statuto e lasciarono che esso s'intendesse solamente per quelle donne le quali per denari a' lor mariti facesser fallo.


GIORNATA SESTA NOVELLA OTTAVA
Emilia racconta
Fresco conforta la nepote che non si specchi, se gli spiacevoli, come diceva, l’erano a veder noiosi.

NON SI SPECCHI CHI NON VUOL SAPERE I SUOI LIMITI

Alla qual Fresco, a cui li modi fecciosi della nepote dispiacevan fieramente, disse: — Figliuola, se cosí ti dispiaccion gli spiacevoli come tu di’, se tu vuoi viver lieta, non ti specchiar giá mai. — Ma ella, piú che una canna vana ed a cui di senno pareva pareggiar Salamone, non altramenti che un montone avrebbe fatto intese il vero motto di Fresco, anzi disse che ella si voleva specchiar come l’altre: e cosí nella sua grossezza si rimase, ed ancor vi si sta.





GIORNATA SESTA NOVELLA NONA
Elissa racconta
Guido Cavalcanti dice con un motto onestamente villania a certi cavalier fiorentini li quali soprappreso l’aveano.

GUIDO CAVALCANTI

A  Betto Brunelleschi come a tutte le compagnie fiorentine sarebbe piaciuto aver Guido Cavalcanti, perché era...

...un de’ miglior loici che avesse il mondo, ed ottimo filosofo naturale, delle quali cose poco la brigata curava, si fu egli leggiadrissimo e costumato e parlante uom molto, ed ogni cosa che far volle ed a gentile uom pertenente seppe meglio che altro uom fare: e con questo era ricchissimo, ed a chiedere a lingua, sapeva onorare cui nell’animo gli capeva che il valesse. Ma a messer Betto non era mai potuto venir fatto d’averlo, e credeva egli co’ suoi compagni che ciò avvenisse per ciò che Guido alcuna volta, speculando, molto astratto dagli uomini divenia: e per ciò che egli alquanto tenea dell’oppinione degli epicuri, si diceva tra la gente volgare che queste sue speculazioni erano solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse.

E così, trovandolo un giorno tra i sepolcri di Santa Reparata, quelli della compagnia di Betto Brunelleschi pensarono bene di andare...

...
a dargli briga. — E spronati i cavalli, a guisa d’uno assalto sollazzevole gli furono, quasi prima che egli se n’avvedesse, sopra, e cominciarongli a dire: — Guido, tu rifiuti d’esser di nostra brigata: ma ecco, quando tu avrai trovato che Iddio non sia, che avrai fatto? — A’ quali Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse: — Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace. — E posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sí come colui che leggerissimo era, prese un salto e fussi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò.



GIORNATA SESTA NOVELLA DECIMA
Dioneo racconta
Frate Cipolla promette a certi contadini di mostrar loro la penna dell’agnolo Gabriello;
in luogo della quale trovando carboni, quegli dice esser di quegli che arrostirono san Lorenzo.

FRATE CIPOLLA MAESTRO DEL GIOCO DEI SIGNIFICANTI

Freud ha mostrato la quotidiana presenza di lapsus e atti mancati come indizi e prove dell'esistenza di quanto non sappiamo e non dominiamo. Chiamarlo inconscio è un'operazione gravida di ambiguità: sarebbe come se, scoprendo l'oceano dopo aver concepito solo la terra con i corsi d'acqua e i laghi lo chiamassimo non-terra, o viceversa, come se i pesci e le altre creature acquatiche chiamassero la terra non-acqua. Alla definizione in negativo - come il negativo è il rovescio di luci e ombre di una fotografia stampata - manca quel che Freud non poteva teorizzare, vale a dire l'incommensurabilità di quanto non è compreso - alla lettera: preso nell'insieme - dallo psichismo cosciente. Fino a Freud la collocazione del non-compreso era quella della religione con le sue articolazioni trascendenti, la cui spiegazione era sospesa fino alla parusia alla fine dei tempi (ma perché spiegare i tempi solo quando i tempi finiscono? non è proprio come l'obiezione di Einstein all'indecidibilità della condizione del gatto di Schrödinger quando la scatola è chiusa, quando dice che è una condizione temporanea, che ha la sua soluzione appena si apre la scatola. Vale a dire: si può tralasciare l'ignoto perché possiamo aspettare che diventi noto. Prima o poi succede, come racconta Collodi, quando i medici intorno al capezzale di Pinocchio pronunciano la loro diagnosi e prognosi. Vale la pena leggere questa geniale anticipazione della questione di Schrödinger per intero, nel capitolo la cui rubrica recita: La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lo mette a letto, e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto. (Pinocchio, pdf online)
Come tutti sanno, o forse dovrebbero sapere, Collodi era un figlio illegittimo, cosa che lo accomunava a Boccaccio e a Leonardo da Vinci, ma se essere figli illegittimi pare un elemento significativo per la libertà di questi Autori dagli schemi passati, presenti e futuri, e per la loro ricchezza indipendente dai tempi e dalle mode culturali, non basta certo a descrivere la loro genialità. Una certa anarchia può essere sia della condizione illegittima che della genialità, ma i figli non legittimati sono raramente dotati di arte e scienza come Boccaccio, Leonardo e Collodi. Come tutti sanno, o forse dovrebbero sapere, se non avesse avuto bisogno di danaro per i suoi debiti di gioco forse non avrebbe accettato la proposta del suo editore di tradurre le fiabe francesi di Perrault e del Cabinet des Fées, attività che gli fece attingere al registro fiabesco senza il quale Pinocchio non avrebbe visto la luce. Ma c'è ancora una cosa che forse tutti sanno, e dovrebbero sapere: che cioè Collodi aveva chiuso la sua storia di autore di Pinocchio facendolo morire impiccato alla quercia dal Gatto e dalla Volpe. È appena il caso di notare le ultime parole del povero burattino, ricordandone l'illegittimità come umanità incompiuta, insieme alla mancanza della legittimazione paterna del suo geniale autore: Oh babbo mio! se tu fossi qui!... E non ebbe fiato per dire altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito. (Ivi) (La riflessione continua sul file La linearità ironica e finalmente tragica della prima parte del libro, questo lo sappiamo tutti, si muta in un gioco d'artificio di elementi tratti dal meraviglioso fiabesco di tutti i tempi, dall'Asino d'oro di Apuleio, per ricordare la fonte più alta che Carlo Lorenzini aveva ben presente, ma soprattutto dagli artifici narrativi dei favolisti francesi. La seconda parte, scritta su sollecitazione dell'editore, a sua volta sensibile alla richiesta dei suoi lettori, comincia col rovesciamento di una cornucopia di elementi meravigliosi, che prendono la scena come una conversione, dalla sadica conclusione che vedeva il povero burattino dondolare nel vento, alle possibilità virtualmente illimitate della fantasia. Credete forse, sembra dire Collodi, che chi sa come la vita possa essere crudele e accanirsi anche su un povero burattino, non possa attingere alll'armamento dei favolisti? (Ivi)
Ed ecco nel capitolo successivo la fata dai capelli turchini vede il legnoso impiccato che si muove solo per i colpi di vento, ecco che la fatina, madre, donna, bambina, proprio come Maria Vergine, batte le mani. Questo fa arrivare un grosso falco che va a liberare Pinocchio dalla corda che lo soffoca o lo ha soffocato 
e lo posa sul prato. Il consulto, che proseguirà con i medici classici, piuttoso einsteniani, mentre la fatina e le creature che rispondono al semplice battito delle sue mani sono piuttosto vicini alla fisica quantistica, comincia col grosso falco, al quale pareva morto, ma potrebbe essere anche vivo, perché una volta liberato dal capestro ha esclamato ora mi sento meglio. Mantenendo l'analogia col paradosso del gatto di Erwin Schrödinger (1935) la scatola è ancora chiusa, vale a dire che le quattro parole riferite alla bambina fatina - una buonissima Fata che da più di mill'anni abitava nelle vicinanze di quel bosco (ivi) - non le bastano, e per questo il burattino vivo-e-morto, non-vivo-e-non-morto, deve essere portato dalla fatina. Per questo potrebbe bastare il grosso falco parlante, ma non è il momento di risparmiare elementi fantastici, ed ecco il secondo animale, un cane fra i più stupefacenti e intelligenti della comunità canina, il Can-barbone, ovvero, mi pare, un barbone gigante, uso a camminare sulle zampe posteriori, eretto quindi come gli esseri umani. Ma come e più di un servitore umano il barbone è sontuosamente abbigliato e ornato e imparruccato - una parrucca bianca con lunghi riccioli sul collo: ora, nessun cane supera il barboncino o la sua versione gigante nella quantità di riccioli, nella morbidezza del pelo, e nelle possibilità quasi illimitate di tosarlo e acconciarlo in molte stupefacenti fogge. La maestria di Collodi è tale che non si può non citare per intero la descrizione di Medoro, così si chiama questo servitore della bambina fata:
Il Can-barbone era vestito da cocchiere in livrea di gala. Aveva in capo un nicchiettino a tre punte gallonato d’oro, una parrucca bianca coi riccioli che gli scendevano giù per il collo, una giubba color di cioccolata coi bottoni di brillanti e con due grandi tasche per tenervi gli ossi che gli regalava a pranzo la padrona, un paio di calzoni corti di velluto cremisi, le calze di seta, gli scarpini scollati, e di dietro una specie di fodera da ombrelli, tutta di raso turchino, per mettervi dentro la coda, quando il tempo cominciava a piovere. (Ivi)
Medoro deve andare a prendere il burattino mezzo morto: genialità linguistica di Carlo Lorenzini, che propone un'ambiguità che solo il linguaggio verbale, l'espressione artistica da sempre possono accogliere, grazie alla quale il gatto sunnominato e il nostro burattino possono avere un doppio stato, fino a quando non si potrà stabilire se son ovivi o morti. Devo richiamare alla memoria un'esperienza comune: quandi si perde una persona cara, pur sapendo bene che è morta, essendo andati a vederla per l'ultimo saluto e avendo piamente partecipato al suo funerale, si continua a pensare che potrà venire a cena da noi come ha fatto tante volte, o, se andremo a casa sua, a un certo punto verrà a sedersi a tavola con noi come ha sempre fatto. Questa percezione non ha nulla di paranormale, né è un'attesa di fantasmi perturbanti o sapienti. Semplicemente la presenza di chi ci viveva accanto, di chi ha sempre fatto parte della nostra vita, come un genitore o un fratello, non finisce con la morte. Cosa significa? Ha a che fare con una continuità degli affetti, con una permanenza oltre la fine fisica dell'esistenza - di altri ora, nostra un giorno - che ci consola della brutalità della fine, tragica come l'immagine del malizioso ma sostanzialmente innocente burattino che pende per il collo al vento strapazzato dal notturno?
Procediamo sull'analogia della seconda parte di Pinocchio con l'esperimento del gatto, cavia mentale del fisico quantistico austriaco e di tutti noi, e godiamoci la partenza della carrozza-ambulanza verso il burattino adagiato sull'erba:
Di lì a poco, si vide uscire dalla scuderia una bella carrozzina color dell’aria, tutta imbottita di penne di canarino e foderata nell’interno di panna montata e di crema coi savoiardi. La carrozzina era tirata da cento pariglie di topini bianchi, e il Can-barbone, seduto a cassetta, schioccava la frusta a destra e a sinistra, come un vetturino quand’ha paura di aver fatto tardi.
A questo punto la fatina, pur con tutte le sue magie, che le consentono una carrozza dentro alla quale ci si trova come affondando in una raffinata zuppa inglese, ricorre alla scienza del tempo, alla medicina. Continuiamo la nostra anologia, per la quale Collodi, la letteratura e l'arte in genere somigliano ai fisici quantistici, mentre i medici somigliano ai fisici classici, e la estendiamo alla psicoanalisi, che poniamo dalla parte di Collodi e di Schrödinger, mentre vediamo affollati dall'altra parte, insieme ai fisici classici e ai medici, psichiatri, psicoterapeuti, pedagogisti e assistenti sociali. Purtroppo ci sembra che si siano rifugiati con quella maggioranza anche molto psicoanalisti, col guadagno di essere i migliori fra gli psicoterapeuti, a fronte della perdita della condizione paradossale ma tanto più aderente alla realtà che si impone alla nostra indagine che Freud ha cognominato come inconscio, come Boccaccio aveva cognominato il suo Decameron prencipe Galeotto, e Divina l'opera del suo amatissimo Dante. Anarchico e pertanto potenzialmente rivoluzionario è Eros. Non vale la pena fornire dimostrazioni, basta, se si vuole riconoscerlo, rimemorare il senso di vita che si sperimenta essendo innamorati e nell'estasi erotica, basta a riconoscere che per domare e ridurre all'ordine gerarchico Eros occorre uccidere chi ne è portatore, come fa Tancredi con Guiscardo, come fanno i fratelli di Lisabetta, come lo sposo che cucina il cuore dell'amante e lo fa mangiare alla sua ignara sposa, e, alla fine, se stessi, condannandosi all'amara solitudine e al rimpianto. Tancredi si trova piangere morta l'unica figlia morta che voleva tenere per sé, i fratelli di Lisabetta per salvare il lor oonore si trovan ocostretti a lasciare Messina mentre la sorella muore, e lo sposo la cui moglie si suicida buttandosi dalla finestra quando sa di aver mangiato il cuore del suo amante, e costretto ad andarsene per l'orrore provocato dalla sua crudeltà.
Mi piacerebbe enunciare un seguito alla geniale scoperta di Freud pubblicata nel 1921: Jenseits des Lustprinzips. C'è una relazione strettissima fra Eros e Thanatos, ma non perché stiano in coppia, ma perché eliminando il primo si ottiene l'altro. E la presenza della morte provoca un bisogno irrinunciabile di pensare all'amore che ci ha legato al genitore, al fratello, come allargando il cuore per formare uno spazio di memoria affettuosa dopo che il fratello ha lasciato vuoto lo spazio fisico che occupava finché era vivo.
Eros e Thanatos hanno una relazione fortissima, ma per esclusione, non per analogia. Noi abbiamo a che fare con entrambi, e vivere queste due relazioni è l'arte che siamo chiamati a esercitare dalla nascita alla morte, un'arte solo nostra e allo stesso tempo un'arte che ci accomuna a tutti i nostri vicini, i nostri prossimi.
Ma torniamo a Pinocchio, che dopo aver viaggiato immerso nella carrozza di panna montata crema e savoiardi, viene preso in braccio dalla fata bambina e messo a letto in una camerina dalle pareti di madreperla. Che ci fanno in un contesto come questo tre medici, i più famosi del vicinato (ivi), che per essere tali scartano la fantasia, l'arte, e forse anche la panna montata? Sono un Corvo, una Civetta e un Grillo-parlante: il terzo oltre che la medicina rappresenta il moralismo più comune, e per questo più convincente. Il primo credo, per la livrea nera come quella dei becchini, va da considerato per l'allocuzione uccellaccio del malaugurio, che si applica anche al secondo medico, la civetta, qui non tanto uccello di Athena, quanto uccello della notte, il cui verso è maleaugurante nella superstizione popolare. A loro la fata chiede se il burattino sia vivo o morto, cosa che evidentemente è indecidibile, come l'essere vivo o morto del gatto quantistico, in barba al fatto che il burattino parla e sospira. A questo proposito possiamo ricordare che i fenomeni di morte apparente sono studiati e raccontati, e il passaggio dalla vita alla morte è tutt'altro che immediato, pensiamo ai borborigmi, che si possono sentire anche dopo il decesso, o alla crescita delle unghie e dei capelli. Porre confini netti rassicura, tra vita e morte, tra vero e falso, reale e immaginario, sanità e malattia, equilibrio e follia, ed è un'esigenza irrinunciabile della nostra mente. Ma pensare che questa esigenza possa essere sempre soddisfatta è come pretendere da noi stessi di non immaginare e quasi aspettare che il nostro fratello possa venire a tavola nella nostra o nella sua casa insieme agli altri familiari, quando sappiamo che no npuò più accadere. Einstein incarna l'esigenza di decidere fra due stati incompatibili, quando dice che l'incertezza sulla vita e sulla morte del gatto è temporanea, perché passato un certo tempo, quando si apre la scatola, si vede chiaramente in quale dei due stati si trovi. Schrödinger incarna invece l'esigenza di sopportare che la nostra esigenza di decidere non corrisponda alla realtà nella quale ci troviamo immersi, che si nega alla conoscenza nel momento in cui pretendiamo di circoscriverla nel nostro - irrinunciabile! - bisogno di controllarla.
Lo stregone della tribù  sconvolta dall'eclissi del sole che certifica che la minaccia all'esistenza del mondo è conseguente a una colpa della comunità, indicando per lavare questa colpa quale sacrifico umano si debba compiere, ottiene che il sole torni a splendere e rassicura sulla possibilità dei credenti fedeli di fare in modo che la vita ricominci. Se la vita vuole la morte, se la morte è compresa dalla vita, allora se noi uccidiamo per difendere la vita - i familiari, i delinquenti, i malati terminali, i nemici - noo controlliamo la morte. La controlliamo come la tribù col suo stregone controlla l'eclisse.
Ma torniamo dal burattino che in un letto soffice viene visitato dai tre medici, e osserviamo il consulto richiesto dalla fatina:
– Vorrei sapere da lor signori, – disse la Fata, rivolgendosi ai tre medici riuniti intorno al letto di Pinocchio, – vorrei sapere da lor signori se questo disgraziato burattino sia morto o vivo!...
A quest’invito, il Corvo, facendosi avanti per il primo, tastò il polso a Pinocchio: poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e quand’ebbe tastato ben bene, pronunziò solennemente queste parole:
– A mio credere il burattino è bell’e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!
– Mi dispiace, – disse la Civetta, – di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega: per me, invece, il burattino è sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero!
– E lei non dice nulla? – domandò la Fata al Grilloparlante.
– Io dico che il medico prudente quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare, è quella di stare zitto.(Ivi)

Così non si sbaglia. Chiunque abbia avuto un incontro ravvicinato con la follia, se non è riuscito a rimuoverlo insieme al turbamento che ha provocato, se è riuscito solo ad allontanarsene, come dall'orlo di un abisso, sa che la follia è un sistema psichico e affettivo che non risponde né alle ingiunzioni né alle esortazioni del senso comune. Eppure il folle, sia una persona che curiamo per passione e professione, sia un familiare o una persona comunque intima, è un essere umano come noi, a meno che non siamo pronti a chiuderlo oltre un muro, di mattoni e cemento come quelli dei manicomi, o chimico, come quello degli psicofarmaci. L'intervento farmacologico come cura per la psicosi è l'uso autorizzato dallo stato di sostanze che modificano pesantemente l'assetto psichico e affettivo della persona: tentano di ri-farlo, di renderlo accettabile se non gradito a se stesso e agli altri. Ci si fa di droghe, si è fatti di sostanze psicotrope, come si è fatti di psicofarmaci. Si tenta, o contro genitori, medici, educatori, polizia, o obbedendo loro, di ri-farsi. L'esito raramente è fausto. Il farsi dell'essere umano, dal suo concepimento alla nascita alla crescita, fino all'adolescenza prima e alla maturità poi, implica il lavoro di miliardi e miliardi di cellule nervose, che interagiscono fra loro come con elementi esterni all'individuo. Ogni cura psichica ha possibilità di riuscita se e solo se è pensata e attuata come tentativo rigoroso e rischioso di riattivare il lavoro di chissà quante popolazioni di neuroni, mentre fallisce se si illude di operare in loro vece. Sarebbe come pensare di sfamare un paese intero invitando a pranzo tre persone.
Ma ecco che il terzo esperto, che è ancora un pedagogo di vocazione, nonostante per il suo precedente non richiesto intervento moralistico da una martellata del burattino, dopo aver parlato da medico parla da educatore:
- Del resto quel burattino lì non m’è fisonomia nuova: io lo conosco da un pezzo!...
Pinocchio, che fin allora era stato immobile come un vero pezzo di legno, ebbe una specie di fremito convulso, che fece scuotere tutto il letto.
– Quel burattino lì, – seguitò a dire il Grillo-parlante, – è una birba matricolata...
Pinocchio aprì gli occhi e li richiuse subito.
– è un monellaccio, uno svogliato, un vagabondo.
Pinocchio si nascose la faccia sotto i lenzuoli.
– Quel burattino lì è un figliuolo disubbidiente, che farà morire di crepacuore il suo povero babbo!...
A questo punto si sentì nella camera un suono soffocato di pianti e di singhiozzi. Figuratevi come rimasero tutti, allorché sollevati un poco i lenzuoli, si accorsero che quello che piangeva e singhiozzava era Pinocchio. (Ivi)

Senso di colpa? Superio paterno? La formazione di Pinocchio è dell'artefice, del falegname, come dice Geppetto a mastro Ciliegia:
– Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno; ma un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino; che ve ne pare? (Ivi)
Il pezzo di legno nel quale già si troval'anima di Pinocchio, come si sa, risponde complimentandosi con Geppetto (Bravo Polendina!), che credendosi preso in giro dal collega si azzuffa con lui, per poi far la pace e ricevere il pezzo di legno che cercava, un po' concesso da mastro Ciliegia, un po' corso da lui e battuto autonomamente nei suoi stinchi.
Si è a ragione paragonata la coppia Geppetto/Pinocchio a quella più antica e solenne di Jahvè/Adamo, di certo chi legga la Genesi può vedere come gli esseri umani fin dalla prima battuta non rispettino le aspettative del creatore, e, ancor più, come ci sia un legame fra loro impossibile da sciogliere, conflittuale, malizioso, sincero, fatto di inganni e confessioni, di potere e di libertà. L'idea di potenza e perfezione rappresentata dal padre divino, si intreccia fin dalla prima battuta con l'anarchia del cuore umano: da questo viene la storia.
E così, il timore di causare la morte del proprio padre, di essere la causa della sua scomparsa e della sua assenza, descritta dal figlio illegittimo Carlo Lorenzini, mette fine alle dissertazioni dei medici, e apre la scatola del gatto, ovvero mette fine all'indecidibilità sull'essere vivo o morto del burattino.
Eppure i medici non comprendono che hanno un'ottima occasione per tacere, e mettono il sigillo della loro ottusa sapienza sulla scena tragicomica del pianto del burattino:
– Quando il morto piange, è segno che è in via di guarigione, – disse solennemente il Corvo. – Mi duole di contraddire il mio illustre amico e collega, – soggiunse la Civetta, – ma per me, quando il morto piange è segno che gli dispiace a morire.

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© Adalinda Gasparini
Online dal 30 giugno 2022
ultima revisione 9 luglio 2022

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