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FIABE ANTICHE E MOTIVI FIABESCHI IN ITALIA
SCELTI E ANNOTATI DA ADALINDA GASPARINI


SEC. XVI
LE PIACEVOLI NOTTI
DI GIOVAN FRANCESCO STRAPAROLA





PSICOMAPPA
  PSICOMAPPA


LA POAVOLA


In Boemia, piacevoli donne, non è gran tempo che si trovò una vecchiarella, Bagolana Savonese per nome chiamata. Costei, essendo poverella ed avendo due figliuole, l’una de quai Cassandra, l’altra Adamantina s'addimandava, volse di quella poca povertá, che ella si trovava avere, ordinare i fatti suoi e contenta morire. E non avendo in casa né fuori cosa alcuna di cui testare potesse, eccetto che una cassettina piena di stoppa, fece testamento e la cassettina con la stoppa lasciò alle figliuole, pregandole che dopo la morte sua pacificamente insieme vivessero. Le due sorelle, quantunque fussino povere de’ beni della fortuna, nondimeno erano ricche de’ beni dell’animo, ed in vertù ed in costumi non erano inferiori all’altre donne. Morta adunque la vecchiarella e parimente sepolta, Cassandra, la qual era la sorella maggiore, prese una libra di quella stoppa, e con molta solecitudine si puose a filare, e filata che fu, diede il filo ad Adamantina sua sorella minore, imponendole che lo portasse in piazza e lo vendesse, e del trato di quello comperasse tanto pane, acciò che ambe doe potessero delle sue fatiche la loro vita sustentare. Adamantina tolto il filo e postolo sotto le braccia, se n’andò in piazza per venderlo secondo il comandamento di Cassandra, ma venuta la cagione e la opportunitá, fece il contrario di quello era il voler suo e della sorella, perciò che s’abbatté in piazza in una vecchiarella che aveva in grembo una poavola, la piú bella e la piú ben formata che mai per l’adietro veduta si avesse. Laonde Adamantina avendola veduta e considerata, di lei tanto se invaghì, che piú di averla che di vendere il filo pensava. Considerando adunque Adamantina sopra di ciò, e non sapendo che fare né che dire per averla, pur deliberò di tentare sua fortuna, sì abbaratto la potesse aere. E accostatasi alla vecchia, disse:
– Madre mia, quando vi fusse in piacere, io baratterei volontieri  con la poavola vostra il filo mio -.
La vecchiarella, vedendo la fanciulla bella, piacevole e tanto desiderosa della poavola, non volse contradirle, ma preso il filo, la poavola le appressentò. Adamantina avuta la poavola, non si vide mai la più contenta, e tutta lieta e gioconda a casa se ne tornò.
A cui la sorella Cassandra disse:
– Hai tu venduto il filo?
– Sì, – rispose Adamantina.
– E dov’è il pane che hai comperato? – disse Cassandra.
A cui Adamantina, aperto il grembiale di boccato che denanzi teneva sempre, dimostrò la poavola che barattata aveva. Cassandra, che di fame si sentiva morire, veduta la poavola, di sí fatta ira e sdegno s’accese, che presa Adamantina per le trecce, le diede tante busse, che appena la meschina si poteva movere. L’Adamantina pacientemente ricevute le busse, senza far difesa alcuna, meglio che seppe e puoté con la sua poavola in una camera se n’andò.
 
Venuta la sera, Adamantina, come le fanciullette fanno, tolse la poavola in braccio, e andossene al fuoco; e preso dell’oglio de la lucerna, le unse lo stomaco e le rene, indi rivoltata in certi stracci che ella aveva, in letto la mise, ed indi a poco, andatasene a letto, appresso la poavola si coricò. 
Né appena Adamantina aveva fatto il primo sonno, che la poavola cominciò chiamare:
– Mamma, mamma, caca -.
E Adamantina destata, disse:
– Che hai, figliuola mia? –
A cui rispose la poavola:
– Io vorrei far caca, mamma mia -.
Ed Adamantina:
– Aspetta figliuola mia – disse.
E levatasi di letto, prese il grembiole che il giorno dinanzi portava, e glielo pose sotto dicendo:
– Fa caca, figliuola mia -; e la poavola, tuttavia forte premendo, empí il grembiole di gran quantità di danari. Il che vedendo Adamantina destò la sorella Cassandra, e le mostrò i danari che aveva cacati la poavola. Cassandra vedendo il gran numero de denari, stupefatta rimase, Iddio ringraziando che per sua bontà nelle lor miserie abbandonate non aveva, e voltatasi alla sorella, le chiese perdono delle busse che da lei a gran torto ricevute aveva, e fece molte carecce alla poavola, dolcemente basciandola e nelle braccia strettamente tenendola.
Venuto il chiaro giorno, le sorelle fornirono la casa di pane, di vino, di oglio, di legna e di tutte quelle cose che appartengono ad una ben accomodata famiglia. E ogni sera ungevano lo stomaco e le rene alla poavola, e in sottilissimi pannicelli la rivoglievano, e sovente se la voleva far caca le dimandavano. Ed ella rispondeva che sí, e molti danari cacava.
Avenne che una sua vicina, essendo andata in casa delle due sorelle e avendo veduta la loro casa in ordine di ciò che le faceva mestieri, molto si maravigliò, né si poteva persuadere che sí tosto fussero venute sí ricche, essendo giá state sí poverissime, e tanto piú conoscendole di buona vita e sí oneste del corpo loro che opposizione alcuna non pativano. Laonde la vicina dimorando in tal pensiero, determinò di operare sí che la potesse intendere dove procedesse la causa di cotanta grandezza. E andatasene alla casa delle due sorelle, disse:
– Figliuole mie, come avete fatto voi a fornire sí pienamente la casa vostra, conciosiacosa che per lo adietro voi eravate sí poverelle? –
A cui Cassandra, che era la maggior sorella, rispose:
– Una libra di filo di stoppa con una poavola barattata abbiamo, la quale senza misura alcuni danari ci rende -.
Il che la vicina intendendo, nell’animo fieramente si turbò, e tanta invidia le crebbe, che di furargliela al tutto determinò. E ritornata a casa, raccontò al marito come le due sorelle avevano una poavola che dí e notte le dava molto oro e argento, e che al tutto de involarla determinato aveva. E quantunque il marito si facesse beffe delle parole della moglie, pur ella seppe tanto dire che egli le credette. Ma disselle:
– E come farai tu a involargliela? –
A cui la moglie rispose:
– Tu fingerai una sera di essere ebbriaco e prenderai la tua spada e correrammi dietro per uccidermi, percotendo la spada nelle mura; e io fingendo di aver di ciò paura fuggirò su la strada, ed elle, che sono compassionevoli molto, mi apriranno, e io chiuderommi dentro la loro casa, e resterò presso loro quella notte, e io opererò quanto che io potrò -.
Venuta adunque la sequente sera, il marito della buona femina presa la sua arruginita spada, e percotendo quando in questo muro quando in quel altro, corse dietro alla moglie, la quale piangendo e gridando ad alta voce fuggì fuori di casa. Il che udendo le due sorelle, corsero alle finestre per intendere quello che era avenuto e cognobbero la voce della loro vicina, la quale molto forte gridava, e le due sorelle, abbandonate le finestre, scesero giú a l’uscio e, apertolo, la tirorono in casa. E la buona femina dimandata da loro per che cagione il marito cosí irato la seguiva, le rispose:
– Egli è venuto a casa sí inbalordito dal vino, che non sa ciò che si faccia, e perché io lo riprendeva di queste sue ebbrezze, egli prese la spada e corsemi dietro per uccidermi. Ma io piú gagliarda di lui ho voluto fuggire per minor scandalo, e sonommi qui venuta -.
Disse l’una e l’altra sorella:
- Voi, madre mia, avete fatto bene e starete questa notte con esso noi, acciò non incorriate in alcun pericolo della vita, e in questo mezzo il marito vostro padirá l’ebbrezza sua -.
E apparecchiata la cena, cenarono insieme, e poscia unsero la poavola e se n’andorono a riposare. Venuta l’ora che la poavola di cacare bisogno aveva, disse:
– Mamma, caca -.
 E Adamantina, segondo l’usanza le poneva sotto il pannicello mondo e la poavola cacava danari con grandissima maraviglia di tutte. La buona femina che era fuggita, il tutto vedeva e molto suspesa restava, e parevale un’ora mille anni di furarla e di poter operare tal effetto.
Venuta l’aurora, la buona femina, dormendo ancora le sorelle, chetamente si levò di letto, e senza che Adamantina se n’avedesse, le furò la poavola  che vi era appresso, e destatele, tolse licenza di andar a casa, dicendole che la pensava ch'oramai il marito poteva aver digesto il vino sconciamente bevuto. Andatasene adunque a casa la buona donna disse lietamente al marito:
– Marito mio, ora noi abbiamo trovato la ventura nostra: vedi la poavola -; e un’ora mille anni le pareva che venisse notte per farsi ricca.
Sopragiunta la buia notte, la donna prese la poavola, e fatto un buon fuogo, le unse lo stomaco e le rene, e infasciata in bianchi pannicelli nel letto la pose, e spogliatasi ancora ella appresso la poavola si coricò. Fatto il primo sonno, la poavola si destò, e disse:
– Madonna, caca -; e non disse: «mamma, caca»,  perciò che non la conoscea, e la buona donna, che vigilante stava aspettando il frutto che seguir ne doveva, levatasi di letto e preso un panno di lino bianchissimo, glielo puose sotto, dicendo:
– Caca, figliuola mia, caca -.
La poavola fortemente premendo, in vece di danari, empí il panno di tanta puzzolente feccia ch'appena se le poteva avicinare. Allora disse il marito:
– Vedi, o pazza che tu se’, come ella ti ha ben trattata, e sciocco sono stato io a crederti tale pazzia -.
Ma la moglie, contrastando col marito, con giuramento affermava sé aver veduta con gli occhi propi gran somma di danari per lei cacata. E volendo la moglie riservarsi alla notte seguente a far nuova isperienza, il marito, che non poteva col naso sofferire il tanto puzzore che egli sentiva, disse la maggior villania alla moglie che mai si dicesse a rea femina del mondo; e presa la poavola, la gittò fuori della finestra sopra alcune scopazze che erano a rimpetto della casa loro.
Avenne che le scopazze furono caricate d’alcuni contadini lavoratori di terre sopra di un carro; e senza che alcuno se n’avedesse, fu altresí messa la poavola sul carro, e di quelle scopazze fatto fu alla campagna un lettamaro da ingrassare a suo luoco e tempo il terreno.
Occorse che Drusiano re, andando un giorno per suo diporto alla caccia, venne una grandissima volontà di scaricare il soperchio peso del ventre, e smontato giù del cavallo, fece ciò che naturalmente gli bisognava. E non avendo con che nettarsi, chiamò un servente che gli desse alcuna cosa, con la quale si poteva mondare. Il servente andatosene al lettamaro e ricercando per dentro se poteva trovar cosa ch’al proposito fusse, trovò per aventura la poavola, e presala in mano, la portò al re. Il quale senza alcun sospetto tolse la poavola, e postasela dietro alle natiche per nettare messer lo perdoneme, trasse il maggior grido che mai si sentisse. Imperciò che la poavola con e’ denti gli aveva presa una natica, e sí strettamente la teneva, che gridare ad alta voce lo faceva. Sentito da’ suoi il smisurato grido, subito tutti corsero al re, e vedutolo che in terra come morto giaceva, tutti stupefatti restarono, e vedendolo tormentare dalla poavola, si posero unitamente insieme per levargliela dalle natiche, ma si affaticavano in vano, e quanto piú si sforzavano de rimovergliela, tanto ella gli dava maggior passione e tormento, né fu mai veruno che pur crollare la potesse non che indi ritrarla. E alle volte con le mani gli apprendeva e’ sonagli e sí fatta stretta gli dava che gli faceva vedere quante stelle erano in cielo a mezzo il giorno. Ritornato l’affannato re al suo palazzo con la poavola alle natiche taccata e non trovando modo né via di poterla rimovere, fece fare un bando che s’alcuno, di qual condizione e grado essere si voglia, si trovasse a cui bastasse l’animo la poavola da le natiche spiccargli, che gli darebbe il terzo del suo regno, e se poncella fusse, qual si volesse, per sua cara e diletta moglie l’apprenderebbe, promettendo sopra la sua testa di osservare tanto quanto nel bando si conteneva.
Intesosi adunque il bando, molti concorsero al palazzo con viva speranza di ottenere lo constituto premio. Ma la grazia non fu concessa ad alcuno che traere gli la potesse, anzi come alcuno se gli avicinava, ella gli dava piú noia e passione. Ed essendo il travagliato re sí fieramente tormentato, né trovando rimedio alcuno al suo incomprensibile dolore, quasi come morto giaceva.
Cassandra e Adamantina, che grandissime lagrime sparse avevano per la loro perduta poavola, avendo inteso il pubblicato bando, vennero al palazzo e al re s’appresentarono. Cassandra, che era la sorella maggiore, comenciò far festa alla poavola e li maggiori vezzi che mai far si potesse. Ma la poavola, stringendo i denti e chiudendo le mani, maggiormente tormentava il sconsolato re. Adamantina, che alquanto stava discosta, si fece avanti e disse:
– Sacra Maestá, lasciate che ancora io tenti la ventura mia -; e appresentatasi alla poavola disse: – Deh, figliuola mia, lascia omai cheto il mio signore, né gli dar più tormento; – e presala per i pannicelli, accarecciolla molto.
La poavola, che conosciuta aveva la sua mamma, la quale era solita a governarla e maneggiarla, subito dalle natiche si staccò, e abbandonato il re, saltolle nelle braccia. Il che vedendo il re tutto attonito e sbigottito rimase, e si puose a riposare, perciò che molte e molte notti e giorni dalla passione grande che egli sentita e provata aveva, mai non aveva potuto trovar riposo. Ristaurato Drusiano re dallo intenso dolore e delle gran morse risanato, per non mancare della promessa fede, fece venire a sé Adamantina, e vedendola vaga e bella giovanetta, in presenza de tutto il popolo la sposò, e parimenti Cassandra, sua sorella maggiore orrevolmente maritò, e fatte solenni e pompose feste e trionfi, tutti in allegrezza e tranquilla pace lungo tempo vissero.
La poavola, vedute le superbe nozze di l’una e l’altra sorella, e il tutto aver sortito salutifero fine, subito disparve. E che di lei n’avenisse, mai non si seppe novella alcuna. Ma giudico io che si disfantasse come nelle fantasme sempre avenir suole.





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RIFERIMENTI




Testo Giovan Francesco Straparola (1554–1557) Le piacevoli notti. A cura di Donato Pirovano. Roma: Salerno Editrice, 2000. 2 Tomi. Notte quinta, Favola II. Tomo I, pp. 344–355.

Versione italiana Vedi nel sito Bambola Poavola, versione italiana di Adalinda Gasparini (1996).


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IMMAGINE


Riferimento mancante.
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NOTE


Una poavola

C'era dunque una magica poavola, che nella lingua di Straparola significa bambola, come si comprende dalla favola. Quando il grande Basile scrisse il suo libro di favole, la prima raccolta del mondo, prese ispirazione da questa fiaba cinquecentesca per La papara,

Lilla e Lolla accattaro na papara a lo mercato che le cacava denare; l'è cercata 'm priesto da na commare e, trovanno lo contrario, 'nce l'accide e la ietta pe na fenestra; s'attacca a lo tafanario de no prencipe mentre faceva de lo cuorpo, né 'nce la pò scrastare nesciuno fora che Lolla, pe la quale lo prencipe se la piglia pe mogliere. (Trattenemiento primmo de la iornata quinta, http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_6/t133.pdf; consultato il 23 ottobre 2011)

Forse Basile non sapeva che poavola significa bambola e per questo pensò a una papera? Certo pare improbabile che un'oca viva possa essere afferrata e usata come carta igienica, ma nelle fiabe può succedere questo e altro. Un fraintendimento fecondo, che non compromette la grazia della storia.

Ma giudico io che si disfantasse come nelle fantasme sempre avenir suole.

Il tema delle fiabe inizia e finisce in un orizzonte umano come i suoi attanti soggetti. La magia si manifesta in mille modi cangianti, ci sono tanti motivi, ancorati a miti antichi e ricorrenti nella narrativa e nel cinema contemporaneo, ma alla fine l'attante soggetto non ha più bisogno della fata, la strega è vinta, l'orco è lontano, l'oggetto magico non è più nelle sue mani, la condizione teriomorfa o fitomorfa non tornerà, perché l'incantesimo è sciolto. Quando la vicenda si compie, gli esseri magici si dissolvono, per poi tornare in unìaltra fiaba, magari in forma di oca. Si disfantano, come racconta Straparola, come il terrore o la piena gioia di un sogno notturno, come le ombre della notte che ci spaventano nel buio da bambini, perché sono fatti della stessa sostanza dei sogni. Una sostanza che alla fine si rivela intima alla nostra, senza per questo confondersi con l'orizzonte concreto, quotidiano, con la realtà comune a tutti nella quale viviamo. Per fortuna a volte si addensano e ci vengono in aiuto, per un tempo breve, delimitato come il racconto di una favola.




ultimo aggiornamento: 23 ottobre 2011




PSICOMAPPA DE LA POAVOLA

TEMA
INIZIAZIONE SOLITARIA

ATTANTE SOGGETTO
FEMMINILE
Anche se il bando del re è determinante sia perché Adamantina ritrovi la Poavola, sia perché diventi regina, non si può considerare il re come attante soggetto della fiaba, dato che non esprime alcun desiderio.
MOTIVI
ARCHÈ PADRE ASSENTE
MADRE ASSENTE

ASIMMETRICI
PERSECUZIONE
DA FEMMINILE
A FEMMINILE
Si può considerare una persecuzione, piccola a piacere, quella della sorella maggiore. Persecuzione è quella della vicina che ingannando le sorelle ruba loro la Poavola.
DONO
DA FEMMINILE A FEMMINILE
La Poavola fa diventare ricche Adamantina e la sorella e le fa sposare il re. Agisce verso la sua padrona come i tre animaletti fatati di Nardiello, e Adamantina le riserva lo stesso affetto di Nardiello verso lo scarafaggio, il topo e il grillo.
SIMMETRICI
PROVA O RICERCA ESIGENTE MASCHILE
AGENTE FEMMINILE
Il re deve essere liberato dal morso della poavola, e la sua futura sposa lo libera.
SCAMBIO
FRA FEMMINILE E FEMMINILE
La vecchia che ha la poavola in grembo le dà la bambola in cambio della sola ricchezza di Adamantina e della sorella, con la quale dovrebbe comprare il pane per entrambe. Così facendo causa le percosse e la reprimenda della sorella, analoghe, anche se quantitativamente diverse da quelle del padre ne Lo scarafaggio, il topo e il grillo. In entrambe le fiabe l'investimento va totalmente sull'oggetto desiderato, che lo ricambia generosamente: potrebbe dire qualcosa del tema della sublimazione, verso l'arte o la scienza. Un distacco dal comune buon senso, rappresentato in questo caso dalla sorella, nell'altro dal padre, che ha come contropartita un oggetto e una vicenda eccezionali e alla fine fortunatissimi.
TÈLOS NOZZE REGALI E RIUNIONE
Con le nozze di Adamantina si sposa anche sua sorella, e la poavola può disfantarsi.



ultima revisione: 1° dicembre 2011