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ADALINDA GASPARINI              PSICOANALISI E FAVOLE


Egli ebbe il re di Raona una sua figliuola, la quale ebbe nome Lena, giovane bella, vaga, costumata e savia, quanta natura l’avesse potuta far piú. Di che per tutto il paese risplendea la fama di questa nobile criatura, e molti valorosi signori la dimandavano per moglie, e ’l padre a tutti la dinegava e non voleva.
Di che un figliuolo dello ’mperadore, ch’avea nome Arighetto, udendo dire delle bellezze di costei, se ne fu innamorato, e non pensava se non com’egli la potesse avere per moglie; e in brieve, e’ fece un alto e nobile aviso. Egli ebbe un orafo, el migliore che poté trovare, e feceli lavorare una bellissima aquila d’oro, e tanto grande, quanto un uomo vi potesse star dentro nascoso. E quando questa aquila fu fatta, tanto bella e maestrevole quanto dire si potesse, e egli la diè a questo maestro che l’avea lavorata, e disse: « Vattene con questa aquila in Aragona, e rizza uno stazzone dell’arte tua in sulla piazza dirimpetto al palagio dov’abita la figliuola del re, e tien fuori in su ’l balco questa aquila, e di’ che tu la vogli vendere; e io vi sarò alotta che tu, e farai quello ch’io ti dirò, e non ti impacciare in altro».
Il maestro tolse questo suo lavorìo, e tolse danari assai e andonne in Aragona, e fece uno stazzone dirimpetto al palagio dove abitava la figliuola del re, e cominciò a lavorare del maesterio suo; e poi certi dí della settimana e’ deponeva fuori questa aquila. Tutta la città trasse a vedere questo fatto, tant’era miracolosamente bella.
Facendosi un giorno alla finestra questa figliuola del re e veggendo questa aquila, mandò a dire al padre che la volea per gioello. Il padre la fe’ chiedere in compera a questo maestro. Il maestro il disse con Arrighetto, il quale v’era venuto e stava in casa di questo orefice celatamente.
Arighetto li disse: « Rispondi che tu non voglia vendere, ma che, se li piace, tu gliel donerai volentieri ».
L’orafo n’andò al re e disse: « Signor mio, io non venderei; ma se vi piace, prendetelo, ch’io vel dono volentieri ».
Rispose il re: « Fallo arecare quassú, e poi noi saremo ben di concordia ».
Disse il maestro: « Egli è fatto ». E tornò d’Arighetto e dissegli: e il re il volea vedere. Arighetto entrò in questo uccello, e portò seco certi confetti, i quali aveano a dare sostinimento alla natura: e acconciò sì l’uccello dentro, che si poteva aprire e serrare a sua posta, e poi il fe’ portare innanzi al re. Il re veggendo tanta bella cosa, il presentò alla figliuola, e ’l maestro il portò e acconciògliele in camera presso al letto di questa donzella. E poi le disse: « Madonna, nol coprite co niente, però che questo è un certo oro che, s’egli stesse coperto, anerirebbe, e non sarebbe cosí lucente ». E poi le disse: « Madonna, io ci tornerò spesso a provederlo ». La donna disse puramente ch’era contenta. E’ poi ritornò dal re, e disse come l’ucello piacea molto alla donna; e poi disse: « Anco farò che le piacerà piú, però ch’io lavoro una corona, che ’l detto ucello porterà in testa ».
Al re piacque molto; e poi fe’ venire molti danari, e disse: « Maestro, pagati a tuo senno ».
Disse il maestro: « Signor mio, io sono pagato, poi ch’i’ ho la grazia vostra»; e dopo molte parole il signore none li poté appiccare adosso danaio, sempr’e’ dicendo: « Io sono pagato ».
Avenne che essendo una notte la Lena a letto e dormendo, il detto Arighetto s’uscí dell’uccello, e pianamente se n’andò a letto dov’era colei cui amava piú che sé medessimo, e pianamente le baciò la sua candida e vermiglia gota.
La donzella si risentí e ebbe una grandissima paura, e cominciò a dire: « Salve, Regina misericordie »; e parte, tremando, chiamò una sua cameriera. Di che Aricchetto subito ritornò nell’uccello.
La cameriera si lieva, e disse: « Che hai tu? »
Disse costei: « Io senti’ uno che m’era allato, e toccòmmi il volto ».
La cameriera cercò tutta la camera, e non vide e non sentí niente; e non trovando niente, si ritornò a letto, dicendo: « Per certo tu arai sognato ».
E stante un pezzo, e Arighetto tornò soavemente al letto, e con molta dolcelza la baciò, dicendo pianamente: « Anima mia, nonne avere paura ».
La fanciulla fu desta e misse un grande strido. Le cameriere tutte si levarono, dicendo: « Che hai tu, che non fai altro che sognare? »; e poso mente all’uscio e le finestre, e trovandole serrate, e non veggendo niente, cominciarono a fare romore con costei, dicendo: « Se tu ci farai piú motto, noi il direno alla maestra tua. Come! E che pazzie son queste a non ci volere lasciare dormire? Un bel costume è questo a gridare la notte. Or fa’ che tu non ci facci piú motto, e briga di dormire, e lascia dormire noi ».
La mammola ebbe paura e disse: « Io nol farò piú ».
E esendo ritornate nel letto, e stante un pezzo, e Arighetto, quando li parve il tempo, e egli uscì dell’uccello, e pianamente n’andò nel letto e disse: « Lena mia, non gridare e non avere paura ».
Disse costei: « Chi se’ tu? ».
Disse Arighetto: « Io sono il figliuolo dello ’mperadore ».
Disse costei: « Come ci se’ tu entrato? ».
Disse Arighetto: « Reverendissima donna, io tel dirò. Egli è piú tempo ch’io m’inamorai di te, udendo dire le bellezze tue, e piú volte ci venni per vederti, e non possendo vedere altro modo, io feci fare questa aquila, e sonci venuto dentro sol per poterti parlare. E però ti priego che ti piaccia avere di me misericordia, conciosiacosach’io non ho altro bene in questo mondo che te; e vedi ch’io mi sono messo a morire per te ».
La fanciulla, udendo le dolci parole che Arighetto le disse, volsesi a lui e abraciòllo e disse: « Considerato quello a che tu ti se’ messo a fare per me, la mia sarebbe grandissima villania a non te lo rimunerare. E però io son contenta che tu facci di me ciò che tu vuoi, ma prima ti voglio vedere come tu se’ fatto, e però tórnati al luogo tuo, e non temere, che domane io farò vista di volere dormire, e serrerò l’uscio della camera, e rimarò sola, sicché noi potreno vederci insieme, e allora potremo parlare piú distesamente ».
Arighetto rispuose: « Madonna, s’io morissi, i’ son contento, considerato che tu m’hai accettato per servidore; ma piacciati in segno di ciò baciarmi una volta ».
La donna graziosamente il baciò, perch’ella sentìa già al core la fiamma dell’ardente amore. E’ tornòssi nell’uccello.
El dí seguente, e la donzella disse che volea dormire, perché le parea mille anni di vedere Arighetto; e mandato fuori le cameriere, e serrata la camera, se n’andò a questo uccello; di che subitamente Arighetto uscì fuori, e inginocchiòssele a’ pie’.
Ella quando il vide cosí bello e giulivo, subito se gli aventò al collo, e egli prestamente la ricevette nelle braccia, dicendo: « Io sono il piú contento uomo che sia al mondo, veggendo ch’io ho quel piacere ch’i’ ho tanto tempo disiderato ».
E cosí gli narrò tutto il fatto com’egli era con tante dolcissime parole, che pareano viuole ulezzanti, mescolati con saporiti e amorosi baci. E non si potrebbe innarrare l’amore che di nuovo si puosono. E cosí stettono piú e piú dí e notti in questa maniera: e la donna il tenea fornita di confetti e vini che passavano le stelle. E l’orefice venia spesse volte a vedere l’uccello, e parte domandava Arrighetto se volesse niente. Rispondea ogni volta che no.
Avenne che Arighetto disse una volta alla donna: « Io voglio che noi ce n’andiano nella Magna a casa nostra ».
Rispose la donna: « Arrighetto mio, io sono contenta a ciò che ti piace ».
Disse Arrighetto: « Io me n’andrò, e verrò con uno navilio al castello del re ch’è in su la marina, e saròvvi la tale notte; e tu dirai a tuo padre che tu voglia andare a spasso a vedere la marina e a starti parecchi dí a questo castello, e io vi verrò, e metteròtti in questa nave, e andrènci via. E cosí sie fatto ».
La donna mandò per l’orefice e disse: « Pòrtatene questo uccello, e fa’ che tu me li facci quella corona, sí ch’a la mia tornata io truovi che sia fatta; e non falli ».
Disse il maestro: « Se ’l signore vuole, io sono contento ».
Disse la donna: « Fa’ quello ch’io ti dico ».
E il maestro fe’ prendere l’uccello e portòsselo allo stazzone suo. E quando e’ fu el tempo, e Arighetto se n’uscì, e prese comiato da lui, e andòssene segretamente in suo paese: e diè ordine di fornire una bellissima nave con certe galee armate in difesa della detta nave, e poi si mosse e vennene inverso questo castello del re di Raona, com’era dato l’ordine.
In questo mezzo la donna disse al padre: « Signor mio, io voglio andare al porto a vedere la marina, e starmi al vostro castello parecchi dí ».
E ’l padre fu contento, e fèlle dare compagnia di donne e di donzelle assai, che andassono dandosi spasso co llei. La donna se n’andò con quest’altre donne a questo castello, e con molta alegrezza aspettava Arighetto, pregando Idio ch’e’ vinissi tosto, e tutto dí guardava fra ’l mare se la vedese. Di che una notte, all’ora data, e Arighetto giunse a piè di questo castello. La donna subito scese giú a lui e abraciòllo, e prestamente entrarono nella nave e fecion vela e andaronsi con Dio. E’ cosí se ne la menò in suo paese.
La mattina non trovandosi costei, ne fu il romore grande, e fu fatto sentire al re come corsali di mare eran venuti a questo suo castello e aveano furata la figliuola. Il re n’ebbe grandissimo dolore, considerato com’egli l’avea perduta. E non sappiendo il fatto, mandò un suo figliuolo, il quale era un gagliardissimo uomo di sua persona, e disseli: « Io ti comando, a pena della vita, che tu non torni mai che tu sappi dov’ella è e chi l’ha tolta ».
Costui si misse per mare e, seguendo quel navilio, settì e seppe che ’l figliuolo dello ’mperadore se ne l’avea menata. E essendone certo, si tornò al padre e disseli che ’l figliuolo dello ’mperadore era venuto in persona a furtarla. Il re fe’ l’aparecchiamento grande per andare a osteggiarlo infino nella Magna, e richiese il re di Francia e ’l re d’Inghinterra e ’l re di Navarra e ’l re di Maiolica e ’l re di Scozia e ’l re di Castella  e ’l re di Portoggallo con altri assai signori e baroni di Ponente.
Di che sentendo lo ’mperadore l’aparecchiamento che facea costui per venirli adosso, fece il simigliante, e ’nvitò e richiese il re d’Ungheria e ’l re di Buemia e altri assai marchesi e conti e baroni della Magna, sicché l’una parte e l’altra raunava e faceva grandissimo essercito per combattere insieme, per lo modo che voi udirete.
Avenne che ’l re di Raona quando ebbe raunato l’essercito suo, e egli si mosse e vennene nella Magna su pel terreno dello ’mperadore. Sentendo lo ’mperadore la venuta sua, fesseli incontro a una città che si chiama … con gra moltitudine di gente. E quando furono presso l’uno campo all’altro, e ’l re di Raona ebbe suo consiglio, e diliberò di richiedere di battaglia lo ’mperadore, e cosí fu fatto; ché subito mandò per un suo trombetto un guanto tutto sanguinoso in sur uno pruno. Arighetto, come maggiore dell’oste, accettò la battaglia graziosamente; e dato l’ordine, e’ diliberarono il giorno che si dovesse essere in su ’l campo. La notte dinanzi il re fece dodici maestri sopra le sciere, i quali erano uomini di gran valore e settimento.
E la prima schiera fu di IIIm buoni uomini d’arme, tutti vestiti a nero; e’ fece la magior parte cavalieri a spron d’oro, e chiamansi i cavalieri della morte; e diè loro per capo il figliuolo, il quale avea nome messere Prinzivalle, e poi gli disse: « Figliuolo mio, oggi è quel giorno che si raquista l’onore di tua sorella, però ti priego che sia valente e gagliardo e che ogni ramo di paura sia spento in te, e prima aconsenti d’essere tutto tagliato che tu ti volga mai ».  E diègli uno stendardo dov’era uno lione d’oro nel campo azuro con una spada in mano.
La seconda schiera era il duca di Borgogna con IIIm Borgognoni e Franceschi, tutti bene a cavallo e bene armati: e per arme portò quel giorno gigli d’oro nel campo azurro.
La terza schiera guidò il duca di Lancastro con IIIm Inghilesi isperti e coreggiosi nell’arme, e tutti armati di panziera e di petto e di rulucenti bacinetti, e tutti asettati sotto un pennone, dov’era tre liopardi d’oro nel campo vermiglio.
La quarta schiera guidò il re di Castella e ’l re di Scozia con IVm uomini d’arme, tutti bene a cavallo e bene armati, e portarono due gonfalloni reali, dov’era dipinto nell’uno un castello bianco nel campo vermiglio, e nell’altro era dipinto un drago verde nel campo vermiglio con una sbarra azura in mezzo.
La quinta schiera guidò e resse il re di Maiolica e il re di Navarra con IIm buoni combattitori, e per arme portarono quel giorno due bandiere, nell’una una lupa nera nel campo bianco, e nell’altra tre scacchi vermigli nel campo bianco e una lista vermiglia in mezzo.
La sesta schiera guidò il conte Novello di Sansogna con MD Provenzali a sua bandiera; e per arme portava in uno pennone tre rose vermiglie nel campo bianco.
La settima e ultima schiera guidò il valoroso re di Raona con IV suoi nipoti e con Vm Raonesi bene armati e di buono apparecchio e bene a cavallo in su grossi destrieri, tutti coverti di piastra e di maglia, e per insegna portò quel giorno uno agnolo con una spada in mano; e intorno a questa schiera aveva IIm arcieri a piè.
E continovo v’era XII maestri dell’oste, i quali atendevan sempre ad acconciare e assettare le schiere, e con tante trombe e pifferi, che pareva veramente un tuono.
Lo ’mperadore attese a fare le schiere sue, e fe’ cavalieri e conti quella mattina il figliuolo, cioè messere Arighetto di Soave, e poi gli diè IIIm tra baroni e cavalieri in sua compagnia, tutti grandissimi gentili uomini, e diègli per insegna uno stendardo imperiale, dov’era dipinto un’aquila nera nel campo d’oro, e egli portò quel giorno una donzella dipinta nello scudo con una palma in mano, e questo scudo li donò colei per cui questa battaglia si facea. E poi le disse: « Figliuol mio, questo fatto è tuo, e però non ti dico più ».
La seconda schiera guidò u nipote del re d’Ungheria con Vm Ungheri, er per arme portò in uno stendardo gigli d’oro nel campo azzurro e liste bianche e vermiglie.
La terza schiera guidò l’antico re di Buemmia con VIm cavalieri tutti bene armati e bene a cavallo e bene volenterosi alla battaglia, e per insegna portò un lione bianco con due code nel campo vermiglio.
La quarta schiera guidò il siri della Lipa e duca d’Osterich con VIIm cavalieri di grande ardimento, e bene usi nell’arme e pratichi in battaglia, e per insegna portarono due pennoni, che nell’uno era una aquila bianca con due teste nel campo rosso con certi punti bianchi, nell’altro era dipinto un monte bianco nel campo azurro con una spada fitta nel detto monte.
La quinta schiera guidò il conte di Savoia e ’l conte Guilielmo di Lunzimborgo con IIIm Vc cavalieri, tutti uomini valorosi e galiardi e sanza nessuna paura; e per insegna portarono due pennoni, che nell’uno era dipinto uno orso di suo pelo nel campo giallo, e nell’altro era fatto a quartieri bianchi e rossi.
La sesta schiera guidò il Patriarca d’Aquilea con MCCCC conti e baroni e cavalieri a spron d’oro: per insegna portò una mitera nel mezzo di due pasturali bianchi nel campo vermiglio.
La settima e ultima schiera guidò lo ’mperadore con IVm Tedeschi, tutti provati, i quali parevano nati nell’arme, e portò per arme quel giorno quel gonfalone che recò l’Agnolo a Carlo Magno, cioè l’oro e fiamma, il quale è una fiamma di fuoco nel campo ad oro: e veramente questa ultima schiera fu accompagnati da molti valorosi e valenti uomini di guerra.
E ogni schiera avea IV siniscalchi, i quali andavano sempre intorno alle schiere loro, acciò che nessuno potesse uscire di schiera e acciò che niuno sinistro o manco vi fosse.
E essendo ordinate e fatte le schiere dell’una parte e dell’altra, e venuti innanzi li spianatori tagliando sepali e albori e rinempiendo fosse, e come fu fatto giorno, che l’una e l’altra parte si comminciarono a vedere, e’ razzi del sole cominciarono a percuotere in quelle armi rilucenti, e ’l vento che facea isventolare i pennoni e le bandiere, e l’anitrire che faceano i cavalli, e ’l grandissimo romore che faceano i pifferi e trombetti dell’una parte e dell’altra, parea che ’l mondo balenasse. Non si vide mai tanta fiorita e nobile gente in su ’n uno campo ansembrata, quanta fu questa, e tanti valorosi e savi e buoni uomini d’arme dall’una parte e dall’altra, quant’avea in quel bellissimo campo. E se mai fu retta o guidata con senno oste nessuna, fu quello del valoroso re di Raona. Però, come fu fatto giorno, che si poterono vedere e conoscersi insieme, sempre andava confortando le schiere, e amaestrandoli ne’ fatti dell’arme, e pregandoli che si portassono bene e valentemente, conciofossecosaché quel giorno e’ torranno il titolo dello ’mperio, con la spada in mano, agli Alamani: « e adurèllo nella patria nostra con grandissima grolia e triunfo, come già fu al tempo del buon Carlo Magno: e però priego che ciascuno sia paladino, considerato in quanta perpetuale fama ne vegniamo noi e’ nostri successori in questo benedetto e vitturioso giorno, nel quale Idio e ’l beato messer San Giorgio ci farà vincitori. E però fate che le vostre spade taglino, e che niuno de’ nimici sia tolto a prigione, però uomo morto non fa guerra.E chi avesse pensiero di non essere buono uomo in volere in questo dí d’oggi aquistare tanta nobile e groliosa fama, faccia ragione di morire; però che noi siamo ne’ paesi loro, e non abbiamo nessuno riffugio che per no’ sia se non le spade, sicché per forza ci conviene esser valenti uomini ». E apresso comandò che, se nessuno di sua gente si volgesse indietro per fugire, ch’eglino siano i primi morti. A tutte le schiere sue parea mill’anni d’essere alle mani, perché parea loro combattere la ragione.
E cosí fece il simigliante lo ’mperadore e messer Arrighetto a tutta la gente loro, ramentando loro che ’l sangue allamanno era il piú valoroso sangue che fosse oggi al mondo: « E non sine qua re abbia’ noi aquistato e posseduto la santissima Corona imperiale già tanto tempo; e però vi piaccia di ricordarvi de’ nostri passati, i quali furono sempre maestri nell’arme, e disiderosi d’acquistare fama alla patria loro, come fu el buono e valoroso Otto di Sansogna, primo imperadore, ed el franchissimo Arrigo primo, ed el primo Curadino, ed el secondo e terzo e quarto Arrigo imperadore, ed el buono Barbarossa Federigo primo, ed el quinto Arrigo di Soavia, ed Otto quarto di Sansogna ed altri nostri passati assai »; e cosí confortando e pregando baroni e cavalieri che dovessono essere valorosi e gagliardi e attutare il rigoglio e l’audacie di que’ Gallici tramontani, « i quali sono venuti per la loro superbia infino nelle patrie nostre per volerci divorare ».
E cosí medesimamente andava il Patriarca d’Aquilea per le schiere segnando e perdonando a ciascuno i suoi peccati dicendo: « Ognuno combatta francamente, che noi sareno vincitori ». E segnata l’una parte e l’altra di suo segno, e dato il nome della battaglia, per la parte dello ’mperadore, “San Polo”, e per l’altra parte del re di Raona, “San Giorgio cavaliere”, le prime due schiere si comminciorono appressare e, abassate le lance, gagliardamente si trassono a ferire, e sanza nessuna paura valorosamente l'uno l’altro assalì; e, spezzate le lance, mettendo mano alle spade, porgendosi e dandosi  quelli ismisurati colpi su per’ rilucenti bacinetti, che ’nfino all’aria mandavano le faville, tanto di volontà l’una parte e l’altra si ferìano e percoteano insieme.
Avenne che ’l cavallo di messer Arighetto gli fu morto sotto, di che e’ cadde; ma subito si rizzò in pié, e colla spada in mano si facea far piazza. Molti de’ cavalieri della morte gli erano dintorno, e nessuno il potea afferrare; di che messer Prinzivalle, corendo per lo campo, s’abatté di ventura a costui, e cognobbonsi insieme.
Di che Messer Prinzivalle lo sgridò, dicendo: « Traditore, tu se’ morto ».
Risposse Messer Arighetto: « Io ti priego per amore di tua sorella che tu no mi uccida ».
Disse Prinzivalle: « Non piaccia a Dio né voglia mai ch’io riguardi te, poi che tu non riguardasti me! »; e alza la spada e dàgli, e se non fosse l’arme buone e provate ch’egli ave’ indosso, per certo egli era morto quel dí, e cosí gli tagliò tutto lo scudo in braccio.
Di che il nipote del re d’Ungheria il socorse con tutta la schiera degli Ungheri, e subitamente fu riposto a cavallo e colla spada in mano dando fra costoro; e cosí cominciarono a pichiare per lo troppo superchio di gente, che premette loro adosso. Di che il duca di Borgogna percosse con la schiera sua, e quivi fu grandissima battaglia e mortalità di gente. Ma pure gli Ungheri si scostavano e aprivano gli archi con tanta rapina, che le cocche quasi si racozzavano insieme, e così ferivano e uccidevano co’ loro asalimenti molta gente, di ch’e’ per forza cominciarono a rinculare indietro. Mossesi il duca di Lancastro con’ valorosi e gagliardi Inchilesi, e gettossi come u llione scatenato tra questi Ungheri gridando: « Alla morte, alla morte ». Quegli Ungheri li fugivono dinanzi che parevano pecore. E cosí si riscontrò nel nipote del re d’Ungheria e, abbassata la lancia, gli corse adosso e buttòllo da cavallo quanto la lancia fu lunga; e subito gli furono dintorno, e perché egli era di casa reale, nol vossono uccidere, ma tolsolo a prigione. Di che veggendo gli Ungheri preso il capo loro, tutti si missono in rotta.
Veggendo questo, il re di Buemmia mosse gagliardamente la sua schiera, gridando inverso i nimici: « Carne, carne »; e quivi fu una durissima e aspra battaglia.
E cosí mosso’ l’altre seguenti ischiere, cioè il re di Castella e ’l re di Scozia e ’l re d’Ostirich, e riscontrandosi insieme queste schiere, era sí grande il romore e le strida e ’l risonare che faceano que’ colpi, che parea l’aria e la terra tremasse. E cosí correndo per lo campo, si riscontrarono insieme il re di Scozia e ’l duca di Sterich, e col molto ardire l’uno e l’altro si corsono adosso: spezzate le lance, missono mano alle spade; e ’l duca lo ’nnaverò d’una piaga nel braccio, per modo che detto re non poté piú menare la spada; di che il duca il prese e èbbelo a prigione. La gente sua, veggendone andare preso il signore loro, feciono testa e strinsonsi insieme, e feciono siepe adosso al duca, e per forza d’arme gliel ritolsono. Di che il duca incanito si cacciò tra loro con tanta furia, che beato a quegli che gli potea fugire innazi; e cosí si lasciò tanto trasportare alla volontà, ch’egli trascorse nella quinta schiera, dov’era il re di Navarra e ’l re di Maiolica, e’ quali prudentemente correvano alla battaglia; e riscontrandosi in lui, il re di Maiolica chinò la lancia, e posegliele al petto e passòllo da l’altro lato, e così cadde tra’ morti il valoroso duca d’Osterich. E così vetturiosamente questa schiera avendo fatto buon principio, presero ardire, e franchissimamente corsono infino alla schiera del conte di Savoia e del conte Guglielmo, e quivi fu una dura e aspra battaglia, e per forza furono aterrate le bandiere de’ detti due conti, e quasi messi in isconfitta. Di che veggendo il Patriarca d’Aquileia questo, subito si mosse la schiera sua adosso alla furia del re di Maiolica: e’ era tanto bene a cavallo e con tanta buona brigata, che per forza si fe’ far luogo, e cosí corse in uno drappello dov’era il valoroso messer Prinzivalle, il quale diligentemente se li fece incontro, e feríllo d’una lancia per modo che ’l ferro e parte del troncone li rimase nel petto; ma pure fu tanta la possanza del cavallo, che ’l traportò via. E cosí ferito com’egli era, facea a’ nemici gran dannaggio; ma pure fu tanta la moltitudine del sangue che gli usciva da dosso, che la vista li cominciò a mancare.
E cosí correndo per lo campo, s’abattè in messer Arighetto, il quale conoscendo e veggendolo così innaverato gli disse: « Omè, signor mio, che è questo?"
Disse il Patriarca: « Figliuol mio, sferrami, ch’io son morto » (di ch’e’ subito lo sferrò); e poi gli disse: « Io non veggio quasi lume, e però tura e fascia molto bene questa ferita, e poi mi mena dov’è la folta battaglia, che per certo, innanzi ch’io muoia, ne moranno parecchi ».
E cosí fu; che, poi che l’ebbe con molte lacrime fascito, il vosse baciare e dargli la sua benedizione; e poi li disse: « Figliuol mio, non ti sgomentare per la morte mia, ma piglia asselpro di me, e fatti con Dio, però che non è tempo di stare a novelle »; e caciòssi nella battaglia colla spada a due mani, che guai a chi li venía presso; e cosí resse un pezzo, e poi morí.
Avenne che messer Arighetto, vegendo venire la schiera del conte di Sansogna, si mosse con sua brigata, e’ quali erano rinfrescati, e disperatamente corse adosso al conte, per vendicare la morte del zieso, el quale era morto tanto gagliardamente. Di che il conte di Sansogna veggendolo venire tanto disperatamente verso di lui, con molto ardire l’uno e l’altro si corsono adosso; di che messer Arighetto li pose la lancia al petto e per forza il passò dall’altro lato; e cosí cadde da cavallo il valoroso conte, e poco stette che si morí. Fu preso questo corpo da sua gente e portato nel campo.
Di che veggendo il re di Raona morto il buono conte di Sansogna, non si poté tenere di lagrimare; e poi si recò la lancia in mano, e disse: « Brigata, chi mi vuole bene, mi segua! » E mòssesi che parea una tempesta, mettendo a taglio delle spade chi innanzi si li parava; e cosí andava per lo campo come un dragone e quasi innanzi gli fuggía ogni persona.
Veggendo questo, lo ’mperadore mosse la schiera sua con un animo adirato inverso il re di Raona, e riscontrandosi insieme le dette due schiere, pareano dimoni di ninferno, tant’erano le smisurate strida e le tempeste che l’una parte e l’altra facea, dando e togliendo que’ colpi, che ’nfino all’aria n’andavano le faville. Il re di Raona si gittò lo scudo dietro alle reni, e arecòssi la spada a due mani, e vien tagliando ciò che dinanzi se li parava, e ognuno se gli furava dinanzi, perch’e’ non poteano sofferire i suoi grandissimi colpi: e molti baroni e conti furono morti per le sue mani. E cosí era la cosa mescolata, dando e ricevendo grandissimi colpi, tagliandosi arme, mani, braccia, e grandissima sparsione di sangue era per lo campo. Ma pure lo ’mperadore con sua brigata facea grandissimo danno de’ nimici.
Avenne che ’l detto re di Raona s’abattè a una fontana, dov’era disarmato della testa messer Arighetto, e vogliendosi anch’egli rinfrescare, smontò da cavallo, e come fu smontato, cognobbe all’arme messer Arighetto e, sanza dire altro, mena la spada un marosvescio, e diègli un gran colpo a traverso nel volto, dicendo: « Questo ti do io innanzi tratto per dota di mia figliuola! »; e rimontò a cavallo, e disse: « Messer Arighetto, ripiglia l’arme tua, che oggi è quel dí che per le mie mani ti conviene morire a questa fonte ».
Rispose messer Arighetto e disse: « E’ non è usanza di cavaliere di volere combattere con chi è sí villanamente ferito, come son io ».
Rispose il re: « Fasciati la ferita, e poi monta a cavallo, però ch’io intendo di vedere se tu se’ cosí gagliardo com’io ho inteso ».
E parte ch’egli stavano in questa quistione, e di là venne il conte Guido di Lunzimborgo con cento suoi baroni, i quali veniano alla detta fonte a rinfrescarsi, e conosciuto ch’ebbe i cavalieri, e udendo la quistione, volsesi al re e dise che voleva diterminare quella quistione; di che il re e messer Arighetto furon contenti.
E ’l conte disse: « Messer lo re, io voglio che per questo dí d’oggi s’imponga fine a questa battaglia, e intanto messer Arighetto si farà medicare, e com’egli fia in atto di potere combattere, e voi potrete esser amendue in su ’l campo, e tra voi due diterminate questa quistione, acciò che tanti buoni uomini non muoiono per una femmina; e per mie fé, ch’io non vidi mai la piú sanguinosa battaglia ch’è suta questa ».
Il re fu contento, e messer Arighetto contento, e ’mpalmaronsi del combaterse insieme, e poi si partirono. E ritornati nel campo, ciascheduno fe’ dare nelle trombette sue e sonare a racolta; e fu gran fatica a spartire quella crudelissima zuffa. Di che essendo ciascuna delle parti ritornati la sera a’ campi loro, il re di Raona raunò tutti i suoi re e conti e baroni, e disse loro ciò ch’egli avea fatto e promesso.
Quasi tutti ne furono contenti, salvo che messer Prinzivalle, il quale disse: « Signor mio, io intendo di volere combattere co llui io, però ch’io sono giovane come lui, e tutto dí d’oggio il sono ito cercando per lo campo, e no ll’ho mai possuto trovare ».
Disse il padre: « Figliuol mio, lascialo guarire; poi farai ciò che tu vorrai ».
Avenne che sentendo il Papa le grandissime ragunate che facevano questi due signori, vi mandò due cardinali per pacificagli insieme; di che trovando la cosa tanto male disposta, parlaron più volte collo ’mperadore e col re di Raona, il quale molto mal volentieri veniva a questa pace. Ma pure furon tante le pregherie de’ signori, e i comandamenti che fecion loro i cardinali per parte del Papa, comandando loro, sotto pena di scumunicazione, e’ fecesson pace, di che, come piacque a messer Domenedio, questi signori fecion pace, e con molta festa e alegrezza il detto messer Arighetto tolse per moglie questa Elena, figliuola del re di Raona, e a messer Prinzivalle diede per moglie la sorella, figliuola dello ’mperadore. E quando ebbono perdonato l’uno all’altro, e fatto parentado insieme, con molta consolazione e festa si partirono, e ciascuno si tornò in sua contrada con buona ventura. 
Seicento anni fa, in Italia, forse dalle parti di Firenze, si raccontava una lunga favola d’amore e di guerra. Secondo questa storia c’era una volta, tanto tempo fa, il re di Aragona, e questo re aveva una figlia di nome Lena, piena di grazia, saggia, abile, cortese, e tanto, ma tanto bella, che nessuna creatura nel mondo era paragonabile a lei. Tutto il reame di Aragona parlava delle sue grazie, e la sua fama correva per le capitali d’Europa. Già molti principi, grandi signori e nobili cavalieri si erano presentati al re per chiedere la sua mano, ma il re di Aragona diceva di no a tutti, perché nessuno gli pareva degno di lei.
Quando Arrighetto, figlio dell’imperatore di Alemagna, valente cavaliere e perito nelle arti cortesi, sentì parlare della sua bellezza, se ne innamorò perdutamente, e passava i giorni e le notti sognandola o pensando a lei: cercava un modo per averla come sua sposa. Alla fine escogitò un bellissimo e nobile stratagemma: per realizzarlo mandò a chiamare il miglior maestro orafo che c’era nel suo reame, e gli ordinò di forgiare una meravigliosa aquila d’oro massiccio, abbastanza grande da contenere comodamente un uomo. Appena lo straordinario e grandissimo gioiello fu pronto, il principe Arrighetto disse al maestro orafo: “Sono contento del tuo lavoro, maestro orafo. Ora dovresti partire con la tua aquila e viaggiare verso al regno di Aragona, e qui dovrai arrivare fino alla capitale. Poi andrai nella piazza che sta sotto al palazzo dove vive la figlia del re, là innalzerai una bottega, e sul cui palco metterai in mostra l’aquila, facendo sapere che è in vendita. Per ora non devi preoccuparti di nient’altro: io sarò là con te, e al momento giusto di dirò cosa fare”
Allora il maestro, ben fornito di monete d’oro, partì col suo capolavoro per il reame di Aragona, costruì la bottega davanti al palazzo del re, cominciò a esercitare la sua arte di orafo, e in certi giorni della settimana esponeva la grande aquila d’oro. E allora  tutti gli abitanti della città accorrevano e riempivano la piazza per ammirare questo incredibile capolavoro, finché  un giorno la principessa Lena si affacciò alla sua finestra, vide l’aquila d’oro maestosa e splendente e le piacque tanto che desiderò averla. Lo fece sapere al re suo padre, che subito mandò un messaggero al maestro orafo: voleva comprare l’aquila d’oro, per qualunque somma. Allora il maestro andò a dirlo ad Arrighetto, che in gran segreto era venuto nella capitale dell’Aragona e si nascondeva nella casa del maestro orafo, e Arrighetto gli disse: “Rispondi al re che non vuoi vendere l’aquila, ma che gliela regali”
Allora l'orafo andò al palazzo reale, fu ammesso alla presenza del re, si inchinò ai piedi del trono e disse: “Maestà, la mia aquila d’oro non è in vendita, ma sono felice di offrirtela in dono, se la vostra maestà apprezza il mio umile lavoro”. Il re gli rispose: “Sei generoso oltre che abile, maestro orafo, e per questo ti prego di portare il tuo capolavoro qui nella sala del trono, in modo che possa ammirarlo da vicino: sono sicuro che ci accorderemo nel migliore dei modi”
“Sarà fatto secondo i desideri di vostra mestà”, disse allora l’orafo inchinandosi, e se ne andò, per riferire ad Arrighetto quel che aveva ottenuto. Arrighetto, tutto contento perché il suo stratagemma si stava realizzando, prese solo una scatolina di confetti magici, uno dei quali bastava a sfamare e dissetare un uomo per una intera settimana, e si nascose nell’aquila, entrando da una porticina segreta che da fuori era invisibile, mentre lui da dentro poteva aprirla quando voleva.
Quandò vide l’aquila d’oro il re di Aragona rimase stupefatto e la mandò nella stanza di sua figlia, che vedendola da vicino la trovò ancora più bella. Il maestro orafo gliela sistemò accanto al letto, e poi disse alla bella Lena: “Principessa, vi prego di non mettere nessun drappo sull’aquila, perché è fatta di un oro che perderebbe il suo splendore e diventerebbe nero se venisse coperto. E poi, ve ne prego, lasciate che di tanto in tanto venga a farvi visita per prendermene cura, così che lo splendore si mantenga inalterato”. La bella Lena, gli accordò gentilemente quanto aveva chiesto, al colmo della gioia per lo straordianario gioiello, che era unico al mondo.
Poi l’orafo tornò dal re, gli riferì come la principessa avesse gradito il dono, e aggiunse: “Maestà, vi chiedo di permettermi di tornare, per rendere ancora più felice la principessa vostra figlia: ho cominciato a lavorare una corona tempestata di rubini e smeraldi per ornare la nobile testa dell’aquila d’oro”. Il re fu estusiasta di questa proposta, e, dopo essersi fatta portare la più grande cassa di monete dal tesoro reale, gli disse: “Maestro alemanno, prendi tutto ciò che vuoi, perché il tuo meraviglioso gioiello ha fatto felice la principessa”. “Signore,” gli rispose l’orafo, “il mio compenso è il favoreche voi e la vostra nobile figlia avete accordato al mio umile lavoro”. E per quanto il re insistesse perché riscuotesse il compenso per quel capolavoro, il maestro ripeteva: “Statene certo, Maestà, io sono già ricompensato”.
Qualche tempo dopo, una notte, mentre la bella Lena dormiva, Arrighetto uscì piano piano dall’aquila, e nel buio, sena far rumore, si avvicinò al letto della sua amata, per la quale aveva abbandonato la sua Magna rischiando anche la vita. Restò ad ammirare la sua pelle bianchissima che si accendeva di rosa sulle guance, e il desiderio lo prese al punto che le sfiorò il viso con un bacio.
La fanciulla si svegliò impaurita esclamando: “Salve, Regina, mater misericordiae!”, e poi si alzò tutta tremante per chiamare la cameriera che dormiva nella camera accanto. Nel frattempo Arrighetto rientrò nell’uccello d’oro, e quando arrivò la cameriera col lume acceso la stanza appariva quieta e tranquilla. “Che cosa c’è, principessa?”, chiese la cameriera, e Lena le rispose: “Accanto a me c’era qualcuno, perché io ho sentito un uomo che mi ha sfiorava il viso”. La cameriera guardò dappertutto nella camera, anche nell’armadio e dietro le tende, e non riuscendo a vedere né a sentire nulla disse a Lena: “Tornate a dormire tranquillamente, principessa, perché deve essere stato solo un sogno”.
Ma poco dopo Arrighetto uscì per la seconda volta dall’aquila d’oro, tornò vicino al letto della sua amata Lena, e dopo averla baciata dolcemente, le disse: “Anima mia, non hai nulla da temere”. La fanciulla si svegliò urlando, tanto che le cameriere si svegliarono, e arrivarono tutte nella sua stanza, che perlustrarono in lungo e in largo, ma inutilmente: non c’era nessuna traccia di Arrighetto, che era già tornato nel suo nascondiglio. Allora la cameriera principale disse alla bella Lena:“Che cosa vi prende, principessa, che storia è questo sogno?”. Controllarono bene anche le finestre, che erano così ben chiuse che nessuno avrebbe potuto entrare, e allora cominciò a sgridare Lena, dicendole: “Se ci sveglierete un’altra volta, lo diremo alla vostra signora maestra. Ma che succede? vi state divertendo a svegliarci, per impedirci il riposo? Vi pare degno di una principessa mettersi a strillare nella notte senza altra ragione che dei sogni? Ora vedete di non chiamarci più per queste sciocchezze, dormite e lasciate dormire noi!”. La povera principessa arrossendo per la vergogna diede loro la buonanotte, e tornò a letto cercando di convincersi che aveva solo sognato.
Dopo un po’ Arrighetto, quando la stanza era tornata buia e silenziosa, uscì per la terza volta dall’aquila d’oro e delicatamente si accostò al letto della principessa , dicendole: “Principessa Lena, mia bella Lena, non gridare, non hai nulla da temere”. La principessa, che non sapeva più se sognava o se era sveglia, con un fil di voce gli chiese: “Chi sei tu?”, “Sono il principe Arrighetto di Alemagna”, rispose il giovane. E allora Lena: “Come sei entrato nella mia stanza?”, e il principe Arrighetto le rispose: “Mia bellissima fanciulla, ti dirò la verità. Da tanto tempo sono innamorato di te, avendo saputo della tua bellezza e delle tue virtù, e tante volte sono venuto qui nella tua città sperando di vederti, ma inutilmente, e così , ho fatto fare questa aquila d’oro e mi ci sono nascosto dentro solo per vederti e parlarti. Ti prego, principessa, abbi pietà di me, pensa che amo te sola al mondo, e per te darei le mie ricchezze e gli eserciti e anche tutto il regno: vedi che ora la mia vita è nelle tue mani”.
Lena sentendo queste dolci parole si girò verso di lui e lo abbracciò nel buio, rassicurandolo così: “Considerando tutto quello che hai fatto per amor mio, sarei crudele e senza cuore se non ricambiassi il tuo affetto. Sappi perciò che potrai chiedermi tutto ciò che vuoi, ma non prima che io abbia soddisfatto il desiderio di vedere come sei fatto: per questo ti chiedo di tornare nel tuo nascondiglio, e di aspettare senza paura. Domani, di giorno, fingerò di aver sonno e verrò in camera, chiuderò a chiave la porta e sarò sola: allora potremo parlare più liberamente e vederci”.
Arrighetto le rispose: “Madonna, se io morissi ora, morirei felice, perché tu tieni volentieri la mia vita nelle tue mani, solo, ti prego, per la promessa che ci siamo fatti, dammi almeno un bacio”. Lena dolcemente lo baciò, perché il suo cuore già batteva forte per il principe cortese, e allora Arrighetto tornò nell’aquila d’oro.
Il giorno dopo la principessa, che non vedeva l’ora di vedere come era fatto il suo innamorato, disse che voleva dormire, e dopo aver detto alle cameriere che non voleva essere disturbata, si avvicinò all’aquila d’oro: Arrighetto subito uscì dalla porta segreta e si inginocchiò ai suoi piedi. Quando Lena lo vide così bello e sorridente e vigoroso gli buttò le braccia al collo, e lui subito la strinse a sé, dicendo: “Io sono l’uomo più felice del mondo, perché ho te fra le braccia, perché da tanto tempo non avevo altro desiderio che questo”.
E poi le raccontò con tutti i particolari la storia di come si era innamorato e di quando aveva ordinato l’aquila al mastro orafo, e del viaggio, e del tempo che aveva passato chiuso nell’uccello d’oro. Parlava teneramente mescolando i baci alle parole, e la stanza si colmava di dolcezza, e alla principessa Lena pareva di sentire il soave profumo delle violette che si aprono. Non si può raccontare quale amore sbociciò fra i due nobili giovinetti.
Passarono in questo modo molti giorni e molte notti, e la principessa Lena lo nutriva di confetti e di vini che erano i più saporiti del mondo, e di tanto in tanto veniva il maestro orafo con la scusa di prendersi cura dell’aquila d’oro, chiedeva ad Arrighetto se aveva bisogno di qualcosa e il principe rispondeva sempre di no
Dopo un certo tempo Arrighetto chiese a Lena: “Vorresti seguirmi in in Alemagna, dove potremo vivere insieme nel nostro castello?”, e siccome la principessa gli rispose: “Mio amato Arrighetto, a me piace fare ciò che tu desideri”, il principe le espose il suo piano: “Partirò da solo, e con un bel naviglio verrò a prenderti nel castello del tuo padre che si trova sul mare, di notte, tra un mese preciso. Tu dovrai dire a tuo padre che hai voglia di andare al mare per godere dell’aria e passare un po’ di tempo in quel castello, e quando arriverò salirai sulla mia nave e partiremo insieme. Così andrà tutto secondo i nostri desideri”.
Allora Lena fece venire il maestro orafo e, secondo gli accordi che aveva preso con Arrighetto, gli disse: "Maestro, ti prego di riportare l’aquila d’oro nella tua bottega per completarla con la corona di smeraldi e rubini che mi hai promesso: voglio che sia pronta per quando torno dal castello marino di mio padre". Rispose il maestro: "Se il mio signore è d’accordo, per me va bene", e Lena gli disse: "Fa' quello che ti dico, secondo i nostri desideri"; così l'orafo riportò l'aquila nella sua bottega, e ne uscì Arighetto, che dopo aver salutato il maestro partì in segreto e fece ritorno al suo paese, dove ordinò di allestire una bella nave con alcune galee per difenderla, e poi salpò dirigendosi verso il castello marino del Re di Aragona.
Intanto la principessa Lena aveva detto a suo padre: "Maestà, padre mio, vorrei andare al porto a vedere il mare, e restare nel vostro castello per un po' di tempo a godere dell’aria marina". Il re, che non diceva mai di no a sua figlia, acconsentì e mandò con lei dame e damigelle perché si divertisse in buona compagnia. Lena era felice nel castello in riva al mare e aspettava Arighetto, passando le giornate in riva al mare, a immaginare la nave del suo signore che l’avrebbe condotta nella Magna come sua sposa, non vedendo l’ora che il mese fosse trascorso e pregando il cielo che tutto andasse come avevano progettato lei e Arrighetto. Finalmente, la notte stabilita, Arrighetto giunse e, gettata l’ancora, scese sulla marina. Lena lo vide dalla finestra e corse tra le sue braccia, risalirono felici sulla nave che subito salpò, e col favore dei venti Arrighetto la porto nel suo reame.
Quando nel castello si accorsero che principessa era scomparsa, tutti si misero in agitazione, e mandarono a dire al re che i corsari erano venuti dal mare e l’avevano rapita. Il re provò un immenso dolore, pensando al triste destino della sua amatissima Lena, ma poi, non sapendo che fine avesse fatto, chiamò suo figlio, il fortissimo Prinzivalle, e gli disse: "Ti ordino, pena la vita, di non tornare finché non avrai scoperto dov'è e chi l'ha presa". Prinzivalle si mise in mare e seguendo le notizie di quel naviglio sentì dire che il figlio dell'imperatore aveva portato via sua sorella Lena; quando fu certo che le cose erano andate proprio così tornò dal re suo padre e gli disse: "Mio signore, il figlio dell'imperatore della Magna è venuto qua in persona e l'ha rapita".
Infuriato per l’oltraggio il re di Raona decise di muovere guerra all’imperatore della Magna fino nel suo reame: cominciò grandi preparativi per allestire l’esercito, e si alleò con  il re di Francia e il re d'Inghinterra, con il re di Navarra e il re di Maiolica e il re di Scozia e il re di Castella e il re di Portogallo, e con tanti altri grandi signori e baroni di Ponente. Sentendo che si apparecchiava guerra contro di lui, l'imperatore della Magna fece lo stesso, e chiamò come suoi alleati il re d'Ungheria e il re di Buemia, e tanti altri marchesi, conti e baroni della Magna, tanto che da entrambe le parti si radunavano e si preparavano immensi eserciti per farli scontrare in battaglia, e fu una battaglia delle più grandi e terribili che la storia ricordi.
Appena il re di Raona ebbe radunato il suo esercito, si mise in marcia, ed entrò nella Magna e marciava sui territori dell'imperatore: quando l'imperatore seppe della sua venuta gli andò incontro verso una città che si chiama Vienna,  accompagnato da una grande moltitudine di genti. Quando furono accampati a breve distanza uno dall'altro, il re di Raona tenne consiglio e decise di sfidare a battaglia l'imperatore, e allora gli inviò per un suo  messo trombettiere un guanto tutto insanguinato conficcato su un pruno. Arighetto, che aveva il grado più alto nell'esercito, accettò cavallerescamente la battaglia, e dato l'ordine fissarono il giorno in cui sarebbero scesi in campo.
La notte prima della battaglia il re di Raona nominò dodici maestri a capo dell'esercito, tutti uomini di grande valore ed eroico coraggio. La prima schiera era formata da tremila valenti uomini d'arme, tutti vestiti di nero, e nominò molti di loro cavalieri dello spron d'oro, e si chiamavano i cavalieri della morte. A loro capo mise il principe Prinzivalle, al quale disse: "Figlio mio, questo è il giorno in cui si riconquista l'onore di tua sorella, ti prego quindi di essere forte e valoroso, e voglio che tagli ogni ramo di paura dal tuo cuore, e che tu sia disposto a farti tagliare a pezzi pur di non abbandonare la lotta". E infine gli diede uno stendardo dove era raffigurato un leone d'oro in campo azzurro che brandiva una spada.
La seconda schiera era formata dal duca di Borgogna con tremila Borgognoni e Franceschi, tutti a cavallo e riccamente armati, che per quell’occasione giorno portavano lo stemma con i gigli d'oro in campo azzurro.
La terza schiera la guidava il duca di Lancastro con tremila Inghilesi esperti e coraggiosi in battaglia, ciascuno di loro era equipaggiato col panzerone e la corazza, tutti indossavano bacinetti rilucenti ed erano schierati intorno a uno stendardo dov'erano raffigurati tre leopardi d'oro in campo rosso vermiglio.
La quarta schiera la guidarono il re di Castella e il re di Scozia con quattromila armati, tutti a cavallo e ben equipaggiati, e portarono due gonfaloni reali, in uno era dipinto un castello bianco in campo vermiglio, nell'altro un drago verde in campo vermiglio con una sbarra azzurra in mezzo.
La quinta schiera la guidarono e la comandarono il re di Maiolica e il re di Navarra con duemila valorosi combattenti, e per insegna quel giorno portavano due bandiere, in una era dipinta una lupa nera in campo bianco, nell'altra tre scacchi vermigli in campo bianco, e una lista rossa vermiglia in mezzo.
La sesta schiera la guidò il conte Novello di Sansogna con millecinquecento Provenzali, e come insegna aveva sullo stendardo tre rose vermiglie in campo bianco.
La settima e ultima schiera la guidò il valoroso re di Raona accompagnato da quattro suoi nobili nipoti, con cinquemila Raonesi ben armati e ben equipaggiati, che montavano grossi destrieri, tutti coperti di piastra e di maglia, e per insegna quel giorno portavano un angelo con la spada in mano; intorno a questa schiera c'erano poi duemila fanti arcieri.
I dodici condottieri dell'esercito passavano sempre in rassegna le schiere per mantenerle compatte in assetto di battaglia, con tante trombe squillanti e pifferi sonanti che pareva  uno strepito di tuono.x la pietra del gallo
Allo stesso modo l'imperatore preparò le sue schiere, e quella mattina nominò conte e cavaliere il suo nobile figlio Arighetto di Soave, e gli assegnò come compagnia tremila baroni e cavalieri, tutti nobilissimi e valorosi signori, dandogli per insegna uno stendardo imperiale dov'era dipinta un'aquila nera in campo d'oro; nello scudo che imbracciava quel giorno era dipinta una  fanciulla con una palma in mano, e quello scudo glielo aveva donato la sua amata  Lena, per la quale si combatteva questa battaglia. Poi gli disse: "Figlio mio, si combatte per la tua causa, non ti dico altro".
La seconda schiera la guidò un nipote del re d'Ungheria con cinquemila Ungheri, e per insegna portava nel suo stendardo gigli d'oro in campo azzurro e liste bianche e rosse vermiglie.
La terza schiera la guidò il vecchio re di Buemmia con seimila cavalieri tutti ben armati e ben equipaggiati, pieni di desiderio di combattere; per insegna aveva un leone bianco con due code in campo vermiglio.
La quarta schiera la guidò il sire della Lipa duca di Osterich, con settemila cavalieri di grande coraggio, esperti nell'uso delle armi e già provati in battaglia;  portavano due stendardi con le insegne, in uno era raffigurata un'aquila bianca a due teste in campo rosso punteggiato di bianco, nell'altro c'era un bianco monte in campo azzurro con una spada infitta nel monte.
La quinta schiera la guidarono il conte di Savoia e il conte Guglielmo di Luzimborgo con tremilacinquecento cavalieri, tutti uomini forti e valorosi, senza nessuna paura; per insegne portavano due stendardi, in uno era dipinto un'orso bruno in campo giallo, l'altro era ripartito in quartieri bianchi e rossi.
La sesta schiera la guidò il patriarca di Aquilea con millequattrocento conti e baroni e cavalieri dello spron d'oro, e per insegna portava una mitra fra due pastorali bianchi in campo vermiglio.
La settima e ultima schiera la guidò l'imperatore con quattromila tedeschi, tutti esperti, che sembravano nati in battaglia, e quel giorno portò per insegna il gonfalone che l'angelo diede  a Carlo Magno, l'orifiamma, in cui è raffigurata una fiamma di fuoco in campo d'oro: questa schiera era poi accompagnata da molti abili e valorosi uomini di guerra. Ogni schiera aveva quattro siniscalchi, che cavalcavano sempre intorno alle loro genti perché nessuno uscisse dall'assetto di battaglia, in modo che non ci fossero vuoti o difetti da nessun lato.
Essendo pronte e in assetto di guerra le schiere di entrambe le parti, dopo che gli spianatori avanzando ebbero tagliato macchie e alberi e riempito le fosse sul campo di battaglia, cominciò a farsi giorno, e i due schieramenti cominciarono a vedersi, mentre i raggi del sole battevano su quelle armi rilucenti, e il vento faceva sventolare gli stendardi e le bandiere; si udivano i nitriti dei cavalli, e lo strepito dei pifferi e dei trombettieri che suonavano in tutti e due i campi: pareva che lampeggiasse e tuonasse su tutta la terra. Mai come allora si videro tante nobili genti riunite su un campo, né tanti valorosi e saggi e buoni uomini d'arme dall'una e dall'altra parte, quanti ce n'erano in quel bellissimo campo.
E se mai un esercito fu comandato e guidato con abilità e saggezza, quello fu l'esercito del re di Raona, che appena fu giorno abbastanza da potersi vedere e riconoscere, cavalcava rincuorando le sue schiere, istruendole nei fatti d'arme, e incitandole a comportarsi bene e con grande valore, perché quel giorno avrebbero strappato con le spade in pugno il titolo di imperatore agli Alamani. "E lo porteremo in trionfo nella nostra patria," diceva il re di Raona, "con altissima gloria, come già accadde ai tempi del buon re Carlo Magno; per questo prego che ognuno di voi si senta un paladino, pensando che in questo giorno benedetto e vittorioso conquisteremo una fama eterna per noi e per i nostri discendenti, quando il Signore Iddio e il nobile beato san Giorgio ci daranno la vittoria. Per questo fate in modo che le vostre spade taglino, e che nessun nemico sia fatto prigioniero, perché un uomo morto non combatte. E chi pensasse di non essere valoroso nel giorno che si va a conquistare tanta fama nobile e gloriosa, si prepari a morire, perché noi siamo nelle loro terre, e non abbiamo altra protezione che le nostre spade, quindi dobbiamo per forza essere uomini di grande valore". Poi diede ordine che se qualcuno delle sue genti si fosse voltato indietro per fuggire, lo uccidessero per primo. Tutte le sue schiere non vedevano l'ora di combattere, perché a tutti sembrava di combattere per la causa giusta.
Allo stesso modo fecero l'imperatore e il nobile Arighetto con tutte le loro genti, ricordando che il sangue alamano era il più nobile e il più valoroso che ci fosse al mondo; e dissero: "Non a caso abbiamo conquistato la santissima corona imperiale, che da tanto tempo  custodiamo nelle nostre mani. Vogliamo che vi ricordiate dei nostri antenati, che furono sempre maestri nelle armi e desiderosi di conquistare gloria per la loro patria, come furono il buono e valoroso Otto di Sansogna primo imperatore, e il fiero Arrigo primo e Curadino primo, e Arrigo il secondo e il terzo e il quarto, e il buon Federico primo Barbarossa, e Arrigo quinto di Soavia, e Otto quarto di Sansogna, e tanti altri antenati nostri. Perciò siate valorosi e forti nel far abbassare l'orgoglio di questi Gallici Tramontani, che con la loro superbia hanno osato venire fin nelle nostre terre per divorarci".
Così andava anche il patriarca d'Aquilea tra le schiere, benedicendo col segno della croce,  perdonando a ciascuno i suoi peccati e dicendo: "Ciascuno di voi combatta con fierezza, che noi saremo vincitori".
Allora, dopo che l'una e l'altra parte furono consacrate, e fu assegnato il grido di battaglia che per la parte dell'imperatore era "San Polo!", e per la parte del re di Raona "San Giorgio  cavaliere!", le due prime schiere cominciarono ad avvicinarsi, e abbassate le lance valorosamente si colpirono e si ferirono, e senza paura l'uno assalì con forza l'altro; poi, spezzate le lance, impugnarono le spade attaccandosi e vibrando colpi poderosi sui rilucenti bacinetti, che mandavano scintille fino al cielo, tanto animosamente le due parti si ferivano e si picchiavano.
Capitò che il destriero di Arighetto gli fu ucciso  mentre cavalcava, e cadde, ma lui subito si rialzò, e con la spada in mano si faceva largo. Lo attaccarono molti dei cavalieri della  morte, e nessuno riusciva a prenderlo, ma il nobile Prinzivalle correndo per il campo per caso si trovò di fronte a lui, e si riconobbero. Allora il nobile Prinzivalle gli gridò pieno di  collera: "Traditore, sei morto!". Rispose il nobile Arighetto: "Io ti prego per amore di tua sorella di non uccidermi". Disse Prinzivalle: "Non piaccia a Dio né voglia che io abbia dei riguardi per te, che non li hai avuti per me", e alzata la spada lo colpì; se non fosse stato per la forte e ottima armatura che indossava, sicuramente Arighetto sarebbe morto quel giorno, quando Prinzivalle tagliò in due lo scudo che imbracciava. Allora lo soccorse il re d'Ungheria con tutta la schiera degli Ungheri, in modo che insieme a loro rimontò a cavallo e con la spada in mano ricominciò a combattere; così i nemici  cominciarono ad arretrare a causa di questo gran numero di armati che premevano contro di loro.
Allora il duca di Borgogna attaccò con la sua schiera, e fu un'immensa battaglia  e la  morte di tante genti; ma nonostante questo gli Ungheri si scostavano e tendevano gli archi con tanta ferocia che le punte  delle frecce sembravano una attaccata all'altra, e così con i loro assalti ferivano e uccidevano molte genti, tanto che per forza i nemici cominciarono a rinculare e arretrare. Si mosse il duca di Lancastro con i valorosi e forti cavalieri Inghilesi, piombò come un leone scatenato fra gli Ungheri gridando: "A morte! A morte!", e gli Ungheri fuggivano davanti a lui come pecore. Allora si scontrò col nipote del re d'Ungheria, e con la lancia abbassata gli corse incontro, e lo scaraventò in terra dal cavallo quanto era lunga la lancia, e subito gli furono addosso e lo circondarono; e siccome era di casato reale non vollero ucciderlo, ma lo fecero prigioniero. Tutti gli Ungheri,  vedendo che era stato preso il loro capo, si diedero a una fuga  disordinata, e il re di Buemmia che li vide mosse con forza la sua schiera gridando verso i nemici: "Carne! Carne!", e in quel punto ci fu una durissima e aspra battaglia.
Allora mossero le altre schiere che erano dietro a queste, col  re di Castella e il re di Scozia e il duca di Osterich e si scontrarono con queste schiere: il rumore, le strida e il clangore delle armi erano tanto forti che pareva tremassero la terra e l'aria. E correndo per il campo si scontrarono il re di Scozia e il duca di Osterich, si slanciarono uno addosso all'altro con grande ardimento e, spezzate le lance, impugnarono le spade, e il duca infilò la punta nel braccio del re di Scozia che non potè più brandire la spada, così il duca lo catturò e lo fece prigioniero. Le sue genti vedendo che il loro signore veniva portato via, si riunirono e stringendosi uno all'altro fecero barriera addosso al duca e con la forza delle armi glielo presero. Il duca allora accanito si gettò in mezzo a loro con tanta furia, beato chi poteva fuggire davanti a lui! Così trasportato dalla sua volontà avanzò tanto che arrivò nella quinta schiera, dov'erano il re di Navarra e il re di Maiolica, che si dirigevano prudentemente alla battaglia; e capitandogli di fronte con il duca il re di Maiolica abbassò la lancia e puntando al suo petto lo passò da parte a parte: così cadde a terra e morì il valoroso duca d'Osterich.
E quelli di questa schiera avendo cominciato così bene si sentirono più arditi, e corsero con grande fierezza fino alla schiera del conte di Savoia e del conte Guglielmo, e qui scoppiò una dura e aspra battaglia, e la violenza fece cadere le bandiere dei due conti, che furono quasi sconfitti.
Vedendo quanto accadeva, il patriarca d'Aquilea subito si slanciò con la sua schiera contro la furia del re di Maiolica, ed era così saldo cavaliere e tanto buona era la sua compagnia, che con forza si aprì un varco, e fece incursione con gran furia fino a un drappello dov'era il valoroso nobile Prinzivalle, che si mosse subito contro di lui e lo colpì con una lancia in modo tale che la lancia si spezzò, e il ferro con un pezzo del troncone gli rimase nel petto,  ma fu tanto grande il vigore del suo cavallo, che lo portò via, e ferito com'era faceva strage fra i nemici, ma per la grande quantità di sangue che perdeva, cominciò a non vederci più.  Correndo così per il campo si trovò davanti il nobile Arighetto, che riconoscendolo  e vedendolo così trafitto gli disse: "Ohimè! mio signore, cosa vedo?". Il patriarca disse: "Figlio mio, levami il ferro, che io son morto"; il figlio dell'imperatore prontamente gli estrasse il pezzo di lancia, e il patriarca disse: "Io non vedo quasi altro che buio, quindi tura e fascia ben stretta questa ferita, e poi portami dove i nemici sono più  fitti, perché è sicuro che prima che io muoia ne moriranno parecchi per mano mia". Così fu fatto, e quando Arighetto piangendo lo ebbe fasciato, il patriarca volle baciarlo e dargli la sua benedizione, poi disse: "Figlio mio, non sgomentarti per la mia morte, ma prendi esempio da me, e addio,  perché non è tempo di raccontar favole", e si infilò nella mischia roteando la spada con due mani, e guai a chi gli si avvicinava; resistette così non poco tempo, e poi morì.
Allora Arighetto, vedendo sopraggiungere la schiera del conte di Sansogna, si mosse con la sua schiera, che era ancora fresca, e si gettò con disperata furia contro il conte, per vendicare il patriarca suo zio che era morto da eroe. Il conte di Sansogna lo vide attaccare furiosamente, e con grande ardimento si corsero addosso, e il nobile Arighetto gli puntò la lancia al petto e con forza lo passò da parte a parte,  così cadde da cavallo il valoroso conte, e dopo poco morì e il suo corpo fu preso dalle sue genti che lo portarono nel loro accampamento.
Il re di Raona, vedendo morto il buon conte di Sansogna, non riuscì a trattenere le lacrime; poi alzò la lancia, e gridò:  "Brigata, chi mi vuol bene mi segua!", e partì come un fulmine, passando a fil di spada chi gli si parava davanti; andava per il campo come un dragone e tutti fuggivano davanti a  lui. L'imperatore vedendo questo mosse la sua schiera  infiammato di collera contro il re di Raona, e queste due schiere scontrandosi parevano demoni dell'inferno, per la tempesta e le grida  disumane che si levavano da entrambe le parti, dando e prendendo colpi di smisurata forza, tanto che le scintille salivano per l'aria. Il re di Raona si gettò lo scudo dietro ai fianchi, e impugnata la spada con entrambe le mani tagliava tutto quello che gli capitava davanti, così che tutti fuggivano davanti a lui, perché nessuno poteva reggere i suoi grandissimi colpi; e molti baroni e conti morirono per mano sua. Così infuriava questa mischia, dando e prendendo colpi grandissimi, tagliandosi armi, mani, braccia, e c'era su tutto il campo di battaglia un immenso spargimento di sangue. Ma anche l'imperatore con la sua brigata faceva immensi danni ai nemici.
Accadde che il re di Raona si trovò a una fonte dove c'era il nobile Arighetto a testa scoperta, e volendo anche lui rinfrescarsi il capo scese da cavallo, e appena smontato riconobbe il  figlio dell'imperatore dall'insegna, e senza dire una parola menò la  spada di piatto e colpì Arighetto di traverso sul viso con un gran colpo dicendo: "Questo io te lo do subito come anticipo sulla dote di mia figlia", e rimontò a cavallo dicendo: "Nobile Arighetto, riprendi le tue armi, perché questo è il giorno in cui ti tocca morire per mano mia accanto a questa fonte". Disse il nobile Arighetto: "Secondo le leggi della cavalleria non si deve combattere con chi è sfregiato da una ferita come sono io". Rispose il re: "Fasciati la ferita, e poi monta a  cavallo, perché io voglio vedere se sei valoroso come dicono".
Mentre contendevano in questo modo, sopraggiunse il conte Guglielmo di Luzimborgo con cento suoi baroni che venivano alla fonte per rinfrescarsi, e quando riconobbe i due cavalieri e sentirono la contesa, rivolgendosi al re, disse che voleva dirimere quella contesa, e sia il nobile Arighetto che il re acconsentirono. Allora il conte disse: "Sire, voglio che per questo giorno  si metta fine alla battaglia, così il nobile Arighetto si farà medicare, e appena sarà in condizioni di combattere potrete scendere in campo, e tra voi due dirimerete questa contesa, perché non muoiano più tanti uomini coraggiosi per una donna, e in fede mia io non ho mai visto una battaglia più sanguinosa di questa". Il re fu d'accordo, e fu d'accordo anche il nobile Arighetto, e si diedero la mano impegnandosi a combattere fra loro, poi andarono via.  Tornati nel loro campo, ciascuno ordinò ai propri trombettieri di suonare a raccolta; e fu molto difficile spartire quella crudelissima zuffa.
Quando a sera le due parti furono tornate nel proprio accampamento, il re di Raona fece riunire i suoi re, conti e baroni, e disse loro quello che aveva fatto e promesso. Tutti ne furono contenti, tranne il nobile Prinzivalle, che disse: "Mio signore, lasciami questo duello, voglio essere io a combattere con lui, perché io sono giovane come lui, e oggi per tutto il giorno  sono andato cercandolo per il campo, e non sono mai riuscito ad averlo". Disse il padre: "Figlio mio, lascialo guarire, e poi farai quello che vorrai".
Accadde che il papa avendo sentito quali immensi eserciti avevano riunito questi due signori, inviò là due cardinali per pacificarli,  e trovando che la cosa era messa tanto male, parlarono più volte con l'imperatore e col re di Raona, al quale questa pace non piaceva.  Ma furono tante le preghiere dei nobili, e i comandi che i cardinali portarono in nome del papa, che li avrebbe scomunicati se non obbedivano, che finalmente, come a Dio piacque, fecero la pace.
Allora con grandi feste e contentezza il nobile Arighetto si sposò con la figlia del re di Raona, e diede in sposa al nobile Prinzivalle sua sorella, figlia dell'imperatore.  E quando si furono perdonati l'un l'altro, dopo essere diventati parenti,  sentendosi consolati e pieni di gioia partirono, e ritornarono tutti nei loro paesi accompagnati dalla buona fortuna.






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TESTO

Ser Giovanni (1378), Il Pecorone. A cura di Enzo Esposito. Ravenna: Longo Editore, 1974. Novella 2, Giornata IX,  pp. 214–237.
http://it.wikipedia.org/wiki/Il_Pecorone; consultato il 23 ottobre 2011.

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TRADUZIONE © Adalinda Gasparini 2010. Il titolo è nostro, le novelle del Pecorone non hanno titolo.

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NOTE


E portò seco certi confetti...
Per un altro esempio di cibo magico, vedi un certo liquore di tanta virtù col quale si nutre Doralice
per fuggire dal padre incestuoso mentre è chiusa nell'armadio.




































GLOSSARIO DEI NOMI DEI POPOLI E DEI PAESI






































S













Alamani               
Aquilea                
Buemmia               
Castella                
Franceschi            
Gallici Tramontani        
Inghilesi                
Inghinterra            
Lancastro                
Lipa                
Luzimborgo            
Magna                
Maiolica               
Osterich                
Otto                
Raona               
Raonesi                
San Polo                
Sansogna                
Soavia                
Ungheri   
             

Germanici
Aquileia
Boemia
Castiglia
Francesi
Galli Occidentali
Inglesi
Inghilterra
Lancaster
Lippe
Lussemburgo
Germania
Maiorca
Austria
Ottone
Aragona
Aragonesi
San Paolo
Sassonia
Svevia
Ungheresi


TAVOLA DEGLI ESERCITI E DELLE SCHIERE




 

 ESERCITO DEL RE DI RAONA
E DEI SUOI ALLEATI

ESERCITO DELL'IMPERATORE 
E DEI  SUOI ALLEATI

I schiera: condottieri
Prinzivalle
Arrighetto
I schiera: combattenti
tremila cavalieri 
tremila baroni e cavalieri
I schiera: insegne
un leone d'oro in campo azzurro

un'aquila nera in campo d'oro che impugna la spada
sullo scudo una fanciulla con la palma in mano

II schiera: condottieri
il duca di Borgogna
un nipote del re d'Ungheria
II schiera: combattenti
tremila cavalieri borgognoni e franceschi
cinquemila Ungheri
II schiera: insegne
gigli d'oro in campo azzurro e liste bianche e rosse vermiglie
gigli d'oro in campo vermiglio 

III schiera: condottieri
il duca di Lancastro

il re di Buemmia
III schiera: combattenti
tremila Inghilesi
seimila cavalieri
III schiera: insegne
tre leopardi d'oro in campo vermiglio 
un leone bianco con due code in campo vermiglio

IV schiera: condottieri
il re di Castella e il re di Scozia
il Seri della Lipa duca di Osterich
IV schiera: combattenti
quattromila cavalieri
settemila cavalieri
IV schiera: insegne
un castello bianco in campo vermiglio e un drago verde in campo vermiglio con una sbarra azzurra in mezzo
un'aquila bianca a due teste in campo rosso puntato di bianco e un monte bianco in campo azzurro con la spada infitta nel monte

V schiera: condottieri
il re di Maiolica e il re di Navarra
il conte di Savoia e il conte Guglielmo di Luzimborgo
V schiera: combattenti
duemila armati
tremilacinquecento cavalieri
V schiera: insegne
una lupa nera in campo bianco e tre scacchi vermigli in campo bianco con una lista rossa vermiglia in mezzo
un orso bruno in campo giallo e quartieri bianchi e rossi

VI schiera: condottieri
il conte Novello di Sansogna
il patriarca di Aquilea
VI schiera: combattenti
millecinquecento Provenzali
millequattrocento cavalieri
VI schiera: insegne
tre rose vermiglie in campo bianco
una mitra in mezzo a due pastorali bianchi in campo vermiglio

VII schiera: condottieri
il re di Raona con quattro suoi nipoti
l'imperatore
VII schiera: combattenti
cinquemila cavalieri raonesi e duemila fanti
quattromila Tedeschi e altri uomini di guerra
VII schiera: insegne
un angelo con una spada in mano
l'orifiamma di Carlo Magno

Grido di guerra
san Giorgio cavaliere

san Polo




 © Adalinda Gasparini
Online dal 10 gennaio 2003
Ultimo aggiornamento: 29 settembre 2018