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ADALINDA GASPARINI              PSICOANALISI E FAVOLE

LA BEDDA DI LI SETTI CITRI
ARBĖRESHĖ
1870-1913

’Na Gnė cherė e gnė cherė isc gnė Reggh; chi Reggh nchė chisc bij e i qa Tinzotit se na chisc bij bėn tė rijq pėr stat viet vaj. Si scłan nėnt muaj pati gnė bir e riodi vajėt pėr stat viet.
Gnė dit nė tierat, vate gnė plach me gnė picer sa mjiq vajė ma vajėt chisc sosur e nėmi atė Reggh; e gheggh diali cė chisc stat viet e sturi gnė bocė, e i ciaiti rogghičn. Placa e nėmi, e i qa: – « Catėmarsc la Bedda di li setti citri. » U rit diali, e jati de’ t’e martocė mė gnė vajzė mė ebucura e corės. Ma diali i qa: – « U ca tė mar: la Bedda di li setti citri. » Vate diali pėr nė corėt, e scich dizzą narėnza, e nca gnė ci scich e pris e digl gnė copile. Preu pran mė tė maden e doli gnė copile, c’ isc: la Bedda di li setti citri. U puqėn me vaizėn, e i biri i regghit i qa: – « Ti rri ctu se u vete marr gghinten time e vemi te cora ime; vaizą i qa: – « Na jot ėmė tė chėrcon criet ti carrone nga cu. » Diąli vate té cora e tiic e i qa gghrivet se gghieti nusen, e lodėt u stu sat flij e ejėma i chėrcoi criet e diali carroi nusen.
Vur pėr mua. La Bedda di li setti citri mi gnė narėnz pris dėndrin; ma dėndri nchė vic. Danz arvugamis, te cu isc la Bedda di li setti citri isc gnė crua e atič vij gnė scave tė mbloj nziren. Chėjņ scave vėrrechej te ujt e i ducu se isc e bucur, se la Bedda di li setti citri duchej te ujt, e i ducu scaves se isc ajņ.
Stu nziren e u uj te croi. Ma cur pa atė vaiz mi narėnzėn i pieti ci buj atič e ajņ i qa, se priis dėndrin.
E cė buri scavģa? bė té vij post la Bedda di li setti citri sat e crich. Scąvia chisc gnė gghilpur i fataarmė e ja ndenti te criet e la Bedda di li setti citri u bu zogg. Ma gnė dit nė tierat i biri regghit u cuitua nca nusia, e vate t’ e mirrės. Ma cur pa scaven pėr la Bedda di li setti citri i pieti si cle se u bu e zezė; e ajo i qa, se dģali e buri astł.
I biri regghit chieghi nusen te cora. Jerdi dita cur chisc martoscin; burri cė buj tė ngrėnt pa gnė zogg cė chėndoj.
« Cocu cocu di la cucina
Chi fa lu Re cu la Riggina ?
Chi si pigghiau la scava
Pi la bedda di li setti citri. »
Aļ burr ją qa birit tė regghit, e chindruan, se chisc zėjin atė zogg. Te dita pran e zun e inzuartin gghilpurn, e zogga u bu la Bedda di li setti citri.
I biri i regghit bė tė dogghėn mė dri tė gnoma scaven; eu martua cu la Bedda di li setti citri.
Atą rruan e trasguan,
e na chėndruam si ur tė sciuam.

Una volta e una volta eravi un Re ; questo Re non aveva figli e promise a Dio che se ne avesse farebbe scorrere per sette anni olio. Dopo nove mesi ebbe un figlio, e corse olio per sette anni.
Un giorno tra gli altri andņ una vecchia con un vaso per raccogliere olio, e maledģ a quel Re ; la sentģ il fanciullo che avea sette anni e le gettņ una palla e le ruppe il vaso. La vecchia lo maledģ e gli disse: – « Sposerą la Bella dei sette cedri. »
Crebbe il fanciullo, e il padre volealo sposare con una giovine bella del paese ; ma il giovine disse : – « Sposerņ la Bella dei sette cedri. »
Andava il giovine per le cittą e vedeva le molte melarance, ed ognuna che vedeva la tagliava e ne usciva una giovine. Tagliņ poi la pił grossa e ne uscģ una giovine che era la Bella dei sette cedri.
Si baciarono colla ragazza, e il figlio del Re le disse : – « Tu stai qui, che io vado a prendere i miei parenti e andremo nel mio paese. »
La giovine gli disse : – « Se tua madre ti cercherą i capelli, tu ti dimenticherai di me. » Il giovine andņ nel suo paese e disse ai parenti che aveva trovato la Promessa, e stanco si gettņ a dormire.
La madre gli cercņ fra i capelli e il giovine dimenticņ la Promessa.
Metti per me. La Bella dei sette cedri sopra un melarancio aspettava il damo, ma il damo non veniva. Vicino l’albero dove era la Bella dei sette cedri eravi un fonte ; ivi andava una mora per riempire l’idria. Questa mora si specchiava nell’acqua, e le parve di essere bella, perché la Bella dei sette cedri appariva nell’acqua, e parve alla mora di essere essa.
Allora gettņ l’idria, e si assise vicino il fonte. Ma quando vide quella giovine sopra l’arancio le dimandņ cosa facesse in quel luogo, e quella rispose : – « Aspetto il promesso. » E che fece la mora ? fece scendere la Bella dei sette cedri per pettinarla.
La mora aveva uno spillo incantato e lo ficcņ nella testa di essa, e la Bella dei sette cedri diventņ uccello. Ma un giorno tra gli altri il figlio del Re si ricordņ della Promessa e andņ a prenderla. Ma quando vide la Mora invece della Bella dei sette cedri le domandņ come si fosse fatta nera, e quella rispose che il sole la aveva fatta cosģ. Il figlio del Re condusse la Promessa nel paese. Venne il dģ quando si doveva maritare. E l’uomo che faceva il mangiare vide un uccello che cantava :
« Cocu cocu di la cucina
Chi fa lu Re cu la Rigina ?
Chi si pigghiau la scava
Pi la bedda di li setti citri. »
Quell’uomo lo raccontņ al figlio del Re e restarono che dovevano prendere l’uccello. Il giorno dopo lo presero, gli tolsero lo spillo e l’uccello diventņ la Bella dei sette cedri. Il figlio del Re fece ardere con sarmenti verdi la mora, e si maritņ colla Bella dei sette cedri.
E quelli vissero e godettero
E noi restammo qui tizzoni spenti.


Chėjņ scave vėrrechej te ujt e i ducu se isc e bucur, se la Bedda di li setti
citri duchej te ujt, e i ducu scaves se isc ajņ. Stu nziren e u uj te croi.



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TESTO E TRADUZIONE

Giuseppe Pitrč, Fiabe novelle e racconti popolari siciliani. Raccolti e illustrati da Giuseppe Pitrč. Con Discorso preliminare, Grammatica del dialetto e delle parlate siciliane, Saggio di novelline albanesi di Sicilia e Glossario; in: Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, Palermo: L. Pedone–Lauriel, 1870–1913, voll. 25; voll. 4–7; ristampa anastatica, Bologna: Arnaldo Forni Editore 1985, 4 voll. Vol. IV, pp. 285–287.

La traduzione italiana sembra non letterale e lacunosa in qualche parte. Sarebbe necessaria una ritraduzione.
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IMMAGINE Warwick Goble: Giambattista Basile. Stories from the Pentamerone. E. F. Strange, editor. Warwick Goble, illustrator. London: Macmillan & Co. 1911.
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NOTE
Se tua madre ti cercherą i capelli... Se questa č la traduzione giusta, si allude probabilmente alla ricerca di parassiti, come i pidocchi. In altre fiabe la madre fa dimenticare la bella con un bacio. Accade anche che il principE dimentichi la bella che ha lasciato in attesa semplicemente tornando alla sua casa, dove la madre gli ha trovato una sposa (vedi: Ianco viso).






 © Adalinda Gasparini
Online dal 10 January 2003
Ultima revisione 4 ottobre 2018