LO SCARAFAGGIO, IL TOPO
E IL GRILLO
Viveva
tanto tempo fa a Colfiorito un fattore molto ricco, Andreuccio, con un
figlio di nome Cirao, che, oltre ad essere brutto e
sgraziato,
era il più scimunito fannullone che si fosse mai visto. Il
povero
Andreuccio era consumato dal dispiacere, disperato perché non
sapeva
come spingerlo a fare qualcosa come si deve.
Se andava ad
abbuffarsi alla
taverna
i suoi compagni lo ubriacavano e lo lasciavano lì, se trovava
una
donna gli portava via anche le mutande, se entrava in una bisca gli
vuotavano
le tasche, tutti i malandrini che incontrava riuscivano a spillargli
quattrini,
tanto che in poco tempo aveva già consumato metà del
patrimonio
di suo padre.
Andreuccio,
sempre più
preoccupato,
tutti i giorni gli faceva una predica, gridando e minacciando di
cacciarlo
di casa se non metteva la testa a posto; Cirao lì per lì
gli faceva grandi promesse, ma poi continuava a fare quello che sapeva,
cioè nulla di buono. Un giorno il padre gli disse: "Che pensi di
fare, spendaccione? non vedi che hai consumato quasi tutta la mia
roba? smetti di andare tutte le sere in giro per le osterie, dove
ti prendono in giro, lascia perdere il gioco d'azzardo, dove ti rovini,
non cercare quelle donnacce, che ti consumano tutto! Per metterti alla
prova voglio darti cento monete d'oro, va' alla fiera di Zibello e
compra
dei vitelli, li alleveremo e tra qualche anno avremo tanti buoi, i buoi
lavoreranno i campi e dai campi raccoglieremo il grano, il grano lo
metteremo
nei granai e se ci capita una bella carestia lo venderemo a un
prezzo
altissimo e guadagneremo tanti soldi, e con quei soldi ti potrai
comprare delle terre, diventerai anche tu un padrone e nessuno ti
prenderà
più in giro. Ora va', e ricordati che chi ben comincia è
alla metà dell'opera".
"Lascia fare a
me," rispose
Cirao,
"che ora so come fare in tutte le situazioni e come si trattano gli
affari
a regola d'arte: vedrai che sarai contento del tuo Cirao". Sperando che
fosse vero il padre gli consegnò una borsa piena di monete
d'oro e lui si avviò per la strada di Zibello.
Ma quando stava
per attraversare
un fiumicello sentì una musichina deliziosa, e guardando in un
boschetto
di tigli vide una fata che, seduta in riva a un laghetto cristallino
sotto
a una roccia ornata di tralci d'edera, si baloccava con uno scarafaggio
il quale suonava una chitarrina tanto bene che nessuno al mondo avrebbe
potuto competere con lui.
Cirao rimase
incantato a guardare
e a sentire, e a un certo punto esclamò: "Darei qualunque cosa
per
aver un animale come quello!" La fata gli rispose che lo cedeva
per
cento monete d'oro, e lui disse subito: "Che fortuna! è per
l'appunto
la somma che oggi ho con me!", e le diede tutti i soldi. Prese lo
scarafaggio
in una scatolina e tornò di corsa da suo padre, tanto contento
che
non stava nella pelle, dicendo: "Ora vedrai, signore mio, se sono un
uomo
furbo e se so farmi gli affari miei! Senza stancarmi per arrivare
fino a Zibello, a mezza strada ho trovato la fortuna, e per cento
monete
d'oro ho comprato questo bel gioiello!".
Il padre,
sentendo questo
discorso
e vedendo la scatolina, pensò che gli fosse capitato
qualche
diamante, ma aprendola vide lo scarafaggio, e la collera per questo
imbroglio
con il dolore per la perdita di cento monete d'oro lo fecero diventare
gonfio e rosso di rabbia. Cirao voleva fargli sentire lo scarafaggio
con
la chitarrina, ma suo padre non smetteva di gridare: "Asino che non sei
altro, sta' zitto, chiuditi la lingua in quella boccaccia, non provarti
a fiatare, scimunito! Riporta immediatamente lo scarafaggio a chi te
l'ha
venduto, e con queste altre cento monete d'oro va' a Zibello e compra
solo
vitelli, non ricascarci, o ti farò ingoiare tutti i denti!".
Cirao prese i
soldi e
s'incamminò
verso Zibello, ma quando arrivò vicino al boschetto di tigli
trovò
un'altra fata, che seduta sullo stesso laghetto si divertiva con un
topo
ballerino, il quale conosceva i passi di tutti i balli, e faceva salti,
piroette e giravolte con un'agilità e una grazia mai viste al
mondo.
Cirao, dopo essere stato un po' di tempo trasognato ad ammirare lo
spettacolo,
domandò alla fata se glielo voleva vendere per cento monete
d'oro.
La fata accettò la proposta, e dopo aver preso i soldi, gli
consegnò
il topo in una scatolina.
Il giovane
tornò subito
a casa per far vedere a suo padre che bell'affare aveva fatto: il
povero
Andreuccio si disperò e poi si infuriò, voleva battere il
capo nel muro perché non sopportava più la vita con
un figlio tanto scemo da buttar via duecento monete d'oro per uno
scarafaggio
e un topo, animali di cui sono piene tutte le fogne. Nemmeno questa
volta
Cirao ebbe il tempo di fargli vedere come ballava il topo,
perché
suo padre senza lasciargli aprire bocca prese altre cento monete d'oro
e gli disse: "Non combinarne più una delle tue, perché
sennò
è la volta che ti ammazzo di botte. Va' diritto alla fiera di
Zibello,
e se non porti a casa i vitelli giuro che ti farò rimpiangere di
esser nato!".
Cirao a capo
basso
cominciò
a camminare verso Zibello, ma arrivato nel solito posto scorse
sotto
i tigli un'altra fata che rideva di gusto, e avvicinandosi la
vide
giocare con un grillo canterino, dalla voce così melodiosa che
ci
si sarebbe addormentati ad ascoltarlo. A Cirao, sentendo questa nuova
specie
di usignolo, venne subito voglia di fare un bell'affare, e dopo essersi
messo d'accordo per cento monete d'oro se lo mise in una gabbietta,
fatta
con una zucca lunga e degli steccolini; poi tornò a casa.
Suo padre vedendo il terzo malaffare perse la pazienza e preso un
bastone
cominciò a picchiare suo figlio sulla schiena, sulla testa e
dove
riusciva a prenderlo, e Cirao prese un sacco di botte prima di riuscire
a infilare la porta di casa per darsela a gambe, portando con sé
solo le sue tre bestioline.
Cammina e
cammina,
dopo un po'
di tempo giunse nel reame di Malesco, dove viveva un potente re che
aveva
solo una figlia, la bella Nerina, tanto malata di malinconia che non
aveva
mai riso in vita sua. Il re aveva consultato innumerevoli medici, e
aveva
chiamato alla sua corte tutti i generi di giocolieri, acrobati, animali
ammestrati e saltimbanchi, ma nessuno aveva strappato nemmeno un
sorriso
a Nerina, così alla fine aveva fatto pubblicare un bando: chi
fosse
riuscito a farla ridere avrebbe conquistato la mano della principessa.
Quando Cirao
sentì questo
bando, si mise in mente di tentare la fortuna e, arrivato davanti al
re,
gli disse che voleva far ridere Nerina. Il re gli rispose: "Pensaci
bene,
amico mio, perché se la principessa resta seria ti dovrò
far tagliare la testa!". "Non sono abituato a pensare tanto," disse
Cirao,
"se c'è da tagliare si taglierà, tanto io provo, e
poi si starà a vedere!".
Il re fece venire
sua figlia, e
quando si furono seduti sotto un baldacchino Cirao tirò fuori lo
scarafaggio, il topo e il grillo. I tre animalini, in perfetto accordo,
suonarono, ballarono e cantarono, mettendo su uno spettacolo
così
bello e pieno di mossettine che la principessa scoppiò a ridere.
Ma il re si rannuvolò, perché quel genero non gli
piaceva;
come si poteva dare a Nerina, che era bellissima, un marito tanto goffo
e fessacchiotto? Non potendo ritirare la promessa, il re disse: "Io ti
do mia figlia e il reame di Malesco come dote a patto che ti riesca
consumare
il matrimonio entro tre giorni, altrimenti ti do da mangiare ai leoni".
"Non ho paura," disse Cirao, "perché io sono già riuscito
a consumare un patrimonio, e in tre giorni posso consumare il
matrimonio,
la principessa e anche il tuo reame!".
"Piano," disse il
re, "tra il
dire
e il fare c'è di mezzo il mare". Quando fu finita la festa di
nozze
e gli sposi stavano per andare a letto, il re preparò un
bicchiere
di vino col sonnifero e lo fece bere a Cirao, che appena toccato il
cuscino
si addormentò e per la prima notte non fece altro che russare.
Il
re, per risparmiare a sua figlia la vergogna di un marito così
da
poco, gli fece bere il vino col sonnifero anche la seconda sera e
la terzo, e alla fine ordinò che fosse buttato nella fossa dei
leoni.
Cirao, vedendo
che
ormai non
c'era
più nulla da fare, aprì le scatoline degli animali,
e disse: "Siccome la mia sfortuna con tanto accanimento mi ha
portato
in questo posto dove sono roba da mangiare per le bestie feroci, non
avendo
nient'altro da lasciarvi, vi voglio liberare, begli animalini miei,
almeno
potrete andare dove vi pare ed essere felici, mio scarafaggio,
caro
topo, dolce grillo canterino".
Ma ecco che
appena
liberati i tre
animali si misero a fare spettacolini e giochetti tanto abilmente
che i leoni rimasero imbambolati; poi il topo disse a Cirao: "Un po' di
allegria, padrone mio! anche se ci hai dato la libertà noi
vogliamo servirti più che mai, perché, dopo avere speso
un
patrimonio per noi, ci hai nutrito con affetto, ci hai tenuto di conto
con amore, e alla fine ci hai mostrato tanta tenerezza donandoci la
libertà.
Non dubitare, chi fa il bene riceve il bene, fa' il bene e scordalo.
Ora
devi sapere che noi siamo fatati, e per farti vedere le nostre
virtù
e la nostra potenza, vienici dietro, che scamperai da questo pericolo".
Cirao si
incamminò, e il
topo fece un buco abbastanza grande perché ci passasse un uomo,
e salendo un passo per volta su per questo pertugio lo portarono in
salvo.
Poi lo fecero entrare in un pagliaio e gli dissero che poteva
comandare
quello che desiderava, erano pronti a fare qualunque cosa per
accontentarlo.
"Quello che vorrei da voi," rispose Cirao, "se il re ha dato un altro
sposo
a Nerina, è che mi facciate il piacere di non far consumare il
matrimonio,
perché sarebbe come consumare questa mia povera
vita".
"E' una cosa da nulla per noi!", risposero gli animali in coro, "stai
contento
e aspettaci in questa capanna, che ora manderemo via lo sporco!".
Andati a corte,
scoprirono che
il re aveva fatto sposare la figlia con un gran signore tedesco, e la
sera
stessa si doveva consumare il matrimonio. Per questo gli animali,
entrati
agilmente nella camera degli sposi, aspettarono che venisse la sera,
quando,
finito il banchetto, vennero a letto, e siccome lo sposo si era
riempito
la pancia e aveva vuotato troppe bottiglie, appena si infilò
sotto
le lenzuola si addormentò come un ghiro.
Lo scarafaggio,
che
sentì
il russare dello sposo, salì piano piano lungo la gamba del
letto,
avanzò sotto la coperta e si infilò svelto svelto nel
didietro
dello sposo come una supposta, facendogli venir fuori tanta di quella
roba
che potè dire con il Petrarca:
d'amor trasse indi un
liquido
sottile.
La
sposa, che sentì lo
squacquerare
dell'intestino,
l'aura, l'odore, il
refrigerio
e l'ombra,
svegliò
il marito. Lui,
visto
con quale profumo aveva inondato il suo tesoro, si sentì morire
di vergogna e gonfiare di collera, poi alzatosi da letto si fece un
bagno
completo, e mandò a chiamare i medici, che diedero la colpa di
questa
disgrazia all'abbuffata della festa.
La sera dopo, essendosi
consigliato
con i suoi camerieri che gli avevano tutti suggerito di mettersi
diverse
paia di mutande imbottite bene, per evitare qualche altro
inconveniente
fece proprio così, e poi si mise a letto. Quando si fu
addormentato
ritornò lo scarafaggio per fargli il secondo scherzo, ma
trovando
quello sbarramento imprevisto sulla sua strada riscese sconsolato dai
suoi
compagni, ai quali raccontò che il posto era fortificato con un
muro di stoffa, un argine di pannolini e una trincea di mutande. Il
topo,
appena sentì questa cosa, disse: "Coraggio compagno! Vieni con
me
e vedrai se sono un guastatore capace di aprirti la strada!".
E, arrivato sul posto,
cominciò
a rosicchiare i panni, facendo i buchi uno in corrispondenza
dell'altro,
così entrò lo scarafaggio e gli fece un'altra energica
cura
contro la stitichezza, in modo che si formò nel letto un
laghetto
color topazio, con tanto profumo che si impestò l'intero
palazzo.
Per questo la sposa si svegliò con la nausea, e al lume della
lampada
vide l'alluvione che aveva trasformato le sue bianche lenzuola di
Fiandra
in un damascato giallo e marroncino; tappandosi il naso fuggì
nella
stanza delle cameriere, mentre il povero sposo, fatti venire i
camerieri,
si lasciò andare a una lunga lamentazione sulla sua disgrazia,
rammaricandosi
di aver cominciato con delle fondamenta così scivolose la gloria
del suo casato.
I suoi parenti lo consolarono,
consigliandolo però di stare attento alla terza notte,
raccontandogli
la storia del malato ventoso e del medico arguto. Mentre il medico lo
visitava
il malato si era lasciato scappare un peto, e il medico parlando in
latino
gli aveva detto: "Sanitatibus!". Poco dopo gli scappò il
secondo,
e il medico fece: "Ventositatibus!"; ma quando sparò il
terzo
il medico gridò: "Asinitatibus!". Così per lui, se del
primo
lavoro a mosaico fatto sul letto nuziale era stata trovata la causa
nell'abbuffata
del banchetto, del secondo in un malessere dello stomaco, del terzo
avrebbero
dato la colpa a una sua tendenza a farsela addosso, e sarebbe stato
cacciato
a puzzo e a vergogna. "Non dubitate," disse lo sposo, "perché
stanotte,
a costo di schiantare, voglio stare sempre in guardia, senza mai
lasciarmi vincere dal sonno; poi oltre a questo pensiamo a come si
potrebbe
bloccare l'uscita di dietro, perché di me non si dica:
tre volte cadde ed alla
terza
giacque!".
Con
questo accordo allora,
quando
venne la terza notte, cambiata camera e cambiato letto, lo sposo
riunì
i suoi compagni, volendo studiare un piano per chiudere il corpo
affinché
non gli facesse il terzo scherzo; riguardo allo stare sveglio, non lo
avrebbero
addormentato tutti i papaveri del mondo. Fra i suoi servi c'era un
giovane
che aveva imparato l'arte del bombardiere, e siccome ognuno ragiona
secondo il suo mestiere,
consigliò lo sposo di mettersi un tappo di
legno,
come si fa per i mortaretti. Fecero subito fabbricare questo tappo e
glielo
aggiustarono nel didietro, poi lo sposo si mise a letto, senza toccare
la sposa, per paura che facendo uno sforzo avrebbe rovinato
l'invenzione,
e restò a occhi aperti, pronto a balzare in piedi al primo
segnale
del suo corpo.
Lo scarafaggio, vedendo che lo
sposo non si addormentava mai, disse ai suoi compagni: "Ohimè!
questa
è la volta che ci dobbiamo arrendere e la nostra arte non
è
buona a nulla, perché il tedesco non dorme e non mi dà
modo
di continuare l'impresa!". "Aspetta," disse il grillo, "che ora ti
servo
io!", e cominciando a cantare dolcemente lo fece addormentare.
Visto questo, lo scarafaggio
corse
per trasformarsi in supposta, ma trovata serrata la porta e bloccata la
strada tornò confuso e disperato dai compagni, ai quali
raccontò
cosa aveva visto. Il topo, che non aveva altro scopo che servire e
accontentare
Cirao, partì immediatamente verso la dispensa, e annusando i
barattoli
uno dopo l'altro, quando trovò un vasetto di mostarda di senape
ci inzuppò la coda, poi corse al letto dal povero tedesco
e gliela strofinò più volte sotto al naso, finché
fece uno starnuto violento e sparò di colpo il tappo e, siccome
dava le spalle alla sposa, la colpì nel petto con tanta forza
che
per poco non l'ammazzava.
Agli
strilli di Nerina accorse
il re, e quando le chiese cos'era successo rispose che le avevano
sparato
un petardo in petto, riempiendo di meraviglia il re, che non capiva
come
con un petardo in petto lei potesse parlare. Allora alzò
le
coperte e le lenzuola e trovò che con una poltiglia maleodorante
era partito un tappo di legno, che aveva fatto un bel livido alla
sposa,
ma non si sa se le faceva più male il puzzo o la botta.
Il
re, vista questa porcheria e
avendo saputo che era il terzo scioglimento di matrimonio che lo sposo
aveva fatto, lo mandò via dal suo reame, e riflettendo che tutta
questa vergogna era venuta dopo la crudeltà con cui aveva
trattato
quel povero Cirao, si lamentava e si tirava botte in testa. Mentre
stava
piangendo, pentito di quello che aveva fatto, si fece avanti lo
scarafaggio,
e gli disse: "Non ti disperare, perché Cirao è vivo e per
le sue buone qualità merita di essere genero di tua
maestà,
e se ti fa piacere che venga, ora possiamo andare a chiamarlo". "Oh,
benvenuto
mio bell'animalino," disse il re, "mi porti una notizia che
merita
un premio! tu mi ridai la vita, mi levi da un mare di dispiaceri,
perché
mi si stringeva il cuore pensando a tutto il male fatto a quel povero
giovane!
E ora fatelo venire, perché voglio abbracciarlo come un figlio,
e dargli mia figlia in isposa!".
Sentito
questo, il grillo felice
andò saltellando alla capanna dove stava Cirao e, raccontandogli
tutto quello che era successo, lo portò al palazzo reale, dove
il
re gli andò incontro, lo abbracciò, e gli fece prendere
per
mano la principessa. I tre animali con un incantesimo
lo
trasformarono
in un meraviglioso giovane, e Nerina fu contenta come non aveva mai
sperato
di essere. Finalmente Cirao, dopo aver fatto venire anche suo padre,
che
ringiovanì di vent'anni vedendo la sua fortuna, sposò
Nerina
e regnò per sempre felice con lei, in pace e prosperità.
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