Un contadino 'gli aveva una vignarella e ci badava dimolto, perché 'gli era la su' sola ricchezza. Un giorno, zappa zappa, dà col ferro in un coso duro; lui si china giù e vede che ha zappato un bel mortaio. Piglia dunque con le mane questo mortaio e principia a stropicciarlo, sicché, doppo che lui l'ebbe pulito per bene dalla terra, s'accorge che era un mortaio tutto d'oro e tutto pieno di ficure; una maraviglia. Dice il contadino:
- Questo lo vo' portare al Re. Chi sa che bel regalo che lui mi farà in nel vedere questo mortaio!
Intanto va a casa, indove l'aspettava la su' figliola, di nome Caterina, e gli mette sotto gli occhi il mortaio:
- Guarda, Caterina, quel ch'i' ho trovo in nella vigna. Nun ti par egli una rarità? I' lo vo' regalare al nostro Re.
Dice la Caterina:
- 'Gli è bello, sì, nun si pole dire di no. Ma se vo' lo portate al Re, sapete voi quel che lui dirà? Dirà che nun è perfetto; che ci manca qualche cosa.
- Oh! che ci manch'egli dunque, buacciola? - berciò il contadino. Arrisponde la Caterina:
- Il Re dirà:

                    Il mortaio è grande e bello! Villanaccio, dov'è il pestello?

Scrama il contadino a quella 'nserenata:
- Va' via, allocca! Vol egli dire a codesto mo' il Re! Che ti credi che lui sia scemo come sie' te?
Insenza sentir altro il contadino piglia il mortaio in braccio e corre al palazzo del Re; e dapprima le guardie nun lo volevano far passare; ma poi lui disse che portava un regalo maraviglioso al Sovrano, e allora gli diedano il permesso di nentrar dientro e lo condussano alla presenzia di Sua Maestà. Dice:
- Sacra Corona, i' ho trovo in nella mi' vigna questo mortaio d'oro con delle belle ficure sopr'esso, e m'è parso che fussi degno soltanto di stare nel su' palazzo; e però deccoglielo qui, perché intendo di fargliene un regalo, se a lei gli garba d'accettarlo.
Il Re allora pigliò il mortaio con le su' mane e principiò a rigirarlo di qua e di là, e a sbirciarlo da tutte le parti.
- Bello! - dice lui. - Propio una meraviglia! Ma ci manca qualche cosa.
- Oh! che ci manch'egli? - scramò il contadino. Arrisponde il Re:

                    Il mortaio è grande e bello! Ma ci manca il su' pestello.

Del "villanaccio" nun gliene diede al contadino, siccome aveva detto la Caterina, perché il Re 'gli era una persona educata. A sentir codeste parole il contadino rimase lì a bocca aperta com'un luccio; poi dice:
- Eppure, sa ella, Maestà, me l'ha detto accosì anco la mi' figliola.
- Dunque vo' avete una figliola di talento? - addimandò il Re. E il contadino:
- Se la sia di talento nun istà a me a dirlo, che sono il su' babbo. Ma anco lei 'gli ha fatto la medesima accezione.
Dice il Re:
- Bene! I' vo' provare se la vostra figliola è una ragazza di giudizio. Questa 'gli è una libbra di lino. Che lei la fili e poi mi ci tessa cento braccia di tela. A quel comando il contadino fu tutto confuso; ma comando di Re, e nun c'era da opporsi: sicché lui piglia il lino e se ne va, lassando il mortaio al Re, che nun gli diede propio nulla di mancia. Figuratevi la gran passione di quello zappaterra! Arrivato il contadino dalla su' figliola a casa, lui gli raccontò quel che 'gli era accaduto, e che il Re aveva trovo che al mortaio ci mancava il pestello; poi, che lui voleva una tela di cento braccia dalla libbra di lino che gli mandava. Dice la Caterina:
- Vo' vi sgomentate di poco. Date qua.
 Piglia il lino e comincia a scoterlo. Si sa, nel lino ci son sempre delle teghe, anco se sia scardassato da un maestro; e però, in nello scoterlo cascorno per le terre tre teghe, ma piccine. Uh! mala cosa! si durava fatica a vederle. La Caterina le raccatta, e poi dice a su' padre:
- Tienete; arritornate subbito dal Re e ditegli da parte mia, che la tela i' gliela fo; ma siccome mi manca il telaio, che lui me lo faccia fare con queste tre teghe, e doppo lui sarà servito a su' volontà.
Il contadino dal Re nun ci voleva ritornare con quest'imbasciata; 'gli avea paura di qualche gran gastigo: ma la Caterina gliene disse tante, che lui finalmente si decise a contentarla. Al Re, in nel sentire quant'era furba la Caterina, gli vien la voglia di vederla. Dice:
- Brava, la vostra figliola! Me l'avete a mandare, perch'i' vo' parlare con seco e disaminarla sul su' talento. Ma badi bene: che la vienga alla mi' presenzia né digiuna né satolla, né 'gnuda né vestita, né di giorno né di notte, né a piedi né a cavallo. Se lei manca al mi' comandamento, pena la testa a tutti e due. Andate.
Il crepacore di quel povero contadino nun si pole raccontare; arrivò a casa che 'gli era più morto che vivo. Ma la su' figliola, che!
- Niente paura! - disse lei. - I' so quel che mi tocca a fare. Voi infrattanto trovatemi una rete grande da pescatori e stasera mettetemela in cammera.
Quand'ugni cosa fu ammannita, la Caterina si leva dal letto in camicia e si rinvolge in nella rete: poi scende giù in cucina, si coce un ovo a bere e lo 'ngolla: in nella stalla piglia una capra e gli appoggia un piedi in sulla stiena; e a male brighe il cielo cominciò a innalbare, sorte di casa e si avvia al palazzo del Re. Le guardie la presano per una matta e nun c'era versi che la volessano lassar passare; ma siccome lei gli disse, che lei ubbidiva al comandamento del Sovrano, allora gli apersano la porta e lei nentrò dientro. Il Re in nel vederla nun poteva fracchienersi dal ridere. Dice lei:
- Dunque, i' son qui secondo la su' volontà. Nè di giorno né di notte, perché a mala pena 'gli è bruzzolo; né digiuna né satolla, perché i' ho mangio soltanto un ovo a bere; per tutto il resto ci abbadi da sé, Maestà.
Scrama il Re:
- Brava la mi' Caterina! Tu sie' proprio la ragazza ch'i' cerco, e però ti sposo e ti farò Regina.
Di no lei nun glielo disse, e nemmanco il padre; sicché lo sposalizio lo conclusan doppo pochi giorni con feste e trionfi dappertutto il Regno. Passato del tempo, e il Re e la Regina vivevan contenti come pasque, in nella città ci fu una gran fiera; i contadini, che nun potiedano albergare al coperto, dormivan per le piazze insin sotto alle finestre del Re; quella fiera durava per du' giorni. Ora, e' successe un caso buffo, proprio da villani 'gnoranti. Statelo a sentire. Viene un contadino con una vacca pregna per venderla al mercato; ma nun trovò una stalla per mettercela dientro. L'oste gli disse, che per lui si poteva accomidare nel balco, e che la vacca la legassi per la capezza a un carro di un altro contadino e che era sotto il portico. In nella notte, eccoti, che la vacca partorisce un redo; sicché, quando il padrone della vacca fu sveglio, era tutto allegro e andette per menar via le su' bestie. Ma salta fori a un tratto il padrone del carro e comincia a sbergolare:
- La vacca, sta bene, 'gli è vostra; il redo però lassatelo pure, perché 'gli è mio.
- Come vostro, se l'ha figliato la mi' vacca?
- Eh! no,- gli arrepricò quell'altro. - La vacca 'gli era lega al carro, il carro 'gli è mio, e il redo 'gli è figliolo del carro.
E lì letica pure; e dalle parole a' fatti ci corse poco e fu un attimo: agguantano il puntello del carro, e giù botte da ciechi. Si radunò la gente a quel rumore, corsano gli sbirri e disseparorno que' due che si picchiavano, e gli portorno diviato al tribunale del Re. Quando i contadini furno lì a petto del Re, lui gli stiede a sentire un bel pezzo in tutte le su' ragioni, e finalmente sentenziò, che quel del carro era il padrone vero e legittimo del redo nato. Il contadino della vacca nun si poteva capacitare, che il Re avessi data una sentenzia tanto ingiusta; ma nun ci fu versi di rimutarla, perché il Re gli disse, che comandava lui, e che la su' parola era sacra per ugni persona, e che bisognava ubbidire.
Sicché quel poero disgraziato dovette nuscir di lì, e per la via si sbatteva la testa con le mane e se le ficcava dientro a' capelli. A quel modo confuso lo vedde l'oste e gli diede per consiglio di sentire il parere della Regina, ché forse lei un rimedio l'arebbe anco trovo. Difatto il contadino 'gli andette dalla Regina e con le lagrime agli occhi gli raccontò la su disgrazia.   Dice la Regina:
- Il mi' consiglio è questo. Andate in nel giardino reale; c'è un lago: provatevi a votarlo con una mestola bucata. Al passeggio il Re si fermerà a guardarvi, e poi lui vi domanderà, che mestieri vo' fate. Allora vo' gli avete a rispondere, che fate il mestieri di votare il lago con una mestola bucata, perché e' vi pare più facile di quel che un carro figli un redo.
Il contadino subbito diede retta alla Regina, e quando il Re in nel passare di lì e' lo vedde occupato a quel lavoro strano, gli disse:
- O galantomo! e qui che ci fate voi? Che mestieri 'gli è il vostro?
Risponde il contadino:
- I' vo' votare questo lago con questa mestola bucata. Dice il Re:
- Vo' mi parete matto! Sarebbe come s'i' volessi pienarmi il corpo mangiando la minestra di brodo e semmolino con la forchetta.
Dice il contadino:
- Sacra Maestà, pole anco darsi che lei 'gli abbia ragione. Eppure i' credo tavìa che sia più facile votare il lago con questa mestola e che lei si pieni il corpo pigliando il semmolino con una forchetta, di quel che un carro possa ma' figliare un redo.
Scrama il Re, che lo ricognobbe:
- Galantomo, questa nun è robba di tu' testa. Tu sie' stato a consiglio dalla Regina. Il contadino nun glielo innegò, e il Re rifece la sentenzia e gli rendette il redo; ma contro la Regina si scorruccì a bono. Diviato il Re andiede a trovare la Caterina. Dice:
- Tu ha' messo bocca ne' mi' interessi. Dunque, siccome degli entranti e de' metti-bocca nel mi' Regno i' nun ce ne voglio, torna subbito a casa di tu' pa'. Piglia nel palazzo la cosa che più ti garba, che tu ha' cara, e stasera ritorna a casa tua, al tu' mestieri di contadina.
Arrisponde la Caterina, tutt'umile:
- I' ubbidirò al su' comando. Ma pure i' richieggo per grazia, che almanco si ceni assieme per l'ultima volta, e poi me n'anderò a casa mia, come lei vole. - Accordato! - disse il Re.
Che ti fa quella furba della Caterina? Va in cucina e ordina a' cochi, che preparino della carne arrostita, del prosciutto, tutta robba da caricare la testa e far vienire di molta sete; e poi, che s'ammannisca la mensa col meglio aleatico delle cantine reali. A cena il Re mangiò tanto, che non ne poteva più; e la Caterina a versargli nel bicchieri bottiglie di aleatico; sicché il Re mezzo briaco bisognò che lo portassino a letto di peso e lì e' s'addormentò come un maiale. Quando la Caterina lo vedde appioppato per bene, che nemmanco le cannonate l'arebbano scommosso, lei lo fece mettere sur una poltrona e con delle stanghe e' volse che quattr'omini glielo menassero a casa di su' pa' e lo lassassero lì solo con lei.
Lei pure si spogliò e gli nentrò accanto in nel letto; ma lui nun si bucicò punto in tutta la notte e russava che pareva un mantrice. A giorno il Re si sveglia, e gli pareva di avere un letto dimolto duro sotto il corpo e delle lenzola rustiche. Apre gli occhi, guarda, e il tetto della cammera gli toccava quasimente la testa. Si scionna allora, e rivoltandosi vedde accanto a sé la Caterina:
- Ohé! nun t'avevo detto, che tu ritornassi a casa tua? Che lavoro è questo? Di chi è questa brutta cammera e questo lettuccio da poveri?
Dice la Caterina:
- L'ubbidienza, Maestà, i' l'ho fatta. Questa è la mi' casa e lei è nel mi' letto. Ma siccome i' potevo portar con meco la cosa che nel palazzo avessi più cara e fussi di mi' piacimento, e siccome la cosa che mi garba più 'gli è la su' persona, accosì i' ho volsuto che me lo menassero qui con meco. Il Re si mettiede a ridere a queste parole e abbracciò la Caterina; sicché feciano le paci e ritornorno al palazzo; addove, se son vivi sempre, ci saranno tavìa. Andate dunque a vedere.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

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TESTO
Gherardo Nerucci, Sessanta novelle popolari montalesi (Circondario di Pistoia); Firenze: Successori Le Monnier, 1880. Ristampa anastatica con introduzione e note di Roberto Fedi, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1977.
Testo online: http://www.archive.org/stream/sessantanovelle00nerugoog#page/n35/mode/2up; consultato il 29 settembre 2018.
Novella III. Raccontata dalla Luisa vedova Ginanni,
pp. 18-23.

Per una nota su Gherardo Nerucci, vedi, in questo sito, La regina Marmotta.


Posted 06.03.18
Ultima revisione: 29.09.18