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ADALINDA GASPARINI              PSICOANALISI E FAVOLE

LA GATTA FATATA LA GATTA FATATA
THE MAGIC CAT
ITALIANO PER BAMBINI  - 1996
ITALIANO VENETO LETTERARIO -1551-1553 INGLESE - 1894
C'era una volta, tanto tempo fa, nelle terre di Ripacandida, una povera donna di nome Soriana, che viveva di stenti con i suoi tre figli. Soriana un brutto giorno si ammalò e, quando sentì che era giunta la sua ora, chiamò i figli e lasciò loro le sole cose che aveva: al primo un catino per impastare il pane, al secondo un tagliere sul quale dava forma al pane, e a Fortunio, che era il più piccino, una gatta.
Dopo la morte della povera donna le vicine di casa, quando ne avevano bisogno, andavano a chiedere in prestito ai fratelli maggiori ora il catino, ora il tagliere, e facevano per loro una focaccia, con la quale si sfamavano. Ma quando Fortunio ne chiedeva un pezzettino, i suoi fratelli gli dicevano: "Va' dalla tua gatta, che te lo darà lei", e così lui aveva sempre fame.
La gatta, che era fatata, sentì compassione per Fortunio  e un giorno gli disse: "Padrone, non ti disperare, ci penso io, e avremo tutto quello che ci serve per vivere". Uscì di casa e andò in un campo, si distese facendo finta di dormire e quando le passò accanto una lepre l'acchiappò,  la mise nel suo carniere e  andò a bussare al palazzo del re: quando il re di Ripacandida seppe che c'era una gatta che gli voleva parlare, la fece entrare e le domandò cosa voleva. La gatta rispose "Messer Fortunio, mio padrone, ha preso questa lepre e te la manda in dono, maestà", e così dicendo aprì il carniere e gli mostrò la sua caccia. Il re gradì il dono e quando le chiese chi era questo Fortunio la  gatta rispose: "Il mio padrone è un giovane tanto buono, bello e vigoroso che nessuno può competere con lui". Allora il re fece i complimenti alla gatta, le diede bene da mangiare e  bene da bere, e quando lei si fu riempita la pancia, lesta lesta con la  zampina riempì il carniere di cose buone, mentre nessuno la  vedeva, poi salutò il re e portò tutto a Fortunio. I fratelli,  quando lo videro mangiare così bene gli chiesero dove aveva preso quelle squisitezze, e lui rispose: "Me le ha date la mia gatta", lasciandoli con un palmo di naso.
La gatta continuò per molto tempo a portare al re gli animali che cacciava, dicendo che glieli mandava il  suo padrone, così mangiava bene e riempiva il suo carniere di cose buone per Fortunio, finché un giorno si  stancò di tutta la fatica che doveva fare avanti e indietro, allora chiamò Fortunio e gli disse: "Padrone, se farai come ti dirò, presto diventerai ricchissimo". "E in che modo?", le chiese il giovane. La gatta rispose: "Vieni con me senza far tante domande, che io voglio proprio farti star bene".
Siccome Fortunio era pieno di rogna e di scabbia, la gatta prima di tutto lo leccò da capo a piedi e lo pettinò benissimo, così Fortunio diventò uno splendido giovane. Il giorno dopo lo portò al fiume vicino al palazzo del re, lo fece spogliare e gli disse di tuffarsi. Poi nascose i suoi vestiti rattoppati e cominciò a gridare con tutto il fiato che aveva: "Aiuto! Aiuto! accorrete!  Vogliono annegare messer Fortunio! Aiuto!". Il re sentì, e ricordandosi che quel messer Fortunio gli aveva mandato tante lepri, fagiani e pernici, ordinò ai suoi servitori di andare a salvarlo. Così tirarono fuori Fortunio dal fiume, gli diedero nuovi abiti da indossare, e lo portarono  dal re, che lo ricevette con molta cortesia e gli chiese chi lo aveva buttato nell'acqua. Il giovane stava in silenzio a testa bassa, ma la gatta, che era sempre accanto a lui, disse: "Il mio padrone è così addolorato che non può parlare, ma devi sapere  che alcuni furfanti hanno visto che aveva con sé uno scrigno di gioielli che voleva portarti in dono, maestà, e lo hanno assalito, derubato, spogliato di tutto; poi per ucciderlo lo hanno buttato nel fiume, ed è solo merito tuo se è ancora vivo". Guardando Fortunio il re lo trovò bello, forte e nobile di portamento, così decise di dargli in isposa sua figlia, la bella Lisetta, con una ricchissima dote. Si celebrarono le nozze con una grande festa, poi il re fece caricare dodici muli di oro, gioielli e  vesti  preziose, e dopo aver assegnato alla figlia dame di compagnia e cameriere, guardie  e servitori, l'affidò a messer Fortunio  perché la conducesse a  casa sua. Fortunio ora era  bello e aveva una sposa con una ricca dote, ma non sapeva proprio dove portarla, e lo disse alla sua gatta,  che gli rispose: "Non dubitare, padrone mio, provvederò io a tutto".
Quando l'allegra cavalcata partì, la gatta corse avanti svelta svelta, e si era allontanata un bel tratto dalla compagnia quando  incontrò dei cavalieri, ai quali disse: "Che fate qua disgraziati? Scappate subito, perché sta arrivando un drappello di armati, e vi sbaraglieranno! Eccoli che si avvicinano, sentite lo strepito dei cavalli che nitriscono?". I cavalieri impauriti le domandarono: "Che possiamo fare ora?", e la gatta rispose: "Fate così: se vi chiederanno di chi siete cavalieri, voi rispondete decisi: 'Di messer Fortunio!', e nessuno oserà toccarvi".
Poi la gatta corse ancora avanti, e avendo visto immense greggi di pecore e mandrie di vacche e di cavalli, disse ai pastori e  ai mandriani: "Poveri voi! Non sentite che si stanno avvicinando  innumerevoli armati, che tra poco vi uccideranno tutti?". I pastori e i mandriani s'impaurirono e dissero: "E come possiamo salvarci?", "Fate così," rispose la gatta, "quando vi chiederanno  di chi sono tutti questi animali voi rispondete sicuri: 'Di messer Fortunio', e nessuno oserà farvi del male".
Quelli che formavano il seguito della figlia del re di Ripacandida, procedendo lungo la via,  domandavano: "Di chi siete   voi cavalieri? di chi sono tutte queste greggi e questi begli armenti?", e tutti rispondevano in coro: "Di messer Fortunio!".
Allora gli chiesero: "Messer Fortunio, stiamo ora entrando nella vostra proprietà?", e lui faceva cenno di sì, e chinando il capo rispondeva sempre di sì, così tutti ammirati dissero fra loro che messer Fortunio era proprio un gran signore.
Intanto la gatta era arrivata a uno splendido castello, quasi disabitato, e disse: "Che fate buona gente? Non vi accorgete della sventura che sta per colpirvi?". "Che cosa?" domandarono gli abitanti del castello, e la gatta rispose: "Prima che un'ora sia trascorsa, arriveranno molti soldati e vi faranno a pezzettini.  Non sentite il nitrito dei cavalli? Non vedete la nuvola di polvere che si solleva al loro passare? Se non volete morire,  seguite il mio consiglio, e sarete tutti salvi.   Appena qualcuno vi chiederà: 'Di chi è questo castello?', senza esitare rispondete: 'Di messer Fortunio'".
Quando la bella cavalcata giunse al castello, qualcuno domandò ai guardiani di chi era, e quelli a gran voce risposero: "Di messer Fortunio!", così il corteo entrò e si sistemarono tutti molto comodamente.
Bisogna sapere che il padrone di quel castello e di tutte le terre che lo circondavano era un vecchio signore, che da qualche tempo se ne era allontanato con il suo seguito per andare chissà dove, ma non aveva ancora fatto ritorno, e forse gli era successa qualche misteriosa disgrazia, perché non se ne seppe più nulla.  Così Fortunio rimase padrone di tutte quelle ricchezze e al momento giusto salì al trono di Ripacandida, vivendo a lungo felice con la sua sposa Lisetta e con molti discendenti.
Trovavasi in Boemia una donna, Soriana per nome chiamata; ed era poverissima, e aveva tre figliuoli, l’uno di quali dicevasi Dusolino, l’altro Tesifone, il terzo Costantino Fortunato. Costei altro non aveva al mondo che di sostanzia fosse, se non tre cose: cioè uno albuolo, nel quale le donne impastano il pane, una panara, sopra la quale fanno il pane, e una gatta. Soriana, già carica d’anni, venendo a morte, fece l’ultimo suo testamento, e a Dusolino suo figliuolo maggiore lasciò l’albolo, a Tesifone la panara e a Costantino la gatta.
Morta e sepolta la madre, le vicine per loro bisogna quando l’albuolo quando la panara ad imprestido chiedevano, e perché sapevano loro esser poverissimi, gli facevano una focaccia, la quale Dusolino e Tesifone mangiavano, lasciando da parte Costantino minor fratello. E se Costantino gli addimandava cosa alcuna, li rispondevano ch’egli andasse dalla sua gatta, che gliene darebbe. Per il che il povero Costantino colla sua gatta assai pativa. La gatta, che era fatata, mossa a compassione di Costantino e adirata contra i duo fratelli che sí crudelmente lo trattavano, disse:
– Costantino, non ti contristare; perciò che io provederò al tuo e al viver mio —.
E uscita di casa, se n’andò alla campagna; e fingendo dormire, prese un lepore, che a canto le venne, e l’uccise. Indi andata al palazzo regale e veduti alcuni corteggiani, dissegli voler parlare col re; il qual, inteso che era una gatta che parlar gli voleva, fecela venire alla presenza sua e addimandatala che cosa richiedesse, rispose che Costantino suo patrone gli mandava donare un lepore che preso aveva; e appresentòlo al re. Il re, accettato il dono, l’addimandò chi era questo Costantino. Rispose la gatta, lui esser uomo che di bontà, di bellezza e di potere non aveva superiore. Onde il re le fece assai accoglienze, dandole ben da mangiare e ben da bere. La gatta, quando fu ben satolla, con la sua zampetta con bel modo, non essendo d’alcuno veduta, empía la sua bisciaccia che da lato aveva d’alcuna buona vivanda; e tolta licenzia dal re, a Costantino portòle.
I fratelli, vedendo i cibi di quai Costantino trionfava, li chiesero che con loro i participasse, ma egli rendendogli il contracambio, li denegava. Per il che tra loro nacque una ardente invidia che di continovo rodeva loro il core.
Costantino, quantunque fusse bello di faccia, nondimeno per lo patire che aveva fatto era pieno di rogna e di tigna che li davano grandissima molestia. E andatosene con la sua gatta al fiume, fu da quella da capo a piedi diligentemente leccato e pettinato, e in pochi giorni rimase del tutto liberato.
La gatta, come dicemmo di sopra, molto continoava con presenti il palazzo regale, e in tal guisa sostentava il suo patrone. E perché oramai rincresceva alla gatta andar tanto su e giú, e dubitava di venir in fastidio alli corteggiani del re, disse al patrone:
– Signor, se tu vuoi far quanto ti ordinerò, in breve tempo farotti ricco.
– E in che modo? – disse il patrone.
Rispose la gatta:
– Vieni meco e non cercar altro, che sono io al tutto disposta di arricchirti —.
E andatisi insieme al fiume, nel luoco ch’era vicino al palazzo regale, la gatta spogliò il patrone e di commun concordio lo gettò nel fiume; dopo si mise ad alta voce gridare:
– Aiuto, aiuto, correte, correte, che messer Costantino s’annega —.
Il che sentendo il re e considerando che molte volte l’aveva appresentato, subito mandò le sue genti ad aiutarlo. Uscito di acqua messer Costantino e vestito di buonipanni, fu menato dinanzi al re, il quale lo ricevette con grandi accoglienze; e addimandatolo per qual causa era stato gettato nel fiume, non poteva per dolor rispondere, ma la gatta, che sempre gli stava da presso, disse:
– Sappi, o re, che alcuni ladroni avevano per spia il mio patrone esser carico di gioie per venire a donarle a te, e del tutto lo spogliorono, e credendo dargli morte, nel fiume lo gettorono, e per mercé di questi gentiluomini fu da morte campato –.
Il che intendendo, il re ordinò che fusse ben governato e atteso. E vedendolo bello e sapendo lui esser ricco, deliberò di dargli Elisetta sua figliuola per moglie e dotarla di oro, di gemme e di bellissime vestimenta. Fatte le nozze e compiuti e’ triunfi, il re fece caricare dieci mulli d’oro e cinque di onoratissime vestimenta e a casa del marito da molta gente accompagnata, la mandò. Costantino, vedendosi tanto onorato e ricco divenuto, non sapeva dove la moglie condure e fece consiglio con la sua gatta, la quale disse:
– Non dubitar, patrone mio, che ad ogni cosa faremo buona provisione —.
Cavalcando ognuno allegramente, la gatta con molta fretta caminò avanti, ed essendo dalla compagnia molto allontanata, s’incontrò in alcuni  cavallieri, a’ quali ella disse:
– Che fate quivi, o poveri uomini? partitevi presto ché una gran cavalcata di gente viene e farà di voi ripresaglia; ecco che l’è qui vicina; udite il strepito delli nitrenti cavalli! –
I cavallieri spauriti dissero:
– Che deggiamo adunque far noi? –
Ai quali la gatta rispose:
– Farete a questo modo. Se voi sarete addimandati di cui sete cavallieri, rispondete animosamente: di messer Costantino; e non sarete molestati —.
E andatasi la gatta piú innanzi, trovò grandissima copia di pecore e armenti e con li lor patroni fece il somigliante; e a quanti per strada trovava, il simile diceva.
Le genti che Elisetta accompagnavano addimandavano:
– Di chi siete cavallieri, e di chi sono tanti bei armenti? –
E tutti ad una voce rispondevano:
– Di messer Costantino —.
Dicevano quelli che accompagnavano la sposa:
– Adunque, messer Costantino, noi cominciamo sopra il tener vostro entrare?–
Ed egli col capo affermava di sí. E parimenti d’ogni cosa ch’era addimandato, rispondeva di sí. E per questo la compagnia gran ricco lo giudicava.
Giunta la gatta ad uno bellissimo castello, trovò quello con poca brigata; e disse:
– Che fate, uomini da bene? non vi accorgete della roina che vi viene adosso?
– E che? – disseno e’ castellani.
– Non passerà un’ora, che verrano qua molti soldati e vi taglieranno a pezzi. Non udite i cavalli che nitriscono? non vedete la polve in aria? e se non volete perire, tollete il mio consiglio, ché tutti sarete salvi. S’alcuno v’addimanda di chi è questo castello, diteli: di messer Costantino Fortunato —; e cosí fecero.
Aggiunta la nobil compagnia al bel castello, addimandò i guardiani di cui era, e tutti animosamente risposero:
– Di messer Costantino Fortunato —.
Ed entrati dentro onorevolmente alloggiarono. Era di quel luogo castellano il signor Valentino, valoroso soldato, il quale poco avanti era uscito dal castello per condurre a casa la moglie che novamente aveva presa, e per sua sciagura, prima ch’aggiungesse al luogo della diletta moglie, gli sopraggiunse per strada un subito e miserabile accidente, per lo quale immantinenti se ne morí. E Costantino Fortunato del castello rimase signore. Non passò gran spazio di tempo che Morando, re di Boemia, morí e il popolo gridò per suo re Costantino Fortunato per esser marito di Elisetta figliuola del morto re, a cui per debito di successione aspettava il reame. E a questo modo Costantino di povero e mendico, signore e re rimase, e con la sua Elisetta gran tempo visse, lasciando di lei figliuoli successori nel regno.

There was once upon a time in Bohemia a woman, Soriana by name, who lived in great poverty with her three sons, of whom one was called Dusolino, and another Tesifone, and the third Costantino Fortunato. Soriana had nought of any value in the way of household goods save three things, and these were a kneading trough of the kind women use in the making of bread, a board such as is used in the preparation of pastry, and a cat. Soriana, being now borne down with a very heavy burden of years, saw that death was approaching her, and on this account made her last testament, leaving to Dusolino, her eldest son, the kneading trough, to Tesifone the paste board, and to Costantino the cat. When the mother was dead and duly buried, the neighbours round about would borrow now the kneading trough and now the paste board, as they might happen to want them, and as they knew that the young men were very poor, they gave them by way of repayment a cake, which Dusolino and Tesifone ate by them selves, giving nothing of it to Costantino, the youngest brother. And if Costantino chanced to ask them to give him aught they would make answer by bidding him to go to his cat, who would without fail let him have what he wanted, and on this account poor Costantino and his cat underwent much suffering. Now it chanced that this cat of Costantino's was a fairy in disguise, and the cat, feeling much compassion for him and anger at his two brothers on account of their cruel treatment of him, one day said to him, 'Costantino, do not be cast down, for I will provide for your well-being and sustenance, and for my own as well.' Whereupon the cat sallied forth from the house and went into the fields, where it lay down and feigned to be asleep so cleverly that an unsuspecting leveret came close up to where it was lying, and was forthwith seized and killed.
Then, carrying the leveret, the cat went to the king's palace, and having met some of the courtiers who were standing about it, said that it wanted to speak to the king. When the king heard that a cat had begged an audience with him, he bade them bring it into his presence, and, having asked it what its business was, the cat replied that Costantino, its master, had sent a leveret as a present to the king, and begged his gracious acceptance of the same. And with these words it presented the leveret to the king, who was pleased to accept it, asking at the same time who this Costantino might be. The cat replied that he was a young man who for virtue and good looks had no superior, and the king, on hearing this report, gave the cat a kindly welcome, and ordered them to set before it meat and drink of the best. The cat, when it had eaten and drunk enough, dexterously filled the bag in which it had brought the leveret with all sorts of good provender no one was looking that way, and having taken leave of the king, carried the spoil back to Costantino.
The two brothers, when they saw Costantino making good cheer over the victuals, asked him to let them have a share, but he paid them back in their own coin, and refused to give them a morsel, wherefore on this account the brothers hereafter were tormented with gnawing envy of Costantino's good for tune. Now Costantino, though he was a good-looking youth, had suffered so much privation and distress that his face was rough and covered with blotches, which caused him much discomfort; so the cat having taken him one day down to the river, washed him and licked him carefully with its tongue from head to foot, and tended him so well that in a few days he was quite freed from his ailment. The cat still went on carrying presents to the royal palace in the fashion already described, and by these means got a living for Costantino.
But after a time the cat began to find these journeyings to and from the palace somewhat irksome, and it feared more over that the king's courtiers might be come impatient thereanent; so it said to Costantino, 'My master, if you will only do what I shall tell you, in a short time you will find yourself a rich man.' 'And how will you manage this?' said Costantino. Then the cat answered, 'Come with me, and do not trouble yourself about anything, for I have a plan for making a rich man of you which cannot fail.' Whereupon the Cat and Costantino betook themselves to a spot on the bank of the river which was hard by the king's palace, and forthwith the cat bade its master to strip off all his clothes and to throw himself into the river. Then it began to cry and shout in a loud voice, 'Help, help, run, run, for Messer Costantino is drowning!' It happened that the king heard what the cat was crying out, and bearing in mind what great benefits he had received from Costantino, he immediately sent some of his house hold to the rescue. When Costantino had been dragged out of the water and dressed by the attendants in seemly garments, he was led into the presence of the king, who gave him a hearty welcome, and inquired of him how it was that he found himself in the water; but Costantino, on account of his agitation, knew not what reply to make; so the cat, who always kept at his elbow, answered in his stead, 'You must know, O king! that some robbers, who had learned by the agency of a spy that my master was taking a great store of jewels to offer them to you as a present, laid wait for him and robbed him of his treasure, and then, wishing to murder him, they threw him into the river, but by the aid of these gentlemen he has escaped death.' The king, when he heard this, gave orders that Costantino should enjoy the best of treatment, and seeing that he was well made and handsome, and believing him to be very rich, he made up his mind to give him his daughter Elisetta to wife, and to endow her with a rich dowry of gold and jewels and sumptuous raiment.
When the nuptial ceremonies were completed and the festivities at an end, the king bade them load ten mules with gold and five with the richest garments, and sent the bride, accompanied by a great concourse of people, to her husband's house. Costantino, when he saw himself so highly honoured and loaded with riches, was in sore perplexity as to where he should carry his bride, and took counsel with the cat thereanent. Said the cat: 'Be not troubled over this business, my master; we will provide for everything.' So as they were all 'riding on merrily together the cat left the others and rode on rapidly in advance, and after it had left the company a long way behind, it came upon certain cavaliers whom it thus addressed: 'Alas! you poor fellows, what are you doing there? Get hence as quickly as you can, for a great body of armed men is coming along this road and will surely attack and despoil you. See, they are now quite near; listen to the noise of the neighing horses.' Whereupon the horsemen, overcome with fear, said to the cat: 'What then shall we do?' and the cat made answer: 'It will be best for you to act in this wise. If they should question you as to whose men you are, you must answer boldly that you serve Messer Costantino, and then no one will molest you.' Then the cat left them, and, having ridden on still farther, came upon great flocks of sheep and herds of cattle, and it told the same story and gave the same counsel to the shepherds and drovers who had charge of these. Then going on still farther it spake in the same terms to whomsoever it chanced to meet.
As the cavalcade of the princess passed on, the gentlemen who were accompanying her asked of the horsemen whom they met the name of their lord, and of the herdsmen who might be the owner of all these sheep and oxen, and the answer given by all was that they served Messer Costantino. Then the gentle men of the escort said to the bridegroom: 'So, Messer Costantino, it appears we are now entering your dominions?' and Costantino nodded his head in token of assent, and in like manner he made answer to all their interrogations, so that all the company on this account judged him to be enormously rich. In the meantime the cat had ridden on and had come to a fair and stately castle, which was guarded by a very weak garrison, and these defenders the cat addressed in the following words: 'My good men, what is it you do? Surely you must be aware of the ruin which is about to overwhelm you.' 'What is the ruin you speak of?' demanded the guards. 'Why, before another hour shall have gone by,' replied the cat, 'your place will be beleaguered by a great company of soldiers, who will cut you in pieces. Do you not already hear the neighing of the horses and see the dust in the air? Wherefore, unless you are minded to perish, take heed to my advice, which will bring you safely out of all danger. For if anyone shall demand of you whose this castle is, say that it belongs to Messer Costantino Fortunato.' And when the time came the guards gave answer as the cat had directed; for when the noble escort of the bride had arrived at the stately castle, and certain gentlemen had inquired of the guards the name of the lord of the castle, they were answered that it was Messer Costantino Fortunato; and when the whole company had entered the castle they were honourably lodged therein.
Now the lord of this castle was a certain Signor Valentino, a very brave soldier, who only a few days ago had left his castle to bring back thereto the wife he had recently espoused, but as ill- fortune would have it, there happened to him on the road, somewhile before he came to the place where his beloved wife was abiding, an unhappy and un foreseen accident by which he straightway met his death. So Costantino Fortunato retained the lordship of Valentino's castle. Not long after this Morando, King of Bohemia, died, and the people by acclamation chose Costantino Fortunato for their king, seeing that he had espoused Elisetta, the late king's daughter, to whom by right the succession to the kingdom belonged. And by these means Costantino rose from an estate of poverty or even beggary to be a powerful king, and lived long with Elisetta his wife, leaving children by her to be the heirs of his kingdom.



– Aiuto, aiuto, correte, correte, che messer Costantino s’annega...


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TESTO
Giovan Francesco Straparola, Le piacevoli notti. A cura di Donato Pirovano. Roma: Salerno Editrice, 2000. 2 Tomi. Notte undicesima, Favola I. Tomo II, pp. 668-674.

Vedi anche, online: Le piacevoli notti, a cura Giuseppe Rua. Bari: Gius. Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, 1927; http://www.intratext.com/IXT/ITA2969/_INDEX.HTM; consultato il 19 aprile 2013.
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TRADUZIONE ITALIANA
© Adalinda Gasparini 1996, da Giovan Francesco Straparola (1554–1557) Le piacevoli notti. Notte undecima, favola I.

Per una versione italiana contemporanea, vedi in
Fabulando. Carta fiabesca della successione, la fiaba in formato e-book, che comprende inoltre l'e-kamishibai della fiaba, un filmato della fiaba su youtube, e la storia della storia dal XVI secolo a oggi, narrata dalla Gatta: http://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Gatta-stivali/Gatta-stivali-IT.html.
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TRADUZIONE INGLESE
The Facetious Nights of Straparola. Translated by W. G. Waters; illustrated by E. R. Hughes A.R. W.S. London: Lawrence and Bullen 1894. http://www.surlalunefairytales.com/facetiousnights/night11_fable1.html; last access: 19 April 2013.
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ANIMAZIONE SU YOUTUBE
La gatta con gli stivali, © Fairitaly ONLUS Firenze 2014
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ALTRE VERSIONI
Vedi questa fiaba anche in VENETO. Fiabe antiche e popolari d'Italia, testi originali con traduzione a fronte a cura di Adalinda Gasparini e Claudia Chellini. Forlì: Foschi Editore 2018. Pp. 20-33. https://www.libreriauniversitaria.it/veneto-fiabe-antiche-popolari-italia/libro/9788833200163; ultimo accesso 18 ottobre 2018
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IMMAGINE Walter Crane, The Marquis Of Carabas: His Picture Book. London: Routledge 1874; http://www.surlalunefairytales.com/illustrations/pussboots/craneboots.html ultimo accesso: 19 aprile 2013.

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NOTE


Una povera donna di nome Soriana... Questa è la prima versione stampata della favola che è nota nella versione di Perrault. La gatta lasciata in eredità dalla madre Soriana diventa nel Cunto de li cunti una gatta lasciata in eredità dal padre (Cagliuso, Trattenemiento quarto de la iornata secunna, http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_6/t133.pdf) per poi diventare un gatto lasciato in eredità dal padre.
Un caso di transgenderismo nel mondo delle fiabe, o un'espropriazione di magia femminile da parte del maschile?
La suggestione della gatta che linge, che rende bello con la lingua il padrone-figlio è già perduta in Basile, ed è impensabile in Perrault. La gatta soccorre al posto della madre morta, che l'ha lasciata al figlio: osserviamo che il nome della madre è Soriana. Tra la fiaba di Straparola e quella di Perrault, ma già con quella di Basile, il corpo materno è rimosso con il particolare di quel corpo a corpo - della gatta di Soriana sulla pelle del figlio minore - che lo rende talmente bello da essere desiderato dalla figlia del re. Si perde così il senso della predilezione materna, che ha messo al mondo il figlio, e che lo fa 'rinascere' bello e fortunato come gatta. Questo prepara l'azione decisiva per Costantino Fortunato, Cagliuso in Basile, che nella nostra versione italiana abbiamo chiamato Fortunio.

Straparola racconta la storia di una madre che lascia una gatta al figlio minore, Basile, ispirandosi a questa storia, racconta di un padre che lascia una gatta al figlio minore e la gatta secentesca fa la sua fortuna come la gatta cinquecentesca. Perrault alla fine del XVII secolo racconta di un padre che lascia un gatto al figlio minore, e il gatto francese fa la fortuna del suo povero padrone come le due gatte italiane che lo hanno preceduto. Cambiando di genere avrà più fortuna, diventando più famoso di loro, quasi dimenticate. Però solo la gatta cinquecentesca di questa pagina sa lingere il suo padrone, compiendo una magia cosmetica che esalta la complicità fra essere umano e animale, e rimanda sia alla venerazione di cui il gatto era oggetto presso gli antichi egizi, sia al suo legame col femminile, a causa del quale tanti gatti e gatte, specialmente neri, sono stati bruciati con le loro padrone sui roghi dalla Santa Inquisizione. Per nostra fortuna molte gatte e gatti neri sono sopravvissuti, docili e fieri, agili ede eleganti, come le loro cugine più grandi, le pantere nere.
Vedi anche, in Fabulando. Carta fiabesca della successione, La Gatta racconta la storia della sua storia (http://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Gatta-stivali/st/mobile/index.html).


Albuolo
significa recipiente, catino, e deriva, come alberello, albarello, dal latino alvus, diminutivo alveolus, che significa cosa cava


panara
Ampia tavola di legno - tagliere - sulla quale si rovesciava la polenta, o pala per informare il pane, o, ancora, cesta per contenere il pane, o anche madia.



Ultimo aggiornamento: 1° dicembre 2011