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ADALINDA GASPARINI              PSICOANALISI E FAVOLE
LEGGERE E RILEGGERE IL DECAMERON IN TEMPO DI GUERRA, PANDEMIA E CRISI CLIMATICA
GIORNATA DECIMA

NELLA QUALE,
SOTTO IL REGGIMENTO DI PANFILO, SI RAGIONA DI CHI LIBERAMENTE O VERO MAGNIFICAMENTE
ALCUNA COSA OPERASSE INTORNO A' FATTI D'AMORE O D'ALTRA COSA


Novella.prima Novella.seconda
Novella.terza
Novella.quarta Novella.quinta
Novella.sesta
Novella.settima
Novella.ottava
Novella.nona
Novella.decima
Neifile
Elissa
Filostrato
Lauretta
Emilia
Fiammetta Pampinea
Filomena
Panfilo re Dioneo
Ruggeri de' Figiovanni e il generoso
re di Spagna
Ghino di Tacco
e lo stomaco dell'abate
di Clignì
Natan il
generoso cura l'invidia di
Mitridanes
Gentile e la sua
Catalina amata sepolta viva e risvegliata
Il giardino fiorito d'inverno
per amore e negromanzia
 Il vecchio re
ama le gemelle quindicenni e le fa sposare
La canzone di Lisa malata
conquista
il re amato
Un'amicizia da
Mille e una notte fra

Roma e Atene
Il Saladino, il munifico
mercante e il letto volante
La camicia
dell'indomabile
Griselda

Re cristiano
Brigante
Re orientale
Nobile
Nobile
Re cristiano
Re cristiano
Nobili antichi
Re orientale
donna villana

Convien nella moltitudine delle cose, diverse qualità di cose trovarsi. Niun campo fu mai sì ben coltivato, che in esso o ortica o triboli o alcun pruno non si trovasse  mescolato tra le erbe migliori.


Secondo F.P. Botti (cit., che qui cita Luciano Rossi, p. 85), la decima giornata conferma l'apertura spregiudicata di tutto il Decameron, mostrando come la nobiltà eroica alla quale subentra la classe mercantile produca effetti minimi rispetto alla grandezza dei gesti. Ma le conclusioni di Dioneo parlano di un "...movimento interminabile del testo, di una strategia compositiva riluttante ad ogni assestamento troppo perentorio dei suoi significati. E dunque l'impertinenza di Dioneo viene a sancire implicitamente il destino stesso della  forma novella, ricordandoci che “la novella è il genere letterario fondato sulla coscienza che “le cose di questo mondo non hanno stabilità, ma sono sempre in mutamento, e […] propria del suo statuto è l'apertura al possibilismo, alla problematicità, alla varietà della casistica, alla mutevolezza degli eventi. E in questa prospettiva, allora, la sequenza delle cento novelle si chiude nell'esitazione di una possibile riapertura”.

F.P. Botti, cit: Qui, d'altronde, quella distanza oggettiva, inerente alla storicità della forma del Decameron di cui parlavamo or ora viene a trovarsi in un certo senso raddoppiata e complicata, giacché è lo stesso Boccaccio, come osservava già Salvatore Battaglia, a "valersi d'una strategica distanza storico-sociale (e, di conseguenza, umana e psicologica) per fare accettare" lo studioso si riferisce alla X 8, "una vicenda che egli sentiva anacronistica e abnorme", cioè, in generale, ad ambientare gli eccessi della virtù in ambienti temporali e culturali in cui risultino il più possibile verosimili. Ma si tratta, appunto, di una "distanza storico-sociale" non ironica; che, anzi, obbedisce all'intento di collocare in una dimensione favolosa, leggendaria gli emblemi di una condizione umana ormai d'altri tempi (o magari d'altri luoghi), di una magnanimità, come abbiamo detto, in "essilio perpetuo rilegata" dalla degradazione di un presente in cui domina l'idolo dell' "utilità": un'esperienza abnorme, in fondo, anche quando incompatibile con la (per così dire)  modernità municipale e mercantile della sua Toscana.
[Così la fontana al centro del locus amoenus descritto nell'Introduzione alla IV giornata, fa girare due mulini]
Sta in questo, d'altronde, la grandezza storica del capolavoro di Boccaccio, la classicità di un testo che riesce a captare e tradurre fin nelle fibre della sua costituzione figurale, nei suoi congegni costruttivi, nelle stesse pulsazioni della scrittura l'avvento cruciale di una nuova epoca, l'alba della civiltà borghese.

La virtù impura è la stessa di Freud, che ci affida tutto quel che ha trovato insieme a quel che non ha trovato: eredità non narcisistica perché non tutto (Focchi: Manca sempre una cosa), che permette quindi di immaginare una strada che non sia già stata immaginata dal genitore. Così ogni attante fiabesco disegna con se stesso come pennello un percorso imprevisto, riunendo l'imprevidente Epimeteo e il previdente Prometeo. Non che gli dei non potrebbero decidere in concilio di donare il fuoco agli uomini, è che gli uomini l'ottengono come furto, figli della rottura di un tabù, nella Bibbia come nella Teogonia. Le gerarchie, e il sadomasochismo che le sostiene, affermano la purezza, nella realtà è l'impuro che s'impone, escludendo dalla realtà stessa chi resta fedele alla purezza, in manicomio o in carcere o nella malattia o nell'insignificanza.
click di seguito sui titoli delle novelle per leggerle online (wikisource)

GIORNATA DECIMA NOVELLA PRIMA
Neifile racconta
Un cavaliere serve al re di Spagna; pargli male esser guiderdonato, per che il re con esperienza certissima
gli mostra non esser colpa di lui ma della sua malvagia fortuna, altamente donandogli poi.


MAGNANIMITÀ DEL RE DI SPAGNA

Non avendo ricevuto castelli e terreni, Ruggeri torna a casa scontento, e siccome il rÌe viene a saperlo, lo fa richiamare e gli mostra come il diverso trattamento ricevuto sia dovuto alla sua sfortuna. Gli spiega inoltre che siccome non sarebbe rimasto in Spagna, non era opportuno donargli terre o castelli. E infine il cavaliere sceglie fra due scrigni quello privo di valore, e mostrandogli come possa essere stato sfortunato, il re gli regala quello pieno di gioielli.



GIORNATA DECIMA NOVELLA SECONDA
Elissa racconta
 Ghino di Tacco piglia l’abate di Cligni e medicalo del male dello stomaco, e poi il lascia; il quale, tornato in corte di Roma,
lui riconcilia con Bonifazio papa, e fállo friere dello Spedale.

MAGNANIMO COMPORTAMENTO DI GHINO DI TACCO E DELL'ABATE DI CLIGNÌ

L'abate guarisce del suo disturbo allo stomaco grazie alla dieta povera di Ghino, che poi è generoso con lui e il suo seguito. L'abate chiede e ottiene il perdono per Ghino di Tacco.

Ghino di Tacco si firmava Bettino Craxi. Eugenio Scalfari che aveva chiamato Giuliano Amato 'dottor Sottile' nel 1986, da direttore di Repubblica trovò come soprannome per Craxi 'Ghino di Tacco'.


GIORNATA DECIMA NOVELLA TERZA
Filostrato racconta
Mitridanes, invidioso della cortesia di Natan, andando per ucciderlo, senza conoscerlo capita a lui, e da lui stesso informato del modo,
il truova in un boschetto come ordinato avea; il quale riconoscendolo si vergogna, e suo amico diviene.

GENEROSITÀ REGALE

Natan, figlio di David e Betsabea, personaggio dell'Antico Testamento non è il protagonista di questa novella. Si tratta invece di Nathan o Natan, re orientale, protagonista di una storia della tradizione orientale, arabo-persiana.
L'ambientazione orientale tollera bene l'intercambiabilità fra Paesi islamici, India e Cina, come accade anche secoli dopo in Petis de la Croix (Turandot, nei Milles et un jour) e in Galland (Aladino, nelle Mille et une nuits) tra la fine del XVII e l'inizio del XVIII secolo. La storia raccontata da Boccaccio è  la stessa raccontata da Amir Khusrow (1253-1325), Storia dei quattro dervisci, e se è impossibile negare che Boccaccio rinarri questa storia, non è detto che sia venuto in contatto - a Napoli, nella biblioteca di Roberto d'Angiò - con l'opera di Amir Khusrow anziché con testi precedenti.
Un re dell'Iran chiese e ottenne da un derviscio che gli raccontasse una storia, e il derviscio raccontò di un re che aveva mosso guerra a un re magicamente generoso, Hatim Tai, che gli lascia il regno senza combattere per salvare la vita al suo popolo, ritirandosi in meditazione. Siccome il nuovo re sentiva dire che aveva vinto solo grazie alla generosità di Hatim Tai, decise che doveva catturarlo e ucciderlo, altrimenti i suoi sudditi sarebbero sempre stati devoti a lui. Accade che un povero boscaiolo pensò di catturare Hatim Tai e ottenere una lauta ricompensa per la sua famiglia, ma decise di non farlo: allora Hatim Tai si consegnò ad altra gente e venne portato dal re che aveva preso il suo posto, al quale disse che il boscaiolo l'aveva catturato e meritava la ricompensa. A quel punto il boscaiolo raccontò la vera storia, e il re usurpatore restituì il suo trono ad Hatim Tai e torna nel suo paese. Il re dell'Iran decise allora di superare Hatim Tai e cominciò a distribuire monete d'oro ogni giorno a tutti quelli che si presentavano a chiedergli l'elemosina, ma un giorno rimproverò un derviscio:

“Miserabile ingrato! Non dici neanche grazie! Non mi mostri nessun segno di stima; non sorridi, non ti inchini, e ogni giorno ritorni! Quanto tempo durerà ancora? Ti stai forse arricchendo a spese della mia bontà, oppure presti quest’oro con gli interessi? In verità, il tuo comportamento è indegno di un uomo che indossa il venerabile mantello a toppe!”.
Non appena ebbe pronunciato queste parole, il derviscio gettò a terra le quaranta monete d’oro che aveva ricevuto e disse al re: “Sappiate, o re dell’Iran, che la generosità non può esistere se non è preceduta da tre cose: la prima è dare senza provare il sentimento di essere generosi; la seconda è la pazienza; la terza, l’assenza di sospetti”.

Ma il re non imparò mai. Ai suoi occhi, la generosità era legata a ciò che la gente avrebbe pensato di lui e a ciò che egli provava nel sentirsi ‘generoso’.
(Da La storia dei quattro dervisci, Testo disponibile online, vedi bibliografia)

Il lieto fine della novella rispecchia il cambiamento catastrofico o miracoloso del re che aveva sfidato Hatim Tai, lo stesso personaggio di Natan, e non l'incapacità del re dell'Iran. Pensando a questa fonte di Boccaccio, mi chiedo come si possa interpretare la X 3 nei termini del passaggio dal medioevo feudale al tempo dei mercanti e dei banchieri, ovvero in termini marxisti. I riferimenti della X giornata a contesti lontanissimi dal presente dell'Onesta brigata dicono piuttosto l'opposto, vale a dire che la sublime generosità o l'abnegazione esistono indipendentemente da un particolare contesto storico e geografico, come esistono indipendentemente l'avidità o la vanagloria.
 
Nello scenario esotico del "Cattaio", propizio alla cristallizzazione mitica della realtà, la sagoma sottimente borghese di Mitridanes riapre il gioco, caro a Boccaccio, delle svolte impreviste, dell'animo che muta, degli incontri e delle occasioni che trasformano, dell'esperienza che educa. Riporta nel cuore freddo della decima giornatale vibrazioni di un protagonismo dinamico, squisitamente decameroniano, che ha la sua verità storica nel nobile empirismo del ceto mercantile. All'ideale umano della costanza, della fedeltà incondizionata a un destino morale contrappone l'apertura al movimento del mondo, l'itinerario accidentato e incostante dell'esistenza, la plasticità del carattere che si lascia sollecitare dall'urto delle cose ed è comunque immerso nella dimensione essenziale e nutritiva del tempo (la cui 'scoperta' costituisce una delle massime conquiste della crisi culturale del Trecento, tra Petrarca e Boccaccio). (Botti, pp. 103-104)

L'agnizione è catartica, è una conversione, qualcosa che nel Decameron è detto come passaggio immediato dall'odio all'amore, dal rifiuto all'accettazione, e viceversa. Alla conversione cristiana delle vite dei santi subentra un mutamento catastrofico: la nobiltà non finisce col feudalesimo, anche se coloro che vivono nell'immanenza, da ser Ciappelletto a Griselda, senza eccezioni, possono contare solo su quel che percepiscono e sul modo in cui sono percepiti. Non c'è vita che nella vita. Da Boccaccio a oggi - ma non in Boccaccio! - il lavoro culturale è consistito nel cercare un motore immobile che finzionasse al posto di Dio, compresi i totalitarismi del Novecento, che non hanno finito di seminare morte. Nel momento in cui si vede che questo motore immobile non esiste, allora si sostituisce al paradiso delle religioni e delle ideologie realizzate, il panorama terrificante del vuoto post-atomico, o post-riscaldamento-globale. La questione diventa come si fosse potuto o dovuto prevenire il disastro, dimenticando le glaciazioni e i periodi di surriscaldamento attraversati dalla terra anche prima che la forma umana emergesse accanto a quella degli altri animali. La questione, come nella psicosi maniaco-depressiva, è prendere su di sé la colpa e suicidarsi, mentre altri sottomettono o uccidono altri per garantirsi la sopravvivenza, nella forma paranoica della psicosi. Altri si pongono la domanda così formulata da Severino Boezio: Si quidem deus est, unde mala? Bona vero unde, si non est?
Porsi questa domanda significa due cose non scontate: la prima, vedere che esistono sia il bene che il male, la seconda, sopportare di non avere una risposta. Una parte di noi, quella che prende possesso di tutto l'essere nella psicosi, non sopporta di non avere una risposta, non può rinunciare al delirio di saper rispondere a tutto mentre gli altri non vogliono ascoltare - paranoia - o che qualcuno abbia la risposta per tutto ma non voglia darcela - depressione. Questa impossibilità di tollerare l'incertezza (Caillos: L'incertitude qui vien des reves) impedisce di vedere che esistono l'uno accanto all'altro, intrecciati, e causa uno dell'altro, bene e male, e quindi regredisce a una certezza assoluta come quella dell'animale, come quella di Epimeteo, che non prevede. D'altra parte Prometeo, colui che prevede, da solo non esiste. La possibilità di porsi e di porre la domanda è l'umanizzazione, è la nostra storia. In riferimento a questa decima giornata, è la domanda che possiamo fare a Boccaccio/Dioneo: se volevi fare la battuta finale, perché hai scelto di raccontare di Griselda? E se volevi raccontare, come hai fatto, di Griselda, perché poi hai fatto quella battuta finale?
Perché, credo, dal Trecento in Europa, ci sono fratelli maggiori, maestri, non santoni: magister, colui che prevale in un confronto, non colui che è ispirato da Dio, colui che condivide il suo sapere con chi glielo chiede, non colui che dotato di un sapere superiore viene consultato dagli inferiori, che ne possono essere illuminati. Giustamente Fachinelli lamentava la trasformazione della psicoanalisi da disciplina delle domande a disciplina delle risposte. (Peretola, 26 luglio 2022)

[L']esercizio della virtù non è per il giovane Mitridanes una vocazione spirituale o una scelta nobilmente disinteressata, un abito esistenziale che s'appaga di sé, bensì un mezzo per affermare, e a quasiasi costo, la propria individualità. Al paradosso della liberalità che induce all'assassinio si aggiunge quello della liberalità subordinata a un principio di utilità, della dedizione agli altri che si fonda su un progetto egoistico. (Botti, p. 98)
Continua poi osservando che mentre di Natan Boccaccio precisa che era di nobile lignaggio, non altrettanto dice di Mitridanes. Si tratterebbe quindi di un costume mentale, prima ancora che etico, radicato nella tradizione di una classe al punto di apparire una seconda natura mentre Mitridanes apparterrebbe a una prospettiva ideologica assai diversa, all'emisfero culturale borghese, in cui (schematizzando recisamente) anche i valori ideali tendono a trasformarsi - o a degradarsi - in strumenti, perché l'individuo li utilizzi  e li sottometta al fine della sua affermazione nell'agone della società.
L'A. continua leggendo in Mitridanes la società mercantile e in Natan i nobili; e nel grido di Mitridanes "Vegliardo, tu se' morto!" legge il livore omicida  in un conflitto generazionale dove il figlio vuol liberarsi del suo irraggiungibile modello, dove il dinamismo della classe mercantile vuole appropriarsi dei valori del feudalesimo [quali?!?] nel momento in cui lo soppianta.
Se solo Botti avesse dato un'occhiata alla fonte orientale della storia non avrebbe proposto questa interpretazione pallido-marxista. Dice fra l'altro che il comportamento di Natan è disumano ed esprime la tendenza, presente in quasi tutti i personaggi della giornata, ad agire, letteralmente, contro la natura umana. (p. 100)
Dimentica che lo spazio del racconto è altro dallo spazio della realtà, dimentica che è spazio di sospensione dalla bruttura della peste. Né tiene conto del fatto che nell'esempio orientale il re nemico e Hatim Tai sono entrambi di nobile lignaggio e che al racconto dei quattro dervisci narrato da Amir Khousrow era ben estranea l'ascesa di una classe di mercanti e banchieri che subentravano ai nobili.

Poi cita il discorso di Natan a Mitridanes:

Figliuol mio, alla tua impresa, chente che tu la vogli chiamare o malvagia o altramenti, non bisogna di domandar né di dar perdono, per ciò che non per odio la seguivi, ma per potere esser tenuto migliore. Vivi adunque di me sicuro, ed abbi di certo che niuno altro uom vive il quale te quanto io ami, avendo riguardo all’altezza dell’animo tuo, il quale non ad ammassar denari, come i miseri fanno, ma ad ispender gli ammassati s’è dato: né ti vergognare d’avermi voluto uccidere per divenir famoso, né credere che io me ne maravigli. I sommi imperadori ed i grandissimi re non hanno quasi con altra arte che d’uccidere, non uno uomo, come tu volevi fare, ma infiniti, ed ardere paesi ed abbattere le cittá, li loro regni ampliati, e per conseguente la fama loro; per che, se tu, per piú farti famoso, me solo uccider volevi, non maravigliosa cosa né nuova facevi, ma molto usata.


Ci rendiamo conto che Boccaccio con questo discorso mette sullo stesso piano i re e i condottieri dell'antichità classica e del feudalesimo e l'intenzione omicida di Mitridanes nei suoi confronti? Questa è al conclusione di Botti:

Pur nel falsetto di una cerimoniosa parzialità (ma lo spazio che ad esse concede l'autore - nella cui opera peraltro, più di una volta ricorrono "posizioni dissacranti degli eroi e degl'imperi più acclamati" [Branca, Boccaccio medievale, p. 1133, n. 8] - ne rivela la plausibilità, la dignità conoscitiva), le parole di Natan dicono, siglando esemplarmente il regime di ambiguità che avvolge la giornata conclusiva del Decameron, che i valori affondano le loro radici impure nella violenza della storia, sono come un'altra faccia della volontà di potenza degli uomini. (sic!, p.105)


 



GIORNATA DECIMA NOVELLA QUARTA
Lauretta racconta
Messer Gentil de' Carisendi, venuto da Modena, trae della sepoltura una donna amata da lui, sepellita per morta;
la quale riconfortata partorisce un figliuol maschio, e messer Gentile lei e 'l figliuolo restituisce a Niccoluccio Caccianimico, marito di lei.

VERO AMORE

È una delle novelle più affascinanti del Decameron, nella quale l'amore vince la morte - Gentile non esita a visitare la donna che ama anche se si trova nel sepolcro, e cede al desiderio di toccarle il seno. Quando sente che il cuore batte, senza esistare porta la donna ancora senza sensi a casa sua e la madre lo aiuta a curarla, e la fa tornare in vita. Resta a casa dell'uomo che la ama e dà alla luce un bambino, dopo un certo tempo Gentile invita alla sua tavola i maggiorenti della città compreso il marito di Catalina, e dopo aver raccontato la storia del servitore messo fuori dalla porta dal padrone e raccolto e curato e guarito da un altro, e aver chiesto a chi appartenga secondo giustizia quel serviìo, fa venire Catalina, che resta in silenzio mentre i presenti le stanno attorno e le fanno domande alle quali lei non risponde. Filnalmente racconta tutta la storia e la dà al legittimo marito rallegrandosi per esser stato causa della salvezza della donna amata, che sarebbe sua, come il servo della favola, ma della quale lui fa dono al  marito insieme al bambino figlio loro, che però ha chiamato Gentile, col suo nome.

Che adunque qui, benigne donne, direte? Estimerete, l’aver donato un re lo scettro e la corona, ed uno abate senza suo costo avere riconciliato un malfattore al papa, ed un vecchio porgere la sua gola al coltello del nemico, essere stato da agguagliare al fatto di messer Gentile? Il quale, giovane ed ardente, e giusto titolo parendogli avere in ciò che la trascutaggine altrui aveva gittato via ed egli per la sua buona fortuna aveva ricolto, non solo temperò onestamente il suo fuoco, ma liberamente quello che egli soleva con tutto il pensier disiderare e cercar di rubare, avendolo, restituí. Per certo niuna delle giá dette a questa mi par simigliante. (W)

Un amante avendo diritto a tener con sé l'amata la lascia al marito dopo averla fatta tornare in vita. È come Pelle d'asino, con la presenza costante della madre dell'innamorato che lo aiuta a conquistare la fanciulla meravigliosa, salvo che l'innamorato è pago di esser stato causa della vita della sua amata.

I fratelli Taviani caricano la storia modificandola pesantemente: Messer Gentile tiene per sé la donna, che guardando il marito che desidera riprenderla ricorda come non l'abbia accarezzata per la madre che lo ha trattenuto e allontana la sua mano come la madre gliela aveva allontanata quando lui voleva carezzarla. Catalina inoltre per i Taviani non è incinta, ed è stata abbandonata come se avesse avuto la peste, della quale si dice che Gentile era stato malato e ne era guarito.
I Fratelli Taviani spingono la novella nel registro della favola, cosa che riesce perfettamente, e la favola è quella di Pelle d'Asino, per vari elementi, anche se manca il tentativo d'incesto del padre della protagonista.



Gentile de' Carisendi (YouTube 19:13)
Dal film Maraviglioso Boccaccio (2015)
di Paolo e Vittorio Taviani


GIORNATA DECIMA NOVELLA QUINTA
Emilia racconta
Madonna Dianora domanda a messer Ansaldo un giardino di gennaio bello come di maggio; messer Ansaldo con l'obligarsi a uno nigromante gliele dà;
il marito le concede che ella faccia il piacere di messer Ansaldo, il quale udita la liberalità del marito, l'assolve della promessa,
e il nigromante, senza volere alcuna cosa del suo, assolve messere Ansaldo.

ASAP - PPCQ

Questa novella è una riscrittura del Filocolo























GIORNATA DECIMA NOVELLA SESTA
Fiammetta racconta
Il re Carlo vecchio, vittorioso, d'una giovinetta innamoratosi, vergognandosi del suo folle pensiero, lei e una sua sorella onorevolmente marita.

ASAP - PPCQ

La fonte dell'episodio si trova nel De mulieribus claris, LXXIV, come osserva Elsa Filosa p. 70. https://www.ledonline.it/ledonline/589-filosa-studi/589-filosa-studi.pdf
Valerio Massimo racconta di Terza Emilia moglie di Scipione l'Africano, che non accusò il marito per l'attrazione provata da vecchio per una giovane ancella, non volendo come donna accusare un grande uomo per la propria incapacità di sopportare la sua debolezza. Dopo la morte del marito la liberò e la diede in isposa ad un suo liberto. (Filosa 68)
Brevissima quindi la descrizione di Valerio Massimo, alla quale Boccaccio aggiunge l'età senile di Scipione, presentando Terza Emilia come nobile per nascita e per matrimonio, e dicendo che per un'altra ragione è una donna illustre. Poi passa a raccontare della passione senile di Scipione, fermo di carattere da giovane, ora meno rigoroso nei principi morali. Così quello Scipione Africano tanto valoroso non sa difendersi nella vecchiaia dalle lusinghe dei sensi. E Boccaccio scrive: Et quis dubitet quin egerrime tulerit? Asserunt enim non nulle, omne oris rubore seposito, nil iniuoriosius, nil intolerabilius nupte mulieri fieri posse quam iure thori suum dicunt a viro extere concedi femine; et ego edepol facile credam. [Brutta traduzione] Chi potrebbe mettere in dubbio il dispiacere arrecatole da questa notizia? Alcune, messa da parte ogni vergogna, affermano che per una donna sposata niente riesca più oltraggioso e intollerabile del fatto che il marito conceda ad altra donna il letto che esse dichiarano proprio, per diritto matrimoniale.

La liberalità di Terza Emilia è degna dei protagonisti delle novelle della X giornata, e - aggiungo io - ricorda Griselda per la pazienza e l'amore senza limiti con cui onora il marito. Perché di onore della donna si tratta, l'onore che riceve dalla fama del marito come la luna riceve la luce dal sole. Se si pensa a Leuk, luce riflessa, passiva, e Diòs, luce attiva (ctrl) si fa riferimento a una sapienza che ricorda l'I Ching e le Mille e una notte.



GIORNATA DECIMA NOVELLA SETTIMA
Pampinea racconta
Il re Piero, sentito il fervente amore portatogli dalla Lisa inferma, lei conforta e appresso a un gentil giovane la marita;
e lei nella fronte baciata, sempre poi si dice suo cavaliere.

Si narrava ai tempi di Boccaccio la storia vera dell'avventuriera siciliana Machalda di Scaletta innamorata del re Pietro d'Aragona, che potrebbe aver fornito la materia per la settima novella della decima giornata (vedi S. M. Cingolani, Historiografía, propaganda i comunicació al segle XIII: Bernat Desclot i les dues redaccions de la seva crònica, 2006) La novella è un'elogio della poesia, che rende possibile un incontro altrimenti impensabile, che vola libero dalle convenzioni che impedirebbero l'incontro fra un re e la figlia di uno speziale, per quanto ricco. Lisa e re Pietro sono infatti pari perché conoscono, con un dolore che può portare alla morte l'una, con una generosità che salva l'innamorata l'altro, l'intensità dell'amore e del desiderio per l'altro. Lontanissimi l'uno dall'altro per convenzione sociale, il loro intelletto d'amore rende possibile l'incontro e il lieto fine, grazie alla poesia e alla musica la canzone che Lisa chied    e di comporre a Minuccio d'Arezzo, finissimo cantatore e sonatore, volentieri dal re Pietro veduto (questa e le seguenti citazioni in corsivo sono tratte dal testo della novella linkato al titolo), che girò la commissione a Mico da SIena, assai buon dicitore a rima, e con prieghi lo strinse a far la canzonetta che si trova nella novella.In tre giorni Minuccio compose la musica, e dopo averla eseguita a corte rispose al re che gli chiedeva di dove venisse quella musica mai udita prima: Monsignore, e' non son ancora tre giorni che le parole si fecero ed il suono. Poi, dicendo che a lui sono poteva rivelarne l'origine, andò col re nelle sue stanze e gli raccontò la storia. L'eccellenza di cui si racconta nella decima giornata è nella sensibilità che comprende il valore della poesia, pari a quello delle fate che intervengono nelle fiabe. Non possiamo non ricordare che le fiabe, qualunque sia stata la loro circolazione orale, vengono pubblicate per la prima volta due secoli dopo il Decameron in una raccolta di novelle che riprende il nostro capolavoro, mentre una completa raccolta di fiabe, che la tradizione cognominerà Pentamerone, aspetterà un altro secolo prima di vedere la luce. Prima della fine del secolo barocco Charles Perrault darà alle stampe la novella di Griselda, e successivamente comporrà la raccolta che supererà in fama quella secentesca di Basile.


GIORNATA DECIMA NOVELLA OTTAVA
Filomena racconta
Sofronia, credendosi esser moglie di Gisippo, è moglie di Tito Quinzio Fulvo e con lui se ne va a Roma, dove Gisippo in povero stato arriva; e credendo da Tito esser disprezzato, sé avere uno uomo ucciso, per morire, afferma. Tito, riconosciutolo, per iscamparlo dice sé averlo morto; il che colui che fatto l'avea vedendo se stesso manifesta; per la qual cosa da Ottaviano tutti sono liberati, e Tito dà a Gisippo la sorella per moglie e con lui comunica ogni suo bene.

AMICIZIA ILLIMITATA

Botti cita Bausi, cit.: Se "oggetto precipuo della decima giornata"  è la " 'magnanimità' aristotelica e tomistica, ossia la virtù che rende più grandi e più splendide tutte le altre virtù, portandole al sommo grado di perfezione", "ne consegue che le gesta dei protagonsiti di questa giornata no nsono e non vogliono essere, semplicemente, gesta 'virtuose', ma gesta di eccezionale e straordinaria virtù, giacché la dimensione dell' "eccesso"  e dell' "oltranza" pertiene specificamente alla magnanimitas: donde le "inverosimili" e iterate prove di amicizia fra Tito e Gisippo, donde la "disumana" pazienza e umiltà di Griselda.

Ogni stranezza in questo gioco di rapporti affettivi è tributaria della prospettiva di superiore moralità abbracciata dall'autore, è in funzione, cioè, del mito ciceroniano dell'amicizia ben presente nella cultura medievale (si pensi solo all'importanza che Dante attribuisce alla lettura del Lelius) e dunque boccacciana, e specificamente consono alla caratura filosofica dei due protagonisti, che "non sono tanto chierici da ascoltare il consiglio di Teofrasto riportato nell'Adversus Jovinianum  di San Girolamo, secondo cui al sapiente non conviene prender moglie", ma che "hanno studiato abbastanza filosofia da far prevalere amicizia su amore" (Botti, cit, che cita Bruni, cit. p. 276)

Nella storia della donna fatta a pezzi, che Giaafar deve risolvere, pena la morte, ovvero La storia delle tre mele, il padre e il marito della donna si accusano dell'omicidio pur essendo innocenti. 
"Il difetto sostanziale del Boccaccio nel comporre la novella di Tito e Gisippo consiste nell'applicare questa sua nuova sensibilità della situazione umana su uno schermo assoluto e categorico, che contraddice alla mobilità della vita. La sua grande arte mira, di solito, a trasferire l'emblematicità esemplare nel probabilismo dell'esperienza; e qui, invece, egli ha imprigionato il dinamismo psicologico dei suoi attori in una paradossale astrattezza etica" (Salvatore Battaglia, La coscienza letteraria del Medioevo, p. 512; cit da F. P. Botti, in "La virtù impura", cit. p. 84)


GIORNATA DECIMA NOVELLA NONA
Panfilo re racconta
Il Saladino in forma di mercatante è onorato da messer Torello; fassi il passaggio; messer Torello dà un termine alla donna sua a rimaritarsi; è preso
e per acconciare uccelli viene in notizia del soldano, il quale, riconosciutolo e sé fatto riconoscere, sommamente l'onora; messer Torello inferma e per arte magica in una notte n'è recato a Pavia; e alle nozze che della rimaritata sua moglie si facevano da lei riconosciuto con lei a casa sua se ne torna.

ASAP - PPCQ

Il letto volante è fratello del tappeto volante delle Mille e una notte, ed è la probabile fonte del volo notturno della novella di Straparola della sposa che per riavere il marito che si è fermato nelle Fiandre ricorre a una maga che evoca un diavolo che la porta avanti e indietro da Firenze alle Fiandre. I voli notturni nella raccolta araba sono possibili per i jinn, geni, demoni, nella novella IX della X giornata da un negromante, nella novella cinquecentesca da un diavolo. La protagonista di Straparola, nella finale agnizione, dice che è stato un angelo, perché se dicesse che, stanca di pregare senza ottenere nulla, è ricorsa a una strega che ha evocato i diavoli dell'inferno, verrebbe bruciata come strega lei stessa.


GIORNATA DECIMA NOVELLA DECIMA
Dioneo racconta
Il marchese di Saluzzo da' prieghi de' suoi uomini costretto di pigliar moglie, per prenderla a suo modo piglia una figliuola d'un villano,
della quale ha due figliuoli, li quali le fa veduto d'uccidergli; poi, mostrando lei essergli rincresciuta e avere altra moglie presa a casa
faccendosi ritornare la propria figliuola come se sua moglie fosse, lei avendo in camiscia cacciata e a ogni cosa trovandola paziente,
piú cara che mai in casa tornatalasi, i suoi figliuoli grandi le mostra e come marchesana l'onora e fa onorare.


E TU UNA CAMISCIA NE PORTA

La novella di Griselda prima, poi tutta la decima giornata, mi hanno invitato a rileggere integralmente il  Decameron, poi a proporre a chi lo desideri di partecipare all'immenso e raffinato piacere che la lettura di Boccaccio, Maestro italiano ed europeo, offre gratuitamente. Sono del resto gratuite tutte le cose più preziose, il cui pregio non può tradursi in un prezzo che si possa quotare in borsa, in una rendita che garantisca qualche certezza. Questo lavoro sul Decameron ha alle spalle una decina d'anni di riflessioni informali su Griselda, comincia ora l'avventura online e potrebbe fermarsi anche domani, come potrebbe suggerire di scrivere un libro, organizzare un convegno, un Piccolo Festival, una pubblica lettura (PPCQ, Prima Possibile Chissà Quando). Di certo non si può lasciare da parte nessuna delle cento novelle, pena l'impossibilità di riconoscere l'ordine segreto, il gioco algebrico e geometrico disposto da Boccaccio, come l'ordine che si può vedere nella sestina lirica e nella Divina Commedia (vedi, in questo sito, Lo ferm voler di Arnaut Daniel, 2012).  L'esperienza estetica - in greco aisthèsis, dalla quale estasi, significava nel greco antico percezione, sensazione, sentimento - rivelandoci la nostra parentela col mondo, la nostra intimità con tutte le sue creature, uomini e donne, animali e piante, presenti, passate e future - offre una forma di liberazione irrevocabile, preceduta dalla legittimazione paterna. (Peretola, 1 luglio 2022)

Griselda rivolge due motti a Gualtieri, con i quali lo stringe costringendolo a riconoscere la sua indomabile libertà, pur rispettando la parola di lui come ordine e come patto che rispetta alla lettera. Ma il motto di spirito, come il lapsus, come la poesia, come il sogno e il sintomo, non dipendono dagli ordini né dai patti ed eludono la lettera. Il primo motto di Griselda è quando Gualtieri, fingendo di aver ottenuto dal papa una dispensa che gli consente di sposare una nobildonna le ordina tornare da suo padre nuda, perché tutti i suoi abiti li ha avuti da lui:

Comandatemi che io quella dota me ne porti che io ci recai, alla qual cosa fare né a voi pagatore né a me borsa bisognerá né somiere, per ciò che di mente uscito non m’è che ignuda m’aveste: e se voi giudicate onesto che quel corpo nel quale io ho portati figliuoli da voi generati, sia da tutti veduto, io me n’andrò ignuda: ma io vi priego, in premio della mia virginitá che io ci recai e non ne la porto, che almeno una sola camiscia sopra la dota mia vi piaccia che io portarne possa. — Gualtieri, che maggior voglia di piagnere aveva che d’altro, stando pur col viso duro, disse: — E tu una camiscia ne porta.

Il marchese Gualtieri ha imposto a Griselda di non disobbedire mai ai suoi ordini, e di non mostrarsi mai dispiaciuta o triste, qualunque cosa lui faccia. Ma non ha immaginato di aver lui voglia di piangere, e se ne vergogna: per questo si forza a nascondere la sua emozione.  Anche il giovane scolaro della novella VII dell'ottava giornata sente commozione vedendo il corpo bianchissimo della crudele amata della quale vuole vendicarsi, anche lui resiste più volte, ma la sua collera è più grande della compassione.
Il marchese, non contento di aver fatto credere a Griselda di aver ucciso i suoi due figli e di averla rimandata nella povera casa del padre, la manda a chiamare per organizzare la casa e il convito per le sue nuove nozze: indicandole quindi la nuova giovanissima sposa le chiede che gliene sembri. Ora Griselda rivolge al nobile marito il secondo motto:

Signor mio, — rispose Griselda — a me ne par molto bene; e se cosí è savia come ella è bella, che il credo, io non dubito punto che voi non dobbiate con lei vivere il piú consolato signor del mondo: ma quanto posso vi priego che quelle punture, le quali all’altra che vostra fu giá, déste, non diate a questa, ché appena che io creda che ella le potesse sostenere, sí perché piú giovane è, e sí ancora perché in dilicatezze è allevata, ove colei in continue fatiche da piccolina era stata.

Così Griselda parla in terza persona di se stessa, e rispettando il patto che ha preceduto le sue nozze con il marchese non dice una parola della propria sofferenza, ma ricordando le prove che lui le ha inferto gli dice che potrebbe assassinare la giovane. Così Griselda, rispettando il patto col quale Gualtieri ha creduto di mettere al sicuro il suo potere fallico e unico, gli rivela che il solo potere assoluto che lui può esercitare sulla donna è quello di ucciderla. È lo stesso che a distanza di sette secoli spinge gli uomini a uccidere le donne quando si sottraggono al loro potere, preferendo la loro rovina, quella dei figli e di se stessi se non riescono a immaginare di rinunciare a dominarle.
Il banchetto della figura qui sopra a sinistra, con i figli cresciuti lontano ma vivi, sarebbe il lieto fine. La terza immagine del Maestro di Griselda (Siena, XV secolo) mostra a destra Griselda in piedi, interpellata da Gualtieri, mentre a sinistra è seduta a capotavola fra le braccia del marito, come in un lieto fine della novella finale del Decameron. Così conclude Dioneo la sua ultima novella:

Che si potrá dir qui, se non che anche nelle povere case piovono dal cielo de’ divini spiriti, come nelle reali di quegli che sarien piú degni di guardar porci che d’avere sopra uomini signoria? Chi avrebbe altri che Griselda potuto col viso non solamente asciutto ma lieto sofferir le rigide e mai piú non udite pruove da Gualtier fatte? Al quale non sarebbe forse stato male investito d’essersi abbattuto ad una che, quando fuor di casa l’avesse in in camiscia cacciata, s’avesse sì ad uno altro fatto scuotere il pilliccione, che riuscito ne fosse una bella roba.

Aprendo l'ingrandimento della terza immagine qui sotto, se osserviamo l'espressione dipinta sui volti di Gualtieri e di Griselda a capotavola a sinistra, abbracciati, non pensiamo solo a un finale felice: forse il senese Maestro di Griselda era d'accordo con Dioneo?
O forse Boccaccio era consapevole degli ostacoli alla parità, che prima di tutto è parità fra uomo e donna, possibile, ma ancora praticamente impossibile fuori dalla novella o favola o fiaba che dir si voglia. Sembra che la sola gerarchia che riusciamo a combattere sia quella che non ci riguarda direttamente o quella che ci vede in posizione inferiore. Eppure, finché c'è racconto c'è speranza.

E se Boccaccio avesse capito che il desiderio degli uomini è aver autorità sulla donna, come conditio sine qua non possono averla come sposa e madre dei loro figli, e che questo aspetto del desiderio fa soffrire gli uomini quanto le donne? Non è questo che allontana i figli da entrambi? La cedevolezza di Griselda è in fondo presente in quel che si chiedeva alla donna che si sposava:  di prendere quel che dicevano e facevano il marito e i figli maschi una volta cresciuti, proprio come Griselda si impegna a fare con Gualtieri su sua richiesta. È solo che  Griselda con Gualtieri porta questa acquiescenza alle estreme conseguenze, mostrandone così il carattere inumano, che corrompe il carattere e la reputazione di chi la esige, Gualtieri. E uccide la donna se non è, come Griselda, avvezza alla durezza della vita.

Se somigliamo agli altri mammiferi, com'è probabile, il maschio che sente l'estro della femmina l'insegue, la trova, la corteggia - fino a nove notti e nove giorni, come ho sentito dire, il leone con la leonessa - la monta. Siamo l'unica specie che si accoppia vis-a-vis. La femmina deve garantire la bontà dell'uomo, in modo che freni la sua aggressività. Lei deve sospendere qualunque aggressività diretta contro l'uomo, ed esercitarla solo nei rapporti fra femmine. Nelle novelle di Boccaccio, come la VII della giornata VIII, la crudeltà dell'uomo contro la donna che lo ha colpito e sconfitto è illimitata, come quella di Gualtieri contro Griselda, come quella di Shahriyar contro le fanciulle prese la sera e fatte uccidere al mattino. Come nella legge relativa al delitto d'onore. E Kalaf sta a Turandot come Shahrazad sta a Shahriyar. Ha pietà delle sue vittime, e vuol evitare che ce ne siano altre, anche se lo stesso  Kalaf - come Shahrazad - potrebbe completare la serie di quelli che perdono la testa.
La narrativa dopo il secolo XI, sia araba, sia cristiana, dice che la sottomissione della donna non è garantita.
Ma la donna non può eliminare il male, può solo sospenderlo col racconto. Così Boccaccio racconta pensando alle donne, e dà voce a sette donne mentre solo tresono gli uomini, proprio come Shahrazàd. Salva la donna dalla morte, la lascia in vita, cede alla commozione, come Gualtieri con Griselda, diversamente dallo scolaro con la bella vedova della settima novella dell'ottava giornata.
https://www.academia.edu/15250239/Boccaccio_canta_il_Decameron_nel_teatro_musicale_in_Autori_e_lettori_di_Boccaccio_a_cura_di_Michelangelo_Picone_Firenze_Cesati_2002_pp_409_420?email_
work_card=reading-history
Fra il 1701 e il 1735 opere liriche tratte dalla centesima novella del Decameron e dalla traduzione latina del Petrarca andarono in scena prevalentemente a Venezia. Antonio Goldoni modificò un precedente libretto su richiesta di Vivaldi che ne compose le musiche. (da completare)

Fra il 1701 e il 1798 si contano venti drammi in musica nuovi e diversi, senza contare  il ballo di Ronzi né le commedie di Maggi, Riccoboni e Goldoni

La bellezza della donna, la sua accoglienza, che non significa il suo possesso da parte del marito, come la bella che deve stare nel castello e accettare la compagnia della Bestia, amando la Bestia le rende possibile umanizzarsi. Quindi da Boccaccio in poi, e nelle fiabe, da Straparola in poi, e con alcuni cantinbanchi, comunque successivi a Boccaccio, non è più solo ciò che induce l'uomo a rivolgere solo all'esterno l'aggressività, lasciando libera la famiglia, ma anche ciò che spinge l'uomo ad acquisire la sensibilità della quale è privo il misogino Gualtieri, che se non fosse per avere eredi, non si sposerebbe. Nasce quindi con Boccaccio, e si celebra col genere fiaba, un nuovo tipo di relazione maschile-femminile, che è allo stesso tempo un nuovo ordine gerarchico, un nuovo sguardo sul diverso: cosa già del resto presente nel Decameron e in tutta l'opera di Boccaccio. (20/08/22)

Deuteronomio 21,10-14. Testo latino: https://www.bibliacatolica.com.br/it/vulgata-latina-vs-la-sacra-bibbia/liber-deuteronomii/21/amp/; ultimo accesso 9/11/2022
Testo italiano: C.E.I, http://www.laparola.net/wiki.php?riferimento=Dt21,10-14&formato_rif=vp; ultimo accesso 9/11/2022
10 Si egressus fueris ad pugnam contra inimicos tuos, et tradiderti eos Dominus Deus tuus in manu tua, captivosque duxeris, 11 et videris in numero captivorum mulierem pulchram, et adamaveris eam, voluerisque habere uxorem, 12 introduces eam in domum tuam: quae radet caesariem, et circumcidet ungues, 13 et deponet vestem, in qua capta est : sedensque in domo tua, flebit patrem et matrem suam uno mense : et postea intrabis ad eam dormiesque cum illa, et erit uxor tua. 14 Sin autem postea non sederit animo tuo, dimittes eam liberam, nec vendere poteris pecunia, nec opprimere per potentiam quia humiliasti eam.
10 Se andrai in guerra contro i tuoi nemici e il Signore tuo Dio te li avrà messi nelle mani e tu avrai fatto prigionieri, 11 se vedrai tra i prigionieri una donna bella d'aspetto e ti sentirai legato a lei tanto da volerla prendere in moglie, te la condurrai a casa. 12 Essa si raderà il capo, si taglierà le unghie, 13 si leverà la veste che portava quando fu presa, dimorerà in casa tua e piangerà suo padre e sua madre per un mese intero; dopo, potrai accostarti a lei e comportarti da marito verso di lei e sarà tua moglie. 14 Se in seguito non ti sentissi più di amarla, la lascerai andare a suo piacere, ma non potrai assolutamente venderla per denaro né trattarla come una schiava, per il fatto che tu l'hai disonorata.


Griselda, Novella C (X 10) del Decameron di Giovanni Boccaccio Griselda, Novella XV delle Sessanta novelle popolari montalesi di Gherardo Nerucci (pp. 120-127)


Il marchese di Saluzzo, da’ prieghi de’ suoi uomini costretto di pigliar moglie, per prenderla a suo modo, piglia una figliuola d’un villano, della quale ha due figliuoli, li quali le fa veduto d’uccidergli; poi, mostrando lei essergli rincresciuta ed avere altra moglie presa, a casa faccendosi ritornare la propria figliuola come se sua moglie fosse, lei avendo in camiscia cacciata e ad ogni cosa trovandola paziente, piú cara che mai in casa tornatalasi, i suoi figliuoli grandi le mostra e come marchesana l’onora e fa onorare.

Finita la lunga novella del re, molto a tutti nel sembiante piaciuta, Dioneo ridendo disse: — Il buono uomo, che aspettava la seguente notte di fare abbassare la coda ritta della fantasima, avrebbe dati men di due denari di tutte le lode che voi date a messer Torello. — Ed appresso, sappiendo che a lui solo restava il dire, incominciò:

Mansuete mie donne, per quel che mi paia, questo dí d’oggi è stato dato a re ed a soldani ed a cosí fatta gente: e per ciò, acciò che io troppo da voi non mi scosti, vo’ ragionar d’un marchese non una cosa magnifica ma una matta bestialitá, come che ben ne gli seguisse alla fine; la quale io non consiglio alcun che segua, per ciò che gran peccato fu che a costui ben n’avvenisse.
(Raccontata da Ferdinando Giovannini sarto)
Già è gran tempo, fu tra’ marchesi di Saluzzo il maggior della casa un giovane chiamato Gualtieri, il quale, essendo senza moglie e senza figliuoli, in niuna altra cosa il suo tempo spendeva che in uccellare ed in cacciare, né di prender moglie né d’aver figliuoli alcun pensiero avea; di che egli era da reputar molto savio. La qual cosa a’ suoi uomini non piacendo, piú volte il pregaron che moglie prendesse, acciò che egli senza erede né essi senza signor rimanessero, offerendosi di trovargliel tale e di sí fatto padre e madre discesa, che buona speranza se ne potrebbe avere, ed esso contentarsene molto. A’ quali Gualtieri rispose: — Amici miei, voi mi strignete a quello che io del tutto aveva disposto di non far mai, considerando quanto grave cosa sia a poter trovare chi co’ suoi costumi ben si convenga, e quanto del contrario sia grande la copia, e come dura vita sia quella di colui che a donna non bene a sé conveniente s’abbatte. Ed il dire che voi vi crediate a’ costumi de’ padri e delle madri le figliuole conoscere, donde argomentate di darlami tal che mi piacerá, è una sciocchezza, con ciò sia cosa che io non sappia dove i padri possiate conoscere, né come i segreti delle madri di quelle: quantunque, pur conoscendogli, sieno spesse volte le figliuole a’ padri ed alle madri dissimili. Ma poi che pure in queste catene vi piace d’annodarmi, ed io voglio esser contento: ed acciò che io non abbia da dolermi d’altrui che di me, se mal venisse fatto, io stesso ne voglio essere il trovatore, affermandovi che, cui che io mi tolga, se da voi non fia come donna onorata, voi proverete con gran vostro danno quanto grave mi sia l’aver contra mia voglia presa mogliere a’ vostri prieghi. — I valenti uomini risposon che eran contenti, sol che esso si recasse a prender moglie. Erano a Gualtieri buona pezza piaciuti i costumi d’una povera giovanetta che d’una villa vicina a casa sua era, e parendogli bella assai, estimò che con costei dovesse potere aver vita assai consolata; e per ciò, senza piú avanti cercare, costei propose di volere sposare: e fattosi il padre chiamare, con lui, che poverissimo era, si convenne di tôrla per moglie. Fatto questo, fece Gualtieri tutti i suoi amici della contrada adunare, e disse loro: — Amici miei, egli v’è piaciuto e piace che io mi disponga a tór moglie, ed io mi vi son disposto piú per compiacere a voi che per disidèro che io di moglie avessi. Voi sapete quello che voi mi prometteste, cioè d’esser contenti e d’onorar come donna, qualunque quella fosse che io togliessi; e per ciò venuto è il tempo che io sono per servare a voi la promessa e che io voglio che voi a me la serviate. Io ho trovata una giovane secondo il cuor mio, assai presso di qui, la quale io intendo di tôr per moglie e di menarlami tra qui e pochi dì a casa: e per ciò pensate come la festa delle nozze sia bella e come voi onorevolmente riceverla possiate, acciò che io mi possa della vostra promession chiamar contento come voi della mia vi potrete chiamare. — I buoni uomini lieti tutti risposero ciò piacer loro e che, fosse chi volesse, essi l’avrebber per donna ed onorerebbonla in tutte cose sí come donna; ed appresso questo, tutti si misero in assetto di far bella e grande e lieta festa, ed il simigliante fece Gualtieri. Egli fece preparar le nozze grandissime e belle, ed invitarvi molti suoi amici e parenti e gran gentili uomini ed altri da torno: ed oltre a questo, fece tagliare e far piú robe belle e ricche al dosso d’una giovane la quale della persona gli pareva che la giovanetta la quale avea proposto di sposare, ed oltre a questo, apparecchiò cinture ed anella ed una ricca e bella corona, e tutto ciò che a novella sposa si richiedea. E venuto il dì che alle nozze predetto avea, Gualtieri in su la mezza terza montò a cavallo, e ciascuno altro che ad onorarlo era venuto; ed ogni cosa opportuna avendo disposta, disse: — Signori, tempo è d’andare per la novella sposa. — E messosi in via con tutta la compagnia sua, pervennero alla villetta: e giunti a casa del padre della fanciulla, e lei trovata che con acqua tornava dalla fonte in gran fretta, per andar poi con altre femine a veder venire la sposa di Gualtieri; la quale come Gualtier vide, chiamatala per nome, cioè Griselda, domandò dove il padre fosse; al quale ella vergognosamente rispose: — Signor mio, egli è in casa. — Allora Gualtieri, smontato e comandato ad ogni uom che l’aspettasse, solo se n’entrò nella povera casa, dove trovò il padre di lei, che avea nome Giannucolo, e dissegli: — Io sono venuto a sposar la Griselda, ma prima da lei voglio sapere alcuna cosa in tua presenza. — E domandolla se ella sempre, togliendola egli per moglie, s’ingegnerebbe di compiacergli e di niuna cosa che egli dicesse o facesse non turbarsi, e se ella sarebbe obediente e simili altre cose assai, delle quali ella a tutte rispose del sí. Allora Gualtieri, presala per mano, la menò fuori, ed in presenza di tutta la sua compagnia e d’ogni altra persona la fece spogliare ignuda: e fattisi quegli vestimenti venire che fatti aveva fare, prestamente la fece vestire e calzare, e sopra i suoi capelli, cosí scarmigliati come erano, le fece mettere una corona, ed appresso questo, maravigliandosi ogni uomo di questa cosa, disse: — Signori, costei è colei la quale io intendo che mia moglie sia, dove ella me voglia per marito. — E poi, a lei rivolto che di se medesima vergognosa e sospesa stava, le disse: — Griselda, vuoimi tu per tuo marito? — A cui ella rispose: — Signor mio, sí. — Ed egli disse: — Ed io voglio te per mia moglie. — Ed in presenza di tutti la sposò: e fattala sopra un pallafren montare, orrevolmente accompagnata, a casa la si menò. Quivi furon le nozze belle e grandi e la festa non altramenti che se presa avesse la figliuola del re di Francia.
[Il padre mette da parte le umili vesti di Griselda; non è esplicitato qui, è detto più tardi]
Un contadino 'gli aveva una figliola per nome Grisèlda. Una mattina questo contadino s'alza, attacca i bovi all'aratolo e va al campo per insolcare, e 'n quel mentre che lui insolcava, inciampa col gomero in qualche cosa di sodo, sicché lui ferma i bovi e s'acchina giù per guardare, e ti vede che ha cozzato in un mortaio di marmo bianco, ma bello, una maraviglia insomma. Scrama: - Bello! E doppo averlo per bene tutto ripulito dalla terra, dice 'ntra di sé: - Quest'è propio robba da Re. I' lo vo' portare al Re in regalo. Dunque torna allora diviato a casa, e doppo messo i bovi in nella stalla, chiama la figliola e gli dice: - Ve' tu quel ch'i' ho trovo nel mi' campo! Nun ti par egli una maraviglia? I' ho fatto pensieri di portarlo 'n regalo al Re. Che ne di' tu? Arrisponde Grisèlda: - Sicuro, che 'gli è una bella cosa. Ma s'i' fussi in voi al Re nun glielo porterei. - Oh! perché? - addimanda su' padre. E Grisèlda: - Perché il Re ci troverà un mancamento. Dice il contadino: - Che mancamento ci pol egli trovare il Re? Sentiamo, via. Allora disse Grisèlda: - E' ci pol trovare, che 'l mortaio 'gli è bello, ma che ci manca il pestello. - Va' via, mammalucca! - bociò il contadino. - Bada lì, i' che ti viene in nella zucca! Il contadino, insenz'addarsi del parere della figliola, subbito si riveste a modo e poi se ne va dal Re. Lo fan passare a udienza e racconta lì tutto l'accaduto, e in fine di ce al Soprano: - Questa maraviglia i' l'ho destinata per regalo a Sua Maestà, quando lei si degni d'aggradirla. Arrisponde il Re: - Sicuro, l'aggradisco e l'accetto; ma però, abbeneché sia questo un bel mortaio, in ugni mo' c'è un mancamento. Scrama il contadino: - Che mancamento dunque c'è egli? E il Re: - C'è, che nun ci veggo il su' pestello? - Oh! senti, - grida il contadino. - 'Gli è propio quel che m'ha ditto anco la mi' figliola. Dice il Re: - Anco la vostra figliola? Dunque vo' avete una figliola dimolto virtudiosa e struita, se pur lei ha visto il medesimo difetto. Bene! I' vo' provare come 'gli è brava. Tienete questo 'nvolto; dientro c'è del lino. Che lei me ne faccia, ma presto, perch'i' n'ho gran bisogno in nel mumento, che mo ne faccia lei un panno di cento braccia. Il contadina pigliò lo 'nvolto, addove non c'eran altro che tre lucignolini di lino; e fatta la riverenza a Sua Maestà, se n'andiede a casa 'n fretta. Arrivo che fu a casa il contadino, dice a Grisèlda: - Eppure te l'avevi indovino! Il Re 'gli ha ditto, che il mortaio 'gli era bello, ma che ci mancava il su' pestello. Arrispose Grisèlda: - I' l'ho caro, che anco il Re sia vienuto nel mi' 'pensieri. Dice il contadino: - Ma c'è di più. Il Re vole provare se tu sie' savia davvero. Bada quel che t'ha mando. T'ha mando questo 'nvolto e col lino che c'è dientro, lui comanda che tu gli faccia subbito un panno di cento braccia; ma subbito, perché lui n'ha bisogno. E come fara' tu con questi tre lucignolini di lino a contentarlo? - Date qua ch'i' vegga, - dice Grisèlda. Lei dunque pigliò quello 'nvolto, e in nello scotere i lucignolini del lino gli cascorno per le terre tre lische; sicché lei s'acchina e le raccatta, poi le ravvolge daccapo dietro alla medesima carta e le porge a su' padre, dicendo: - Tornate 'nsenza 'ndugio dal Re e ditegli da parte mia, ch'i' son pronta a servirlo nel su' desiderio; ma che siccome mi manca il telaio, che me lo faccia lui con queste tre lische e me lo mandi subbito, se vole presto la tela. Scrama, il contadino: - Ma che sie' matta a farmi fare di simil imbasciate? Arrisponde in sul serio Grisèlda: - Voi andate, fate a mi' modo, e nun abbiate sospetto di nulla. Gnamo, sbrigatevi. Il contadino torna dunque dal Re e gli fa l'imbasciata che gli aveva detto Grisèlda. Dice il Re: - Ma sapete che vo' dovete essere al possesso d'una figliola dimolto svelta! I' sono al disotto al su' paragone. Tant'è, i' la voglio vedere e cognoscere in ugni mo'? Vo' gli avete però a dire, comando di Re, che la si presenti al palazzo domani, né digiuna né satolla, né pettinata né scarruffata, né vestita né spogliata, né a piedi né a cavallo. Vo' avete capito. Andate e fatela subbito avvisata della mi' volontà. Torna il contadino a casa, e tutto sgomento dice alla su' figliola: - Oh! senti il Re che vole. E' ti vole a udienza domani, perché e' ti vol cognoscere e discorrer con teco per via delle tu' mattìe. Ma a palazzo tu ci devi andare, né digiuna né satolla, né pettinata né scarruffata, né vestita né spogliata, né a piedi né a cavallo; insennonoe, poera te! Come dunque vo' tu fare a rimediarla? Dice Grisèlda: - Quante paure vo' avete! Lassate fare a me, e nun pensate più oltre. La mattina doppo Grisèlda si leva e va 'n cucina: si coce un ovo a bere e lo 'ngolla; poi si ravvia per bene il capo da una parte, e da quell'altra lo lassa tutto scarruffato co' capelli ciondoloni giù per le spalle; poi 'n sulla camicia ci si mette una rete da pescare, che di 'n sul capo gli cascava a' piedi, e ci si ravvoltola tutta la persona; poi piglia una capra e in sul groppone gli ci appoggia un piede e quell'altro lo tieneva in terra, e accosì camminava zoppiconi. A questo mo' si presenta a udienza dal Re. Dice il Re, quando la vedde: - Oh! chi siete voi? Arrisponde lei: - Son la figliola di quel contadino, che vo' gli mandasti tre lucignolini di lino per fare una tela di cento braccia. - Bene! bene! - scrama il Re: - ma diedi anco l'ordine che alla mi' presenzia vo' ci avevi a vienire così e così. - Oh! che forse nun l'ho contentata, Sua Maestà? - disse Grisèlda. - Guardi un po'! A culizione i' ho mangio un ovo soltanto, e però nun sono né digiuna nò satolla; per il resto poi giudichi da sé, co' su' occhi. Scramò il Re: - Brava! Vo' siete una brava ragazza e avete del genio. Anzi, mi garbate tanto che vi voglio per mi' sposa. Che ve ne par egli? - Guà! se lei si degna, - arrispose Grisèlda, - nun dirò di no. Sia fatta la su' volontà. - Dunque, - dice il Re, - tornate a casa e domandate al babbo se lui è contento. E poi, contento o no, comando io, e ditegli che questo 'gli è il mi' piacimento e la mi' volontà. Grisèlda se n'arritornò diviato a casa, e al babbo gli disse quel che il Re voleva. Dice il contadino a quella nova: - Se il Re ti vole per isposa, nun c'è da opporre. Ma senti, bada a quel che tu fai, perché il Re poi nun sarà contento di te. A ugni bon fine tu m'ha' da lassare codesti tu' panni di lendinella, e i' te gli attaccherò qui a un cavicchio, e caso mai tu avessi a rivienirtene a casa, tu gli troverai al su' posto per rimettersegli al bisogno. E così difatto e' feciano, e Grisèlda si sposò al Re e diventò Regina e la su' moglie legittima.
La giovane sposa parve che co’ vestimenti insieme l’animo ed i costumi mutasse. Ella era, come giá dicemmo, di persona e di viso bella, e cosí come bella era, divenne tanto avvenevole, tanto piacevole e tanto costumata, che non figliuola di Giannucolo e guardiana di pecore pareva stata, ma d’alcun nobile signore; di che ella faceva maravigliare ogni uom che prima conosciuta l’avea: ed oltre a questo, era tanto obediente al marito e tanto servente, che egli si teneva il piú contento ed il piú appagato uomo del mondo, e similmente verso i sudditi del marito era tanto graziosa e tanto benigna, che niun ve n’era che piú che sé non l’amasse e che non l’onorasse di buon grado, tutti per lo suo bene e per lo suo stato e per lo suo esaltamento pregando, dicendo, dove dir soleano Gualtieri aver fatto come poco savio d’averla per moglie presa, che egli era il piú savio ed il piú avveduto uomo che al mondo fosse, per ciò che niuno altro che egli avrebbe mai potuto conoscere l’alta vertú di costei nascosa sotto i poveri panni e sotto l’abito villesco. Ed in brieve, non solamente nel suo marchesato ma per tutto, anzi che gran tempo fosse passato, seppe ella sí fare, che ella fece ragionare del suo valore e del suo bene adoperare, ed in contrario rivolgere, se alcuna cosa detta s’era contro al marito per lei quando sposata l’avea. Ella non fu guari con Gualtieri dimorata che ella ingravidò, ed al tempo debito partorí una fanciulla, di che Gualtieri fece gran festa. Ma poco appresso, entratogli un nuovo pensier nell’animo, cioè di volere con lunga esperienza e con cose intollerabili provare la pazienza di lei, primieramente la punse con parole, mostrandosi turbato e dicendo che i suoi uomini pessimamente si contentavano di lei per la sua bassa condizione, e spezialmente poi che vedevano che ella portava figliuoli, e della figliuola che nata era tristissimi, altro che mormorar non faceano. Le quali parole udendo la donna, senza mutar viso o buon proponimento in alcuno atto, disse: — Signor mio, fa’ di me quello che tu credi che piú tuo onore o consolazion sia, ché io sarò di tutto contenta, sí come colei che conosco che io sono da men di loro e che io non era degna di questo onore al quale tu per tua cortesia mi recasti. — Questa risposta fu molto cara a Gualtieri, conoscendo costei non essere in alcuna superbia levata per onore che egli o altri fatto l’avesse. Poco tempo appresso, avendo con parole generali detto alla moglie che i sudditi non potevan patir quella fanciulla di lei nata, informato un suo famigliare, il mandò a lei, il quale con assai dolente viso le disse: — Madonna, se io non voglio morire, a me convien far quello che il mio signor mi comanda. Egli m’ha comandato che io prenda questa vostra figliuola e che io... — e non disse piú. La donna, udendo le parole e veggendo il viso del famigliare, e delle parole dette ricordandosi, comprese che a costui fosse imposto che egli l’uccidesse; per che prestamente, presala della culla e basciatala e benedettala, come che gran noia nel cuor sentisse, senza mutar viso, in braccio la pose al famigliare e dissegli: — Te’, fa’ compiutamente quello che il tuo e mio signore t’ha imposto: ma non la lasciar per modo che le bestie e gli uccelli la divorino, salvo se egli nol ti comandasse. — Il famigliare, presa la fanciulla e fatto a Gualtier sentire ciò che detto aveva la donna, maravigliandosi egli della sua costanza, lui con essa ne mandò a Bologna ad una sua parente, pregandola che, senza mai dire cui figliuola si fosse, diligentemente l’allevasse e costumasse. Sopravvenne appresso che la donna da capo ingravidò, ed al tempo debito partorí un figliuol maschio, il che carissimo fu a Gualtieri; ma non bastandogli quello che fatto avea, con maggior puntura trafisse la donna, e con sembiante turbato un dí le disse: — Donna, poscia che tu questo figliuol maschio facesti, per niuna guisa con questi miei viver son potuto, sí duramente si ramaricano che un nepote di Giannucolo dopo me debba rimaner lor signore; di che io mi dótto, se io non ci vorrò esser cacciato, che non mi ci convenga fare di quello che io altra volta feci, ed alla fine lasciar te e prendere un’altra moglie. — La donna con paziente animo l’ascoltò, né altro rispose se non: — Signor mio, pensa di contentar te e di sodisfare al piacer tuo, e di me non avere pensiero alcuno, per ciò che niuna cosa m’è cara se non quanto io la veggio a te piacere. — Dopo non molti dí Gualtieri, in quella medesima maniera che mandato aveva per la figliuola, mandò per lo figliuolo, e similmente dimostrato d’averlo fatto uccidere, a nutricar nel mandò a Bologna, come la fanciulla aveva mandata; della qual cosa la donna né altro viso né altre parole fece che della fanciulla fatto avesse, di che Gualtieri si maravigliava forte, e seco stesso affermava, niuna altra femina questo poter fare che ella faceva: e se non fosse che carnalissima de’ figliuoli, mentre gli piacea, la vedeva, lei avrebbe creduto ciò fare per piú non curarsene, dove come savia lei farlo conobbe. I sudditi suoi, credendo che egli uccidere avesse fatti i figliuoli, il biasimavan forte e reputavanlo crudele uomo, ed alla donna avevan grandissima compassione; la quale con le donne le quali con lei de’ figliuoli cosí morti si condoleano, mai altro non disse, se non che quel ne piaceva a lei che a colui che generati gli avea. Ma essendo piú anni passati dopo la nativitá della fanciulla, parendo tempo a Gualtieri di fare l’ultima pruova della sofferenza di costei, con molti de’ suoi disse che per niuna guisa piú sofferir poteva d’aver per moglie Griselda e che egli conosceva che male e giovenilmente aveva fatto quando l’aveva presa, e per ciò a suo potere voleva procacciar col papa che con lui dispensasse che un’altra donna prender potesse e lasciar Griselda; di che egli da assai buoni uomini fu molto ripreso, a che nulla altro rispose, se non che conveniva che cosí fosse. La donna, sentendo queste cose e parendole dovere sperare di ritornare a casa del padre, e forse a guardar le pecore come altra volta aveva fatto, e vedere ad un’altra donna tener colui al quale ella voleva tutto il suo bene, forte in se medesima si dolea: ma pur, come l’altre ingiurie della fortuna aveva sostenute, cosí con fermo viso si dispose a questa dover sostenere. Non dopo molto tempo Gualtieri fece venire sue lettere contraffatte da Roma, e fece veduto a’ suoi sudditi, il papa per quelle aver seco dispensato di poter tôrre altra moglie e lasciar Griselda; per che, fattalasi venir dinanzi, in presenza di molti le disse: — Donna, per concession fattami dal papa io posso altra donna pigliare e lasciar te: e per ciò che i miei passati sono stati gran gentili uomini e signori di queste contrade, dove i tuoi stati son sempre lavoratori, io intendo che tu piú mia moglie non sia, ma che tu a casa Giannucolo te ne torni con la dota che tu mi recasti, ed io poi un’altra, che trovata n’ho convenevole a me, ce ne menerò. — La donna, udendo queste parole, non senza grandissima fatica, oltre alla natura delle femine, ritenne le lagrime, e rispose: — Signor mio, io conobbi sempre la mia bassa condizione alla vostra nobiltá in alcun modo non convenirsi, e quello che io stata son con voi, da Dio e da voi il riconoscea, né mai come donatolmi, mio il feci o tenni, ma sempre l’ebbi come prestatomi; piacevi di rivolerlo, ed a me dèe piacere e piace di renderlovi: ecco il vostro anello col quale voi mi sposaste, prendetelo. Comandatemi che io quella dota me ne porti che io ci recai, alla qual cosa fare né a voi pagatore né a me borsa bisognerá né somiere, per ciò che di mente uscito non m’è che ignuda m’aveste: e se voi giudicate onesto che quel corpo nel quale io ho portati figliuoli da voi generati, sia da tutti veduto, io me n’andrò ignuda: ma io vi priego, in premio della mia virginitá che io ci recai e non ne la porto, che almeno una sola camiscia sopra la dota mia vi piaccia che io portarne possa. — Gualtieri, che maggior voglia di piagnere aveva che d’altro, stando pur col viso duro, disse: — E tu una camiscia ne porta. — Quanti dintorno v’erano il pregavano che egli una roba le donasse, ché non fosse veduta colei che sua moglie tredici anni o piú era stata, di casa sua cosí poveramente e cosí vituperosamente uscire, come era uscirne in camiscia: ma invano andarono i prieghi; di che la donna in camiscia e scalza e senza alcuna cosa in capo, accomandatigli a Dio, gli uscí di casa ed al padre se ne tornò, con lagrime e con pianto di tutti coloro che la videro. Ora si dove sapere che nella città reale costumava, che quando si facevano giudizi di sentenzie ne' tribunali, anco la moglie del Re sprimeva il su' parere; e gli accadette, che quando il Re sentenziava, Grisèlda gli era sempre contraria, e al Re quest'opporsi accosì gli era vienuto dimolto a noia. Sicché dunque il Re disse un bel giorno alla Regina: - S'ha da far finita; da oggi 'n là ti proibisco di dar sentenzia assiem con meco. I' nun vo' esser sempre contrariato da te. Che tu smetta di metter bocca negl'interessi dello Stato. Alla Regina gli conviense ubbidire, e il Re 'gli andeva solo in tribunale. In questo frattempo successe che ci fusse una fiera, come sarebbe quella di settembre a Prato, un fierone, e dappertutto le parti ci vienivano le genti per vendere e comperare robbe e bestiami. Ci volse andare anco un fattore di lontano, perché aveva una bellissima cavalla pregna e contava d'esitarla a bon guadagno. Dunque il fattore si mettiede in viaggio e arrivò fora della porta prima che cominciassi la fiera, e per nun nentrar subbito dientro con la bestia strafelata e stracca, si fermò a un contadino. Dice: - Ci averesti voi da rimettermi un po' la bestia, 'ntanto ch'i' vo a vedere la città 'nnanzi che la fiera principi? Arrispose quel bifolco: - Sì, lassatela pure. Ma in nella stalla del posto nun ce n'è più; è tutto pieno: vo' l'avete a legare accosì sotto il portico al mi' carro; ché si sciolga nun c'è pericolo. Il fattore dunque legò la su' cavalla al carro, gli buttò del fieno, e poi se n'andiede a gironi per la città. Doppo che il fattore 'gli ebbe girato un bel pezzo, quando fu ora, se ne ritornò sotto 'l portico a pigliar la cavalla per menarla in sulla fiera, e trovò che in quel mentre gli aveva figliato un bel muletto; sicché, tutt'allegro il fattore, s'accosta per condurre via le du' bestie; ma deccoti a un tratto il contadino, che lo ferma e gli dice: - Padrone, signor fattore: la cavalla la meni pur via con seco, ma il muletto è mio. - Come vostro, - scrama il fattore; - se l'ha figliato la mi' cavalla? - Che cavalla! - berciò il contadino. - Qui 'gli è lo sbaglio; vo' fat'erro; il muletto l'ha figliato il carro. Insomma, nascette una lite buscherona, che nun rifiniva mai, sicché tutti e dua i leticatori se n'andiedano davanti al Re, perché lui decidessi; e il Re, sentute le ragioni delle parti, sentenziò che il muletto e' l'aveva figliato il carro e che però gli era del contadino. Figuratevi la disperazione del fattore, ché gli pareva dimolto ingiusta la sentenzia del Re! E dappertutta la città lui si lamentava di questa sentenzia, e tutti lo compativano e gli dicevano: - Eh! quando la Regina deva anco lei il su' parere, di questi simili sbagli nun ne succedevano davvero. Dice il fattore: - Che nun gli si pole parlar punto alla Regina? Arrisponde uno: - Che! 'gli è quasi impossibile. E poi, che vole? Lei nun sentenzia più, perché il Re l'ha proibita. Dice il fattore: - Se mi rinuscissi però, i' gli vorrei almanco parlare. E s'incammina in verso il palazzo reale. Arrivo che fu il fattore al palazzo reale, s'accosta a un cammerieri e gli domanda: - Galantomo, che si potrebb'egli parlar du' parole alla Regina? Arrisponde il cammerieri: - Che! 'gli è difficile, perché il Re l'ha proibita di dar sentenzie. In ugni mo', i' mi posso anco provare a fargli motto, e sentire se lei vole ricevervi. E difatto sale su al quartieri della Regina, e gli dice che c'è un omo che gli vole parlare. Fa la Regina: - Vienga pure, i' l'ascolterò. Dunque il fattore monta le scale e lo menano in nella stanza della Regina, e doppo gl'inchini e le reverenzie, lui gli racconta la brutta sentenzia del Re e gli addomanda se c'è un rimedio. Dice la Regina: - Sentite, i' nun posso metterci bocca, perché il Re m'ha proibito gli affari dello Stato. Ma un consiglio, purché vo' nun dite d'addove viene, ve lo posso anco dare. Arrisponde il fattore: - Faccia lei; m'aiuti come pole, e nun si dubiti, ché starò zitto, e nun lo dirò a nissuno il consiglio che lei mi dà. Dice allora la Regina: - Il Re domani va a caccia fora della porta in un salvatico, addove 'n mezzo c'è un lago, ma secco di questa stagione, 'n senza un filo d'acqua. Fate accosì voi. Piglierete una zucca da pescatore e ve la metterete a cintola, e con una rete pescate. Il Re, in nel vedervi pescare in un lago alido a quel mo', dapprima riderà, e poi v'addomanderà, "perché pescate voi addove dell'acqua nun ce n'è?" E allora vo' gli avete a rispondere: "Maestà, 'gli è più facile che col tempo i' pigli de' pesci qui all'asciutto, di quel che un carro partorisca mai un mulo." Vo' vederete che ne nascerà qualche cosa. Disse il fattore tutto racconsolato: - Sicuro, i' farò come lei mi comanda. La mattina doppo il fattore con la su' zucca penzoloni alle reni e la rete infra le mane se n'andiede al lago insenz'acqua, si siede in sulla sponda, e buttava la rete e la ritirava 'n su, come se dientro ci fussano de' pesci chiappati. Deccoti in quel mentre il Re col su' séguito, e vede quell'omo lì acciaccinato a simil lavoro; e però comincia a ridere forte, e poi gli addomanda: - Oh! che siete insenza cervello, che pescate in un lago asciutto accosì? - Eh! che vole, Maestà! - arrispose il fattore: - 'gli è vero, i' pesco addove dell'acqua nun ce n'è. Ma vede, Maestà! i' ho un'idea per il capo, che sia dimolto più facile col tempo trovare qui de' pesci, di quel che un carro possa mai figliare un muletto. Scrama il Re in nel sentire quella risposta: - Tu sie' stato dalla Regina! Questo 'gli è un consiglio della Regina! Nun c'è che lei capace di questi sentimenti. I' ho capito, e so quel che ho da fare. Infrattanto, te vientene subbito al mi' tribunale. Vanno diviato al tribunale, e fatto chiamare anco il contadino, il Re diede un'altra sentenzia, e il fattore riebbe il su' muletto, che era giusto, perché era di lui.
Giannucolo, che creder non avea mai potuto questo esser vero, che Gualtieri la figliuola dovesse tener moglie, ed ognidí questo caso aspettando, guardati l’aveva i panni che spogliati s’avea quella mattina che Gualtieri la sposò; per che, recatigliele ed ella rivestitiglisi, a’ piccoli servigi della paterna casa si diede sí come far soleva, con forte animo sostenendo il fiero assalto della nemica fortuna. Come Gualtieri questo ebbe fatto, cosí fece veduto a’ suoi che presa aveva una figliuola d’un de’ conti da Panago: e faccendo fare l’appresto grande per le nozze, mandò per la Griselda che a lui venisse; alla quale venuta disse: — Io meno questa donna la quale io ho nuovamente tolta, ed intendo in questa sua prima venuta d’onorarla: e tu sai che io non ho in casa donne che mi sappiano acconciar le camere né fare molte cose che a cosí fatta festa si richeggiono; e per ciò tu, che meglio che altra persona queste cose di casa sai, metti in ordine quello che da far c’è, e quelle donne fa invitar che ti pare, e ricevile come se donna di qui fossi; poi, fatte le nozze, te ne potrai a casa tua tornare. — Quando il Re fu ritorno dal tribunale al su' palazzo, chiamò Grisèlda e gli disse: - I' t'avevo proibito di metter bocca in negli affari di Stato; ma te nun m'ubbidisci, e nun posso campare insenza essere scontraddetto da te. Sa' tu quel che è. Te devi arritornartene a casa tua. Piglia quattrini, piglia gioie, piglia anco la cosa che t'è più cara dientro al palazzo reale, ma fora! Ché qui nun ci si pole stare tutt'e dua assieme. Arrisponde Grisèlda: - Come vole Sua Maestà. Ma però i' gli chieggo una grazia sola, di aspettare a domani di andarmene. Di sera sarebbe propio vergogna per lei e per me, e nascerebbano dimolti chiacchiericci e mormorii 'ntra la gente. Dice il Re: - Concessa la grazia. No' si cenerà per l'ultima volta assieme, e poi domani te a casa tua. Nun mi rimuto. Vienuta la sera fu al solito 'mbandita la mensa reale, e Grisèlda 'gli aveva ordinato che ci fussano dimolte bottiglie in tavola, e lì mesci al Re, che finalmente, bevi bevi 'nsenza discrizione, cascò addormito in sulla poltrona, da parere un masso. Dice allora Grisèlda a' servitori: - Pigliate la poltrona con quel che c'è sopra e vienitemi dietro: ma che nimo nun sia ardito di parlare. I servitori presano la poltrona a braccia con il Re a quel mo' appioppato e s'avviorno con la padrona, che sortì dal palazzo e poi andiede fora della porta della città, e nun si fermò che a casa sua, quand'era notte fitta. Picchia, e su' padre domanda dal di dientro: - Chi è a quest'ora? - Apritemi, babbo, ch'i' son io, - arrispose Grisèlda. Il contadino s'affaccia alla finestra in nel sentire la voce della figliola: - Come, sie' te a quest'ora che qui? I' te l'avevo ditto che un bel giorno tu averesti dovuto arritornare a casa tua! I' feci pur bene a serbarti i panni di lendinella. Son sempre qui, veh! attacchi spenzoloni al cavicchio in cammera tua. Scrama Grisèlda a quel chiacchiericcio: - Gnamo, via! meno discorsi e apritemi.
Come che queste parole fossero tutte coltella al cuor di Griselda, come a colei che non aveva cosí potuto por giú l’amore che ella gli portava come fatto aveva la buona fortuna, rispose: — Signor mio, io son presta ed apparecchiata. — Ed entratasene co’ suoi pannicelli romagnuoli e grossi in quella casa della qual poco avanti era uscita in camiscia, cominciò a spazzar le camere ed ordinarle, ed a far porre capoletti e pancali per le sale, a fare apprestar la cucina, e ad ogni cosa, come se una piccola fanticella della casa fosse, porre le mani: né mai ristette, che ella ebbe tutto acconcio ed ordinato quanto si conveniva. Ed appresso questo, fatto da parte di Gualtieri invitar tutte le donne della contrada, cominciò ad attender la festa: e venuto il giorno delle nozze, come che i panni avesse poveri indosso, con animo e costume donnesco tutte le donne che a quelle vennero, e con lieto viso, ricevette. Gualtieri, il quale diligentemente aveva i figliuoli fatti allevare in Bologna alla sua parente che maritata era in casa de’ conti da Panago, essendo giá la fanciulla, d’etá di dodici anni, la piú bella cosa che mai si vedesse, ed il fanciullo era di sei, avea mandato a Bologna al parente suo pregando che gli piacesse di dovere con questa sua figliuola e col figliuolo venire a Saluzzo ed ordinare di menar bella ed onorevole compagnia con seco, e di dire a tutti che costei per sua mogliere gli menasse, senza manifestare alcuna cosa ad alcuno chi ella si fosse altramenti. Il gentile uomo, fatto secondo che il marchese il pregava, entrato in cammino, dopo alquanti dí con la fanciulla e col fratello e con nobile compagnia in su l’ora del desinare giunse a Saluzzo, dove tutti i paesani e molti altri vicini da torno trovò, che attendevan questa novella sposa di Gualtieri. La quale dalle donne ricevuta, e nella sala dove erano messe le tavole venuta, Griselda, cosí come era, le si fece lietamente incontro, dicendo: — Ben venga la mia donna! — Le donne, che molto avevano, ma invano, pregato Gualtieri che o facesse che la Griselda si stesse in una camera o che egli alcuna delle robe che sue erano state le prestasse, acciò che cosí non andasse davanti a’ suoi forestieri, furon messe a tavola e cominciate a servire. La fanciulla era guardata da ogni uomo, e ciascun diceva che Gualtieri aveva fatto buon cambio: ma intra gli altri Griselda la lodava molto, e lei ed il suo fratellino. Gualtieri, al qual pareva pienamente aver veduto quantunque disiderava della pazienza della sua donna, veggendo che di niente la novitá delle cose la cambiava, ed essendo certo, ciò per mentecattaggine non avvenire, per ciò che savia molto la conoscea, gli parve tempo di doverla trarre dell’amaritudine la quale estimava che ella sotto il forte viso nascosa tenesse; per che, fattalasi venire, in presenza d’ogni uomo sorridendo le disse: — Che ti par della nostra sposa? — Signor mio, —rispose Griselda — a me ne par molto bene; e se cosí è savia come ella è bella, che il credo, io non dubito punto che voi non dobbiate con lei vivere il piú consolato signor del mondo: ma quanto posso vi priego che quelle punture, le quali all’altra che vostra fu giá, déste, non diate a questa, ché appena che io creda che ella le potesse sostenere, sí perché piú giovane è, e sí ancora perché in dilicatezze è allevata, ove colei in continue fatiche da piccolina era stata. —  Gualtieri, veggendo che ella fermamente credeva, costei dovere esser sua moglie, né per ciò in alcuna cosa men che ben parlava, ...
Il contadino scende dunque e apre, e vede tutta quella gente; nentrano in casa, e Grisèlda si fa portare in cammera il Re e lo fa mettere spogliato nel su' propio letto; poi licenzia i servitori, e anco lei va a letto accanto del Re. Quando fu la mezzanotte il Re si destò, e gli pareva di star male in sulle materasse, e si sentiva doliccicare dappertutto. Tasta e s'accorge che ha la moglie con seco. Dice allora il Re: - Grisèlda, oh! nun t'avevo ditto che avevi da ire a casa tua? - Sì, Maestà, - arrisponde lei: - ma nun è anco giorno. Dorma, dorma. Il Re si riaddormì. A bruzzolo il Re si desta daccapo, alza gli occhi e vede la luce attraverso 'l tetto. Nun sapeva lui quel che si pensare. Guarda d'attorno e s'accorge che nun è la su' cammera del palazzo reale, sicché addimanda alla moglie: - Grisèlda, che lavoro è egli questo? Oh! addove no' siemo? Dice Grisèlda: - Sua Maestà nun mi disse che dovevo arritornarmene a casa mia? Deccomi, ci sono. Nun mi disse che portassi pur con meco la cosa che più mi garbava nel palazzo? Siccome la cosa che più mi garba è Sua Maestà, accosì i' ho porto con meco qui anco lei. I' l'ho obbedita appuntino in tutti i su' ordini.
...la si fece sedere allato e disse: — Griselda, tempo è ornai che tu senta frutto della tua lunga pazienza e che coloro li quali me hanno reputato crudele ed iniquo e bestiale conoscano che ciò che io faceva ad antiveduto fine operava, volendoti insegnar d’esser moglie ed a loro di saperla tenere, ed a me partorire perpetua quiete mentre teco a vivere avessi; il che, quando venni a prender moglie, gran paura ebbi che non m’intervenisse: e per ciò, per pruova pigliarne, in quanti modi tu sai ti punsi e trafissi. E però che io mai non mi sono accorto che in parola né in fatto dal mio piacere partita ti sii, parendo a me aver di te quella consolazione che io disiderava, intendo di rendere a te ad una ora ciò che io tra molte ti tolsi e con somma dolcezza le punture ristorare che io ti diedi: e per ciò con lieto animo prendi questa che tu mia sposa credi, ed il suo fratello, per tuoi e miei figliuoli; essi sono quegli li quali tu e molti altri lungamente stimato avete che io crudelmente uccider facessi, ed io sono il tuo marito, il quale sopra ogni altra cosa t’amo, credendomi poter dar vanto che niuno altro sia che, sí come io, si possa di sua moglier contentare. — E cosí detto, l’abbracciò e basciò, e con lei insieme, la qual d’allegrezza piagnea, levatosi, n’andarono lá dove la figliuola, tutta stupefatta queste cose ascoltando, sedea: ed abbracciatala teneramente, ed il fratello altressi, lei e molti altri che quivi erano sgannarono. Le donne lietissime, levate dalle tavole, con Griselda n’andarono in camera e con migliore agurio trattile i suoi pannicelli, d’una nobile roba delle sue la rivestirono, e come donna, la quale ella eziandio negli stracci pareva, nella sala la rimenarono. E quivi fattasi co’ figliuoli maravigliosa festa, essendo ogni uomo lietissimo di questa cosa, il sollazzo ed il festeggiar multiplicarono ed in piú giorni tirarono: e savissimo reputaron Gualtieri, come che troppo reputassero agre ed intollerabili l’esperienze prese della sua donna, e sopra tutti savissima tenner Griselda.
Dice il Re: - Tu sie' propio una donna a modo, Grisèlda. Il mammalucco son io, che fo anco dell'ingiustizie. Via, leviamoci e torniamo al palazzo, e da qui 'nnanzi i' ti vo' sempre a dire i tu' pareri e a sentenziare con meco al tribunale. Allora si levorno e se n'andiedano diviato al palazzo reale, e la Regina deva i su' pareri e le sentenzie come da prima, e tutto il popolo fu dimolto contento.
Il conte da Panago si tornò dopo alquanti dì a Bologna, e Gualtieri, tolto Giannucolo dal suo lavorio, come suocero il pose in istato che egli onoratamente e con gran consolazione visse e finì la sua vecchiezza. Ed egli appresso, maritata altamente la sua figliuola, con Griselda, onorandola sempre quanto piú si potea, lungamente e consolato visse. E accosì que' dua camporno lungo tempo, e

Se ne stettano e se la godettano, E a me nulla mi dettano.
Che si potrá dir qui, se non che anche nelle povere case piovono dal cielo de’ divini spiriti, come nelle reali di quegli che sarien piú degni di guardar porci che d’avere sopra uomini signoria? Chi avrebbe altri che Griselda potuto col viso non solamente asciutto ma lieto sofferir le rigide e mai piú non udite pruove da Gualtier fatte? Al quale non sarebbe forse stato male investito d’essersi abbattuto ad una che, quando fuor di casa l’avesse in camiscia cacciata, s’avesse sì ad uno altro fatto scuotere il pilliccione, che riuscito ne fosse una bella roba.





























https://www.spiweb.it/dossier/dossier-psicoanalisi-e-guerre-gennaio-2014/note-per-una-rilettura-del-pensiero-di-franco-fornari-sulla-guerra/
Nel pensiero di Fornari c'è la risposta che corrisponde alla vicenda di Griselda. Per non cadere nella paranoia distruttiva Gualtieri ha bisogno che la donna lo tratti come buono, vale a dire che bonifichi i suoi impulsi cattivi, rappresentati dalle azioni crudeli. Ma quando si commuove smette di pretendere questa assoluta assoluzione da parte della donna, perché, se la pretendesse da una sposa non avvezza alle privazioni, la ucciderebbe. Griselda non è santa, Griselda è erede di Diotima.

Qui sotto le tre immagini del Maestro di Griselda (datazione incerta, forse 1490) sono precedute dalla quarta opera di Botticelli col banchetto di nozze fra Nastagio degli Onesti e la sua amata (come le prime tre tavole databile al1483, vedi la nota sulla novella di Nastagio degli Onesti). La stretta relazione fra le due opere è certamente stata osservata, qui ci interessa come indice della relazione fra il lieto fine di Griselda - centesima novella del Decameron - e il lieto fine delle novelle della quinta giornata, vale a dire di quelle che completano il numero di cinquanta.



Maestro di Griselda (1490?)

RAI RADIO 3 AD ALTA VOCE
DECAMERONE LETTURE XV-XVI
Griselda
Francesco di Stefano detto il Pesellino, La storia di Griselda (1455-1457) Il Marchesato di Saluzzo
nel 1494
Apollonio di Giovanni, La novella di Griselda (1440 c.a.)







Griselda Opera lirica di Alessandro Scarlatti
47° Festival della Valle d'Itria, Martina Franca 2021
Libretto di Apostolo Zeno, rivisto da anonimo.
È la sola opera di Scarlatti pervenuta completa.
Prima rappresentazione: Roma, Teatro Capranica, gennaio 1721, con un cast solo maschile, composto da cinque castrati e un tenore.










BIBLIOGRAFIA DEI TESTI CITATI IN QUESTA PAGINA

Amina Shah, La storia dei quattro dervisci di Amir Khusru, Vicenza: Edizioni Il Punto d’Incontro, 1992.
Bausi, Francesco, Gli spiritimagni. Figure aristoteliche e tomistiche nella decima giornata del Decameron
Botti, Francesco Paolo, "La virtù impura. La novella di Natan e  Mitridanes e la X giornata del Decameron"  in: D. Capasso, Nella moltitudine delle cose, cit. (pp. 84-106, testo integralmente disponibile online) ultimo accesso 26/07/2022.
Capasso, Danilo, a cura di, Nella moltitudine delle cose. Convegno internazionale su Giovanni Boccaccio a settecento anni dalla nascita. USA NC: Ae Aonia edizioni, Lulu Press, 2016. (testo parzialmente disponibile online) ultimo accesso 26/07/2022.
Nerucci, Gherardo, Sessanta novelline popolari montalesi. Introduzione, note e glossario di Roberto Fedi.MIlano: Rizzoli BUR 1977.


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© Adalinda Gasparini
LAVORI IN CORSO
Online dal 30 giugno 2022
Ultima revisione 8 novembre 2022














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