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POESIA EROTICA MEDIEVALE ITALIANA

SECOLI XIII-XIV


 


  ADALINDA  GASPARINI       PSICOANALISI E FAVOLE





QUESTO MIO NICCHIO (I)

QUESTO MIO NICCHIO (II)

DATE BECCARE ALL'AUGELLINO

FATEVI A L'USCIO MADONNA DOLCIATA



QUESTO MIO NICCHIO - PRIMA VERSIONE

Questo mio nicchio, s' io no 'l picchio,
L' animo mio non mi lassa stare.
Questo mio nicchio vorrebb' uno,
Molto si guarda dal digiuno,
Per lo star diventa bruno:
Io lo 'ntendo adoperare.
Questo mio nicchio egli è sì fatto:
E' non è si folle e matto,
Che chi v' entra e vòl far patto
Il pegno vi dee lassare.
Questo mio nicchio egli è ritroso,
Intorno intorno egli è piloso,
Par il diavol quand' è cruccioso.
Madre mia, non indugiare.
De le minor ci è di noi
Che hanno marito e figliuoi;
E io lassa guardo i buoi:
Che si possin scorlicare!
Questo mio nicchio, s'io no 'l picchio
L'animo mio non mi lassa stare.




QUESTO MIO NICCHIO - SECONDA VERSIONE

Questo mio nicchio, s' io no 'l picchio,
L' animo mio non mi lassa stare.
Questo mio nicchio vorrebbesi uno,
Molto si turba per lo digiuno,
E per lo star doventa bruno:
Vorrebbesi adoperare.
Questo mio nicchio si è boscoso
Intorno intorno egli è piloso;
Pare un diaulle quand' è coruccioso:
Con il cotal si vorre' azzuffare. - 
Figlia mia ora ti tace.
Questo tuo nicchio non è verace:
Quando fia tempo di darvi pace,
Un bel mazzapicchio ti vuo' comprare. -
Madre mea, che hai tu detto?
Guata come mi cresce il petto.
Questo mio nicchio pare un pennecchio:
Quanto diaule vuoi tu indugiare?
Assai vi sono delle mie minori;
Chi ha marito e chi ha figlioi:
E io, meschina, guardo i buoi:
Ch'oggi si possano scorlicare!






DATE BECCARE ALL'AUGELLINO

Date beccare all' ugellino. . . ,
Donne e fanciulle, per 1' amor di Dio.
Questo ugellino gli è tanto bello,
Ardito e forte com' un lioncello:
Un dipintor no 'l farebbe più bello,
Com' egli ha fatto la testa e 'l suo crino.
Quest' ugellino è vago dell' ova,
Vanne cercando quantunque ne trova:
Quando v' è dentro non par che si mova,
E poi se n' esce un cotal pocolino.
E non si cura là onde s' attuffa
Per che li sappi di feccia di muffa:
Cacciasi dentro a la baruffa,
Cacciasi dentro quel buon piccolino.
Chi lo vedesse cosi ben armato
Andare a la giostra quel dileggiato;
Dà solo un colpo ed è iscavalcato,
Torna piangendo com' un fanciullino.
Questo ugellino egli è costumato,
Nanti a le donne non tien nulla in capo:
Egli sta ritto e sta iscapucciato,
E mai non cura nè giel nè serino.
Questo ugellino è di questa conviglia;
Egli sta ritto com' una caviglia:
Mona Bernarda per man se lo piglia,
Cacciasel dentro com' un cacciolino.




Fatevi a l'uscio, madonna dolciata;

Chè v' ho recato un cesto d' insalata.
Io v' ho recato d' ogni fin' erbetta
(Fatevi a l'uscio, madonna sovrana),
Cicerchia, invidia, metaschio e rutetta;
Menta, fiorranza, nepitella e borrana.
Più chiara sete ch'acqua di fontana
E rilucenle più che una stagnata.
Sète più bella che 'I fior de ginestra,
Più dolce ancor che 'l vin del botticello.
Darèvi volontieri una canestra
Di belle glande pel vostro porcello;
Faròvi un fascio d' erba pel vitello,
Et òvi a far un di' una mattinata.
L'altr'ier, quand' io vi vidi, donna mia,
Coll'altre donne alla festa a danzare,
Se non che avete troppa compagnia,
Un pomeranzo vi volea donare.
Tutto 'l commun vi stava a vagheggiare:
Ognun diceva - Ve' bella bracciata -.
Vanne, ballata mia, bella e paziente,
A quella rosa colta di genaio.
Più che l'aratol chella è rilucente.
Et è più bianca che no è 'l mugnaio.
Di che 'l suo drudo l'aspetta al pagliaio
E vorebbe donarle una giuncata.
Fatevi all'uscio, madonna dolciata;
Ch'io v'ho recato un cesto d'insalata.



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RIFERIMENTI


Questo mio nicchio s'io nol picchio
Giosuè Carducci, Cantate e ballate, strambotti e madrigali nei secoli XIII e XIV a cura di Giosuè Carducci; Pisa: Tipografia Nistri, 1871; XXXIX, pp. 63-64.    
Online: http://www.archive.org/stream/cantileneeballat00carduoft#page/62/mode/2up; ultimo accesso: 30 giugno 2012.
Date beccare all'augellino...
Giosuè Carducci, Cantate e ballate, strambotti e madrigali... cit.; XLI, pp. 65-66.
Online: http://www.archive.org/stream/cantileneeballat00carduoft#page/64/mode/2up; ultimo accesso: 30 giugno 2012.
Fatevi a l'uscio, madonna dolciata... Giosuè Carducci, Cantate e ballate, strambotti e madrigali... cit.; XLIX, pp. 76-77.
Online: http://www.archive.org/stream/cantileneeballat00carduoft#page/76/mode/2up; ultimo accesso: 30 giugno 2012.
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NOTE


Questo mio nicchio s'io nol picchio
Giosuè Carducci introduce questa canzone ricordando che alla fine della Quinta Giornata del Decameron Dioneo, al quale è stata chiesta una canzone, ne propone nove, fra le quali: "Monna Aldruda, levate la coda, Chè buone novelle vi reca", "Alzatevi i panni, Monna Lapa", "Deh, fa pian, marito mio", suscitando le risa delle donne, mentre la regine gli impone di dirne un'altra. Fra queste si trova anche "Questo mio nicchio s'io no 'l picchio". Finalmente la regina gli impone di cambiare genere, se non vuole vedere come può arrabbiarsi.
"Canzoni," scrive Carducci, "delle quali bastava cantare o dire le prime parole perchè le donne intendessero di che si trattava e ne ridessero o se ne sdegnassero, dovettero certo essere diffuse tra 'l popolo. È ancora da notare che parecchi di que' principii accennano [...] a ballate rusticali di che dovemmo recare a' tempi del Boccaccio le origini di quella poesia che poi fece un genere letterario a sè ne' giorni del Medici e del Pulci." (Cit., p. 61).

Delle nove canzoni licenziose proposte da Dioneo resta solo quella del nicchio. La prima versione, trecentesca, è tratta da un codice magliabechiano fiorentino, la seconda da un codice parmense quattrocentesco.


Date beccare all'augellino... Dallo stesso codice parmense della canzone del Nicchio: quella cantata dalla donna, questa dall'uomo.

Fatevi a l'uscio, madonna dolciata... Dal codice Riccardiano Carducci trae questa elaborazione letteraria di altri canti, che mantiene però una pregevole eleganza popolare.
"Esempio questo che è stato una fortuna ritrovare, e che può chiarire come e quanto le ballate gli strambotti e i rispetti della scuola fiorentina del secolo XIV e XV si foggiassero su rozzi e popolari prototipi". (Giosuè Carducci, cit., p. 76)


Poesia colta e popolare
Leggere e rileggere poesie dei secoli XI-XIV significa dissetarsi all'acqua sorgiva della lirica e della lingua italiana. Privilegio raro per chi non è specialista, ma non inaccessibile, come non è necessario conoscere i segreti del foie-gras per trovarlo e gustarlo. Quel che appassiona tanto da includerne tante nel sito Psicoanalisi e favole è quanto rileva Giosuè Carducci: i componimenti colti dei secoli XIV e XV avevano secondo la sua nota di cui sopra prototipi rozzi e popolari.
Oltre a riconoscere nel popolo analfabeta o incolto la matrice del discorso colto, occorre riconoscere che il cosiddetto popolo coglie e rielabora strutture narrative e poetiche della letteratura colta.
Se il primo riconoscimento è avvenuto col romanticismo, che nella crisi culturale europea ha cercato autenticità nel popolo, il secondo riconoscimento, non facile, presuppone una rinuncia alla fede nell'esistenza di una autenticità delle storie e delle favole, e non solo, sia affermata per un'origine divina - il Vecchio e il Nuovo Testamento e il Corano per le tre religioni del libro - o per una ricerca storico- letteraria, condizionata da un'ideologia che attribuisce l'autenticità e l'origine delle storie alle parti nobili aut alle parti popolari della società.
Per le fiabe sono certa che lo scambio e l'arricchimento avvengono nei due sensi, credo che sia così anche per altri generi. Penso anche che la psicoanalisi sia un allenamento prezioso, se non indispensabile, per muoversi nel campo della ricerca considerando le ideologie come le religioni come storie, favole, novelle o parabole che con Boccaccio vogliamo chiamarle. L'estensione nello spazio e nel tempo di una religione, di un'ideologia o di una fiaba non rende diversi i racconti da varianti attestate solo brevemente e solo in un paese. Per le narrazioni - come per la psicoanalisi - occorre maturare un metodo simile a quello della topologia, che descrive le forme per la loro relazione con lo spazio, non per le loro dimensioni, e ne studia le trasformazioni. Una sfera grande come la terra è lo stesso solido di un pallina da ping pong e anche di una tazza senza manico, mentre se la tazza ha il manico non è equivalente. Chiedo scusa se i termini che uso non sono esatti, sperando che qualcuno mi corregga. Si tratta di adottare un punto di vista qualitativo lasciando da parte le quantità. In un percorso analitico una parola o il frammento di un sogno possono avere effetti molto grandi, che anni di analisi non hanno avuto. Forse l'hanno preparatì? o si tratta solo di aver la pazienza di aspettare che si dia il punto di catastrofe (René Thom)?


Online dal 10 gennaio 2011
Ultima revisione 15 febbraio 2024