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FAVOLE D'AMORE E DI MORTE
SCELTE, TRASCRITTE, TRADOTTE E ANNOTATE DA ADALINDA GASPARINI


MOVITI AMORE
DAL  DECAMERON DI GIOVANNI BOCCACCIO
FIRENZE,
SEC. XIV


Moviti amore
Mentre visse sempre s’appellò suo cavaliere,  né mai
in alcun fatto d’arme andò, che egli altra sopransegna
portasse che quella che dalla giovane mandata gli fosse
.


Nell’immenso scrigno dei gioielli realizzati in Toscana si trova una canzone, che come una magia di fiaba permise di curare un grave male d’amore. Racconta Giovanni Boccaccio che a Palermo viveva Bernardo Puccini, ricco speziale fiorentino. La sua unica figlia, la bellissima Lisa, vide un giorno dalla finestra re Pietro d’Aragona e se ne innamorò segretamente, pur sapendo che la distanza che la separava da lui era incolmabile. La malinconia cresceva di giorno in giorno insieme all’amore: la bella giovane finì a letto malata, e ...di giorno in giorno, come neve al sole, si consumava. La nobiltà del suo cuore di donna era la stessa dei poeti del Dolce Stil Novo e come loro desiderava al di sopra di tutto esprimere il suo amore. Quando chiese di vedere Minuccio d’Arezzo, finissimo cantatore e sonatore, molto apprezzato dallo stesso re, suo padre lo mandò a chiamare, pensando che potesse rallegrare la figlia, alla quale nessuna cura era di giovamento.
A Minuccio Lisa rivelò il suo amore segreto, e lo pregò piangendo di trovare un modo per farlo sapere al re, perché solo così sarebbe morta consolata. Minuccio commosso dal cuore gentile della bella fanciulla andò dal poeta Mico da Siena al quale chiese di scrivere una canzone, che lui prestamente intonò d’un suono soave e pietoso. Poi si presentò a corte, dove il re era a tavola coi suoi commensali, e appena Pietro d’Aragona gli chiese che alcuna cosa contasse con la sua viuola...  egli cominciò sì dolcemente sonando a cantar questo suono, che quanti nella real sala n’erano parevano uomini adombrati, sì tutti stavano taciti e sospesi ad ascoltare.
 


Moviti, Amore, e vattene a messere

E còntagli le pene ch'io sostegno;
Digli ch' a morte vegno
Celando per temenza il mio volere.
Merzede, Amore, a man gionte ti chiamo
Ch' a misser vadi là dove dimora.
Dì che sovente lui disio et amo,
Sì dolcemente lo cor m' innamora;
E per lo foco ond' io tutta m' infiamo
Temo morire, e già non saccio 1' ora
Ch' i' parta da sì grave pena e dura
La qual sostegno per lui, disiando
Temendo e vergognando.

Deh! il mal mio per Dio fagli assapere.
Poi ch' i' di lui, Amor, fu' innamorata
Non mi donasti ardir quanto temenza,
Ched io potesse sola una fiata
Lo mio voler dimostrare in parvenza
A quelli che mi tien tanto affannata:
Così morendo, il morir m'è gravenza.
Forse che non gli sarie dispiacenza
Se el sapesse quanta pena i' sento,
S' a me dato ardimento
Avessi in fargli mio stato vedere.

Poi che 'n piacere non ti fu, Amore,
Ch' a me donassi tanta sicuranza
Ch' a misser far savessi lo mio core,
Lassa!, per messo mai per sembianza;
Merzè ti chero, o dolce mio signore,
Che vadi a lui e dónigli membranza
Del giorno ch' io il vidi a scudo e lanza
Con altri cavalieri arme portare;
Presilo a riguardare
Innamorata si che '1 mio cor père.


MUOVITI, AMORE..

Muoviti, Amore, e vattene a messere
e contagli le pene ch'io sostegno;
digli ch' a morte vegno ,
celando per temenza il mio volere.

Merzede, Amore, a man giunte ti chiamo,

ch' a messer vadi là dove dimora.
Di' che sovente lui disio e amo,
sì dolcemente lo cor m' innamora;
e per lo foco ond' io tutta m' infiamo
temo morire, e già non saccio 1' ora
ch'i' parta da sì grave pena dura
la qual sostegno per lui, disiando
temendo e vergognando.
Deh! il mal mio per Dio fagli assapere.

Poi che di lui, Amor, fu'innamorata
non mi donasti ardir quanto temenza,
che io potesse sola una fiata
lo mio voler dimostrare in parvenza
a quegli che mi tien tanto affannata;
così morendo, il morir m'è gravenza.
Forse che non gli sarie dispiacenza
se el sapesse quanta pena i' sento,
s' a me dato ardimento
avesse in fargli mio stato vedere.

Poi che 'n piacere non ti fu, Amore,
ch'a me donassi tanta sicuranza ,
ch'a messer far savessi lo mio core,
lasso, per messo mai o per sembianza;
mercé ti chero, dolce mio signore,
che vadi a lui, e donagli membranza
del giorno ch' io il vidi a scudo e lanza
con altri cavalieri arme portare:
presilo a riguardare
innamorata si che '1 mio cor pere!

Pietro d’Aragona volle sapere tutta la storia, e disse a Minuccio che sarebbe andato a visitare Lisa quella sera stessa. Il finissimo cantore e sonatore corse con la sua viola a dare la buona notizia a Lisa, e anche a lei cantò la bella canzone. Lisa manifestò un improvviso miglioramento, di cui il padre si rallegrò, non sapendone però la ragione. A sera giunse il re, che lo speziale ricevette nel suo bellissimo giardino, e chiese a Bernardo se sua figlia era sposata: il padre gli rispose che non la era, anche perché era da tempo gravemente malattia, aggiungendo che proprio quel giorno c’era stato un miracoloso miglioramento. Intuendone la ragione, il re chiese di vederla, e tenendole la mano la pregò di voler guarire per amor suo. Lisa gli rispose che il suo affetto sarebbe bastato a guarirla, perché era pronta a fare qualunque cosa per fargli piacere.
Qualche giorno dopo il re tornò dallo speziale con la regina e i suoi baroni, e le chiese di accettare un marito che avrebbe scelto per lei: lui, il re, le chiedeva solo un bacio, e le prometteva di essere per sempre il suo cavaliere.
Lisa rispose che accettava, in nome di quell’amore che sentiva con tanta forza da non poterlo contrastare, chiedendo e ottenendo il consenso della regina. Il re allora le presentò Perdicone, un giovane nobile ma povero, al quale ... donò Ceffalù e Calatabellotta, due bonissime terre e di gran frutto. Poi le prese il capo con le mani e la baciò sulla fronte. Le nozze di Lisa e Perdicone furono felici, e il re Pietro ...mentre visse sempre s’appellò suo cavaliere, né mai in alcun fatto d’arme andò, che egli altra sopransegna portasse che quella che dalla giovane mandata gli fosse.
Guarire da un mal d’amore o melanconia o depressione, che poteva e può essere mortale, è difficile ora come allora. Per guarire bisogna non chiudersi nel silenzio che, se finisce drammaticamente un amore, può diventare assoluto. Forse può ancora accadere che l’arte crei una specie di magia, come quella di Boccaccio, grazie al quale continua a esistere il poeta Mico da Siena, di cui non ci sono pervenute opere o notizie se non quelle trasmesse da Boccaccio. Altri testi ne tramandano la canzone, che qui riportiamo nella versione pubblicata da Giosuè Carducci, lievemente diversa da quella del Decameron (Cantate e ballate, strambotti e madrigali nei secoli XIII e XIV a cura di G. Carducci. Pisa: Tipografia Nistri 1871; pp. 16-17), ma la sua esistenza reale resta incerta.

Se l’arte ha un potere ancora magico, come quello che ci fa spaventare, gioire e piangere davanti a un film, quel che ha il maggior potere di cura nella vita dei singoli soggetti come in quella di una comunità, piccola o grande, è una figura paterna giusta e sensibile, capace di mettere il suo potere a disposizione di chi si appella a lei. Credere in una figura paterna con queste caratteristiche, in un padre o in un suo sostituto, credere in un governante o in un partito politico capace di servire la collettività, è talmente necessario che si preferisce chiudere gli occhi per illudersi che esista anziché accettare la sua mancanza. Se così non fosse, i dittatori e gli imbonitori non continuerebbero ad ottenere consensi di massa.

La figura di Pietro d’Aragona può ricordare altri sovrani di favola, come il favoloso califfo Harun ar-Rashid, che in tante storie delle Mille e una notte cammina in incognita per le vie di Baghdad, per vedere se ci sono ingiustizie alle quali è suo compito porre rimedio. 
Sovrani di favola, che non si trovano ora come mai se ne sono trovati, che però si sognano, di cui si continua a raccontare la storia, con gli anonimi narratori della raccolta araba o con il nostro Boccaccio. Non si riducono le ingiustizie e i mali che ci affliggono, ma una speranza, anche piccola, può esserne corroborata, e con la speranza la forza di lottare. 










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RIFERIMENTI


Testo
Adalinda Gasparini, STAMPTOSCANA, martedì 15 novembre 2011.


Giovanni Boccaccio
Decameron, Giornata decima, Novella settima; Letteratura italiana Einaudi. Edizione di riferimento a cura di Vittore Branca; Torino: Utet 1956; p. 821. Testo online: http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_2/t318.pdf; consultato il 14 novembre 2011.

 Moviti, Amore... Testo tratto da Giosuè Carducci (Cantate e ballate, strambotti e madrigali nei secoli XIII e XIV a cura di Giosuè Carducci. Pisa: Tipografia Nistri 1871; pp. 16-17. ), che commenta:

È la canzonetta della quale ci narra il Boccaccio [x. 7.] che fu composta da Mico da Siena e «intonata d'un suono soave e pietoso» da Minuccio d'Arezzo a istanza della Lisa inferma, a significar l' amore che celatamente la struggeva per Pietro d' Aragona re di Sicilia [a. 1282]. La riporta il Bocc. ma il Crescimbeni la ristampò [Coment. ist. volg. poes., vol. II, p. II, 1. 4, Venezia, MDCCXXX.] dal cod. 400 chisiano. Il Valeriani [Poet. del pr. sec. II. 417.] si attiene alla lezione del Bocc; dalla quale poco si discosta quella del Cresc. , mostrando però un' aria più senese ed antica. Io tenni a confronto il Bocc. [ediz. Fanfani] col Crescimbeni.

Testo online:
http://www.archive.org/stream/cantileneeballat00carduoft#page/16/mode/2up; consultato il 13 novembre 2011.

Muoviti, Amore...
Versione dal Decameron, attribuita da Boccaccio a Mico da Siena. Questo poeta esiste solo per il riferimento di Boccaccio, e per questa canzone. Non sappiamo se sia una creatura di Boccaccio, che avrebbe scritto a nome suo la canzone, o un poeta concretamente vissuto fra XIII e XIV secolo.
Fonte: http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_2/t318.pdf; consultato il 14 novembre 2011.
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IMMAGINE Cod. Manesse, sec. XIV.
Fonte: http://kidslink.bo.cnr.it/irrsaeer/bestiario/beslat/manes1.html; ultimo accesso: 1 luglio 2012.






© Adalinda Gasparini
Posted 10 January 2011
Last updated: 1 July 2012