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ADALINDA GASPARINI DA UN GAANDU ASSASSINO A UN ALTRO GIORNO AL DI LÀ DELL'AXIS FALLICO NEI GIOCHI SACRI DI VIKRAM CHANDRA www.alaaddin.it 2009 ABSTRACT La
letteratura
postcoloniale è più di un ponte fra le culture dei
colonizzati e dei
colonizzatori. INDICE
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1. ‘Non capisci?’ ‘Non
capisci?’
Ganesh Gaitonde è
il
potente e ricco capo di una delle due grandi bande criminali di Mumbai.
Ha
collaborato in incognita con i servizi segreti indiani, e ha avuto come
guida
spirituale un guru di fama internazionale. Ha scoperto che il suo
Guru-ji ha
organizzato, col suo aiuto, un attentato atomico che distruggerà
la città, per
attribuirne la responsabilità a un’organizzazione terroristica
islamica
appositamente creata. Lo scopo della sua guida, che considerava come il
buon
padre che non aveva mai avuto, è di realizzare un’India pura,
più ordinata e
pulita perfino di Singapore. Ganesh Gaitonde ha
tentato inutilmente di fermare l’attentato, e ora si trova nel bunker
atomico
che si è fatto costruire in pochi giorni a Bombay, a
Kailashpada, per
sopravvivere alla distruzione atomica. Ma la sua solitudine
è
grande, e la sua identità priva di sostegno: solo Jojo
Mascarenas, alla quale
lo lega la comprensione sperimentata in tanti anni di colloqui
telefonici, può
trattenerlo dallo scivolamento infinito del suo essere. : Eravamo così piccoli, e questo mondo era così
vasto. Senza la sua voce
nell'orecchio, io ero ancora più piccolo. Dovevo portarla dentro. [1] Jojo Mascarenas un tempo
ha tentato inutilmente di diventare un’attrice, e ha avuto successo
procurando
modelle e aspiranti attrici a uomini ricchi e potenti. La più
importante fra
queste è stata miss India, ed è diventata una grande
attrice, Zoya Mirza.
Proponendola come amante a Ganesh Gaitonde, Jojo le ha procurato il
finanziatore per gli interventi di chirurgia plastica che l’hanno resa
perfetta
e per la sua carriera nel cinema. Il gangster dapprima
cerca di convincere l’amica, che non ha mai incontrato di persona, a
raggiungerlo nel bunker. Non riuscendoci, se la fa portare con la forza. La donna cerca di
convincerlo a lasciarla andare, ma Gaitonde è inflessibile: “Non capisci?” Non posso stare così. Non posso. Devo
uscire. Non puoi
tenermi chiusa in questa prigione.” “Ma non capisci? Là fuori moriresti.” “E allora? Preferisco morire piuttostoche rimanere in questo
buco.” (Giochi sacri, traduzione
italiana di
Francesca Orsini; Mondadori, Milano 2007; p. 1052) [2] Gaitonde le impone il
modernissimo bunker, fornito di ogni comfort, come espressione della
propria
potenza che le permette di salvarsi. Per Jojo è una prigione
insopportabile. Nella contrapposizione
la
loro intesa, grazie alla quale ciascuno capiva lo stato d’animo
dell’altro
appena ne sentiva la voce al telefono, svanisce. Gaitonde non può
prendere
sul serio il discorso di Jojo, e cerca di imporsi affermando che le sue
parole
sono prive di senso: lui sa, a differenza di lei, di che cosa ha
bisogno? “Non ha nessun senso. In questo momento sei proprio pazza.
Sai che non è la
verità. Tu non vuoi morire.” (Trad.
nostra)[3] Perché Gaitonde
non cerca
di comprenderla, perché Jojo non tiene conto del fatto che
l’uomo non può stare
con le spalle al muro? ‘Don’t you understand?’
si chiedono a vicenda, come in un dialogo fra sordi. Jojo Mascarenas
dovrebbe
mettere da parte il proprio orgoglio per permettergli di ergersi nella
sua
virilità, dovrebbe essere testimone della sola verità che
può manifestare: io
solo posso salvarti, e se ti faccio violenza è per il tuo bene.
Potrebbe
comprendere che la sua inarrestabile e cieca determinazione è la
sola forma
d‘amore che può darle. Potrebbe almeno fingere di dargli retta,
per salvarsi. Ma Jojo non sa o non
vuole il gioco fra uomo e donna che accetta gli antichi limiti. Le
sembra
ridicolo? Il suo scopo sembra non
sottomettersi, e per farlo lo sfida: “Vuoi che ti dica la verità, Gaitonde? Sei un
vigliacco. Un tempo eri
qualcuno, eri un uomo, ma adesso sei un piccolo pazzo tremante che si
nasconde
in un fosso.” (Trad. nostra) [4] Jojo non si stupisce
quando lui risponde con un violento manrovescio, e la insegue,
gridandole
parole che sono le stesse di una violenza sessuale: “Randi.” La seguii per la
stanza mentre lei barcollava all‘indietro. “Vuoi vedere che razza di
uomo sono.
Lascia che te lo mostri. No, vieni, vieni. Ecco, ne vuoi ancora? Chi
sta
tremando, han? Chi è che sta tremando adesso?” (Giochi
sacri,
cit.; p. 1053)[5] Perdendo sangue dalla
bocca, Jojo ride: non le ha fatto vedere proprio nulla, non può
stupirla,
fermarla, domarla, zittirla. Lo specchio col quale Perseo ha sconfitto
la
pietrificante Medusa può ancora essere impugnato dalla donna: “Tu, tu non sei un uomo” disse. Mi rise in faccia con aria di
sfida.
“Comperavi le donne, perciò pensi di essere un grande eroe. Non
piacevi a
nessuna di loro, bastardo. Senza i soldi non avresti neanche potuto
avvicinarle.”(Ibidem)[6] Gaitonde non vuole e non
può credere che dica la verità, e ripete la mossa
già fatta, dicendo che vuole
salvarla. Jojo manda agilmente a vuoto il colpo, e contrattacca: “Bas” le intimai. “Basta.
Stai zitta. cerca di capire: sto cercando di aiutarti. Sto cercando di
salvarti
la vita.” “Ridevano di te, gaandu.
Scherzavano tra loro, dicevano che eri un povero topino patetico. Credi
di
essere qualcosa in confronta a una donna come Zoya? Ci ha detto che non
è mai
riuscita a cavare una notte soddisfacente a letto con te.” (Ibidem)‘[7] Colpito al cuore del suo
orgoglio maschile, Ganesh Gaitonde dimentica che Jojo è fragile,
sola come lui,
che come lui ha paura. Jojo diventa immensa, sostenuta dal coro
beffardo di
tutte le donne che gli ha procurato. Se non riesce a sottometterla, se
il suo
orgoglio è umiliato, allora è la donna ad avergli
sottratto la potenza fallica. Gaitonde ha sempre
temuto
che Zoya Mirza non lo amasse, che fingesse il piacere durante i loro
incontri.
Vedendola girare un film con Arnold Schwarzenegger ha immaginato che
l’attore
le desse il piacere che lei cercava, che con lui aveva sempre finto. Quando Jojo dice quel
che
lui ha sempre sospettato, rompe il velo del dubbio che lo proteggeva da
questa
verità umiliante. Gaitonde ora è inerme, come un bambino
di fronte alla mamma
che lo ha colto in fallo. Per comprendere il gioco
sacro di Ganesh Gaitonde e Jojo Mascarenas, appassionante e
tragico,
dobbiamo aprire una mappa psicoanalitica. La madre ha il potere di
illudere il figlio di essere il suo prediletto, il suo unico amore, e
di
disilluderlo crudamente, ogni volta che gli preferisce l’altro,
più grande
e più potente, il padre. Occorre un
equilibrio fra illusione e disillusione, senza il quale l’ipoteca che
il
bambino contrae per preservare la sua possibilità di crescere
è talmente
onerosa che la sua vita non basterà a pagarla, per liberarsene.
Si può pensare
alla nostra crescita come a una possibilità che otteniamo a
patto di accettare
un’ipoteca: noi dobbiamo credere a quel che ci dicono di noi i nostri
genitori,
qualunque storia ci raccontino. Se non riusciamo a far parte della
storia che
hanno preparato per noi, possiamo solo chiuderci in una forma di
autismo.
Meglio contrarre l’ipoteca, sperando di estinguerla col tempo, da
grandi. Il nostro personaggio
maschile ha una storia che rappresenta un’ipoteca quasi impossibile.
Gaitonde
ha avuto un padre di cui disprezzava la debolezza, e una madre che lo
tradiva.
Il padre un giorno uccide l’amante della madre e fugge, abbandonandoli,
e la
madre mantiene se stessa e il bambino con l’aiuto dei suoi amanti.
Appena
adolescente, il figlio fugge, cambia il proprio nome, come se fosse
figlio di
nessuno, e vive a Bombay dove diventa un grande gangster. Il capitolo
che
stiamo leggendo si intitola Ganesh Gaitonde Goes Home. Tutto
il potere
che ha conquistato lo porta, come in un imbuto, in questo bunker, dove
incontra
il proprio destino, lo stesso che ha cercato di fuggire. Vuole con sé la
sola
donna che lo ha compreso, una donna indomita, che dice di non aver
bisogno di
nessuno. Se lui ora riuscisse a salvarla, a domarla, a possederla,
estinguerebbe la sua ipoteca, sentirebbe di consistere come uomo,
lenendo
l’insicurezza identitaria che è riuscito a nascondere agli
altri, ma non a se
stesso. La potenza femminile materna, di fronte alla quale nessun padre
ha
mostrato di resistere, è rappresentata da Jojo e dal coro delle
sue randi di lusso. Il terreno è troppo
sfavorevole a Gaitonde,
ma non può perdere questa
occasione, e controbatte: “È una bugia. A Zoya piacevo.” Si chinò in avanti e poggiò le mani sulle
ginocchia. “A Zoya piacevo.” Spruzzi di
saliva mista a sangue
caddero sul pavimento, ma lei si stava divertendo. “A Zoya piacevo.”
“È così.” La voce che uscì dalla mia
bocca mi era estranea, flebile e
sperduta. (Trad. nostra)[8] La sua voce ora gli
rivela che sta perdendo, ma non può più fermarsi.
È come se la mamma gli
parlasse come a un bambino: sei uno sciocchino illuso... Il bambino
resta senza
appigli, scopre di essersi illuso di essere il campione della mamma, e
invece
lei lo ha sempre preso in giro. Gaitonde si dibatte e si irretisce: “Me lo disse la prima notte che passammo insieme. Disse che
ero
stupefacente. Davvero. Lo facemmo tutta la notte. È la
verità.” “Gaitonde, sei un idiota.” Adesso era trionfante. “Sei uno
stupido. Ti ha
preso in giro. Non era merito tuo, povero ingenuo. Ti diede un
bicchiere di
latte e badam. E dentro ci
sciolse una compressa di Viagra, un’intera pastiglia. Voleva dartene
due, ma
aveva paura di ucciderti. Io le dissi, fai bene se vuoi andare avanti,
se vuoi
arrivare fino alla luna, ma stai attenta a non fodnere il razzo che ti
ci deve
portare. E funzionò. Non era merito tuo, saala. Era
l’effetto del
Viagra. Un velo di rabbia mi annebbiò la vista. La scorgevo
oltre quel velo,
impettita, che rideva. Non aveva paura di me. (Ibidem)[9] Se Jojo non ha paura di
lui, Gaitonde è perduto, perché si è difeso dalla
propria fragilità spaventando
gli altri, o sottomettendoli col denaro e il potere. Non può
comprare la donna,
perché non è in vendita, non può legittimarla,
perché non sa che farsene della
sua legittimazione, non può salvarla, perché preferisce
la morte alla salvezza
che viene da lui. Gaitonde è ridotto all’impotenza, e la sua blue
haze of
rage, che si manifesta come una specie di follia paranoica,
rappresenta
l’ultimo baluardo dell’orgoglio maschile e della sua consistenza
identitaria.
Gaitonde deve reagire, perché come ogni essere umano dà
più valore alla sua
identità che alla sopravvivenza concreta. La percezione
dell’integrità del
proprio essere, o della speranza, anche minima, di ottenerla, permette
di
esistere come soggetti umani, anche gravati da ipoteche, anche
sull’orlo della
follia o della morte. Se la realtà fosse fatta di bisogni
biologici e di
oggetti adatti o inadatti a soddisfarli, il nostro mondo non sarebbe
quello che
sperimentiamo quotidianamente, e non avremmo bisogno di interrogarci
sulle
sofferenze e le gioie che sperimentiamo, impossibili da spiegare con il
senso
comune. ctrl Ma neppure Jojo, che
sembra così lucida e padrona di sé, segue un progetto
sensato. Se il suo scope
fosse stato vincerlo, ora che lui è sconfitto si fermerebbe,
invece continua a
sfidarlo, gli fa il verso, come in una presa di giro fra bambini. Vuole vincerlo o vuole
essere vinta? “A Zoya piacevo”
ripeté.
“Sei proprio uno stupido. Gaitonde, se pensi che lei fosse una vergine
rimasta
colpita dalla tua immensa virilità. Che chutiya. Aveva
avuto già dozzine
di uomini prima di te e molti altri dopo, e tra tutti tu se stato il
più
patetico. Sei stato, sei stato il più piccolo.” “Bugiarda. Lei era vergine. me lo dicesti tu. Me lo disse
lei.” “Una vergine?” “Sì.” “Idiota. Come credi che sia sopravvissuta in questa
città prima di arrivare
da te? Voi uomini bhenchod siete dispostia pagare di più per una
vergine e così
lei tornò vergine per te.” “No. C’era il sangue.” Rise così forte da doversi aggrappare al bordo del
tavolo. “Gaitonde, di tutti gli uomini più boriosi e gaandu del mondo, tu sei il più cieco. Arre,
nel raggio di dieci chilometri ci sono almeno venti dottori capaci di
rendere
di nuovo vergine qualsiasi donna. L’intervento dura mezzora, costa
venticinquemila, trentamila rupie. E dopo tre settimane la vergine
rinnovata
può essere pronta a spalancare le gambe su un lenzuolo bianco,
in modo che un
miserabile Gaitonde possa vedere il sangue e pensare di essere grande.” Le sparai. (Ib., 1053-1054)[10] Lo sparo chiude il corpo
a corpo, che distrugge uomo e donna quando nessuno dei due è
capace di
fermarsi, di andare oltre la speculare domanda senza risposta: “Non
capisci?
Non mi capisci?” Il sangue di Jojo sgorga
dal foro all’altezza del suo cuore, facendo svanire la pena per il
sangue
ingannevole della prima notte con Zoya Mirza. Gaitonde ora non dubita
più di essere un uomo, ora può riposare, si stende
accanto a lei. Quando si
sveglia, scopre che ha dormito per più di un giorno e di una
notte, e vede
accanto a sé il piede di Jojo. Ma ciò che notai come una cosa del tutto nuova,
sorprendente e incredibile,
fu quanto era complesso un piede umano. Ha piccoli cuscinetti e archi,
un
sistema intricato di muscoli e nervi, e tante, tantissime ossa. Si
flette e si
muove, cammina e sostiene. La pelle assume il colore degli anni che
attraversa,
finché le crepe non formano una rete complicata come la vita
stessa. Strinsi il piede di Jojo. Chiusi la mano intorno alla
caviglie e ne
avvertii la fredda inerzia. (Ib.,
1054-1055)[11] Per la prima volta,
accanto al corpo della sola donna dalla quale si è sentito
compreso, che ha
fermato accanto a sé con la pistola, Gaitonde accoglie la vita, che si manifesta in tutta la sua
complessità in un piede, come in uno sguardo, o in un loto
rampicante [lotus
vine]. Da dove viene questa salvezza a Ganesh Gaitonde, e dove lo
porta? [12] Ganesh Gaitonde torna
a casa, nel bunker a Kailashpada, per incontrare il suo destino, e
porta
con sé Jojo Mascarenas. Il loro corpo a corpo fatale ricorda Carmen,
la
storia musicata da Georges Bizet (1875). La vicenda, con alcune
modifiche,
viene dall’omonimo racconto di Prosper Mérimée (1845), ed
è stata tante volte
rinarrata e rirappresentata che possiamo considerarla come un grande
sogno
collettivo della cultura occidentale. La differenza più
importante fra la coppia del romanzo di Vikram Chandra e quella del
racconto di
Mérimée è che i primi due non hanno alcun rapporto
sessuale. Siccome Gaitonde e
Jojo si sono incontrati per la prima volta nel bunker a Kailashpada, la
loro
tragedia non ha una causa nell’attrazione erotica esercitata dalla femme
fatale. Imputare la tragedia al diabolico potere erotico di
Carmen
permette di ridurre il turbamento del corpo a corpo mortale con
un’attenuante
che appare biologica, quasi animalesca. Non facendo incontrare
sessualmente Gaitonde e Joio, Chandra lascia che emerga, per chi vuole
comprenderla, tutta l’intensità perturbante dell’estremo corpo a
corpo fra
maschile e femminile. Alla fine dell’opera
lirica Carmen sta per entrare con le amiche nell’arena dove il torero
Escamillo
le dedicherà la sua corrida, quando entra sulla scena don
José, che per amor
suo ha disertato, diventando un fuorilegge. Come Ganesh Gaitonde non ha
trovato
posto nell’ordine maschile consensuale, e ora ha bisogno che la donna
accolga
la sua disperazione. L’amante disperato e respinto è un grande
pericolo per
Carmen, le amiche le consigliano di evitarlo:
Frasquita: - Carmen, un bon conseil... ne reste pas
ici.
Carmen: - Et
pourquoi, s'il te plaît?
[...]
Frasquita: - Prends garde!
Carmen: - Je ne suis pas femme à trembler
devant
lui...
[...]
Mercédès: - Carmen, crois-moi,
prends garde!
Carmen: - Je ne crains rien!
Frasquita: - Prends
garde!
(Carmen, par Henri
Meilhac et Ludovic Halévy.
Musique de Georges Bizet. Acte
Quatrieme,
Scène I; Columbia Center for New Media Teaching and Learning; http://opera.stanford.edu/Bizet/Carmen/libretto.html)[13] Carmen si ferma di
fronte
a don José: lei non fugge. Lui la implora, non è
là per minacciarla, ma per
perdonarla, e cominciare una nuova vita insieme. Ma Carmen non vuole:
Carmen: Tu demandes l’impossible!
Carmen jamais n'ai
menti!
Son âme reste
inflexible;
entre elle et toi... c’est
fini
Entre nous c'est fini!
Don Josè: - Carmen, il est temps encore,
(Ib.) [14] Don José vuole
salvarla,
contro la volontà di lei:
Carmen:
- En vain tu dis: je t'adore!
(Ib., Scène II)[15] Perché il sangue
non
scorra, la donna deve scivolare nel silenzio. La parola di lui deve
prevalere:
non è nell’Uomo che si incarna il Verbo? non è lui che
è stato creato a
immagine e somiglianza di Dio, come racconta l’Antico Testamento? La
stessa
verità viene affermata su tutti i registri possibili. Un
proverbio italiano, in
dialetto veneto, tutt’ora citato, sintetizza perentoriamente come
dev’essere
una donna, e probabilmente la stessa cosa viene detta, con minime
variazioni,
in tutte le lingue del mondo:
Che la piasa
che la tasa
che la staga in casa.[16]
Nessuno ha mai preteso
che la donna non abbia parola, basta pensare alla grande
Shahrazàd, che parla
tanto da comporre Mille e una notte di racconti, o alla
sacerdotessa
Diotima, che svela la natura di Eros nel Simposio di Platone,
o alle
sibille, che venivano consultate quando era necessario un sapere
diverso da
quello comunemente accessibile. Ma la donna nell’ordine patriarcale
deve chiudere
la bocca in modo che la parola dell’uomo possa prevalere. Anche il suo
silenzio, se non significa sottomissione, è intollerabile per
l’uomo. Shahrazad
racconta ogni notte, ma dopo aver chiesto il permesso al sultano, e
quando
l’alba appare scivola da sé nel silenzio [lapses into silence]:
in modo che il
sultano possa andare a esercitare il suo potere sentendosi pienamente
capace di
circoscriverla. [17] Diotima conosce, a
differenza degli altri commensali di Socrate, la verità sulla
natura di Eros,
ma è Socrate a riferirla, includendola nel proprio discorso. La
voce delle
sibille era preziosa, ma era il dio Apollo che parlava per bocca loro.
Le
antiche divinatrici vivevano separate dalla città, in luoghi ben
delimitati o
difficili da raggiungere. Se una donna parlava con
voce propria, senza accettare la delimitazione maschile, poteva essere
solo il
personaggio di una tragedia, anche se quel che diceva era la
verità. L’indovina
Cassandra, che non aveva rispettato il volere del dio Apollo, viveva
nella
città di Troia profetando il futuro, ma era condannata a non
essere mai
creduta. Antigone, avendo onorato le spoglie del fratello morto contro
il
decreto del re di Tebe, viene giustiziata perché ha difeso con
la sua voce
libera una delle forme più antiche e universali di
umanità. Il maschile si
costituisce nell’ordine patriarcale solo nella misura in cui la sua
parola, il
suo corpo, la sua legge, delimitano e circoscrivono la donna,
condannandola a
morte se rifiuta di farsi delimitare. L’esempio più cupo e
più illuminante è
costituito dal Tribunale della Santa Inquisizione di Santa Madre
Chiesa, che
nei cinque secoli della sua storia ha mandato al rogo come streghe otto
milioni
di donne. Quale enorme potenza
assassina è attribuita alla parola e al desiderio indipendente
della donna, se
al suo manifestarsi corrisponde la tragedia, se la sua autonomia
procura la
morte a lei stessa e agli altri? Il mito di questo potere
terrifico della donna si nutre di altri miti, ed è ben presente
nell’inconscio
degli uomini e delle donne, quasi del tutto impermeabile alle moderne
convinzioni scientifiche, al diritto egalitario, alla lucida coscienza
critica.
Il mito della donna sfrenata, demoniaca e dannata, contorna nella
fascia più
esterna la base del dominio maschile, è l’orlo terrifico della
terra sulla
quale poggia l’axis mundi fallico, perno della cultura
patriarcale. Intorno a questo centro fallico che punta verso l’alto,
sta la
terra coltivata e benefica, che non desidera altro che sostenerlo e
garantirne
la durata. Sono le donne che piacciono e tacciono quando è
necessario, le spose
e le madri accoglienti, celebrate dalla cultura patriarcale quanto il
maschile
eroico, che libera la terra dai mostri, con le guerre, le scoperte
scientifiche, l’esercizio del potere. In questa
rappresentazione, che ricorda il cosmo tolemaico, il logos maschile si
alza al
centro, poggiando sulla terra, e tutti i fantasmi e i demoni che non si
lasciano colonizzare o annientare sono respinti ai margini, come i
mostri
marini che bordavano le antiche carte geografiche. La potenza demoniaca
femminile è la rappresentazione del resto che la cultura non sa,
non può
domare, la forza della vita che è cieca perché non vista.
Si chiama demone una
potenza che non coopera all’ordine umano, e la nominazione ha la
funzione di
spingerlo in uno spazio il più possibile lontano.[18]
Oltre i
confini del mondo, o nel cuore della sua origine, nel grembo femminile:
dal
corpo e dall’anima della donna che non si sottomette all’uomo viene un
pericolo
che travolge ogni cosa. Questa rappresentazione è una struttura
terrifica nella
realtà psichica dell’uomo e della donna, che può essere
riconosciuta in ogni
cultura umana. L’ipotesi di una
società
matriarcale, che avrebbe preceduto quella patriarcale, può
essere considerata
un mito, che presenta l’organizzazione fallocentrica come più
evoluta di quella
che vedeva la donna al potere. La donna nel patriarcato deve piacere,
tacere, e
stare ferma, in casa, perché i figli e il marito possano
lasciarla e
ritrovarla secondo i loro bisogni sovrani. L’ordine che assegna al
maschile un
diritto/dovere di dominio potrebbe risalire alle prime espressioni
umane di cui
ci è giunta la testimonianza. Nell’arte del paleolitico la donna
è spesso rappresentata
plasticamente, con seni, glutei e vulva mostruosamente sviluppati, ben
di più
di quelli delle sex-symbol contemporanee. Mancano le estremità,
e gli arti sono
appena abbozzati (Veneri del Paleolitico). Le figure maschili
invece
sono spesso disegnate in movimento sulle pareti delle caverne, con
corpi
filiformi, arti ben sviluppati, armi in pugno. Il pene eretto completa
spesso
questa rappresentazione del maschile. La persistenza del mito
di una superiorità maschile, la convinzione che il soggetto
della cultura sia
maschile - il genere umano, gli uomini, accomunano
sotto la
parola uomo anche le donne -, si esprime oggi nel momento stesso in cui
ci si
illude di osservarlo criticamente. Quando pensiamo che il patriarcato
logocentrico e fallocentrico sia stato voluto dai maschi contro le
femmine, non
facciamo altro, uomini e donne in modo solo apparentemente diverso, che
continuare ad attribuire alla parte maschile la responsabilità
di tutto
l’andamento della cultura e dell‘ordine sociale. Parlare di una tendenza maschile alla prevaricazione, al
dominio, all’arroganza, alla guerra, e di una tendenza femminile alla
composizione dei conflitti, alla mitezza, alla pace, significa cambiare
i
termini del gioco patriarcale lasciandolo intatto. Il mito è
tanto potente che
possiamo rovesciarlo, non prenderne le distanze, così accade in
Europa che
siamo passati, nell’arco di un secolo, dalla certezza che le donne non
possono
votare all’affermazione che più donne in parlamento e al governo
sarebbero una
garanzia di pace. Ciò che
garantisce la
permanenza della cultura patriarcale, la sola di cui ^conosciamo
realisticamente l’esistenza, è la stabilità di un axis
mundi fallico, si
preferirebbe quindi attribuirne il possesso e la tutela alle donne: non
è raro
sentire l’affermazione per la quale le donne sarebbero state
considerate
inferiori per limitare la loro reale superiorità. Pur di non interrogarsi sulla consistenza
immaginaria dell’axis mundi fallico, pensiamo con risibile
ingenuità che
la cultura patriarcale sia stata imposta da un sesso contro l’altro. Nella mia esperienza
psicoanalitica osservo come molte donne, di ogni età e
condizione sociale e
culturale, mettano in gioco una tendenza inconscia a sostenere la
parola
dell’uomo, proprio mentre a livello cosciente si difendono da lui con
ogni
arma. Il mito di un centro
unico suggerisce la lettura della storia di Carmen come la violenta
soppressione della libertà femminile da parte del maschile. In
questa
prospettiva Jojo Mascarenas sarebbe una donna libera, e Ganesh Gaitonde
il
rappresentante di una violenza solo maschile. Possiamo dimenticare che
Jojo, che pure conosce bene Gaitonde, lo provoca tanto da farsi
uccidere? Possiamo dimenticare che
Carmen potrebbe ignorare don José e andare a vedere Escamillo
che uccide il
toro per lei? Quando si levano le
fanfare e le grida della folla per il trionfo sul toro lei è
già morta, avendo
preferito al combattimento del torero nell‘arena il suo combattimento
con don
José. Carmen e Jojo non vogliono essere delimitate, fermate
dagli uomini che
vogliono salvarle, proteggerle, amarle. O vogliono essere
fermate? Don José e Ganesh
Gaitonde conoscono l’indomabile natura di Carmen e di Jojo:
perché vogliono
proprio loro? Don Josè vive la
stessa
tragedia di Ganesh Gaitonde, come lui ha perduto ogni riferimento certo
a un
sistema culturale, ha lasciato la sua famiglia, è un fuorilegge.
Ma perché
pensa, come Gaitonde, che solo quella donna possa fare da base al suo
cuore,
che solo la donna senza padroni, la donna che sa dire la verità,
possa
accogliere la sua anima incerta, come una casa ospitale? Questa donna
non è
materna, non vuole accoglierlo né dargli il tempo di rigenerarsi
nel suo
grembo. O vuole disperatamente essere per lui grembo vivo, senza
riuscirci? Le parole raggiungono la
massima violenza, dopo la quale il linguaggio verbale cede e il corpo
entra in
azione:
Carmen (voulant passer): - Laisse-moi... laisse-moi...
José: Sur
mon
âme,
Carmen: Laisse-moi, Don José, je ne te suivrai
pas.
[...]
José: Non,
par
le sang, tu n'iras pas!
Carmen: Non, non!
jamais!
José (avec
violence): Je suis las de te
menacer!
Carmen (avec colère): Eh
bien! frappe-moi donc, ou laisse-moi
passer.
(Carmen, cit., Ib.)[19] Questa violenza maschile
è allo stesso tempo espressione di impotenza e disperata
barriera contro
l’impotenza stessa, avvertita come annientante dal soggetto maschile.
Se Carmen
e Jojo comprendessero la debolezza degli uomini che fronteggiano,
perché
dovrebbero combatterli? Perché continuano a sfidarli quando
vedono che sono
sconfitti? Vogliono distruggerli o vogliono che la loro
maschilità fallica si
manifesti, miticamente efficace, capace di contenere la mitica
distruttività
femminile? Carmen, come Jojo
Mascarenas, sembra non sopportare la debolezza di don José, e
gliela mostra
crudelmente, sfidando la sua maschilità, a qualunque costo:
José (éperdu): Pour
la dernière fois, démon,
Carmen: Non! non!
José (le poignard à la main,
s'avançant sur Carmen): Eh
bien! damnée!
[...]
(José a frappé Carmen... Elle tombe
morte... Le vélum s'ouvre. La foule sort du
cirque.)
José (se levant): Vous
pouvez m'arréter... c'est moi qui l'ai tuée!
Ah! Carmen! ma Carmen adorée! (Ib.)[20] Cale il sipario, la
compagna del corpo a corpo fatale è vinta, è morta, e don
Josè si consegna ai
tutori della legge, pronto a essere giustiziato. Non ha più
nulla da dire, non
c’è più nulla da sentire. Ma nel racconto di
Mérimée don José ha un tempo fra la morte di
Carmen e la sua, e questo è il
tempo del racconto. Al suo ascoltatore, poco prima di essere garrotato,
don
José dice qualcosa su verità e menzogna che non smette di
interrogarci: Elle mentait, monsieur, elle a toujours menti.
Je ne sais pas si dans sa vie cette fille-là à jamais dit
un mot de vérité ;
mais quand elle parlait, je la croyais : c’était plus fort que
moi. [21] (Prosper
Mérimée, Carmen ; Éditions
Garnier Frères, Paris 1960; p. 38) 3.
L’axis fallico diventa vago Ci sono verità
antistoriche, cieche, che giustificano la violenza. La verità
del
fondamentalismo, in Sacred Games è sostenuta da
Guru-ji, che ha un
immenso seguito di fedeli in tutto il mondo. Per realizzare un India
pura e
perfetta, non esita a distruggere con un’atomica tutta Bombay. Ci sono commistioni fra
illegalità e politici o tutori dell’ordine, elevate a sistema.
Nel suo ultimo
romanzo Chandra ci racconta come l’onestà sia qualcosa che
può esistere, ma va
pronunciata sottovoce. Prima degli anni Sessanta in Italia era
sconveniente
parlare di sesso, oggi si esita a dire che si agisce in nome di un
ideale.
Provare piacere facendo qualcosa che non porta danaro né
visibilità sta
diventando una faccenda intima, come sa bene Katekar, il sardar che da
sette
anni lavora con Sartaj Singh. Non trova nulla da rispondere a un suo
parente
gli chiede cosa aspetta a lasciare il suo incarico, così poco
redditizio, e
riflette. I soldi erano bene accetti, naturalmente, ma c’era
anche il desiderio di essere a servizio del pubblico. Sì,
davvero, sadrakshanaya
khalanighranaya. Katekar sapeva che non avrebbe mai potuto confessare
questo
impulso a nessuno, certo non a Vishnu, perché discorsi
altisonanti sul
proteggere il bene e il male avrebbero suscitato solo ilarità.
Anche tra i
colleghi non si poteva mai parlare di queste cose. Eppure l’impulso
c’era, per
quanto seppellito sotto sordidi strati di cinismo. Katekar l’aveva
visto ogni
tanto anche in Sartaj Singh, questo idealismo insensato e imbarazzante.
Naturalmente nessuno dei due avrebbe potuto anche solo accennare al
romanticismo dell’altro, ma forse era proprio questo il motivo per cui
la loro
collaborazione era così duratura. Una sola volta, quando avevano
salvato una
ragazzina di dieci anni dai suoi rapitori, in una baracca a Vikhroli,
Sartai
Singh aveva brontolato, grattandosi la barba: "Oggi abbiamo fatto un
buon
lavoro". Era bastato. (Giochi
sacri, cit., pp. 291-292)[22] Parole come quelle del
motto sanscrito della polizia di Bombay, Proteggi la Verità,
Distruggi il
Male, fanno parte dei grandi ideali, che nel XX secolo sono stati
usati per
coprire i peggiori crimini. Giusto diffidarne, ma è impossibile
orientarsi nel
labirinto della vita senza il filo d’Arianna di un senso della vita,
che
permetta, almeno qualche volta, di pensare che si è fatto un
buon lavoro. Come in tutto il nostro
mondo, in Sacred Games ci sono i potenti che pensano solo ad
arricchirsi, al punto che è difficile distinguere la morale del
gangster da
quella dei tutori dell’ordine. Si racconta di persone di ogni fede che
subiscono persecuzioni e perdite atroci, mentre nessuno pensa di dar
loro
giustizia. Ci sono giovani che per liberarsi della miseria o da una
scarsa
visibilità sono disposti a vendersi a protettori che li
introducano nel mondo
della televisione o della moda, c’è soprattutto la città
immensa, con quartieri
lussuosi e quartieri fatiscenti, ci sono i suoi tramonti bellissimi,
anche se
si sa che i colori potrebbero essere accesi dall’inquinamento. Ci sono molte
verità, che
scorrono dentro i personaggi e si muovono nelle vie della città,
come i rami di
un rampicante che per espandersi si avvolge anche su se stesso,
sperando di
trovare un sostegno, e salire, e fiorire. Il fiore di Sacred
Games, è la salvezza di Bombay dalla distruzione atomica,
metafora del
rischio radicale che percepiamo per il nostro mondo, così
ingiusto, pieno di
contraddizioni, e così ricco. Ganesh Gaitonde, dopo
aver stretto nella mano il piede inerte di Jojo, riflette: Avevo dormito per più di ventiquattro ore. Muoviti con questa cosa. Ma quale cosa? Più soldi,
più donne, più cadaveri.
L’avevo già vissuto, e non ne volevo più. E allora,
muoversi con quale cosa?
Steso sul pavimento, vicino a Jojo, me lo chiesi. Mi risentii intero,
su questo
pavimento macchiato di sangue, come se questo lunghissimo sonno mi
avesse
liberato dall’assurdo, dal caos, dalla spossatezza. (Trad. nostra)[23] Cos’è
l’integrità che
sente per la prima volta Gaitonde? Com’è possibile che la
conosca un gangster,
dopo aver ucciso l’amica che voleva salvare con sé? Quando qualcosa del
senso
della vita si manifesta, ha una forza sommessa e imbattibile. Nessuna
pratica
religiosa, nessuna ideologia, nessuna ricerca scientifica la
possiedono. Ha la
forza indomita del germoglio, e la sua natura è la stessa della voce
della
ragione [voice of the intellect], di cui Freud dice che è fioca,
ma
insiste, finché non ottiene udienza. ...Die Stimme des Intellekts ist leise, aber
sie ruht nicht, ehe sie sich Gehör geschafft hat. Am Ende, nach
unzählig oft
wiederholten Abweisungen, findet sie es doch. Dies ist einer der
wenigen
Punkte, in denen man für die Zukunft der Menschheit optimistisch
sein darf. (Die
Zukunft einer Illusion, 1927)[24] Qualcosa si fa strada ed
emerge solo quando rinunciamo a dominare la vita, riconoscendo che
tutte le
conoscenze di cui siamo giustamente orgogliosi sono impotenti di fronte
al
dolore e all’amore, di fronte al senso del nulla e di fronte alla
comunione con
il mondo intero. La voce della ragione è l’apertura radicale
alla realtà, la
scoperta del limite inesorabile della nostra presenza: il nostro tempo
breve
che dovrebbe bastare.[25]
Il
paradosso è che mentre si cerca di vivere ignorando i nostri
limiti, si trova
la vita solo riconoscendoli. Ora che per la prima
volta ha se stesso, Ganesh Gaitonde vuole consegnarsi, e sceglie un
tutore
della legge, come don José dopo aver ucciso Carmen nell’opera di
Bizet. Gli
viene in mente solo l’ispettore sikh Sartaj Singh, che era di servizio
quando,
anni prima, si era recato in incognita a un meeting di Guru-ji. Ma
Sartaj Singh
non sa di aver incontrato una volta il potentissimo gangster, e non sa
perché
mai abbia scelto di chiamare proprio lui. Il giorno prima è
stato
chiamato da un uomo asserragliato in camera, mentre la moglie con un
coltellaccio da cucina lo conficcava ripetutamente nella porta. Da una
finestra
del loro appartamento al quinto piano l’uomo, durante una lite, aveva
lanciato
la cagnetta della moglie. Uscendo Sartaj Singh
aveva guardato sul marciapiede la cagnetta innocente: L'amore è un bischero assassino. Povero Fluffy. (Trad. nostra)[26]
Quando Gaitonde, la
mattina dopo, lo chiama al bunker di Kailashpada, Sartaj Singh non ne
conosce
la ragione. Non ricorda di aver mai incontrato il capo della malavita
di
Bombay, non sa di averlo guardato con compassione, come un essere
umano.
Gaitonde lo sceglie perché rappresenta la legge, senza che la
sua umanità sia
coperta dall’uniforme, e lo considera adatto a prenderlo, il che
significa che
vuole raccontargli la sua storia. Sartaj Singh arriva al
bunker di Kailashpada, e cerca inutilmente di convincere il gangster a
uscire
dal bunker. Lo sta a sentire per alcune ore, durante le quali Gaitonde
racconta
l‘inzio della sua vita di gangster a Bombay, a un certo punto prova
interesse
per la sua storia, ma quando il bulldozer che ha chiamato riesce ad
aprire una
breccia nel rifugio atomico smette di ascoltarlo. Come potrà non
perdersi
Gaitonde, che si è appena trovato? Stai entrando. Sto ancora parlando, ma non mi ascolti
più. Hai lo sguardo
acceso. Mi volete, tu e i tuoi tiratori scelti. Ma ascoltami. Ho nella
testa un
turbinio di ricordi, brandelli sparsi di volti e di corpi. So come
strillano
uno attraverso l’altro, i loro nessi e loro sconnessioni, posso segurli
alla
loro velocità. Ascoltami. Se vuoi Ganesh Gaitonde, devi
lasciarmi parlare.
Sennò Ganesh Gaitonde ti scapperà, come è scappato
ogni volta, come è scappato
a tutti gli assassini. Ganesh Gaitonde è quasi scappato anche a
me. Ora, in
questa ora finale, io ho Ganesh Gaitonde, so chi era, cosa è
diventato.
Ascoltami, devi ascoltarmi. Ma ora sei nel bunker. (trad. nostra)[27]
A che serve il racconto
di una vita? Anche se Sartaj non
ascolta più, perché deve fare il suo lavoro, la scoperta
del bunker e dei suoi
due occupanti è la battuta d’avvio per sventare l’attentato
atomico di Guru-ji,
fra poliziotti e gangster e agenti segreti, di ogni religione e fede,
perdigiorno e idealisti, uomini e donne... Gaitonde
si consegna a Sartaj, che porta a termine il
compito di sventare
un attentato talmente terrificante che sembra non possa accadere se non
al
cinema. Il capo della malavita di Bombay aveva tentato di sconfiggere
il
fondamentalista Guru-ji, e la sua sconfitta è il punto di
partenza per la
riuscita del sardar sikh. L‘eredità di
Gaitonde è
un atto di fiducia senza garanzie di riuscita, come ogni vero dono che
una
persona fa a un’altra persona. L’impazienza di Sartaj non impedisce che
il dono
giunga a destinazione: A ogni tuo passo, vedo scorrere una dozzina dei miei anni.
Ora sono in
grado di vederli tutti insieme, dal primo inizio alla prima casa che mi
sono
costruita, la mia prima casa a Gopalmath. (Trad.
nostra)[28] Nel tempo di un passo
scorre per Gaitonde una dozzina di anni. Nelle pagine di un libro, che,
anche
se è grande [big] come i romanzi di Chandra occupa poco
più di un decimetro
cubico, s trovano storie che si intrecciano ad altre storie, un
labirinto
intricato di vite, di dolore, di aspirazioni deluse, di morti e di
speranze, di
cieli, di fogne, di stanze lussuose... La capacità di Vikram
Chandra di tenere
le fila di tutte queste storie è la sua straordinaria potenza di
narratore. Più
che il narratore onnisciente del canone classico, Vikram Chandra appare
come un
ascoltatore che rinarra storie senza impossessarsene, piuttosto
accogliendole,
curandole come un giardiniere, perché fioriscano. Ogni Inset ha
una
tale ricchezza che fa pensare all’abbozzo di un nuovo romanzo, ma anche
se le
pagine moltiplicano lo spazio, l’indagine di Sartaj Singh e il racconto
del
gangster premono. Nessuno lo sta ascoltando, eppure Gaitonde continua a
parlare: Ecco la pistola. La canna mi entra facilmente in bocca. Penso
a ciò che
avrebbe detto Jojo, Bastardo, hai paura o cosa? Vuoi che lo faccia per
te? No, Jojo, non ho paura. Sartaj, sai perché lo faccio? Lo faccio per amore. Lo
faccio perché so chi
sono. Bas, adesso basta. (Trad.
nostra)[29] Ancora oggi si
sperimenta
la forza magica della letteratura, il tempo immenso che sboccia e
scorre in un
fiume di parole, quando uno solo scrive, ma è consapevole di
raccogliere le
parole di tanti, di tutti. Una coincidenza interessante: i due grandi
[big]
romanzi di Chandra sono a cavallo di due secoli, e di due millenni.
Come in Midnight’s
Children (1981) e in The Moor’s Last Sigh (1995) di Salman
Rushdie,
in Red Earth and Pouring Rain (1995) il protagonista è
morente e
racconta in prima persona un romanzo intero. In Sacred Games il
narratore Gaitonde muore alla fine del secondo capitolo. Che cosa vuol
dire? I capitoli in cui Ganesh
Gaitonde narra in prima persona si alternano alla vicenda di cui
è protagonista
il sardar sikh, arrivando quasi alla fine del libro, e l’equivalenza
topologica
fra i passi del sardar sikh e le dozzine di anni di vita, o i capitoli,
è
pronunciata solo prima del capitolo della salvezza. Il destinatario
della
storia di Ganesh Gaitonde è e non è interno al romanzo:
siamo noi, i lettori,
perché cogliendo questo tempo topologico Vikram Chandra ha
potuto ascoltarlo e
narrarcelo. In Sacred Games ci
sono grandi rappresentazioni dei drammi che affliggono il nostro mondo
globale,
le contraddizioni della storia, ma il fiore sboccia grazie alla
capacità di
Chandra di scendere in fondo al minuscolo infinito dramma del soggetto,
di un
particolare soggetto: qui il mondo muore, rigermoglia, rinasce. Esiste un tempo lineare,
irreversibile, e uno spazio regolare, misurabile. Si possono costruire
orologi,
sempre più precisi, e misure capaci di indicare grandezze che
fino a un secolo
fa non erano pensabili. La conoscenza che si estende oltre i confini
delle
nostre percezioni ci turba, soprattutto applicandola alla nostra mente.
È il
tema dell’Inset The Great Game, nel quale sta morendo K.D.
Yadav, che ha
diretto i servizi segreti indiani, a causa di una malattia che
distrugge la sua
mente. K.D. può essere
considerato un modello di mascolinità, per intelligenza,
capacità di comando,
compassione, amore per la sua nazione. Il suo orgoglio si dissolve, non
di
fronte alla morte imminente, ma all’impossibilità di distinguere
la realtà
presente dai ricordi lontani: Ora K.D. Yadav conserva la memoria ma non la sequenza. Ha gli
elementi, ma
non la distanza che li separava. per lui il passato non è
più diviso dal
presente da un confine nitido e rassicurante, tutto è ugualmente
presente,
tutte le cose sono collegate e sono qui. Perché? Che cosa mi
è successo? K.D.
non lo ricorda. Invece ricorda. (Giochi
sacri, cit.; p. 394)[30] Come sono possibili due
affermazioni opposte? Si può affermare che una è vera e
una falsa? ...È in un letto d’ospedale a Delhi, sta perdendo la
testa. Considera la frase: perdere la testa. Che cosa resta, se la
tua testa non è
a posto? Se non c’è la testa, la mente, c‘è ancora un
sé? Ricorda che secondo
la parabola per conoscere l’Io deve esserci un altro Io, un occhio che
guarda
gli uccelli del sé che festeggiano con il nettare del mondo. Ma
resterà
qualcuno a vegliare, se vanno via queste strutture della mente, queste
facciate
di linguaggio, queste fondamenta di logica, queste narrazioni di causa
ed
effetto? Cosa resta quando tutto è crollato? Beatitudine o
torpore? Una
presenza, o un’assenza? “Il ragno tesse le sue cortine di tela nel
palazzo dei
Cesari, il gufo segna l’ora di guardia nelle torri di Afrasiab” (Trad. nostra)[31] Il controllo sfugge a
K.D. Yadav, e quel che comprende trova una spiegazione nella parabola,
mentre i
suoi racconti si affollano, incontrollabili. Dove abita il racconto,
se continua quando la mente ha perso il controllo sulla realtà e
sulla propria
espressione? Il racconto ha una
radice
nel sogno notturno, una nel delirio, ha radici dappertutto nella
realtà
quotidiana, permette che emerga il nostro carattere nelle sue pieghe
altrimenti
innominabili, e insieme può mascherare e smascherare
all’infinito la nostra
anima. Quale parte della mente
abita il racconto? Ad ogni passo di Sartaj
nel bunker di Kailashpada, Ganesh Gaitonde ricorda una dozzina di anni.
La
memoria somiglia al libro, perché basta aprirla, sfogliarla, per
visitare paesi
e città, rivedere persone amate e perdute, sentire ancora la
pena del dolore e
della sconfitta. La memoria è immensa, si contrae e si espande
verso
l’infinito, eppure se il nostro cervello si spegne, tutto scompare. La scrittura aumenta il
tempo del soggetto, può portare il suo racconto attraverso le
generazioni, e
gli permette di varcare confini che in vita non ha mai neppure
immaginato. La
comunicazione che oggi la rete rende possibile, l’immensa
quantità di informazioni
che possiamo conservare nel piccolo spazio di un personal computer,
sono
miracolose, ma sono una realizzazione dello stesso desiderio umano che
ha
portato a inventare la scrittura. La nostra mente accoglie e riproduce
l’immenso gioco della vita, e del suo respiro la letteratura è
lo specchio
vivente. Anche se Sartaj Singh
non
ha tempo per sentire la storia di Gaitonde, dalla sua determinazione a
consegnare la sua storia, se stesso, prende avvio l’indagine che
porterà
l’ispettore sikh a salvare Bombay dall’esplosione atomica, e a
ritrovare
l’amore, nell’incontro con Mary Mascarenas, sorella di Jojo. Freud ha aperto una
rivoluzione radicale con la psicoanalisi, su cosa sia la mente, non
solo la
vita psicologica del soggetto, ma anche la sua cultura. La neurologia
contemporanea propone modelli molto più simili a quelli della
psicoanalisi che
a quelli della medicina dei tempi di Freud. I confini fra
normalità e
follia si rivelano simili a quelli che separano gli stati, o le classi
sociali.
Esistono, ma cambiano col tempo, non rappresentano più una
certezza, sfumano
come il confine nitido e rassicurante fra passato e presente nella
mente di
K.D. Yadav. Se i confini cadono,
possiamo sperimentare la gioia per l’allargamento del nostro orizzonte,
ma
dobbiamo fronteggiare l’incertezza della nostra identità, che
perde i suoi
ancoraggi tradizionali. Nei suoi romanzi Vikram Chandra sembra aver
contemplato
ogni personaggio, piccolo o grande, prima di raccontarne la storia, di
mostrarci la sua fede, semplice o complessa: nessuno è
condannato, nessuno è
salvato. Ci sono personaggi che sopravvivono, come Sartaj Singh e Mary
Mascarenas, e altri che muoiono, come Ganesh Gaitonde e Jojo, ai quali
abbiamo
accostato don José e Carmen. Abbiamo ricordato il
racconto di Prosper Mérimée, quando don José dice
che Carmen ha sempre mentito,
ma che lui le ha sempre creduto: Je la croyais : c’était plus fort que
moi. (cit) Il dominio sulla donna
nel patriarcato si sostiene sull’attribuzione di una maggiore
capacità
raziocinante al sesso maschile. Nasce prima l’uomo, come nell’Antico
Testamento, e da una parte dell’uomo viene formata la donna. Si
può ricordare
che secondo l’antica medicina occidentale il sesso del nascituro
dipendeva dal
maggior o minor calore del grembo materno al momento della
fecondazione: se il
calore non era sufficiente, il feto poteva crescere, ma gli organi
genitali non
ce la facevano ad estroflettersi, restavano all’interno del corpo,
rovesciati.
Così nasceva una femmina, minus habens rispetto al
maschio. Si può anche
ricordare che l’ovulazione è stata scoperta all’inizio del XX
secolo: prima si
riteneva che lo sperma contenesse l’homunculus, e che la donna
fosse per
il bambino come la terra per il seme. L’infecondità di una
coppia poteva così
venire sempre attribuita alla sterilità della donna. Dobbiamo comprendere
come
la scienza poggi sui miti culturali, e che nessun pensiero umano
è possibile se
non all’interno di un mito culturale. Il primato dell’affect rispetto
ai
processi cognitivi diventa sempre più evidente, anche per chi
ignora che la sua
prima e decisiva teorizzazione è di Freud. Questa comprensione
implica una sospensione del giudizio su vero e falso, su reale e
immaginario.
Ma non significa ignorare la differenza fra bene e male, perché
dubitare di
quale sia la via giusta per muoversi nel labirinto della vita non
è una forma
di relativismo etico {spero che in inglese ci sia un‘espressione
corrispondente
a questa, che in Italia viene usata in senso dispregiativo}, come se
chi
accetta l’interrogazione radicale del nostro tempo fosse meno
coraggioso di chi
si schiera dietro a una bandiera. L’axis mundi
fallico, perno della cultura patriarcale, sostegno della
mascolinità dominante,
nel secolo scorso è stato indagato non meno della materia dalla
fisica
subquantica [subquantic], e la sua natura, prima percepita come
compatta, si è
rivelata piuttosto simile a una nebulosa. Distogliere lo sguardo dalle
prospettive aperte nel secolo scorso in tutte le scienze implica
regredire,
come accade, a forme di fondamentalismo che spaventano per la loro
violenza
irrazionale e antistorica. Parlare di
maschilità
oggi significa prendere atto dell’indebolimento dell’Io, del soggetto
maschile,
colui che ha il diritto e il dovere di delimitare la parola femminile.
Significa comprendere che la centralità del logos unico, dell’axis
fallico,
è un bisogno culturale irrinunciabile, e che mantenerne
l’unicità assoluta
significa riaffermare l’antica maîtrise sul diverso,
considerandolo
comunque minus habens. Per Guruji i musulmani
vanno eliminati dall’India, per i fondamentalisti islamici deve essere
eliminata dal mondo arabo l’influenza occidentale, mentre America ed
Europa
cercano di imporre la loro democrazia con le armi. Nihil novi sub
sole,
visto che la storia racconta di imperi che si alternano, e anche se
durano per
un millennio e sembrano eterni, muoiono, come le lingue, come ogni
organismo
vivente, lasciando che altre lingue e altre forme di cultura si
sviluppino. Quel che però
appare
nuovo, è che un numero immenso di esseri umani può
osservare in tempo reale
come si muovano contemporaneamente, egualmente certi del loro diritto e
dovere
di dominio, popoli di diverse culture. Dobbiamo sperare che uno di loro
prevalga, in modo che l’axis mundi logocentrico e fallocentrico
sia
restaurato? O possiamo considerare
la
possibilità, un tempo riservata ai mistici e ai saggi, di
contemplare il great
game della vita? Se il nostro controllo
si
rivela illusorio, se abbiamo sotto gli occhi la rovina che provoca per
affermare un principio unico e superiore, perché dovremmo essere
obbligati a
schierarci, affermando che la nostra via nel labirinto della vita
è più diritta
e migliore di tutte le altre? E come possiamo credere che questo ci dia
il
diritto e il dovere di imporla con la forza? Contemplando il piede
della amica che ha ucciso, Ganesh Gaitonde si sveglia dal suo sogno del
potere,
che si è trasformato in un incubo. La verità che enuncia
prima di spararsi è la
stessa che possiamo trovare nel Mahabharata, quando Dharma gli chiede
un
esempio di vittoria, suo figlio Yudhishtira risponde: la sconfitta. "Sartaj, mi hai chiamato yaar. Ti dirò una cosa. Che
uno la costruisca
grande piccola, non c’è casa che
sia
completamente sicura. Vincere vuol dire perdere tutto, e il gioco vince
sempre." (Giochi Sacri,
cit.; pp. 62-63)[32] Il gioco sacro della
vita
vince su ogni pretesa di controllarlo, di possederne il senso una volta
per
tutte. Il corpo a corpo fatale
fra Gaitonde e Jojo, come quello fra Carmen e don José, è
il gioco sacro
attraverso il quale, non fermandosi ai limiti assegnati dalla cultura
patriarcale all’uomo e alla donna nella cultura patriarcale, trovano la
morte.
In termini patologici, è il fatale incontro fra l’isterica e
l’ossessivo. Ma la
diagnosi non dà conto del fascino che esercitano le innumerevoli
storie che lo
mettono in scena, e l’incontro non è necessariamente tragico:
è appena il caso
di ricordare che sono state le pazienti isteriche a far scoprire la
psicoanalisi a Sigmund Freud, che certo era un ossessivo. C’è in queste
storie
qualcosa di così vivo che la morte stessa sembra fermarsi ad
ascoltare,
affascinata dal ritmo del racconto come il dio Yama, che in Red
Earth and
Pouring Rain siede sul suo trono di buio ad ascoltare i racconti
della scimmia
che era un bramino. Quello che trovano,
l’uno
nell’altra, l’uno per l’altra, l’uno contro l’altra, Gaitonde e Jojo,
è la loro
storia, che noi amiamo ascoltare, perché nel momento in cui,
identificandoci
con loro, trascendiamo i limiti della nostra esperienza quotidiana,
siamo
restituiti al nostro tempo comune, che comprende il loro, che li
ricorda in uno
degli spazi piccoli e immensi dell’anima. Il patriarcato espelle
quello che non riesce a dominare, a controllare, ma la ricchezza del
caos non è
meno importante per la vita dei suoi processi mirabilmente regolari. Quando la donna che non
si considera un’emanazione dell’uomo, rivendicando una libertà
senza limiti,
incontra l’uomo che non resiste al desiderio di amarla, per diventare
il suo
eroe civilizzatore, il caos vitale e terrificante che la cultura
patriarcale ha
espulso torna da terre ignote, da isole dove sbarcano solo i naviganti
che
hanno perso la rotta.
Gaitonde ha compreso il
senso della vicinanza con Jojo nello stesso momento in cui ha
rinunciato a
dominare la realtà: si è aperto al grande gioco che fa
incontrare col proprio
destino ciascuno di noi, in maniera tanto più tragica quanto
più ci si illude
di poterlo fuggire. del resto, anche la spinta a fuggire il proprio
destino è
un destino: Forse Jojo mi aspettava dall’altra parte. Forse mi avrebbe
offeso e ferito,
ma alla fine avrebbe capito. Io le avrei parlato e lei avrebbe capito,
come
sempre. Era solo questione di parlare, e di tempo. E io l’avrei offesa
perché
mi aveva tradito, perché mi aveva mentito. Ma alla fine l’avrei
perdonata. Ci
saremmo perdonati a vicenda.
(Trad. nostra)[33] Una forza più
grande di
lui, diceva don José, lo ha sempre spinto a credere a Carmen pur
sapendo che
mentiva. Forse questa stessa forza fa comprendere a Gaitonde cosa lo
legava a
Jojo fino a ucciderla per morire poco dopo di lei, come se il loro
corpo a
corpo fatale si rivelasse un incontro la cui posta è intravedere
una
comprensione nuova, la capacità di stare insieme perdonandosi a
vicenda. Due sorelle, Jojo e Mary
Mascarenas, due protagonisti che si incontrano, l’ispettore sikh e il
grande
gangster. Una città minacciata di distruzione totale, una
difficile via di
salvezza, una sola coppia che alla fine si salva. Sono gli ingredienti
di tante
storie, di tante fiabe, ma il protagonista non somiglia a un eroe,
anche se ha
sconfitto il nemico Guru-ji e ha combattuto contro il vecchio re, il
potente e
corrotto capo Parulkar. Alla fine del romanzo,
prima della pagina bianca: Sartaj scese dalla moto. Posò le scarpe sul pedale una
per una, e le
spolverò con un fazzoletto fino a farle splendere. Poi si
passò un dito attorno
alla vita, lungo la cintura. Si diede un colpetto alle guance, e
passò l’indice
e il pollice sui baffi. Erano splendidi, non aveva dubbi. Era pronto.
Entrò e
diede inizio a un’altra giornata. (Ib., p.
1162)[34]
[35] Nessun eroe alla fine
della sua storia si lustra le scarpe e si liscia i baffi. Poche pagine prima
leggiamo di un’altra cura niente affatto eroica, come quella che una
madre
dedica al suo bambino, o un padre, o un sano a un malato. Mary e Sartaj hanno
fatto
l’amore, ora sono sul letto e lei tira fuori una maschera rilassante: Mary voleva mettere del fango sulla faccia di Sartaj. “Non
è fango”, disse
lei indignata, ma era esattamente ciò che sembrava, fango in un
vasetto rosa. “Sì che lo è” disse Sartaj. “Sei andata
giù e l’hai presa sotto a una
pianta” (Trad. nostra) [36] ‘ La voce narrante
condivide lo sguardo di Sartaj, che ha avuto per la prima volta Mary a
casa
sua, e il salvatore di Bombay: ...aveva passato il pomeriggio a mettere in ordine e a pulire
togliendo la
polvere che si era accumulata durante il viaggio ad Amritsar. (Trad. nostra)[37] Dopo avergli spiegato
quanto sia costoso quel trattamento nel salone di bellezza in cui
lavora, Mary
Mascarenas si mette all’opera: “Arre, non ti muovere, baba.”
Tuffò
le due dita nel vasetto e spalmò la roba sulla fronte di Sartaj.
Stava dando
una sensazione fresca, fresca e liscia. “Tirati indietro i capelli.” Mary lavorava con calma e attenzione, tenendo la lingua fra i
denti. [...] Dopo aver finito, annuì soddisfatta, e lui le prese il
vasetto, ne tirò
fuori un po’ e la spalmò lungo la linea degli zigomi. la roba
era rossa e più
morbida del fango normale, molto omogenea e di grana finissima, e si
spalmava
facilmente. (Trad. nostra) [38] Una cura reciproca,
paritaria, non umilia la virilità di lui, né fa sentire
lei meno pronta per
accoglierlo. Molte pagine prima l’ispettore sikh le aveva confidato la
sua
incertezza su se stesso dicendole che il suo lavoro dipendeva in gran
parte
dalla fortuna: “Te ne stai seduto con le mani in mano, e ti cade qualcosa in
grembo.
Allora fai finta di aver sempre saputo cosa stavi facendo. [...] Devi stare a sentire, ma a volte il guaio è che non
sai che cosa stai
sentendo. Come se ci fosse una canzone, ma non ne conosci il motivo.
Così devi
vagare qua e là, guardando e ascoltando. Ti puoi sentire come
uno scemo.” Ora lei fu molto diretta, e lo guardò negli occhi. “Tu
non sei uno scemo,”
gli disse. Era una dichiarazione, e Sartaj non ebbe più
esitazioni. (Trad. nostra)[39] Se la gerarchia si
dissolve insieme al mito dell’axis fallico, posseduto in
esclusiva
dall’uomo, non per questo uomo e donna smettono di desiderarsi. Un mito, anche se dura
millenni, come un impero, può essere una stagione della vita
umana, una partita
del suo gioco sacro. I romanzi di Salman
Rushdie ricordati sopra, e in misura più innovativa e ricca
quelli di Vikram
Chandra, danno la possibilità di partecipare di uno sguardo che
arricchisce la
comprensione della cultura patriarcale occidentale, che sembra
pervadere tutte
le culture del pianeta proprio mentre mostra i segni del suo tramonto. Una diversa percezione
dell’Io e del Sé, difficile e quotidiana per chi, come chi
scrive, fa il
mestiere di psicoanalista, trova una profonda e rigogliosa espressione
letteraria in Sacred Games. Un
autore indiano, che ha alle spalle una cultura di incomparabile
antichità e
ricchezza, dopo il suo [its] lungo corpo a corpo con la cultura
inglese,
racconta in maniera nuova il nostro tempo e il dramma del soggetto
maschile. La
scelta della lingua inglese permette di tradurre, nel senso della
parola latina transducere, trasportare [to traduce], una
consapevolezza
del tempo e
dello spazio che consente al soggetto di rinarrarsi al di là
della caduta dell’axis
fallico maschile. Un modo diverso di
sentire il tempo, di includere nella coscienza la percezione della
morte
anziché di lottare contro la morte: non è questo il senso
che si può cogliere
nei sadhu che compongono un grande mandala di sabbia colorata per poi
distruggerlo? Sartaj li vede per caso
durante la sua indagine, mentre compongono un mandala per la pace: Era riposante guardare come cadeva la sabbia dalle mani dei
sadhu, la
grazia e la sicurezza dei loro movimenti. Dopo un po’, la struttura
generale
del mandala apparve a Sartaj in un vago contorno bianco. All‘interno
dell’ultimo
cerchio stavano formandosi molte zone indipendenti, ovali, ciascuna
delle quali
conteneva scene o immagini, umane animali e divine. Fra questi ovali,
proprio
nel centro dell’intero cerchio, c’era una forma, e Sartaj non poteva
distinguere cosa fosse. Fuori da questi ovali c’era la parete interna
del
quadrato, e fuori dal quadrato c’era un’altra ruota , e altre figure
ancora, e
poi un contorno con i suoi disegni, tutti di una complessità
ipnotica e in
qualche modo piacevole. Sartaj fu contento di essercisi perso. “Quando avranno finito, saab, lo cancelleranno.” “Dopo tutto questo lavoro?’ Chiese Sartaj. ‘Perché?’ Ganga alzò le spalle. ‘Forse è come il rangoli
delle nostre donne. Se è
fatto di sabbia, non può comunque durare.” Sartaj pensò che comunque era crudele creare questo
intero mondo vorticoso
e poi distruggerlo all’improvviso. Ma i sadhu sembravano proprio
felici. Uno di
loro, più vecchio, con i capelli grigi, colse lo sguardo di
Sartaj e gli
sorrise (Trad. nostra)[40] Crudele formare una figura che sarà distrutta, finché si tenta di padroneggiare la vita. Eppure possiamo cominciare a chiederci se il mandala di sabbia colorata non serva davvero alla pace. Leggendo Sacred Games si può pensare che valga la pena narrare e rinarrare il suo senso, come quello del rangoli, e dei mille lavori umili di ogni giorno, di uomini e donne rimasti senza parole. [41] [1] We
were so small, and this world was so
vast. Without her voice in my hear, I was smaller still. I had to bring her in. (Vikram Chandra, Sacred Games, Faber and Faber, London 2006; p. 805; trad. nostra) [2] ‘Don’t
you understand? I can’t stay like this. I can’t. I have to go out. You
can’t
keep me in this jail.’ ‘Don’t you understand? Up there you’ll die.’ ‘So what? I would rather die than stay in this
hole.’ (Ib., p.
813) [3] ‘That is complete
nonsense. You’re crazy right now. You know that’s
not the truth. You don’t want do die.’ (Ibidem) [4] Shall I tell you the truth, Gaitonde? You are a coward. You used to be something, you used to be a man, but now you are a trembling little madman hiding in a pit.’ (Ibidem) [5] ‘Randi.’
I followed her around the room as she staggered back. ‘You want to see
what
kind of man I am? Let me show you. No, come, come. Here, you want some
more?
Who‘s trembling, han? Who’s shaking?” (Giochi sacri, cit., p. 1053) [6] ‘You, you’re not a
man,” she said. She spat laughter at me, and
stood her ground. “You bought women so you think you’re a great hero.
None of
them never liked you, you bastard. Without your cash, you wouldn’t even
have
been able to come near them.’ (Ibidem) [7] Bas,’ I warned her.
‘Enough. Be quiet. Understand - I am trying to
help you. I am trying to save your life.’ ‘They laughed at you, gaandu. They made jokes
together, about what a pathetic, weak little rat you are. You think you
are
anything in front of a woman like Zoya? She told us that she never got
one good
night in bed out of you.’ (Ibidem) [8] “That’s
a lie. Zoya liked me.” She threw her head back and howled. ‘Zoya liked
me,’ she crowed. ‘Zoya liked me.’ She bent over and put her hands on
her knees.
‘Zoya liked me.’ Blood slipped and tripped on to the ground, but she
was only
amused. ‘Zoya liked me.’ ‘She did.’ The voice coming out of my throat was
strange to me, small and forlorn. (Ib., 813-814) [9] ‘The
first night we were together, she
told me that. She said I was amazing. She did. We did it all night.
That’s the
truth.’ ‘Gaitonde, you idiot.’ She was triumphant now.
‘You fool. She made a chutiya out of you. It wasn’t you, you simpleton.
She
gave you a glass of milk and badams. And in it she gave you a
crushed-up
Viagra, one full big tablet. She was going to give you two, but I was
afraid
we’d kill you. I told her, it’s okay to want to get ahead, you want to
go to
the moon, I understand, but don’t burst the rocket that’s going to get
you
there. And it worked. It wasn’t you, saala. It was the Viagra.’ A blue haze of rage came across my eyes. Through
it I saw her, standing straight up, laughing. She was not afraid of me.
(Ib.,
814) [10] Zoya
liked me,’ she said. ‘Gaitonde, you
fool, you think she was some virgin you impressed with your huge
manliness. You
chutiya. She had had a dozen men before you, and many afterwards, and
you were
the most pathetic. You were, you were smallest.” ‘Liar. She was a virgin. You told me. She told
me.’ ‘A virgin?’ ‘Yes.’ ‘You idiot. How do you think she survived in this
city before she came to you? You bhenchod men always pay more for
virgins, so
she became a virgin for you.’ ‘No. I saw the blood.’ She laughed so hard she had to hold on to the side
of a table. ‘Gaitonde, of all the pompous, gaandu men in the
world, you are the blindest. Arre, inside ten miles of here there are
twenty
doctors who will make any woman a virgin again. The operation takes
half an
hour, it costs twenty-five, thirty thousand rupees. And in three weeks
the
renewed virgin can be ready to spread her legs on a white sheet, so
some tiny
little Gaitonde can see all the blood and think he‘s big.’ I shot her. (Ibidem) [11] But
what I noticed all new, all keen and
fresh and as if for the first time, was how complicated a thing a woman
foot
is. It has little pads, and arches, and a convoluted network of muscles
and
nerves, it has bones, so many bones. It flexes and moves and walks and
endures.
Its skin takes on the colour of the year it passes through, until the
cracks in
it form a net as complicated as the life itself. I held Jojo’s foot. I cupped its ankle and held
its cold inertia. (Ib., 815)
[12] Vi
racconterò una storia che crescerà come un loto
rampicante, che si avvolgerà su
se stessa e si estenderà senza fine, finché tutti voi non
ne farete parte, e
gli dei verranno ad ascoltare, finché noi non staremo a parlare
tutti in un
hubbub musicale che contiene il passato, ogni momento del presente e
tutto il
futuro. (Vikram Chandra, Red Earth and Pouring Rain, Faber
and
Faber, London 1995; p. 617; trad. nostra).Per il senso di questa
immagine del
rampicante, che si intreccia con Sacred Games sulla copertina
dell’edizione inglese del romanzo, vedi anche: S. Albertazzi e A.
Gasparini, Il
romanzo new-global. Storie di intolleranza, fiabe di comunità;
ETS, Pisa
2003. Vedi anche A. Gasparini, Farewell, father Œdipus. Freedom and Uncertainty in
Vikram Chandra’s Sacred Games, in
corso di pubblicazione
nell’antologia Exploring Hidden Connections: Critical Insights into
Vikram
Chandra’s Fiction, a cura di Sheobhushan Shukla, Anu Shukla,
Christopher
Rollason; by Sarup & Sons of Delhi. [13] Frasquita:
Carmen, ti dò un consiglio... non
restare qui. Carmen:
E
vorresti dirmi perché? [...] Frasquita:
Sta’
attenta! Carmen:
Non
sono una donna che trema davanti a lui...
L’aspetto
e gli parlerò. [...] Mercedes:
Carmen,
dammi retta, sta’ attenta! Carmen:
Non
ho paura di nulla! Frasquita:
Sta’
attenta! (Trad. nostra) [14] Carmen:
Quel che tu chiedi non potrà mai
accadere!
Carmen
non ha mai mentito!
La
sua anima è inflessibile Her mind is made up completely, Fra te e lei... è finita. Io non ti ho mai mentito! Per noi due è la fine. Don
José:
Carmen,
hai la tua vita davanti a te, Oh, lascia che io ti salvi E che mi salvi con te! [15] Carmen:
È inutile che tu dica “Ti
adoro!"
Tu
non avrai più nulla da me.
Oh,
è inutile...
Tu
non avrai più nulla, nulla da me! [17] But morning overtook
Shahrazad, and she lapsed into silence, leaving
King Shahrayar burning with curiosity to hear the rest of the story.
[...] The
king thought to himself, “I will spare her until I hear the rest of the
story;
then I will have her put to death the next day.” When morning broke,
the day
dawned, and the sun rose; the king left to attend to the affairs of the
kingdom... (The Arabian Nights.
Translated
by Husain Haddawy. Based on the text of the Fourteenth-century Syrian
Manuscript edited by Muhsin Mahdi; W.W. Norton & Company, New York
-
London, 1990; p. 18) [18] Un
bellissimo esempio del potere del nome si trova nelle Mille e una
notte:
quando un demone, un jinn, rifiutava di convertirsi all’Islam, il re
Salomone
lo condannava a entrare in un vaso di rame, e lo sigillava imprimendovi
il suo
anello, sul quale era impresso il nome segreto di Dio. Il demone bloccato
dall’incantesimo veniva quindi gettato in fondo al mare, dove si trova
ancora,
se un pescatore non l’ha tirato su per caso. [19] Carmen
(cercando di passare): - Lasciami, lasciami! Don
José: Per l‘anima mia,
Carmen,
è me che seguirai! Carmen: Lasciami
andare, Don José, io non ti seguirò
mai.
[...] Don
José: No, sul mio sangue, tu non lo farai, Carmen: No!
No! Mai! Don
José : Sono
stanco di minacciarti! Carmen (in
collera): E va bene! Colpiscimi allora,
o lasciami passare. (Trad.
nostra) [20] Don José
(fuori di sé): Ora, per l’ultima volta, demonio,
vuoi
seguirmi? Carmen: No!
no!
Tieni! Don
José (impugnando il pugnale, avanzando verso Carmen): Va
bene! Dannata! [...] (José
ha ucciso Carmen... Lei cade morta. Si apre la
tenda. La folla esce dall’arena. Don
José (alzandosi): Arrestatemi... Son io che l’ho
uccisa! [21] Mentiva,
signore, ha sempre mentito. Non so se in tutta la sua vita quella
ragazza abbia
mai detto una parola di verità; ma quando parlava, io le
credevo: era più forte
di me. (Trad.
nostra) [22] Yes,
really, Sadrakshanaya
Khalanighranaya. Katekar knew
he could never confess this urge to anyone, much less Vishnu, becouse
fancy
talk of protecting the good and destroying evil and seva and service
would
elicit only laughter. Even among colleagues, this was never spoken
about. But
it was there, however buried it may be under grimy layers of cinycism.
Katekar
had seen it occasionally in Sartaj Singh, this senseless, embarassing
idealism.
Of course neither of them would ever so much as hint at the other’s
romanticism,
but perhaps this was why their partnership was so enduring. Only once,
when
they had rescued a trembling ten-year old girl from a shed in Vikhroli,
from
her kidnappers, Sartaj Singh had scratched at his beard and muttered,
‘Today we
did good work.’ That had been enough. (Sacred Games, cit.,
p. 220) [23] I
hade slept for more than twenty-four
hours. Get on with it. But get on with what? More
money-making, more woman, more killing. I already lived that, I had no
appetite
for more. So, get on with what? Lying on the ground, next to Jojo, I
asked
myself that. I felt whole again, delivered from fuzziness and
distraction and
exhaustion by this long rest on this bloodstained ground. (Ib., p.
815) [24] La voce
dell'intelletto è fioca, ma non ha
pace finché non ottiene udienza. Più e più volte
pervicacemente respinta,
riesce alla fin fine a farsi ascoltare. Questo è uno dei pochi
punti che
consentono un certo ottimismo per l'avvenire dell'umanità...(L’avvenire
di un’illusione; OSF; Boringhieri, Torino 1978; vol. X; p. 482) [25] Sopraffatto
pensavo: siamo fortunati, ed è
strano che impariamo a odiare perfino questo, che dimentichiamo simili
doni e
cerchiamo di liberarcene; le lenzuola sono fresche e lisce sotto di me,
e di
ciò sono riconoscente; sì, tutto questo deve bastare,
sentire queste cose e
sapere che tutto questo coesiste, la tessa con i suoi mari, il cielo
con i suoi
soli. (Vikram Chandra, Terra rossa e pioggia scrosciante;
Instar
Libri, Torino 1999; p. 26) Sanjay, che in
un’altra vita è stato un bramino suicida, ora ha il corpo di una
scimmia, e sta
per morire. Sta contemplando la bellezza del mondo comune a tutti, la
notte
prima di raccontare la sua storia. QUesto profondo sentimento della
bellezza è
connesso con la presenza della morte, come Eros a Thanatos. Mi sembra che la narrazione di Vikram Chandra
sgorghi da questo profondo nesso. Sul suicidio e l’amore per la
realtà, vedi
anche: A. Gasparini, Farewell, father Œdipus,
citato [26] Love
is a murdering gaandu. Poor Fluffy. (Ib.,
p. 5) [27] You’re coming in. I’m
still talking, but you aren’t listening to me
any more. Your eyes are afire. You want me, you and your riflemen. But
listen
to me. There is a whirlwind of memories in my head, a scatter of
tattered faces
and bodies. I know how they skirl through each other, their connections
and
theire disjunctions, I can trace their velocities. Listen to me. If you
want
Ganesh Gaitonde, then you have to let me talk. Otherwise Ganesh
Gaitonde will
escape you, as he escaped every time, as he escaped every last
assassin. Ganesh
Gaitonde escaped even me, almost. Now, at this last hour, I have Ganesh
Gaitonde, I know what he was, what he became. Listen to me, you must
listen to
me. But you are now in the bunker. (Ib.,
p. 817) [28] Under
each step of yours, I can see
dozens of my years pass. I can see it all together now, from the very
beginning
to the first house I built for myself, my first home in Gopalmath.
(Ibidem) [29] Here
is the pistol. The barrel fits snugly
into my mouth. I think of what Jojo would say: Bastard, you’re
scared or
what? You want me to do it for you? No, Jojo, I’m not afraid. Sartaj, do you know why I do this? I do it for
love. I do it becouse I know who I am. Bas, enough. (Ib. 817) [30] K.D.
Yadav now has memory, but not
sequence. He has the elements, but not the distance between them. To
him the
past is no longer separated from the present by a distinct and
confortable
boundary, everything is equally present, all things are connected and
are here.
Why? What’s happened to me? K.D. can’t remember. But he can
remember.
(Ib., p. 298) [31] ...He
is in a hospital bed in Delhi,
losing his mind. He considers the phrase: to lose your mind. What
would be left, if you misplaced your mind? If there is no mind, is
there still
a self? He remembers the parable, that to know the I there must be
another I,
an eye that watches the birds of the self feasting on the nectar of the
world.
But will there still be a watcher if you take these mind-structures
away, these
façades of language, these foundations of logic, these
narratives of cause and
effect? What will be left when it all comes crashing down? Bliss, or
numbness?
A presence, or an absence? ‘The spider weaves the curtains in the
palace of the
Caesars; the owl calls the watches in the towers of Afrasiab.’ (Ib.,
pp. 305-306) [32] ‘Sartaj,
you called me yaar. So I’ll tell
you something. Build it big or small, there is no house that is safe.
To win is
to lose everything, and the game always wins.’ (Ib., p. 42) [33] Maybe Jojo was waiting for me on the other
side. Maybe she would curse me and hit me, but finally she would
understand. I
would talk her and she would understand, as she always had. It was just
a
matter of talking, and time. And I would curse her for betraying me,
for lying
to me. But finally I would forgive her. We would forgive each other. (Ib.
p. 816) [34] Sartaj
got off the bike. He put up his
shoes up on the pedal, one by one, and buffed them with spare
handkerchieff
untile they shone. Then he ran a finger around his waistline, along the
belt.
He patted his cheeks, and ran a forefinger and thumb his moustache. He
was sure
it was magnificent. He was ready. He went in and began another day. (Sacred
Games, p. 900) [35] Sartaj, che è l’unico ispettore skh nella
polizia di Mumbai, ha la barba e dei magnifica baffi. Come ogni uomo
sik, ha il
cognome Singh, come tutte le donne si chiamano Kaur Questi cognomi
comuni a
tutti dovrebbero ridurre la divisione fra caste. È affascinante
che il protagonista
di Sacred Game appartenga auna cultura che ha iniziato il suo
sogno e la
sua ricerca di una comunità più giusta avocando alla
comunità la legittimazione
paterna, e prevedendo lunghissimi capelli per gli uomini. [36] Mary
wanted to put mud on Sartaj’s face.
‘It’s not mud,’ she said indignantly, but that’s exactly what it looked
like,
mud in a small pink pot. “Yes, it is,’ Sartaj said. ‘You went downstairs
and got it from under one of the plants.’ (Ib., p.
897) [37] ...had
spent the afternoon tidying up and
cleaning away the dust that had accumulated during his Amritsar trip. (Ibidem) [38] ‘Arre,
don’t move, baba.’ She dipped two
fingers in the pot, and painted the stuff over his forehead. It felt
cool going
on, cool and smooth. ‘Pull your hair back.’ She worked carefully and slowly, her tongue
between her teeth. [...] When she had finished, and nodded with
satisfaction, he took the pot from her and scooped up a dab and
smoothed it
along the line of her cheekbone. The stuff was red and softer than
ordinary
mud, very even and fine-grained, and it went on easily. (Ib.,
p. 898) [39] ‘You sit around, and
something drops into your lap. Then you pretend
that you knew what you were doing all along.’ [...] ‘You have to be listening, but sometimes the
trouble is that you don’t know you don’t know what you’re listening
for. Like
there’s a song, but you don’t know what the tune is. So you just have
to wander
around, looking and listening. It can make you feel like a fool.’ She was very direct now, her eyes locked on to
his. ’You are not a fool,’ she said. It was a declaration, and Sartaj didn’t hesitate
now. (Sacred
Games, pp. 592-593) [40] It was restful to
watch the fall of the sand from the sadhu’s hands,
their sure and graceful movements. After a while, the general structure
of the
mandale emerged for Sartaj in dim white outline. Inside the final
circle there
were going to be several indipendents regions, ovals, each with its own
scene
or figures, human and animal and godly. Between these ovals, at the
very centre
of the entire wheel, there was a shape, Sartaj couldn’t make out what
it was. Outside these ovals there was the
inner wall
of the squarem and outside the square there was another wheel, and more
figures, and then a rim with its own patterns, all of it hypnotically
complex
and somehow pleasing. Sartaj was content to be lost in it. ‘When
they are finished, saab, they wipe it all
up.’ ‘After
all this work?’ Sartaj said. ‘Why?’ Ganga
shrugged. ‘I suppose it’s like our women’s
rangoli. If it’s made of sand, it won’t last long anyway.’ Still,
Sartaj thought, it was cruel to create this
entire whirling world, and then destroy it abruptly. But the sadhu
looked quite
happy. One of them, an older man with greying hair, caught Sartaj’s eye
and
smiled. (Ib., pp. 221-222) [41] Mentre
concludo questo saggio, alla
mezzanotte del 7 maggio 2008, lo speaker alla televisione dà una
notizia:
domani un mandala di pace verrà formato a Vicenza. |