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ADALINDA GASPARINI                PSICOANALISI E FAVOLE
FROM A MURDERING GAANDU TO ANOTHER DAY
BEYOND THE PHALLIC AXIS IN SACRED GAMES BY VIKRAM CHANDRA


IN: POSTCOLONIAL INDIAN FICTION
IN ENGLISH AND MASCULINITY

Delhi, Atlantic 2009

DA UN GAANDU ASSASSINO A UN ALTRO GIORNO
AL DI LÀ DELL'AXIS FALLICO NEI GIOCHI SACRI DI VIKRAM CHANDRA
VIKRAM CHANDRA

GIOCHI SACRI - ROMANZO 2007

GIOCHI SACRI - SERIE TV 2018





ABSTRACT

La letteratura postcoloniale è più di un ponte fra le culture dei colonizzati e dei colonizzatori.
È uno spazio nuovo che non fissa confini: li dissolve. Più che un posto è una via, che appare familiare allo psicoanalista. Vikram Chandra scrive di illusioni che diventando trasparenti non svelano né nuove ideologie né forme di impotente cinismo. Nei Giochi sacri leggiamo l’irreversibile indebolimento dell’identità fallica. Gaitonde, un potente gangster di Bombay/Mumbai, e Jojo, un’agente di aspiranti attrici ed escort, difendono la loro identità giocando fra loro il combattimento prediletto da uomini e donne, che Carmen e don Josè giocano tragicamente nella celebre opera di Bizet.
L’ispettore sikh Sartaj Singh ha l’incarico di indagare su un possibile attacco fondamentalista che potrebbe distruggere la città di Mumbai con un’esplosione atomica, e si muove più come un detective che come un poliziotto.
L’etica dei Giochi sacri è vicina all’etica freudiana, come possiamo trovarla, ad esempio, in Caducità (1915).




INDICE

1. 'Non capisci?' 'Non capisci?'

2. Il combattimento preferito
3. L'axis fallico diventa vago

4. Un altro giorno





 

 


1. ‘Non capisci?’ ‘Non capisci?’


Ganesh Gaitonde è il potente e ricco capo di una delle due grandi bande criminali di Mumbai. Ha collaborato in incognita con i servizi segreti indiani, e ha avuto come guida spirituale un guru di fama internazionale. Ha scoperto che il suo Guru-ji ha organizzato, col suo aiuto, un attentato atomico che distruggerà la città, per attribuirne la responsabilità a un’organizzazione terroristica islamica appositamente creata. Lo scopo della sua guida, che considerava come il buon padre che non aveva mai avuto, è di realizzare un’India pura, più ordinata e pulita perfino di Singapore.

 Ganesh Gaitonde ha tentato inutilmente di fermare l’attentato, e ora si trova nel bunker atomico che si è fatto costruire in pochi giorni a Bombay, a Kailashpada, per sopravvivere alla distruzione atomica.

 

Ma la sua solitudine è grande, e la sua identità priva di sostegno: solo Jojo Mascarenas, alla quale lo lega la comprensione sperimentata in tanti anni di colloqui telefonici, può trattenerlo dallo scivolamento infinito del suo essere. :

 

Eravamo così piccoli, e questo mondo era così vasto. Senza la sua voce nell'orecchio, io ero ancora più piccolo.

Dovevo portarla dentro. [1]

 

Jojo Mascarenas un tempo ha tentato inutilmente di diventare un’attrice, e ha avuto successo procurando modelle e aspiranti attrici a uomini ricchi e potenti. La più importante fra queste è stata miss India, ed è diventata una grande attrice, Zoya Mirza. Proponendola come amante a Ganesh Gaitonde, Jojo le ha procurato il finanziatore per gli interventi di chirurgia plastica che l’hanno resa perfetta e per la sua carriera nel cinema.

Il gangster dapprima cerca di convincere l’amica, che non ha mai incontrato di persona, a raggiungerlo nel bunker. Non riuscendoci, se la fa portare con la forza.

 

La donna cerca di convincerlo a lasciarla andare, ma Gaitonde è inflessibile:

 

“Non capisci?” Non posso stare così. Non posso. Devo uscire. Non puoi tenermi chiusa in questa prigione.”

“Ma non capisci? Là fuori moriresti.”

“E allora? Preferisco morire piuttostoche rimanere in questo buco.” (Giochi sacri, traduzione italiana di Francesca Orsini; Mondadori, Milano 2007; p. 1052) [2]

 

Gaitonde le impone il modernissimo bunker, fornito di ogni comfort, come espressione della propria potenza che le permette di salvarsi. Per Jojo è una prigione insopportabile.

Nella contrapposizione la loro intesa, grazie alla quale ciascuno capiva lo stato d’animo dell’altro appena ne sentiva la voce al telefono, svanisce.

Gaitonde non può prendere sul serio il discorso di Jojo, e cerca di imporsi affermando che le sue parole sono prive di senso: lui sa, a differenza di lei, di che cosa ha bisogno?

 

“Non ha nessun senso. In questo momento sei proprio pazza. Sai che non è la verità. Tu non vuoi morire.” (Trad. nostra)[3]

Perché Gaitonde non cerca di comprenderla, perché Jojo non tiene conto del fatto che l’uomo non può stare con le spalle al muro?

Don’t you understand?’ si chiedono a vicenda, come in un dialogo fra sordi. Jojo Mascarenas dovrebbe mettere da parte il proprio orgoglio per permettergli di ergersi nella sua virilità, dovrebbe essere testimone della sola verità che può manifestare: io solo posso salvarti, e se ti faccio violenza è per il tuo bene. Potrebbe comprendere che la sua inarrestabile e cieca determinazione è la sola forma d‘amore che può darle. Potrebbe almeno fingere di dargli retta, per salvarsi.

Ma Jojo non sa o non vuole il gioco fra uomo e donna che accetta gli antichi limiti. Le sembra ridicolo?

Il suo scopo sembra non sottomettersi, e per farlo lo sfida:

 

“Vuoi che ti dica la verità, Gaitonde? Sei un vigliacco. Un tempo eri qualcuno, eri un uomo, ma adesso sei un piccolo pazzo tremante che si nasconde in un fosso.” (Trad. nostra) [4]

 

Jojo non si stupisce quando lui risponde con un violento manrovescio, e la insegue, gridandole parole che sono le stesse di una violenza sessuale:

 

Randi.” La seguii per la stanza mentre lei barcollava all‘indietro. “Vuoi vedere che razza di uomo sono. Lascia che te lo mostri. No, vieni, vieni. Ecco, ne vuoi ancora? Chi sta tremando, han? Chi è che sta tremando adesso?” (Giochi sacri, cit.; p. 1053)[5]

 

Perdendo sangue dalla bocca, Jojo ride: non le ha fatto vedere proprio nulla, non può stupirla, fermarla, domarla, zittirla. Lo specchio col quale Perseo ha sconfitto la pietrificante Medusa può ancora essere impugnato dalla donna:

 

“Tu, tu non sei un uomo” disse. Mi rise in faccia con aria di sfida. “Comperavi le donne, perciò pensi di essere un grande eroe. Non piacevi a nessuna di loro, bastardo. Senza i soldi non avresti neanche potuto avvicinarle.”(Ibidem)[6]

 

Gaitonde non vuole e non può credere che dica la verità, e ripete la mossa già fatta, dicendo che vuole salvarla. Jojo manda agilmente a vuoto il colpo, e contrattacca:

 

Bas” le intimai. “Basta. Stai zitta. cerca di capire: sto cercando di aiutarti. Sto cercando di salvarti la vita.”

“Ridevano di te, gaandu. Scherzavano tra loro, dicevano che eri un povero topino patetico. Credi di essere qualcosa in confronta a una donna come Zoya? Ci ha detto che non è mai riuscita a cavare una notte soddisfacente a letto con te.” (Ibidem)[7]

 

Colpito al cuore del suo orgoglio maschile, Ganesh Gaitonde dimentica che Jojo è fragile, sola come lui, che come lui ha paura. Jojo diventa immensa, sostenuta dal coro beffardo di tutte le donne che gli ha procurato. Se non riesce a sottometterla, se il suo orgoglio è umiliato, allora è la donna ad avergli sottratto la potenza fallica.

Gaitonde ha sempre temuto che Zoya Mirza non lo amasse, che fingesse il piacere durante i loro incontri. Vedendola girare un film con Arnold Schwarzenegger ha immaginato che l’attore le desse il piacere che lei cercava, che con lui aveva sempre finto.

Quando Jojo dice quel che lui ha sempre sospettato, rompe il velo del dubbio che lo proteggeva da questa verità umiliante. Gaitonde ora è inerme, come un bambino di fronte alla mamma che lo ha colto in fallo.

 

Per comprendere il gioco sacro di Ganesh Gaitonde e Jojo Mascarenas, appassionante e tragico, dobbiamo aprire una mappa psicoanalitica.

La madre ha il potere di illudere il figlio di essere il suo prediletto, il suo unico amore, e di disilluderlo crudamente, ogni volta che gli preferisce l’altro, più grande e  più potente, il padre. Occorre un equilibrio fra illusione e disillusione, senza il quale l’ipoteca che il bambino contrae per preservare la sua possibilità di crescere è talmente onerosa che la sua vita non basterà a pagarla, per liberarsene. Si può pensare alla nostra crescita come a una possibilità che otteniamo a patto di accettare un’ipoteca: noi dobbiamo credere a quel che ci dicono di noi i nostri genitori, qualunque storia ci raccontino. Se non riusciamo a far parte della storia che hanno preparato per noi, possiamo solo chiuderci in una forma di autismo. Meglio contrarre l’ipoteca, sperando di estinguerla col tempo, da grandi.

 

Il nostro personaggio maschile ha una storia che rappresenta un’ipoteca quasi impossibile. Gaitonde ha avuto un padre di cui disprezzava la debolezza, e una madre che lo tradiva. Il padre un giorno uccide l’amante della madre e fugge, abbandonandoli, e la madre mantiene se stessa e il bambino con l’aiuto dei suoi amanti. Appena adolescente, il figlio fugge, cambia il proprio nome, come se fosse figlio di nessuno, e vive a Bombay dove diventa un grande gangster. Il capitolo che stiamo leggendo si intitola Ganesh Gaitonde Goes Home. Tutto il potere che ha conquistato lo porta, come in un imbuto, in questo bunker, dove incontra il proprio destino, lo stesso che ha cercato di fuggire.

Vuole con sé la sola donna che lo ha compreso, una donna indomita, che dice di non aver bisogno di nessuno. Se lui ora riuscisse a salvarla, a domarla, a possederla, estinguerebbe la sua ipoteca, sentirebbe di consistere come uomo, lenendo l’insicurezza identitaria che è riuscito a nascondere agli altri, ma non a se stesso. La potenza femminile materna, di fronte alla quale nessun padre ha mostrato di resistere, è rappresentata da Jojo e dal coro delle sue randi di lusso. Il terreno è troppo sfavorevole a Gaitonde, ma non può perdere questa occasione, e controbatte:

 

“È una bugia. A Zoya piacevo.”

Si chinò in avanti e poggiò le mani sulle ginocchia. “A Zoya piacevo.” Spruzzi di saliva mista a sangue caddero sul pavimento, ma lei si stava divertendo. “A Zoya piacevo.”

“È così.” La voce che uscì dalla mia bocca mi era estranea, flebile e sperduta. (Trad. nostra)[8]

 

La sua voce ora gli rivela che sta perdendo, ma non può più fermarsi. È come se la mamma gli parlasse come a un bambino: sei uno sciocchino illuso... Il bambino resta senza appigli, scopre di essersi illuso di essere il campione della mamma, e invece lei lo ha sempre preso in giro. Gaitonde si dibatte e si irretisce:

 

“Me lo disse la prima notte che passammo insieme. Disse che ero stupefacente. Davvero. Lo facemmo tutta la notte. È la verità.”

“Gaitonde, sei un idiota.” Adesso era trionfante. “Sei uno stupido. Ti ha preso in giro. Non era merito tuo, povero ingenuo. Ti diede un bicchiere di latte e badam. E dentro ci sciolse una compressa di Viagra, un’intera pastiglia. Voleva dartene due, ma aveva paura di ucciderti. Io le dissi, fai bene se vuoi andare avanti, se vuoi arrivare fino alla luna, ma stai attenta a non fodnere il razzo che ti ci deve portare. E funzionò. Non era merito tuo, saala. Era l’effetto del Viagra. 

Un velo di rabbia mi annebbiò la vista. La scorgevo oltre quel velo, impettita, che rideva. Non aveva paura di me. (Ibidem)[9]

 

Se Jojo non ha paura di lui, Gaitonde è perduto, perché si è difeso dalla propria fragilità spaventando gli altri, o sottomettendoli col denaro e il potere. Non può comprare la donna, perché non è in vendita, non può legittimarla, perché non sa che farsene della sua legittimazione, non può salvarla, perché preferisce la morte alla salvezza che viene da lui. Gaitonde è ridotto all’impotenza, e la sua blue haze of rage, che si manifesta come una specie di follia paranoica, rappresenta l’ultimo baluardo dell’orgoglio maschile e della sua consistenza identitaria. Gaitonde deve reagire, perché come ogni essere umano dà più valore alla sua identità che alla sopravvivenza concreta. La percezione dell’integrità del proprio essere, o della speranza, anche minima, di ottenerla, permette di esistere come soggetti umani, anche gravati da ipoteche, anche sull’orlo della follia o della morte. Se la realtà fosse fatta di bisogni biologici e di oggetti adatti o inadatti a soddisfarli, il nostro mondo non sarebbe quello che sperimentiamo quotidianamente, e non avremmo bisogno di interrogarci sulle sofferenze e le gioie che sperimentiamo, impossibili da spiegare con il senso comune.

Ma neppure Jojo, che sembra così lucida e padrona di sé, segue un progetto sensato. Se il suo scope fosse stato vincerlo, ora che lui è sconfitto si fermerebbe, invece continua a sfidarlo, gli fa il verso, come in una presa di giro fra bambini.

Vuole vincerlo o vuole essere vinta?

 

“A Zoya piacevo” ripeté. “Sei proprio uno stupido. Gaitonde, se pensi che lei fosse una vergine rimasta colpita dalla tua immensa virilità. Che chutiya. Aveva avuto già dozzine di uomini prima di te e molti altri dopo, e tra tutti tu se stato il più patetico. Sei stato, sei stato il più piccolo.”

“Bugiarda. Lei era vergine. me lo dicesti tu. Me lo disse lei.”

“Una vergine?”

“Sì.”

“Idiota. Come credi che sia sopravvissuta in questa città prima di arrivare da te? Voi uomini bhenchod siete disposti a pagare di più per una vergine e così lei tornò vergine per te.”

“No. C’era il sangue.”

Rise così forte da doversi aggrappare al bordo del tavolo.

“Gaitonde, di tutti gli uomini più boriosi e gaandu del mondo, tu sei il più cieco. Arre, nel raggio di dieci chilometri ci sono almeno venti dottori capaci di rendere di nuovo vergine qualsiasi donna. L’intervento dura mezzora, costa venticinquemila, trentamila rupie. E dopo tre settimane la vergine rinnovata può essere pronta a spalancare le gambe su un lenzuolo bianco, in modo che un miserabile Gaitonde possa vedere il sangue e pensare di essere grande.”

Le sparai. (Ib., 1053-1054)[10]

 

Lo sparo chiude il corpo a corpo, che distrugge uomo e donna quando nessuno dei due è capace di fermarsi, di andare oltre la speculare domanda senza risposta: “Non capisci? Non mi capisci?”

Il sangue di Jojo sgorga dal foro all’altezza del suo cuore, facendo svanire la pena per il sangue ingannevole della prima notte con Zoya Mirza.

Gaitonde ora non dubita più di essere un uomo, ora può riposare, si stende accanto a lei. Quando si sveglia, scopre che ha dormito per più di un giorno e di una notte, e vede accanto a sé il piede di Jojo.

 

Ma ciò che notai come una cosa del tutto nuova, sorprendente e incredibile, fu quanto era complesso un piede umano. Ha piccoli cuscinetti e archi, un sistema intricato di muscoli e nervi, e tante, tantissime ossa. Si flette e si muove, cammina e sostiene. La pelle assume il colore degli anni che attraversa, finché le crepe non formano una rete complicata come la vita stessa.

Strinsi il piede di Jojo. Chiusi la mano intorno alla caviglie e ne avvertii la fredda inerzia. (Ib., 1054-1055)[11]

 

Per la prima volta, accanto al corpo della sola donna dalla quale si è sentito compreso, che ha fermato accanto a sé con la pistola, Gaitonde accoglie la  vita, che si manifesta in tutta la sua complessità in un piede, come in uno sguardo, o in un loto rampicante [lotus vine]. Da dove viene questa salvezza a Ganesh Gaitonde, e dove lo porta? [12]

2. Il combattimento preferito  

 

Ganesh Gaitonde torna a casa, nel bunker a Kailashpada, per incontrare il suo destino, e porta con sé Jojo Mascarenas. Il loro corpo a corpo fatale ricorda Carmen, la storia musicata da Georges Bizet (1875). La vicenda, con alcune modifiche, viene dall’omonimo racconto di Prosper Mérimée (1845), ed è stata tante volte rinarrata e rirappresentata che possiamo considerarla come un grande sogno collettivo della cultura occidentale.

La differenza più importante fra la coppia del romanzo di Vikram Chandra e quella del racconto di Mérimée è che i primi due non hanno alcun rapporto sessuale. Siccome Gaitonde e Jojo si sono incontrati per la prima volta nel bunker a Kailashpada, la loro tragedia non ha una causa nell’attrazione erotica esercitata dalla femme fatale. Imputare la tragedia al diabolico potere erotico di Carmen permette di ridurre il turbamento del corpo a corpo mortale con un’attenuante che appare biologica, quasi animalesca.

Non facendo incontrare sessualmente Gaitonde e Joio, Chandra lascia che emerga, per chi vuole comprenderla, tutta l’intensità perturbante dell’estremo corpo a corpo fra maschile e femminile. 

 

Alla fine dell’opera lirica Carmen sta per entrare con le amiche nell’arena dove il torero Escamillo le dedicherà la sua corrida, quando entra sulla scena don José, che per amor suo ha disertato, diventando un fuorilegge. Come Ganesh Gaitonde non ha trovato posto nell’ordine maschile consensuale, e ora ha bisogno che la donna accolga la sua disperazione. L’amante disperato e respinto è un grande pericolo per Carmen, le amiche le consigliano di evitarlo:

 

            Frasquita: - Carmen, un bon conseil... ne reste pas ici.

            Carmen: - Et pourquoi, s'il te plaît?

            [...]

            Frasquita: - Prends garde!

            Carmen: - Je ne suis pas femme à trembler devant lui...
                        Je l'attends et je vais lui parler.

            [...]

            Mercédès: - Carmen, crois-moi, prends garde!

            Carmen: - Je ne crains rien!

            Frasquita: - Prends garde!

            (Carmen, par Henri Meilhac et Ludovic Halévy. Musique de Georges Bizet. Acte Quatrieme, Scène I; Columbia Center for New Media Teaching and Learning; http://opera.stanford.edu/Bizet/Carmen/libretto.html)[13]

 

Carmen si ferma di fronte a don José: lei non fugge. Lui la implora, non è là per minacciarla, ma per perdonarla, e cominciare una nuova vita insieme.

Ma Carmen non vuole:

 

            Carmen: Tu demandes l’impossible!
                        
Carmen jamais n'ai menti!
                        Son âme reste inflexible;
                        entre elle et toi... c’est fini

                        Jamais je n'ai menti!  
                        Entre nous c'est fini!

            Don Josè: - Carmen, il est temps encore,
                        oui, il est temps encore...
                        O ma Carmen, laisse-moi
                        te sauver, toi que j'adore,
                        ah! laisse-moi te sauver
                        et me sauver avec toi!

                        (Ib.) [14]

 

Don José vuole salvarla, contro la volontà di lei:

 

            Carmen: - En vain tu dis: je t'adore!
                       
Tu n'obtiendras rien, non, rien de moi,
                        ah! c'est en vain...
                        Tu n'obtiendras rien, rien de moi!

                        (Ib., Scène II)[15]

 

Perché il sangue non scorra, la donna deve scivolare nel silenzio. La parola di lui deve prevalere: non è nell’Uomo che si incarna il Verbo? non è lui che è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, come racconta l’Antico Testamento? La stessa verità viene affermata su tutti i registri possibili. Un proverbio italiano, in dialetto veneto, tutt’ora citato, sintetizza perentoriamente come dev’essere una donna, e probabilmente la stessa cosa viene detta, con minime variazioni, in tutte le lingue del mondo:

           

            Che la piasache la tasa / che la staga in casa.[16]

 

Nessuno ha mai preteso che la donna non abbia parola, basta pensare alla grande Shahrazàd, che parla tanto da comporre Mille e una notte di racconti, o alla sacerdotessa Diotima, che svela la natura di Eros nel Simposio di Platone, o alle sibille, che venivano consultate quando era necessario un sapere diverso da quello comunemente accessibile. Ma la donna nell’ordine patriarcale deve chiudere la bocca in modo che la parola dell’uomo possa prevalere. Anche il suo silenzio, se non significa sottomissione, è intollerabile per l’uomo. Shahrazad racconta ogni notte, ma dopo aver chiesto il permesso al sultano, e quando l’alba appare scivola da sé nel silenzio [lapses into silence]: in modo che il sultano possa andare a esercitare il suo potere sentendosi pienamente capace di circoscriverla. [17]

Diotima conosce, a differenza degli altri commensali di Socrate, la verità sulla natura di Eros, ma è Socrate a riferirla, includendola nel proprio discorso. La voce delle sibille era preziosa, ma era il dio Apollo che parlava per bocca loro. Le antiche divinatrici vivevano separate dalla città, in luoghi ben delimitati o difficili da raggiungere.

Se una donna parlava con voce propria, senza accettare la delimitazione maschile, poteva essere solo il personaggio di una tragedia, anche se quel che diceva era la verità. L’indovina Cassandra, che non aveva rispettato il volere del dio Apollo, viveva nella città di Troia profetando il futuro, ma era condannata a non essere mai creduta. Antigone, avendo onorato le spoglie del fratello morto contro il decreto del re di Tebe, viene giustiziata perché ha difeso con la sua voce libera una delle forme più antiche e universali di umanità. 

Il maschile si costituisce nell’ordine patriarcale solo nella misura in cui la sua parola, il suo corpo, la sua legge, delimitano e circoscrivono la donna, condannandola a morte se rifiuta di farsi delimitare. L’esempio più cupo e più illuminante è costituito dal Tribunale della Santa Inquisizione di Santa Madre Chiesa, che nei cinque secoli della sua storia ha mandato al rogo come streghe otto milioni di donne.

 

Quale enorme potenza assassina è attribuita alla parola e al desiderio indipendente della donna, se al suo manifestarsi corrisponde la tragedia, se la sua autonomia procura la morte a lei stessa e agli altri?

Il mito di questo potere terrifico della donna si nutre di altri miti, ed è ben presente nell’inconscio degli uomini e delle donne, quasi del tutto impermeabile alle moderne convinzioni scientifiche, al diritto egalitario, alla lucida coscienza critica. Il mito della donna sfrenata, demoniaca e dannata, contorna nella fascia più esterna la base del dominio maschile, è l’orlo terrifico della terra sulla quale poggia l’axis mundi fallico, perno della cultura patriarcale. Intorno a questo centro fallico che punta verso l’alto, sta la terra coltivata e benefica, che non desidera altro che sostenerlo e garantirne la durata. Sono le donne che piacciono e tacciono quando è necessario, le spose e le madri accoglienti, celebrate dalla cultura patriarcale quanto il maschile eroico, che libera la terra dai mostri, con le guerre, le scoperte scientifiche, l’esercizio del potere.

In questa rappresentazione, che ricorda il cosmo tolemaico, il logos maschile si alza al centro, poggiando sulla terra, e tutti i fantasmi e i demoni che non si lasciano colonizzare o annientare sono respinti ai margini, come i mostri marini che bordavano le antiche carte geografiche. La potenza demoniaca femminile è la rappresentazione del resto che la cultura non sa, non può domare, la forza della vita che è cieca perché non vista. Si chiama demone una potenza che non coopera all’ordine umano, e la nominazione ha la funzione di spingerlo in uno spazio il più possibile lontano.[18] Oltre i confini del mondo, o nel cuore della sua origine, nel grembo femminile: dal corpo e dall’anima della donna che non si sottomette all’uomo viene un pericolo che travolge ogni cosa. Questa rappresentazione è una struttura terrifica nella realtà psichica dell’uomo e della donna, che può essere riconosciuta in ogni cultura umana.

 

L’ipotesi di una società matriarcale, che avrebbe preceduto quella patriarcale, può essere considerata un mito, che presenta l’organizzazione fallocentrica come più evoluta di quella che vedeva la donna al potere. La donna nel patriarcato deve piacere, tacere, e stare ferma, in casa, perché i figli e il marito possano lasciarla e ritrovarla secondo i loro bisogni sovrani. L’ordine che assegna al maschile un diritto/dovere di dominio potrebbe risalire alle prime espressioni umane di cui ci è giunta la testimonianza. Nell’arte del paleolitico la donna è spesso rappresentata plasticamente, con seni, glutei e vulva mostruosamente sviluppati, ben di più di quelli delle sex-symbol contemporanee. Mancano le estremità, e gli arti sono appena abbozzati (Veneri del Paleolitico). Le figure maschili invece sono spesso disegnate in movimento sulle pareti delle caverne, con corpi filiformi, arti ben sviluppati, armi in pugno. Il pene eretto completa spesso questa rappresentazione del maschile.

 

La persistenza del mito di una superiorità maschile, la convinzione che il soggetto della cultura sia maschile - il genere umano, gli uomini, accomunano sotto la parola uomo anche le donne -, si esprime oggi nel momento stesso in cui ci si illude di osservarlo criticamente. Quando pensiamo che il patriarcato logocentrico e fallocentrico sia stato voluto dai maschi contro le femmine, non facciamo altro, uomini e donne in modo solo apparentemente diverso, che continuare ad attribuire alla parte maschile la responsabilità di tutto l’andamento della cultura e dell‘ordine sociale. Parlare di una  tendenza maschile alla prevaricazione, al dominio, all’arroganza, alla guerra, e di una tendenza femminile alla composizione dei conflitti, alla mitezza, alla pace, significa cambiare i termini del gioco patriarcale lasciandolo intatto. Il mito è tanto potente che possiamo rovesciarlo, non prenderne le distanze, così accade in Europa che siamo passati, nell’arco di un secolo, dalla certezza che le donne non possono votare all’affermazione che più donne in parlamento e al governo sarebbero una garanzia di pace. 

Ciò che garantisce la permanenza della cultura patriarcale, la sola di cui ^conosciamo realisticamente l’esistenza, è la stabilità di un axis mundi fallico, si preferirebbe quindi attribuirne il possesso e la tutela alle donne: non è raro sentire l’affermazione per la quale le donne sarebbero state considerate inferiori per limitare la loro reale superiorità.  Pur di non interrogarsi sulla consistenza immaginaria dell’axis mundi fallico, pensiamo con risibile ingenuità che la cultura patriarcale sia stata imposta da un sesso contro l’altro. 

 

Nella mia esperienza psicoanalitica osservo come molte donne, di ogni età e condizione sociale e culturale, mettano in gioco una tendenza inconscia a sostenere la parola dell’uomo, proprio mentre a livello cosciente si difendono da lui con ogni arma.

Il mito di un centro unico suggerisce la lettura della storia di Carmen come la violenta soppressione della libertà femminile da parte del maschile. In questa prospettiva Jojo Mascarenas sarebbe una donna libera, e Ganesh Gaitonde il rappresentante di una violenza solo maschile.

 

Possiamo dimenticare che Jojo, che pure conosce bene Gaitonde, lo provoca tanto da farsi uccidere? 

Possiamo dimenticare che Carmen potrebbe ignorare don José e andare a vedere Escamillo che uccide il toro per lei?

Quando si levano le fanfare e le grida della folla per il trionfo sul toro lei è già morta, avendo preferito al combattimento del torero nell‘arena il suo combattimento con don José. Carmen e Jojo non vogliono essere delimitate, fermate dagli uomini che vogliono salvarle, proteggerle, amarle.

O vogliono essere fermate?

 

Don José e Ganesh Gaitonde conoscono l’indomabile natura di Carmen e di Jojo: perché vogliono proprio loro?

Don Josè vive la stessa tragedia di Ganesh Gaitonde, come lui ha perduto ogni riferimento certo a un sistema culturale, ha lasciato la sua famiglia, è un fuorilegge. Ma perché pensa, come Gaitonde, che solo quella donna possa fare da base al suo cuore, che solo la donna senza padroni, la donna che sa dire la verità, possa accogliere la sua anima incerta, come una casa ospitale? Questa donna non è materna, non vuole accoglierlo né dargli il tempo di rigenerarsi nel suo grembo. O vuole disperatamente essere per lui grembo vivo, senza riuscirci?

 

Le parole raggiungono la massima violenza, dopo la quale il linguaggio verbale cede e il corpo entra in azione:

 

            Carmen (voulant passer): - Laisse-moi... laisse-moi...

            José:    Sur mon âme,
                        Tu ne passeras pas,
                        Carmen, c'est moi que tu suivras!

            Carmen: Laisse-moi, Don José, je ne te suivrai pas.

            [...]

            José:    Non, par le sang, tu n'iras pas!
                        Carmen, c'est moi que tu suivras!

            Carmen: Non, non! jamais!

            José (avec violence): Je suis las de te menacer!

            Carmen (avec colère): Eh bien! frappe-moi donc, ou laisse-moi passer.

            (Carmen, cit., Ib.)[19]

 

Questa violenza maschile è allo stesso tempo espressione di impotenza e disperata barriera contro l’impotenza stessa, avvertita come annientante dal soggetto maschile. Se Carmen e Jojo comprendessero la debolezza degli uomini che fronteggiano, perché dovrebbero combatterli? Perché continuano a sfidarli quando vedono che sono sconfitti? Vogliono distruggerli o vogliono che la loro maschilità fallica si manifesti, miticamente efficace, capace di contenere la mitica distruttività femminile?

Carmen, come Jojo Mascarenas, sembra non sopportare la debolezza di don José, e gliela mostra crudelmente, sfidando la sua maschilità, a qualunque costo:

 

            José (éperdu): Pour la dernière fois, démon,
                        veux-tu me suivre?

            Carmen: Non! non!
            (à demi voix, avec rage) Cette bague, autrefois, tu me l'avais donnée...
                        Tiens!

            (elle la jette à la volée)

            José (le poignard à la main, s'avançant sur Carmen): Eh bien! damnée!
           
(Carmen recule... José la poursuit... Pendant ce temps fanfares et choeur dans le cirque.)

            [...]

            (José a frappé Carmen... Elle tombe morte... Le vélum s'ouvre. La foule sort du    cirque.)

            José (se levant): Vous pouvez m'arréter... c'est moi qui l'ai tuée!

            Ah! Carmen! ma Carmen adorée! (Ib.)[20]

 

Cale il sipario, la compagna del corpo a corpo fatale è vinta, è morta, e don Josè si consegna ai tutori della legge, pronto a essere giustiziato. Non ha più nulla da dire, non c’è più nulla da sentire.

Ma nel racconto di Mérimée don José ha un tempo fra la morte di Carmen e la sua, e questo è il tempo del racconto. Al suo ascoltatore, poco prima di essere garrotato, don José dice qualcosa su verità e menzogna che non smette di interrogarci:

 

Elle mentait, monsieur, elle a toujours menti. Je ne sais pas si dans sa vie cette fille-là à jamais dit un mot de vérité ; mais quand elle parlait, je la croyais : c’était plus fort que moi. [21]

(Prosper Mérimée, Carmen ; Éditions Garnier Frères, Paris 1960; p. 38)

 


 






3. L’axis fallico diventa vago

 

Ci sono verità antistoriche, cieche, che giustificano la violenza. La verità del fondamentalismo, in Sacred Games è sostenuta da Guru-ji, che ha un immenso seguito di fedeli in tutto il mondo. Per realizzare un India pura e perfetta, non esita a distruggere con un’atomica tutta Bombay.

Ci sono commistioni fra illegalità e politici o tutori dell’ordine, elevate a sistema. Nel suo ultimo romanzo Chandra ci racconta come l’onestà sia qualcosa che può esistere, ma va pronunciata sottovoce. Prima degli anni Sessanta in Italia era sconveniente parlare di sesso, oggi si esita a dire che si agisce in nome di un ideale. Provare piacere facendo qualcosa che non porta danaro né visibilità sta diventando una faccenda intima, come sa bene Katekar, il sardar che da sette anni lavora con Sartaj Singh. Non trova nulla da rispondere a un suo parente gli chiede cosa aspetta a lasciare il suo incarico, così poco redditizio, e riflette.

 

I soldi erano bene accetti, naturalmente, ma c’era anche il desiderio di essere a servizio del pubblico. Sì, davvero, sadrakshanaya khalanighranaya. Katekar sapeva che non avrebbe mai potuto confessare questo impulso a nessuno, certo non a Vishnu, perché discorsi altisonanti sul proteggere il bene e il male avrebbero suscitato solo ilarità. Anche tra i colleghi non si poteva mai parlare di queste cose. Eppure l’impulso c’era, per quanto seppellito sotto sordidi strati di cinismo. Katekar l’aveva visto ogni tanto anche in Sartaj Singh, questo idealismo insensato e imbarazzante. Naturalmente nessuno dei due avrebbe potuto anche solo accennare al romanticismo dell’altro, ma forse era proprio questo il motivo per cui la loro collaborazione era così duratura. Una sola volta, quando avevano salvato una ragazzina di dieci anni dai suoi rapitori, in una baracca a Vikhroli, Sartai Singh aveva brontolato, grattandosi la barba: "Oggi abbiamo fatto un buon lavoro". Era bastato. (Giochi sacri, cit., pp. 291-292)[22]

 

Parole come quelle del motto sanscrito della polizia di Bombay, Proteggi la Verità, Distruggi il Male, fanno parte dei grandi ideali, che nel XX secolo sono stati usati per coprire i peggiori crimini. Giusto diffidarne, ma è impossibile orientarsi nel labirinto della vita senza il filo d’Arianna di un senso della vita, che permetta, almeno qualche volta, di pensare che si è fatto un buon lavoro.

 

Come in tutto il nostro mondo, in Sacred Games ci sono i potenti che pensano solo ad arricchirsi, al punto che è difficile distinguere la morale del gangster da quella dei tutori dell’ordine. Si racconta di persone di ogni fede che subiscono persecuzioni e perdite atroci, mentre nessuno pensa di dar loro giustizia. Ci sono giovani che per liberarsi della miseria o da una scarsa visibilità sono disposti a vendersi a protettori che li introducano nel mondo della televisione o della moda, c’è soprattutto la città immensa, con quartieri lussuosi e quartieri fatiscenti, ci sono i suoi tramonti bellissimi, anche se si sa che i colori potrebbero essere accesi dall’inquinamento.

Ci sono molte verità, che scorrono dentro i personaggi e si muovono nelle vie della città, come i rami di un rampicante che per espandersi si avvolge anche su se stesso, sperando di trovare un sostegno, e salire, e fiorire.

Il fiore di Sacred Games, è la salvezza di Bombay dalla distruzione atomica, metafora del rischio radicale che percepiamo per il nostro mondo, così ingiusto, pieno di contraddizioni, e così ricco.

 

Ganesh Gaitonde, dopo aver stretto nella mano il piede inerte di Jojo, riflette:

 

Avevo dormito per più di ventiquattro ore.

Muoviti con questa cosa. Ma quale cosa? Più soldi, più donne, più cadaveri. L’avevo già vissuto, e non ne volevo più. E allora, muoversi con quale cosa? Steso sul pavimento, vicino a Jojo, me lo chiesi. Mi risentii intero, su questo pavimento macchiato di sangue, come se questo lunghissimo sonno mi avesse liberato dall’assurdo, dal caos, dalla spossatezza. (Trad. nostra)[23]

 

Cos’è l’integrità che sente per la prima volta Gaitonde? Com’è possibile che la conosca un gangster, dopo aver ucciso l’amica che voleva salvare con sé?

Quando qualcosa del senso della vita si manifesta, ha una forza sommessa e imbattibile. Nessuna pratica religiosa, nessuna ideologia, nessuna ricerca scientifica la possiedono. Ha la forza indomita del germoglio, e la sua natura è la stessa della voce della ragione [voice of the intellect], di cui Freud dice che è fioca, ma insiste, finché non ottiene udienza.

 

...Die Stimme des Intellekts ist leise, aber sie ruht nicht, ehe sie sich Gehör geschafft hat. Am Ende, nach unzählig oft wiederholten Abweisungen, findet sie es doch. Dies ist einer der wenigen Punkte, in denen man für die Zukunft der Menschheit optimistisch sein darf. (Die Zukunft einer Illusion, 1927)[24]

 

Qualcosa si fa strada ed emerge solo quando rinunciamo a dominare la vita, riconoscendo che tutte le conoscenze di cui siamo giustamente orgogliosi sono impotenti di fronte al dolore e all’amore, di fronte al senso del nulla e di fronte alla comunione con il mondo intero. La voce della ragione è l’apertura radicale alla realtà, la scoperta del limite inesorabile della nostra presenza: il nostro tempo breve che dovrebbe bastare.[25] Il paradosso è che mentre si cerca di vivere ignorando i nostri limiti, si trova la vita solo riconoscendoli.

 

Ora che per la prima volta ha se stesso, Ganesh Gaitonde vuole consegnarsi, e sceglie un tutore della legge, come don José dopo aver ucciso Carmen nell’opera di Bizet. Gli viene in mente solo l’ispettore sikh Sartaj Singh, che era di servizio quando, anni prima, si era recato in incognita a un meeting di Guru-ji. Ma Sartaj Singh non sa di aver incontrato una volta il potentissimo gangster, e non sa perché mai abbia scelto di chiamare proprio lui.

Il giorno prima è stato chiamato da un uomo asserragliato in camera, mentre la moglie con un coltellaccio da cucina lo conficcava ripetutamente nella porta. Da una finestra del loro appartamento al quinto piano l’uomo, durante una lite, aveva lanciato la cagnetta della moglie.

Uscendo Sartaj Singh aveva guardato sul marciapiede la cagnetta innocente:

 

L'amore è un bischero assassino. Povero Fluffy. (Trad. nostra)[26]

 

Quando Gaitonde, la mattina dopo, lo chiama al bunker di Kailashpada, Sartaj Singh non ne conosce la ragione. Non ricorda di aver mai incontrato il capo della malavita di Bombay, non sa di averlo guardato con compassione, come un essere umano. Gaitonde lo sceglie perché rappresenta la legge, senza che la sua umanità sia coperta dall’uniforme, e lo considera adatto a prenderlo, il che significa che vuole raccontargli la sua storia.

 

Sartaj Singh arriva al bunker di Kailashpada, e cerca inutilmente di convincere il gangster a uscire dal bunker. Lo sta a sentire per alcune ore, durante le quali Gaitonde racconta l‘inzio della sua vita di gangster a Bombay, a un certo punto prova interesse per la sua storia, ma quando il bulldozer che ha chiamato riesce ad aprire una breccia nel rifugio atomico smette di ascoltarlo.

Come potrà non perdersi Gaitonde, che si è appena trovato?

 

Stai entrando. Sto ancora parlando, ma non mi ascolti più. Hai lo sguardo acceso. Mi volete, tu e i tuoi tiratori scelti. Ma ascoltami. Ho nella testa un turbinio di ricordi, brandelli sparsi di volti e di corpi. So come strillano uno attraverso l’altro, i loro nessi e loro sconnessioni, posso segurli alla loro velocità. Ascoltami. Se vuoi Ganesh Gaitonde, devi lasciarmi parlare. Sennò Ganesh Gaitonde ti scapperà, come è scappato ogni volta, come è scappato a tutti gli assassini. Ganesh Gaitonde è quasi scappato anche a me. Ora, in questa ora finale, io ho Ganesh Gaitonde, so chi era, cosa è diventato. Ascoltami, devi ascoltarmi. Ma ora sei nel bunker. (trad. nostra)[27]

 

A che serve il racconto di una vita?

Anche se Sartaj non ascolta più, perché deve fare il suo lavoro, la scoperta del bunker e dei suoi due occupanti è la battuta d’avvio per sventare l’attentato atomico di Guru-ji, fra poliziotti e gangster e agenti segreti, di ogni religione e fede, perdigiorno e idealisti, uomini e donne...  Gaitonde si consegna a Sartaj, che porta a termine il compito di sventare un attentato talmente terrificante che sembra non possa accadere se non al cinema. Il capo della malavita di Bombay aveva tentato di sconfiggere il fondamentalista Guru-ji, e la sua sconfitta è il punto di partenza per la riuscita del sardar sikh.

L‘eredità di Gaitonde è un atto di fiducia senza garanzie di riuscita, come ogni vero dono che una persona fa a un’altra persona. L’impazienza di Sartaj non impedisce che il dono giunga a destinazione:

 

A ogni tuo passo, vedo scorrere una dozzina dei miei anni. Ora sono in grado di vederli tutti insieme, dal primo inizio alla prima casa che mi sono costruita, la mia prima casa a Gopalmath. (Trad. nostra)[28]

 

Nel tempo di un passo scorre per Gaitonde una dozzina di anni. Nelle pagine di un libro, che, anche se è grande [big] come i romanzi di Chandra occupa poco più di un decimetro cubico, s trovano storie che si intrecciano ad altre storie, un labirinto intricato di vite, di dolore, di aspirazioni deluse, di morti e di speranze, di cieli, di fogne, di stanze lussuose... La capacità di Vikram Chandra di tenere le fila di tutte queste storie è la sua straordinaria potenza di narratore. Più che il narratore onnisciente del canone classico, Vikram Chandra appare come un ascoltatore che rinarra storie senza impossessarsene, piuttosto accogliendole, curandole come un giardiniere, perché fioriscano.

 

Ogni Inset ha una tale ricchezza che fa pensare all’abbozzo di un nuovo romanzo, ma anche se le pagine moltiplicano lo spazio, l’indagine di Sartaj Singh e il racconto del gangster premono. Nessuno lo sta ascoltando, eppure Gaitonde continua a parlare:

 

Ecco la pistola. La canna mi entra facilmente in bocca. Penso a ciò che avrebbe detto Jojo, Bastardo, hai paura o cosa? Vuoi che lo faccia per te?

No, Jojo, non ho paura.

Sartaj, sai perché lo faccio? Lo faccio per amore. Lo faccio perché so chi sono.

Bas, adesso basta. (Trad. nostra)[29]

 

Ancora oggi si sperimenta la forza magica della letteratura, il tempo immenso che sboccia e scorre in un fiume di parole, quando uno solo scrive, ma è consapevole di raccogliere le parole di tanti, di tutti. Una coincidenza interessante: i due grandi [big] romanzi di Chandra sono a cavallo di due secoli, e di due millenni. Come in Midnight’s Children (1981) e in The Moor’s Last Sigh (1995) di Salman Rushdie, in Red Earth and Pouring Rain (1995) il protagonista è morente e racconta in prima persona un romanzo intero.

In Sacred Games il narratore Gaitonde muore alla fine del secondo capitolo. Che cosa vuol dire?

I capitoli in cui Ganesh Gaitonde narra in prima persona si alternano alla vicenda di cui è protagonista il sardar sikh, arrivando quasi alla fine del libro, e l’equivalenza topologica fra i passi del sardar sikh e le dozzine di anni di vita, o i capitoli, è pronunciata solo prima del capitolo della salvezza. Il destinatario della storia di Ganesh Gaitonde è e non è interno al romanzo: siamo noi, i lettori, perché cogliendo questo tempo topologico Vikram Chandra ha potuto ascoltarlo e narrarcelo.

In Sacred Games ci sono grandi rappresentazioni dei drammi che affliggono il nostro mondo globale, le contraddizioni della storia, ma il fiore sboccia grazie alla capacità di Chandra di scendere in fondo al minuscolo infinito dramma del soggetto, di un particolare soggetto: qui il mondo muore, rigermoglia, rinasce.

 

Esiste un tempo lineare, irreversibile, e uno spazio regolare, misurabile. Si possono costruire orologi, sempre più precisi, e misure capaci di indicare grandezze che fino a un secolo fa non erano pensabili. La conoscenza che si estende oltre i confini delle nostre percezioni ci turba, soprattutto applicandola alla nostra mente. È il tema dell’Inset The Great Game, nel quale sta morendo K.D. Yadav, che ha diretto i servizi segreti indiani, a causa di una malattia che distrugge la sua mente. 

K.D. può essere considerato un modello di mascolinità, per intelligenza, capacità di comando, compassione, amore per la sua nazione. Il suo orgoglio si dissolve, non di fronte alla morte imminente, ma all’impossibilità di distinguere la realtà presente dai ricordi lontani:

 

Ora K.D. Yadav conserva la memoria ma non la sequenza. Ha gli elementi, ma non la distanza che li separava. per lui il passato non è più diviso dal presente da un confine nitido e rassicurante, tutto è ugualmente presente, tutte le cose sono collegate e sono qui. Perché? Che cosa mi è successo? K.D. non lo ricorda. Invece ricorda. (Giochi sacri, cit.; p. 394)[30]

 

Come sono possibili due affermazioni opposte? Si può affermare che una è vera e una falsa?

 

...È in un letto d’ospedale a Delhi, sta perdendo la testa.

Considera la frase: perdere la testa. Che cosa resta, se la tua testa non è a posto? Se non c’è la testa, la mente, c‘è ancora un sé? Ricorda che secondo la parabola per conoscere l’Io deve esserci un altro Io, un occhio che guarda gli uccelli del sé che festeggiano con il nettare del mondo. Ma resterà qualcuno a vegliare, se vanno via queste strutture della mente, queste facciate di linguaggio, queste fondamenta di logica, queste narrazioni di causa ed effetto? Cosa resta quando tutto è crollato? Beatitudine o torpore? Una presenza, o un’assenza? “Il ragno tesse le sue cortine di tela nel palazzo dei Cesari, il gufo segna l’ora di guardia nelle torri di Afrasiab” (Trad. nostra)[31]

 

Il controllo sfugge a K.D. Yadav, e quel che comprende trova una spiegazione nella parabola, mentre i suoi racconti si affollano, incontrollabili.

Dove abita il racconto, se continua quando la mente ha perso il controllo sulla realtà e sulla propria espressione?

Il racconto ha una radice nel sogno notturno, una nel delirio, ha radici dappertutto nella realtà quotidiana, permette che emerga il nostro carattere nelle sue pieghe altrimenti innominabili, e insieme può mascherare e smascherare all’infinito la nostra anima.

Quale parte della mente abita il racconto?

 

Ad ogni passo di Sartaj nel bunker di Kailashpada, Ganesh Gaitonde ricorda una dozzina di anni. La memoria somiglia al libro, perché basta aprirla, sfogliarla, per visitare paesi e città, rivedere persone amate e perdute, sentire ancora la pena del dolore e della sconfitta. La memoria è immensa, si contrae e si espande verso l’infinito, eppure se il nostro cervello si spegne, tutto scompare.

La scrittura aumenta il tempo del soggetto, può portare il suo racconto attraverso le generazioni, e gli permette di varcare confini che in vita non ha mai neppure immaginato. La comunicazione che oggi la rete rende possibile, l’immensa quantità di informazioni che possiamo conservare nel piccolo spazio di un personal computer, sono miracolose, ma sono una realizzazione dello stesso desiderio umano che ha portato a inventare la scrittura. La nostra mente accoglie e riproduce l’immenso gioco della vita, e del suo respiro la letteratura è lo specchio vivente.

Anche se Sartaj Singh non ha tempo per sentire la storia di Gaitonde, dalla sua determinazione a consegnare la sua storia, se stesso, prende avvio l’indagine che porterà l’ispettore sikh a salvare Bombay dall’esplosione atomica, e a ritrovare l’amore, nell’incontro con Mary Mascarenas, sorella di Jojo.

 




4. Un altro giorno

 

Freud ha aperto una rivoluzione radicale con la psicoanalisi, su cosa sia la mente, non solo la vita psicologica del soggetto, ma anche la sua cultura. La neurologia contemporanea propone modelli molto più simili a quelli della psicoanalisi che a quelli della medicina dei tempi di Freud.

I confini fra normalità e follia si rivelano simili a quelli che separano gli stati, o le classi sociali. Esistono, ma cambiano col tempo, non rappresentano più una certezza, sfumano come il confine nitido e rassicurante fra passato e presente nella mente di K.D. Yadav.

 

Se i confini cadono, possiamo sperimentare la gioia per l’allargamento del nostro orizzonte, ma dobbiamo fronteggiare l’incertezza della nostra identità, che perde i suoi ancoraggi tradizionali. Nei suoi romanzi Vikram Chandra sembra aver contemplato ogni personaggio, piccolo o grande, prima di raccontarne la storia, di mostrarci la sua fede, semplice o complessa: nessuno è condannato, nessuno è salvato. Ci sono personaggi che sopravvivono, come Sartaj Singh e Mary Mascarenas, e altri che muoiono, come Ganesh Gaitonde e Jojo, ai quali abbiamo accostato don José e Carmen.

Abbiamo ricordato il racconto di Prosper Mérimée, quando don José dice che Carmen ha sempre mentito, ma che lui le ha sempre creduto:

 

Je la croyais : c’était plus fort que moi. (cit)

 

Il dominio sulla donna nel patriarcato si sostiene sull’attribuzione di una maggiore capacità raziocinante al sesso maschile. Nasce prima l’uomo, come nell’Antico Testamento, e da una parte dell’uomo viene formata la donna. Si può ricordare che secondo l’antica medicina occidentale il sesso del nascituro dipendeva dal maggior o minor calore del grembo materno al momento della fecondazione: se il calore non era sufficiente, il feto poteva crescere, ma gli organi genitali non ce la facevano ad estroflettersi, restavano all’interno del corpo, rovesciati. Così nasceva una femmina, minus habens rispetto al maschio. Si può anche ricordare che l’ovulazione è stata scoperta all’inizio del XX secolo: prima si riteneva che lo sperma contenesse l’homunculus, e che la donna fosse per il bambino come la terra per il seme. L’infecondità di una coppia poteva così venire sempre attribuita alla sterilità della donna.

Dobbiamo comprendere come la scienza poggi sui miti culturali, e che nessun pensiero umano è possibile se non all’interno di un mito culturale. Il primato dell’affect rispetto ai processi cognitivi diventa sempre più evidente, anche per chi ignora che la sua prima e decisiva teorizzazione è di Freud.

 

Questa comprensione implica una sospensione del giudizio su vero e falso, su reale e immaginario. Ma non significa ignorare la differenza fra bene e male, perché dubitare di quale sia la via giusta per muoversi nel labirinto della vita non è una forma di relativismo etico {spero che in inglese ci sia un‘espressione corrispondente a questa, che in Italia viene usata in senso dispregiativo}, come se chi accetta l’interrogazione radicale del nostro tempo fosse meno coraggioso di chi si schiera dietro a una bandiera.

L’axis mundi fallico, perno della cultura patriarcale, sostegno della mascolinità dominante, nel secolo scorso è stato indagato non meno della materia dalla fisica subquantica [subquantic], e la sua natura, prima percepita come compatta, si è rivelata piuttosto simile a una nebulosa. Distogliere lo sguardo dalle prospettive aperte nel secolo scorso in tutte le scienze implica regredire, come accade, a forme di fondamentalismo che spaventano per la loro violenza irrazionale e antistorica.

 

Parlare di maschilità oggi significa prendere atto dell’indebolimento dell’Io, del soggetto maschile, colui che ha il diritto e il dovere di delimitare la parola femminile. Significa comprendere che la centralità del logos unico, dell’axis fallico, è un bisogno culturale irrinunciabile, e che mantenerne l’unicità assoluta significa riaffermare l’antica maîtrise sul diverso, considerandolo comunque minus habens.

Per Guruji i musulmani vanno eliminati dall’India, per i fondamentalisti islamici deve essere eliminata dal mondo arabo l’influenza occidentale, mentre America ed Europa cercano di imporre la loro democrazia con le armi. Nihil novi sub sole, visto che la storia racconta di imperi che si alternano, e anche se durano per un millennio e sembrano eterni, muoiono, come le lingue, come ogni organismo vivente, lasciando che altre lingue e altre forme di cultura si sviluppino.

 

Quel che però appare nuovo, è che un numero immenso di esseri umani può osservare in tempo reale come si muovano contemporaneamente, egualmente certi del loro diritto e dovere di dominio, popoli di diverse culture. Dobbiamo sperare che uno di loro prevalga, in modo che l’axis mundi logocentrico e fallocentrico sia restaurato?

O possiamo considerare la possibilità, un tempo riservata ai mistici e ai saggi, di contemplare il great game della vita?

Se il nostro controllo si rivela illusorio, se abbiamo sotto gli occhi la rovina che provoca per affermare un principio unico e superiore, perché dovremmo essere obbligati a schierarci, affermando che la nostra via nel labirinto della vita è più diritta e migliore di tutte le altre? E come possiamo credere che questo ci dia il diritto e il dovere di imporla con la forza?

 

Contemplando il piede della amica che ha ucciso, Ganesh Gaitonde si sveglia dal suo sogno del potere, che si è trasformato in un incubo. La verità che enuncia prima di spararsi è la stessa che possiamo trovare nel Mahabharata, quando Dharma gli chiede un esempio di vittoria, suo figlio Yudhishtira risponde: la sconfitta.

 

"Sartaj, mi hai chiamato yaar. Ti dirò una cosa. Che uno la costruisca grande  piccola, non c’è casa che sia completamente sicura. Vincere vuol dire perdere tutto, e il gioco vince sempre." (Giochi Sacri, cit.; pp. 62-63)[32]

 

Il gioco sacro della vita vince su ogni pretesa di controllarlo, di possederne il senso una volta per tutte.

 

Il corpo a corpo fatale fra Gaitonde e Jojo, come quello fra Carmen e don José, è il gioco sacro attraverso il quale, non fermandosi ai limiti assegnati dalla cultura patriarcale all’uomo e alla donna nella cultura patriarcale, trovano la morte. In termini patologici, è il fatale incontro fra l’isterica e l’ossessivo. Ma la diagnosi non dà conto del fascino che esercitano le innumerevoli storie che lo mettono in scena, e l’incontro non è necessariamente tragico: è appena il caso di ricordare che sono state le pazienti isteriche a far scoprire la psicoanalisi a Sigmund Freud, che certo era un ossessivo.

C’è in queste storie qualcosa di così vivo che la morte stessa sembra fermarsi ad ascoltare, affascinata dal ritmo del racconto come il dio Yama, che in Red Earth and Pouring Rain siede sul suo trono di buio ad ascoltare i racconti della scimmia che era un bramino.

Quello che trovano, l’uno nell’altra, l’uno per l’altra, l’uno contro l’altra, Gaitonde e Jojo, è la loro storia, che noi amiamo ascoltare, perché nel momento in cui, identificandoci con loro, trascendiamo i limiti della nostra esperienza quotidiana, siamo restituiti al nostro tempo comune, che comprende il loro, che li ricorda in uno degli spazi piccoli e immensi dell’anima.

Il patriarcato espelle quello che non riesce a dominare, a controllare, ma la ricchezza del caos non è meno importante per la vita dei suoi processi mirabilmente regolari.

Quando la donna che non si considera un’emanazione dell’uomo, rivendicando una libertà senza limiti, incontra l’uomo che non resiste al desiderio di amarla, per diventare il suo eroe civilizzatore, il caos vitale e terrificante che la cultura patriarcale ha espulso torna da terre ignote, da isole dove sbarcano solo i naviganti che hanno perso la rotta.      

 

Gaitonde ha compreso il senso della vicinanza con Jojo nello stesso momento in cui ha rinunciato a dominare la realtà: si è aperto al grande gioco che fa incontrare col proprio destino ciascuno di noi, in maniera tanto più tragica quanto più ci si illude di poterlo fuggire. del resto, anche la spinta a fuggire il proprio destino è un destino:

 

Forse Jojo mi aspettava dall’altra parte. Forse mi avrebbe offeso e ferito, ma alla fine avrebbe capito. Io le avrei parlato e lei avrebbe capito, come sempre. Era solo questione di parlare, e di tempo. E io l’avrei offesa perché mi aveva tradito, perché mi aveva mentito. Ma alla fine l’avrei perdonata. Ci saremmo perdonati a vicenda. (Trad. nostra)[33]

 

Una forza più grande di lui, diceva don José, lo ha sempre spinto a credere a Carmen pur sapendo che mentiva. Forse questa stessa forza fa comprendere a Gaitonde cosa lo legava a Jojo fino a ucciderla per morire poco dopo di lei, come se il loro corpo a corpo fatale si rivelasse un incontro la cui posta è intravedere una comprensione nuova, la capacità di stare insieme perdonandosi a vicenda.

 

Due sorelle, Jojo e Mary Mascarenas, due protagonisti che si incontrano, l’ispettore sikh e il grande gangster. Una città minacciata di distruzione totale, una difficile via di salvezza, una sola coppia che alla fine si salva. Sono gli ingredienti di tante storie, di tante fiabe, ma il protagonista non somiglia a un eroe, anche se ha sconfitto il nemico Guru-ji e ha combattuto contro il vecchio re, il potente e corrotto capo Parulkar.

Alla fine del romanzo, prima della pagina bianca:

 

Sartaj scese dalla moto. Posò le scarpe sul pedale una per una, e le spolverò con un fazzoletto fino a farle splendere. Poi si passò un dito attorno alla vita, lungo la cintura. Si diede un colpetto alle guance, e passò l’indice e il pollice sui baffi. Erano splendidi, non aveva dubbi. Era pronto. Entrò e diede inizio a un’altra giornata. (Ib., p. 1162)[34]  [35] 

 

Nessun eroe alla fine della sua storia si lustra le scarpe e si liscia i baffi.

Poche pagine prima leggiamo di un’altra cura niente affatto eroica, come quella che una madre dedica al suo bambino, o un padre, o un sano a un malato.

Mary e Sartaj hanno fatto l’amore, ora sono sul letto e lei tira fuori una maschera rilassante:

 

Mary voleva mettere del fango sulla faccia di Sartaj. “Non è fango”, disse lei indignata, ma era esattamente ciò che sembrava, fango in un vasetto rosa.

“Sì che lo è” disse Sartaj. “Sei andata giù e l’hai presa sotto a una pianta” (Trad. nostra) [36]

La voce narrante condivide lo sguardo di Sartaj, che ha avuto per la prima volta Mary a casa sua, e il salvatore di Bombay:

 

...aveva passato il pomeriggio a mettere in ordine e a pulire togliendo la polvere che si era accumulata durante il viaggio ad Amritsar. (Trad. nostra)[37]

 

Dopo avergli spiegato quanto sia costoso quel trattamento nel salone di bellezza in cui lavora, Mary Mascarenas  si mette all’opera:

 

 “Arre, non ti muovere, baba.” Tuffò le due dita nel vasetto e spalmò la roba sulla fronte di Sartaj. Stava dando una sensazione fresca, fresca e liscia. “Tirati indietro i capelli.”

Mary lavorava con calma e attenzione, tenendo la lingua fra i denti.

[...]

Dopo aver finito, annuì soddisfatta, e lui le prese il vasetto, ne tirò fuori un po’ e la spalmò lungo la linea degli zigomi. la roba era rossa e più morbida del fango normale, molto omogenea e di grana finissima, e si spalmava facilmente. (Trad. nostra) [38]

 

Una cura reciproca, paritaria, non umilia la virilità di lui, né fa sentire lei meno pronta per accoglierlo. Molte pagine prima l’ispettore sikh le aveva confidato la sua incertezza su se stesso dicendole che il suo lavoro dipendeva in gran parte dalla fortuna:

 

“Te ne stai seduto con le mani in mano, e ti cade qualcosa in grembo. Allora fai finta di aver sempre saputo cosa stavi facendo.

[...]

Devi stare a sentire, ma a volte il guaio è che non sai che cosa stai sentendo. Come se ci fosse una canzone, ma non ne conosci il motivo. Così devi vagare qua e là, guardando e ascoltando. Ti puoi sentire come uno scemo.”

Ora lei fu molto diretta, e lo guardò negli occhi. “Tu non sei uno scemo,” gli disse.

Era una dichiarazione, e Sartaj non ebbe più esitazioni. (Trad. nostra)[39]

 

Se la gerarchia si dissolve insieme al mito dell’axis fallico, posseduto in esclusiva dall’uomo, non per questo uomo e donna smettono di desiderarsi.

Un mito, anche se dura millenni, come un impero, può essere una stagione della vita umana, una partita del suo gioco sacro.

 

I romanzi di Salman Rushdie ricordati sopra, e in misura più innovativa e ricca quelli di Vikram Chandra, danno la possibilità di partecipare di uno sguardo che arricchisce la comprensione della cultura patriarcale occidentale, che sembra pervadere tutte le culture del pianeta proprio mentre mostra i segni del suo tramonto.

 

Una diversa percezione dell’Io e del Sé, difficile e quotidiana per chi, come chi scrive, fa il mestiere di psicoanalista, trova una profonda e rigogliosa espressione letteraria in Sacred Games.  Un autore indiano, che ha alle spalle una cultura di incomparabile antichità e ricchezza, dopo il suo [its] lungo corpo a corpo con la cultura inglese, racconta in maniera nuova il nostro tempo e il dramma del soggetto maschile. La scelta della lingua inglese permette di tradurre, nel senso della parola latina transducere, trasportare [to traduce], una consapevolezza del tempo e dello spazio che consente al soggetto di rinarrarsi al di là della caduta dell’axis fallico maschile.

Un modo diverso di sentire il tempo, di includere nella coscienza la percezione della morte anziché di lottare contro la morte: non è questo il senso che si può cogliere nei sadhu che compongono un grande mandala di sabbia colorata per poi distruggerlo?

Sartaj li vede per caso durante la sua indagine, mentre compongono un mandala per la pace:   

 

Era riposante guardare come cadeva la sabbia dalle mani dei sadhu, la grazia e la sicurezza dei loro movimenti. Dopo un po’, la struttura generale del mandala apparve a Sartaj in un vago contorno bianco. All‘interno dell’ultimo cerchio stavano formandosi molte zone indipendenti, ovali, ciascuna delle quali conteneva scene o immagini, umane animali e divine. Fra questi ovali, proprio nel centro dell’intero cerchio, c’era una forma, e Sartaj non poteva distinguere cosa fosse. Fuori da questi ovali c’era la parete interna del quadrato, e fuori dal quadrato c’era un’altra ruota , e altre figure ancora, e poi un contorno con i suoi disegni, tutti di una complessità ipnotica e in qualche modo piacevole. Sartaj fu contento di essercisi perso.

“Quando avranno finito, saab, lo cancelleranno.”

“Dopo tutto questo lavoro?’ Chiese Sartaj. ‘Perché?’

Ganga alzò le spalle. ‘Forse è come il rangoli delle nostre donne. Se è fatto di sabbia, non può comunque durare.”

Sartaj pensò che comunque era crudele creare questo intero mondo vorticoso e poi distruggerlo all’improvviso. Ma i sadhu sembravano proprio felici. Uno di loro, più vecchio, con i capelli grigi, colse lo sguardo di Sartaj e gli sorrise (Trad. nostra)[40]

 

Crudele formare una figura che sarà distrutta, finché si tenta di padroneggiare la vita. Eppure possiamo cominciare a chiederci se il mandala di sabbia colorata non serva davvero alla pace. Leggendo Sacred Games si può pensare che valga la pena narrare e rinarrare il suo senso, come quello del rangoli, e dei mille lavori umili di ogni giorno, di uomini e donne rimasti senza parole. [41]


[1]  We were so small, and this world was so vast. Without her voice in my hear, I was smaller still.

I had to bring her in. (Vikram Chandra, Sacred Games, Faber and Faber, London 2006; p. 805; trad. nostra)

[2] ‘Don’t you understand? I can’t stay like this. I can’t. I have to go out. You can’t keep me in this jail.’
‘Don’t you understand? Up there you’ll die.’

‘So what? I would rather die than stay in this hole.’
(Ib., p. 813)

 [3] ‘That is complete nonsense. You’re crazy right now. You know that’s not the truth. You don’t want do die.’ (Ibidem)

 [4] Shall I tell you the truth, Gaitonde? You are a coward. You used to be something, you used to be a man, but now you are a trembling little madman hiding in a pit.’ (Ibidem) 

[5]Randi.’ I followed her around the room as she staggered back. ‘You want to see what kind of man I am? Let me show you. No, come, come. Here, you want some more? Who‘s trembling, han? Who’s shaking?” (Giochi sacri, cit., p. 1053)

 [6] ‘You, you’re not a man,” she said. She spat laughter at me, and stood her ground. “You bought women so you think you’re a great hero. None of them never liked you, you bastard. Without your cash, you wouldn’t even have been able to come near them.’ (Ibidem)

 [7] Bas,’ I warned her. ‘Enough. Be quiet. Understand - I am trying to help you. I am trying to save your life.’

‘They laughed at you, gaandu. They made jokes together, about what a pathetic, weak little rat you are. You think you are anything in front of a woman like Zoya? She told us that she never got one good night in bed out of you.’ (Ibidem)

 [8]  “That’s a lie. Zoya liked me.”
She threw her head back and howled. ‘Zoya liked me,’ she crowed. ‘Zoya liked me.’ She bent over and put her hands on her knees. ‘Zoya liked me.’ Blood slipped and tripped on to the ground, but she was only amused. ‘Zoya liked me.’

‘She did.’ The voice coming out of my throat was strange to me, small and forlorn.
(Ib., 813-814)

[9]  ‘The first night we were together, she told me that. She said I was amazing. She did. We did it all night. That’s the truth.’
‘Gaitonde, you idiot.’ She was triumphant now. ‘You fool. She made a chutiya out of you. It wasn’t you, you simpleton. She gave you a glass of milk and badams. And in it she gave you a crushed-up Viagra, one full big tablet. She was going to give you two, but I was afraid we’d kill you. I told her, it’s okay to want to get ahead, you want to go to the moon, I understand, but don’t burst the rocket that’s going to get you there. And it worked. It wasn’t you, saala. It was the Viagra.’
A blue haze of rage came across my eyes. Through it I saw her, standing straight up, laughing. She was not afraid of me.
(Ib., 814)

 [10]  Zoya liked me,’ she said. ‘Gaitonde, you fool, you think she was some virgin you impressed with your huge manliness. You chutiya. She had had a dozen men before you, and many afterwards, and you were the most pathetic. You were, you were smallest.”
‘Liar. She was a virgin. You told me. She told me.’
‘A virgin?’
‘Yes.’
‘You idiot. How do you think she survived in this city before she came to you? You bhenchod men always pay more for virgins, so she became a virgin for you.’
‘No. I saw the blood.’

She laughed so hard she had to hold on to the side of a table.
‘Gaitonde, of all the pompous, gaandu men in the world, you are the blindest. Arre, inside ten miles of here there are twenty doctors who will make any woman a virgin again. The operation takes half an hour, it costs twenty-five, thirty thousand rupees. And in three weeks the renewed virgin can be ready to spread her legs on a white sheet, so some tiny little Gaitonde can see all the blood and think he‘s big.’

I shot her.
(Ibidem)

[11]  But what I noticed all new, all keen and fresh and as if for the first time, was how complicated a thing a woman foot is. It has little pads, and arches, and a convoluted network of muscles and nerves, it has bones, so many bones. It flexes and moves and walks and endures. Its skin takes on the colour of the year it passes through, until the cracks in it form a net as complicated as the life itself.
I held Jojo’s foot. I cupped its ankle and held its cold inertia. (Ib., 815)

 [12] Vi racconterò una storia che crescerà come un loto rampicante, che si avvolgerà su se stessa e si estenderà senza fine, finché tutti voi non ne farete parte, e gli dei verranno ad ascoltare, finché noi non staremo a parlare tutti in un hubbub musicale che contiene il passato, ogni momento del presente e tutto il futuro. (Vikram Chandra, Red Earth and Pouring Rain, Faber and Faber, London 1995; p. 617; trad. nostra).Per il senso di questa immagine del rampicante, che si intreccia con Sacred Games sulla copertina dell’edizione inglese del romanzo, vedi anche: S. Albertazzi e A. Gasparini, Il romanzo new-global. Storie di intolleranza, fiabe di comunità; ETS, Pisa 2003. Vedi anche A. Gasparini, Farewell, father Œdipus. Freedom and Uncertainty in Vikram Chandra’s Sacred Games, in corso di pubblicazione nell’antologia Exploring Hidden Connections: Critical Insights into Vikram Chandra’s Fiction, a cura di Sheobhushan Shukla, Anu Shukla, Christopher Rollason;  by Sarup & Sons of Delhi.

 [13] Frasquita:         Carmen, ti dò un consiglio... non restare qui.
Carmen:               E vorresti dirmi perché?
[...]        
Frasquita:             Sta’ attenta!
Carmen:               Non sono una donna che trema davanti a lui...

                              
L’aspetto e gli parlerò.

[...]
Mercedes:             Carmen, dammi retta, sta’ attenta!
Carmen:               Non ho paura di nulla!
Frasquita:             Sta’ attenta!  (Trad. nostra)

[14] Carmen: Quel che tu chiedi non potrà mai accadere! 
Carmen non ha mai mentito!

La sua anima è inflessibile.
Fra te e lei... è finita.
Io non ti ho mai mentito!
Per noi due è la fine.

Don José:  Carmen, hai la tua vita davanti a te,
O mia Carmen, lascia che ti salvi,
perché ti adoro,

Oh, lascia che io ti salvi
E che mi salvi con te!

[15]               Carmen: È inutile che tu dica “Ti adoro!"
                               Tu non avrai più nulla da me.
                               Oh, è inutile...
                               Tu non avrai più  nulla, nulla da me!
                              
(Ib.)

 [16] She has to be lovely  / She has to be silent  / She has to stay at home.

 [17] But morning overtook Shahrazad, and she lapsed into silence, leaving King Shahrayar burning with curiosity to hear the rest of the story. [...] The king thought to himself, “I will spare her until I hear the rest of the story; then I will have her put to death the next day.” When morning broke, the day dawned, and the sun rose; the king left to attend to the affairs of the kingdom... (The Arabian Nights. Translated by Husain Haddawy. Based on the text of the Fourteenth-century Syrian Manuscript edited by Muhsin Mahdi; W.W. Norton & Company, New York - London, 1990; p. 18)

 

[18] Un bellissimo esempio del potere del nome si trova nelle Mille e una notte: quando un demone, un jinn, rifiutava di convertirsi all’Islam, il re Salomone lo condannava a entrare in un vaso di rame, e lo sigillava imprimendovi il suo anello, sul quale era impresso il nome segreto di Dio. Il demone bloccato dall’incantesimo veniva quindi gettato in fondo al mare, dove si trova ancora, se un pescatore non l’ha tirato su per caso.

 

[19] Carmen (cercando di passare): - Lasciami, lasciami!
                Don José: Per l‘anima mia,
                Tu non passerai,

             Carmen, è me che seguirai!
            Carmen: Lasciami andare, Don José, io non ti seguirò mai.
               [...]
                Don José: No, sul mio sangue, tu non lo farai,
                Carmen, perché tu verrai con me.
                C
armen: No! No! Mai!
                Don José :  Sono stanco di minacciarti! 
                Carmen (in collera): E va bene! Colpiscimi  allora, o lasciami passare. (Trad. nostra)

 [20] Don José (fuori di sé): Ora, per l’ultima volta, demonio,
               
vuoi seguirmi?

                Carmen: No! no!
               
(a mezza voce, con rabbia) Questo anello, una volta me lo avevi donato...

               
Tieni!

                (glielo getta)
                Don José (impugnando il pugnale, avanzando verso Carmen): Va bene! Dannata!
                (Carmen arretra... Don José la insegue... Intanto fanfare e cori nelll’arena)
                [...]

                (José ha ucciso Carmen... Lei cade morta. Si apre la tenda. La folla esce dall’arena.
                Don José (alzandosi): Arrestatemi... Son io che l’ho uccisa!
                Ah! Carmen! Mia Carmen adorata!
(Trad. nostra)

 [21] Mentiva, signore, ha sempre mentito. Non so se in tutta la sua vita quella ragazza abbia mai detto una parola di verità; ma quando parlava, io le credevo: era più forte di me. (Trad. nostra) 

 [22] Yes, really, Sadrakshanaya Khalanighranaya. Katekar knew he could never confess this urge to anyone, much less Vishnu, becouse fancy talk of protecting the good and destroying evil and seva and service would elicit only laughter. Even among colleagues, this was never spoken about. But it was there, however buried it may be under grimy layers of cinycism. Katekar had seen it occasionally in Sartaj Singh, this senseless, embarassing idealism. Of course neither of them would ever so much as hint at the other’s romanticism, but perhaps this was why their partnership was so enduring. Only once, when they had rescued a trembling ten-year old girl from a shed in Vikhroli, from her kidnappers, Sartaj Singh had scratched at his beard and muttered, ‘Today we did good work.’ That had been enough. (Sacred Games, cit., p. 220)

 [23]  I hade slept for more than twenty-four hours.
Get on with it. But get on with what? More money-making, more woman, more killing. I already lived that, I had no appetite for more. So, get on with what? Lying on the ground, next to Jojo, I asked myself that. I felt whole again, delivered from fuzziness and distraction and exhaustion by this long rest on this bloodstained ground.
(Ib., p. 815)   

 [24]  La voce dell'intelletto è fioca, ma non ha pace finché non ottiene udienza. Più e più volte pervicacemente respinta, riesce alla fin fine a farsi ascoltare. Questo è uno dei pochi punti che consentono un certo ottimismo per l'avvenire dell'umanità...(L’avvenire di un’illusione; OSF; Boringhieri, Torino 1978; vol. X; p. 482)

 [25]  Sopraffatto pensavo: siamo fortunati, ed è strano che impariamo a odiare perfino questo, che dimentichiamo simili doni e cerchiamo di liberarcene; le lenzuola sono fresche e lisce sotto di me, e di ciò sono riconoscente; sì, tutto questo deve bastare, sentire queste cose e sapere che tutto questo coesiste, la tessa con i suoi mari, il cielo con i suoi soli. (Vikram Chandra, Terra rossa e pioggia scrosciante; Instar Libri, Torino 1999; p. 26) Sanjay, che in un’altra vita è stato un bramino suicida, ora ha il corpo di una scimmia, e sta per morire. Sta contemplando la bellezza del mondo comune a tutti, la notte prima di raccontare la sua storia. QUesto profondo sentimento della bellezza è connesso con la presenza della morte, come Eros a Thanatos.  Mi sembra che la narrazione di Vikram Chandra sgorghi da questo profondo nesso. Sul suicidio e l’amore per la realtà, vedi anche: A. Gasparini, Farewell, father Œdipus, citato

 [26]  Love is a murdering gaandu. Poor Fluffy. (Ib., p. 5)

 [27] You’re coming in. I’m still talking, but you aren’t listening to me any more. Your eyes are afire. You want me, you and your riflemen. But listen to me. There is a whirlwind of memories in my head, a scatter of tattered faces and bodies. I know how they skirl through each other, their connections and theire disjunctions, I can trace their velocities. Listen to me. If you want Ganesh Gaitonde, then you have to let me talk. Otherwise Ganesh Gaitonde will escape you, as he escaped every time, as he escaped every last assassin. Ganesh Gaitonde escaped even me, almost. Now, at this last hour, I have Ganesh Gaitonde, I know what he was, what he became. Listen to me, you must listen to me. But you are now in the bunker. (Ib., p. 817)

 [28]   Under each step of yours, I can see dozens of my years pass. I can see it all together now, from the very beginning to the first house I built for myself, my first home in Gopalmath. (Ibidem)

 [29]  Here is the pistol. The barrel fits snugly into my mouth. I think of what Jojo would say: Bastard, you’re scared or what? You want me to do it for you?
No, Jojo, I’m not afraid.
Sartaj, do you know why I do this? I do it for love. I do it becouse I know who I am.
Bas, enough.
(Ib. 817)

[30]  K.D. Yadav now has memory, but not sequence. He has the elements, but not the distance between them. To him the past is no longer separated from the present by a distinct and confortable boundary, everything is equally present, all things are connected and are here. Why? What’s happened to me? K.D. can’t remember. But he can remember. (Ib., p. 298)

 [31]  ...He is in a hospital bed in Delhi, losing his mind.
He considers the phrase: to lose your mind. What would be left, if you misplaced your mind? If there is no mind, is there still a self? He remembers the parable, that to know the I there must be another I, an eye that watches the birds of the self feasting on the nectar of the world. But will there still be a watcher if you take these mind-structures away, these façades of language, these foundations of logic, these narratives of cause and effect? What will be left when it all comes crashing down? Bliss, or numbness? A presence, or an absence? ‘The spider weaves the curtains in the palace of the Caesars; the owl calls the watches in the towers of Afrasiab.’
(Ib., pp. 305-306)

[32]  ‘Sartaj, you called me yaar. So I’ll tell you something. Build it big or small, there is no house that is safe. To win is to lose everything, and the game always wins.’ (Ib., p. 42)

 [33]   Maybe Jojo was waiting for me on the other side. Maybe she would curse me and hit me, but finally she would understand. I would talk her and she would understand, as she always had. It was just a matter of talking, and time. And I would curse her for betraying me, for lying to me. But finally I would forgive her. We would forgive each other. (Ib. p. 816)  

 [34]   Sartaj got off the bike. He put up his shoes up on the pedal, one by one, and buffed them with spare handkerchieff untile they shone. Then he ran a finger around his waistline, along the belt. He patted his cheeks, and ran a forefinger and thumb his moustache. He was sure it was magnificent. He was ready. He went in and began another day. (Sacred Games, p. 900)

 [35]  Sartaj, che è l’unico ispettore skh nella polizia di Mumbai, ha la barba e dei magnifica baffi. Come ogni uomo sik, ha il cognome Singh, come tutte le donne si chiamano Kaur Questi cognomi comuni a tutti dovrebbero ridurre la divisione fra caste. È affascinante che il protagonista di Sacred Game appartenga auna cultura che ha iniziato il suo sogno e la sua ricerca di una comunità più giusta avocando alla comunità la legittimazione paterna, e prevedendo lunghissimi capelli per gli uomini.

 [36]  Mary wanted to put mud on Sartaj’s face. ‘It’s not mud,’ she said indignantly, but that’s exactly what it looked like, mud in a small pink pot.
“Yes, it is,’ Sartaj said. ‘You went downstairs and got it from under one of the plants.’
(Ib., p. 897)

[37]  ...had spent the afternoon tidying up and cleaning away the dust that had accumulated during his Amritsar trip. (Ibidem)

 [38]  ‘Arre, don’t move, baba.’ She dipped two fingers in the pot, and painted the stuff over his forehead. It felt cool going on, cool and smooth. ‘Pull your hair back.’
She worked carefully and slowly, her tongue between her teeth.
[...]
When she had finished, and nodded with satisfaction, he took the pot from her and scooped up a dab and smoothed it along the line of her cheekbone. The stuff was red and softer than ordinary mud, very even and fine-grained, and it went on easily.
(Ib., p. 898)

[39] ‘You sit around, and something drops into your lap. Then you pretend that you knew what you were doing all along.’
[...]
‘You have to be listening, but sometimes the trouble is that you don’t know you don’t know what you’re listening for. Like there’s a song, but you don’t know what the tune is. So you just have to wander around, looking and listening. It can make you feel like a fool.’
She was very direct now, her eyes locked on to his. ’You are not a fool,’ she said.
It was a declaration, and Sartaj didn’t hesitate now.
(Sacred Games, pp. 592-593)

 [40] It was restful to watch the fall of the sand from the sadhu’s hands, their sure and graceful movements. After a while, the general structure of the mandale emerged for Sartaj in dim white outline. Inside the final circle there were going to be several indipendents regions, ovals, each with its own scene or figures, human and animal and godly. Between these ovals, at the very centre of the entire wheel, there was a shape, Sartaj couldn’t make out what it was.  Outside these ovals there was the inner wall of the squarem and outside the square there was another wheel, and more figures, and then a rim with its own patterns, all of it hypnotically complex and somehow pleasing. Sartaj was content to be lost in it.
‘When they are finished, saab, they wipe it all up.’
‘After all this work?’ Sartaj said. ‘Why?’
Ganga shrugged. ‘I suppose it’s like our women’s rangoli. If it’s made of sand, it won’t last long anyway.’
Still, Sartaj thought, it was cruel to create this entire whirling world, and then destroy it abruptly. But the sadhu looked quite happy. One of them, an older man with greying hair, caught Sartaj’s eye and smiled.
(Ib., pp. 221-222)

 [41]   Mentre concludo questo saggio, alla mezzanotte del 7 maggio 2008, lo speaker alla televisione italiana dà una notizia: domani un mandala di pace verrà formato a Vicenza.



Ultimo aggiornamento 5 novembre 2018