HOME PAGE
FAVOLE
PUBBLICAZIONI
INCONTRI BIBLIOSITOGRAFIA SCUOLA
CV
E-MAIL
ADALINDA GASPARINI              PSICOANALISI E FAVOLE

HOME PAGE
     

Ancora, ancora, ancora La psicoanalisi come scienza lenta. 2 Storie intorno all'uomo dei lupi,
in cura dagli psicoanalisti
Dai santi sugli altari al manicomio alla psicoanalisi: il libro dove tutto si scrive
Brano finale del Fairinfo di Fabulando (2015), Ancora, ancora, ancora... che, per suggerimento di Marco Dallari, è diventato il capitolo finale del libro Lupus in fabula. Le fiabe nella relazione educativa, nella collana da lui diretta Notti di luna vuota (C. Chellini e A. Gasparini, Erickson 2017) Questo testo riprende e rielabora La psicoanalisi o la scienza lenta, inedito che si trova fra i materiali on line relativi al Piccolo Festival dei Casi di Freud, in occasione del primo incontro del ciclo Freud a teatro. I casi di Freud. (20 novembre 2020) Appunti di studio del Caso dell'Uomo dei lupi, in occasione del secondo incontro del ciclo  Freud a teatro. I casi di Freud (11 dicembre 2020) Una analogia fra il delirio di Schreber e la storia del libro dei peccati nella Legenda aurea scritta dal vescovo e dottore della Chiesa Jacopo da Varagine. Nota per Freud a teatro. I casi di Freud (12 marzo 2021)




Si tengono 'libri' o 'altri appunti', in cui già da anni vengono 'trascritti' tutti i miei pensieri, tutti i miei giri di frase, tutti i miei oggetti d'uso, tutte le cose che sono altrimenti in mio possesso o in mia vicinanza, tutte le persone con cui ho dei rapporti ecc. Parimenti non so dire con certezza chi sia incaricato della trascrizione.
(D. P. Schreber, Memorie di un malato di nervi. Milano:  Adelphi 1974, p. 146)

 Legitur quoque, quod, dum Augustinus in carne viveret et quaedam relegeret, ante se transire vidit daemonem librum humeris bajulantem. Qui ab eo protinus adjuratur, ut, quae ibi scripta lateant, sibi pandat. Qui peccata hominum ibidem esse asserit scripta, quae undecumque collegit et in eo reposuit. Moxque ei praecepit, ut, si aliquid suorum peccatorum ibi scriptum retineret, sibi legendum continuo manifestet. Ostenso autem loco nihil Augustinus ibi scriptum reperit, nisi quod quadam vice completorium ex oblivione dimisit, praecipiensque dyabolo, ut suum praestolaretur adventum, ecclesiam est ingressus et completorium devote dixit et solitas orationes complens peregit reversusque dixit ei, ut praedictum locum sibi ostenderet iterum relegendum. Qui dum crebro revolveret et tandem locum vacuum reperisset, iratus dixit: turpiter me decepisti, poenitet me, quod librum meum tibi ostendi, quia peccatum tuum orationum tuarum virtute delevisti. Et his dictis confusus evanuit. (Legenda aurea, Recensuit Dr. Th. Graesse, Lipsiae MDCCCI, De sancto Augustino, p. 563)


Michael Pacher, "Il diavolo e il libro de' vizi", 1480. Parte del polittico dei Padri della Chiesa, parte della pala d'altare dell'Abbazia Agostiniana di Novacelle (BZ),
ora nell'Alte Pinakothek di Monaco di Baviera (click per l'immagine a colori)
Leggesi che vivendo santo Agostino ancora in carne e rileggendo alcune cose, viddesi valicare uno dimonio che portava uno libro in collo. E quegli lo scongiurò che li manifestasse quelle cose che v'erano scritte entro. Que' disse che v'erano scritti entro e' peccati de li uomini, ch'e' va raccogliendo da ogne parte e ripolli dentro. Allora gli domandò che li mostrasse se v'avesse scritto alcuno de' peccati sui. Mostratoli dunque il luogo, neuna cosa vi trovò scritta di sé, altro che d'una compieta ch'egli avea lasciata per dimenticanza. E comandando al diavolo ch'aspettasse la sua tornata, entrò ne la chiesa e disse devotamente la compieta e compiette l'usate orazioni; e, tornato che fu, disse al demonio che li mostrasse quel luogo che volea rileggere un'altra volta. Quelli ravvolgendo spesso le carte e la perfine avendo trovato voito quel luogo, adirato il dimonio di ciò disse al santo: “Tu m'hai ingannato; io mi pento ch'io ti mostrai il libro mio, perciò che tu hai spento il tuo peccato con la vertude de le tue orazioni”. E dette queste cose, così veturperato scomparve. (Jacopo da Varagine, Legenda aurea, Sant'Agostino, 28 agosto; Firenze: Le Lettere 2000, 2 tomi, t. secondo p.122)
Raro il volto come parte del corpo del diavolo; vedi anche la scultura lignea di San Michele Arcangelo che atterra il diavolo, attribuita allo stesso Autore, Museo Nazionale di Piazza Venezia, Roma.
(Il volto del diavolo è parte del ventre, purtroppo non visibile nell'immagine linkata)


Ancora, ancora, ancora...


Ancora un racconto, un'altra fiaba, poi una storia più complessa e ricca di meraviglie, poi un romanzo, quando l'altro che ci racconta storie mentre passiamo dalla veglia al sonno è ormai incorporeo come i sogni.
E quel singolare fenomeno, esperienza comune, di quando il narratore o la narratrice cadono nel sonno prima dei bambini, quando si continua a raccontare, ma le parole sono fuori posto e la trama scompare?
Mio figlio da bambino mi richiamava con un tocco leggero, diceva: - Mamma, mamma... non era così...
Mia nipote, otto anni, mi richiama con lo stesso tocco leggero: - Nonna, nonna! Ma che stai dicendo?
Suo fratello, due anni e mezzo, fino a poco tempo fa chiedeva filastrocche e canzoncine, ora ascolta fiabe come lei e quando riemergo da quel sonno breve lo vedo scrutarmi con la stessa attenzione.
La nonna torna in un batter d'occhio, sorrido e ricomincio a raccontare come si deve. Vedevo il volto di mio figlio incuriosito e imbarazzato, vedo quello di mia nipote incuriosito e divertito dalla mia defaillance, mi sentivo, mi sento, colta in fallo, ma solo per qualche istante.
Saranno i neuroni specchio, che attivano il nostro strano sonno per realizzare il desiderio che i bambini finalmente si addormentino, e smettano di impegnarci anima e corpo? Sarà che la dedizione che i bambini richiedono costringe quasi a dimenticare se stessi, e per questo qualcosa ci sottrae a loro, addormentandoci senza che lo vogliamo? Di certo la stanchezza irresistibile che abbiamo sentito scompare istantaneamente appena i bambini dormono.
Ma resta difficile da spiegare, perché questa esperienza del narratore che subisce il fascino di se stesso interrompendo la veglia non ha rapporto con una maggiore stanchezza oggettiva o con un particolare desiderio di tornare a qualche occupazione interrotta per addormentare i bambini.
E poi, da dove viene il regista onirico che toglie il controllo della scena prendendo il posto del narratore e comandando ai personaggi, alle vicende e alle parole, di giocare un'altra trama, apparentemente priva di senso? Come per incantesimo, tutta la storia entra al suo servizio, segue altre regole, forse quella frase sconnessa che svanisce al richiamo del bambino, lasciando però una traccia della sua presenza, è il movimento degli attori e dei trovarobe che si spostano dalla scena della veglia, dove noi raccontiamo e i bambini ascoltano, alla scena del sonno e del sogno, dove la troupe è tutta dentro. Dentro a cosa? cervello, neuroni, anima?
E ancora, quale demiurgo burlone ci fa muovere gli occhi come se seguissimo una scena reale, o su uno schermo davanti a noi, mentre sogniamo? A occhi chiusi, dove guardiamo? Che senso ha volgere lo sguardo a destra o a sinistra se le palpebre velano gli occhi? Non possiamo dimenticare questo paradosso, innocuo a quanto sembra, ma comune a tutti e reale, come quello, raro, delle voci che nel delirio schizofrenico il soggetto percepisce come vere e reali.
Come mio figlio da bambino, i suoi bambini Sofia ed Ettore in quegli istanti si trovano soli, e spetta a loro pronunciare la parola sensata della veglia per farmi riemergere dal sonno. Mi piace pensare che la loro curiosità perplessa o divertita testimoni la presenza di un soggetto autonomo che trae forza dalla nostra defaillance. Se noi non ci siamo più, ci sono loro, come ci saranno quando noi avremo chiuso gli occhi per sempre.

Elvio Fachinelli avvertiva molti decenni fa dello slittamento della psicoanalisi da scienza delle domande a scienza delle risposte, come se lo psicoanalista si facesse accompagnare, per così dire, da un automa-sfinge di sua fabbricazione, col marchio della sua scuola di appartenenza, un robottino pronto a fornire una risposta a qualunque enigma possa essere posto da chiunque. Saremmo proprio sciocchi se pensassimo che la sfinge - colei che pone enigmi fino a soffocare chi non sa rispondere - precipitandosi nel burrone dopo la risposta pertinente di Edipo, sia morta. Le creature mitiche, non essendo vive, non muoiono, sono e insieme non sono, come i sogni che circolano fra i nostri neuroni e ci fanno muovere gli occhi per seguirli. Il significato della reazione apparentemente suicida della sfinge è che ha liberato la strada di Tebe, che non può più impedirci di raggiungere la città, l'ecumene, ma continua a interrogarci e stringerci dall'abisso con fondo e senza fondo dove scivoliamo ogni notte.
I nostri bambini non hanno ancora imparato a tollerare con qualche méchanos, qualche trucco o espediente ingegnoso, la presenza della nostra assenza, per questo hanno bisogno che stiamo loro accanto quando si addormentano, per questo hanno paura del buio e piangono e ci chiamano dopo un incubo.
Se non riusciamo a pensare e agire dimenticando l'abisso nel quale si è precipitata la sfinge, l'abisso connesso alla condizione umana, all'avvicendarsi delle diverse età e delle generazioni, non diventiamo adulti. Ma se ci convinciamo che questo abisso non esista, se non riconosciamo l'eco delle questioni poste dalla sfinge che si prolunga in tante forme nel giorno, siamo adulti inutili a noi stessi e agli altri. Dimenticare la sfinge è cadere noi stessi nel burrone, e siccome siamo vivi, possiamo morire. La sfinge è custode della via chiusa e della via aperta, dell'ostacolo insormontabile e di quello che si può superare, attesta l'esistenza di una logica assurda per la coscienza, ma non meno vera ed effettiva di quella della veglia. La sfinge, una sfinge piccola come il grillo canterino di Nardiello[1], è il terzo personaggio che per un batter d'occhio appare fra l'adulto che si addormenta e il bambino che lo fa tornare alla veglia, perché riprenda la sua funzione di narratore.

La fiaba ricomincia, e alla vaghezza della sfinge subentra quella degli abiti di sole e di luna di Pelle d'asino [2], che non ci sono e ci sono, viaggiando sottoterra insieme a lei. La discontinuità perturbante dei nostri stati è nelle fiabe la trasformazione di Nardiello da disgraziato gettato nella fossa dei leoni a legittimo sposo della principessa, che implica anche un cambiamento d'aspetto del quale le meraviglie della chirurgia estetica sono risibili imitazioni. La dissoluzione dei confini di spazio e di tempo che viviamo regolarmente nei nostri sogni, e che speriamo di non sperimentare mai nei deliri della follia o della demenza senile, trovano espressione nelle fiabe: dodici pezzetti della focaccia di Fiore[3], divisa dalla giovane per rispondere alla richiesta delle fate, bastano perché lei, povera e vessata dalla matrigna, abbia capelli dai quali cadono oro e perle ogni volta che si pettina, mentre a ogni parola sulla bocca le sboccia un fiore.
Gli incantesimi hanno almeno due direzioni: in un batter d'occhio sette fratelli diventano sette piccioncini[4], quando la loro sorella coglie un ramo di rosmarino dalla fossa dell'orco, ma altrettanto rapidamente ridiventano sette bei giovani, quando la stessa sorella ha vissuto un bel po' di avventure. La fiaba, a differenza del sogno, a differenza della sfinge, a differenza del mito classico, racconta sempre che si può presentare qualcosa, mettendosi a cercarlo perché non se ne può fare a meno, anche se non si sa dove sia, quando si troverà, e nemmeno cosa possa essere, qualcosa che consentirà di ribaltare l'incantesimo negativo, o di liberarsi e liberare da una condanna. In Fabulando, a partire dalla Carta fiabesca della successione [5], abbiamo raccolto e proponiamo sessantuno fiabe ordinate secondo questa condanna originaria, ovvero la sentenza che causa l'avvio del racconto, senza dimenticare che il passaggio di beni e di debiti fra le generazioni è una questione ben reale, che riguarda tutti, presi singolarmente o come insieme.

Abbiamo tentato, come tanti prima di noi, di definire cosa siano queste preziosi fenomeni, animali parlanti, fate, orchi, piante che fanno bocca della corteccia, come la quercia de  I sette piccioncini (cit.), o mandorle e nocciole, che rompendosi al momento giusto producono galanterie preziosissime. Non pensiamo che indagare la loro realtà simbolica sia inutile, e anche in Fabulando si trova qualche esempio di interpretazione[6], ma quel che più ci sta a cuore è la loro natura minuscola, trascurabile, più facile da ignorare che da guardare, da scartare come insignificante più che da prendere e custodire per farne il proprio tesoro, come la bambola popoavola[7] di Adamantina o lo scarafaggio, il topo e il grillo di Nardiello (cit.).

Se richiamo alla mente e al cuore lo sguardo di mio figlio bambino o dei suoi figli quando mi richiamano da quel sonno irresistibile, immagino che la fiaba, se, come credo, ha qualche utilità, sia questa: non trascurare nulla, il tesoro può essere in una mandorla, in un grillo. Può indicarti la strada una stracciona, o una piccola volpe, una quercia o una formica, o un gomitolo che ti ha dato il principe d’Arcolaio[8].
Quando nulla e nessuno ti aiuta a uscire da una situazione nefasta, sperimenta qualcosa di nuovo, intorno a te ci può essere qualcosa, se guardi bene, se hai ancora quella forza delicata che nell’infanzia ti faceva svegliare il narratore addormentato, che tornava a prendersi cura di te grazie alla tua vigile attenzione, la sola rimasta.
Ancora... ancora... ancora... che non abbia mai fine il desiderio di non precipitare nell'abisso della sfinge, di scivolare nel sonno con tutta la dolcezza possibile, perché è solo così che si riemerge al mattino con qualcosa di nuovo, che viene dalla veglia, ma che durante la veglia non avevamo visto, sia un aiuto prezioso, sia la consapevolezza di un dolore o di un bisogno, che non aveva potuto affiorare. Il sublime, la categoria estetica che trascende la separazione fra bello e brutto, fra desiderabile ed esecrabile, ha un etimo incerto ma affascinante: sub-limen, sotto la soglia. Stretta la soglia, larga la via, / dite la vostra che ho detto la mia, è una delle più diffuse formule di chiusura delle fiabe popolari. La soglia è una linea da varcare, divide la vita del giorno e della notte, che sono spazi di innumerevoli stanze e pianure e monti e mari e fiumi, come quelli piccoli della nostra Carta fiabesca della successione (cit.). Ma come si varca la soglia è l'essenziale della nostra presenza umana, lo stile col quale si affronta quotidianamente questa discontinuità, non solo nel passaggio fra veglia e sonno, ma nelle emozioni violente che ci strapazzano e ci fanno volare e precipitare, come la passione e l'ira, fra il malessere e il benessere di cui non sappiamo la ragione, nei ricordi che si formano e si trasformano e si eclissano e tornano a splendere. Narratore e ascoltatore sono accanto alla soglia, si parlano e si ascoltano. La soglia è una linea, non un luogo, qualcosa da varcare, non da abitare. Non ha spessore, come la retta nella geometria euclidea, somiglia ai sogni, ma ci serve a separare, distinguere, discernere.

Quando il narratore si addormenta, precipitando per un istante nell'abisso, il bambino lo richiama, perché dopo i due anni è già abbastanza esperto di soglie da sapere che si può varcarle in entrambe le direzioni, come si possono ottenere da orchi e fate sia doni, sia danni. Ma questa attitudine del bambino, e del soggetto in genere, a risvegliare chi ha la funzione di prendersene cura, questa capacità di tollerarne l'eclisse repentino, non può dispiegarsi se non brevemente. Per non essere soffocati dalla sfinge ci vuole una storia, prima una filastrocca, poi una fiaba, poi una storia lunga e affascinante come quelle delle Mille e una notte, poi un bel romanzo. Ancora... ancora... ancora...

Confessiamo infine, ora che dobbiamo lasciare tante domande senza risposta, ora che Fabulando con la sua Carta fiabesca della successione è on line, che ha tante imperfezioni, lacune, errori, che non finiremo mai di correggerle. Abbiamo cominciato con trentotto fiabe, poi, cominciando con Hänsel e Gretel[9] ne abbiamo inserite altre. Ora sono sessantadue, con Il Re d’Arcolaio che dobbiamo caricare on line mentre completiamo questo libro. Oltre a fare le carte e gli e-book delle nuove fiabe, abbiamo rifatto le carte delle ingiunzioni e dei quadranti, per aggiungere i nuovi titoli. Poi abbiamo rifatto le mappature che consentono di viaggiare in Fabulando con i click e i touch, lievi e rapidi come una magia, per poi ricaricare tutto online, e-book, file html e immagini, con tutti gli errori da correggere che si manifestano in queste operazioni. Dopo tutto questo, finalmente, abbiamo preso coscienza che anche noi, narratrici e ascoltatrici allo stesso tempo, come i bambini chiedevamo e ottenevamo ancora fiabe, ancora... ancora... ancora...

Lasciare un lavoro non è come addormentarsi, ma è un passaggio di stato: il frutto del nostro lavoro, finché lo ampliamo e lo cambiamo è ancora nostro, quando lo consideriamo concluso, anche se Fabulando è la prima espressione di un progetto che vorrebbe restare aperto, se ne va per il mondo da solo, come un bambino che comincia ad andare a scuola, come un adolescente che per la prima volta prende il motorino o viaggia da solo per l'Europa. Allora un patrimonio, il nostro, quindi prezioso, per quanto piccolo e anche difettoso, potrebbe fallire, scomparire, vanificarsi. Meglio tenerlo ancora, migliorarlo, arricchirlo, ancora... ancora... ancora...


Fabulando è un labirinto dove si può perdersi e ritrovarsi – ciascuno dei due termini non ha senso senza l’altro - secondo il proprio estro e il tempo a disposizione, perché la combinatoria dei suoi elementi consente percorsi infiniti. Né mancano visite guidate, per chi vuole cominciare a viaggiare insieme a noi: i Fabulando fairy tour. Fabulando è una miniera a cielo aperto: vi si trovano gioielli portati in superficie e splendenti, come i sessantadue e-book delle fiabe, pietre semilavorate, segnali di tesori ancora da scavare. Chiunque entri nel mondo delle fiabe con la passione del vero viaggiatore/ricercatore, si accorge presto, e capisce sempre meglio, che le fiabe, pensate come insieme esteso nello spazio e nel tempo, sono come una miniera inesauribile, per quanto si scavi, come i possibili percorsi nel loro labirinto, per quanto si viaggi.
Ma bisognava lasciarlo andare, mettere on line Fabulando, e sperare, o pregare. E grazie alla comprensione e all’interesse di Marco Dallari per questo nostro lavoro, abbiamo scritto questo libro, che una volta stampato non potremo più correggere, integrare, incrementare.

Curare, come educare, è anche lasciar andare. La sfinge soffoca sia chi varca troppo presto la soglia fra quel che è intimo e quel che è aperto a tutti, sia chi si attarda cedendo alla paura. Il bambino ha bisogno di restare nove mesi nel grembo materno, e se vi si trattiene più a lungo rischia di morire, come se prima del tempo viene al mondo.
Il bambino ha bisogno di addormentarsi. Il bambino ha bisogno di restare sveglio. L'adulto a volte si addormenta al suo posto, ma le fiabe e i romanzi permettono a entrambi di ritrovarsi.










[1] Lo scarafaggio, il topo e il grillo, Giambattista Basile (1634-1636). Vedi l’e-book in Fabulando. Carta fiabesca delle successioni: http://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Scarafaggio-topo-grillo/mobile/index.html#p=1.

[2] Pelle d’asino, Charles Perrault (1694 e 1697). Vedi l’e-book in Fabulando. Carta fiabesca delle successioni: http://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Pelle-asino/Pelle-asino-eb-IT.html.

[3] Fiore e Gambodifiore, raccolta da Gennaro Finamore (1882). Vedi l’e-book in Fabulando. Carta fiabesca delle successioni: http://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Fiore-gambodifiore/Fiore-gambodifiore-eb-IT.html.

[4] I sette piccioncini, Giambattista Basile (1634-1636). Vedi l’e-book in Fabulando. Carta fiabesca delle successioni: http://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Sette-piccioncini/mobile/index.html#p=1.

[6] Per una introduzione a Fabulando, che comprende note di lettura su ogni fiaba della raccolta, vedi il Fabulando Fairinfo: http://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Fairinfo-IT.html.

[7] Bambola Poavola, Giovan Francesco Straparola (1550-1553). Vedi l’e-book in Fabulando. Carta fiabesca delle successioni: http://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Popoavola/mobile/index.html#p=1.

[8] Il Re d’Arcolaio, raccolta da Giuseppe Pitrè (1870-1913). Vedi l’e-book in Fabulando. Carta fiabesca delle successionihttp://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Animmulu/mobile/index.html#p=1.


[9] Hänsel e Gretel, Fratelli Grimm (1812). Vedi l’e-book in Fabulando. Carta fiabesca delle successioni: http://www.fairitaly.eu/joomla/Fabulando/Hansel-gretel/Hansel-gretel-eb-IT.html.


Adalinda Gasparini e Claudia Chellini, Lupus in fabula. Le fiabe nella relazione educativa. Collana Notti di luna vuota, diretta da Marco Dallari. Trento: Erickson 2017, pp. 249-262; Adalinda Gasparini, "Ancora... ancora... ancora..." pp. 249-258.  Vedi anche in Fabulando. Carta fiabesca delle successioni.













                



La psicoanalisi come scienza lenta

Un'analisi che non si interrompa nel momento in cui un sintomo disturbante scompare dura molti anni. Ai tempi di Freud durava meno, ma le sedute erano quattro ogni settimana, mentre ora sono una o due. I maligni dicono che il ritmo di tre o quattro sedute ogni settimana oramai è accettato obtorto collo solo dagli aspiranti analisti di certe associazioni.
L'inconscio ha un ritmo, o, meglio, molti ritmi, che alterna senza chiederci il permesso. Non conosce, come ci ha insegnato Freud, il tempo, la morte, l'altro. Non rende conto a istituzioni o persone, nemmeno alla coscienza alla quale è irreversibilmente abbinato. Vita e morte sono concetti relativi per l'inconscio, dove vige, a quanto sembra, una concezione degli opposti come quella di Eraclito. Che ai tempi di Platone era già considerato l'oscuro: ci vorrebbe un tuffatore delio, diceva Socrate, per toccarne il fondo.
Ma non c'è nessun fondo inaccessibile dove giaccia l'ignoto, la profondità viene evocata per collocare l'ignoto fuori dal discorso e procedere dove si può, come se non ci fossero altre dimensioni. Quel che è necessario in psicoanalisi – per praticarla, ma anche per leggerla proficuamente - è un pensiero che non eviti la contraddizione, soprattutto quando insiste e non si fa sciogliere, come il nodo di Gordio.

Alessandro sapeva che chi non avesse sciolto quel nodo non avrebbe conquistato l'Oriente, e lo tagliò con la spada. Il gesto di Alessandro sulla via dell'India è simile alla risposta di Edipo alla Sfinge sulla via di Tebe: gli eroi civilizzatori sono tali perché sanno tagliare corto, con una spada e con un pensiero affilati. O con un bisturi.

La loro storia ci dice che sono conquistatori, che risolvono gli enigmi e mettono un fermo alle contraddizioni, come ci dice che non possono evitare la tragedia. Quel che hanno conquistato lo perdono, il loro regno si dissolve. Il cammino eroico traccia la storia dell'uomo escludendo quel che si sottrae alla spada o si perde nella velocità. Nella nostra storia. Edipo corre da Corinto a Tebe, corre assassinando Laio, corre cercandone l'assassino, e trova se stesso. Alessandro corre per il mondo intero, eroe delle culture occidentali e orientali. Ma il regno di questi personaggi veloci e taglienti si dissolve. L'eroe muore giovane, o perde quel che ha conquistato. Si potrebbe dire che è vittima di quel che ha conquistato.

Cammina, cammina, cammina... Chi può misurare quanto si cammina in un'analisi? La sola cosa che conta è la testimonianza di chi l'ha fatta, che per quanto mi risulta la considera il miglior investimento di tempo e denaro della sua vita. La mia è un'esperienza di quasi quarant'anni, ai quali vanno aggiunti quelli delle mie analisi personali, prima di cominciare a esercitare questo mestiere. Cosa sono quarant'anni? un soffio. L'inconscio non conosce il tempo, come le fiabe: u cuntu 'un porta tempu, dicevano a Giuseppe Pitrè le sue narratrici analfabete. Se è vero, ed è vero, quarant'anni o un mese di esperienza hanno lo stesso valore. Ma non è vero, perché quarant'anni di tempo hanno un peso, in un contesto pubblico, dove ci si muove al ritmo della coscienza.
A parte la lunga durata di ogni vera analisi, la lentezza riguarda anche il movimento teorico della psicoanalisi. Mi sono appassionata ai lavori di Klein e Bion, di Lacan e Dolto, fra gli italiani a quelli di Fornari e Fachinelli, ma mi è difficile non concordare con quel che Fachinelli diceva degli psicoanalisti dopo Freud: che nella migliore delle ipotesi avevano esplicitato qualcosa che era già presente in Freud, come fra pieghe chiuse, spiegandole dopo la sua morte.

Ma la ripresa della mia nota al Manifesto della Slow Science Academy (Berlin 2010), che si trova fra i materiali relativi al nostro Piccolo Festival dei Casi di Freud di Fairitaly ONLUS (Firenze 2018) è ancora dedicata, stasera e altre quattro sere, ai casi clinici, i cinque più celebri e commentati, più volte riscritti: psicoanalisti di chiara fama hanno anche dato voce a Dora o a Sergei Pankejev, come se la loro esistenza potesse essere indipendente da Freud, dalla sua scrittura.
Possiamo dire di aver progredito rispetto a Freud? I nostri pazienti guariscono meglio di coloro ai quali sono dedicate queste serate?
Ricordiamo le dubbie guarigioni o le anomalie dei cinque casi di Freud:

  • Dora (Ida Bauer) interrompe la sua analisi dopo tre mesi;
  • il Piccolo Hans (Herbert Graf) è un bambino di cinque anni, figlio di un ammiratore che riferiva i comportamenti e le parole di suo figlio a Freud, che gli suggeriva come intervenire, finché a quando le fobie si attenuarono fino a scomparire;
  • l'Uomo dei Lupi (Sergei Pankejev), che aveva soggiornato nelle migliori cliniche psichiatriche europee, approdò da Freud, ma non stava bene dopo questa analisi, e la continuò con un'allieva di Freud; ai suoi allievi e colleghi viennesi Freud chiese successivamente di sostenere economicamente il giovane russo, che da ricco e nobile si era trovato povero dopo la rivoluzione; per tutta la sua lunga vita questo paziente rimase legato strettamente all'ambiente psicoanalitico, tanto che si presentava dicendo: Io sono L'uomo dei lupi;
  • l'Uomo dei Topi (Ernest Lanzer), è fra questi cinque casi il solo la cui analisi, durata undici mesi, possa considerarsi riuscita; ma quel che certamente mise fine ai suoi disturbi ossessivi fu la morte al fronte della prima guerra mondiale, non possiamo essere sicuri che non avrebbe più accusato i suoi gravi disturbi ossessivi;
  • il Presidente Schreber (Daniel Paul Schreber) è l'autore di un diario nel quale descrive la sua psicosi paranoica, morto in manicomio pochi mesi dopo che Freud aveva pubblicato il suo saggio su di lui, senza averlo mai visto.
Imbarazzante per gli analisti che di questi cinque grandi casi di Freud non ce ne sia uno per il quale possiamo vantare l'efficacia del lavoro psicoanalitico? Sì, se la psicoanalisi fosse quello che molti vorrebbero: una scienza neopositivistica che come tale promette certi risultati e non altri, dedicandosi a certi disturbi e non ad altri.

La psicoanalisi è, come ha sempre pensato Freud, una scienza. Una scienza che viene dopo la fine della separazione fra scienze umane e scienze esatte. Questa distinzione ha valenze paradossali: le prime sono inesatte e le seconde disumane? Oppure, quando si definiscono scienze dell'uomo e scienze della natura, si vuol dire che le prime non riguardano la natura e le seconde non riguardano l'uomo? Vale a dire che l'uomo non è parte della natura?

A parte gli scherzi. L'illusione dell'esattezza è tramontata per le scienze del Novecento, e la psicoanalisi fin dalla sua nascita è una disciplina che non procede se non nella riduzione dell'ybris conoscitiva (l'Io non è padrone in casa propria).
Le cosiddette scienze umane, tramontato - chi potrebbe ormai non vederlo? - il tempo delle scienze positivistiche con le loro sorti magnifiche e progressive, si sono ritradotte con uno sforzo più epimeteico che prometeico in discipline o pratiche neopositivistiche, che continuano a promettere risultati, anche se meno trionfanti.


La psicoanalisi non somiglia per temi, problemi, ricchezza, passione, contrasti, a queste discipline, ma a quelle che, nascendo nel campo delle scienze dure, non hanno bisogno di conquistare quarti di nobiltà scientifica. Il compito scientifico dello psicoanalista ha una particolarità: ha a che fare con resistenze, esterne e interne, molto potenti, perché la rimozione è un meccanismo, o un dispositivo, che sacrificando una parte tutela l'insieme. Il geometra algebrico o topologo, come il fisico quantico, possono essere eccellenti ricercatori, aperti al nuovo mentre si dedicano al loro campo di ricerca, e trasformarsi in mariti e padri conservatori quando, lasciato il loro laboratorio, entrano in casa. Oppure possono, specialmente se non hanno famiglia, non avere una vita normale. Non sono pochi i matematici, non posso citare la fonte, che dedicandosi alla soluzione di un teorema dimenticano di curare la propria persona, in misure certo perturbanti. Gli psicoanalisti non chiudono mai la porta interiore della loro disposizione analitica, perché il loro laboratorio è la loro mente, o loro stessi. Per la stessa ragione non possono essere aperti alla diversità che li mette in questione quando lavorano o ricercano nel campo della psicoanalisi, come psicoanalisti, per poi chiudersi all'altro come compagni o genitori. Questo è un ostacolo importante per la ricerca psicoanalitica, per non dire di come i gruppi di psicoanalisti, piccoli o grandi, prestigiosi o privi di legittimazioni prestigiose, facilmente si strutturino come famiglie, e quindi come famiglie mafiose.

Tornando alle epistemologie rivoluzionarie o sovversive di scienze come la geometria algebrica o la fisica quantica, meglio che parlare della nascita di nuove scienze dal seno di scienze antiche, come la geometria euclidea o la fisica classica, si potrebbe pensare a potenti germogli, come nuove gemme da tronchi ormai morti, o come polloni laterali, che possono svilupparsi contro la pianta originaria.

Quando abbiamo organizzato il nostro Piccolo Festival dei Casi di Freud, volevamo raccontare come noi psicoanalisti non ci vergogniamo di non costruire tabelle e scale, di non disporre di manuali o test, e nemmeno di non poter vantare risultati dimostrabili.
Noi psicoanalisti, se da un lato ci sentiamo forti, conoscendo e vedendo cose che restano oscure per gli altri, pur riguardando tutti, dall'altro lato dobbiamo sopportare una debolezza cronica: se un paziente non ricava benefici dal nostro lavoro di certo non abbiamo fatto abbastanza, se invece risolve certi sintomi o trova nella vita un gusto che prima non aveva mai assaporato, per qualche istante ci possiamo sentire utili, certo, ma ben presto ci domandiamo se quella persona non avrebbe potuto, con un po' di fortuna, ottenere gli stessi risultati anche senza di noi.

I cinque grandi casi di Freud fanno di questa incertezza la loro forza. Per questo sono stati amati dai grandi scrittori, e forse per la scrittura di questi casi a Freud fu assegnato nel 1930 il premio Goethe per la letteratura. Ma l'incertezza della psicoanalisi è di tutta l'opera di Freud presa nel suo insieme, costituendone la novità fondamentale. Del resto è la stessa incertezza della vita, il dubbio della nostra intelligenza, la volatilità e la vaghezza dei sentimenti, degli attaccamenti, dei distacchi, nostri e degli altri, con i quali sempre abbiamo a che fare. In modo particolare quando impariamo a vivere e pensare in solitudine: quando smettiamo di esaurire le nostre risorse insistendo nel chiedere ai nostri genitori e a chi per transfert ne prende il posto - come i nostri maestri - di rimediare alle nostre mancanze o di assumersene la colpa. Ma dobbiamo egualmente smettere di chiedere ai figli e a chi per transfert occupa un posto analogo - i giovani che si formano accanto a noi – di giustificare la nostra esistenza e il nostro lavoro, clinico e teorico.

Come noi il fisico quantico procede riconoscendo un non saputo che non promette di chiarirsi una volta illuminato dalla luce del nostro intelletto, che cessa di essere rimosso - come gli abissi di Eraclito o le sofferenze isteriche. La sua presenza, come per Eraclito, come per Freud, apre una nuova teoria e un nuovo esercizio della scienza. Citiamo da Carlo Rovelli una definizione che può convenire alla psicoanalisi da Freud in poi.

Ma questo è la scienza: un'esplorazione di nuovi modi per pensare il mondo. È la capacità che abbiamo di rimettere costantemente in discussione i nostri concetti. È la forza visionaria di un pensiero ribelle e critico capace di modificare le sue stesse basi concettuali, capace di ridisegnare il mondo da zero. (Carlo Rovelli, Helgoland. Milano: Adelphi 2020, p. 13)

Il matemativo opera con i numeri immaginari, e operando con grandezze che neppure l'intuizione può figurarsi, ottiene risultati concreti. Senza i numeri immaginari e complessi non avremmo il pc sul quale sto scrivendo e quello sul quale stai leggendo - grazie! - o altri strumenti che hanno semplificato i procedimenti che costruiscono il libro stampato. Senza il transfert – relazione immaginaria – che è il motore della relazione analitica, non esisterebbe percorso di liberazione da un'angoscia che imprigiona in un gioco di famiglia perverso un suo membro, condannandolo a una vita priva di orizzonte. Relazione immaginaria come certi numeri dei matematici, solo parzialmente prevedibile come lo stato di certe particelle dei fisici, ma dagli effetti altrettanto concreti.

Desideravo fare un esempio per descrivere il dialogo, tanto difficile da trovare, eppure indispensabile, e bellissimo quando si realizza, fra i cultori delle scienze umane e quelli delle scienze naturali. Ovvero fra chi ha ereditato i quarti di nobiltà conferiti alle scienze da Platone in poi e chi invece da allora ne è privo.

Premettiamo che fra chi ha antichi quarti di nobiltà scientifici e chi non li ha mai avuti ci sono molte cose interessanti, che nessuna delle due parti da sola può comprendere, e che entrambe le parti possono confortarsi nel cammino nuovo e incerto che stanno percorrendo. Di conforto c'è sempre bisogno se si fa ricerca, chi non ne ha bisogno ha solo delle trovate. Ma l'attaccamento a quarti di nobiltà di svariati generi e consistenze, per chi li possiede, è grande come il desiderio di esserne insigniti per chi non li ha mai avuti. Superare queste fissazioni è una fortuna e un esercizio praticato da una minoranza. In campo umanistico - come nella psichiatria e nelle psicoterapie - ci si dedica per lo più al faticoso e arido lavoro volto a ottenere uno o più quarti di nobiltà con i metodi neo-positivistici, mentre in campo scientifico si teme che un contatto stretto con chi non ha questi quarti di nobiltà possa far dissolvere i propri. Ma i quarti di nobiltà conferiti dai nostri padri greci, rimasti sostanzialmente stabili fino all'Ottocento, si stanno comunque dissolvendo, lentamente o a scatti, con esiti imprevedibili quanto quelli della scienza. Con esiti imprevedibili quanto il nostro venire al mondo, quanto la nostra stessa vita.

Noi psicoanalisti abbiamo i difetti di entrambi i campi, e di entrambi sogniamo di avere i pregi. Pensando che fosse necessario assumersi la responsabilità di questi pregi e di questi difetti, abbiamo provato a farne qualcosa. Per cominciare, a Firenze nel 2017, con il Piccolo Festival dei Casi di Freud, nel Cappellone, nel Chiostro e nell'Orto del Convento francescano di San Salvatore a Firenze. Continuando a pensare che sia necessario, ringraziamo la collega Anna Barracco che ci ha permesso di continuare on line il 20 novembre 2020, per procedere con cinque incontri mensili, cinque come le sessioni del Piccolo Festival: grazie ad Anna, che era con noi a Firenze e l'ha proposto all'Ordine degli Psicologi della Lombardia, grazie ai colleghi dell'Ordine che l'hanno reso possibile, e alle millecinquecento persone che si sono iscritte alla prima serata. Speriamo che vorranno occuparsi di psicoanalisi anche nei prossimi incontri, fino ad aprile 2021.

Sapere che ci sono realtà immaginarie e inafferrabili che hanno effetti concreti, significa lasciare un'equilibrio che ha costituito una certezza in passato, che ormai si è rivelato come un'illusione. A volte penso che la portata della caduta di questa illusione sia anche superiore a quanto sapeva Freud, quando considerava di aver causato la terza ferita, la più grave, al nostro narcisismo, mostrando, con la psicoanalisi, che l'Io non è padrone in casa propria. La prima ferita l'aveva inferta Copernico cinque secoli fa, quando il nostro pianeta ha smesso di essere al centro di nove cieli e dell'abbraccio divino che tutti li contiene, per girare su se stesso e intorno al suo Sole, che come sappiamo è una delle tante stelle in una delle tante galassie dell'Universo. La seconda l'aveva inferta Darwin due secoli fa, mostrando che la nostra origine, come quella degli animali, non è divina. Penso che il narcisismo di cui parla Freud sia la struttura del soggetto, e trovo impensabile, per quanto ne sappiamo, una strutturazione non narcisistica della nostra psiche, come non c'è un tramonto della dimensione di ricerca intellettuale che ha in Edipo Re la sua tragedia e in Edipo a Colono la sua pacificazione. Pensando questo cerco di tornare a Freud, come Lacan ci ha insegnato a fare, e dopo questo a ripartire da Freud, come non abbiamo imparato a fare. Penso che la riflessione sulla cura, ovvero sulla salute e sulla malattia, esiga sia di tornare a Freud, con Lacan o con Fachinelli, sia di muoversi in avanti da Freud, e mi piacerebbe che gli psicoanalisti potessero dialogare con i ricercatori in campo neurologico, che incrementando gli strumenti per 'leggere' il cervello vedono crescere la sua complessità, per non parlare di quella della mente. Se non ho frainteso, non c'è un corrispettivo fisico, concreto, della coscienza né del sogno, stati che implicano relazioni complesse fra aree cerebrali diverse. È come se quel che chiamiamo stato vigile, o sogno, o delirio, o espressione artistica, o scoperta scientifica, fossero l'effetto di un'attività tanto complessa, che coinvolge tante diverse popolazioni di neuroni. I nuovi strumenti permettono di destituire come primitive semplificazioni le descrizioni precedenti, ma non di costruirne di nuove altrettanto rassicuranti.

C'è stato un tempo in cui Freud considerava sufficiente per esercitare la professione di psicoanalisti la consapevolezza dell'esistenza dell'inconscio. Nessuno oggi affermerebbe che la mente coincida con i processi coscienti, ma non penso che sia facile capire che l'inconscio esiste davvero, come esiste il nostro corpo. Si può simularne in buona fede la consapevolezza, ma capirlo (dal latino capere, prendere, e anche capacità, sia come misura dei recipienti che come abilità) è un evento rivoluzionario. Se è vero che il lavoro analitico lo rende meno traumatico, ha pur sempre il suo modello nella catastrofica illuminazione sulla via di Damasco, e implica l'accettazione di una ferita che non si rimargina, a meno che Parsifal non trovi il Sacro Calice del Graal e lo distribuisca a tutti noi, come Gesù fece con i pani e i pesci. Se non fosse una favola. Se le favole fossero vere.
Da cultrice e ricercatrice nel campo delle favole, o miti, o leggende, o romanzi, o storie, a questo punto devo dire che se tutte queste narrazioni sparissero tutto il nostro mondo svanirebbe, più rapidamente che con una guerra atomica.


La prima versione di questo mio breve testo risale al 2017, qualche mese prima del Piccolo Festival dei Casi di Freud, e l'avevo cominciato come un breve commento al Manifesto della Slow Science Academy di Berlino, che ho letto sul sito di Paola Verrucchi, fisica quantica, che ringrazio per la sua preziosa partecipazione alle serate di preparazione del Festival – quasi un anno di incontri quindicinali – e per la sua attiva presenza all'evento. Probabilmente sarà con noi anche a Milano, per il quarto caso, quello del Piccolo Hans.

Leggere  questo Manifesto mi ha fatto sperare di dire qualcosa sulla psicoanalisi come scienza e allo stesso tempo come arte della parola, poesia e teatro. I monologhi di Chiara Guarducci, recitati e diretti da Laura Cioni, che è attrice e psicoanalista, sono stati il punto di coinvolgimento, di attenzione appassionata, per le cinque sessioni, così come costituiscono il cuore e la parte principale del ciclo di cinque incontri dell'OPL. È dall'idea di giocare la carta di questi monologhi, che ho immaginato insieme a Laura il Piccolo Festival, e i monologhi hanno preso forma nei sei mesi fra la fine degli incontri di preparazione e l'evento, nella scrittura di Chiara, e nella regia e nella recitazione di Laura.

Psicoanalisi come scienza e allo stesso tempo come dimensione teatrale – il teatro analitico non disdegna un riferimento alla catarsi aristotelica – e poetica: argomento difficile, insidioso e irrinunciabile. Ho scritto con molte esitazioni, senza pubblicare mai, di psicoanalisi e scienza e arte, per il Piccolo Festival dei Casi di Freud del 2017, e riprendo e riscrivo ora, con la stessa incertezza, per la prima serata di Freud a teatro. In entrambi i casi mi spinge un nesso, che da molti anni mi lavora, fra il greco del VII-VI secolo Esiodo - il primo poeta che parla in prima persona, presentandosi nella sua stessa opera - e Freud, il primo scienziato che partendo in prima persona, ovvero dalla sua biografia, ha dato forma a una disciplina tuttora praticata, talmente feconda che ha dato qualcosa al lessico di tante discipline. All'inizio di questo millennio Radio 3 chiese ai suoi ascoltatori di dire qual era per loro l'opera più importante del secolo che stava finendo. Così concludo, mettendo altra carne al fuoco dopo aver avuto l'improntitudine di metterne tanta, e tagli di gran pregio, ma così è il mondo della cultura, che si può fare. Lascio al lettore di decidere quanta parte sono riuscita a cuocerne, e quanta ne ho bruciata o lasciata troppo poco cotta.

Ed ecco la questione per me centrale, per i binomi vero/falso, arte/scienza, esatto/vago.
All'inizio della Teogonia - poco più di mille versi antichi di ventisette secoli - quando le Muse, le nove figlie di Zeus/Luce-diurna e Mnemosine/Memoria, chiamano lui, Esiodo, mentre pascola le sue pecore ai piedi del monte Elicona, gli dicono:

Ποιμένες ἄγραυλοι, κάκ’ ἐλέγχεα, γαστέρες οἶον,
ἴδμεν ψεύδεα πολλὰ λέγειν ἐτύμοισιν ὁμοῖα,
ἴδμεν δ’ εὖτ’ ἐθέλωμεν ἀληθέα γηρύσασθαι
Pastori campagnoli, brutta razza, solo-pancia,
noi sappiamo raccontare molte cose false che sembrano vere,
noi sappiamo se vogliamo cantare cose vere.
A Esiodo le muse non promettono la verità, ma storie che sanno di verità e storie vere, che gli racconteranno perché a sua volta le racconti, senza dargli alcuna certezza di distinguere le une dalle altre. La poesia non ha bisogno di separarle. Nemmeno i sintomi: una malattia psicosomatica rovina la vita e anche uccide quanto una malattia di origine virale, per non ricordare da quali fattori indomabili dipendano la fragilità o la forza con la quale resistiamo agli attacchi quotidiani di virus come quello che ora imperversa nel mondo intero.

Quindi sono due i tipi di storie che raccontano le Muse, che vale la pena sentire e cantare, tanto che Esiodo lascia subito il gregge per seguirle e diventa poeta.


Freud ha introdotto una novità epocale, che cambia definitivamente la partizione enunciata dalle nove figlie di Zeus e Mnemosine/Memoria. A partire da Esiodo, con o senza l'ispirazione delle Muse, abbiamo separato le storie collocandole dalla parte del falso o del vero, lasciando ai poeti l'oscillazione fra i due ambiti.

Però, anche se la storia della Immacolata concezione è vera per i credenti, per gli atei o per chi ha un diverso libro sacro del vero al massimo ha il sapore,.
E il potere fecondante dello sperma, nel quale l'homunculus completo era contenuto, al quale il grembo femminile dava calore e nutrimento, come la terra al seme di grano, era vero per Paracelso, falso oggi.

Anche la verità storica, come la fondazione di Roma legata allo sbarco di un profugo troiano, che era vera per un antico romano, è un mito per noi.

Esiodo presenta un alto grado di civiltà, quando fa dire alle Muse che distinguere il vero dal falso, la storia vera o la vera scienza dalla favola, è un'attività nella quale l'uomo non smette di esercitarsi, ma che non smette mai di essere avvolta dall'incertezza. O dalla vaghezza.

Cito a memoria dal matematico René Thom: Senza l'indeterminismo, la scienza non avrebbe ragion d'essere; la scienza è figlia dell'indeterminismo, senza il quale la scienza non avrebbe ragion d'essere. Figlia ingrata, che appena nata uccide suo padre.

Prima di Freud esistevano dunque storie false che sapevano di vero e storie vere, distinguibili per la scienza, mentre la letteratura si lasciava confinare dalla parte dell'incertezza, le cui storie possono sempre essere classificate come false.

La rivoluzione introdotta da Freud è testimoniata in grado massimo dai cinque casi clinici che formano il tema di questi incontri: i casi di Freud - e lui stesso in filigrana come caso centrale della psicoanalisi, come analista/paziente che si offre al nostro sguardo, alla nostra passione, ai nostri dubbi, a partire dalla Traumdeutung - sono storie vere che sembravano false, di cui Freud ha mostrato la verità. Nonostante questo carattere rivoluzionario, queste cinque storie cliniche, una volta raccontate e pubblicate, hanno trovato esperti di varie discipline che le hanno cannibalizzate per collocarne certi brandelli dalla parte del vero e altri dalla parte del falso. Perdendo così l'oscillazione feconda fra stabilità scientifica e vaghezza letteraria. Forse per tenere questa posizione bisogna essere come Freud sia scienziati che poeti, e di genere nuovo. Credo che Freud lo sapesse e allo stesso tempo lo ignorasse, mentre Breton e Dalì lo sapevano quando andarono a trovarlo, senza riuscire a contagiarlo col loro entusiasmo. Per questo bisogna fare un'operazione in due tempi: tornare a Freud e ripartire da Freud.

Oggi noi psicoanalisti diamo raramente alle stampe casi clinici: oltre ai problemi di privacy, ben diversi da quelli di un secolo fa, per seguire il modello di Freud dovremmo essere, come si diceva, poeti e scienziati insieme. E se si lavorasse insieme, scienziati e poeti, psicoanalisti e fisici e matematici e filosofi?

Per il momento ci accontentiamo di accostare riflessioni teoriche, magari scientifiche, e poesia e teatro, per ritrovare quella rara potenza che caratterizzava Freud, la sola che mette in moto il desiderio di pensare, il piacere di farlo, la forza di superare le inevitabili resistenze. Pensare insieme è possibile anche in tempi di Covid-19. Nelle massime difficoltà solo il pensiero ci permette di non farci afferrare dalla disperazione. Bisognino, recita un vecchio adagio toscano, fa trottar la vecchia. E questo è un bisognone epocale.

La mossa di Freud, di mostrare la verità di storie che sembravano false - come la verità nell'isteria - fa sì che i letterati abbiano amato e amino Freud, perché gli scrittori e i poeti, come Esiodo, sanno che dipende dalle misteriose intenzioni dell'inconscio - dove altro potrebbero ormai abitare le Muse? - la storia che si va a raccontare, nella quale il vero e il falso si mescolano e cambiano proporzione a seconda di chi legge e del tempo in cui se ne fa la lettura.

Freud ha esteso il campo della letteratura mentre apriva un nuovo campo alla scienza, una scienza lenta che somiglia a quelle scienze che come la psicoanalisi sono nate col secolo breve, il cui valore non sarà garantito da antichi o nuovi quarti di nobiltà, ma dal rigore, dalla passione e dalla costanza dell'amore per la verità che sempre si nasconde e sempre si rivela.







<!-- @page { margin: 2cm } P { margin-bottom: 0.21cm } -->



fiaba favola mito psicoanalisi psicanalisi adalinda gasparini scuola versione collettiva fiabe favole miti sitografia e-mail curriculum vitae favole antiche dialettali alloglotte letteratura interpretazione narratologia narrazioni storytelling fiabe popolari tradizionali simboli simbolo  Freud Jung Lacan Klein

www.alaaddin.it è online dal 1994
Ultima revisione: 17 dicembre 2020