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ADALINDA GASPARINI              PSICOANALISI E FAVOLE

DA ALT IN BALT
1878

In an stroach ìsta gebest an alts baibe in in an balt, is un sai tochtar. Balamång ista gånt dar sun von saltàro in pa disan balt zo helva soin vatar, un hatt gesek di tochtar vo disan altn, un er ìssar zuargånt un hatt ågeheft zo reda pit disarn diarn. Disa diarn is gebest a schümmana un in sun von saltàro hatsen gevallt.
Un disar pua hatse gevorst z’ sega bésen nimp, un si hatt khött vo ja, un dar pua is khent bodrùm huam aldar luste un hatt khött soin laüt ke dar nimp disa diarn. Soine laüt soin gebest alle luste se o un håm khött ke se séngs gearn. In tage darnå dar pua un sai vatar håm gevånk in bege un soin gånt zo nemma di diarn un håmse gevüart humman, un denna dar pua hatse gemèchlt.
Dise laüt håm geböllt as da khemm di muatar vo dar diarn o huam, ma si hatt nèt geböllt khemmen, un alóra håmsase sèm gelatt. Dar saltàro is gånt alle tage in pa balt un is hèrta zuargekheart z’ sega vo dar altn, un lai hattarar hèrta getrakk alls bas se hatt gehatt mångl. A djar dòpo boràtet, dise zboa laüt soin khent zo haba a diarndle. Sa soin gebest alle luste zo haba ditza diarndle.
Denna soinda vortgånt ettlane djar un ditza diarndle is khent groas un bravat un hatt ågeheft zo giana atìabas a vert zo venna di nóna in in balt. In an sunta dar saltàro is nèt gånt in pa balt, un alóra di spusa hatt khött kan diarndle: «Sea ditza zümmale geplèttra un tràgs dar nóna in in balt!»
’S diarndle hatt genump ’s zümmale un is gånt. Bal ’s is gebest in nåmp in haüsle, hats gemèkket, un di nóna hatten offegetånt un denna isse gånt in pett t’ slava, un ’s diarndle hatten genump an stual un issese gesotzt durch nåmp in pett un hatt ågeschauget di nóna un hatt khött:
«O liaba mai nóna, bet långe zenn dar hatt!» Un si hatt khött: «Vo eltom, mai khinn!» Un ’s diarndle: «O liaba mai nóna, bet groase oang dar hatt!» Un si hatt khött: «Vo eltom, mai khinn!» Un ’s diarndleno: «O liaba mai nóna, bet a groases maul dar hatt!» Un si hatt khött: «Vo eltom, mai khinn … ai, du pist moi, ai, du pist moi!» … Un di nóna hatt gesluntet ’s khinn pit gelbarla un alls … ma, invétze bas z’ soina gebest di nóna in in pett, is gebest dar bolf, bo da hatt gehatt gesek ’s diarndle gian pitn zümmale, un er ìssen gånt vorå zoa zo vrèssa di nóna un ’s khinn o, un am earstn hattar gevrèsst di nóna, un denna, bal ’s sèm is gerift, hattar gevrèsst ’s diarndle o.
Di laüt von khinn, abas, håmsen pensàrt ke ’s slaft in ka dar nóna, un håmen nicht vürgenump; un in tage darnå dar saltàro is augestånt in aldar vrüa un is gånt in pa balt gerade zuar kan haus, z’ sega von khinn, un hatt offe gevuntet di tür un er is lai ingånt un hatt geschauget un hatt gesek in bolf in in pett. Alóra ìssar aldar darsrakht; ma das earst bo dar hatt getånt, hattar genump sai sbèrt un hatt hìgehakht in khopf in bolf. Denna hattaren auvargezoget von pett zo öadeganen aus. Balamån hattar gehöart rüavan: «Tùat laise!» … Un hatt nèt gebisst vo bo da khint ditza geréda. Un hatt ågevånk zo hakha nidar pa pauch von bolf zo tüananen offe, un bal dar hatt gehatt a loch, sìkar ’s khinn, un er hakht un hakht, fin àssar hatt gehatt ’s loch groas genùmma, un denna hattar auvargenump ’s khinn no lente un gesunt. Denna hattar genump ’s khinn affn arm un is gånt huam un hatt kontàrt alls, bas da is gescheget; un denna håmsa gemacht an guatn vormas un håm gèst un getrunkht, un àssa nèt soin stüfo z’ èssa un zo trinkha, èssansa un trìnkhansa no.
Cera una volta una vecchia che viveva nel bosco con sua figlia. Un giorno, il figlio del saltario si recò nel bosco per aiutare il padre ed incontrò la figlia di quella vecchia, le si avvicinò e cominciò a parlare con lei. La ragazza era bella e piacque al figlio del saltario. Il giovane le chiese se l’avrebbe sposato ed ella rispose di sì.
Allora egli tornò a casa tutto contento e riferì ai suoi che avrebbe preso in moglie quella ragazza. I suoi furono molto contenti e dissero che l’avrebbero conosciuta volentieri. Il giorno dopo il giovane e il padre partirono e andarono a prendere la ragazza; la condussero a casa e poi furono celebrate le nozze.
La famiglia dello sposo avrebbe desiderato che, assieme alla figlia, scendesse in paese e venisse in casa anche la madre, ma la vecchia non volle andare, e la lasciarono quindi nel bosco. Il saltario girava tutti i giorni nel bosco e andava sempre ad informarsi della vecchia e le portava ciò di cui aveva bisogno. Passato un anno, i due sposi ebbero una bambina e ne furono molto contenti.
Poi trascorsero alcuni anni e la bambina si fece grande e brava e cominciò ad andare di quando in quando a trovare la nonna nel bosco. Una domenica il saltario non andò nel bosco e così la sposa disse alla figliola: «Prendi questo cesto di roba e va a portarlo alla nonna nel bosco!»
La figliola prese il cesto e andò. Quando giunse alla casetta, bussò e la nonna le aprì, ma si rimise subito nel letto. Allora la ragazzina prese uno sgabello e si sedette accanto al letto e osservò la nonna e le disse: «Oh cara nonna, che denti lunghi avete…» e la nonna di risposta: «È per via della vecchiaia, bambina mia». E la bambina disse ancora: «Oh cara nonna, che occhi grandi avete…» e la nonna rispose: «È per via della vecchiaia, bambina mia». «Oh cara nonna, che bocca grande avete!…» e la nonna: «È per via della vecchiaia, bambina mia… vieni, tu sei mia, vieni, tu sei mia!»… e la nonna inghiottì la bambina con zoccoli e tutto quanto perché invece della nonna, dentro al letto c’era il lupo, che aveva visto nel bosco giungere la bambina col cesto ed era corso avanti con l’intenzione di divorare la nonna e la bambina insieme. E così aveva fatto, prima aveva divorato la nonna, e poi, all’arrivo della bambina, aveva divorato anche lei.
Quella sera, non avendola vista arrivare a casa, i suoi pensarono che fosse rimasta a dormire dalla nonna e non si allarmarono; ma il giorno dopo il saltario si alzò per tempo e andò nel bosco diretto alla casetta della vecchia per chiedere della bambina. Trovò la porta aperta ed entrò, guardò intorno e vide il lupo ancora a letto. Allora si spaventò; però la prima cosa che fece fu di prendere la sua spada e tagliare la testa al lupo. Poi lo tirò fuori dal letto per sventrarlo. In quel momento si sentì dire: «Andate piano…» ma non si rese conto da dove venivano le parole. Egli cominciò a tagliare il ventre con l’intenzione di aprirlo e, fatto un buco, vide la bambina. Allora tagliò e tagliò finché il buco fu grande abbastanza ed estrasse la creatura sana e salva. Poi si prese la bambina in braccio e andò a casa e raccontò tutto ciò che era accaduto. Alla fine prepararono un pranzo e mangiarono e bevvero e, se non sono ancora stufi di mangiare e di bere, sono ancora tutti là a mangiare e a bere.


«O liaba mai nóna, bet långe zenn dar hatt!»
Un si hatt khött: «Vo eltom, mai khinn!»


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TESTO E TRADUZIONE
Josef Bacher, Die Deutsche Sprachinsel Lusern. Geschichte, Lebensverältnisse, Sitten, Gebräuche, Volksglaube, Sagen, Märchen, Volkserzählungen und Schwänke, Mundart und Wortbestand. Innsbruck: Verlag der Wagner'schen Universitäts – Buchhandlung, 1905.
Fiabe e leggende raccolte da Josef Bacher sono in: Lusérn: in an stroach ista gest… /Luserna: c’era una volta…; a cura di / hrsg. von Manuela Miorelli; Luserna: Dokumentationszentrum 2006. Testo e traduzione alle pp. 201–203.

A Luserna, uno dei centri in cui è diffusa la lingua cimbra, è nato Elvio Fachinelli, al quale abbiamo pensato editando questa favola.
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IMMAGINE Gustave Doré, Cappuccetto rosso, xilografia, illustrazione per Les Contes de Perrault, 1867.
Fonte: Bibliothèque nationale de France,
gallica.bnf.fr; consultato il 23 ottobre 2011.
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NOTE

Saltario
Il saltario o saltaro (saltaro nel Vocabolario Treccani, http://www.treccani.it/vocabolario/saltaro/; ultimo accesso 22 dicembre 2011), dal latino medievale saltarius, che derivava da saltus, bosco, pascolo, era l'ufficiale preposto alla custodia delle terre coltivate, dei pascoli, dei boschi.
Nella favola rappresenta la legge, e sta a lui estrarre, portar fuori dalla natura non coltivata, che la cattura, il femminile nato dall'unione fra suo figlio - di solito la funzione di saltario si tramandava di padre in figlio - e la figlia della vecchia del bosco, rappresentante della natura indomita.


E, se non sono ancora stufi di mangiare e di bere... La prima versione stampata della fiaba è quella di Charles Perrault (vedi Bibliografia), che fa morire la bambina  nella pancia del lupo, ammonendo le fanciulle a non trattenersi sole nei boschi e a non dar retta ai lupi che attentano alla loro virtù. La morale è apposta alla faba, come la biancheria intima ai corpi nudi delle opere d'arte durante la Controriforma. In tempi recenti la fiaba di Cappuccetto rosso è stata usata a vari livelli come espressione della pedofilia. Se ai tempi di Perrault e del Re Sole il pericolo per le piccole era il pretendente non legittimo, oggi è l'adulto che cerca piacere con un bambino.

Cappuccetto rosso si spiega da sé, col suo nome e con quel che ha in testa, intendendo con  questa espressione sia ciò che domina nei suoi pensieri sia il culmine della testa stessa. Il bambino e la bambina si ergono quando cominciano a camminare e quando la pubertà apre il cammino verso la condizione adulta. Questo ergersi è per entrambi i sessi fallico, ed è trasgressivo perché esige e determina un distacco dalle figure genitoriali dell'infanzia. Nella fiaba cimbra c'è un padre, che di solito è totalmente assente da questa storia, in ogni caso né il padre né la madre possono fornire all'attante quanto la proteggerebbe dai rischi del suo movimento nel bosco, luogo della natura, del materno, attraverso il quale si arriva alla grande madre, la nonna materna. La mancanza della figura maschile paterna - che altrove non viene nominata, mentre qui resta fuori dal bosco - implica l'apparizione del lupo. Che qui può significare una sessualità vorace, prevalentemente orale, che porta a una violenta regressione: insieme alla nonna la bambina si trova nella pancia del lupo. In questo caso l'animale non rappresenta il maschile, né come pretendente insidioso, né come pedofilo, ma il carattere divorante del fantasma materno regressivo.
Perrault avrebbe troncato la fiaba a questo punto per ammonire le giovani aristocratiche a non cedere ai loro corteggiatori? In questo caso si presuppone l'esistenza di un racconto orale a lui precedente, che sarebbe proseguito con l'intervento risolutivo del cacciatore. Se andiamo a leggere la versione dei Grimm, che è la più conosciuta e rinarrata dal XIX secolo a oggi, troviamo l'intervento del cacciatore che libera nonna e nipote facendole tornare illese dalla pancia reinfetante del lupo. (Vedi, in Fabulando, Carta fiabeca della successione, Cappuccetto rosso.)
La classificazione del lupo come pedofilo, coerente con la morale di Perrault, è da considerare come una recente versione della favola, che in fondo riconosce l'impulso erotico del bambino, che con la stessa innocenza di Cappuccetto si trattiene nel bosco e svela la sua meta al lupo cannibale. Più regressiva è un'altra rinarrazione della favola, che assegna al lupo il ruolo del salvatore della favola e al cacciatore il ruolo del cattivo. Questa versione, che valuta la caccia come espressione di crudeltà, tagliando le valenze simboliche della cagìccia stessa, potrebbe esprimere un bisogno più regressivo che riparatorio di tornare alla madre-tutta-buona per difendersi dalla conflittualità della crescita: il lupo appartiene alla madre natura, al bosco, ed è pertanto buono, mentre il cacciatore che uccide gli animali è cattivo. Nel film Avatar l'attante soggetto, il marine Jake Sully, è cattivo quando uccide gli animali turbando l'equilibrio di Pandora, e diventa buono e felice quando rinuncia alla sua condizione umana per diventare atletico, blu e alto come i Na'vi, membro della tribù degli abitanti del pianeta, depositari di una sapienza ignota agli arroganti e violenti abitanti della Terra. Il bisogno di riparare la madre, la madre terra, scaturisce dalle ferite che la presenza umana ha inferto e continua a infliggere all'ecosistema, mettendo a rischio la stessa presenza umana. Ma spostare la funzione salvifica dall'eroe civilzzatore, espressione della centralità dominante della cultura fallica, alla madre terra, significa dimenticare l'ambivalenza del fantasma materno: la natura dà vita e morte, rigenera il vivente come lo distrugge con terremoti e inondazioni. Se si invertono i ruoli del buono, salvifico, e del cattivo, mortifero, si mette vino vecchio in botti nuove, ottenendo solo di rimuovere il conflitto che la crescita e l'umanizzazione esigono di affrontare.
Nelle fiabe, come nei miti, il cacciatore rappresenta l'uomo che conosce il bosco ed è capace di entravi, di catturare gli animali che servono alla vita della sua comunità umana, e di uscirne: è il maschile che non è soggetto alla madre, ma la rispetta e sa come non farsene distruggere: per questo salva Cappuccetto rosso e la sua nonnina, quando il panierino preparato della mamma non basta più a nutrire il bambino e la bambina che crescono.




 © Adalinda Gasparini
Online dal 10 gennaio 2010
Ultima modifica 30 settembre 2018