BIANCABELLA
E LA
BISCIA SUA SORELLA
Regnava,
già
gran tempo fa, in Monferrato un marchese potente di stato e di
ricchezze, ma de figliuoli privo, e Lamberico per nome si chiamava.
Essendo egli desideroso molto di avergliene, la grazia da Iddio gli era
denegata. Avenne un giorno che, essendo la marchesana in uno suo
giardino per diporto, vinta dal sonno a’ piedi d’uno albero
s’addormentò, e così soavemente dormendo venne una biscia
piccioletta, e accostatasi a lei e andatasene sotto e’ panni suoi,
senza che ella sentisse cosa alcuna, nella natura entrò, e
sottilissimamente ascendendo, nel ventre della donna si puose, ivi
chetamente dimorando. Non stette molto tempo che la marchesana con non
picciolo piacere ed allegrezza di tutta la città,
s’ingravidò, e giunta al termine del parto, parturí una
fanciulla con una biscia che tre volte l’avinchiava il collo. Il che
vedendo, le comari che l’allevavano si paventarono molto. Ma la biscia,
senza offesa alcuna dal collo della bambina disnodandosi, e serpendo la
terra e distendendosi, nel giardino se n’andò. Nettata ed
abbellita che fu la bambina nel chiaro bagno, ed involta nelli
bianchissimi pannicelli, a poco a poco incominciò scoprirsi una
collana d’oro sottilissimamente lavorata, la quale era sì bella
e sì vaga, che tra carne e pelle non altrimenti traspareva di
ciò che soglino fare le preciosissime cose fuori d’un finissimo
cristallo. E tante volte le circondava il collo, quante la biscia
circondato le aveva. La fanciulla, a cui per la bellezza Biancabella fu
posto il nome, in tanta virtù e gentilezza cresceva, che non
umana ma divina pareva.
Essendo già Biancabella venuta alla età di
dieci anni, ed
essendosi posta ad uno verone e avendo veduto il giardino di rose e
vaghi fiori tutto pieno, si volse verso la balia che la custodiva, e le
dimandò che cosa era quello che più per lo adietro veduto
non aveva. A cui risposo fu essere uno luogo della madre chiamato
giardino, nel quale alle volte ne prende diporto. Disse la fanciulla:
– Io la più bella cosa non vidi giamai e volontieri
dentro
v’anderei –.
La balia presala a mano, nel giardino la menò, e
separatasi
alquanto da lei, sotto l’ombra d’un fronzuto faggio si puose a dormire,
lasciando la fanculla prendere piacere per lo giardino. Biancabella
tutta invaghita del dilettoso luogo, andava or quinci or quindi
raccogliendo fiori, ed essendo omai stanca all’ombra d’un albero si
puose a sedere. Non s’era appena la fanciulla rassettata in terra, che
sopragiunse una biscia e accostòsi a lei. La quale Biancabella
vedendo, molto si paventò, e volendo gridare, le disse la
biscia:
– Deh, taci, e non ti movere, né aver pavento,
perciò che
ti sono sorella e teco in un medesimo giorno e in uno stesso parto
nacqui, e Samaritana per nome mi chiamo. E se tu sarai ubidiente a’
miei comandamenti, farotti beata, ma altrimenti facendo, verrai la
più infelice e più scontenta donna, che mai nel mondo si
trovasse. Va’ adunque senza timore alcuno e dimani fati recare nel
giardino duo vasi, de’ quai l’uno sia di puro latte pieno e l’altro
d’acqua rosata finissima, e poi tu sola senza compagnia alcuna a me te
ne verrai –.
Partita la biscia, levossi la fanciulla da sedere, ed
andossene alla
balia, la qual ritrovò ch’ancora riposava, e destatala e con
esso lei senza dir cosa alcuna se n’andò in casa.
Venuto il giorno seguente ed essendo Biancabella con la
madre in camera
sola, assai nella vista sua malanconosa le parve. Laonde la madre le
disse:
– Che hai tu Biancabella che star sì di mala voglia
ti veggio?
tu eri allegra e festevole e ora tutta mesta e dolorosa mi pari
–.
A cui la figliuola rispose:
– Altro non ho io se non che io vorrei duo vasi, i quali
fussero nel
giardino portati, uno de’ quai fusse di latte e l’altro di acqua rosata
pieno.
– E per sì picciola cosa tu ti ramarichi, figliuola
mia? – disse
la madre – non sai tu che ogni cosa è tua –.
E fattisi portar duo bellissimi vasi grandi, uno di latte e
l’altro
d’acqua rosata, nel giardino li mandò. Biancabella, venuta
l’ora, secondo l’ordine con la biscia dato, senza essere d’alcuna
damigella accompagnata, se n’andò al giardino, e aperto l’uscio,
sola dentro si chiuse, e dove erano gli vasi, a sedere si puose. Non si
fu sì tosto posta Biancabella a sedere che la biscia se le
avicinò e fecela immantinente spogliare, e così ignuda
nel bianchissimo latte entrare, e con quello da capo a’ piedi
bagnandola e con la lingua lingendola, la nettò per tutto dove
difetto alcuno parere le potesse. Dopo, tratta fuori di quel latte,
nell’acqua rosata la pose, dandole un odore che a lei grandissimo
refrigerio prestava. Indi la rivestì, comandandole espressamente
che tacesse e che a niuna persona tal cosa scoprisse, quantunque il
padre o la madre fusse. Perciò che voleva che niuna altra donna
si trovasse, che a lei in bellezza ed in gentilezza agguagliar si
potesse. E addotatala finalmente d’infinite virtù, da lei si
partì.
Uscita Biancabella del giardino, ritornò a casa e
vedutala la
madre sì bella e leggiadra, ch’ogn’altra di bellezza e
leggiadria avanzava, restò sopra di sé e non sapea che
dire. Ma pur la dimandò come aveva fatto a venire in tanta
estremità di bellezza. Ed ella non sapere, le rispondeva. Tolse
allora la madre il pettine per pettinarla e per conciarle le bionde
trezze, e perle e preziose gioie le cadevano dal capo; e lavateglie le
mani, uscivano rose, viole e ridenti fiori di vari colori con tanta
soavità de odori che pareva che ivi fusse il paradiso terrestre.
Il che vedendo la madre, corse a Lamberico suo marito e con materna
alegrezza li disse:
– Signor mio, noi abbiamo una figliuola la più
gentile, la
più bella e la più leggiadra che mai natura facesse. Ed
oltre la divina bellezza e leggiadria che in lei chiaramente si vede,
da gli capelli suoi escono perle, gemme ed altre preciosissime gioie, e
dalle candide mani, o cosa ammirabile!, vengono rose, viole e d’ogni
sorte fiori, che rendono a ciascuno che la mira soavissimo odore. Il
che mai creduto non arrei, se con e’ propri occhi veduto non l’avesse –.
Il marito, che per natura era incredulo e non dava sì
agevolmente piena fede alle parole della moglie, di ciò se ne
rise, e la berteggiava; pur fieramente stimolato da lei, volse vedere
che cosa ne riusciva. E fattasi venire la figliuola alla sua presenza,
trovò vie più di quello che la moglie detto gli aveva. Il
perché in tanta allegrezza divenne, che fermamente
giudicò non esser al mondo uomo che congiungersi con essa lei in
matrimonio degno fusse.
Era già per tutto l’universo divolgata la gloriosa
fama della
vaga e immortal bellezza di Biancabella: e molti re, principi e
marchesi da ogni parte concorrevano, acciò che il lei
amore acquistassino e in moglie l’avessino. Ma niuno di loro fu di
tanta virtù che aver la potesse, perciò che ciascuno di
loro in alcuna cosa era manchevole.
Finalmente sopragiunse Ferrandino re di Napoli, la cui
prodezza e
chiaro nome risplendeva come il sole tra le minute stelle, e andatosene
al marchese, gli dimandò la figliuola per moglie. Il marchese
vedendolo bello, leggiadro e ben formato e molto potente e di stato e
di ricchezze, conchiuse le nozze, e chiamata la figliuola, senza altra
dimoranza si toccorno la mano e basciorono. Non si fu sì tosto
contratto il sponsalizio, che Biancabella si rammentò delle
parole che Samaritana sua sorella amorevolmente dette l’avea, e
discostatasi dal sposo e fingendo di voler fare certi suoi servigi, in
camera se n’andò, e chiusasi dentro, sola per un usciolo
secretamente entrò nel giardino. E con bassa voce
cominciò chiamare Samaritana. Ma ella non più come prima
se le appresentava. Il che vedendo Biancabella molto si
maravigliò, e non trovandola né veggendola in luogo
alcuno del giardino, assai dolorosa rimase, conoscendo ciò
essere avenuto per non esser lei stata ubidiente a’ suoi comandamenti.
Onde ramaricandosi tra sé stessa, ritornò in camera e
aperto l’uscio si pose a sedere appresso il suo sposo che lungamente
aspettata l’aveva.
Or finite le nozze, Ferrandino la sua sposa a Napoli
trasferì,
dove con gran pompa e glorioso trionfo e sonore trombe fu da tutta la
città orrevolmente ricevuto. Aveva Ferrandino matrigna con due
figliuole sozze e brutte, e desiderava una di loro con Ferrandino in
matrimonio copulare. Ma essendole tolta ogni speranza di conseguir tal
suo desiderio, se accese contra di Biancabella di tanta ira e sdegno,
che non pur veder, ma sentire non la voleva, fingendo però
tuttavia d’amarla e averla cara.
Volse la fortuna che il re di Tunisi fece un grandissimo
apparecchiamento per terra e per mare per mover guerra a Ferrandino,
non so se questo fusse per causa della presa moglie over per altra
cagione, e già col suo potentissimo essercito era penetrato
nelle confine del suo reame. Laonde fu dibisogno che Ferrandino
prendesse l’arme per difensione del regno suo e raffrontasse il nimico.
Onde messosi in punto di ciò che li faceva mistieri e
raccomandata Biancabella, che gravida era, alla matrigna, col suo
essercito si partì.
Non passorono molti giorni che la malvagia e proterva
matrigna
deliberò Biancabella far morire, e chiamati certi suoi fidati
servi, li comise che con esso lei andar dovessino in alcun luoco per
diporto, e indi non si partisseno se prima da loro uccisa non fusse, e
per certezza della morte sua le recassino qualche segno. Gli servi
pronti al mal fare furono ubidienti alla signora, e fingendo di andare
ad uno certo luogo per diporto, la condussero ad uno bosco dove
già di ucciderla si preparavano, ma vedendola sì bella e
sì graziosa, gli venne pietà e uccidere non la volsero,
ma le spiccarono ambe le mani dal busto e gli occhi dal capo le
trassero, portandogli alla matrigna per manifesta certezza che uccisa
la avevano. Il che vedendo l’empia e cruda matrigna paga e molto lieta
rimase. E pensando la scelerata matrigna di mandar ad effetto il suo
maligno proponimento, seminò per tutto il regno che le due
figliuole erano morte, una di continova febbre, l’altra per una postema
vicina al cuore ch’affoccata l’aveva, e che Biancabella per lo dolore
della partita del re disperso aveva un fanciullo, e sopragiunta le era
una terzana febbre che molto la distruggeva, e che vi era più
tosto speranza di vita che temenza di morte. Ma la malvagia e rea
femina in vece di Biancabella teneva nel letto del re una delle sue
figliuole, fingendo lei esser Biancabella da febbre gravata.
Ferrandino, che l’essercito del nimico aveva già
sconfitto e
disperso, a casa si ritornava con glorioso trionfo, e credendosi
ritrovare la sua diletta Biancabella tutta festevole e gioconda, la
trovò che macra scolorita e disforme nel letto giaceva. E
accostatosi ben a lei e guatatala fiso nel volto e vedutala sì
distrutta, tutto stupefatto rimase, non potendosi in modo alcuno
imaginare che ella Biancabella fusse; e fattala pettinare, in vece di
gemme e preciose gioie, che dalle bionde chiome solevano cadere,
uscivano grossissimi pedocchi che ogni ora la divoravano; e dalle mani,
che ne uscivano rose ed odoriferi fiori, usciva una lordura e uno
succidume che stomacava chi le stava appresso. Ma la scelerata donna lo
confortava, e gli diceva questa cosa avenire per la lunghezza della
infermità che tali effetti produce.
La misera adunque Biancabella con le mani monche e cieca
d’ambi gli
occhi nel luogo solingo e fuor di mano solletta in tanta afflizione si
stava, chiamando sempre e richiamando la sorella Samaritana che aiutare
la dovesse; ma niuno vi era che le rispondesse se non la risonante Eco
che per tutta l’aria si udiva. Mentre che la infelice donna dimorava in
cotal passione, vedendosi al tutto priva di umano aiuto, ecco entrare
nel bosco un uomo attempato molto, benigno di aspetto e compassionevole
assai. Il quale udita che ebbe la mesta e lamentevol voce, a quella con
le orecchi accostatosi e pian piano con piedi avicinatosi, trovò
la giovane cieca e monca delle mani, che della sua dura sorte
fieramente si ramaricava. Il buon vecchio vedutala, non puoté
sofferire che tra bronchi, dumi e spini rimanesse, ma vinto da paterna
compassione, a casa la condusse e alla moglie la raccomandò,
imponendole strettissimamente che di lei cura avesse. E voltatosi a tre
figliuole, che tre lucidissime stelle parevano, caldamente le
comandò che compagnia tenere le dovessino, carezzandola a tutte
l’ore e non lasciandole cosa veruna mancare. La moglie, che più
cruda era che pietosa, accesa di rabbiosa ira contra il marito,
impetuosamente si volse e disse:
– Deh, marito, che volete voi che noi facciamo di questa
femina cieca e
monca non già per le sue virtù ma per guidardone de’ suoi
benemeriti? –
A cui il vecchiarello con sdegno rispose:
– Fa’ ciò che io ti dico; e se altrimenti farai, non
mi aspettar
a casa.
Dimorando adunque la dolorosa Biancabella con la moglie e le
tre
figliuole e ragionando con esso loro di varie cose e pensando tra
sé stessa alla sua sciagura, pregò una delle figliuole
che le piacesse pettinarla un poco. Il che intendendo la madre, molto
si sdegnò, perciò che non voleva in guisa alcuna che la
figliuola divenisse come sua servitrice. Ma la figliuola, più
che la madre pia, avendo a mente ciò che comesso le aveva il
padre, e vedendo non so che uscire dall’aspetto di Biancabella che
dimostrava segno di grandezza in lei, si scinse il grembiule di buccato
che dinanzi teneva, e stesolo in terra, amorevolmente la pettinava.
Né appena cominciato aveva pettinarla che delle bionde trezze
scaturivano perle, rubini, diamanti ed altre preciose gioie. Il che
vedendo la madre, non senza temenza tutta stupefatta rimase, e l’odio
grande che prima le portava in vero amore converse. E ritornato il
vecchiarello a casa, tutte corsero ad abbracciarlo, rallegrandosi molto
con esso lui della sopragiunta ventura a tanta sua povertà.
Biancabella si fece recare una secchia d’acqua fresca, e fecesi lavare
il viso e i monchi, dalli quali, tutti vedendo, rose, viole e fiori in
abondanza scaturivano. Il perché non umana persona, anzi divina
la reputorono tutti.
Avenne che Biancabella deliberò di ritornare al luogo
dove fu
già dal vecchiarello trovata. Ma il vecchiarello, la moglie e le
figliuole, vedendo l’utile grande che di lei n’apprendevano,
l’accarezzavano e instantemente la pregavano che in modo alcuno partire
non si dovesse, allegandole molte ragioni acciò che rimovere la
potessino. Ma ella salda nel suo volere volse al tutto partirsi,
promettendogli tuttavia di ritornare. Il che sentendo, il vecchio senza
indugio alcuno al luoco dove trovata l’avea, la ritornò. Ed ella
al vecchiarello impose che si partisse, e la sera ritornasse a lei, che
ritornerebbe con esso lui a casa.
Partitosi adunque il vecchiarello, la sventurata Biancabella
cominciò andare per la selva, Samaritana chiamando, e le strida
e i lamenti andavano fino al cielo. Ma Samaritana, quantunque appresso
le fusse né mai abbandonata l’avesse, rispondere non le voleva.
La miserella vedendosi spargere le parole al vento, disse:
– Ché debbo io più fare al mondo dopo che io
son priva de
gli occhi e delle mani e mi manca finalmente ogni soccorso umano? –
Ed accesa da uno furore che la tolleva fuor di speranza
della sua
salute, come disperata si voleva uccidere. Ma non avendo altro modo di
finir la sua vita, prese il cammino verso l’acqua, che poco era lontana
per attuffarsi, e giunta in su la riva già per entro gittarsi,
udì una tonante voce che diceva:
– Ahimè, non fare né voler di te stessa esser
omicida!
riserba la tua vita a miglior fine –.
Allora Biancabella per tal voce smarrita, quasi tutti i
capelli addosso
si sentì arricciare. Ma parendole conoscere la voce, preso
alquanto l’ardire e disse:
– Chi sei tu che vai errando per questi luochi, e con voce
dolce e pia
ver me ti dimostri?
– Io sono – rispose la voce – Samaritana tua sorella, la
quale tanto
instantemente chiami –.
Il che udendo, Biancabella con voce da fervidi singolti
interrotta le
disse:
– Ah, sorella mia, aiutami ti prego, e se io dal tuo
consiglio scostata
mi sono, perdono ti chiedo, perciò che errai, ti confesso il
fallo mio, ma l’error fu per ignoranza, non per malizia, ché se
per malizia stato li fusse, la divina providenza non l’arrebbe lungo
tempo sustenuto –.
Samaritana udito il compassionevole lamento e vedutala
così
maltrattata, alquanto la confortò, e raccolte certe erbucce di
maravigliosa virtù, e postele sopra gli occhi e giungendo due
mani alle braccia, immantinente la risanò. Poscia Samaritana,
deposta giú la squallida scorza di biscia, una bellissima
giovinetta rimase.
Già il sole nascondeva gli suoi fogluenti rai e le
tenebre della
notte cominciavano apparire, quando il vecchiarello con frettoloso
passo giunse alla selva, e trovò Biancabella che con un’altra
ninfa sedeva. E miratala nel chiaro viso, stupefatto rimase, pensando
quasi ch’ella non fusse. Ma poi che conosciuta l’ebbe, le disse:
– Figliuola mia, voi eravate stamane cieca e monca; come
siete voi
così tosto guarita? –
Rispose Biancabella:
– Non già per me, ma per virtù e cortesia di
costei che
meco siede, la quale mi è sorella –.
E levatesi ambedue da sedere, con somma allegrezza insieme
con il
vecchio se n’andorono a casa, dove dalla moglie e dalle figliuole
furono amorevolmente ricevute.
Erano già passati molti e molti giorni quando
Samaritana,
Biancabella ed il vecchiarello con la moglie e con le tre figliuole
andorono alla città di Napoli per ivi abitare, e veduto un luogo
vacuo che era al dirimpetto del palazzo del re, ivi si posero a sedere,
e venuta la buia notte, Samaritana, presa una vergella di lauro in
mano, tre volte percosse la terra dicendo certe parole, le quali non
furono appena fornite di dire, che scaturì un palazzo, il
più bello e il più superbo che si vedesse giamai.
Fattosi Ferrandino re la mattina per tempo alla finestra,
vide il ricco
e maraviglioso palazzo e tutto attonito e stupefatto rimase. E chiamata
la moglie e la matrigna lo vennero a vedere. Ma ad esse molto
dispiacque, perciò che dubitavano che alcuna cosa sinistra non
le avenisse. Stando Ferrandino alla contemplazione del detto palazzo e
avendolo d’ogni parte ben considerato, alzò gli occhi e vide per
la finestra d’una camera due matrone che di bellezza facevano invidia
al sole. E tantosto che l’ebbe vedute, gli venne una rabbia al cuore,
perciò che gli parve una di loro la sembianza di Biancabella
tenere. E addimandòle chi fussero e donde venisseno. A cui fu
risposto che erano due donne fuoruscite e che venivano di Persia con il
loro avere, per abitare in questa gloriosa città. E addimandate
se grato averebbono che da lui e dalle sue donne visitate fussero, gli
risposero che caro le sarebbe molto, ma che era più convenevole
ed onesto che elle, come suddite, andassero a loro, che elle, come
signore e reine, venissero a visitarle.
Ferrandino, fatta chiamare la reina e le altre donne, con
esso loro,
ancor che ricusassino di andare, temendo forte la loro propinqua roina,
se ne girono al palazzo delle due matrone, le quali con benigne
accoglienze e onesti modi onoratissimamente le ricevettero,
mostrandogli le ampie logge e spaziose sale e ben ornate camere, le cui
mura erano d’alabastro e porfido fino, dove si vedevano figure che vive
parevano.
Veduto che ebbero il pomposo palazzo, la bella giovane,
accostatasi al
re, dolcemente lo pregò che si degnasse con la sua donna di
voler un giorno con esso loro desinare. Il re, che non aveva il cuor di
pietra ed era di natura magnanimo e liberale, graziosamente tenne lo
invito. E rese le grazie dell’onorato accetto che le donne fatto gli
avevano, con la reina si partì ed al suo palazzo ritornò.
Venuto il giorno del deputato invito, il re, la reina e la matrigna
regalmente vestite ed accompagnate da diverse matrone, andorono ad
onorare il magnifico prandio già lautamente apparecchiato. E
data l’acqua alle mani, il siniscalco mise il re e la reina ad una
tavola alquanto più eminente ma propinqua alle altre; dopo fece
tutti gli altri secondo il loro ordine sedere e a gran agio e
lietamente tutti desinarono. Finito il pomposo prandio e levate le
mense, levòsi Samaritana in piedi, e voltatasi verso il re e la
reina, disse:
– Signor, acciò che noi non stiamo nell’ozio avvolti,
qualcuno
propona alcuna cosa che sia di piacere e contento –.
Il che tutti confirmarono esser ben fatto. Ma non vi fu
però
veruno che proponere ardisse. Onde vedendo Samaritana tutti tacere,
disse:
– Dopo che niuno si move a dire cosa alcuna, con licenza di
vostra
maestà, farò venire una delle nostre donzelle che ci
darà non picciolo diletto –.
E fatta chiamare una damigella, che Silveria per nome si
chiamava, le
comandò che prendesse la cetra in mano e alcuna cosa degna di
laude ed in onore del re cantasse. La quale ubidientissima alla sua
signora, prese la cetra e fattasi al dirimpetto del re con soave e
dilettevol voce, toccando col plettro le sonore corde, ordinatamente li
raccontò l’istoria di Biancabella, non però mentovandola
per nome; e giunta al fine de l’istoria, levossi Samaritana e
addimandò al re qual convenevole pena, qual degno supplicio
meritarebbe colui che sì grave eccesso avesse commesso. La
matrigna, che pensava con la pronta e presta risposta il difetto suo
coprire, non aspettò che ’l re rispondesse, ma audacemente
disse:
– Una fornace fortemente accesa sarebbe a costui poca pena a
quella che
egli meriterebbe –.
Allora Samaritana, come bragia di fuoco nel viso avampata,
disse:
– E tu sei quella rea e crudel femina per la cui cagione fu
tanto
errore commesso. E tu malvagia e maladetta con la propria bocca te
stessa ora dannasti –.
E voltasi Samaritana al re, con allegra faccia gli disse:
– Questa è la vostra Biancabella. Questa è la
vostra
moglie da voi cotanto amata. Questa è colei senza la quale voi
non potevate vivere –.
E in segno della verità comandò alle tre
dongelle,
figliole del vecchiarello, che in presenza del re le pettinassino i
biondi e crespi capelli, da i quali, come è detto di sopra, ne
uscivano le care e dilettevoli gioie, e dalle mani scaturivano
matuttine rose e odorosi fiori. E per maggior certezza dimostrò
al re il candidissimo collo di Biancabella intorniato da una catenella
di finissimo oro, che tra carne e pelle naturalmente come cristallo
traspareva. Il re conosciuto che ebbe per veri indici e chiari segni
lei esser la sua Biancabella, teneramente cominciò a piangere e
abbracciarla. Ed indi non si partì che fece accedere una
fornace, e la matrigna e le figliuole messevi dentro. Le quali, tardi
pentute del peccato suo la loro vita miseramente finirono. Appresso
questo, le tre figliuole del vecchiarello orrevolmente furono maritate,
e Ferrandino re con la sua Biancabella e Samaritana lungamente visse,
lasciando dopo di sé eredi legittimi nel regno.
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