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Adalinda Gasparini

RINFRESCA ANCHE LA TERRA NUDA. DOPO FACHINELLI

In: Gli Asini. Educazione e intervento sociale, bimestrale
n. 04: La guerra e la scuola
Roma: Edizioni dell'asino, 2011
pp. 60-64


 

È il 28 novembre 1969, frequento l'ultimo anno del liceo “Pico della Mirandola, a Mirandola, siamo alla prima ora. Dalla piazza antistante la scuola un centinaio di studenti dell'ITI scandisce slogan per invitarci a unirci a loro, sfidandoci a mostrare che non siamo borghesi. L'insegnante passa in secondo piano, alcuni di noi si guardano, si fanno cenno, il corpo si sta già muovendo, un compagno dell'altra sezione apre la porta senza bussare e dice: "Andiamo giù, ora?". Mentre l'insegnante chiede di aspettare almeno che finisca la sua ora, scostiamo le sedie, ci alziamo, prendiamo libri e cappotti, con l'altra classe ci avviamo verso le scale, siamo fuori: i compagni dell'ITI ci salutano con un grido di battaglia e di allegria. Andiamo a sfilare insieme agli operai, più grandi di noi, solidi, concreti, e siamo sicuri di fare la cosa giusta, anche se molti di noi non saprebbero darne conto.

Non conoscevamo la frase di Freud: "Noi siamo i discendenti di una serie infinita di generazioni di assassini"[1], ma l'avremmo potuta sottoscrivere cambiando una parola: "sono – non noi, loro, capitalisti, professori, genitori - i discendenti degli assassini”. Forse pensavamo di essere la progenie di Abele, dimenticando che era entrato in scena solo per compiacere Dio con le sue offerte e farsi ammazzare dal fratello. Oppure pensavamo di essere l'eccezione, come ogni eroe, e la nostra rivolta, come ogni ribellione, e come ogni guerra, era giusta.

 

Mi chiedo se si può coltivare un desiderio dissidente[2] ricordando da chi discendiamo e come siamo fatti. Si può lottare per la giustizia senza la passione fervida che deriva dalla certezza di essere nel giusto, senza le ali che mette, simili a quelle di quando, innamorati, corriamo verso l'incontro?

Credere in un'ideologia salvifica oggi è come continuare a credere a Babbo Natale, ma sapendo che nessun genitore metterà, mentre noi dormiamo, i doni che ne attestano l’esistenza. Continuare a credere nel valore fondante di un'ideologia dopo averne constatato la natura immaginaria ha l'esito maniacale del fanatismo, o quello depressivo di un'immobilità senza speranza.

Le risposte che nella storia sono state date a quella sofferenza che spesso si chiama disagio psichico, un tempo malattia mentale, si fondavano su una certa visione del mondo. Quale risposta sensata possiamo fornire nel nostro tempo, quando le visioni del mondo si rivelano come costruzioni mitologiche, compresa l'idea che si possa vivere facendo a meno dei miti? L'interrogativo si può allargare a tutto il campo dell'educazione: per quale comunità rieduchiamo chi non sa viverci, per quale città educhiamo i figli? Per ogni città, per una città che esisterà in un futuro incerto o per una città del passato? Per quanto l'ignoranza sia ansiogena e dolorosa, è meglio non nasconderla.

 

Proviamo a pensare alle impressionanti percentuali di disagio catalogato negli adolescenti come a una risposta a questa incertezza, meglio, come alla reazione a un falso che nessuno riesce più a credere vero. Mentre in guerra ciascuno è forzato a fare bene o male una parte – soldato, partigiano, infermiere, borsanerista – in questo momento nessuna parte, nessuna uniforme, promette salvezza, e si può cercare di non indossarne una. In termini più alti, non c'è un ruolo, se si prende atto della assenza di Babbo Natale, che prometta di soddisfare il senso del sacro di cui scrive Simone Weil: l'attesa di qualcuno che ci faccia del bene. A questa aggiungerei la simultanea attesa di essere riconosciuti come buoni da un altro: la forza di Babbo Natale è nel perdono che i regali rappresentano, nel potersi sentire buoni che è insieme fiducia ritrovata nella benevolenza degli altri.

 

Non ho mai pensato al mio mestiere di psicoanalista, che scelsi pochi mesi dopo quella manifestazione del 1969, come a una pratica claustrofilica [3], e del resto a leggere bene Freud è difficile pensare alla psicoanalisi come a una forma di cura che abita solo fra le pareti di uno studio, perché l'attenzione di Freud si muove dalla vita quotidiana ai sogni, dalle difficoltà e dalle risorse di un bambino come il piccolo Hans all'interrogativo sull'antisemitismo che genera il suo testamento, L'Uomo Mosè e il monoteismo. Questo saggio postumo abbraccia la nostra cultura indicandone l'immensa crisi: alla fine della sua vita, mentre il nazifascismo ne disponeva l'immensa dimostrazione, Freud ne descrive le ragioni, ricordando come sempre la rimozione e la negazione con le quali ci rifiutiamo di imparare dall'esperienza.

Sembra una prospettiva scurissima, dalla quale non possiamo nutrire alcun desiderio dissidente.

 

La lunga catena della quale noi siamo un anello, è fatta di esseri crudeli, che sono anche esseri che si prendono cura gli uni degli altri. Noi ci occupiamo degli altri perché rispondiamo al loro appello, come una donna e un uomo diventano una madre e un padre quando rispondono al pianto e al sorriso

del loro bambino. Se cogliamo il senso della nostra vita nella relazione con l'altro, lasciamo che l'io sovrano scenda dal trono che occupa con la stessa magnificenza dell'imperatore di Andersen, i cui abiti sontuosi erano un inganno che nessuno osava denunciare, tranne un bambino, perché il sovrano sfilava in mutande. Non nasce da noi soli il desiderio dissidente, né la possibilità di mantenerlo, ma dallo scambio costante con chi in qualunque modo ci chiede qualcosa. Come gli esami non finiscono mai, non finisce mai la scuola, e siamo alunni e maestri a turno, gli uni per gli altri, più o meno buoni e cattivi.

 

Il mio lavoro con bambini e adolescenti è anzitutto esperienza nella scuola, che alimenta la dimensione del bambino e dell'adolescente che sono in ogni adulto in analisi, e ne è nutrito. Non potrei poi pensare alla mia ricerca sulla fiaba e il mito senza le espressioni, le parole e i gesti di tanti bambini che ho incontrato. Fra tutti ne ricordo due, erano un bambino e una bambina che ho incontrato in prima media, due bambini un po' disagiati di quattordici anni fa. Insiste nella memoria mentre scrivo l'immagine di un bambino che scrive fitto fitto, sudato, finita la mezz'ora di tempo dopo la quale tutti i suoi compagni mi hanno consegnato il foglio, scrive senza alzare gli occhi dal protocollo mentre con la sinistra mi fa cenno di aspettare, di lasciarlo finire. Il suo rendimento scolastico era scarso, specialmente in italiano, e l'insegnante era sorpresa più di me da questo impegno: alla fine aveva riempito quattro colonne del foglio protocollo.

Avevo raccontato una fiaba, e lui la scriveva a suo modo, come i compagni, scriveva tanto perché questa volta poteva pensare che la sua voce era unica, e importante come quella dei primi della classe. Nel mio lavoro con la fiaba la gerarchia che ordina la classe è sospesa, e la parola o il disegno di tutti ha lo stesso valore.

La bambina che ricordo era pallida, e come la sorella, ripetente in un'altra classe, non parlava mai. Evitavo di sollecitarla o guardarla troppo, basta in questi casi una mossa sbagliata per farla fuggire, come un cerbiatto, anche se è affamato. Ai primi incontri sembrava assente, guardava nel vuoto e non scriveva né disegnava nulla. Un giorno raccontai nella sua classe una fiaba del Cinquecento[4] in cui tre fratelli dotati di prerogative eccezionali – costruire una nave in brevissimo tempo, scalare qualunque muro con due coltelli, capire la lingua degli uccelli – trovano una torre in mezzo al mare, conquistando un grande tesoro e la principessa prigioniera. Poi tornano dal padre e dividono in quattro parti il tesoro, ma quando devono decidere a chi tocchi la principessa cominciano a litigare, ciascuno vantando la superiorità dei propri meriti: la storia si conclude dicendo che posero il quesito al giudice, ma questo giudice, non essendo riuscito a trovare una giusta soluzione lo passò a un altro giudice, e così fino ad oggi. I bambini mi chiesero a chi toccasse la principessa, e io rivolsi a loro la domanda: qualcuno disse che spettava al figlio che capiva il linguaggio degli uccelli, perché solo grazie a lui avevano saputo del tesoro, altri che aveva più diritto uno dei suoi due fratelli, per l'importanza maggiore attribuita alla nave o alla scalata della torre, altri ancora al padre, perché così avrebbero riavuto una mamma e una vera famiglia. Quando una bambina chiese: "Ma perché non chiedevano alla principessa chi preferiva?", e feci notare che nella fiaba la principessa non parla mai, me ne chiesero la ragione. Dopo aver osservato che la nostra fiaba non ne spiegava la ragione, chiesi loro di scrivere qual era la loro ipotesi su questo silenzio. Fu la prima volta che la bambina pallida lavorò con gli altri, portandomi una pagina sulla quale, fra cancellature e incertezze, aveva scritto:

 

la pricepesa non parlo

ma stando nel castello buio

che non parla con nessuno

 

Ci diceva che se poteva uscire dal buio della torre in cui era isolata, se qualcuno chiedeva a lei, come alla principessa silenziosa, la ragione del suo silenzio, lei poteva ricominciare a parlare come i compagni.

Ce l'avranno fatta a non restare imbrigliati nel disagio il bambino che per la prima volta voleva scrivere tanto tanto, e la bambina che faceva risentire la sua voce? Di certo c'è solo il valore che per me ha questo ricordo, il cui baricentro è nella relazione che ho vissuto con loro, non in me stessa.

 

Se supera il timore che dalla sua regalità dipenda la vita, se l'io lascia il trono, che è anche scomodo, si vedono cose prima invisibili, si ascoltano parole che prima si perdevano. Come in analisi, ci sono sogni, e lapsus, ci sono nessi che si presentano, interpretazioni che vanno e vengono, qualcosa che accade nel prendersi cura, non per la nostra volontà, né per corroborare le nostre teorie.

Ricordo anche una bambina che era all'inizio della terza media, ed era stata indirizzata da me per una balbuzie di cui si vergognava, al punto che non si faceva interrogare a scuola, non usciva da sola a comprare nulla, non rispondeva al telefono. Il suo rendimento era buono perché era intelligente e diligente, faceva però solo compiti scritti: per questo motivo considerava impossibile per lei continuare a studiare dopo le medie.

Siccome mi parlava della sua passione per la lettura le chiesi se c'era un brano che le piaceva particolarmente, e lei alla seconda seduta mi portò una fotocopia dalla sua antologia, con la poesia di Bertold Brecht Dell'innaffiare il giardino. Il poeta esorta il giardiniere a dare acqua in abbondanza agli alberi e ai cespugli, a quelli che danno fiori e frutti, poi a quelli avari o sterili, a anche alle erbe infestanti, concludendo:

 

Non bagnare solo
il prato fresco o solo quello arido:
rinfresca anche la terra nuda.[5]

 

Penso che chi si occupa della cura di persone piccole o grandi possa farlo se sente la richiesta d'acqua della terra nuda, dove l'occhio non vede nulla, e che a partire da questo debba scegliere se rispondere o no, e poi come rispondere. Non perché dispone di un metodo che dà garanzie di crescita, di sviluppo, di guarigione, ma perché il desiderio di prendersi cura dell'altro, di essergli accanto quando è colpito e sofferente, è irrinunciabile. Perché è sensibile all'appello, e sentirebbe su se stesso la ferita dell'altro, il suo dolore, se si allontanasse senza ascoltare, perché la sofferenza dell'altro è nostra, se la vediamo, se non riusciamo a evitarla. Se l'io sovrano scende dal trono, ha il tempo di annaffiare la nuda terra.

 

La nostra cultura ha conosciuto le sue apoteosi e le sue tragedie con le ideologie totalitarie e salvifiche del Novecento, e in questi anni sembra che la tendenza dominante sia dimenticare che hanno mostrato la sua crisi irreversibile. Ma se non dimentichiamo, per quanto non abbiamo ricette da applicare, se evitiamo di cancellare la storia dalla quale dobbiamo e possiamo imparare, eviteremo di ripetere la stessa tragedia. Annaffiamo quindi, se abbiamo una fonte alla quale attingere, e rinfreschiamo i disagiati, senza però trascurare i disagianti, perché la ferita degli uni è ferita degli altri, anche se vediamo sanguinare o appassire una sola delle due parti.

 

Ho letto Lettera a una professoressa nel 1967 alla fine della prima liceo, e ho visto l’ingiustizia nella mia scuola, nella mia classe, fino ad allora velata da quel che mio padre mi aveva insegnato: che nell’Italia democratica, come recita la Costituzione, la scuola è aperta a tutti, e che i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

In quinta elementare, nella Bassa modenese, la maestra aveva una regola per insegnarci l’igiene: a sorpresa, prima delle lezioni, ci faceva mettere le mani sul banco, e chi le aveva in disordine veniva sgridato, fornito di un paio di forbicine, e mandato a pulirsele e tagliarsele pubblicamente, in un’altra classe. Una mattina d’ispezione mi accorsi di avere le unghie sporche, e cominciai a piangere per la vergogna, mentre una compagna, obesa e ripetente, cercava di consolarmi dicendomi che tanto la maestra mi avrebbe risparmiato quella vergogna. Convinta che la maestra fosse imparziale e che la stessa regola valesse per tutti, non smisi di piangere fino a quando la maestra, dopo aver ispezionato le mani di noi tutti, cominciò la lezione senza applicare la sua norma.

La mia compagna, che come molti altri bambini parlava solo in dialetto, conosceva l’ingiustizia che solo molti anni dopo avrei visto. Lettera a una professoressa mi ha fatto vergognare di qualcosa di più serio delle unghie sporche: avevo preferito non chiedere spiegazioni dell’episodio alla maestra o a mio padre, perché non mi conveniva, o perché non avrei potuto pensare che ci fosse ingiustizia nella mia scuola, e che io ne beneficiassi, perché in quel caso godevo dei privilegi del Pierino del dottore.

Ascoltando l’invito a bagnare la terra che appare arida, nella tenerezza con cui ricordo il bambino che continuava a scrivere e scrivere la sua fiaba a scuola, torna qualcosa della mia compagna di scuola che cercava di consolarmi, nonostante subisse un’ingiustizia alla quale non sapeva reagire.



[1] Sigmund Freud (1915), Noi e la morte; Bari: Palomar, 1993; p. 26. Corsivo mio.

[2] Sul desiderio dissidente, espressione di Elvio Fachinelli, vedi il suo saggio Gruppo chiuso o gruppo aperto? pubblicato nei "Quaderni Piacentini", n. 36, novembre 1968. Ripubblicato con un commento dell'A. ne: Il bambino dalle uova d'oro, Milano: Feltrinelli 1974; pp. 114-141.

[3] Anche per questo termine vedi: Elvio Fachinelli, Claustrofilia; Milano: Adelphi 1983.

[4] Giovan Francesco Straparola, Le piacevoli notti, a cura di Donato Pirovano, 2 tomi; Roma: Salerno Editore; t. II, pp. 514-517 (Notte ottava, Favola V).

[5] Bertold Brecht, Poesie; Milano: RCS Quotidiani, 2004; p. 255.