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ADALINDA GASPARINI                PSICOANALISI E FAVOLE
LIBER, 87/2010
SE LE METAFORE GIOCANO
FIABA E PSICOANALISI
Idest Campi Bisenzio; pp. 38-40




L'interpretazione psicoanalitica della fiaba fallisce nella misura in cui ha successo. Riconosce nelle fiabe, genere narrativo dotato di un grado massimo di variabilità formale e di costanza strutturale, analogie calzanti con la propria descrizione della realtà psichica, ma se riesce a dar conto coerentemente di tutta la fiaba essa suona meno vera o meno pregnante della fiaba che ha spiegato. Nei miei lavori sulla fiaba ho cercato di evitare questa deriva, a costo di sembrare imprecisa o incompleta [1].

Sulla principessa Rosaspina, come si sa, pendeva dalla nascita una maledizione: sarebbe stata bellissima e dotata di ogni grazia e virtù, ma... a quindici anni sarebbe morta pungendosi con un fuso. Il re padre per questo aveva proibito i lavori femminili che ne prevedevano l'impiego, ma il giorno del suo fatidico compleanno la fanciulla salì su una torre dove una vecchietta ancora filava, e affascinata dalla danza del fuso volle provare, si punse, e cadde in un sonno simile alla morte che sarebbe durato cent’anni.

Bruno Bettelheim, che ha inaugurato l'interpretazione e l'uso psicoanalitico della fiaba, considera l'oggetto pungente e oblungo come simbolo del maschile, lacerante per Rosaspina che lo incontra precocemente. L'incontro erotico provoca quindi un sonno, che può significare l'età di latenza con una sospensione del desiderio erotico: si attenderà così il giusto tempo dell'incontro, quando il principe attraverserà la barriera di rovi che isola dal mondo Rosaspina e con un bacio la riporterà in vita.

Ma se prendessimo qualcosa dal bagaglio della teoria kleiniana potremmo notare che il fuso è un oggetto della sfera femminile, adatto quindi a rappresentare il fallo della madre onnipotente, che impedisce alla figlia di crescere. La distruttività materna si nutre dell'invidia filiale, e il lungo sonno che consegue al contatto col fantasma può rappresentare la posizione depressiva durante la quale si abbandona la posizione schizoparanoide. Al termine dell'elaborazione e solo allora si può accedere alla sessualità adulta, rappresentata dall'incontro col principe.

Se poi abbiamo in mente il concetto lacaniano di castrazione, magari nella versione doltoiana di castrazione simboligena, potremmo vedere nella maledizione e nella puntura del fuso, che fa sanguinare e cadere Rosaspina in un sonno simile alla morte, un suo significante, che porta l'attante protagonista, il soggetto stesso, a riconoscere la propria incompletezza, aprendo la via di accesso al diverso, all'altro sesso.

Perché poi non applicare la chiave di lettura junghiana? Già nel nome della protagonista è presente una complexio oppositorum, che unisce la bellezza della rosa con la sua parte pungente, e la fiaba può essere letta come un processo di individuazione. Percorso che rende inevitabile l'incontro con l'archetipo della grande madre, la vecchia che fila come le greche Parche. Il finale felice corrisponde alle nozze alchemiche, e avviene solo quando il carattere mortifero della grande madre terra, prima rimosso per ordine paterno con tutti i fusi, viene integrato.

Mentre le interpretazioni freudiane sono convincenti solo per chi già apprezza la teoria psicoanalitica a cui fanno riferimento, quella junghiana può affascinare e convincere anche chi non conosce la psicoanalisi, perché fa suoi tutti gli strumentari simbolici del mondo: si può pescare dalle alchimie e dalle mitologie di qualunque tempo e luogo, dall'astrologia, dalle religioni, ad libitum.

I conti dello psicoanalista possono comunque tornare, e se è abbastanza bravo risulta convincente per i suoi ascoltatori o i suoi lettori. Ma come possono essere vere interpretazioni diverse? [2]

 Prima di delineare una traccia di risposta osserviamo che nella mitologia greca Eros è un essere primigenio, increato, è figlio di Afrodite ed Ares, di Poros/Ricchezza e di Penia/Miseria, della Notte e del Vento... come può, nell'ambito della mitologia greca, avere tante origini diverse?

Com'è possibile che nella Teogonia [3] poco più di mille versi, si racconti che le Parche sono nate per partenogenesi dalla Notte, e poi, settecento versi dopo, si dica che le generarono Zeus e Temi/Giustizia, sempre tre, con gli stessi nomi e le stesse fatali prerogative?

Non ci vogliamo domandare come sia possibile che noi, da svegli, anche senza malattie degenerative, chiamiamo a volte il figlio di nostro fratello col nome di nostro figlio, nostro figlio col nome di nostro fratello, e così via?

Porre la domanda basta per mostrare la realtà di qualcosa che, considerato dalla coscienza contraddizione, scivolata, errore, è pregnante: preme per significare qualcosa che altrimenti resterebbe silenzioso, pur esistendo.

Ciò che sembra assente se un discorso metaforico di sufficiente potenza significativa non lo fa emergere è nominato da Freud come carpa di verità che si può pescare con un'esca di menzogna. [4] 

In altri termini, la metafora, ogni costruzione metaforica,  potrebbe essere pensata come un'esca senza la quale è inutile andare a pescare una verità che non riusciamo a vedere, ma di cui conosciamo l'esistenza. Se consideriamo la mitologia come una grande costruzione metaforica, possiamo procedere considerando con Freud che la psicoanalisi stessa opera con la sua teoria allo stesso livello: 

 La dottrina delle pulsioni è, per così dire, la nostra mitologia. Le pulsioni sono entità mitiche, grandiose nella loro vaghezza. Nel nostro lavoro dobbiamo sempre tenerle d'occhio, senza peraltro essere sicuri di vederle chiaramente.  [5]

Le esche di menzogna adatte a far affiorare carpe di verità variano nel tempo, e quel che fino al secolo scorso era regno incontrastato della vaghezza, impensabile come campo di ricerca scientifica, diventa con Freud un campo di ricerca rigoroso. Ma il passaggio dal lavoro intorno a oggetti vaghi, poetici, circondati da un alone di mistero che li rende affascinanti e vivi, a un lavoro scientifico, è lento e pieno di trabocchetti. Lo psicoanalista che consideri la teoria di riferimento della sua scuola come più vera delle altre, o che, peggio ancora, consideri se stesso e i suoi 'compagni di scuola' i soli eredi legittimi di Freud, negherà, trattandosi dell'interpretazione di una fiaba o di un suo minimo intreccio, come la puntura di Rosaspina col fuso, l'efficacia delle diverse interpretazioni. Non si accorgerà che è proprio l'efficacia di ogni interpretazione, se colta nel suo carattere vago, come quello delle pulsioni, a costituire la forza dell'interpretazione stessa.

Che interpreti il momento cui Rosaspina si punge come l'incontro precoce con il sesso maschile, o lo scontro segnato dall'invidia con il fantasma della madre fallica, o con l'archetipo della Grande Madre nel suo tratto mortifero, o la castrazione simboligena, lo psicoanalista mostra che tutte le teorie psicoanalitiche sono dotate di grande pregnanza metaforica. In altri termini, la teoria psicoanalitica nelle sue diverse forme, come un mito o una fiaba nelle loro innumerevoli varianti, significa in maniera vaga qualcosa di vero della realtà psichica.

 Vago ha in questo caso entrambi i suoi significati: impreciso e bello. Trasformare un campo dove ha sempre regnato una vaghezza che impediva di descriverne con precisione gli oggetti  richiede, come si diceva, tempo e pazienza. Si può comprendere il bisogno di certezza, che permette di accasarsi in un'interpretazione psicoanalitica, o sociologica o antropologica, scartando le altre come false. Si può comprendere anche chi parlando della fiaba come della poesia accusa lo psicoanalista di fare un lavoro inutile o dannoso cercando di interpretarla o di individuarne costanti e varianti: gli si può rispondere che la potenza significativa di queste forme espressive, per chi le colga veramente, non è mai minimamente scalfita da un'interpretazione. Se poi il lettore, insoddisfatto da questo saggio, andrà a rileggere la storia del fuso e del sonno di Rosaspina, potrà lanciare la sua esca e aspettare che qualcosa affiori.




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NOTE


IMMAGINE:
Errol Le Vain, riferimenti e fonte al momento non reperibili.


1. Vedi: Aladino e la lampada meravigliosa. Viaggio psicoanalitico (Firenze, 1993 e 1996); La luna nella cenere. Analisi del sogno di Cenerentola, Pelle d'Asino, Cordelia (Milano, 1999); Il romanzo new-global. Storie di intolleranza, fiabe di comunità, con S. Albertazzi (Pisa, 2003).


2.
Mentre scrivo ricevo dal collega Antonello Sciacchitano, al quale ho mandato l'abbozzo di queste pagine, questo suggerimento per un breve inquadramento scientifico: "Perché la verità non è categorica, cioè tollera diverse interpretazioni - il termine scientifico è 'modelli' o 'presentazioni' - tra loro non equivalenti. La più semplice struttura non categorica è l'infinito, che si può presentare in tanti modi, tutti veri e tutti falsi. Le favole parlano di questo oggetto e le teorie psicanalitiche pure - ma senza tematizzarlo. Quindi non c'è nessuna contraddizione, a patto di considerare la metafora non come qualcosa di ineffabile, ma come un modello della struttura, altrimenti impensabile" (e-mail del 13 gennaio 2009).


3. Esiodo, Teogonia (VII sec. a. C.), edizioni varie.


4. Freud prende queste parole da Shakespeare: «See, you know: bait of falsehood takes this carp of truth», Amleto, A. II, Sc. 1.


5. Sigmund Freud,  1932,  Neue Folge der Vorlesungen zur Einführung in die Psychoanalyse, XXXII, Angst und Triebleben; GW, 15, p. 102; tr. nostra.



Ultima revisione 7 novembre 2018