Noi
siamo i discendenti di una serie infinita di generazioni di assassini.
(Sigmund Freud, 1915)
1. Sartaj, tu credi in Dio?
Io
penso che la vita perda di consistenza e di interesse quando dalla
lotta è esclusa la posta suprema, precisamente la vita stessa.
Essa
diventa vuota e stupida come un flirt americano in cui è
già stabilito
a priori che non deve accadere niente, a differenza di una relazione
amorosa europea in cui i due partner hanno sempre presente la minaccia
del pericolo che incombe. (Freud's presentation to the Israeli
Humanity Society "Wien" of the B'nai B'rith order: We and death, 1915).
La vita è come una storia, in cui Eros non ha
significato se
Thanatos non lo segue abbastanza da vicino da poterlo raggiungere.
D'altra parte la natura di Eros, originato dal desiderio di Penia,
Povertà, di concepire un figlio con Poros, Ricchezza, è
anarchica,
sempre oscillante fra stati opposti.
Prima
di tutto è sempre bisognoso e tutt'altro che morbido e bello
come crede
la gente, ma duro e trascurato e scalzo e senza casa: sta sempre a
terra senza coprirsi sulle soglie e lungo le vie dove si addormenta a
cielo aperto, e secondo la natura di sua madre abita sempre con la
mancanza: d'altro canto secondo la natura del padre va a insidiare le
cose belle e le cose buone, ed essendo virilmente audace e ardente e
tremendo cacciatore, sempre tende qualche trappola: è desideroso
di
saggezza e fornito di molte risorse passa la vita ad amare la scienza:
è un tremendo incantatore un medicatore un sofista: non è
stato
generato mortale né immortale: e nell'arco di un sol giorno
germoglia e
vive ogni volta che trova un modo e poi muore, e poi torna alla vita
secondo la natura del padre: tutto quello che si procura svanisce e
così Eros non è mai indigente e non si arricchisce mai
del resto è nel
mezzo fra scienza e incoscienza. (Platone, Simposio, 203)
Eros è il desiderio che la vita ha di se stessa e
ci attraversa come
un fiume percorre una valle. Rispetto alla natura del grande demone che
con movimento incessante connette cielo e terra, la nostra è
rigida e
inerte quando è lontano, se non fosse per il canto che possiamo
levare
per invocarne la presenza e piangerne la distanza, quando non siamo
troppo occupati a dimenticare che senza di lui la vita non ha senso.
Eros si è eclissato quando cominciano i Sacred
Games,
per
entrambi i suoi protagonisti, l'ispettore di polizia Sartaj Singh, che
ha una fantasia suicida, e il grande gangster Ganesh Gaitonde
chiuso
in un bunker atomico. La sua assenza è come la mancanza del sole
e
della luna, e il lavoro dell'immaginazione a servizio del desiderio
onnipotente ha solo rimandato l'incontro con la semplice verità,
come
ce la risparmiavano i nostri genitori quando eravamo troppo piccoli:
indipendentemente da noi la luce si accende e si spegne, nel nostro
umore come in cielo. Indipendentemente da noi veniamo al mondo e lo
lasciamo.
Se l'identità nasce nella fiducia di poter un giorno appagare il
desiderio, il soggetto cresce tollerando la caduta delle illusioni
dorate dell'infanzia. Ci sostiene da svegli un po' di illusione, mentre
se vogliamo rendere stabile come una roccia l'orgoglio per la potenza
del nostro pensiero e l'incisività della nostra azione spezziamo
l'equilibrio nel quale viviamo, oscillante fra immaginazione e
realtà
quotidiana, fra la percezione dell'unicità del nostro essere che
vuole
affermarsi e il bisogno di sentire il sostegno degli altri. Nel
quotidiano alternarsi del soggetto capace di controllo su sé e
sul
mondo nella veglia, e del suo eclisse nel sonno, l'equilibrio è
un
lavoro costante, rischioso, appassionante.
A chi si illude di eliminare i rischi, se non basta considerare i sogni
notturni, così nostri e così non nostri, dovrebbe bastare
la ricorrente
percezione unhemlich, straniante, spaesante. Essa rivela in un batter
d'occhio la fragilità della casa del proprio essere, mostra la
città
caotica, il paesaggio, di collina o di mare, spogliato di ogni
bellezza, e nessuna lingua particolare viene in nostro soccorso, come
se il fraintendimento fosse il suo esito beffardo.
Un'etica nuova è necessaria per raccontare come questo
straniamento ricorrente sia la sola risorsa che abbiamo per dubitare
delle certezze che da sempre hanno fondato le culture diverse, con le
quali oggi ci troviamo confrontati. Abbiamo bisogno di tollerare lo
scarto unhemlich della differenza da noi stessi, che è la sola
condizione per riconoscere di cosa viviamo, abbandonando l'edificio
della nostra origine, che amiamo, andando verso altre culture, che ci
affascinano, che ci atterriscono. Abbiamo bisogno di immaginare una
storia che non ci porti alla nera melanconia che fa scivolare ogni
senso nell'insignificanza, di ogni bellezza nella dissoluzione,
né a
regredire aderendo a movimenti religiosi o ideologici, la cui corsa,
come sempre, è tanto più cieca e distruttiva quanto
più alza la
bandiera di un superiore diritto a esercitare il dominio sugli altri,
con le armi o col pensiero.
Nella riflessione sapienziale di ogni tempo e spazio
possiamo trovare
l'allusione a un mistero che sfugge alle parole, qualcosa che, essendo
alla portata di tutti, ogni giorno della nostra vita, non riusciamo a
vedere. Il sentimento di essere vivi, la presenza di Eros in noi,
è sia
una tensione verso l'infinito che il desiderio vuole sapere e avere
tutto intero, sia il lutto costante per la sua impossedibilità.
L'io narrante di quasi metà dei Sacred Games, il grande
gangster Ganesh Gaitonde, si chiede alla fine se si possa vivere senza
il sostegno di una fede, di un Dio che che legittima l'esistenza e
veste di dignità l'essere umano che crede in lui, onnipotente e
onnisciente come il padre appare al bambino, indicando il confine fra
il lecito dall'illecito, condannando e assolvendo, e mantenendo un
ordine ci rassicura del fatto che il caos terrificante non
prevarrà
sull'ordine del cosmo. Ci sono storie, racconti che servono a una
ideologia che può definirsi religiosa, che funzionano come
stampelle
per chi teme di cadere:
Possibile che
fossi un essere sballottato casualmente qua e là in balia degli
eventi?
Che un giorno seguisse l'altro solo perché così era,
senza alcun
motivo? Non potevo accettarlo. Questo ammasso ronzante di caos mi
faceva soffrire, voglio dire che avevo mal di stomaco e mal di testa,
poi mi tornarono le emorroidi che mi lasciarono stordito e tremante in
bagno. Il mio corpo protestava contro l'asserzione che la mia vita
fosse priva di significato. No, la mia vita aveva una forma.
E ancora adesso stavo imparando, stavo progredendo, avevo una missione
per il mio paese, avevo un maestro, ero diretto da qualche parte. Avevo
una storia. (Vikram Chandra, Giochi sacri, Mondadori,
Milano 2006; pp. 721-722)
Ganesh Gaitonde ha una storia se affida la sua
libertà a Guru-ji,
che lo chiama il mio Arjun e lo assolve da tutti i suoi crimini,
ponendolo con sé al di sopra del bene e del male, svelandogli il
senso
della vita che da solo non riesce più a vedere. Ma Ganesh
Gaitonde
scopre, al termine della sua corsa, nelle prime pagine di Sacred Games,
che la morte è il solo senso della sua esperienza, e ora sa che
per
avere una storia occorre solo raccontarla, e che nessuna storia
è
insignificante se ne restiamo testimoni. Sceglie come ascoltatore il
suo antagonista naturale, un poliziotto, che lo ascolta pochi minuti,
mentre cerca il modo di aprire il suo bunker:
Sartaj,
mi hai chiamato yaar. Ti dirò una cosa. Che uno la costruisca
grande
piccola, non c'è casa che sia completamente sicura. Vincere vuol
dire
perdere tutto, e il gioco vince sempre . (Ib., pp. 62-63)
Una ruspa si muove sferragliando per ordine di Sartaj, al
quale sembra di sentire le ultime parole del gangster:
Sartaj, tu credi in Dio ? (Ib.)
Hai un padre che ti guida, Sartaj, al quale affidarti?
Hai un padre,
lettore, che ti rassicuri quando le tue risorse non bastano a vivere?
Il gangster si era affidato a un grande guru internazionale,
scoprendo alla fine che stava preparando un attentato atomico a Bombay.
Il tutore dell'ordine non si affida a nessuno, sente, pensa, agisce, si
interroga. La sera prima della ruspa e del rifugio atomico, Sartaj
Singh, il solo ispettore sikh di Mumbay, mentre sorseggiava il suo
secondo whisky, solo in casa, aveva ricordato la città della sua
infanzia:
Ora
invece Mumbai gli sfuggiva, era troppo vasta, famiglia dopo famiglia
dopo famiglia fino ad arrivare a quel lucore freddo e senza fine,
impossibile da riconoscere e da sfuggire. Era davvero esistita quella
viuzza deserta, libera per le partite di cricket dei bambini e il
dabbaispies e il tikkar-billa, o l'aveva rubata a un pellicola sfocata
in bianco e nero? Era forse un regalo fatto a se stesso, il ricordo di
un luogo più felice?
Sartaj si alzò. Appoggiandosi a un lato della
finestra, finì il whisky, inclinando il bicchiere per godersi
anche
l'ultima goccia. Si sporse fuori, cercando di catturare un filo di
brezza. L'orizzonte era indistinto, lontano, luci inclementi lo
illuminavano dal basso. Guardò giù e vide uno scintillio
nel parcheggio
sottostante, un pezzetto di vetro, di mica. Pensò d'un tratto
quanto
sarebbe stato facile continuare a sporgersi, finché il peso non
l'avrebbe trascinato con sé. Vide se stesso cadere, la kurta
bianca
sventolare all'impazzata, il torace e la pancia scoperti, il nada al
seguito come una cometa, i chappal da bagno di plastica bianca e blu
svolazzanti, i piedi che ruotavano, e prima di aver compiuto un cerchio
completo il tonfo del cranio che si fracassava, un tonfo rapido e poi
il silenzio. Sartaj si ritrasse dalla finestra. Depose, con molta
attenzione, il bicchiere sul tavolino. Da dove era venuto quel
pensiero? Se lo chiese ad alta voce: "Da dove è venuto?"
(Ib., p. 37)
Dall'incontro fra Ganesh Gaitonde e Sartaj Singh
germoglia la
possibilità di salvare dall'esplosione atomica Bombay, la
città
minacciata di annientamento come il reame di tante fiabe, e come nelle
fiabe è necessario un eroe che la salvi adempiendo il suo
compito
impossibile.
Morfologicamente Ganesh Gaitonde e Sartaj Singh sono due forme
dell'attante protagonista, legati in una fratellanza fragile e vera per
lo sguardo e le parole in cui il primo si è sentito riconosciuto
dal
secondo, e ha creduto che lo sguardo di lui fosse capace di andare
oltre le apparenze.
L'eroe negativo delle fiabe, che formano la struttura di tante
storie contemporanee, è sgradevole dall'inizio, o ha qualcosa
che
ricordiamo, una volta che scopriamo la sua malvagità, come
indizi che
avrebbero potuto metterci in guardia. Allo stesso modo nella vita
quotidiana il fallimento di un rapporto è meno doloroso quando
possiamo
rinarrarci la storia dicendo che c'erano tanti elementi che abbiamo
trascurato, per un eccesso di fiducia. Così torniamo fra i buoni
e
collochiamo fra i cattivi la persona dalla quale ci siamo sentiti
traditi, illudendoci di aver imparato come difenderci dal male.
Nei romanzi di Chandra, come nella realtà, è difficile
distinguere
i buoni dai cattivi, nessuno è stabilmente collocato da una
parte, come
se tutti i suoi personaggi avessero bisogno di capire chi sono, e
insieme temessero di farlo. Se per la sua appartenenza al mondo del
crimine Ganesh Gaitonde è un eroe negativo, ma nell'ascesa
spregiudicata verso il potere il fremito costante della sua debolezza,
disperata e furiosa, ce lo rende fin troppo vicino, e gli siamo accanto
nel momento in cui riconosce che non ha cambiato il proprio destino,
quando chiama Sartaj perché a nessun altro può consegnare
se stesso e
la sua storia.
Per Sartaj Singh, ispettore di polizia dotato dello spirito del
detective che un tempo poteva operare solo fuori dall'istituzione,
né
la divisa né alcuna ideologia sono una protezione rassicurante
sul
senso della sua esistenza. Ha una sensibilità così fine
che per restare
aperto alla bellezza dei tramonti di Bombay e alla nostalgia per
l'infanzia deve lasciar affiorare una fantasia suicida di cui non
conosce l'autore, come non conosciamo l'origine dei nostri sogni
notturni. Ama la sua città ma non la riconosce, e non è
affatto sicuro
che valga la pena darsi tanto da fare per salvare la città.
Bombay, o
Mumbai, è la città che contiene, al massimo grado, le
contraddizioni
che riguardano le città europee. È la civiltà che
non riconosciamo
perché non ci aiuta più a mantenere l'illusione di
un'identità
compatta, fondata: su una lingua particolare, su tradizioni un tempo
considerate frutto di una mente superiore, come quella del padre per il
bambino, del dio per il credente.
Nella fiaba, nella fiction, come nella storia che
preferiamo
raccontarci di noi stessi, il cattivo ha, prima o poi, una forma ben
distinta da quella del buono, i persecutori sono anche somaticamente
diversi dai soccorritori, in modo che possiamo continuare a credere in
un principio superiore che ci accompagna, magari punendoci,
purché uno
sguardo ci segua, onnisciente e onnipresente. I fondamentalisti per il
democratico sono folli, i politici sono corrotti, mentre lui è
tollerante, aperto. Neri, gialli, fedeli di Allah, Cristo o Jahveh,
sono per da rispettare, accogliere, comprendere, mentre chi non
riuscendo più a trovare senso si chiude in una credenza è
da
disprezzare. È lo stesso movimento apparente risultato
dall'anti-psichiatria negli anni Settanta: il fardello della colpa
è
stato tolto dalle spalle dello schizofrenico per essere appeso sulle
spalle della madre schizofrenogenica.
La rivoluzione è un movimento apparente, un giro narcisistico
che
risponde a una situazione di incertezza rimescolando le carte e
ridistribuendole, in modo che il giocatore possa riprendere un posto
conveniente, e il gioco continuacome prima. Rispetto alla malattia
mentale, la camicia di forza e l'elettroshock sono state squalificate
come pratiche violente e reazionarie, e i muri dei manicomi sono stati
abbattuti, per essere sostituiti dai muri virtuali degli psicofarmaci.
Quel che conta è credere che questo sia il progresso, e
continuare a
proteggere la nostra normalità. La psicoanalisi stessa sembra
aver
perso il vigore vitale del doppio movimento operato da Freud, che ha
riconosciuto nella nevrosi e nella psicosi gli stessi elementi che
compongono il normale equilibrio, che compongono, con forme e risultati
tanto diversi, le formazioni culturali più preziose, come la
religione,
le ideologie, la filosofia, l'arte.
Nei romanzi di Chandra si intrecciano la cattiveria, la
viltà,
il
tradimento, dei buoni e dei cattivi, il loro slancio compassionevole,
la capacità di sacrificarsi per un ideale, in una scrittura che
comincia dopo la consapevolezza della mescolanza spesso indistinguibile
di bene e male, premio e punizione, bellezza e bruttezza. Vivono,
lottano, si confondono e si distinguono in ogni pagina, come se il
senso del libro fosse contemplarli, non imporre loro un ordine
rassicurante.
In Vikram Chandra, come in pochissimi scrittori del Novecento,
riconosco la capacità di sospendere qualsiasi giudizio, di non
cedere
alla tentazione di chiudere gli occhi di fronte alla realtà
contemporanea, alla sua tragica incertezza. Questo significa
smantellare dentro di sé il carcere, il manicomio, lasciare che
i
pensieri peggiori affiorino, rischiando di sentirsi privi di
riferimenti etici, di affetti, di parentele, di casa, di patria. Solo
attraversando questa dissoluzione delle certezze, che Freud chiamava
illusioni, si può scoprire come la passione che la vita ha per
se
stessa affiori dentro di noi, chissà da quale sorgente segreta,
e ci
faccia ritrovare quello che credevamo di aver perduto, i nostri legami,
l'utopia, la tragedia, l'amore.
Prima del Novecento l'immaginario collettivo era come una
civiltà
circondata da terre che attendevano di essere scoperte, di popoli
ignoranti che andavano illuminati. La cultura del passato consentiva di
dedicare i propri sforzi a un perfezionamento crescente della
maîtrise
della propria, perché divenendo sempre migliore potesse attrarre
chi,
volente o nolente, si trovava all'oscuro. Lo splendore della
riflessione di Socrate nell'opera di Platone non è concepibile
senza i
popoli barbari, balbuzienti, che restavano fuori dalle mura
dell'utopica Atene, inaccessibili alla pratica dialogica della
verità.
L'identità umana si sostiene in un gioco di opposizioni, che
permette
di dislocare fuori da sé, proiettandolo sui nemici, diversi e
inferiori, tutto lo sporco che ci appartiene ma di cui non vogliamo
sapere nulla. Gli scrittori che resistono alla tentazione di soffocare
la voce della verità, di per sé già fioca, sono
pochissimi, e Chandra è
l'ultimo, e quello che amo di più, per qualcosa che mette in
movimento
la mia sensibilità, e mi aiuta a riflettere sulle contraddizioni
della
cultura classica nella quale sono cresciuta. Ciò che scrittori
tanto
lontanti fra loro, come Marcel Proust, Fernand Celine, Alice Munro,
è
che alla fine dei loro libri sappiamo di noi stessi e del mondo meno di
quando abbiamo cominciato a leggere, ma non ci sentiamo più
poveri. Non
abbiamo accumulato nozioni né acquisito certezze, ma abbiamo
alleggerito il nostro bagaglio di pesi inutili. Non sappiamo quale
direzione prendere per trovare il nemico da combattere o l"amico al
quale associarci, né ci sentiamo purificati da una qualche
fustigazione
autoriale, ma ci sentiamo più creature che artefici. Siamo meno
illusi,
ma più disposti a vivere.
Nessuna sapienza, nessuna soluzione, nessun dio, nessun ateismo.
Sartaj, credi in Dio?
Dopo queste parole, che Sartaj non è certo di aver
sentito, Gaitonde
si spara, e il sardar sikh comincia a cercare il senso della sua morte,
per trovare la salvezza per la città e per sé un nuovo
amore.
Metà del libro è il racconto in prima persona di Ganesh
Gaitonde,
ma da dove parla? e a chi parla? In Red Earth and Pouring Rain c'era
una vecchia scimmia morente, nella quale si svegliava la memoria
dell'essere umano che era stato. Questo uomo del passato, Sanjay, aveva
bisogno di raccontare prima di morire, perché solo così
poteva
liberarsi dalle reincarnazioni animali, facendo rivivere la parola
umana che era scomparsa nel silenzio del suo suicidio.
Sanjay era morto suicida, e muore quando non ha più voglia di
raccontare. Ganesh Gaitonde si spara alla testa e continua a raccontare
dopo essere morto. Il potere della scrittura è svincolato dal
dispositivo narrativo che chiamava come testimoni diretti Hanuman e
Yama, che ora sono nella forza del racconto e nella morte che lo
delimita a ogni pagina. Due protagonisti in Sacred Games, due in Red
Earth and Pouring Rain. Uno dei due causa la morte dell'altro, e
insieme gli permette di raccontare.
"Do you want Ganesh Gaitonde?' dice il gangster in punto di morte
a Sartaj prima di raccontare. Sacred Games è il grande romanzo
che
Abhai promette di raccontare alla fine di Red Earth, per richiamare
alla vita una bambina in coma a causa di un attentato terroristico,
perché non bastano i medici e i genitori che pure la curano
amorevolmente: Raccontale una storia, ha detto la scimmia Sanjay ad
Abhai, prima di morire:
Devo
essere impazzito, forse mi arresteranno. [...] Mi darete ascolto? Mi
lapiderete, mi rinchiuderete? Non importa, io devo raccontare una
storia. [...] Racconterò una storia che crescerà come un
loto
rampicante, si avvolgerà su se stessa e si espanderà
senza fine, finché
ciascuno di voi entrerà a farne parte, e gli dei verranno ad
ascoltare,
finché tutti noi parleremo in un'armoniosa confusione che
contiene il
passato, ogni attimo del presente, e il futuro infinito. E la grande
musica di quel suono primigenio raggiungerà Saira, che si
metterà a
sedere sul letto, si libererà dalle bende e salterà
giù con le mani sui
fianchi e ridendo chiederà, cosa succede, eh? Cosa sono quei
musi
lunghi, volete fare una partita a cricket? [...] Giocheremo fino al
tramonto, liberi e spensierati. Poi siederemo in cerchio, in
innumerevoli cerchi, e diremo, dacci la tua benedizione, Ganesha; resta
con noi, amico Hanuman, e tu Yama, vecchio furfante, puoi stare a
sentire, se credi; e con queste parole ricominceremo tutto daccapo.
(Red Earth and Pouring Rain,
Faber and Faber, London 1995; Terra rossa e pioggia scrosciante,
tr.
di Anna Nadotti e Fausto Galuzzi; Instar Libri, Torino 1998; pp.
740-741 trnslt)
Fra le pagine bianche che delimitano il racconto scritto,
fra il
silenzio o il rumore che precedono e seguono la voce del narratore,
cresce un loto rampicante, sorvegliato dal lavoro di un giardiniere che
non segue regole del passato, non perché non ne conosca l'arte,
ma
proprio conoscendola, né si identifica in una tradizione
orientale per
trovare un nuovo confine che la separi dall'occidente, o viceversa, che
lavora perché possa entrarvi chiunque si trovi a passarvi
accanto. Per
coltivare la città del nostro tempo dobbiamo riconoscere la
nostra
appartenenza a lei, dobbiamo e possiamo riconoscere il dissolvimento
dei confini che fino all'Ottocento erano i segni visibili dell'ordine
cosmico, come le righe sulle carte geografiche, che corrono lungo i
fiumi o le catene montuose, che corrono diritte come le hanno volute i
colonizzatori, o serpeggiano seguendo secoli di guerre e trattati.
L'identità fondata sulla maîtrise di una cultura
sull'altra si sta
dissolvendo, come la padronanza sulla realtà psichica dell'Io,
armato
della razionalità e della logica tradizionale. L'articolazione
più
universale del patriarcato, quella fra maschio e femmina, con la
disposizione gerarchica che ha sempre diviso e unito i due sessi,
è
logora, e nei tentativi di restaurare l'ordine con l'astuzia della
ragione o con proclami sanguinari scorgiamo l'inevitabile fallimento.
È lecito distogliere lo sguardo cercando nel passato una
casa che oggi
non si trova? Nessuno guarda ciò che non può sostenere,
Freud ce lo ha
insegnato e la pratica psicoanalitica ci mostra quotidianamente come
scegliamo di camuffare la realtà o di delirare quando temiamo
che la
nostra visione di noi stessi e delle cose possa dissolversi. Solo una
parte di noi può tollerare il bagno di incertezza nel quale
siamo di
fatto immersi, e se è vero che non trova una soluzione, la
strada per
un lieto fine, è vero che scopre come questa condizione non
impedisca
di vivere, agire, ascoltare e raccontare. Scopre che quel che sembrava
il caos può essere una nuova forma del cosmo, fra le mille e una
che il
passato ci ha consegnato, e gli accade come a chi non sa nuotare e per
paura annaspa e va sotto, quando finalmente scopre che se smette di
agitarsi l'acqua lo sostiene e lo culla.
Per farlo occorre conoscere il richiamo fascinante e assillante
che spinge a selezionare i propri pensieri e delimitare la
sensibilità
in una prospettiva che pone al suo orizzonte una forma di purezza. In
Red Earth and Pouring Rain Chandra mi ha insegnato a snodarmi da questo
richiamo, che risuona con le parole della Poetica di Aristotele:
Katharòs
dèi èinai o kòsmos. - Anche quando il libro
rimaneva chiuso, o durante
la cena, Sanjay udiva quelle sillabe aleggiare nei cortili, scavalcare
i muri, stormire con il vento tra le fronde; giorno e notte una voce
incessante, dapprima dolce e ragionevole, poi maniacale nella sua
insistenza, 'katharòs, katharòs', finché Sanjay
cominciò a darsi pugni
sulle orecchie e a stringersi la testa fra le mani, incurante del
dolore. (Ib., p. 404)
La vita si offre a chi è immerso nell'incertezza
non meno che a chi
difende i confini del passato, ma l'esultanza per le forme che genera
la sua danza, vorticosa eppure quieta come un minuetto, è
massima per
chi ha temuto che nulla potesse può dar senso alla sua vita.
Accade
alla scimmia Sanjay la notte prima di cominciare a raccontare:
Poi
rimasi coricato e sveglio, tendendo l'orecchio agli scricchiolii e al
fruscio del vento fra le piante fuori dalla finestra, volgendo di tanto
in tanto lo sguardo al trono nero nell'angolo, una lastra di
oscurità
più scura nell'oscurità; deboli brillantini di luce vi
guizzavano
dentro; mi sforzavo di riandare al passato e riportare alla luce
ricordi convertibili in storie, ma riuscivo a pensare solo alla
ricchezza del mondo, alla sua verdeggiante profusione: il delizioso
profumo che esala dalla regina della notte quando i suoi fiori si
schiudono lentamente, il gracidio delle rane, la luce argentata della
luna e le ombre misteriose, lo stormire delle cime degli alberi e il
soffuso diffondersi delle voci, la carezza di morbide rotondità
concrete e rassicuranti, nell'incavo della mano. Soprattutto pensavo:
siamo fortunati, ed è strano che impariamo a odiare perfino
questo, che
dimentichiamo simili doni e cerchiamo di liberarcene; le lenzuola sono
fresche e lisce sotto di me, e di ciò sono riconoscente;
sì, tutto
questo deve bastare, sentire queste cose e sapere che tutto questo
coesiste, la terra con i suoi mari, il cielo con i suoi soli .
(Ib., p. 26)
Ma tutto questo, molte volte, non basta, e il cosmo che
ci invitava
a cantare la sua melodia diventa un'illusione che si dissolve e cade
come un velo, e tutto il meglio che abbiamo creduto di ricevere e
donare appare un cumulo di detriti che ha preso temporaneamente una
forma per illuderci.
La rivelazione della vanitas vanitatum è l'incipit del romanzo,
nella fantasia suicida di Sartaj Singh e nelle parole che Ganesh
Gaitonde gli dice prima di spararsi alla testa: Build it big or small,
there is no house that is safe. To win is to lose everything, and the
game always wins.
La vanitas vanitatum, che in passato era l'amaro grido del saggio,
la sua sapienza inaccessibile e non desiderata, è in Sacred
Games il
punto di partenza dei due protagonisti, come se dicessero: omnia
vanitates, il grido dell'antico Ecclesiaste si leva quotidianamente
dentro e fuori di noi. Il grido, più dell'invito aristotelico
alla
purezza, sgombra il tavolo da tutte le cianfrusaglie, i souvenir, i
trucchi di prestigio. Il racconto allora ricomincia, antico e nuovo,
per sorprenderci mentre ci svela qualcosa che non sapevamo di sapere.
2. "Tu non sei un pazzo," disse lei.
"Molto
spesso' Sartaj stava dicendo a Mary, "una soffiata è solo
questione di
fortuna. In genere succede così. Te ne stai seduto con le mani
in mano,
e ti cade qualcosa sulle ginocchia. Allora fingi di aver sempre saputo
fin dall'inizio quello che stavi facendo' (Ib., p. 775)
Sherlock Holmes non avrebbe mai descritto in questo modo
il suo
procedimento, e soprattutto non lo avrebbe detto a una donna,
perché,
come sa bene Ganesh Gaitonde:
Dare
qualsiasi informazione a una donna è una sciocchezza che
sconsiglio
sempre ai miei ragazzi. Qualunque cosa tu dica verrà utilizzata
contro
di te. (Ib., p. 828)
Sartaj, che fa la parte del detective nei Sacred Games
raccontati da
Chandra, racconta alla donna che ricevere nel proprio grembo (lap)
qualcosa che cade (drops) dall'esterno, è l'evento decisivo
verso la
soluzione di un caso.
Nel conflitto che oppone due forme dell'essere, maschile
e
femminile, e nella disposizione gerarchica che ne ricava, il soggetto
trova una via per definire se stesso e il senso della propria vita. Il
soggetto maschile è attivo, ha sempre una direzione, che
mantiene se
riesce a proiettare nella donna, diversa e minus habens per eccellenza,
ogni dubbio sulla stabilità di questa prerogativa, che tutela
come il
proprio axis mundi.
Ganesh Gaitonde paga le donne che usa per confermare il senso
della propria virilità, del proprio axis mundi, fino a quando
ascolta
la preghiera di Dipika. La giovane, figlia di un gangster amico suo,
ama un giovane dalit, e sa che il padre non le permetterà mai di
sposarlo. Ganesh le parla del dovere verso la famiglia e la esorta a
dimenticare, ma senza alcun risultato:
"Non
sono una bambina" rispose, e capii fin dove era arrivata con questo
Prashant, e vidi in lei il magnifico orgoglio della giovane donna per i
piaceri dati e ricevuti.
Che cosa vyuoi che faccia, Dipika?"
"Ne parli a papà. Lui le darà ascolto." Prese la mia mano
e se la pose
sul capo. "Fin da quando ero bambina lei è sempre stato gentile
con me.
E so che non la pensa in modo antiquato. (Ib., p. 315)
Prima di dar ascolto a Dipika, Ganesh Gaitonde diceva:
Sapevo
che un giorno sarei morto anch'io, ammazzato. Non c'era scampo per me.
Non avevo futuro, né vita, né pensione, né la
prospettiva di una
vecchiaia facile. Immaginare anche solo una di queste cose era da
codardo. Una pallottola mi avrebbe raggiunto prima. Ma sarei vissuto da
re. Avrei combattuto contro questa vita, questa puttana che ci condanna
a morte, e me la sarei mangiata, avrei consumato ogni minuto di ogni
giornata. Perciò a quel punto camminavo per le mie vie come
fossi il
padrone dell'umanità, fiancheggiato dai miei ragazzi.
(Ib., p. 309)
Non è la morte a costituire un limite per il
soggetto, che anzi
abita trionfalmente l'orlo che lo separa da lei, deciso a batterla con
la sua stessa mancanza di pietà. Gainesh Gaitonde vede nella
fragile
Dipika un coraggio pari al suo, e nello sguardo quello splendid pride
che nessuna delle donne che ha posseduto e pagato ha mai mostrato per
lui.
Ganesh promette a Dipika di aiutarla, ma si rende conto che la
forza di Eros sfugge completamente al suo controllo, e la tradisce
svelando il suo segreto al padre di lei e lasciando che sia costretta a
un matrimonio combinato, dopo il quale Dipika muore in un incidente
stradale.
Pagare le donne e cercare di fottere la morte, camminando per le
strade che controlla fra le benedizioni e l'ammirazione di tanta gente
non gli basta più.
Paga la donna più di quanto avesse mai fatto, cerca di comprare
il
suo amore, estende le dimensioni del suo pene con esercizi di
ginnastica e si sottopone a interventi chirurgici perché il suo
volto
privo dei segni del tempo, ma si chiede se l'amore che la donna gli
mostra sia sincero.
La domanda di Ganesh Gaitonde non è sulla donna, ma sulla
propria
anima: basta la potenza a controllare il mondo? La donna sostiene
l'identità, non la crea, l'axis mundi che ci sostiene si forma
perché
nasciamo dal padre non meno che dalla madre, e dai suoi genitori Ganesh
Gaitonde è fuggito, per lasciarsi alle spalle il destino di
debolezza
che lo legava a loro.
Quando vede in Guru-ji il padre buono, forte e sapiente che gli
è
mancato, si affida a lui credendo di ottenere una legittimazione che lo
liberi dai dubbi che minano la sua sicurezza, e mette nelle sue mani la
domanda sull'amore della donna, che lo rode da dentro come un tarlo.
Il grande guru, che affascina occidentali e orientali, muovendo
aerei e capitali immensi, dispensando un'antica saggezza di cui si
considera depositario, lo rassicura:
"Neppure
i saggi sanno guardare nel cuore di una donna. Vatsyayana stesso ha
scritto: 'Non si sa mai quanto sia innamorata un donna, neppure quando
si è il suo amante'. [...] Le donne sono volubili, Arjun. Non
sono in
grado di controllare le loro emozioni, sono mutevoli come la prakriti.
Ameresti il tempo per la sua costanza, oppure il fiume perché
resta
sempre nello stesso luogo? [...] Finché avrà da
guadagnare da te, ti
darà l'impressione di poterti amare. È l'abilità
della puttana. È una
dote naturale nelle donne. Non è colpa loro, agiscono secondo
come sono
fatte. Sono deboli, e i deboli hanno tre armi a disposizione: mentire,
evadere, recitare. " (Ib., p. 919)
Anche Guru-ji, che vuole distruggere la città con
una piccola bomba
atomica, ha una saggezza, e nella sua risposta c'è una
verità che va
estratta: non si può amare il tempo (weather ) per la sua
stabilità, né l'acqua corrente è il riferimento
per rafforzare il
proprio axis mundi. Se lo scopo della vita è ergersi contro la
vita
stessa che si manifesta nella fioritura della pianta come nel fiore che
cade e marcisce nella terra, occorre considerare la mutevolezza del
tempo e del fiume, e l'incertezza della passione o dell'amore, meno
importanti del proprio axis mundi, che sia personale o elevato a
feticcio da una religione o da un'ideologia. Il piacere e la
gratitudine per una giornata di sole o per l'aria liberata da un
temporale, il nostro umore che torna sereno dopo giorni cupi, senza che
sappiamo da dove vengano l'uno e l'altro, non impediscono di agire e
pensare, ma tolgono la delirante pretesa che il nostro axis mundi
domini il flusso della vita.
Solo considerando la donna inferiore - weak, lier, evasive,
actress, whore
- è possibile per il soggetto maschile non perdere la propria
sicurezza
centrata sul dominio fallico, lasciando che lei resti ai margini del
suo sacred game, che ha solo altri maschi come referenti. Guru-ji ha
ragione quando invita Ganesh a considerare il dolore della passione
come una porta verso la saggezza, ma questa ragione provoca una
ribellione nel corpo:
Ma la mia pelle si
opponeva al dolore, alla decisione che sapevo di dover prendere. Lo
stomaco mi ribolliva di disperazione. Sarebbe rimasto solo questo
grande vuoto, lasciato dall'illusione evanescente dell'amore? Mi
sembrava di essere in piedi in mezzo a una pianura sconfinata,
illuminata da una strana luce che livellava tutto. La vidi e mi
ritrassi sgomento di fronte alla sua vacuità. (Ib., p. 920)
A Guru-ji non resta altro che il richiamo alla fede, come
sollecitazione a non ascoltare la propria sensibilità, fatta di
carne
non meno che di pensieri, mettendo nelle sue mani paterne la ricerca
del proprio senso della vita:
"Abbi fede, Arjun. Non dubitare nella fede. Io
veglierò su di te. Non avere paura, beta. " (Ibidem)
Nulla eguaglia il conforto di un padre che ci sostiene,
nulla
consola quanto sapere che qualcuno ci conosce e ci guida, e Vikram
Chandra dipinge la nostalgia di questo padre in tutti i Sacred Games,
ma il desiderio vive della rinuncia all'illusione di appagarlo, senza
dimenticare la sua impareggiabile dolcezza:
Ero fiducioso, non avevo paura nella dolce culla
dell'amore del mio Guruji. (Ib., p.731)
Il padre come solo conforto che tratta l'incertezza come
un male dal
quale si può guarire, aiuta a tenersi lontani dalla rivelazione
che è
il titolo del primo romanzo di Chandra:
Cosa potrebbe essere mia madre
per la tua? Che parentela esiste
tra mio padre e il tuo? E come
ci siamo mai incontrati io e te?
Ma nell'amore
i nostri cuori si sono mescolati,
come terra rossa e pioggia scrosciante:
mai più separabili.
(Terra rossa, cit., p. 289)
La vita, dice la canzone, cade in noi come la pioggia,
dopo la quale
non si può più distinguere cosa è nostro e cosa
è dell'altro, cosa
abbiamo donato e ricevuto, cosa abbiamo cercato e cosa abbiamo scoperto
per caso. Cosa è nel figlio più del padre che della
madre, o viceversa?
Chi ha scelto il giorno della nostra nascita, chi ha scelto di
essere? I genitori sono il nostro ponte per entrare nella vita, non i
nostri autori, e finché non rinunciamo a un Genitore Autore
l'esistenza
si consuma fra fughe e regressioni alla loro immaginaria onnipotenza.
Dove Eros è presente, l'illusione che un axis mundi basti a
sostenerci
nella vita si dissolve, mostrando la sua anarchia, e come le tradizioni
si costituiscano per non esserne sovvertite.
Sartaj si snoda dalla tradizione quando confida a Mary di sentirsi fool,
e riconosce il balsamo della sua risposta, mentre
Ganesh
si scontra con la tradizione quando, nonostante la sua potenza di
gangster non vede un modo di aiutare Dipika:
Seduto
accanto a Paritoh Shah, mortificato dalle sue lacrime e incapace di
guardarlo negli occhi, percepii tutta la mia impotenza. Avrei picchiato
tutti i suoi parenti, li avrei calpestati con le mie stesse scarpe,
avrei spaccato quei musi compiaciuti per far assaggiare loro un po' di
aria moderna, se sol oquesto avesse cambiato qualcosa. Ma la tradizione
aleggia tra gli uomini e le donne, si nasconde nella pancia dei bambini
e sfugge e si espande e svanisce a ogni respiro, è impossibile
farla
fuori, o anche solo afferrarla, si può solo sopportarla.
(Ib., p. 326)
Gaitonde non può cominciare a sciogliersi
dall'axis mundi della
cultura patriarcale, fallocentrica, non vede nessun appiglio per
evitare i bagni di sangue che ogni Guru-ji pretende per realizzare il
suo ordine, sangue umano che va versato per fondare ogni città e
per
salvarla nel tempo, come il sangue di Dipika.
L'incertezza che sperimenta Sartaj Singh parlando con Mary, che non lo
tradirà, non prima della pagina bianca che conclude i Sacred
Games,
somiglia a quella di Ulisse nel suo ultimo naufragio, o al suo
smarrimento quando si sveglia a Itaca avvolto dalla nebbia. La
sperimenta Sherlock Holmes prima di affrontare un caso che Scotland
Yard considera insolubile. Ma Ulisse né Sherlock Holmes sono
insieme
alla donna, senza alcuna gerarchia, mentre vivono l'incertezza, che fa
sperimentare la vaghezza errante del senso della vita, e la loro storia
in qualche forma continua ad alimentare l'illusione that they knew what
they were doing all along.
La compulsione al senso è il rovescio della ricerca del senso,
che
culmina nel falso proprio quando crede di catturare la verità.
Per
questo la violenza è strutturalmente connaturata al gesto con
cui
mettiamo la nostra libertà nelle mani di chi si presenta come
detentore
di soluzioni definitive, promettendo che userà la nostra delega
per
realizzare l'utopia di una società giusta, e illudendo i propri
seguaci
che con lui saranno al sicuro dal rischio di smarrire il senso della
propria vita.
"You are not a fool,' dice Mary a Sartaj, e gli ricorda
come abbia
usato tutto ciò che sa di sapere per trovarsi dove qualcosa
poteva
cadergli in grembo (drop in his lap). Gli dice, come donna, che questa
posizione di attesa ricettiva non è né passiva né
folle.
Né Sartaj né Ganesh Gaitonde sono garantiti da un padre,
anche se
fino alla fine della vita o del libro non rinunciano all'illusione di
averlo. Il distacco da un'autorità paterna che può
legittimare il
proprio essere non è una scelta, perché nessuno sceglie
di rinunciare
alla culla nella quale si sente sicuro, ma la conseguenza dello sguardo
lucido sugli axis mundi di cui i nostri mezzi di comunicazione ci
mostrano molti, troppi esemplari. L'axis fallico deve essere unico, non
può includere quelli degli altri se non disponendoli
gerarchicamente
sotto al proprio.
Rinunciare a seguire l'insegnamento di Guru-ji riguardo al
femminile, da usare subordinandolo al maschile, implica una nostalgia
infinita di padre, di patria, di stabilità dell'essere, e la
scoperta
che la nostalgia vive senza contare di raggiungere la meta.
Dopo può accadere un incontro imprevisto, e la parola di
qualcuno
i cui parenti non erano nulla per i nostri parenti basta a
rassicurarci, come Mary che dice a Sartaj che non è a fool:
"Tu
non sei un idiota" disse. | Era una dichiarazione, e Sartaj non ebbe
più esitazioni. Allungò il braccio e le prese la mando, e
rimasero
seduti tenendosi per mano. [Kamble avrebbe riso di questo scambio,] Di
certo nessun ghazal aveva mai dichiarato con fervore che l'amato non
era un idiota, nessuna canzone d'amore di Majrooh Sultanpuri aveva mai
sentito il bisogno di affermare una cosa del genere. Kamble credeva nel
grande amore e nella grande tragedia, ed era giusto così. ma
Sartaj si
sentì appagato: essere salvati dalla propria stupidità
era la tenerezza
più grande. Siamo tutti idioti, pensò, lo so di esserlo.
Trovare una
persona che ti perdona
questo, è fantastico. È importante. (Ib., pp. 776-777)
Mi piace pensare che questo è un amore in un una
forma nuova, non la
ribellione mortale degli amanti, come Dipika e il dalit povero, simili
a Giulietta e Romeo o Laylah e Majnun, né il matrimonio che
inserendosi
armonicamente nella storia delle famiglie d'origine ne preserva la
tradizione, con le sue parole in sordina che scendono come un balsamo,
come la maschera di bellezza che Sartaj e Mary si faranno a vicenda,
alla fine del romanzo. Forse oggi i veri amanti non si sostengono a
vicenda, né uno dirige l'altro, non si inseriscono nella
tradizione né
la combattono morendo, ma si perdonano per il loro smarrimento. Non
trovano per questo né una ragione per vivere, né per
morire, ma solo
una compagnia che scalda l'anima, fino alla pagina bianca che mette
fine alla loro storia.
3. Il miracolo più grande
Dhàrma: - E qual è il miracolo
più grande?
Yudhìshtira: - Ogni giorno la morte compisce e noi viviamo coem
se fossimo immortali. Questo è il miracolo più grande.
(Peter Brook, The Mahabharata, GB 1989; trad. nostra)
L'essere umano vive in questo miracolo, e gli dà
forma nell'arte.
Il racconto esiste solo quando il narratore e l'ascoltatore tollerano
il limite del suo inizio e della sua fine, le due pagine bianche al
principio e alla fine del libro. Le persone che vivono una condizione
di grave sofferenza psichica spesso non possono guardare un film o
leggere un romanzo, dicono di non potersi concentrare, o che non li
interessa. Per la mia esperienza la loro ignoranza del miracolo
più
grande, corrisponde a una fuga dalla morte non meno che dalla vita,
verso una meta che, se raggiunta, è un'atto [acting] che
fatalmente le
mostra unite: l'esito tragico della psicosi paranoica o melanconica
è
una ribellione al proprio annientamento realizzata dando la morte
all'altro o a se stessi. Se pensiamo al racconto, l'esito paranoico
vale in una storia incontenibile, narrata e interpretata da un
narratore onnisciente che vuole dire cosa accade prima e dopo la pagina
bianca. Nell'esito melanconico la storia si contrae progressivamente,
fino a che tutti i suoi passaggi sono considerati insignificanti da un
autore altrettanto onnisciente che si dissolve [fading] con loro, fino
a quando le due pagine si congiungono, inghiottendo il soggetto.
Per quel che ho potuto comprendere esercitando il mestiere di
psicoanalista, osservando i pazienti, me stessa, la realtà che
si offre
allo sguardo ogni giorno, la superiorità morale o intellettuale
delle
persone è una maschera che funziona come una seconda pelle, e
non si
può portare se non avendo accanto dei minus habentes, siano
peccatori,
allievi, figli bambini, malati. Chi manifesta qualche forma di
superiorità morale o intellettuale rivela prima o poi che la sua
potenza non esisterebbe se non avesse accanto qualcuno inferiore, in
qualche modo bisognoso. Né esita a usare tutta la forza di cui
dispone,
combattendo o fuggendo, quando sente che la sua superiorità
gerarchica
è minacciata. Infinite sono le forme di gerarchia che si trovano
ovunque, alla portata di tutti, più raffinate e mascherate,
più grezze
e scoperte, sostanzialmente uguali, in ultima istanza volte a mantenere
una scala che all'ultimo gradino possa sfiorare il cielo, il paradiso,
il benessere, l'immortalità, nelle loro infinite forme.
Romanzo dei nostri anni, Sacred Games ci mostra senza pregiudizi
come ai nostri giorni si sia disposti a qualunque sacrificio per
ottenere la bellezza fisica, il danaro, la visibilità mediatica,
come
fossimo pronti a ribellarci in questo modo all'indebolimento del
soggetto conseguente al tramonto dei grandi sistemi di legittimazione,
religiosi o ideologici.
L'incontro fra Ganesh Gaitonde e Sartaj Singh non serve a nessuna
formazione gerarchica, è un evento gratuito. Non serve, non
è a
servizio di nulla, è gratuito, è una grazia, che sfugge
per la sua
natura alle trame che costruiamo quando misconosciamo il miracolo
più
grande. Trame immense, giochi sacri, che Gainesh Gaitonde ha
costruito
fino a diventare il bhai indù di Bombay, l'Arjun di Guru-ji, per
poi
comprendere che il progetto del grande guru internazionale è di
distruggere Mumbai con un'atomica attribuendone la
responsabilità ai
fondamentalisti islamici. Così si aprirà la strada a
un'ascesa al
potere in India, per poterla rendere meravigliosamente religiosa,
pulita, ordinata, legale, come gli ashram a forma di mandala che ha
già
costruito:
Voleva
migliorare e trasformare l’India intera in questa oasi verde di pace,
portarla avanti fino alla perfezione. Alcune zone di Singapore
possedevano la pulizia che voleva lui, ma non c’era città al
mondo che
avesse questa simmetria, questa coerenza intima che equilibrasse con
precisione negozi e centri di meditazione, e facesse scorgere il tempio
centrale attraverso le arcate perfettametne allineate della bibliotea e
della lavanderia. Questi edifici e i cancelli azzurri sembravano il
passato, i set dorati dei film mitologici, e invece erano il futuro di
Guruji. Questo era il futuro che voleva portarci, il Satyug che voleva
creare. (Ib., p. 1003)
Un albero immenso è caduto sulla cancellata di un
ashram, e ha
aperto il varco a una mandria di capre, in un altro gli uffici sono
invasi da termiti e formiche rosse, mentre in un terzo ashram
l'amministrazione è stata sconvolta da uno scandalo sessuale. La
brutta
vecchia vita resiste al titanico sforzo di chirurgia plastica che
Guru-ji con il suo Arjun sta tentando, perché il logos della
vita non è
padroneggiabile. Non è necessario appartenere a una confessione
religiosa per contemplare il miracolo più grande, anche se da
psicoanalista devo riconoscere che riconoscere il paradosso nel quale
viviamo esige una maturità etica che i nostri nodi nevrotici e
psicotici spesso allontanano più della realizzazione di un
sogno. Forse
appartenere a una religione attenua la difficoltà, assicurando
che
qualcuno, invisibile, inattingibile, ci renderà giustizia.
Credere in
Dio significa mantenere nella nostra immaginazione una parte ordinata e
perfetta, grazie alla quale l'incertezza di tutte le altre sembra
sopportabile, come un profumo celestiale che ci sembra di sentire
nell'humus, nella melma di terra e pioggia. Ma i credenti sono in
numero molto ridotto rispetto ai bigotti o ai benpensanti.
Guru-ji non è un accidente della cultura, una sua perversione da
eliminare con un"azione eroica per poter raggiungere il lieto fine, ma
la conseguenza inevitabili della fede, ogni volta che un soggetto si
erge a interprete assoluto della volontà divina, legittimando se
stesso
e gli altri ad agire in suo nome.
Per un soffio la città non scompare in un fungo
atomico, come sono
cadute le Twin Towers, come esplodono ogni giorno persone e case e
villaggi. Un soffio permette di evitare un olocausto, di tornare a
sentire la vita nel miracolo più grande, e nel romanzo di
Chandra il
soffio si libra dall'incontro gratuito fra i due protagonisti. Allo
stesso modo in Red Earth il flusso dei racconti scaturiva dall'incontro
mortale fra il giovane Abhai e Sanjai nel corpo di scimmia.
Gaitonde non ha mai avuto una donna, se non per il tempo che le
comprava, e la moglie che non amava è morta col figlioletto in
una
delle battaglie che regolano i conti delle bande criminali. La sola
donna che non ha sacrificato alla sua potenza di bhai di Bombay
è Jojo,
la sola che lo comprenda, la sola di cui riconosce, da un semplice
sospiro, se è di malumore o distratta. Entrambi sanno che il
loro
rapporto esiste a patto che non si incontrino, grazie al limite del
telefono, il mezzo che hanno scelto per viverlo e delimitarlo.
Quando Ganesh Gaitonde si rende conto che non potrà impedire
l'attentato atomico, vuole salvare Jojo, contro la sua volontà.
Il suo
potere gli consente di farla portare con la forza nel bunker, dove
dovrà restare con a lui. Sono due esseri umani che non hanno mai
rinunciato alla loro onnipotenza, ciascuno dei quali riesce a vivere
ergendo dentro di sé un axis mundi che non può spostare,
indebolire,
inclinare. Né Ganesh Gaitonde nè Jojo possono inchinarsi
al destino o a
un altro essere umano, e quando la donna non trova un mezzo per
sottrarsi alla presa del suo amico, lo colpisce con il disprezzo per la
sua virilità. La prevedibile collera di Ganesh è
l'opposto
complementare della violenza di Jojo, e l'arma impugnata, lo sparo con
cui la riduce al silenzio è il solo modo che ha per rapportarsi
a lei.
Morta Jojo, Ganesh Gaitonde è costretto a incontrarsi con se
stesso, perché nulla e nessuno ormai lo separa dalla scoperta
che la
debolezza che ha fuggito è cresciuta dentro di lui e ora lo
sommerge.
In un'antica storia sufi un giovane di Baghdad vede la Morte che
lo fissa e temendo che voglia prenderlo monta a cavallo e galoppa fino
a Samarcanda, dove la trova ad aspettarlo. La Morte lo aveva fissato a
lungo perché le era sembrato troppo lontano da Samarcanda, dove
sapeva
di doverlo prendere con sé. Nella tragedia di Edipo, eroe
tragico per
eccellenza nell'antica Grecia e chiave di volta mitica nella
psicoanalisi, il protagonista fugge il destino di parricida incestuoso
che gli ha rivelato l'oracolo di Delfi abbandonando la reggia dei
sovrani che crede i suoi genitori. Sulla via di Tebe uccide il padre
sconosciuto e divenendo re della città sposa la madre e genera
figli
con lei. Quando scopre che la sua fuga dal destino è stata una
corsa
verso il destino, Edipo si acceca.
Lo ritroviamo quando giunge vicino ad Atene, vecchio, stanco, mendico,
con la sola luce della figlia sorella Antigone, e gli abitanti del demo
di Colono inorridiscono di fronte alla sua miseria gravata dal carico
di disgrazie che porta:
Non esser nati è condizione
che tutte supera; ma poi, una volta apparsi,
tornare al più presto colà donde si venne,
è certo il secondo bene.
(trad. di Umberto Albini e Vico Faggi; Sofocle, Le tragedie; Mondadori,
Milano 1983; vv. 1224-1227)
La vittoria sul destino di Edipo che ascende al trono di
Tebe si è
rivelata la sconfitta definitiva. Eppure Edipo dice che non sarà
ricordato come empio, perché non è stata sua la scelta di
uccidere il
padre e generare figli con la madre. La catena delle generazioni che lo
hanno preceduto, e il destino che ha raggiunto fuggendone l'orrore, ne
ha fatto il vecchio misero e cieco che è ora.
In questa condizione di sconfitta giunge un nuovo messaggio
dell'oracolo, dal quale si apprende che la città che
darà a Edipo un
luogo per morire sarà vittoriosa, e all"eroe tragico spetta la
scelta.
Edipo respinge Creonte, re di Tebe, che vuole portarlo via con la
forza, e maledice il figlio che giunge a supplicarlo di unirsi a lui,
perché lo aiuti a realizzare il suo diritto al trono di Tebe
Edipo a
Colono rigetta ogni legame trad patriarcale di sangue, ricordando che
il solo conforto che ha avuto nella disgrazia è l'amore delle
figlie.
Non alla sua patria, Tebe, assegna la vittoria, ma ad Atene, la
città governata da Teseo, di cui conosciamo la giustizia per
come parla
a Edipo, l'uomo di dolore:
So bene che sono un uomo, e che il domani non
appartiene più a me che a te . (Ib., vv. 567-569).
Sono uno di fronte all'altro vivi per un tempo di cui non
scelgono
l'inizio né la fine, e la loro comprensione del miracolo
più grande
rende possibile un riconoscimento che ha un valore più grande
dei
legami di sangue e della posizione gerarchica in cui si trovano. Il re
giusto non è superiore all"uomo di dolore.
Comprendendo il valore dell'uomo che ha combattuto il destino e ne
è stato sconfitto, che è stato re e ora è un
lacero mendicante, che ha
trovato la soluzione dell'enigma della Sfinge ed è cieco per
sempre,
l'accoglie perché muoia in pace: questa è la ricchezza
che rende
invincibile la città.
L'utopia di Sofocle, che scrisse Edipo a Colono un anno prima di
morire, vola nella memoria come un'eredità che possiamo
accogliere
all'inizio del terzo millennio
Dalla morte dell'eroe che si riconosce sconfitto, e si scioglie da ogni
legame di sangue e di stirpe, sboccia l'utopia di una città che
non si
fondi sul sangue, sul rigetto dell'altro.
Atene non otterrebbe la salvezza se Teseo, riconoscendo la propria
umanità, non accogliesse Edipo vicino alla morte, e Mumbai non
si
salverebbe dall'esplosione atomica se Ganesh Gaitonde e Sartaj Singh
non si riconoscessero. Quando il grande gangster in incognita cercava
di incontrare Guruji, e Sartaj gli aveva detto che gli sembrava di
conoscerlo, Gaitonde aveva replicato:
"Mi dicono spesso che somiglio a qualcuno. Mia
moglie ci rideva."
"Ci rideva? Adesso non lo fa più?"
Era molto attento, questo ispettore chikna e niente affatto ottuso come
i sardar delle barzellette. Con lui bisognava stare in guardia. "E'
morta" dissi con mestizia. "Uccisa in un incidente." Lui annuì e
distolse lo sguardo. Quando tornò a fissarmi era ancora lo
stesso
maderchod di un ispettore, ma avevo colto un lampo di compassione in
lui. Anch'io sapevo essere acuto. Nella mia vita avevo imparato a
osservare le persone. "Anche tu hai perso qualcuno" dissi. "Chi, tua
moglie?"
Mi rivolse un'occhiata penetrante, Era un uomo orgoglioso, ovviamente,
e indossava l'uniforme. Non mi avrebbe detto niente. "Tutti perdono
qualcuno" disse. "E' quello che succede nella vita." (Giochi
sacri, p. 744)
Nella sconfitta, solo nel bunker, dopo l'estrema vana
difesa della
sua identità, del suo axis mundi, uccidendo Jojo che vi si
contrapponeva col proprio, Gaitonde ha bisogno della sola cosa alla
quale non possiamo rinunciare. Non è la profusa bellezza della
la terra
con i suoi mari, del cielo con i suoi soli, che sente Sanjay prima di
cominciare i racconti, che deve bastare e spesso non basta, né
la
posizione assegnata o conquistata nell'ordine gerarchico fra esseri
umani, ma il desiderio di raccontare la propria storia, di lasciarla
volare chissà dove, chissà per quanto tempo.
Perché si possa raccontare una storia occorrono un narratore e
un
ascoltatore, fra i quali possa scendere la grazia di una verità
all'unisono, siano un re giusto e un mendicante carico di tutte le
disgrazie, siano un grande gangster e un ispettore di polizia.
Ganesh Gaitonde potrebbe chiamare un giornalista del Mumbai Mirror che
starebbe avido ad ascoltarlo:
No,
mi serviva una persona brava e semplice. Una persona che mi ascoltasse
come un passeggero in attesa alla stazione, con partecipazione e
gentilezza, per un paio d'ore, fino all'arrivo del treno. Qualcuno che
mi avesse visto non solo come Ganesh Gaitonde, ma come essere umano. Fu
allora che mi tornasti in mente tu, Sartaji Singh. Ricordavo il mio
primo incontro con Guruji, la prima volta che mi ero seduto faccia a
faccia con lui. Ricordavo come mi avevi aiutato in quell‘occasione, mi
avevi parlato e - l‘ultimissimo giorno - mi avevi consegnato al mio
destino. Ricordavo quel gesto di generosità, insolito per
chiunque,
incredibile per un poliziotto, e mi ero ricordato di te. Hai negli
occhi la crudeltà del poliziotto, Sartaj, ce l'hai nella
camminata
tracotante, ma sotto quella studiata indifferenza batte il cuore di un
uomo romantico. Nonostante le tue arie da sardarji, ti eri commosso. Le
nostre vite si erano incrociate e la mia era cambiata per sempre.
(Ib, pp. 1056-1057)
Se a questo punto volessimo trarre una morale dalla
storia, potremmo
celebrare l'unisono fra un criminale e un poliziotto, la verità
che
scende come una grazia per vie diverse da quelle ordinate dai ruoli e
dalle posizioni gerarchiche, e ricordare il riconoscimento evangelico
del proprio prossimo come specchio di sé. Dovrebbe bastare, ma
non
basta.
Lo psicoanalista Franco Fornari poneva come compito dell'analisi
il ribaltamento della massima latina mors tua vita mea / vita tua mors
mea. Osservando come al tempo dei grandi arsenali atomici, nella guerra
fredda fra USA e URSS, gli uomini si trovassero per la prima volta di
fronte a uno scenario in cui la distruzione del nemico e dell'amico
coincidevano, lo psicoanalista italiano si chiedeva se non fosse
l'occasione per imparare a rinunciare alla violenza che esplode e si
placa nella distruzione del nemico.
Lo scenario che si apre a distanza di pochi decenni sembra
piuttosto risultare dalla riduzione dell'esito estremo della
contrapposizione, frammentando il conflitto in molteplici scenari,
così
che si possa continuare a eliminare e convertire i nemici senza per
questo scomparire insieme a loro. Né la minaccia della fine
della vita
sul pianeta, causata dall'inquinamento dei popoli dominanti, ma
ugualmente mortale per tutti, può alimentare il pio desiderio di
un
nostro rinsavimento salutare.
Sentendoci tutti piuttosto ingiusti, perché solo la condizione
di
vittima sembra custodire una coscienza pura, continuiamo la nostra vita
come gli abitanti di Sodoma e Gomorra, nelle città inquinate e
ingiuste
che non per questo smettono di commuoverci con la loro bellezza.
La contemplazione della bellezza della città è in Sacred
Games
accompagnata dalla consapevolezza che vederla è una scelta che
rispetta
la propria sensibilità, non un valore assoluto, da imporre agli
altri.
Accade a Ganesh Gaitonde quando torna a Bombay:
Sudavo
copiosamente, ma stavo bene. Chiesi un bicchiere di succo di cocco e lo
assaporai lentamente, gustando l’inconfondibile tanfo di Bombay
nell’aria pesante, un misto di gas di scarico, inquinamento e acqua
stagnante. Dietro di me una serie di condomini mi copriva le spalle
mentre davanti c’era una strada sterrata fiancheggiata dai lampioni e
poi dal buio del fogliame. Mi sentivo rinvigorito e la stanchezza del
volo mi abbandonò lentamente mentre sentivo il canto dei grilli.
Un
branco di cani sbucò dall‘angolo uggiolando. Ero appagato.
(Ib., p. 990)
Accade a Sartaj Singh, dopo aver finalmente sventato
l'attentato atomico:
"Boss
[...] Sei l’eroe del momento. Alzati ed esigi la parte di merito che ti
spetta, altrimenti te lo soffierà uno di questi gaandu ufficiali
della
polizia nazionale. " Ma Sartaj non se la sentiva di dare
consigli proprio a
nessuno. Gli
bastava starsene seduto alla luce degli schermi dei portatili e
guardare il cielo cambiare colore fuori dalla finestra sul retro. Una
volta qualcuno - non ricordava chi - gli aveva detto che il fantastico
colore dei tramonti a Mumbai derivavano dall’inquinamento che
sovrastava la città, dalle masse di persone assiepate in uno
spazio
così ridotto. Sartaj non dubitavache fosse vero, ma i porpora, i
rosa e
gli arancio erano comunque belli e grandiosi. Uno poteva osservarli
cambiare e scurirsi prima di scomparire nel nero della notte. (Ib.,
p. 1076)
Il miracolo più grande è per il soggetto la
realtà più
immediatamente percepibile, e allo stesso tempo più difficile da
accettare. La bellezza esiste solo se il nostro sguardo la coglie, ma
il nostro sguardo non la crea. Abbiamo solo la nostra vita, ma non
abbiamo scelto di averla.
Fra l'onnipotenza che spinge il soggetto verso il dominio
paranoide, verso l'isolamento del protagonista assoluto della storia, e
l'impotenza che ci fa percepire la nostra fragilità come
insignificanza, e la nostra sparizione come unico senso, il soggetto
tenta, nella mitica normalità, di garantirsi un equilibrio
stabile,
come se non fosse il frutto di tensioni opposte, incrociate, che si
congiungono e si disgiungono guidate da una forza vitale, che
può
ugualmente sembrarci l'espressione di una luce superiore o di un buio
cieco.
Resta il sentimento di verità del riconoscimento reciproco, dove
Eros come forza di vita si manifesta con una semplicità che
sovverte
qualsiasi sistema di pensiero. Piccoli gesti, parole che non
colonizzano il silenzio, ma lo abitano, e restano accanto, alla fine
del libro, come invito a interrogarci su quante volte ciascuno di noi
le ha sentite senza ascoltarle, e quante volte le ha dette vanamente.
Le domande di Sartaj e di Gaitonde restano alla fine dei Sacred
Games, quel che un poco è cambiato forse è la tensione
eroica a trovare
risposte, avendo compreso che la soluzione definitiva rivelerà
prima o
poi il suo asse di sopraffazione, come la volontà di Guru-ji di
formare
un India perfetta, che procede fra massacri giustificati dalla
perfezione stessa a cui aspira.
Sartaj alla fine è una persona normale, come Ulisse quando
riprese
la sua vita a Itaca, quella di cui nessun Omero può raccontare,
è il
libro dopo la sua fine libro, è l'invito a raccontare la propria
storia, come a vivere la propria vita, lasciando che la mente
metabolizzi il gioco sacro del romanzo, che i colori delle nostre
emozioni, dei nostri risvegli e dei nostri giorni cupi abbiano
sfumature che non esisterebbero se non avessimo letto questo libro.
Sartaj
scese dalla moto. Posò le scarpe sul pedale, una per una, e le
spolverò
con un fazzoletto fino a farle splendere. Poi si passò un dito
attorno
alla vita, lungo la cintura. Si diede un colpetto alle guance, e
passò
l'indice e il pollice sui baffi. erano splendidi, non aveva dubbi. Era
pronto. Entrò e diede inizio a un'altra giornata. (Ib., p.
1162)
Dalla sconfitta tragica nella corsa contro il destino
viene il
principio della salvezza della città, se Gaitonde, come Edipo,
non
vuole la distruzione di tanti esseri umani affollati in un piccolo
spazio, a Bombay come ad Atene. Ogni città rivela la sua
bellezza se lo
sguardo coglie cosa la rende commovente: le costruzioni di esseri umani
separati gli uni dagli altri da secoli e da desideri diversi compone un
piano che neppure l'architetto più geniale, l'artista più
grande e il
dittatore più potente potrebbero eguagliare. Ciò che ci
fa amare una
città, o la città, è il senso del conflitto e
dell'incontro fra
generazioni e gerarchie, che la forma e la trasforma, invitandoci ad
abitarla e a costruire a nostra volta.
Dopo Ganesh Gaitonde, pari a lui per simpatia e umanità, Sartaj
Singh
si libera dall'ansia di legittimazione che lo tiene legato alla figura
paterna, quando per trovare la bomba deve detronizzare il suo capo
Parulkar, dal quale ha imparato tanto. E poi ritrova piangendo la
radice, l'acqua sorgiva della sua nostalgia del padre, nel penultimo
capitolo, ad Amritsar, e la lascia all'infanzia, al sogno in bianco e
nero che ci consola, alla memoria che costruisce l'essere.
L'incubo atomico è finito, e Sartaj mantiene la promessa di
accompagnare la madre ad Amritsar, e camminando ricorda quando faceva
lo stesso percorso da bambino, per mano al padre e alla madre. Allora
non sapeva leggere i nomi dei martiri sikh, ora non può farne a
meno:
Per
che cosa piangeva? Piangeva per il capitano deceduto, ma anche per i
suoi nemici, che lo avevano aspettato su quel fronte di ghiacci,
ansimanti e con i polmoni rovinati per la mancanza d'ossigeno. Piangeva
per i nomi sulle lapidi, e per i martiri sikh dei dipinti nel museo al
piano superiore, che avevano opposto resistenza per difendere la fede
ed erano stati torturati, smembrati e infine giustiziati. Piangeva per
i seicentoquarantaquattro nomi della lista nel museo, per i sikh uccisi
quando l'esercito aveva messo sotto assedio il tempio nel 1984, e
piangeva per i soldati falciati dai proiettili su queste stesse lastre
di pietra. Sartaj continuò a camminare. Si asciugò il
viso e completò
il giro intorno al sarovar. Sua madre era ancora lì, la schiena
appoggiata contro un pilastro e gli occhi chiusi. Le passò
davanti e
ricominciò la parkama. Un vecchio lo guardò con aria
gentile e
incuriosita, e Sartaj si accorse di stare di nuovo piangendo. Non c'era
modo di calcolare con esattezza quanto era stato sacrificato e quanto
era stato guadagnato, c'era solo questo riconoscimento della perdita,
del dolore sofferto e assorbito. Il calore saliva da sotto i piedi di
Sartaj in un pizzicore gradevole, e continuò a camminare. Dava
una
certa pace girare intorno a questa Piscina del Nettare. Non si
aspettava il perdono di Vaheguru, e neppure che la sua fede
frammentaria e dubbiosa in Vaheguru gli desse il diritto di chiedere
perdono. Non sapeva se era un uomo buono o cattivo, e neppure se le sue
azioni nascessero dalla fede o dalla paura. Però aveva agito, e
adesso
camminare gli faceva male e al tempo stesso gli portava sollievo.
(Ib., p. 1152-1153)
Non si può fare nessun bilancio che faccia tornare
i conti delle
perdite e dei guadagni in un massacro, in una guerra, in un omicidio.
Sartaj piange per i martiri della sua religione e per i loro nemici, e
incontra se stesso come in un racconto di Borges-bhai, come Chandra
chiama in un saggio lo scrittore argentino, si incontrano i primi
fratelli:
Abel y Caín se encontraron
después de la muerte de Abel. Caminaban por el desierto y se
reconocieron desde lejos, porque los dos eran muy altos. Los hermanos
se sentaron en la tierra, hicieron un fuego y comieron. Guardaban
silencio, a la manera de la gente cansada cuando declina el día.
En el
cielo asomaba alguna estrella, que aún no había recibido
su nombre. A
la luz de las llamas, Caín advirtió en la frente de Abel
la marca de la
piedra y dejó caer el pan que estaba por llevarse a la boca y
pidió que
le fuera perdonado su crimen.
Abel contestó:
-¿Tú me has matado o yo te he matado? Ya no recuerdo;
aquí estamos
juntos como antes.-Ahora sé que en verdad me has perdonado -dijo
Caín-,
porque olvidar es perdonar. Yo trataré también de olvidar.
Abel dijo despacio:
-Así es. Mientras dura el remordimiento dura la culpa.
(Jorge Luis Borges, Leyenda; in Elogio de la sombra,
1969. Elogio dell'ombra. Versione con testo a fronte di Francesco
Tentori Montalto; Einaudi, Torino 1998 )
Il perdono in Borges come in Chandra non è frutto
di una superiorità
etica, che è una specie di eroismo dell'anima, destinata a
produrre nel
tempo una violenza senza limiti.
Può semplicemente accadere, il perdono, senza il quale non si
riconosce la somiglianza col diverso, né si considera la
diversità del
simile, grazie al gioco della memoria, quando ricordando quella nostra
storia dolorosa, d'amore fallito, di lavoro appassionato e vano, di
amicizia finita, non sappiamo più se abbiamo fatto la parte del
cattivo
o del buono, della vittima o dell'aguzzino.
Liberarsi del peso della colpa, e del rimorso, è
vivere con una
leggerezza che consente di caricarsi dei pesi che ci tocca portare,
come questa incertezza insostenibile, così vera nelle parole di
Sartaj:
nessuno di noi, se non rinuncia ad ascoltare la voce fioca della
ragione, sa se è buono o cattivo, se agisce per paura o per
fede.
Nelle lacrime di Sartaj, nelle lacrime di un uomo, scorre la
pietà che non è, non può essere riservata alle
vittime della propria
parte e rifiutata a quelle degli altri, perché vediamo i volti
dei
nemici come degli amici, e negare che abitiamo il mondo, pensare che la
nostra città non sia la stessa della città di tutti gli
altri,
significa comprare sicurezza in cambio dell'anima
Per vivere questa incertezza, alla quale il flusso della
vita non si
oppone, occorre lasciare che i padri muoiano, liberandoli dalla nostra
illusione che ci facciano scudo con una perfetta integrità, come
quella
del padre di Sartaj, con una inarrestabile ascesa verso il potere, come
quella del suo capo Parulkar, o che possano spingere il mondo verso la
perfezione, come Guru-ji.
La nostalgia del padre, se lo lasciamo
libero di morire riconoscendo la sua fragilità e la nostra, lo
fa
tornare con noi, in un ricordo che non autorizza a vivere, in una
memoria sempre viva. Considero il ricordo d'infanzia di Sartaj prima di
lasciare Amritsar con la madre come un lungo addio al padre:
Quella
lontana mattina d"inverno quando era venuto con Papaji e Ma', Papaji
aveva cercato di convincerlo a immergersi nella piscina. Papaji si era
tolto la camicia e i calzoni ed era entrato in acqua nei suoi kaccha
blu. "Vieni Sartaj," lo aveva esortato. Però Sartaj si era
nascosto
dietro Ma' e si era rifiutato di entrare in acqua. "A uno sher come mio
figlio un po' d'acqua fredda non può dar fastidio" aveva detto
Papaji.
"Vieni." Eppure non era del freddo che Sartaj aveva avuto paura. Era
diventato improvvisamente timido, conscio di essere piccolo e magrolino
a confronto delle spalle brune e massicce di Papaji, niente affatto uno
sher.
Non voleva essere guardato da tutta quella gente. Perciò si era
aggrappato a Ma' scuotendo la testa, e lei lo aveva assecondato:
"Lascia stare il bimbo, prenderà freddo". E Papaji aveva riso ed
era
uscito dalla piscina rovesciando l'acqua sui gradini, con il kara
che
spiccava sul polso possente.
Adesso però era estate, e Sartaj non era più timido.
"Penso che entrerò in acqua" disse a Ma'. [...]
Sartaj unì le mani e immerse la faccia e i rumori si attutirono.
Più in
basso, molto più in basso, c"era una sorgente che portava al
centro del
respiro del mondo. (Giochi Sacri, pp. 1153-1154)
Lasciare morire il padre, rompere i legami di sangue
significa
ritrovare insieme alla nostra fragilità bambina l'illusione
della sua
potenza invincibile. Significa rinunciare al sogno di diventare potente
come credevamo che fosse il padre, o a cercare un padre che somigli a
quello che avremmo voluto avere. Si scopre allora il miracolo
più
grande, perché Eros non disdegna la debolezza, avendo in
sé la natura
della madre, e che intreccia alla ricchezza del padre, per questo
è
l'invenzione più bella del mondo, sia frutto delle nostre
inesauste
fantasie o dono di un Dio.
Non gli accadrà più di sentirsi confident e fearless, in
una
gentle cradle, come Ganesh Gaitonde quando si sentiva amato da Guru-ji.
Ma saprà riconoscere l'amore di Mary e per Mary, quando si sente
perdonato da lei per la sua debolezza: To find one person who
forgives you for this, that is big.
Alla fine dei Sacred Games resta la città col suo inquinamento,
la sua
ingiustizia, i criminali che hanno un codice d'onore e i poliziotti
corrotti. Guru-ji era deciso a distruggerla, Sartaj, che ha raccolto le
ultime parole di Ganesh Gaitonde, si è trovato a salvarla. Ne
valeva la
pena?
Nessun Dio, nessun padre resta a darci una risposta, se non
vogliamo e non possiamo eliminare la nostra incertezza di fronte al
mondo, i nostri dubbi sulla nostra natura e il nostro destino. Alla
fine dei giochi sacri, prima della pagina bianca, non si pensa che la
coppia che si è formata nel libro vivrà felice e
contenta, né che
nessuna felicità è possibile in questo mondo. Non si
spera in una pace
imminente né si prova angoscia per la distruzione inevitabile.
Comincia solo una nuova giornata.
NOTE
- perdono
- In
questa riflessione, che lega il pianto di Sartaj ad Amristar con la sua
capacità di riconoscere "l'amore di Mary e per Mary", si
intrecciano,
trama e ordito di una stessa tela, i concetti di perdono e tolleranza
nei confronti dell'altrui imperfezione e della propria.
In arabo tasāmuħ
indica ciò che in italiano viene normalmente tradotto con tolleranza
. In realtà la parola araba fa riferimento ad un campo semantico
molto diverso da quello dell'italiano.
Se infatti tolleranza è etimologicamente legata al
latino tollo, nel suo primo significato di porto, sopporto
il peso, come a esprimere la fatica del sopportare l'altrui
diversità (rispetto a noi, al nostro ideale); tasāmuħ
vuol dire "reciproco perdono"; e si forma dalla radice SMĦ
Una breve ricerca sul dizionario mostra un'interessante
costellazione di parole che si diramano da questa radice: i significati
si sviluppano da generoso (samħ
fino a quello di indulgente, tollerante (mutasāmiħ
passando attraverso la polisemia di samāħ
che contiene in sé i concetti di generosità; indulgenza,
tolleranza; perdono; autorizzazione, permesso.
Dall'accostamento fra la parola araba tasāmuħ
e il suo corrispettivo italiano tolleranza, dunque, si ottiene
un intreccio semantico e concettuale in cui l'apertura e
disponibilità all'altro e la possibilità/capacità
di sostenerne la diversità acquistano una pregnante,
reciproca profondità di senso. (Nota di Claudia Chellini, 3
luglio 2008)
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