ADALINDA GASPARINI                PSICOANALISI E FAVOLE
BOX in LIBeR n. 57 IL SEGRETO DI SHAHRAZÀD
TRASFORMAZIONI E COSTANTI DEL DISCORSO INTERIORE
gen-mar 2003; Idest Campi Bisenzio




Ascoltando la voce narrante delle Mille e una notte riscopriamo
la potenza del racconto, che riesce a frenare la violenza.



La storia cornice delle Mille e una notte racconta che il sultano Shahriyàr era stato tradito dalla prima moglie, e la ferita gli bruciava tanto che aveva pensato di rinunciare al trono delle Indie. Poi, avendo constatato come nessuno possa essere sicuro di non subire il tradimento delle donne, nemmeno i potentissimi demoni, tornò a regnare, deciso però a non subire più quella disgrazia: per questo sposava una fanciulla ogni sera, e al mattino la faceva uccidere. Non essendo riuscito a comandare sulla donna, adottava con la morte il controllo estremo, che il potere riserva alla donna quando non sottomettendosi alle regole rappresenta una minaccia all'autorità assoluta, ma anche al dissenziente e all'eretico, che si bruciano sul rogo come le streghe e come i libri proibiti. Ognuno può riconoscere in sé il desiderio di interrompere o annullare il discorso del diverso: il femminile rappresenta l'altro per eccellenza nelle culture patriarcali, opposto del maschile che minaccia la sua illusione di detentore del potere fallico. Nelle Mille e una notte Shahriyàr da tempo continuava con la sua crudele soluzione, finché un giorno la figlia del visir, esecutore delle crudeli sentenze, chiese al padre angustiato di condurla in sposa al sultano. Shahrazàd, così si chiamava la fanciulla, non era pronta a essere dominata dall'uomo né con le regole del matrimonio né dietro i morbidi tendaggi di un'alcova, visto che, come si può leggere in un manoscritto arabo del XIV secolo:

... Aveva letto i libri di letteratura, filosofia e medicina. Conosceva la poesia col cuore, aveva studiato i resoconti storici, e le erano familiari i detti degli uomini e le massime dei sapienti e dei re. Era intelligente, dotta, saggia, raffinata. (Haddawi, cit., p. 11; trad. mia)

Il suo visir cercò di dissuaderla raccontando storie che dimostravano come ciò che intendeva fare fosse impossibile, ma lei rispose con storie che dimostravano il contrario, e poi concluse dicendo:

"Storie come queste non mi distolgono dal mio proposito. Se vuoi posso raccontartene altrettante. Per concludere, se non mi presenti al sultano Shahriyàr, ci andrò da sola contro la tua volontà e gli dirò che tu non hai voluto darmi in sposa a uno come lui, considerando il tuo signore non all'altezza di una mia pari". Il visir le chiese: "Devi proprio farlo?" lei rispose: "Sì, devo." (Ivi)

Il visir, rispettando il desiderio di sua figlia, che evidentemente ha educato alla libertà del pensiero, la presenta a Shahriyàr. Siccome il sultano delle Indie soffre d'insonnia, verso la fine della notte Shahrazàd gli propone di raccontare una storia, e smette di raccontare al mattino. Il racconto è così appassionante che Shahriyàr rimanda l'esecuzione alla fine della storia, e così, notte dopo notte, la narratrice ottiene la sospensione della condanna a morte.
Se si chiede a chi conosce le Mille e una notte perché Shahrazàd rischiasse la vita, di solito risponde che voleva curare il sultano crudele e infelice, mentre Shahrazàd al padre che ne chiedeva la ragione aveva risposto:

"Voglio che tu mi presenti come sposa al sultano Shahriyar, perché io possa salvare il popolo o morire come le altre fanciulle." (Ivi)

L'idea che Shahrazàd volesse salvare il sultano è una specie di ricordo di copertura, piuttosto diffuso, attesta quanto sia ampia l'attribuzione alla donna di un masochismo strutturale, sostenuto in passato anche in area psicoanalitica. A chi però volesse considerare Shahrazàd come un'eroina femminista, sfuggirebbe un fatto molto semplice: il racconto vive di lei che narra come del sultano che ascolta, perché l'uno non esiste senza l'altra.
La comprensione della storia cornice delle Mille e una notte passa per un particolare tanto decisivo quanto trascurato: di fronte al sultano terminatore, che ha bisogno di controllare la donna, Shahrazàd sceglie da sé un limite, quando decide di narrare verso la fine della notte, e alle prime luci del giorno si lascia scivolare nel silenzio.
Shahrazàd rappresenta sia la leggerezza femminile, che snoda favole incastonate le une nelle altre, quasi senza fine, sia l'interruzione maschile esercitata dall'uomo, delimitando da sé il suo dire, le sue storie, con la cesura più simbolica dell'immaginario umano: l'opposizione fra oscurità e luce, metafora dell'identità, della coscienza che tramonta e sorge ogni giorno, come il sole, metafora della polarità maschile-femminile, morte-vita, freddo-caldo, umido-secco... Nella coppia di opposti, in tutte le sue infinite metaforizzazioni, si articola l'identità stessa, la sua permanenza, la sua labilità, la sua complessità irriducibile.
L'oscurità, l'inconscio, la sospensione del controllo, del potere, della coscienza, sono proiettate sulla donna come notte, come morte: introdotta a caua della colpa di Eva, o portata fra gli uomini da Pandora, la morte è la donna-terra che accoglie i cadaveri. Fra morte e racconto c'è un'intima solidarietà: Shahrazàd, che sa raccontare per mille e una notte avvincendo il suo sposo, affrontando il corpo a corpo con la morte connaturata al potere di Shahriyàr, non potrebbe vincere, se non avesse dentro di sé il limite che il sultano non riconosce, ripetendo l'uccisione della donna per rimuovere il tradimento, la perdita. Se il detentore del potere rifiuta il limite della castrazione, esercita un potere consacrato a Thanatos, e la pulsione di morte condanna lui e la sua città alla letterale e ripetuta eliminazione della figura femminile, che incarna l'anima lieve, sfuggente.
La narratrice non può salvare l'ascoltatore, come lo scrittore non può salvare il lettore: come il sultano può decidere, a suo piacimento, di far soffocare Shahrazàd, così il lettore può chiudere il libro. Ma lo scrittore sa anche che può intrattenere e appassionare i lettori, e spera che il gusto per le storie riapra la porta a Eros, il grande demone.
Eros e Thanatos, la coppia che nella psicoanalisi segna la rinuncia a un ideale salvifico, sia medicalistico, sia spiritualistico, è insieme sorgente e trama della narrazione. Verso la vicenda del sultano delle Indie e della figlia del suo visir, potrebbe avere un debito Boccaccio per la storia cornice del Decameron. La raccolta si apre con la cruda descrizione di Firenze sconvolta dalla peste, e non si tratta solo dell'orrore per la malattia e la morte di tanti esseri umani, ma del senso di fragilità dell'ordine e del potere, come se la legge, scritta e non scritta, si fosse dissolta:

E in tanta afflizione e miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta, per li ministri ed esecutori di quelle, li quali, sì come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o sì di famigli rimasti stremi che uficio alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascuno licito quanto a grado gli era d'adoperare. (Decameron, Prima giornata, Introduzione)

L'accettazione del limite, della castrazione, come ingresso nel mondo simbolico, nella cultura umana, è rappresentata nel racconto proprio da questa morte che dissolve le illusioni. La perdita di ogni ideale assoluto lascia spazio a qualcosa di nuovo, né vero né falso, e vero e falso allo stesso tempo: il mito, la parola, il racconto. La certezza di essere detentori di una verità assoluta fonda il potere e ne causa la rovina, per il singolo come per la comunità. Al posto della fede salvifica e dell'ideale eroico di una città fondata col sangue dell'altro, che chiede sempre nuovo sangue, si può abitare, per un tempo limitato, un luogo creato dall'arte stessa della parola, perché non c'è città senza peste, dato che crudeltà ed esercizio del potere sono intimamente connessi.
Come la raccolta delle Mille e una notte sgorga dal lutto per la morte di tante fanciulle, quella che apre la letteratura moderna ha il suo indispensabile sfondo nel lutto per la peste. Il Decameron lega il senso del narrare alla dimensione tragica della vita umana, e cominciando il racconto dalla morte ci suggerisce un ponte con grandi romanzi contemporanei postcoloniali, come Terra rossa e pioggia scrosciante di Vikram Chandra . Qui la funzione di Shahrazàd è svolta da una scimmia moribonda, reincarnazione di un poeta suicida, che ottiene tempo per raccontare la sua storia, e riuscendo a non annoiare il suo pubblico vive abbastanza da sciogliere il suo karma.
Volgendo lo sguardo al passato, la peste di Boccaccio ci rimanda a Tebe, dove costringe l'eroe solutore di enigmi a cercare la verità: Edipo scopre se stesso come causa del morbo, perché ignorando la propria identità ha sposato sua madre dopo aver ucciso il re suo padre. Dalla peste di Tebe alla peste di Atene, andiamo a incontrare una sacerdotessa, Diotima di Mantinea, che è riuscita a sospendere il morbo per dieci anni. Socrate nel Simposio riferisce di aver appreso da lei quanto racconta ai suoi discepoli, ed è la sola storia nei dialoghi di Platone ad essere attribuita a una donna. Diotima non ha il potere di eliminare la malattia che è connaturata al potere, ma può sospenderla, forse per questo è suo il discorso più bello su Eros, il grande demone.
Se ci chiediamo se possa esistere una città, un regno, un potere, senza violenza, dobbiamo osservare che un corpo a corpo tra esseri umani, siano individui, siano culture, senza violenza, esiste nell'utopia, o in una fantasia salvifica, perché come esseri umani, essendo costretti a entrare nel linguaggio verbale, subiamo lo scarto tra significante e significato, e solo la tolleranza, la sopportazione di questo scarto ci permette di entrare nel campo della parola e del simbolico. Noi non possiamo aspirare ad altro che a una sospensione temporanea della violenza, come quella che accade nel lavoro analitico, nel lavoro della parola, che forma il luogo della relazione. Per entrarvi occorre che il soggetto narrante, come Shahrazàd, si delimiti da sé, che si lasci scivolare nel silenzio, per permettere all'altro, al diverso che è interlocutore, come ascoltatore o lettore, uno spazio per il suo proprio racconto. Cadute le illusioni di purezza e dominio, si forma spazio per la consapevolezza che il soggetto e la coscienza esistono solo nella cultura, nel mondo simbolico: la funzione del racconto può essere intesa come funzione etica, sospendendo la violenza, non pretendendo di eliminarla con un'altra violenza. Questa forza del racconto, il segreto di Shahrazàd, deve bastare, come bastò sospendere la pestilenza a Diotima, esperta della natura di Eros.
Gli antichi manoscritti delle Mille e una notte che si sono conservati sospendono i racconti prima della trecentesima notte, e non hanno finale: mille e uno era per gli arabi un numero magico, come millanta nella tradizione popolare toscana. Solo il successo della raccolta, nell'Europa del Settecento, indusse gli scrittori europei e arabi a incrementarla, fino a letteralizzare il numero magico. E portato letteralmente a mille e una notte il tempo della narrazione tra maschile e femminile compaiono anche i finali, nei quali il sultano perdona Shahrazàd e nella gioia generale dichiara finita per sempre la sua crudeltà. La tradizione degli ultimi secoli, come faceva il sultano, esigono una soluzione definitiva, mentre la narratrice e la sacerdotessa si accontentavano di una sospensione: quale delle due tradizioni è più vicina alla realtà? Non è forse vero che la vita è la sospensione di una condanna a morte?
Ignorare questa condanna, tentare di evitarla, implica una tale alleanza con la morte stessa che la vita viene consegnata a Thanatos in anticipo. L'arte del racconto non può guarire questa malattia, che è la condizione umana, ma mitigarla, per assecondare il flusso della vita.
In una delle sue tante notti, ottocentesche o trecentesche, Shahrazàd racconta del favoloso califfo Harun ar-Rashìd, che non riuscendo a dormire una notte passeggia nel suo palazzo, guardando nelle stanze delle sue trecentosessantacinque concubine (Le mille e una notte, Traduzione a cura di F. Gabrieli, Einaudi, Torino 1949; rist. nella collana gli Struzzi, vol. 2; pp. 391-392). Ne incontra una con la quale vorrebbe trattenersi, ma lei essendo ebbra chiede al califfo di tornare il giorno dopo, per darle il tempo di prepararsi. Ma quando il giorno dopo il grande califfo fa annunciare la sua visita, lei gli risponde con un messaggio: ‘Il giorno cancella le parole della notte".
Trovandosi in compagnia di tre poeti, Harun ar-Rashìd ordina loro di improvvisare una poesia sulla frase della concubina. I primi due recitano versi di circostanza, e vengono premiati con una borsa di danaro, poi toccò ad Abu Nuwàs. Il grande poeta narra in versi l'incontro notturno, la promessa della schiava ebbra, e conclude con la frase di rifiuto rivolta al califfo. Allora Harun ar-Rashìd ordina che gli si tagli subito la testa, accusandolo di averlo, ma Abu Nuwàs replica che ha passato tutta la notte nella propria casa, e affermando che solo dalla frase finale ha ricostruito l'evento, cita in sua difesa la sura dei poeti, dal Corano, per ricordare con la massima autorità religiosa che la natura del poeta non può essere valutata col riduttivismo oggettivante del potere:

Quanto ai poeti, che i traviati seguono, non vedi tu come essi, in ogni valle, vadano errando, e discorrono di ogni cosa come insensati? E come essi dicono quello che non fanno? (Corano, Sura XXVI)

Vero e falso sono, fin dall'origine del racconto, parte dello stesso gioco. Mentre il detentore del potere, come l'eroe civilizzatore, vantano un mandato e una rivelazione a vario titolo divina, unica e assoluta, il poeta cerca il sapore della verità, che si gusta solo lavorando sia il vero che il falso. La grandezza del potere del califfo Harun ar-Rashid, padrone di far tagliare la testa a chi incrini il suo potere, consiste nella sua tolleranza per i poeti, che non rientrano, grazie alla loro erranza, nel gioco del dominio.
Difficile per la concezione eurocentrica riconoscere la sospensione che è il dono di Shahrazàd, come di Diotima, come di Boccaccio, difficile accettare che le Mille e una notte nei manoscritti fossero solo due o trecento notti di racconto, resistere alla tentazione di concretizzare un numero magico, per compiere ciò che, proprio essendo incompiuto, contorna l'indicibile dell'esistenza. Arabi o cristiani, quando abbiamo aumentato fino a mille il numero delle notti, ci siamo stancati di riportare la formula che, ripetendosi con poche variazioni, marca nel racconto la cesura fra buio e luce, e forse abbiamo perduto il segreto di Shahrazàd, quando si lascia scivolare nel silenzio...


NOTE BIBLIOGRAFICHE

The Arabian Nights.
Translated by Husain Haddawy. Based on the text of the Fourteenth-century Syrian Manuscript edited by Muhsin Mahdi; W.W. Norton & Company, New York – London, 1990.

Chandra V. (1995), Terra rossa e pioggia scrosciante, Instar Libri, Torino 1995.

Sul rapporto tra fiaba, mito e romanzo postcoloniale, vedi: S. Albertazzi e A. Gasparini, Il Romanzo new-global; ETS Edizioni, Pisa 2003.




Penultima revisione 4 novembre 2018
Ultima revisione 3 ottobre 2022