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ADALINDA GASPARINI                PSICOANALISI E FAVOLE
In: Zona Letteraria
studi e prove di letteratura sociale
FAME DI FIGLI
La colpa di essere poveri
novembre 2018
Prospero editore


Cominciamo da Cronos/Tempo, secondo sovrano del cosmo, che, come racconta Esiodo nella Teogonia, sorvegliava senza mai distrarsi la sorella sposa Rea/Fluente quando stava per partorire. Appena il neonato, uscendo dal suo grembo materno, scendeva a sfiorare le ginocchia della madre, il padre lo prendeva e se lo metteva dentro, ingoiandolo come un tuorlo d’uovo. Così Cronos dai pensieri serpeggianti evitava quel che gli era stato predetto, che uno dei suoi figli lo avrebbe spodestato. Nel linguaggio dei sogni e dei sintomi, spodestare, uccidere, castrare, indicano l’azione di togliere il potere a chi non vorrebbe cederlo.
A sua volta Cronos aveva evirato il padre Urano, primo signore del cosmo, figlio e sposo di Gaia, che lo aveva generato da sola per avere uno sposo che l’avvolgesse in ogni sua parte. Ogni sera il Cielo scendeva sulla Terra ammantato di stelle e l’abbracciava, generando figli possenti e tracotanti, ai quali però impediva di venire alla luce, perché temeva che uno di loro gli levasse la sovranità. Ma la Terra, oppressa dal peso, chiese ai figli chi fosse disposto ad aiutarla a punire il padre che per primo aveva compiuto un’azione cattiva. Il primo peccato divino, dice Esiodo, è impedire ai figli di nascere, e alla loro madre di alleggerirsi partorendoli.
Quando il Cielo scese come ogni notte sulla Terra per unirsi a lei, fu evirato dal figlio più piccolo, il solo che non avesse avuto paura di lui, si ritrasse in alto, dove restò per sempre col suo manto di stelle.

Come Gaia aveva fatto fallire il piano di Urano/Cielo armando il suo figlio minore, così Rea fece in modo che Zeus, l’ultimo figlio, fosse sottratto al vorace padre, che al suo posto ingurgitò una pietra, fasciata e bagnata di latte. Cresciuto rapidamente, Zeus somministrò al padre un emetico e lo costrinse a vomitare i suoi fratelli e le sue sorelle, con i quali avrebbe regnato sul cosmo dalla dimora olimpica. Mentre i primi due erano sovrani assoluti, Zeus condivise il potere con i fratelli e con tutte le divinità che avevano risposto al suo invito ad allearsi con lui nella guerra contro i titani, alle quali aveva garantito che avrebbe rispettato e aumentato tutte le loro signorie. Per sacralizzare questi patti Zeus istituì l’orkos, il solenne giuramento pronunciato sulle gelide acque dell’oceanina Stige, che fluisce sottoterra. Chi avesse infranto questo giuramento avrebbe dovuto trascorrere un anno in una specie di letargo che ci ricorda il sonno malefico delle principesse di fiaba, e altri nove lontano dagli dei, escluso dalle loro assemblee. Così Zeus vinse la guerra decennale contro i titani, ma doveva affrontare lo stesso pericolo che aveva privato del potere ai primi due signori del cosmo: due dee erano destinate a dare alla luce un figlio più potente del padre. D’accordo con i fratelli costrinse la prima, la nereide Teti, a sposare un mortale, il vecchio re Peleo, assicurandosi che il loro figlio Achille, per quanto superiore al padre, non potesse costituire una minaccia per i signori dell’Olimpo.
Poi seppe che anche l’oceanina Metis, sua prima sposa secondo Esiodo, e già incinta della loro figlia Atena, era destinata a generare un figlio superiore al padre. Allora la confuse con discorsi affascinanti e se la mise in corpo, come suo padre aveva fatto con i primi cinque figli. In questo modo il figlio più forte del padre non sarebbe stato nemmeno concepito, perché Zeus tenne per sempre dentro di sé Metis, perché gli indicasse il bene e il male. Al termine della gestazione di Metis, Zeus chiamò il dio fabbro, Efesto, che gli aprì la testa perché la grande dea potesse uscire.

La fame di figli di Cronos coincideva col suo desiderio di mantenere la signoria sul cosmo, lo stesso che aveva spinto suo padre Urano/Cielo a comprimere in seno alla Terra lui e i suoi portentosi fratelli. I due primi sovrani del cosmo avevano ritardato la nascita del figlio temuto, mentre Zeus ne aveva reso impossibile il concepimento, incorporando con Metis la sua particolare intelligenza.
La fame di bambini caratterizza anche la strega che fa entrare in casa sua Hansel e Gretel per mangiarseli, e l’altra strega che chiude Prezzemolina nella sua torre. In entrambi i casi una creatura della nuova generazione – così è sempre l’attante protagonista delle fiabe - è incorporata o inglobata da una figura materna che la isola dal mondo. La fame di esseri umani ancora teneri caratterizza anche gli orchi, i cannibali delle fiabe, che però, nonostante il loro fine olfatto – ucci ucci, sento odor di cristianucci, o ce n’è o ce n’è stato o ce n’è di rimpiattato – non riescono mai a saziare la loro fame con il piccolo attante fiabesco finito nella loro tana.

Il nome della dea che Zeus volle possedere per ascoltarne i consigli è la parola che designa l’intelligenza che permette al debole di vincere il forte. Zeus eterna il suo dominio avendo in sé mètis, della quale era massimamente dotato Ulisse, che vinse il ciclope Polifemo, come il povero pescatore delle Mille e una notte che fece rientrare nel boccale di rame dal quale lo aveva incautamente liberato l’ingrato jinn – genio, demone – che stava per ucciderlo. Così il Gatto con gli stivali di Perrault, dichiarando la sua ammirazione all’orco che si era trasformato in un grande leone, gli chiese se sarebbe riuscito a diventare anche un topo e se lo mangiò. Così la piccola Gretel nella vinse la strega cannibale quando la strega le ordinò di sedersi sulla pala del forno perché lei potesse spingerla dentro a vedere se il pane era ben cotto. Dichiarandosi inesperta le disse: Io non so come fare, fammelo vedere, siediti tu sul bordo, e io ti spingo dentro. Appena l’ebbe spinta nella bocca del forno la bambina la chiuse dentro e la lasciò a cuocere come la strega pensava di fare con lei. Poi corse a liberare dalla gabbia il povero Hansel, che era riuscito a rimandare la loro rovina senza poterla evitare, e con lui prese le pietre preziose di cui era piena la casa della strega e tornò a casa, dove il padre fu felice di rivederli, mentre la madre crudele era morta proprio come la strega cannibale.

Fame di figli, da comprimere in seno alla madre, da chiudere dentro di sé, o da abbandonare alle voraci bestie del bosco. Poi c’è la fame dei figli, che vorrebbero possedere la madre/seno, incorporandola come facevano Cronos e Zeus nella Teogonia. Il lattante a pochi mesi d’improvviso stringe il capezzolo con le gengive sdentate, poi appena gli crescono i denti di latte gli dà un morso che fa urlare di dolore la madre. Non diversamente Hansel e Gretel, vagando nel bosco soli e affamati, quando avevano trovato la casa con le pareti di pane, il tetto di focaccia e le finestre di zucchero caramellato, avevano cominciato a mangiarla staccandone pezzi. Il divoramento della casa-madre aveva fatto uscire la strega: divorare implica essere divorati. Nel linguaggio questa coincidenza fra voracità agita e subita, è ben presente, come nell’espressione sentire i morsi della fame.

Per fame di figli intendiamo la voracità dei genitori, che amando i loro discendenti si specchiano in loro, compiacendosi, e conseguentemente li accusano di ingratitudine quando rompono lo specchio per allontanarsi, cercando di lasciare ai genitori tutti i frammenti taglienti. Crescendo i figli non vogliono né possono più reggere lo specchio nel quale i genitori si vedono giovani e belli, grazie al quale sono cresciuti riflettendosi nel loro riflesso. La rottura dello specchio è dolore per i genitori e libertà per i figli, che devono affrancarsi dal servaggio erotico che li tratteneva a testimoniare il valore e il senso della vita dei genitori. L’alternativa a questa rottura, dolorosa per i genitori e rischiosa per i figli, è ben peggiore.
Per fame dei figli intendiamo l’urgenza di crescere a spese dei genitori. Negli anni della contestazione sessantottina i figli non avevano dubbi sulla inutilità dei genitori, vecchi e legati a un passato tramontato definitivamente, mentre essere giovani significava, senza dubbi, andare verso il sole di un avvenire radioso. I miei matusa, si diceva, dal vecchio biblico Matusalemme.
Insieme a don Chisciotte, quasi tre secoli prima dell’uscita dell’Interpretazione dei sogni, il primo romanziere moderno ci diceva che non siamo più padrone in casa nostra. Nello stesso secolo Peter Paul Rubens dipingeva Saturno divora uno dei figli (1637-1638, Museo del Prado), nel quale vediamo il dio corrispondente al greco Cronos chino, vecchio e laido, coperto solo da uno perizoma che sta scivolando a terra, appoggiato con la destra a un bastone. Sul palmo della mano sinistra tiene un neonato, al quale sta tirando forte con i denti la pelle del torace, facendolo sanguinare. Sul punto di essere fatto a pezzi il figlio, con gli occhi rovesciati, urla senza speranza. 
Due secoli dopo Francisco Goya dipingeva lo stesso soggetto (1821-1823, Museo del Prado) e Saturno, ancora più lontano dal dio dell’età dell’oro, è un mostro grottesco, un orco che stringe un figlio adulto piantandogli le unghie nella vita: gli sta mangiando il braccio sinistro, mentre il destro e la testa non ci sono più. Nei due quadri il dio padre è mosso da una fame di figli incontrollabile, che non appartiene più all’invalicabile orizzonte divino, ma li fa a pezzi e li divora come Hansel e Gretel staccavano pezzi della casa-madre per placare la loro fame di figli e come la strega li avrebbe lessati o arrostiti per il suo pranzo.

Francisco Goya, Saturno divora un suo figlio (1821-1823, Museo del Prado) Peter Paul Rubens. Saturno che divora uno dei suoi figli (1636 – 1638, Museo del Prado)

Zeus aveva instaurato un ordine che sarebbe durato a lungo, prima nella Grecia e poi a Roma, dove sarebbe stato onorato come Juppiter, Jovis-pater: Giove da Jovis, da  Zeus e Diòs, Dio, luce attiva. Il signore che assegna limiti a se stesso e alle altre creature divine legate a lui da patti e giuramenti sacri, aveva lasciato l’Olimpo per la città dai sette colli, ma sarebbe stato spodestato dal figlio di un dio orientale, che lo avrebbe mandato a salvare gli uomini dalla morte eterna, figlio che era e non era il dio padre, che era e non era mortale e immortale.
Nella storia umana e divina dell’Europa si gettava un ponte sulla antica separazione fra immortali e mortali, nello stesso tempo in cui l’imperatore della città eterna si chiamava divus. Così finiva l’ordine olimpico, nel quale i mortali che osavano paragonarsi agli immortali peccavano di ýbris, e gli dei lo punivano con la morte. Lo specchio sereno e irraggiungibile degli dei olimpici si era infranto per sempre. Il nuovo Dio, uno e trino, nominando più o meno direttamente un vicario sulla terra, avrebbe legittimato il potere sugli uomini di certi uomini, che in cambio avrebbero sostenuto il suo potere. Questo patto fra potere divino e umano si è rinnovato pur mostrando le sue crepe, dal secolo del romanzo di Cervantes, nel quale si comincia a dubitare della legittimità del potere esercitato dagli uomini sugli uomini, e vacilla la certezza del dominio dell’Io in casa propria mano a mano che lo specchio del padre, e del padre divino, si incrina, si frammenta, o riflette un orco che sopravvive smembrando i figli.

Per Freud la prima grande ferita narcisistica del soggetto occidentale era venuta dalla scoperta di essere non al centro del cosmo, ma su un pianeta periferico che gira su se stesso, e vorticando orbita intorno al sole correndo a oltre centomila chilometri orari. La seconda ferita ci ha tolto l’illusione di essere al centro della creazione, distinti dagli animali, rivelandoci che siamo fatti della loro stessa sostanza, appena corretta da quella dei nostri sogni. Freud si considerava quindi responsabile della terza ferita, la più difficile da sopportare, rivelandoci che non siamo padroni in casa nostra. Così nulla può arrestare, se non regressivamente, la progressiva frammentazione dello specchio della volta celeste da dove ci sorridevano e ci punivano gli dei o dove si trovava il dio unico, pur invisibile, o le stelle del nostro destino, lo specchio che ci garantiva di sapere chi e cosa eravamo, come quando, bambini, ci riflettevamo nello specchio dei genitori.
Ma a ben vedere questo sapere di noi stessi ha sempre mostrato delle incrinature, a chi poteva guardarle senza cadere in pezzi. Edipo è tornato al centro della scena con Freud, insieme alla sua sfinge che non ha mai smesso di interrogarci, dalla piazza della città o da una delle sue vie d’accesso, dai manicomi o dai campi di sterminio, dall’amore e dal dolore di genitori e figli, o dai sogni notturni, ponendoci il suo quesito perturbante: chi sei? cos’è questo alternarsi delle generazioni, ritmato dal numero di gambe che usi per muoverti? C’è un essere, un animale, vale a dire dotato di anima, di respiro, di spirito, che dapprima si muove su quattro gambe, gattonando, poi si sposta velocemente e agilmente su due, per poi rallentare di nuovo nella terza età, aggiungendo una terza gamba, il bastone. La risposta di Edipo, l’uomo, è un enigma, e genera una nuova domanda, alla quale non eravamo e non siamo in grado di rispondere: chi è l’essere umano?

La fame di figli dei genitori umani e divini li porta ad allontanare i loro discendenti dal posto del potere, abbandonandoli alle acque o nel bosco selvaggio, o incorporandoli, appena nati, prima che crescendo tolgano loro il potere. Tentano di tenerli dentro di sé, di proteggerli e proteggersi non lasciandoli liberi, perché da bambini non si deve e non si può rompere lo specchio nel quale i genitori si compiacciono insieme ai figli. Ma solo rompendo lo specchio nel quale i genitori si vedevano belli, lo stesso nel quale i bambini amano riflettersi nella stessa bellezza che solo loro sanno conferire ai genitori, i figli e le figlie possono crescere.
Nel secolo del barocco al divino riflesso degli dei immortali, o del dio uno e trino, si sostituisce quello di un antico padre decrepito che anziché incorporare i suoi figli lasciandoli crescere, come in una seconda gestazione paterna, li divora smembrandoli. Al posto del dio dell’età dell’oro, pur armato di quella falce di adamante, si trova un cannibale laido come il Saturno di Rubens e Goya, che sentendosi vicino alla fine cerca di rimandarla divorando i figli. Solo la rivoluzione può fermare lo scempio tagliando la testa a questo dio, perché Zeus col suo emetico gli farebbe solo sputare pezzi di carne mal digeriti.

Ma la voracità dei figli, che trionfa nelle rivoluzioni, elimina lo specchio ma non il dramma della successione, e così le generazioni dei genitori soffrono di depressione, e quasi si offrono in pasto ai figli, che comprensibilmente non mostrano appetito di fronte a questa offerta troppo generosa.
I disturbi alimentari, dai problemi di sovrappeso alle allergie, dalle fobie alimentari alle forme miste di anoressia e bulimia, potrebbero anche segnalare una regressione della fame di figli dal piano simbolico del conflitto generazionale al piano letterale del cibo. E se la repressione della fame di figli, e della fame dei figli, causasse una diminuzione della fame di vita?



Online dal 9 novembre 2018