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ADALINDA GASPARINI                PSICOANALISI E FAVOLE
In aut aut, N. 330 - aprile-giugno 2006
CORPI SENZ'ANIMA, pp. 132-138;
a cura di Rosella Prezzo e Antonello Sciacchitano
LA PAURA IN CORPO
Milano, Il Saggiatore
Cantone, Fiumanò, Gasparini, Le Breton, Malavasi, Melman, Mieli, Prezzo, Sassatelli,
Sciacchitano, Scibilia

C'era una volta Giovannin senza paura che, andando per il mondo, capitò nei pressi di un castello infestato dai fantasmi. Chi fosse riuscito a passarvi una notte lo avrebbe liberato, ma fino a quel punto tutti quelli che avevano tentato la prova erano morti. Giovannino la affrontò:

A mezzanotte mangiava seduto a tavola, quando dalla cappa del camino sentì una voce: - Butto?
E Giovannino rispose: - E butta!
Dal camino cascò giù una gamba d'uomo. Giovannino bevve un bicchier di vino.
Poi la voce disse ancora: - Butto?
E Giovannino: - E butta! - e venne giù un'altra gamba. Giovannino addentò la salciccia.
- Butto?
- E butta! e viene giù un braccio. Giovannino si mise a fischiettare.
- Butto?
- E butta! - un altro braccio.
- Butto?
- Butta!
E cascò un busto che si riappiccicò alle gambe e alle braccia, e restò un uomo in piedi senza testa.
- Butto?
- Butta!
Cascò la testa e saltò in cima al busto. Era un omone gigantesco, e Giovannino alzò il bicchiere e disse: - Alla salute!
(Italo Calvino, Fiabe italiane [1956]; Mondadori, Milano 1979,
voll.2; vol. 1, pp. 83-84)

Fra voci cavernose e corpi a pezzi che comparivano e scomparivano Giovannino passò la notte senza batter ciglio, e così divenne padrone del castello e delle ricchezze che conteneva. Ma un giorno, vedendo per caso la propria ombra, morì per lo spavento. La fiaba stabilisce un legame tra il carattere impavido dell'attante protagonista e la rimozione del corpo: l'ombra attesta il corpo vivente, tanto che i vampiri secondo la tradizione non proiettano ombra, come non sono riflessi dallo specchio. Giovannino non ha paura e non sa di avere un corpo. Siccome si illude di non temere nulla, non può rappresentarselo, perché il corpo, come è vivo, è soggetto alla morte. Possiamo confrontare questa versione con la Storia di uno che se ne andò in cerca della paura, nella raccolta dei Grimm. Quando l'impavido protagonista si trova in un castello infestato dai fantasmi, come Giovannino non ha un brivido vedendo spettri e corpi smembrati. Quando compare una bara, nella quale riconosce un suo parente morto poco tempo prima, lo tocca, e trovandolo freddo lo mette accanto al fuoco, ma siccome non riesce a scaldarlo lo porta a letto con sé:

Dopo un po' anche il morto diventò caldo e cominciò a muoversi. Allora il giovane disse: "Vedi, cuginetto, se non ti avessi scaldato! - Ma il morto prese a dire: - Adesso ti strozzo. - Come, - disse il giovane, - è questa la mia ricompensa? Torna subito nella tua bara - Lo sollevò, lo gettò nella bara e chiuse il coperchio. (Jakob e Wilhelm Grimm, Fiabe per i fanciulli e per la famiglia; 3 voll., Mondadori, Milano 1980; vol. 1, p. 20)

Nemmeno se il morto vivente è un familiare il protagonista ha il brivido unheimlich - perturbante, straniante - che accompagna queste apparizioni. Andiamo a leggere una particolare rappresentazione di questa incapacità del soggetto impavido di distinguere tra vita e morte in una raccolta antica. Siccome Flamminio, così si chiama l'attante impavido del Cinquecento, non sentiva nulla ascoltando storie di morte e di paura, mentre tutti gli altri davano segni di spavento, decise di andare in cerca della morte, per vedere se davvero fosse spaventosa come dicevano. Dopo averlo chiesto a un ciabattino, un legnaiolo e un sarto, incontrò un eremita, tanto magro che pensò fosse lui la morte. Dopo avergli detto che anche lui la temeva, per quanto dedicasse tutto il suo tempo a meritare la vita eterna, l'eremita gli disse:

- Ma se voi desiderate, figliuolo mio, - disse lo eremita, - di trovarla, andatevene più oltre, ché voi la trovarete; perciò che l'uomo, quanto più in questo mondo cammina, tanto più s'avicina a lei. (Giovan Francesco Straparola [1551-1553], Le piacevoli notti, a cura di Manlio Pastore Stocchi; 2 voll.; Laterza, Roma-Bari 1979; v. 1, p. 200)

Il viaggio di Flamminio continuò per selve e deserti, dove incontrò bestie feroci, ma da nessuno ebbe la risposta che cercava. Finalmente incontrò:

...una vecchiarella molto antica e piena di grand'anni, di volto squallida; ed era sì macilenta e macra, che per la sua macrezza tutte le ossa ad una ad una si arebbono potute annoverare. Costei aveva la fronte rugosa, gli occhi biechi, lagrimosi e rossi che la porpora somigliavano, le guanze crespe, le labbra riversate, le mani aspere e callose, il capo e la persona tutta tremante, lo andar suo curvo, e di panni grossi addobbata. Oltre ciò ella teneva dal lato manco una affilata spada e nella destra mano un grosso bastone [...] Appresso questo, ella aveva dietro le spalle una grossa bolgia, nella quale riservava ampolle, vasetti ed albarelli tutti pieni di vari liquori, unguenti, empiastri, a diversi accidenti appropriati. (Ivi, p. 201)

A Flamminio sembrava proprio la morte, e glielo disse:

- No, - rispose la vecchiarella. - Anzi, io sono la vita. E sappi che io mi trovo aver qua dentro in questa bolgia che io porto dietro le spalle, certi liquori ed unzioni, che, per gran piaga che l'uomo abbi nella persona, io con amorevolezza la risano e saldo, e per gran doglia ch'egli parimenti si senta, in picciol spazio d'ora levoli ogni dolore. - (Ivi)

Flamminio, non provando alcun interesse per suoi rimedi prodigiosi, le chiede di aiutarlo a sperimentare la morte, e la brutta vecchia vita lo accontenta. Prende la spada, gli taglia la testa, e con uno dei suoi impiastri gliela riattacca, ma rivoltata:

Onde Flamminio, guatandosi le spalle e le reni e le grosse natiche e scolpite in fuori che per addietro vedute non aveva, in tanto tremore e pavento si puose, che non trovava luoco dove nascondere si potesse; e con dolorosa e potente voce diceva alla vecchia: - Ohimè, madre mia, ritornatemi com'era prima; ritornatemi per lo amore d'Iddio, perciò che io non vidi mai cosa più difforme né più paventosa di questa! Deh! removetemi, vi prego, da questa miseria nella quale inviluppato mi veggio. (Ivi, pp. 202-203)

La vita lo lasciò cuocere nel suo brodo per qualche ora senza dirgli nulla, e quando le parve il momento giusto, gliela per il verso. Il giovane allora fece di corsa la strada del ritorno:

... cercando per lo innanzi la vita e fuggendo la morte, dandosi a migliori studi di quello che per lo adietro fatto aveva. (Ivi, p. 203)

C'è una versione popolare in cui Giovannino, dopo esser divenuto signore del castello, incontra un mago che lo sfida a farsi tagliare e riattaccare la testa. Come il primo era morto alla vista della propria ombra, muore vedendosi il di dietro. Flamminio invece ha un tempo per apprendere, come il protagonista della fiaba dei Grimm, che, avendo disinfestato il castello, ottiene in sposa la figlia del re. Si pensa comunemente che tutte le fiabe tendano al finale felice, ma anche se spesso accade, esse si concludono solo quando il problema rappresentato all'inizio trova una soluzione, sia tragica, sia felice. Esse rappresentano una legge della realtà psichica ponendo una questione di vita o di morte, e raccontando come se ne possa uscire e vivere, o restarvi avviluppati e morire. Pur essendo divenuto erede al trono, il giovane dei Grimm continuava a sospirare:

- Ah, se mi venisse la pelle d'oca! ah, se mi venisse la pelle d'oca! - La sposa finì con lo stizzirsi. Allora la sua cameriera disse: - ci penserò io: imparerà cos'è la pelle d'oca. - Andò a un ruscello che scorreva nel giardino e fece attingere un secchio pieno di ghiozzi. Di notte, mentre il giovane re dormiva, sua moglie dovette levargli la coperta e versargli addosso il secchio d'acqua fredda coi ghiozzi, cosicché i pesciolini gli guizzarono intorno. Allora egli si svegliò e gridò: - Ah, che pelle d'oca, che pelle d'oca, moglie mia! Sì, ora lo so cos'è la pelle d'oca. (Grimm, cit., p. 21)

Un risveglio improvviso, e prima che la difesa dalla percezione della propria fragilità si attivi, l'acqua gelida e i pesciolini viscidi e guizzanti, che per inciso rimandano alla vitalità impadroneggiabile dell'elemento fecondo, gli danno ciò di cui lamentava la mancanza. Esaminando molte versioni di questa storia, fra le più diffuse in Europa, si può osservare che il finale è tragico o felice non in funzione delle prove e del modo in cui il protagonista le supera, ma di una differenza nell'inizio. L'attante impavido che viaggia per il mondo in cerca della paura o della morte, che spesso in queste storie sono intercambiabili, ha un'occasione per imparare e vivere, mentre l'impavido che viaggia per il mondo senza cercare nulla trova, con la prima paura, la . Il corpo, più intimo al soggetto di qualunque altra cosa, è la massima fonte del perturbante. Il soggetto lo veste, lo maschera, lo colonizza incidendolo col tatuaggio o il piercing, fino agli esiti estremi della body-art. Un investimento massiccio proviene dallo stesso bisogno nell'accanimento terapeutico come negli interventi di chirurgia estetica: per cancellare dal corpo i segnali della morte, e dei suoi parenti, la malattia e l'invecchiamento. Ricordiamo per inciso che il piacere erotico è per il suo carattere anarchico altrettanto minaccioso per il soggetto colonizzatore. E la ferita, come il piacere, è un attrattore per l'essere, nella quale emerge il reale del corpo:

come il ragno
al centro della ragnatela
subito sente
la mosca che ha rotto qualche filo
e svelto lì accorre
lamentando quasi la breccia
così l'anima umana
se è lesa una parte del corpo
lì si precipita
non sopportando quasi la ferita del corpo
cui è legata
con stabilità e simmetria

(Eraclito, I Frammenti, Versione di Luciano Parinetto, Marcos y Marcos, Milano 1982; CVI)

Un ricordo d'infanzia, rievocato in analisi, lega il corpo, il dolore, la paura. Antonia una notte era rimasta sola a casa perché doveva studiare per l'esame di ammissione alla scuola media, mentre i genitori erano andati alla festa del paese. Dopo essersi assopita, aveva sentito un fruscio, e percependo uno spettro della sua tradizione popolare, ne aveva sussurrato il nome: "La Guria?" Nello stesso istante aveva sentito un prolungato "Sì!" e aveva visto la donna avvolta di bianco.
Senza riuscire a capire cosa stesse facendo, mise i piedi giù dal letto e si allacciò le scarpe per correre nella via che dalla sua casa portava da una parte al mare, dall'altra al paese in festa. Al bivio una attrazione invincibile per l'acqua oscura la stava spingendo verso il mare, quando perse l'equilibrio e cadde battendo un ginocchio sull'asfalto. Il dolore dell'escoriazione sanguinante la fece piangere, e si diresse correndo verso il paese, dove si gettò in lacrime fra le braccia della madre, alla quale non riuscì mai a dire che cosa le era successo.
Intorno ai vent'anni si appoggiata una scatola di Minerva sul polso e l‘aveva accesa, senza che la grave ustione le provocasse alcun dolore. A questo episodio era seguito un ricovero all'ospedale psichiatrico, e da allora aveva sempre sofferto di episodi di autolesionismo.
La bambina impavida che restava a casa da sola, e che si lasciava sedurre dal fascino notturno del mare aveva trovato un confine nel dolore, come un ancoraggio alla vita che senza saperlo aveva ricercato nell'episodio dell'ustione e nell'autolesionismo. La rievocazione del ricordo comprendeva la sua percezione della mancanza, e solo questa aveva permesso di intrecciare e sciogliere l'umile violenza del corpo, l'escoriazione, il graffio, l'ustione, la paura del fantasma femminile.
Non trova la morte chi può morire come soggetto colonizzatore, se il germoglio dell'essere può venire alla luce, nella sospensione del fiato sotto l'acqua gelida sul corpo dormiente, nella pelle d'oca per i pesciolini guizzanti sulla pelle. Si ripete, nominabile, il mistero delle origini, dall'acqua materna, gemellato con il mistero della propria fine. Allora il soggetto può sperare di rintracciare un senso, di raccontare la sua storia, se non perde il tempo cercando di riempire la pagina bianca che la precede, che la segue, contigua all'infinito. Se non si muore al primo spavento, si scoprono curiosità e stupore, per l'ustione senza dolore, per il fantasma bianco e sibilante, per la solita brutta vecchia vita, e per la scienza degli innumerevoli liquori, unguenti, empiastri, a diversi accidenti appropriati, che si porta nella borsa.


Ultimo aggiornamento 5 novembre 2018