Mi dispiace che lei voglia erigere una barriera tra sé
e
le altre belve del serraglio congressuale. È difficile praticare
la psicoanalisi isolati, si tratta di un'attività squisitamente
sociale. Certo sarebbe molto più bello se ruggissimo e urlassimo
tutti in un bel coro ritmato, invece di ringhiare ognuno nel proprio
angolino. Lei sa quanto apprezzi la sua simpatia verso la mia persona,
ma ora dovrebbe trasferirne un pochino anche sugli altri. Non ne
deriverebbe che un bene per la causa". (Freud a Groddeck, 1924)
Se noi, psicoanalisti, siamo ben piazzati per conoscere il
potere
delle parole, questa non è una buona ragione per farlo valere
nel senso dell'insolubile, né per 'legare pesanti e
insopportabili fardelli per caricarne le spalle degli uomini', come si
esprime la maledizione di Cristo ai farisei nel testo di san Matteo.
(Lacan)
Il primo atto narrativo di una cultura, qualunque estensione
abbia
nello spazio e nel tempo, è l'epica, la storia degli eroi
civilizzatori, che liberano il territorio dai mostri chimerici e dai
popoli nemici. L'epica costruitsce al suo interno il mito delle
origini, in un insieme di flash-back: questo mito, presentato come
antecedente, legittima l'epica stessa. Nell'epopea si esercita il
diritto e il dovere di trasformare una terra in territorio,
tracciandone i confini ed espellendone i barbari estranei. Al mito
epico ed eroico può succedere, come nelle culture scritte, un
sistema di descrizione della realtà che, incorporando
progressivamente o espellendo gli elementi utili a questo scopo,
avvalora il sentimento del proprio superiore diritto ad esistere, dal
quale deriva la superiorità ideale dei membri di quella cultura.
In qualunque struttura narrativa, che pare anche la struttura della
storia dei fatti, appena i barbari premono ai confini, la guerra santa
può e deve cominciare.
La verità immaginaria e aleatoria del mito della propria
superiorità culturale, che conosciamo come etnocentrismo, si
fonda nella convinzione affettiva infantile che la propria
centralità percettiva coincida con il centro del mondo. Il
sistema geocentrico era una proiezione concretistica dello stesso mito.
Le guerre che si combattono in nome di religioni o ideologie, mostrano
come la potenza del mito o della favola delle origini e dell'epica,
sola legittimazione possibile per la superiorità di una cultura,
siano tanto grandi da dissolvere l'esperienza storica e ogni dato
dell'esperienza.
A Porto Alegre la madre di Carlo Giuliani ha letto queste righe, che ha
trovato nella camera del figlio:
Il tuo Cristo è giudeo, la tua automobile giapponese,
la
tua pizza è italiana, la tua democrazia greca, le tue vacanze
turche, i tuoi numeri arabi, la tua scrittura latina, e tu rimproveri
al tuo vicino di essere straniero? (La Repubblica, venerdì
1° febbraio 2002)
Il poeta martinicano Édouard Glissant scrive che
nel nostro
tempo, quando elaboriamo qualcosa accade che lo ritroviamo in un'altra
parte del mondo, elaborato da qualcuno con il quale non avevamo avuto
nessun rapporto. Parlando di luoghi comuni, luoghi in cui
un pensiero del mondo conferma un altro pensiero del mondo,
Glissant non intende postulare uno spazio di generalizzazione
astratta:
Avere una poetica della totalità-mondo significa
legare
in maniera rinnovata il luogo, da cui la poetica e la letteratura
provengono, alla totalità-mondo e viceversa. In altre parole, la
letteratura non è sospesa per aria. Proviene invece da un luogo.
Esiste inevitabilmente un luogo che produce l'opera letteraria, ed oggi
l'opera letteraria è ancora più legata al luogo,
poiché è attraverso l'opera letteraria che si mostra la
relazione fra questo luogo e la totalità-mondo.
(Édouard Glissant, Introduction
à une poétique
du divers; Gallimard, Paris 1996; tr. it.: Poetica del diverso;
Meltemi, Roma 1998; pp.28-29)
Possiamo chiederci da quali luoghi partiamo, e in quali
stiamo
transitando, perché non c'è scambio, se non riconosciamo
che non si può parlare dal nulla. Sappiamo che la psicoanalisi
non può trasformare una terra in territorio nel quale risiedere
stabilmente, ma non dobbiamo dimenticare che la nostalgia per la patria
perduta, sempre mitica e illusoria, nutre la nostra immaginazione. Se
credessimo di averla liquidata una volta per tutte dovremmo avere
tracotanza sufficiente per considerare come errori infantili dai quali
saremmi immuni le vicende dolorose, ridicole, tragiche, che segnano la
storia dei raggruppamenti sociali nel movimento psicoanalitico.
Possiamo dimenticare il luogo dal quale parliamo nel
momento in cui
siamo in un'identificazione massiccia - verticale, radicale - con la
psicoanalisi, con il maïtre, con un ideale. Se non
ricordiamo a sufficienza il nostro fascio di radici ataviche, che si
presentano sempre qualcosa di unico, se non impariamo a parlare a
partire dal luogo in cui via via ci troviamo, se lo ignoriamo
attraverso i meccanismi di identificazione, di qualsiasi genere, non
riduciamo il rischio di proiettare nella psicoanalisi o in uno
psicoanalista, vivo o morto, dentro o fuori di noi, la nostra
identità-radice. Se questo transfert, sciogliendoci in qualche
misura dalle identificazioni familiari e con i genitori, è il
motore dell'identificazione grazie alla quale desideriamo diventare
analisti, e l'ostacolo alla possibilità di riconoscerci come
analisti. La nostra identità di radici va elaborata con la
psicoanalisi ma non fissata nel gruppo analitico, non come se fosse
nata nel gruppo analitico: perché in questo caso si costituisce
una nuova famiglia, dalla quale si può uscire solo con nuove
rotture, per ricostituire nuove famiglie, ad libitum.
Sappiamo solo che questa è una via per avere
rotture verso la
tragedia o verso l'insignificanza, una via certa, mentre non sappiamo
se evitando di percorrerla si avranno meno rotture. Ma coltivare la
consapevolezza, sapere, che su una via c'è una voragine, aiuta a
non caderci dentro, anche se non c'è certezza sulle vie
alternative. Questo sapere da coltivare è il luogo comune della
strega, della metapsicologia, nel quale non si può transitare
facendo finta di teorizzare, emettendo e incorporando concetti per
espellere e cannibalizzare brandelli di identità in forma di
parole. Vi si può sostare se si ama cercar di sapere,
perché è una forma d'amore che l'elaborazione del lutto
non intacca, consentendole anzi di sciogliersi dalle illusioni, come il
mito delle origini che fornisce una legittimazione assoluta.
Il mito delle origini, legittimando il nostro senso di
una superiore
purezza, coincide con l'identità radice, contrapposta all'identità
rizoma. Édouard Glissant, riprendendo questi termini da
Deleuze e Guattari, li rilancia insieme alla coppia corrispondente di identità
continentale e identità arcipelagica. La seconda
può scaturire solo da quei processi di corpo a corpo
imprevedibili e incontrollabili che denomina creolizzazione.
Glissant distingue tre tipi di emigrazione: armata,
familiare, e
nuda. La prima ha come modello Cortés, che trasformando una
terra in territorio vi pianta il vessillo della propria superiore
civiltà, distruggendo il più possibile quanto altre
culture vi avevano fatto crescere.
Il secondo tipo di emigrante, seguendo il primo su un
territorio
già fornito di superiore legittimazione culturale, arriva, come
gli italiani negli Stati Uniti, con fotografie e usi domestici, che
mantiene per secoli, formando nicchie che incidono solo localmente
sulla cultura dominante.
L'emigrazione nuda è del nero africano comprato o
catturato
dai mercanti di schiavi, che viaggia nella stiva di una nave con altri
neri che parlano varie lingue locali africane: nessuno di loro ha armi
o suppellettili che gli permettano di mantenere una memoria stabile del
proprio mito di legittimazione, vigente solo in una piccola
comunità senza scrittura. Vomitato nudo in un territorio
assolutamente ignoto, senza il tempo né i mezzi per tradurre
fedelmente fra il proprio linguaggio e quello dei padroni, senza armi
né suppellettili, il terzo tipo di emigrante non può
parlare in nome di una cultura legittimata, che ricorda con vaghezza,
né in nome della cultura del nuovo territorio, che non lo
considera come un proprio membro. É quindi costretto a costruire
un linguaggio la cui efficacia comunicativa svincolata dalla
legittimazione è tanto ampia da poter diventare comprensibile
quasi universalmente, come è accaduto per il jazz.
Il meticciato è un rapporto fra culture di cui si
possono
conoscere le caratteristiche, dagli esiti programmabili, in buona parte
prevedibili, o almeno descrivibili a posteriori, mentre la
creolizzazione è un processo nel quale alcuni soggetti si
trovano a mettere in gioco ciascuno una mancanza di riferimenti a una
particolare legittimazione culturale:
La creolizzazione è il meticciato con il valore
aggiunto
dell'imprevisto. Era assolutamente imprevisto che i pensieri della
traccia orientassero le popolazioni nelle Americhe verso la creazione
di lingue o di forme d'arte assolutamente inedite.
Questi microclimi culturali e linguistici creati nelle Americhe dalla
creolizzazione sono decisivi, perché sono i segni di ciò
che sta accadendo nel mondo. E nel mondo si creano micro e macroclimi
di compenetrazione culturale e linguistica. Quando questa
compenetrazione culturale e linguistica è molto forte, allora i
vecchi demoni della purezza e dell'opposizione al meticciato resistono
e accendono i fuochi infernali che si vedono bruciare la superficie
della terra. (Ivi, pp. 16-17)
Il soggetto che abbandona le proprie origini per assumere
una
diversa identità, come Gauguin quando divenne oceanico,
non poteva attraversare né il godimento né la sofferenza
della creolizzazione, che implica una trasformazione più
radicale.
Mi pare che sia una buona metafora di ciò che accade a un
analista quando rispondendo al disagio nel proprio gruppo quando lo
lascia per un nuovo raggruppamento che prometta una legittimazione
più solida. Il transito è solo apparente, corrispondendo
al cambiamento del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: cambiare per
mantenere tutto come prima.
Glissant considera diversi dalla creolizzazione anche fenomeni
culturali come quello dei Rasta, che:
..ritrovano un fondamento forte nella mistica rastafarian etiopica, pur senza
lasciare i contorni caraibici. Mentre i due
antillani più generosi o più lucidi cercarono, ai loro
tempi, rispettivamente, Franz Fanon l'assoluto della rivolta del Terzo
Mondo e Aimé Césaire l'essenziale della negritudine. Il
tempo non era ancora venuto per poter pensare "ciò che cambia,
mentre scambia". (Ivi, p. 27)
Interrogandoci sui giochi gattopardeschi che tutelano la
nostra
compattezza identitaria commettiamo un errore irreparabile se ci
consideriamo fuor dal pelago: se in certi momenti possiamo
contemplare, guatare l'acqua perigliosa dalla quale siamo
appena emersi, sappiamo che la riva, il luogo, nel quale stiamo
all'asciutto è nostro solo temporaneamente. In psicoanalisi, per
la dimensione infinita della realtà psichica, non può
accadere di approdare alla riva della salvezza, neppure con un viaggio
al di là del mondo comune come quello di Dante Alighieri. Noi
non possiamo aspirare a una stabilità che ricordi la limpida
sicurezza del classico, che è la massima espressione
dell'identità continentale, a radice unica. Il classico
rappresenta un modello espressivo nel quale la lingua e lo stile sono
assunti come modelli universali, mentre le culture arcipelagiche, che
nascono dal processo di creolizzazione e vi restano abbastanza da
esprimersi senza costituirsi come modelli assoluti, hanno espressioni
barocche.
Che cos'è il classicismo per una qualunque cultura e
per
una qualunque letteratura? È il momento in cui questa cultura, o
questa letteratura, propone i suoi valori come valori universali. Il
barocco è l'anti-classicismo, perché il pensiero barocco
dice che non esistono pensieri universali. Ogni valore è un
valore particolare che deve essere messo in relazione con un altro
valore particolare e, conseguentemente, non c'è alcuna
possibilità che uno qualunque di essi possa legittimamente
considerarsi o presentarsi o imporsi come valore universale; può
imporsi come valore universale attraverso la forza ma non può
imporsi legittimamente come valore universale. Questo è
ciò che dice il pensiero barocco ed in questo senso ogni
creolizzazione è una forma di barocco all'opera o in azione.
(Ivi, pp. 41-42)
Per Glissant il gioco della creolizzazione, col suo
portato di
aleatorietà e di erranza, è facilmente intuibile agli
esordi di qualsiasi cultura, e pertanto potrebbe essere considerato un
modo strutturale del farsi dell'identità culturale, che solo a
posteriori costituirà il proprio mito delle origini per
rispecchiarsi in un ideale purezza. Il poeta antillano postula una
creolizzazione senza violenza, ma non riesce a scorgerne alcun esempio.
l concetto di creolizzazione non riguarda solo la formazione delle
culture, ma ogni soggetto, perché non solo è vero quanto
afferma Salman Rushdie, che ogni essere umano oggi è migrant,
emigrante, almeno in una fase della sua vita: ciascuno di noi è
stato anche un emigrante nudo, del terzo tipo.
Ogni essere umano si è trovato in un territorio sconosciuto
senza conoscerne la lingua, venendo alla luce dalla nave oscura, per
quanto confortevole possa essere, del seno materno. Siamo stati
disponibili a entrare in qualunque cultura, ignorando ogni gerarchia
fra lingue, quando abbiamo emesso i fonemi e i suoni di tutte le lingue
del mondo, per poi trattenere e utilizzare solo quelli che i nostri
genitori, signori e padroni del territorio in cui ci siamo trovati, ci
hanno rilanciato come significativi. E ancora, quando siamo andati a
scuola, se la nostra lingua era solo un dialetto, condizione molto
comune in Italia fino a cinquant'anni fa, siamo stati emigranti
umiliati per la loro pronuncia e il loro lessico, da parte dei
detentori di una lingua più o meno diversa, che avevano la
missione di imporcela come superiore e più bella.
Possiamo postulare un rapporto fecondo che non sia un corpo a corpo fra
esseri umani, violento o amoroso? E possiamo pensare a un corpo a corpo
le cui ragioni e i cui esiti non siano per lo più indescrivibili
e imprevedibili?
Fra le più affascinanti e fortunate espressioni della cultura
creolizzata o arcipelagica vediamo i romanzi postcoloniali, come Terra
rossa e pioggia scrosciante dell'indiano Vikram Chandra, che
insegna negli USA e scrive in inglese. Il romanzo descrive i giochi
dell'unione e dello scioglimento fra le persone, le culture e le storie
stesse, che appare contaminazione nella prospettiva narcisistica,
mentre in senso generativo è semplicemente il modo di fluire
della vita, come della parola e del mito, nello spazio e nel tempo.
Un giorno il protagonista del romanzo, che è un bambino indiano
nato per incantesimo, capita nel quartiere delle prostitute e ascolta
una canzone:
Cosa potrebbe essere mia madre
per la tua? Che parentela esiste
tra mio padre e il tuo? E come
ci siamo mai incontrati io e te?
Ma nell'amore
i nostri cuori si sono mescolati,
come terra rossa e pioggia scrosciante:
mai più separabili.
(Vikram Chandra, Red Earth and
Pouring Rain, Faber, London
1995; Terra rossa e pioggia
scrosciante, Instar Libri, Torino
1998; p. 289)
Il legame fra amanti è definitivo e irreversibile
non per la
durata letterale del loro incontro, non per la cristallizzazione della
sua forma in un matrimonio né per il sacrificio che la eterna
nella perfezione della morte, ma per ciò che attraverso loro si
è mescolato per sempre, come fango, come humus.
Il canto della prostituta è una risposta poetica al mito della
purezza, una risposta di fango e di humus, che è ciò che
possiamo osservare nella vita quotidiana come nelle relazioni fra
culture. Non è difficile vederlo, perché dappertutto ci
sono fango e humus, mentre è difficile rinunciare alla
schermatura che rende ciechi, inesauribilmente fornita
dall'identità narcisistica. Nella nostra cultura questo schermo
ha prevalentemente la forma mitica del realismo riduttivistico, che si
presenta come vera descrizione della vera realtà.
Ma appena ci liberiamo da questo mito, non possiamo vedere che la
nostra stessa nascita, avvenuta per più di mille e un fattore
impadroneggiabili, come qualunque nascita, è magica?
E ancora, come il fango o humus che è l'incontro di terra rossa
e pioggia scrosciante, esiste un vero corpo a corpo tra esseri umani, e
tra culture, come tra il bambino e i suoi genitori, tra amanti, tra
allievo e maestro, tra amici e nemici, che non sia creolo, radicalmente
imprevedibile?
Quando Glissant non trova esempi di creolizzazione senza violenza,
possiamo aggiungere che non si trova neppure fecondità del
soggetto, come delle culture e dei racconti, senza violenza,
perché si tratta della comune condizione umana, che insieme al
linguaggio impone uno scarto tra significante e significato, come
limite prescindendo dal quale non si entra nel campo della parola e del
simbolico.
Il racconto ha in questo processo una pregnanza morfogenetica
straordinaria, perché è la struttura stessa
dell'espressione, nel linguaggio e nella cultura, in forma di mito e
fiaba, di leggenda medievale o metropolitana, e di romanzo antico e
moderno. Anche la scienza, che volentieri si contrappone alla favola
come ‘vera' descrizione della ‘vera' realtà, diventa sterile o
si volgarizza se dimentica la sua posizione inevitabilmente sospesa tra
noto e ignoto. Una concezione considerata indiscutibile fino a un
secolo fa, come la sostanziale coincidenza fra lo spazio e il tempo
delle nostre percezioni e lo spazio e il tempo come realtà
fisiche descrivibili a prescindere da queste, è a partire da
Einstein una specie di favola.
Anche se non possiamo conoscere la natura mitica della storia che ci
contiene, della concezione che consideriamo scientifica, né del
romanzo che è la nostra vita, possiamo coltivare la
consapevolezza dell'accecamento preteso dal carattere ideale di ogni
cultura che, più o meno ingenuamente, vanta una legittimazione
assoluta.
Rinunciando non a una fede, ma all'illusione della verità
assoluta, avremo tempo per raccontare, e per descrivere in modo
incompleto ma significativo ciò che accade dentro e fuori di
noi. In questo caso non potremo escludere l'errore, che però
sarà irrilevante, oppure, costituendo parte del procedimento,
inviterà noi stessi e altri a procedere nella ricerca.
La teorizzazione di Édouard Glissant è corroborante per
la fiducia epistemica, quella ‘pistis' che occorre, come scrive
Antonello Sciacchitano, al nostro incontro e al nostro ascolto
reciproco.
La fiducia è una forma d'amore, perché tollera e ama
qualcosa che per Narciso è terrificante: che dopo lo scambio,
nel fango e nell'humus, non si possa stabilire cosa è dell'uno e
dell'altro. Gli scambi sono illusori se gli attanti dello scambio
pretendono di definire cosa è proprio e cosa dell'altro,
situazione di contaminazione dal punto di vista di Narciso. Ma ancora
più intollerabile è che dopo uno scambio nessuno dei due
è in grado di stabilire cosa nella propria realtà,
irreversibilmente trasformata, era dell'altro. Nella relazione erotica
le radici perdono d'importanza, perché si passa dalla posizione
filiale a quella genitoriale, senza annullare la prima, ma includendola
in un insieme più complesso. Solo la possibilità di
attraversare questa trasformazione catastrofica, che chiamiamo con
Glissant creolizzazione, rende pensabile il legame sociale, aprendo
luoghi comuni alla passione di sapere.
Se cessa l'isolamento narcisistico rispetto ai colleghi,
se alle
ideintificazioni verticali e orizzontali subentra la passione per lo
scambio, si trovano e si riconoscono luoghi comuni, nei quali, proprio
perché non sono esclusivi, è possibile abitare
temporaneamente, e non da soli. Luoghi comuni possono riguardare anche
psicoanalisi e scienza, o psicoanalisi e letteratura, come nel fenomeno
della creolizzazione. Romanzi come Terra rossa e pioggia scrosciante
favoriscono trasformazioni nell'immaginario collettivo, come le righe
lette a Porto Alegre, favorendo l'affioramento di ciò che le
culture a radice unica, a vario titolo e in vari gradi fondamentaliste,
devono rimuovere, qualificandolo come trascurabile o troppo oscuro.
A differenza delle culture new-age, che si situano ai margini delle
concezioni dominanti, o in nicchie isolate, come quella degli emigranti
italiani negli Stati Uniti, la letteratura e la poetica creolizzate,
hanno un luogo comune con la psicoanalisi perché nascono e
restano al centro della cultura continentale che estende il suo dominio
in tutti i luoghi del mondo. Essa non rappresenta l'attacco del nuovo
che preme ai confini col suo vigore per sostituirsi al vecchio
corrotto, come i barbari nell‘impero romano. Seguendo, intenzionalmente
o no, Freud, la cultura creolizzata non nutre alcuna illusione di
salvezza, né si accasa o si esilia nel proclama
dell'impossibilità di salvarsi che è l'estrema illusione
del pensiero ontologico. Essa scioglie il classico e il manierismo che
ne rappresenta l'espressione estrema aprendo il romanzo al sogno, alla
fia ba, al mito, raccontando storie che, non servendo un principio
dominante, possono essere utilizzate e lavorate da tutti.
Non si accasano in una stanza separata dalla cultura dominante,
bensì nel cuore stesso di questa, che pur cercando di
considerarle estranee ed espellerle, è affascinata e vivificata
dallo scioglimento che operano. Nascono e restano nel cuore della
cultura continentale alla quale non possono asservirsi, pena la loro
fine.
Accanto ai tentativi di dare uno statuto finito alla
psicoanalisi,
come quello psicoterapeutico, ve ne sono che gliene conferiscono uno
infinito, come quello che considera il lavoro analitico un lavoro
narrativo. E' utile esplorare i luoghi comuni fra psicoanalisi e
letteratura perché entrambe hanno in sé l'infinito e il
finito, non perché la seconda possa includere la prima. Ed
entrambe hanno una relazione con la scienza che viene misconosciuta
perché la loro complessità non conviene a concezioni
riduttive come quelle che restano tuttora dominanti.
In Freud la relazione tra letteratura e scienza comincia
con la
felicità espressiva e l'intensità narrativa dei suoi casi
clinici e continua nei nessi preziosi tra poesia e scienza, tra mito e
lavoro analitico, che punteggiano tutti i suoi scritti, e sui quali si
potrebbe lavorare ancora molto. Quando Freud parla di costruzioni
nell'analisi le esemplifica con una struttura narrativa, che Propp
avrebbe classificato con le funzioni X e Rm, danneggiamento
e rimozione della sciagura.
Se nelle presentazioni della tecnica analitica si sente
parlare
così poco di "costruzioni", il motivo è che si parla,
invece, di "interpretazioni" e dei loro effetti. Ma penso che
"costruzione" esprima il concetto nel modo più appropriato.
L'interpretazione si riferisce a ciò che si fa con un singolo
elemento del materiale: un'idea, un atto mancato o altro. La
costruzione, invece, presenta all'analizzato un pezzo dimenticato della
preistoria personale, qualcosa come: «Fino all'ennesimo anno
della sua vita lei si considerava l'unico e incontrastato proprietario
di sua madre, finché non arrivò un secondo figlio e con
lui una grave delusione. Per un po' fu abbandonato da sua madre, che
anche in seguito non si dedicò più esclusivamente a lei.
I suoi sentimenti per sua madre divennero ambivalenti, suo padre
acquisì per lei nuovo valore (Bedeutung)e
così via". (Freud 1937, Costruzioni in analisi;
traduzione di A. Sciacchitano; valigetta legamesociale)
Quando la costruzione è inesatta o sbagliata, essa
può
funzionare come esca di falsità per catturare una carpa
di verità. La costruzione narrativa falsa perciò non
solo non è dannosa, ma ha un valore che la rende qualcosa di
diverso da un errore innocuo. Funziona come un segmento
narrativo, un bulbo o un rizoma di racconto, che la coppia analitica
deve abbandonare per procedere, ma per scartarla l'hanno presa in
considerazione quanto basta per disporre di un primo contenitore,
un'esca di racconto, che permette a un racconto più vero di
affiorare.
Per l'analista non credo ci sia interrogazione più appassionante
né più ardua di quella che riguarda la trasformazione in
analisi:
...Non abbiamo mai smesso di interrogarci sui risvolti di
questo dato d'esperienza: perché accade qualcosa di
trasformativo, come spostamento di rappresentazione, quando l'altro si
sente ‘colto', ‘capito', in un particolare punto? In un suo nesso
privato di senso, che solo allora, quando si è sentito ‘capito'
si permette anche di abbandonare? (S.A. Tilli, Al di là del
principio di guarire; ETS, Pisa 2001; p. 99)
Come accade che il filo vitale e mortale del delirio
possa
ritessersi nel comune tessuto del linguaggio, che il fantasma che
accentra la coazione a ripetere rientri in una struttura narrativa
all'interno della quale interagisce con altri personaggi? Non troviamo
una risposta univoca, ma siamo alle prese con un carattere della
narrazione che riguarda sia il lavoro analitico che la letteratura. E
possiamo osservare cosa fluisce quando questo accade: una storia, una
storia che tiene, priva di legittimazioni divine o assolute, con
nessuna promessa di salvezza, una storia della quale nessuno può
certificare la verità, che vola via appena le si impone una
legittimazione assoluta. Una storia che chiama a entrare nel mondo
della parola e del racconto qualcosa che si trovava separato, isolato,
come le cose e le persone che non hanno diritto di abitare il
territorio legittimato, vecchi e nuovi barbari, che minacciano i
confini dall'esterno o dall'interno.
Appena si narra una bella storia si ritrova un mondo appassionante, che
permette a Eros di manifestarsi ambiguo e fecondo, e il racconto
è tanto barocco, ricco e cangiante e imprevedibile, che perfino
la morte, che non perde tempo con Narciso né con Laio,
può mettersi ad ascoltare.
Nel romanzo Terra rossa e pioggia scrosciante di Vikram
Chandra, che portiamo ad esempio dei frutti della comunità
creolizzata, il protagonista è una vecchia scimmia, che in punto
di morte ricorda che in una vita precedente era stata un uomo. Con la
memoria umana si sveglia il suo amore per la vita, e la scimmia chiede
agli dei che le concedano il tempo di raccontare quella storia. Tre
divinità le concedono di vivere fino a quando i suoi racconti
siano appassionanti: se metà del suo pubblico darà segni
di noia per più di cinque minuti, dovrà morire. E allora
la scimmia Shahrazàd comincia a raccontare, mentre gli dei
l'ascoltano, anche Yama, dio della morte, seduto su un invisibile trono
di buio nel quale danza un pulviscolo dorato.
Ci si può avvicinare poeticamente a
un'identità meno
narcisistica seguendo il martinicano Glissant, che descrive
l'identità arcipelagica partendo dalle Antille, dove il mare,
scorrendo fra le terre, favorisce un immaginario che, nascendo comunque
dal viaggio e dall'erranza, non vuole eternarsi nel poema epico e nel
mito originario, per trasformando la terra in un territorio nettamente
separato dal mare.
Nelle civiltà mediterranee il mare è fra le terre, che
finiscono oltre il mare nostrum: attraversando le Colonne
d'Ercole si precipita fuori dal mondo come l'Ulisse medievale. Nelle
civiltà continentali, come quelle che succedono alla conquista
dell'America, l'oceano è contrapposto al territorio, e
l'identità continentale si pone come una struttura identitaria
compatta, che guarda al mare come al passaggio da attraversare per
estendersi, per continuare il dominio attraverso altre conquiste e
altre colonizzazioni. Ricorriamo a un altro poeta, Fernando Pessoa, per
evocare il peso e il disincanto dell'identità europea:
E toldam-lhe romanticos cabellos
Olhos gregos, lembrando.
Aquelle diz Italia onde é pousado;
Este diz Inglaterra onde, afastado,
A mão sustenta, em que se appoia o rosto.
O Occidente, futuro do passado.
O rosto com que fita é Portugal.
L'Europa giace, sui gomiti poggiando
giace da Oriente a Occidente, fissando,
e le ombreggiano i romantici capelli
gli occhi greci, ricordando.
Il gomito sinistro è rigirato;
il destro è ad angolo disposto.
Il primo dice Italia, ove è posato;
l'altro dice Inghilterra ove, discosto,
regge la mano dove poggia il volto.
Fissa, con sguardo sfingico e fatale,
l'Occidente, futuro del passato.
Lo sguardo con cui fissa è il Portogallo.
(Fernando Pessoa ortonimo, Una sola moltitudine, vol. II,
Adelphi, Milano 1984; p. 140)
Contenitore dell'immaginario di tutto il mondo, la
letteratura
struttura la possibilità di passare dalla condizione privata a
quella pubblica, costituendo un luogo di scambio che funziona come una
terra senza confini, per quanto le divisioni in generi e in periodi
tentino di dividerla in modo stabile. Fa parte anche del gioco
letterario la spinta a un'identità continentale, a radice unica,
che vuole fare dei luoghi comuni, abitabili temporaneamente da tutti,
territori legittimati e in guerra fra loro. Ma la felicità
espressiva non può essere costretta nei territori, perché
nel momento in cui viene legata è spinta verso la sua
libertà, di transitare nello scarto fra significante e
significato, di favorire l'emersione di realtà fino a quel
momento prive di nome: perché abbia nuovamente luogo l'atto
poetico che fa sgorgare una trasformazione, rilanciando il lavoro della
cultura.
Leggendo Freud nella traduzione di Antonello Sciacchitano ho fatto
tesoro di un particolare passaggio di Psicologia collettiva e
analisi dell'Io, a proposito dell'uccisione del padre. Si trova nei
Supplementi, quando Freud richiama il mito scientifico
dell'orda primordiale, per localizzare nell'evoluzione psichica
dell'umanità il punto in cui, per il singolo, si perfeziona il
passaggio dalla psicologia collettiva all'individuale. Dopo
l'uccisione del padre sorge la comunità fraterna totemica,
con lo scopo di serbare ed espiare il ricordo dell'assassinio.
L'insoddisfazione spinge verso nuovi sviluppi, che danno luogo
a una nuova famiglia, che non è altro che l'ombra
dell'antica, nella quale molti padri si limitano a vicenda.
A un certo punto il nostalgico senso della mancanza spinse
un
singolo a staccarsi dalla massa e a porsi nel ruolo di padre. Chi ci
provò fu il primo poeta epico, che compì il passo in
fantasia. [...] Il mito è quindi il passo con cui il singolo
esce dalla psicologia collettiva [ed entra nell'individuale] (Freud
1921; traduzione di A. Sciacchitano, cit.)
Il testo freudiano indica una direzione di ricerca verso
qualcosa
che riguarda il lavoro poetico come quello analitico, e che rimanda
alle diverse strutture dell'immaginario e del simbolico, ben lontano da
certe analogie riduttive tra lavoro analitico e letteratura. Si tratta
di comprendere l'importanza della fantasia e della struttura narrativa
nella trasformazione della cultura, nel Kulturarbeit. Il
passaggio alla cultura come patrimonio di storie avviene attraverso il poeta
e il mito. Il ruolo della fantasia e del sogno viene evocato, se non
invocato, quando in Analisi finita e infinita Freud scrive:
Occorre dire: "Allora non c'è che la strega". La
strega
metapsicologia per la precisione. Senza speculare metapsicologicamente,
senza teorizzare - stavo per dire fantasticare - non si fa un passo
avanti. (Freud, 1937; tr. cit.)
In Analisi finita e infinita Freud evoca una
ripetizione
sconfortante, nella quale il soggetto deve dibattersi nell'inutile
ricerca di un punto fermo. L'angoscia paralizza il pensiero in un lutto
permanente per la perdita della legittimazione assoluta, o
nell'espulsione del lutto dell'acting suicida o omicida. Quale
comunità può mai essere possibile o desiderabile, se non
pone al centro della sua riflessione l'elaborazione di questo lutto?
Per essere tale l'analista attraversa il godimento e la sofferenza
della creolizzazione, è consapevole che si comincia da una
condizione di emigranti nudi, come ogni essere umano, quando si
è espulsi dalla nave del seno materno. Ma mentre gli esseri
umani cercano di dimenticare quella condizione coprendola con un
origine legittimante, a radice unica, l'analista non solo deve
ricordarla, ma riconoscerla nelle sue manifestazioni continue, quando
ascolta i sogni notturni, i propri e quelli degli altri, i lapsus, i
sintomi: come potrebbe intenderli senza tollerare i momenti di nera
nudità, che accettando l'incertezza del linguaggio può
nominare cose rimaste prive di nome fino a quel punto?
L'esperienza del terzo emigrante, che se non si interroppe troppo
presto con l'acquisizione di un'identità legittimante porta al
gioco della creolizzazione, ha il tono dell'heimlich e dell'unheimlich,
del perturbante, o fascinante, come traduce Sciacchitano.
Intimamente nostra, come la sensazione di straniamento che proviamo
svegliandoci da un incubo, e irrimediabilmente estranea, perché
mai padroneggiabile, essa si compie in un batter d'occhio e consente la
trasformazione.
Come analisti ascoltiamo persone prevalentemente nevrotiche, che
soffrono perché sono in qualche modo soffocate da forme di
legittimazione atavica, o psicotiche, che non avendo mai sperimentato
abbastanza la stabilità di un territorio, non possono risiedervi
né uscirne. Né hanno alcuna possibilità nemmeno di
immaginare un arcipelago.
Un altro rischio dal quale occorre stare in guardia accogliendo la
metafora dell'identità arcipelagica di Glissant è quello
di andarci per un soggiorno temporaneo, come in vacanza ai Caraibi.
Visto che il lavoro epistemologico conviene alla ricerca e alla teoria
psicoanalitica, come mai gli analisti vi si dedicano per lo più
di rado e superficialmente, come se la possibilità di lavorare
in maniera efficace sui propri concetti fosse un'attività
facoltativa? Ho trovato un'ipotesi di risposta osservando come Freud,
grande epistemologo, ribadisca in certi passaggi una specie di fede
cieca nella scienza del suo tempo, che pure innovava radicalmente. Per
procedere slacciando i legami con le concezioni dominanti nella nostra
cultura, costitutive quindi della nostra stessa identità,
è necessario mantenere a livello immaginario qualche ancoraggio,
perché non è immaginabile di strapapre la nostra radice
immaginaria. Non è che un limite, fra i tanti, e possiamo
osservare che aver mantenuto un ancoraggio alla roccia dura della
pulsione non ha impedito a Freud di rivoluzionare irreversibilmente
la concezione della realtà psichica. Probabilmente gli
psicoanalisti, affermando la loro non omologabilità a qualunque
ordine professionale, la diversità della loro formazione da
qualsiasi percorso istituzionale, e tollerando, se fanno questo lavoro,
la condizione di emigranti nudi, non si occupano di epistemologia per
lasciare intatta a livello immaginario l'idea di una scienza che si
occupa di cose concrete e misurabili.
In fondo il nostro tempo ha nella scienza il suo mito più
grande, in una scienza che indica la vera realtà, la sola
possibile, legittimando le operazioni del potere, dalle campagne di
diffusione di psicofarmaci ai bambini ipercinetici della scuola
materna, alle guerre per rendere sicuri gli spostamenti in aereo. E
mentre come analisti ci collochiamo decisamente altrove rispetto a
questa scienza, come esseri umani lasciamo intatta l'illusione
immaginaria che qualcuno, da qualche parte, si occupi di cose concrete,
che hanno un vero peso e una effettiva estensione.
Se perdurasse, la rimozione del lavoro epistemologico non avrebbe la
funzione di limite della roccia dura in Freud. Essa
costituirebbe una scotomizzazione dei luoghi comuni tra la psicoanalisi
e le scienze contemporanee, che non hanno nulla a che fare con la
scienza volgarizzata e tecnicizzata. Ne conseguirebbe una regressione
della teoria rispetto alle rivoluzionarie novità freudiane,
verso modalità mitologizzanti, ontologizzanti,
psicomoralizzanti, che soffocherebbero la psicoanalisi come il sultano
delle Mille e una notte soffocava al mattino la fanciulla che aveva
sposato la sera.
Se l'analisi rappresenta la sua dimensione temporale fra
terminabilità e interminabilità, è sbattuta fra
tecniche psicoterapeutiche e seduzioni ontologiche e mitiche. Ma se al
posto di terminabile e interminabile compaiono il finito e l'infinito,
si ritrova la possibilità della riflessione sull'estensione del
lavoro analitico, che non si descrive con un termine ad esclusione
dell'altro. Il terminabile e l'interminabile si escludono a vicenda,
mentre l'infinito non esclude il finito, implicandolo tanto nel
discorso scientifico quanto nella poesia.
Allo stesso modo il vero e il falso si escludono nella logica di non
contraddizione, mentre nella realtà psichica e
nell'epistemologia hanno uno spazio comune. Vero e falso possono
distinguersi pur essendo termini dello stesso procedimento, come nella
costruzione analitica che con un'esca di menzogna può catturare
una carpa di verità.
Sulle tracce dell'identità arcipelagica, dove le terre
circondate dal mare suggeriscono transiti, non territori da
colonizzare, da nominare per parlarne insieme, non da battezzare
secondo una delega divina, transitiamo dall'arcipelago delle Antille di
Glissant alla Grecia antica, quando il Mediterraneo, non ancora Mare
nostrum, ma scorreva fra le isole e le coste frastagliate. Come
possiamo immaginare la nascita di Venere se non in un arcipelago?
Il Tempo tagliò con la falce affilata il membro
del Cielo, e lo lanciò dalla riva nel mare mai stanco;
e il mare lo cullò per tanto tempo, e intanto
sgorgava la candida spuma dal membro immortale:
nella spuma si nutriva una vergine, e quando nacque,
sulle onde il mare la portò agli abitanti di Citera divina,
e poi a Cipro, che le onde lambiscono intorno;
la dea venerata incantevole emerse dal mare:
dove poggiava i morbidi piedi cresceva l'erba fiorita;
gli uomini la chiamano Afrodite, perché è nata
dalla candida spuma, e Citerea incoronata di luce,
perché dapprima apparve agli abitanti di Citera,
e Ciprigna, perché nacque a Cipro circondata dal mare,
e poi la chiamano anche amante-del-membro,
perché ha avuto origine dal membro del Cielo;
appena è nata e ha rivolto lo sguardo agli dei,
Eros è divenuto suo compagno
e Desiderio l'ha seguita, per sempre
(Esiodo, Teogonia, vv.
188-203; tr. mia)
I miti, come le fiabe, formano un arcipelago di isole e
di nomi, che
si legano e si sciolgono, e di origini multiple che non si
contraddicono a vicenda: come vantare un'origine che fornisca una
legittimazione assoluta in questa storia nella quale ogni barocco trova
nutrimento?
Eros è per Esiodo una divinità primigenia, mentre per il
mito orfico nacque da un uovo d'oro deposto dal Vento che correva nella
Notte. Diotima poi racconta che Eros nacque da Poros e Penia nel
compleanno di Afrodite: come possiamo cercare una legittimazione
assoluta, se il prezzo è la perdita del grande demone che
congiunge tutte le cose?
Il mito del realismo riduzionista liquida come primitivo questo
arcipelago immaginario di miti e di origini multiple, e pone se stesso
al grado più alto dell'evoluzione, poggiando sul senso affettivo
del bambino convinto che i genitori si siano incontrati solo per far
nascere lui. Dallo stesso arcipelago si leva la voce di Eraclito per
indicarci un mondo che è allo stesso tempo armonico e aleatorio:
Rifiuti a caso gettati il bellissimo cosmo
(D124)
Il poeta, come l'analista, segue un desiderio di
raccontare e di
ascoltare, suo e degli altri, e ha fiducia nella reciproca
possibilità di comprendersi, su isole su cui si può
sostare, transitando. Abitare l'arcipelago mette il desiderio di
spostarsi su altre isole, di continuare la migrazione, perché
solo il mito dell'origine divina fornisce l'illusione di bastare a se
stessi e di essere in rapporto con altri che per la stessa appartenenza
sarebbero in sintonia con noi, stabilmente uguali.
Chi ne ha bisogno continua a seguire il profeta e il condottiero che si
dichiarano depositari di una rivelazione a vario titolo divina,
provvedendoli quotidianamente di verità, e predicono salvezza
per i seguaci e perdizione per i miscredenti e gli oppositori. Nella
misura in cui si aderisce a questa illusione, ci si allontana dallo
scienziato e dal poeta, e il sapore della verità di cui
raccontano, che si gusta solo lavorando sia il vero che il falso.
Vero e falso sono, fin dall'inizio del racconto, parte dello stesso
gioco, come nella vocazione poetica di Esiodo, che fino a quando fu
chiamato dalle Muse si occupava di cose concrete:
Mi trovavo a pascolare il gregge ai piedi del monte Elicona,
quando sentii le voci delle divine fanciulle,
sentii le figlie di Zeus ammantato d'egida invincibile,
che cominciarono a dire: - Pastori campagnoli, brutta razza,
solo-pancia, noi sappiamo raccontare storie false che sembrano vere,
e quando vogliamo sappiamo raccontare storie vere -
così dissero le figlie del grande Zeus, lingue-sciolte.
(Cit., vv. 23-29)
Da allora, racconta Esiodo, non me ne importò
più di
alberi e di rocce: la letteralizzazione della realtà psichica
viene abbandonata come un discorso che può essere incluso nel
canto mitico, nel racconto, nella parola, mentre non può essere
compreso dalla riduzione concretistica.
Il discorso potrebbe continuare all'infinito, perché
l'arcipelago ha tante isole, e come si può passare
dall'arcipelago di Glissant a quello greco, da questo si approda su una
costa frastagliata, e poi ci si addentra, fino al cuore del continente,
perché accettando il godimento e la sofferenza della
creolizzazione l'identità atavica e le culture compatte si
snodano, come una sfera illusoria che scollandosi si riveli un toro,
all'interno del quale passa il vento, senza fine.
La passione per la parola - mito significa parola e discorso e racconto
- dissolve la compattezza illusoria dell'identità narcisistica,
ed Eros fluisce nella mobilità metamorfica dello scambio, che
comprende riconoscimento e distacco, in un frangersi infinito di onde
sulle rive.
Immaginiamo di restare sulle tracce di una comunità creolizzata,
di cui non abbiamo mai visto realizzazioni estese nello spazio e nel
tempo, né contiamo di vederne. Eppure possiamo testimoniare del
sapore di questa comunità utopica, che transita nelle relazioni
che abbiamo avuto e non vogliamo dimenticare, in quelle che abbiamo e
cerchiamo di mantenere e nelle nuove che speriamo di non misconoscere.
La traccia sta alla via come la rivolta al comando, come il
giubilo alla tortura. [...] Non si segue la traccia per sfociare in
percorsi comodi, la traccia è tesa verso la propria
verità che è quella di esplodere, di sfaldare
completamente la norma seduttrice. [...] Attacchiamo tutti dentro di
noi i frammenti delle nostre storie offuscate, ma non al fine di
costruire un nuovo modello di umanità da contrapporre, in modo
prevedibile, agli altri modelli che siamo costretti ad imporci. Ecco la
devianza che non è fuga o rinuncia, ma la nuova arte di
sciogliere il mondo.
La traccia non ripete il viottolo a malapena segnato su cui si
incespica, né il viale ornato che si chiude su un territorio,
sulla grande proprietà. E' un modo opaco di imparare il ramo e
il vento, essere se stessi derivati dall'altro, il granello di sabbia
nel vero disordine dell'utopia, l'insondato, l'oscurità dentro
la corrente di un fiume inarrestabile. I paesaggi antillani ricordano
altri paesaggi ed ogni incontro vi insinua la sua traccia singolare,
torrenti e fiumi, stabilendo correlazioni; corrono fragili e ostinati,
questi bracci di linguaggio che si interpellano. Colline e pianure
degradano in racconti, frantumano l'inspiegato del mondo. Non mancate a
questo nuovo tema che si sforza, non vi offendete per i vocaboli
insolenti, né per quelli che avete urlato coperti di troppe
terre, di troppi spazi. Risuonano dell'improbabile e del rischio che
condividiamo. Il pensiero della traccia promette alleanze al di fuori
dei sistemi, rifiuta il possesso, si apre su questi tempi frammentati
che le umanità di oggi moltiplicano fra di loro, tra scontri e
meraviglie.
Ecco è l'erranza violenta della poesia. (Glissant, cit., pp.
55-56)
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