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ADALINDA GASPARINI                PSICOANALISI E FAVOLE
In Le storie che curano. Rappresentazioni
DA: NOTE DA UN'ASSOCIAZIONE PSICOANALITICA A cura di Silvana Caluori, pp. 167-191
Pisa ETS 2002

Note presentate il 17 ottobre 2002 nel seminario permanente di didattica e teoria della clinica dell'Associazione Psicologia della Rappresentazione presso Gradiva, Istituto per la ricerca in Psicoanalisi.
Contributo all'incontro della Comunità italiana di psicanalisi tenutosi nello stesso Istituto, il 27 ottobre 2002, sul tema
La comunità e la parola.


L'aporia per gli psicoanalisti che si incontrano in associazioni, e hanno bisogno di regole formalizzate, per quanto sotto gli occhi di ciascuno di noi, esaminata tante volte, richiede una costante attenzione, anche se, essendo un'aporia, può essere al massimo contornata, circoscritta, mai penetrata a fondo, risolta. Si tratta di un'aporia che provoca l'esplosione o l'implosione dei gruppi psicoanalitici, piccoli o grandi, potenti o meno potenti. E' un'aporia strutturale della condizione umana, risolta temporaneamente grazie alla rimozione. Se le società non psicoanalitiche, come un tribunale, un parlamento, il consiglio amministrativo di un'azienda, una parrocchia, vale a dire una chiesa, uno stato, e le loro parti, possono e devono favorire e sostenere la rimozione, gestendo i vantaggi secondari e ammortizzando gli svantaggi della alienazione del singolo nell'istituzione, un gruppo di psicoanalisti, operando per scelta in direzione opposta alla rimozione, non può scegliere di illudersi sulla bontà dei processi all'opera nelle strategie associative esistenti, ai quali partecipano quando redigono uno statuto e decidono gli organi che devono informare gli iscritti, indire le riunioni e riscuotere le quote associative. D'altra parte ci sembra ingenuo e infantile pensare che minimizzando le pagine statutarie, evitando di depositarle dal notaio, formalizzando il meno possibile gli organi direttivi e amministrativi, si eviti il danno derivante dall'aporia che ciascuno di noi ha patito: la questione, che pesa molto, non ha dimensioni quantitative, e si ha poco guadagno riducendola da tonnellate - quelle che zavorrano le grandi società - a chili, grammi, o milligrammi. Anche se si maneggiano piccole quantità strutturate da questa aporia, si hanno gli stessi rischi di esplosione e implosione: lo comprendiamo con fastidio quando ci dedichiamo a paradossali disquisizioni durante i nostri più tragicomici incontri, siano a Spaziozero o nelle nostre associazioni locali, piccole a piacere, ogni volta che un conflitto tra i loro membri ci costringe a invocare le regole statutarie o a riformularle.
Determinata dalla incommensurabilità di coscienza e inconscio, l'aporia è presente nella teoria come nel lavoro psicoanalitici, e genera con la psicoanalisi una rivoluzione irreversibile, a dispetto delle controriforme di area annafreudiana o junghiana, nel gioco dei concetti di normalità e anormalità. Vengono indicati come labili i confini tra le persone normali, membri desiderabili di una struttura sociale, e le persone anormali, malate di mente, folli, da curare anche violentemente, con una reclusione che prendeva la forma delle mura del manicomio o di quelle degli psicofarmaci.
Per descrivere la nostra aporia partiamo dalla formula giuridica, che uno psicoanalista potrebbe anche considerare estranea al suo lavoro, dell'incapacità di intendere e di volere. Fino a qualche decennio fa la formula concludeva in maniera soddisfacente i processi nei quali la contraddizione fra motivazioni apparenti, considerate oggettivamente sensate, e motivazioni inconsce, considerate insensate, era tale da non consentire una sentenza proporzionata al delitto. Sembra che gli adolescenti criminali che emergono come un incubo collettivo ci impongano di non accontentarci della sistemazione tradizionale della qualifica di responsabile o irresponsabile, da punire o da curare, vittima o assassino.
Possiamo osservare che il senso comune, e la legge che ne rappresenta la teorizzazione più raffinata, associano l'incapacità di intendere e volere, quindi la presenza della malattia mentale, che pone il soggetto fuori da una normale responsabilità e punibilità, alla debolezza e all'incoerenza ideative. Ricordo a questo proposito l'episodio avvenuto in un seminario sulla malattia mentale negli anni Settanta, in cui Silvana Caluori per un intero anno accademico aveva lavorato con gli studenti per far loro comprendere la complessità della realtà psichica, la violenza presente nei manicomi, la necessità di riflettere sulla patologia psichica. Durante l'ultimo incontro, quando sembrava che gli studenti avessero appreso un'attitudine alla riflessione, una studentessa che manteneva il suo lessico toscano, dove, come in tutti gli idiomi locali il buon senso comune ha un sapore più convincente, esclamò: "O professoressa, ma i grulli... e son grulli!"
La studentessa rifiutava senza infingimento la ferita narcisistica inferta dalla psicoanalisi, che toglie all'io l'illusione di essere padrone in casa propria, e, peggio ancora, l'illusione che esista un modo di conquistare questo dominio.
Durante una conversazione a Firenze Sciacchitano osservava come di fronte ai crimini interni alla famiglia o apparentemente senza ragione non si voglia comprendere che si tratta di passaggi all'atto in persone malate di psicosi paranoide. Mi sono chiesta come mai i media e gli esperti che li frequentano non ricorrano a questa lettura, visto che sembrano rispondere a un forte bisogno di comprendere per contenere l'ansia di fronte all'incursione del reale che ha aperto una falla nella rappresentazione culturale di se stessi e del mondo. Nonostante qualsiasi psico-qualunque-cosa sappia qualcosa dei paranoici, della loro possibilità di esprimere acutezza e coerenza ideativa, le disquisizioni intorno al possesso di facoltà mentali sufficienti a far considerare responsabile il colpevole, quindi in possesso della capacità di intendere e di volere, non si tratta mai del fenomeno della psicosi paranoide e del passaggio all'atto che può trasformare in omicida come in suicida chi ne soffre.
La rimozione della diagnosi di passaggio all'atto in una personalità paranoica ha la funzione di mantenere l'illusione di un confine riconoscibile dal senso comune tra normalità e follia, imputabilità o non imputabilità. Sulla difficoltà della diagnosi di paranoia come difesa identitaria ha parlato Silvana Caluori nell'aprile scorso, nella sua conferenza Lo zoccolo di Pan. Sessualità e psicoanalisi:

E come può non sentirsi dio onnipotente il serial killer, il pazzo omicida che spara a caso sui passanti, o il protagonista di turno dei vari assassinii, familiari o meno, di cui le cronache e i dibattiti televisivi non ci risparmiano certo dettagli, morbosi approfondimenti e tragici "psicodrammi" di tutti i generi? Come non pensare a un delirio paranoico alla base di questi gesti?
Appare davvero strano che in tutti i dibattiti che si sono svolti intorno a questi argomenti non si sia mai fatto cenno alla paranoia - l'unica volta che mi è capitato di sentire un'allusione ad essa, senza peraltro che fosse nominata, è stato di recente in televisione, quando, a proposito della giovane matricida-fratricida di Novi Ligure, veniva detto che in lei erano presenti pensieri persecutori. Forse il motivo di tale rimozione potrebbe essere rintracciato nel fatto stesso che la paranoia è, dal punto di vista della psicoanalisi, primaria, nel senso che nessuno se ne può dichiarare immune; come dire che, essendo a tutti noi così prossima, finiamo con il misconoscerla, dove, soprattutto, si presenta in modo così inquietante.
Del resto, l'essere umano fa poco volentieri i conti col principio di realtà, nel senso che spesso tutto ciò che si pone come ostacolo al suo desiderio viene vissuto in modo persecutorio, perché minaccia il suo stesso senso di integrità identitaria. Anche per questo motivo, ma non solo, possiamo definire la paranoia come primaria e universale, qualitativamente uguale in tutti, anche se quantitativamente diversamente articolata.

La rimozione di questa diagnosi implica la condanna a non comprendere il senso del crimine stesso, e da questo dipende il fatto che la condanna pronunciata nel processo di primo grado, considerando normalmente imputabile il colpevole, diventi inapplicabile in appello, perché si afferma la sua incapacità di intendere e di volere.
Il paranoico che uccide un familiare agisce per una sorta di legittima difesa, soggettiva e immaginaria, che per lui vale come assolutamente reale. Può programmare il crimine, premeditarlo lucidamente, ma se afferma che la madre voleva avvelenarlo come capo di un complotto mondiale diventa difficile considerarlo in pieno possesso delle sue facoltà mentali.
Immaginiamo ora che in un caso di questo genere il giudice sia uno psicoanalista: di fronte al crimine potrà e dovrà comminare una delle pene previste dalla legge, ma comprendendo la condizione dell'imputato non potrà considerarlo capace di intendere e di volere.
La legge distingue tra coscienza e incoscienza, e opera come se fra le due condizioni corresse un discrimine netto. E' possibile immaginare una legge che non contempli questo discrimine?
Nella storia la distinzione tra legge umana e divina, tra ciò che è colpa di fronte agli uomini e di fronte a Dio, ha risolto il problema in maniera abbastanza soddisfacente per molti secoli. Pensiamo alla Divina Commedia, dove i papi possono essere infallibili per la Chiesa mondana e condannati all'inferno nell'aldilà, dove Guido da Montefeltro, morto come un sincero penitente, è all'Inferno, mentre Manfredi, morto sotto scomunica, andrà in Paradiso.
La perdita della dimensione divina nelle istituzioni umane carica queste di maggiore importanza: sono le sole dalle quali gli esseri umani possono sperare l'applicazione della giustizia. E i crimini senza ragione, i matricidi e gli infanticidi, dove siamo incerti fra l'esecrazione e la compassione verso chi li ha commessi, segnalano, come un incubo collettivo, la rimozione di una verità: è ormai così incerto il confine tra colpevolezza e innocenza, tra vittima e assassino, e sono tanti i dubbi intorno alla pena da comminare, che siamo costretti a rimuovere la verità per non riconoscere la caduta dell'illusione di una giustizia raggiungibile nelle istituzioni.
Noi psicoanalisti non abbiamo nessuna difficoltà a riconoscere tutto questo, anche se dovremmo interrogarci di più sulla rimozione della psicoanalisi, proporzionale alla forza destabilizzante della verità che sono comunemente scotomizzate. Ma ci troviamo violentemente condizionati dal problema quando dobbiamo scegliere le regole, o la mancanza di regole, per il nostro incontrarci, quando desideriamo farlo per confrontare le nostre riflessioni sulla clinica e sulla teoria, per non lasciare alle società più grandi l'onore e l'onere della formazione, gli spazi per pubblicare e per organizzare convegni, e qualunque cosa renda vivo lo scambio psicoanalitico.
Immaginiamo che una comunità di psicoanalisti, più o meno regolamentata, abbia come presidente il didatta X, i cui allievi fanno parte della stessa associazione. Immaginiamo che consideri il didatta Y, che opera in un'altra città, come un seduttore che cerca di portargli via allievi per incrementare il suo potere. Pensiamo che nello spazio di parola, come un'assemblea o una tavola rotonda, X risponda con la sua elaborazione a quanto Y presenta? non è probabile che, avendolo interpretato, parli per evitare che i suoi allievi possano apprezzarlo come possibile maestro, screditandolo apertamente o dietro le quinte? E se Y interpreta a sua volta X, considerando la sua posizione come dovuta a invidia o, peggio, a un tratto paranoide, potrà attenersi al discorso manifesto? peggio ancora: sarebbe giusto che X o Y si comportassero come se non facessero diagnosi? Se da una parte è scorretto interpretare i colleghi, dall'altra è insensato non interpretarli, ammesso che sia possibile.
Se poi Z, allievo di X, manifesta un interesse per l'elaborazione di Y, il suo maestro potrà interpretare questo interesse come una tendenza a tradirlo, con effetti difficili da elucidare.
Questo esempio molto banale penso possa indicare come, lasciando da parte la disonestà o la malafede, vi sia in un incontro tra psicoanalisti qualcosa che mina radicalmente il lavoro di confronto.
Abbiamo tutti presente per esperienza e per conoscenza della storia delle associazioni psicoanalitiche, dal gruppo che si riuniva il mercoledì a casa di Freud in poi, le tensioni, le scissioni, le diaspore, che caratterizzano il movimento psicoanalitico.
Come i bambini consideriamo le regole in funzione del gioco, mentre le istituzioni pongono le regole al di sopra del gioco di cui consentono lo svolgimento. Ma i bambini si preparano a diventare adulti, e il loro senso di fallimento, se un conflitto fa sì che il gioco si interrompa e tutti tornino anticipatamente a casa propria, è mitigato dal fatto che si ritroveranno il giorno dopo a giocare, legati dalla vicinanza fisica e dal fatto che hanno un contenitore comune, costituito dalle regole degli adulti. Noi psicoanalisti pensiamo di conoscere le regole e ciò che le può rendere insussistenti, e anche nell'ipotesi che il nostro parlare e il nostro agire non siano marcati dall'immaginario, abbiamo bisogno di regole per permetterci di giocare insieme, ma non siamo disposti a seguirle quando il nostro tornaconto viene meno.
La consapevolezza del transfert, del suo eterno riproporsi, e della coazione a ripetere come sclerosi della nostra parola e delle nostre scelte, sono la croce e la delizia dei nostri scambi. Se mi interrogo su quel poco che conosco delle società psicoanalitiche più ampie e stabili, e di quelle più locali e fluide, dei loro meccanismi di proliferazione, di irrigidimento, di decadenza e di emergenza, posso trovare solo questo senso: questa mobilità che spesso appare caotica e dispersiva è probabilmente il solo modo di non rimuovere l'aporia dell'incommensurabilità fra coscienza e inconscio, che si presenta come atto quando non può essere rappresentata nel linguaggio. Se pensiamo a una associazione che riunisse tutti gli psicoanalisti con regole e organismi soddisfacenti dovremmo delineare, oggi come in futuro, una condizione mortifera della psicoanalisi, che non avrebbe modo di evitare l'istituzionalizzazione.
Mi sembra che l'aporia renda impossibile un'associazione soddisfacente e stabile, sia piccola, sia grande, dallo statuto sia complesso e depositato dal notaio, sia di poche righe.
Ma non possiamo evitare di confrontarci con l'aporia tra lavoro psicoanalitico e appartenenza all'istituzione, dato che viviamo nell'istituzione, parliamo nell'istituzione, siamo pagati e paghiamo con soldi istituzionali. Ingenuamente si potrebbe pensare che la soluzione meno dannosa sia collocarsi fuori da qualunque associazione psicoanalitica, oppure operare per lo scioglimento delle istituzioni psicoanalitiche: ma si può essere solitari solo perché altri sono associati, e si può sciogliere qualcosa solo perché si è costituita.
Se come i bambini consideriamo le regole funzionali al gioco, e non viceversa, come i giuristi e i burocrati, come adulti e psicoanalisti non possiamo accettare il fallimento delle nostre associazioni senza riflettere, senza elaborare la sofferenza che ne deriva.
La dominante dell'aporia nella vita associativa degli psicoanalisti, e negli scambi fra associazioni diverse, è certamente il transfert nelle relazioni tra maestri e allievi. Costituendosi dalla materia pulsionale dell'inconscio, non è democratico, conosce quindi solo forme di tipo primario, comunque endogamico. L'associazione legale presuppone una possibilità di procedere oltre la condizione endogamica, di lasciare il mito della razza e della stirpe per affermare un diritto capace di mitigare la violenza dell'orda, nelle sue innumerevoli versioni. Pensiamo di poter fare a meno di cercare un modo di renderlo possibile fra noi?
La nostra presenza qui, oggi, vale come risposta?
(pp. 167-175)


Ultima revisione 4 novembre 2018