| 1988a | Paese
Sera, 25 aprile 1988 |
ALADINO
SUL LETTINO |
L'articolo anticipa la soluzione del 'giallo' della fiaba, raggiunta con un'originale filologia psicoanalitica. Per una trattazione esauriente, successivamente confermata dal filologo arabo Muhsin M. Mahdi, vedi il capitolo Kabikaj, una storia della storia di Aladino, nel saggio del 1993, Aladino e la lampada meravigliosa. |
| 1988b | In: AA.VV. Rappresentazioni, n.1, Gradiva, Archivio Sassolini, Firenze; pp. 86- 113 |
LA MAGIA DELLA FIABA ![]() |
Rielaborazione della conferenza tenuta nel 1987 all'Istituto Gradiva, a Firenze, il saggio si apre su un affresco di Giulio Romano dal ciclo di Amore e Psiche nel Palazzo Te di Mantova: Psiche si è addormentata di fronte alla confusa congeries, all'immenso mucchio di semi che deve ordinare prima del mattino, compito che le formiche assolveranno per lei. Come il mucchio di semi e di piume, così è la fiaba per il ricercatore: l'indefinito della fiaba, che corrisponde alle sue figurazioni della realtà psichica, esige rigore, a meno che non si voglia sfumare ambiguamente l'interpretazione in senso moralistico o sottomettendola a schemi teorici non esplicitati. Cosa rende le fiabe così affascinanti e sfuggenti? Intorno a una speranza e a un desiderio scorrono prove e perdite, tra le quali la magia è un elemento del discorso, essenziale al funzionamento della sintassi fiabesca. La magia punteggia la trasformazione, e può rappresentare i cambiamenti che si danno nel lavoro analitico. |
| 1991 | In:
AA.VV. Rappresentazioni,
n.2, ETS, Pisa; pp. 67-112 |
A PROPOSITO
DELLA FIABA COME RAPPRESENTAZIONE
EIDOPOIETICA ![]() |
Il saggio anticipava il contenuto del primo capitolo del libro Aladino e la lampada meravigliosa. |
| 1992 |
Al Hayat Londra 30 giugno 1992 |
ADALINDA GASPARINI
UTILIZZA LA FIABA DI ALADINO NELLA PSICOTERAPIA INFANTILE INTERVISTA DI ERFAN RASHID |
|
| 1993a |
In
AA.VV. Rappresentazioni,
n. 3, Gradiva, ETS, Pisa pp. 63-91 |
UN
ISTANTE PRIMA DI SVEGLIARSI. ANALISI
DELLA STORIA DEL PRINCIPE
CALLIGRAFO![]() |
In un motivo fiabesco delle Mille e una notte, si analizza il tema del sapere come potere e prestigio derivante da un accumulo di nozioni e la sua disgregazione, provocata da una perdita di identità. Le peripezie del principe calligrafo si incrociano con quelle di una principessa posseduta da un demone, e di una principessa maga, delle quali causerà la morte. Si analizza il bellissimo duello magico una principessa e il demone, combattimento metamorfico di cui si rintracciano degli elementi nel dipinto di Salvador Dalì Un istante prima di svegliarsi, e nel duello tra Mago Merlino e Maga Magò del film di Walt Disney La spada nella roccia. |
| 1993b | Ponte
alle Grazie,
Firenze (rist. 1996) |
ALADINO E
LA LAMPADA MERAVIGLIOSA. VIAGGIO PSICOANALITICO![]() |
Frutto
di cinque anni di
lavoro, il saggio monografico apre alla comprensione psicoanalitica
della fiaba, esplorando vari approcci psicoanalitici e il significato
della metodologia di Propp. Il sogno della grande fortuna riguarda
tutti gli esseri umani, e la popolarità della fiaba ne è
un segno. Applicando un'originale filologia psicoanalitica, è
presentata la soluzione del 'giallo' di Aladino, relativa alla
datazione della storia. |
| 1994a | Al Wasat Londra 3-9 gennaio 1994 |
CONVERSAZIONE CON ERFAN RASHID |
"Mi sembra che la
crescita dell'informazione e della mondializzazione della politica
abbiano un impatto violento sulle culture particolari, che rispondono
in maniera reazionaria alla sensazione di una perdita di confini, a una
perdita di identità collettiva, che è una componente
essenziale anche della stabilità del singolo individuo." ... "Il fondamentalismo risponde a un bisogno di contenimento dell'angoscia al quale la cultura laica non sa rispondere. Per affrontarlo bisogna che la comunità di chi pensa superi le sue divisioni. Non so se questo possa evitare bagni di sangue, so solo che vale la pena operare in questa direzione." |
| 1994b | In:
AA.VV. Rappresentazioni,
n.4, Intorno alla conoscenza;
ETS, Pisa, pp. 93-131 |
IL MOTIVO
DELL'ENIGMA. TRASFORMAZIONI E COSTANTI DEL DISCORSO INTERIORE![]() |
La differenza di genere letterario tra il romanzo antico, il mito e la fiaba, corrisponde al cambiamento di registro rappresentazionale che possiamo osservare in diverse condizioni psichiche. È sempre la stessa storia del soggetto, ma il passaggio da una narrazione realistica a una fantastica, dove gli eventi dipendono dalla magia o dalla provvidenza, implica significative varianti. Il motivo dell'enigma, ad esempio, nodo del tema dell'incesto e del lutto, nel romanzo antico (Apollonio re di Tiro, sec. III) ha un finale felice, come nella fiaba (Turandot, nella prima versione settecentesca e nell'opera di Puccini), mentre nella tragedia di Edipo la questione è più complessa. Quale via attraverso il parricidio, l'incesto, l'accecamento volontario? il lutto che ne consegue, ha una possibile conclusione? quale senso ha la morte di Edipo nel demo di Colono? |
| 1994c | In: LIBeR, n. 24; Campi Bisenzio | AMORE DI
FIABA![]() |
A chi definisce
consolatorio
e irreale il finale felice delle fiabe: non si tratta, nelle storie
più
belle della tradizione, di qualcosa che arriva per caso, ma di una meta
da raggiungere attraverso un percorso enormemente complesso,
rappresentazione
di trasformazioni dolorose che raramente si attraversano in una singola
vita. |
| 1994d | In: Bollettino della Accademia degli Euteleti, n. 61, San Miniato (PI); pp. 27-45. | LA FIABA,
LA MORTE, LA PAURA: UN FUOCO, UN TORNIO, UN BANCO DA EBANISTA![]() |
La
celebre fiaba di
Giovannino, analizzata in alcune varianti, rappresenta la paura come
emozione umana senza la quale il soggetto manca di un elemento
essenziale alla vita. Se il protagonista, alla quale la paura manca, ne
va in cerca, alla fine diventa ricco e felice, mentre se non ne avverte
la mancanza muore vedendo la propria ombra o il proprio sedere. |
| 1994e | In:
Schedario, periodico
di letteratura giovanile; Biblioteca di Documentazione Pedagogica;
Giunti, Firenze |
L'AMBIVALENZA PERDUTA |
Il piccolo scritto parla di come chi si occupa dell'infanzia, mal tollerando la propria ambivalenza, agisca censurando nei bambini ogni tratto distruttivo o comunque poco comprensibile, costringendoli a rimuovere, per crescere, qualcosa che sarebbe necessario per vivere, come un potenziale creativo temuto in quanto connesso con elementi non padroneggiabili. |
| 1995a | Bompiani
(I Delfini), Milano; prefazione di Antonio Faeti |
LA
VERA STORIA DI ALADINO![]() |
Una traduzione-adattamento, suddivisa in capitoli con epigrafi che ne favoriscono la lettura, per rispettare sia le esigenze dei piccoli lettori che la fedeltà al carattere del testo originario, in particolare alla sua articolazione narrativa e alla sua ricchezza simbolica. Presentato da A. Faeti alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna, 1.4.94. |
| 1995b | Concordia (MO) Prefazione di Mino Milani | NINO. LA
VALLE ROSSA![]() |
Un
romanzo per ragazzi - o per giovani adulti - sulla Resistenza. Il
protagonista è in realtà Rino Gasparini, comandante
partigiano della bassa modenese, medaglia d'oro al valor militare,
morto a vent'anni. Di lui non è chiaro se sia morto in
un'imboscata, perché non sopravvivesse alla guerra, o se si sia
trattato di un incidente. Il romanzo è stato adottato come libro
di lettura nelle scuole medie del paese di Concordia, ma l'accoglienza
più calorosa questo piccolo romanzo l'ha trovata tra gli ex
partigiani della zona. |
| 1996 | Giunti
[Gemini], Firenze;
Giunti Scuola 1999; La Scuola, Brescia, 1999. |
LE
PRIME
FIABE DEL MONDO. DA BASILE E STRAPAROLA![]() |
Le
prime fiabe pubblicate
nel mondo (Venezia XVI secolo, Napoli XVII secolo), come quelle
popolari raccontate a veglia fino all'avvento della televisione, sono
per adulti e bambini: non pedagogizzate, rappresentano per il bambino
la realtà psichica, e possono costituire uno straordinario
strumento per l'apprendimento della lingua.... |
| 1997 | In: AA.VV. La crescita misconosciuta; Collana Rappresentazioni; ETS, Pisa | RE PORCO
E I BAMBINI NARRATORI![]() |
Il
saggio presenta i
risultati di un originale lavoro psicoanalitico nella scuola,
attraverso il quale si può osservare il primato
dell'affettività nei processi di apprendimento. Il lavoro
analitico rende comprensibile e indagabile il senso del fascino della
fiaba e della grazia espressiva dei bambini. Si riporta il saggio
integralmente per favorire gli insegnanti interessati
all'esperienza e ai suoi presupposti teorici. |
| 1999a | FrancoAngeli, Milano | LA LUNA
NELLA CENERE. ANALISI DEL SOGNO DI CENERENTOLA, PELLE D'ASINO, CORDELIA![]() |
Il
sogno del femminile,
col principe e il ballo, in cui la donna oscura e disprezzata diventa
regina: da relazioni mitiche tra madre e figlia, come quella fra
Demetra e Kore, che impedisce le nozze, da relazioni incestuose, come
quella di Pelle d'Asino, da richieste d'amore impossibili da
soddisfare, come sa Cordelia... per comprendere l'analisi passa
attraverso tante e tante versioni popolari, e accosta voci, come
varianti del sogno, tanto grande che la scarpetta abita l'immaginario
di ognuno, come la lampada di Aladino. E alla fine, un po' di geometria
dei sogni... |
| 1999b | Sta in: AA.VV., Percorsi incantati. Viaggi, viaggiatori, percorsi di crescita nella letteratura per l'infanzia; Einaudi Ragazzi, Torino | L'OROLOGIO
E LA GEMMA, OVVERO LA COTICA CLAMOROSA![]() |
Il
libro tesaurizza una
minima parte della felice esperienza di corsi d'aggiornamento e master
a Longiano, nelle scuole dell'obbligo delle province romagnole. Ancora
la voce ai bambini, loro, davvero, clamorosamente capaci di ascoltare
le fiabe e di raccontarle coniugando felicemente il lessico quotidiano
contemporaneo e e la lingua dei secoli passati. |
| 1999c | Postf.
di: La prima
volta che.
Buffe,
strane e imprevedibili emozioni nei libri per bambini. A c. di
Hamelin
Ass. Culturale, pref. di A. Faeti; Il Ponte Vecchio,
Bologna |
IL
RACCONTO DEL BAMBINO E IL BAMBINO DEL RACCONTO![]() |
Per
chi si leggono i
capolavori della letteratura per l'infanzia, da Pinocchio al Piccolo
principe, da Alice a Dorothy col mago di Oz? Si insinua il dubbio che
non siano per i bambini, ma per il bambino che l'adulto ha dentro, e,
senza saperlo, lo sovrappone al piccolo che è in attesa della
sua parola. Come in un film di Luis Buñuel, dove una mamma e un
babbo vanno a denunciare il rapimento della loro bambina, senza
accorgersi che è accanto a loro... |
| 1999d | Postf. di: Agata e Pietra Nera. Il difficile sentiero dell'educazione sentimentale. A c. di Hamelin Ass. Culturale; pref. di A. Faeti; Il Ponte Vecchio, Bologna | PADRE ABBONDANZA,
MADRE MANCANZA![]() |
Come Eros nel Simposio di Platone, il desiderio di apprendere sta tra mancanza e abbondanza, tra la gioia di sapere e lo scacco che deriva dalla frustrazione, dall'errore. Freud diceva che i bambini ai quali vengono date spiegazioni 'scientifiche' sulla sessualità somigliano a quei 'selvaggi' convertiti al monoteismo, che in segreto continuano a celebrare i loro riti: difficile prescindere dall'affettività se si volesse davvero pensare all'educazione sessuale. |
| 2000a | Il fiore chiuso. Dubbi sulla tentazione di crescere. A cura di S. Caluori; Coll. Rappresentazioni; Edizioni ETS, Pisa; pp. 253-295 | IL FIORE
CHIUSO. L'ADOLESCENZA E IL TEMPO DELLE STORIE VERE CHE SEMBRANO FALSE![]() |
Contenitore
dai vaghi
confini, l'adolescenza come condizione di passaggio ha due
versanti: da una parte, come ricorda l'espressione comune non
essere
né carne né pesce, è un luogo dal quale uscire
rapidamente, dall'altra è uno stato in cui si può
rimandare
l'assunzione rigida di modelli di comportamento, fruendo di maggiori
possibilità
di trasformazione. Uno stato della mente che rappresenta
l'ambiguità del concetto di crescita. |
| 2000b | Alla Biblioteca Comunale di
Castelmella (BS), il 17 novembre 2008, alcuni lettori del Fardello di grazia hanno parlato di
questo romanzo. Ringrazio tutti, e in particolare Cristina Dossi, per
la sensibilità e la generosità con cui hanno letto il mio
lavoro. |
UN
FARDELLO DI GRAZIA. STORIE DEL TATO E DELLA ZIA (FERNANDEL,
Ravenna)![]() |
Chi
portava in famiglia il fardello della follia, peso
insostenibile,
niente affatto leggero, eppure capace di sprigionare una grazia
bizzarra
quanto irrinunciabile? perché la follia interroga
incessantemente
l'equilibrio, imponendogli di riconoscersi come labile e incerto,
chiedendogli una risposta, perché l'esistenza non degeneri
tragicamente, forse più accolto nell'epopea femminile, privata,
che nel romanzo affiora... |
| 2001 | In: LIBeR, Campi Bisenzio, giugno | LO
SCIOGLIMEMBRA![]() |
Per mantenere l'illusione dominante del nostro tempo, che la sessualità umana sia conoscibile in maniera esaustiva dalla scienza medica o dalla psicologia, ci condanniamo a non ascoltare ciò che i bambini e gli adolescenti cercano di dirci, come quando adottano comportamenti bizzarri, che possono rivelarsi comunicazioni molto significative. |
| 2002 | Le storie
che
durano A c. di S. Caluori Collana Rappresentazioni; ETS, Pisa; pp. 167-191 |
NOTE DA
UN'ASSOCIAZIONE PSICOANALITICA![]() |
L'aporia
per gli psicoanalisti che si incontrano in associazioni, e hanno
bisogno di regole formalizzate, per quanto sotto gli occhi di ciascuno
di noi, esaminata tante volte, richiede una costante attenzione, anche
se, come aporia, può essere al massimo contornata,
circoscritta... |
| 2003a | S.
Albertazzi e A. Gasparini Prefazione di Antonio Faeti, postfazione di Sebastiano A Tilli; ETS, Pisa |
IL
ROMANZO NEW GLOBAL. STORIE DI INTOLLERANZA, FIABE DI COMUNITÀ![]() |
Favola o fiaba, dal latino fabula, che come il greco mythos significa parola e racconto, fino all’Ottocento designava qualsiasi storia priva di riscontro oggettivo. Le storie non vere, nettamente separate dalle vere, riaffiorano nella letteratura 'alta' alla fine del secondo millennio, nella scrittura di autori non occidentali: ma le radici del cambiamento di paradigma, verso una globalizzazione umanizzante e non razzista, sono profonde e molteplici, o forse non sono radici, ma mobili rizomi... |
| 2003b | In: LIBER n. 57 gen-mar 2003; Idest Campi Bisenzio | IL
SEGRETO DI SHAHRAZÀD![]() |
Tra parola e silenzio, Shahrazàd affronta il corpo a corpo col sultano crudele. Dialogo fra potere e racconto, intreccio senza tempo e senza fine come senza fine sono gli antichi manoscritti delle Mille e una notte. |
| 2003c | BOX in: LIBER n. 57 gen-mar 2003; Idest Campi Bisenzio | BREVE
STORIA DELLE MILLE VERSIONI![]() |
Una rimozione secolare continua ad agire sulla storia delle Mille e una notte, misconoscendo la fonte del fascino della raccolta, perché riconoscerla esigerebbe una tolleranza capace di contrastare il potere colonizzatore. |
| 2003d | In: LIBeR, n. 59; Campi Bisenzio, lug-sett. | FAVOLE A
SCUOLA ALL'OMBRA DELLA PSICOANALISI![]() |
Se un'educazione psicoanaliticamente illuminata, come in certi momenti sembrava vagheggiarla lo stesso Freud, possiamo tentare un'educazione ombreggiata dalla psicoanalisi, che mostrando il primato dell'affettività sia in grado di evitare qualche ustione derivante dall'unilateralità narcisistica che troppo spesso determina la trasmissione della cultura. |
| 2003e | BOX in: LIBeR, n. 59; Campi Bisenzio, lug-sett. | FIABA,
PSICOANALISI E APPRENDIMENTO. TESI DI LAUREA DI ROSSANA BARALLA![]() |
Tesi
in Psicologia,
all'Università degli Studi di Firenze - relatrice prof.
Silvana Caluori. - che presenta una sperimentazione dell'uso
della fiaba nella scuola e una verifica quantitativa dei progressi dei
bambini nell'apprendimento. È possibile osservare in termini oggettivi quanto
era emerso nell'esperienza descritta in Re
Porco e i bambini narratori. Perfino gli errori di
ortografia
diminuiscono... |
| 2003f | Il
Legame Sociale tra Psicanalisti, a cura di
Maria
Vittoria Lodovichi e Antonello Sciacchitano ETS Pisa; pp. 145-167 |
TRACCE
DI
COMUNITÀ CREOLIZZATE.
DA IDENTITÀ CONTINENTALI A IDENTITÀ ARCIPELAGICHE.![]() |
Le
guerre che si
combattono in nome di religioni o ideologie,
mostrano come la potenza del mito o della favola delle origini e
dell’epica, sola legittimazione possibile per la superiorità di
una cultura, siano tanto grandi da dissolvere l’esperienza storica e
ogni dato dell’esperienza. A Porto Alegre la madre di Carlo Giuliani ha letto queste righe, che ha trovato nella camera del figlio: Il tuo Cristo è giudeo, la tua automobile giapponese, la tua pizza è italiana, la tua democrazia greca, le tue vacanze turche, i tuoi numeri arabi, la tua scrittura latina, e tu rimproveri al tuo vicino di essere straniero? |
| 2003g | Roots and Beginnings. Proceedings of the 2nd Conferenze. AISLI. Atti del II Conv., 3-6/10/02. Edited by P. Deandrea and V. Tchernichova. Lib.Ed. Cafoscarina, Venezia, 2003. | A PSYCHOANALITIC
PERSPECTIVE: MUTA D'ACCENTO E DI PENSIER. ![]() |
The original drive to storytelling is to be found in the postcolonial novel as in the Arabian Nights, the intention being not to solve the question concerning the sense or non-sense of life, but to suspend Thanatos, to make room for the word - a space of fertile relationship privileging life. When Shahrazad narrates her stories, she obtains a suspension of her death sentence, like the monkey narrator in V. Chandra's Red Earth and Pouring Rain. The moribund first person voice in S. Rushdie's Midnight's Children narrates hundreds of pages of both realistic and fantastic stories, which are non hierarchically ordered, like myths and philosophical speeches in a dialogue by Plato. |
| 2006a | aut
aut 330 aprile-giugno 2006 a c. di R. Prezzo e A. Sciacchitano |
LA PAURA IN CORPO ![]() |
Non trova la morte chi
può
morire come
soggetto colonizzatore, se il germoglio dell'essere può venire
alla
luce, nella sospensione del fiato sotto l'acqua gelida sul corpo
dormiente, nella pelle d'oca per i pesciolini guizzanti sulla pelle. Si
ripete, nominabile, il mistero delle origini, dall'acqua materna,
gemellato con il mistero della propria fine. Allora il soggetto
può
sperare di rintracciare un senso, di raccontare la sua storia, se non
perde il tempo cercando di riempire la pagina bianca che
la precede,
che la segue, contigua all'infinito. Se non si muore al primo spavento,
si scoprono curiosità e stupore, per l'ustione senza dolore, per
il
fantasma bianco e sibilante, per la solita brutta vecchia vita, e per
la scienza degli innumerevoli liquori,
unguenti, empiastri, a diversi accidenti appropriati, che si
porta nella borsa. |
| PUBBLICAZIONI SUCCESSIVE | ![]() |
Due tigri si slanciano al centro della figura, una delle due ha in bocca la coda dell'altra, ed è nelle fauci di un pesce rosso.
Il pesce sta uscendo da una melagrana, due chicchi stanno per toccare la superficie immobile dell'acqua. Su una specie di banchisa di ghiaccio è adagiata una fanciulla nuda addormentata, le braccia rovesciate dietro la testa, mentre un fucile le preme la baionetta contro la pelle. In alto, a destra, sporge una rupe, accanto a tre quarti di luna, opalescente.
All'orizzonte colori rosati e caldi, di aurora. Sullo sfondo un elefante entra da destra e cammina nel mare con zampe mostruosamente fini, lunghissime. Il suo grigio sfumato, la gualdrappa azzurra, si intonano alle nuvole. Attraversa con un barrito la figura, e trasporta un obelisco grezzo, di pietra chiara, la cui punta si perde oltre il limite superiore della rappresentazione.
Sogno causato dal volo di un'ape intorno a una melagrana un istante prima di svegliarsi è il titolo della figura, un dipinto di Salvador Dalì del 1944.
Le figure del sogno non hanno dimensioni spazio-temporali stabili, sono come i luoghi e i personaggi delle fiabe tradizionali, che mutano forma, muoiono e risorgono, coprono in un batter d'occhio distanze incommensurabili, devono servire qualcuno umilmente per un tempo che appare interminabile. Le leggi di non contraddizione, di irreversibilità temporale, di costanza nella forma, che rendono stabile la realtà quotidiana, sono sospese e infrante.
Nella fiaba le trasformazioni che appaiono bizzarre e perfino insensate sono declinate attraverso una funzione specifica: la magia.Descrivere la sintassi della magia che è presente dove la legge comune è sospesa, come una norma che lega il caos apparente delle trasformazioni, è possibile nella prospettiva psicoanalitica.
La legge della stabilità, della permanenza delle forme, della misurabilità delle distanze e dell'irreversibilità del tempo, è sospesa, oltre che nel sogno notturno e nel delirio, nelle personalità dominate dalla presenza di elementi scissi, da equazioni simboliche. Queste implicano una coincidenza e, quindi, un'interscambiabilità, tra gli oggetti psichici, desiderati o temuti, e le loro rappresentazioni.
Il paziente border-line presenta equazioni simboliche confuse con oggetti della vita comune, con i quali intrattiene una relazione apparente. Nel lavoro analitico è possibile osservare che la persona, pur presentandosi nel contesto sociale come ben adattata, fornita in certi casi di un alto grado di istruzione, ha un mondo affettivo primitivo, vive relazioni di tipo diadico, e deve fronteggiare una continua minaccia di annientamento. L'identità che presenta è una sorta di involucro, che copre la sua struttura arcaica, dominata dall'onnipotenza/impotenza infantile. In una prospettiva kleiniana e bioniana possiamo osservare che su questo tipo di paziente incombe la minaccia di una potenza distruttiva legata all'invidia, mentre il pensiero simbolizzante è interdetto a causa del rifiuto di accettare la rottura della relazione diadica, che impedisce di entrare nella depressione e procedere verso l'elaborazione del lutto.
Le figure magiche della fiaba personificano l'onnipotenza infantile, modificando la realtà in una misura illimitatamente superiore rispetto alle attività comunemente possibili. Il dispiegamento della magia provoca l'istantanea realizzazione sia dei desideri, ricchezza, potenza, unione con l'essere amato, sia degli impulsi distruttivi, morte e distruzione dei nemici. Le fiabe rappresentano inoltre, accanto a questa ambivalente onnipotenza, un assetto di realtà analogo a quello stabile e consensuale di ogni giorno. Come all'inizio non erano in mano al soggetto, alla fine i talismani devono tornare nel regno della magia, lasciando il soggetto in una realtà trasformata, ma priva di ulteriori alterazioni magiche.
Comprendere come si manifesta la magia nelle fiabe significa indagare come certi racconti universali, sogni collettivi ricorrenti, rappresentino relazioni tra onnipotenza infantile e potenza adulta. Ogni fiaba di magia contiene elementi di impotenza infantile, abbandono nel bosco, carestie che minacciano di morte un'intera città, elementi di onnipotenza infantile, il talismano che consente di estrarre tesori, di raggiungere in un istante il luogo che appariva inaccessibile, ed elementi della realtà di ogni giorno. A questa si deve tornare alla fine della storia: nelle Mille e una notte si dice che i protagonisti della storia appena raccontata vissero felici fino a che non giunse: "...Colei che separa gli amanti e rovina le migliori compagnie...". Il fine di tornare alla realtà quotidiana è raggiunto anche dai noti adagi dei contastorie, del tipo: "Stretta la foglia, larga la via/ dite la vostra che ho detto la mia", che riportano al gioco della finzione narrativa l'attenzione investita nelle vicende narrate.
La presenza nelle fiabe di rappresentazioni simboliche profonde è stata indagata sia in campo freudiano che junghiano. La fiaba risponde plasticamente all'interpretazione, perché racconta un dramma psichico centrale in ogni teoria psicoanalitica: la vicenda dell'onnipotenza/impotenza infantile.
Per le storie più antiche delle Mille e una notte ci pare particolarmente efficace il modello kleiniano e bioniano, che utilizzeremo per Il principe calligrafo. Vorremmo in ogni caso, nell'ambito della concezione rappresentazionale che caratterizza la nostra ricerca, evitare di stabilire tra le figure della fiaba e le figure di una particolare impostazione psicoanalitica un'equivalenza che, per quanto corretta, rischia di risultare poco utile per una comunicazione non dogmatica, che intende rivolgersi sia ad analisti di impostazione diversa, sia a studiosi di altri campi disciplinari.
Interpretare significa usare una chiave che consente di visitare un luogo altrimenti poco accessibile. Ma gli oggetti psichici profondi, della cui sostanza sono costituiti gli scenari e le figure della fiaba, come quelli del sogno notturno, possono avere mille nomi, come il lapis alchemico, e restare innominabili.
Suo padre lo aveva fatto
istruire fin da bambino dai sapienti
del regno, tanto che conosceva tutte le discipline del tempo; in
particolare
nessuno poteva competere con lui nella raffinata arte della
calligrafia.
Ben presto la sua fama uscì dai confini del Paese e siccome il
re
delle Indie voleva conoscerlo, il re padre lo fece partire con un ricco
seguito. Ma dopo qualche tempo i predoni assalirono la carovana e
uccisero tutti tranne lui, che fuggendo giunse a una grande
città,
il cui re era acerrimo nemico di suo padre. Arte e sapienza non erano
tenute
in alcun conto, e l'immensa cultura del principe non gli sarebbe
bastata
nemmeno a guadagnare un po' di pane. Dovette inoltre tener segreta la
sua
origine, per non essere perseguitato dal sovrano.
Si adattò allora a fare il taglialegna; dopo molto tempo
gli capitò di addentrarsi più del solito nel bosco, dove,
sradicando un tronco, scoprì una botola. La sollevò e
scese
una scala, fino a giungere in un palazzo sotterraneo, nel quale
gli
venne incontro una donna bellissima. Era una principessa, e
gli raccontò la sua storia. Da venticinque anni era prigioniera
di un demone, che l'aveva rapita la notte delle nozze, e passava con
lei
nel palazzo sotterraneo una notte ogni dieci. Per il resto del tempo
era
sempre stata sola, ma, se voleva chiamare il suo sposo demone, le
bastava
sfiorare un'iscrizione magica sulla soglia, che mostrò al
principe.
Anche il calligrafo le raccontò le sue disavventure, poi la
principessa
prigioniera gli offrì un bagno e abiti da re, mangiarono cibi
prelibati,
bevvero vini inebrianti, e trascorsero insieme la notte. Al mattino il
principe le propose di tornare con lui sulla terra, ma lei sorridendo
gli
rispose che era molto meglio che lui si trattenesse da lei nei nove
giorni
in cui era sola, lasciando il decimo al demone. Il principe calligrafo,
che era ancora un po' ebbro, montò in collera, e
gridò
lui avrebbe ucciso quel maledetto demone. Senza ascoltare le preghiere
della donna, che lo supplicava di non provocare la rovina di
entrambi,
colpì l'iscrizione magica con tanta violenza che la mandò
in pezzi. Con un terrificante boato sopraggiunse il demone, e il
principe
si diede precipitosamente alla fuga, dimenticando però le sue
scarpe
e l'accetta da taglialegna. Vedendo che un uomo era stato nel suo
palazzo,
il demone torturò a sangue la sua sposa sotterranea
perché
confessasse, poi prese l'accetta e le scarpe e andò in
città
a cercare il loro proprietario. Lo trovò ancora tremante, e
sollevandolo
in volo tornò con lui nel sotterraneo. La principessa, che
non lo aveva tradito, era incatenata, sanguinante per le torture
subite. Il demone le diede una spada e le disse di provare che non
conosceva
il giovane uccidendolo, ma la donna non volle farlo. Fece allora la
proposta
al principe, e al suo rifiuto replicò gridando che avrebbe
mostrato
come puniva i traditori. Levò la spada, tagliò le mani
alla
donna, e la lasciò morire dissanguata. A quella vista il
principe
calligrafo perse i sensi, e appena rinvenne supplicò il
demone
di perdonarlo. Gli raccontò anche una storia, in cui un
uomo
che era oggetto dell'invidia del suo vicino non si era mai vendicato, e
per vie misteriose aveva ottenuto un'immensa fortuna. Ma il demone non
volle fare come l'invidiato della storia, che era stato
generoso
con l'invidioso, e, sollevato in volo il principe, lo trasportò
su un'alta montagna. Con un incantesimo lo trasformò in scimmia,
e
lo abbandonò.
Il principe scimmia disperato scese dalla montagna e
camminò
verso il mare. dalla riva un giorno vide passare una nave, allora colse
un grosso ramo, ci si mise a cavalcioni, e con due bastoni
cominciò
a remare, fino a che i marinai lo videro e lo fecero salire a bordo.
Dopo
una lunga navigazione, la nave gettò l'ancora nel porto di una
splendida
città, dove alcuni ufficiali chiedevano a tutti gli
stranieri,
in nome del sultano, un saggio della loro scrittura. Era morto il
visir,
grande calligrafo, e il sultano ne cercava il degno successore. Il
principe
scimmia riuscì ad avere il rotolo di carta della prova, e
tra gli astanti stupefatti prese a scrivere versi secondo ogni modello
di calligrafia, con stupefacente abilità. Quando il sultano vide
i caratteri vergati dalla scimmia, ordinò agli ufficiali
di
vestire l'autore di quella scrittura meravigliosa con un abito regale e
di condurlo da lui sul cavallo più bello delle sue
scuderie.
Così la scimmia con vesti di broccato azzurro cavalcò per
la città tra la folla, e giunta dal sultano diede nuove
prove
della sua abilità, scrivendo poesie e giocando a scacchi.
Al colmo della meraviglia il sultano mandò a chiamare sua
figlia,
Signora di Perfezione, per mostrarle quel portento. Appena
entrata, la principessa rimproverò al padre di non curarsi del
suo
onore, perché la mostrava svelata a un uomo estraneo. Il re non
capiva, e Signora di Perfezione gli disse che la scimmia era in
realtà
un principe incantato da un potente demone di cui lei conosceva
il
nome. Quando il re le chiese come faceva a sapere tutto questo, la
figlia
rivelò che da bambina aveva imparato da una vecchia tutta
l'arte della magia, tanto che con un incantesimo avrebbe potuto
trasportare
in quell'istante l'intera città oltre il monte Qaf, ai confini
della
terra.
Subito il re la pregò di restituire al principe la sua
forma umana, perché voleva nominarlo suo visir e farglielo
sposare.
La principessa si disse pronta a obbedire. Si trasferirono in un
cortile
segreto, Signora di Perfezione si fece portare un coltello
che aveva sulla lama un'iscrizione ebraica e tracciò un
cerchio,
nel quale scrisse antichi caratteri arabi, poi pronunciò
le
parole segrete di un
incantesimo. Allora, raccontava il
principe
calligrafo alle dame e agli altri compagni di quella notte,
l'aria
si oscurò e apparve il demone, che aveva la forma...
....di
un leone
grande come un toro, e noi fummo
in preda al terrore. La fanciulla gridò: - Vattene,
cane!
Il demone rispose: - Tu, traditrice, tu mi hai tradito e
hai
rotto il giuramento. Non avevamo giurato noi due di
non
metterci mai l'uno contro l'altro?
Lei disse - Tu maledetto, come potrei serbar fede a un
patto
stipulato con uno come te? Il demone
gridò:
- E allora ricada su di te ciò che hai rotto -
e con la bocca spalancata si lanciò contro la
fanciulla, che in un istante si strappò un capello e appena
lo
ebbe fatto ondeggiare nell'aria mormorando un incantesimo,
lo
trasformò in una spada dalla lama tagliente, con la
quale
colpì il leone, tagliandolo in due. Ma mentre le due
metà
volavano via, la testa rimase e si trasformò in
uno
scorpione. La fanciulla velocemente si trasformò in un
immane
serpente, e i due combatterono un'aspra battaglia per
molto
tempo . E poi lo scorpione si trasformò in un avvoltoio e
volò
via dal palazzo, e la fanciulla prese la forma di un'aquila
e
volò dietro all'avvoltoio. I due erano andati via da
molto
tempo, ma all'improvviso la terra si aprì e dalla
fenditura
emerse un gattaccio maculato, che miagolava, sputava
e
soffiava. Era inseguito da un lupo, e i due combatterono
nel
palazzo per molto tempo, e quando il gatto vide che stava
perdendo
dal lupo, fece un verso acuto, si trasformò in un
verme,
e si infilò in una melagrana che si trovava
accanto
alla fontana. La melagrana si gonfiò come un'anguria
striata,
e il lupo si trasformò immediatamente in un gallo bianco
come
la neve. La melagrana volò nell'aria e cadde sul pavimento
di marmo della sala, rompendosi in tanti pezzi, e
appena
i chicchi si sparsero dappertutto, il gallo si mise a
beccarli.
Li beccò tutti, tranne uno che si trovava sull'orlo
della
fontana. E poi il gallo cominciò a gridare e a cantare,
a
sbattere le ali, a muovere il becco come chiedendoci: -
C'è
rimasto ancora qualche chicco? Ma noi non capimmo, e
lui emise un verso stridulo così forte che noi
credemmo che il palazzo stesse cadendo sulle nostre teste.
E poi al gallo capitò di girarsi verso l'orlo
della
fontana. Si lanciò per beccare il chicco, e allora
quello
rotolò nella fontana, diventò un pesce, e si
immerse
nell'acqua. Il gallo si trasformò immediatamente in un
pesce
più grosso e si tuffò dietro a lui, e i due scomparvero
nel
fondo della fontana per un tempo molto lungo. E poi
noi
sentimmo alti gridi, versi e mugolii, che ci facevano
tremare, e un momento dopo il demone venne fuori come
una
fiamma lucente. Il demone soffiò fuoco e scintille
dalla
bocca, dalle narici e dagli occhi, e combatté la
fanciulla
per molto tempo, finché le loro fiamme li avvolsero, e il
fumo
riempì il palazzo finché ci rassegnammo certi di
soffocare,
mentre stavamo pervasi dalla paura per le nostre vite,
certi
della disgrazia e della dannazione, e mentre il fuoco
infuriava e diventava più forte, noi gridammo: - Non
v'è
potenza né forza che in Dio, l'Onnipotente, il
Magnifico!
All'improvviso, prima che potessimo accorgercene, il demone
dardeggiò come una fiamma fuori dal fuoco, e con un balzo
fu
nel salone di fronte a noi, soffiando fuoco sui nostri
visi,
e la fanciulla lo inseguiva, con un alto grido. Appena
il
demone soffiò il fuoco verso di noi, le scintille
volarono,
e, mentre ero lì con le sembianze di una scimmia, una
di
quelle mi colpì l'occhio destro e lo distrusse. Una
seconda
scintilla colpì il re, bruciandogli metà del volto, con
la
barba e il mento, e il colpo gli fece rotolare fuori una
fila
di denti. Una terza scintilla colpì il servo nel petto e
lo
uccise sull'istante. In quel momento, mentre eravamo
sicuri
della distruzione e ci consideravamo perduti senza
rimedio, sentimmo un grido: - Dio è grande, Dio è grande!
Lui ha
conquistato
e trionfato, lui ha sconfitto l'infedele! Era il
grido
della figlia del re, che proprio in quel momento
aveva
sconfitto il demone. Noi guardammo e vedemmo un mucchietto
di cenere.
Signora di Perfezione riapparve
con la sua forma e si
fece
portare una ciotola d'acqua, la rese incantata con parole misteriose, e
aspergendo il principe annullò l'incantesimo del demone e gli
restituì
la sua figura umana. Ma disse al sultano che non ci sarebbe stato
nessun
matrimonio, perché nel duello il fuoco le era penetrato dentro e
la stava consumando. Non aveva avuto difficoltà fino a quando,
non
riuscendo a trovare in tempo l'ultimo chicco della melagrana, aveva
dovuto
aprire altri domini della magia, fino a quello del fuoco, dal
quale
nessuno può uscire indenne. Era riuscita a vincere, ma era
stata
ferita a morte. Il sultano e il principe piansero con lei, che di
lì
a poco, gridando: "Il fuoco! il fuoco!", divenne un mucchietto di
cenere.
Il principe raccontava alle dame e agli altri convitati di
Baghdàd
quale grande dolore aveva provato per le due principesse, di cui
pur involontariamente aveva causato la morte. Per questo si era rasato
la barba e le sopracciglia in segno di penitenza, aveva
indossato
vesti da derviscio, e si era messo in cammino alla volta di
Baghdàd,
dove sperava di essere ascoltato dal signore dei credenti, Harun
ar-Rashid.
Quando fu il loro turno, il califfo e i suoi dignitari raccontarono di essere mercanti di Mossul capitati per caso di fronte alla porta delle dame. Paghe delle storie meravigliose ascoltate, le dame liberarono tutti i loro convitati, e il califfo curò che i tre principi mendicanti fossero ospitati degnamente per quella notte. Al mattino fece chiamare anche le tre dame e, dopo aver svelato loro che avevano ospitato il califfo in persona, chiese quale storia le avesse condotte a comportamenti tanto sorprendenti.
relazione tra il
mondo della magia e il mondo
della legge, della
consensualità e della stabilità delle forme. [Senza l'ultimo
episodio, che figura nella versione dal manoscritto arabo, la
ricchissima abbondanza di simboli del Sé sarebbe
in eccesso:
è la vicenda che ruota attorno al simbolo dell'uovo del Rukh a
legare
e completare la storia del nucleo magico, della lampada, che non
coincide
con quella di Aladino. Il nucleo profondo e impossedibile è la
sorgente
della ricchezza grazie alla quale l'Io prospera e si accresce, ma
Aladino
è cieco, vedendo nella lampada solo un potente e
solerte
servitore...)
E. Il racconto di
Apollonio di Tiro: il romanzo
|
Scelere vereor, Materna carne vescor. Quaero patrem meum, meae Matris virum, uxoris meae Filiam, nec invenio. (cit. da Goolden, op. cit., p. 7) |
Mi trasporta un delitto; mi cibo delle carni di mia madre; cerco un fratello mio, figlio di mia madre, marito di mia moglie, e non lo trovo. (Storia di Apollonio..., cit., p. 1317) |
I
am borne along by crime
I devour my mother's flesh I seek my brother, the husband of my mother, the son of my wife. I do not find him. (cit. da Perry, 1967, p. 296) |
I am no viper, yet I feed On mother's flesh which did me breed. I sought an husband, in which labour I found that kindness in a father. He's father, son, and husband mild; I mother, wife, and yet his child. How that may be, and yet in two, As you will leave, resolve it you. (Shakespeare, The complete Works, Tudor Edition; Collins, L;ondon and Glasgow 1966; p. 1241) Nota 10 |
Vedendosi scoperto il re Antioco dice ad Apollonio che sta sbagliando, e che l'aspetta per la soluzione il giorno dopo. Avendo capito che la sua vita è in pericolo, il principe Apollonio parte in segreto, e abbandona in seguito la sua stessa patria con una flotta carica di grano. Dopo essere approdato a una città oppressa dalla carestia, ne sfama gli abitanti e questi erigono una statua in suo onore. Poi si rimette per mare e in un terribile naufragio annega tutto il suo seguito. Attaccato a una tavola il principe di Tiro finisce sulla spiaggia di Cirene, dove chiede aiuto a un vecchio pescatore:
Dopo averlo vestito e nutrito, il pescatore gli suggerisce di andare in città dove potrà forse trovare qualcuno misericordioso, e conclude:
Una cosa però voglio ricordarti; che se un giorno, con l'aiuto di Dio, sarai restituito alla tua dignità, non ti dimentichi di questo mio povero mantello. (Ivi)
Così Apollonio va nella città, e nel ginnasio per caso gioca a palla con il re Archistrate, che colpito dalla sua destrezza lo invita alla sua reggia. Qui Apollonio incontra la figlia di Archistrate, che porta il suo stesso nome. La principessa Archistrate è bellissima e vive col padre, come Turandot e come la figlia di Antioco, ma in questa reggia l'amore tra padre e figlia ha carattere sublimato, di tenera sollecitudine. Mentre Apollonio narra delle sue sofferenze al re e ai nobili, la principessa prova pietà e ammirazione per lui.Archistrate si riprende e trovandosi separata dal suo sposo chiede di potersi consacrare al servizio di Diana Efesia.
F. Auctor, lector
_______________
Nota
13
La
condizione di vergogna successiva al tradimento viene rappresentata
come
incompatibile con l’esercizio del potere regale anche nelle Mille
e una notte. Quando i sultani
Shahriyar e Shahzaman subiscono il tradimento delle loro spose,
lasciano il
regno e si mettono in viaggio per il mondo, perché, come dice
Shahriyar: “…a
nulla ci serve più il regno”. (Le Mille e
una notte, cit., vol. I, p. 5).
[...]
Accade qualche volta
che siamo
innamorati
e consideriamo il nostro oggetto d'amore
l'essere
più ricco e importante del mondo. E
se
siamo ricambiati ci sentiamo altrettanto belli e
preziosi.
La realtà di queste sensazioni, la
loro intensità gioiosa, corrispondono al
finale
felice delle fiabe di magia: l'uomo e la donna diventano re e
regina,
nell'unione è vinta la solitudine, superata
per
sempre l'angoscia dell'abbandono, non manca nulla, o non
c'è
cosa davvero desiderabile che non si
possa
trovare. Chi accusa il lieto
fine
di essere troppo lontano dalla realtà,
eccessivamente
ottimistico, letteralizza la sua portata e non comprende
che
si rappresenta un vero senso di pienezza, che fa
dilatare
il ritmo regolare dell'orologio e del calendario. Nel
momento in cui se ne fa esperienza ci si esprime
secondo
il carattere iperbolico e assoluto del finale
felice
della fiaba: per sempre. Il cammino psichico
che
la fiaba ha rappresentato porta i protagonisti
a raggiungere l'unione eterosessuale costituendo una nuova
coppia:
i principi collettivi dominanti del passato, la
vecchia
coppia regale, si rinnovano, nella
gioia e nella prosperità generale.
A meno che non siano stati cresciuti in un
iper-realismo, che forma il bagaglio più povero per
interagire con la complessità della vita
interiore,
i bambini comprendono molto meglio degli adulti la profonda
verità delle fiabe, senza letteralizzarla né
confonderla
con la concreta esperienza di ogni giorno.
[...]
Lettore appassionato delle storie delle
Mille e una notte, attento più di
chiunque altro alla loro profonda
verità
psicologica, Proust scrive:
...La letteratura che s'accontenta di "descrivere le cose", di darne appena un miserabile rilievo di linee e di superfici, è, pur chiamandosi realista, la più lontana dalla realtà, quella che più ci impoverisce e ci rattrista, perché interrompe bruscamente ogni comunicazione del nostro io presente con il passato, di cui le cose serbavano l'essenza, e con il futuro, dove ci incitano a goderne nuovamente. (Op. cit., vol. 4, p. 565)
Le
fiabe descrivono un
percorso eroico del protagonista,
perché il raggiungimento di un'identità personale
solida,
rappresentato nella fiaba dall'accettazione
e
dal superamento di prove, fatiche,
combattimenti
con mostri e draghi,
attraverso
misconoscimenti, travestimenti e metamorfosi, precede
l'unione regale. Che il protagonista sia maschile o
femminile,
non conta: il finale felice rappresenta il risultato di una
trasformazione profonda per la quale il compimento
del
percorso eroico è solo una condizione
preliminare.
In alcune fiabe capita che i protagonisti
si sposino anche se il percorso non è completo, ma
in
questo caso la loro felicità è di breve durata:
può
accadere, come in una fiaba del Cinquecento, che mentre il
giovane
re è in guerra la vecchia regina
fa
sparire i principini neonati, accusando la nuora di
aver
partorito tre cani. Toccherà ai figli, aiutati
dall'Uccello
Belverde, continuare il percorso eroico e riunire i
loro
genitori (Straparola, op. cit., pp. 176 sgg.).
Uno dei genitori - la madre del protagonista in
questo
caso - cerca di distruggere la
nuova
unione, approfittando della temporanea assenza, o
della
scarsa attenzione, del figlio. La fiaba
rappresenta
una unione incompleta, perché una
figura genitoriale è rimasta troppo potente:
la
fissazione al legame edipico costituisce un'ipoteca
sul
futuro della nuova coppia.
Nella realtà gli antichi conflitti rimossi riattivandosi
possono condannare al fallimento la nuova
unione, o riprodursi nei rapporti con i figli. Se le
componenti creative del rapporto - i figli, dice la
fiaba
- entrano positivamente in gioco, il conflitto
può essere affrontato e risolto, altrimenti non
finirà
bene per nessuno dei personaggi in gioco.
[...]
6. Un fuoco, un tornio, un banco da ebanista
Capitolo
nono. L'UOVO
DELL'UCCELLO ROC
Dove si racconta di un nuovo mago che imbroglia la principessa
Chiardiluna
e di come Aladino scopra finalmente che non si può chiedere
tutto
al genio della lampada meravigliosa.
Aladino era
riuscito a sfuggire
per la seconda volta a un
pericolo
mortale, ma non doveva essere l'ultima, perché il mago africano
aveva un fratello minore, altrettanto esperto di magie e sortilegi, e
addirittura
superiore a lui per cattiveria e idee malefiche. I due maghi non
stavano insieme, vivevano anzi spesso lontanissimi, uno a oriente e uno
a occidente. Ovunque si trovassero, almeno una volta l'anno ciascuno
faceva
un sortilegio geomantico per sapere in quale parte del mondo era
l'altro
fratello, come stava, e se aveva bisogno di aiuto.
Era passato un po' di tempo dopo che il mago africano era finito
male cercando di distruggere la fortuna di Aladino, quando
all'altro
mago, che si trovava in un paese lontanissimo, venne voglia di guardare
in quale parte del mondo viveva e cosa faceva il suo fratello maggiore.
Prese il quadrato magico che anche lui portava con sé,
accomodò
la sabbia, gettò i punti, e formò le figure. In una casa
dell'oroscopo vide che suo fratello non c'era più, in un'altra
che
era morto avvelenato, in una terza casa scoprì che era stato in
quella capitale della Cina, e in un'altra ancora vide il suo uccisore
Aladino,
un miserabile che aveva avuto tanta fortuna da sposare la figlia del
sultano.
Avendo saputo della morte di suo fratello, il mago non perse tempo
a disperarsi, non potendo farlo rivivere, ma decise immediatamente di
vendicare
la sua morte. Montò a cavallo e prese la via della Cina,
attraversando
pianure e fiumi, montagne e deserti, senza mai fermarsi, e percorse
tutta
quella distanza con uno sforzo sovrumano. Arrivò nella capitale
della Cina, sicuro di non sbagliare, e si trovò un alloggio.Il
giorno
dopo il mago andò a passeggiare per la città, della quale
non gli interessavano le bellezze, per cercare il mezzo di cui aveva
bisogno
per realizzare il suo terribile piano. Entrava nei luoghi più
affollati,
tendendo l'orecchio a tutto quello che si raccontava in giro, e si
fermò
in un posto in cui alcuni passavano il tempo con tanti giochi diversi,
mentre altri stavano a parlare del più e del meno. Il mago
sentì
che stavano raccontando delle virtù e della bontà di
Fatima,
una donna eremita che aveva lasciato il mondo e faceva miracoli.
Pensando
che questa donna poteva servirgli per il suo piano, chiamò in
disparte
la persona che ne parlava, e gli chiese chi era questa santa donna e
che
miracoli faceva. Quello esclamò: "Che cosa? non l'hai mai vista
e non ne hai nemmeno mai sentito parlare? Tutti l'ammirano per i suoi
digiuni,
i suoi sacrifici e la sua santa vita. Sta sempre nel suo piccolo eremo,
che lascia per farsi vedere in città qualche giorno ogni
settimana,
e quando viene fa del bene a tutti, in particolare, quelli che
hanno
male alla testa guariscono appena lei pone le sue mani sulla loro
fronte".
Il mago gli chiese dove si trovaval'eremo di questa Fatima e quando
l'ebbe
saputo se ne andò.
Pensò al suo piano terribile in tutti i particolari, e per
essere sicuro che tutto andasse come voleva aspettò che si
facesse vedere Fatima in città. Si mise a osservarla seguendola
passo dopo passo dalla mattina, e le stette dietro fino a sera,
quando
la vide rientrare nel suo eremo. Dopo aver visto tutto quello che gli
serviva
andò in uno posto in cui si prendeva una certa bevanda calda, e
ci restò fino a notte inoltrata.Intorno alla mezzanotte il mago
uscì, e si diresse all'eremo della la santa donna. Non ebbe
difficoltà
ad aprire la porta più esterna, chiusa solo con un
chiavistello,
e appena entrato larichiuse senza far rumore. Intravide Fatima al lume
del chiaro di luna, coricata all'aperto, che dormiva su un sofà
coperto da una povera stuoia e appoggiato contro la sua cella. Si
avvicinò
a lei, e dopo aver estratto un pugnale che portava al fianco la
svegliò:
la povera donna aprì gli occhi e rimase sbalordita vedendo un
uomo
che stava per ucciderla. Ma lui, premendole la lama sul cuore, le
disse; "Se gridi o fai il minimo rumore, ti uccido: alzati e
obbediscimi".
Fatima, che dormiva vestita, si levò tremando di paura. "Sta'
tranquilla," le disse il mago, "voglio solo diventare come te.Dammi il
tuo vestito e mettiti il mio". Fecero lo scambio, e quando il mago ebbe
indossato quello di Fatima le disse: "Ora colorami il viso
perché
diventi come il tuo, con una tinta che non vada via". Accorgendosi che
Fatima stava ancora tremando, per rassicurarla e farle fare
meglio
quello che voleva lui, il mago disse: "Ti ripeto che non devi aver
paura,
e ti giuro che se fai quello che ti ordino ti lascerò la vita".
Allora Fatima lo fece entrare nella sua cella, accese una lampada,
prese un vaso che conteneva del liquido, con un pennello glielo stese
sul
viso, e gli disse che con quel colore aveva la pelle uguale alla sua.
Poi
gli mise il suo copricapo con un velo, e gli insegnò come doveva
coprirsi il viso andando per la città. Dopo avergli messo al
collo
una grossa corona, che gli pendeva davanti fino alla vita, gli diede
anche
il bastone al quale si appoggiava sempre per camminare. Alla fine gli
presentò
uno specchio e disse: "Guarda, vedrai che mi somigli tanto che di
più
è impossibile". Il mago si vide come aveva voluto, ma non
mantenne il giuramento che aveva fatto alla povera Fatima. Per
non
sporcare di sangue la lama del suo pugnale, la strangolò; e
quando
vide che era morta trascinò il suo cadavere per i piedi fino
alla
cisterna dell'eremo e ce lo buttò dentro. Poi, dopo
essersi
macchiato di un delitto così orribile, passò il resto
della
notte nell'eremo.
L'indomani mattina andò in città mascherato da Fatima,
sicuro che nessuno lo avrebbe riconosciuto. Siccome il mago aveva
progettato
di eseguire il suo piano nel palazzo di Aladino, si diresse subito da
quella
parte. Tutti quelli che lo vedevano, convinti che fosse Fatima, si
avvicinavano
al mago, che ben presto si trovò circondato da una
folla.
C'era si raccomandava alle sue preghiere e chi gli baciava le
mani,
altri si accontentavano di baciargli l'orlo della veste, e altri
ancora,
soffrendo per il male alla testa, gli si inginocchiavano davanti
perché
li guarisse con l'imposizione delle mani. Il mago lo faceva,
borbottando
qualche parola in forma di preghiera, e imitava tanto bene la santa
Fatima
che nessuno dubitava che fosse lei. Dopo essersi fermato tante
volte
per le richieste di questa gente, che non riceveva nulla di
buononé
di cattivo dalle sue mani, il mago arrivò finalmente nella
piazza
del palazzo di Aladino, e siccome da quella parte passava tanta
gente,
la folla che gli si pigiava intorno aumentò. I più
robusti
e i più convinti si facevano strada a spinte, provocando tanti
litigi
che il loro vocio arrivò fino al salone dalle ventiquattro
finestre.
La principessa Chiardiluna, che si trovava proprio là,
domandò
cos'era quella confusione, e siccome nessuno lo sapeva, ordinò
che
qualcuno andasse a vedere e tornasse a dirglielo. Senza uscire
dal
salone, una delle sue donne guardò da una vetrata, e le disse
che
la confusione veniva dalla folla che circondava Fatima per farsi
guarire
dal mal di testa. La principessa aveva sentito parlare tante volte
della
santa eremita, ma non l'aveva mai vista, e sentì il desiderio di
vederla per stare un po' con lei. Appena ne parlò il capo
degli eunuchi le disse che era facile far venire Fatima, bastava un
ordine
della principessa. Chiardiluna diede l'ordine e quattro eunuchi si
avviarono
per andare a prendere la finta Fatima. Appena uscirono dalla porta del
palazzo di Aladino, e si diressero verso il mago mascherato, la folla
si
aprì, e appena il mago li vide si mosse verso di loro,
rallegrandosi
perché il suo piano si stava realizzando. Uno degli eunuchi
disse:
"Santa donna, la principessa Chiardiluna vuole vederti; vieni,
seguici".
"Se la principessa vuole farmi questo onore, le obbedisco subito",
disse
la finta Fatima, e andò dietro agli eunuchi, che si erano
già
incamminati verso il palazzo.
Quando il mago, che sotto quella maschera da santa nascondeva un
cuore diabolico, fu portato nel salone dalle ventiquattro finestre ed
ebbe
visto la principessa, cominciò una lunghissima preghiera,
ricolma
di voti e di auguri per la sua salute, la sua prosperità, e la
realizzazione
di tutti i suoi desideri. Poi adoperò bene le sue parole
d'impostore
e d'ipocrita per conquistare il cuore di Chiardiluna, fingendosi tutto
pieno di pietà; gli riuscì facilmente, perché la
principessa,
che era buona d'animo, credeva che tutti fossero buoni come lei,
specialmente
se erano poveri eremiti.
Quando il mago ebbe finito la sua predica, la principessa disse:
"Buona Fatima, ti ringrazio per le tue preghiere, ho tanta fede in te e
spero che Iddio le esaudirà; vieni, avvicinati e siedi qui
accanto a me". La finta Fatima si mise a sedere cercando di
mostrarsi umile e modesta, e la principessa le parlò
così:
"Mia cara Fatima, ti chiedo una cosa che mi devi concedere, non me la
rifiutare,
ti prego: voglio che tu resti qui, per parlare con me della tua vita di
eremita, così potrò imparare da te e dai tuoi buoni
esempi
come si deve servire Iddio". La finta Fatima disse: "Principessa, ti
supplico
di non ordinarmi una cosa che mi farebbe allontanare e distrarre dalle
mie preghiere e dalle mie devozioni". La principessa le rispose: "Di
questo
non ti devi preoccupare, nel mio palazzo ho tanti appartamenti liberi:
sceglierai quello che ti va meglio e ci potrai fare liberamente tutte
le
tue devozioni, proprio come se fossi nell'eremo". Il mago non chiedeva
di meglio: era un'insperata occasione per insinuarsi nel palazzo di
Aladino.
Pensò che gli sarebbe stato molto più facile
realizzare il suo piano malvagio abitando lì con l'invito e la
protezione
della principessa, anziché andare avanti e indietro dall'eremo
al
palazzo e dal palazzo all'eremo. Non la fece tanto lunga e rispose
così
a quella gentile proposta: "Anche se sono una povera e misera donna che
ha scelto di rinunciare al mondo, ai suoi lussi e alle sue ricchezze,
non
oso disobbedire alla volontà e all'ordine di una principessa
così
buona e pia".Dopo questa risposta del mago, la principessa Chiardiluna,
alzandosi in piedi gli disse: "Vieni con me, voglio farti vederei miei
appartamenti liberi, per fartene scegliere uno". Lui la
seguì,
e tra gli appartamenti che gli fece vedere, tutti molto belli e ben
arredati,
scelse quello che poteva sembrare un po' inferiore agli altri, dicendo
con ipocrisia che era troppo bello per lui, e che lo accettava solo per
accontentarla.
La principessa voleva che il mago restasse a pranzare insieme a
lei; ma lui per mangiare avrebbe dovuto scoprirsi il viso che aveva
sempre
tenuto nascosto dal velo, e avendo paura che la principessa si
accorgesse
che non era Fatima, la pregò con insistenza di lasciarlo solo.
Scusandosi
col dire che non mangiava altro che un po' di pane e di frutta secca,
chiese
di mangiare quel poco in solitudine, e lei glielo concesse. "Mia buona
Fatima," gli disse, "tu sei libera, fa' come se fossi nel tuo eremo;
vado
a ordinare che ti portino da mangiare nel tuo appartamento; ma
ricordati
che ti aspetto dopo pranzo, nel salone dalle ventiquattro finestre".
La principessa desinò, e la finta Fatima tornò da
lei appena venne un eunuco ad avvertirla che l'aspettava. La
principessa
Chiardiluna allora le disse: "Mia buona Fatima, sono felicissima di
avere
una santa donna come te, che sarà la benedizione di questo
palazzo.
A proposito di questo palazzo, come lo trovi? Ma prima che te lo faccia
vedere dappertutto, dimmi, come ti pare questo salone?". A questa
domanda
il mago, che per recitare meglio la sua parte aveva tenuto la testa
bassa,
senza guardare né di qua né di là, alzò gli
occhi, guardò il salone da cima a fondo, e dopo averlo ben
osservato
disse: "Principessa, questo salone è veramente meraviglioso e
bellissimo.
Ma per quanto ne possa sapere un'eremita che non se ne intende delle
bellezze
del mondo, mi pare che gli manchi una cosa".
"E quale cosa, mia buona Fatima?" domandò stupita la
principessa
Chiardiluna, "dimmelo, ti scongiuro. Credevo che non gli mancasse
nulla,
come dicono tutti. Se c'è un difetto, lo farò rimediare".
La finta Fatima, con grande astuzia, disse: "Principessa, perdonami se
oso dire la mia idea, che conta pochissimo, ma se in alto, al centro di
questa cupola, fosse sospeso un uovo di roc, questo salone non avrebbe
rivali in nessuna delle quattro parti del mondo, e il tuo palazzo
sarebbe
davvero la meraviglia dell'universo".
"Buona Fatima," domandò la principessa, "che cos'è
il roc, e dove si può trovarne un uovo?". Il mago rispose: "Il
roc
è un uccello di prodigiosa grandezza, che vive sulla cima
più
alta del monte Caucaso, e l'architetto del tuo palazzo può
trovartene
uno". Dopo aver ringraziato più volte la finta Fatima del
consiglio,
la principessa Chiardiluna restò a parlare con lei di tante
cose;
ma non le usciva dalla mente l'uovo del roc, e pensò di parlarne
con Aladino, quando sarebbe tornato dalla caccia. Era lontano da sei
giorni,
e il mago, che lo sapeva, aveva approfittato della sua assenza. Proprio
quella sera, mentre la finta Fatima salutava la principessa e si
ritirava, Aladino tornò a casa, e andò subito
nell'appartamento
della sua sposa, che vi era appena rientrata.
Ma mentre l'abbracciava gli sembrò che non lo
accogliesse
tanto bene, e le disse: "Principessa mia, non ti ritrovo contenta come
sempre: è successo qualcosa durante la mia assenza che ti ha
dato
un dispiacere, un dolore o una delusione? Ti supplico, non me lo
nascondere, farei qualunque cosa per scacciare la tua malinconia".
Chiardiluna
gli disse: "E' proprio una cosa da nulla, che mi preoccupa appena un
po',
e non pensavo che si vedesse dalla mia espressione. Ma siccome ti sei
accorto
che non sono allegra come sempre, te lo dirò. Credevo che il
nostro
palazzo fosse il più superbo, il più magnifico e il
più
completo del mondo. Ti dico ora cosa mi è venuto in mente dopo
aver
esaminato con attenzione il salone dalle ventiquattro finestre: non
trovi
anche tu che non ci sarebbe più nulla da desiderare se ci fosse
un uovo di roc sospeso al centro della cupola?". Aladino le rispose:
"Principessa
adorata, se per te manca un uovo di roc, anche per me c'è lo
stesso
difetto. Farei qualunque cosa per amor tuo, e lo vedrai da come
rimedierò
a questa mancanza".
Così Aladino lasciò la principessa Chiardiluna,
salì
nel salone dalle ventiquattro finestre, e tirò fuori la lampada.
Dopo la sua disgrazia col mago africano la portava sempre sotto la sua
veste, dovunque andasse. La sfregò, e immediatamente il
genio
apparve davanti a lui dicendo:
Dai
Cavaradossi era arrivato un
maresciallo dei carabinieri che
aveva
disertato. La Tina non voleva ospitarlo, le sembrava un rischio troppo
grande, ma Artemio aveva insistito: l'uomo era parente di una sua
cognata,
che gli aveva mandato a dire se poteva nasconderlo, perché se i
fascisti lo avessero preso non ne sarebbe uscito vivo. L'ex
maresciallo
aveva la barba lunga, era stracciato e magrissimo. Non veniva nemmeno a
tavola, stava nascosto nel solaio e la Tina gli portava lassù
qualcosa
da mangiare. A volte si dimenticavano che ci fosse. Il maggiore Bright
chiese se il maresciallo era dalla loro parte e Nino si mise a ridere e
disse: "Quello vuole solo nascondersi, deve averne viste tante che gli
è passata anche la voglia di parlare. Ci sono altri nascosti
come
lui nelle case, che aspettano la liberazione senza fare nulla, si
contentano
di mangiare qualcosa, giusto per sopravvivere. Non si può
mica obbligarli a combattere! Il mio amico Nanni, Achille, quello che
ti
ho fatto conoscere ieri, aveva preso un disertore che stava per
arruolarsi
nelle brigate nere. Volevano impiccarlo, ma lui ha giurato che si
sarebbe
chiuso in solaio a casa sua e che ne sarebbe uscito solo alla fine
della
guerra. Così lo hanno accompagnato a casa e hanno detto a sua
madre
che lo tenesse ben fermo, perché appena lo avessero visto in
giro
gli avrebbero sparato".
Bright scuoteva la testa, accanto alle crudeltà, ai processi
sommari, alle esecuzioni, c'erano storie incredibili, che facevano
pensare
a dei bambini che giocano alla guerra. Chi mai avrebbe saputo
descrivere
quale fenomeno incredibile era la lotta di resistenza da quelle
parti?
Cavaradossi si mise a raccontare di quella volta che un gruppo di
partigiani
di Concordia si era incontrato con alcuni partigiani di Revere.
Ciascuno
dei due comandanti aveva intimato l'ALT e chiesto la parola d'ordine,
ma
un gruppo aveva la parola d'ordine della provincia di Mantova, l'altro
quella di Modena. Avevano già impugnato le armi, ciascuno
pensava
che gli altri potessero essere brigatisti neri, fino a che uno di
Revere
aveva riconosciuto la voce di un suo amico e lo aveva chiamato per
nome:
solo allora si erano tranquillizzati.
Nino restava in silenzio, contrariamente al suo solito, sperando
che il racconto finisse presto, che si passasse a un altro argomento,
invece
Bright si divertiva, e Cavaradossi allungava la storia con tanti
particolari,
di come dopo si erano
rallegrati perché non era capitata una tragedia.
Perché
Cavaradossi aveva tirato fuori quella storia, che gli riapriva la sua
ferita,
dell'uomo ucciso solo perché non aveva detto la parola d'ordine?
Quando Cavaradossi concluse dicendo: "Ci vuole poco ad accopparsi,
troppo
poco", Nino parlò all'improvviso, quasi senza averci pensato: "A
me è capitato di uccidere un innocente perché non sapeva
la parola d'ordine".
Era successo nell'aprile del 1944. Nino tornava alla Ca' Bianca
dopo essere stato a una riunione da Borselli per programmare un attacco
alla caserma di Sant'Antonio in Mercadello, dove si erano fermati sei
tedeschi
con una camionetta. Era arrivato a meno di un chilometro dalla
Ca'
Bianca quando aveva sentito un fischio. Un piviere dorato? poi il
fischio si era ripetuto e gli era sembrato che qualcuno si muovesse
lungo
il ciglio del canale d'irrigazione, tra le canne. Aveva chiesto: "Chi
va
là?", e non aveva sentito risposta. L'aveva gridato più
forte,
chiedendo la parola d'ordine: l'altro aveva risposto dicendo che era un
amico, e lui aveva fatto fuoco. Allora qualcuno aveva gridato in
lontananza:
"Nino, Nino, cos'hai fatto! non sparare, sono Primo!". L'uomo che Nino
aveva ucciso era un amico di Primo che era tornato dal fronte e voleva
unirsi a loro. "Quella notte, concluse Nino, ho avuto voglia di non
essere
mai nato".
Intorno alla tavola si fece silenzio, poi la Tina disse: "Nino,
bisognerebbe che tutti avessero coscienza come te, lo dicono in tanti,
lo sai..." Bright annuiva, poi disse: "Vuoi dirmi perché hai
ucciso
un innocente?". "Veniva avanti nel buio, e non diceva la parola
d'ordine,
ho sparato e l'ho ucciso. Avrei dovuto aspettare, era una notte
tranquilla".
Bright disse: "E se lui fosse stato un nemico e ti avesse
scaricato
addosso la sua pistola?". "Grazie Bright," disse Nino, "ma non era un
repubblichino
né un tedesco. E non avrebbe fatto fuoco".
"E' la guerra. Tutti noi vorremmo che la guerra fosse giusta,
impossibile," disse l'americano, "ma la penso come Tina, e anzi
vorrei
che tutti qua fossero come te. Farò tutto possibile
perché
il prossimo lancio porti a voi nuove armi. Sei un grande soldato, uno
dei
migliori che ho incontrato, comandante Nino".
Era la prima volta che Nino aveva sentito il desiderio di parlare
di quella notte tragica, di cui si vergognava e che avrebbe voluto
cancellare,
come un incubo. Nino si sentiva grato a Bright, che aveva fiducia
davvero
in lui e nella resistenza della Bassa modenese, se dopo due settimane
che
viveva in mezzo a loro aveva deciso che meritavano un lancio di armi,
ce
n'era bisogno davvero. Per fortuna non tutti gli americani erano
come il generale Alexander.
Sdraiato nel rifugio, accanto a Bright che si era subito
addormentato,
Nino ricordava l'autunno del 1943, quando era già tornato da
Modena
e tutto sembrava così appassionante, e facile, quando si pensava
che la pace sarebbe venuta in poche settimane.
Le uniche armi che avevano allora erano quelle che lui e altri
che la pensavano allo stesso modo avevano portato via di nascosto dalla
caserma. Rivedeva i volti di tanti ragazzi stranieri che in quel
periodo
passavano per la Valle, fuggiti dai campi di prigionia tedeschi.
Perfino qualche tedesco capitava da loro, affermando che non era mai
stato
per Hitler, e che ora non voleva più combattere. Si
sarebbero
fermati con loro anche due francesi, ma li avevano fatti ripartire
perché
non sapevano andare in bicicletta. Poi avevano ospitato due
polacchi
malati, forse di sifilide, li avevano fatti curare nell'asilo di
Concordia,
c'era una suora che faceva anche l'infermiera all'ospedale. E tanti
italiani
non volevano ripartire per il fronte, o non volevano essere arruolati
nell'esercito
della Repubblica di Salò: molti di loro erano diventati
partigiani.
Poi avevano fatto incursione nell'ufficio dell'anagrafe a
Concordia
e a San Possidonio, distruggendo i ruolini di leva, così era
diventato
troppo difficile per i repubblichini perseguitare i ragazzi che non
volevano
combattere quella sporca guerra accanto ai tedeschi.
In ottobre Borselli lo aveva chiamato per incaricarlo di portare
sano e salvo a Ferrara un colonnello inglese, Chatwin, che era in
missione
segreta. Il colonnello Chatwin aveva un meraviglioso fucile automatico,
uno sten col silenziatore che si piegava in due con un solo gesto: si
poteva
nascondere dappertutto, sembrava fatto apposta per i partigiani. Il
colonnello
lo aveva fatto provare a Nino, che se ne era innamorato.
Nino gli aveva procurato una bicicletta ed erano partiti
insieme,
lui davanti con l'unico mitra di tutta la Bassa, e il colonnello
dietro.
Lungo la statale Nino aveva usato il mitragliatore diverse volte, e il
colonnello ogni volta che stendeva qualcuno diceva: "Good! Bene, molto
bene Nino!". A Ferrara, il colonnello si era levato lo sten e lo aveva
dato a Nino insieme a una delle sue colt, dicendo: "Good luck, buona
fortuna
partigiano!". Nino ricordava la gioia che aveva provato: il colonnello
alleato lo considerava un soldato vero! e ora questo era capitato di
nuovo
con Bright, che credeva nella lotta partigiana, e gli avrebbe fatto
mandare
anche armi, armi nuove, adatte a loro!
Nino quella notte sognò che era venuta la liberazione, era
primavera e lui tornava dai suoi genitori. Aveva stivali alti e
una giubba militare con le stellette, e al suo fianco pendeva
la sciabola. "Cum' at' sé bel! come sei bello!", esclamava
sua madre, mentre suo padre sorrideva con le lacrime agli occhi e
diceva:
"Sono orgoglioso di te, Nino, sei proprio un comandante,
più
importante di quello al quale io facevo l'attendente nella prima guerra
mondiale", e Nino li abbracciava, e poi accendeva la radio e si
mettevano
a ballare. Ma una donna entrava, non era Gemma, era un donna
giovanissima
ma vestita di nero, col viso velato da un pizzo molto bello. Lui la
faceva
ballare, e si sentiva leggero, solo voleva vedere il viso della donna,
che invece gli scompariva tra le braccia all'improvviso,
lasciandolo
solo.
La voce di Tina svegliò lui e Bright per la colazione, c'era
il latte appena munto, e su in cucina, accanto al fuoco, era
seduta
Giuditta, infreddolita, avvolta in uno scialle scuro. L'aveva portata
Armando,
che era venuto a prendere Bright con un carro da morto. "E' il mezzo
più
sicuro che abbiamo in questo momento, l'abbiamo requisito alle pompe
funebri
di Mirandola", disse Armando. "O.K., va bene," disse il maggiore, "non
sono superstizioso, possiamo andare con quel macchinone con la
croce...".
Tutti risero, e Nino guardò Giuditta: "Ciao comandante, volevo
salutare
il maggiore Bright", gli disse, e poi, rivolgendosi
all'americano:
"E' stato bello parlare con te, maggiore Bright, è stato bello
per
me conoscerti. Porta con te il nostro ricordo, anche noi ti
ricorderemo".
Bright non parlava, annuiva e faceva buffi gesti con le braccia, faceva
finta di non essere commosso. Nino si teneva in disparte, Bright alla
fine
lo chiamò, e stringendogli la mano disse: "You're the
best,
comandante Nino, addio!". Fu Giuditta che più tardi
spiegò:
"Ha detto che sei il migliore"
Una bambina
pallida, senza attrattive
particolari, siede nel banco
accostato
alla cattedra. Sono in una prima media, per un ciclo di incontri sulla
fiaba, e mentre gli altri bambini parlano, chiedono, rispondono, lei
resta
in silenzio. Se viene sollecitata a esprimersi, si immobilizza e guarda
davanti a sé, come implorando di essere ignorata. Ho fiducia che
le fiabe che appassionano i suoi compagni piacciano anche a lei, ma
credo
di dover accettare la sua volontà di sottrarsi, per il dramma
che
esprime, i cui termini sono per me ignoti .
E furono fatte molte e lunghe dispute, chi di loro meritasse di averla; e fino al presente pende la causa sotto il giudice. A cui veramente aspettar si debba, lasciolo giudicare a voi.
Propongo il finale aperto e i bambini si affrettano a fare i giudici, finché una bambina osserva che sarebbe stato più giusto chiedere alla principessa chi dei quattro voleva sposare, e la classe è d'accordo con lei. Faccio notare che nella fiaba la Bella non parla mai, e quando mi chiedono perché, propongo loro di rispondere individualmente, scrivendo qualche riga. Mi emoziona la bambina che non voleva esserci, perché ha scritto:
La pricepesa non parlo ma stando nel castello buio che non parla con nessuno.
Mi ha raccontato del suo silenzio
attraverso la Bella prigioniera:
isolata
nel buio non poteva comunicare. Silenzio fatto forse di un disagio
familiare,
certo impastato di un linguaggio inadeguato alle richieste degli
insegnanti,
diverso da quello dei compagni, giudicato da chissà quanto tempo
sbagliato, scorretto, nella scuola. La bambina non parlava
perché
nessuno la ascoltava per accogliere le sue parole.
Si osservi l'intensità del messaggio: La pricepesa non parlo
sta per la principessa non
parlò, non parlava,
eppure non parlo
significa anche io non parlo,
e la bizzarra sintassi di tutta la frase
designa con efficacia l'accostamento tra il silenzio, il buio, e
l'isolamento.
Questa è la sola comunicazione della bambina in quel momento, e
come tale deve essere accolta. Solo dopo che l'avremo compresa nel suo
sforzo affettivo ed espressivo di partecipare potremo darle indicazioni
per acquisire strumenti linguistici consensuali.
Per comunicarle che sapevo quanto mi aveva svelato di sé, lessi
la sua risposta insieme a quelle degli altri bambini, commentandone la
verità psicologica. In questi casi non dico mai i nomi,
perché,
come spiego al primo incontro, lo psicoanalista è custode dei
segreti.
In un incontro successivo proposi una drammatizzazione della fiaba,
e chiesi una riflessione su quanto avevano sentito. Un bambino scrisse:
A me piace la fiaba mimata perché si può capire meglio la fiaba e perché sembra che prenda vita, mimandola ci possiamo divertire lavorando insieme. Certe volte mi piace mimare perché mi diverto e diverto i miei compagni, riempiendo l'aria di allegria.
Ora quella bambina voleva esserci: anche se con grandi difficoltà nell'uso della lingua consensuale esprimeva la stessa emozione dei compagni:
A me per le reciature sono belle quando si racontano ognuno la storia sono belle quando si scrivano ognuno delle un alunno e spiega la storia e più si diverte che uno c'ià una sua penionione
Mi colpisce che durante le recite, le reciature, mentre la fiaba si spiega, arricchendo la sua densità significante, crescano insieme il divertimento e l'acquisizione di un'opinione, un punto di vista personale: ...più si diverte che uno c'ià una sua penionione.
Per insegnare le regole della lingua consensuale si dimentica troppo spesso di ascoltare con sensibilità le espressioni dei bambini meno adattati alla scuola: rimpiangiamo i cantastorie, i detti popolari, il lessico dialettale, ma non ci accorgiamo che i nostri bambini, insieme alla loro difficoltà nell'uso corretto della lingua consensuale, hanno ritmi ed espressioni popolari, portando testimonianza di lingue diverse. Sono piccoli narratori corretti prima che ascoltati, ma basta un ascolto sensibile per scoprire la loro forza espressiva, come quella di un bambino che, in un'altra prima media, scriveva così per rispondere alla mia domanda sul perché non volevano recitare:
Perché ho paura che mi
prendano in giro
perché io barbetto nei confronti dei compagni
Il bambino soffriva di balbuzie: nei confronti dei compagni sta per rispetto ai compagni, ma il termine confronto richiama il problema della disparità e il suo penoso senso di inadeguatezza.
Mentre le
varie correnti della
psicologia possono elaborare teorie
dell'apprendimento
e descriverne caratteristiche e tappe come se si trattasse di un'area
autonoma
della mente, la psicoanalisi non si rappresenta i processi che
permettono
l'acquisizione di competenze linguistiche, logiche, tecniche, se non
come
aspetti di realtà affettive profonde. Ma non per questo chi si
interessa
di crescita o di apprendimento può trascurare la concezione
psicoanalitica.
Per quanto introduca una perturbante complessità nell'argomento,
ogni insegnante, ogni educatore, dovrebbe riflettere sul primato
dell'affettività
rispetto ai processi cognitivi e sul gioco tra il desiderio e il
piacere
di apprendere da una parte e l'inibizione e l'angoscia di fronte al
mondo
dall'altra.
Riprenderemo
più avanti il
concetto di pulsione
epistemofilica
in rapporto alle esperienze di lavoro psicoanalitico nella scuola, per
osservare come il piacere di imparare e di esprimersi crescano se si
offre
ai bambini una fiaba, un contenitore che consente di rappresentare
segmenti
significativi della loro vita intima. È del resto ciò che
è accaduto alla bambina che all'inizio non voleva esserci, e che
è entrata fra i suoi compagni indossando le vesti della Bella
prigioniera.
Quanto al bambino che barbettava, balbettava, nella sua classe ho fatto
un'esperienza che desidero raccontare perché riguarda proprio la
curiosità e il piacere di fronte alla lingua sconosciuta. Mi
ponevano
domande sulle fonti delle fiabe che raccontavo, e, ignorando il mio
amor
proprio di narratrice, volevano che le leggessi direttamente dai testi
del Cinquecento e del Seicento . Quando dissi che li avrei
accontentati,
pur dubitando che potessero capire, il loro orgoglio li spinse ad
attivare
un'attenzione straordinaria. Dopo aver letto una fiaba delle Piacevoli
notti, fu la volta di un Cunto di Basile nella lingua napoletana
secentesca
. Nel secondo caso diedi questa indicazione: essendo impossibile che
capissero
tutto, del resto nessun adulto di mia conoscenza ci riusciva, ciascuno
di loro avrebbe potuto ritenersi soddisfatto di aver compreso anche una
sola cosa, come un incantesimo, o un personaggio. Dopo il racconto
scrissero
ciò che avevano capito, e all'incontro successivo lessi la loro
fiaba corale. Questo metodo di lavoro ha la funzione di far comprendere
con rapidità ed efficacia ai bambini la loro potenza espressiva:
costruisco un racconto scegliendo tra i loro scritti dei brani per
comporre
la fiaba completa, usando fedelmente le loro parole. Ogni bambino,
anche
se non faccio nomi, vi trova qualcosa di suo, e questo li libera,
almeno
in parte, dalle gerarchie tra bravi e non bravi, adeguati e inadeguati
nell'espressione. Alcune delle dinamiche che sottendono comportamenti
disturbanti
o passivi si dissolvono fin dai primi incontri. Nella fiaba corale che
era la loro versione del racconto di Basile, ogni passaggio era stato
compreso:
ciò che individualmente era impossibile, diventava possibile per
il gruppo. Quanto al bambino che barbettava, aveva capito più
degli
altri: anche al paese dei suoi nonni parlavano così, e io avevo
sbagliato il modo di dire certe parole.
Le angosce che impediscono di apprendere sono la ripetizione di angosce
relative alla relazione con la figura materna prima, che forma la
matrice
fondamentale di ogni relazione, poi con la figura paterna, che ha la
funzione
di aprire il rapporto diadico al mondo consensuale. Se è vero
che
queste relazioni si strutturano nei primi anni di vita, specialmente
nei
primi mesi, è altrettanto vero che nell'arco di tutta la vita
possono
trasformarsi, ogni volta che si riattivano in relazione con figure
parentali,
come gli insegnanti.
La nostra realtà psichica ci porta a ripetere inconsciamente,
in ogni situazione che viviamo, il nostro dramma interiore, sia
correndo
il rischio di una sconfitta, sia sperando in una trasformazione
positiva,
in una soluzione.
Se siamo sconfitti in una situazione particolare, nella quale abbiamo
investito affettivamente, noi possiamo sentirci sconfitti su tutti i
fronti,
e la stessa cosa vale se vinciamo: ne traiamo la fiducia di poter
sciogliere
i nodi che ci imbrigliano anche sugli altri piani della nostra
esistenza.
Occorre un tempo di riflessione perché il senso totalizzante di
sconfitta o di vittoria lasci spazio a una rappresentazione
più
varia della nostra realtà, e questo è tanto più
vero
quanto più siamo coinvolti emotivamente. Un forte coinvolgimento
può essere pensato come una condizione relativa a un gioco di
rapporti,
di elementi, che attiva ampie parti della nostra realtà
affettiva
e fantasmatica. Per l'adulto, l'esperienza che coinvolge in massimo
grado
è l'innamoramento, quando dal sì o dal no della persona
amata,
a dispetto di ogni ragionamento, fa dipendere la sua salvezza o la sua
definitiva infelicità. Per il bambino questa intensità di
coinvolgimento si verifica più facilmente, perché la sua
passione di vita, il suo Eros, sono diffusi ogni giorno in molti
scenari
diversi. Se non dimentichiamo quanto sono irragionevolmente
totalizzanti
e perturbanti certe situazioni anche per noi adulti, non giudicheremo
eccessivo
né ingiustificato il suo pianto o la sua esultanza quotidiana.
Il
bambino è più vicino dell'adulto al neonato, che ci fa
sentire
la sua disperazione e la sua angoscia senza luce quando piange, per
manifestare
una beatitudine appagata poco dopo, se è cullato e saziato.
Gli insegnanti sono figure genitoriali, materne per l'accoglienza e
l'ascolto comprensivo che possono dare o rifiutare, paterne per la
funzione
istituzionale che compete loro: mediare tra la lingua della famiglia,
la
lingua originaria, e la lingua consensuale, acquisendo la quale il
bambino
potrà muoversi con senso di adeguatezza nel mondo adulto. Il
compito
della scuola è più importante e difficile con quei
bambini
nella cui famiglia, per marginalità culturale e sociale, o per
disagi
e conflitti affettivi, la funzione paterna è carente. Questi
bambini
stentano a usare correttamente la lingua italiana nella scuola
dell'obbligo.
Senza la consapevolezza del loro bisogno, non potremo fornire loro
occasioni
per colmare la distanza che li separa dagli altri: difficilmente
supereranno
i primi anni della scuola superiore, perché il loro linguaggio
rappresenta
una fornitura inadeguata non solo a parlare e a scrivere, ma anche a
rapportarsi
con gli insegnanti e con i compagni. In alcuni casi si tratta di
bambini
o adolescenti che soffrono di conflitti affettivi di cui l'istituzione
non è in grado di prendersi cura: una diagnosi tempestiva e
un'analisi
personale possono favorire trasformazioni positive, e sciogliere
conflitti
che altrimenti esploderanno come una patologia grave in fasi successive
dell'adolescenza o in età adulta. Ma credo che in moltissimi
casi
la scuola potrebbe offrire un contenitore adeguato per aiutare questi
bambini
a crescere: se gli insegnanti fossero in condizione di svolgere bene la
propria funzione di mediatori tra la lingua della famiglia e la lingua
di tutti, offrirebbero loro elementi preziosi per arricchire la figura
paterna carente.
Purtroppo la scuola risponde troppo spesso a un linguaggio inadeguato
definendolo sbagliato, irridendo termini ed espressioni che, per essere
locali e dialettali, non avrebbero diritto a un rispetto minore di
quello
riservato alla lingua italiana. Il bambino avverte questo atteggiamento
come un rifiuto del suo stesso essere: non possiamo infatti separare il
linguaggio che usiamo dalla coscienza di noi stessi.
La lingua familiare è la rappresentazione della realtà
affettiva delle persone che la compongono la famiglia, non solo del
loro
livello sociale e culturale: disprezzarla o censurarla suscita nel
bambino
una giusta difesa di questa realtà, che può configurarsi
come rifiuto di apprendere la lingua della scuola, avvertita come
minacciosa
per il suo mondo di provenienza, il solo che conosce.
Se noi ci sentiamo impotenti, non riusciamo né a parlare
né
ad apprendere: solo la fuga di fronte a questa verità semplice e
perturbante può indurci a non considerare con cura i bambini che
parlano o scrivono scorrettamente.
Chi non conosce il piacere di imparare la lingua non può
insegnarla,
chi è cresciuto senza interrogarsi sulla propria realtà
interiore
non può ascoltare affettivamente i bambini: si muove piuttosto
secondo
il dettato del Super-io, l'istanza genitoriale che impone regole e
assegna
punizioni. Infatti, per quanto possiamo aver sofferto subendo le
imposizioni
dei nostri genitori o della scuola, o per quanto soffriamo nel mondo
del
lavoro, noi ripetiamo con i bambini - o piuttosto contro i bambini -
ciò
che abbiamo subito. Scriveva Freud:
Di solito i genitori e le autorità analoghe seguono, nell'educazione del bambino, i precetti del proprio Super-io. Quale che sia l'accomodamento al quale il loro Io è giunto nei confronti del loro Super-io, essi sono severi ed esigenti nell'educazione del bambino. Hanno dimenticato le difficoltà della propria infanzia e sono contenti di potersi ora identificare pienamente con i propri genitori, che a suo tempo hanno imposto loro tante gravi limitazioni. Così, in realtà, il Super-io del bambino non viene costruito secondo il modello dei genitori, ma su quello del loro Super-io; si riempie dello stesso contenuto, diventa il veicolo della tradizione, di tutti i giudizi di valore imperituri che per questa via si sono trasmessi di generazione in generazione. (Freud, 1932, cit., p.179.).
....questo strugge
nel petto il mio cuore palpitante,
solo che un istante ti scorga,la voce più non mi viene,
la lingua balbetta; rovente
un brivido mi sfugge sotto la pelle ....
La novella nun è bella,
Se sopra nun ci si rappella.
(Gherardo Nerucci, 1977, p. LVIII)
Ma a che deve mirare l'educazione? dove deve intervenire? È ancora difficile rispondere con sicurezza. Finora, essa si è posta per compito soltanto il dominio, o meglio la repressione delle pulsioni. I risultati sono stati tutt'altro che soddisfacenti e dove si è avuto qualche successo, questo ha riguardato soltanto un esiguo numero di privilegiati sfuggiti alla pretesa della repressione pulsionale. D'altra parte nessuno si è domandato per quali vie e in virtù di quali sacrifici si raggiunga la repressione delle pulsioni imbarazzanti. Se per contro noi sostituiamo a questo compito un altro, quello di rendere l'individuo atto alla civiltà e utile membro del consorzio umano, senza chiedergli di sacrificare la propria attività più di quanto non sia strettamente necessario, ecco che allora i chiarimenti datici dalla psicoanalisi sull'origine dei complessi patogeni e sul nucleo di ciascheduna nevrosi meriteranno giustamente di essere considerati dall'educatore una guida di inestimabile valore per la condotta da tenere nei confronti del bambino. Quali conclusioni se ne possano trarre, fino a che punto l'esperienza possa giustificare l'applicazione di tali conclusioni nel nostro sistema sociale, lascio ad altri di decidere e di giudicare. (Freud, 1908, pp. 587-588; corsivo mio)
Lest we should know
where we
are,
Lost in a haunted wood,
Children afraid of the night
Who have never been happy or good.
Noi
desideriamo vedere i nostri
bambini buoni e felici come noi
avremmo
voluto essere e come non siamo mai stati, vogliamo che siano loro i
figli
che i nostri genitori volevano, illudendoci di accontentarli come
genitori
dopo che non li abbiamo fatti felici come figli. Forziamo i figli
perché
ci diano la possibilità di specchiarci in un'infanzia che
avremmo
voluto e non abbiamo avuto, e della quale non sappiamo come possa
realizzarsi.
Ci illudiamo che se i figli o gli allievi ci rispecchiano nelle nostre
idealizzazioni noi possiamo continuare a ignorare come siamo realmente:
persi in un bosco stregato, e spaventati tanto da pagare qualunque
prezzo
per nasconderci l'angoscia insopportabile.
Un prezzo da pagare per rimuovere la paura e lo smarrimento che
proviamo
nella vita è la perdita dell'autenticità nell'espressione
del nostro mondo interiore: esprimiamo più sentimentalismo che
sentimento,
più moralismo che senso morale, più regole subite e
imposte
acriticamente che una capacità di scegliere fondata sia sul
desiderio
che sul rispetto degli altri.
E a scuola, in armonia - ma l'armonia è ben poca - con questa
posizione infantile e narcisistica che viene erroneamente definita come
senso della realtà, il piacere della cultura, la gioia di
trasmettere
e di ereditare la ricchezza che è frutto del lavoro di tutti gli
esseri umani, è sacrificato alle regole da imporre per evitare
di
vedere ciò che abbiamo continuamente sotto gli occhi:
l'inesauribile
problematicità della nostra esistenza. Diciamo ai figli che non
dovrebbero essere infelici, che le loro improvvise esplosioni di
violenza
contro gli altri e contro se stessi sono senza ragione, dato che hanno
tutto, ma non ci chiediamo di cosa hanno bisogno, se non avendo
già
una risposta preformata dalla convenzione o dall'esperto interpellato
frettolosamente
per convincerci che abbiamo fatto tutto il possibile.
Nessuno può illudersi che il suo lavoro risolva
l'infelicità
nella cultura, ma la sensibilità psicologica che nasce
dall'ascolto
di se stessi e degli altri evita almeno di incrementarla, e forse
qualche
volta un seme fra i tanti gettati con amore può favorire la
fiducia
e la gioia di esprimersi di un bambino, aiutandolo ad essere utile a se
stesso e agli altri.
Tante volte i bambini mi hanno fatto capire quanto desiderano crescere,
e quanto siano pronti a trasformarsi se qualcuno li ascolta. In
un'altra
prima media c'era una bambina alta e robusta, scura di capelli, che se
ne stava sempre accigliata: il suo rendimento era insufficiente,
nettamente
inferiore alle sue capacità. Volendo drammatizzare una fiaba
chiedevo
chi voleva venire a fare la parte della regina strega che cerca di
uccidere
i gemelli dalla stella d'oro , e tutte le bambine mi facevano segno di
no, quando lei con una spalluccia disse: La fo io, vai, tanto io sono
cattiva!
e venne a recitare. Diede vita a una regina così perfida ed
efficace
che io pensavo avesse già esperienze di teatro, ma non era
così:
la sua bravura coinvolse i compagni, tanto che in quella classe la
drammatizzazione
divenne il metodo migliore per l'elaborazione delle fiabe. La bambina
dava
agli altri indicazioni su come recitare, e anche il suo rendimento
scolastico
migliorò nettamente. All'ultimo incontro mi ha scritto una
lettera
dalla quale riporto un brano:
Quando noi arriviamo al giovedì siamo tutti contenti perché arriva lei e con le sue favole entriamo in un mondo di gioia e di fantasia, e quando bussano scoppia la mia fantasia e mi scoccia molto. Chiudiamo la porta e io rimonto nella mia nuvoletta multi colori per avviarmi nel mondo fantasioso. Purtroppo la favola finisce e il mio mondo e la nuvoletta diventano briciole che nel corso dei giorni si ricompongono per un'altra fiaba che parli di amicizia, e di fedeltà.
Le parole
della bambina che viveva
meglio la scuola dopo aver
scoperto
che la sua "cattiveria" poteva essere preziosa contengono una
comprensione
del lavoro simbolico che si attiva con le fiabe. Il racconto apre uno
spazio
e un tempo privilegiati: raccolti ed emozionati i bambini, come me che
racconto, sobbalzano se qualcuno bussa alla porta. L'interruzione fa
parte
del gioco: una custode viene a prendere le presenze per la mensa, un
insegnante
deve parlare con l'insegnante della classe. Il filo del racconto
interrotto
riprende e si dipana, mentre si manifesta la ricchezza dei colori,
delle
emozioni, che la fiaba antica evoca. Il tempo della fiaba, un'ora del
giovedì,
finisce, e la bambina ci fa comprendere che distingue bene tra la
realtà
del racconto e la realtà quotidiana, dove è difficile
sentire
un ritmo costante e incantevole. Alla frustrazione della nuvoletta
multi
colori che diventa briciole, come la bambina definisce il mondo
immaginario
al quale le fiabe le aprono l'accesso, segue il corso dei giorni.
Accettando
l'uscita dalla rappresentazione fiabesca si scopre il dono più
grande:
le briciole piano piano si ricompongono, come frammenti di senso che
favoriscono
la comprensione del senso della propria vita quotidiana. Questa
comprensione
che utilizza i semi raccolti nelle fiabe consente di rappresentarsi
nella
realtà quotidiana con un filo di amicizia e di fedeltà.
Se sappiamo ascoltare noi stessi, possiamo raccontare fiabe ai bambini
e ascoltare le storie con le quali ci rispondono. Conosceremo allora
molte
chiavi per comprenderli, ma non solo. Nei loro disegni o nelle loro
parole
ci sono momenti di luce poetica che ci aiutano a procedere nella
ricerca:
sono solo i bambini a poter accedere al luogo dove è custodita
la
lampada magica.
Se dovessi dire in poche parole che cosa sono le fiabe, sceglierei
la poesia di una bambina di dieci anni, raccolta da un'insegnante che
conosce
il mio lavoro :
Vorrei dare
la parola a questi
bambini per riflettere sul loro
potenziale
espressivo, con la speranza che a qualcuno venga il desiderio di
provare
a raccontare fiabe e ad ascoltare le fiabe con le quali i bambini ci
rispondono.
Raccontare e ascoltare sono i due lati di un'unica figura, costituita
dalla
coppia narratore/ascoltatore, scrittore/lettore, e costituiscono una
rappresentazione
della relazione amorosa. È Proust a darci una testimonianza di
questo
quando ci dice che ogni scrittore è un traduttore: traduce per
altri
storie di altri. Egli fissa nella scrittura, grazie alla sua arte e al
suo desiderio, una storia che è sua, ma che allo stesso tempo
è
nutrita dalle generazioni passate e offre semi destinati alle
future.
Nel gioco del racconto e dell'ascolto, della lettura e della scrittura,
noi riceviamo un dono e doniamo qualcosa, e, che si tratti della
ricerca
proustiana o della fiaba raccontata a un singolo bambino, sperimentiamo
la nostra realtà psichica in relazione all'altro, sentendo e
consentendo
la trasformazione continua nella quale ci si immerge. Questo modo di
essere,
in rapporto con l'altro e con se stessi, è inaccessibile per la
posizione narcisistica, che chiede ai bambini un rispecchiamento
rassicurante.
I figli, come gli allievi, possono confermare le idealizzazioni
relative
alla bontà e alla felicità nostre o del nostro mondo,
solo
se li convinciamo a comportarsi come animali ammaestrati. Non
c'è
nutrimento nelle idealizzazioni fondate sulla fuga dalla sofferenza e
dall'angoscia.
Raccontare una fiaba con sensibilità produce le trasformazioni
positive di un momento d'amore, e da questo vengono il silenzio magico
e la forza espressiva. Non so se capiterà che la leggano, ma se
fosse così, vorrei che tutti i bambini che hanno partecipato a
questa
esperienza, anche se non troveranno le loro parole o i loro disegni, si
sentano egualmente narratori di questa ultima variante di Re Porco.
In un
castello, su di un balcone, vi
era una regina incinta, che
lavorava
a maglia.
Vide una vecchia mendicante avvicinarsi al palazzo, subito disse: va
via vecchia maiala! allora la vecchia ribatté: maiale! nasca il
tuo figlio, e se ne andò.
Come volevasi dimostrare, la creaturina che crebbero era un piccolo
maiale. Giunto all'età adulta, desiderava avere una moglie,
quindi
cominciò ad annaspare, e a gemere contro il muretto.
Nessuno capiva il perché, solo prima di aver visto che dietro
al muro vi erano tre fantastiche ragazze. Per molto denaro i genitori
delle
ragazze ne cedettero una. (G.)
La notte
stessa il Re porco si
trasformò in un bel principe,
il principe bello gli disse: "Mia fanciulla non dire a nessuno di
quello
che hai visto, neanche a mia madre" la fanciulla promise di non dirlo a
nessuno.
Ma il giorno dopo la fanciulla andette dalla regina e gli disse: Mia
Regina suo figlio ogni notte diventa un bel giovane, vi prego Regina
non
ditelo a nessuno che le ho detto questa cosa". e la Regina gli rispose:
"Si, va bene". La notte dopo il Re porco si ritrasformò in un
bel
giovane e gli disse alla fanciulla "Perché hai detto a mia madre
che ogni notte mi trasformo in un bel giovane". La fanciulla disse: "Io
non ho detto nulla a nessuno".
Ma il bel giovane prese uno spillo pungente e la colpì al collo
e la fanciulla morì.
I servi al mattino videro il corpo della fanciulla morta accanto al
Re porco.
Il servo andò dalla regina a dirgli che la fanciulla del
Re porco era morta, la regina disse: forse sarà morta
perché
mio figlio faceva troppo puzzo".
Il Re porco voleva l'altra fanciulla e la madre gliela diede la notte
successe come alla prima fanciulla il Re porco divento un bel giovane,
Il Re porco gli disse come alla prima: di non dirlo a nessuno. La
fanciulla
stette 2 mesi senza dir nulla del Re porco, ma un giorno andò
dalla
Regina e gli disse: "Suo figlio ogni notte si trasforma in un bel
giovane,
ma non ditelo a nessuno". La regina gli rispose di "Si".
La notte dopo il bel giovane ammazzò anche lei come l'altra.
Un altro servo trovò la fanciulla morta e la portò alla
Regina
e ella disse: "sarà morta come l'altra" (Emanuele)
Allora il porco vuole l'ultima ragazza di nome Ginevra, si sposano, passano la notte in camera e lui si trasforma in ragazzo e le dice di non dire niente a nessuno, la ragazza avrà resistito qualche giorno, qualche settimana, ma un giorno lo racconta alla regina. Il porco come al solito sente e la notte dice alla ragazza: "brutta traditrice, ma a te non ti voglio uccidere"..."se mi vuoi bene, mi dovrai cercare e consumare sette vestiti di ferro, sette mazze di ferro e riempire sette boccettine di lacrime", e va via. La ragazza la mattina parte con le cose di ferro e cammina, fa un lungo viaggio, quando per la strada incontra una vecchina con una nocciola in mano e Ginevra le domanda: "scusi vecchina, sa mica dove è il castello del re?" e risponde: "cammina e quando trovi la piazza del re schiaccia questa nocciola, dove verranno fuori galanterie che stupiranno la regina e chiedi per queste galanterie di passare una notte con il re. Allora la ragazza cammina, quando trova un altra vecchietta, la ragazza le chiede dove è il castello del re, la vecchietta le da una mandorla e le dice le stesse cose della vecchietta di prima. Ginevra cammina e intanto ha consumato sette vestiti, paia di scarpe, mazze di ferro e riempito sette boccettini di lacrime. Incontra un vecchiettino con una noce in mano, Ginevra le domanda dove fosse il castello del re, ma il vecchietto dice le solite cose delle due donne precedenti. (Susanna)
La giovane
continuò
tristemente a piangere, a camminare...
fino
a riempire i 7 fiaschettini di lacrime, consumare i vestiti le mazze e
le scarpe e raggiungere la piazza reale. Lì aprì la
mandorla
e, come consigliato dalla vecchietta le vendette alla regina
guadagnando
la notte con lo sposo il re porco.
Quella sera i servi l'avevano ubriacato per ordine della regina e la
ragazza quando entrò in camera disse: - Son Ginevra bella che
per
te ha consumato 7 vestiti di ferro, 7 scarpe di ferro, 7 mazze di ferro
e ha riempito 7 fiaschettini di lacrime -
Il porco trasformato in uomo non si accorse di niente perché
stava dormendo. Il giorno seguente la Ginevra aprì anche la
nocciola
e ne uscì così splendore che la regina ne fu abbagliata e
le comprò, la ragazza guadagnò di nuovo una notte con il
porco.
Quella sera il porco era ancor più ubriaco della notte
precedente
e la ragazza quando arrivò ripetè le stesse parole ma
passò
inosservata senza ottenere niente. (Anonimo/a)
Il re infatti veniva fatto addormentare con un sonnifero messo nel vino e la sera la ragazza era introdotta nella sua stanza e vigilata fino all'alba. In queste ore il re, nelle prime due notti non si svegliò e non poté così udirla piangere:
"Sono la tua
sposa
che per ritrovarti,
ho consumato 7 scarpe di ferro
7 vestiti di ferro
e ho riempito 7 boccetti di lacrime"
(Anonimo/a)
Il giorno
seguente Ginevra schiaccia
la noce, vengono fuori
bellissime
galanterie, tutte luccicanti e la regina le chiede: "cosa vuoi in
cambio
di queste galanterie?" e Ginevra: "una notte con il re" e la regina
accetta.
Un servo fedele aveva detto al re, quello che faceva la regina al vino,
allora il re ordinò di non drogare il proprio vino. Infatti
arriva
la regina e ordina "drogate il vino del re", ma i servi drogano il vino
della regina.
La sera il re mangia, beve e va a letto, fa finta di dormire a
mezzanotte
arriva Ginevra che dice: "Sono io, Ginevra bella tua, ho consumato
sette
paia di scarpe di ferro, sette vesti di ferro...". In quel mentre il re
apre gli occhi e Ginevra contenta dice: "Amore mio, ti sei svegliato" e
nel mentre era la regina che si era addormentata. (Susanna)
O nonna, o nonna! deh com'era
bella
quand'ero bimbo! ditemela ancor;
ditela a quest'uom savio la novella
di lei che cerca il suo perduto amor!
- Sette paia di scarpe ho
consumate
di tutto ferro per te ritrovare:
sette verghe di ferro ho logorate
per appoggiarmi nel fatale andare:
sette fiasche di lacrime ho
colmate,
sette lunghi anni, di lacrime amare:
tu dormi a le mie grida disperate,
e il gallo canta, e non ti vuoi svegliare. -
Deh come bella, o nonna, e
come vera
è la novella ancor! proprio così.
E quello che cercai mattina e sera,
tanti e tanti anni in vano, è forse qui.
La faticosa
ricerca, nell'esperienza
e nel lavoro che costituiscono
la vita, appare vana, e la sola patria possibile per il poeta, lo
spazio
e il tempo che soli mantengono il sentimento della verità, sono
quelli dell'infanzia, quando la nonna raccontava la fiaba,
probabilmente
quella di Re Porco. La poesia non rappresenta qualcosa che nella fiaba
accade, e permette al bambino, come ai protagonisti, sia di godere del
viaggio che la fiaba rappresenta, sia di uscire dal luogo immaginario
che
c'era una volta, tanto tempo fa. Nessuna guardia aiuta a stare sveglio
il principe alloppiato, legato a una figura femminile che accumula
ricchezze,
anziché donare per lui tutte le meraviglie che escono da una
mandorla,
una noce, una nocciola, ricevute nel cammino doloroso della perdita.
Perché
è così che sono le fiabe, che solo al nostro sguardo
cieco
e al nostro orecchio assordato possono apparire storielle moralistiche
o sempliciotte: è la speranza, che nasce dalla cura per il
desiderio,
a rendere possibile il cammino, non la certezza di realizzarlo.
È
il coraggio di lasciare tutto per camminare lungo la propria vita che
fa
muovere verso la meta, non una mappa disegnata da altri. E chi
non
abbia avuto una guardia che vigilava, un momento nella veglia, nella
coscienza,
capace di interrompere quel sonno alloppiato, avrà la percezione
poetica, splendida, di Ginevra che lo chiama, ma come in sogno: la
relazione
eterosessuale ed esogamica che nelle fiabe è rappresentata dalle
nozze regali, che consideriamo la meta dell'adulto, gli resta
inaccessibile.
Giosue Carducci nella sua poesia, come quasi tutti gli adulti e i
vecchi,
ricorda dell'infanzia il senso di verità e di bellezza, ma non
apre
alla speranza che l'eredità della cultura sia fonte di ricchezza
e di gioia. La fiaba che il poeta ricorda si ferma prima del finale,
nel
canto struggente di Ginevra accanto al re addormentato. Ciò che
la cultura rimuove per mantenere la sua infelicità è
anche
il finale della fiaba che nell'ascolto ci fa sorridere ed esultare.
Non è mai certa la meta per chi desidera e cerca: ma è
impraticabile per chi, preso dalla sfiducia, non intraprende il
cammino.
Come recita il frammento CXIX di Eraclito:
nell'insperato
chi non spera
non troverà
poiché non ha traccia
né passo
Lo
psicoanalista conosce bene, sia
per la sua formazione personale,
sia per quanto osserva nel suo lavoro clinico, che la posizione
narcisistica,
come richiesta all'altro da sé di un rispecchiamento, è
difficilissima
da abbandonare. Narciso forma la figura di fondo della cultura nella
sua
angoscia di fronte alla finitezza: alla morte che è embricata
all'avvicendarsi
delle generazioni. Narciso non ascolta le offerte e le preghiere
d'amore
di nessuno: non accettando la relazione con l'altro ama senza rimedio
la
propria immagine appena la scorge. Non può distaccarsene, sente
che morirebbe lasciandola, pur sapendo che anche nel fondo dello
specchio
d'acqua troverà la morte. Abbiamo richiamato brevemente la
figura
di Narciso perché riteniamo che costituisca la posizione
psichica
sulla quale si sviluppano gli atteggiamenti superegoici che abbiamo
descritto
nell'educazione.
Ai figli come agli allievi si trasmette la tradizione perché
la nostra esistenza personale, o l'esistenza della nostra cultura, del
nostro sistema di leggi, non muoiano mai. Nel delirio narcisistico che
è sfondo dell'infelicità nella cultura, la nostra morte
coincide
con la fine del mondo. Basta osservare come non esista una
rappresentazione
collettiva del mondo che non faccia coincidere la sua creazione, il suo
inizio, con la nascita di quella cultura. La fine della cultura e la
fine
del mondo coincidono egualmente. Nella Bibbia il capostipite del popolo
eletto è anche il primo uomo creato. Nel tempo e nello spazio,
il
progenitore dà origine agli ebrei, che si rapportano al vero
Creatore,
e anche alle genti che vivono nell'errore: gli altri, i nemici. Per il
Cristianesimo, il punto originario è la nascita di Gesù
Cristo,
lo zero a partire dal quale si contano gli anni illuminati dalla sua
rivelazione,
e, all'indietro, gli anni dell'oscurità che lo precede. Questi
anni
di segno negativo, disposti a sinistra dello zero sull'asse
orizzontale,
sull'ordinata del tempo, hanno senso solo se preparano la loro stessa
rappresentazione
positiva. Passando alla rappresentazione individuale del tempo, del
proprio
tempo di vita, possiamo osservare che ciascuno di noi pone se stesso e
la sua età presente al centro: chi ha meno anni è molto,
troppo giovane, chi ne ha di più è molto, troppo vecchio.
Quando abbiamo quindici o venti anni, i trentenni sono ormai fuori
gioco.
Quando ne abbiamo quaranta pensiamo invece che manchino loro elementi
essenziali
per capire la vita.
Se torniamo a distanza di dieci anni in una casa nella quale abbiamo
abitato da bambini, la nostra percezione ci dice che le sue stanze, il
suo giardino, si sono ridotti. A dispetto della consapevolezza che
stanze
e recinzioni non sono cambiate, quel luogo ci delude, così
rimpicciolito,
e l'ampia casa del ricordo si distacca da quella reale per vivere nei
sogni
come un patrimonio perduto concretamente, ma inalienabile per la
memoria.
È solo la relazione affettiva con gli altri che ci consente
di giocare nell'esperienza presente tra la casa del ricordo e la casa
concreta:
se desideriamo abitarla con le persone che amiamo, faremo incontrare la
casa immensa della memoria, con le sue piante rigogliose, i cui fiori
profumano
come un giardino di fiaba, con lo spazio e il tempo della vita
quotidiana.
Intrecciamo, se amiamo e riceviamo amore, la bellezza del sogno e la
fatica
di ogni giorno, annodiamo pazientemente il filo rosso che attraversa la
nostra vita se la burrasca lo spezza, e non ci sembra meno bello con
tanti
nodi: ci dicono che abbiamo vissuto, che viviamo.
Se in questa posizione oscillante fra il desiderio che vuole una casa
immensa e piante sempre in fiore, e l'esperienza che ci segna di dolore
e fatica, ci rivolgiamo, da adulti, ai figli, o agli allievi, possiamo
gioire della cultura, che consegnamo loro come eredità umana.
Rinunciando
al rispecchiamento che cercavamo per illuderci sulla nostra
immortalità,
forzandoli a ripetere la nostra infelicità nella cultura,
potremo
offrire loro la nostra eredità, nella cui ricchezza sono vive le
generazioni che sono venute prima di noi. Nessun patrimonio procura
piacere,
né si incrementa trasformandosi, se chi lo eredita non
può
disporne liberamente.
Mi piace immaginare una scuola in cui si sperimenti almeno qualche
volta il piacere del testo, la gioia di ereditare un patrimonio di
racconti,
come in quella prima media che ascoltava Ovidio e Basile in silenzio.
Ammesso
che fra gli insegnanti ve ne siano alcuni che per esperienza e
sensibilità
psicologica abbiano rinunciato alla posizione narcisistica nei
confronti
dei loro bambini, ci si deve chiedere da dove possano trarre la
competenza
simbolica indispensabile per comprendere il valore di ciò che si
racconta ai bambini e il valore di ciò che i bambini ci
raccontano
in risposta. Ci sono molti libri utili sul simbolismo, ma nessun libro
può garantire la trasformazione psicologica necessaria per
ascoltare
senza sovrapporsi continuamente a chi ascoltiamo. Né ci sono
testi
di narratologia che portino a capire come un racconto sia un dono
d'amore:
questa verità psicologica, che si alimenta lungo un complesso
percorso
di crescita, verso il raggiungimento della maturità adulta,
generativa,
rischia di non sembrare altro che un consiglio facile da applicare.
Se non sapessi che la psicoanalisi è una continua interrogazione
che non ottiene risposte definitive, e che questo interrogare è
un lavoro fecondo, perché muove lo spazio e il tempo delle
relazioni
tra esseri umani, non potrei operare nella scuola. La logica mi
porterebbe
a capire che al massimo lo psicoanalista può cogliere pochi
frutti
effimeri, promuovere trasformazioni apparenti o solo temporanee nella
scuola,
con la sua pesantezza burocratica, tra insegnanti formati in un certo
modo:
nella scuola come altrove, la tendenza dominante è rivolta alla
negazione della realtà psichica.
Si afferma che esiste un mondo di oggetti indagabili secondo leggi
dalle dimostrazioni inoppugnabili, e che la nostra cultura è la
migliore di tutte. Chi non aderisce alla rappresentazione dominante del
mondo, come alla sola vera e degna di rispetto, ha due scelte.
Può
collocarsi in una marginalità che non ha accesso ai luoghi
deputati
alla conservazione e alla trasformazione del patrimonio culturale, come
l'università e la scrittura, oppure può mantenere il filo
del desiderio, difendendolo dall'omologazione che preme sul suo
linguaggio
nella scuola e nel mondo del lavoro. Rileggiamo Freud, quando osserva
che
l'educazione fino a questo punto, sia il 1908, sia il 1996:
...si è posta per compito soltanto il dominio, o meglio la repressione delle pulsioni. I risultati sono stati tutt'altro che soddisfacenti e dove si è avuto qualche successo, questo ha riguardato soltanto un esiguo numero di privilegiati sfuggiti alla pretesa della repressione pulsionale. (Freud, 1908; cit., p. 587)
Anche disponendo in misura amplissima di materiale storico e maneggiando nel modo più sicuro i meccanismi psichici, in due punti importanti un'indagine psicoanalitica non riuscirà mai a illuminarci sulla necessità che l'individuo sia divenuto quello che è e nessun altro. Nel caso di Leonardo, ci siamo visti costretti a sostenere l'opinione che l'accidente della sua nascita illegittima e l'eccessiva tenerezza di sua madre esercitarono un influsso decisivo sulla formazione del suo carattere e sul suo successivo destino, in quanto la rimozione sessuale subentrata a questa fase infantile lo indusse a sublimare la sua sete infantile di sapere e ne determinò l'inattività sessuale per tutto il resto della sua vita. Ma questa rimozione seguita alle prime soddisfazioni erotiche dell'infanzia non doveva verificarsi ineluttabilmente; in un altro individuo forse non si sarebbe verificata o sarebbe riuscita assai meno estesa. Qui dobbiamo riconoscere un margine di libertà, che non si può ulteriormente risolvere con mezzi psicoanalitici. Altrettanto scarso il diritto di presentare l'esito di questo sopravvento della rimozione come l'unico esito possibile. Un'altra persona non sarebbe probabilmente riuscita a sottrarre alla rimozione la parte fondamentale della libido, sublimandola in brama di sapere; sottoposta agli stessi influssi di Leonardo, ne avrebbe riportato un danno permanente attività intellettuale o un'insuperabile disposizione alla nevrosi ossessiva. (Freud, 1910, cit.; pp. 273-274)
La figura
materna, con la quale il
neonato vive una sorta di fusione
indifferenziata è il primo mondo del bambino, e possiamo pensare
che la relazione nella quale è immerso si rappresenti nella sua
mente come una sorta di carta topologica, una viva matrice delle
successive
elaborazioni. La mappa originaria, che si articola e si amplia
nell'esperienza,
è pensabile come rappresentazione psichica del terreno materno,
sul quale attecchisce il linguaggio verbale, trovando nelle sue parti
fertili
e in quelle aride, nelle sue aree pianeggianti, coltivabili, nelle zone
impervie, scoscese o malsane, i suoi limiti e la sua possibilità
di crescere.
Ogni successiva carta topologica, rappresentazione psichica del mondo,
dell'esperienza che il soggetto compie, ha sia un versante
intrapsichico
sia un versante rivolto alla realtà esterna. Non si possono
concepire
processi cognitivi, anche relativi a semplici competenze tecniche, che
non siano allo stesso tempo processi affettivi, intessuti continuamente
di emozioni, angosce, desideri.
Il concetto kleiniano di pulsione epistemofilica indica una posizione
diversa dall'espressione del bisogno immediato di incorporare,
divorare,
accumulare, oppure espellere, danneggiare, distruggere, parti del
mondo-madre, e poi del teatro-mondo sempre più ampio col quale
si
entra in relazione crescendo. La pulsione epistemofilica (dal greco, di
amore per la scienza) richiede e insieme favorisce il processo di
simbolizzazione:
il bambino esprime il proprio piacere, il proprio desiderio, facendo
esperienza
di oggetti che si riferiscono al mondo-madre, ma che ne sono anche
differenziati.
Allo stesso tempo si trasforma l'impulso a divorare, a possedere, a
espellere,
a distruggere, nel gioco dell'esplorazione: si conquistano e si
rifiutano,
si selezionano, rappresentazioni che soddisfano il desiderio
epistemofilico,
come se fossero parti del mondo-madre, del suo corpo.
Nella posizione edipica, che per Melanie Klein è molto precoce,
il bambino vive una relazione non più diadica e continuamente
incerta
tra fusione e separazione, corrispondenza assoluta con la figura
materna
e lacerante abbandono. Nella nuova posizione, triadica, compare la
rappresentazione
del terzo, la figura paterna, che articola il campo di esperienza del
bambino,
delimitandolo e circoscrivendolo: la madre e il padre non esistono solo
per lui, ma hanno una loro relazione dalla quale il bambino è
dolorosamente
escluso. Possiamo pensare alla pulsione epistemofilica, matrice del
proprio
rapporto con la conoscenza e l'apprendimento, come al tentativo di
vedere,
indagare, rappresentarsi, la relazione intima tra i genitori, alla
quale
il bambino non può partecipare. La funzione fondamentale del
rapporto
sessuale tra i genitori come occasione primaria e irrinunciabile per il
desiderio di conoscere può apparire un'arbitraria astrazione per
chi non abbia familiarità con la concezione psicoanalitica. Per
intenderne il senso si consideri che questa relazione, oltreché
la fonte della generazione, del rinnovamento della vita, è il
nucleo
affettivo e corporeo della realtà che il bambino intuisce mentre
dipende, nella sua unità mente-corpo, interamente dai genitori.
Nella relazione diadica, con la madre-mondo, il bambino oscilla tra
l'impotenza dell'abbandono irreparabile, la cui angoscia risuona nel
pianto
inconsolabile di un neonato, e l'onnipotenza di una sorta di possesso
reciproco,
del mondo-madre e da parte di esso.
Se ha tratto da questa relazione primaria elementi sufficientemente
buoni, il bambino, di fronte al rapporto esclusivo tra i genitori,
smarrisce
il contenuto e il contenitore assoluto, e oscillando fra onnipotenza e
impotenza può sperimentare il gioco con le rappresentazioni, e
dirigere
il suo impulso, il suo desiderio, verso la natura di questo rapporto.
Possiamo
pensare che il bambino in questa fase immagini che se scopre e impara
ciò
che accade nella coppia genitoriale, considerata onnipotente,
soprattutto
per la sua prerogativa di fare i bambini, acquisirà la loro
potenza,
curando il proprio senso penoso di inferiorità e di esclusione.
In questa chiave parliamo del piacere di apprendere come di un piacere
erotico che consente e accompagna le attività di osservazione,
collegamento,
separazione, discriminazione, unificazione, trasformazione,
rigenerazione
delle figure psichiche.
Il linguaggio attesta questo gioco quando si dice che un pensatore,
o un artista, è fecondo, generativo, o sterile se non produce
più
nulla; si parla della sua opera come del frutto di una gestazione, il
cui
doloroso compimento comporta le doglie e il sollievo di un parto.
Nel campo della cultura adulta non è inoltre difficile osservare
modalità che hanno più a che vedere con posizioni
incorporative,
espulsive, che con posizioni di ricerca e generative: ci sono
ricercatori
cannibalici, che fanno a pezzi il loro oggetto per impadronirsene, e
persone
che apprendono voracemente, per riempirsi di nozioni o concetti che non
metabolizzano, come ingerendo cibo in quantità eccessive. Allo
stesso
modo non riusciamo a trattenere nulla, per quanto tempo passiamo su
certe
pagine, oppure espelliamo dalla memoria nozioni indesiderate appena
finito
un ciclo scolastico, o superato un esame.
Il bambino che comincia a conoscere ha potuto e può elaborare
le posizioni orali e sadico-anali, ma la posizione epistemofilica non
va
pensata come il definitivo conseguimento di una modalità
evoluta,
che annulla le più arcaiche: si tratta di un processo vivo e
mobile,
che si ricrea incessantemente, e che per tutta la vita, non solo
durante
la crescita, confina e si confonde con le altre modalità.
Se torniamo a guardare la fiaba di Re porco, siamo ora in grado di
riconoscere alcune rappresentazioni di questo processo, anche senza
addentrarci
nell'interpretazione complessiva della fiaba. All'inizio c'è una
regina, ma non c'è un re: il nascituro ha solo la madre, e nella
prima parte della sua vita svolge funzioni che riportano eloquentemente
alle posizioni orali e sadico-anali. Dalla relazione diadica il figlio
non trae elementi di crescita, che trasformino la sua condizione
animale,
mettendolo in condizione di interagire sullo stesso piano con gli altri
esseri umani. Se consideriamo che chiamiamo porco chi eccede
disgustosamente
nell'alimentazione e nel sesso, abbiamo un'indicazione di cosa
rappresenti
questa bestia di fiaba. Il regale porco non sa parlare, ma mugliando
esige
una sposa. Quando la ottiene la uccide: l'incontro erotico equivale a
una
morte, come una sorta di stupro. Ebbene, i bambini che disegnano
l'uxoricidio,
e sono molti, propongono un'arma brandita dal principe, che si inclina
sul letto con un movimento eloquente, così come
l'espressione
e l'atteggiamento suo e della sposa già pronta a morire. Nessuno
ha istruito questi bambini sulla concezione kleiniana, né ha
fornito
elementi di interpretazione psicoanalitica della fiaba: sanno nella
loro
pubertà, dal loro stesso essere, di come le prime
rappresentazioni
erotiche siano dominate da fantasie sado-masochistiche. Questo è
uno dei tanti esempi di ciò che il bambino trova nella fiaba: e
di quanto attraverso la fiaba ci racconta. Vi trova le parole per
esprimere
una realtà interiore che di solito non sa né può
comunicare
all'adulto. Le sue paure più segrete, nella prima pubertà
così come nell'infanzia, si rivelano nella fiaba, si affacciano
alla ribalta dove le parole le rendono comunicabili all'adulto in
ascolto.
Se comprendiamo questo, ci sembra naturale ciò che a prima vista
sembra magico o miracoloso: l'incanto del loro silenzio è nel
sollievo
di poter accedere a simboli e strutture che li aiutano a esprimere una
verità intima e difficile. Ogni bambino si esprime, ogni
ascoltatore
rinarra, agli altri o anche solo a se stesso, il fluido gioco di
rappresentazioni
simboliche e di relazioni tra figure piene di senso: sente le storie
antiche,
e la sua storia di ora, ancora inespressa, in delicata formazione,
affiora
nel linguaggio.
Ogni apprendimento vero ha bisogno di un gioco di ascolto in cui ci
sia spazio per i simboli. Le nozioni tecniche, per quanto utili, senza
un filo d'Arianna simbolico sono materiale inerte, che può
essere
ripetuto come da un pappagallo compiacente.
Il bambino sa che la posta in gioco è la sua propria crescita,
e nessuno dispone di elementi che la rendano facile: comprendiamo che
il
suo interesse cresca se ciò che sente gli parla del suo mondo, e
lo aiuta a raccontarsi. Le fiabe antiche, come Re porco, offrono nomi
per
oggetti della mente che di solito sono destinati a essere rimossi o,
nei
casi meno fortunati, a esplodere.
La fiaba, che ascoltano con grande interesse, contiene le stesse
rappresentazioni
violente, sanguinarie, perturbanti, di forme espressive come certi
fumetti
o film dell'orrore, ma li articola in una narrazione che li intreccia
con
simboli di trasformazione, fino al raggiungimento della meta finale . I
protagonisti delle fiabe si allontano tutti da casa, ed esplorano il
mondo,
facendo esperienza e imparando da tutto ciò che incontrano lungo
il cammino, attraversando fatica, persecuzione, lutto, abbandono. Nel
loro
tempo senza tempo, nel loro reame lontano lontano, ci donano il sogno
collettivo
del dolore e del riscatto, dell'animale che diventa uomo, della
principessa
che per ritrovare lo sposo piange sette fiasche di lacrime, di
Cenerentola
che si trasforma con grazia lunare.
Se il bambino è invitato a dire la sua su una fiaba,
esprimerà
il senso della sua esperienza di ascolto, e se l'adulto riesce ad avere
a questo punto la stessa serietà del bambino di fronte alla
vita,
ne godrà col suo stesso silenzio.
La passione di esprimersi, il gusto di apprendere parole e stili nuovi,
sbocceranno in questo lavoro di ascolto, rivelandoci che ogni bambino
tende
a imparare, purché l'apprendimento proposto lo avvicini al senso
della sua intima verità. Se si tiene conto di questo, assegnare
un compito, correggere una forma errata, esigere una disciplina,
è
il modo di proteggere il contenitore di cui i bambini hanno bisogno per
crescere, non la costrizione esercitata penosamente perché i
bambini
si adeguino a norme di cui anche noi abbiamo smarrito il senso.
Quando in una classe chiedevo ai bambini di rinarrare oralmente una
fiaba, tendevano a rimbeccarsi e a sovrapporsi di continuo gli uni agli
altri. Imparavano rapidamente a creare un racconto quando dicevo loro
che
le storie variano da sempre di bocca in bocca, e che ogni scrittore
modifica
qualcosa. Chiedevo che dedicassero ai compagni il silenzio che
avrebbero
voluto quando toccava a loro fare i narratori. Se poi si accorgevano
che
una parte importante della fiaba era stata dimenticata, o sbagliata,
dal
compagno che li aveva preceduti, non dovevano dire ha sbagliato, o si
è
dimenticato, perché questo interrompeva il racconto. Come gli
scrittori
di fiabe potevano introdurre la loro versione dicendo bisogna anche
sapere
che..., se volevano reintegrare un particolare, oppure, se volevano
correggerlo,
un tempo si raccontava anche che...
Solo se i bambini si ascoltano possono imparano a rispettare i meno
bravi, scoprendo il piacere di aiutarsi, e l'apprendimento avviene in
un
contenitore vivo, con beneficio della parte meno fortunata non solo
nella
classe, ma nella mente di ogni bambino.
I bambini che si sentono emarginati, sia che si chiudano, sia che
disturbino,
agiscono in un disagio che ha la sua matrice nelle sensazioni di penosa
impotenza della primissima infanzia.
Se è vero che in certi casi sarebbe necessaria una diagnosi
e una cura specialistica, è vero anche che molte volte
basterebbe
al bambino trovare un po' di cibo per la mente, di cui saprebbe far
tesoro
per continuare il cammino. Il patrimonio della cultura è
immenso,
è il regno dell'espressione simbolica e nutre nella crescita
come
nel corso di tutta la vita. E' compito educativo della scuola far
comprendere
al bambino che si accede a questo tesoro da innumerevoli porte, tra le
quali può si scegliere quella più vicina al luogo in cui
si trova: la fiaba è una.
Mi rendo conto che questo breve lavoro sulla mia esperienza nella
scuola
lascia aperti molti interrogativi. Se da una parte spero di tornare
sull'argomento,
dall'altra devo dire che il rapporto tra psicoanalisi e istituzione
scolastica
non è meno complesso e difficile di quanto sia appassionante e
fecondo.
Vorrei che dalla mia esperienza si traesse il desiderio di ascoltare
i bambini, magari cominciando con le fiabe antiche: se lo
sperimentatore
è sensibile, probabilmente ne trarrà la forza per
procedere
sviluppando la sua competenza e il suo rigore metodologico. Le porte
per
accedere al tesoro della cultura, che è un bene di tutti, non
sono
chiuse per nessuno, ed è solo la nostra cecità
psicologica
a renderle invisibili.
Ho già presentato alcuni bambini narratori, specialmente nella
versione collettiva di Re porco sopra riportata. Ma desidero ancora
dare
la parola a uno di loro, perché esprima la sua gioia di
ascoltare
e raccontare fiabe, a nome di tutti quelli che ho incontrato in questa
esperienza.
Vittorio, bruno e un po' cicciottello, aveva ascoltato con i suoi
compagni
di prima media una fiaba di Straparola , nella quale la principessa,
Biancabella,
sposava un re che però poi partiva per la guerra, e lei, che era
già incinta, subiva dalla suocera persecuzioni e sventure, tra
le
quali il taglio delle mani. Quando dopo tante peripezie Biancabella
ritrovava
il re, non si parlava più del bambino che portava in seno. I
bambini
mi chiesero subito dov'era finito, e io proposi a tutti di scrivere
quello
che volevano per colmare la lacuna. Vittorio, come altri suoi compagni,
scrisse che Biancabella aveva abortito per il dispiacere, altri che il
bambino era morto di stenti, altri ancora che in un modo o nell'altro
si
era salvato e partecipava con i genitori del lieto fine.
Il bambino non nato e dimenticato rappresenta un contenuto creativo
che si perde, e, sia per la sua importanza psicologica, sia per come si
erano attivati i bambini nel raccontare la sua storia, nell'incontro
successivo
lessi in classe tutte le loro versioni. Commentarono animatamente le
varie
soluzioni narrative, e allora li invitai a riscrivere la storia,
nel modo che ora preferivano.
Per me è importante quello del
figlio che e nato ed sia un
bambino con occhi neri, capelli neri
robusto, che sia un bel bambino di
nome Vittorio e che quando sia grande sia un bel
principe fidanzato con Chiara
principessa di Firenze
Io ho scelto questa
parte perchè‚ a Biancabella sono
successe molte cose dispiacevoli
allora con bel figlio
possa ritrovare tutta la
felicita
INDICE
Prefazione: Cinderella
vuota
il mare, di
Antonio Faeti
I. C'era una
volta
Cenerentola assassina
II. La madre,
la
morte, lo specchio
III. Il
padre,
l'incesto, la fuga
IV. La cenere
e il
tempo
V. Dattero
mio
dorato
VI. La
fuggitiva
VII. Il
principe
sensibile
VIII.
L'insostenibile vaghezza del senso
C'erano una
volta un re e una regina
che avevano una figlia, e la
regina
si ammalò gravemente. Quando capì che era alla fine
chiamò
il marito affranto e gli fece giurare che non si sarebbe risposato se
non
avesse trovato una donna bella come lei.
Ogni volta che una fiaba comincia con questa morte e con questo
giuramento,
accade che il re, dopo aver pianto più o meno a lungo la sposa,
si metta a cercare senza successo una donna con quelle caratteristiche.
Intanto la principessa cresce, ed essendo la sola donna al mondo come
l'ha
descritta la madre e come la cerca il padre, il re vuole sposarsela.
Nella raccolta di Perrault questa fiaba si intitola Pelle d'Asino,
ma è meno conosciuta delle altre: il motivo esplicito
dell'incesto
ne ha causato l'oblio, ed è improbabile che ne vedremo un
cartone
animato della Disney. Come il matricidio della Gatta Cennerentola, le
nozze
incestuose volute dal padre rappresentano qualcosa che esiste
comunemente,
ed è proprio la sua realtà perturbante a provocarne la
rimozione.
Noi ci indignamo e parliamo di criminalità e perversione quando
si verificano violenze eclatanti nella famiglia, ma non vogliamo
riconoscere
la presenza di questi temi in ogni relazione tra figli e genitori.
Freud,
che teorizzò l'amore edipico come stadio normale della crescita,
preferì indagarlo in un solo senso, dai figli verso i genitori,
lasciando da parte quello dei genitori verso i figli, nonostante la
cronaca
ne attesti continuamente la presenza. Se la rappresentazione fiabesca
di
questi temi viene compresa anziché rimossa, noi ci accorgiamo
che
il sogno collettivo di Cenerentola o di Pelle d'Asino ci offre un
grande
tesoro, perché insieme alla tensione perturbante racconta la sua
trasformazione. Non c'è possibilità di contenere la
patologia
psichica e di favorire la crescita se la rimozione che guida
l'educazione
non lascia spazio alla comprensione della realtà affettiva.
Riconoscere
la realtà psichica schiude la visione di una complessità
che turba, ma cercando di non vedere si gira a vuoto. Così
accade
allo psicologo quando si comporta come l'ubriaco che, avendo smarrito
il
suo orologio in un vicolo buio, lo cercava sotto un lampione:
quando
gli
chiesero cosa mai sperasse di trovare, si giustificò dicendo che
quello era l'unico posto illuminato.
Ben lontana dal luminoso cliché della madre che ama con tutto
il suo grande cuore e gioisce della bellezza e della crescita della
figlia,
ma preziosa per comprendere la tensione di questa relazione, è
una
storia molisana, intitolata U padre e
a figlia:
C'era 'na vota 'nu marito e 'na mogliera: chessa mogliera era 'nu poco fanatica; a mattina ieva sempe 'ncoppa a loggia, e quanno passava u sole addimannava:
Sole mio ritunno,
Si àveto e si tunno
E giri tutto lu munno;
Ce sta 'na femmena chiù bella e me?
e u sole diceva: none! none! none!
Tutti i juorni era sta storia, fintanto che asciva prena, se guastava
de colore, e quanno iette 'ncoppa a loggia e dice:
Sole mio ritunno ecc. ecc. u sole risponneva: sine! sine! sine! essa
iette a chiagne a bascio, e d'a collera le venne a freve. U juorno
appriesso,
iva ncoppa a loggia pe addimannà a u sole: chi è sta
femmena
chiù bella di me? e u sole: è sta figlia che tieni in
cuorpo.
Chesta femmena nu ghievo chiù 'ncoppa a loggia, se mettive a
chiagne
into u lietto, fintanto che partoreva, e ne moreva. (Gioielli,
Fiabe,
leggende
e racconti popolari del Sannio, 1993, p. 406).
Oggetto
magico con la stessa funzione
di questo sole molisano, ma
molto
più famoso, è lo specchio della regina Grimilde, che
comincia
a perseguitare Biancaneve quando la principessina la supera in
bellezza.
In questo caso la figura materna persecutoria blocca la crescita e la
vita
della protagonista, che per un tempo indeterminato dovrà giacere
nella bara di cristallo come morta. Dello stesso sonno simile alla
morte
cade vittima per cento anni Rosaspina, e riteniamo che si tratti anche
qui di un conflitto col femminile. Di invidia si parla a proposito
della
dodicesima fata, quella che non era stata invitata al battesimo, e che
per questo aveva lanciato la sua maledizione: "A quindici anni la
principessa
si pungerà con un fuso e cadrà a terra morta".
Bruno Bettelheim interpreta il lungo sonno come rappresentazione della
passività che le ragazze vivrebbero nel periodo della prima
mestruazione,
e negli anni della pubertà in genere, e descrive così il
momento in cui la principessa si punge col fuso:
A questo punto la storia abbonda di simbolismo freudiano. Nell'avvicinarsi al luogo fatidico, la ragazza sale per una scala a chiocciola; nei sogni queste scale rappresentano in modo tipico delle esperienze sessuali. In cima a questa scala essa trova una porticina con una chiave infilata nella toppa della serratura. Girata la chiave, la porta "si apre di scatto", e la fanciulla entra in una stanza dove una vecchia è intenta a filare. Nei sogni una stanzetta chiusa a chiave rappresenta gli organi sessuali femminili; spesso l'atto di girare una chiave in una serratura simboleggia il rapporto sessuale. Quando vede la vecchia che fila, la ragazza le chiede: "Cos'è questa cosa che salta qua e là in modo così bizzarro?" Non ci vuole molta immaginazione per capire le possibili connotazioni sessuali della conocchia, ma non appena la ragazza la tocca si punge un dito, e cade addormentata (cit., p. 224).
Certo la
Rosaspina dei Grimm
analizzata da Bettelheim è
densa di simbolismo sessuale, ma nonostante la forma del fuso, della
conocchia,
o della resta di lino, presente nella versione secentesca , riteniamo
che
la fiaba non rappresenti una sorta di incontro prematuro con l'altro
sesso,
che avrebbe effetti tanto laceranti da far cadere la principessa in un
sonno simile alla morte, magari per un secolo intero. Come Rosaspina
anche
Biancaneve appare morta, e sarà il bacio del principe a
svegliarla,
ma per lei nessuna forzatura interpretativa potrebbe mostrare che la
stasi
come di morte è provocata da un incontro con l'altro sesso. Se
si
considerano i sette nani, parenti di antiche divinità
itifalliche,
portatori di valori sessuali maschili, dobbiamo osservare che
l'incontro
con loro e la permanenza nella casetta nel bosco proteggono Biancaneve
dalla minaccia di morte che la perseguita. I nani le consentono inoltre
di sperimentare una identità femminile senza rivali: sono felici
di tutto quello che per loro fa Biancaneve, pulendo e cucinando, in
attività
che designano la sfera del femminile. Nella loro funzione maschile i
nani
riescono a sventare i primi due attacchi della perfida matrigna: il
materno
persecutorio nascosto dalla maschera inoffensiva della vecchietta offre
una stringa di seta e un pettine. Biancaneve, nonostante i nani
l'abbiano
ammonita a non aprire a nessuno in loro assenza, li accetta: sono
oggetti
inerenti l'identità femminile, e Biancaneve ha bisogno di
ottenere
dalla figura materna elementi di identità che le mancano e che
non
possono venirle dai nani. I sette ometti del bosco riescono a
individuare
i due oggetti, salvando Biancaneve dai veleni con i quali la madre
persecutoria
ha inquinato questi simboli dell'identità femminile. Ma sono
impotenti
rispetto al terzo dono avvelenato: la mela. Mentre il pettine e la
stringa
di seta riguardano l'identità visibile della donna, la mela, il
frutto per eccellenza, chiama in campo il nutrimento materno che
è
primariamente la madre stessa. Di nuovo vediamo che Biancaneve è
attratta da un cibo che non trova dai nani: dalla madre stessa. Solo il
principe, e solo dopo un tempo nel sonno simile alla morte,
potrà
liberarla. È essenziale comprendere questo cibo avvelenato, che
rappresenta l'irrinunciabile nutrimento che viene dalla madre ma che
allo
stesso tempo distrugge: costituisce il fulcro della patologia
più
grave nella quale si esprime il conflitto madre-figlia. Nell'anoressia
il bisogno di difendersi dalla madre come cibo avvelenato si attua con
un rifiuto di tutto il cibo, che allo stesso tempo è rifiuto del
proprio corpo, della propria crescita, della propria carne. La
distruzione
della madre come rifiuto del cibo-madre coincide con la distruzione di
sé.
Tornando al fuso, alla conocchia o alla resta di lino che fanno cadere
in un secolo di sonno Rosaspina, possiamo osservare che la maledizione
viene da una figura femminile invidiosa, la fata trascurata, e
interdice
una sfera simbolica che può designare l'intero femminile: filare
e tessere. Non ci sembra che il sonno simile alla morte di Biancaneve e
Rosaspina rappresenti la fase di latenza relativa alla pubertà,
né che l'oggetto appuntito che lo provoca simbolizzi il fallo
maschile.
Fuso o resta di lino, appartiene alla sfera femminile, e preferiamo
interpretarlo
come simbolo del carattere fallico femminile, presente nel fantasma
materno
prima che esso sia delimitato e contenuto dalla figura maschile. In
queste
fiabe vediamo che il re padre opera questo contenimento, proibendo la
filatura
nel suo reame, e l'effetto della sua proibizione, come dell'esortazione
dei nani a Biancaneve a non accettare nessun dono, riesce ad attenuare
la distruttività materna. Alla morte viene sostituito un sonno
simile
alla morte, e la condanna di questa protagonista femminile non resta
senza
appello.
La distruttività della figura materna è percepita come
onnipotente quando la figlia vive con la madre un rapporto simbiotico,
non articolato dalla figura del padre. In questo caso la sua
possibilità
di sposarsi e generare figli è compromesso, a meno che non
intervengano
processi di trasformazione che, come nella fiaba, sciolgono la stretta
totalizzante in cui il soggetto vive, nella sfera dell'ambivalenza
materna.
Una giovane paziente, che è venuta in analisi per disturbi
anoressico-bulimici,
poco prima di cominciare a nutrirsi normalmente ha sognato una figura
femminile,
che assimilava a se stessa, immersa nell'acqua, in una cassa di
vetro,
con molte corde che la fissavano al fondo. Quando la donna cominciava a
crescere, come lievitando, le corde le tagliavano la carne.
Immersa nel liquido materno, contenuta in una prigione simile alla
bara di cristallo di Biancaneve, la donna si rappresenta la sua
crescita
come morte. Può scegliere tra questa morte e il controllo del
proprio
peso attraverso il cibo, divorato e vomitato senza riferimento ad
alcuno
stimolo di fame o sazietà. Il controllo del cibo e del peso si
è
ritirato per lasciare il posto alla percezione comune del desiderio di
mangiare e di smettere di mangiare solo quando la giovane donna ha
sperimentato
la possibilità di discriminare secondo il proprio desiderio cibo
buono, da assimilare, e cibo cattivo, da rifiutare. Questo processo
è
avvenuto nel corso di un lungo lavoro d'analisi, a proposito del cibo
simbolico,
ovvero delle parole e delle rappresentazioni che trovano nella
situazione
analitica una sorta di cucina alchemica. Mi pare importante che si
rifletta
su questo: un comportamento che si presenta al nostro giudizio comune
come
distruttivo, fino alla morte, costituisce per il soggetto un disperato
tentativo di evitare una morte certa, il cui senso è
inaccesibile
al senso comune. Ogni volta che si sollecita un'anoressica a nutrirsi
le
chiediamo di annientare il suo essere, per preservare il quale
l'anoressia
è la sola strategia che ha elaborato.
Quando intervengo nelle scuole penso che se nell'educazione si desse
spazio all'ambivalenza presente nella relazione madre-figlia si
attuerebbe
almeno una forma di prevenzione: le figlie forzate a non esprimere la
loro
aggressività diverranno madri tanto timorose della propria
distruttività
da non permettersi nemmeno quelle espressioni di rifiuto dei figli che
erano usuali una o due generazioni fa, quando la madre nell'ira
minacciava:
"T'ho fatto e ti disfò!".
Forse non è inutile precisare che non esiste una madre reale
che non dispensi almeno un po' di cibo buono, né una figlia che
non ne abbia ricevuta almeno una piccola quantità: nessuna
crescita,
per quanto parziale, sarebbe altrimenti possibile. Parliamo di madre
per
designare una figura materna, un fantasma psichico, che non coincide
con
la persona concreta. La madre persecutoria e distruttiva è
fantasmatica,
ed è totalizzante se non sono accessibili le risorse che
consentirebbero
la crescita; questa realtà psichica non è da imputare
alla
madre anziché alla figlia, o viceversa: la malattia è
malattia
della loro relazione.
Di questa relazione dolorosa raccontano le fiabe, i sogni collettivi
che noi tutti sognamo leggendo o ascoltando storie antiche dalla
semplicità
solo apparente, dove tutto sembra succedere secondo un arbitrio
bizzarro,
mentre è mosso da bisogni affettivi profondi, quasi sempre
nascosti
allo sguardo. Le stesse fiabe raccontano come questi drammi possono
essere
vissuti senza esserne distrutti, e come attraversare i conflitti
peggiori
possa permettere al soggetto, alla protagonista, di crescere e
trasformarsi
fino all'acquisizione di una sufficiente maturità.
Abbiamo
parlato di un tempo senza
tempo, che prende vita dalla
relazione
incestuosa col suo rifiuto dell'avvicendarsi delle generazioni.
Vogliamo
osservare ora la stessa condizione in una forma deletteralizzata, nel
senso
che non si parla di un rapporto incestuoso con la figlia, eppure dalla
figlia più giovane il padre esige un amore diverso da quello che
può dargli.
Così cominciano tante fiabe, come Occhi marci di Nerucci:
A' tempi antichi ci fu un Re che aveva tre figliole. Un giorno le chiamò tutt'insieme e disse alla maggiore: "Quanto mi vo' tu bene?". "Quant'al pane", quella gli arrispose. "Allora i' son contento", dice 'l padre. Poi s'arrivolse alla mezzana: "E te quanto mi vo' tu bene?". "Babbo mio, quant'al vino". Fa il padre: "Anco di te i' son contento, perché il vino mi garba e il paragone è giusto. E te, piccina, dimmelo anco te, quanto mi vo' tu bene?". Dice la piccina: "Quant'al sale". "Oh birbona," sbergola il Re: "dunque, tu mi vo' veder distrutto?". E s'incattivì, ché alla figliola, per bone ragioni che lei gli portassi del su' pensieri, non ci fu verso di farlo persuaso e d'abbonirlo. Dice lui: "Sì, tu mi vo' distrutto, perché 'l sale si strugge anco da sé indove si mette. Dunque una figliolaccia come te con meco nun ci pole più stare. Va' via di casa e ti maladico, e vai laddove più ti garba. Ma fuggi via subbito dalla mi' presenzia e ch'i' nun ti rivegga più mai" (cit., p. 106).
Come la
protagonista di Zuccaccia
questa principessa disperata va a
chiedere consiglio alla sua balia, visto che la madre, come ci
aspettavamo,
è assente, neanche nominata. E per allontanarsi dal padre fugge
in un reame lontano, coperta da un travestimento repellente che la
occulta
e dal quale uscirà in tutto il suo splendore per sposare il suo
principe: lo svolgimento della vicenda è lo stesso che
analizzeremo
nei prossimi capitoli, quasi identico a quello di Pelle d'Asino. Invece
di chiederle di sposarlo, il re chiede alla figlia più piccola
di
risponderle come lui desidera, e non sopporta che gli voglia bene come
al sale perché, dice, il sale si distrugge anche da sé.
Le
altre due sorelle paragonano il padre ai cibi fondamentali, gli stessi
che figurano nel sacrificio della messa, dicono quindi al padre che lui
è il cibo della loro vita, mentre la più piccola gli
richiama
la sua morte: il sale si distrugge anche da sé. Ci piace
considerare
l'orrore provocato nel padre da questa risposta come una conferma di
quanto
abbiamo detto dell'incesto: essere al centro dell'amore della figlia,
essere
il suo sposo, permette al padre di respingere il fantasma della propria
morte.
Dopo aver incontrato il suo principe, colui che la riconoscerà
sia nell'oscurità del suo travestimento che nel suo splendore,
la
figlia più piccina si sposa, e al banchetto di nozze partecipa
anche
suo padre, che invece non la riconosce più. La sposa, come si
racconta,
dispose che gli venisse servito tutto senza sale, e il re non
riuscì
a mangiare, e se ne rammaricò dicendo che le pietanze erano
insopportabilmente
sciocche.
"Dunque lei al sale gli vole bene?", addimandò la sposa. Dice lui: "Sicuro, ché insenza sale i' nun so fare io". "Oh! allora, signor padre", scramò la sposa, "perché mi mandò via di casa, quand'i' paragonai il bene ch'i' gli volevo al bene ch'i' voglio al sale?". A queste parole 'mprovvise il padre s'accorgette che era la su' figliola e disse forte: "T'ha ragione! I' feci male dimolto, e ti chieggo perdono, e ti benedisco con tutto il core" (Ivi, pp. 109-110).
Attraverso
l'amore del padre la
figlia si stacca dalla madre e
impara
ad amare l'altro sesso, ma la sua crescita si chiude nella relazione
incestuosa
se il padre si configura per lei come nutrimento.
Occhi marci, sorella di Cordelia, sa che la relazione col padre deve
essere deletteralizzata, simbolizzata, per consentire la crescita verso
l'eterosessualità esogamica, le nozze regali. Il finale di
questa
fiaba riporta ai suoi confini l'amore per il padre: essenziale, esso
non
costituisce però il cibo di cui può nutrirsi la figlia,
che
dovrà trovarlo e prepararlo nel nuovo reame, staccandosi dalla
propria
casa, sciogliendo i legami con la propria famiglia.
In questo motivo fiabesco il simbolo del sale richiama la funzione
paterna come principio di separazione, discernimento: avere del sale in
zucca significa essere saggi, agire sensatamente; un cibo può
essere
sciocco come una persona; il verbo latino sapio significa sia aver
gusto
che esser savio, e da esso derivano sapere e sapore.
Delle due sorelle di Occhi Marci la fiaba non parla, perché
rappresentano la parte che smette di crescere. Questa non è
materia
di fiaba, perché non apre un percorso, un movimento dal noto
all'ignoto,
dal legame con i genitori alla costruzione di una nuova realtà
affettiva,
che viene conquistata dalla protagonista e dal suo principe,
perché
non si trova nella casa dell'origine.
Come tragedia, non fiaba, verso la morte, non verso il lieto fine,
si svolge lo stesso tema in Re Lear. Nel primo atto Shakespeare ci
presenta
un re che abdica e vuole che le figlie ereditino in anticipo il suo
regno:
apparentemente accetta e favorisce il passaggio di potere alla nuova
generazione.
Come il re della fiaba del sale chiede alle tre figlie quanto lo amano,
perché il loro amore è la ricompensa che esige per il
regno
di cui si priva. La prima figlia dice:
Sir,
I love you more than word can
wield the matter;
Dearer than eyesight, space, and liberty;
Beyond what can be valued, rich or rare;
No less than life, with grace, health, beauty, honour;
As much as child e'er lov'd, or father found;
A love that makes breath poor and speech unable;
Beyond all manner of so much I love you.
(A. I, Sc. 1)
Osserviamo
che nella risposta l'amore
verso il generato e l'amore
verso
il generante sono nominati in quella identità senza limiti di
cui
abbiamo parlato come carattere fondamentale dell'incesto: quanto
può
essere amato il figlio, quanto può essere amato il padre.
Quand'è
il suo turno, la figlia mediana dichiara un amore ancora più
grande,
perché la sua felicità è solo nell'amore paterno,
e re Lear, soddisfatto, assegna a ciascuna di loro un terzo del suo
regno.
La più piccola, la prediletta Cordelia, non ha nulla da dire,
poi, dietro le insistenze del padre, gli risponde:
.....................................
Good my lord,
You have begot me, bred me, lov'd me; I
Return those duties back as are right fit,
Obey you, love you, and most honour you.
Why have my sisters husbands, if they say
They love you all? Haply, when I shall wed,
That lord whose hand must take my plight shall carry
Half my love with him, half my care and duty.
Sure I shall never marry like my sisters,
To love my father all. (Ivi).
Re Lear, deluso da questa risposta, si infuria e ripudia la figlia più piccola, dividendo fra le due prime figlie l'ultima parte di regno. Rimasta senza dote, Cordelia viene rifiutata dal suo pretendente duca di Borgogna, mentre il re di Francia chiede la ragione del ripudio. Comprendendo la vicenda, parla e agisce con una sensibilità corrispondente a quella di Cordelia, e la sua poesia ci fa incontrare per la prima volta il principe sensibile, che ritroveremo nel capitolo 7:
Fairest
Cordelia, that art most rich,
being poor;
Most choice, forsaken; and most lov'd, despis'd!
Thee and thy virtues here I size upon,
Be it lawful I take up what's cast away.
Gods, gods! 'tis strange that from their cold'st neglect
My love should kindle to inflam'd respect.
Thy dow'rless daughter, King, thrown to my chance,
Is queen of us, of ours, and our fair France.
Not all the dukes of wat'rish Burgundy
Can buy this unpriz'd precious maid of me.
Bid farewell, Cordelia, though unkind;
Thou loses here, a better where to find.
(Ivi).
Mentre
abdicando sembra riconoscere
la propria vicinanza alla morte,
Lear esige di essere rispecchiato come assoluto oggetto d'amore.
Esigere
dalla propria figlia che dichiari un amore più grande di ogni
cosa
bella e profonda della vita, unendo l'amore per il figlio e l'amore per
il padre è una richiesta incestuosa, anche se l'incesto non
è
letteralmente presente. Ed è la richiesta posta alla figlia da
ogni
padre che chiede di essere idealizzato: la fissazione a questa figura
paterna
le impedisce di amare veramente un altro uomo. La donna che resta
psicologicamente
legata all'immagine paterna, imprigionata nella relazione edipica in
una
forma virtuale di incesto, amerà il proprio partner a patto che
corrisponda a questa immagine idealizzata, e cercherà di
distruggerlo,
sentendosi tradita e delusa, quando sarà costretta a prendere
atto
che non potrà mai essere all'altezza delle sue aspettative. La
donna
sarà incapace di perdonargli non tanto le sue mancanze, quanto
il
suo essere irrimediabilmente altro dal padre. Amare un altro uomo non
implica
solo che la donna abbia rotto lo specchio che mantiene
l'identità
originaria con la madre, ma anche la sua rinuncia alla bellezza di cui
gode nell'amore edipico.
La fiaba,
come il mito, come il
sogno, ha un tempo che può
coincidere
con quello del racconto storico, ma ha anche un tempo circolare,
metastorico,
articolato secondo richiami simbolici anziché ordinato in una
sequenza
cronologica regolare. I simboli e le vicende che formano la fiaba
risuonano
gli uni con gli altri, la scarpetta di vetro con la cenere del
focolare,
il dattero dorato con l'ostilità della matrigna, gli abiti di
mare
e di cielo con il pollaio o il porcile. Questo ci costringe in certi
casi
ad andare avanti nell'interpretazione, lasciando da parte delle
promettenti
analogie, che ogni simbolo richiama, perché se le seguissimo
troveremmo
altre analogie, innumerevoli come i percorsi di un labirinto, perdendo
di vista la nostra Cenerentola. In altri casi percorrendo un sentiero
di
senso, che sembra promettere un'uscita, un'interpretazione
soddisfacente,
dobbiamo invece fermarci, ripiegare sulla strada già percorsa,
perché
la valenza simbolica di una figura ci impone di ritrovare i suoi nessi
con altre figure che avevamo sfiorato. Ogni ricerca sulla fiaba si
muove
tra il rischio di un'interpretazione che sacrifichi alla chiarezza la
complessità
labirintica della sua materia, perdendone il senso, e quello di
uno
smarrimento nel labirinto, figura antica della psiche, che impedisce di
uscire, e quindi di raccontare qualcosa che evochi questo senso.
Abbiamo concluso il capitolo precedente con le parole di Re Lear,
quando
alla sua idealizzazione del femminile, per la quale aveva disconosciuto
e cacciato Cordelia, che non voleva modellarsi sulle sue aspettative,
subentra
il disprezzo per la donna. Il desiderio erotico nella donna, rimosso
dalla
sua rappresentazione idealizzata, ritorna come istinto animale e come
eccesso
per Re Lear: "...La puzzola e il cavallo pasciuto d'erba fresca
non
ci si buttano con appetito più sfrenato...".
Nella cultura patriarcale il desiderio della donna viene considerato
come assente - addormentato, congelato - fino a che l'uomo non lo
risveglia:
la sessualità della donna è accettabile come
speculum,
specchio della sessualità maschile . La stessa teoria
dell'invidia
del pene, cardine della riflessione freudiana sullo sviluppo della
psiche
femminile, indica una concezione della donna come portatrice di
un'assenza
- del pene come unico organo di desiderio - che ne evoca ed esalta la
presenza
nel maschio. Riflettiamo sulla distanza abissale di questa concezione
da
una relazione vera tra uomo e donna, come esseri umani portatori di una
diversità complementare, ma parimenti significativa, pregnante.
L'eros femminile rimosso torna, come ogni oggetto rimosso, con
caratteristiche
perturbanti, come sessualità sfrenata della donna che non si
sottomette
ai modelli consensuali. La madre non meno del padre può educare
la figlia a rimuovere ogni coscienza del suo desiderio, a occultare la
sessualità con schemi di seduzione e di pudore che hanno
successo
solo se viene introiettata dalla figlia una rappresentazione del
proprio
sesso come di un'assenza: di una castrazione che ha avuto successo.
Nella
secca alternativa tra donna sacra o donna dissacrata, la scelta viene
fatta
dalla figlia modellandosi o non modellandosi sulla madre, e l'amore
paterno
le viene dalla corrispondenza che raggiunge con questo modello.
Ma la fiaba di Cenerentola richiama verità profonde che poco
hanno da spartire con le norme consensuali che idealizzano una sorta di
riproduzione per clonazione tra madre e figlia, dalla quale l'apertura
al mondo maschile è esclusa, o vissuta parzialmente, come nel
mito
delle grandi dee. Le norme della cultura patriarcale educano il maschio
e la femmina a differenziarsi, ma non a incontrarsi, e la loro
distinzione
è sostenuta più da una posizione prevalentemente
omosessuale
che dal loro confronto. Il mondo maschile e quello femminile restano
profondamente
lontani, contrapposti, mentre solo incontrandosi e facendo esperienza
reale
l'uno dell'altra possono riconoscersi e conoscersi nella loro
polarità
complementare. Le nozze regali, il lieto fine di Cenerentola o Pelle
d'Asino,
rappresentano questo incontro profondo.
Quando la difficile via del distacco dalle identificazioni primarie,
la rottura dello specchio di Narciso, è intrapresa, se il
soggetto
continua a camminare e a dipanare il suo gomitolo, tra cenere di lutto
e magie che illuminano la sua oscurità, se è pronto a
vivere
come una prova tutto ciò che incontra, conquisterà il
tesoro.
Solo percorrendo il suo cammino, affrontando ogni prova che ne fa
parte,
anche se non l'ha scelta, semplicemente perché riconosce
che
è il suo cammino, potrà sapere che la solitudine e
l'isolamento
somigliano a un incantesimo negativo, e che questo incantesimo finisce
quando il cuore può aprirsi all'incontro con l'altro, diverso
dal
padre, diverso dalla madre, colui che, come aveva compreso Narciso,
è
staccato da noi: che l'amante sia staccato dall'amato.
L'animalità di Pelle d'Asino e delle sue sorelle di fiaba
è
quella che consente loro di fuggire dalla reggia paterna, coprendo la
loro
bellezza idealizzata con una forma connessa all'istinto: così
esse
diventano irriconoscibili anche per il padre, come Cordelia quando non
corrisponde all'immagine ideale di Re Lear.
Nella fiaba del tipo Pelle d'Asino di Basile la principessa Preziosa,
alla quale il padre ha detto che quella sera stessa l'avrebbe sposata,
chiede consiglio a una vecchia che la soleva servire d'argentata, le
vendeva
cioè il belletto che conferiva al suo volto una bianco luminoso.
Questa vecchia, che in altre storie è la balia, o una fata,
è
una figura materna che risponde a una richiesta d'aiuto della
protagonista,
e la soccorre nella difficoltà: entra in scena con lei una
funzione
positiva del materno, che può rappresentarsi al soggetto solo
dopo
la morte della madre, quando l'identificazione primaria si è
spezzata.
La vecchia che vende argentata, il belletto che richiama una
luminosità
lunare, le dice:
Stà de buon armo, figlia mia, non te desperare, ca a ogne male 'nc'è remmedio, fore ch'a la Morte. Ora siente: comme patreto stasera avenno dell'aseno vo' servire pe stallone e tu miettete sto spruoccolo 'n mocca, perché subeto deventerrai n'orza... (Basile, cit., p. 362).
Preziosa ringrazia la vecchia, e quando il re padre la chiama...
...a portare lo quatierno pe saudare li cunte amurose, essa, puostose lo spruoccolo 'n mocca, pigliaie la figura de n'urzo terribele e le ieze 'n contra. Lo quale, atterruto de sta maraveglia s'arravogliaie drinto a li matarazze, da dove manco pe la matina cacciaie la catarozzola (Ivi).
Il re padre
è atterrito dalla
figlia che gli va incontro come
orsa: animale che rappresenta il materno con la sua capacità di
nutrire, come la lupa, ma anche la sua ferocia istintuale.
Cerchiamo ora di esplorare il motivo dell'asino, di cui indossa la
pelle la principessa di Perrault, che abbiamo scelto come capolista
della
variante scopertamente incestuosa di Cenerentola.
Asino è l'appellativo già assegnato da Basile al padre
di Preziosa, e l'animale era sacro al dio Priapo, signore
dell'erezione.
Animale umile, disprezzato, e simbolo della potenza fallica, l'asino
lega
in sé una doppia significazione, pienamente espressa nel romanzo
di Apuleio, Le metamorfosi, al quale Collodi potrebbe essersi ispirato
per la trasformazione di Pinocchio in asino. Quando Pinocchio torna
burattino
è pronto per la riabilitazione che lo farà diventare un
vero
bambino, così come Lucio, dopo aver vissuto da asino, è
pronto
ad essere iniziato ai misteri della grande dea, Iside . È
probabile
che Perrault fosse maliziosamente consapevole del significato
dell'asino,
nella pelle del quale la sua principessa scompare fino ad assumerne il
nome.
La protagonista si era messa volontariamente l'anello della madre,
e questo indica il suo desiderio di prenderne il posto: coprirsi con la
pelle dell'asino significa aver riconosciuto il desiderio del padre e
fuggirne.
In questo tipo di fiaba la protagonista diventa da bellissima
bruttissima,
repellente e irriconoscibile. La sua fuga dal reame paterno la porta a
bussare alla porta di una reggia straniera, dove viene accolta per
compassione,
e schernita per il suo aspetto disgustoso.
Maria 'd legna, protagonista di una Pelle d'Asino molisana, sta sempre
nel pollaio della reggia, e lo sporco fa parte della sua persona al
punto
che quando le viene chiesto di preparare tacc' e taccune perché
il principe malato vuole mangiarli cucinati da lei, alla preghiera
della
regina di ripulirsi per l'occasione, risponde:
Eh, signor Maestà, com' vienn' z' l' magna. E che pozz' fa? Rent' a lu pollaie c' sta la cuzz'chella la pirucchiella... chell' com' vienn' z' l' magna (Gioielli, cit., p. 461).
Irriconoscibile
come orsa o nella
pelle dell'asino del padre, in una
veste di legno, o nella pelle di una vecchia morta a cent'anni,
occultando
la sua bellezza nella sporcizia di un pollaio o di un porcile, la
principessa
vive un'iniziazione di cui solo alla fine della storia comprenderemo il
senso completo. Per il momento osserviamo che l'aspetto sporco e
repellente
le consentono di sottrarsi alle nozze col padre: il desiderio paterno,
fissato alla donna idealizzata, madre, sposa e figlia, non ha modo di
riconoscerla.
Nell'educazione patriarcale la sessualità spontanea della figlia
è rimossa per la pressione della madre che riproduce in lei la
stessa
rimozione che ha agito in se stessa, come qualcosa di sporco, che la
renderebbe
inaccettabile, inadeguata all'ideale maschile. Modello ideale che
chiude
la donna in un gioco narcisistico e costringe l'uomo a rapportarsi con
una figura femminile priva di ombre - la donna angelo - o solo in ombra
- la donna diabolica, sfrenata. Quando l'iistinto, l'ombra rimossa
dalla
donna, emerge, è talmente scisso dalla parte luminosa da
impedire
un riconoscimento, e fa precipitare in disprezzo senza appello
ciò
che prima era un'ammirazione sconfinata. Ricordiamo le parole di Re
Lear:
....Solo
fino alla cintola
appartengono agli dei, la parte di sotto
è tutta del demonio, lì c'è l'inferno, lì
c'è
l'abisso sulfureo, che brucia, che scotta, c'è il fetore, la
consunzione!
via, via, via! puah! puah! datemi un'oncia di zibetto per profumare la
mia immaginazione!
Ricordiamo
che Pelle d'Asino aveva
avuto dal padre vesti splendenti
come il sole e la luna, color del mare con i pesci ricamati che
nuotavano,
o di una seta tanto sottile che si potevano riporre in un guscio di
noce.
Vestita dall'amore del padre, accolto e respinto con la richiesta dei
doni,
la principessa aveva raggiunto il massimo splendore, per fuggire subito
dopo coperta dalla pelle dell'asino, repellente come la passione
incestuosa.
Mentre l'incesto è il tema centrale nelle storie di Pelle
d'Asino,
nel tipo Cenerentola è in primo piano la lotta con la madre. Ma
anche l'eroina della cenere è molto amata dal padre all'inizio
della
storia, e nell'assassinio della prima matrigna si parla di una figlia
che
pretende una centralità assoluta nel gioco familiare degli
affetti.
La marginalità e l'oscurità della vita di Cenerentola
designano la sua perdita di entrambe le figure genitoriali positive:
con
la morte della madre la sua figura negativa perseguita la protagonista,
mentre il padre si lega alla matrigna tanto da amare le figliastre
dimenticando
la figlia.
A questo punto della storia, come raccontano sia Basile che i
Grimm, il padre deve partire per i suoi affari, e chiede alle
figliastre
che dono vogliono da lui:
...E chi le cercaie vestite da sforgiare, chi galantarie pe la capo, chi cuonce pe la faccia, chi iocarielle pe passare lo tiempo e chi na cosa e chi n'autra. Ped utemo, quase pe delieggio, disse a la figlia: "E tu, che vorrisse?". Ed essa: "Nient'autro, se non che me raccomanne a la palomma de le fate, decennole che me manneno quarcosa; e si te lo scuorde non puozze ire né 'nanze né arreto. Tiene a mente chello che te dico: arma toia, maneca toia" (Basile, cit., p. 128).
Il dono
paterno è un rametto,
un seme o un uccellino, e
compare
anche quando si narra di una figlia non trascurata dal padre, come
nella
fiaba Grattula Beddattula di Pitrè e Calvino, o nell'Uccellin
Verdeliò
di Vittorio Imbriani. Quando finalmente tocca a lei chiedere un dono,
la
protagonista si differenzia dalle sorelle, che desiderano ornamenti per
confermare ed arricchire letteralmente l'identità
esteriore.
La Cenerentola di Calvino disse al padre:
- Io
voglio che
vossignoria mi porti
un bel ramo di datteri in un
vaso
d'argento. E se non me lo porta, che il bastimento non possa più
andare né avanti né indietro.
- Ah, sciagurata, - le dissero le sorelle, - ma non sai che puoi
mandare
a tuo padre un incantesimo? (cit., vol. II, p. 512)
Il ramo di dattero della versione mediterranea diventa un rametto nella versione dei Grimm, e Aschenputtel lo chiede quando finalmente tocca a lei:
Babbo, il primo rametto che vi urta il cappello sulla via del ritorno (cit., ivi, p. 94).
Le
Cenerentole tendono la mano a una
loro parente fiabesca: la
Bella,
che proprio a causa di questo dono conoscerà la bestia. Per
cogliere
la rosa che gli ha chiesto la più piccina il padre entra nel
giardino,
e in questo modo sarà costretto dalla bestia a condurgli la
figlia.
Consideriamo questa fiaba diversa dal nostro tipo perché la
condizione
degradata è del maschile anziché del femminile, ma
possiamo
osservare che la richiesta di questo dono al padre apre il contatto con
un reame sconosciuto, e determina l'incontro tra i personaggi che alla
fine diventeranno re e regina.
Una rosa, un rametto, un uccellino e un dattero da far crescere, sono
i doni del padre. Il termine latino virga designa il virgulto, il
germoglio,
il bastone o la bacchetta magica. In Italiano verga è sia il
bastone
sia il fallo.
La Gatta Cennerentola sa come obbligare il padre separato da lei, il
padre che l'ha dimenticata, quando chiude il suo discorso dicendo che
senza
soddisfare la sua richiesta non potrà più andare
né
avanti né indietro.
Nella versione di Calvino le sorelle rimproverano Nina per questo
pericoloso
incantesimo, ma né lei né il padre se ne curano. Il
contenuto
manifesto di questo passaggio - non poter più andare né
avanti
né indietro - allude alla stessa area simbolica: se il padre non
aiuterà la figlia ad accedere al simbolo del maschile, lui
stesso
perderà simbolicamente la potenza virile. Il movimento del
vascello
del padre ricorda l'atto sessuale, e insieme il gioco della vita, il
viaggio
di andata e di ritorno tra il proprio reame e un'isola lontana, tra una
figlia bambina e una donna, tra una figlia adorata e una figlia
trascurata.
Aschenputtel pianta il rametto donato dal padre sulla tomba della madre
e lo annaffia con le sue lacrime: cresce un alberello di nocciolo sul
quale
va a posarsi un uccellino bianco. I significati, anche linguistici,
dell'uccello
vanno dalla denominazione volgare del genitale maschile alla colomba
dello
Spirito Santo. E la Cenerentola di Vittorio Imbriani, anziché un
ramo chiede al padre:
"Vo' m'avete a comperare un uccellin Verdeliò." - [Le sue sorelle dissero:] "La sciocca! Non si sa che gli abbia a che fare dell'uccellino! Invece di ordinarsi un bel vestito, un bello scialle, si piglia l'uccello chi sa per farne che!" (cit., p. 151).
Mentre le
sorelle andranno al ballo
abbellendosi con i doni che
hanno
chiesto, segni esteriori della femminilità, Cenerentola, in
qualunque
parte del mondo si racconti la sua storia, ancora vestita di stracci
ricorre
all'albero di dattero o al nocciolo, o chiama l'uccellin
Verdeliò:
grazie al simbolo della relazione d'amore con la figura paterna chiede
e ottiene vesti di meraviglioso splendore. Questa bellezza di origine
segreta
è insieme segno e simbolo della femminilità intimamente
cresciuta,
come una luna che si alza, finito il tempo della sua oscurità.
All'interno
della fiaba, se sappiamo
interpretarla, si rivela la
risposta
che cerchiamo. Nella storia dei Grimm questa interazione è
rappresentata
in un'articolazione complessa, che ci aiuta a comprendere il senso di
questo
simbolo di riconoscimento anche nelle versioni più ermetiche.
Così
accade analizzando molte versioni della stessa fiaba, come lavorando su
diversi sogni notturni di una persona: un sogno aiuta a comprendere il
senso ancora oscuro di altri sogni, per l'intima solidarietà
delle
loro scansioni e dei loro simboli.
Alla richiesta del principe non rispose il padre, ma si fece avanti
la matrigna che prese in mano la scarpa e la portò alle sue
figlie:
Allora le due sorelle si rallegrarono, perché avevano un bel piedino. La maggiore andò con la scarpa in camera sua e volle provarla davanti a sua madre. Ma il dito grosso non entrava e la scarpa era troppo piccolina; allora la madre le porse un coltello e disse: - Tagliati il dito; quando sei regina, non hai più bisogno di andare a piedi -. La fanciulla si mozzò il dito, serrò il piede nella scarpa, contenne il dolore e andò dal principe. Egli la mise sul cavallo come sua sposa e partì con lei. Ma dovevano passare davanti alla tomba; due colombelle, posate sul cespuglio di nocciolo, gridarono:
-
Volgiti,
guarda:
c'è sangue nella scarpa.
Strettina è la scarpetta,
La vera sposa è ancor nella casetta.
Allora egli le guardò il piede e ne vide sgorgare il sangue. Voltò il cavallo, riportò a casa la falsa fidanzata, e disse che non era quella vera... (Ivi, p. 98).
È la
volta della seconda
sorellastra, alla quale la madre
consiglia
di amputarsi il tallone, tanto da regina non avrà bisogno di
camminare:
la sequenza si ripete identica, e il principe riporta anche lei a casa
dalla madre.
Prima che il riconoscimento avvenga, deve rappresentarsi questo gioco
violento tra madre e figlia. Abbattendo l'albero e la piccionaia con
l'ascia
il padre aveva tentato una castrazione come limitazione del movimento,
dei salti e dei balzi di Cenerentola. Se ci è sembrato che
questo
tentativo di castrazione sia significativo perché corrisponde al
passaggio di proprietà della donna dal padre al marito, che
è
la forma di matrimonio più diffusa nelle culture patriarcali,
altrettanto
significativa è questa azione della madre-matrigna. Le
sorellastre
rappresentano un'identità femminile formata nel gioco
dell'identificazione
proiettiva e del rispecchiamento narcisistico con la figura materna.
Non
sono destinate a diventare regine perché non hanno attraversato
quel percorso trasformativo che ha portato Cenerentola a staccarsi sia
dalla madre che dal padre come figure genitoriali onnipotenti
dell'infanzia.
Le sorellastre sono replicanti della madre, figure illusorie di
Cenerentola,
che tentano di ingannare il principe. Lo mettono alla prova, o meglio,
Cenerentola come rappresentazione del femminile che ha attraversato la
cenere e lo sporco mette alla prova il principe attraverso le
sorellastre.
La matrigna, figura materna negativa per Cenerentola, tenta per
due
volte di imporre la propria riproduzione come sposa, attraverso una
castrazione
che limita la capacità di movimento, come quella operata dal
padre,
ma che riguarda il corpo stesso delle figlie.
Se il discorso del padre è: io rinuncio al tuo possesso per
farti possedere dal tuo sposo, senza accettare l'autonomia del tuo
movimento,
possiamo verbalizzare così il messaggio della madre-matrigna:
posso
farti diventare regina se rinunci a quella parte del tuo corpo che ti
consente
di muoverti da sola. Il messaggio che la figlia riceve dai genitori
nella
cultura patriarcale le dice che potrà sposarsi se
rinuncerà
alla sua autonomia di movimento, e se rispecchia questo aspetto del
materno
opererà una dolorosa e irrimediabile autocastrazione.
Andrà
sanguinante alle nozze, amputando una parte del suo piede: sangue
mestruale
che sgorga nel dolore della castrazione subita, in un modo collettivo
di
pensare la donna come vuoto che l'uomo riempie, come assenza che
permette
alla presenza, al fallo maschile, di esistere. Questo è il senso
delle amputazioni delle sorellastre, che vivono la loro
femminilità
come accettazione masochistica della castrazione, della rinuncia
definitiva
a un'autonomia che il corpo renderebbe possibile, ma che è
qualcosa
di troppo se si vuole entrare nella scarpetta e diventare regine. La
madre-matrigna
di Cenerentola non è mai regina, non ha il suo regno, e non
può
pensare e desiderare che sua figlia lo abbia.
Ricordiamo la Pelle d'Asino molisana di cui abbiamo parlato nel secondo
capitolo, la cui madre si occulta e muore perché ha saputo
che partorirà una figlia più bella di lei. Questa
rappresentazione
del femminile è complementare di un maschile che non conosce la
propria potenza generativa, perchè fissato all'onnipotenza
narcisistica
del fallo: non cerca una regina che regni al suo fianco, con la quale
ascendere
al trono, ma un opposto che va bene per lui perché non potendo
camminare
lo rassicura sulla sua autonomia, altrimenti minacciata.
Il principe di Cenerentola si è innamorato di una fuggitiva,
di una donna che sa risplendere levandosi e stendendosi nuovamente
nella
cenere: di un femminile la cui identità va oltre rispetto alle
idealizzazioni
materne e paterne. Il principe si trasforma per amore di Cenerentola,
in
un gioco di sogno che è ben rappresentato nell'ultima versione
della
fiaba, quella del film Pretty Woman (regia di G. Marshall, 1990). Nella
scena finale il principe-Richard Gere sale a prendere Cenerentola-Julia
Roberts dalla scala antincendio, come sulla torre di un antico
castello,
e le dice: "Alla fine lui salva lei, e poi che accade?". La prostituta
riconosciuta come principessa risponde: "Che dopo lei salva lui!"
A questo proposito è opportuno andare a vedere l'interpretazione
di Bruno Bettelheim, che utilizza la teoria freudiana secondo la quale
la personalità della donna si costruisce intorno all'angoscia di
castrazione e all'invidia del pene, anche se Freud poneva alla sua
concezione
della crescita femminile un punto interrogativo, auspicando una
riflessione
analitica della donna stessa sui suoi propri misteri. Ci interessa
mettere
in rilievo come gli elementi di questa teoria, puntualmente riscontrati
nella fiaba, entrino in contraddizione, come se il senso del discorso
sfuggisse
all'interprete quasi senza che egli se ne rendesse conto.
Questo motivo viene definito come uno stranissimo incidente, una
contorta
idea delle sorellastre, che sono:
...donne
terribili
e false, e non si
arrestano davanti a nulla pur
di
defraudare Cenerentola, che desidera conseguire la felicità
unicamente
in virtù della propria autentica individualità.
[...]
Ma il particolare è così straordinariamente crudo e
crudele
che deve essere stato inventato per qualche motivo specifico, anche se
probabilmente inconscio. Le automutilazioni sono rari nelle fiabe, in
contrasto
con le mutilazioni inflitte da altri, che sono tutt'altro che rare come
punizione o per qualche altro motivo.
Quando Cenerentola fu ideata, il comune stereotipo contrapponeva alla
grossa taglia del maschio l'esilità della femmina, e la
piccolezza
dei piedi di Cenerentola si propone di sottolineare la sua
femminilità.
Le sorellastre hanno piedi così grossi che non entrano nella
pantofola,
e questo le rende più mascoline di Cenerentola, e quindi meno
desiderabili.
Disperando di poter avere il principe, le sorellastre non esitano di
fronte
a nulla che possa trasformarle in donne affascinanti.
Il tentativo delle sorellastre d'ingannare il principe automutilandosi
viene scoperto quando si nota che stanno sanguinando. Esse hanno
cercato
di rendersi più femminili tagliandosi via una parte del loro
corpo;
la perdita del sangue ne è una conseguenza. Esse operano
un'autocastrazione
simbolica per dimostrare la propria femminilità; il sangue dove
è stata operata questa autocastrazione può essere
un'altra
dimostrazione della loro femminilità, dato che può
rappresentare
la mestruazione.
Che l'automutilazione o la mutilazione da parte della madre rappresenti
o meno un simbolo inconscio della castrazione, dell'eliminazione di un
pene immaginario, che la perdita di sangue costituisca o meno un
simbolo
della mestruazione, la storia dice che gli sforzi delle sorelle
falliscono.
Gli uccelli rivelano l'emorragia, la quale dimostra che nessuna delle
sorellastre
è la sposa giusta. Cenerentola è la sposa vergine; a
livello
inconscio, la ragazza che non ha ancora le mestruazioni è
più
evidentemente verginale di una che le ha già. E la ragazza che
permette
che la propria perdita di sangue sia vista - come le sorellastre coi
loro
piedi sanguinanti non possono esimersi dal fare - è non solo
grossolana
ma anche, indubbiamente, meno verginale di una che non sanguina. A
quanto
pare, quindi, questo episodio, a un altro livello di comprensione
inconscia,
pone la verginità di Cenerentola in contrasto con la sua assenza
nelle sorellastre (cit, pp. 257-258).
Osserviamo
come il lavoro di analisi,
che interpreta l'amputazione
come
castrazione e come causa del sangue mestruale, non proceda nella
comprensione
di questo sogno collettivo. La descrizione del contenuto latente viene
forzata verso una concezione del femminile che lega la
verginità,
come condizione che rende la donna altamente desiderabile, alla sua
mancanza
di mestruazioni, o almeno al loro perfetto occultamento. Crediamo
invece
che la cenere nella quale cresce la nostra eroina, che corrisponde alla
condizione sporca o ferina delle varianti di Pelle d'Asino, implichi
una
scelta della donna di rappresentarsi in termini diversi
dall'idealizzazione
patriarcale, che le impongono di nascondere il suo sangue.
L'identità
che Cenerentola acquisisce prevede che non scotomizzi la sua parte
considerata
sporca: materia disprezzata ma essenziale alla vita.
Nelle storie bibliche la donna con le mestruazioni è impura,
deve occultare il suo sangue, e non è difficile comprendere il
significato
di questa condizione tabù, che nella tradizione popolare la fa
astenere
dal lavorare il pane, del quale impedirebbe la lievitazione, e dal
toccare
le piante, che appassirebbero per il suo potere negativo. Non è
certo la relazione tra il sangue e la vita che nutre di sé a
renderla
impura, ma il nesso con la castrazione: il flusso di sangue attesta in
senso fantasmatico che ha subito la castrazione. L'orrore fobico della
cultura patriarcale, e di tanti uomini contemporanei, per questo
sangue,
è relativo all'angoscia di castrazione. La donna come portatrice
di un sesso costituito sulla privazione e l'assenza del fallo, come se
il sesso femminile non esistesse di per sé, ricorda all'uomo il
rischio di subire la stessa sorte.
La rappresentazione della donna come castrata è ben
riconoscibile
nella teoria secondo la quale la sua funzione nella riproduzione
sarebbe
stata quella della terra nella crescita della pianta: il seme maschile,
come il seme di grano, veniva interrato nel grembo della donna, che lo
faceva crescere col suo nutrimento. Il medico e naturalista
rinascimentale
Paracelso riteneva che il bambino fosse contenuto nello sperma come
ogni
pianta nel suo seme, tanto che se un uomo avesse fecondato un animale,
ne sarebbe indubitabilmente nato un essere umano.
Accorgendosi che i figli somigliavano anche alle madri, pensarono che
la donna potesse influire sul bambino che cresceva dal seme con la sua
immaginazione. Condizionata dagli astri che influiscono con più
forza sulle femmine che sui maschi, questa incontrollabile disposizione
immaginativa della donna avrebbe determinato fra l'altro la nascita di
ogni genere di esseri mostruosi.
Ma Paracelso attribuiva un potere spermatico, cioè generativo,
anche al sangue mestruale, grazie al quale la donna da sola
può
generare un mostro, il basilisco:
...temibile
sopra
ogni altro,
perché può uccidere un
uomo
con un solo sguardo. Esso possiede un veleno più velenoso di
ogni
veleno, a cui nessun altro può essere paragonato in tutto il
mondo.
Tale veleno agisce misteriosamente nei suoi occhi, e deve essere
considerato
non dissimile da quello della donna mestruata, anch'essa portatrice
nello
sguardo di un tossico occulto.
Ad una sua semplice occhiata, uno specchio si ricopre di chiazze e
si guasta; allo stesso modo, se essa guarda una ferita o una piaga, la
fa suppurare e impedisce la sua guarigione. Anche il suo fiato, come il
suo sguardo, può guastare, corrompere e rendere inservibili
molte
cose, e così pure il suo tocco. Vedrete, infatti, che se essa
maneggia
del vino durante il periodo mestruale, questo vino si
trasformerà
immediatamente, assumendo un dubbio sapore.
Persino l'aceto, da lei maneggiato, svapora e non vale più un
soldo; dicasi così anche del vino in fermentazione, che perde
ogni
forza, e dello zibetto, dell'ambra, del muschio ed altri profumi del
genere,
che perdono tutti l'aroma se sono portati da o vengono in contatto con
donne in tali condizioni. Infine, anche l'oro ed i coralli, insieme a
molte
pietre preziose, sbiadiscono e si macchiano come gli specchi di cui
già
abbiamo parlato.
[...] Il basilisco nasce e cresce nella somma impurità della
donna, vale a dire dal mestruo e dal sangue spermatico. Se quest'ultimo
è racchiuso in un recipiente di vetro e si decompone dentro una
vescica di cavallo, da tale putredine nascerà un basilisco
(Paracelso,
sta in: Aa.Vv., In forma di parole, 1983; pp. 156-158).
Ricordiamo Re
Lear, che chiedeva
un'oncia di zibetto per profumare
la
sua immaginazione, dopo aver descritto la lussuria e l'orrore della
parte
bassa della donna. Diciamo anche che prima di trovare assurdo Paracelso
dobbiamo riflettere su quanto la concezione patriarcale della donna, da
lui espressa come una verità scientifica, abbia giocato, e
continui
a giocare una parte importante nella cultura.
Essendo poi un alchimista, come tutti gli scienziati del suo tempo,
Paracelso aveva anche una rappresentazione del femminile come
polarità
essenziale e complementare del maschile nella trasformazione delle
sostanze
verso la creazione del lapis, della pietra filosofale. Nell'opus, nel
lavoro
alchemico, la donna poteva affiancare l'uomo, costituendo con lui la
coppia
degli adepti, soror e frater. Né mancano splendide
rappresentazioni
del femminile nella religione e nella letteratura: purché non
sanguinino
per le mestruazioni, purché siano prive di un desiderio erotico
autonomo, purché aiutino il maschio a rimuovere la sua propria
angoscia
di castrazione.
La donna bella è la donna idealizzata, la parte superiore per
Re Lear, e questa idealizzazione aiuta a contenere il fantasma di
castrazione
in una coppia dove il piede intatto, il fallo, l'autonomia di
movimento,
è del maschio perché non è della femmina, o,
viceversa,
la femmina deve castrarsi perché il maschio ce l'abbia.
Il sogno collettivo di Cenerentola si rinnova continuamente in
innumerevoli
versioni proprio perché rappresenta qualcosa di lontano dalla
capacità
di pensare e teorizzare una donna completa, un femminile che trae la
sua
ricchezza dalla sua molteplicità, dal suo fecondo desiderio
lunare
di muoversi tra splendore e oscurità, tra la bellezza della
festa
e la cenere del focolare o lo sporco del pollaio.
Il processo
di rimozione che la fiaba
subisce dal momento in cui si
è cominciato a dedicarla ai bambini è descrivibile come
rimozione
del bambino stesso. Scrivendo storie per lui gli adulti hanno preferito
rassicurarsi sulla sua innocenza: la psicoanalisi, con il suo bambino
freudianamente
perverso e polimorfo, si muova in modo radicalmente diverso. Se uno
psicoanalista
parla dell'infanzia, descrive una condizione umana che non ha nulla a
che
vedere con visioni rassicuranti o consolatorie. Quando l'adulto pensa
al
bambino come a un essere privo di aggressività, di pulsioni
erotiche
e di angoscia, è preso da un mito delle origini analogo a quello
del paradiso terrestre che avrebbe preceduto la nostra caduta in questo
mondo, dove siamo segnati da un destino cinico e baro. Ma
riconoscere
il dramma e le perturbanti paure dell'essere umano che cresce non
è
solo la perdita di un'illusione. Attraverso l'esercizio della
conoscenza,
il pensiero procede non ritraendosi moralisticamente, e smette di
eufemizzare
e imbellettare ciò che non gli piace vedere. Insieme al
conflitto,
alla via dolorosa, alla prova, c'è la luce improvvisa, la
trasformazione
profonda, la ricchezza del tesoro. Come nelle fiabe, se si fugge alla
vista
del drago, non si può accedere al tesoro, se si scotomizzano
angoscia
e paura, non si accede al sentimento della realtà e alla
ricchezza
creativa.
L'analisi di Cenerentola ci fa scoprire che la rimozione dello sporco,
o dell'uccisione della matrigna, come nella versione di Perrault e
Disney,
implica la perdita di valori simbolici e di percorsi narrativi,
preziosi.
Oltre alla cura della pianta, o del seme, che simbolizza la
capacità
di nutrire e far crescere qualcosa di piccolo, la cui potenza è
nascosta, si può perdere, ad esempio, il numero rituale delle
trasformazioni
di Cenerentola da brutta a bella e viceversa, che da tre diventano due
in Perrault.
Abbiamo osservato che Cendrillon è privata della sua
autonomia
di scelta nel manifestarsi al principe splendente e di tornare a
nascondersi
nella cenere. Ma la rappresentazione del principe impallidisce forse
più
della sua.
Come la fata madrina, figura materna legata alla protagonista,
rappresenta
una parte di Cenerentola, i servitori del re, che per ordine suo vanno
a fare la prova della scarpetta, sono aspetti del re stesso.
Simbolicamente
è il principe che attraverso loro va a cercarla nella cenere, ma
perde spessore psicologico e ricchezza espressiva con questa
semplificazione.
Il principe, ci racconta Perrault, passò il resto della festa a
contemplare la scarpetta di vetro, e da questo si capì che era
proprio
innamorato.
...Pochi
giorni
dopo, il figlio del
Re fece proclamare a suon di
tromba
ch'egli avrebbe sposato colei a cui la scarpina avesse calzato
perfettamente
al piede. Si cominciò a provarla alle principesse, poi alle
duchesse,
e a tutte le dame della corte, ma fu tempo perso. La portarono anche
dalle
due sorelle, che fecero tutto il possibile per farsi entrare al piede
quella
scarpa, ma non vi riuscirono. Cenerentola, che le guardava, e riconobbe
la sua scarpetta, disse come per scherzo:
- Vediamo un po' se alle volte non mi stesse bene!
Le sorelle si misero a ridere e a canzonarla. Il gentiluomo che era
incaricato di provare la scarpa, aveva guardato attentamente
Cenerentola
e, avendola trovata molto bella, disse che la cosa era giustissima e
lui
aveva ricevuto ordine di provarla a tutte le ragazze. Fece sedere
Cenerentola,
e accostando la scarpetta al piedino di lei vide ch'esso vi entrava
senza
fatica e la calzava come un guanto. Lo stupore delle due sorelle fu
grande,
ma si fece ancor più grande quando Cenerentola tirò fuori
di tasca la seconda scarpetta e se la misse al piede.
A questo punto arrivò la madrina che, dopo aver toccato con
la bacchetta i vestiti di Cenerentola, li fece diventare ancora
più
sfarzosi di tutti gli altri.
Fu qui che le due sorelle riconobbero in lei la bella signora veduta
al ballo. Si gettarono ai suoi piedi e le chiesero perdono di tutti i
maltrattamenti
che le avevano fatto subire. Cenerentola le fece alzare e disse,
abbracciandole,
che le perdonava di tutto cuore e le pregava di volerle sempre bene.
Poi,
vestita com'era, fu condotta dal giovane principe. Egli la trovò
più bella che mai, e pochi giorni dopo la sposò (cit.,
pp.
22-23).
Non
c'è alcuna relazione
diretta tra il principe e Cendrillon
nella sua oscurità: perfino i servitori la vedono subito
bella
anche se le manca l'abito fatato, e se pensiamo al film di Disney,
Cenerentola
sembra vestita da uno stilista anche quando è in soffitta.
Riteniamo
che in questa versione il motivo dello sporco e della cenere, il lato
oscuro
di Cenerentola, sia molto attenuato: il principe non la vede mai brutta
o sporca di cenere, non trasforma il suo amore per l'immagine bella,
per
la figura femminile idealizzata, in un amore che comprende anche la
parte
brutta della futura sposa.
Non limitandosi alle principesse e alle dame, la ricerca in Perrault
mantiene questo motivo, ma tanto lieve che di sporco difficile da
accettare
non rimane che una traccia quasi invisibile. Non a caso l'ultima
versione
della fiaba, famosa perché significativa, raccontata dal film
Pretty
woman, recupera con piena coerenza simbolica la condizione degradata:
il
principe-Richard Gere è un ricchissimo uomo d'affari, mentre
Cenerentola-Julia
Roberts è una prostituta. Questo principe americano può
averla
solo chiedendole di sposarlo, quindi riconoscendo la sua compiuta
bellezza,
e andando a cercarla nella casa dei quartieri bassi dove lei ha vissuto
da prostituta. Di questa versione cinematografica possiamo dire che
è
una vera e propria Cenerentola, ricca come quelle antiche, anche se
più
breve: inizia con il ballo, cioè quando il principe da una
strada
povera la porta nel proprio reame, l'albergo lussuoso. Il motivo degli
abiti meravigliosi è estesamente trattato, grazie anche al
prodigarsi
di un anziano signore: Cenerentola-Pretty woman è aiutata da una
figura maschile, come Aschenputtel dall'uccellino.
Per parlare del lavoro psicologico del maschile che consente a
Cenerentola
di compiere la sua crescita, vedremo in Basile una prova della
scarpetta
condotta dai servi, dove però il motivo dello sporco e della
bruttezza,
opposti alla splendente bellezza della fanciulla incontrata dal
principe,
ha ben altro spazio che nella fiaba di Perrault. Andiamo prima a
ritrovare
la Cenerentola fiorentina di Vittorio Imbriani, che, come sappiamo, non
aveva né una matrigna né delle sorellastre che la
perseguitavano.
Le sue sorelle avevano anzi cercato di dissuaderla dal chiedere in dono
al padre l'Uccellin Verdeliò, consigliandola di farsi portare,
come
loro, un vestito, uno scialle, o un bel cappello.
Se dall'analisi di Aschenputtel abbiamo compreso che la crescita del
femminile non ha nulla a che fare con l'autocastrazione indotta dalla
madre,
possiamo riconoscere nell'Uccellin Verdeliò il simbolo della
funzione
maschile, dono del padre, e la capacità di dirigersi
autonomamente.
Quando il re di questa storia le invita alle sue feste da ballo, le
sorelle indossando gli abiti chiesti in dono le dicono:
"Vedi tu, Cenerentola, se ti avevi ordinato un bel vestito? Stasera s'ha a fare di andare alla festa di ballo." - Dice: - "Non me ne importa nulla! Andate pure, io non ci vengo" - Eccoti la sera, quando gli è l'ora, si preparano tutte per bene, tutte pettinate, dicendo alla Cenerentola: - "Vien via, ti si accomoderà anchee te." - "Eh, io non voglio venire, andate voi, io non voglio venire." - "Ma" - dice suo padre - "andiamo, andiamo! Vestitevi e venite via, lasciatela stare." - Quando le sono andate via, la va dall'uccellino: - "Oh Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'." - La vien tutta vestita di verdemare e tutta brillanti che a guardarla si accecava (Imbriani, cit., pp. 151-152).
Fin dalla prima sera, vedendo la bellissima sconosciuta alla sua festa, il re ordina a due servitori di tenersi pronti a seguirla. Appena Cenerentola se ne va, le si mettono dietro, ma lei sparge dietro di sé due sacchetti di monete che l'Uccellin Verdeliò le ha dato insieme agli abiti per la festa. Per raccogliere il danaro i servitori si fermano e perdono di vista Cenerentola, che rincasa e chiede al suo aiutante:
"O Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'." - La vien così brutta, orrenda tuttta, tutta cenere, bisognava vedere in che modo! (Ivi, pp. 152-153).
Notiamo l'opposizione enfatizzata tra bellezza e bruttezza, e torniamo dal re con i servitori:
...Non avevano il coraggio di presentarsi a Sua Maestà, stavano lontani. Li chiama: - O come è andata?" - Si buttano a' piedi: - "Così e così!... Ci ha buttati tanti quattrini!..." - "Vili! che non siete altro" - dice. - "Avevi paura di non essere ricompensati?" - dice. - "Ahn? bene!" - dice - "domani seera, pena la morte se voi non istate attenti." (Ivi, p. 153)
Le monete d'oro fanno parte della ricchezza magica di Cenerentola, ma hanno anche un valore oggettivo, concreto. Essendosi fermati per questo valore oggettivo i servitori hanno perduto lo splendore simbolico di Cenerentola, che il re vuole scoprire. La sera dopo i servitori sono decisi a non lasciarsi distrarre dalle monete, ma Cenerentola questa volta ha ricevuto dall'Uccellin Verdeliò due sacchetti di rena: mentre fugge la butta negli occhi dei servitori, che restano accecati e la perdono di nuovo.
Venghiamo a Maestà che sta aspettando i servitori perché gli dicano dove sta di casa. Invece gnene riportan tutti ciechi, perchè s'ebbero a fare accompagnare, gua'! - "Briccona!" - dice. - "Questa signora o l'è quarche fata o dove avere quarche fata che la protegge." (Ivi, p. 154)
Quando le sono ite via, la Cenerentola va dall'uccellino: - "Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'." - La viene tutta del colore del cielo, proprio dell'aria del cielo; tutte le comete, le stelle, la luna nel vestito, e il sole in mezzo alla fronte. Entra nella festa: chi la poteva guardare! solamente pel sole, gua', bassavan gli occhi, accecavan tutti (Ivi, p. 155).
Forse
è questa la metafora
più luminosa, nella sua
grazia
popolare, della bellezza di Cenerentola, ricca com'è di simboli
astrali che la portano tutta nella luce: il re balla con lei, anche se
non può guardarla perché è abbagliato dal suo
splendore,
al quale evidentemente è sensibile.
La sua capacità di comprendere il valore di Cenerentola è
già rappresentata dal doppio registro con cui l'ha definita dopo
l'accecamento dei servitori, come briccona, e come fata, o favorita
dalle
fate. Grazie a questa forma di intelligenza psicologica, non rimprovera
i servitori, ma ordina loro di prepararsi a inseguirla a cavallo.
Questa
volta Cenerentola non ha ricevuto dall'Uccellin Verdeliò nulla
per
fermarli: fugge più lesta che può, ma le cade una
pianella,
che i servitori raccolgono e portano al re, insieme all'indirizzo della
bella sconosciuta.
Quando torna dal suo aiutante perché la faccia ritornare brutta,
l'uccellino per un po' non le risponde, poi dice:
" Briccona! bisognerebbe che non ti facessi divenire più brutta, ma..." - e la fa divenire brutta e poi gli dice: - "Ora e che vuoi fa'? Tu siei scoperta." - La si mette a piangere, piangeva proprio (Ivi).
Perché l'uccellino la rimprovera, e perché Cenerentola ha paura di essere scoperta? Prima di esporre la nostra ipotesi, seguiamo i servitori, che il giorno dopo bussano alla sua casa per la prova della pianella:
"Cosa mi comandano?" - gli dice il padre, gua', a questi servitori. - "Quante figlie avete voi?" - Dice: - "Due." - "Bene, fatecele vedere." - Ecco il padre le fa venire di qua. - "Mettetevi a sedere" - dicono a una di quelle. Gli provano la pianella, cheh! la ci entrava dieci volte. Quest'altra si mette a sedere; gli era piccola. - "Ma ditemi, galantomo, non avete altre figlie voi? Badate a dire la verità, veh! Perchè Maestà lo vole: pena la morte!" - "Signori, ce n'è un'altra, ma non lo dico neppure. Gli è tutta nella cenere, nel carbone, se vedeste! Io non la chiamo nemmen figliola per vergogna." - "Noi non siamo venuti né per bellezza né per abbigliatura: si vol vedere la ragazza!" - Eccoti, le sorelle chiamano: - "Ce-ne-reen-to-la!" - ma urla, urla! Ma lei non rispondeva. Dopo un pezzo: - "Che v'è egli?" - la risponde. - "Bisogna che tu venga giù! c'è de' signori che ti vogliono vedere" - "Io non vo' venire, io." - "Ma bisogna che tu venga, ti pare?" - dice. - "Sì, ditegli che or'ora vengo." - La và dall'uccellino: - "Ah Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'." - La vien vestita come l'ultima sera, col sole, con la luna e con le stelle, e l'aveva per dippiù tutte catene d'oro, ma grosse! messe così. Dice l'uccellino: - "Portami via, sai? mettimi in seno, via, sai?" - Si mette l'uccellino in seno e principia a scender le scale. - "La sentono?" - dice il padre - " la sentono? La si strascica la catena del cammino. Si figurino che orrenda cosa che sarà quella!" - Eccoti quelli, quando è l'ultimo scalo, la veggono apparire. - "Ah!" - riconoscono la signora dell'altra sera (Ivi, pp. 156-157).
Se c'era
bisogno di un'altra figura
del sogno collettivo di
Cenerentola
per capire che nella sua crescita la componente maschile, paterna,
è
essenziale, in contrapposizione all'autocastrazione come rinuncia
all'autonomia,
l'Uccellin Verdeliò ce l'ha fornita.
Cenerentola piange quando si accorge di essere stata scoperta
perché
teme di dover rinunciare alla libertà di movimento di cui
è
debitrice all'uccellino chiesto e avuto in dono dal padre, al posto
degli
abiti e degli ornamenti comuni. Allo stesso modo l'Uccellin
Verdeliò
le dice che si meriterebbe di essere lasciata vestita bene:
nell'identità
splendente facilmente amata e riconosciuta, ma che non le consentirebbe
di essere desiderata anche nel suo aspetto degradato.
Cenerentola è un sogno antico e attualissimo, di una crescita
femminile complessa e difficile da attuarsi: certo rarissima nella
letteratura
o nell'opera lirica, dove le eroine più affascinanti e autonome
devono morire, come Carmen o Violetta. Ci sembra che la donna intera,
come
del resto l'uomo intero, siano tutt'altro che comuni, non solo nella
vita
di tutti i giorni, ma anche nel pensiero.
Quando ho
intrapreso lo studio
psicoanalitico della fiaba e del
mito,
ho seguito, come un filo, l'intuizione di una verità nel
racconto
e sul racconto. La mia meta, fornire una buona descrizione di questa
verità
evidente e inafferabile, non si è allontanata, ma io non mi sono
avvicinata, pur camminando, e quello che ho scritto è
semplicemente
la descrizione di qualche tratto del mio errare. Ha richiamato
dell'attenzione,
ma mi piacerebbe che avesse suscitato in qualche lettore, per le
risonanze
imprevedibili del linguaggio, il desiderio di mettersi in cammino per
conto
proprio.
Concludendo questo saggio, non posso fare a meno di esprimere,
scusandomi
per la loro approssimazione, qualche parola sulla meta, sull'intuizione
che traccia il sentiero della mia ricerca.
C'è nelle fiabe una geometria rigorosa, possibile da evocare,
da commentare senza tradirla, ma impossibile da descrivere.
Mi è parso di trovare in certe nuove teorizzazioni delle scienze
dure, come nella teoria delle catastrofi del matematico René
Thom,
dei modelli di descrizione preziosi, ma che non posso utilizzare, non
essendo
il caso di affrontare le difficoltà e le aporie di questa
ricerca
con temi e concetti embricati a terreni di lavoro, come la matematica,
sui quali non so muovere un passo. Ma è qualcosa che secondo me
René Thom ha in mente, ad esempio quando annota:
...La geometria euclidea classica si può considerare come una magia: al prezzo di una distorsione minima delle apparenze (il punto senza estensione, la retta senza spessore...), il linguaggio puramente formale della geometria descrive adeguatamente la realtà spaziale. In questo senso, si potrebbe dire che la geometria è una magia che ha successo. Mi piacerebbe enunciare la reciproca: ogni magia, nella misura in cui ha successo, non è necessariamente una geometria? (René Thom, Stabilità strutturale e morfogenesi, 1972, p. 15, nota 4)
Ho tentato
diverse volte, con
risultati sempre deludenti, di
contribuire
a questo enunciato a proposito della magia della fiaba, accostando
certi
elementi della teoria delle catastrofi con le azioni della fiaba,
partendo
dalle funzioni della morfologia rivisitate con le teorie
psicoanalitiche.
Nell'ambito di scienze che fino a pochi decenni fa operavano fidando di
dare descrizioni certe di fenomeni ripetibili e misurabili, sono
entrati
oggetti così complessi, come i quanti o gli infiniti, che
impongono
teorizzazioni nuove, e un nuovo linguaggio, che consenta l'elaborazione
di nuovi modelli. Le discipline che si avvalgono del linguaggio comune
a tutti, e non hanno, né possono avere, un lessico specialistico
noto solo ai ricercatori, e condiviso da tutti loro, possono descrivere
oggetti complessi, come la realtà psichica, ma non riescono a
fondare
un'epistemologia grazie alla quale sia possibile costruire un
linguaggio
specialistico che consenta loro di intendersi su qualcosa senza
equivoci,
di trovarsi d'accordo e di dissentire senza che ogni ulteriore
teorizzazione
implichi un'apparente distruzione e ricostruzione dell'edificio.
Occorrerebbe il concorso di molti ricercatori per sperare di procedere
verso un'epistemologia rigorosa, che però non implichi un
linguaggio
specialistico privo della vaghezza del linguaggio verbale comune a
tutti:
ammesso che ne sia mai esistito uno, se non nell'autorevole e
autoritaria
affermazione di certi scienziati, questo lessico non avrebbe infatti
alcuna
probabilità di far avanzare la comprensione di oggetti complessi
come la fiaba o il mito, che intendiamo come riflessi dell'infinita e
vitale
complessità della realtà psichica.
Ciò che si dovrebbe tentare di descrivere sono le costanti che
in questa complessità è possibile cogliere: riuscire a
dar
conto della ragione rigorosa che rende possibile far diagnosi
interpretando
un sogno o un lapsus, la cui descrizione può risultare arida o
apparire
romanzesca, o addirittura una mistificazione. Descrivere come una
geometria
della mente, certo a più di tre o quattro dimensioni, come le
costanti
di un'equilibrio psichico e della sua perdita, come normalità e
patologia siano pensabili secondo la diversa disposizione e proporzione
delle stesse figure. Descrivere come una minima variazione permetta in
certi momenti a un essere umano di riprendere il suo cammino esprimendo
la sua unicità, o lo abbatta, chiudendolo nella follia.
Per ora le descrizioni migliori restano l'arte del racconto e della
poesia. Come Pericle principe di Tiro non poteva credere alle sue
orecchie,
il re del Racconto d'inverno non può credere ai suoi occhi,
quando,
certo che la moglie è morta da molto tempo, e ammirandone una
statua,
la vede animarsi. Così esprime il desiderio che marca la
sospensione
della differenza tra inanimato e animato, tra morto e vivo, quel
confine
tra possibile e impossibile che costituisce l'insopportabile vaghezza
nell'esperienza
di ogni uomo:
If
this is magic, let it be an art
Lawful as eating
(A. V, Sc. 3) .
Nella realtà psichica, rappresentata dai sogni notturni, dalle fiabe e dai miti, possiamo riconoscere questa potenza, apparentemente magica, della trasformazione. Ciò accade nell'esperienza di diagnosi e cura dello psicoanalista, e se descrivere come accade è difficile, non per questo è consentito rinunciarvi. Anche se non potesse mai portare a una descrizione che renda conto in maniera chiara e soddisfacente del processo al quale è dedicata, si potrebbe ricordare René Thom quando alla fine della sua opera che non vince la vaghezza scrive:
Una
gran parte delle mie affermazioni
riguardano pura speculazione;
si potrà senza dubbio tacciarle di fantasticherie... Accetto
tale
qualifica; la fantasticheria non è forse la catastrofe virtuale
con cui si inizia la conoscenza? Nel momento in cui tanti studiosi
calcolano,
in qualche parte del mondo, non è auspicabile che qualcuno, che
lo può, sogni? (Thom, 1972, cit., pp. 366-367)
Chi pensa o
sente che questa potenza
opera secondo leggi
geometriche,
anche se non sa ancora descriverle, trova nella variegata costanza
delle
fiabe e dei miti una terra promettente. Anche quando coltivandola non
si
ottiene il frutto sperato, il raccolto non delude, e la vista è
sublime. Si vola nel tempo e nello spazio, come nella propria
intimità,
per comprendere quanto sia vasta, ampia e articolata la realtà
di
ogni essere umano. Il volo è permesso perché le regole
del
gioco qui possono modificarsi come nel sogno, obbedendo a una costanza
segreta.
Torniamo al tema del libro, a Cenerentola come figura della crescita
femminile, che si dilata, si rappresenta in mille e una forma, e si
sottrae
al pensiero dell'uomo come della donna, perché incarnando e
significando
la vita che fugge, si occulta, e torna a fiorire, impone, perché
il pensiero non arretri terrorizzato, di accogliere la vaghezza che
allude
al limite tra notte e giorno, vita e morte, inconscio e coscienza. Il
sole
è così potente e generoso che illumina e scalda persino,
come dice il poema indiano Mahabarata, i suoi bestemmiatori, ma si
perde
nella notte: se non fosse per quella luce lieve della luna che
rischiara
le tenebre col suo riflesso.
Pensiamo alla somma dea Iside, che alla morte dello sposo fratello,
Osiride, si traveste e si nasconde nel lutto, come Cenerentola, la sua
piccola e grande parente di fiaba. Occultandosi si mette in cammino per
ricercare il chiarore del dio Osiride, il sole, fino a quando non ne
ricompone
il corpo smembrato e perduto perché possa rinascere.
Le divinità che attraversano il buio, la notte, la morte, hanno
un'irregolarità misteriosa, appartengono a un'area figurale dove
possiamo riconoscere Cenerentola, Pelle d'Asino, Cordelia, con la loro
alternanza di bellezza e bruttezza, la dea Iside che come lei si
traveste
nel lutto, Demetra che si occulta avendo perso la figlia, Kore. Dove
possiamo
riconoscere divinità maschili ma non solari, contrassegnate
dallo
smembramento e dall'estasi, come Dioniso. O come il dio fabbro Efesto,
zoppicante da entrambi i lati: a lui e ai Ciclopi ai quali è
legato
con molteplici parentele gli dei devono la potenza del fuoco che si
accende
nel giorno come nella notte. Il fulmine è l'arma che consente a
Zeus di regnare. Alle divinità che possono attraversare o
abitare
le tenebre senza smarrirsi, proprio grazie al loro movimento non
diretto,
ma vago, apparentemente incerto, errante, come il fabbro Efesto che
zoppica
da entrambi i lati, o come Prometeo il cui pensiero procede per angoli,
serpeggiando (ankulomètes), gli uomini devono la potenza del
fuoco,
per illuminare le tenebre e forgiare i metalli.
Il lavoro del fingulus, del vasaio, che finge, dà forma con
arte alla materia, e la modella secondo le necessità dell'uomo,
rappresenta la cultura stessa, che vince le tenebre che ogni sera
sconfiggono,
irrimediabilmente, la luce del sole.
Nella dimora del Tempo del Cunto de li cunti solo il simbolo, nello
stemma sulla porta, non è logorato, e la fanciulla quando entra
toglie i contrappesi all'orologio e lo ferma: così il divoratore
di città deve rivelarle come potranno tornare umani i suoi sette
fratelli colombini. Una gola smisurata come la voracità del
Tempo
della fiaba è quella del lupo Fenrir, che in uno scenario di
distruzione
apocalittica salirà dalle tenebre per ingoiare tutto: se lo
facesse
il mondo non potrebbe rinascere dalle sue ceneri. Leggiamo la storia
norrena
scritta quasi mille anni fa:
Il lupo Fenrir giungerà con le fauci spalancate, la mascella superiore puntata contro il cielo e l'inferiore contro la terra, e le spalancherebbe ancor di più se ci fosse spazio bastante. Fuoco gli uscirà dagli occhi e dalle nari. Il lupo ingoierà Odhin, questa sarà la sua morte. Ma subito dopo Vidharr si volgerà e pianterà un piede sulla mascella del lupo - questo piede è calzato di una scarpa il cui materiale è stato raccolto attraverso tutti i tempi: sono i ritagli di cuoio che gli uomini taglian via dalle scarpe per l'alluce e per il tacco, perciò colui che vuol esser d'aiuto agli Asi deve gettar via questi ritagli. Con una mano egli afferra l'altra mascella del lupo e gli lacera le fauci, e questa sarà la morte del lupo (Snorri Sturlusen, Edda, 1975; p. 119).
1. La vaghezza di
Longiano