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IL TESORO
DELLE FIABE DIALETTALI ITALIANE

SCELTE TRASCRITTE E RACCOLTE
DA RACCOLTE DEI SECOLI XIV-XX DELLE REGIONI E DELLE ISOLE ALLOGLOTTE
ANNOTATE E ITALIANIZZATE DA
ADALINDA GASPARINI


A mia madre, Giovanna, funambolica linguista
all’equilibrio della sua parola toscana rotonda acuta


Warwick Goble





Antiche Fiabe Italiane dei secoli XIV-XVII, scelte tradotte e commentate da Adalinda Gasparini   HOME PAGE




INDICE

Prima avvertenza
Seconda avvertenza
Sui criteri di trascrizione
Ringraziamenti
ABRUZZO     Fior' e Ccambedefiore
                      Fiore e Campodifiore
BASILICATA Fiore di mare
CALABRIA  La ricotta janca
CAMPANIA La Gatta Cennerentola
CAMPANIA Li sette palommielle
EMILIA-ROMAGNA La Zinderlazza

EMILIA-ROMAGNA, La fola d'Ohimè
FRIULI-VENEZIA GIULIA Meni Fari
LAZIO, Gli tustamintu du 'na Fata
LIGURIA O dente d'oo
LOMBARDIA El Tredesìn
MARCHE Lu re pesce
MOLISE L' tacc' taccun' d' Maria d' legna
MOLISE Isola alloglotta serbo-croata Djevojka sa zvijezdom
MOLISE Isola alloglotta slavo-molisana Das Mädchen mit dem Stern
PIEMONTE Petit Menin
PUGLIA Ré fendana d'aure
PUGLIA S. Giorge
SARDEGNA Is tresgi bandius
SICILIA Lu Figgiu di Re
SICILIA Sfurtuna
SICILIA Isola alloglotta greco-albanese La Bedda di li setti citri
TOSCANA L’Aquila d’oro
TOSCANA Re Porco
TOSCANA La bella Caterina ovvero la novella de' gatti
TOSCANA La regina Marmotta
TRENTINO-ALTO ADIGE, L'amor dei tre naranzi
TRENTINO-ALTO ADIGE, Isola alloglotta ladina, Cian Bolfin
UMBRIA 'Mo finì 'l tonto
VAL D'AOSTA Le valet du marchand
VENETO Biancabella e la biscia sua sorella
VENETO La Poavola
VENETO Re Porco
VENETO La fontana che brila l'albero che canta e l'ucelin belverde
L'Italia dei dialetti


 

Prima avvertenza

Questo lavoro nasce dall'ipotesi che nella scuola, e non solo, possa essere utile disporre di un'antologia di fiabe dialettali e antiche. Mentre le Fiabe italiane raccolte da Calvino offrono un tessuto linguistico comune a tutti, questi testi dialettali proponendo una straordinaria varietà linguistica, formano un potente strumento per far crescere la libertà e il desiderio di raccontarsi.
Il linguaggio del bambino, che porta nella relazione il suo stesso essere, come forma delle sue relazioni affettive, va accolto prima che corretto, riconosciuto prima che sostituito col linguaggio consensuale. Non solo perché questo giova affettivamente al bambino, ma perché misconoscendo il senso delle sue espressioni si rischia di scava un fossato tra la sua significazione spontanea - lessico familiare, o di gruppo - e la significazione consensuale, comune a tutti, che la scuola deve trasmettere. (Su questo tema vedi Re Porco e i  bambini narratori). Se il bambino sente che a scuola, dove gli si chiede di apprendere una lingua più estesa, comune a tutti i parlanti italiani, hanno diritto di cittadinanza parlate diverse, e se gli viene spiegato che questi modi di dire hanno la loro nobiltà, non pensa che ciò che non è (non è più, o non sarà mai, o non è ancora) consensuale sia sbagliato. Ciò che non trova accesso alla comunicazione pubblica, pur riguardando di fatto una sfera privata del bambino, sia per limiti relativi alla scolarizzazione della famiglia e sua propria, sia per difficoltà di tipo affettivo, viene rimosso come innominabile: accade troppo spesso che l'imperfezione del suo dire, delle sue parole, per la loro diversità dal linguaggio consensuale, venga classificata come errore. Se poi l'insegnante ha una conoscenza della lingua italiana limitata allo stile consensuale dei parlanti contemporanei, se l'insegnante stesso, quand'era bambino, ha dovuto abbandonare fuori dalla porta della scuola il proprio lessico familiare e dialettale, ha poche possibilità di accogliere la lingua del bambino.
Se solo gli insegnanti potessero ricordare i loro studi di filologia, o almeno l'amore e il rispetto che hanno incontrato sui banchi della scuola superiore leggendo i grandi testi della letteratura, potrebbero provare a considerare i testi dei bambini e dei ragazzi come pagine di antichi codici, come messaggi preziosi, attraverso le espressioni che eludono o distorcono le regole non meno che in quelle che le rispettano.
Nei dialetti italiani, fatti risuonare nella scuola, luogo deputato all'apprendimento del linguaggio e della cultura consensuali, l'insegnante può rintracciare una radice viva alla quale attingere, per una società come la nostra, new-global, o globalizzata. Nel rispetto per il linguaggio di ogni parlante, piccolo o grande, di qualunque condizione sociale e culturale, prima che nelle celebrazioni di feste e tradizioni lontane, è la chiave per favorire una società di diversi che coltivano la loro diversità come gli strumenti musicali in un'orchestra: per compore armonie impossibili al singolo virtuoso. Ricordo un muratore palermitano che rideva stupefatto ascoltando una fiaba di Pitré nel suo dialetto, orgoglioso di spiegarci dov'era via Giuseppe Pitrè nella sua città. Era felice come i bambini quando gli adulti ridendo raccontano storie che includono riferimenti ai bisogni corporali che di solito vanno taciuti, o appena sussurrati.  Allo stesso modo esprimono giubilo i bambini nelle scuole toscane quando sanno che ito, per andato, che usano ancora i loro nonni, ha una particolare nobiltà, visto che lo usava Dante e che è molto vicino alla fonte latina.

A proposito dell'uso didattico, l'insegnante accorto saprà far tesoro della ricchezza delle fiabe dialettali. Qualche suggerimento informale è riportato in calce. Come esempio, si può osservare l'Aquila d'oro, una storia del Trecento. L'insegnante vedrà che può usarla come un mirabile strumento didattico per una lezione di storia, con quel campo di battaglia dove alle prime luci dell'alba si tagliano le siepi e si riempiono le buche, per rendere più efficace lo scontro, e con gli eserciti di tutti gli stati europei del tempo. Passa in rassegna un'antica Europa dei popoli: Raonesi, Soavi, Inghilesi, Lozimborghesi (Aragonesi, Svevi, Inglesi, Lussemburghesi)  si combattono ferocemente e cavallerescamente per un ratto simile a quello che causò la guerra di Troia, finché il papa, pena la scomunica, li convince a far pace. Non sarà difficile raccontare, insieme alla storia come favola, la storia vera e propria, di cui è scarsa la consapevolezza: la conflittualità ha sempre segnato la vita dei popoli, nel gioco immaginario che costa sangue e lutto, rispetto al quale è richiesto l'impegno di ciascuno di noi.

Se poniamo la questione delle relazioni tra bambini, o tra cittadini, italiani dalla nascita, e immigrati neri o gialli o albanesi o kossovari, meridionali o settentrionali, come un dovere di tolleranza, consideriamo la libertà dell'altro come il limite negativo della nostra, non come il punto in cui la vera libertà comincia. L'equilibrio di un gruppo umano si è quasi sempre fondato sulla rimozione del diverso - oltre i confini degli stati o dei campi, oltre le mura del manicomio o del carcere, oltre i segni di appartenenza a un ceto e a un censo. Espellendo il diverso si guadagna l'illusione di un'identità compatta e stabile: il processo riguarda un popolo come una tribù, uomini primitivi o moderni, e nasce nella relazione narcisistica del soggetto con la propria molteplicità intrapsichica. Per ottenere questo effetto di identità si è sempre discriminato, soppresso, sterminato, l'altro: persone di altre razze, ma anche persone vicine e familiari. E se è vero che è destinato al fallimento l'appello moralistico alla tolleranza, può avere qualche possibilità l'invito a pensare ai pregi della molteplicità, e al fatto che la realtà psichica di ciascuno ha tanta complessità e diversità rispetto all'ideale consensuale, quanto una realtà culturale rispetto all'ideale con cui si rappresenta. Se noi riusciamo a non misconoscere la nostra diversità da noi stessi, che si presenta tante volte, ad esempio nel semplice smarrimento mattutino di fronte allo specchio, possiamo imparare a riconoscere le diversità presenti nella nostra propria cultura. Un piccolo esempio può esser costituito dalle due versioni rintracciabili, con una piccola forzatura, nella creazione dell'uomo e della donna narrata nella Genesi, che sta a fondamento della cultura ebraica, la più compatta e stabile della storia: dalla contraddizione del testo, preso alla lettera, nasce il mito di Lilith, Luna nera, donna ribelle e demoniaca.

Occorrerebbe pensare alla purezza culturale non come a una realtà ma come a un ideale, perché solo una profonda ignoranza può far pensare che nel mondo esista una sola cultura che non debba parti essenziali a una cultura che l'ha preceduta o che l'ha incrociata. Non esiste nemmeno una parola tra quelle che stiamo usando che non sia il risultato di un processo di contaminazione, di ibridazione, di creolizzazione incessante.

Il linguaggio, come ogni singola parola, somiglia all'essere umano, e rappresenta la complessità illimitata della realtà psichica, della quale questa antologia propone un minuscolo saggio, che può aiutare chi ha la mente aperta a combattere l'illusione di una lingua intesa come il risultato di un'evoluzione, grazie alla quale l'efficacia espressiva trionferebbe sul primitivo e il caotico lasciandoli al passato. Si propone qui di partire dalla lingua, dalle parole antiche della fiaba, e dalle storie registrate nei dialetti italiani. Proporre queste storie ai bambini suscita effetti molto interessanti: hanno più voglia di esprimersi, si muovono tra le maglie larghe del linguaggio, sentendosi liberi dalle strettoie di un insegnamento della lingua consensuale miope, perché fa dipendere l'espressione da regole assolute, separate dalla contrattazione storica che non smette mai di plasmarla e modificarla. Ma prima che ai bambini serve agli adulti, e non solo agli insegnanti.
Le fiabe appartengono a tutti - a tutte le età, a tutti i tempi, a tutte le culture. Più ancora dei miti, che fondano una cultura, costituendone la base immaginativa, perché le fiabe non fondano niente, sono semmai occasioni per esplorare le proprie radici, scoprendone l'intreccio con le radici di tutti. Sono per il linguaggio verbale le strutture nelle quali esso prende vita, perché le strutture narrative ricche di simboli stanno al di là delle parole, chissà dove: forse somigliano all'architettura segreta della nostra anima.

Per chi cerchi strumenti adatti all'integrazione di bambini stranieri, questa antologia può sembrare uno strumento inutile, che poteva andar bene semmai nel dopoguerra, quando il problema riguardava l'inserimento di italiani di altre regioni. La consapevolezza delle origini molteplici della nostra lingua, di come si è formata faticosamente sia a partire dai dialetti o dalle lingue locali, come il toscano, sia destituendone gradualmente l'uso, vale secondo noi come esperienza della complessità della lingua materna, o lingua 1. L'ignoranza di chi conosce una sola lingua, come la maggioranza degli italiani nati all'inizio del secolo scorso, conferisce una sicurezza espressiva particolare, ma ha come rovescio della medaglia la convinzione che chi parla una lingua diversa sia svantaggiato. I nostri antenati greci, che hanno inventato filosofia, e democrazia, chiamavano bàrbaroi, barbari, balbuzienti, tutti coloro che non parlavano greco. Mia nonna, che parlava il dialetto modenese e un italiano molto vicino al dialetto, rideva quando alla televisione sentiva il presidente americano che parlava inglese, ed esclamava: Puvrètt! a'm' para ch'al faga na fadìga! (Poveretto! mi pare che faccia una fatica!). Acquisire consapevolezza della complessa, talora aleatoria, formazione e trasformazione della propria lingua significa allentare i legami narcisistici con un'origine superiore e riconoscere l'incertezza e l'aleatorietà presenti nella storia delle lingue, non meno che nelle storie delle persone.  Senza questa consapevolezza, qualsiasi apertura al diverso sarà apparente ed effimera.

La vergogna nel parlare riguarda il bambino come l'adulto, quando deve intervenire in un dibattito pubblico, o quando per comunicare deve usare una lingua che non conosce bene. Ha radice nel vissuto d'esclusione, intenso perché erotizzato, che deriva dalla percezione che il bambino ha di se stesso fuori dalla coppia genitoriale: una storiella del tutto indipendente dalle teorie freudiane o kleiniane illustra questo vissuto. L'apprendimento della lingua 1 è preceduto dal tempo in cui siamo letteralmente infanti, incapaci di parola, e concordiamo con l'ipotesi avanzata da Melanie Klein, secondo la quale dal modo in cui percepiamo la reazione dei nostri genitori ai nostri primi tentativi di articolare un senso in sillabe o parole dipenderà la nostra scioltezza o la nostra vergogna nel parlare una lingua straniera. Ma anche, direi, la nostra capacità di esprimerci pubblicamente, perché un ambiente percepito come giudicante riattiva il senso di inadeguatezza e di esclusione che ha accompagnato il primo apprendimento della lingua. Parlare senza vergogna dialetti diversi, leggere una lingua diversa senza preoccuparsi della pronuncia canonica, vedere come non esista un confine stabile nel valutare la correttezza di un'espressione, osservando la variazione delle regole nel tempo e nello spazio, è un allenamento prezioso sia per comprendere la lingua, sia per riconoscere la presenza della diversità nel proprio stesso parlare. Se la propria lingua non è un insieme stabile, compatto, invariabile, la lingua dell'altro non sarà vissuta come barbara rispetto alla propria.
Il commissario Montalbano di Andrea Camilleri è un esempio di successo di una lingua contaminata, avvertita come particolarmente  significativa non solo dai siciliani. 
 


Quando Calvino lavorando sui testi dei raccoglitori di fiabe che operarono in tutta Italia tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo raccolse e trascrisse le Fiabe italiane, auspicava che il suo lavoro facesse venire "voglia a qualche lettore d'andare a ricercarle e a leggerle, e magari a qualche editore di stamparle". Forse a distanza di mezzo secolo i lettori italiani sono pronti per le fiabe dialettali, che sono state in qualche caso ristampate, ma restano difficilmente accessibili a chi non sia cultore di letteratura popolare. La bellezza delle favole che ripropongo raggiunge livelli altissimi nella raccolta toscana di Gherardo Nerucci e in quella siciliana di Pitrè: ma la bellezza è ovunque il dialetto ci restituisca un'insostituibile freschezza espressiva. Il dialetto era la sola lingua per la maggior parte degli italiani fino a cinquant'anni fa, ed è ancora presente nei primi anni di vita per quasi tutti. In una biblioteca della Franciacorta ho chiesto a una bambino di terza elementare di riassumere in dialetto bresciano la Novella de' gatti che avevo letto nella versione pistoiese di Nerucci, e la sua felicità espressiva ha deliziato il suo pubblico, composto dai compagni, dalle insegnanti. Aprendo le porte alla molteplicità della lingua qualcuno si aspetta l'invasione di Babele, invece... invece si scopre che noi, eredi della dispersione delle lingue, nonostante questa dispersione, o forse proprio per questa, proviamo piacere a comprenderci, a raccontarci, ad ascoltare e intrecciare le nostre storie.

Le persone che sanno ascoltare e meditare queste storie, non solo nei loro dialetti, o in quelli dei loro genitori, leggendole e rileggendole con pazienza, sentiranno il significato emergere dalle frasi prima oscure, e insieme alla trama e agli scambi fra gli attanti si sprigionerà il profumo di linguaggi diversi, e la fatica dolcissima comune agli esseri umani, di parlare, si rivelerà come un parco fiorito di tante piante variegate, cangianti. Qualcuna resterà misteriosa, neppure chi ha preparato questa antologia ha compreso tutte le parole: ma forse esiste anche un solo giorno della nostra vita in cui comprendiamo tutto quello che ci viene detto, e quello che leggiamo, e quello che dentro di noi si esprime o tende a esprimersi o si perde?


SECONDA AVVERTENZA


Questo lavoro è cominciato più di dieci anni fa, e mi ha dato molto piacere scoprendo e trascrivendo favole, annotandole senza un piano preciso, italianizzandole, immaginando quale piacere avrebbero potuto dare ad altri.
Il piacere della favola non conosce barriere di cultura, di età, di spazio e di tempo. Come la poesia, la fiaba ha una pregnanza morfogenetica che ritroviamo nuova ogni volta che l'ascoltiamo, la leggiamo, la raccontiamo, la scriviamo, viva come gli animali e le piante: la sua forma è sempre la stessa e sempre diversa.
La mia passione per la fiaba, che insieme ai miti ho amato fin da piccolissima, è un lavoro di ricerca nell'ambito della mia formazione di psicoanalista da trent'anni, e l'asse centrale di questa ricerca è una domanda complessa che come una congettura matematica è vera ma non ancora dimostrata. Spero di dare il mio contributo alla comprensione della fiaba entro un tempo ragionevole, ma non è questo l'argomento di questo Tesoro.
Le raccolte italiane, da quelle magistrali di Straparola, cinquecentesca, e di Basile, secentesca, a quelle dialettali raccolte dai demologi nella stagione che va dagli ultimi decenni del secolo XIX ai primi del XX, mi hanno fatto pensare che valesse la pena fare una lavoro di raccolta e scelta per rendere fruibili da molti le fiabe dialettali. Il tema dei dialetti, con diverse tonalità, negli ultimi anni è diventato importante, e mentre la nostra identità sembra svanire nella globalizzazione si tenta di aggrapparsi a lingue locali che sembravano irrimediabilmente votate all'oblio. L'italiano è una lingua complessa come la nazione che la parla, ha una storia con tutti i possibili quarti di nobiltà, ma come lingua comune è recente, e deve la sua diffusione a un mezzo cosiderato poco nobile, la televisione. La ricchezza dei dialetti ha lo spessore di secoli di scambio all'interno di comunità che possono essere estese come la toscana o la napoletana, o piccole come le isole alloglotte, che via via partecipano del tedesco, dello spagnolo, dello slavo, del greco. Gli scrittori italiani che hanno usato una lingua che mantiene l'eredità più nobile, fino al latino, e l'eredità popolare, dei dialetti, sono per me i più cari: ne cito uno solo come rappresentante di tutti: Stefano d'Arrigo. Ed è degli ultimi anni il successo nazionale di un autore come Camilleri, che ha vitalizzato la lingua con innesti del siciliano, poi entrati nell'uso nazionale (non rompete i cabbasisi...). A proposito dell'espressione orale vorrei osservare come i nostri comici migliori degli ultimi decenni, Massimo Troisi e Roberto Benigni, si siano espressi in una lingua che deve la sua efficacia comunicativa alla presenza dei dialetti napoletano e toscano, una lingua che non ha paura di riconoscere la sua natura mista, indomita - come la vita considerata indipendentemente dal bisogno di chiuderla in classificazioni rigide. La presenza di una tradizione letteraria colta accomuna napoletano e toscano, mentre quest'ultimo ha il vantaggio di essere per tutti più comprensibile degli altri dialetti.
La bellezza delle fiabe di questa raccolta parla da sola, e saprà farsi ascoltare da molti.
A me preme che si senta come non esiste una lingua superiore a una dialetto, né un dialetto superiore alla lingua nazionale, e né lingua né dialetti possono disporsi in qualche ordine gerarchico riguardo alla grazia e all'intensità espressiva. Ed è proprio la loro molteplicità a creare una polifonia che vorremmo fosse sentita come la bellezza degli esseri umani diversi, quando si ascoltano con pazienza, senza paura che costituiscano una minaccia per la propria superiorità, di cui la storia rivela prima o poi il carattere illusorio.
Vorrei che affiorassero i rimandi sorprendenti insieme alle diversità radicali, per chi sa coglierle le parentele con il latino e il greco, la presenza delle lingue degli invasori, conquistatori e conquistati, greci arabi spagnoli francesi tedeschi slavi, nel lessico nella grammatica nella sintassi e nella costruzione delle narrazioni, di cui si segnalano in nota alcuni esempi, giusto per invitare all'osservazione.
Vorrei che le mie versioni italianizzate mostrassero come la nostra lingua nazionale è capace di piegarsi con flessibilità e grazia a tante parlate diverse, con esiti espressivi singolari, forse poco nobili, ma corretti e plausibili quanto basta.
Vorrei che gli insegnanti e i genitori scoprissero come si possa, e si debba qualche volta, sospendere la correzione. Gli errori di lessico, di grammatica o di sintassi dei bambini, somigliano a quelli che si possono rilevare nei dialetti cerchiamo, prima di correggere i bambini, di comprendere il gioco espressivo di chi ha studiato meno di noi, o diversamente. Il narcisismo delle piccole differenze, che si sostiene su una diffusa e presuntuosa ignoranza della ricchezza e dell'ampiezza della nostra lingua, dovrebbe essere contenuto. Perché la lingua è la persona, e accettare il modo di esprimersi dell'altro è conseguenza della consapevolezza con cui ci si esprime, intendendo per espressione lo stile del discorso, e il logos, e la persona stessa che parla, che ascolta, che si incarna e ci fa incarnare in una relazione.



SUI CRITERI DI TRASCRIZIONE DELLE FIABE DIALETTALI

La difformità nella traslitterazione dei dialetti nelle diverse raccolte, sia riguardo alla competenza e al rigore linguistico dei raccoglitori, sia riguardo ai criteri scelti, è immensa, si pensi solo ai segni diacritici o ai criteri per rendere il discorso diretto. Per analogia con la scelta di far risuonare i dialetti come venivano raccolti ascoltando i parlanti di uno o due secoli fa, si è scelto di trascrivere ogni fiaba dialettale col massimo grado di fedeltà anche alla grafica, uniformando in ogni caso il tipo e il corpo dei caratteri e la formattazione.
Nella versione italianizzata si è deciso invece di seguire un criterio unico, che corrisponde all'unicità di una lingua di traduzione, che però, pur essendo chiara per ogni parlante italiano, mantiene l'eco del dialetto dal quale viene.
Non solo parlate lontane o estranee saranno percepite da chi legge con sensibilità questi testi, ma modi di dire che sono ricorrenti per chi è andato poco a scuola e che emergono in chiunque sia in preda a una forte emozione. Più che la presenza di costrutti paratattici anziché ipotattici, si rileva qui un sistema estremamente vario di impliciti ammiccamenti, sintesi, come se il testo fosse più una sorta di spartito musicale che un opera compiuta. Del resto questa era la funzione del testo scritto ai tempi di Esiodo (XVII sec. a.C.), di costituire una base per l'improvvisazione. A parte narratori e narratrici d'eccezione, una fra tutti Agatuzza Messia in Pitré, si avverte nel discorso trascritto dal racconto orale una necessità di completare, con particolari che al professore che stenografa o registra si pensa non interessino, di accompagnare la parola col gesto.
Ciascuno di noi proietta sul tempo del racconto senza libro, senza editore, del racconto orale le caratteristiche ideali di un'infanzia analfabeta senza colpa, povera e felice. Così noi bambini siamo stati poveri - i mezzi e la potenza erano in mano ai genitori - e felici, pieni di speranze e di illusioni, almeno sufficienti a farci crescere.  E' un buon esercizio assecondare questa tendenza, e ritrovare parole e gesti per raccontare, purché si ricordi che qualunque invenzione narrativa, per quanto felice, non è gerarchicamente superiore, in un campo come quello delle fiabe dove la gerarchia esiste, ma è mobilissima, rispondendo all'economia del desiderio. Ma ogni invenzione salda la macchina infinita del narratore, del suo carattere, della sua esperienza, alle parole del racconto: come un film muto che si esalta dell'accompagnamento dei rumoristi e dei musicisti, empaticamente legati ai sospiri alla paura alle risate agli applausi del pubblico. Il narratore che fa sua la fiaba, anche solo leggendola senza cambiare una virgola, ne dota il racconto di elementi non codificati, di solito non codificabili, che ne rilanciano la scintilla vitale, che si può definire morfogenetica (René Thom) per gli effetti fecondi negli ascoltatori, anche questi di solito non codificabili. Per chi volesse esplorare, considerandolo anche un trattato sulla narrazione, un testo contemporaneo a questo proposito, ricco perché la teoria è enunciata con semplicità, e ha tutte le pieghe di una relazione perché è parte di un romanzo antico e moderno, o, meglio, post-post-moderno, si consiglia di seguire le mosse, gli intrecci del filo sull'arte del racconto, tessuto con tanti altri fili, in Red Earth and Pouring Rain di Vikram Chandra.



RINGRAZIAMENTI

Avendolo cominciato oltre dieci anni fa, e continuato a più riprese, ho avuto l'aiuto concreto di molte persone.
Rossana Baralla, che ha fatto per me una parte del lavoro di ricerca delle raccolte dialettali alla Biblioteca Nazionale di Firenze; Laura Darsié, che ha collaborato per un breve periodo alla loro revisione; Anna Antoniazzi, che mi ha aiutato a comprendere alcune fiabe dialettali e mi ha incoraggiato più di tutti a procedere e concludere.
Ringrazio tutte le insegnanti con le quali ho lavorato, che hanno utilizzato con soddisfazione il mio insegnamento; gli amici e le amiche che hanno avuto la pazienza di ascoltarmi; i bambini che mi hanno mostrato, oltre ogni mai aspettativa, come le fiabe siano esche di menzogna per carpe di verità, prendendomi felicemente in contropiede.
Ringrazio i miei pazienti e le mie pazienti, che impegnandomi a fondo, senza la rete finzionale della letteratura, mi costringono a mettere le mani in pasta e mi impediscono di affezionarmi troppo a qualunque teoria o a qualunque trovata, costringendomi a un viaggio senza fine. Che non impedisce di gustare il piacere di una patria, quando si ha la breve grazia di un approdo comune.

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Note

Dalla Genesi
Il sesto giorno:
Creavit Deus hominem ad imaginem suam ad imaginem Dei creavit illum masculum et feminam creavit eos (Genesi, 1 27)

Dopo la settimana della creazione, si racconta:

Dixit quoque Dominus Deus non est bonum esse hominem solum faciamus ei adiutorium similem sui
Formatis igitur Dominus Deus de humo cunctis animantibus terrae et universis volatilibus caeli adduxit ea ad Adam ut videret quid vocaret ea omne enim quod vocavit Adam animae viventis ipsum est nomen eius
Appellavitque Adam nominibus suis cuncta animantia et universa volatilia caeli et omnes bestias terrae Adam vero non inveniebatur adiutor similis eius
Inmisit ergo Dominus Deus soporem in Adam cumque obdormisset tulit unam de costis eius et replevit carnem pro ea
Et aedificavit Dominus Deus costam quam tulerat de Adam in mulierem et adduxit eam ad Adam
(Biblia Sacra Vulgata; Genesi, 2, 18-22)

Storiella
La maestra osserva che Pierino ha spesso segni di percosse, e gliene chiede una speigazione. Pierino risponde che di notte si sveglia spesso e chiama ripetutamente il babbo o la mamma, che ha un certo punto lo picchiano. La maestra spiega al bambino che i genitori lavorano, e di notte hanno bisogno di riposare, quindi, se lui si sveglia, deve stare tranquillo e non disturbarli.  Per un certo tempo Pierino non ha più segni di percosse, ma un giorno arriva a scuola pieno di lividi. "Ma come!" gli dice la maestra, "non ti avevo detto che dovevi stare in silenzio e non disturbare il babbo e la mamma?". Pierino piangendo risponde: "Maestra, io ho fatto come mi diceva lei, ma stanotte il babbo ha detto alla mamma 'io vengo' e la mamma gli ha risposto 'vengo anch'io' e me mi lasciavano a casa!"

Camilleri
Certo Stefano D'Arrigo ha preceduto Camilleri in questa direzione, facendo affiorare nel tessuto italiano il siciliano, il latino, con echi molteplici e variegati di altre parlate mediterranee, nella scrittura del romanzo secondo noi più grande del Novecento italiano, Orcynus Orca, che non poteva né potrà mai avere la diffusione delle storie di Salvo Montalbano, da molti, l'incorruttibile e caro commissario di Vicata.

Chandra
Vikram Chandra, Red Earth and Pouring Rain (London: Faber 1995). Terra rossa e pioggia scrosciante, tr. it. di Anna Nadotti e Fausto  Galuzzi (Torino: Instar Libri 1998; Milano: Mondadori 2009).


Warwick Goble

Warwick Goble
FIOR' E CCAMBEDEFIORE

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Nota bibliografica
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Nota  al testo
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Nota interpretativa
bandiera

Versione italianizzata

 

    Ère ’na surèll’ e nu fratèlle; e sse chiamáve Fióre e Ccambedefióre, e ére l’ un’ l’ àtre quánde cchiù bbèlle se pó dì’. Tené sóle lu patre. La mámme je s’ avé mòrte. Je vé’ ’n gape d’ arepijjá la mójj’ a lu patre, e l’ arepìjje. Se parturì ’sta donne, e ffacise ’na fjje tánda bbrutte. Menùte ’n grussézze, ’sta fijj’ á cumenzát a ppiccijá’ nghelu ggióvene e nghela ggióvene, ca decé ca éss’ ére bbèlle, e jiss’ ére bbrutte.
Nu ggiórne la matréjj á cummannat’ a jì’ ped acqu’ a la fundane Fiór’ e Cambedefiore. Ha ’ngundràte dùdece fate, e j’à ditt’: «Adónna jàte?» «Jéme ped acque»; e sse jáve magnènne nu póche de pizze. J’ á fatte le fate: «Dámme nu póche de pizze.» É rruvàte chela ggiuvenétt’, e je l’ á date nu póche ped une. Le fate ha vedute ca je n’ á date nu póche ped une, j’ á cumenzàt’ a ddì, tutte quènde, chi: «Pùozza fa’ le fiure da la bbócche»; chi j’ á ditte: «Pùozza pijjá’ lu fijje de lu rré»; e chi j’ á ditte: «Quánde t’ ašciùojje le trécce, pòzza ’šci’ tutte pèrle d’ óre da la tèste.» Dópe, ’ste ggiùvene arevá a la case nghe ll’ acque. Vedénne la matréjje ca chiste ére tande bbjìelle, e la fémmene facé le fiure da la bbócche ugne vvòlde che pparlé, e jjettàve tande pèrle d’ ore da le capille quande s’ ašciujjé le trécce, se sendé currive, e ddicé: «Fìjjem’ é ttanda bbrutte, e cquést’ é ttanda bbèlle!» Ha pijjáte la vìj’, e l’ á cacciàte da la case tutt’ a ddu’. Chiste s’ á truvate ’na casarèlle, e sse statté sóle hisse. Dópe, coma facé le fiure, che parlave, tutte lu ggiórne, le manné vvénne’ pe’ lu fratèlle.
Nu ggiórn’ é jìt’ a lu rré nghe lu canéstre de le fiure. Lu rré j’á ditte: «Chi le fa ’ste fiure?». J’ á respòste: «Le fa la surèlla mìje.» E ddónna sta ’sta surèlla tue?» «Sta a la case.» «Me c -i- û purtá’ ?», j’ á ditte lu rré. « ’Gnorscjìe, jàme». E l’ á purtat’ addó’ statté la sóre.
L’ á viste lu rré, e j’ á ditte: «Bbèlla ggióvene, chi te l’ á date tutte ’sse bbellézz’, e ttutte ’ssa vertú de fa’ le fiure da la bbócche?.» Quélle j’ arespunnì: «Quést’ é ’na vertù che cc -i- àje náte»; e nne’ j’ á vûte dì’ ca  je l’avé date  le fate. E cumbórme parlàve, ccuscì jjettàve le fiure da la bbócche. Lu rré j’ á ditte ca le vulé pe’ spóse. Quélle j’ á respòste ca scì. «Allóre», fece lu rré, «fra ggiórne vénghe nghe la carròzz’, e tte véng’ a ppijjá’ ».
Arreváte chelu ggiórne, va lu rré nghe la carrozz’; e cchiamìse lu patr’ e la matrìjje de Fiore; e j’ á ditte: «Vide ca mo’ me pòrte vòstra fijje; se cc -i- ’uléte menì’, menéte pure vu’ ». E cc’ é jìte tutte quènde. A ’na carròzz’ á mésse Fiore, la matrìjje e fa fijja bbrutte; a ll’ àtra carrozze jave lu spose, lu patr’ e lu fratèlle. La strade ch’ avé da fa’ lu rré pe’ jjì ’lu palazze, avé da passá’ lu
mare. Je facé lu fratèll’ a la surèlle: «Mija surèlle, cupre la trécce e le tue care bbellézze, ca se nno le seréne de lu mare nen de fa passá’ .» (Ca la seréne s’ arrubbave tutte le ggióvene bbèlle). Ha ditte Fior’ a la matrìjje: «Che ddice mio fratèlle?». «Dic -i- accuscì, ch’ û cche te spùjje, e û che le mitt’ a ffìjjeme ’ssa vèste che ppùorte». Fiore s’ é spujjàte, e je l’ á date. Dópe ch é ’rruvàt’ a lu mare, féce la matrìjj’ a Ffiore: «Affàccet’, affàccete; vide che bbèlla fémmene che sta a lu mare!.» ’Sta povera ggiovene se va p’ affacciá, e sse l’ á rrubbate la sérene de lu mare.
É  rrevàt’ a lu pahése lu rré nghe ttutte l’ àldre, e ha viste ca nen ére cchiù tanda bbèlle la spose, e j’ á fatte: «Oh Ddìje! Coma sî dduvendàt accuscì bbrutte?». Quélle j’ á respòste: «Mbè, la bbellézze me se l’ á rrubbate la seréne de lu
mare.» Lu rré dice: «Èhn,  paciénze! Mo’ che mme l’ áje spusate, ch’ û fa’?».
Lu patr’ e la matrìjje se n’ é rejìte, e ha lassate Cambedefiore. Chela bbrutte de la mójje dicé a lu rré: «Cacce custú! N’ n ge le vujje vedé’ cchiù a ècche.» (Pe’ ppavure che nne’ l’ avésse scupèrte). A ll’ ûteme lu rré, pe’ ccumbassijone, j’ á dat’ a ppàšce’ le pàpere a ’stu bbardàsce. Custù pijjave le papere, e le jav’ a ppasce’ just’ addó’ statté la surèll’ attaccàte, vecìn’ a lu
mare; e je dicè: «Mia surèlle, mia surèlle, abbùottemele le paparèlle; ca se nno lu rré me vó’ cacciá’ ». La surèlle se šciujjé le trécce, le scutelàve, e ddav’ a magná’ a le papere le pèrle d’ ore che jje ’šcé a lu cape. Come lu fratèll’ aremené capabbàsse che le papere, p’ arejì’ a lu palazze, le papere parlàve, e ddicé:    «Da lu mare nu’ menéme.
            Ji’ m’ abbótte de pèrle d’ óre,
            La surèlle de Cambedefióre
            É cchiù bbèlle d’ la lun’ e d’ lu sole.»

L’ á l’ óme ’ndése le persóne che ppassàve, e l’ á l’ óme jìt’ a ddì’ a lu rré.  Lu rré ha chiamáte ’stu Cambedefiore, e j’ á ditte: «É lu vére ca parle le papere, e ddice ccuscì ccuscì?». Cambedefiore j’ á resposte: « ’Gnorscjìe»; e j’ á revelàt’ addó’ statté la surèlle; e j’ á rcundàte tutte lu fatte com’ avé jìte. J’ á fatte lu rré: «Mbè, e ttu pecché ne’ vvî a ssòrete, e ne’ jje vî ddice’ cóme s’ á da fa’ pe’ jìrel’ a retòjje’ ?». Lu fratèll’ é jìt’ a la sóre, e l’ á ddumannáte come s’ avé da fa’ pe’ llebbràrle. J’ á respòste la sóre: «Dìjj’ a lu rré ca, sé che cce vo’? Ch’ á da menì’ bém brèste la matine; ha da purtá’ ’na pestóle, e ha da spará’ a cchele du’ càne che tté’ la seréne de llá e dde cquá  da la porte, che nen ge fa ’ndrá’ nesciùne. Ha da ’ccide’ chele’ cane; l’ á da spanzá’; e ddéndr’ a la pánze de vune de cle cane ce sta ’n ove. Pijje chell’ ove; le bbutte ’n facc -i- a la seréne de lu
mare, e cquélle móre sùbbete. Allóre ji’ pozz’ arešcì’ ». Lu frat’ arevá’ a lu rré, e je l’ accónde. Lu rré facése chela ffenzióne, e llebberá Fiore. Le métte déndr’ a la carrozz’ e l’ arepòrt a la case. Quand’ é rejìt’ a la case ’nzìmbre che Ffiore, ha mannát’ a cchiamá’ prime la matréjje; po’ l’ á fatte fucelá’ nghe cchela bbrutta fatte de la fijje.

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Gennaro Finamore (1882), Novelle popolari abruzzesi. Prima parte. Seconda edizione a cura di Emiliano Giancristofaro [con ristampa anastatica della prima] Editrice Rocco Carabba, Lanciano, 1979. Pp. 65-69; raccolta a Lanciano.

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Per il motivo del viaggio in carrozza in cui la matrigna sostituisce la vera sposa con sua figlia, vedi anche
La fola d'Ohimè.
Tra le molte favole in cui alla bella si sostituisce la brutta subito prima delle nozze, un posto particolare lo occupa la storia cornice del Cunto de li cunti di Basile, e nella stessa raccolta I tre cedri.
Si potrebbe osservare che alla mancata espressione della gratitudine nei confronti delle fate - Fiore afferma che solo alla propria natura deve la virtù magica - corrisponda una perdita della bellezza. Potrebbe trattarsi di una variante, che diventa comprensibile se riferita al motivo completo, delle fiabe dell'ingratitudine come La facce de crapa (Faccia di Capra) di Basile (pp- 166-181).

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Nel testo sono scritte in corsivo alcune à accentate.  in corsivo è nel testo.


FIORE E CAMPODIFIORE


C'erano una sorella e un fratello e si chiamavano Fiore e Campodifiore, ed erano l’una e l’altro tanto belli che di più non si può dire. Avevano solo il padre. La mamma gli era morta. Gli venne in mente di ripigliare moglie, a questo padre, e la ripigliò. Partorì, questa donna, e fece una figlia tanto brutta. Quando fu cresciuta, questa figlia cominciò a prendersela con quel giovane e quella giovane, dicendo che loro erano belli, e lei era brutta.
Un giorno la matrigna ordinò a Fiore e Campodifiore di andare a prendere l’acqua alla fontana. Incontrarono dodici fate, che gli dissero:
- Dove andate?
- Andiamo a prendere l’acqua -; e intanto mangiavano un po’ di pizza. Allora dissero le fate:
- Dateci un po’ di pizza.
Ed ecco che la giovinetta si avvicinò e ne diede un pezzetto a ognuna di loro. Appena le fate videro che lei gliene aveva data un po’ a tutte, tutte si misero a parlare:
- Che ti escano fiori dalla bocca -; diceva una, e l’altra: - Che tu abbia il figlio del re -; e un’altra disse: - Quando ti sciogli le trecce, che ti escano tutte perle d’oro dai capelli.
Dopo, questi giovani arrivarono a casa con l’acqua. Vedendo la matrigna quanto erano belli, e che alla femmina uscivano fiori dalla bocca ogni volta che parlava, e che le cadevano tante perle d’oro dai capelli quando si scioglieva le trecce, si stizzì e disse:
- La figlia mia è tanto brutta, e questa è tanto bella!
Aprì la porta, e via! li scacciò di casa tutti e due. Si trovarono una casuccia, e ci stettero loro due soli. Poi, siccome faceva i fiori quando parlava, tutti i giorni, lei mandò il fratello a venderli.
Lui un giorno andò dal re col canestro dei fiori. Il re gli disse:
- Chi li fa questi fiori?
Gli rispose:
- Li fa la sorella mia.
- E dove sta questa sorella tua?
- Sta a casa.
- Mi ci vuoi portare? - gli disse il re.
- ’Gnorsì, andiamo -. E lo portò dove stava la sorella.
La vide il re, e le disse:
- Bella giovane, chi te l’ha date tutte queste bellezze, e tutta questa virtù di fare i fiori dalla bocca?
Quella gli rispose:
- Questa è una virtù che io ho dalla nascita -; e non gli volle dire che gliela avevano data le fate. E come parlava, così le sbocciavano fiori dalla bocca. Il re le disse che la voleva come sposa. Quella gli rispose di sì.
- Allora, - fece il re, - fra qualche giorno vengo in carrozza e ti vengo a pigliare.
Arrivato quel giorno, venne il re con la carrozza; e chiamò il padre e la matrigna di Fiore; e gli disse:
- Vedete che ora io porto con me vostra figlia; se ci volete venire, venite anche voi.
E ci andarono tutti quanti. In una carrozza ci mise Fiore, la matrigna e la figlia brutta; nell’altra viaggiavano lo sposo, il padre e il fratello.
Per fare la strada che portava al palazzo, dovevano passare dal mare. Il fratello disse alla sorella:
- Mia sorella, copri le trecce e le tue care bellezze, che sennò la sirena del mare non ti fa passare.
(Perché la sirena tutte le giovani belle se le rubava). Fiore chiese alla matrigna:
- Che dice mio fratello?
- Dice così, che vuole che ti spogli, e che metta a mia figlia questa veste che indossi. Fiore si spogliò e gliela diede. Quando furono arrivati al mare, la matrigna disse a Fiore:
- Affacciati, affacciati; vedi che bella femmina che c’è sul mare!
Questa povera giovane fece per affacciarsi, e la sirena del mare se la rubò.
Arrivò al paese il re con tutti gli altri, e vide che la sposa non era più tanto bella, e  le disse:
- Oddio! Come sei diventata così brutta?
Quella gli rispose:
- Embeh? la bellezza me l’ha rubata la sirena del mare.
Il re disse:
- Eh, pazienza! ora che me la sono sposata, che devo fare?
Il padre e la matrigna se ne andarono, e lasciarono Campodifiore. Quella brutta della moglie dice al re:
- Caccia quello lì! Non me lo voglio più vedere davanti agli occhi. (Per paura che la scoprissero). Alla fine il re, per compassione, gli diede da pascolare le papere a questo ragazzo. Questo pigliava le papere, e le andava a pascere proprio dov’era legata la sorella, vicino al mare; e le diceva:
- Mia sorella, mia sorella, saziami le paperelle; sennò il re mi caccerà. La sorella si scioglieva le trecce, le scuoteva, e dava da mangiare alle papere le perle d’oro che le uscivano dai capelli. Mentre il fratello tornava giù con le papere, per tornare al palazzo, le papere parlavano, e dicevano:

Dal mare noi veniamo,
Di perle d’oro ci saziamo,
La sorella di Campodifiore
È più bella della luna e del sole.

Le sentì un uomo che passava, e l’uomo andò a dirlo al re.  Il re chiamò questo Campodifiore, e gli disse:
- È vero che le papere parlano, e dicono così e così??
Campodifiore gli rispose:
- ’Gnorsì.
E gli svelò dove stava la sorella; e gli raccontò tutti i fatti com’erano andati. Gli fece il re:
- Embeh, e tu perché non vai da tua sorella, e gli vai a chiedere come si deve fare per andarla a riprendere?
Il fratello andò dalla sorella, e le domandò come si doveva fare per liberarla. Gli rispose la sorella:
- Digli al re che, sai che ci vuole? che ha da venire la mattina molto presto; ha da portare una pistola, e ha da sparare a quei cani che la sirena tiene di qua e di là dalla porta, che non fanno entrare nessuno. Deve uccidere quei cani; deve sventrarli; e dentro alla pancia di uno dei cani c’è un uovo. Pigli quell’uovo e lo butti in faccia alla sirena del mare, e quella muore subito. Allora io posso uscire.
Il fratello andò dal re, e glielo raccontò. Il re eseguì quel compito, e liberò Fiore. La mise nella carrozza e la riportò a casa. Quando arrivò a casa insieme a Fiore, prima mandò a chiamare la matrigna; poi la fece fucilare con quel brutto ceffo della figlia.




L'AQUILA D'ORO


italiano ' $ & J


Warwick Goble
    Egli ebbe il re di Raona una sua figliuola, la quale ebbe nome Lena, giovane bella, vaga, costumata e savia, quanta natura l'avesse potuta far piú. Di che per tutto il paese risplendea la fama di questa nobile criatura, e molti valorosi signori la dimandavano per moglie, e 'l padre a tutti la dinegava e non voleva.
Di che un figliuolo dello 'mperadore, ch'avea nome Arrighetto, udendo dire delle bellezze di costei, se ne fu innamorato, e non pensava se non com'egli la potesse avere per moglie; e in brieve, e' fece un alto e nobile aviso. Egli ebbe un orafo, el migliore che poté trovare, e feceli lavorare una bellissima aquila d'oro, e tanto grande, quanto un uomo vi potesse star dentro nascoso. E quando questa aquila fu fatta, tanto bella e maestrevole quanto dire si potesse, e egli la diè a questo maestro che l'avea lavorata, e disse: "Vattene con questa aquila in Aragona, e rizza uno stazzone dell'arte tua in sulla piazza dirimpetto al palagio dov'abita la figliuola del re, e tien fuori in su 'l balco questa aquila, e di' che tu la vogli vendere; e io vi sarò alotta che tu, e farai quello ch'io ti dirò, e non ti impacciare in altro".
Il maestro tolse questo suo lavorìo, e tolse danari assai e andonne in Aragona, e fece uno stazzone dirimpetto al palagio dove abitava la figliuola del re, e cominciò a lavorare del maesterio suo; e poi certi dí della settimana e' deponeva fuori questa aquila. Tutta la città trasse a vedere questo fatto, tant'era miracolosamente bella.
Facendosi un giorno alla finestra questa figliuola del re e veggendo questa aquila, mandò a dire al padre che la volea per gioiello. Il padre la fe' chiedere in compera a questo maestro. Il maestro il disse con Arrighetto, il quale v'era venuto e stava in casa di questo orefice celatamente.
Arrighetto li disse: "Rispondi che tu non voglia vendere, ma che, se li piace, tu gliel donerai volentieri".
L'orafo n'andò al re e disse: "Signor mio, io non venderei; ma se vi piace, prendetelo, ch'io vel dono volentieri".
Rispose il re: "Fallo arecare quassù, e poi noi saremo ben di concordia".
Disse il maestro: "Egli è fatto". E tornò d'Arrighetto e dissegli: e il re il volea vedere. Arrighetto entro in questo uccello, e portò seco certi confetti, i quali aveano a dare sostinimento alla natura: e acconciò sì l'uccello dentro, che si poteva aprire e serrare a sua posta, e poi il fe' portare innanzi al re. Il re veggendo tanta bella cosa, il presentò alla figliuola, e 'l maestro il portò e acconciògliele in camera presso al letto di questa donzella. E poi le disse: "Madonna, nol coprite co niente, però che questo è un certo oro che, s'egli stesse coperto, anerirebbe, e non sarebbe cosí lucente". E poi le disse: "Madonna, io ci tornerò spesso a provederlo". La donna disse puramente ch'era contenta. E poi ritornò dal re. e disse come l'ucello piacea molto alla donna; e poi disse: "Anco farò che le piacerà piú, però ch'io lavoro a una corona, che 'l detto ucello porterà in testa". Al re piacque molto; e poi fe' veniremolti danari, e disse: "Maestro, pagati a tuo senno".
Disse il maestro: "Signor mio, io sono pagato, poi ch'i' ho la grazia vostra"; e dopo molte parole il ignore none li potè appiccare adosso danaio, sempr'e' dicendo: "Io sono pagato".
Avenne che essendo una notte la Lena a letto e dormendo, il detto Arighetto s'uscì dell'uccello, e pianamente se n'andò a letto dov'era colei cui amava piú che sé medessimo, e pianamente le baciò la sua candida e vermiglia gota.
La donzella si risentì e ebbe una grandissima paura, e cominciò a dire: "Salve, Regina misericordie"; e parte, tremando, chiamò una sua cameriera. Di che Aricchetto subito ritornò nell'uccello.
La cameriera si lieva, e disse: "Che hai tu?"
Disse costei: "Io senti'uno che m'era allato, e toccòmmi il volto".
La cameriera cercò tutta la camera, e non vide e non sentì niente; e non trovato niente, si ritornò a letto, dicendo: "Per certo tu arai sognato".
E stante un pezzo, e Arighetto tornò soavemente al letto, e con molta dolcelza la baciò, dicendo pianamente: "Anima mia, nonne avere paura".
La fanciulla fu desta e misse un grande strido. Le cameriere tutte si levarono, dicendo: "Che hai tu, che non fai altro che sognare?"; e poso mente all'uscio e le finestre, e trovandole serrate, e non veggendo niente, cominciarono a fare romore con costei, dicendo: "Se tu ci farai piú motto, noi il direno alla maestra tua. Come! E che pazzie son queste a non ci volere lasciare dormire? Un bel costume è questo a gridare la notte. Or fa' che tu non ci facci piú motto, e briga di dormire, e lascia dormire noi".
La mammola ebbe paura e disse: "Io nol farò piú".
E esendo ritornate nel letto, e stante un pezzo, e Arighetto, quando li parve il tempo, e egli uscì dell'uccello, e pianamente n'andò nel letto e disse: "Lena mia, non gridare e non avere paura".
Disse costei: "Chi se' tu?".
Disse Arighetto: "Io sono il figliuolo dello 'mperadore".
Disse costei: "Come ci se' tu entrato?"
Disse Arighetto: "Reverendissima donna, io tel dirò. Egli è piú tempo ch'io m'inamorai di te, udendo dire le bellezze tue, e piú volte ci venni per vederti, e non possendo vedere altro modo, io feci fare questa aquila, e sonci venuto dentro sol per poterti parlare. E però ti priego che ti piaccia avere di me misericordia, conciosiacosach'io non ho altro bene in questo mondo che te; e vedi ch'io mi sono messo a morire per te".
La fanciulla, udendo le dolci parole che Arighetto le disse, volsesi a lui e abraciòllo e disse: "Considerato quello a che tu ti se' messo a fare per me, la mia sarebbe grandissima villania a non te lo rimunerare. E però io son contenta che tu facci di me ciò che tu vuoi, ma prima ti voglio vedere come tu se' fatto, e però tòrnati al luogo tuo, e non temere, che domane io farò vista di voler dormire, e serrerò l'uscio della camera, e rimarò sola, sicché noi potremo parlare piú distesamente".
Arighetto rispuose: "Madonna, s'io morissi, i' son contento, considerato che tu m'hai accettato per servidore; ma piacciati in segno di ciò baciarmi una volta".
La donna graziosamente il baciò, perch'ella sentìa già al core la fiamma dell'ardente amore. E' tornòssi nell'uccello.
El dí seguente, e la donzella disse che volea dormire, perché le parea mille anni di vedere Arighetto; e mandato fuori le cameriere, e serrata la camera, se n'andò a questo uccello; di che subitamente Arighetto uscì fuori, e inginocchiòssele a' pie'.
Ella quando il vide cosí bello e giulivo, subito se gli aventò al collo, e egli prestamente la ricevette nelle braccia, dicendo: "Io sono il piú contento uomo che sia al mondo, veggendo ch'io ho quel piacere ch'i' ho tanto tempo disiderato".
E cosí gli narrò tutto il fatto com'egli era con tante dolcissime parole, che pareano viuole ulezzanti, mescolati con saporiti e amorosi baci. E non si potrebbe innarrare l'amore che di nuovo si puosono. E cosí stettono piú e piú dí e notti in questa maniera: e la donna il tenea fornita di confetti e vini che passavano le stelle. E l'orefice venia spesse volte a vedere l'uccello, e parte domandava Arrighetto se volesse niente. Rispondea ogni volta che no.
Avenne che Arrighetto disse una volta alla donna: "Io voglio che noi ce n'andiano nella Magna a casa nostra". Rispose la donna: "Arrighetto mio, io sono contenta a ciò che ti piace".
Disse Arrighetto: "Io me n'andrò, e verrò con uno navilio al castello del re ch'è in su la marina, e saròvvi la tale notte; e tu dirai a tuo padre che tu voglia andare a spasso a vedere la marina e a starti parecchi dí a questo castello e io vi verrò, e metteròtti in questa nave, e andrènci via. E cosí sie fatto".
La donna mandò per l'orefice e disse: "Pòrtatene questo uccello, e fa' che tu me li facci quella corona, sí ch'a la mia tornata io truovi che sia fatta; e non falli".
Disse il maestro: "Se 'l signore vuole, io sono contento".
Disse la donna: "Fa' quello ch'io ti dico".
E il maestro fe' prendere l'uccello e portòsselo allo stazzone suo. E quando e' fu el tempo, e Arrighetto se n'uscì, e prese comiato da lui, e andòssene segretamente in suo paese: e diè ordine di fornire una bellissima nave con certe galee armate in difesa della detta nave, e poi si mosse e vennene inverso questo castello del re di Raon, com'era dato l'ordine.
In questo mezzo la donna disse al padre: "Signor mio, io voglio andare al porto a vedere la marina, e starmi al vostro castello parecchi dí".
E 'l padre fu contento, e fèlle dare compagnia di donne e di donzelle assai, che andassono dandosi spasso co llei. La donna se n'andò con quest'altre donne a questo castello, e con molta alegrezza apettava Arrighetto, pregando Idio c'e' vinissi tosto, e tutto dí guardava fra 'l  se la vedese. Di che una notte, all'ora data, e Arrighetto giunse a piè di questo castello. La donna subito scese giú a lui e abraciòllo, e prestamente entrarono nella nave e fecion vela e andaronsi con Dio. E' cosí se la menò in suo paese.
La mattina non trovandosi costei, ne fu il romore grande, e fu fattosentire al re come corsali di  eran venuti a questo suo castello e aveano furata la figliuola. Il re n'ebbe grandissimo dolore, considerato com'egli l'avea perduta. E non sappiendo il fatto, mandò uno suo figliuolo, il quale era un gagliardissimo uomo di sua persona, e disseli: "Io ti comando, a pena della vita, che tu non torni mai che tu non sappi dov'ella è e chi l'ha tolta".
Costui si misse per mare e, seguendo quel navilio, settì e seppe che 'l figliuolo dello 'mperadore se ne l'avea menata. E essendone certo, si tornò al padre e disseli che 'l figliuolo dello 'mperadore era venuto in persona a furarla. Il re fe' l'aparecchiamento grande per andare a osteggiarlo infino nella Magna, e richiese il re di Francia e 'l re d'Inghinterra e 'l re di Navarra e 'l re di Maiolica e 'l re di Scozia e 'l re di Castella  e 'l re di Portoggallo con altri assai signori e baroni di Ponente.
Di che sentendo lo 'mperadore l'aparecchiamento che facea costui per venirli adosso, fece il simigliante, e 'nvitò e richiese il re d'Ungheria e 'l re di Buemia e altri assai marchesi e conti e baroni della Magna, sicché l'una parte e l'altra raunava e faceva grandissimo essercito per combattere insieme, per lo modo che voi udirete.
Avenne che 'l re di Raona quando ebbe raunato l'essercito suo, e egli si mosse e vennene nella Magna su pel terreno dello 'mperadore. Sentendo lo 'mperadore la venuta sua, fesseli incontro a una città che si chiama Vienna con gra moltitudine di gente. E quando furono presso l'uno campo all'altro, e 'l re di Raona ebbe suo consiglio, e diliberò di richiedere di battaglia lo 'mperadore, e cosí fu fatto; ché subito mandò per un suo trombetto un guanto tutto sanguinoso in sur uno pruno. Arrighetto, come maggiore dell'oste, accettò la battaglia graziosamente; e dato l'ordine, e' diliberarono il giorno che si dovesse essere in su 'l campo. La notte dinanzi il re fece dodici maestri sopra le schiere, i quali erano uomini di gran valore e sentimento.
E la prima schiera fu di IIIm buoni uomini d'arme, tutti vestiti a nero; e' fece la magior parte cavalieri a spron d'oro, e chiamansi i cavalieri della morte; e diè loro per capo il figliuolo, il quale avea nome messere Prinzivalle, e poi gli disse: "Figliuolo mio, oggi è quel giorno che si raquista l'onore di tua sorella, però ti priego che sia valente e gagliardo e che ogni ramo di paura sia spento in te, e prima aconsenti d'essere tutto tagliato che tu ti volga mai".  E diègli uno stendardo dov'era uno lione d'oro nel campo azuro con una spada in mano.
La seconda schiera era il duca di Borgogna con IIIm Borgognoni e Franceschi, tutti bene a cavallo e bene armati: e per arme portò quel giorno gigli d'oro nel campo azurro.
La terza schiera guidò il duca di Lancastro con IIIm Inghilesi isperti e coreggiosi nell'arme, e tutti armati di panziera e di petto e di rulucenti bacinetti, e tutti asettati sotto un pennone, dov'era tre liopardi d'oro nel campo vermiglio.
La quarta schiera guidò il re di Castella e 'l re di Scozia con IVm uomini d'arme, tutti bene a cavallo e bene armati, e portarono due gonfaloni reali, dov'era dipinto nell'uno un castello bianco nel campo vermiglio, e nell'altro era dipinto un drago verde nel campo vermiglio con una sbarra azurra in mezzo.
La quinta schiera guidò e resse il re di Maiolica e il re di Navarra con IIm buoni combattitori, e per arme portarono quel giorno due bandiere, nell'una una lupa nera nel campo bianco, e nell'altra tre scacchi vermigli nel campo bianco e una lista vermiglia in mezzo.
La sesta schiera guidò il conte Novello di Sansogna con MD Provenzali a sua bandiera; e per arme portava in uno pennone tre rose vermiglie nel campo bianco.
La settima e ultima schiera guidò il valoroso re di Raona con IV suoi nipoti e con Vm Raonesi bene armati e di buono apparecchio e bene a cavallo in su grossi destrieri, tutti coverti di piastra e di maglia, e per insegna portò quel giorno uno agnolo con una spada in mano; e intorno a questa schiera aveva IIm arcieri a piè.
E continovo v'era XII maestri dell'oste, i quali atendevan sempre ad acconciare e assettare le schiere, e con tante trombe e pifferi, che pareva veramente un tuono.
Lo 'mperadore attese a fare le schiere sue, e fe' cavalieri e conti quella mattina il figliuolo, cioè messere Arrighetto di Soave, e poi gli diè IIIm tra baroni e cavalieri in sua compagnia, tutti grandissimi gentili uomini, e diègli per insegna uno stendardo imperiale, dov'era dipinto un'aquila nera nel campo d'oro, e egli portò quel giorno una donzella dipinta nello scudo con una palma in mano, e questo scudo li donò colei per cui questa battaglia si facea. E poi le disse: "Figliuol mio, questo fatto è tuo, e però non ti dico più".
La seconda schiera guidò u nipote del re d'Ungheria con Vm Ungheri, er per arme portò in uno stendardo gigli d'oro nel campo azzurro e lite bianche e vermiglie.
La terza schiera guidò l'antico re di Buemmia con VIm cavalieri tutti bene armati e bene a cavallo e bene volenterosi alla battaglia, e per insegna portò un lione bianco con due code nel campo vermiglio.
La quarta schiera guidò il siri della Lipa e duca d'Osterich con VIIm cavalieri di grande ardimento, e bene usi nell'arme e pratichi in battaglia, e per insegna portarono du pennoni, che nell'uno era una aquila bianca con due teste nel campo rosso con certi punti bianchi, nell'altro era dipinto un monte bianco nel campo azzurro con una spada fitta nel detto monte.
La quinta schiera guidò il Patriarca d'Aquilea con MCCCC conti e baroni e cavalieri a spron d'oro: per insegna portò una mitera nel mezzo di due pasturali bianche nel campo vermiglio.
La settima e ultima schiera guidò lo 'mperadore con IVm Tedeschi, tutti provati, i quali parevano nati nell'arme, e portò per arme quel giorno quel gonfalone che recò l'Agnolo a Carlo Magno, cioè l'oro e fiamma, il quale è una fiamma di fuoco nel campo ad oro; e veramete questa ultima schiera fu accompagnati da molti valorosi e valenti uomini di guerra.
E ogni schiera avea IV siniscalchi, i quali andavano sempre intorno alle schiere loro, acciò che nessuno potesse uscire di schiera e acciò che niuno sinistro o manco vi fosse.
E essendo ordinate e fatte le schiere dell'una parte e dell'altra, e venuti inanzi li spianatori tagliando sepali e albori e rinepiendo fosse, e come fu fatto giorno, che l'una e l'altra parte si comminciarono a vedere, e' razzi del sole cominciarono a percuotere in quelle armi rilucenti, e 'l vento che facea isventolare i pennoni e le bandiere, e l'anitrire che faceano i cavalli, e 'l grandissimo romore che faceano i pifferi e trombetti dell'una parte e dell'altra, parea che 'l mondo balenasse. Non si vide mai tanta fiorita e nobile gente in su 'n uno campo ansembrata, quanta fu questa, e tanti valorosi e savi e buoni uomini d'arme dall'una parte e dall'altra, quant'avea in quel bellissimo campo. E se mai fu retta o guidata con senno oste nessuna, fu quello del valoroso re di Raona. Però, come fu fatto giorno, che si poterono vedere e conoscersi insieme, sempre andava confortando le schiere, e amaestrandoli ne' fatti dell'arme, e pregandoli che si portassono bene e valentemente, conciofossecosaché quel giorno e' torranno il titolo dello 'mperio, con la spada in mano, agli Alamani: "e adurèllo nella patria nostra con grandissima grolia e triunfo, come già fu al tempo del buon Carlo Magno: e però priego che ciascuno sia paladino, considerato in quanta perpetuale fama ne vegniamo noi e' nostri successori in questo benedetto e vitturioso giorno, nel quale Idio e 'l beato messer Giorgio ci farà vincitori. E però fate che le vostre spade taglino, e che niuno de' nimici sia tolto a prigione, però uomo morto non fa guerra. E chi avesse pensiero di non essere buono uomo in volere in questo dì d'oggi acquistare tanta nobile e groliosa fama, faccia ragione di morire; però che noi siamo ne' paesi loro, e non abbiamo nessuno riffugio che per no' sia se non le spade, sicché per forza ci conviene esser valenti uomini". E apresso comandò che, se nessuno di sua gente si volgesse indietro per fugire, ch'eglino siano i primi morti. A tutte le schiere sue parea mill'anni d'essere alle mani, perché parea loro combattere la ragione.
E così fece il simigliante lo 'mperadore e messer Arighetto e tutta la gente loro, ramentando loro che 'l sangue allamanno era il piú valoroso sangue che fosse oggi al mondo: "E non sine qua re abbia noi aquistato e posseduto la santissima Corona imperiale già tanto tempo; e però vi piaccia di ricordarvi de' nostri passati, i quali furono sempre maestri nell'arme, e disiderosi d'acquistare fama alla patria loro, come fu el buono e valoroso Otto i Sansogna, primo imperadore, ed el franchissimo Arrigo primo, ed el primo Curadino, ed el secondo e terzo e quarto Arrigo imperadore, ed el buono Barbarossa Federigo primo, ed el qinto Arrigo di Soavia, ed Otto quarto di Sansogna ed altri nostri passati assai"; e cosí confortando e pregando baroni e cavalieri che dovessono essere valorosi e gagliardi e attutare il rigoglio e l'audacie di que' Gallici tramontani, "i quali sono venuti per la loro superbia infino nelle patrie nostre per volerci divorare".
E così medesimamente andava il Patriarca d'Aquilea per le schiere segnando e perdonando a ciacuno i suoi peccati dicendo: "Ognuno combatta francamente, che noi sareno vincitori". E segnata l'una parte e l'altra di uo segno, e dato il nome della battaglia, per la parte dello 'mperadore, "San Polo", e per l'altra parte del re di Raona, "San Giorgio cavaliere", le prime due schiere si comminciorono appressare e, abassate le lance, gagliardamente i trassono a ferire, e sanza nessuna paura valoroamente l'uno l'altro assalì; e, spezzate le lance, mettendo mano alle spade, porgendosi e dandosi  quelli ismisurati colpi su per' rilucenti bacinetti, che 'nfino all'aria mandavano le faville, tanto di volontà l'una parte e l'altra di ferìano e percoteano insieme.
Avenne che 'l cavallo di messer Arighetto gli fu morto sotto, di che e' cadde; ma subito si rizò in pié, e colla spada in mano si facea far piazza. Molti e' cavalieri della morte gli erano dintorno, e nessuno il potea afferrare; di che messer Prinzivalle, corendo per lo campo, s'abatté di ventura a costui, e cognobbonsi insieme.
Di che Messer Prinzivalle lo sgridò, dicendo: "Traditore, tu se' morto".
Risposse Messer Arighetto: "Io ti priego per amore di tua sorella che tu no mi uccida".
Disse Prinzivalle: "Non piaccia a Dio né voglia mai ch'io riguardi te, poi che tu non riguardasti me!"; e alza la spada e dàgli, e se non fosse l'arme buone e provate ch'egli ave' indosso, per certo egli era morto quel dí, e cosí gli tagliò tutto lo scudo in braccio.
Di che il nipote del re d'Ungheria il socorse con tutta la schiera degli Ungheri, e subitamente fu riposto a cavallo e colla spada in mano dando fra costoro; e cosí cominciarono a pichiare per lo troppo superchio di gente, che premette loro adosso. Di che il duca di Borgogna percosse con la schiera sua, e quivi fu grandissima battaglia e mortalità di gente. Ma pure gli Ungheri si scostavano e aprivano gli archi con tanta rapina, che le cocche quasi si racozzavano insieme, e così ferivano e uccidevano co' loro asalimenti molta gente, di ch'e ' per forza cominciarono a rinculare indietro. Mossesi il duca di Lancastro con' valorosi e gagliardi Inchilesi, e gettossi come u llione scatenato tra questi Ungheri gridando: "Alla morte, alla morte". Quegli Ungheri li fugivono dinanzi che parevano pecore. E così si riscotrò nel nipote del re d'Ungheria e, abbassata la lancia, gli corse adosso e buttòllo da cavallo quanto la lancia fu lunga; e subito gli furono dintorno, e perché egli era di casa reale, nol vossono uccidere, ma tolsolo a prigione. Di che veggendo gli Ungheri preso il capo loro, tutti si missono in rotta.
Veggendo questo, il re di Buemmia mosse gagliardamente la sua schiera, grindando inverso i nimici: "Carne, carne"; e quivi fu una durissima e aspra battaglia.
E così mosso' l'altre seguenti ischiere, cioèil re di Castella e 'l re di Scozia e 'l re d'Ostirich, e riscontrandosi insieme quete schiere, era sí grande il romore e le strida e 'l risonare che faceano que' colpi, che parea l'aria e la terra tremasse. E cosí correndo per lo campo, si riscontrarono insieme il re di Scozia e 'l duca di Sterich, e col molto ardire l'uno e l'altro si corsono adosso: spezzate le lance, missono mano alle spade; e 'l duca lo 'nnaverò d'una piaga nel braccio, per modo che detto re non poté piú menare la spada; di che il duca il prese e èbbelo a prigione. La gente sua, veggendone andare preso il signore loro, feciono testa e strinsonsi insieme, e feciono siepe adosso al duca, e per forza d'arme gliel ritolsono. Di che il duca incanito si cacciò tra loro con tanta furia, che beato a quegli che gli potea fugire innanzi; e cosí si lasciò tanto trasportare alla volontà, ch'egli trascorse nella quinta schiera, dov'era il re di Navarra e 'l re di Maiolica, e' quali prudentemente correvano alla battaglia; e riscontrandosi in lui, il re di Maiolica chinò la lancia, e posegliele al petto e passòllo da l'altro lato, e così cadde tra' morti il valoroso duca d'Osterich. E così vetturiosamente questa schiera avendo fatto buon principio, presero ardire, e franchissimamente corsono infino alla schiera del conte di Savoia e del conte Guglielmo, e quivi fu una dura e aspra battaglia, e per forza furono aterrate le bandiere de' detti due conti, e quasi messi in isconfitta. Di che veggendo il Patriarca d'Aquileia questo, subito si mosse la schiera sua adosso alla furia del re di Maiolica: e' era tanto bene a cavallo e con tanta buona brigata, che per forza si fe' far luogo, e cosí corse in uno drappello dov'era il valoroso messer Prinzivalle, il quale diligentemente se li fece incontro, e feríllo d'una lancia per modo che 'l ferro e parte del troncone li rimase nel petto; ma pure fu tanta la possanza del cavallo, che 'l trasportò via. E cosí ferito com'egli era, face a' nemici gran dannaggio; ma pure fu tanta la moltitudine del sangue che gli usciva da dosso, che la vista li cominciò a mancare.
E cosí correndo per lo campo, s'abattè in messer Arighetto, il quale conoscendo e veggendolo così innaverato gli disse: "Omè, signor mio, che è questo?"
Disse il Patriarca: "Figliuol mio, sferrami, ch'io son morto" (di ch'e' subito lo sferrò); e poi gli disse: "Io non veggio quasi lume, e però tura e fascia molto bene questa ferita, e poi mi mena dov'è la folta battaglia, che per certo, innanzia ch'io muoia, ne morranno parecchi".
E cosí fu; che, poi che l'ebbe con molte lacrime fascito, il vosse baciare e dargli la sua benedizione; e poi li disse: "Figliuol mio, non ti sgomentare per la morte mia, ma piglia asselpro di me, e fatti con Dio, però che non è tempo di stare a novelle"; e caciòssi nella battaglia colla spada a due mani, ce guai a chi li venía presso; e cosí resse un pezzo, e poi morí.
Avenne che messer Arighetto, vegendo venire la schiera del conte di Sansogna, si mosse con sua brigata, e' quali erano rinfrescati, e disperatamente corse adosso al conte, per vendicare la morte del zieso, el quale era morto tanto gagliardamente. Di che il conte di Sansogna veggendolo venire tanto disperatamente verso di lui, con molto ardire l'uno e l'altro si corsono adosso; di che messer Ar li pose la lancia al petto e per forza il passò dall'altro lato; e cosí cadde da cavallo il valoroso conte, e per poco stette che si morí. Fu preso questo corpo da sua gente e portato nel campo.
Di che veggendo il re di Raona morto il buono conte di Sansogna, non si poté tenere di lagrimare; e poi si recò la lancia in mano, e disse: "Brigata, chi mi vuole bene, mi segua!" E mòssesi che parea una tempesta, mettendo a taglio delle spade chi innanzi si li parava; e cosí andava per lo campo come un dragone e quasi innanzi gli fuggía ogni persona.
Veggend oquesto, lo 'mperadore mosse la schiera sua con un animo adirato inverso il re di Raona, e riscontrandosi insieme le dette due schiere, pareano dimoni di ninferno, tant'erano le smisurate strida e le tempeste che l'una parte e l'altra facea, dando e togliendo que' colpi, che 'nfino all'aria n'andavano le faville. Il re di Raona si gittò lo scudo dietro alle reni, e arecòssi la spada a due mani, e vien tagliando ciò che dinani se li parava, e ognuno se gli furava dinanzi, perch'e' non poteano sofferire i suoi grandissimi colpi; e molti baroni e conti furono morti per le sue mani. E cosí era la cosa mescolata, dando e ricevendo grandissimi colpi, tagliandosi arme, mani, braccia, e grandissima sparsione di sangue era per lo campo. Ma pure lo 'mperadore con sua brigata facea grandissimo danno de' nimici.
Avenne che 'l detto re di Raona s'abattè a una fontana, dov'era disarmato della testa messer Arighetto, e vogliendosi anch'egli rinfrescare, smontò da cavallo, e come fu smontato, cognobbe all'arme messer Arighetto e, sanza dire altro, mena la spada un manrovescio, e diègli un gran colpo a traverso nel volto, dicendo: "Questo ti do io innanzi tratto per dota di mia figliuola!"; e rimontò a cavallo, e disse: "Messer Arighetto, ripiglia l'arme tua, che oggi è quel dí che per le mie mani ti conviene morire a questa fonte".
Rispose messer Arighetto e disse: "E' non è usanza di cavaliere di volere combattere con chi è sí villanamente ferito, come sono io".
Rispose il re: "Fasciati la ferita, e poi monta a cavallo, però ch'io intendo di vedere se tu se' cosí gagliardo com'io ho inteso".
E parte ch'egli stavano in questa quistione, e di là venne il conte Guido di Lunzimborgocon cento suoi baroni, i quali veniano alla detta fonte a rinfrescarsi, e conosciuto ch'ebbe i cavalieri, e udendo la quistione, volsesi al re e dise che voleva diterminare quella quistione; diche il re e messer Arighetto furon contenti.
E 'l conte disse: "Messer lo re, io voglio che per questo dí d'oggi s'imponga fine a questa battaglia, e intanto messer Arighetto si farà medicare, e com'egli fia in atto di potere combattere, e voi potrete esser amendue in su 'l campo, e tra voi due diterminate questa quistione, acciò che tanti buoni uomini non muoiono per una femmina; e per mia fé, ch'io non vidi mai la più sanguinosa battaglia ch'è suta questa".
Il re fu contento, e messer Arighetto contento, e 'mpalmaronsi del combaterse insieme, e poi si partirono. E ritornati nel campo, ciascheduno fe' dare nelle trombette sue e sonare a raccolta; e fu gran fatica a spartire quella crudelissima zuffa. Di che essendo ciascuna delle parti ritornati la sera a' campi loro,il re di Raona raunò tutti i suoi re e conti e baroni, e disse loro ciò ch'egli avea fatto e promesso.
Quasi tutti ne furono contenti, salvo che messer Prinzivalle, il quale disse: "Signor mio, io intendo di volere combattere co llui io, però ch'io sono giovane come lui, e tutto dí d'oggio il sono ito cercando per lo campo, e no ll'ho mai possuto trovare".
Disse il padre: "Figliuol mio, lascialo guarire; poi farai ciò che tu vorrai".
Avenne che sentendo il Papa le grandissime ragunate che facevano questi due signori, vi mandò due cardinali per pacificagli insieme; di che trovando la cosa tanto male disposta, parlaron più volte collo 'mperadore e col re di Raona, il quale molto mal volentieri veniva a questa pace. Ma pure furon tante le pregherie de' signori, e i comandamenti che fecion loro i cardinali per parte del Papa, comandando loro, sotto pena di scumunicazione, e' fecesson pace, di che, come piacque a messer Domenedio, questi signori fecion pace, e con molta festa e alegrezza il detto messer Arighetto tolse per moglie questa Elena, figliuola del re di Raona, e a messer Prinzivalle diede per moglie la sorella, figliuola dello 'mperadore. E quando ebbono perdonato l'uno all'altro, e fatto parentado insieme, con molta consolazione e festa si partirono, e ciascuno si tornò in sua contrada con buona ventura.
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Non si tratta di una fiaba in senso stretto, perché la magia vi ha uno spazio assai limitato, ma c'è del meraviglioso, nel gioco dell'aquila che è una specie di Cavallo di Troia. Non a caso la protagonista si chiama Lena, Elena. Ma qui la violazione del femminile è tutta nella parte iniziale, mentre nell'Iliade il cavallo di legno viola la città come Paride aveva violato la donna. La guerra viene portata nella Magna, ma in campo aperto, e la composizione del conflitto, ordinata dal Papa, è sancita dalle nozze del fratello della rapita con la sorella del rapitore. Lo scambio prende il posto della violenza distruttiva, per cui uno dei due contendenti doveva essere distrutto, come Troia nell'Iliade. La descrizione della battaglia ne fa in ogni caso una battaglia ‘mondiale’, come quella di Troia, con un clamore che arriva fino al cielo, come la battaglia per il potere nel mondo fra Olimpici e Titani nella Teogonia esiodea, o come la battaglia fra Pandavas e Kouravas nel Mahabharata indiano. La novella può assumere uno straordinario valore didattico, se l’insegnante la usa come affresco dell’Europa del tempo, perché tanti stati europei vi si trovano già nominati. E poi l'andamento della battaglia è filmicamente efficace, con i dissepatori che puliscono il terreno prima del sorgere del sole, per i contendenti che stanno per scontarsi: “...e venuti innanzi li spianatori tagliando sepali e albori e rinempiendo fosse, e come fu fatto giorno, che l'una e l'altra parte si comminciarono a vedere, e’ razzi del sole cominciarono a percuotere in quelle armi rilucenti, e ’l vento che facea isventolare i pennoni e le bandiere, e l'anitrire che faceano i cavalli, e ’l grandissimo romore che faceano i pifferi e trombetti dell'una parte e dell'altra, parea che ’l mondo balenasse”. La crudezza di certi episodi, come quello del patriarca di Aquileia, che ormai cieco rotea la spada per uccidere il maggior numero possibile di nemici, prima di morire, non ha nulla da invidiare alle immagini più crude dei film contemporanei, come del resto la crudeltà delle nostre guerre non ha nulla di più di quella antica. L’ “Aquila d’oro” è una delle storie più antiche che si possano leggere anche un bambino nella lingua originaria.

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La novella ha inoltre per me uno straordinario valore didattico, perché tutti gli stati europei del tempo vi si trovano rappresentati. E poi l'andamento della battaglia è filmicamente efficace, con i dissepatori che puliscono il terreno per i contendenti che stanno per ammazzarsi. Quando a crudezza, si veda l'episodio del patriarca di Aquileia, che morente rotea la spada per uccidere il maggior numero possibile di nemici. Questa è una delle storie meravigliose più antiche che si possano leggere anche un bambino, e a partire dalla fiaba è possibile introdurre la storia europea.

Un'altra direzione didattica riguarda la guerra come scontro per la legittimazione della conquista della donna e della terra, e come diritto di stabilizzare le conquiste effettuate.
L'immagine oggi può sostituire la parola scritta, ma l'efficacia descrittiva, quasi filmica, del racconto di Ser Giovanni è insuperabile. Si può suggerire agli alunni, di qualunque ordine e grado, di rendere con una notizia da telegiornale gli avvenimenti via via presentati dalla fiaba. Per gli studenti di scuola superiore, ma non solo, la riflessione sui nomi trecenteschi in rapporto a quelli attualmente in vigore apre una particoalre attenzione alle trasformazioni storiche della lingua.
A questo scopo si potranno utilizzare gli allegati alla traduzione italiana, ovvero il glossario e la tavola degli eserciti e degli stendardi.

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Nel testo manca il punto dopo le ultime virgolette, e al posto di ‘Disse Arighetto...’ si trova ‘Dsse Arighetto...’

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Ser Giovanni (1378), Il Pecorone. Novella 2, Giornata IX,  pp. 214-237.


Warwick Goble


LA GATTA CENNERENTOLA

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    Saperrite donca che era na vota no prencepe vidolo, lo quale aveva na figliola accossì cara che no vedeva ped autro uocchio; a la quale teneva na maiestra princepale, che la 'nmezzava le catenelle, lo punto 'n aiero, li sfilatielle e l'afreco perciato montrannole tant'affezzione che non s'abbasta a dicere. Ma, essennose 'nzorato de frisco lo patre e pigliata na focoliata marvasa e 'miciata de lo diantane, commenzaie sta mardetta femmena ad avere 'n savuorrio la figliastra, facennole cere losche, facce storte, uocchie gronnuse da farela sorreiere, tanto che la scura peccerella se gualiava sempre co la maiestra de li male trattamiente che le faceva la matreia, dicennole: "O dio, e non potisse essere tu la mammarella mia, che me fai tante vruoccole e cassesie?".
E tanto secotaie a fare sta cantelena che, puostole no vespone a l'aurecchie, cecata da mazzamuriello, le disse na vota: "Se tu vuoi fare a muodo de sta capo pazza, io te sarraggio mamma e tu me sarrai cara comm'a le visciole de st'uocchie". Voleva secotiare a dicere quanno Zezolla (che cossì la figliola aveva nomme) disse: "Perdoname, si te spezzo parola 'n mocca. Io saccio ca me vuoi bene, perzò zitto e zuffecit: 'nmezzame l'arte, ca vengo da fore, tu scrive e io firmo".
"Ora susso", leprecaie la maiestra, "siente buono, apre l'aurecchie e te venerà lo pane ianco comm'a li shiure. Comme esce patreto, dì a matreiata ca vuoi no vestito de chille viecchie che stanno drinto lo cascione granne de lo retretto, pe sparagnare chisto che puorte 'n cuollo. Essa, che te vo' vedere tutta pezze e peruoglie, aprerà lo cascione e dirrà: - Tiene lo copierchio. E tu, tenennolo, mentre iarrà scervecando pe drinto, lassalo cadere de botta, ca se romparrà lo cuollo. Fatto chesto, tu sai ca patreto farria moneta fauza pe contentarete e tu, quanno te fa carizze, pregalo a pigliareme pe mogliere, ca viata te, ca sarrai la patrona de la vita mia".
'Ntiso chesto Zezolla le parze ogn'ora mill'anne e, fatto compritamente lo conziglio de la maiestra, dapo' che se fece lo lutto pe la desgrazia de la matreia, commenzaie a toccare li taste a lo patre, che se 'nzorasse co la maiestra. Da principio lo prencepe lo pigliaie a burla; ma la figliola tanto tiraie de chiatto fi' che couze de ponta, che all'utemo se chiegaie a le parole de Zezolla e pigliatose Carmosina, ch'era la maiestra, pe mogliere fece na festa granne.
Ora, mentre stavano li zinte 'n tresca, affacciatase Zezolla a no gaifo de la casa soia, volata na palommella sopra no muro, le disse: "Quanno te vene golio de quarcosa, mannal'addemannare a la palomma de le fate a l'isola de Sardegna, ca l'averrai subeto".
La nova matreia pe cinco o seie iuorne affumaie de carizze a Zezolla, sedennola a lo meglio luoco de la tavola, dannole lo meglio muorzo, mettennole li meglio vestite; ma, passato a mala pena no poco de tiempo, mannato a monte e scordato affatto de lo servizio receputo (oh, trita l'arma c'ha mala patrona!) commenzaie a mettere 'mpericuoccolo seie figlie soie, che fi'n tanno aveva tenuto secrete; e tanto fece co lo marito, che receputo 'n grazia le figliastre le cadette da core la figlia propia, tanto che, scapeta oie manca craie, venne a termene che se redusse da la cammara a la cocina e da lo vardacchino a lo focolare, da li sfuorge de seta e d'oro a le mappine, da le scettre a li spite, né sulo cagnaie stato, ma nomme perzì, che da Zezolla fu chiamata Gatta Cennerentola.
Soccesse c'avenno lo prencepe da ire 'n Sardegna pe cose necessariea lo stato suio, dommannaie una ped una a 'Mperia Calamita Shiorella Diamante Colommina Pascarella, ch'erano le seie figliastre, che cosa volevano che le portasse a lo retuorno: e chi le cercaie vestite da sforgiare, chi galantarie pe la capo, chi cuonce pe la faccia, chi iocarielle pe passare lo tiempo e chi na cosa e chi n'autra. Ped utemo, quase pe delieggio, disse a la figlia: "E tu, che vorrisse?". Ed essa: "Nient'autro, se non che me raccomanne a la palomma de le fate, decennole che me manneno quarcosa; e si te lo scuorde non puozze ire né 'nanze né arreto. Tiene a mente chello che te dico: arma toia, maneca toia".
Iette lo prencepe, fece li fatte suoie 'n Sardegna pe cose necessarie a lo stato suio, accattaie quanto l'avevano cercato le figliastre e Zezolla le scie de mente; ma, 'nmarcatose 'ncoppa a no vasciello e facenno vela, non fu possibele mai che la nave se arrassasse da lo puorto e pareva che fosse 'mpedecata de la remmora. Lo patrone de lo vasciello, ch'era quase desperato, se pose, pe stracco, a dormire e vedde 'n suonno na fata, che le disse: "Sai perché non potite scazzellare la nave da lo puorto? perché lo prencepe che vene con vui ha mancato de promessa a la figlia, allecordannose de tutte fora che de lo sango propio". Se sceta lo patrone, conta lo suonno a lo prencepe, lo quale, confuso de lo mancamiento c'aveva fatto, ieze a la grotta de le fate, e, arrecommannatole la figlia, disse che le mannassero quarcosa.
E ecco escette fora de la spelonca na bella giovane, che vedive no confalone, la quale le disse ca rengraziava la figlia de la bona memoria e che se gaudesse ped ammore suio: cossì decenno le dette no dattolo, na zappa, no secchietiello d'oro e na tovaglia de seta, dicenno che l'uno era pe pastenare e l'autra pe coltevare la chianta. Lo prencepe maravigliato de sto presiento se lecenziaie da la fata a la vota de lo paiese suio e, dato a tutte le figliastre quanto avevano desiderato, deze finalmente a la figlia lo duono che le faceva la fata. La quale, co na preiezza che non capeva drinto la pella, pastenaie lo dattolo a na bella testa, lo zappoleiava, adacquava e co na tovaglia de seta matino e sera l'asciucava, tanto che 'n quattro iuorne cresciuto quanto è la statura de na femmena ne scette fora na fata, dicennole: "Che desidere?". Ala quale respose Zezolla che desiderava quarche vota de scire fora de casa, né voleva che le sore lo sapessero. Leprecaie la fata: "Ogne vota che t'è gusto, vieni a la testa e dì:

Dattolo mio 'naurato,
co la zappetella d'oro t'aggio zappato,
co lo secchietiello d'oro t'aggio adacquato,
co la tovaglia de seta t'aggio asciuttato,
spoglia a te e vieste a me!
E quanno vorrai spogliarete, cagna l'utemo vierzo, decenno: Spoglia a me e vieste a te!".
Ora mo, essenno venuta la festa e sciute le figlie de la maiestra tutte spampanate sterliccate 'mpallaccate, tutte zagarelle campanelle e scartapelle, tutte shiure adure cose e rose, Zezolla corre subeto a la testa e, ditto le parole 'nfrocicatole da la fata, fu posta 'n ordene comme na regina e, posta sopra n'acchinea con dudece pagge linte e pinte, iette addove ievano le sore, che fecero la spotazzella pe le bellezze de sta pinta palomma.
Ma, comme voze la sciorte, venettte a chillo luoco stisso lo re, lo quale, visto la spotestata bellezza de Zezolla, ne restaie subeto affattorato e disse a no servetore chiù 'ntrinseco che se fosse 'nformato come potesse 'nformare sta bellezza cosa e chi fosse e dove steva.
Lo servitore a la medesema pedata le ieze retomano: ma essa, adonatose dell'agguaito, iettaie na mano de scute ricce che s'aveva fatto dare da lo dattolo pe chesto effetto. Chillo, allummato li sbruonzole, se scordaie de secotare l'acchinea pe 'nchirese le branche de fellusse ed essa se ficcaie de relanzo a la casa, dove, spogliatache fu comme le 'nmezzaie la fata, arrivaro le scerpie de le sore, le quale, pe darele cottura, dissero tante cose belle che avevano visto.
Tornaie fra sto miezo lo servetore a lo re e disse lo fatto de li scute; lo quae, 'nzorfatose co na zirria granne, le dise che pe quatto frisole cacate aveva vennuto lo gusto suio e che in ogne cunto avesse, l'autra festa, procurato de sapere chi fosse la bella giovane e dove s'ammasonasse sto bello auciello.
Venne l'autra festa e, sciute le sore tutte aparate e galante, lassaro la desprezzata Zezolla a lo focolaro; la quale subeto corre a lo dattolo e, ditto le parole solete, ecco scettero na mano de dammecelle: chi co lo schiecco, chi co la carrafella d'acqua de cocozze, chi co lo fierro de li ricce, chi co la pezza de russo, chi co lo pettene, chi co le spingole, chi co le vestite, chi co la cannaca e collane e, fattale bella comme a non sole, la mesero a na carrozza a seie cavalle, accompagnata da staffiere e da pagge de livrera e, ionta a lo medesemo luoco dove era stata l'autra festa, agghionze maraviglia a lo core de le sore e fuoco a lo pietto de lo re.
Ma repartutase e iutole dereto lo servetore, pe no farese arrivare iettaie na vranca de perne e de gioie, dove, remasose chill'omo dabene a pizzoliarennelle, ca non era cosa da perdere, essa ebbe tiempo de remmorchiarese a la casa ede spogliarese conforme a lo soleto. Tornaie lo servetore luongo luongo a lo re, lo quale disse:
"Pe l'arma de li muorte mieie, ca si tu non truove chessa, te faccio na 'ntosa e te darraggio tante cauce 'n culo quante haie pile a ssa varva".
Venne l'autra festa e, ciute le sore, essa tornaie a lo dattolo e, continovanno la canzona fatata, fu vestuta soperbamente e posta drinto na carrozza d'oro, co tante serviture atuorno che pareva pottana pigliata a lo spassiggio 'ntorniata de tammare; e, iuta a fare la cannavola a le sore, se partette, e lo servetore de lo re se cosette a filo duppio co la carrozza. Essa, vedenno che sempre l'era a le coste, disse: "Tocca, cocchiero", e ecco se mese la carrozza a correre de tanta furia e fu cossì granne la corzeta che le cascaie no chianiello, che non se poteva vedere la chiù pentata cosa. Lo servetore, che non potte iognere la carrozza che volava, auzaie lo chianiello da terra e lo portaie a lo re, dicennole quanto l'era socceduto.
Lo quale, pigliatolo 'n mano, disse: "Se lo pedamiento è cossì bello, che sarrà la casa? o bello canneliero, dove è stata la cannela che me strude! o trepete de la bella caudara, dove volle la vita! o belle suvare attaccate a la lenza d'Ammore, co la quale ha pescato chest'arma! ecco, v'abbraccio e ve stregno, e si non pozzo arrevare a la chianta, adoro le radeche, e si non pozzo avere li capitielle, vaso le vase! già fustevo cippo de no ianco pede, mo site tagliole de no nigro core; pe vui era auta no parmo e miezzo de chiù chi tiranneia sta vita, mentre ve guardo e ve possedo".
Cossì dicenno, chiamma lo scrivano, comanna lo trommetta e tu tu tu fa iettare no banno: che tutte le femmene de la terra vengano a na festa vannuta e a no banchetto, che s'ha puosto 'n chiocca de fare. E, venuto lo iuorno destenato, oh bene mio che mazzecatorio e che bazzara che se facette! da dove vennero tante pastiere e casatielle? dove li sottestate e le porpette? dove li maccarune e graviuole? tanto che 'nce poteva magnare n'esserceto formato.
Venute le femmene tutte, e nobele e 'gnobele e ricche e pezziente e vecchie e figliole e belle e brutte e buono pettenato, lo re, fatto lo profizzio, provaie lo chianiello ad una ped una a tutte le convitate, pe vedere a chi iesse a capillo ed assestato, tanto che potesse canoscere da la forma de lo chianiello chello che ieva cercanno; ma, non trovanno pede che 'nce iesse a sesto, s'appe a desperare.
Tuttavia, fatto stare zitto ogn'uno, disse:  "Tornate craie a fare n'atra vorta penetenzia co mico; ma, se mi volite bene, non lasciate nessuna femmena a casa, e sia chi voglia". Disse lo prencepe: "Aggio na figlia, ma guarda sempre lo focolaro, ped essere desgraziata e da poco e non è merdevole de sedere dove magnate vui". Disse lo re: "Chesta sia 'n capo de lista, ca l'aggio da caro". Cossì partettero e lo iuorno appriesso tornaro tutte e, 'nsiemme con le filie de Carmosina venne Zezolla, la quale, subeto che fu vista da lo re, l'ebbe na 'nfanzia de chella che deiderava, tuttavota semmolaie. Ma fornuto de sbattere, se venne a la prova de lo chianiello; ma non tanto priesto s'accostaie a lo pede de Zezolla, che se lanzaie da se stisso a lo pede de chella cuccupinto d'Ammore, comme lo fierro corre a la calamita. La quale cosa vista da lo re, corze a farele soppressa de le braccia e, fattola sedere sotto lo vardacchino, le mese la corona 'n testa, commannanno a tutte che le facessero 'ncrinate e leverenzie, comme a regina loro. Le sore vedenno chesto, chiene de crepantiglia, non avenno stommaco de vedere sto scuopo de lo core lloro, se la sfilaro guatto guatto verso la casa de la mamma, confessanno a dispietto loro ca
pazzo è chi contrasta co le stelle".
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Questa è la prima versione a stampa della storia di Cenerentola, e presenta il motivo della violenza verso la madre, qui la matrigna, che in certe versioni balcaniche diventa anche un atto di cannibalismo delle figlie verso la madre. Da questo deriva la condizione degradata, povera e sporca, che la protagonista deve vivere prima di ritrovare nella fata la figura materna positiva distrutta, e che le consente di posare il re o il principe. Si noti come le versioni più diffuse, derivate dal film di Walt Disney, che aveva utilizzato il Conte di Perrault, presentino un procedimento come quello che opera nella censura onirica: la crudeltà della figlia diventa, per opposto, una assoluta arrendevolezza. Per un'interpretazione di questa fiaba, vedi il mio saggio La luna nella cenere. Analisi del sogno di Cenerentola, Pelle d'asino, Cordelia, FrancoAngeli, Milano 1999.
Vedi lo stesso testo per un’intepretazione della calzatura e della scarpetta, e del perché la scarpa giusta sia diventata una scarpa così piccola che solo un piedino minuscolo può calzare.
Se il detto finale, qui come nella favola dei Sette colombini, come in ogni fiaba, non ci fosse, la tenuta della fiaba resterebbe la stessa. Se ne può ricavare una legge elementare: quando la sentenza finale è necessaria all’economia della storia ci troviamo di fronte a un apologo, del tipo delle favole di Esopo o Fedro, o delle analoghe storie di animali che rappresentano allegoricamente caratteri e tratti umani. Se è un elemento accessorio, intercambiabile con altre formule di chiusura, può concludere una fiaba tradizionale. Alla fiaba si addice, come considerazione sapienziale, soltanto una formula delle Mille e una notte: “Se questa storia si potesse scrivere con l’ago all’angolo degli occhi, sarebbe di grande insegnamento per chi volesse comprenderla”. Vale a dire che è impossibile, per quanto desiderabile, utilizzare la fiaba a fini educativi o morali, anche se si intuisce il suo valore di insegnamento.


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Non abbiamo resistito, nella traduzione italiana che si trova in questo sito, alla tentazione di sostituire Zezolla, il nome secentesco, lievemente cacofonico e poco evocativo ai nostri giorni, con Mimì, sia perché ci piace mettere in circolazione un’omonima della povera fiorista pucciniana alla quale va bene, sia perché è onomatopaico del richiamo del gatto, o della gatta... Cenerentola. D’altra parte sfidiamo chiunque a trovare un testo di favole dove il traduttore, o il raccoglitore, per quanto sinceramente animati dalle migliori intenzioni filologiche, e deciso a non mettere nulla di proprio in testi della tradizione, consapevoli, come noi siamo, che nessuno può migliorarli, come non si può favorire lo schiudersi di un giacinto o di una rosa muovendone le infiorescenze o i petali con le mani, abbiano resistito a questa tentazione. Molti non lo dichiarano, ma non mi è ancora capitato di trovare una raccolta in cui non venga, magari in misura minima, fatto. Ci sono strutture narrative cosi potentemente embricate alla vita psichica, che anche volendo è impossibile ascoltarle e rinarrarle senza modificarle almeno in parte. Si può sperimentarlo raccontando un sogno e chiedendo poi ai propri interlocutori di rinarrarlo fedelmente: nessuno riuscirà a farlo. | Chianiello è la parola più importante della favola, perché come si sa diventerà la scarpetta di cristallo, con la mediazione di Perrault che pare intendesse una calzatura di vair, pelliccia, una ricca soprascarpa, come una calzatura di verre, da cui la scarpetta di cristallo. La tradizione della scarpa perduta, innamoratasi della quale il sovrano cerca dappertutto la sua proprietaria, risale all’antico Egitto. Il primo a nominare la cortigiana antenata di Cenerentola è Erodoto, nel quale però non si trova accenno al motivo della pantofola perduta (Le Storie, II, 134: "Anche questi [Micerino] lasciò una piramide, di molto più piccola di quella del padre, in ciascun lato inferiore di venti piedi a tre plettri, quadrangolare, di pietra etiopica fino alla metà. Alcuni Greci dicono che sia dell'etera Rodopi, ma non parlano rettamente: anzi a me pare che essi parlino senza sapere affatto neppure chi era Rodopi, ché altrimenti non le avrebbero attribuito la costruzione di una piramide, per la quale sono state spese infinite migliaia di talenti, per così dire; e inoltre senza sapere che durante il regno di Amasi visse Rodopi, originaria della Tracia, ed era schiava di Iadmone di Samo figlio di Efestopolio, e compagna di schiavitù di Esopo il favolista. Anche questi infatti appartenne a Iadmone [...] 135 Rodopi giunse in Egitto avendovela condotta Xanto di Samo, e, una volta giuntavi per far commercio del suo corpo, fu affrancata a gran prezzo da un uomo di Mitilene, Carasso figlio di Scamandronimo fratello della poetessa Saffo. Così Rodopi divenne libera e rimase in Egitto e, essendo assai attraente, guadagnò ricchezze, grandi per essere una Rodopi, ma non tali da poter arrivare a costruire una simile piramide. Infatti la decima delle sue ricchezze la può vedere ancora adesso chiunque lo voglia, poiché Rodopi fu presa dal desiderio di lasciare in Grecia un suo ricordo, facendo fabbricare un'opera che non si trova sia stata ideata e dedicata in un tempio a nessun altro, e la dedicò a delfi coem suo ricordo. Dunque, dalla decima delle sue ricchezze fece fare numerosi spiedi di ferro atti a infilzare buoi, tanti quanti le consentì la decima, e li mandò a Delfi; ed essi ancor oggi sono accatastati dietro l'altare che le dedicarono i Chii, davanti al tempio stesso. C'è in effetti uan specie di tradizione che a Naucrati le etere fossero attraenti: infatti sia costei, sulla quale verte questo discorso, divenne così celebre che anche tutti i Greci appresero il nome di Rodopi, sia dopo di lei quella che ebbe nome Archidice divenne famosa in tutta la Grecia, meno celebrata però della precedente Etera. Carasso poi, come, riscattata Rodopi, tornò a Mitilene, Saffo lo biasimò assai in un carme. Riguardo a Rodopi ora ho terminato." Traduzione di Augusta Izzo D'Accinni, Storici Greci, Sansoni Editore, Firenze 1993). La storia della scaretta è narrata dallo storico greco Strabone (I sec. a.C) nel XVII libro delle sue storie: un’aquila avrebbe lasciato cadere davanti al faraone la calzatura che apparteneva a una bellissima cortigiana, e avrebbe fatto cercare e poi sposato colei alla quale apparteneva. Per Benedetto Croce il chianiello, da lui tradotto con pianella, mentre M. Rak opta per la più comune scarpetta, è una specie di zoccolo che veniva calzato come una soprascarpa ed aveva un’altissima zeppa di legno per aumentare la statura, come dice il re, di un palmo e mezzo (Croce, vol. I, p. 73 e nota 11. Vedi anche la nota 11 alle pp. 151-152).

&
Dal Cunto de li Cunti di Giambattista Basile; Trattenemiento sesto de la jornata primma; pp. 124-137.



Warwick Goble
 
LI SETTE PALOMMIELLE

italiano ' & J

   
   
Era na vota, a lo paiese d’Arzano, na bona femmena, la quale ogne anno scarrecava no figlio mascolo, tanto che erano arrivate a sette, che vediva na scerenga de lo dio Pane a sette canne una chiù granne dell’autra. Li quale, avenno mutato le primme arecchie, dissero a Iannetella la mamma, ch’era n’auta vota prena: «Sacce, mamma mia, ca si tu dopo tante figlie mascole non fai na femmena, nui simmo propio resolute de lassare sta casa e ire pe sso munno comm’a li figlie de le merole, spierte e demierte».
La mamma, che sentette so male annunzio, pregava lo cielo che avesse spogliato li figlie de sto desiderio e levata essa de perdere sette gioie comme erano li figlie. Et, essendo oramai l’ora de lo partoro, li figlie dissero a Iannetella: «Nui ce retirammo ’ncoppa a chella tempa, o ripa, che ce sta facce-fronte: si fai mascolo miette no calamaro e na penna ’ncoppa a la finestra e si fai femmena miettece na cocchiara e na conocchia, perché se vedarimmo signale de femmena ’nce ne venimmo a la casa a spennere sto riesto de la vita sotto l’ascelle toie, ma si vedimmo signale de mascolo scordatenne de nui, ca ’nce puoi mettere nome penna!”.
Partute li figlie, voze lo cielo che Iannetella facesse na bella figliaccara e, ditto a la mammana che ne desse signo a li frate, fu cossì storduta e stontara che ’nce mese lo calamaro e la penna. La quale cosa visto li sette fratielle se mesero la via fra le gamme e tanto camminaro che arrivattero, dapo’ tre anne de cammino, a no vosco - dove l’arvole a suono de na shiommara che faceva contrapunte pe coppa le prete facevano na ’mpertecata - drinto a lo quale ’nc’era la casa de n’uorco, a lo quale essenno state cacciate l’uocchie, dormenno, da na femmena, era cossì nemico de sto siesso che quante ne poteva avere tante se ne manciava.
Arrivate sti giuvene a la casa dell’uorco, stracque de lo viaggio allancate da la famme, le fecero ’ntennere si pe compassione le voleva dare quarche muorzo de pane. A li quale respose l’uorco che l’averria dato da vivere si lo volevano servire, ca non averriano avuto autro da fare che guidarelo no iuorno ped uno, comm’a cacciottiello. Sentuto chesto li giovane le parze de trovare la mamma e lo patre e, accordatose, se restaro a lo servizio dell’uorco, lo quale, ’mparatose li nomme loro a mente, mo chiamava Giangrazio, mo Cecchitiello, mo Pascale, mo Nuccio, mo Pone, mo Pezillo e mo Carcavecchia, che cossì avevano nomme li fratielle; e, consignatole no vascio de la casa soia, le manteneva tanto che potevano passare la vita.
Ma fra tanto tiempo essenno cresciuta la sore, e sentenno ca sette fratielle suoie per scordamiento de la mammana s’erano date a camminare pe lo munno e non se ne sapeva chiù nova, le venne capriccio de irele cercanno e tanto fece e tanto disse a la mamma, che, scervellata da tante prieghe suoie, vestutala da pellegrina le dette lecenzia.
La quale, camminato e camminato demannanno sempre de parte ’m parte chi avesse visto sette fratielle, tanto corze paiese c’a na taverna n’appe nova, e, fattose ’mezzare la strata de chillo vosco, na matina - quanno lo Sole co lo temperino de li ragge rade li scacamarrune fatte da la notte sopra la carta de lo cielo - se trovatte a chillo luoco, dove co gusto granne fu recanosciuta da li frate e merdissero chillo calamaro e chella penna che scrisse fauzariamente tante malanne loro; e, fattole mille carizze, l’avvertèro a stare retirata drinto a chella cammara, che non la vedesse l’uorco ed, otra a chesto, che de qualesivoglia cosa che le venesse da magnare ’n mano ne desse la parte a na gatta che steva drinto a chella cammara, autramente l’averria fatto quarche dammaggio.
Cianna, che cossì se chiammava la sore, screvette sti consiglie a lo quatierno de lo core ed ogne cosa c’aveva faceva da buon compagno co la gatta, secanno sempre iusto, decenno chesto a me, chesto a te, chesto a la figlia de lo re, dannocenne la parte per fi’ a no fenucchio.
Ora soccesse ch’essenno iute li frate a caccia pe servizio dell’uorco, le lassaro no panariello de cicere, che le cocinasse. La quale scegliennole ’nce trovaie per desgrazia n’antrita, che fu la preta de lo scannalo de la quiete soia, pocca ’mboccatasella senza darene la meza parte a la gatta chella, pe despietto, correnno a lo focolare, pisciaie lo fuoco, tanto che se stotaie. Cianna, che vedde chesto, non sapenno comme se fare scette da chelle cammare contra lo commannamiento de li frate e, trasuto drinto l’apartamiento dell’uorco, cercaie no poco de fuoco.
L’uorco, che sentette la voce de na femmena, disse: «Ben venga lo mastro! aspetta no poco, ca hai trovato chello che vai cercanno!» e, cossì, ditto pigliaie na preta de Genova e ontala d’uoglio commenzaie ad affilare le sanne. Cianna, che vedde lo carro male abbiato, dato de mano a no tezzone corse a la cammara soia e pontellaie la porta, non lassanno de schiaffarence dereto varre, segge, scanne de lietto, casciolelle, prete e quanto ’nc’era drinto a la cammara.
L’uorco, comm’ebbe dato lo filo a li diente, corze a la cammara e, trovannola chiusa, commenzaie a darence cuorpe de cauce pe la scassare. A lo quale rommore venettero arrivanno li sette frate e, trovanno sto streverio e sentennose ’mproverare dall’uorco de tradeture ca la cammara loro era fatto lo Beneviento de le nemiche soie, Giangrazio,  ch’era lo chiù granne ed aveva chiù sinno de l’autre, visto lo negozio male parato, disse all’uorco: «Nui non sapimmo niente de sto fatto e porria essere che sta mardetta femmena fosse trasuta a sta cammara per desgrazia, mentre nui simmo state a la caccia. Ma, pocca s’è fortificata da dereto, viene co mico, ca te porto pe no luoco dove le darimmo adduosso senza che se ne possa defennere».
Cossì, pigliato l’uorco pe la mano, lo carriaie dov’era no fuosso futo futo e, datole na spenta, lo fecero derrupare a bascio e, pigliato na pala che trovaro ’n terra, lo coperzero de terreno e, fatto aprire la sore, le ’ntronaro bone l’arecchie de l’arrore c’aveva fatto e de lo pericolo a lo quale s’era posta,  decennole che pe l’abbenire stesse chiù ’n cellevriello e che se guardasse de cogliere erva ’ntuorno a chillo luoco dov’era atterrato l’uorco, ca sarriano tornate tutte sette palommielle.
«Lo cielo me ne guarde», respose Cianna, «ch’io ve facesse sto danno!». E cossì, puostose ’m possessione de la robba de l’uorco e ’mpatronutose de tutta la casa, stevano allegramente aspettanno che passasse la ’nvernata e - quanno lo Sole desse pe ’nferta alla Terra de la possessione pigliata a la casa de lo Tauro na gonnella verde regamata de shiure - se potessero mettere ’n viaggio pe tornare a la casa loro.
Occorze che, trovannose li frate a fare legna a la montagna per repararese da lo friddo che cresceva de iuorno ’n iuorno, arrivaie a chillo vosco no povero pellegrino, lo quale, avenno fatto l’abbaia a no gatto maimone che stava sopra a na pigna, l’aveva tirato no frutto de chillo arvolo ’ncoppa la catarozza, che ’nc’era fatto no vruognolo accossì spotestato che lo scuro gridava comm’arma dannata. Cianna, sciuta a lo rommore, pietosa de lo male suio couze subeto na cimma de rosamarina da na troffa ch’era nasciuta ’ncoppa lo fuosso dell’uorco e, co pane mazzecato e sale, le fece non  ’nchiastro e, datole da fare collazione, ne lo mannaie.
E, mentre apparecchiava tavola aspettanno li frate, eccote vedde venire sette palommielle, li quale le dissero: «O che meglio te fossero cioncate le mano, o causa de tutto lo male nuostro, ’nanza che cogliere chella mardetta rosamarina, che ’nce fa ire pe la marina! e c’hai magnato cellevriello de gatta, o sore mia, che te hai fatto scire da mente l’aviso nuostro? eccoce deventate aucielle, soggette a le granfe de niglie, de sproviere e d’asture, eccoce fatte compagne de acquarule, de capofusche, de cardille, de cestarelle, de cardole, de coccovaie, de cole, de ciaole, de codeianche, de zenzelle, de capune sarvateche, de crastole, de covarelle, de gallinelle, de galline arcere, de lecore, de golane, de froncille, de reille, de parrelle, de paglioneche, de capotortielle, de terragnole, de shiorule, de pappamosche, de paposce, de scellavattole, de semmozzarielle, de sperciasiepe, de rossielle, de monacelle, de marzarole, de morette, de paperchie, de lugane e de turzelupiche! hai fatto bella prova! mo simmo tornate a lo paiese nuostro pe vederece aparate rezze e poste viscate! pe sanare la capo de no pellegrino hai rotto la capo a sette frate, che non c’è remmedio a lo male nuostro si non truove la mamma de lo Tiempo, che te ’mpare la strata a cacciarence d’affanno”.
Cianna, comm’a quagliapelata de l’arrore c’aveva fatto, cercaie perdonanza a li frate e s’offerze de ’ntorniare tanto lo munno fi’ che trovasse la casa de sta vecchia. E, pregannole a stare sempre a la casa, azzò no le soccedesse quarche desgrazia fi’ tanto ch’essa tornava, commenzaie a camminare senza stracquarese maie, che, si be’ marciava a pede, lo desiderio d’aiutare li frate le serveva de mula de percaccio, co la quale faceva tre miglia ad ora.
E arrivata a no lito, dove lo maro co la sparmata dell’onne zollava li scuoglie che non volevano responnere a lo latino che le deva a fare, vedde na grossa valena, la quale le disse: «Bella giovane mia, che vai facenno?». Ed essa: «Vao cercanno la casa de la mamma de lo Tiempo». «Sai che vuoi fare?», leprecaie la valena, «và sempre deritto per sta marina e, lo primmo shiummo che truove, tira capo ad auto, che troverai chi te mostrarà lo cammino; ma famme no piacere: comme truove sta bona vecchia cercale grazia da parte mia che me trove quarche remmedio che io pozza camminare secora senza morrare tante vote a scuoglio e dare tante vote a l’arena».
“Lassa fare a sto fusto», disse Cianna e, rengraziatola de la via che l’aveva mostrata, commenzaie a trottare pe chella chiaia e, dapo’ luongo viaggio, arrivato a chillo shiummo, che comm’a commissario de fiscale sborzava monete d’argiento a la banca de lo maro, pigliaie lo cammino ad auto e, arrivato a na bella campagna, dove lo prato faceva la scigna de lo cielo a mostrare stellato de shiure lo manto verde, trovaie no sorece lo quale le disse: «Dove vai cossì sola, bella femmena?». Ed essa: «Cerco la mamma de lo Tiempo». «Troppo hai da cammenare», sogghionse lo sorece, «ma non te perdere d’armo, ogne cosa ha capo:  cammina puro verzo chelle montagne, che comme a signure libere de sti campe se fanno dare lo titolo d’autezza, ca sempre averrai meglio nova de chello che cirche. Ma famme no piacere : comme sì arrivata a la casa che desidere, fatte a dicere da sta bona vecchiarella che remmedio porriamo trovare per levarece da la tirannia de le gatte e po’ commanname ca m’accatte pe schiavo».
Cianna, promettuto de farele sto piacere, s’abbiaie verzo chelle montagne, le quale si be’ parettero vecine non s’arrivaro maie; puro, comme meglio potte, arrivatace se sedette stracqua ’ncoppa a na preta, dove vedde n’asserceto de formiche che carriavano na gran monezione de grano; una de le quale, votatose a Cianna, le disse: «Chi sì? e dove vaie? ». E Cianna, ch’era cortese co tutte, le disse: «I so’ na sfortonata giovane, che pe cosa che m’importa cerco la casa de la mamma de lo Tiempo». «Cammina chiù ’nanze», respose la formica, «ca lo sboccare de chelle montagne a na gran largura te ne sarrà dato nova. Ma fanne no gran piacere, vide de scauzare ssa vecchia che porriamo fare nui autre formiche pe campare quarche tiempo, che me pare na gran pazzia de le cose terrene a fare tanto acchitto e provisione de mazzecatorio pe na vita cossì corta, che comme a cannela de ’ncantatore a la meglio offerta de l’anne se stuta».
«Quietate», disse Cianna, «ca te voglio rennere la cortesia che m’hai fatta». E, passato chelle montagne, se vedde a no bello chiano pe lo quale camminato no piezzo trovaie no grann’arvolo de cierzo, testimonio de l’antichetà, confiette de chella zita ch’era contenta e boccune che dace lo Tiempo a sto siecolo ammaro de le docezze perdute. Lo quale, formanno lavra de scorze e lengua de lo medullo, deccette a Cianna: «Dove, dove cossì affannata, figliola mia? viene sotto all’ombre meie e reposate!». Ed essa decennole a gran merzè se scusaie ca ieva de pressa a trovare la mamma de lo Tiempo. La quale cosa sentuto la cerqua le disse: «Tu ne sì poco lontano, ca non camminarraie n’autra iornata che vedarraie sopra na montagna na casa, dove trovarrai chello che cirche; ma s’hai tu tanta cortesia quanto hai bellezza, procura sapere che porria fare pe recuperare lo ’nore perduto: pocca da pasto d’uommene granne so’ fatta civo de puorce».
«Lassa lo pensiero a Cianna», essa respose, «ca vederraggio de te servire». E cossì ditto partette e, camminanno senza reposare maie, arrivatte a li piede de na montagna sconceca-iuoco, la quale ieva co la capo a dare fastidio a le nugole, dove trovaie no vecchiariello che, pe stracquezza de camminare, s’era corcato ’n miezo a certo fieno. Lo quale, vedenno Cianna, la canoscette subeto ch’era chella che l’aveva medecato lo vruognolo; e, ’ntiso chello che ieva cercanno la giovane, le decette ch’isso portava lo cienzo a lo Tiempo dell’affitto de la terra c’avea semmenato e che lo Tiempo era no tiranno che s’aveva usurpato tutte le cose de lo munno e voleva tributo da tutte e particolaremente da uommene de l’età soia. E, perché aveva recevuto beneficio da la mano de Cianna, ’nce lo voleva rennere a ciento duppie, co darela quarche buono avvertimiento circa la venuta soia a chesta montagna, dove le despiaceva de non poterela accompagnare pocca l’età soia, connennata chiù priesto a scennere ch’a saglire, l’astregneva a restarese alle faude de chelle montagne pe saudare li cunte co li scrivane de lo Tiempo, che so’ li travaglie li disguste e le ’nfermità de la vita, e pagare lo debeto de la Natura.
E perzò le decette: «Ora siente buono, bella figlia mia senza peccato, agge da sapere qualemente cosa 'ncoppa la cimma de la montagna trovarrai no scassone de casa, che non s'allecorda quanno fu favrecata: le mura songo sesete, le pedamente fracete, le porte carolate, li mobele stantive e 'nsomma ogni cosa conzomata e destrutta: da ccà vide colonne rotte, da llà statue spezzate, non essennoce autro sano che n'arma sopra la porta quartiata, dove 'nce vedarrai no serpe che se mozeca la coda, no ciervo, no cuorvo e na fenice. Comme sì trasuta drinto vedarrai pe terra lime sorde, serre, fauce e potature e ciento e ciento caudarelle di cennere, co li nomme scritte, come arvarelle de speziale, dove se leggeno: Corinto, Sagunto, Cartagene, Troia e mille autre città iute all'acito, le quale conserva pe memoria de le 'mprese soie. Ora, comme sì vicino a sta casa nascunnete da parte fi’ ch’esce lo Tiempo e, sciuto, trasete drinto. Là trovarrai na vecchia vecchia, che co la varva tocca la terra e co lo scartiello arriva a lo cielo, li capille comm’a coda de cavallo liardo li copreno li tallune, la facce pare no collaro a lattochiglia, co le crespe teseche pe la posema dell’anne, la quale sta seduta sopra n’alluorgio ’mpizzato a no muro e, perché le parpetole so’ cossì granne che l’ammarrano l’uocchie, non te porrà vedere. Tu, comme sì trasuta, leva subeto li contrapise dall’alluorgio e po’, chiamato la vecchia, pregala a darete sfazione de chello che desidere, la quale darrà subeto na voce a lo figlio, che venga a magnarete, ma, perché l’alluorgio che tene sotta la mamma le mancano lo contrapise, isso no porrà camminare e cossì sarrà costretta a darete chello che vuoie. Ma non credere a nesciuno ioramiento che te faccia, se non iura pe l’ascelle de lo figlio; allora dalle credeto e fà chello che te dice, ca sarrai contenta».
Cossì decenno restaie lo poveriello desfatto, comm’a cuorpo muorto de lisoncuorpo quando vede la luce de l’aiero. Cianna, pigliato chelle cenere e mescatoce no mesoriello de lagreme, le fece no fuosso e l’atterraie, pregannole da lo cielo quiete e repuoso. E sagliuta la montagna, che le fece pigliare l’appietto, aspettaie che scesse lo Tiempo, lo quale era no viecchio co na varla longa longa, portava no mantiello viecchio viecchio, lo quale era tutto chino de cartelle cosute co li nomme de chisto e de chillo; aveva l’ascelle granne e correva cossì veloce che lo perdette subeto de vista.
E trasuto a la casa de la mamma, appe a sorreiere de vedere chillo nigro scuorso; e, dato subeto de mano a li contrapise, disse a la vecchia chiello che desiderava. La quale, iettanno no strillo, chiammaie lo figlio, ma Cianna le disse: «Puoi tozzare la capo a sse mura, ca non vedarrai cierto figlieto mentre io tengo sti contrapise!». E la vecchia, vedennose troncate li passe, commenzaie a losengarela, decennole: «Lassale ire, bene mio, no ’mpedire la corzeta a figliemo, cosa che n’ha fatto ancora nesciuno ommo vivente a lo munno! lassale ire, si dio te guarde, ca io te ’mprometto pe l’acquaforte de figliemo, co la quale rode ogne cosa, ca non te farraggio male». «’Nce pierde lo tiempo», leprecaie Cianna, «meglio vuoi dicere si vuoi che le lassa». «Te iuro pe chille diente che rosecano tutte le cose mortale, ca te farraggio a sapere quanto desidere». «Non ne fai spagliocca», leprecaie Cianna, «ca saccio ca tu me gabbe!». E la vecchia: «Ora susso! io te iuro pe chelle ascelle che volano pe tutto ca io te voglio fare chiù piacere de chello che te ’magene!».
E Cianna, lassato li contrapise, vasaie la mano a la vecchia, la quale senteva de muffa e feteva de liento, che, vedenno la bona crianza de sta giovane, le disse: «Nascunnete dereto a chella porta, che venuto che sarrà lo Tiempo, me farraggio dicere chello che vuoi sapere. E comme isso torna a scire - perché no steva mai fermo a no luoco - tu puoi sbignare: ma non te fare sentire, ca isso è cossì cannarone che non perdona manco a li figlie e quanno tutto autro manca se magna isso stisso e po’ torna a sguigliare».
E, fatto Cianna quanto le disse la vecchia, ecco arrivare lo Tiempo, lo quale priesto priesto, auto e lieggio rosecato quanto le venne pe mano, pe fi’ a le caucerogna de le mura, mentre voleva partire la mamma le disse tutto chello che aveva sentuto da Cianna pregannolo, pe lo latto che l’aveva dato, a responnere cosa pe cosa a quanto le domannava.
E lo figlio, dapo’ mille preghere, le respose: «All’arvolo se pò responnere che non pò essere mai caro a la gente, mentre tene atterrate tesore sotto a le radeche; a lo sorece, che mai saranno secure da le gatte, si no l’attaccano na campanella a la gamma pe sentirelo quanno vene; a la formica, che camparanno ciento anne si se ponno spesare de volare, che quanno la formica vo’ morire mette l’ascelle; a la valena che faccia bona cera e se tenga pe ammicco lo sorece marino, che le serverrà sempre pe guida che non iarrà mai traverza; ed a li palommielle, che quanno faranno lo nido sopra la colonna de la recchezza tornaranno all’essere de ’mprimma».
Ditto chesto, lo Tiempo commenzaie a correre la solita posta e Cianna, licenziatose da la vecchia, se ne scese de la montagna a bascio, a lo stisso tiempo che ’nc’erano arrivate li sette palommielle secotanno le pedate de la sore. Li quale, stracque da tanto volare, iezero tutte a posarese sopra le corna de no voie ch’era muorto, che non tanto priesto ’nce appero puosto li piede che tornaro belle giuvane comme prima e, maravigliate de sto fatto, sentettero la resposta de lo Tiempo e compresero che lo cuorno, comme simmolo de la capra, fosse la colonna de la ricchezza azzennata da lo Tiempo e, fatto na granne preiezza co lo core, s’abbiattero pe lo stisso cammino c’aveva fatto Cianna.
E, trovato l’arvolo de cerca e referutole chello c’aveva ’ntiso da lo Tiempo, l’arvolo le pregaie a levarele lo tesoro de sotta, mentre era causa che la gliantra soia aveva scapetato de repotazione. E li sette fratielle trovato na zappa ’miezo a n’uorto scavattero tanto ficchè trovaro no gruosso ziro de moneta d’oro, la quale ne fecero otto parte fra loro e la sore, pe potereselle portare commodamente.
Ma, essenno stracque da lo viaggio e da lo piso, se mesero a dormire a canto a na sepala, dove arrivato na mano de malantrine e visto dormire sti negrecate co le capo ’ncoppa de mappate de li tornise, legatole de mano e de piede a certe arvole se pigliaro li frisole e le lassaro facenno lo trivolo non sulo de lo bene che a pena trovato l’era scappato da la mano, ma della vita loro, che, senza speranza d’aiuto, stevano a riseco o de morire ciesse de la famme o de fare che cessasse la famme a quarche animale sarvateco.
E, mentre se gualiavano de la negrecata sciorte loro, venne arrivanno lo sorece, che, sentuto la resposta de lo Tiempo, pe buono miereto de lo servizio rosecaie le fonecelle con che stevano legate e le dette libertà.
Ma, camminate n’autro buono piezzo, trovaro pe la strata la formica, la quale, ’ntiso lo consiglio de lo Tiempo, addemmannaie a Cianna che cosa avesse che steva accossì moscia e de colore gialluoteco; e, dittole la desgrazia passata e lo corrivo fattole da li latre, la formica respose: «Zitto, ca me vene pe taglio de dareve lo cagno de lo piacere c’aggio recevuto! ora sacciate ca, mentre portava no carreco de grano sottoterra, aggio visto no luoco dove sti cane assassine ’ncaforchiano li furte loro, perché hanno fatto sotta na fraveca vecchia certe caracuoncole dove stipano tutte le cose arrobbate e mo che so’ iute pe quarch’autro arravuoglio io ve ’nce voglio accompagnare e ’mezzareve lo luoco, azzò pozzate recoperare lo vuostro». Accossì ditto pigliaie la strata verzo certe case scarropate e mostraie a li sette frate no voccaglio de fuosso, addove calato drinto Giangrazio comme chiù anemuso dell’autre trovaie tutte li denare che l’erano state levate e pigliatoselle se posero a camminare verzo la marina.
Dove, trovata la valena, le decettero lo buono parere datole da lo Tiempo, lo quale è patre de li consiglie, e, mentre stavano trascorrenno de lo viaggio loro e de quanto l’era socciesso, ecco veddero spontare li alivente armate a rasulo, ch’erano venute pe la pista de le pedate loro. La quale cosa vista dissero: «Ohimè, chesta è la vota che non ce resta sporchia de nui negrecate, perché mo se ne veneno li mariuole armata mano e ’nce levarranno lo cuoiero!». «Non dubetare», respose la valena, «ca so’ bona a cacciareve da lo fuoco pe ve rennere la pareglia de lo buono ammore che m’avite mostrate! e però sagliteme ’ncoppa la schena ca ve portarraggio subeto a luoco securo».
Li scure, che se veddero li nemmice a le spalle e l’acqua ’n canna, sagliettero sopra la valena, la quale allargannose da li scuoglie le portaie a vista de Napole, dove non se confidanno de sbarcare sti giuvene ped essere lo mare seccagno, disse: «Dove volete che ve lasse, pe sta costa d’Amarfe?». E Giangrazio respose: «Vì se ne potimmo fare de manco, bello pesce mio, perché a nesciuno luoco scenno contento, perché a Massa se dice: saluta e passa, a Sorriento: strigne li diente, a Vico: porta pane co tico, a Castiello a Mare: né ammice né compare».
E la valena pe darele gusto votaie carena a la vota de lo Scuoglio de lo Sale, a dove le lassaie, che a la prima varca de pescature che passaie se fecero mettere ’n terra e, tornate a lo paiese loro sane, belle e ricche, conzolanno la mamma e lo patre gaudettero, pe la bontà de Cianna, felice vita, la quale fece na fede autenteca a lo mutto antico:

sempre che puoi, fa bene e scordatenne.
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...Isso è cossì cannarone che non perdona manco a li figlie e quanno tutto autro manca se magna isso stisso e po’ torna a sguigliare... Il Tempo, Cronos divoratore, che come l’Orco fa eccezione per l’astuzia e il bisogno di un essere umano e per le buone grazie della sua controparte femminile madre o sposa. Il Tempo, quando non trova altro da mangiare, divora se stesso e poi rigermoglia: il Tempo dunque è anche la Fenice, la palingenesi, e anche il mistero del giovane virgulto che germoglia dall’albero vecchio. Su questa immagine ci sarebbe da riflettere intorno a stabilità strutturale e pregnanza morfogenetica. Il Tempo, distruggendo la stabilità strutturale, favorisce la morfogenesi.
...Isso no porrà camminare... Riguardo al fermare il tempo, si rappresenta una messa in sospensione del simbolico, che consenta di trasformare qualcosa, riparando a un danneggiamento: operazione straordinaria, che le macchine del tempo della fantascienza compiono con le stesse strutture narrative delle fiabe: mancanza o debolezza di figure paterne, miseria, abbandono, e quindi figure materne incapaci di porre rimedio al danneggiamento, come la madre di Cianna. I suoi fratelli servono l’Orco: che è una particolare articolazione del Tempo divoratore, sul versante del dio dei morti, o del guardiano infero. | ...Lo cuorno, comme simmolo de la capra... Il corno dell’abbondanza, o cornucopia, è della capra Amaltea, nutrice di Zeus, che divelto, viene reso dal dio donatore di cibo senza limiti. La rappresentazione mette in scena un seno sempre pieno, un materno che dà senza limiti al piccolo, e non ci sembra casuale che in questa vicenda del Tempo l’umanizzazione venga dal simbolo della nutrice che ha salvato Zeus proprio dall’essere divorato dal padre Cronos Tempo. | ...Lo Tiempo, lo quale è patre de li consiglie... ancora un esempio - vedi Sfurtuna - del significante che diventa segmento narrativo: o si tratta del contrario? o piuttosto entrambi, linguaggio figurato e strutture narrative, hanno la stessa matrice, non derivando l’uno dall’altro? ’Il tempo porta consiglio’, dice un proverbio ancora in uso, e nella fiaba il Tempo alato fornisce a Cianna tutti i consigli di cui il microcosmo di questa fiaba ha bisogno, sia umano, sia animale, sia vegetale. Non so se la quercia che fà labbra di scorza e lingua di midollo sia una delle geniali figurazioni di Basile o se abbia dei precedenti letterari: nel primo caso Basile anticiperebbe di tre secoli l’animazione e gli effetti speciali del cinema, a partire da Walt Disney. | ...Il calamaio e la penna... Il maschile è segnalato piuttosto da una spada, o da qualche altra arma, ma Basile era uno scrittore, e probabilmente a questa sua condizione si devono questi segni del maschile. Si osservi che calamaio e penna sono un contenitore e qualcosa che si immerge nel contenitore: lo scrittore, come artista, alla potenza fallica unisce la fluida sensibilità convenzionalmente attribuita al femminile. Mirabile gioco dei significanti, e ricordiamo anche quanto Basile vivesse, insieme all’orgoglio per la sua arte della lingua, per quanto poco riconosciuta, affetto per la sorella Adriana, cantante lirica che gli stette vicina nel bisogno, e che curò la pubblicazione postuma delle sue e nostre favole del Cunto de li cunti.
...Non essennoce autro sano che n'arma sopra la porta quartiata, dove 'nce vedarrai no serpe che se mozeca la coda, no ciervo, no cuorvo e na fenice... Le cose periscono, i simboli restano, la sola cosa sana nella casa del Tempo, la sola che non divora. Il cervo, rappresenta nella tradizione cristiana l’anima che cerca l’acqua come la grazia, ed è talora rappresentato con una croce formata dal palco. Del corvo sappiamo che gli auguri della tradizione classica traevano auspici positivi quando arrivava da oriente, parte del sole che sorge vincendo la morte. Il serpente ouroborico, divora se stesso e rinasce, e la fenice, o araba fenice, quando si sente morire, torna al nido, si accende e brucia, per poi rinascere dalle sue stesse ceneri. Entrambi rappresentano l’eternità, l’infinito, la speranza di vittoria sulla morte, che perfino il grande divoratore, che rode anche l’intonaco della sua casa, lascia intatta. | Colonna de la recchezza... l’analogia fra il corno del bue e quello della capra e la colonna della ricchezza poteva essere chiara al lettore del Seicento, ma noi abbiamo bisogno di una spiegazione. Corno e colonna sono intercambibili come simboli fallici, il corno del bue può funzionare come il corno della capra Amaltea, nutrice di Zeus, che lo volle sempre colmo di cibo, a rappresentare l’esistenza mitica di una seno sempre pieno, di una madre sempre donatrice. In questo senso fallo e seno coincidono per la potenza, anche se in questo caso si parla di ricchezza, che le equivale, illimitata. Arbitrariamente abbiamo sostituito albero a colonna, pensando che l’equivalente del seno/fallo significato dalla cornucopia possa essere l’albero della cuccagna, salendo sul quale si godeva di una favolosa abboandanza di cibo. Ma il fusto era unto e scivoloso. Chi abbia letto la fiaba della fontana d’olio (vedi lastoria cornice del Cunto de li cunti) vi ritroverà la stessa simbologia. La fontana d’olio nelle fiabe viene costruita o da un re e una regina che non hanno figli, o da un re la cui figlia non ride mai. La sterilità e la mancanza di riso rappresentano la nera melanconia. La nostra storia indica una condizione in cui la sterilità è minacciata da una mancanza del femminile: solo maschi nella nuova generazione.

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Palommielle: abbiamo tradotto con l’italiano colombini, interpretando il termine napoletano come diminutivo di colombi. Benedetto Croce traduce il titolo I sette colombi, (Il Pentamerone ossia la fiaba delle fiabe. Tradotta dall’antico napoletano e corredata di introduzione e note storiche di Benedetto Croce. (1925). Prefazione di Italo Calvino. Laterza, Roma-Bari 1974. 3 voll. Vol. 3, p. 473). Michele Rak, cit., lo rende con I sette colombelli, più assonante ma anche più insolito. Colombella è diminutivo di colomba, ma indica anche un uccello diverso, simile al colombaccio. | ...Eccoce fatte compagne de acquarule... Condividiamo il giudizio di Benedetto Croce: il Pentamerone o Lo  cunto de li cunti è il capolavoro in prosa del Seicento italiano e la più bella raccolta di fiabe europea, e Basile è lo Shakespeare della fiaba. Tra le cinquanta fiabe della raccolta forse Li sette palommielle è quella che preferiamo, e amando il barocco in letteratura abbiamo dedicato qualche tempo a questo elenco meraviglioso di uccelli, insettivori, palmipedi e trampolieri comuni in Italia: si osservi il gioco dei significanti, bizzarro, ambiguo e lussureggiante, ottenuto con un semplice elenco. Abbiamo seguito la traduzione di Michele Rak, con le seguenti eccezioni: a cardelline, per cardole, che sarebbe il solo femminile di una specie già nominata, abbiamo preferito la traduzione di Croce, gufi. A gallinelle d’acqua, per gallinelle, si è preferito semplicemente  gallinelle, nome comune per questo trampoliere. Ad  averle, per paglioneche, si è preferito, con Croce, capirossi. Arbitrariamente abbiamo tradotto terragnole con quaglie, immaginando che potesse indicare l’uccello che nidifica a terra: Croce non traduce il nome pur citando in nota che potrebbe indicare una specie di gabbiano (cit., p. 477, nota 11). Altrettanto arbitrariamente abbiamo tradotto shiurole con fiorrancini, per assonanza, lasciando i verdoni di Rak e gli strisciaioli di Croce, questi ultimi non attestati dal Vocabolario Treccani. Abbiamo tradotto pappamosche con pigliamosche, lasciando i mangiamosche di Rak, non attestati dal dizionario: Rak traduce con pigliamosche, scellavattole di Basile, che Croce traduce con balie, non attestato dal dizionario. Arbitrariamente, per assonanza con la traduzione di Croce, abbiamo scelto balestrucci, perché l’assonanza con l’arma, che incrementa il gioco barocco dei significanti.  Non abbiamo seguito la traduzione di Rak, paperchie reso con paperche, non attestato dal dizionario, mancante in Croce, e abbiamo messo arbitrariamente pavoncelle, per l’omofonia con pavoni, con i quali i piccoli trampolieri dalla livrea bianca e nera, con un ciuffetto sul capo, non hanno parentela alcuna. Per lugane di Basile non abbiamo seguito Rak, che lo rende con lùgari, non attestato dal dizionario, ma Croce con bubbole, sinonimo, attestato, di upupe, anch’esso più adatto al gioco barocco dei significanti, perché è onomatopaico per il verso dell’uccello come il più comune upupa, ma allo stesso tempo indica un fungo, un sonaglio per bambini, e una fandonia, una frottola, quasi una favola. Segnaliamo infine due ripetizioni in Rak: allodole sia per covarelle che per terragnole, e averle sia per crastole che per paglioneche.

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Dal Cunto de li Cunti di Giambattista Basile;
Trattenemiento ottavo de la jornata quarta; pp. 788-811.



Warwick Goble

RE PORCO

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     C'era una volta una Regina che era gravida e stava lì al terrazzino a prendere il fresco. Passa una poera donna e gli chiede la limosina. Dice: - "Andate via, vecchia porca!" - Ma che sono maniere quelle? Risponde la poera vecchia: - "Lei, la facesse un porco!" - Giusto era gravida. La partorisce e fa un porco! Figuratevi che bisbiglìo nel palazzo che ci fu: non si poteva spiegare. La Regina non faceva che piangere ricordandosi della parola detta: - "Eh!" - diceva - "Iddio mi ha castigata!" - Il porco cresce e lo mettono in giardino. Che volete farne nella casa? Ma sotto questo pelo di porco era un giovinotto, un omo, aveva sentimenti come noi. Lì vicino c'eran marito e moglie che avevan tre ragazze. Il porco vede queste belle ragazze e se ne innamora: pur ché ne abbia una! E non dava pace di sé; urla; mugolìo; non voleva mangiare; si spiegava che accennava in là; s'avvidero che voleva una di quelle ragazze. Andiedero a dire ai suoi genitori che una delle figliole biognava che la prendesse questo porco, che li facevan ricchi. La minore dice: - "Io non lo voglio." - La seconda l'istesso. La maggiore dice: - "Lo prenderò io per far felici il babbo e la mamma; io non guardo, io mi accordo." - Che volete? lì non si fa sposalizio; altro che la sera andava a letto  con questo porco senza andare a fare le cerimonie: se era una bestia! quando gli è in camera, il porco serra e gli viene un bellissimo giovinotto. Lei urla che la voleva il porco, non voleva quello: - "Ah no! io ho sposato il porco; voi non vi conosco" - "Ah" - gli dice - "abbi da sapere, sono io il porco, che per la superbia di mia madre mi trovo in questo stato. Promettimi di non dir niente alla signora madre, altrimenti ti costa caro!" - Lei gli promette, ma dopo otto o dieci giorni chiede di parlare alla Regina. DIce: - "Ho una cosa da confidarvi, ma in secreto; mi raccomando che nessuno ci senta!" - "Venite pure" - dice la Regina - "nelle mie stanze." - La ordina alla servitù che nessuno entri. - "Venga chissisia, la Regina non c'è;" - E dice alla nora: - "Dite pure, dite." - Serra tutti gli scuri per paura che nessun la sentisse. - "Abbia da sapere, la sera il suo figlio, vedesse che bel giovanotto che egli è!" - "Ah!" - la fa la madre. - "Ma per amor di dio la prego a non palesarlo. Altrimenti, mi ha detto che la pagherò." - "Ah!" - dice la madre - "La mia superbia è stata! e questo è il mio castigo." - E vanno ognuna nel suo quartiere ed è finita: perché lui, essendo fatato, sentì tutto. La era va nella camera per andare dalla sposa e gli dice: - "Briccona, son queste le promesse?" - "Ah! ma io..." - dice. - "Chètati, insolente!" - prende un ago calamitato e l'ammazza. La more che non si distingue che la è stata uccisa. Venghiamo alla mattina. La Regina non c'è, non s'alza, non chiama. I servitori giran la gruccia, vanno là e la vedon morta. Urli per il palazzo: - "Si vede che il porco l'ha soffocata!" - Credono che l'ha soffocata: una bestia, che volete! Più che mai la Regina madre gli rimane il rammarico, dicendo: - "Io sono stata causa di questo gran male, perché se io non diceva quella parola, non aveva un figlio porco e non seguiva questo!" - Il porco comincia a mugliare, a raspare il muro, peggio di prima: a fare cenni che voleva un'altra di quelle: s'intendeva bene. La seconda: - "Va" - dice - "lo prenderò io!" - Che volete? facevano uno sborso di quattrini ai genitori! - "Almeno starete bene voi." - E così la sera il porco, quando entra in camera, viene un bellissimo giovinotto, come per quell'altra. E dice, assolutamente impone silenzio che non la dica nulla alla signora madre. Se quell'altra la stiede dieci giorni, la sarà stata anche venti, questa, zitta. Ma poi un bel giorno la chiede un abboccamento alla Regina, come quell'altra; e quando l'è nella stanza, tutta serrata, la gli palesa che suo figlio diviene un bel giovane, come quell'altra donna. - "Pur troppo lo so, per mia disgrazia, che lui diviene un bel giovane!" - "Eh state pure contenta che io non parlo." - Vanno ognuna nel suo quartiere. Quando è la sera, il porco entra in camera e fa l'istesso. - "Ah briccona!" - dice. - Son queste le promesse, eh?" - Prende l'istess'ago, cos'era? e l'ammazza. La mattina, la servitù, eran l'undici, mezzogiorno: - "Ma che fa la Regina?" - Apron la camera e la trovan morta ancor lei. Vanno dalla Regina madre e dicono: - "Venga a vedere, Maestà, anche questa l'è morta!" - E il rimorso! potete credere! Il porco riprincipia a mugliare al muro per aver quell'altra, la terza sorella. Ma i suoi non gnene volevan dare, lo credo! Ma poi s'ebbe da accordare e viene sposa del porco; e portano anche i genitori nel palazzo, in disparte. La sera il Re diviene un bel giovinotto come nell'altre sere: - "Abbi da sapere che io sono un omo, vedi; ma per castigo della signora madre, il giorno sono un porco. Ho da ringraziarne la superbia della signora madre. Ti prego di non dir nulla alla signora madre." - "E io ti prometto di non dir nulla." - La sarà stata anche un mese senza dir nulla, ma poi la chiede di parlare alla Regina e gli racconta che il suo figlio diviene un bel giovine, come le altre, tal quale: - "Ma io la prego di non parlarne neppure all'aria." - "Eh state pure contenta, io non lo dico." - Eccoti la sera il porco entra in camera e viene un bellisimo giovane: - Briccona, son queste le promesse, eh? Te, non ti ammazzo. Ma, prima di ritrovarmi, tu devi consumare sette mazze di ferro, sette vestiti di ferro, sette paja di scarpe di ferro ed empire sette fiaschettini di lacrime." - E va via, sparisce, non c'è più porco, non c'è più nulla. La mattina, appena giorno, la sposa s'alza e va dalla Regina Madre, e gli racconta il caso. Potete credere il rimorso di questa donna! - "Guardate di che sono stata causa!" - Ordina tutta questa roba la Regina madre, e quando l'è fatta, la sposa la si veste di questa roba e si mette in viaggio: dice addio alla socera, la bacia: - "Addio! Addio!" - e si mette in viaggio. Cammina, cammina, con il barroccio, sennò come si fa a portarla! La trova una vecchina. - "Dove vai, poerina?" - "Oh!" - dice; la gli fa tutto il racconto. - "Tu non sai ch'egli è stato sposo il tuo sposo? Il tuo sposo gli ha preso moglie, lassù dov'è andato. Tieni questa nocciòla. Quando sarai sulla piazza del Re, quando avrai ben camminato, non so in che posto, molto lontano, schiacciala. Verranno di gran galanterie, ma tanto belle. La Regina" - dice - "se ne invaghirà; e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu devi dire: 'Una notte a dormire col suo sposo' " - Gli dà la nocciòla e va via, sparisce questa vecchia. - "Grazie! addio, addio!" - Cammina, cammina, cammina e la trova l'istessa vecchina, l'istessa proprio: - "Poerina, dove vai?" - Gli fa tutto il racconto e questa vecchina gli dice: - Sai! Tieni questa mandorla, fai lo stesso, stiacciala. Verranno di gran galanterie, ma tanto belle! La Regina se ne invaghirà; e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu non chieder quattrini: chiedi una notte a dormire con lo sposo." - Quando l'è quasi per essere alla piazza gli si presenta un vecchino e gli dice l'istesso: - "Tieni," - dice - "questa noce. Vedi, tu ci hai pochino, vedi: l'è lì la piazza. Stiaccia questa noce e tu vedrai le galanterie che gli esce fori. La Regina se ne invaghirà e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu devi dire: 'Una notte a dormire col suo sposo'." - L'aveva consumato le sette paja di scarpe di ferro, l'aveva consumato le sette mazze di ferro, l'aveva consumato i sette vestiti di ferro e l'aveva riempite tutte le fiaschettine di lagrime. Entra nella piazza e vede un palazzo: si mette a sedere in mezzo alla piazza e schiaccia la nocciòla. E viene le più belle galanterie, ma una cosa da non poter spiegare, ecco. - "Maestà" - dicono i servitori alla Regina - "Maestà, s'affacci; venga a vedere le gran galanterie che ci sono sulla piazza." - "Dimandate quel che ne vole, che io le voglio comprare." - Queste galanterie eran molte cose preziose, tutte pietre preziose; ci si accecava a guardarle. Gli domandano quante ne vole: - "Una notte a dormire col suo sposo." - I servitori si mettono a ridere: - "Una donna strana, vuol dormire con lo sposo della Regina, cah!" - La Regina: - " Bene! gli sia accordato! Prendete queste belle cose e stasera dite che alle dodici venga qua." - La ordina al bottigliere che alloppi tutto il vino; le bottiglie, tutto, sia alloppiato per il Re. Il Re, che non sapeva nulla, beve, un poco anche più del solito. Quando gli è un'ora, cade addormentato, lo portano a letto e dorme come un masso. Ecco la donna alle dodici entra nel palazzo e la portano in camera. Entra nel letto, e dice: - "Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro, e ho riempito sette fiaschetti di lacrime." - Quello dormiva, lo stesso che dire a questo tavolino. Si fece giorno, la donna fu mandata via e fu finito. La mattina schiaccia la mandorla. Figuratevi: tutte figurine che si movevano e saltavano, tutte di pietre preziose. - "Maestà, c'è l'istessa donnina d'ieri: ma se la vedesse! che belle galanterie: assai più belle sono!" - La Regina dice: - "Domandatele icché ne vole." - "La notte a dormire col suo sposo." - Dice la Regina: - "Sì, sì, sì. Prendete pure; e stasera fatela venire alla solit'ora." - Eccoti, dà ordine al cantiniere, che faccia l'istesso del giorno avanti, che alloppi tutto il vino: bottiglie, tutto. Il Re va a pranzo e beve più di quell'altro giorno, ma come! Quando gli è sera, ecco la donna, gua', entra nel letto e principia a dire: - "Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro, e ho riempito sette fiaschettini di lacrime."  - Ma qui, dichiamo, questa fosse la camera; e qui, dichiamo, ci fosse le guardie. Sentono un mugolìo, stanno attenti; ed imparano tutto il lamento come l'avemmaria. E la mattina, appena giorno, i servitori la mandorono via questa donna. E queste guardie, quando s'è levato il Re, gli raccontano tutto: - "La notte ci viene una donna da Lei e Le dice: 'Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro, e ho riempito sette fiaschettini di lacrime'." - Ah, il Re si ricorda della sposa; ché aveva dimenticata ogni cosa. Andato via da il palazzo della madre, si scordò di tutto. - "Non sa? Le dànno il vino alloppiato" - dice questa guardia. - "Bisogna che Lei non lo beva. Ci starò attento io." - La mattina, stiaccia la noce quella poera donna. Figuratevi! che galanterie! più belle dell'altro giorno. La noce gli era più grossa della nocciòla e della mandorla e ne sortì più robba. La Regina dice: - "Domandatele icché ne vole" - Gli domandarono quel che la vole e lei dice: - "Una notte a dormì' con lo sposo." - "Prendete le ricchezze" - dice la Regina - " e ditegli che stasera venga all'istess'ora." - Questa guardia che aveva fatto la spia al Re, dice al cantiniere: - "Pena la morte, se tu metti l'oppio nel vino del Re. Figura di metterlo, ma non lo mettere. Poi, sarai ricompensato. Invece mettilo a quello della Regina, l'oppio." - Il giorno a pranzo, com'era solito, il Re beve, mangia. La regina con quell'oppio s'addormenta; la mettono a letto, e finita. Eccoti Maestà che va alla camera, si spoglia e va a letto. Quando sono le dodici, eccoti la donnina. Lui figura di dormire, e lei principia a dire: - "Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro, e ho riempito sette fiaschettini di lacrime." - Lui per tre o quattro volte glielo lascia dire; allora figura di svegliarsi e l'abbraccia così, poerina! e la riconosce per isposa, e dice: - "Bisogna partì' subito! subito! far fagotto e via." - Prendon tutte quelle belle robe che l'aveva schiacciate dalla nocciola, dalla mandorla e dalla noce, tutte quelle ricchezze, fanno fagotto, spogliano il palazzo, ecco! Prende la guardia che gli aveva fatto la spia con seco, prende il cantiniere e tutti via; e vanno a il palazzo della madre. Cheh! era quasi sempre a letto piangendo di dolore per questo figlio, gua'! Urli, strepiti di contentezza: - "Oh viva! viva!" - Tutta la servitù, dicendo: - "Ecco la nostra sposa! ecco il nostro padrone!" - perché raccontano. La Regina che sente questi urli, va di là e vede la nora. Dice: - "Questo è il suo figlio che io sposai che era un porco e adesso è un bel giovane." - Va nelle braccia la madre del figlio chiedendogli perdono di quel ch'ella era stata causa ch'egli aveva patito. Lui gli perdona e così se ne vivono in santa pace. Venghiamo alla Regina, quell'altra moglie, che si desta. Chiama, chiama, nessun risponde, non c'è nessuno. La va per le stanze: tutte vote; tutto portato via; ogni cosa, tutto sparito. La va allo scrigno a vedere in dove l'aveva esse tutte quelle belle cose, tutte quelle gioje: la non trova più nulla. Caccia un grand'urlo e dal dolore cade e muore. E così è finita.

Stretta la foglia e larga la via,
Dite la vostra che ho detto la mia.
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Per un’interpretazione vedi Re Porco e i bambini narratori. e L'orologio e la gemma, ovvero, la cotica clamorosa.
Si nomina nell‘Odissea Erifile, che vendette lo sposo Anfiarao per una collana d’oro. (Odissea, Libro XI, vv. 326-327) Il gioiello era stato donato da Athena ad Armonia per le sue nozze con Cadmo. Anfiarao si era nascosto per non partecipare alla spedizione dei Sette contro Tebe, perché sapeva che tutti vi sarebbero morti, tranne Adrasto, suo fratello, al quale  Erifile aveva assegnato il regno di Argo, che Anfiarao desiderava per sé. (Millin)

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Per un'esperienza nelle scuole elementari e medie con questa fiaba, vedi Re porco e i bambini narratori, L'orologio e la gemma.

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Vittorio Imbriani, La Novellaja Fiorentina; pp. 168-175.
Nel sito si può leggere una versione di Re Porco dalle Piacevoli notti di Giovan Francesco Straparola.


Warwick Goble

LA BELLA CATERINA
OVVERO LA NOVELLA DE' GATTI


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C'era una volta una donna campagnola che aveva due figliole, e una, di molto bella insenza paragoni, si chiamava Caterina;  quell' altra, tutt' all' incontro, era brutta quanto si pole dire : la madre però voleva più bene alla brutta, e siccome tutte e dua si rodevan dall' astio contro la Caterina, perché oltre alla su' bellezza s' addimostrava pure di gran bontà, loro s' arrapinavano a fargli de' dispetti e cercavano tutti i modi che a lei gli accadessi qualche malanno da ridurla imbruttita. La Caterina sopportava con pacienza le persecuzioni di quelle arpiacce, e invece di diventar brutta per gli strapazzi, pareva che ugni giorno la bellezza gli s' accrescessi 'n su tutta la persona.
Dice una mattina la mamma alla brutta : - "Sa' tu quel che ho pensato ? Mandiamo la Caterina a pigliare lo staccio dalle Fate, che gli sgraffieranno il grugno ; e accosì lei imbruttirà e nissuno la guarderà più quant' è lunga." - "Sì, sì!" - scramò la Brutta, gongolando di gioja maligna. - "Le Fate sono cattive e loro te l'acconceranno per il dì delle feste." - Subbito la vecchia chiama la Caterina : - "Su, via, sguajata! C'è da fare il pane stamattina, e no' nun s' ha 'n casa nemmanco un po' di staccio per ammannire la farina. Isderta! Va' dalle Fate dientro al bosco e domandagli lo staccio in prestito. Sbrigati, ninnolona !" -
A questo comando la Caterina diviense bianca per la paura, perché lei aveva sentuto dire che le Fate strapazzavano la gente, e chi ci andava dicerto arritornava malconcio. Suppricò bensì la su' mamma che non la mandasse, pianse ; ma tutto fu inutile, chè la vecchia e la Brutta la trattorno del male e la minacciorno per insino di picchiarla ; sicché la Caterina, ripensando che le fate nun gli potevano far peggio, si piegò a ubbidire, e abbenechè sospirassi e le lagrime quasimente l'accecasseno, con un passo innanzi e due addietro s' avviò in verso il bosco, addove stevano le Fate.
Quando la Caterina fu in sull'entrata del bosco gli vienne incontro un Vecchietto, che, a male brighe la vedde a quel mo' tutta addolorata, gli disse : - "Oh ! che avete voi, bella fanciulla, che parete tanto affritta?" - La Caterina gli raccontò allora tutti i su' mali, e che in casa l' astiavano a morte, e che la mandavano a pigliar lo staccio dalle Fate, perché loro la sciupasseno e la imbruttissano. Dice il Vecchietto: - " Nun abbiate paura di nulla ; c' è il su' rimedio. I' v' insegnerò come vo' dovete fare, se pure vo' m' ascoltate. Vo' nun arete a pentirvene. Ma prima badate qui un po' : che ci ho io in capo, che mi sento tanto prudere ? " - Il Vecchietto chinò giù la testa, e la Caterina doppo che gliel' ebbe guardata ben bene, scrama : - " I' ci veggo soltanto perle e oro," - Arrisponde allegro il Vecchietto: - " E perle e oro toccheranno anco a voi. Ma statemi a sentire e fate l' ubbidienza. Quando vo' sarete all' uscio di casa delle Fate, picchiate ammodo ; e se loro dicano : - Ficca un dito in nel buco della chiave, - voi ficcateci dietro uno steccolo, che loro ve lo stroncheranno subbito. Aperto l' uscio, le Fate vi meneranno diviato in una stanza, e lì sieduti ci sono tanti gatti ; e chi cucinerà, chi filerà, chi farà la calza, e, insomma, ognuno vo' lo vedrete occupato al su' lavoro. Voi addoperatevi ad ajtarli insenza invito questi gatti e a fornirgli l' opera. Poi vo' anderete in cucina ; e anco lì ci saranno de' gatti alle loro faccende : ajtategli come quegli altri. Doppo sentirete chiamare il gatto Mammone, e tutti i gatti gli racconteranno quel che vo' avete fatto per loro. Il Mammone allora vi addomanderà : - Che brami tu da culizione ? Pan nero e cipolle, oppuramente, pan bianco e cacio ? - E voi arrispondete in nel mumento : - Pan nero e cipolle. - Ma loro all' incontro vi daranno pane bianco e cacio. Poi il Mammone v' inviterà a ascendere su per una scala maravigliosa tutta di cristallo. Abbadate bene di nun la rompere, e nemmanco sbreccarla un zinzino. In nel piano di sopra scegliete ugni sempre la robba peggio fra quella che vi vorranno regalare le Fate. " -
La Caterina gli 'mprumesse a quel Vecchietto d'ubbidirlo in tutto, e poi lo ringraziò della su' bontà, gli disse addio e s' avviò più contenta in verso le Fate ; e lì, doppo picchiato all'uscio, lei si diportò secondo l' ammaestramento, sicchè gli fu aperto e subbito domandò lo staccio alle Fate. Dissano loro : - " Aspetta ; ora ti si dà. Intanto nentra qui. " - Ed ecco la Caterina vede in nella stanza tanti gatti, che lavoravano a tutto potere. - " Poveri micini!" - scrama. - " Con codeste zampine chi sa mai quante pene vo' patite ! Date qua, gnamo ! farò io, farò io. " - E pigliato il lavoro de' gatti in quattro e quattr' otto lo finì. Poi in cucina rigovernò, spazzò, rimesse a ordine tutti gli attrazzi : la cucina pareva doppo un salotto. Chiamorno allora il Mammone e i gatti miaulando gli dicevano : - " A me 'gli ha cucinato. " - " A me 'gli ha fatto la calza. " - " A me 'gli ha rigovernato. " - e accosì raccontorno tutti al Mammone gli ajuti della Caterina, e 'n quel mentre saltavano a balziculi dal gran piacere dappertutta la stanza.
Il gatto Mammone, quand' ebbe sentuto l' opere della Caterina, gli disse : - "Che vòi da culizione ? Pan nero e cipolle, oppuramente, pan bianco con del cacio ? " - " Oh ! datemi pan nero e cipolle, " - arrisponde la Caterina. - " Nun sono avvezza a mangiare altro. " - Ma il gatto Mammone volse che lei mangiassi pan bianco e cacio. Doppo il Mammone invitò la Caterina a salire in nel piano di sopra e la menò alla scala di cristallo ; e la Caterina si levò diviato gli zoccoli e ascese su in peduli tanto pianino, che nun sciupò nulla e nun fece nemmanco uno sgraffio in sulla scala. Quando fu drento al salotto gli profferirno delle vestimenta belle e delle brutte, dell' oro e dell' ottone ; e lei trascelse le vestimenta brutte e l' ottone. Ma il Mammone invece diede ordine alla Fate che l' acconciassino alla splendida e gli fussan regalate delle gioje legate in oro e di gran valsente, e doppo vestita a quel mo', che pareva una Regina, il medesimo Mammone gli disse alla Caterina : - "To' su lo staccio, e quando tu sie' fora dell' uscio, bada bene! Se tene e' senti ragliar l' asino, nun ti voltare ; ma se canta il gallo, voltati pure. " - La Caterina ubbidì, e al raglio dell' asino lei nun sene diede per intesa ; ma al chicchirichì del gallo si rivoltò addietro, e subbito gli viense una stella rilucente in sul capo.
A male brighe che la Caterina arrivò a casa sua, la mamma e la sorella Brutta le divorava l' astio e il dispetto ; quella stella poi 'gli era per loro dua un pruno fitto in negli occhi. Dice la Brutta : - " Vo' ire anch' io dalle Fate. Mandate me a riportargli lo staccio, mamma. " - Sicchè, quando lo staccio fu addoperato, la Brutta se lo mettiede sotto il braccio e s' avviò al bosco delle Fate, e anco lei in sull' entrata fece l' incontro del Vecchietto, che gli domandò : - " Ragazzina, per dove coì vispola ? " - " Vecchio 'gnorante ! " - gli arrispose con superbia la Brutta : - " i' vo dove mi pare. Impaccioso ! badate a' fatti vostri. " - " Brutta e scontrosa ! " - scramò il Vecchietto ridendo sottecche. - " Va' va' a tu mo' addove ti pare ! Doman te n' avvedrai ! " -
Ed eccoti la Brutta all' uscio delle Fate ; e lei agguanta alla sversata il picchiotto e giù, dàgli, botte da scassinare le imposte. A quel fracasso dissan di dientro le Fate : - " Metti un dito in nel buco della toppa e apri. " - La Brutta subbito ficca il dito a quel mo'; e quelle - ziffete! - e glielo stroncano di netto. L' uscio allora si spalancò e la Brutta rabbiosa e inviperita salta in casa, e, scaraventato lo staccio per le terre, principia a bociare : - " Deccovi il vostro staccio, maledette ! " - E poi visti i gatti al lavoro, sbergola : - " Buffi questi gattacci ! Oh ! che mesticciate voi, mammalucchi ? " - E gli pigliò tutti gli arnesi, e a chi bucò le zampe con gli aghi, e a chi le tuffò giù in nell' acqua bollente, e a chi gli diede su per le costole la granata e i fusi. Ne nascette una confusione, un brusio da nun si dire. Que' gatti scappavano di qua e di là miulando dal male ; sicchè a quel chiasso comparse il gatto Mammone, e i gatti infra gli strilli raccontorno gli strapazzi della Brutta. Serio serio disse il Mammone : - " Ragazzina, vo' dovete aver fame. Volete voi pan nero e cipolle, oppuramente, pan bianco con del cacio ? " - E la Brutta : - " Guarda che bella creanza ! Se vo' vienissi a casa mia, nun vi dare' mica pan nero e cipolle, e nemmanco vi stronchere' le dita in nel buco della chiave. I' vo' pan bianco e del cacio bono. " - Ma se lei volse mangiare, bisognò che s' accontentassi del pan nero con le cipolle, perché non gli portorno altro. Allora il gatto Mammone disse :- " Gnamo via, ragazzina. Vi siregalerà anco a voi un vestito e tutto il resto. Ascendete su, ma badate alla scala, che è di cristallo. " - La Brutta però nun se n' addiede dell' avvertimento, e salì all' arfasatta la scala co' su' zoccolacci in ne' piedi, sicchè la fracassò da cima a fondo ; e arrivata in salotto, quando le Fate gli domandorno : - " Che vi garba di più, un vestito di broccato e de' pendenti d' oro, oppuramente, un vestito di frustagno e de' pendenti d' ottone ? " - Lei s' attaccò subbito alla sfacciata alla robba meglio : ma per su' malanno gli conviense pigliare la peggio, perché non gliene diedano altra.
Tutta indispettita la Brutta prese il portante per andarsene ; in sull' uscio però gli disse il gatto Mammone : - " Ragazzina, se canta il gallo, tirate via ; ma se raglia l' asino, e voi voltatevi addietro, chè vedrete una bella cosa. " - Difatto, deccoti che l' asino raglia di gran forza ; e la Brutta girato il capo, tutta desio di vedere la bella cosa, una folta coda di ciuco gli viense fora dalla fronte. Disperata si messe a correre in verso casa sua, e per istrada 'gli urlava da lontano :

- " Mamma, dondò,
     Mamma, dondò,
     La coda dell' asino mi s' attaccò." -
Infrattanto la Caterina, ugni sempre più bella da quel giorno che era stata a visitare le Fate, fu vista dal figliolo del Re, che se ne innamorò tanto forte da ubbligare il Re  su' padre a acconsentirgli che lui la pigliassi per su' moglie. Le nozze viensano stabilite, e la madre e la Brutta nun ebban l' ardimento di opporsi alla volontà reale ; pure almanaccorno d' ingannarlo a bono, in nella speranza di rinuscire. Oh ! sentite quel che feciano queste du' sciaurate birbone. - Il giorno dello sposalizio la Caterina la calorno in un tino serrato che steva giù in cantina e co' su' vestiti e le su' gioje la Brutta s' accomidò da sposa, e la mamma gli radette la coda d' in sulla fronte e poi gli ravvolse il capo con un velo fitto fitto ; sicchè quando il figliolo del Re viense col corteo a pigliare la Caterina, la vecchia gli disse : - " Eccovela qui bell' e ammannita per la cirimonia, " - e gli presentò la Brutta. Il figliolo del Re steva lì per porgere la mano a quella strega trasficurita, concredendola che fussi propio la Caterina ; ma tutt' a un tratto gli parse di sentire de' rammarichii sotto terra in fondo della casa. Arrizza gli orecchi a quel lamentìo, comanda che ognuno tienga la bocca serrata e nun parli, e s' accorge che qualcuno cantava con voce piagnolente :
- " Mau maurino!
     La Bella è nel tino,
     La Brutta è 'n carrozza
     E 'l Re se la porta. " -
Il figliolo del Re allora s' insospettì, e volse che si cavassi 'l velo di capo alla sposa per vederla meglio, e subbito scoprì l' inganno ; perché alla Brutta la coda gli era di già ricresciuta un bon po' e da tappargli gli occhi. 'Gli andiede in sulle furie il figliolo del Re, e cercata la Caterina la fece sortir fora dal tino, e sentenziò che ci barbassino in nel vero mumento la vecchia e la Brutta legate assieme, e doppo, nun contento, disse che gli fussi butto addosso una caldaja piena d'olio bollente. Figuratevi che gastigo ! Quelle du' astiose creporno subbito allesse, e nun potiedan commetter più malestri. Il figliolo del Re poi sposò la bella Caterina, la menò al su' palazzo, addove camporno allegri e contenti per dimolti anni.
Stretta la foglia, larga la via,
Dite la vostra ch' i' ho detto la mia.
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In questa fiaba si rappresenta il conflitto del femminile legato a un fantasma materno negativo. Si osservi che in questa versione, diversamente che in quelle dove la rimozione dell'adulto ha operato, la persecutrice è la madre stessa: significa che è in atto una collusione tra parti invidiose, che lascia indifesa, e a rischio di morte, la parte migliore. I livelli interpretativi sarebbero molti: da una parte rimando al mio saggio su Cenerentola, dall'altra invito ad osservare come la crescita debba passare per il confronto con l'ambivalenza femminile arcaica, vale a dire le fate, che come la baba-yaga russa possono fare sia la fortuna sia la disgrazia di chi le va a trovare.
All'inizio della storia c'è una triade tutta femminile, mentre una volta cominciato il viaggio compare la figura maschile del vecchietto pidocchioso: una specie di maschile reietto, svalutato, che una volta curato amorevolmente si rivela decisivo. La riprova è che la brutta, contando sull'alleanza con la madre invidiosa come lei, lo trascura e fa così la propria rovina. Allo stesso tempo si può osservare all'opera quel sentimento di accettazione e di solidarietà che nelle fiabe è sempre un tratto dell'attante protagonista, che aiuta e ascolta e comprende senza spare quale sarà la ricompensa.  Il tratto più bello esteticamente e per significazione psicologica è costituito in questo ambito dal Gatto Mammone con i suoi gattini, figura che coniuga un tratto maschile, nel nome, e uno femminile, nel nome stesso e perché il gatto simbolizza unviersalmente il femminile.
Inutile forse ricordare il carattere fallico, e disgustoso, della coda Warwick Gobleche spunta sulla fronte della brutta, carattere che si lega bene all'invidia di queste figure femminili. La voce dei gattini che viene come da sotto terra fa pensare a un soccorso materno ctonio, risolutivo per le nozze regali. Un materno ctonio e risolutivo è ben rappresentato dal rospo Ohimè della fiaba romagnola.

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Gherardo Nerucci scrisse la sua raccolta rispettando il dettato delle sue narratrici analfabete (sotto a questa si legge: Raccontata dalla ragazza Silvia Vannucchi), ma intervenendo sul testo secondo il proprio gusto e il gusto dei suoi lettori. Alle critiche dei suoi contemporanei, che si dicevano rigorosamente fedeli alle versioni raccolte col metodo stenografico, rispose citando questo proverbio: La novella nun è bella, / Se sopra non ci si rappella.

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E' disponibile in questo sito una versione collettiva di questa fiaba realizzata nella scuola elementare.

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Vittorio Imbriani, La Novellaja Fiorentina; pp. 168-175.




LA REGINA MARMOTTA



    Si trovava in nella Spagna un bono e giusto Re, che lui ’gli aveva tre figlioli e di nome si chiamavano Gugliermo, Giovanni e Andreino; il minore di tutti gli era il più caro al padre. Il Re Massimiliano accadette che per una grave malattia perse la vista degli occhi, e per via di questa disgrazia chiamorno tutti e’ medici del Regno; ma nissuno potiede trovargli la medicina, salvo che uno de’ più vecchi gli disse: - “Lei faccia vienire qualche indovino, che lui forse potrà indovinare da qualche parte il modo della su’ guarigione.” - Il Re subbito con un bando comandò che gl’indovini fussano alla su’ presenzia e gli domandò, se loro sapevano indovinare la su’ malattia e qualche medicina bona per rinsanichirlo. Doppo avere istudiato i su’ libri gl’indovini tutti d’accordo gli risposano, che loro nun potevano e nun sapevano indovinarla la su’ malattia; ’gli era una cosa troppo difficile: ma siccome assieme con gl’indovini e’ s’era introdutto di niscosto anco un vecchio Mago, quando tutti gli altri ebban detto la sua, lui viense  ’nnanzi e chiese licenzia di parlare a su’ voglia, e disse: - “I’ so e cognosco la vostra cecità, Re Massimiliano, e la medicina per voi si trova soltanto nella città della Regina Marmotta, ed è l’acqua del su’ pozzo.” - E a male brighe il Mago ’gli ebbe profferite queste parole, sparì e nun se ne seppe più nulla.
Tutti rimasano attoniti a questa proposta e insenza fiato. Domandò subbito il Re, chi era quel Mago; ma nimo l’aveva ma’ visto né cognosciuto di que’ della Corte: a un indovino però gli parse che lui fosse un Mago delle parti d’Armenia, vienuto lì per qualche incantesimo della città in dove steva la Regina Marmotta. Dice il Re: - “Ma quest’acqua che il Mago ha detto, ci pol’essere o no in que’ luoghi lontani?” - Arrisponde uno de’ più vecchi sudditi: - “Bisogna cercarla. Insin che nun si cerca, chi ne sa nulla? Se lei, Maestà, me lo permette, i’ m’offerisco io d’andare in que’ paesi foresti.” - Scramò Gugliermo: - “Questo po’ no. Se qualcuno ha da mettersi ’n questa ’ntrapresa, deccomi qua io. È troppo giusto che un figliolo pensi al su’ caro padre. ’Gli è una fatica questa che tocca a me per il primo.” -
Domanda il Re: - “E quanto ma’ tempo ci vole per arrivarci alla città della Regina Marmotta?” - Risposano: - “Un tre mesi a un bel circa.” - “Dunque,” - disse il Re, - “caro figlio, i’ ti benedisco. Piglia quattrini, piglia cavalli, piglia pure tutto quello che t’abbisogna, e va’ pure ’n santa pace a questa ricerca dell’acqua per guarire gli occhi mia. I’ aspetterò il tu’ ritorno a gloria.” - Gugliermo, fatti i su’ preparativi, se n’andiede per il su’ viaggio; in nel porto del Regno s’imbarcò su d’una nave che partiva per l’Isola di Buda, d’indove, doppo tre ore di fermata per riposarsi, si seguitava il cammino in verso l’Armenia, e quando fu a Buda, volse Gugliermo scendere per girare in quell’isola. Deccoti, dunque, che in quel mentre che lui spasseggiava  si scontrò con una bellissima femmina di gesti amorosi e dimolto ricca di beni, e tanto si perdiede a ragionare con seco, che le tre ore passorno insenza che lui se n’accorgessi, e la nave al tempo fisso sciolse le vele e lassò Gugliermo dientro a quell’isola. Gugliermo, dapprima e n’ebbe dispiacenzia del caso successo, ma poi ’n compagnia di quella femmina lui finì con iscordassi anco del babbo; sicchè a casa nun vedendolo più arritornare doppo i tre mesi, credettano che fusse morto addirittura.
Il Re Massimiliano steva accosì in gran dolore per aver perso Gugliermo e per nun aver possuto provare l’acqua della Regina Marmotta che doveva guarirgli gli occhi; ma per consolarlo si profferse Giovanni di andare alla ricerca tanto del fratello che dell’acqua. Abbenechè al Re gli rincrescessi dirgli di sì per la paura che anco a Giovanni gli succedessi qualche disgrazia, da ultimo gli diede il permesso di partirsene; sicchè Giovanni con dimolte ricchezze montò sulla medesima nave, e in poco tempo era alle viste dell’Isola di Buda. Dice: - “Che ci si ferma qui la nave?” - Gli arrispose il Capitano: - “Sì, ci si ferma una mezza giornata per riposarsi.” - Disse in tra di sé Giovanni: - “Con dodici ore i’ sono a tempo a scendere per visitare questo paese.” - E smontò. Girando, arriva Giovanni dientro a certi ameni giardini tutti pieni di mirti, di cipressi, d’allori e di altre vaghissime piante; c’eran laghi d’acqua chiara con pesci d’ugni colore; più lontano, un bel villaggio con viali e strade allegre a perdita d’occhio, e ’n fondo poi una piazza maravigliosa con la su’ vasca di marmo bianco, e all’ingiro monumenti e fabbriche di tutte le sorta: ma quel che lo fece rimanere istupidito fu un maestoso palazzo di cristallo, contornato di colonne quale indorate e quale innargentate, che risplendeva propio com’ un sole, e addove spasseggiava il su’ fratello Gugliermo. A male brighe que’ dua si ricognobbano, si corsano incontro per abbracciarsi, e Giovanni scramò: - “Oh! perché nun sie’ tornato? No’ ti si credeva morto.” - Dice Gugliermo: - “I’ mi son trovo ’n quest’isola incantata e pare che i’ ci’ sia legato da nun poter più staccarmene di mi’ volontà.” - Domanda Giovanni: - “Ma di chi son’egli tutti questi be’ lavori che si veggono in questo logo?” - Dice Gugliermo: - “Quand’i’ ci viensi, i’ ci trovai una bellissima dama e cortese di questo paese, e ugni cosa ’gli è suo.” - Domanda Giovanni: - “E il nome della padrona?” - Arrispose Gugliermo: - “Il su’ proprio nome è Lugistella; e lei ha pure con seco una ragazza vaghissima che si chiama Isabella: se ti garba lei sarà tua.” - Insomma, con tutti questi ragionamenti de’ fratelli, le dodici ore di fermata passorno e la nave se n’andette insenza Giovanni, che nun sapendo più come fare a sortire di là, doppo un po’ di rammarichío, finì con restare assieme a Gugliermo dientro il palazzo, e anco lui nun si rammentò più di su’ padre.
Figuratevi lo sgomento del Re Massimiliano, quando passi altri tre mesi nun vedde arritornare il su’ secondo figliolo Giovanni! Dua lui n’aveva persi, e nella Corte stiedano in gran dolore per dimolto tempo: ma finalmente si fece ardito Andreino di presentarsi a su’ padre e gli disse, che lui volentieri sarebbe andato alla ricerca de’ su’ fratelli e e di quell’acqua maravigliosa per guarirlo dalla cecità. Scrama il Re a questa domanda: - “Mi vo’ dunque lassare anco te? Cieco e disgraziato com’i’ sono, ho io da restare insenza punti de’ mi’ figlioli? Nun è possibile ch’i’ ti dia questa licenzia, perché com’are’ io da fare insenza nissuno di casa mia con meco?” - Dice Andreino: - “Ma, caro padre, s’ i’ ho questi pensieri, nun è per dibandonarvi; anzi, la mi’ idea è di trovargli tutt’addua i fratelli spersi e di più di portarvi l’acqua che guarirà i vostr’occhi ammalati. Nun abbiate temenza: i’averò più giudizio di Gugliermo e di Giovanni, se a loro gli è successo qualche disgrazia per nun averne uto assai. Lassatemi andare, i’ ve ne supprico.” - Contrastorno un bel pezzo tra padre e figliolo, ma da ultimo il Re dovette accordargli a Andreino il permesso di fare la su’ volontà; sicchè ammannito tutto per il viaggio e con delle borse piene di quattrini Andreino montò sulla solita nave e con un bon vento presto ’gli arrivò all’Isola di Buda.
A male brighe, la nave fu ferma, domanda al Capitano Andreino: - “Come si chiama questo logo?” - Dice il Capitano: - “È l’Isola di Buda, in dove si trovano tante cose maravigliose e degne di esser viste. Se lei gradisce di scendere, s’accomidi pure, perché no’ si riman quì du’ giorni per riposarsi. Ma badi; nun se ne scordi d’arritornare a tempo, se lei nun vole rimanere in nell’isola com’è successo a du’ altri giovanotti dimolti mesi addietro, che nun se n’è saputo più nulla.” - Andreino da queste parole del Capitano subbito capì che lui ’ntendeva parlare de’ su’ fratelli Gugliermo e Giovanni; sicchè, più che mai ’nvaghito, scese dientro l’isola e principiò a girare per ugni verso, e tanto girò che viense a capo di ritrovare in quel bel palazzo di cristallo que’ dua sperduti. Com’era giusto, nello ’ncontrarsi si ricognobbano e s’abbracciorno di tutto core; e poi Andreino volse sapere in che mo’ s’erano scordi del babbo malato e che aspettava l’acqua per guarirlo. Dice il maggiore: - “Ma! nun si sa. E’ si viense quì come te, e ci siem rimasti per incanto, a quel che pare, perché nun è ora possibile che no’ potiamo dilontanarci. Qui ci si sta troppo bene; ognuno di noi possiede una bella signora; la mia è la padrona; Giovanni sta con la damigella di compagnía; si gode, ci si spassa sempre, siemo padroni anco noi di tutto; e se te ci da’ retta, resta anco te, che una sposa cortese, vaga ed amorosa c’è bell’e ammannita, se ti garba.” - Dice Andreino: - “Si vede che vo’ avete perso ’l cervello, che nun v’arricordate nemmanco dell’obbligo vostro in verso il padre. A me nun me ne ’mporta nulla de’ vostri spassi. I’ son partito da casa con l’idea  di trovar l’acqua della Regina Marmotta, e nun c’è ricchezza, nè piacere, nè donne al mondo che sien capaci di smovermi da questo pensieri. Il solo mio diletto sarà di poter guarire il nostro babbo, e voi vergognatevi!” - I fratelli di Andreino in nel sentirlo parlare accosì si sconturborno forte e nun gli arrisposano; bensì ingrugniti gli voltorno le stiene, e lui, innanzi che finissano i du’ giorni della fermata, ’gli era già rimonto in sulla nave; sicchè, spiegate le vele, con felice viaggio presto si ritrovò al paese dell’Armenia.
Quando fu Andreino dientro l’Armenia, per ugni parte lui domandava che gl’insegnassino addove istava la città della Regina Marmotta, ma tutti dicevano che loro nun avevan ma’ sentuto parlarne; soltanto uno, doppo girato delle settimane, ’gl’insegnò che c’era un omo che forse lo poteva sapere. Dice: - “Va’ lassù ’n vetta a quel monte: lì e’ ci abita un vecchio quanto ’l mondo, di nome Farfanello, e se lui nun la sa questa città che te cerchi, vole dire che nun si trova in nissun lato.” - Dunque Andreino con gran fatica e gran ristio ripì su quell’alta montagna e ci vedde una casuccia, e subbito picchiò all’uscio e una voce domandò: - “Chi siete? che volete?” - Dice Andreino: - “I’ sono un giovanotto e bramerei parlare al signor Farfanello” - Gli viense aperto e fu fatto passare alla presenzia di quel vecchione, che gli disse: - “Che brama questo giovane?” - Arrisponde Andreino insenza peritarsi: - “Mi ci porta qui un caso dolente. I’ ho il babbo cieco, e m’hanno assicurato che per guarirlo ’gli occorre medicarlo con l’acqua della Regina Marmotta. I’ son però vienuto da voi, perché m’insegnate addov’è la città di questa Regina.” - “Eh! caro giovane,” - scramò Farfanello, - “i’ l’ho sentuto ricordare questo logo, ma è dimolto lontano. Prima bisogna traversare un mare grande, che ci vorrà un mese di cammino almanco; e il cammino ’gli è pericoloso, perché ci si scontrano strasmisurati orsi bianchi capaci d’assaltare per insino de’ grossi navigli. In ugni mo’, un bon cacciatore nun ha paura. Ma nusciti salvi dall’ugne di questi animali, il ristio vero ’gli è nell’isola della Regina Marmotta. Quest’isola è tutta ’ncantata, e ’nsenza un fermo core nun c’è omo che possa rivienirne fora vivo. Dunque, se te il core fermo l’hai, pròvati a metterci il piedi; insennonò arritorna diviato a casa tua. Arricordati che l’isola e’ porta con seco il nome della disgrazia, perché la chiamano l’Isola del Pianto.” -
Allegro per le notizie avute, si partì Andreino dalla presenzia di Farfanello, e andato al porto di Brindisse s’imbarcò sopra una nave, e, per nun farla tanto stucca a raccontarvi i risti che ’gli ebbe, lui in fine potiede scendere all’Isola del Pianto. ’Gli era un paese tristo e disabitato; nun ci si sentiva un rumore, e Andreino camminava ’nnanzi solo insenza scontrarsi con un’anima viva. E da prima giunse alla sponda del fiume Adige e lo traversò su d’un magnifico ponte; di là ci steva ritta una sentinella con lo stioppo, ma ’gli era lì come una statua e nun parlava; poi viense a una porta e nentrò dientro a una grande e bella città; a man manca ci vedde un ciabattino che lavorava al bischetto in nell’atto di tirar lo spago, a man ritta un caffettieri che col vassojo e la chicchera serviva una donna sieduta, tutti e tre però fermi, immobili e mutoli. Corse poi Andreino per diverse strade larghe e pulite e piene di gente, quale alle finestre, quale in nelle botteghe, quale in ficura di passeggio, eppure parevano di cera, perché nun si bucicavano dal su’ posto; il simile i cavalli, i cani e tutto insomma. Alla fine Andreino, gira di qua, gira di là, viense a capitare in una vastissima piazza con in fondo un risplendente palazzo; d’attorno c’era una gran quantità di fabbriche e di porticati di marmo co’ ricordi de’ regnanti dell’Isola, e propio sulla facciata del palazzo ci steva un quadro di belle ficure scolpite da un famoso autore, e sopra, tramezzo a una raggiera e in lettere d’oro, ci si leggeva scritto: - A sua Signoria la Regina de’ Luminosi, che governa quest’Isola di Parimus.” - Scrama Andreino: - “Ma in dove sarà questa Regina? Lei dev’esser quella che chiamano la Regina Marmotta, perché dicerto dorme sempre come tutti i su’ sudditi.” - Insenza perder tempo, Andreino bucò in nel palazzo, e ripì su per lo scalone d’alabastro ’nsino a una sala tutta stucchi: ci vedde diverse porte e a una c’era al solito ritto un soldato in arme, ma fermo e mutolo incantato. Bramoso Andreino di cognoscere le maraviglie di quel logo, cominciò a girarlo per ugni verso, e doppo trascorsi dimolti appartamenti nentrò in un salone, che in mezzo aveva un vaso d’oro, e da questo vaso si partiva un ceppo di vite, che innalzandosi maestosamente su alla vólta la ricopriva di tralci, folti di pampini, gremi d’uve squisite di più colori e qualità e pendenti lungo quelle venerabili pareti: da un lato del salone, propio ’n vetta, per una gradinata di marmo si saliva a un ripiano, e sul ripiano una selva di colonne d’argento reggevano un baldacchino, e sotto al baldacchino ci steva il trono con tutte le reali ’nsegne ricche di pietre preziose. A tutte queste bellezze disse Andreino: - “Bada che mai leggiadre cose son qui! Eppure nun le gode nissuno. Oh! s’ i’ potessi godermele io!” - Ma siccome dopo tanto girellío gli era venuta a Andreino la fame a dargli noja, pensò di cercare se ci fusse come cavarsela; e difatti gli rinuscì trovare un salottino con una mensa bell’e apparecchiata con ugni sorta di bevande e di pietanze gustose e, di più, c’era sopra un tondino d’argento con quattro mela dientro. Andreino dunque mangiò e bevette allegramente e con grand’appetito, e da ultimo volse sentire anco una mela. Ma, oh Dio! a male brighe che lui la ’ngollò perdè di repente la vista degli occhi. Scrama: - “Oh! poer’a me! Che ho io a fare qui solo ’n questo deserto con questa disgrazia che mi è tocca?” - S’alza ’n quel mentre e va al muro, e a tastoni badava ’n dove steva l’uscio per sortire all’aria aperta; ma mette i piedi su d’una ribalta che si spalanca, e Andreino casca giù in un pozzo, la testa e tutto sotto l’acqua. Fu lesto però a rivienirsene a galla, e con su’ grande maraviglia s’accorgette d’aver ricuperato la luce. Dice: - “Deccola l’acqua medicinale che quel Mago manifestò a mi’ padre pe’ guarirlo. Potre’ anco pigliarla subbito e andarmene. Ma oramai che è notte, sarà meglio ch’i’ alberghi ’n questo palazzo delle delizie.” -
Dunque Andreino andette a cercarsi una cambera per dormire, e ne trovò una messa alla reale con un bel letto parato, e dientro c’era tutta ’gnuda una leggiadra e bellissima fanciulla, che pareva un angiolo casco lì dal cielo: lei però nun si mosse punto, e Andreino s’avvede subbito che doveva essere ’ncantata in nel sonno come l’altra gente della città. Stiede lui dapprima quasimente ismemoriato nun sapendo quel che gli convenisse di fare; ma finalmente, con un animo risoluto, si spogliò de’ su’ panni e si diacè a lato di quella fanciulla e se la godette tutta la notte, insenza che lei addimostrassi manco di averlo sentuto Andreino; e quando poi fu giorno chiaro e che Andreino ’gli ebbe salto il letto, lui su d’ un foglio ci scrisse accosì: - “Andreino, figliolo di Re Massimiliano di Spagna, ha dormito con suo gran contento in questo letto il 24 marzo dell’anno 203;” - e lassò il foglio sopra ’l tavolino. Doppo prendette una bottiglia dell’acqua medicinale e le tre mela avanze alla su’ cena, e sceso lo scalone d’alabastro, sortì fora con l’idea di visitare per bene quel logo maraviglioso ’nnanzi di rimbarcarsi. - Di rieto al palazzo ci vedde un amenissimo giardino e ’n fondo c’era una villa spaziosa; vi si nentrava per una porta tutta di pietra dura e co’ serrami di bronzo a spartimenti pieni di ficure; sotto la volta dell’àndito, con arte da ingannar gli occhi, vi si trovava un mosaico che copriva il pavimento, e poi seguivano du’ loggiati, uno per parte, su colonne di pietra forte spulita, co’ su’ capitelli d’oro e i palchi di legni odorosi e gemmati, e tra le travi eran quadri dipinti; e ne’ loggiati da ugni lato s’aprivano du' archi di pari ampiezza, ma di lavoro differente, con marmi e bronzi e ornati fatti da mano dotta, e da quest’archi per du’ maestose scale si montava in una sala piena zeppa di ricchezze e d’adornamenti ’nsenza numero, che troppo ci vorrebbe a descrivergli tutti. Basti sapere che nel mezzo c’era una vasca con una fonte d’acqua limpida e viva a cascate scompartite e abbondanti, e d’attorno ci stevano immobili più paggi e donzelli ’ncantati in atto di prendere il fresco; e la vasca tutta vieniva coperta da una cupola a mo’ di padiglione e a cielo azzurro tempestato di stelle d’oro, con otto statue di marmo che la sorreggevano in alto con il braccio manco, in nel mentre che con il braccio man ritto verciavano dientro il bacino otto zampilli d’acqua da un corno; e queste statue rappresentavano tante famose donne, compagne nel vestiario, ma diverse in nella faccia, ed erano, Lucrezia di Roma, Isabella di Ferrara, Elisabetta e Leonora di Mantova, Varisilla veronese, di bell’aspetto e di sembianze rare; la sesta, Diana di regno Morese e Terra Luba, la più rinomata per bellezza in Spagna, Francia, Italia, Inghilterra e Austria e più sublime per regio sangue; poi Beatrice d’angelico viso, che vedova rimanette in Ancona per la morte del marito Antipasso; e, finalmente, Doralice di Parigi; di più, nel lato destro della pomposa sala si vedeva ritto un cavallo di bronzo con sopra Ciprina Stella, e gli facevano guardia a due a due ben quattro cavaglieri valorosi, Muzio e Erciglio sostegni delle briglie, Tebaldo e Ercole Strozza sostegni delle staffe.
Quand’Andreino ’gli ebbe tutto disaminato, pensò che fusse l’ora d’andarsene e tornare a casa sua in Spagna; sicchè montato sopra la nave, prima volse scendere all’Isola di Buda e sapere se c’eran sempre i su’ fratelli; e siccome presto gli riscontrò nel medesimo logo, si mettiede con loro a chiacchierare del su’ viaggio e a raccontargli le maraviglie dell’Isola del Pianto, tutto quello che gli successe a cena e in cambera poi con la leggiadra fanciulla; finalmente disse, che lui aveva riporto con seco le mela virtudiose per accecare e l’acqua che rendeva agli occhi la vista. I fratelli a queste notizie se gli rodeva l’astio e almanaccorno il tradimento di barattargliela l’acqua a Andreino, e dare in scambio a intendere al padre che loro l’avevan trova, e tanto feciano, che gli presan la bottiglia e gli ce ne messan dientro il baule un’altra simile di colore e di grandezza; doppo dichiarorno, che loro pure volevan tornarsene a casa in compagnia delle spose. Dunque, tutti assieme, con bon vento, in pochi giorni furno in Spagna dal Re Massimiliano, e l’allegrezze che accaderno non le starò nemmanco a descrivere: gli abbracciari e i baci gragnolavano da tutte le parti, che parevan matti tutti quanti. Ma passata la prima furia, finalmente disse il Re: - “Chi di voi ha uto più fortuna?” - Gugliermo e Giovanni stiedano zitti e rispondette soltanto Andreino: - “Caro padre, la più fortuna mi pare che l’ho uta io, perché ho ritrovo i fratelli spersi e gli ho rimeni a casa; son’ito dalla Regina Marmotta e i’ ho preso l’acqua per guarirvi; e di più ho con me un altro segreto maraviglioso da farne subbito la prova.” - Tirò ’n quel mentre fora una mela e la partì nel mezzo, e ne porgette uno spicchio a su’ madre, perché la mangiassi; e la Regina, a male brighe che l’ebbe ingolla, diviense cieca per l’affatto. Dice Andreino: - “Nun vi sgomentate, chè con un po’ di quest’acqua vo’ ci rivedete lume, e anco ’l babbo riacquisterà la vista degli occhi accosì.” - Ma fu tutto inutile; l’acqua della bottiglia di Andreino non era quella bona, e a lui nun gli rinuscì farlo il miracolo, sicchè doppo aver tempestato un bel pezzo, la mamma piagneva, il babbo s’arrabbiava e lui era sgomento, e nun sapeva raccapezzarsi di questo caso; i fratelli però saltorno su a un tratto e dissano: - “Quest’accade, perché l’acqua della Regina Marmotta s’è trova noi e no lui; e deccola qui.” - E avendo loro bagnato gli occhi del padre e della madre con l’acqua vera della Regina Marmotta, gli occhi a que’ du’ vecchi gli arritornorno a vederci come prima.
I’ nun starò nemmeno a raccontarlo tutto il buggianchío che nascette: Andreino gli urlava contro a’ fratelli, chiamandogli birboni e traditori; i fratelli perfidiavano a farlo apparire per un bugiardo; e siccome in nel leticare e per la gran rabbia lui perdette il filo delle ragioni, il Re Massimiliano imbrogliato finì col credere alle parole di Gugliermo, di Giovanni e delle su’ spose, e diede il barbaro comando che Andreino fuss’ ammazzato insenza misericordia. Chiamò dunque du’ soldati e gli disse: - “Menate questo figliolo ’ngrato dientro la macchia e che sia morto, e per prova voglio che mi riportiate il su’ core. Pena la testa, se vo’ nun ubbidite.” - I soldati presano ’n mezzo Andreino e lo legorno, e il misero giovanotto in quel mentre che partiva per il su’ destino, scramò: - “Padre mio, vo’ siete ’ngannato, perché i’ sono innocente; ma presto vo’ averete a pentirvene della mi’ morte.” - Dice il Re: - “Chètati, sfacciato! Te che avevi il core di accecare insino tu’ madre, scambio di guarir me, come pretendevi. Vattene, iniquo, e che nun ti vegga più qui.” - Bisognò che Andreino i soldati lo trascinassin via e lo menorno in una macchia folta lontana molte miglia dalla città; ma quando furno lì, volse lui prima d’essere ammazzato raccontargli tutta la storia del su’ viaggio a’ soldati, e finì con persuadergli, che proprio su’ padre l’aveva ingiustamente condennato a morte per tradimento degli altri fratelli. Dice: “Lassatemi la vita, e vi giuro che i’ nun ritornerò più mai al mi’ paese.” - I soldati la cancugnavano tra la paura di perdere la testa e la brama di non verciare il sangue d’un poero innocente; finalmente domandò uno di loro: - “Che si fa?” - Arrisponde quell’altro: - “Se lui propio c’imprumette che nun ci scopre e che va via di questo paese, è più meglio contentarlo, e insennò s’ammazza.” - “Sì sì, ve lo ’mprumetto con ugni spergiuro, ch’i’ nun vi scoprirò e che me n’anderò tanto lontano, che nimo saperà mai dov’ i’ sono,” - disse Andreino; sicchè i soldati lo slegorno, e lui se ne partì sospirando e piagnendo. Allora i soldati comprorno un maiale da un contadino, e cavatogli il core, lo dettano al Re e gli fecian credere che quello ’gli era il core del su’ figliolo Andreino.
Ma ora ’gli è il tempo d’arricordarsi di quella fanciulla reale lassata da Andreino nel palazzo dell’Isola del Pianto doppo averci dormito assieme una notte insenza che lei ma’ si destassi. Doppo nove mesi se ne veddan gli effetti, perché lei parturì un bel bambino, e in nel parturirlo si scionnò, e con seco tutta la città e tutto quel paese riviense alla vita, rotto l’incantesimo con che per astio l’aveva lego la Fata Morgana. La leggiadra Regina a male brighe soccallati gli occhi, disse: - “Chi pole essere stato quello che ’gli ebbe il core di vienir sin quì a godersi delle mi’ bellezze, e accosì sciogliere al sonno ’ncantato me e tutti i cari sudditi mia?” - Una delle damigelle in nel sentire la domanda della Regina gli porgette il foglio trovo in sul tavolino, sicchè lei viense a cognoscere, che l’autore di tanto bene si chiamava Andreino, figliolo del Re Massimiliano di Spagna. Subbito la Regina scrisse al Re Massimiliano, che ’nsenza ’ndugio gli mandassi Andreino o insennonò gli arebbe mosso la guerra. Il Re Massimiliano, ricevuta che lui ebbe la lettera, fece chiamare i su’ figlioli Gugliermo e Giovanni e gliela diede a leggere. Disse: - “Qui come si rimedia? In che mo’ questa Regina sa ch’i ho uto un figliolo per nome Andreino? E la ragione perché lei lo vole laggiù con seco?” - I du’ fratelli si trovorno dimolto ’mbrogliati a rispondere; ma poi fattosi un animo per nun essere scoperti, s’intesano accosì a accenni, e Gugliermo fu quello che parlò: - “Ma queste son cose ’mpossibili a sapersi, se qualcuno nun va dalla Regina per ischiarirle. Signor padre, i’ anderò io, che la strada la cognosco, a sentire per quala ragione la Regina Marmotta pretende la persona d’Andreino.” - Subbito Gugliermo con la solita nave si mettiede ’n viaggio, e questa volta gli rinuscì facile approdare alla famosa terra, perché nun c’eran più gl’incantesimi della Fata Morgana a impedirglielo. Arrivo, si presenta alla Regina e si prova a dargli a concredere che lui è Andreino, La Regina però nun volse passare da minchiona, e principia a scalzarlo con delle domande: - “In che giorno ci vienisti qui la prima volta? La città come la trovasti allora? Noi addove ci si vedde? Che ti successe ’n questo palazzo? C’è nulla di novo ’n questa terra?” - Gugliermo non potiede arrispondere, si perdiede di coraggio e a mala pena disse qualcosa che gli aveva racconto Andreino alla spezzata, e la Regina s’accorgette addirittura che lui voleva metterla ’n mezzo e che era un bel bugiardo; sicchè lì in su’ du’ piedi lo fece arrestare e comandò che gli tagliassino ’l capo, e che ’l capo lo conficcassino a un arpione in sulla porta della città con questa scritta: - Così ’gli accade a chi è trovo ’n bugìa. - La Regina Marmotta subbito doppo riscrisse daccapo al Re Massimiliano, che, se lui nun gli mandava Andreino, vieniva con tutto il su’ esercito a movergli guerra, a bruciargli ’l Regno e distruggerlo assieme con la famiglia sua e il popolo. Il Re era sgomento, e principiò allora a pentirsi d’aver comandato la morte d’Andreino. Dice a Giovanni: - “Ma come si fa se Andreino nun c’è più? E di Gugliermo che ne sarà egli successo?” - Giovanni, per cavarlo dall’imbroglio, si profferse di andare anco lui al paese della Regina Marmotta a sentire la ragione delle su’ pretensioni; ma quando lui arrivò alla porta della città e vedde penzoloni dall’arpione la testa del su’ fratello Gugliermo, nun volse saperne altro e se ne ritornò addietro più lesto del vento, e presentatosi a su’ padre con un viso stravolto, scramò: - “Ah! padre mio, no’ siem rovinati. Gugliermo l’hanno ammazzato e i’ ho purtroppo visto la su’ testa ’n sulla porta della città della Regina Marmotta. E s’i’ ero tanto bue di nentrarci, la medesima sorte toccava anco a me.” - Dice ’l Re tra gli urli: - “Morto Gugliermo! Morto anco lui! Ah! dicerto ’gli era ’nnocente Andreino, e tutto questo mi succede per mi’ gastigo. Lui lo disse che sarebbe vienuto il tempo di pentirsene d’averlo fatto ammazzare, e il tempo è stato galantuomo e davvero ’gli è vienuto. Ma te scoprimelo tutto questo tradimento, parla chiaro, ch’i’ sappia almanco una volta la verità.” -
Dice Giovanni: - “Che vole, caro padre, fu per via delle nostre donne che s’inventò quella bugia d’aver trovo noi l’acqua della guarigione: ma la verità è, che dalla Regina Marmotta no’ nun ci s’andiede e l’acqua e’ l’ebbe Andreino, e gli s’era barattata noi nell’Isola di Buda insenza che lui se n’accorgessi.” - Scrama ’l re: - “Birboni! E io per causa vostra ho commesso l’ingiustizia di farlo ammazzare il mi’ Andreino. Ah! se nun fusse morto, nun mi troverei ’n questo ’mbroglio. Presto, chiamate que’ du’ soldati, ch’i’ senta da loro se ne sanno nulla, in dove l’hanno seppellito.” - I soldati furno chiamati alla presenzia del Re, e lui gli domandò: - “Ma che propio vo’ l’avete ammazzato il mi’ figliolo Andreino, siccome vi comandai? Vienitemi sinceri e nun avete temenza. La su’ sepoltura in dove si trova?” - A questa domanda i soldati impauriti si guardorno ’n viso e nun sapevano che rispondere: loro credevano o che il Re lo sapessi che loro nun l’avevan morto Andreino, oppure che lui gli tirassi su le calze per iscoprirgli. Il Re se n’avvedde che c’era sotto qualcosa, epperò disse daccapo: - “Gnamo, manifestate alla libbera tutto. I’ sono disposto a perdonarvi, ve lo ’mprumetto, parola di Re.” - Allora uno de’ soldati si buttò ’n ginocchioni e gli arraccontò quel che era successo, e ’n quel mentre che lui parlava a quell’altro soldato gli tremava il bubbolino dalla paura; ma il Re dalla grande allegrezza di sentire vivo Andreino e’ prendette per le mane que’ du’ soldati, e gli fece di gran feste per aver uto più giudizio e più compassione di lui, e subbito volse che s’attaccasseno i bandi a tutte le cantonate del Regno, e a chi poteva trovare Andreino lui gli arebbe dato un premio macicano; e difatto ’n poco tempo Andreino ricomparse a casa da su’ padre, e tutti parevan matti dal contento.
Appunto ’n quel mentre capitò un Ambasciatore con una lettera da parte della Regina Marmotta, che badassi bene Sua Maestà di mandare dientro un mese Andreino all’Isola di Parimus, se nun voleva davvero che gli cascassi addosso la guerra; che lei nun poteva fare a meno d’Andreino, perché lui l’aveva sposata in nel dormire e ’gli era nato un bellissimo bambino, e per questo fatto Andreino era stato quello che aveva libberato la Regina e i su’ sudditi dall’incanto della Fata Morgana; che tutto ’l popolo l’aspettava a gloria per godersi della su’ presenzia e per assistere alle nozze, dovendo Andreino diventare il Re di quelle parti: dunque che Sua Maestà Massimiliano non istéss’a cancugnarla di più. All’Ambasciatore gli feciano una lieta accoglienza, e quando ugni cosa fu ammannita per il viaggio alla reale di Andreino, lui partì e in poco tempo arrivò all’Isola di Parimus. E’ nun c’era più quel silenzio dell’altra volta, ma dappertutto chiasso e canti di gloria al libberatore della terra; quella d’Andreino fu propio un’entrata trionfale. La Regina steva quasimente sempre alla finestra per vedere la vienuta d’Andreino, e scese giù per ’ncontrarlo in sul portone del palazzo: lui la prese a braccetto e tutt’assieme anderno nella sala del trono, addove, doppo essersi la Regina sieduta alla presenzia della Corte, lei principiò a ’nterrogarlo Andreino. Dice: - “Chi siete?” - Arrisponde lui: - “I’ sono Andreino, il figliolo ultimo del Re Massimiliano di Spagna.” - Dice la Regina: - “Che ci capitasti mai ’n quest’Isola di Parimus? A que’ tempi ’gli era accosì? Che ti successe?” - Arrisponde Andreino: - “I’ ci viensi a cercar l’acqua per guarire dal male degli occhi il babbo, ora corre l’anno, e i’ dormii con voi, vaga e cortese Regina, il 24 marzo dell’anno 203. A que’ tempi questi loghi erano incantati in nel sonno, e l’isola s’addomandava però l’Isola del Pianto. Prima di partire i’ lassai il mi’ ricordo sul tavolino della vostra cambera.” - La Regina visto e cognosciuto che quel giovanotto ’gli era insenza dubbio il su’ Andreino, corse a abbracciarlo e baciarlo, scramando: - “Vo’ siete il libberatore mio e del mi’ popolo, vo’ sarete il mi’ sposo per sempre e Re!” - E ’n quel mentre dalla gran tenerezza cascò giù svienuta: ma Andreino la reggè ’n collo e accosì non ci fu altro di male. Mandorno poi a prendere il babbo e tutta la famiglia d’Andreino, e si conclusano le solenni nozze con pompe di giostre, di desinari e di feste da ballo, che ci viensano Principi, Baroni, Cavaglieri e dame da tutte le parti del mondo, e nun si sentiedano per dimolti mesi che soni e canti di gioja e contentezza. Ognuno volse festeggiare la felice libberazione dall’incanto e lo sposalizio d’Andreino con la vaga Regina de’ Luminosi. E quando l’allegria fu finita, la gente arritornò alle su’ case e Andreino rimanette a governare l’Isola di Parimus a lato della su’ Regina per tutto ’l rimanente de’ giorni che camporno. E ora,

La mi’ novella è qui finita,
Dalla mi’ mente ’gli è partita:
E questo ve lo dico, ’n cortesia,
Dite la vostra, perch’i’ ho detto la mia.
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' “Quest’isola è tutta ’ncantata, e ’nsenza un fermo core nun c’è omo che possa rivienirne fora vivo.”. Qui come altrove, il luogo incantato, lontano tanto che quasi non se ne trova notizia, dominio del femminile ne lquale si trovano i rimedi per mali altrimenti definitivi, è accessibile solo per l’attante che conosce la legge: Andreino non dimentica il padre che lo attende, a differenza dei fratelli. La fragilità della legge è rappresentata dai fratelli invidiosi, che cercano di farlo fuori, secondo il modello già presente nella Bibbia, nella storia di Giuseppe e dei suoi fratelli. Ma è immancabile il trionfo finale. Si ricordi sempre che il racconto scaturisce dall’unione meravigliosa della realtà col desiderio, come un ponte tra immaginario e simbolico. | “...da questo vaso si partiva un ceppo di vite...” Il tralcio ricorda la vite di Dioniso che copre la barca dei pirati che incauti lo hanno rapito. Dioniso con l’estasi connette la realtà con i mondi del delirio. La Regina Marmotta rappresenta anche il regno dei morti, in cui la morte è una rappresentazione psichica del femminile rispetto al quale il patriarcato deve, pena la sua morte, o la cecità edipica che la significa, esercitare un dominio, o rimuoverne l’esistenza. Tutto ciò che il patriarcato non può annettere o dominare è infero, stregato, mortifero. Ma le fiabe, come i miti, come tutto ciò che osserviamo tenendo conto della realtà psichica, mostrano che non c’è fecondità se non c’è scambio tra i due mondi. | Una mela: il frutto proibito causa la cecità, come la rottura del tabù dell’incesto nella storia di Edipo. Il gioco dei significanti è così potente che si dispone mirabilmente senza che chi racconta abbia la minima consapevolezza del suo valore simbolico. Ma l’intuizione del senso, e il beneficio del gioco, come un’utopia per la mente, di questo godiamo tutti. | “...e con seco tutta la città e tutto quel paese riviense alla vita...” : la comunicazione tra il mondo rimosso, dominato dal femminile e dalla magia, e il mondo del re con i tre figli, che obbedisce alla legge e rappresenta il simbolico, riporta la fecondità, al punto che il frutto dell’incontro, venendo alla luce, riporta la vita nel regno del femminile. | Il 21 marzo dell’anno 203 colloca la storia in una lontananza mitica, ma il giorno e il mese rimandano all’inizio della primavera, quando la natura si rinnova.

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Calvino osserva la particolarità della novella, che definisce: "...il più ariostesco racconto che sia stato dettato da bocca di popolano, figliato da non so qual sottoprodotto dell'epica cinquecentesca, non nella trama, che nelle sue grandi linee è quella d'una fiaba assai diffusa, e neppure nella fantastica geografia che era pure nei cantari cavallereschi, ma nel mondo di raccontare, di creare il 'meraviglioso' attraverso la dovizia di descrizioni di giardini e palazzi". (Calvino, Fiabe italiane, v. I, p. 30) E dopo aver detto che nella sua versione molti particolari sono sacrificati, continua notando il "...catalogo di famose beltà del passato introdotte sotto forma di statua" (ivi).
Brindisse e il fiume Adige nella geografia del narratore toscano sono ignoti e favolosamente lontani quando le terre armene della Regina Marmotta. Nella seconda metà del secolo scorso i narratori toscani parlavano dello smisurato Mar Luciano, ovvero Mar l'Oceano, l’Oceano.

J
Partendo dalla valenza cavalleresca della fiaba è possibile anticipare ai bambini delle elementari o delle medie qualche elemento dei poemi cavallereschi che studieranno successivamente, e invitare gli studenti di scuola superiore a interrogarsi sul debito che la fiaba potrebbe avere con questi poemi, o su quello che i poemi potrebbero avere con la fiaba. A differenza di quanto sembra suggerire Calvino, stabilire una direzione univoca della materia narrativa tra poema e fiaba impossibile, perché è una mito evolutivistico che ci porta a pensare che i racconti procedano nel tempo da semplice a complesso e da popolare a colto. A partire dalla fiaba sarà fecondo di spunti invitare gli alunni o gli studenti a immaginare e fantasticare per quale via il poeta colto potrebbe aver fornito al popolo analfabeta la materia narrativa per la fiaba, o da chi del popolo potrebbero aver un giorno colto temi da riversare nel loro lavoro letterario.

&
Gherardo Nerucci, Sessanta novelle popolari montalesi. Novella XLVI. Raccontata da Pietro di Canestrino operante; pp. 371-385.



LA ZINDERLAZZA
 

italiano
   
Warwick Goble
    A i era una volta un Prèinzip ch'era védev, es aveva una fiola sòula ch' era propri al so occ' drett; lú n' la vdeva quant l' era longa, es in feva un cas matt. Stà tusètta al la mandava a scola dalla piú brava mèstra ch' fúss a qui dé. La í insgnava d' far la cadnélla, e al púnt franzèis, d' far el calzètt cún i scaíon trafurá, in sómma la l' avviava un vas d' virtú : la mustrava po d' vlèiri tant al gran bèin ch' a n' s' pò dir d' piú. Mo intant al purtó al cas ch'al sgner pader turnó a torr muier, e al s' abbatté in-t-una femna aqusé maldètta, ch' a n' s' pssé truvar la cumpagna. Súbit ch' a fú in cá, sta diantra cminzò a torr in urta la povra fiastra, la i feva sèimper una zira brúsca brúsca, guardandi d' stort, la i tgneva al magnar, e fein del volt al la mantava a scola cún dèl pan sútt da qulazión. Sta povra ragazzèlla s' lamintava séimper cún la sgnera mèstra, es i cuntava tútt i su guai ; es i dseva : oh cossa sré mai stá al mi sgner pader a torla lì per muier, che m' vol tant béin, e che m' farév tant dssnom? L' avessel' pur tolta lì ch adêssla ré la mi bona mammeina, e a n' i sré in cá ste diavel, che m ' fa dar alla furtòuna. Tant seguitò a dir sta cantileina, e deila ancú e deila dman, ch' la fè saltar la voia alla mèstra d' pruvar s' la i psess ariussir. Un dé la i dess, mo fandseina, s' a cherdess ch' a vlessi far a mi mod, a n' i sré nient d' piú fazil ch' a dvintass vostra mader, mo ch' la cossa stess tra nú : e a pressi êsser bèin sicura ch' a faré cònt d' vú piú purassâ d' qula vostra madrègna cagna. La Zizola ( ch' l' aveva nom aqusé la tòusa ), ch' sinté ch' la cosa era fazil, la i saltò dèinter a pi par : mo sú pur la dis : ch' la dega pur cossa a-i ho da far, ch' s' a n' al fazz po me a m' cuntéint ch' la m' muda nom. Ch' la dega pur sú ch' a la stag ascultar cun tant d' urècc' spalancá, e a m' suttscriv a tútt quèll ch' la m' dirà Oss sú dònca, stâ bèin attèinta. Avì da aspttar ch'al sgner Pader vada fora d' cà, e quand l' è luntan avì da dir alla sgnera Mader, ch' a turessi vluntira quèll pèttenlér piú vêcc' ch' è dèinter in quèll cassòn là in-t-la guardarobba, e dsì ch' a fâ pr asparmiar st adrienn d' mora ch' avì indoss : lì ch' vré vèder ch' a fússi sèimper strazzâ, l' andarâ currènd al cassòn, es dirâ tein bein sod a cverc' vêh, e vu al tgnarì so assâ ! Mo in quèll mèinter ch' la starà zò a cul buson a pscar lé tra mêzz a quéli vstein', a vú lassai cascar al cverc' in s' la têsta,ch' la s' rumprà al coll, ch la parrâ una dsgrazia. Quand arì fatt sta cossa a savì zà ch' voster pader farev el cart falsiper vú, e vú tútt el volt ch' a v' farà del finèzz, e di simiton, e vú i avì da dir : og sgner pader ch'al tuga la sgnera mêstra per muier, quand al s' tòurna a far al spòus, che me po v' imprumètt, ch' s' a dvèint vostra mader, beata vúa pri far al e bass, es srì vú la padrôuna. La ragazzola, ch' n' aeva giudezi, n' i mess sú nè oli nè sal, es fé appunteint tútt quell ch'i aveva insgnâ qula bona zuquleina dla sgnera mêstra, e la madrègna s' n' andò a far têrra da pgnatt. I fénn al curott e ògn cossa, e la ragazza da lé e puc dé cminzò a dir al pâ, ch al spusass la sgnera mêstra. Alla prema al Preinzip lai pars tant la gran mattiria, ch al s' mess a reder es n' i dé nianc arsposta. Mo la Zizola n' sté per quèst e tútt i dé l'andava spunciunand. Spunciòuna incú, spunciòuna dman, ch'alla fètta tra ch' allòura a n' i era po tant etichètta, tra ch' la sgnera mêstra era una bêlla dunnotta,che per zio al cascò all'armòur, es tols la Carmseina, ch' l' era la mêstra ch' aveva nom aqusé, es fénn el nozz, es andònn alla cummedia, e tant alter allgrèzz. Appènna ch' sta donna fú in cà la cminzò a far blein blein la Zizola. La la feva star in cap d' tavla, e s' i dèva i miur bccon ch' i fússen, la la mandava vsté d' sèida es i feva tant i grand simiton, la i feva far al gnocc, e l' uccareina d' pasta ògn volta ch' s' feva pan, e po di castagnazzein in-t-la padêlla, ch' la saveva ch' i i piaseven tant ; in sòmma la tusètta era tant cuntèinta, ch' a n' s' prè mai dir. Mo a n' fú passâ un mèis, che qula furbazza se dscurdò al servezi che qula povra ragazzola i aveva fatt, es cminzò a torr in cà sì fioli, ch' l' aveva lì, ch' a s' era mai savú, e la fé tant cún so maré, ch' a i ciappò a vlèir un gran bèin, d' manira ch' al vdeva piú vluntira el fiastri, ch' a n' fess la fiola, e aqusé la i cminzò a cascar zò dal vall, e a poc a poc la teins zeder un dé al so bêll lêtt a una d' quel squeinzi, e dov l' era avviâ andar vsté d' sèida, i la mandavan vsté d' bucassein, perché la n' fess piú figura d' quell'-i alter ; a poc a poc vdènd che nssún i guardava più in vers i l' ardussen a star in cuseina e aqusè la passò dal baldacchein alla fuga, dal pultrunzein' al fuglar, dal cavecc' da calzèitt d' arzeint al spèid d' ferr, e l' arrivò tant innanz ch' tútt la ciamaven la Zindarlazza. Me a m' son dscurdà d' cuntar, ch' alla prema quand vegn in cà sta fêtta, la Zizola era un dé sú a un fenstròn dl' antana, es i vulò lé vsein una clumbeina, la qual i parlò digandi : Ahu Zizuleina quand t' hâ voia d' cvêll mandl' a dmandar alla Clòmba del Fad dl' isola d' Sardegna, ch' t' l' arâ súbit. Oura mo da lé a n' sò quant sttman' al vegn bisògn al Prenzip per di su traquai d' andar iúst in Sardègna ; l' andò a dmandar a úna pr úna al sòu fiastri, ch, aveven nom Vituperia, Calametta, Ciavghélla, Pasquétta, Galareina, e Basiola, cossa el vleven. La prema i dmandò un bêll tai d'abit per far al so smecco : un' altra un par d' urcein, qul' altra un bertucchein, e chi dèl blétt d' Franza, un altra un vintai, e l' ultima ch' era la piú pzeina di zuglein da tusett, in ultem al vols pur andar, pr en parèir anc da qula puvrètta dla so fiola bona, es i dmandò aqusé quasi sbuffunzandla : e te cossa vut' ? Ngòtta ngòtta al mònd, se n' ch' al m' arcmanda alla Clòmba del Fad, e ch' a i dega ch' la m' manda qualc cossa, mo ch' al guarda de n' se dscurdar, ch' a m' dspiasrev, e per qùest a i agùr ch' s' al suzzdess sta cossa, ch' a n' possa andar nè innanz, nè indrì ; ch' al s' tegna bèin a mèint quèll ch' a i deg, anma to mandga to. Al Prèinzip andò vi, es té un pzzol a trattar i su negozi. Prema d' vgnir vi al cumprò tútt quell zirandel pr el sòu fiastri, e la Zizuleina i andò vi d' méint : mo cossa ? Quand a s' fu imbarcá a n ' i fú mai vers ch' al bastimèint s' vless mover, ch' al pareva ch' al fúss incullá lé in-t-al port. Al Padròn dla barca a i vegn sú la louna ; e n' savènd cossa s' far al s' indurmintò. In quèll mèinter ch' al durmeva a s' insuniò una fada, ch i dess : O cusslein, sât perché quél to Prèinzip dl' Alba ch' i è deinter ha cumprâ tútt el garganteli ch' i ha dmandâ el sòu fiastri, e po s' è dscurdâ dèl so sangu, ch' l' é una vergògna. Al capitani dla nav se dsdò e súbit l' andò a cuntar sta cossa al Préinzip. Lú arstò tútt confus es dvintò ròss ròss, e po còurs alla grotta del Fad. es el salutò da part d' so fiola, dsèndi ch' el-i mandassen qualc galantarì. Appènna l' av parlá dett e fatt al saltò fora da una grotta la piú bêlla zòuvna ch' s' psess vèder cún du ucc' : l' aveva una vsteina d' bruccâ ch' sré stâ in pi da per lì tant erla recca, es aveva un guardinfant ch' la durò una gran fadiga a vgnir fora dalla grotta : quèsta i dess : oh bas la man a sgnerì : mo ch' moraqul è quest, mo ch' al s' metta bèin a seder, i fa bisògn d' qualc cossa ? Cossa fa la sgnera Zizuleina puvreina ? Mo però puvrèina son-ia me, mo a deg mo aqusé.... ch' al scusa béin sâl'. Oss dis ch' al la ringrazia bèin dla memoria ch' l' hà d' nú, còntra i nuster merit, e ch' a i daga sta bagatêlla, ch' la la goda pr amòur mi ; e dsènd aqusé la i dé in man una pgnatta nova cún déinter piantâ una pianta d' savurzen : po la i dé una zapptteina d' or, un calzedrein d' or, e un cverturein d' sèida, per zapparla, adaquarla e sugarla. Al Prèinzip la ringraziò e po tol sú tútt sti tatter, es andó alla nav, ch' a n' truvò piú incantá cmod a pssì bèin crèder, es arrivò al so paièis. Quand al fú a cà al dé al fiastri tútt el galantarì ch' eò-i aveven urdná, e po dé alla fiola al regal dla Fada. A sta ragazza a i pars d' avèir un liòn in cadèina tant erla in ghirigaia. La s' mess a zappar ògn dé sta savurezen, e a tusarla furmandi una bélla tsteina, e po l' adaquava, es la sugava sira e mattena, e la chersé, tant prêst ch' la dvintò in poc tèimp alta quant è una donna. Un dè ch' l' era drí a fari del zerimoni al saltò fora d' in sta pgnatta una bêlla zuvnètta, ch' era zà una fada, ch' i dess : cossa vut' Zizuleina ? E li arspous. A vré del volt andar un poc fora d' cà me el fêst, es n' em' piasrev che quelli braghiri del mi surlastri al savessen. La Fada allòura seguitò : mo te n' vu alter, bèin, ògn volta ch' a t' salta la voia d' andar a spass t' hâ da vgnir qué dalla to savurezen, e diri : Savurezen mi indurá, cún la zapptteina d' or a t' ho zappà : cún al calzedrein a t' ho adaquà ; cún al cverturein a t' ho sugá : dspúiet' te e vêstem' me e quand te t' vú dspuiar, invez de dir Dspúiet' te e vêstem' me, t' dirâ Dspúiem' me e vêstet' te. E aqusé la preina fêsta ch' vegna, el fioli dla mèstra s' cunzònn cún un bêll buché d' flur in s' al stòmg, e al dominò e el calzttein' d' seida trafurâ, cún el scarpein' da dòu dida de tmara, tútti immusc' iâ, ch' al paré d' sintir una tana d' bess, e làssel pur far a lòur in-t-al sgurars' da cap a pì, es andònn a una fêsta da ball. La Zizola, súbit ch' el-i aven vultâ i garett, còurs alla pgnatta e dess el parol ch' i aveva insgnâ la fada. Mo toppa, la s' vest vesté  in-t-un terreré, pttnâ e cumpé cmod srev una Regeina. A i cumpars po lé un brazzir e dòds pagg' ch' al paré ch' avess da intrar al Cunfalunir ; i la messen po sú in-t-una bêlla cavalleina bianca, d' quèlli ch' i disen Chiné, e la fú cundotta là dov era el sò surêll, ch' a vdèir arrivar una cossa sé magnefica el i aven a cascar morti dall' invidia. Oh va po s' el-i avessen savú chi l' era. La Furtòuna vols mo ch' a qula fèsta i fúss al Rê, al qual quand al vest una bèllezza tant strampalâ al s' n' innamurò qusè fort, ch' a n' psseva piú. Al ciamò ún di su servitur, ch' era al so cunfidèint, e i urdnò ch' al s'infurmass un pocc chi l' era e dov la steva d' cà. Al servitòur andava dmandand a tútt chi l' eram ma nssún  in saveva rêbsa, d' manìra ch' al s' appiò al parté d' tgniri dri, quand l' andava vi. In fatti quand la vegn fora lú s' arruzzò dri, mi lí ch' puzzava un poc d' furbarì, e ch' saveva al fatt so. la s' n' adé e cossa fèlla lì ? La cminzò a trar in têrra di púgn d' qui bi baiuccon nuv, ch' l' avé avú l' averteinza d' farsi dar dalla savurezen per dar del manz. Al servitòur ch' vest sta bêlla robba aqusé lusèinta a i pars mell pccâ d' lassar andar a da mal qusé bêlla grazia d' Dì. A ridì, mo ne v' maravià mega, perché la fa gòula anc a di sgnurein ch' sughen alla alla mattazza. Basta in s' quèlla ch' lú s' pers a coier sú sti quattrein lì av tèimp d' scappar a câ d' gallopp. Appénna arrivá lé dalla savurezen la dess zà el solit parol, e in-t-un attem la s' truvò cún i solit pagn innanz che quell'-i alter donn turnassem a cà. El sòu surêll po quand el fúnn turná el-i cminzònn a cuntar tútt el bêlli coss ch' el-i aveven vest, per dari bèin dsgúst, mo lì rideva sòtt saccòn. Intant mo quèll servitòur andò dinanza al Rê, es i cunfssò la veritá dsèndi ch' l' era stâ càusa qui bi baiucc ch' i avén tirâ gulein, perché an' n' aveva mai vest. Al Rê saltò in dell' furi dall' alter mònd, es i des : mo n' t' n' aré-ia dà me dòu stara, s' t' m' in dmandav, ch' a in ho di sacc là in-t-la mi zècca. Basta sta volta a t' perdoun cún al patt che st' altra fêsta t' inzègn d' savèir in tútt i mod chi è sta bêlla ragazza e dov stà d' cà ste tsor, s' in chi nò s' t' farà al barbazagn t' i pinsarâ po te. Al vegn intant qul' altra fêsta, e el surêll dòp avèir fatt tútt el sòu pulidezz, e èssersi bèin strufflunâ e lissâ per più d' trèi òur, el se vsténn tútti d' bianc ch' el parén tant clumbéin' , po s' dénn dòu dida d' biacca e d' blètt per far piú figura, es andònn vi sbuffunzand la Zizola ch' era là in s' i rustezz, ch' al pareva ch' la crudass dalla sònn. Mo appèna el fúnn zò dal scal lì còurs dalla savurezen, cún la solita cantafola. Fradì mi car al salta fora una massa d' dunzéll, chi cún al spêcc' , chi cún la caraffeina d' aqua nanfa, chi aveva el-i agòcc' , e un' altra cún al fêrr da far i rezz, un' altra aveva al pêtten e la zipria, dòu o trèi cún el vstein' , el zoi, i guant, al vintai e l' uccialein, in sòmma i la fénn tant bêlla, ch' la pareva un Sòul, e po la messen in-t-un tir a sì cùn i staffir e i pagg' cún del livré ch' sfumaven. Arrivâ in-t-la fêsta la fú la passiòn del sòu surêll e d' tútt quell'-i alter squeinzi ch' eren lé, ch' el-i arstònn tútti incantâ, e al Rê a i chersé al brusòur in-t-al stòmg, ch' a n' ve so dir. Quand fú finé la fêsta e ch' la Zizola andava vi, al servitòur s' i mess a gallòn pr en' la perder d' vesta, mo lì s' mess a còrrer quant la pssèva, e per n' êsser arzúnta la treva vì el perel, e el zoi ch' l' aveva attòuren, e quèll pover om a i pars un pan únt a coirel' sù, e al cherdeva d' êsser piú matt lú che al Rê, ch' i feva tgnir dri, s' l' avess lassâ scappar qula furtouna. Lì cún ste stratagêma l' av tèimp d' ficcars' in carrozza, d' camminar a cà e d' spuiars' in-t-al mod ch' al suleva far. Al servitòur  turnò tútt imbruiâ dinanz al Rê, e en' savé da ch' co cminzar a diri ch' a n' l' avé pssú arzùnzer. Al Rê, a i vegn tanta la maldètta rabbia, ch' al sté quasi par trari una zavatta in-t-al mustazz, e po i dess : péinsi mo te : s' t' en' trov qustì me t' darò tant i gran calz dedrì, ch' t' n' arâ zert tant pil in-t-la barba : fa mo te i tu cont s' t' i pu star, e sav bèin, ch' a n' sòn un bambozz, ch' t' m' hâ m mnâ assâ pr al nas. Prêst vegn la terza fêsta e quand el surêll fúnn andâ vi, li zà, cmod a pssì crèder, andò dalla savurezen e al suzzêss la solita fola d' nasm' in stècc, ch' la fú vsté aqusé strampalâmèint bèin, e messa in tant la gran bêlla carrozza, e purassâ servitur attòuren ch' la pareva l' Imperatriza dél gran Mogol. L' andò a far un dspêtt maldètt al sòu surêll ch' s' deven a tapein per savèir chi era mai sta gran sgnurazza aqusé bêlla, e aqusé recca. La sté  alla fêsta un pêzz e po veins vi piú prêst dèl solit' anc perché n' i fúss tgnú dri ; mo qulú dèl servitòur dél Rê, per pora ch' la n' i scappass anc sta volta, s' era attaccâ alla carozza ch' a i pareva incullâ. Quand lì vest che qustú n l' abbandunava brisa e ch' a i sré stâ dl' imbroi a purtarla fora nétta, in-t-al muntar sú la dess al cuccir tòcca, tòcca, e la carozza ' mess a correr ch' al paré ch' la vulass tant andavla fort, mo la sgnureina n' pssé saltar déinter tant prêst, ch' la intrò sebbèin la carozza andava, ma i cascò dalla gran frezza una pianêlla, ch' era la piú bêlla cossa, ch' s' psess mai vèder. Al servitòur era zà là in têrra a stramazzon al puvrètt tútt sbalurdê, ch' la carrozza fulminava e l' era zà luntan un mêzz mei quand al s' livò sú ; e n' pssènd far alter al ciappò sú la pianêlla es la purtò al Rê cuntandi la duléint istoria. Al Rê tols in man sta scarpeina dis : mo s' l' è qusé bêll al fundaméint, cossa srà mai la casa ? Oh bêlla la mi zavatteina ch' ta tgnú dèinter quéll pdein che m' dstrúzz ! Oh pdein d' qula bêlla caldarineina dov boi la veta mi ! O bêl tacctein, ch' t' fâ dvintar piú grand al mi amòur sì dida ! Aspêtta ch' a basa al per dsòtta s' a n' poss basar al per dsòuvra ; e qué basa sta scarpa cùn tant al gran gúst ch' al paré bèin ch' al basass una bêlla ragazza. E dòp averi seguitâ piú d' un òura a dir sti mattiri al fé ciamar al Scrivan d' còurt, e po al Trumbêtta es vols sintir lú sunar al terè rè, terè rè rè ; es fè trar un band, ch' tutti el donn dla zittâ avessen da andar a una fêsta e a un dsnar ch' l' aré fatt in-t-al tal dé. Vgnú al dé destinâ : Oh ch' maravèia ! Oh che cuccagna ! Al pareva ch' fúss piuvú el frittêll, e i castagnazz in-t-el tiêll. I pastezz d' maccaron eren in mêzz al tavel dèintr in dell' i òll da bugâ el piú grandi ch' s' fússen pssú truvar. Del pulpètt, del raviol, dell'-i uffêll an' ev deg po i masson ch' a i n' era, ch' a i aré pssú magnar un eserzit intir. A i vegn tútt el donn nobil e sttadein' , recchi e puvrètti. vêcci e zòuvni, bêlli e brútti, in sòmma tútti adaffatt, ch l' era un subess. Oh ch' ciaccaramèint, o ch' pladur! Quand el-i aven bèin bèin taffiâ, al Rê cún una gran pazeinzia vols pruvari la pianêlla a úna pr úna, mo a pssì crèder che pdein, che pdon, che pdaztz e quant udur divers al teins suffrir, per véder pur s' la s' addattava a nssún pê, per cgnosser quèlla ch' l' andava zercand, mo a n' i fú vers. Quand al vest ch' la n' steva bèin a nssúna, al dé in-t-i rott es se vleva dsprar, mo pur al sté paziént es dess a voi mo pruvara turnarli a invidar un alter dé ; a s' pò dar ch' a in seppa qualcdúna ammalá, o ch' fazz bugá, o ch' daga la tètta. Basta al dis : a v' preg ch' a turnadi tútti da incú e ott a far penitèinza, e s' avì a car d' cuntintarem' n' in lassâ a cà nssúna, seppia mo chi s' voia, anc qúella ch' lava i piatt. Al Prèinzip, ch' era lé e ch' aveva cundútt el sòu donn dess : A-i ho lassâ un' altra fiola mé, mo l' é tant sgarbâ ch' a la lass sèimper là in cuseina a parar innanz i rustezz, es n' è bona da ngòtta, ch' al n' è creanza a cúndurila dinanz, perché la n' al merita. Al Rê arspòus, o iúst quésta a voi ch' la seppa in cap d' lesta. Passò la stmana e al Prèinzip vegn cún la mêstra e el òu fioli cundusénd sig la Zizola ch' l' aveva fatt aggiustar alla mei. Appènna ch' al Rê la vest a i pars d' vèdri cvêll d' somiglianza, e al dess in cor so ; stà, stà, l'aré mo d' êsser quèlla lì, mo al sté quèid es en' vols dir alter per allòura. Al fé po dsnar tútt sti prrèiguli, es li fé star alligri. Quand el-i aven finé d' magnar al Rê tols fora la zavata per cminzar a pruvar a chi la steva bèin, e in sòmma a far la fola longa e curta súbit ch' al fú vers la Zizola, ch' aveva zà al pê in aria, la pianêlla saltò da per lì in t-al pê. Al Rê ch' vest una coa sè fatta tútt cuntèint, perché l' era bileina, al còurs a abbrazzarla, e po a purtò d' pèis sòtta al baldacchein, es i mess la curòuna in têsta, e po vols ch' tútt quell donn i basassen la man, dsèndi quést' è la vostra Regeina. El surêll, ch' cherpaven dalla rabbia, n' volsen nianc fars' più vèder, el-i andònn vi lotti lotti cunfssnad a so marza dspâtt : Ch' l' è un gran matt quèll ch' cuntrasta cún al zil.
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È la Gatta Cennerentola di Basile, primo testo stampato della fiaba forse più diffusa e famosa nel mondo.
Non si riporta una fiaba bolognese tradotta dal napoletano, anziché dalla tradizione popolare, per sfiducia nelle capacità inventive degli emiliani, ma per il pregio della traduzione da Basile, per mostrare come la fiaba attraversi agevolmente qualsiasi confine. Per la versione in italiano si sarebbe dovuto aspettare Benedetto Croce.
...Ch’ sughen alla alla... la ripetizione è nel testo.
...Mo lì rideva sòtt saccòn... Confrontando la traduzione bolognese con la favola di Basile, si osserva la tendenza a esplicitare ciò che l’originale napoletano lascia implicito. Il nostro piccolo lavoro per rendere in italiano le due fiabe del Pentamerone, che avevamo già tentato, con meno impegno, per Le prime fiabe del mondo, ci permette di dire che tradurre la meravigliosa lingua dello Shakespeare della favola è un’impresa quanto mai ardua e rischiosa: la ricchezza del testo è nel gioco vertiginoso dei significanti. La percezione di quanto si perde traducendo induce ad aggiungere frasi esplicative o modi di dire della lingua in cui si traduce, che forse diminuiscono l’intensità espressiva del testo. Non abbiamo tradotto la Zinderlazza, la Ceneraccia, fidando che sia possibile intenderla bene con il testo originario e la nostra versione italiana di questo.

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Da La ciaqlira dla banzola; Giornata preima, fola sêsta, pp. 58-69.

Warwick Goble

LU FIGGIU DI RE

italiano ' J


   
'Na vota cc'era 'nu figgiu di Re di Partuallu; chistu figgiu di re di Partuallu vuliennusi fari 'nu giru, si piggiau 'nu bastimientu, uommini, dinari e si nn' iju. 'Siennu luntanissimu la spiaggia, vìttunu ala vota unni jènu iddi comu 'na nuvula nìvira nìvira. Unu d'iddi accianau 'nt' 'a 'ntinna d'ô bastimientu e vitti c' 'u grannucciali ca era 'na muntagna di calamita, ca si trâva tutti li ferra d' 'e bastimienta, d' 'e varchi, e li facia anniari. Lu figgiu d' ô Re nun cci vosi crìrriri e fici sicutari a caminari. Arrivannu vicinu ddà, quantu 'ntìsinu tutti 'nu gran strepitu, e vittunu ca tutti li ciova e li ferra d' 'u bastimientu ierru a 'ppizzàrisi 'nta dda muntagna nìvira. Lu Riuzzu chi fici? si misi a natari sina ch' arrivau 'nta dda muntagna. Arrivannu ddà, si curcau e s' addummiscìu. Mentri ca durmiva, si sunnau ca cci cumparía 'n viècciu e cci dicia: - "Vidi ca cciù supra cc' è 'na statua a cavaddu, piggi 'n fierru, ti minti a scavari ê piedi di stu cavaddu, e vidi ca trovi tri lanci; sti tri lanci li tiri ô cavaddu e la statua s' arrumazza; cuomu s' arrumazza la statua vidi vèniri â vota nni tia 'nu 'nviècciu cu 'na varcuzza; tu ti cci minti e iddu ti porta unni cci dici tu; ma però nun ammuntuari lu nnomu d' ô Signuri, osannò la varca spirisci e tu t' annèj".
Comu s' arruspiggiau lu Riuzzu accianau cciù supra, e truvau 'na statua a cavaddu; scava e trova daveru li tri lanci; trâu la prima ô cavaddu, e lu cavaddu si ticuliau; cci nni trâu 'n 'àutra, e lu cavaddu stapia cadiennu; cci trâu la terza e s' arrumazzau. Comu s' arrumazzau, vitti lu vècciu 'nta mari cu la varcuzza. Dduoppu ch' aviènu fattu tantìccia di via, lu Riuzzu dissi: - "Signuri, vi rincraziu, ca mi mannâstru st' ajutu!". Diciennu accussì, la varca si misi a furriari, e affunnau. Iddu si misi a natari e arrivau 'nta 'n' isula. 'Na st' isula si misi a caminari e nun vidia àutru ca macci. Mentri ca era vicinu â spiaggia, vitti 'nu bastimientu; ad iddu cci parsi bastimientu di Turchi, e accianau supra 'na màccia pi vìrriri ch' avièunu a fari chiddi d' ô bastimientu ca sbarcarru 'nta st' isula. Vitti a 'nu 'nvècciu cu 'n picciottu bieddu, e 'na picca d'òmmini. Chisti, ô cantu d' 'a màccia unn' era accianatu chiddu, scavarru e scipparru 'na valata e scinnerru, cà cc' era 'na scala. Dduoppu 'n pizzuddu accianarru, ma cci mancava lu picciottu. Comu si nni ierru, lu Riuzzu scinníu d' 'a màccia e calau 'nta dda scala; e truvau ô picciottu ddà sutta, e cci spijau: - "Pirchì vi nni vinîstru ccà?" Chiddu cci dissi: - "Iu sugnu figgiu d'un mircanti ricchissimu. Stu mircanti dduoppu tantu tempu ch' era maritatu nun avia figgi. 'Na vota si sunnau ca cci nascía 'n figgiu, ch' arrivannu ch' avia vint' anni, 'nu Re 'n tiempu quaranta jorna l' avia a 'mmazzari". (E cci muntùa lu nnomu di lu Re di Partuallu ch' avia scinnutu ddà, e ca era cu iddu). Lu Riuzzu dissi 'ntra d' iddu: "Iu avissi a 'mmazzari stu picciuottu, e pirchì?" Stèttunu ddà tuttidui e avièunu passatu trentanovi juorna. All'urtimu juornu lu figgiu d' 'o mircanti si fici 'nu bagnu e puoi si curcau e dissi a lu Riuzzu: - "Fammi lu piaciri di dàrimi 'na fedda di muluni. Vidi ca ccà supra unni sugnu curcatu iu, cci su' cutedda; nni piggi unu." Lu Riuzzu accussì fici, ma mentri ca piggiava lu cutieddu, siccomu era iàntu misu, si stinnìu, sciddicau, e ciantau lu cuteddu 'nt ô cori a chiddu ca era curcatu. Comu vitti accussì, si misi a ciànciri, ma vidiennu ca nun c'era rimediu, si nni iju.
Camina, camina, arrivau 'nta 'n palazzu; accianau e vitti a deci, tutti deci orvi di l'òcciu drittu e vistuti tutti 'i stessi. Iddu cci spijau pirchì erunu accussì, ma chiddi cci dissinu: - "Ti purtamu cu niàutri, però di tuttu chiddu ca vidi nu nn' ha' a diri pirchì 'u faciemu". Si lu purtarru ddà supra e s'assittarru tutti a tuornu, si piggiaru 'na viria ognarunu e si mìsinu a dàrisi corpi; piggiarru 'na picca di vaggìli cini di cosa nìvira e si tincierru tutti; puoi, nni piggiarru àutri e si lavarru. Dduoppu di chistu, ciamarru ô Riuzzu e cci dissinu: - "Tu vôi sapiri pirchì semu accussì? S' 'u vôi sapiri, ti cusiemu 'nta 'na peddi di crastu, ti damu 'n cutieddu e ti minti 'nt' ô vignanu; veni 'n auciddazzu e ti càrrica e ti porta 'nta 'na muntagna; arrivannu ddà, scusi la peddi; lu riestu puoi lu vidi ddà, ma però ccà nun ti cci vuliemu, pirchì cciui di deci nun putiemu essiri".
Lu Riuzzu si fici cùsiri 'nta la peddi, e si misi 'nt' ô vignanu. Dduoppu 'n momentu vinni 'n auciddazzu, s' 'u carricau e s' 'u purtau. Arrivannu 'nta 'na muntagna lu pusau. Comu lu pusau, lu Riuzzu 'sciu lu cutieddu, scusíu la peddi, e l' auceddi si nn' iju. Lu Riuzzu si misi a caminari e arrivau 'nta 'nu ngran palazzu, ca cc' era 'nu 'ngran purticatu; trasìu e vitti centu porti. Si cci prisintarru cinquanta signurini, una cciù bedda di 'n' àutra; cci ficinu tanta festa, cci dèsinu manciari tuttu chiddu ca vulía; e si mìsiru a ballari, a cantari, e tutti sti cosi.
Dduoppu ca passaru cinquanta juorna ca era ddà, chiddi cci dissinu: - "Vi damu sti centu ciavi, ca sunu li ciavi d' 'e centu porti; niàutri ni nni iemu pi cientu juorna, ogni juornu 'rapiti 'na porta, però l'urtima non l'âti a 'rapiri". Avanti ca si nni jerru, cci lu accumannarru di nun la 'rapiri e poi si nni jerru. Lu Riuzzu ô primu juornu 'rapíu la prima porta e truvau 'nu bellu jardinu cu tutti li fiuri; ô secunnu juornu vitti 'na vasca cu tutti li pisci; ô terzu, tutti aucedda; ô quartu, 'na picca di muniti d'oru; ô quintu, 'na picca di diamanti e 'nta l'àutri tanti cosi magnifica mirè. Arrivannu ch'avièunu passatu novantanovi juorna, arristava l'urtima porta. Siccomu cc' era 'na porta tutta foderata d'oru e diamanti, la vulía 'rapiri pi vìrriri chi cc' era. Arrivannu all'urtimu juornu nun la potti tèniri, e pi 'siri curiusu 'rapiu la porta e vitti 'n cavaddu magnificu. Cci aggravaccau e lu purtau 'n cianu. Lu cavaddu nun vulìa caminari e iddu si misi a dàricci corpi; lu cavaddu si misi a furriari tunnu tunnu e lu jittau 'n terra; puoi cci dèsi 'n corpu cu la cuda e lu 'nnurvau di l'òcciu drittu. Tutt' a 'na vota si truvau davanti lu palazzu unn' erinu chiddi deci uorvi di l' òcciu drittu. Chiddi nun cci lu vòsinu, e cuomu vinni 'nu bastimentu ca jia 'nt' ô regnu di sò patri, si nni iju.
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Iu avissi a ’mmazzari stu picciuottu, e pirchì?...” Per la terza volta il principe considera se stesso superiore al destino. Nel primo caso questo suo tratto porta alla distruzione della montagna di calamita, flagello per i naviganti, nel secondo provoca il suo naufragio, nel terzo lo porta alla tragedia, e solo nel quarto, con il proprio accecamento, significante della castrazione, torna nel regno paterno . Ricorre in altre fiabe il motivo per il quale l’attante volando sul dorso di un uccello, o come in questo caso trovandosi in un mondo dominato dalla magia, non deve pronunciare il nome di Dio: ci sono luoghi dell’esperienza nei quali il significante dei significanti deve essere lasciato da parte. La fiaba, che in senso moderno nasce come genere in seno al monoteismo, rappresenta in questo caso il limite dell’onnipotenza divina, ignorando la quale si naufraga. L’attante di questa fiaba, come i suoi parenti delle Mille e una notte (“Storia delle tre dame e dei tre dervisci ciechi da un occhio“, storia cornice per molte storie, all’interno della cornice di Shahrazàd, presente in tutte le versioni delle Mille e una notte, a partire dai manoscritti trecenteschi)  pecca di hybris, considerandosi superiore al destino. In termini psicoanalitici, potremmo dire che sottovaluta la coazione a ripetere, o che tenta di evitare la castrazione. così prepara la propria rovina. A proposito di uno dei tre dervisci della storia citata, cfr. A. Gasparini, “Un istante prima di svegliarsi. Analisi della storia del principe calligrafo”.

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Questa fiaba testimonia, oltre a una delle parlate siciliane, alcuni castoni narrativo, provenienti dalle Mille e una notte, da riferire alla presenza araba nell'Isola. Usiamo il termine castone per indicare un segmento narrativo che appare parzialmente scisso dal testo e relativamente completo. Chi intende rintracciarli veda la Storia delle tre dame, in diversa collocazione nelle varie edizioni, comunque nella prima parte della raccolta araba delle Mille e una notte, e la storia di Hasan di Basra. Questa fiaba, oltre a testimoniare una parlata siciliana, testimonia uno straordinario innesto dalle Mille e una notte, e si presta a considerazioni sul passaggio, in entrambe le direzioni, fra cultura alta e bassa, fra tradizione scritta e orale. I castoni narrativi provenienti dalle Mille e una notte potrebbero riferirsi alla presenza araba in Sicilia, ma anche a una circolazione colta prima, e poi trasmessa alle balie o ai servitori e quindi assunta come parte della tradizione popolare. Usiamo il termine castone per indicare un segmento narrativo che appare parzialmente scisso dal testo e relativamente completo. | Diamo, a titolo di esempio, alcuni riferimenti.  “...Veni ’n auciddazzu...” questo movimento, come il successivo incontro con le ’belle signorine” è tratto dalla storia di Hasan di Bassora, protagonista di una lunga vicenda, che come questi attanti tende a superare i limiti: partito al seguito di un uomo che gli promette di insegnargli come trasformare in oro qualunque metallo, si ritrova cucito in una pelle di montone e portato da un uccello gigante su un altissimo monte. L’affermazione, troppo frequente, per la quale le fiabe nascerebbero orali e diventerebbero colte, è vera solo nel senso che l’oralità precede la scrittura. Non abbiamo tradizioni popolari se non scritte, e i testi popolari hanno cominciato ad approdare alla registrazione scritta almeno cinquemila anni dopo i testi colti, e ad opera di studiosi e ricercatori a loro volta colti, come Giuseppe Pitré. Per quanto ne sappiamo i motivi fiabeschi si muovono fra tradizione colta e popolare, nei due sensi: questa fiaba ne fornisce una ricca testimonianza, per chi conosca le Mille e una notte, o voglia leggerle per vedere gli stupefacenti rapporti con la fiaba siciliana. La potenza del racconto è tale che le divisioni canoniche per la sua struttura sono come le linee di confine per il vento. 

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La gerarchia tra forme narrative, che le ordina secondo criteri alto/basso, autentico/artificioso, importante/secondario, corrisponde alla gerarchia tra esseri umani, per la quale il bambino intellettualmente sarebbe un minus habens, come la donna fino a ieri, e ancora oggi in tante culture. Che si accordi un primato all'analfabeta anziché all'erudito, o viceversa, che si consideri più 'vera' la cultura dell'aborigeno australiano o quella dell'europeo contemporaneo, si compie comunque un'operazione immaginaria, che confonde il possesso di strumenti di potere, tecnici, economici, giuridici, con la dignità umana, che si basa su risorse del soggetto indipendenti da ogni gerarchia. La fiaba si presta a considerazioni sulla trasmissione, fra cultura alta e bassa, fra tradizione scritta e orale, in entrambe le direzioni. E' ancora molto diffusa la convinzione romantico-positivista, per la quale le fiabe nascerebbero orali e passerebbero poi alla versione scritta e colta, in termini evolutivistici. A partire da questo mito evolutivistico, che rivela la sua inconsistenza a chiunque approfondisca lo studio delle fiabe, nascono lamentazioni sulla perdita delle tradizioni popolari, che sarebbero innocenti e genuine, contrapposte alla cultura paludata, ma anche svalutazioni, perché le narrazioni popolari rappresenterebbero forme più primitive rispetto a quelle colte. L'insegnante saprà utilizzare questa fiaba per proporre riflessioni sulla gerarchia, apparentemente fondata, in realtà immaginaria, fra forme narrative e canoni. | La gerarchia tra forme narrative, che le ordina secondo criteri alto/basso, autentico/artificioso, importante/secondario, corrisponde alla gerarchia tra esseri umani, per la quale il bambino intellettualmente sarebbe un minus habens, come la donna fino a ieri, e ancora oggi in certe culture.

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Da Pitrè, “Fiabe e leggende popolari siciliane”, pp. 75-83. Dialetto di Ragusa Inferiore.



Warwick Goble

L' TACC' TACCUN' D' MARIA D' LEGNA

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   C' steva na famiglia, era composta di tre p'rzon'... 'nzomma ... la figlia, la mogl' e ru marit'. Chesta qua (la moglia) z'ammalatt' e ricett' vicin' a ru marit':

- S' m' mor' i', t'ara spusà chella c' tè lu rent' d'ore 'mmocca com' a me. -
Chesta, prima d' murì, chiamatt' la figlia e l' rett' stu rent' d'ore, e ... ropp' ... chesta è morta. Lu marit' eva cercann' sta femm'na ch' t'neva stu rent' d'ore 'mmocca, e la figlia, chesta, nu r'reva mai. Faceva a magnà, pr'parava a lu patre ... e nen r'reva maie a lu munne.

Nu bell' iuorn' ru patr' d' sta vagliola z' 'ncuntratt' cu nu signore ... e ricett':
- Ma p'cchè va semp' cuscì 'nguaiatate? - ricett'.
- Vaglie 'nguaiatate - ricett' - p'cchè mogliema prima d' mur&igravee;, m'è lassat' ritt' ca m'aglia spusà una ch' tè nu rent' d'ore ... ca ce l'è lassat' essa. -
E stu signore ecch' ... Gesù c' venga! ... eva ru diav'l' ... e l' ricett':
- E la tiè rent' a la casa e la va cercann'? - ricett'.
- E chi è? -
- E' figl'ta - ricett'.
- Ma chella nen rir' maie. -
- Nen t' preoccupà ca i', quand'è massera, vengh' a la casa tea ... tant' pazzie ch' facc' ... chesta l' scappa la risa e tu l' vir' lu rent'. -
Quit' ch' fa? ... la sera va e z' mett' a rir' e a ric' f'ssarie, e a vagliola ... nient', nen r'reva.
La s'conda sera l' stess'.
La terza sera po' purtatt' n'urganett' ... tant' f'ssaire ch' r'ceva, a chesta l' scappatt' la risa. E facett' ru patr':
- Eh, bella mea, m' t'haia spusà! -
- Eh ...papà, ma tu ch' dic'? -
- No! M' t'haia spusà! -
- E vvà bbuon - r'manett'n' accuscì.
Quist' z' n' iett', e cesta ecch' ... 'nzomma ... z'etta spusà lu patre. Ze spusatt' lu patr' ... la sera ca z'evena ì a durmì ... ricett' vicin' a lu patr':
- Tu mò vatt' a durmì, ca ie vengh' cchiù tard' ca m'haia lavà r' pier'. -
Quist' z' iette a durmì. Chesta 'ncalla na conca r'acqua e c' mett' r' picciun' facevan': "uh, uh, uh ... uh, uh, uh ...". Facevan': "mò vengh', mò vengh'", capeva iss' rent' a ru liett'.
Chesta che fa? Z' fa la valiggia e z' n' va ... e ru patr' asp'ttava.
Passa mezanott' e va alla cucina e ver' sta conca ch' st' picciun' ... e la figlia z' n' iett'.
Camina e camina arriva a ru palazz' de lu Re. Arriva a stu palazze de lu Re e c' steva nu serve ... ricett':
- P' piacer' - ricett' - pecchè nen ricet' alla Mestà s' l' serv' cacche serva? - ric' - So' na pov'ra sventurata. -
Iett' 'ncoppa queist' ecch' ... ricett':
- Signor Maestà c'è una povera donna qua sott', va cercann' servizie ... s' la vulet' piglià ... -
- E facet'la entrà - ricett' lu Re. - Tenemm' ru povere pollaie ca nen c' sta nisciun'. -
Va 'ncoppa chesta qua e ... ricett':
- Bongiorn' signor Maestà, l' t'net' cacche pustariegl'? -
- Scì, scì - ricett' - t'neme ru pollaie abbandunat', e t' c' m'tttemm' rent'. -
Z' la mett' là rent', chesta qua, e assist' ru pollaie, e cose ...
La matina, quand' purtava l'ova a ru palazz', ca faceva la r't'rata d'll'ova, c' steva ru Princ'p' ... chesta eva tutta sporca, sennò nen c' rev'n cumpassion' ... ieva 'ngoppa e r'ceva:
- Bongiorn' signor Maestà! -
- Bongiorn' ... com' t' chiam'? -
- M' chiam' "Tacc' taccun' d' Maria d' legna" - 'nvec' chella s' chiamava Maria.
Quist' ch' fa? Steva a pulir'z l' scarp' ... mentr' s' pulisce l' scarp', ricett' quist':
- Stasera vaglie da balle. -
Facett' chesta:
- Pecchè nen m' c' puort' pur' a me? - ricett'.
- Ma vavatten'! Addonda a ra ì, brutta zuzzosa. - E r' mena la spazzola appriess'.
Chesta z' piglia la spazzola e z' la porta.
Ru iuorne appriess' ... z' steva a lavà r' rient'. Chesta porta l'ova:
- Bongiorn' signor Maestà! -
- Bongiorn' Tacc' taccun' d' Maria d' legna! - faceva quist'.
Facett' essa ... ricett':
- Beh, stasera andò va? -
- Eh, stasera vaglie a la balle nata vota. -
- P'cchè n' m' c' puort' pur' a me? -
- Ma vir' a donda a ra ì, brutta zuzzosa! - E r' menatt' ru spazzuline, ca c' s' steva a lavà r' rient', appriess'.
Chesta z' ru piglia e z' ru porta.
Lu terz' iuorn', quand' iett' a purtà l'ova, z' steva a mett' l'ur'logge. E quand' intratt' ricett':
- Bongiorn' signor Maestà! -
- Bongiorn'... - ricett' - ma p'cchè nun t' pulisc' nu poch' ... t' lav' ... tu sci na bella ragazza -
- Uh ... signor Maestà ... rent' a ru pollaie ... ch' c' pò sta? C' sta la cacazzella, la p'rucchiella, la munn'zzella, ch' c' pò sta? ... I' a ra sta semp' sporca, s'nnò com' facc'!? Chi cummanna ch' ru pollaie ... -
Ricett':
- Li vì, tu putiss' venì a ballà. -
- E p'cchè nun m' c' puort'? -
- Camina ...1 - E l' menatt' l'urullogg'.
Chesta z' ru piglia e z' ru porta. Z' porta stu 'rullogg', e chesta può, quand' ca è la sera, chesta ch' fa? Piglia, z' pulisce per bene e iett' a ra balle ... iett' a ra balle, e mentre abbalav'n' tutt' quant', come v'rett' chesta qua, ru Princ'p' z' la piglia e z' la mett' a ballà ... e tutt' quant' rimaniett'n' ... no ...
P'nzatt': "E andò è sciuta sta bella vagliola? Andò n'è sciuta?"

Z' r' mett' a ballà, e iss' ricett':
- E come ti chiam'? E come ti chiam'? -
Prima de la mezzanott' ... ricett':
- Mi chiam' "Spazzolappress' " - e z' n' scappatt'.
Quand'è la matina ca iett' 'ngoppa a purtà l'ova, ricett':
- Bongiorn' signor Maestà! -
- Bongiorn'! -
- Beh ... ti sci divertit' ier' sera? Scì iut' a ballà? -
- Scì! Ma s' vir' ch' bella ragazza è m'nuta! -
- Eva bella? Eva bella? E comma si chiamava? -
- Eh ... si chiamava Spazzolappress' ... Oh ch' nom'! -
- Tutt' li nom' so' r' Die - facett' sta vagliola.
La s'conda sera quand' chesta, l' stess', iett' a ballà, z' m'ttett' n'atra abbite cchiù bell' ancora. Mentr' ca essa abballava, rimanev'n tutt' incantesimate ... p'cchè verev'n sta vagliola.
Quist' com' ver' chesta z' mett' a ballà ... ma prima d' la mezanott' eva sempr' riturnà alla casa, essa.
Va alla casa ... lamatina piglia l'ova e l' porta.
- Bongiorn' signor Maestà! -
- Bongiorn'! -
- Beh signor Maestà vi siete divertit' ier' sera? -
- Eh ... tant'! -
- E' m'nuta chella vagliola? -
- Eh ... era chiù bella del solite ... era bella assà proprie. -
- Ah ... ma t' piac'? -
- Eh ... scì, è bella proprie assà. -
- E com' s' chiamava? -
- Eh... si chiamava Spazzolinoappresso. -
- Oh, ch' nome! Ieri Spazzola e stasera Spazzolino. Beh - ricett' - tutt' l' nom' so' di Dio -
Ricett' quist':
- Ma ch' t' mangie tu, il giorno? -
- Eh ... che m' magn'? M' magn' l' tacc' taccun', l' tacc' taccun'. -
- E come t' l' magn'? - ric' - Rent' a ru pollaie c'è spuorch' -
- Eh ... signor Maestà, a l' tacc' taccun' c' sta la pirucchiella, la munn'zzella, la cuzz'chella ... com' vienn' m' l' magn' - ricett'.
E quir' remaneva, no.
Ecchet' ca ru terz' iuorn' essa piglia ... la sera ... e va a ballà. E z' mett' n'atr' abbit'. Va a ballà, come va là iss' nen c' v'rett' ... z' rett' a la pazza gioia. Ch' quist, quande l' rett' lu spazzuline, già cummenzatt' a immagginà ... ric' ... "La spazzula e ru spazzuline. Come va stu fatt'? E chesta non sacc' chi è".
Ricett':
- 'mbè ... com' ti chiam'? com' non ti chiam' ... -
- Mi chiam' Ur'lloggeappriess'. -
E quist' z' rett' a li furie. Essa s' n' scappatt'.
Quande fu ru iuorn' appriess', cumenzatt' a chiamà la mamma:
- Mamma, voglie l' tacc' taccun' d' Maria d' legna! Mamma, voglie l' tacc' taccun' d' Maria d' legna! -
Allora la Regina va.
- Figlie, ma tu che dic'? Penza ca là è un pollaie. E' spuorch', c' sta la cacazzella, la munn'zzella, la pirucchiella, la cuzzichella ... -
- Voglie l' tacc' taccun' d' Maria d' legna! -
Chesta puv'rella va sott'. Essa ... 'nzomma ... vutta vicin' a la porta. Quand' chesta ricett':
- Nu moment' Maestà! Nu moment' Maestà! -
P'cchè chesta quand' steva rent' a ru pullaie z' v'steva per bene ... p' nen s' fa vedè, s'innò nen r' rev'n' cumpassion' ...
Allora chesta, mod' e maniera d' z' spiccià, ca z'eva vistì n'atra vota sporca. Ascett' fore ... ricett':
- Ordinate signor Maestà! -
- Guarda ca' mio figlio l'è v'nuto voglia d' tacc' taccun'. L'aveta fa vu e c' l'aveta purtà. Mò ve raccumann', pulet'v' nu poch', sa comm'è, rent' a ru pollaie ... -
- Eh, signor Maestà, com' vienn' z' l' magna. E ch' pozz' fa? Rent' a lu pollaie c' sta la cuzz'chella la pirucchiella ... chell' com' vienn' z' l' magna. -
Chesta che fa? Piglia e faa magnà. Fa st' tacc' taccun', l' mett' rent' a na 'nzarat'rella, e sott' a la 'nzarat'rella c' mett' la spazzola. L'abberrita e l' porta 'ngoppa.
Allora quist' qua, iett 'ngoppa ... Com' levatt' la 'nzalatiera d' l' magnà, v'rett' la spazzula. E ... cchiù ssà cumenzatt' a alluccà:
- Mamma voglie l' tacc' taccun'! Mamma, voglie l' tacc' taccun'! -
E allora la mamma va tutta spav'ntata. Ric':
- Ma ch'è suciess'?
- Mamma voglie l' tacc' taccun'! -
- Ma com'? Mò t' l'è purtate. -
- Voglie l' tacc' taccun'! Voglie l' tacc' taccun'! -
Chesta ch' fa? va' n'atra vota sott' ... ricett':
- Maria, ma p' favor' - ricett - vò l'atre tacc' taccun' mio figlio;; mò, t' racumann', fall' pulit'. -
- Eh, signora Maestà, com' vienn' ze l' magna. Com' vienn' ze l' magna. Rent' a lu pollaie è tant' spuorch'. Ch pozze fa!? -
E sta puv'rella, piglia e fa l'atre tacc' taccun' e l' porta 'ngoppa. E sott' a la 'nzalatiera c' mett' ru spazzulin'. Quand' va 'ngoppa, quist' magna.
Ru iuorn' appriess' nen chiamava cchiù: "voglie l' tacc' taccun' d' Maria d' legna", ma ...
- Mamma voglie Maria d' legna! Mamma voglie Maria d' legna! -
Allora la mamma iett' ... tutta cosa.
- Ma ch' t'è succiess'? -
- Mamma i' voglie Maria d' legna. Voglie gl'atre tacc' taccun'. Va'! Va'! Vacc'l' a dic'! - (Ivi)
- Ma com'? -
- Va'! Va'! Voglie l' tacc' taccun'! -
Va sott' ... ricett':
- Maria, t' racumann' ca figl'm' vò gli atr' tacc' taccun'. -
- Eh ... signor Maestà, nen t' preoccupà. -
- Chesta ch' fa? Accappa e fa st' tacc' taccun'. Sott' a la 'nzalat'rella c' mett' l'or'llogg'. Quand' iett' 'ngoppa ... quist' ricett':
- Mamma voglie prota Maria d' legna! m' l'ara ì a piglia! Voglie Maria d' legna! -
- Chesta va sott' ... iett' lu Re e v'rett' da ru buch' d' la porta a che condizione steva chesta. Quand' iett' a ru buch' d' la porta verett' ca chesta eva na Reggina rent' a quire pollaie. Faceva la finta fatta fore, ma rent' ze vesteva comm' s' deve.
Quand' quist', lu Re, ricett':
- Maria, apre chesta porta! -
- Nu moment' Maestà. Nu moment' Maestà.
- No! Ti ho dette apre la porta, sinnò adess' scass' la porta. -
- Un moment Maestà. -
- E' inut'l' ch' tu dic': "Nu moment'! Nu moment'!" Devi uscire comm' t' trov'. -
Chesta quand' esce for' ... arr'manett' ... ricett':
- Signor Maestà, pe' cortesia, nen m'ammazzat' - ricett'.
- E pecchè? - ricett'.
- A me, m'è succies' accuscì e accuscì. Me dovett' sposà mio padre e allora i' m' n' sò scappata, e sò chiest' nu piccol' post' qua ... oh. E quind' i' m' trov' a disagie. -
- I' t'ammazz' a te? Mio figlio è sciut' pazz' p' te. A ra minì sopra. -
E ... quand'è ... la purtatt' 'ngoppa. E ... quisst' ... pò z' spusar'n'.
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La fiaba vale come testimonianza di due cose: a livello popolare l'incesto è rappresentato come agito da parte dei genitori, rispetto ai quali il giovane riesce eroicamente a sottrarsi. Rappresenta inoltre come nell'incontro con l'altro sesso si giochi la liberazione dall'incesto. Da parte del principe la scelta dello sporco di Maria contraddice la regina, egli si distacca quindi dalla madre come Maria si distacca dal padre, e la loro liberazione coincide col loro incontro (v. A. Gasparini, La luna nella cenere)

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Mauro Gioielli, Fiabe, leggende e racconti popolari del Sannio. 1993; pp. 456-462.


Warwick Goble

PETIT MENIN


  

    Na volta a j'era n'omnetin cit cit, pì cit che 'l dil marmlin ch'as ciamava Petit Menin.
Ël sò travaj a l'era col èd fé le scarpe ai grij, e pèr lòn chiel a virava sempre 'dsà e dlà. Pèr fesse sente da coj che a l'avìo damanca 'd chiel, a crijava:

"Sinch sòld e mes la sòla,
doi sòld e mes la trà,
trolla rilla rà,
sinch sòld e mes la sòla,
doi sòld e mes la trà,
trolla rilla rà".
Un bel di, antramentre a l'era lì an camin ch'a smonìa sò travaj, a son passà da lì ij làder che a l'han dije: "It veusto 'dco vnì con noi?".
"E andoa ch'i 'ndeve?" a l'ha arbatù Petit Menin.
"Andoma a robeje 'l pan al masoé ch'a l'ha apen-a falo, ven con noi e it vèddras che it saras peui nen malcontent".
Alora Petit Menin a l'é partì 'dcò chiel con lor anvers la cassin-a.
Quand che a son arivà an sèl pòst, a l'han èspetà che a fussa bin  èscur e peui, pian pian, a son arambasse a l'uss dèl grané andoa a j'era la grà dèl pan. L'uss dèl grané a l'era sarà da drinta con la ciav, e ij làder, ch'a l'avìo già pensalo prima e a j'ero mnasse Petit Menin dapress pròpi pèr deurbe l'uss, a l'han dije: "Adess noi it butoma drinta 'l pèrtus  èd la saradura; ti it intre, it deurbe la pòrta e parèj introma 'dcò noi; ma fà mach bin atension a nen fé bordel dèsnò 'l padron as dèsvija".
E parèj a l'han fàit. Petit Menin a l'é passà da la saradura, a l'ha durbì l'uss e 'dco ij làder a son intrà 'nt èl grané.
Quand che a son èstàit lì, a l'han dije a Petit Menin: "Ti ch'it ses linger; it monte an sla grà a campé giù le miche dèl pan, e noi da sota i-j butoma drinta ji sach. Ma fà bin atension a nen fé romor".
Petit Menin, quand che a l'é stàit ansima dla grà, a l'ha pensà la manera 'd fé ciapé ij làder con le man ant èl sach, e a l'é butasse a crijé: "Belessì 'd pan a-i na j'é 'd tute qualità! Col che i campo? Col èd gran? Col èd melia? O col èd barbarià?"
E ij làder da sota:
"Ma stà ciuto! Fà nen bacan! Dèsnò 'l padron an sent! Comensa con col èd gran!
E Petit Menin da dzora:
"I l'eve dit col èd melia?"
"Ma nò! prima col èd gran!".
"A sì, va bin i l'hai capì, col èd barbarià!"
"Ma nò, ma nò! I l'oma dite prima col èd gran!".
Alora Petit Menin a l'ha ancaminà a campé giù le miche an fasand un bordel da forca, tant che 'l padron a l'ha sentù e a l'é sautà giù dal let, e ij làder a l'han dovù scapé pì che ampressa pèr nen fesse ciapé, e a l'han lassà lì Petit Menin che l'avìa guastaje la frità.
Antant chiel con soe gambètte curte a l'avìa pa podù fé tanta stra; a l'era mach arivà fin-a 'nt la stala, e lì a l'era stèrmasse sota 'n bron èd fen ant la grèppia dnans ai beu.
La neuit a l'era ancora longa, e quand che a l'é stàit tut ciuto, con èl tèbbior èd la stala, Petit Menin a l'é andurmisse.
A la matin, quand ij beu a son dèsvijasse, a son butasse a mangé 'l fen, ma, ansema al fen, un beu a l'ha 'dcò mangià Petit Menin.
Apen-a a l'é stait ciàir, èl garson dèl padron a l'é andàit a giové ij beu pèr andé a lauré; e quand che a l'é arivà 'nt èl camp a l'ha tacaje al voltin peui a l'ha crijaje: "Uh! Uh!".
Ma Petit Menin da drinta a la pansa dèl beu a l'ha crijà: "Heu! Heu!".
Ël garson a l'é stàit anterdoà; chiel, lì, a l'era mach da sol; chi a l'era che a l'avìa crijà: "Heu?". Ma peui a s'é disse 'n tra 'd chiel: "Ma! A sarà mach èsmijame 'd sente".
E a l'ha torna brajà: "Uh! Uh!". E ij beu stavòlta a son partì.
Peui, vist che ij beu as n'andasìo tròp a drita a l'ha crijaje: "Tale! Tale!".
E Petit Menin da drinta a la pansa dèl beu: "Cisste! Cisste!" e ij beu a scotavo Petit Menin, e 'l garson a peudìa pì nen fene gnun bin.
Tut èsbaruvà a l'é butasse a core a la cassin-a e a l'ha dije al padron: "Mi a lauré i vado pì nen pèrchè ij beu a parlo!".
"Còsa it l'ha dit?".
"I l'hai dit che ij beu a parlo; e mi i l'hai paura; e a lauré i vado pròpi pì!".
"E già" a l'ha rèsponduje 'l padron "adess ij beu a parlaran. A son pa 'd person-e. Ora i vado mi a vèdde".
E così a l'ha fàit.
Ma quand che 'l padron a l'é stàit ant èl camp e a l'ha provà a comandé ij beu, a l'é 'dcò capitaje lòn che a l'era capitaje a sò garson!
Alora pì che ampressa a l'ha dèsgiovà ij beu e a l'ha mnaje 'nt la stala; peui a l'ha ciamà 'l garson e a l'ha dije: "It l'avìe pròpi rason, ij beu a parlo! Chi sà mai che maledission a l'avran a còl! Và mach sùbit a ciamé 'l maslé, disje ch'a ven-a sì che mi i veuj vendije ij beu, e i veuj che a-j massa sùbit, sùbit belessì: mi i veuj pa ch'a-i rivo dij maleur an mia ca".
Quand èl maslé a l'é a l'é arivà, a son butasse d'acòrdi an sèl pressi, e peui, come a l'era 'nt ij pat, a l'ha massaje belelì; a l'ha fàit ij quart e a l'ha portaje via lassandje lì le tripe.
Ël padron alora a l'ha dije a la sarventa. "Và a la bialera a lavé le buele, parèj ancheuj mangioma le tripe".
La sarventa a l'é andàita a fé 'l travaj che 'l padron a l'avìa comandaje, e a l'ha 'ncaminà a lavé le buele; ma, tut ant un moment, a l'ha sentù 'n crij: "Fà pian, fà pian che it im fas mal!". A l'era Petit Menin ch'a l'era ancora drinta a le buele e a l'avìa crijà quand che a l'era sentusse sgnaché.
Chila, sentù 'l crij, a l'é mach pi scapà a ca dal padron, sburdìa, e a l'ha dije: "Padron, padron, le buele a parlo!".
"Ebin", a l'ha rèsponduje chiel, "lassje mach sté là; le tripe i-j mangiaroma peui n'àutra vira".
Apen-a la sarventa a l'era andàita via da la bialera, a l'é passà da lì 'l luv che, sentù 'l bon odor èd buele fresche, ant un moment a l'é mangiassje tute, e parèj 'cò Petit Menin l'é andàit a finì 'nt la pansa dèl luv.
Ël luv, quand che a l'ha sentù crijé lòn, a s'é butasse a core e a scapé tant come a pudìa; ma pì 'l luv a corìa pì Petit Menin a crijava; e cor e cor, squasi ch'a-j mancava 'l fià; e antant a l'era arivà sla riva 'd na bialerassa e a l'avìa gnanca pì la fòrsa 'd sautela. A l'era fèrmasse pèr pijé 'n pò 'd fià; ma come a l'era fèrmasse, Petit Menin a l'ha tornà brajé: "Ciapé 'l luv! deje al luv! ciapé 'l luv! deje al luv!".
Ël luv pì sbaruvà 'd prima a l'ha mach pì baronà le pòche fòrse che a l'avìa 'ncora, e l'ha pijà lè slans pèr sauté la bialerassa e an fasand lè sfòrs a l'ha tirà 'n pèt e Petit Menin a l'é trovasse bele setà an sla dla bialera e l'é torna butasse a canté:
"Sinch sòld e mes la sòla,
doi sòld e mes la trà,
trolla rilla rà,
sinch sòld e mes la sòla,
doi sòld e mes la trà,
trolla rilla rà".
Ël luv, sautà la bialerassa, a l'era giumai lontan; ma a l'era sburdì a tal manera che a continuava a core, e forse a corerà ancora adess.
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La storia di Petit Menin è diffusa in tutto il mondo, e rappresenta il primato dell'umano sul ferino. In questa versione piemontese è accentuato il valore della parola, grazie alla quale l'uomo minuscolo, come ogni essere umano è piccolo di fronte al destino e alla storia, riesce a far scappare e spaventare briganti e lupi, a far rinunciare alla mangiata di trippa, e infine torna dalla sua terrificante avventura - come un mini-Ulisse di fiaba - e riprende il suo lavoro e il suo canto di calzolaio per grilli.
In senso psicoanalitico si annota solo questo: il fantasma di reinfetazione è uno dei più terrificanti, e questa fiaba rappresenta come il soggetto può venirne a capo. Il bambino dà parola, insieme a Piccolo Mino, all’angoscia dovuta alle proprie tendenze regressive. Si osservi che è grazie alla parola che il soggetto della fiaba mette in fuga i ladri, si libera dal ventre del bue e da quello del lupo.

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Nel testo un Errata Corrige avverte di un errore a causa del quale quasi tutte le "e" semimute, che dovevano essere stampate con la dieresi (
ë) figurano erroneamente nel testo con l'accento grave, mentre le maiuscole (Ë) sono stampate in modo corretto. Facciamo parte dei lettori purtroppo non in grado di orientarsi con sicurezza in questioni di questo genere: qui come altrove abbiamo pertanto optato per la riproduzione meticolosa della grafia adottata dalle diverse edizioni. Altrettanto abbiamo fatto per i segni di interpunzione.

J
Ci pare che, qui come in altre fiabe, la straordinaria varietà dei segni di interpunzione possa costituire un'occasione preziosa per l'insegnante: le regole cambiano incessantemente, e l'errore di ieri diventa la regola di oggi o di domani, o viceversa. Proporre agli alunni questo concetto li libera da un'idea rigida e paludata della lingua, e li avvicina al senso della contrattazione che, come ogni relazione, esige il rispetto delle regole e delle convenzioni, mentre la fede cieca nella perfezione definitiva delle regole vigenti costituisce un superio inutile nei processi di apprendimento. Con gli alunni della scuola dell'obbligo l'osservazione permetterà di invitare all'apprendimento delle regole di scrittura liberando il bambino dal moralismo dell'opposizione astorica giusto/sbagliato, che causa tanti errori di ortografia, spiegando che di una preziosa convinzione si tratta, non di una verità assoluta come le tavole della legge per il popolo eletto. Con gli studenti di scuola superiore si potrà invitare a una riflessione sulla maggiore o minore efficacia dei segni nel riprodurre il parlato, osservando come si tenda sempre alla soluzione più economica, più semplice. Per questa ragione è così diffusa l'abitudine fastidiosa di sospituire alla parola 'per' il segno di moltiplicazione, tanto che negli appunti degli studenti universitari ci si può trovare di fronte a forme scritte come xciò o xché, per perciò o perché, e anche + o - per più o meno. Non si può escludere che la regola di domani includa queste semplificazioni, che ogi però stanno al 'galateo' della scrittura come mangiare con le mani sta all'abitudine di usare le posate. Se lo studente viene invitato a comprendere una convenzione, una regola che risulta da un complesso patteggiamento, non si porrà di fronte ad essa come di fronte a una autorità genitoriale, castrante rispetto alla sua 'creatività'. Non esiste possibilità creativa senza consapevolezza e controllo delle regole.

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Conte, fàule e legende dla tradission popolar piemontèisa...


Warwick Goble

IS TRESGI BANDIUS

    
   
Nna borta ci fiat unu mariru e una mulleri, chi no tenianta fillus. Issa teniat unu sprigu chi dogna di domandat: - "Sprigu miu rotundinu, atra bellesa c'est in su mundu si no mei?" - "No", di narat su sprigu. Eccu chi s'incontrat gravida, benit a partudire e fait una pipia bellisgedda cantu mai. Domandat a su sprigu, comenti fiat solita: - Sprigu miu rotundinu, atra bellesa c'est in su mundu si no mei?" - "Sì, Granadina." Custu fiat su nomini de sa pipia. Issa no podia soffriri chi sa filla fiat prus bella de issa, e sempri chi domandat a su sprigu, di arrispundiat: - "Sì, Granadina." Una di zerriat unu serbidori, e di narat: - "Tui deppis fai su chi cumandu deu, o ses mortu." - "E ita?" - "Mi deppis bocciri a Granadina cun sa scusa de da portai a fai una passillara in carrozza; candu ses in mesu de sa campagna, da boccis, e po signali mi portas su dirigeddu, e una bottigliedda de sanguni." - "Ma, comenti da pozzu burlai? est giai mannittedda, tenit ott'annus." - "Basta", di ripittit issa, "o da boccis, o sa vida tua est accabara." Su serbidori attaccat sa carrozza; si poninti in camminu, e candu fianta attesu, Granadina hat nau a su serbidori: - "Naramì sa beridari; mamma mia mi bolit sperdi, no est berus? boccimi una borta chi tenis cust'ordini." - "No", di narat su serbidori, "no est berus, est po fai una passillara." Arribanta, e Granadina cund unu coraggiu: - "Boccimì. Ma puita no bolis fai s'ordini chi t'hat donau mamma mia?" - "No tengu coraggiu, prus prestu pongat su dirisgeddu asua de custa bottiglia." Issa ponit su diru, issu du segat, e prenit sa bottiglia de sanguni; apusti si du fasciat, e d'hat nau: - "Atturidi innoi chi deu di portu su pappai dogna dì." Granadina di narat chi sì, e si ndi bandat. Torrat a domu, e sa meri d'hat domandau si d'iat boccia, e issu arrispundit: - "Sissignora, e po tali signali d'happu portau sa bottiglia cun su sanguni e su dirisgeddu." - "Bravu!", di narat sa meri, e bandat a domandai a su sprigu: - "Sprigu miu rotundinu, atra bellesa c'est in su mundu si no mei?" - "Sì, Granadina." E issa narat tra ssei: - "Est morta Granadina, e narat sempri chi est issa sa prus bella, e bolit nai chi no d'hat boccia." Su serbidori dogna dì portat su pappai a Granadina; e aici fianta passaus atrus ott'annus. Un dì Granadina arroscia si ponit a girai po sa campagna e si perdit; biri de attesu comenti est una domu, sighit a camminai, e arribat, candu biri sa mesa posta cun tresgi postus, cioè tresgi bottiglias, tresgi panis, tresgi prattus, e in cusgina unu schironi de pezza po arrustiri. Girat totu sa domu, e no ci fiat nisciunus; allicchirit totu su logu, preparat sa pezza, e si pappara unu arrogheddu de dogna pani e unu diru de binu de dogna bottiglia. Apusti accabau totu, si nc' intrat asutta de unu lettu. Eccu chi beninti tresgi ominis; custus fianta bandius, candu hanti agattau totu allicchiriu su logu, su pappai prontu e unu pagheddu de binu e unu arrogheddu de pani mancanti, hanti nau: - "Innoi ci deppid' essi calinqunu pilloni, e du deppeus acciappai." - "Atturu deu", narat unu; atturat ma foras de sa porta creendi chi benghessi de sa ruga; issa bessit, fait totu comenti sa dì innantis, e si nci torrat a intrai asutta de su lettu. Beninti is bandius, incontranta totu fattu, narat: - "Ah stupidu! non ses bonu pi fai sa guardiia." - "Cras atturu deu", narat un autru. S'uncras atturat custu, e cudda fait su propriu de is atras dis. Beninti is bandius. - "Ita has fattu?" - "No happu bistu a nisciunus intrai, seu atturau senza dem i movi foras de sa porta, ma no happu poziu oberri; deppid' essi aintru, puita de sa porta no est intrau genti." - "Ba, cras atturu deu", narat su prus anzianu, su capu de is bandius, "basgi chi a meino mi burlanta." S'uncras atturat custu, ma aintru de sa domu, candu indi biri bessiri de asutta de su lettu a Granadina; fiat bella mera. Candu biri a su bandiu narat: - "Una grazia di domandu, de no mi bocciri"; e d'hat contau sa storia sua. - "Bai", d'hat nau issu, "no tengas paura chi tui has a essi trattara comenti una sorri; imoi fai totu comenti is atras dis e intradinci asutta de su lettu. Is atrus fainti su chi bollu deu, puita chi seu su prus anzianu, e mi teninti tanti rispettu comenti chi fessit babbu unzoru." Issa fait totu, e si nc'intrat asutta de su lettu. Ecci chi beninti is bandius. - "Ebbeni it' hat fattu?" - "Su pilloni d'happu cassau, fiat aintru." Pigat e indi spiccat unu crocifissu chi tenianta appiccau aund'est is lettus, du ponit asua de sa mesa, e dis narat: - "Giurai asua de custu crocifissu chi a custa picciocca chi est begna innoi d'eis a tenniri comenti una sorri."  E giuranta totus. Torrat su crocifissu aundi fiat, e da fait bessiri; candu d'hanti bista, funtiu atturaus incantaus de sa bellesa de Granadina. Di bolianta mera beni, da tenianta bestia beni, no di fianta mancai nudda. Su serbidori candu esta andau a di portai su pappai, no d'hat incontrara, e hat cretiu chi d'essinti pappara is bestias ferozis, e indi fiat mera dispragiu. Una dì Granadina di nanta is bandius: - "Bestirì beni chi ti portaus a unu paisi accanta, chi c'est una festa  e nosu beneus a ti pigai." Isdsa si bestit, e s'affacciat; in custu mentris passat una femmina chi bendiat scarpinus totu ricamaus in oru; pigat issa e da zerriat, e si ndi misurat una pariga; comenti si nd' intrat unu, di mancat su respiru; si ponit s'atru, e arrui a s'atra parti. Cussa femmina si nd'est andara; eccu chi beninti is bandius po da portai a sa festa e d'ancontranta morta, si poninti a prangi e subitu di fainti unu nicciu di fainti ponni unu birdi, e da poninti in sa porta.
Una dì passat su fillu de su rei, da pigat, da ponit in carrozza e da portat a palazzu, zerriat unu serbidori e da fait ponni in s'apposentu suu. Dogna dì, candu bessiat, lassat sa crai de s'apposentu appiccara. Una dì sa mamma iat nau: - Bollu oberri s'apposentu de fillu miu, po biri ita ci tenit, chi no biu prus bessiri." Bandat e biri cussa picciocca sdraiara in su sofà, e narat tra issa: -"Po cussu est chi no bessiat prus, teniat arresgioni"; e indiddi bogat unu scarpinu po du biri, e a sa picciocca torra su respiru. In custu mentris benit su fillu, e domandat a sa mamma puita iat obertu; sa mamma di arrispundit: - "Happu obertu po biri ita ci teniasta, chi no t'happu bistu prus bessiri; imoi ti dongu arresgioni, e bollu chi da sposis." Totu cuntentus si preparanta po su sposaliziu, sa sposa iat combinau a is bandius, puita chi d'ianta trattara beni mera su tempus chi ci fiata istettia, e no si ndi potiat scaresci. Si sposanta e atturanta in palazzu.
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La nascita della figlia implica la morte della madre. La tragica opposizione tra madre e figlia è molto rappresentata nelle fiabe antiche e popolari, e rappresenta il lato oscuro della nostra idealizzazione della donna come madre. Si osservi come i banditi di Granadina stiano al posto dei nani di Biancaneve: esseri maschili il cui rapporto con la ricchezza materna è separato dai rapporti della reggia, della comunità umana. I nani, a parte la loro connotazione fallica, estraggono dalla terra le sue ricchezze, e i banditi si appropriano di ricchezze altrui. Non essendo soggetti alle leggi consensuali, vivendo ai margini, possono dare a Granadina e a Biancaneve un tempo per crescere. Il particolare del piccolo boccone che prendono dal cibo destinato ai nani/banditi rappresenta un nutrimento non vorace, quindi bonificato in questo particolare mondo maschile, staccato dalla voracità mortifera della relazione fra madre e figlia.
(Anche per questa fiaba, v. A. Gasparini,  La luna nella cenere).
La permanenza presso i nani è stata via via interpretata, con brutalità veterofreudiana, come sessualità autoerotica, per la connessione fra i nani, i Dattili, e i Cabiri. Meno riduttivamente può esere intesa come fallicismo del soggetto femminile, al quale mancano elementi di identificazione positiva col materno.

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Consideriamo questa fiaba come una versione del tipo Biancaneve, ma non pensiamo che dipenda dalla pubblicazione della fortunata versione dei fratelli Grimm. Esiste per questa storia un modello antico, già presente nel romanzo alessandrino Hystoria Apollonii regis Tyri, dal quale Shakespeare trasse Pericles Prince of Tire.

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Novelline popolari sarde, 1890; pp. 71-75 (Dialetto campidanese)


Warwick Goble

LA BELLA DI LI SETTI CITRI

    
   
Gcherë e gnë cherë isc gnë Reggh; chi Reggh nchë chisc bij e i qa Tinzotit se na chisc bij bën të rijq për stat viet vaj. Si scùan nënt muaj pati gnë bir e riodi vajët për stat viet.
Gnë dit në tierat, vate gnë plach me gnë picer sa mjiq vajë ma vajët chisc sosur e nëmi atë Reggh; e gheggh diali cë chisc stat viet e sturi gnë bocë, e i ciaiti rogghièn. Placa e nëmi, e i qa: - "Catëmarsc la Bedda di li setti ciitri." U rit diali, e jati de' t'e martocë më gnë vajzë më ebucura e corës. Ma diali i qa: - U ca të mar: la Bedda di li setti citri." Vate diali për në corët, e scich dizzà narënza, e nca gnë ci scich e pris e digl gnë copile. Preu pran më të maden e doli gnë copile, c' isc: la Bedda di li setti citri. U puqën me vaizën, e i biri i regghit i qa: - Ti rri ctu se u vete marr gghinten time e vemi te cora ime; vaizà i qa: - "Na jot ëmë të chërcon criet ti carrone nga cu." Diàli vate té cora e tiic e i qa gghrivet se gghieti nusen, e lodët u stu sat flij e ejëma i chërcoi criet e diali carroi nusen.
Vur për mua. La Bedda di li setti citri mi gnë narënz pris dëndrin; ma dëndri nchë vic. Danz arvugamis, te cu isc la Bedda di li setti citri isc gnë crua e atiè vij gnë scave të mbloj nziren. Chëjò scave vërrechej te ujt e i ducu se isc e bucur, se la Bedda di li setti citri duchej te ujt, e i ducu scaves se isc ajò. Stu nziren e u uj te croi. Ma cur pa atë vaiz mi narënzën i pieti ci buj atiè e ajò i qa, se priis dëndrin.
E cë buri scavìa? bë té vij post la Bedda di li setti citri sat e crich. Scàvia gnë chisc gghilpur i fataarmë e ja ndenti te criet e la Bedda di li setti citri u bu zogg. Ma gnë dit në tierat i biri regghit u cuitua nca nusia, e vate t' e mirrës. Ma cur pa scaven për la Bedda di li setti citri i pieti si cle se u bu e zezë; e ajo i qa, se dìali e buri astù.
I biri regghit chieghi nusen te cora. Jerdi dita cur chisc martoscin; burri cë buj të ngrënt pa gnë zogg cë chëndoj.

"Cocu cocu di la cucina
Chi fa lu Re cu la Riggina?
Chi si pigghiau la scava
Pi la bedda di li setti citri."
Aï burr jà qa birit të regghit, e chindruan, se chisc zëjin atë zogg. Te dita pran e zun e i nzuartin gghilpurn, e zogga u bu la Bedda di li setti citri.
I biri i regghit bë të dogghën më dri të gnoma scaven; eu martua cu la Bedda di li setti citri.
Atà rruan e trasguan,
e na chëndruam si ur të sciuam.
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I caratteri greci riportati nel testo raccolto da Pitrè suonano così: c=kh; q=th; z=z; d=d.
Ha raccolto e tradotto il testo per lui, come avverte Pitrè il “...signor Gerardo Bennici in Piana de’ Greci, una delle Colonie Albanesi di Sicilia a 16 miglia da Palermo. [...] La versione italiana è fatta letteralmente, ciò che di necessità la rende un po’ inelegante; ma per questo il bravo raccoglitore, a cui attesto pubblicamente la mia viva gratitudine, invoca la indulgenza degli studiosi” (Pitrè, cit. p. 283)

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Al di là delle isole alloglotte greco-albanesi, presenti in Molise, Puglia, Calabria e Sicilia, è probabile che questa fiaba resti incomprensibile. Ma è molto godibile anche in traduzione, per la fusione e la sintesi che presenta di almeno tre fiabe del Cunto di Basile: la storia cornice, quella dei Tre cedri, e l'oblio della sposa nel principe baciato o carezzato dalla madre, presente in molte fiabe, come in Bianco Viso. Al di qua, o al di là, del gusto filologico, anche il lettore non specialista può vedere come una tradizione colta, stabilizzata dalla stampa e molto diffusa in tutto il Sud italiano, possa essere assunta con leggerezza dal racconto popolare, con variazioni e combinazioni che rispettano i valori simbolici e l'equilibrio narrativo. Valga in particolare per gli insegnanti a far loro accettare le varianti narrative dei bambini: l'esercizio del riassunto come sintesi fedele di un brano non ha molto a che fare con strutture che possono essere ricordate solo a patto di essere più o meno variate, come il sogno e come i ricordi d'infanzia. Si può dire che fiabe, sogni e ricordi d'infanzia vivono trasformandosi incessantemente, come la persona alla quale si raccontano e che le racconta.

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Giuseppe Pitrè, Fiabe..., Vol. IV, pp.285-287. (Sicilia, Piana de' Greci, 1890).



Warwick Goble

EL TREDESÌN

italiano $ & J


    Ona volta gh’era on pover-òmm. El gh’aveva trèdes fiœu, e el saveva minga come fa per dagh de mangià. On dì, el ghe dis a sti fiœu: - “Andèm in campagna, in d’on quaj sit, a vedè, se podem trovà quajghedun de podè damm on poo de pàn, on quajcoss de podè mangià.” - Reussissen a vess in d’ona campagna: là, gh’è on sit cont ona córt, e van denter. Gh’e là ona donna; e el Tredesìn el ghe dis, se la gh’aveva de dagh quajcoss, ch’el gh’aveva tredes fiœu. E lee la ghe dis: - “Pover-òmm, adess, me rincress, poss dav nient, perché bisogna, che ve sconda; perché, se ven a cà el me marì, che l’è el mago, l’è bon de mèttesadrée a mangià i voster fiœu. Donca, prima besogna, che ve metta in cantinna; e che daga de mangià a lu. E pœu dopo gh’el diròo, che ve faròo vegnì de sora e ghe daròo de mangià anca ai voster fiœu.” - Difatti, el mago, el ven a cà. El ven a cà e el dis: - “Truss trusc, odor de cristianusc.” - “Tœu el mangià, perché chi gh’è nissun de mangià.” - Quand l’ha avùu ben mangiàa, lèe la ghe dis allora: - “Sì caro ti; hoo scondùu in cantinna on pover-òmm con trèdes fiœu. Te vedet, di fiœu ghe n’emm anca nun. Sicchè, te vedet, donca, besogna dagh de mangià a quij pover fiœu lì.” - S’ciao, je fa vegnì de sora, e ghe dan da mangià a sti fiœu. E lu, el dis: - “Ben, adess, metti a dormì tucc. E mettegh in còo, ai noster de nun, la barretta bianca; e ai só de lu, ona scuffia rossa.” - E s’ciao, vann à dormì.

Lu, el Tredesein, el lassa indormentà tutti i fiœu; e pœu adasi adasi el va, el ghe tira via la scuffia di so fiœu e ghe l’ha missa in testa a i fiœu del mago; e quella, che gh’aveva i fiœu del mago, gh l’ha missa in testa a i so de lu. E lu, el mago, la mattina el se desseda, el leva sû, el va, el ciappa tutt quij della scuffia rossa e je mazza tucc e pœu via al va. E allora el Tredesìn, che stava lì a guardia, che lu, el se l’è immaginàa, che ghe stava denter quajcoss, che lu (el mago) el voreva fa quel tradiment, el ciappa i sò fiœu, je fa vestì e pœu via el scappa. La mièe del mago, la va per fa levà su i so fiœu, la je trœuva, ch’eren tutti mazzàa. Ven a cà el mago; la ghe dis: - “Cossa t’hé fàaa, ti? t’hé mazzàa tutti i noster fiœu.” - Allora el mago el dis: - “Ah quel baloss dde quel Tredesìn! l’ha capìi, che mi voreva mazzàgh i fiœu! e lu, l’ha scambiàa i scuffi e mi ho mazzàa i mè.” - S’ciao, el Tredesìn, el va, el saveva minga come podè fa per viv con tutti sti fiœu. Ven, che on servitor del Re l’ha sentùu sta robba, che era succes de sto Tredesìn; e lu ghe le conta al Re, per vedè s’el podeva dagh quajcossa a sto pover-òmm, ch’el podeva minga mantegnì i sò fiœu. E lu, el Re, el dìs: - “Sent, digh inscì: se l’è bon de andà là del mago a robà quel pappagall, ch’el gh’ha lu, che mi ghe darò ona gran sòmma.” - E lu, el Tredesìn, el dis: - “Ma coom’hoo de falla mì? Basta, provaròo d’andà là, quand el gh’è minga in càsa lu, che forsi con soa mièe poderoo robaghel.” - Difatti, el va; la gh’era, lee. L’eva lì cont in man el pappagal per portaghel via, quand càpita el mago. El mago, el ghe dis: - “Ah, te set chì adess? Te ne m’hè faa già vœunna; adess te see chì per famm quella di dò.” - El l’ha ligàa, e pœu el dis a la soa mièe: - “Guarda chì, adess andaròo a tœu l’acqua rasa, che vœuj dagh el fœugh. Ti intrettant ciappa sto bel legn chì, e la folc; e s’cèppa sto legn. Che inscì, quand vegni a cà. metti su quij legn lì e l’acqua rasa e el brusi.” - çee, sta povera donna, la ghe dava per s’ceppà sto egn, ma la stentava a s’cepall, perché l’era tant dur. El Tredesìn, allora, el ghe dis: - “Povera donna, deslighem on moment e tel s’ceppi mì; e s’ciao! dopo, te tornet a ligamm, e inscì el tò marì el ven a ca e el trœuva bell’e s’ceppàa la legna.” - Lee, le disliga; e lu, appena desligàa, corr, va a tœu el pappagall e via el scappa. Ven a casa el mago per dagh el fœugh, el trœuva, che gh’è pu nè el tredesìn, nè pappagall. Allora, el se mett a batt la mièe, perché l’ha desligàa e l’ha lassàa andà via; e el fa ona baruffa del diavol. Intrattant, lu, el Tredesìn, el va a portagh el sò pappagall al Re. El Re, el ghe dà on gran bell regal, che l’era content comè. El dis: - “Adess, te devet famen on alter. Mi desideri, che te vaghet là a robagh quella coverta, che lu el gh’ha in sul lett, che l’è tutta pienna de campanitt.” - “Cara lu, com’hoo de fà mì, a andà a tœu ona coverta, tutta pienna de campanitt?” - “E pur, te devet fa el possibel de andalla a tœu.” - Tredesìn, el va. El va là intrettant, che soa mièe (del Mago) l’era de bass a fa i sò robb; e lu, el va de sora adasi adasi cont del bombas; e l’è stàa là imbottì tutt sti campanitt per non fà, che sonassen; e pœu el s’è scondùu. A la sira, el mago, el va in lett; lu, el Tredesìn, el le lassa indormentà ben ben; e pœu el comincia a poch a poch a tirà in giò, a tirà in giò. Lu, el mago, el se desseda; el dis: - “Cosso l’è inscì, che sent la coverta a tirà giò?” - E lu, el Tredesìn, el fa: - “Gnau, gnau!” - el fa mostra de vess on gatt. El le lassa indormentà ben ben e pœu a poch a poch l’è reussì a tiraghela giò. E pœu via l’è andàa con la soa coverta. El mago, la mattinna, el cerca la coverta e la trœuva no, el la trœuva in nissun sit: - “Ah, quel balòss de quel Tredesìn, ch’el m’ha fàa quella di trè. S’el me po reussì a vegnì in man... domà, che poda reussì a aveghel in di man, mi già el mazzi, perché el me n’ha faa tropp.” - Lu, el Tredesìn, el va dal Re. El Re, el ghe dis: - “Bravo, ma te see propi bravo, te ghe see reussì. Adess te do ona gran somma, che pœu ti staree ben. Adess te devet famen on’altra: allora te set on sciòr. T’he de femen on’altra, e allore te devantet on sciòr. Te devet fà in manera, de consegnamm a mi el mago.” - “Com’hoo mai de fà? Ch’el mago adesss, s’el me ciappa, el me mazza! Basta, faroo de tutt, per fagh anca questa.” - El pensa, el se vestiss tutt divers de quell del sò sòlit, el mett ona barba finta e pœu el va là. El ghe dis a soa mièe: - “Voj! gh’è minga in cà el voster marì?” - “Sì, ch’el gh’è; adess vòo a ciamall subet.” - E el Tredesìn, el ghe dis: - “Mi sont vegnùu chì de l&ugrrave;, perché gh’hoo bisogn on piasè. L’ha de savé, che mi hoo mazzàa vun, che ghe disen el Tredesìn, e hoo de fagh la cassa e gh’hòo minga de ass de faghela. Sont vegnùu de lu a
vedè, s’el vœur minga damm di ass.” - El mago, el dis: - “Bravo, t’hè fàa ben de mazzall: te doo subet i ass. Ven chì, ven chì! Te juttaròo anca mi a falla, la cassa, per mett denter quel birbòn. Va là!...” - El ghe da di ass; e lu, el s’è misss adree, el Tredesìn, a fa la cassa. E lu, el mago, l’è semper stàa lí a guardargh adoss. L’ha preparada in manera de vess pront a podella sarà. . Quand l’ha finida: - “Adess mo sont infesciàa, perché sòo minga la grandezza, per vedè se l’andarà ben. Me par, ch’el sia grand compagn de lu, el Tredesìn. Ch’el prœuva on poo a andà denter lu, che inscì vedaroo, perché l’è grand come lu. Se la geh va be a lu, l’andarà ben anca al Tredesìn.” - “Ben, spetta, adess vo denter subeet. Guarda, guarda, se la va ben.” - Quand l’è stàa denter, el Tredesin, el mett su el coverc, e tich tach in d’on moment l’è stàa piccada giò la cassa. Però, el gh’aveva faa di bus in de la cassa per podir fiadà, perché lu l’aveva de consegnall viv al Re. El gh’aveva visin di sò amis, per jutall a portà sta cassa. Lór hin stàa là pront; e hin andàa e l’han portada là a la cort del re. Ghe l’han consegnada al Re; e el Re l’è stàa tutt content a vedè, che l’è reussìi a consegnagh el mago bell e viv. El gh’ha daa ona gran somma, che l’è stada assèe de fa el scior per tutt el temp de la soa vita.

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Il mago e sua moglie equivalgono alla coppia Orco e Orchessa, costituendo una rappresentazione della coppia Cronos Tempo e Rea Fluente. L’Orco Tempo divora tutto ciò che è umano, dal quale è potenzialmente minacciato, come si vede dal seguito della storia, e la sua sposa Orchessa Rea riesce a sottrargli una creatura, imbrogliandolo. L’Orco alla fine viene detronizzato o ucciso, o almeno privato dei suoi tesori. il re  L’avvicendarsi delle generazioni è drammatizzato da queste fiabe, nelle quali “aver fame” diventa il proprio equivalente “essere divorati”. D’altra parte, nel linguaggio comune si sentono i “morsi della fame”. La clinica ci insegna che il cannibalismo come incorporazione, arcaica quanto si vuole, delle prerogative dell’altro, non è privo di riscontri nelle patologie anoressico-bulimiche. L’incorporazione è agita come assunzione di identità attraverso la negazione dell’altro che vale la propria affermazione, in una messa in scena arcaica del motto “mors tua vita mea | vita tua mors mea”. 
[da inserire nel DB] Il motivo dello scambio del contrassegno dei figli da uccidere, per distinguerli dai propri, ha una radice lontanissima nella storia di Ino come la racconta Euripide, citata da Igino (Miti, cit.): Temisto, che Atamante aveva sposato credendo morta la propria moglie Ino dalla quale aveva avuto due figli, ebbe a sua volta due gemelli, e quando Atamante seppe che Ino era viva la fece portare alla reggia, tenendola nascosta. Temisto, volendo uccidere i figli di Ino, che credeva una prigioniera, le disse di vestire i suoi propri figli di nero e quelli di Temisto di bianco. “Ino però rivestì i suoi di bianco e quelli di Temisto con abiti scuri,, allora Temisto, ingannata, uccise i suoi e quando seppe la cosa si suicidò. Atamante poi, in un accesso di follia, uccise il proprio figlio maggiore Learco durane una battuta di caccia, mentre Ino si precipitò in mare insieme al figlio minore Melicerte e divenne una dea. In questo motivo vediamo una rappresentazione dell’invidia rivolta all’elemento fecondo dell’altro, rappresentato dai figli: l’effetto è, come sempre accade, la perdita del proprio. Sarebbe un modivo da approfondire

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Da una nota a questo testo di Vittorio Imbriani riportiamo un aneddoto razzista, che essendo del Seicento vede in posizione di supremazia il meridionale, abitante della civilissima Napoli, rispetto al settentrionale, milanese in questo caso: “ ’Na vota, cammenanno ’no cierto Felosofo de Posilleco pe’ la Lombardia, pecchè parlava napoletano chiantuto e majateco, tutte sse ne redevano. Isso po’, pe’ farele tocca’ la coda co’ li mano, decette ad uno, ca faceva lo protonquanqua: - Vedimmo ’no poco, de’ ’razia, si songo meglio li parole voste o li noste. Nuje decimmo CAPO; e buje, comme decite? - Nuje decimmo CO, - respose l’auto. - Nuie decimmo IO: e buje? - MI, - llebrecaje lo lommardo. Ora lo Felosofo decette accossì: - Di’ a la ’mpressa le parole mmeje a la lengua toja: IO, CASA, CAPO. - E lo lommardo subbeto: -  MI, CA, CO. - E si te cacò, - decette lo Napulitano, - te lo’ meretaste, pocca se dice a lo pajese, ca non è mmio: LENGUA, CA NO’ LA ’NTIENNE, E TU LA CACA. Ora vide chi parla a sproposeto, nuje o buje? - La certezza della superiorità della propria lingua è di ciascuno, e rappresenta il narcisismo di una paese o di una nazione, che fonda la propria identità sul disprezzo per la diversità dell’altro, a partire dai civilissimi greci, che chiamavano barbari, ossia balbuzienti, i  popoli stranieri. (V. Imbriani, cit., p. 341, nota c)

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La complessità delle tematiche psicologiche rappresentata da questa fiaba, molto diffusa in tante varianti, darà ai bambini occasione di rappresentare le proprie ansie arcaiche di fronte al genitore: paura della sua morte, paura che la propria crescita rappresenti la sua morte, e, contemporaneamente, desiderio della sua morte, di assumere il suo potere, di ereditare i suoi beni...

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Vittorio Imbriani, La novellaja fiorentina... pp. 340-347.



Warwick Goble

LU RE PESCE

italiano ' $ &

    Dunque,  ’na vota, un pescatò pischìa e, pescanno, peschètte un grossu pesce, che je se raccomannò e je disse: Se me ‘rbutti a mare e non me fa’ morì, te ne verrà tanto vène da fatte deventà lu piú fortunatu pescatò de lu munnu. Issu lu contentette e po’ remmollò la rete e fece  ’na tirata de pesce che cascio  ’n je la potìa fa a rcacciallo fora. Lu secunnu, lu terzu, lu quartu dì, e sempre ’n seguito, tutte grosse pescate.
’Na matina lu pesce che avìa ‘rbuttato a maro, caccètte lu musu fori dall’acqua e je disse: Me vo’ da’ fijjeta pe’ mojje?
- E perché no? issu je respose. Se essa puro è contenta, domà te la porto.
- Tu se che ha’ da fa’ se essa è contenta? Me l’ha da portà ecco a la spiaggia; pe’ lo resto ce penzo io.
La bardascia se contentètte, je la portette, e lu pisciu la  ’cchiappètte co’ la vòcca e se la strascinette, galla galla a fior d’acqua, scina a un palazzittu drento mare, do’ ce statìa ’gni grazia de Dio.
Però tutto questo ’n je potìa bastà. A trovasse sola ’n menzo a lu mare do’ ’n se vidìa nisciuna faccia de cristià, senza manco mmoccò de serva pe’ sbarattà ’che parole, e a dovesse trovà con un maritu che rjava a casa solo de notte e rpartìa a la matina de bon’ ora, adèra ’na cosa che je facìa lacerà lu core. Se decise a la fine de di’ a lu pesce se adèra contentu che je facesse vinì la sorella a fajje compagnia.
- Sci che te la porto, respose lu pesce. - Domà la vaco a pijjà.
Jètte e disse a lu patre se adera contentu de mannà quell’atra fijja a fa’ compagnia a la mojje. Quillu respose de sci, sempre co’ lu consensu de la bardascia; e, siccome questa non disse de no, la portette su la spiaggia e je facette fa lu viagghiu su la vocca de lu pesce, como la sorella maretata. Le feste che se fece’ quanno se revèdde fu’ tante e tante che ’n se ’rrïerrìa a ’ccontalle. Chi ha cose se le po’ ’mmaginà!
Passati pochi dì, la sorella menore fece a quell’atra:
- Maritutu ch’adè? Un pesciu o un cristià?
- ’N te lo saccio di’, perché rve’ sempre de notte e, a lo scuro, ’n ce rrconosco gnente.
- Lu volimo vedè?
- E come?
- Mettimo la luma drento a ’na pigna e ccuscì issu ’n se ’ccorghia de cosa.
Fu fatto come costè avìa proposto; lu pesciu, che dormìa, fu smantatu e se vidde che, immèce, era un joenottu ccuscì bellu che se sarrìa portuto beve’ in un vicchiè d’acqua. De contentezza la mojje ’n se potètte rtenè de fa’ ’na voce, anche perché, siccume era gravida, era ccuscì secura de partorì un cristià. Ma, a quella voce issu se svejjette e, inquietu, vòse sapè como adèra fatto pe vedellu, e la cognata je rispose che porbio essa era stata la curiosa e, de più, je fece vedè la pigna ‘lluminata. Credìa de ‘mmansillu, ma fece pegghio.
- Pe’ castigu - disse lu pesciu - preparete pure a fa’ fagottu. Domà te rporto da pàrtetu! - E, con tutti li pianti e li raccommannamenti de la mojje, mantenne la parola. A rmanè ’n’atra vota sola sola, ’n ce se potìa ’ccommodà, ah! ’n ce se potìa ’ccommodà!
Pe’ divagalla, lu dì dopo, lu maritu raprette ’na porta pe’ falla ’faccià da ’na finestra do’ ’n sera ’ffacciata ma’, e je fece:
- Vidi quella sfilarata de casette con su ’n cima un gran palazzu? Addè te ce porto e te lasciu su la spiaggia. Se ’stasera quanno te vengo a rpijjà, ’n te ce trovo, è segnu che sci rmasta su lu palazzu de lu re, oscìa a casa de vabbu e mamma, che è tanto che me cerca e vo’ conosce la mojje mia; ma non sa’ che le streghe m’ ha fattu deventà pésciu.
Ce la portètte e ce la lascètte. Essa se mise a caminà e solo se jese fermanno do’ potìa chiacchierà mmoccò. A certe donne che tessìa, domannette:
- Tu che tessi, bella donna?
- Faccio li fasciatù pe’ lu nepote de lu re, quanno nasce.
- E tu?
- Tesso le fasce pe’ lu nepote de lu re, quanno nasce.
- E tu?
- Tesso li lenzolitti pe lu nepote de lu re, quanno nasce.
- E tu?, dice a un falegname, che fatighià fora de la bottega.
- Faccio la cuna per lu nepote de lu re, quanno nasce.
- E do’ sta lu re?
- Lu re e la reggina sta ’n quillu palazzu; ma lu fijjiu co’ la mojje s’è persi e niscuna l’ha potuti strovà.
E allora pe’ chi fatighette? Fatighemo pe’ fa trovà tutto pronto quanno chidiù riescirà a rportajjelï, perché lu re j’ha promisto un grossu premiu e addè ha mannato ’na massa de jente a cercalli pe’ tuttu lu munnu e pe’ tutti li mari.
’Rtriata su lu palazzu, ’lla pora crista, che avìa fame, vidde che lu re su lu portò de casa e je chiese la limosina; ma quillu se rvortette de ’na parte o perché non capì o perché non je piacìa a falla. Successe che essa ’lla mossa se la pijjette pe’ ’n affruntu, e quannu li servimenti, che avìa visto e sentito tutto, pe’ compasciò je portette un piattu de minestra e un atru de ciccia, non vòse magnà cosa e rmanette tutto là la cucina.
Disse’ li servi a lu patrò: Sa’ che è successo? Scimo dato, se po’ di’ levannocelo de la vòcca, un piattu de menestra e un autru de ciccia a quella donna che t’ha chiesti la limosena, e essa no’ l’ha voluto. Capisci che donna superbia?
Respose lu re: pijjete la scopa e tocchetela via!
Li servi vòse ’bbidì a lu patrò; ma, ’n queillo momentu che java’ pe’ mannalla fora, trovette che se torcìa pe’ le doglie de la partorenza. Allora queilli recorre da lu re.
- Sacra maetà, qualla donna se fijjia.
- Portètela su lu lettu, chiamàteje la mammana e dàteje aiuta.
Vinne la mammana, nasciò un bellu maschiu, e tutti jette d’accordu, a capu la reggina, a da’ l’assistenzia a quella che avìa partorito. ’Gni tanto però la reggina je domannìa: E maritutu d’ sta? Chiadè? Perché non je fa’ sapè che sei fijjata?
Essa se scusia ora co’ ’na rajò, ora co’ ’n’atra, tanto che se finì pe’ crede che fusse una de quelle femmene de quattro a paulu!
A la sera lu pesciu, com’era promisto, se trovette prontu su la spiaggia pe’ rportasse a casa la mojje; e, quanno, ’spetta ’spetta, vidde ca non vinìa mai, capì subbeto che adèra rmasta su lu palazzu e jette a trovala passanno pe’ ’na vuscia, che issu conoscìa, senza fasse vedè da le persò. La contentezza che provette quanno vidde che s’era fijjata e che j’era fattu un bellu maschiu, grassu e tuttu e co’ li capijji roscitti e ricci vome un bambinellu de lu presebbiu senza che ve la dico, la potette ‘mmaginà. Rmase con essa tutta la notte, je fece bona assistenzia e po’, appena sonata l’arba, ce mise lu filu.
A la sera pe’ lo tardo, quanno rebboccò, siccome su da capo a lu lettu de la mojje ce statìa ’na lampada, cominciò a di’:
- Bona sera, bella lampa, e bona notte, mojje mia; come te se porta lu re e la reggina?
Respose la mojje: Se li galli non cantèsse, se le campane non sonèsse, se la regina tutto sapesse, che ne sarrìa de me?
La sera dopo, quell’atra pure, e quell’atra appresso, la stessa filastrocca de tutti e du’, tanto che li servimenti, che senti’ chiacchierà, se mise co’ le ’recchie accanto a la porta de la stanzia pe’ capiì le parole che se dicìa. Allora disse: ecco la mejjo cosa è de referì ’gni cosa a lu patrò che, Dio liberi! ce caccerìa tutti se venesse a scoprì che, de notte, ’bbocca le persò drento a lu palazzu senza potè capì da che parte passa. E jette’ davveri a raccontajje tutto.
Lu re rmase ’ncantatu e po’ ’ddimannò: che dice?
- L’omu dice: bona sera, bella lampa, e bona notte, mojje mia: come te se porta lu re e la reggina? E la donna je responne: se li galli non cantèsse,  se le campane non sonèsse, se la regina tutto sapesse, che ne sarrìa de me?
- Ma de do’ rrentra lu maritu? È segno che voiatri a la sera no’ rchiudete lu portò e però meretete che ve caccio via!  Sciampètevene quanti scète d’ecco ’ttorno!
- Ma se lu portò, la porta du jiardì e tutte l’atre porte le ’nchiavemo e ’ncatorcemo ’gni sera a l’Avemmaria!...
- Bbe! Stasera staco a vedè se dicete la verità; se no, fori tutti e tajju de testa!
- Tajjacela pure se dicimo la vuscìa.
Appena sonata l’Avemmaria, lu re jese a vedesse lu fattu so e potette persuadesse che tutto java in regola. Mancava a verificà se quillu ’bboccava e se chidiù je fusse raperto a notte tarda; ma perché questo non fusse potuto succede’, se portette su la camera lu mazzu de le chiave. Intanto ordinò a li servimenti che fusse stati in vejja e l’avesse chiamatu appena sentìa’ chicchierà. Se vuja - je disse - je la facète a famme ’cchiappà lu merlu su la trappola, ve darrò un grossu premiu a testa.
Penzètte li servi tra de lora: lu re, che tantu avaru, promette li premi perché ’mmagina de non potelli pagà mò che s’ha portato su la stanzia lu mazzu de le chiave; ma vederà che je toccherà a dacceli! Nuatri se che avìmo da fa’? Armèmece de vastú e, appena comènza la conversaziò tra maritu e mojje, mannìmo per aria la porta de la camera e dèmeje addosso pe’ portallu legatu ’n faccia a lu patrò. No, respose cert’atri. Issu non ha ditto che lu fussimo chiamatu? Dunque venga issu a spicciassela co’ sta carogna che ’se po’ capì da che parte ’bbocca. Tutt’al piú je darremo addosso co’ ’sti maganelli se je avesse da rvotà. Tutta ’na momenta (era cascio la menzanotte), zitti!... ecculu!... corrète a chiamà lu re... - Corra, Sacra Maestà, corra, ché ce lu ’cchiappi!...
Lu re, co’ la sciabbola su le ma’, benché vecchiu, zompa ju pe’ le scale a quattro a quattro; co’ ’na forte spinta de tutti, manna per aria la porta e se trova davanti a un grossu pesciu, che cerchìa de fugghià. Successe intanto che, con quella fuga e con quella rabbia, ’na botta de sciabbola je fece fa’ u’ sgrizzu de sanguo, e allora lu pesciu deventò sùbbetu un bello joenottu!
Chi adèra? Lu re rconoscette che adèra quillu che cerchìa da tantu tempu... porbio lu fijju... e sbottette a piagne!
Issu non sapìa che le streghe je l’era fattu deventà pesciu! Porbio per un caso de fortuna l’era riacquistatu, perché ce se sa che, quanno unu è stato stregatu co’ ’na fattura, se je se po’ fa sanguo, omu o donna che scìa, rdoventa cristià.
Lu re vecchiu vose sapè pe’ do’ passìa e issu je ’nsegnette la vuscia. Li servimenti pijjò lu premiu promistu, fu fatta ’na gran festa; pe’ compà e commà de lu fricu fu’ chiamati a battesemu lu pescatò con quell’atra fijja, che po’ rmase, scinché campò drento lu palazzu; maritu e mojje pijjette la corona reale, e lu fricu pijjò nome de “lu fijju de lu re pesciu.”

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Se l’interpretazione della castrazione come limite imposto per l’umanizzazione può essere opinabile per le altre versioni che contengono il motivo dello sposo animale, dalla bruciatura di Amore in Apuleio, alla bruciatura della pelle del porco, in questo caso essa viene agita letteralmente, e per giunta dal padre. Fiaba lacaniana questa marchigiana, e bellissima in senso narrativo. | Si confronti il movimento del parto e della richiesta di elemosina con l’inizio della fiaba toscana di Re Porco. Da analizzare in dettaglio, per comprendere come il linguaggio della fiaba consenta, come quello del sogno notturno, lo scambio fra donatore e donato, o fra danneggiatore e danneggiato.

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Si osservi l’uso di ‘cristiano’ come sinonimo di ‘umano’. L’insegnante capace farà scoprire il senso di questo scambio, ancora comune in aree popolari italiane, ottenendo un’occasione preziosa per descrivere il razzismo: umani sono quelli appartenenti alla mia cultura. Allo stesso modo ogni popolo considera sub-umano, o super-umano, nel caso degli Aztechi di fonte ai bianchi spagnoli venuti dal mare con Cortèz, i popoli diversi. Considerare altri superiori o inferiori è comunque segno di razzismo. In moltissime lingue il nome del proprio popolo è sinonimo di umano (es.: Apache).

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Antonio Gianandrea e Luigi Mannocchi, Fiabe e novelle popolari marchigiane, 1878; pp. 213-220.


Warwick Goble

LA FOLA D'OHIMÈ

italiano ' J
    'Ui era una volta dò ragazi ch'al staseva in campagna, in dò caseti, ona dnenz a chl'etra. Ona l'as ciameva Maria e l'era bona, chl'etra l'as ciameva Lisa e l'era cativa; mo sicom che alà in campagna un gn'era nisòn par pasesla un pó, agli andeva a spas insen e spess al lavureva insen. Agl'era dò pureti ch'al campeva fasend un po' d'erba so prì foss e andend a legna int i bosch. La Maria l'aveva e bab, un bon om, un povar vèc ch'un era piò bon da gnint, e la Lisa l'aveva la mama, cativa come lí. Un dè el dò ragazi agli andè in t'un bosch par zarché un po' d' radec, e a un zert pont als saparé, truvendas d'accord d' truvés int e stess pòst prema dl'avmmaria. E al s'aviè, par zarché i radecc. La Maria l'an era bona d' truven, mo zerca zerca l'an uvdè on acsè grand chl'an saveva com fé, par stachél d'in tera.
Tira tira, tira tira, finalment l'al putè staché, mo in te sforz la caschè asdé in tera, cun e radec int al men. In tal mentar chla chesca la sent dì Ohimè! e la ved un gran rosp, mo grand ch'ui fasè una gran paura: - An avé paura Maria - ui gè e rosp: - te t'am é da tó sò, da purtem a cà e da tnim da cont, e me a farò la tu furtona. La Maria l'an s'arisgheva d' tol sò e lò ui gè: "Tumi sò cun e grimbiel e mettem int la zesta, pu cruvum cun e radecc e vat a cà. Quand t'incontar la tu cumpagna noi di gnint". E alora la Maria l'ai butè adòs e grimbiel e l'al mitè int zesta, mo cun un grand ribrez, e pu l'al cuvrè cun che gran radec che rimpiva tota la zesta, molt piò ch'ui era sota che ruspaz. Quand ch'l'incuntrè la Lisa questa l'era tota instizida parchè l'aveva truvé sol du trí radec e cun un fé sprezent l'ai gè: - In dó i et truvé acsè tent radec? - A là  pr'e bosch - E al s'andé a cà quesi senza scorar, parchè la Lisa l'era immusida. E bab dla Maria l'era avsein e fugh mo un gn'era gneca un stech. Alora li l'ai gè: - Bab, adès av veg a tó un po' d' legna. - U n' in è brisa, e' gè lo: -- a vdrì, a vdrì. - E la scapè fura. Quando cla fò alè la mitè e su Ohimè! int una cassetta, l'ai dasè da magné e pu l'andè int un suler par coiar qualch stech da purté zò. Figurev la su maraveia! E suler l'era pin, pin d' zoch e d sciampeti ben amasedi, e li l'in tulè sò una bela brazeda e la la purtè a e su bab parchè ch'us scaldess.
Lò e' gè: - indov et tolt sta legna? - Avl'ò prapareda me, e mi babb, parchè an voi brisa ca pativa de fred. - Oh! e' gè che povar vèc, me an sò cum l'eva fat. Absogna fer un pas indrì. Quand chl'a Maria la mitè Ohimè int la cassetta lo ui gè: - Beda ve', t'an t'é mai da sminghé d' mè. St' at smengh ut zuzidrà dal dsgrazi. -
E dè dop e vnè un gran tempurél: acqua, fulmini, timpesta: e pareva e finimond. E bab dla Maria l'era avsein a e fugh ch'us scaldeva. Tot in una volta e sent a batar. - Chi è? - E vnè aventi un bel zovan tot bagné, cun un fuzil in spala. - A sò e fiol de re, - ui gè, - a sera a caza e u m'a ciapé e timpurel: am fasiv e piasé d' tnim aquè infena che pasa ste scarvaz? - Oh ch'us acomuda pu, mo e capirà, l'è una cà d' puret. - Ch'us meta asdé, ch'us suga un po' un ved cum l'è bagné? - A siv sol vò? - No, ai ò una fiola. Indov' ela? - LLa srà alà dsora, o Maria ven zò, cosa fet alà? - La Maria alora l'as chinè sora la caseta d'Ohimè, e lo ui dasè una sgranladena int la faza e int la testa e ui gè: - Va pu là, va zò. - Li l'arispundè da là sò ò: - bab, a so dri ch'am petan. - Avì da savé che pr' andè sò ui era ona d' ch'al scheli d' legn ch'ui è in tal cà di cuntaden, e la fniva int la cambra dov ch'ui era e vec.
E fiol de re us avsiné a la schela ee e' guardé in sò. Cos'a vol avdé: La Maria l'era alè sò da la schela, cun i pì sora un gran linzol, l'as pneva cun un petan d'or e l'a veva di cavel longh, biond cume l'or chi la cruveva tòta. In tèra e' cascheva una massa d' giament: - Èla quela vostra fiola? - e dumandé e fiol de re a chl'om. - Se, parchè? - Mo quela l'è uuna Madona. - E vec e' ridè e ui arispundè: - Mo cosa disal e mi sacra curona! - Lò e' staseva alè incanté a guardé so par la schela e pu us vultè e ui gè: - Gi sò, am la daresi par sposa? - Mò ai peral un s' turà una povra quela? - Vo agn' avì da pinsé; a me l'am pies e am la vreb spusé - E dai e dai e vec e' duvet dì d' sé. Int ot dè e prencip e' praparè igna quel e intent Ohimè e' preparè un curéd ch'un s'era mai vèst e' mond. Av putí imaginé la rabia dla Lisa; mo l'an la faseva brisa avdé parchè l'avleva essar invideda a e spusalezi. E di fati la fo invideda. E dè de matrimoni Ohimè e' dasè una raspadeina int la faza dla Maria che la dvintè bèla cum e sol. La su amiga, anzi direm mei, la su nemiga, l'an saveva cum fé pr' an sciupé. Mo la staseva zeta. Quand ch'is aviè cun do caròzz, int quela dnenz ui era e prencip cun di pareint, int quela d' dri ui era la Maria tota avstida d' seda e d' or e tota querta da un gran vel fet fet, cun la Lisa e la mama dla Lisa. A un zert mument la Lisa la gè chl'as sinteva mel e l'avrebb avlu andé zò un po' a fé du pèss a pi. Al fasè farmé la caroza e agli andè zò tót trè aviendas par un sintirein vers un chemp. La caroza l'andeva avant pien pien. Quand ch' als fò aluntanedi un bel po', la Lisa e la su mama al dsuvsté la povra Maria, al la lighè a un élbar: la Lisa l'as mitè e vistì da sposa cun che vél fet fet, e pu cun la su mama al curè drì la caroza ch' la s'era farmeda poch lunten. E cucir e' gè: - Mo la su amiga dov'ela? - e la mama dla Lisa la gè: - la s'è andeda a cà a pì parchè l'as sinteva poch ben. Tiré pu drèt. - E e cucir e' tirè drèt. Intent la povra Maria alà lighé la piangeva cumè una funtena, e in te pianzar la geva: - Ohimè! La pureina la s'era smengà d'Ohimè int la su gran felizité. - Ohimè! e salté fura poch lunten e e' gè: - A so que. At aveva dèt t'an t'avivti brisa da scurdet d' me. - Oh, e mi Ohimè, pardonam, par carité: int la mi felizité am sera propri smenga. Sligam, par carité, sligam. - E lo e' gè: - Me at sligh e se te t'am prumèt d'an n' um sminghé mai piò, a turnarò a fé la tu furtona. - U la slighé ui fasé un vistì da cuntadeina e ui regalè un bel ort: - Tè, - ui gè - t'è da cultivé st' ort ch'ut darà tot i frut ch'un gn'è brisa in sta stason. E pu t'ai andaré a vendar tot i dè sot al finestr de palaz de re. Li l'al ringraziè prumitend d'an e sminghé mai piò.
Adess lasela alè lì ch la cultiva al su fruti e andemm a e palazz de re. La sera quand chi s'andè e lèt e che la sposa l'as cavè e vel, un gn' era brisa una gran lus int la cambra, parò e prencip e' pinsé che la sposa l'ai pareva molt difarenta da poch or prema. Basta, j' amorzè e lom e i s'indurmintè. Mo e dè dop, quand ch'ui era e sol, lò u la vdè propri ben, e un s'arisghè d' di gnint, mo l'ai pareva molt brota. Acsè un era bris cuntent de su matrimoni.
Dop a du tri dè la Maria cun na bèla zesta pina dal piò bel fruti ch'us posa imaginé la ciamè e su Ohimè, la l'abrazè e pu la s'aviè sot el palaz de re. Ohimè ui aveva dèt che la regina l'era lova e che l'avreb avlu cumpré la su fruta. Di fati, quand che fò sot al finestar la cminzè a zighé: - chi vó dal pesghi, dal freguli, dl'uva fresca? - La regina la sintè e la mandè a vdé s l'era propi vera.
Sta roba l'as ripetè par dò o tre matein, insena che la regina la gè ch' la vleva cnossar l'urtlena. E e servitor e' purtè sò l'urtlena, chl'aveva pur una faza tota mudeda, acsè li l'an la puteva cgnossar. Quand che fò in cà u la vlet vdé nenca e prenzip e ui gè che chl'etar dè la foss andeda a magné cun lo, tant l'era la bleza dal su fruti. Li l'arspundè: - Sè, avnirò. - Apena che la fo a cà la ciamé e su Ohimè! e l'ai racuntè igna quel. E lò ui gè: - Te vai pur e quand chi purtarà l'arost, lasat casché la furzeina, mo beda che nisson tla toia sò. Chinat te sòt a la tevla e a lè ai sarò me. - Li la fasè acsè e l'andè a cà de re. I la mité propri in faza a e prenzip chl'aveva dachent la regina. Lò sempar u la guardeva. Chi sa parchè? Forse ui pareva d' truvei una quelca sumiglianza cun la su Maria.
Quand chi purtè l'aròst l'as lasè casché la furzeina. I sarvitur, i sgnur ch'era alè, tot is butè par tula so, mo lì la fò piò svelta e l'as chinè sot la tevla. Ohimè l'era alà sota, ui dasè una raspadeina int la faza e in te vstì, e quand chl'a stasè sò, l'era bela cuma la Madona e vstida compagn e dè de spusalezi. E prenzip saltè in pì e us mitè a zighé: - Ecco ecco la mi Maria; va via te bròta sfazeda.
La zent ch'era alè l'armastè d' sas. E prenzip e' fasè lighé la Lisa e la su mama e u li cundanè a es brusedi vivi. E pu us spusè la su Maria ch'a putì imaginé s l'era poch feliza. D'alè a un an l'avèt un bel babein e tot e palaz l'era sot sora par la gioia d' che fiol. Maria pu l'era fora d' sè da la cuntenteza. Una not passé du tri mis, l'as distè tota spavinteda: e su babei e' rantuleva. In freta l' apiè un sulfanlein e la vdè che int la conla ui era un gran serpent chl'aveva alazé e col de su babein. Tota dispereda l'as mitè a zighé e a ciamé aiut; e pu la gè: - Oh! e mi Ohimè! E su Ohimè lla l'aveva sminghé int la gran felicité d' aver avu che fiol. E Ohimè ui cumparé dnenz e ui gè: me ajò avlu mettar a la prova la tu fedelté! T'an t'é mai da sminghé d' chi t'a fat de ben; mè a so vèc an in pos piò: te t'an é pio bsogn d' me: am so trasfurmé in serpent par fet paura atoran a e col de tu babein. Me adess a murrò, e te t'am é da fé brusé, t'é da racoiar al mi zendar, e da tnili da cont.
Li la l'abrazè pianzend, l'al basè, l'ai prumitè d' fé cum che vleva lò, e lò e' murè. L'al fasè cremé e al su zendar la li mitè int un'urna d'or tota guarnida d' perli preziosi. E dop la fò sempar feliza e l'ans scurdè mai de su Ohimè!
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Il comune avvio delle due sorelle o sorellastre, qui amiche, una brutta e cattiva, l’altra bella e buona, mette in scena il conflitto tra il fantasma materno invidioso e quello oblativo. Se immaginiamo la parte iniziale del racconto come due punti su un piano, possiamo pensare a Ohimè come a un terzo punto che consente al soggetto, sia quello della fiaba, sia quello del narratore e del fruitore che si identificano narcisisticamente con la bella e buona Maria, di giocare il conflitto fra istanze invidiose, o sadico anali, e oblative, o generative, nella relazione con Ohimè. Brutto come Lisa, creatura ctonia come la madre morta, questa figura magica ha una capacità di donare tale da soddisfare qualunque desiderio, rendendo il povero ricco, il vile prezioso, il comune unico. La gratitudine nel soggetto deve subentrare all’avidità, rappresentata da Lisa e da sua madre, e questa trasformazione richiede tempo e sofferenza: dimenticare a chi si deve la propria bellezza significa immaginare di averla sempre posseduta, o che era semplicemente un proprio diritto. Nelle fantasie psicotiche sulle origini il soggetto tende a rappresentarsi come autogenerato, certo di non dover niente a nessuno, come se anziché l’anello di una catena infinita e misteriosa, o un breve tratto del labirinto tracciato dalla presenza umana sulla terra da milioni di anni, e forse per altri milioni di anni, fosse il corpo autonomo sorto per impulso proprio, quindi senza alcun debito. L’orto nel quale Ohimè fa coltivare le primizie a Maria rappresenta una condizione adulta: produrre cibo buono e raro, anziché, come faceva prima di incontrare il rospo, raccogliere radicchio nel bosco. Chiunque può immagianre quali giochi di senso siano possibili se pensiamo che il bosco rappresenta la madre, che nella fiaba si viva all’inizio miseramente dei suoi pochi frutti non coltivati, e che il padre è inabile.  Ohimè alla fine si disfanta quasi come la Poavola di Straparola (vedi in questa antologia), perché l’invocazione che gli rivolge Maria appena vede in pericolo il suo bambino, e il suo pianto all’annuncio della morte imminente del gran ruspaz, e il bacio che gli dà avendo vinto il ribrezzo, rappresentano il venir meno della scissione tra opposti che caratterizza la struttura psicotica, nella fiaba presente come bello/brutto, buono/cattivo. Il rospo Ohimè, oblativo e legato al dolore fin dal nome, che è un’invocazione lamentosa, è sia brutto che buono. Sul tema dell’invidia, e della dimenticanza che fa perdere tutti i doni o le virtù ricevute dal donatore magico, vedi Faccia di capra (Basile, Cunto de li cunti).

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Per il motivo del viaggio in cui la matrigna sostituisce la vera sposa con sua figlia, vedi anche Fior' e Ccambedefiore.

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L’insegnante dotato di capacità di ascolto, ovvero consapevole di non bastare a se stesso, o che ciascuno è prezioso ma nessuno indispensabile, potrà provare a chiedere alla sua classe perché, secondo ogni bambino, capita a Maria il disastro prima delle nozze, e perché deve vedere intorno al collo del suo bambino l’orribile serpente. Per avere le risposte poetiche e acute dei bambini, occorre pulire pazientemente il campo da risposte moralistiche, buoniste, eufemizzanti: prima il proprio campo, poi quello del gruppo dei bambini.

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Paolo Toschi, Romagna solatia; pp. 156-161.


Warwick Goble

GLI TUSTAMINTU DU 'NA FATA

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     'Na 'gnora Fata tunevu tre figli' femmunu i 'nu maschi. Annanzi du murì' chiamavu gli figli maschi i ci dicivu: - "Figli, iè me moru i tu lassu tuttu, ma purciò t'è da marità' chistu figli' femmuna agli primu cu passa vicinu casa; quannu l'ha allucatu, tu puru t'è da tolla' mogli." La madru su murivu i la dumanu appressu passavu pu du là 'nu callalaru; i chistu cummu suntivu dicia: -"O callalaru!!!"- punsavu da issu: "Mo iè tencu da dà' sòruma a 'nu callalaru... oh! abbogna darcila cummu m'ha lassatu di' màtruma." Punsennu, punsennu, gli chiamavu: - "O bon o' callalaru; tu vo' tolla sòramu?" - "Sì, sì, ruspunnivu lu callaalaru. Su la tozu i su muttivu 'n viai'." Chella pora giuvunotta cummu su stancavu du camminà', dicivu agli maritu: - "Do' mu porti tu?" - "Chi tu cridi cu si' iè?, iè si' nu pôrcu", ruspunnivu gli maritu, i duvuntavu porcu.
Camminarunu 'n'autru 'occonu, i la purtavu a 'nu begli palazzu.
La dumanu apprêssu passavu 'nu tagliatoru cu ieva strillennu: - "Chi vo' taglià lêna, oh!" - Chigli giuvanottu punsavu: - "La prima l'ha' sì data a 'nu callalaru, i chesta la tencu da dà' a 'nu tagliatoru." - S'affacciavu a la finestra i dicivu: - "O tagliatò', ve' aieccu, ve' che tu vogli dà' sòruma." - "Macaru!" ruspunnivu chigli, i accusì ci la divu i su lacozu. Su muttivunu 'n camminu i chella giuvunotta quannu si s'avivu arrancatu dicivu agli maritu: - "Do' mu portu?" Chigli ci ruspunnivu: - "Chi tu cridi cu si' iè?, iè; si 'nu piccionu" i duvuntavu piccionu, i purtavu la mogli a 'n'atru palazzu.
La dì appressu passavu 'n arrutinu strillennu: - "Chi vo arrutà' curtegli, forbici, arrutì'!"- Ve' aieccu! - ci dicivu chigli giovunottu. - "Che vo' sòruma pu mogli?" - "Dammula, dammula!"; - i ci la divu. Su muttirunu 'n camminu, ma po lu troppu camminà' la bella giovunotta s'arrancava i diciva agli maritu: - "Ma dimmu 'n do' mu porti tu?" - "Do' tu portu? - ruspunnivu gli arrutinu - nu sai tu ca iè si 'nu scheletru?" Cu 'nu mumentu duvuntavu propria cummu 'nu scheletru: ci avevunu rumastu sulamentu gli occhi i gli denti. Camminarunu n'atru 'conu i irunu a 'nu begli palazzu. Chigli giovunottu avivu rumastu solu, i steva sempru a punsà' allu sôru, purchè nun sapeva mai nientu, i dicivu: - "Cumma facci' mo iè? si tunutu tre bellu sôru: la prima, l'ha' spusata a 'nu callalaru, l'autra a 'nu tagliaturu, i l'utima a 'n' arrutinu!"
'Na dì ivu agli caffè, i su steva a magnà' certu nuci; pu sortu passavu 'na femmuna cu purteva vunnennu certi mammocci du creta; i issu cullu scorci dullu noci, tiravu a chella robba i rumpivu 'nu vasu. Andannu chella femmuna ci dicivu: - "Cu nun puzzi rupusà' nu la d&igravve;, nu la nottu, si prima nun rutrovi la Margarita bella!" Cligli giuvunottu nun punsevu mancu 'nu 'conu a chella parolu du chella femmuna, i su nu ruivu. S'addormivu i abbogna cu s'arrizzavu, s'assutevu alla siggiola, i abbogna cu ci su luvevu, i pu dì' virità passavu 'nu paru du dì senza putè'tè mai avè' paci. Andannu su rucurdavu chellu parolu du chella femmuna, tozu nu cavagli i su muttivu a viaià'. Cammiennnu camminennu, vudivu 'nu palazzu, abbussavu, ivu 'n cima, i vudivu la sôru ca avivu datu agli callalaru, i chella ci dicivu: - "Fratrumu bonu mê, iè stongu benu, ma purciò tengu pu maritu 'nu porcu." - "Cummu va chestu? - ci ruspunnivu gli fratru, - Chiamagli!" Chhigli porcu accummu vudivu gli quinatu ci facivu 'na mucchia du cumplimentu, ci dicivu commu stevu, i annanzu da partì' ci divu 'na bacchetta i ci dicivu: - "Quinà', si tu servu 'che côsa tu batti 'sta bacchetta, ca mu prusentu iè cu tutti gli pôrci."
Doppu pocu tempu chigli giovunottu partivu. Doppu c'avivu camminatu cinqua se' atru miglia 'ncuntravu 'n' atru palazzu, abbussavu, i 'ndravu, ma cummu vudivu l'atra sôru 'n' atru 'conu su muriva d'allugria: - "Cummu stai?" - ci dicivu - "Eh fratè', ie stognu benu, ma tengu pu maritu 'nu picciunu." - "Ah! chella prima te' 'nu porcu, i chesta nu piccionu, dicivu fra issu: - "Chiamagli" - "Oh! quinatu mè caru - dicivu gli piccionu - commu stai?" - "Malamentu," ci ruspunnivu chigli giovunottu. - "Purchè? Eh! si iè nun rutruvu la bella Margarita mè, nun hai mai pasu: mu sapristi dicia 'n dò' stà?" - "Cammina- ci ruspunnivu gli piccionu - ca la trovi, ma nun tu scuraggì su tu dicunu 'che cosa du malu; è mêgli cu tu togli 'sta bacchetta, accusì si tu servu' 'che cosa, tu la batti, i iè vengu cu tutti li piccionu." I partivu. S'avivu stancu du camminà' quannu truvavu 'n'atru palazzu, abbussavu i ci irunu a raprì'. Cummu ivu 'ncima, rucuniscivu la sôru, la baciavu i ci addummanavu: - "Dimmu propria la verità, cummu tu la passi?" - "Fratumu, a mi nun mu manca nientu, ma pu disgrazia tengu pu maritu 'nu scheletru." Chigli giuvunottu 'ncummunsavu a dicia da issu: - "Mo che mu succeda a mi? iè, sorumuu, lu detti a tre omunu, i mo chella tè' pu maritu 'nu porcu, chell'atra 'nu piccionu, e chesta 'nu scheletru: mu gli vogli propria fa chiamà'!" Andannu cunuscivu chigli scheletru, i cummu issu vudivu i cuniscivu gli quinatu ci dettu 'nu baci, ci cummunsavu a parlà', ma nun su ruggiavu 'n pêdi. Andannu chigli giuvunottu ci dicivu: - "Iè stongu propria accuratu, ca nun possu rutruvà' la bella Margarita mê." - "Quinà'" - ci ruspunnivu gli scheletru - "mu tu t&egrrave;' da camminà' n'atru begli 'cconu: rutrovi 'nu grossu palazzu, abbussa allocu, i si tu fannu 'che cosa, tu fattulu fà', i vudrai ca tu davunu la Margarita; eccutu, chesta bacchetta, i si tu servu 'che cosa, tu batti 'sta bacchetta ca mu presentu iè. Chistu su rumuttivu a viaià' cu lu tre bacchettu 'n zaccoccia, i dopu du' dì arrivavu a 'nu palazzu begli i 'rossu, abbussavu fortu fortu, i s'affacciavu alla finestra gli garzonu digli patrunu, cu era 'nu magu, i c'addummanavu: - "Chi vo' tu, bon'o'." - "Iè vogli la bella Margarita." - Chigli servitoru lu ivu a dì' agli patronu, i chistu ci dicivu: - "Ràprici, i fammugli munì' 'n cima". Azziccavu, i ivu a 'na bella stanzia 'ndò' steva gli magu, i chistu ci dicivu: "Giuvanò', che vo' tu?" - "Iè vogli' la bella Margarita."
Andannu gli tozu, i gli purtavu a 'na stanzia piena du favu i ci dicivu: - "Si tu gli nottu tu magni tuttu 'stu favu i' tu dongu la bella Margarita" - i dicennu accusì gli runsurravu allocu drentu. Chigli poru giuvunottu nun sapivu accomu fa', i lu favu nun su lu puteva magnà' purchè era 'na stanzia piena, i punsennu punsennu su facivu quasi dì. - I cummu facci mo' iè - dicivu gli giuvunottu - quannu gli magu ve' aieccu i rutrovu tuttu 'stu favu? chigli mu su magna me! Cummu facci mo iè?" - Andannu su rucurdavu chella bacchetta cu ci avivu datu gli quinatu porcu, la battivu i cu 'n mumentu 'ndrarunu 'na mucchia du porci, i cu 'nu mumentu su magnarunu lu favu. Gli magu, la dumanu, quannu ivu, i vudivu chella stanzia vacanta, dicivu a chigli giuvanottu: - "Chestu mo va be', ma te' da munì' 'nsemu cu mecu." - Gli tullivu, gli purtavu a 'n' autra stanzia piena du 'ranu i ci dicivu: - "Prima cu vengu iè', addumanu, tu te' da magnà' tuttu 'stu 'ranu, purchè su no nun tu dongu la bella Margarita." Quannu suntivu chestu, chigli giuvunottu, pu la pavura, su facivu giallu i su muttivu guasimentu a piagna': - "Ieri munirunu gli quinatumu porcu cugli cumpagni a 'iutarmu, ma 'voi chi ci vè'? Prêgli me, do' si capitatu!" Su steva puru pu farsu di, i su rucurdavu dulla bacchetta cu ci avivu datu gli quinatu piccionu, i andannu la battivu, i munirunu cu 'nu mumentu miliunu i miliunu du piccionu, i cu 'nu mumentu su magnarunu tuttu chellu 'ranu. La dumanu gli magu ivu a vudè' si chistu giuvanottu s'avivu magnatu tuttu chillu 'ranu, i cummu vudivu la stanzia vacanta, dicivu da issu: - "Si iè si magu, chistu giuvunottu è magonu!" Andannu gli purtavu alla stanzia dulla bella Margarita, i ci dicivu: - "Giuvunò', i nottu t'addormu culla bella Margarita, ma addumanu iè vogli vudè' 'nu begli vuttaru natu propria i nottu".
Su facivu nottu i su irunu a durmì'. Tutta la santa notti stetturu a punsà' accomu su putivu fà', i la bella Margarita dicivu agli maritu: - "Addumanu quannu gli magu ve' aieccu, i nun trovu lu vuttaru nu' su magna tutt'i du'!" Tunevanu 'na pavura futtuta, e 'meci du durmì' stevunu a punsà' alla criatura. Su steva pu fà' giornu, i chigli giuvunottu dicivu alla bella Margarita: - "Mo cu mu rucordu, Margarita mê, i&eegrave; tengu 'nu quinatu scheletru!" Tullivu chella bacchetta, la battivu, i ci su prusuntavu gli quinatu. Andannu ci dicivu: - "Sai cu mu succede a mi? Gli magu addumanu vo' truvà aieccu 'na criatura nata i nottu, i pensuci tu a purtarmunu cauduna." Chigli scheletru arriscivu, i arruntravu cu 'nu mumentu cu 'na bella 'uttara nata chella nottu propria: la dettu agli quinatu i su lacozu. La dumanu gli magu tunevu sicuru du nun truvà' la criatura, pu magnarusu la Margarita i gli maritu. Quannu raprivu la porta i vudivu chella criatura 'n bracci alle bella Margarita, gli magu scappavu. Cu 'nu mumentu rustarunu all'aria raperta: gli palazzu sparivu. Cummu su truvarunu accusì sciotu all'aria raperta su muttirunu 'n camminu, i passarunu pu chella porta 'n dò' stevanu maritatu lu sôru, passavu 'n dò steva gli primu palazzu, i nun ci gli truvavu. Mo 'nanzi aieccu i dicivu: "Ci steva gli palazzu du soruma, i mo nun ci stà più!" Tiravu 'nnanzi, i 'do' stevu gli atru palazzu dulla sôru nun ci gli truvavu più, i camminennu passavu pu do' stevu abità' chella sôru cu s'avivu pu maritu gli scheletru, i chigli bêgli palazzu tuttu pitturatu i pînu du personu nu nci steva mancu più. Tuttu sbalurditu tiravu 'nnanzu, i camminennu, camminennu, pianu pianu, arrivarunu a 'nu paisu, su furmarunu allocu pu vudè' tuttu, i mentru la bella Margarita 'mbracciettu cugli sposu aggirevu pullu vii digli paisu la racunuscirunu, i dicivunu tutti ch'era la figlia dugli arrè'. Cummu gli arrè' sapivu chestu ci ivu arriscì' 'ncontru, la rucunuscivu doppu quasi unnici agni cu ci l'avivu arrubbata gli magu. Facivu fa' 'nu pranzu 'rossu, i addummanavu agli giuvunottu cummu avivu fattu. Chistu ci raccuntavu tuttu gli fattu i su rumuttivu 'n viai'. Doppu 'na dì arrivavu a 'n' atru paisu i truvavu la prima sôra cu ieva 'mbracciettu cugli arrè. Rustavu cummu 'nu 'mbucillu a vudè' chella maraviglia. Ivu a 'n'atru paisu i truvavu l'atra sôra pu mogli du gli arrè, ivu a 'n'atru paisu i truvavu l'utima sôra puru pu mogli agli arrè. Andannu, tuttu mesu pazzu, rumunivu arretu i su nu ivu alla casa dulla mogli, chigli arrè su murivu, i issu fu fattu arrè.
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I tre re animali di Basile potrebbe essere il modello secentesco di questa fiaba raccolta alla fine dell'Ottocento in Ciociaria. Come si è detto altrove, nelle fiabe popolari del Meridione italiano è difficile non pensare al Cunto de li cunti come a un aggregatore di forme, talmente bello e ricco che il suo influsso è stato marcato. Niente di simile può essere rilevato in Toscana o in Emilia. E' facile e sensato immaginare che ci sia un corpus di racconti orali nel quale il Cunto affonda le sue radici, ma l'influsso del capolavoro di Basile, per molte vie diverse, mi pare innegabile.

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Da Saggio di novelline, canti ed usanze popolari della Ciociaria, per cura del dott. Giovanni Targioni-Tozzetti; Palermo 1891


Warwick Goble

L'AMOR DEI TRE NARANZI

italiano

   
Gh'era na volta 'n zovem che zügheva ala bala con do compagni, e 'ntel dar en colp, l'à bütà la bala drento 'nde na scüdela de lat sü la finestra de na stria, che la s'à 'nrabiada, e la g'à dit che no 'l poderà sposarse se no 'l troverà l'amor dei tre naranzi.
Alora el zovem el va da 'n vecio stròlech, che steva 'nten bosch, per dimandarghe 'ndo l'era sto amor dei tre naranzi; ma l'altro el g'à respondest che no 'l se recordeva pü, e che 'l nes a dimandarghe a n'altro stròlech pü vecio. El va da quel'altro, che no 'l saveva gnent nanca elo, e 'l l'à mandà da na stria, drento 'n mez al bosch. Ela, ale tante, la g'à 'nsegnà el palaz endó che 'l doveva nar, e po la g'à dit che 'l se recordessa ben de torse dre 'n poca de sonza da ónzer i cadenazzi seradi da ani e ani, dei bei tochi de carne per i cagni, en maz de soghe per le done che tireva sü l'aqua dal poz cole drezze, e alquante spazzadore per quele che spazzeva le scale coi cavei; e che pena sü 'n zima ale scale, el nessa drent en la prima camera, e che li, dre a 'n fornel, l'averia trovà na scatola con dent i tre naranzi.
El zoven el fa quel che g'à dit la stria, e po 'l va, el va, e l'ariva al palaz: l'onze i cadenazzi, e 'l portom el se spalanca de colp; ghe salta 'ncontra do tre cagnazzi, ma elo 'l ghe büta lí la carne, e i lo lassa passar; el fa tàser le done dàndoghe le soghe e le spazzadore, el va sü per le scale, el trova l'üs avert, el salta 'n la camera, e 'l brinca la scatola drio el fornel. Ma en quela càpita le strie, che le era le padrone del palaz, e le l' voleva ciapar, e elo via come 'l vent, e zo per le scale cola so scatola 'n mam. Alora le strie le s'è messe a zigar: "Done, cagni, ciapelo; porta, sèrete!!". Ma le done, che 'l gaveva dat le spazzadore e le soghe, i cagni, che i aveva magnà la carne, e la porta, che 'l g'aveva dat l'ont, i l'à lassà passar senza farghe gnent.
El zovem alora tüt content l'è tornà dai do stroleghi a contarghe come la gh'era nada, e anca dala stria de prima, e ela la g'à racomandà de no daverzer la scatola, se no 'l gaves pam e vim. Ma l'era tant corios che quan l'è stà en pez lontam el l'à daverta, e, golos come l'era, l'à volest magnar en naranz; ma l'aveva apena scominzià a mondarlo che è saltà fora na pütela, bela come 'l sol, e la ghe dis: "Pam e vim, senò mi moro!". Pam e vim no ghe n'era, e la pütela l'à cognest morir.
En poch dopo el rote n'altro naranz, e ghe toca l'istessa storia. Alora sí l'à capí quel che g'aveva dit la stria, e 'nnanzi de pelar el terz l'è nà 'nte na casa de na dona, endó gh'era pam e vim fin che 'l ne voleva. El rote, pü corios che mai, l'ültim dei tre naranzi: salta for na pütela ancor pü bela de le altre doi, e la ghe n'à dat, la pütela no l'èi morta, e 'l zovem l'à pensà ben de sposarla.
Ma entan che 'l neva 'n zità a crompar i ori da ferar la sposa, quela dona, che l'era na stria cativa, l'à volest farghela, perché la voleva che quel zovem el sposas la so fiola. La ciama lí l'altra pütela e la ghe dis: "Vei chí, ché te peteno e po te vesto da le feste". Ma endel petenarla la g'à 'mpiantà aposta n'ücia endela testa; la pütela l'èi deventada na colomba, e for da la finestra. Alora la stria l'à fat sü en chichera la so fiola e po, gnent fü gnent sia, l'à mes sü 'l rost per el disnar.
Entant è tornà el spos, che l'à ben vist che la pütela l'era pü brüta de prima, ma l'à credest d'esserse falà e no 'l g'à pensà pü. Ma tüt enten moment, càpita süla finestra dela cosina na colomba, e la dis: "Rosto, te podessi brüsarte, che la fiola dela stria non la podessa magnarte". El zovem alora che, come ò dit prima, l'era za en poch ensospetí, el ciapa la colomba, e 'ndel carezzarla el ghe trova n'ücia empiantada 'ntela testa: el ghe la cava e, corpo de Baco, salta fora de nof la sposa, che g'à contà tüt.
E alora el spos tüt enrabià l'à fat brüsar le do strie, e 'l s'à sposà la so pütela. E i a fat nozze composte, sorzi peladi, gati scortegadi; e mi, ch'era soto ala taola a pestare el pever, no i me n'à dat nanca 'n goz da bever.
Slonga la foja, scorta la via, conté la vossa, ché mi ò contà la mia.
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Si confronti questa fiaba con La Bedda di li sette citri, che potrebbe come questa avere il suo modello secentesco nei Tre cedri di Basile. È altrettanto probabile che sia da considerare autonoma nel suo fiorire in tante parti di Italia, piena di grazia poetica intorno al desiderio maschile e alla natura femminile.

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Angelico Prati, Folclore trentino.


  Edmond Dulaq

 ČIAN BOLFIN

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    'N chel an da chela gran nevères che la levines vegnia žù de dogni vers, che nešsugn no se fidèa più žir fora per chela monz perché no i podea passer niò. Zacan l'e vegnù d'aišuda nče n chel an, che la neif s'insia e i reves vegnia gregn. Chi da Cianacei e Gries no n'ea pèster della feides  e nešsugn no volea žir perché n'era beches e i peéa massa pec. A forza de domaner l'un e l'auter un tous de Cianacei l'a dit che el va ben co la feides, ma che i cogn insigner un bon bec e ge der tant che el posse viver e vadagner velc. E cosi i e restè d'accord e pec diš do la lašsa žir la feides.
Chest pester lera proprio valent, che la feides vegnia dan dì'n di più belles. E la žent l'aea a cher fora de mesura perché lera un bell tous e valent.
Desche che lera la usanza i etres egn, che de messel i pestres sin šia col pestušum te la Lasties, cosi l'e sen šit ence l paster da chel an. E te sot i Cougoi l se stasea bel e ben. El menèa la feides d ogni dì su per la Lestes, sun Pela de mez e sun Pela de Mičel olà che la feides šia sot l'erba. El content, podea pusser e varder stroz, che la feides se moea da sé 'ntorn.
Fra na dì e l'autra, can che el vardea cossita stroz e chel ŝia mingol fora per chi coi el vedea che via sass de Pordoi lera na tousa che metea fora semper roba a sièr. El aea tegnu oservà che can che no n'era fora nia, n curt temp vegnia la pievia. El se pisaa: "Che mostregnol sara po mai colavia. Fosse ben corious de žir via e me rifèr su per chele creppes a veder chi che le". La proà più outes ma no l'era bon de se 'mbater a pede.
Na dì fra l'autre el ge ruà e l'à vedu apontin olà che chesta femena la e sin šita ite per na sfessa de la crepa. Le sit via dò e l' sa striesa ite per sta sfessa e le ruà ite te na bella sala. Can che l a vedù l e restà incantà e a un vers ence sperdù che l se pisea olà mostegno sare mo mai ruà. Intant che l'era alò mez gram e mez sperdù ven fora per uš na bella tousa e la ge diš:
"Che volede po vo chio?"
"L e za ntra de temp che vedee semper che metaede fora roba a sier e son stat tant corious de vegnir a veder chi che lè chio."
La diš ela: "Va ben, va ben ma se dona Chenina saessa, no se co che la ve šissa".
"O per chel no e pò nia paura, anzi la volesse po veder bolentiera, che se la e tan bella che vo, dapo men vae bolentiera content".
"Auter che! Dona Chenina l'e auter più bela che ge", la diš.
"Mo fosse proprio corious de la veder dapò".

Sta tousa la e 'ndo sen šita ite per chist uš e n moment do ven fora dona Chenina. Tè le restà più che maraveà a veder cossi na bella femena, che n vita sia nol ne aea mai vedù na più bella. 'N pec i se a vardà e do i scomenzea a se parler. Ella l'al domana fora de dut. E do che l ge à contà che lera l paster dela feides e che le ruà per azident ca ite, l a l'à domanà se nol volessa nia ster a pede ella1. Perché l era ence un bell tous, ros e bianc desche n pom e san desche un pes.
"Ge stasesse ben bolentiera," l diš, "ma al incontro cogne šir a varder de la feides che in caso can che les ven su de Pela de Mez a beiver, no les me saute sun ruf o šu per chi forgn e dapo cogne nce vardèr, che l'egua no me leve i agnie, perché la žent la e bona e valenta, cossita cogne ence ge osserver de mia feides.
"Se te ves ster apede me, no te es brea de te cruziar per la feides che ge mane fora mia massera e chela les pera dutes sa Cianacei zenza che in mence una, e la diš che la les à troèdes zenza pester e che i les se a pissà che chesta feides con esser de Cianacei o Gries cossita i se les rencure che les no ge vegne mencedes."
"Se son segur de chel dapò stae ben apede vo."
"Ben," la diš, "dime cheche te es inom".
Zenza se piser trop (laea un piccol cian che l'era cosita bon de širdo la feides e chist l'aea inom Bolpin.
- El diš: Jo e l'inom čian Bolpin. E vo che aede l'inom? el diš.
"Ge è inom Dona Chenina".
E dapo la se la ciapà pe la man e la l'a menà te un'autra cambra de la ite che l'era amò un' toc più bella che la pruma.
"Ades," la diš, "staźon chiò.
E se tu ti es valent, te ares dut che che te ves."
E la se utà dintorn e la diš a la massera:
"Va fora e tol chela feides e meneles žù a Canacei e di che te es troa sta feides zenza pester."
Ela la fat cheche Dona Chenina ge à insegna. Chesta žent i era grames e sperdui. Che che 'n sarà vegnù de chist paster, che lera un tous tan valent. Mo ič i se ha rincura la feides e del pester nešsugn no à più sapù sapia.
Cian Bolpin e doña Chenina i se vivea sori te so palaz. La massera i servia de dut che che i durea e el temp passea che no i saea co. A Cian Bolpin ge parea ben che fossa un gran pez che 'l era lò e el diš 'na uta a dona Chenina:
"Le un bon temp che son chiò e se ben che no me menča nia, fosse impò corious de šir na uta a cesa a veder che che fes mia žent.
"Mi bon Cian Bolpin se tu te ves te lase ben šir, mo de tia zent ge cree che no te troares più nešsugn. Perché le ža un muje de egn che ti es chio".
- E ge volesse šir proprio bolintentiera.
- Ben se tu te ves šir, scouta. Chiò te dae chist anel e can che te es chest anel apede te, te troares ogni streda che te ves. Mo recordete de vegnir indò se nò la te va mel."
Na di a duta bonora la ge a insegna ite na bella tasša de roba e la l'a compagnà fora sin forinsom šella. E alò i se toccià la man e i se à dat un buš e le sen sit žù per la Lasties e fora a Cianacei.
Can che l'era rua a cesa da chel prum molin e chel va te stua el veid che l'è dut de autra žent. I ge a domana che chel vël. Mo el diš ge son chiò de cesa. Chiš à scomenzà a grigner a sentir che un forestier che nešsugn nol cognosea vel esser chiò de cesa. Le šit su per la villa a domaner l'un e l'auter ma nešsugn no ge saea dir de chela žent che el' domana dò. Zacan la troà sul cianton de Bertol doi vejes che se recordea zeche, che chi egn i contea che le šit un pester perdù. Mo che de chela gent e parentella i e ža morč fora duč. Can che l'à sentù cossi l è šit dal curat a preer chel vardasse dò tel liber del bateisum. - E apontin la troà che lera notà ite che chest tous le žit perdù da un gran pez inca.
Can che la vedù, che no la più parenč, ne amiš e che 'l se troa soul desche un pel ten pra, el se à pissà per me le mieč che min vae indò a pede Doña Chenina, che per me no le più nia.
Lera giusta el meis de Aost, che la žent sia za mont a seèr e le sen šit su ence el con chiš. Can che je ruè sa Mortič i a chiamà alo da l'ost e l'era tropa žent lo; omegn e fenč e touse. Chi parlea de na sort e chi de l'autra, chi del temp e chi del lurèr. Candenò sauta fora un e l' diš.
"Chelun el che à la più bella femena do nos etres?"
Un el diš: "La più bella femena lè la mia" e l'auter: "La mia la è po più bella". E così un do l'auter ogni un volea aèr la più bella. Ches Cian Bolpin che l'era te'n piz te to desc el se grignèa a sentir che chis volea aer cosi de bela femenes. El diš: "La più bella femena de duč e po ampo ge. Un l diš ge no cree nia, mo meton pen a do trei pazeides de vin, ge vel ence toleres apede no de mo vin.
Chis scomenza a meter pen e a maner a tor la femenes. Sora un pec les à scomenza a vegnir e l'era proprio de bella femenes belles e torones. Cian Bolpin le sit de fora el se à tout fora l'anel del deit e el l'à tirà do la strada su e l diš:
"Va di che Dona Chenina vegne subit."
Un pec dò zachei aur l'uš e ven ite la massera e la va via apede Cian Bolpin e la ge deš l'anell e la diš:
"Dona Chenina a dit che vegnide subito a cesa."
E l diš: che la voi veder chio, per che aon metu pen.
Can che duč, chi che l'era alò i e restè colla bocia averta e d'ognun a cognù dir che chesta l e la più bella.
Cian Bolpin el diš chesta l'e demò la massera ma co vedede la femena dapò podede po parler de bel.
Duta chela femenes che l'era alò les zachea dala ira perché dogni una aessa volù esser la più bella e che so om aessa avent el pen. Un moment do se aur l'uš e ven ite Dona Chenina. N la outa prest ge restea fora a duč l fià a veder la beleza se sta femena. Mo ela no a parla mia e la è šita via apede Cian Bolpin e la diš:
"Così te feš tu e te chela la la čiapa per la man e la ge a tout l'anel fora del deit e fora da uš fora.
Cian Bolpin laea ben avent el pen ma no l'aea più l'anel e nol troea più la streda. Le šit de fora e la varda d'intorn e le resta dut gram e sperdù e zenza dir nia a nešsugn le pontà su per Pecedač desche un čian bagnà. E su e sù per chest bosc in su e in via e in cà senza saèr olà che el rua e l'era gram (?) perché l'era scur. Candenò zacan le rua apede de gren pecei el sent che de sot inlengia un cogol le zachei che perla. El se tira apede chis e l veit che i è de trei che dombra soldi a pede fec.
El diš: "Bona sera". Candenò se dreza su ùn de chis: "Che veste po tu chiò" - "O," el diš, "Speta che fazon subito". Dapò el diš: "Che volede po fer co me, che son un pere cos soul che va fora per un bosc zenza saer ola che l'rua."
I l'a domana fora de olà che el ven e olà che el' va. Ma el ge dašea rispostes che no l' sa nia da olà che el ven e olà che 'l va. El volessa demò čiaper lurier apede valgugn per poder se vadagner velc. Chiš i a vedu che le un bel tous gran e gross e i se pissea fra de ič. Chest magari podessane aer.
Un el diš: "Tu te cognes saèr che nos sion trei leres, e chi che rua sota nošsa mans la no ge va ben."
Dapo el diš: "La pel širco che la vel: più che morir da fam no è nience a širintorn chiš bos."
Un el diš: "Se te ves te pes ben ster apede nos mò velc outa hon trop da lurèr e trop da rischier."
"Chel me é listess. De lurer son bon e paura non n'e. Mo fosse cosi famà, volesse ve preer velc da magner."
Un le šit doi trei veres de là e la portà un sac e el diš: "Chiò te es cern e ardel e pan e ega de vita. Beif e magna e dapò se parlaròn."
La varda olà che le mingol de post sconet per se senter šu.  E can che la verdà l'era inlegia un burt mantel. El diš "Che berdon e l po chiò? No me tire po massa da vešin, che me čiape su poies."
"Auter che berdon chel alo", diš un de chiš leres. "Chel l è un mantel che la na grandissima virtù. Co un se feš la ite e che l' diš: Ui alo o ui alò te un moment le te chel post chel vel. E el sgola un toc più svelt che l'egua".
"O chest nò nol cree, che con un tel berdon se n podesse fer na tela".
"Ben se no te crees te proares can che le chis diš che ven".
E i se a tan parla che i l'à laša se fer ite a proer se le bon de se uzer. Ma i diš che el vae demò mingol soul per aria e che no' l stae po a šir dalenč.
"Po, nà nà" el diš: "e olà volede po che vae ge. Ge son content de star apede vo etres".
Ches Cian Bolpin se fes ite te chest mantel e scomenza a šir in sù e scomenza a se uzer e el sia saldo più aut e più aut. In la uta chiš leres à ben scomenza a crider: "Gei su, gei su". Ma el se pissea: "Ge ve la è fatta a vo etres musač vardame dò. E canche le stat tan aut, che chiš no l vedea più el diš "Ùi fin sas de Pordoj." E chest Mantel sauta n via e ten moment le stat fin al Sass de Pordoj.
Crepea giusta l'elba che scomenzea a veder mingol stroz e el se peissa: "Ades de che vers me auze?" E el va via e via per chest sass. Candenò el rua apede na čenta che šia per mezza la creppa e le sit in via e n via e zacan le rua apede un piccol uš. El va ite per chest uš e rua te na cesa da fec, che l'era na femena co na fana sora fec.
El diš: "Bondi a vo."
Chesta auzǎ su el cef e la ge verda e la diš: "Mi pere tous olà este mai ruà."
"Perché pò no coši?"
"Te cognes saer che chio le la cesa del Vent e can che chel ven chi che rua chiò va duc in ruina."
"O ge per chel no e mingol de paura. E ve pree lašame ster te un piz e dašeme velc da magner, che me contente co che mai e canche ven el vent prearè ben che nol me bute žu per sta creppa."
Ma la diš: "Se no te es paura te pes ben rester, ma sarà ben difficile che el patron te tole, perché l vel esser soul chio intorn.
In tant le vegnù da sera e le sit fora forin l'uš e l vardea via per l' Sass de Salei e giusta che fioria sorege e l'era dut tanto Dio cet.
Candenò scouta mingol e 'l sent bugolar e in lauta la diš ella šampetene pur da ite ve, che co 'l rua, se ties de aria sun chi bušes e le šin šampa da ite te n piz de do un armer.
Candeno el ven cheš vent con tant i gren tomulč che l parea che la crepes tremassa. Ven ite da uš ite da un piz n lauter e el diš, chi este po chio? Po la diš no l'e nia. E el diš e jo è sentu da pez che le zeche chio, voi veder chi che lè.
Cheš Cian Bolpin bel stasea inculà te sò mantel te do l'armer e 'l se pisea se te me ves scarer fora. A ben che son mieč de sgoler che tu.
Candenò el rua apede: "Cheš fešte po tu chio?" el diš.
Po el diš: "A chierir lurier, se me volassade urè, ge stasesse bolantiera apede vo."
Po el diš: "Es bel dir tu ster apede me. A ster apede me un cogn esser bon de sgoler e amò mior de lurer."
"Ge son bon de fer un e l auter che che le, e ge ge la 'ndesfide a duč."
"Ben dapo volon proer doman son vin Pecedač a deresèr do trei pecei a chi da Gries che i à semper na bega.
Can che le stai indoman bonora i se a partì e via. Cian Bolpin s'a fat te so mantel e la dit: ui fin Pecedač e te un moment le stat lo. Demo che l disea sula ponta e ui sa bas e così el sia da un pecel a l'auter che el polver sutea. Candenò el sent bugoler Vegnia enče el vent.
Can che le rua el diš: "Ma per amor de Dio che este fat chio. Laša pur ve che se no à po tant de bestiemer da chi da Gries che la nosa ruina."
E la vardà un pec stroz a veder chis pecei duč n crouš e reversè un sora l auter e l diš: "Tu ti es auter mior e più svelto che ge a fer chis lurier. Ben sin šon."
Cian Bolpin la dit ui a cesa e le stat sobito alò. Can che stat da sera l diš: "Adess cognon pusser doi o trei diš, perché è indò un gran lurier da fer."
"Che fossa po chest?" la domana Cian Bolpin.
A l diš: "Dona Chenina a da šir in curt te let e dapo cogne šir aš ge scoar fora el palaz perché l'e demò ella e la massera soules e les no scoa mai, in dut l'ãn."
"Apò lašame pur vegnir con vo, che volesse cosi enge ge širalò."
"Ela me a racomana tant de no ge dir a nešsugn can che vae a scoer da ella e che vegne soul."
Cian Bolpin la tant prea e fat e dit finamai che el' vent la dit che el lo laša šir con el.
Mo el diš: "Recordete che te staes te do de me e de aer gran reguardo che no te ge ruines e te ge reverses velc."
Chi doi diš el vent a pusa del dut, ma Cian Bolpin inveze el fasea menes de šir de fora e dapo con so mantel lera ora chio ora la lo fora per chis spič. Che el cherdea de cogner veder ola che lè la sfessa te la crepa per šir ite da Dona Chenina. Ma no le mai stat bon de veder nia, perché ge mencea l'anel.
Can che le stat el terz dì che i se à metù per streda i se à partì e i e šič. Apena che i e ruè apede la sfessa ches vent a scomenzà a bugoler e les e vegnudes subit fora a ge orir.
El diš "Ades orime duč i uses e duta la fenestres e armeres, perché ciape da cef e vae do e do."
La massera la in ultima stata verteeda.
Ches vent scomenza a soffier e bugoler e da una cambra a l'autra e daperdù olache l era passà no restea più mingol de polver. Cian Bolpin se a fat ite polito te so mantel che nešsugn no l'aesse podù cognošer e l' saldi in do e olà che va 'l vent el sia ence el alò saldi.
Perfin amai che le rua te l'ultima sala che la era dut a lušo e Dona Chenina te let. Can che la vedu co che la è e che la nol era più da scoer le sin sit te sot letiera per no aer più brea de se lasser veder e el se à inculà laite zenza se mever.
El vent le sin šit fora e a cesa e can che le rua nol veid più Cian Bolpin.
"El me l'a mpò fata chest berichin, ma me la podee ben pisser che no la va cosita. Magari perde enče el post da Dona Chenina de šir a scoer, ades, che l'era mi mior post che aee."
Cian Bolpin te sott letiera ge saea l' temp leng e el se pissea co che el podessa dormir. El sa fat ite bel pian tel mantel el diš: "Ui me ndromenzer", e l'à scomenzà a dormir.
C
o tan de temp che l'a dormi el no saea instess.
Can che el se desedà el verda fora da nascous fora de sot lettiera fat te anter al mantel e el veit che la massera šia ite e fora saldi de sbalz a ge porter ora chest ora chel auter a Dona Chenina. E sora un pec la sentù che zachei vaa. L'era el picol de Dona Chenina che sa desedà. El candenò ven la massera con un gran piat de bella fortaes e la ge les porta a Dona Chenina che la na tout fora per gen der al piccol, Dona Chenina do che ella e el piccol i sen à magnà teis, la se a senta žù e la dit:
"Verda cotanta bela fortaes che e amò chio, se ge podesse demò der una a Cian Bolpin. Per esser son ben stata cativa perché che el me à disubidì na uta soula ge tor l'anell. Co tan bel saesse mai a mi e encě a Cian Bolpin adeš che l'aesse tant un bel piccol e per le el e podassane goder e se devertir chio. O mi caro Cian Bolpin olà sareste mai."
Cian Bolpin te so lettiera la aea sentù dut e no lera bon de dormir e sentia che la fam ge battea e candeno crepa fora e el diš:
"O mia cara Dona Chenina ge fosse ben chio se te me volesses der na fortaa dassegn."
Dona Chenina da la contentezza la se à senta sù te let.
"Ma olà este Cian Bolpin?"
"Po son chio te sot lettiera."
"Po gei pur fora lassete vedèr in ben."
Ches Cian Bolpin le vegnù  fora e el ge a toca la man a Dona Chenina e i a scomenza a se bosser e bracer che l'era bel un spetacol. Do i se a contà un e l'auter co che la ge è sita fra chis tempes e i a fat contrat de rester insema e no se spartir più.
Dona Chenina ge à dat l'anell da nef e l'à lašsa che el fae el patron de cesa aut e bas. Cian Bolpin se godea mez mondo el sia ite e fora da sia seles e žia a spas can e olà che el volea. Na outa fra lautra le indo ruà apede Micel ola che l'era i pestres de la feides de Cianacei e Gries e a chiš el ge l'a contada duta la storia co che la ge è sita. E do da inlaouta nešsugn no là più sentu dir nia de Cian Bolpin.
Se le po semper stat a cesa o se le sen šit e se chela sfessa de sass de Pordoj la e amò o no de chel no se ge.

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C'è qualcosa nella fiaba di Amore e Psiche, col rovesciamento tra maschile e femminile nella natura numinosa e nel non volersi mostrare, che nella storia di Apuleio è di Amore mentre qui è di Donna Chenina. In entrambi i casi è la nascita del bambino - là femmina, qui simmetricamente maschio - che induce l'amante divino ad accettare l'errore umano. Perché una relazione sia felice, e feconda, occorre la relazione con la realtà, e in questo caso il mondo immaginario cede parte del suo potere perché vincano la passione e il piacere sulle spinte narcisistiche che impedirebbero il riconoscimento della fecondazione come atto che richiede entrambi gli elementi.
Un altro collegamento va fatto con le numerosissime fiabe della donna uccello, che vola via abbandonando i figli e lo sposo, imponendo a questo, se vuole ritrovarlo, un viaggio ai confini del mondo. Nelle Mille e una notte la sposa viene ritrovata oltre i Monti Qaf, estremo Occidente per la narrativa araba, identificabile col massiccio del Caucaso, ed equivalente alle nostre Colonne d'Ercole o agli Iperborei. La conquista dell'amore nel registro fiabesco richiede un cammino di conquista che lo ritrovi, dopo l'inevitabile perdita, con mezzi umani. Così si compie il passaggio dall'immaginario al simbolico da parte dell'attante umano - sia Psiche, sia Cian Bolpin - che compie un percorso iniziatico-eroico, e da parte dell'attante divino - sia Amore, sia Donna Chenina - che umanizza la propria onnipotenza attraverso il riconoscimento del proprio desiderio.

Un motivo che meriterebbe un lavoro di commento: il luogo perfetto, dove si intrecciano madre, morte ed eternità, è un luogo di cui l'essere umano non conosce il nome. Da ricordare la mancanza di nomi scientifici che caratterizza il genitale femminile (v. T. Laqueur ctrl). L'incontro con la volpe è significativo perché nonostante la sua conoscenza della lingua degli animali e la cortesia che manifesta ai ciocciolòns, Cian Bolpìn non ottiene la rivelazione del nome: essendosi innamorato, l'attante dolomitico ha perso la possibilità di risolvere con la magia la questione del desiderio: la stessa cosa accade nell'ultimo capitolo della storia di Aladino. (v. A. Gasparini, 1993)

Il nome del luogo della sposa divina, che consentirebbe una presa, un controllo, un possesso, non viene mai pronunciato. E per giungervi Cian Bolpìn deve farsi strada nella neve: accedere alla donna, conoscerla, implica cercarla e trovarla dal lato meno ospitale, il più respingente, rappresentato qui dalla neve e dal gelo, in Cenerentola dallo sporco della condizione servile, altrove dalla pelle di un asino, di un abito di legno, che rimanda alla bara, o dalle forme terribili di un'orsa. Cian Bolpìn ha ritrovato da solo la via per il suo desiderio: nessuno se non il soggetto può farlo, e la ricerca esige l'accettazione della propria particolare soggettività. (Vedi  A. Gasparini, La luna nella cenere, 1999; cap. VII, Il principe sensibile)

Più avanti il Nano, che pure è una grande conoscitore di nomi, ignora quello che Cian Bolpìn sta cercando: i nani rappresentano un erotismo fallico che non comprende la genitalità, la fecondità: estraggono gemme e tesori dalla madre terra, ma non sposano principesse, precedendo quando sono propizi, come accade in Biancaneve, l'incontro col principe.

Ciò che fa Can Volpin è intollerabile per la donna, che si trova esibita come parte oppure ornamento della parata fallica di lui. La donna del mondo magico, come Dama Chenina e tante altre figure femminili delle fiabe, della leggenda, del mito (Vedi anche C. Lomi, 2004) nell'atto di abbandonare e disprezzare questo atto rappresenta la sua volontà di rappresentare in proprio il potere fallico, e di punire, talora fino alla distruzione e alla morte, chi se lo è arrogato. Nelle rare favole in cui alla fine l'amante mortale si riunisce felicemente alla sposa soprannaturale o infera, ciascuno degli attanti si rappresenta la mancanza, tollerando la disillusione di possedere il fallo o di incarnarlo. Nel caso di Dama Chenina, si legga con attenzione il discorso finale, quando il pastore è sotto il letto, quando dice che le manca, e che è stata troppo severa, visto che lui le ha di fatto disobbedito solo una volta. E' come se alla fine Dama Chenina, sola col suo bambino, con la nostalgia dello sposo mortale, non considerasse più una sfida al suo potere quel richiamo, ma qualcosa che attiene alla sfera omosessuale dello sposo, che vuole vincere grazie a lei sugli altri uomini della sua comunità. Quella che le appariva un'infedeltà o una mancanza intollerabile - amore per altro, non per lei - da peccato mortale si trasforma con la posizione generativa - la nascita del bambino di cui si prende cura come qualunque madre - in un peccato veniale che si può perdonare.

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In alcune raccolte questa versione è preceduta da altre due storie, con le quali compone il trittico I figli del Sole. Nella prima si narra di Elba, figlia del Sole che viveva in un lago e si innamorò di Bolpìn, un pastore che era stato allevato dalle volpi, perché suo padre lo aveva abbandonato dopo aver ucciso la moglie per gelosia. Nella seconda si narra del signore del luogo, che essendo stato respinto dalla bella Elba, si vendicò della sua unione uccidendo Bolpìn e abbandonando il loro piccolo ai suoi cani. Sposandola con la forza ebbe da lei una figlia, Soresina, che era tanto fragile e delicata da morire la prima volta che vegliò fino a mezzanotte, tanto da sentire che il cuore del suo sposo apparteneva a un'altra. Cresciuto con i cani, mentre suo padre era stato allevato dalle volpi, il nostro Cian Bolpin viveva nei boschi.
Si osservi che a pede si collega direttamente al latino apud. Apede ella, ovvero apud eam, accanto a lei, come più avanti, apede vo, apud vos, accanto a voi. Riguardo alla grafica, si è rispettata quella originaria, quando ad esempio Cian e Dona sono scritti sia così sia Cian e Doña. Si sono sostituiti alle iniziali C. e D., ricorrenti qua e là nel testo, i nomi completi. Ringrazio per questa fiaba i signori Antoniazzi di Borello di Cesena che hanno trovato la raccolta durante un viaggio in Val di Fassa.

La versione italiana, che figura nel testo citato per la versione ladina, non è fedele, e lascia da parte molti passaggi vivi e pregnanti. Non ho potuto ritradurla per la difficoltà del ladino, ma spero che qualche incontro fortunato lo renderà possibile. La sola libertà che mi sono presa è quella di chiamare l'Orco, alcune volte, Orco del Vento. Si legge nel testo che nell'originale accanto al termine Orco, fra parentesi, era scritto wilder Wind, ovvero vento impetuoso, e nel testo ladino si parla del Vento.

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Le stesse parole sono scritte in alcuni casi con una ‘s’ accentata come ‘ā’, in altri con ‘šs’ Si sono quindi uniformate con la grafia ‘šs’ (ad esempio: nešsugn). Analogamente si è sostituita la ‘z’ acentata lunga con žz. Anche Čianacei è altre volte scritta come Cianacei: si è uniformato come Čianacei. Doña talora è scritta così, oppure Dona, oppure la lettera ‘n’ porta un accento come ‘ā’. Si è uniformata come Doña.
Encê nel testo è scritto con ‘e’ finale accentata come ‘š’.
Auzâ nel testo è scritto con ‘a’ finale accentata come ‘š’. Le altre numerose incongruenze, sia nella grafia che nella punteggiatura sono rimaste come nel testo.

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Fiabe e leggende della Val di Fassa, H. De Rossi Di San Giuliana, 1912; pp. 38-46; fiaba trascritta da una raccolta del 1866. .


Warwick Goble, I tre re animali

'MO FINÌ 'L TONTO

italiano

    C' era ’na volta ’l tonto, che la su’ mamma je disse: - Fijo mio, va ta ’l mulino a macinà ’sto sacch’ i grano.
E, com’avem ditto lu’ era tonto, e la su’ mamma ’n ce se fidava che lu’ ariportasse tutta la farina; che lìa eva temenza che ’l mulinaro ’l buggiarasse ta lu’, ch’era tonto; e perché lu’ s’aricordasse je disse lìa: - Bada che de diece n’arvenghin nove.
Volìa di’ ’n p’ la moltura e tutto ’l resto.
E lu’, volem di’ ’l tonto, ’ncol su’ sacc’ allorca, sen gìa p’ la strada e, manco a stancasse ’n momento, arpitìa: - Che de diece n’arvenghin nove.
Perch’ete da sape’ che lu’ ’n se fidava del cervello.
E camìna, camìna, èccheve che ’l tonto capìta posso ’n campo, ’ndù’ che se sommentava ’l grano: e lu’ sempre daje a di’: - Che de diece n’arvenghin nove:
E l’arpitìa tanto pe’ n’n ascordasse che daje, Che de diece n’arvenghin nove, sentì qui’ contadini, che credetton che lu’ c’esse ’nguidia, e je mandasse ta loro la caristia; e ’l massacronno ’n ch’i bastoni; e lu’, porellino, manc’ arfiatava da le botte, e je disse ta loro:
- Com’ho da di’ donca?
E quilli j’ arispòsono che lu’ eva da di’:
- Che de uno fussin cento.
Volevan di’ che ’gn ’acin de grano s’aridoppiasse de tanto.
E ’l por tonto ariprende