
IL TESORO
DELLE FIABE DIALETTALI ITALIANE
SCELTE TRASCRITTE E RACCOLTE
DA RACCOLTE DEI SECOLI XIV-XX DELLE REGIONI E DELLE ISOLE ALLOGLOTTE
ANNOTATE E ITALIANIZZATE DA
ADALINDA
GASPARINI
A mia madre, Giovanna, funambolica linguista
all’equilibrio della sua parola toscana rotonda acuta
ABRUZZO
Fior'
e Ccambedefiore
Fiore e
Campodifiore
BASILICATA
Fiore
di mare
CALABRIA
La ricotta janca
CAMPANIA
La Gatta Cennerentola
CAMPANIA
Li
sette palommielle
EMILIA-ROMAGNA La
Zinderlazza
EMILIA-ROMAGNA,
La
fola d'Ohimè
FRIULI-VENEZIA
GIULIA Meni
Fari
LAZIO,
Gli
tustamintu du 'na Fata
LIGURIA
O
dente
d'oo
LOMBARDIA
El
Tredesìn
MARCHE
Lu
re pesce
MOLISE
L'
tacc'
taccun' d' Maria d' legna
MOLISE
Isola alloglotta
serbo-croata Djevojka
sa zvijezdom
MOLISE
Isola alloglotta
slavo-molisana Das
Mädchen mit dem Stern
PIEMONTE
Petit
Menin
PUGLIA
Ré
fendana d'aure
PUGLIA
S.
Giorge
SARDEGNA
Is
tresgi bandius
SICILIA Lu
Figgiu di Re
SICILIA Sfurtuna
SICILIA
Isola alloglotta
greco-albanese La
Bedda di li setti citri
TOSCANA
L’Aquila
d’oro
TOSCANA
Re
Porco
TOSCANA
La
bella
Caterina ovvero la novella de' gatti
TOSCANA
La
regina Marmotta
TRENTINO-ALTO
ADIGE, L'amor
dei tre naranzi
TRENTINO-ALTO
ADIGE, Isola alloglotta
ladina, Cian
Bolfin
UMBRIA
'Mo
finì 'l tonto
VAL
D'AOSTA Le
valet du marchand
VENETO
Biancabella
e la biscia sua sorella
VENETO
La
Poavola
VENETO Re Porco
VENETO
La
fontana che brila l'albero che canta e l'ucelin belverde
Prima avvertenza
Questo
lavoro nasce
dall'ipotesi
che nella scuola, e non solo, possa essere utile disporre di
un'antologia
di fiabe dialettali e antiche. Mentre le Fiabe italiane raccolte
da Calvino offrono un tessuto linguistico comune a tutti, questi testi
dialettali proponendo una straordinaria varietà linguistica,
formano
un potente strumento per far crescere la libertà e il desiderio
di raccontarsi.
Il linguaggio del bambino, che
porta nella relazione il suo stesso essere, come forma delle sue
relazioni affettive,
va accolto prima che corretto, riconosciuto prima che sostituito col
linguaggio
consensuale. Non solo perché questo giova affettivamente al
bambino,
ma perché misconoscendo il senso delle sue espressioni si
rischia
di scava un fossato tra la sua significazione spontanea - lessico
familiare,
o di gruppo - e la significazione consensuale, comune a tutti, che la
scuola
deve trasmettere. (Su questo tema vedi Re
Porco e i bambini narratori). Se il bambino sente che a
scuola,
dove gli si chiede di apprendere una lingua più estesa, comune a
tutti i parlanti italiani, hanno diritto di cittadinanza parlate
diverse,
e se gli viene spiegato che questi modi di dire hanno la loro
nobiltà,
non pensa che ciò che non è (non è più, o
non
sarà mai, o non è ancora) consensuale sia sbagliato.
Ciò
che non trova accesso alla comunicazione pubblica, pur
riguardando
di fatto una sfera privata del bambino, sia per limiti
relativi
alla scolarizzazione della famiglia e sua propria, sia per
difficoltà
di tipo affettivo, viene rimosso come innominabile: accade
troppo spesso che l'imperfezione del suo dire, delle sue parole, per
la loro
diversità
dal linguaggio consensuale, venga classificata come errore. Se poi
l'insegnante
ha una conoscenza della lingua italiana limitata allo stile consensuale
dei
parlanti
contemporanei, se l'insegnante stesso, quand'era bambino, ha dovuto
abbandonare
fuori dalla porta della scuola il proprio lessico familiare e
dialettale, ha
poche possibilità di accogliere la lingua del bambino.
Se solo gli insegnanti potessero
ricordare i loro studi di filologia, o almeno l'amore e il rispetto che
hanno incontrato sui banchi della scuola superiore leggendo i grandi
testi
della letteratura, potrebbero provare a considerare i testi dei bambini
e dei ragazzi come pagine di antichi codici, come messaggi preziosi,
attraverso le espressioni che eludono o distorcono le regole non meno
che in quelle che le rispettano.
Nei dialetti
italiani, fatti
risuonare
nella scuola, luogo deputato all'apprendimento del linguaggio e della
cultura
consensuali,
l'insegnante può rintracciare una radice viva alla quale
attingere,
per una società come la nostra, new-global, o globalizzata. Nel
rispetto per il linguaggio di ogni parlante, piccolo o grande, di
qualunque
condizione sociale e culturale, prima che nelle celebrazioni di feste e
tradizioni lontane, è la chiave per favorire una società
di diversi che coltivano la loro diversità come gli strumenti
musicali
in un'orchestra: per compore armonie impossibili al singolo virtuoso.
Ricordo
un muratore palermitano che rideva stupefatto ascoltando una fiaba di
Pitré
nel suo dialetto, orgoglioso di spiegarci dov'era via Giuseppe
Pitrè
nella sua città. Era felice come i bambini quando gli adulti
ridendo
raccontano storie che includono riferimenti ai bisogni corporali che di
solito vanno taciuti, o appena sussurrati. Allo stesso modo
esprimono
giubilo i bambini nelle scuole toscane quando sanno che ito,
per
andato,
che usano ancora
i loro nonni, ha una particolare
nobiltà, visto che lo usava Dante e che è molto vicino
alla
fonte latina.
A
proposito dell'uso didattico, l'insegnante accorto saprà far
tesoro della ricchezza delle fiabe dialettali. Qualche suggerimento
informale è riportato in calce. Come esempio, si può
osservare l'Aquila d'oro, una storia del
Trecento. L'insegnante
vedrà che può usarla come un mirabile strumento didattico
per una
lezione
di storia, con quel campo di battaglia dove alle prime luci dell'alba
si tagliano le siepi e si riempiono le buche, per rendere più
efficace lo scontro, e con gli eserciti di tutti gli stati europei del
tempo. Passa in rassegna un'antica Europa
dei popoli: Raonesi, Soavi, Inghilesi, Lozimborghesi
(Aragonesi,
Svevi, Inglesi, Lussemburghesi) si combattono ferocemente e
cavallerescamente
per un ratto simile a quello che causò la guerra di Troia,
finché
il papa, pena la scomunica, li convince a far pace. Non sarà
difficile raccontare, insieme alla storia come favola, la storia vera e
propria, di cui è scarsa la consapevolezza: la
conflittualità ha sempre segnato la vita dei popoli, nel
gioco
immaginario che costa sangue e lutto, rispetto al quale è
richiesto l'impegno di ciascuno di noi.
Se poniamo la questione delle
relazioni
tra bambini, o tra cittadini, italiani dalla nascita, e immigrati neri
o gialli o albanesi o kossovari, meridionali o settentrionali, come un
dovere di tolleranza, consideriamo la libertà dell'altro come il
limite negativo della nostra, non come il punto in cui la vera
libertà
comincia. L'equilibrio di un gruppo umano si è quasi sempre
fondato
sulla rimozione del diverso - oltre i confini degli stati o dei campi,
oltre le mura del manicomio o del carcere, oltre i segni di
appartenenza
a un ceto e a un censo. Espellendo il diverso si guadagna l'illusione
di
un'identità compatta e stabile: il processo riguarda un popolo
come
una tribù, uomini primitivi o moderni, e nasce
nella
relazione narcisistica del soggetto con la propria molteplicità
intrapsichica.
Per ottenere questo effetto di identità si è sempre
discriminato,
soppresso, sterminato, l'altro: persone di altre razze, ma
anche persone
vicine e familiari. E se è vero che è destinato al
fallimento
l'appello moralistico alla tolleranza, può avere qualche
possibilità
l'invito a pensare ai pregi della molteplicità, e al fatto che
la
realtà psichica di ciascuno ha tanta complessità e
diversità
rispetto all'ideale consensuale, quanto una realtà culturale
rispetto all'ideale con cui si rappresenta. Se noi riusciamo a non
misconoscere
la
nostra diversità da noi stessi, che si presenta tante volte,
ad esempio nel semplice smarrimento mattutino di fronte allo specchio,
possiamo imparare a
riconoscere
le diversità presenti nella nostra propria cultura. Un piccolo
esempio può esser costituito dalle due versioni rintracciabili,
con una piccola forzatura, nella creazione dell'uomo e della donna
narrata nella Genesi,
che sta a fondamento della cultura ebraica, la più
compatta
e stabile della storia: dalla contraddizione del testo, preso
alla lettera, nasce il mito di Lilith,
Luna
nera, donna ribelle e demoniaca.
Occorrerebbe pensare alla purezza
culturale non come a una realtà ma come a un ideale,
perché
solo una profonda ignoranza può far pensare che nel mondo esista
una sola cultura che non debba parti essenziali a una cultura che l'ha
preceduta
o che l'ha incrociata. Non esiste nemmeno una parola tra quelle
che
stiamo usando che non sia il risultato di un processo di
contaminazione,
di ibridazione, di creolizzazione incessante.
Il linguaggio, come ogni singola
parola, somiglia all'essere umano, e rappresenta la complessità
illimitata della realtà psichica, della quale questa antologia
propone
un minuscolo saggio, che può aiutare chi ha la mente aperta a
combattere l'illusione di una lingua
intesa
come il risultato di un'evoluzione, grazie alla quale l'efficacia
espressiva
trionferebbe sul primitivo e il caotico lasciandoli al passato. Si
propone
qui di partire dalla lingua, dalle parole antiche della fiaba, e dalle
storie registrate nei dialetti italiani. Proporre queste storie ai
bambini
suscita effetti molto interessanti: hanno più voglia di
esprimersi,
si muovono tra le maglie larghe del linguaggio, sentendosi liberi dalle
strettoie di un insegnamento della lingua consensuale miope,
perché
fa dipendere l'espressione da regole assolute, separate dalla
contrattazione
storica che non smette mai di plasmarla e modificarla. Ma prima che ai
bambini serve agli adulti, e non solo agli insegnanti.
Le fiabe appartengono a tutti -
a tutte le età, a tutti i tempi, a tutte le culture. Più
ancora dei miti, che
fondano una cultura, costituendone la base immaginativa, perché
le fiabe non
fondano
niente, sono semmai occasioni per esplorare le proprie radici,
scoprendone
l'intreccio con le radici di tutti. Sono per il linguaggio verbale le
strutture
nelle quali esso prende vita, perché le strutture narrative
ricche
di simboli stanno al di là delle parole, chissà dove:
forse
somigliano all'architettura segreta della nostra anima.
Per
chi cerchi strumenti adatti all'integrazione di bambini stranieri,
questa antologia può sembrare uno strumento inutile, che poteva
andar bene semmai nel dopoguerra, quando il problema riguardava
l'inserimento di italiani di altre regioni. La consapevolezza delle
origini molteplici della nostra lingua, di come si è formata
faticosamente sia a partire dai dialetti o dalle lingue locali, come il
toscano, sia destituendone gradualmente l'uso, vale secondo noi come
esperienza della complessità della lingua materna, o lingua 1.
L'ignoranza di chi conosce una sola lingua, come la maggioranza degli
italiani nati all'inizio del secolo scorso, conferisce una sicurezza
espressiva particolare, ma ha come rovescio della medaglia la
convinzione che chi parla una lingua diversa sia svantaggiato. I nostri
antenati greci, che hanno inventato filosofia, e democrazia, chiamavano
bàrbaroi, barbari, balbuzienti, tutti coloro che non
parlavano greco. Mia nonna, che parlava il dialetto modenese e un
italiano molto vicino al dialetto, rideva quando alla televisione
sentiva il presidente americano che parlava inglese, ed esclamava: Puvrètt! a'm' para ch'al faga na
fadìga! (Poveretto! mi
pare che faccia una fatica!). Acquisire consapevolezza della
complessa, talora aleatoria, formazione e trasformazione della propria
lingua significa allentare i legami narcisistici con un'origine
superiore e riconoscere l'incertezza e l'aleatorietà presenti
nella storia delle lingue, non meno che nelle storie delle
persone. Senza questa consapevolezza, qualsiasi apertura al
diverso sarà apparente ed effimera.
La
vergogna nel parlare riguarda il bambino come l'adulto, quando deve
intervenire in un dibattito pubblico, o quando per comunicare deve
usare una lingua che non conosce bene. Ha radice nel vissuto
d'esclusione, intenso perché erotizzato, che deriva dalla
percezione che il bambino ha di se stesso fuori dalla coppia
genitoriale: una storiella del tutto
indipendente dalle teorie freudiane o kleiniane illustra questo
vissuto. L'apprendimento della lingua 1 è preceduto dal tempo in
cui siamo letteralmente infanti, incapaci di parola, e concordiamo con
l'ipotesi avanzata da Melanie Klein, secondo la quale dal modo in cui
percepiamo la reazione dei nostri genitori ai nostri primi tentativi di
articolare un senso in sillabe o parole dipenderà la nostra
scioltezza o la nostra vergogna nel parlare una lingua straniera. Ma
anche, direi, la nostra capacità di esprimerci pubblicamente,
perché un ambiente percepito come giudicante riattiva il senso
di inadeguatezza e di esclusione che ha accompagnato il primo
apprendimento della lingua. Parlare senza vergogna dialetti diversi,
leggere una lingua diversa senza preoccuparsi della pronuncia canonica,
vedere come non esista un confine stabile nel valutare la correttezza
di un'espressione, osservando la variazione delle regole nel tempo e
nello spazio, è un allenamento prezioso sia per comprendere la
lingua, sia per riconoscere la presenza della diversità nel
proprio stesso parlare. Se la propria lingua non è un insieme
stabile, compatto, invariabile, la lingua dell'altro non sarà
vissuta come barbara rispetto
alla propria.
Il commissario Montalbano di
Andrea Camilleri è un esempio di successo di una lingua
contaminata, avvertita come particolarmente significativa non
solo dai siciliani.
Quando Calvino lavorando sui
testi
dei raccoglitori di fiabe che operarono in tutta Italia tra la fine del
XIX e l'inizio del XX secolo raccolse e trascrisse le Fiabe
italiane,
auspicava che il suo lavoro facesse venire "voglia a qualche
lettore
d'andare a ricercarle e a leggerle, e magari a qualche editore di
stamparle".
Forse a distanza di mezzo secolo i lettori italiani sono pronti per le
fiabe dialettali, che sono state in qualche caso ristampate,
ma restano difficilmente accessibili a chi non sia cultore di
letteratura
popolare. La bellezza delle favole che ripropongo raggiunge livelli
altissimi
nella raccolta toscana di Gherardo Nerucci e in quella siciliana di
Pitrè:
ma la bellezza è ovunque il dialetto ci restituisca
un'insostituibile freschezza espressiva. Il dialetto era la sola lingua
per la maggior parte degli
italiani
fino a cinquant'anni fa, ed è ancora presente nei
primi
anni di vita per quasi tutti. In una biblioteca della Franciacorta ho
chiesto
a una bambino di terza elementare di riassumere in dialetto bresciano
la
Novella
de' gatti che avevo letto nella versione pistoiese di Nerucci, e la
sua felicità espressiva ha deliziato il suo pubblico, composto
dai compagni, dalle insegnanti. Aprendo
le porte alla molteplicità della lingua qualcuno si aspetta
l'invasione
di Babele, invece... invece si scopre che noi, eredi della dispersione
delle lingue, nonostante questa dispersione, o forse proprio per
questa,
proviamo piacere a comprenderci, a raccontarci, ad ascoltare e
intrecciare
le nostre storie.
Le
persone che sanno ascoltare e
meditare
queste storie, non solo nei loro dialetti, o in quelli dei loro
genitori,
leggendole e rileggendole con pazienza, sentiranno il significato
emergere
dalle frasi prima oscure, e insieme alla trama e agli scambi fra gli
attanti
si sprigionerà il profumo di linguaggi diversi,
e la fatica dolcissima comune agli esseri umani, di parlare, si
rivelerà
come un parco fiorito di tante piante variegate, cangianti. Qualcuna
resterà
misteriosa, neppure chi ha preparato questa antologia ha compreso tutte
le parole: ma forse esiste anche un solo giorno della nostra vita in
cui
comprendiamo tutto quello che ci viene detto, e quello che leggiamo, e
quello che dentro di noi si esprime o tende a esprimersi o si perde?
Questo lavoro è cominciato più di dieci anni fa, e mi ha
dato molto piacere scoprendo e trascrivendo favole, annotandole senza
un piano preciso, italianizzandole, immaginando quale piacere avrebbero
potuto dare ad altri.
Il piacere della favola non conosce barriere di cultura, di età,
di spazio e di tempo. Come la poesia, la fiaba ha una pregnanza
morfogenetica che ritroviamo nuova ogni volta che l'ascoltiamo, la
leggiamo, la raccontiamo, la scriviamo, viva come gli animali e le
piante: la sua forma è sempre la stessa e sempre diversa.
La mia passione per la fiaba, che insieme ai miti ho amato fin da
piccolissima, è un lavoro di ricerca nell'ambito della mia
formazione di psicoanalista da trent'anni, e l'asse centrale di questa
ricerca è una domanda complessa che come una congettura
matematica è vera ma non ancora dimostrata. Spero di dare il mio
contributo alla comprensione della fiaba entro un tempo ragionevole, ma
non è questo l'argomento di questo Tesoro.
Le raccolte italiane, da quelle magistrali di Straparola,
cinquecentesca, e di Basile, secentesca, a quelle dialettali raccolte
dai demologi nella stagione che va dagli ultimi decenni del secolo XIX
ai primi del XX, mi hanno fatto pensare che valesse la pena fare una
lavoro di raccolta e scelta per rendere fruibili da molti le fiabe
dialettali. Il tema dei dialetti, con diverse tonalità, negli
ultimi anni è diventato importante, e mentre la nostra
identità sembra svanire nella globalizzazione si tenta di
aggrapparsi a lingue locali che sembravano irrimediabilmente votate
all'oblio. L'italiano è una lingua complessa come la nazione che
la parla, ha una storia con tutti i possibili quarti di nobiltà,
ma come lingua comune è recente, e deve la sua diffusione a un
mezzo cosiderato poco nobile, la televisione. La ricchezza dei dialetti
ha lo spessore di secoli di scambio all'interno di comunità che
possono essere estese come la toscana o la napoletana, o piccole come
le isole alloglotte, che via via partecipano del tedesco, dello
spagnolo, dello slavo, del greco. Gli scrittori italiani che hanno
usato una lingua che mantiene l'eredità più nobile, fino
al latino, e l'eredità popolare, dei dialetti, sono per me i
più cari: ne cito uno solo come rappresentante di tutti: Stefano
d'Arrigo. Ed è degli ultimi anni il successo nazionale di un
autore come Camilleri, che ha vitalizzato la lingua con innesti del
siciliano, poi entrati nell'uso nazionale (non rompete i cabbasisi...).
A proposito dell'espressione orale vorrei osservare come i nostri
comici migliori degli ultimi decenni, Massimo Troisi e Roberto Benigni,
si siano espressi in una lingua che deve la sua efficacia comunicativa
alla presenza dei dialetti napoletano e toscano, una lingua che non ha
paura di riconoscere la sua natura mista, indomita - come la vita
considerata indipendentemente dal bisogno di chiuderla in
classificazioni rigide. La presenza di una tradizione letteraria colta
accomuna napoletano e toscano, mentre quest'ultimo ha il vantaggio di
essere per tutti più comprensibile degli altri dialetti.
La bellezza delle fiabe di questa raccolta parla da sola, e
saprà farsi ascoltare da molti.
A me preme che si senta come non esiste una lingua superiore a una
dialetto, né un dialetto superiore alla lingua nazionale, e
né lingua né dialetti possono disporsi in qualche ordine
gerarchico riguardo alla grazia e all'intensità espressiva. Ed
è proprio la loro molteplicità a creare una polifonia che
vorremmo fosse sentita come la bellezza degli esseri umani diversi,
quando si ascoltano con pazienza, senza paura che costituiscano una
minaccia per la propria superiorità, di cui la storia rivela
prima o poi il carattere illusorio.
Vorrei che affiorassero i rimandi sorprendenti insieme alle
diversità radicali, per chi sa coglierle le parentele con il
latino e il greco, la presenza delle lingue degli invasori,
conquistatori e conquistati, greci arabi spagnoli francesi tedeschi
slavi, nel lessico nella grammatica nella sintassi e nella costruzione
delle narrazioni, di cui si segnalano in nota alcuni esempi, giusto per
invitare all'osservazione.
Vorrei che le mie versioni italianizzate mostrassero come la nostra
lingua nazionale è capace di piegarsi con flessibilità e
grazia a tante parlate diverse, con esiti espressivi singolari, forse
poco nobili, ma corretti e plausibili quanto basta.
Vorrei che gli insegnanti e i genitori scoprissero come si possa, e si
debba qualche volta, sospendere la correzione. Gli errori di lessico,
di grammatica o di sintassi dei bambini, somigliano a quelli che si
possono rilevare nei dialetti cerchiamo, prima di correggere i bambini,
di comprendere il gioco espressivo di chi ha studiato meno di noi, o
diversamente. Il narcisismo delle piccole differenze, che si sostiene
su una diffusa e presuntuosa ignoranza della ricchezza e dell'ampiezza
della nostra lingua, dovrebbe essere contenuto. Perché la lingua
è la persona, e accettare il modo di esprimersi dell'altro
è conseguenza della consapevolezza con cui ci si esprime,
intendendo per espressione lo stile del discorso, e il logos, e la
persona stessa che parla, che ascolta, che si incarna e ci fa incarnare
in una relazione.
SUI
CRITERI DI TRASCRIZIONE DELLE FIABE DIALETTALI
La
difformità nella traslitterazione dei dialetti nelle diverse
raccolte, sia riguardo alla competenza e al rigore linguistico dei
raccoglitori, sia riguardo ai criteri scelti, è immensa, si
pensi solo ai segni diacritici o ai criteri per rendere il discorso
diretto. Per analogia con la scelta di far risuonare i dialetti come
venivano raccolti ascoltando i parlanti di uno o due secoli fa, si
è scelto di trascrivere ogni fiaba dialettale col massimo grado
di fedeltà anche alla grafica, uniformando in ogni caso il tipo
e il corpo dei caratteri e la formattazione.
Nella versione italianizzata si è deciso invece di seguire un
criterio unico, che corrisponde all'unicità di una lingua di
traduzione, che però, pur essendo chiara per ogni parlante
italiano, mantiene l'eco del dialetto dal quale viene.
Non solo parlate lontane o estranee saranno percepite da chi legge con
sensibilità questi testi, ma modi di dire che sono ricorrenti
per chi è andato poco a scuola e che emergono in chiunque sia in
preda a una forte emozione. Più che la presenza di costrutti
paratattici anziché ipotattici, si rileva qui un sistema
estremamente vario di impliciti ammiccamenti, sintesi, come se il testo
fosse più una sorta di spartito musicale che un opera compiuta.
Del resto questa era la funzione del testo scritto ai tempi di Esiodo
(XVII sec. a.C.), di costituire una base per l'improvvisazione. A parte
narratori e narratrici d'eccezione, una fra tutti Agatuzza Messia in
Pitré, si avverte nel discorso trascritto dal racconto orale una
necessità di completare, con particolari che al professore che
stenografa o registra si pensa non interessino, di accompagnare la
parola col gesto.
Ciascuno di noi proietta sul tempo del racconto senza libro, senza
editore, del racconto orale le caratteristiche ideali di un'infanzia
analfabeta senza colpa, povera e felice. Così noi bambini siamo
stati poveri - i mezzi e la potenza erano in mano ai genitori - e
felici, pieni di speranze e di illusioni, almeno sufficienti a farci
crescere. E' un buon esercizio assecondare questa tendenza, e
ritrovare parole e gesti per raccontare, purché si ricordi che
qualunque invenzione narrativa, per quanto felice, non è
gerarchicamente superiore, in un campo come quello delle fiabe dove la
gerarchia esiste, ma è mobilissima, rispondendo all'economia del
desiderio. Ma ogni invenzione salda la macchina infinita del narratore,
del suo carattere, della sua esperienza, alle parole del racconto: come
un film muto che si esalta dell'accompagnamento dei rumoristi e dei
musicisti, empaticamente legati ai sospiri alla paura alle risate agli
applausi del pubblico. Il narratore che fa sua la fiaba, anche solo
leggendola senza cambiare una virgola, ne dota il racconto di elementi
non codificati, di solito non codificabili, che ne rilanciano la
scintilla vitale, che si può definire morfogenetica (René
Thom) per gli effetti fecondi negli ascoltatori, anche questi di solito
non codificabili. Per chi volesse esplorare, considerandolo anche un
trattato sulla narrazione, un testo contemporaneo a questo proposito,
ricco perché la teoria è enunciata con semplicità,
e ha tutte le pieghe di una relazione perché è parte di
un romanzo antico e moderno, o, meglio, post-post-moderno, si consiglia
di seguire le mosse, gli intrecci del filo sull'arte del racconto,
tessuto con tanti altri fili, in Red Earth and Pouring Rain di
Vikram Chandra.
Avendolo
cominciato oltre dieci anni fa, e continuato a più riprese, ho
avuto l'aiuto concreto di molte persone.
Rossana Baralla, che ha fatto per me una parte del lavoro di ricerca
delle raccolte dialettali alla Biblioteca Nazionale di Firenze; Laura
Darsié, che ha collaborato per un breve periodo alla loro
revisione; Anna Antoniazzi, che mi ha aiutato a comprendere alcune
fiabe dialettali e mi ha incoraggiato più di tutti a procedere e
concludere.
Ringrazio tutte le insegnanti con le quali ho lavorato, che hanno
utilizzato con soddisfazione il mio insegnamento; gli amici e le amiche
che hanno avuto la pazienza di ascoltarmi; i bambini che mi hanno
mostrato, oltre ogni mai aspettativa, come le fiabe siano esche di
menzogna per carpe di verità, prendendomi felicemente in
contropiede.
Ringrazio i miei pazienti e le mie pazienti, che impegnandomi a fondo,
senza la rete finzionale della letteratura, mi costringono a mettere le
mani in pasta e mi impediscono di affezionarmi troppo a qualunque
teoria o a qualunque trovata, costringendomi a un viaggio senza fine.
Che non impedisce di gustare il piacere di una patria, quando si ha la
breve grazia di un approdo comune.
________________
Note
Dalla Genesi
Il sesto giorno:
Creavit
Deus hominem ad imaginem suam ad imaginem Dei creavit illum masculum et
feminam creavit eos (Genesi, 1 27)
Dopo la settimana della creazione, si racconta:
Dixit quoque Dominus Deus non est bonum
esse hominem solum faciamus ei adiutorium similem sui
Formatis
igitur Dominus Deus de humo cunctis animantibus terrae et universis
volatilibus caeli adduxit ea ad Adam ut videret quid vocaret ea omne
enim quod vocavit Adam animae viventis ipsum est nomen eius
Appellavitque
Adam nominibus suis cuncta animantia et universa volatilia caeli et
omnes bestias terrae Adam vero non inveniebatur adiutor similis eius
Inmisit ergo Dominus Deus soporem in Adam
cumque obdormisset tulit unam de costis eius et replevit carnem pro ea
Et aedificavit Dominus Deus costam quam
tulerat de Adam in mulierem et adduxit eam ad Adam
(Biblia Sacra Vulgata; Genesi, 2, 18-22)
Storiella
La maestra osserva che Pierino ha
spesso segni di percosse, e gliene
chiede una speigazione. Pierino risponde che di notte si sveglia spesso
e chiama ripetutamente il babbo o la mamma, che ha un certo punto lo
picchiano. La maestra spiega al bambino che i genitori lavorano, e di
notte hanno bisogno di riposare, quindi, se lui si sveglia, deve stare
tranquillo e non disturbarli. Per un certo tempo Pierino non ha
più segni di percosse, ma un giorno arriva a scuola pieno di
lividi. "Ma come!" gli dice la maestra, "non ti avevo detto che dovevi
stare in silenzio e non disturbare il babbo e la mamma?". Pierino
piangendo risponde: "Maestra, io ho fatto come mi diceva lei, ma
stanotte il babbo ha detto alla mamma 'io vengo' e la mamma gli ha
risposto 'vengo anch'io' e me mi lasciavano a casa!"
Camilleri
Certo Stefano
D'Arrigo ha
preceduto Camilleri in questa direzione, facendo affiorare nel tessuto
italiano il siciliano, il latino, con echi molteplici e variegati di
altre parlate mediterranee, nella
scrittura del romanzo secondo noi più
grande del Novecento italiano, Orcynus
Orca, che non poteva
né potrà mai avere la diffusione delle storie di Salvo
Montalbano, da molti, l'incorruttibile e caro commissario di Vicata.
Chandra
Vikram Chandra, Red Earth and
Pouring Rain (London:
Faber 1995). Terra rossa e
pioggia scrosciante, tr.
it. di Anna Nadotti e Fausto Galuzzi (Torino: Instar Libri 1998;
Milano: Mondadori 2009).

Warwick Goble
FIOR' E
CCAMBEDEFIORE
&
Nota
bibliografica
|
$
Nota al testo
|
'
Nota interpretativa
|

Versione italianizzata
|
Ère ’na surèll’ e nu fratèlle; e sse
chiamáve Fióre e
Ccambedefióre, e ére l’
un’ l’ àtre
quánde cchiù bbèlle se
pó dì’. Tené sóle lu patre. La mámme
je s’ avé mòrte. Je vé’ ’n gape d’ arepijjá
la mójj’ a lu patre, e
l’ arepìjje. Se parturì
’sta donne, e ffacise ’na fjje tánda
bbrutte. Menùte ’n
grussézze, ’sta fijj’ á cumenzát a
ppiccijá’ nghelu ggióvene e nghela ggióvene, ca
decé ca éss’ ére bbèlle, e jiss’ ére
bbrutte.
Nu ggiórne la matréjj á cummannat’ a jì’
ped acqu’ a la fundane
Fiór’ e Cambedefiore. Ha
’ngundràte
dùdece fate, e
j’à ditt’:
«Adónna jàte?»
«Jéme ped
acque»; e sse jáve
magnènne nu póche de
pizze. J’ á fatte le fate:
«Dámme nu póche
de pizze.» É rruvàte
chela ggiuvenétt’, e je
l’ á date nu póche ped une. Le fate ha vedute ca je n’
á date nu póche
ped une, j’ á cumenzàt’
a
ddì, tutte quènde, chi: «Pùozza fa’ le fiure
da la bbócche»; chi j’ á ditte:
«Pùozza pijjá’ lu fijje de lu rré»; e
chi j’ á ditte: «Quánde t’ ašciùojje le
trécce, pòzza ’šci’ tutte pèrle d’ óre da
la tèste.» Dópe, ’ste ggiùvene arevá
a la case nghe ll’ acque.
Vedénne la matréjje ca chiste
ére tande bbjìelle, e la fémmene facé le
fiure da la bbócche ugne vvòlde che pparlé, e
jjettàve tande
pèrle d’ ore da le capille quande s’
ašciujjé le trécce, se sendé currive, e
ddicé: «Fìjjem’ é ttanda bbrutte, e
cquést’ é ttanda bbèlle!» Ha pijjáte
la vìj’, e l’ á cacciàte da la case tutt’ a ddu’.
Chiste s’ á truvate ’na
casarèlle, e sse statté
sóle hisse. Dópe, coma facé le fiure, che parlave,
tutte lu ggiórne, le manné vvénne’ pe’ lu
fratèlle.
Nu ggiórn’ é jìt’ a lu rré nghe lu
canéstre de le fiure. Lu rré j’á ditte: «Chi
le fa ’ste fiure?». J’ á respòste: «Le fa la
surèlla mìje.» E ddónna sta ’sta
surèlla tue?» «Sta a la case.» «Me c -i-
û purtá’ ?», j’ á ditte lu rré.
« ’Gnorscjìe, jàme». E l’ á purtat’
addó’ statté la sóre.
L’ á viste lu rré, e j’ á ditte:
«Bbèlla ggióvene, chi te l’ á date tutte
’sse bbellézz’, e ttutte ’ssa vertú de fa’ le fiure da la
bbócche?.» Quélle j’ arespunnì:
«Quést’ é ’na vertù che cc -i- àje
náte»; e nne’ j’ á vûte dì’ ca
je l’avé date le fate. E
cumbórme parlàve,
ccuscì jjettàve le fiure da la bbócche. Lu
rré j’ á ditte ca le vulé pe’ spóse.
Quélle j’ á respòste ca scì.
«Allóre», fece lu rré, «fra
ggiórne vénghe nghe la carròzz’, e tte
véng’ a ppijjá’ ».
Arreváte chelu
ggiórne, va lu rré nghe la
carrozz’; e cchiamìse lu patr’
e la matrìjje de Fiore; e
j’ á ditte: «Vide ca mo’ me pòrte vòstra
fijje; se cc -i- ’uléte menì’, menéte pure vu’
». E cc’ é jìte tutte quènde. A ’na
carròzz’ á mésse Fiore, la matrìjje e fa
fijja bbrutte; a ll’ àtra carrozze jave lu spose, lu patr’ e lu
fratèlle. La strade ch’
avé da fa’ lu rré pe’
jjì ’lu palazze, avé da passá’ lu mare. Je
facé lu fratèll’ a la surèlle: «Mija
surèlle, cupre la trécce e le tue care bbellézze,
ca se nno le seréne de lu mare
nen de fa passá’ .»
(Ca la seréne s’ arrubbave
tutte le ggióvene
bbèlle). Ha ditte Fior’ a la matrìjje: «Che ddice
mio fratèlle?». «Dic -i- accuscì, ch’ û
cche te spùjje, e û che le mitt’ a ffìjjeme ’ssa
vèste che ppùorte». Fiore s’ é
spujjàte, e je l’
á date. Dópe ch
é
’rruvàt’ a lu mare, féce la matrìjj’ a Ffiore:
«Affàccet’, affàccete; vide che bbèlla
fémmene che sta a lu mare!.»
’Sta povera ggiovene se va p’
affacciá, e sse l’
á rrubbate la
sérene de lu mare.
É rrevàt’
a lu pahése lu rré nghe
ttutte l’ àldre, e ha viste ca nen ére cchiù tanda
bbèlle la spose, e j’ á fatte: «Oh Ddìje!
Coma sî dduvendàt
accuscì bbrutte?».
Quélle j’ á respòste: «Mbè, la
bbellézze me se l’ á rrubbate la seréne de lu mare.» Lu rré dice: «Èhn,
paciénze! Mo’ che mme l’ áje spusate, ch’ û
fa’?».
Lu patr’ e la matrìjje se n’ é rejìte, e ha
lassate Cambedefiore. Chela bbrutte de la mójje dicé a lu
rré: «Cacce custú! N’ n ge le vujje vedé’
cchiù a ècche.» (Pe’ ppavure che nne’ l’
avésse scupèrte). A ll’ ûteme lu rré, pe’
ccumbassijone, j’ á dat’
a ppàšce’ le pàpere a
’stu bbardàsce. Custù pijjave le papere, e le jav’ a
ppasce’ just’ addó’ statté la surèll’
attaccàte,
vecìn’ a lu mare; e je
dicè: «Mia
surèlle, mia surèlle, abbùottemele le
paparèlle; ca se nno lu rré me vó’ cacciá’
». La surèlle se šciujjé le trécce, le
scutelàve, e ddav’ a magná’ a le papere le
pèrle
d’ ore che jje ’šcé a lu cape.
Come lu fratèll’
aremené capabbàsse che le papere, p’ arejì’ a lu
palazze, le papere parlàve,
e ddicé:
«Da lu mare nu’ menéme.
Ji’ m’
abbótte de pèrle d’ óre,
La
surèlle de Cambedefióre
É
cchiù bbèlle d’ la lun’ e d’ lu sole.»
L’ á l’ óme ’ndése le persóne che
ppassàve, e l’ á
l’ óme jìt’ a ddì’
a lu rré. Lu rré ha chiamáte ’stu
Cambedefiore, e j’ á ditte: «É lu vére ca
parle le papere, e ddice ccuscì ccuscì?».
Cambedefiore j’ á resposte: « ’Gnorscjìe»; e
j’ á revelàt’
addó’ statté la
surèlle; e j’ á rcundàte
tutte lu fatte com’
avé jìte. J’ á fatte lu rré:
«Mbè, e ttu pecché ne’ vvî a ssòrete,
e ne’ jje vî ddice’ cóme s’ á da fa’ pe’
jìrel’ a retòjje’ ?». Lu fratèll’ é
jìt’ a la sóre, e l’ á ddumannáte come s’
avé da fa’ pe’ llebbràrle. J’ á respòste la
sóre: «Dìjj’ a lu rré ca, sé che cce
vo’? Ch’ á da menì’ bém brèste la matine;
ha da purtá’ ’na pestóle, e ha da spará’ a cchele
du’ càne che
tté’ la seréne de llá e dde
cquá da la porte, che nen ge fa ’ndrá’
nesciùne. Ha da ’ccide’ chele’ cane; l’ á da
spanzá’; e ddéndr’ a la pánze de vune de cle cane
ce sta ’n ove. Pijje chell’ ove; le bbutte ’n facc -i- a la
seréne de lu mare, e
cquélle móre sùbbete.
Allóre ji’ pozz’ arešcì’ ». Lu frat’ arevá’
a lu rré, e je l’ accónde. Lu rré facése
chela ffenzióne, e llebberá Fiore. Le métte
déndr’ a la carrozz’ e l’ arepòrt a la case. Quand’
é rejìt’ a la case ’nzìmbre che Ffiore, ha
mannát’ a
cchiamá’ prime la matréjje; po’ l’
á fatte fucelá’ nghe cchela bbrutta fatte de la fijje.
_______________
&
Gennaro
Finamore
(1882), Novelle popolari abruzzesi. Prima parte. Seconda edizione a
cura di Emiliano Giancristofaro [con ristampa anastatica della prima]
Editrice Rocco Carabba, Lanciano, 1979. Pp. 65-69; raccolta a Lanciano.
'
Per il motivo del viaggio in
carrozza in cui la matrigna sostituisce la vera sposa con sua figlia,
vedi anche La
fola d'Ohimè.
Tra le molte favole in cui alla bella si sostituisce la brutta subito
prima delle nozze, un posto particolare lo occupa la storia cornice del
Cunto
de li cunti di Basile, e nella stessa raccolta I
tre cedri.
Si potrebbe osservare che alla mancata espressione della gratitudine
nei confronti delle fate - Fiore afferma che solo alla propria natura
deve la virtù magica - corrisponda una perdita della bellezza.
Potrebbe trattarsi di una variante, che diventa comprensibile se
riferita al motivo completo, delle fiabe dell'ingratitudine come La facce de crapa (Faccia di Capra) di
Basile (pp- 166-181).
$
Nel
testo sono scritte in corsivo alcune à
accentate. in
corsivo è nel testo.
C'erano una sorella e un
fratello e si chiamavano Fiore e Campodifiore, ed erano l’una e l’altro
tanto belli che di più non si può dire. Avevano solo il
padre. La mamma gli era morta. Gli venne in mente di ripigliare moglie,
a questo padre, e la ripigliò. Partorì, questa donna, e
fece una figlia tanto brutta. Quando fu cresciuta, questa figlia
cominciò a prendersela con quel giovane e quella giovane,
dicendo che loro erano belli, e lei era brutta.
Un giorno la matrigna ordinò a Fiore e Campodifiore di andare a
prendere l’acqua alla fontana. Incontrarono dodici fate, che gli
dissero:
- Dove andate?
- Andiamo a prendere l’acqua -; e intanto mangiavano un po’ di pizza.
Allora dissero le fate:
- Dateci un po’ di pizza.
Ed ecco che la giovinetta si avvicinò e ne diede un pezzetto a
ognuna di loro. Appena le fate videro che lei gliene aveva data un po’
a tutte, tutte si misero a parlare:
- Che ti escano fiori dalla bocca -; diceva una, e l’altra: - Che tu
abbia il figlio del re -; e un’altra disse: - Quando ti sciogli le
trecce, che ti escano tutte perle d’oro dai capelli.
Dopo, questi giovani arrivarono a casa con l’acqua. Vedendo la matrigna
quanto erano belli, e che alla femmina uscivano fiori dalla bocca ogni
volta che parlava, e che le cadevano tante perle d’oro dai capelli
quando si scioglieva le trecce, si stizzì e disse:
- La figlia mia è tanto brutta, e questa è tanto bella!
Aprì la porta, e via! li scacciò di casa tutti e due. Si
trovarono una casuccia, e ci stettero loro due soli. Poi, siccome
faceva i fiori quando parlava, tutti i giorni, lei mandò il
fratello a venderli.
Lui un giorno andò dal re col canestro dei fiori. Il re gli
disse:
- Chi li fa questi fiori?
Gli rispose:
- Li fa la sorella mia.
- E dove sta questa sorella tua?
- Sta a casa.
- Mi ci vuoi portare? - gli disse il re.
- ’Gnorsì, andiamo -. E lo portò dove stava la sorella.
La vide il re, e le disse:
- Bella giovane, chi te l’ha date tutte queste bellezze, e tutta questa
virtù di fare i fiori dalla bocca?
Quella gli rispose:
- Questa è una virtù che io ho dalla nascita -; e non gli
volle dire che gliela avevano data le fate. E come parlava, così
le sbocciavano fiori dalla bocca. Il re le disse che la voleva come
sposa. Quella gli rispose di sì.
- Allora, - fece il re, - fra qualche giorno vengo in carrozza e ti
vengo a pigliare.
Arrivato quel giorno, venne il re con la carrozza; e chiamò il
padre e la matrigna di Fiore; e gli disse:
- Vedete che ora io porto con me vostra figlia; se ci volete venire,
venite anche voi.
E ci andarono tutti quanti. In una carrozza ci mise Fiore, la matrigna
e la figlia brutta; nell’altra viaggiavano lo sposo, il padre e il
fratello.
Per fare la strada che portava al palazzo, dovevano passare dal mare.
Il fratello disse alla sorella:
- Mia sorella, copri le trecce e le tue care bellezze, che sennò
la sirena del mare non ti fa passare.
(Perché la sirena tutte le giovani belle se le rubava). Fiore
chiese alla matrigna:
- Che dice mio fratello?
- Dice così, che vuole che ti spogli, e che metta a mia figlia
questa veste che indossi. Fiore si spogliò e gliela diede.
Quando furono arrivati al mare, la matrigna disse a Fiore:
- Affacciati, affacciati; vedi che bella femmina che c’è sul
mare!
Questa povera giovane fece per affacciarsi, e la sirena del mare se la
rubò.
Arrivò al paese il re con tutti gli altri, e vide che la sposa
non era più tanto bella, e le disse:
- Oddio! Come sei diventata così brutta?
Quella gli rispose:
- Embeh? la bellezza me l’ha rubata la sirena del mare.
Il re disse:
- Eh, pazienza! ora che me la sono sposata, che devo fare?
Il padre e la matrigna se ne andarono, e lasciarono Campodifiore.
Quella brutta della moglie dice al re:
- Caccia quello lì! Non me lo voglio più vedere davanti
agli occhi. (Per paura che la scoprissero). Alla fine il re, per
compassione, gli diede da pascolare le papere a questo ragazzo. Questo
pigliava le papere, e le andava a pascere proprio dov’era legata la
sorella, vicino al mare; e le diceva:
- Mia sorella, mia sorella, saziami le paperelle; sennò il re mi
caccerà. La sorella si scioglieva le trecce, le scuoteva, e dava
da mangiare alle papere le perle d’oro che le uscivano dai capelli.
Mentre il fratello tornava giù con le papere, per tornare al
palazzo, le papere parlavano, e dicevano:
Dal mare
noi veniamo,
Di
perle d’oro ci saziamo,
La
sorella di Campodifiore
È
più bella della luna e del sole.
Le sentì un uomo che passava, e l’uomo andò a dirlo al
re. Il re chiamò questo Campodifiore, e gli disse:
- È vero che le papere parlano, e dicono così e
così??
Campodifiore gli rispose:
- ’Gnorsì.
E gli svelò dove stava la sorella; e gli raccontò tutti i
fatti com’erano andati. Gli fece il re:
- Embeh, e tu perché non vai da tua sorella, e gli vai a
chiedere come si deve fare per andarla a riprendere?
Il fratello andò dalla sorella, e le domandò come si
doveva fare per liberarla. Gli rispose la sorella:
- Digli al re che, sai che ci vuole? che ha da venire la mattina molto
presto; ha da portare una pistola, e ha da sparare a quei cani che la
sirena tiene di qua e di là dalla porta, che non fanno entrare
nessuno. Deve uccidere quei cani; deve sventrarli; e dentro alla pancia
di uno dei cani c’è un uovo. Pigli quell’uovo e lo butti in
faccia alla sirena del mare, e quella muore subito. Allora io posso
uscire.
Il fratello andò dal re, e glielo raccontò. Il re
eseguì quel compito, e liberò Fiore. La mise nella
carrozza e la riportò a casa. Quando arrivò a casa
insieme a Fiore, prima mandò a chiamare la matrigna; poi la fece
fucilare con quel brutto ceffo della figlia.
L'AQUILA
D'ORO
Egli
ebbe il re di Raona una sua figliuola, la quale ebbe nome Lena, giovane
bella, vaga, costumata e savia, quanta natura l'avesse potuta far
piú.
Di che per tutto il paese risplendea la fama di questa nobile criatura,
e molti valorosi signori la dimandavano per moglie, e 'l padre a tutti
la dinegava e non voleva.
Di
che un figliuolo dello
'mperadore,
ch'avea nome Arrighetto, udendo dire delle bellezze di costei, se ne fu
innamorato, e non pensava se non com'egli la potesse avere per moglie;
e in brieve, e' fece un alto e nobile aviso. Egli ebbe un orafo, el
migliore
che poté trovare, e feceli lavorare una bellissima aquila d'oro,
e tanto grande, quanto un uomo vi potesse star dentro nascoso. E quando
questa aquila fu fatta, tanto bella e maestrevole quanto dire si
potesse,
e egli la diè a questo maestro che l'avea lavorata, e disse:
"Vattene
con questa aquila in Aragona, e rizza uno stazzone dell'arte tua in
sulla
piazza dirimpetto al palagio dov'abita la figliuola del re, e tien
fuori
in su 'l balco questa aquila, e di' che tu la vogli vendere; e io vi
sarò
alotta che tu, e farai quello ch'io ti dirò, e non ti impacciare
in altro".
Il
maestro tolse questo suo
lavorìo,
e tolse danari assai e andonne in Aragona, e fece uno stazzone
dirimpetto
al palagio dove abitava la figliuola del re, e cominciò a
lavorare
del maesterio suo; e poi certi dí della settimana e' deponeva
fuori
questa aquila. Tutta la città trasse a vedere questo fatto,
tant'era
miracolosamente bella.
Facendosi
un giorno alla finestra
questa figliuola del re e veggendo questa aquila, mandò a dire
al
padre che la volea per gioiello. Il padre la fe' chiedere in compera a
questo maestro. Il maestro il disse con Arrighetto, il quale v'era
venuto
e stava in casa di questo orefice celatamente.
Arrighetto
li disse: "Rispondi
che tu non voglia vendere, ma che, se li piace, tu gliel donerai
volentieri".
L'orafo
n'andò al re e
disse:
"Signor mio, io non venderei; ma se vi piace, prendetelo, ch'io vel
dono
volentieri".
Rispose
il re: "Fallo arecare
quassù,
e poi noi saremo ben di concordia".
Disse
il maestro: "Egli è
fatto". E tornò d'Arrighetto e dissegli: e il re il volea
vedere.
Arrighetto entro in questo uccello, e portò seco certi confetti,
i quali aveano a dare sostinimento alla natura: e acconciò
sì
l'uccello dentro, che si poteva aprire e serrare a sua posta, e poi il
fe' portare innanzi al re. Il re veggendo tanta bella cosa, il
presentò
alla figliuola, e 'l maestro il portò e acconciògliele in
camera presso al letto di questa donzella. E poi le disse: "Madonna,
nol
coprite co niente, però che questo è un certo oro che,
s'egli
stesse coperto, anerirebbe, e non sarebbe cosí lucente". E poi
le
disse: "Madonna, io ci tornerò spesso a provederlo". La donna
disse
puramente ch'era contenta. E poi ritornò dal re. e disse come
l'ucello
piacea molto alla donna; e poi disse: "Anco farò che le
piacerà
piú, però ch'io lavoro a una corona, che 'l detto ucello
porterà in testa". Al re piacque molto; e poi fe' veniremolti
danari,
e disse: "Maestro, pagati a tuo senno".
Disse
il maestro: "Signor mio,
io sono pagato, poi ch'i' ho la grazia vostra"; e dopo molte parole il
ignore
none li potè appiccare adosso danaio, sempr'e' dicendo: "Io sono
pagato".
Avenne
che essendo una notte la
Lena a letto e dormendo, il detto Arighetto s'uscì dell'uccello,
e pianamente se n'andò a letto dov'era colei cui amava
piú
che sé medessimo, e pianamente le baciò la sua candida e
vermiglia gota.
La
donzella si risentì e
ebbe una grandissima paura, e cominciò a dire: "Salve, Regina
misericordie";
e parte, tremando, chiamò una sua cameriera. Di che Aricchetto
subito
ritornò nell'uccello.
La
cameriera si lieva, e disse:
"Che hai tu?"
Disse
costei: "Io senti'uno che
m'era allato, e toccòmmi il volto".
La
cameriera cercò tutta
la camera, e non vide e non sentì niente; e non trovato niente,
si ritornò a letto, dicendo: "Per certo tu arai sognato".
E
stante un pezzo, e Arighetto
tornò soavemente al letto, e con molta dolcelza la baciò,
dicendo pianamente: "Anima mia, nonne avere paura".
La
fanciulla fu desta e misse un
grande strido. Le cameriere tutte si levarono, dicendo: "Che hai tu,
che
non fai altro che sognare?"; e poso mente all'uscio e le finestre, e
trovandole
serrate, e non veggendo niente, cominciarono a fare romore con costei,
dicendo: "Se tu ci farai piú motto, noi il direno alla maestra
tua.
Come! E che pazzie son queste a non ci volere lasciare dormire? Un bel
costume è questo a gridare la notte. Or fa' che tu non ci facci
piú motto, e briga di dormire, e lascia dormire noi".
La
mammola ebbe paura e disse:
"Io nol farò piú".
E
esendo ritornate nel letto, e
stante un pezzo, e Arighetto, quando li parve il tempo, e egli
uscì
dell'uccello, e pianamente n'andò nel letto e disse: "Lena mia,
non gridare e non avere paura".
Disse
costei: "Chi se' tu?".
Disse
Arighetto: "Io sono il
figliuolo
dello 'mperadore".
Disse
costei: "Come ci se' tu
entrato?"
Disse
Arighetto: "Reverendissima
donna, io tel dirò. Egli è piú tempo ch'io
m'inamorai
di te, udendo dire le bellezze tue, e piú volte ci venni per
vederti,
e non possendo vedere altro modo, io feci fare questa aquila, e sonci
venuto
dentro sol per poterti parlare. E però ti priego che ti piaccia
avere di me misericordia, conciosiacosach'io non ho altro bene in
questo
mondo che te; e vedi ch'io mi sono messo a morire per te".
La
fanciulla, udendo le dolci
parole
che Arighetto le disse, volsesi a lui e abraciòllo e disse:
"Considerato
quello a che tu ti se' messo a fare per me, la mia sarebbe grandissima
villania a non te lo rimunerare. E però io son contenta che tu
facci
di me ciò che tu vuoi, ma prima ti voglio vedere come tu se'
fatto,
e però tòrnati al luogo tuo, e non temere, che domane io
farò vista di voler dormire, e serrerò l'uscio della
camera,
e rimarò sola, sicché noi potremo parlare piú
distesamente".
Arighetto
rispuose: "Madonna,
s'io
morissi, i' son contento, considerato che tu m'hai accettato per
servidore;
ma piacciati in segno di ciò baciarmi una volta".
La
donna graziosamente il
baciò,
perch'ella sentìa già al core la fiamma dell'ardente
amore.
E' tornòssi nell'uccello.
El
dí seguente, e la
donzella
disse che volea dormire, perché le parea mille anni di vedere
Arighetto;
e mandato fuori le cameriere, e serrata la camera, se n'andò a
questo
uccello; di che subitamente Arighetto uscì fuori, e
inginocchiòssele
a' pie'.
Ella
quando il vide cosí
bello e giulivo, subito se gli aventò al collo, e egli
prestamente
la ricevette nelle braccia, dicendo: "Io sono il piú contento
uomo
che sia al mondo, veggendo ch'io ho quel piacere ch'i' ho tanto tempo
disiderato".
E
cosí gli narrò
tutto il fatto com'egli era con tante dolcissime parole, che pareano
viuole
ulezzanti, mescolati con saporiti e amorosi baci. E non si potrebbe
innarrare
l'amore che di nuovo si puosono. E cosí stettono piú e
piú
dí e notti in questa maniera: e la donna il tenea fornita di
confetti
e vini che passavano le stelle. E l'orefice venia spesse volte a vedere
l'uccello, e parte domandava Arrighetto se volesse niente. Rispondea
ogni
volta che no.
Avenne
che Arrighetto disse una
volta alla donna: "Io voglio che noi ce n'andiano nella Magna a casa
nostra".
Rispose la donna: "Arrighetto mio, io sono contenta a ciò che ti
piace".
Disse
Arrighetto: "Io me
n'andrò,
e verrò con uno navilio al castello del re ch'è in su la
marina, e saròvvi la tale notte; e tu dirai a tuo padre che tu
voglia
andare a spasso a vedere la marina e a starti parecchi dí a
questo
castello e io vi verrò, e metteròtti in questa nave, e
andrènci
via. E cosí sie fatto".
La
donna mandò per
l'orefice
e disse: "Pòrtatene questo uccello, e fa' che tu me li facci
quella
corona, sí ch'a la mia tornata io truovi che sia fatta; e non
falli".
Disse
il maestro: "Se 'l signore
vuole, io sono contento".
Disse
la donna: "Fa' quello ch'io
ti dico".
E
il maestro fe' prendere
l'uccello
e portòsselo allo stazzone suo. E quando e' fu el tempo, e
Arrighetto
se n'uscì, e prese comiato da lui, e andòssene
segretamente
in suo paese: e diè ordine di fornire una bellissima nave con
certe
galee armate in difesa della detta nave, e poi si mosse e vennene
inverso
questo castello del re di Raon, com'era dato l'ordine.
In
questo mezzo la donna disse
al padre: "Signor mio, io voglio andare al porto a vedere la marina, e
starmi al vostro castello parecchi dí".
E
'l padre fu contento, e
fèlle
dare compagnia di donne e di donzelle assai, che andassono dandosi
spasso
co llei. La donna se n'andò con quest'altre donne a questo
castello,
e con molta alegrezza apettava Arrighetto, pregando Idio c'e' vinissi
tosto,
e tutto dí guardava fra 'l se la vedese. Di che una notte,
all'ora data, e Arrighetto giunse a piè di questo castello. La
donna
subito scese giú a lui e abraciòllo, e prestamente
entrarono
nella nave e fecion vela e andaronsi con Dio. E' cosí se la
menò
in suo paese.
La
mattina non trovandosi costei,
ne fu il romore grande, e fu fattosentire al re come corsali di
eran
venuti a questo suo castello e aveano furata la figliuola. Il re n'ebbe
grandissimo dolore, considerato com'egli l'avea perduta. E non
sappiendo
il fatto, mandò uno suo figliuolo, il quale era un
gagliardissimo
uomo di sua persona, e disseli: "Io ti comando, a pena della vita, che
tu non torni mai che tu non sappi dov'ella è e chi l'ha tolta".
Costui
si misse per mare e,
seguendo
quel navilio, settì e seppe che 'l figliuolo dello 'mperadore se
ne l'avea menata. E essendone certo, si tornò al padre e disseli
che 'l figliuolo dello 'mperadore era venuto in persona a furarla. Il
re
fe' l'aparecchiamento grande per andare a osteggiarlo infino nella
Magna,
e richiese il re di Francia e 'l re d'Inghinterra e 'l re di Navarra e
'l re di Maiolica e 'l re di Scozia e 'l re di Castella e 'l re
di
Portoggallo con altri assai signori e baroni di Ponente.
Di
che sentendo lo 'mperadore
l'aparecchiamento
che facea costui per venirli adosso, fece il simigliante, e
'nvitò
e richiese il re d'Ungheria e 'l re di Buemia e altri assai marchesi e
conti e baroni della Magna, sicché l'una parte e l'altra raunava
e faceva grandissimo essercito per combattere insieme, per lo modo che
voi udirete.
Avenne
che 'l re di Raona quando
ebbe raunato l'essercito suo, e egli si mosse e vennene nella Magna su
pel terreno dello 'mperadore. Sentendo lo 'mperadore la venuta sua,
fesseli
incontro a una città che si chiama Vienna con gra moltitudine di
gente. E quando furono presso l'uno campo all'altro, e 'l re di Raona
ebbe
suo consiglio, e diliberò di richiedere di battaglia lo
'mperadore,
e cosí fu fatto; ché subito mandò per un suo
trombetto
un guanto tutto sanguinoso in sur uno pruno. Arrighetto, come maggiore
dell'oste, accettò la battaglia graziosamente; e dato l'ordine,
e' diliberarono il giorno che si dovesse essere in su 'l campo. La
notte
dinanzi il re fece dodici maestri sopra le schiere, i quali erano
uomini
di gran valore e sentimento.
E
la prima schiera fu di IIIm
buoni
uomini d'arme, tutti vestiti a nero; e' fece la magior parte cavalieri
a spron d'oro, e chiamansi i cavalieri della morte; e diè loro
per
capo il figliuolo, il quale avea nome messere Prinzivalle, e poi gli
disse:
"Figliuolo mio, oggi è quel giorno che si raquista l'onore di
tua
sorella, però ti priego che sia valente e gagliardo e che ogni
ramo
di paura sia spento in te, e prima aconsenti d'essere tutto tagliato
che
tu ti volga mai". E diègli uno stendardo dov'era uno lione
d'oro nel campo azuro con una spada in mano.
La
seconda schiera era il duca
di Borgogna con IIIm Borgognoni e Franceschi, tutti bene a cavallo e
bene
armati: e per arme portò quel giorno gigli d'oro nel campo
azurro.
La
terza schiera guidò il
duca di Lancastro con IIIm Inghilesi isperti e coreggiosi nell'arme, e
tutti armati di panziera e di petto e di rulucenti bacinetti, e tutti
asettati
sotto un pennone, dov'era tre liopardi d'oro nel campo vermiglio.
La
quarta schiera guidò
il re di Castella e 'l re di Scozia con IVm uomini d'arme, tutti bene a
cavallo e bene armati, e portarono due gonfaloni reali, dov'era dipinto
nell'uno un castello bianco nel campo vermiglio, e nell'altro era
dipinto
un drago verde nel campo vermiglio con una sbarra azurra in mezzo.
La
quinta schiera guidò
e resse il re di Maiolica e il re di Navarra con IIm buoni
combattitori,
e per arme portarono quel giorno due bandiere, nell'una una lupa nera
nel
campo bianco, e nell'altra tre scacchi vermigli nel campo bianco e una
lista vermiglia in mezzo.
La
sesta schiera guidò il
conte Novello di Sansogna con MD Provenzali a sua bandiera; e per arme
portava in uno pennone tre rose vermiglie nel campo bianco.
La
settima e ultima schiera
guidò
il valoroso re di Raona con IV suoi nipoti e con Vm Raonesi bene armati
e di buono apparecchio e bene a cavallo in su grossi destrieri, tutti
coverti
di piastra e di maglia, e per insegna portò quel giorno uno
agnolo
con una spada in mano; e intorno a questa schiera aveva IIm arcieri a
piè.
E
continovo v'era XII maestri
dell'oste,
i quali atendevan sempre ad acconciare e assettare le schiere, e con
tante
trombe e pifferi, che pareva veramente un tuono.
Lo
'mperadore attese a fare le
schiere sue, e fe' cavalieri e conti quella mattina il figliuolo,
cioè
messere Arrighetto di Soave, e poi gli diè IIIm tra baroni e
cavalieri
in sua compagnia, tutti grandissimi gentili uomini, e diègli per
insegna uno stendardo imperiale, dov'era dipinto un'aquila nera nel
campo
d'oro, e egli portò quel giorno una donzella dipinta nello scudo
con una palma in mano, e questo scudo li donò colei per cui
questa
battaglia si facea. E poi le disse: "Figliuol mio, questo fatto
è
tuo, e però non ti dico più".
La
seconda schiera guidò
u nipote del re d'Ungheria con Vm Ungheri, er per arme portò in
uno stendardo gigli d'oro nel campo azzurro e lite bianche e vermiglie.
La
terza schiera guidò
l'antico
re di Buemmia con VIm cavalieri tutti bene armati e bene a cavallo e
bene
volenterosi alla battaglia, e per insegna portò un lione bianco
con due code nel campo vermiglio.
La
quarta schiera guidò
il siri della Lipa e duca d'Osterich con VIIm cavalieri di grande
ardimento,
e bene usi nell'arme e pratichi in battaglia, e per insegna portarono
du
pennoni, che nell'uno era una aquila bianca con due teste nel campo
rosso
con certi punti bianchi, nell'altro era dipinto un monte bianco nel
campo
azzurro con una spada fitta nel detto monte.
La
quinta schiera guidò
il Patriarca d'Aquilea con MCCCC conti e baroni e cavalieri a spron
d'oro:
per insegna portò una mitera nel mezzo di due pasturali bianche
nel campo vermiglio.
La
settima e ultima schiera
guidò
lo 'mperadore con IVm Tedeschi, tutti provati, i quali parevano nati
nell'arme,
e portò per arme quel giorno quel gonfalone che recò
l'Agnolo
a Carlo Magno, cioè l'oro e fiamma, il quale è una fiamma
di fuoco nel campo ad oro; e veramete questa ultima schiera fu
accompagnati
da molti valorosi e valenti uomini di guerra.
E
ogni schiera avea IV
siniscalchi,
i quali andavano sempre intorno alle schiere loro, acciò che
nessuno
potesse uscire di schiera e acciò che niuno sinistro o manco vi
fosse.
E
essendo ordinate e fatte le
schiere
dell'una parte e dell'altra, e venuti inanzi li spianatori tagliando
sepali
e albori e rinepiendo fosse, e come fu fatto giorno, che l'una e
l'altra
parte si comminciarono a vedere, e' razzi del sole cominciarono a
percuotere
in quelle armi rilucenti, e 'l vento che facea isventolare i pennoni e
le bandiere, e l'anitrire che faceano i cavalli, e 'l grandissimo
romore
che faceano i pifferi e trombetti dell'una parte e dell'altra, parea
che
'l mondo balenasse. Non si vide mai tanta fiorita e nobile gente in su
'n uno campo ansembrata, quanta fu questa, e tanti valorosi e savi e
buoni
uomini d'arme dall'una parte e dall'altra, quant'avea in quel
bellissimo
campo. E se mai fu retta o guidata con senno oste nessuna, fu quello
del
valoroso re di Raona. Però, come fu fatto giorno, che si
poterono
vedere e conoscersi insieme, sempre andava confortando le schiere, e
amaestrandoli
ne' fatti dell'arme, e pregandoli che si portassono bene e
valentemente,
conciofossecosaché quel giorno e' torranno il titolo dello
'mperio,
con la spada in mano, agli Alamani: "e adurèllo nella patria
nostra
con grandissima grolia e triunfo, come già fu al tempo del buon
Carlo Magno: e però priego che ciascuno sia paladino,
considerato
in quanta perpetuale fama ne vegniamo noi e' nostri successori in
questo
benedetto e vitturioso giorno, nel quale Idio e 'l beato messer Giorgio
ci farà vincitori. E però fate che le vostre spade
taglino,
e che niuno de' nimici sia tolto a prigione, però uomo morto non
fa guerra. E chi avesse pensiero di non essere buono uomo in volere in
questo dì d'oggi acquistare tanta nobile e groliosa fama, faccia
ragione di morire; però che noi siamo ne' paesi loro, e non
abbiamo
nessuno riffugio che per no' sia se non le spade, sicché per
forza
ci conviene esser valenti uomini". E apresso comandò che, se
nessuno
di sua gente si volgesse indietro per fugire, ch'eglino siano i primi
morti.
A tutte le schiere sue parea mill'anni d'essere alle mani,
perché
parea loro combattere la ragione.
E
così fece il simigliante
lo 'mperadore e messer Arighetto e tutta la gente loro, ramentando loro
che 'l sangue allamanno era il piú valoroso sangue che fosse
oggi
al mondo: "E non sine qua re abbia noi aquistato e posseduto la
santissima
Corona imperiale già tanto tempo; e però vi piaccia di
ricordarvi
de' nostri passati, i quali furono sempre maestri nell'arme, e
disiderosi
d'acquistare fama alla patria loro, come fu el buono e valoroso Otto i
Sansogna, primo imperadore, ed el franchissimo Arrigo primo, ed el
primo
Curadino, ed el secondo e terzo e quarto Arrigo imperadore, ed el buono
Barbarossa Federigo primo, ed el qinto Arrigo di Soavia, ed Otto quarto
di Sansogna ed altri nostri passati assai"; e cosí confortando e
pregando baroni e cavalieri che dovessono essere valorosi e gagliardi e
attutare il rigoglio e l'audacie di que' Gallici tramontani, "i quali
sono
venuti per la loro superbia infino nelle patrie nostre per volerci
divorare".
E
così medesimamente
andava
il Patriarca d'Aquilea per le schiere segnando e perdonando a ciacuno i
suoi peccati dicendo: "Ognuno combatta francamente, che noi sareno
vincitori".
E segnata l'una parte e l'altra di uo segno, e dato il nome della
battaglia,
per la parte dello 'mperadore, "San Polo", e per l'altra parte del re
di
Raona, "San Giorgio cavaliere", le prime due schiere si comminciorono
appressare
e, abassate le lance, gagliardamente i trassono a ferire, e sanza
nessuna
paura valoroamente l'uno l'altro assalì; e, spezzate le lance,
mettendo
mano alle spade, porgendosi e dandosi quelli ismisurati colpi su
per' rilucenti bacinetti, che 'nfino all'aria mandavano le faville,
tanto
di volontà l'una parte e l'altra di ferìano e percoteano
insieme.
Avenne
che 'l cavallo di messer
Arighetto gli fu morto sotto, di che e' cadde; ma subito si rizò
in pié, e colla spada in mano si facea far piazza. Molti e'
cavalieri
della morte gli erano dintorno, e nessuno il potea afferrare; di che
messer
Prinzivalle, corendo per lo campo, s'abatté di ventura a costui,
e cognobbonsi insieme.
Di
che Messer Prinzivalle lo
sgridò,
dicendo: "Traditore, tu se' morto".
Risposse
Messer Arighetto: "Io
ti priego per amore di tua sorella che tu no mi uccida".
Disse
Prinzivalle: "Non piaccia
a Dio né voglia mai ch'io riguardi te, poi che tu non
riguardasti
me!"; e alza la spada e dàgli, e se non fosse l'arme buone e
provate
ch'egli ave' indosso, per certo egli era morto quel dí, e
cosí
gli tagliò tutto lo scudo in braccio.
Di
che il nipote del re
d'Ungheria
il socorse con tutta la schiera degli Ungheri, e subitamente fu riposto
a cavallo e colla spada in mano dando fra costoro; e cosí
cominciarono
a pichiare per lo troppo superchio di gente, che premette loro adosso.
Di che il duca di Borgogna percosse con la schiera sua, e quivi fu
grandissima
battaglia e mortalità di gente. Ma pure gli Ungheri si
scostavano
e aprivano gli archi con tanta rapina, che le cocche quasi si
racozzavano
insieme, e così ferivano e uccidevano co' loro asalimenti molta
gente, di ch'e ' per forza cominciarono a rinculare indietro. Mossesi
il
duca di Lancastro con' valorosi e gagliardi Inchilesi, e gettossi come
u llione scatenato tra questi Ungheri gridando: "Alla morte, alla
morte".
Quegli Ungheri li fugivono dinanzi che parevano pecore. E così
si
riscotrò nel nipote del re d'Ungheria e, abbassata la lancia,
gli
corse adosso e buttòllo da cavallo quanto la lancia fu lunga; e
subito gli furono dintorno, e perché egli era di casa reale, nol
vossono uccidere, ma tolsolo a prigione. Di che veggendo gli Ungheri
preso
il capo loro, tutti si missono in rotta.
Veggendo
questo, il re di Buemmia
mosse gagliardamente la sua schiera, grindando inverso i nimici:
"Carne,
carne"; e quivi fu una durissima e aspra battaglia.
E
così mosso' l'altre
seguenti
ischiere, cioèil re di Castella e 'l re di Scozia e 'l re
d'Ostirich,
e riscontrandosi insieme quete schiere, era sí grande il romore
e le strida e 'l risonare che faceano que' colpi, che parea l'aria e la
terra tremasse. E cosí correndo per lo campo, si riscontrarono
insieme
il re di Scozia e 'l duca di Sterich, e col molto ardire l'uno e
l'altro
si corsono adosso: spezzate le lance, missono mano alle spade; e 'l
duca
lo 'nnaverò d'una piaga nel braccio, per modo che detto re non
poté
piú menare la spada; di che il duca il prese e èbbelo a
prigione.
La gente sua, veggendone andare preso il signore loro, feciono testa e
strinsonsi insieme, e feciono siepe adosso al duca, e per forza d'arme
gliel ritolsono. Di che il duca incanito si cacciò tra loro con
tanta furia, che beato a quegli che gli potea fugire innanzi; e
cosí
si lasciò tanto trasportare alla volontà, ch'egli
trascorse
nella quinta schiera, dov'era il re di Navarra e 'l re di Maiolica, e'
quali prudentemente correvano alla battaglia; e riscontrandosi in lui,
il re di Maiolica chinò la lancia, e posegliele al petto e
passòllo
da l'altro lato, e così cadde tra' morti il valoroso duca
d'Osterich.
E così vetturiosamente questa schiera avendo fatto buon
principio,
presero ardire, e franchissimamente corsono infino alla schiera del
conte
di Savoia e del conte Guglielmo, e quivi fu una dura e aspra battaglia,
e per forza furono aterrate le bandiere de' detti due conti, e quasi
messi
in isconfitta. Di che veggendo il Patriarca d'Aquileia questo, subito
si
mosse la schiera sua adosso alla furia del re di Maiolica: e' era tanto
bene a cavallo e con tanta buona brigata, che per forza si fe' far
luogo,
e cosí corse in uno drappello dov'era il valoroso messer
Prinzivalle,
il quale diligentemente se li fece incontro, e feríllo d'una
lancia
per modo che 'l ferro e parte del troncone li rimase nel petto; ma pure
fu tanta la possanza del cavallo, che 'l trasportò via. E
cosí
ferito com'egli era, face a' nemici gran dannaggio; ma pure fu tanta la
moltitudine del sangue che gli usciva da dosso, che la vista li
cominciò
a mancare.
E
cosí correndo per lo
campo,
s'abattè in messer Arighetto, il quale conoscendo e veggendolo
così
innaverato gli disse: "Omè, signor mio, che è questo?"
Disse
il Patriarca: "Figliuol
mio,
sferrami, ch'io son morto" (di ch'e' subito lo sferrò); e poi
gli
disse: "Io non veggio quasi lume, e però tura e fascia molto
bene
questa ferita, e poi mi mena dov'è la folta battaglia, che per
certo,
innanzia ch'io muoia, ne morranno parecchi".
E
cosí fu; che, poi che
l'ebbe con molte lacrime fascito, il vosse baciare e dargli la sua
benedizione;
e poi li disse: "Figliuol mio, non ti sgomentare per la morte mia, ma
piglia
asselpro di me, e fatti con Dio, però che non è tempo di
stare a novelle"; e caciòssi nella battaglia colla spada a due
mani,
ce guai a chi li venía presso; e cosí resse un pezzo, e
poi
morí.
Avenne
che messer Arighetto,
vegendo
venire la schiera del conte di Sansogna, si mosse con sua brigata, e'
quali
erano rinfrescati, e disperatamente corse adosso al conte, per
vendicare
la morte del zieso, el quale era morto tanto gagliardamente. Di che il
conte di Sansogna veggendolo venire tanto disperatamente verso di lui,
con molto ardire l'uno e l'altro si corsono adosso; di che messer Ar li
pose la lancia al petto e per forza il passò dall'altro lato; e
cosí cadde da cavallo il valoroso conte, e per poco stette che
si
morí. Fu preso questo corpo da sua gente e portato nel campo.
Di
che veggendo il re di Raona
morto il buono conte di Sansogna, non si poté tenere di
lagrimare;
e poi si recò la lancia in mano, e disse: "Brigata, chi mi vuole
bene, mi segua!" E mòssesi che parea una tempesta, mettendo a
taglio
delle spade chi innanzi si li parava; e cosí andava per lo campo
come un dragone e quasi innanzi gli fuggía ogni persona.
Veggend
oquesto, lo 'mperadore
mosse la schiera sua con un animo adirato inverso il re di Raona, e
riscontrandosi
insieme le dette due schiere, pareano dimoni di ninferno, tant'erano le
smisurate strida e le tempeste che l'una parte e l'altra facea, dando e
togliendo que' colpi, che 'nfino all'aria n'andavano le faville. Il re
di Raona si gittò lo scudo dietro alle reni, e arecòssi
la
spada a due mani, e vien tagliando ciò che dinani se li parava,
e ognuno se gli furava dinanzi, perch'e' non poteano sofferire i suoi
grandissimi
colpi; e molti baroni e conti furono morti per le sue mani. E
cosí
era la cosa mescolata, dando e ricevendo grandissimi colpi, tagliandosi
arme, mani, braccia, e grandissima sparsione di sangue era per lo
campo.
Ma pure lo 'mperadore con sua brigata facea grandissimo danno de'
nimici.
Avenne
che 'l detto re di Raona
s'abattè a una fontana, dov'era disarmato della testa messer
Arighetto,
e vogliendosi anch'egli rinfrescare, smontò da cavallo, e come
fu
smontato, cognobbe all'arme messer Arighetto e, sanza dire altro, mena
la spada un manrovescio, e diègli un gran colpo a traverso nel
volto,
dicendo: "Questo ti do io innanzi tratto per dota di mia figliuola!"; e
rimontò a cavallo, e disse: "Messer Arighetto, ripiglia l'arme
tua,
che oggi è quel dí che per le mie mani ti conviene morire
a questa fonte".
Rispose
messer Arighetto e disse:
"E' non è usanza di cavaliere di volere combattere con chi
è
sí villanamente ferito, come sono io".
Rispose
il re: "Fasciati la
ferita,
e poi monta a cavallo, però ch'io intendo di vedere se tu se'
cosí
gagliardo com'io ho inteso".
E
parte ch'egli stavano in questa
quistione, e di là venne il conte Guido di Lunzimborgocon cento
suoi baroni, i quali veniano alla detta fonte a rinfrescarsi, e
conosciuto
ch'ebbe i cavalieri, e udendo la quistione, volsesi al re e dise che
voleva
diterminare quella quistione; diche il re e messer Arighetto furon
contenti.
E
'l conte disse: "Messer lo re,
io voglio che per questo dí d'oggi s'imponga fine a questa
battaglia,
e intanto messer Arighetto si farà medicare, e com'egli fia in
atto
di potere combattere, e voi potrete esser amendue in su 'l campo, e tra
voi due diterminate questa quistione, acciò che tanti buoni
uomini
non muoiono per una femmina; e per mia fé, ch'io non vidi mai la
più sanguinosa battaglia ch'è suta questa".
Il
re fu contento, e messer
Arighetto
contento, e 'mpalmaronsi del combaterse insieme, e poi si partirono. E
ritornati nel campo, ciascheduno fe' dare nelle trombette sue e sonare
a raccolta; e fu gran fatica a spartire quella crudelissima zuffa. Di
che
essendo ciascuna delle parti ritornati la sera a' campi loro,il re di
Raona
raunò tutti i suoi re e conti e baroni, e disse loro ciò
ch'egli avea fatto e promesso.
Quasi
tutti ne furono contenti,
salvo che messer Prinzivalle, il quale disse: "Signor mio, io intendo
di
volere combattere co llui io, però ch'io sono giovane come lui,
e tutto dí d'oggio il sono ito cercando per lo campo, e no ll'ho
mai possuto trovare".
Disse
il padre: "Figliuol mio,
lascialo guarire; poi farai ciò che tu vorrai".
Avenne
che sentendo il Papa le
grandissime ragunate che facevano questi due signori, vi mandò
due
cardinali per pacificagli insieme; di che trovando la cosa tanto male
disposta,
parlaron più volte collo 'mperadore e col re di Raona, il quale
molto mal volentieri veniva a questa pace. Ma pure furon tante le
pregherie
de' signori, e i comandamenti che fecion loro i cardinali per parte del
Papa, comandando loro, sotto pena di scumunicazione, e' fecesson pace,
di che, come piacque a messer Domenedio, questi signori fecion pace, e
con molta festa e alegrezza il detto messer Arighetto tolse per moglie
questa Elena, figliuola del re di Raona, e a messer Prinzivalle diede
per
moglie la sorella, figliuola dello 'mperadore. E quando ebbono
perdonato
l'uno all'altro, e fatto parentado insieme, con molta consolazione e
festa
si partirono, e ciascuno si tornò in sua contrada con buona
ventura.
___________
'
Non si tratta di una fiaba in
senso stretto, perché la magia vi ha uno spazio assai limitato,
ma c'è
del meraviglioso, nel gioco dell'aquila che è una specie di
Cavallo di
Troia. Non a caso la protagonista si chiama Lena, Elena. Ma qui la
violazione del femminile è tutta nella parte iniziale, mentre
nell'Iliade il cavallo di legno viola la città come Paride aveva
violato la donna. La guerra viene portata nella Magna, ma in campo
aperto, e la composizione del conflitto, ordinata dal Papa, è
sancita
dalle nozze del fratello della rapita con la sorella del rapitore. Lo
scambio prende il posto della violenza distruttiva, per cui uno dei due
contendenti doveva essere distrutto, come Troia nell'Iliade. La
descrizione della battaglia ne fa in ogni caso una battaglia
‘mondiale’, come quella di Troia, con un clamore che arriva fino al
cielo, come la battaglia per il potere nel mondo fra Olimpici e Titani
nella Teogonia esiodea, o come la battaglia fra Pandavas e Kouravas nel
Mahabharata indiano. La novella può assumere uno straordinario
valore
didattico, se l’insegnante la usa come affresco dell’Europa del tempo,
perché tanti stati europei vi si trovano già nominati. E
poi
l'andamento della battaglia è filmicamente efficace, con i
dissepatori
che puliscono il terreno prima del sorgere del sole, per i contendenti
che stanno per scontarsi: “...e venuti innanzi li spianatori tagliando
sepali e albori e rinempiendo fosse, e come fu fatto giorno, che l'una
e l'altra parte si comminciarono a vedere, e’ razzi del sole
cominciarono a percuotere in quelle armi rilucenti, e ’l vento che
facea isventolare i pennoni e le bandiere, e l'anitrire che faceano i
cavalli, e ’l grandissimo romore che faceano i pifferi e trombetti
dell'una parte e dell'altra, parea che ’l mondo balenasse”. La crudezza
di certi episodi, come quello del patriarca di Aquileia, che ormai
cieco rotea la spada per uccidere il maggior numero possibile di
nemici, prima di morire, non ha nulla da invidiare alle immagini
più
crude dei film contemporanei, come del resto la crudeltà delle
nostre
guerre non ha nulla di più di quella antica. L’ “Aquila d’oro”
è una
delle storie più antiche che si possano leggere anche un bambino
nella
lingua originaria.
J
La novella ha inoltre per me uno straordinario valore didattico,
perché
tutti gli stati europei del tempo vi si trovano rappresentati. E poi
l'andamento
della battaglia è filmicamente efficace, con i dissepatori che
puliscono
il terreno per i contendenti che stanno per ammazzarsi. Quando a
crudezza,
si veda l'episodio del patriarca di Aquileia, che morente rotea la
spada
per uccidere il maggior numero possibile di nemici. Questa è una
delle storie meravigliose più antiche che si possano leggere
anche
un bambino, e a partire dalla fiaba è possibile introdurre la
storia
europea.
Un'altra direzione
didattica riguarda la guerra
come scontro per la legittimazione della conquista della donna e della
terra, e come diritto di stabilizzare le conquiste effettuate.
L'immagine oggi
può sostituire la parola
scritta, ma l'efficacia descrittiva, quasi filmica, del racconto di Ser
Giovanni è insuperabile. Si può suggerire agli alunni, di
qualunque ordine e grado, di rendere con una notizia da telegiornale
gli
avvenimenti via via presentati dalla fiaba. Per gli studenti di scuola
superiore, ma non solo, la riflessione sui nomi trecenteschi in
rapporto
a quelli attualmente in vigore apre una particoalre attenzione alle
trasformazioni
storiche della lingua.
A questo scopo si
potranno utilizzare gli
allegati
alla traduzione italiana, ovvero il glossario
e la tavola degli eserciti e
degli
stendardi.
$
Nel testo manca il punto dopo le ultime virgolette, e al posto di
‘Disse Arighetto...’ si trova ‘Dsse Arighetto...’
&
Ser Giovanni
(1378), Il Pecorone.
Novella 2, Giornata IX,
pp.
214-237.
LA GATTA
CENNERENTOLA
Saperrite
donca che era na vota no prencepe vidolo, lo quale aveva na figliola
accossì
cara che no vedeva ped autro uocchio; a la quale teneva na maiestra
princepale,
che la 'nmezzava le catenelle, lo punto 'n aiero, li sfilatielle e
l'afreco
perciato montrannole tant'affezzione che non s'abbasta a dicere. Ma,
essennose
'nzorato de frisco lo patre e pigliata na focoliata marvasa e 'miciata
de lo diantane, commenzaie sta mardetta femmena ad avere 'n savuorrio
la
figliastra, facennole cere losche, facce storte, uocchie gronnuse da
farela
sorreiere, tanto che la scura peccerella se gualiava sempre co la
maiestra
de li male trattamiente che le faceva la matreia, dicennole: "O dio, e
non potisse essere tu la mammarella mia, che me fai tante vruoccole e
cassesie?".
E
tanto secotaie a fare sta
cantelena
che, puostole no vespone a l'aurecchie, cecata da mazzamuriello, le
disse
na vota: "Se tu vuoi fare a muodo de sta capo pazza, io te sarraggio
mamma
e tu me sarrai cara comm'a le visciole de st'uocchie". Voleva secotiare
a dicere quanno Zezolla (che cossì la figliola aveva nomme)
disse:
"Perdoname, si te spezzo parola 'n mocca. Io saccio ca me vuoi bene,
perzò
zitto e zuffecit: 'nmezzame l'arte, ca vengo da fore, tu scrive e io
firmo".
"Ora
susso", leprecaie la
maiestra,
"siente buono, apre l'aurecchie e te venerà lo pane ianco comm'a
li shiure. Comme esce patreto, dì a matreiata ca vuoi no vestito
de chille viecchie che stanno drinto lo cascione granne de lo retretto,
pe sparagnare chisto che puorte 'n cuollo. Essa, che te vo' vedere
tutta
pezze e peruoglie, aprerà lo cascione e dirrà: - Tiene lo
copierchio. E tu, tenennolo, mentre iarrà scervecando pe drinto,
lassalo cadere de botta, ca se romparrà lo cuollo. Fatto chesto,
tu sai ca patreto farria moneta fauza pe contentarete e tu, quanno te
fa
carizze, pregalo a pigliareme pe mogliere, ca viata te, ca sarrai la
patrona
de la vita mia".
'Ntiso
chesto Zezolla le parze
ogn'ora mill'anne e, fatto compritamente lo conziglio de la maiestra,
dapo'
che se fece lo lutto pe la desgrazia de la matreia, commenzaie a
toccare
li taste a lo patre, che se 'nzorasse co la maiestra. Da principio lo
prencepe
lo pigliaie a burla; ma la figliola tanto tiraie de chiatto fi' che
couze
de ponta, che all'utemo se chiegaie a le parole de Zezolla e pigliatose
Carmosina, ch'era la maiestra, pe mogliere fece na festa granne.
Ora,
mentre stavano li zinte 'n
tresca, affacciatase Zezolla a no gaifo de la casa soia, volata na
palommella
sopra no muro, le disse: "Quanno te vene golio de quarcosa,
mannal'addemannare
a la palomma de le fate a l'isola de Sardegna, ca l'averrai subeto".
La
nova matreia pe cinco o seie
iuorne affumaie de carizze a Zezolla, sedennola a lo meglio luoco de la
tavola, dannole lo meglio muorzo, mettennole li meglio vestite; ma,
passato
a mala pena no poco de tiempo, mannato a monte e scordato affatto de lo
servizio receputo (oh, trita l'arma c'ha mala patrona!) commenzaie a
mettere
'mpericuoccolo seie figlie soie, che fi'n tanno aveva tenuto secrete; e
tanto fece co lo marito, che receputo 'n grazia le figliastre le
cadette
da core la figlia propia, tanto che, scapeta oie manca craie, venne a
termene
che se redusse da la cammara a la cocina e da lo vardacchino a lo
focolare,
da li sfuorge de seta e d'oro a le mappine, da le scettre a li spite,
né
sulo cagnaie stato, ma nomme perzì, che da Zezolla fu chiamata
Gatta
Cennerentola.
Soccesse
c'avenno lo prencepe da
ire 'n Sardegna pe cose necessariea lo stato suio, dommannaie una ped
una
a 'Mperia Calamita Shiorella Diamante Colommina Pascarella, ch'erano le
seie figliastre, che cosa volevano che le portasse a lo retuorno: e chi
le cercaie vestite da sforgiare, chi galantarie pe la capo, chi cuonce
pe la faccia, chi iocarielle pe passare lo tiempo e chi na cosa e chi
n'autra.
Ped utemo, quase pe delieggio, disse a la figlia: "E tu, che
vorrisse?".
Ed essa: "Nient'autro, se non che me raccomanne a la palomma de le
fate,
decennole che me manneno quarcosa; e si te lo scuorde non puozze ire
né
'nanze né arreto. Tiene a mente chello che te dico: arma toia,
maneca
toia".
Iette
lo prencepe, fece li fatte
suoie 'n Sardegna pe cose necessarie a lo stato suio, accattaie quanto
l'avevano cercato le figliastre e Zezolla le scie de mente; ma,
'nmarcatose
'ncoppa a no vasciello e facenno vela, non fu possibele mai che la nave
se arrassasse da lo puorto e pareva che fosse 'mpedecata de la remmora.
Lo patrone de lo vasciello, ch'era quase desperato, se pose, pe
stracco,
a dormire e vedde 'n suonno na fata, che le disse: "Sai perché
non
potite scazzellare la nave da lo puorto? perché lo prencepe che
vene con vui ha mancato de promessa a la figlia, allecordannose de
tutte
fora che de lo sango propio". Se sceta lo patrone, conta lo suonno a lo
prencepe, lo quale, confuso de lo mancamiento c'aveva fatto, ieze a la
grotta de le fate, e, arrecommannatole la figlia, disse che le
mannassero
quarcosa.
E
ecco escette fora de la
spelonca
na bella giovane, che vedive no confalone, la quale le disse ca
rengraziava
la figlia de la bona memoria e che se gaudesse ped ammore suio:
cossì
decenno le dette no dattolo, na zappa, no secchietiello d'oro e na
tovaglia
de seta, dicenno che l'uno era pe pastenare e l'autra pe coltevare la
chianta.
Lo prencepe maravigliato de sto presiento se lecenziaie da la fata a la
vota de lo paiese suio e, dato a tutte le figliastre quanto avevano
desiderato,
deze finalmente a la figlia lo duono che le faceva la fata. La quale,
co
na preiezza che non capeva drinto la pella, pastenaie lo dattolo a na
bella
testa, lo zappoleiava, adacquava e co na tovaglia de seta matino e sera
l'asciucava, tanto che 'n quattro iuorne cresciuto quanto è la
statura
de na femmena ne scette fora na fata, dicennole: "Che desidere?". Ala
quale
respose Zezolla che desiderava quarche vota de scire fora de casa,
né
voleva che le sore lo sapessero. Leprecaie la fata: "Ogne vota che
t'è
gusto, vieni a la testa e dì:
Dattolo mio 'naurato,
co la zappetella d'oro t'aggio
zappato,
co lo secchietiello d'oro
t'aggio
adacquato,
co la tovaglia de seta t'aggio
asciuttato,
spoglia a te e vieste a me!
E quanno vorrai spogliarete,
cagna
l'utemo vierzo, decenno: Spoglia a me e vieste a te!".
Ora mo, essenno venuta la festa
e sciute le figlie de la maiestra tutte spampanate sterliccate
'mpallaccate,
tutte zagarelle campanelle e scartapelle, tutte shiure adure cose e
rose,
Zezolla corre subeto a la testa e, ditto le parole 'nfrocicatole da la
fata, fu posta 'n ordene comme na regina e, posta sopra n'acchinea con
dudece pagge linte e pinte, iette addove ievano le sore, che fecero la
spotazzella pe le bellezze de sta pinta palomma.
Ma, comme voze la sciorte,
venettte
a chillo luoco stisso lo re, lo quale, visto la spotestata bellezza de
Zezolla, ne restaie subeto affattorato e disse a no servetore
chiù
'ntrinseco che se fosse 'nformato come potesse 'nformare sta bellezza
cosa
e chi fosse e dove steva.
Lo servitore a la medesema pedata
le ieze retomano: ma essa, adonatose dell'agguaito, iettaie na mano de
scute ricce che s'aveva fatto dare da lo dattolo pe chesto effetto.
Chillo,
allummato li sbruonzole, se scordaie de secotare l'acchinea pe
'nchirese
le branche de fellusse ed essa se ficcaie de relanzo a la casa, dove,
spogliatache
fu comme le 'nmezzaie la fata, arrivaro le scerpie de le sore, le
quale,
pe darele cottura, dissero tante cose belle che avevano visto.
Tornaie fra sto miezo lo
servetore
a lo re e disse lo fatto de li scute; lo quae, 'nzorfatose co na zirria
granne, le dise che pe quatto frisole cacate aveva vennuto lo gusto
suio
e che in ogne cunto avesse, l'autra festa, procurato de sapere chi
fosse
la bella giovane e dove s'ammasonasse sto bello auciello.
Venne l'autra festa e, sciute le
sore tutte aparate e galante, lassaro la desprezzata Zezolla a lo
focolaro;
la quale subeto corre a lo dattolo e, ditto le parole solete, ecco
scettero
na mano de dammecelle: chi co lo schiecco, chi co la carrafella d'acqua
de cocozze, chi co lo fierro de li ricce, chi co la pezza de russo, chi
co lo pettene, chi co le spingole, chi co le vestite, chi co la cannaca
e collane e, fattale bella comme a non sole, la mesero a na carrozza a
seie cavalle, accompagnata da staffiere e da pagge de livrera e, ionta
a lo medesemo luoco dove era stata l'autra festa, agghionze maraviglia
a lo core de le sore e fuoco a lo pietto de lo re.
Ma repartutase e iutole dereto
lo servetore, pe no farese arrivare iettaie na vranca de perne e de
gioie,
dove, remasose chill'omo dabene a pizzoliarennelle, ca non era cosa da
perdere, essa ebbe tiempo de remmorchiarese a la casa ede spogliarese
conforme
a lo soleto. Tornaie lo servetore luongo luongo a lo re, lo quale disse:
"Pe l'arma de li muorte mieie,
ca si tu non truove chessa, te faccio na 'ntosa e te darraggio tante
cauce
'n culo quante haie pile a ssa varva".
Venne l'autra festa e, ciute le
sore, essa tornaie a lo dattolo e, continovanno la canzona fatata, fu
vestuta
soperbamente e posta drinto na carrozza d'oro, co tante serviture
atuorno
che pareva pottana pigliata a lo spassiggio 'ntorniata de tammare; e,
iuta
a fare la cannavola a le sore, se partette, e lo servetore de lo re se
cosette a filo duppio co la carrozza. Essa, vedenno che sempre l'era a
le coste, disse: "Tocca, cocchiero", e ecco se mese la carrozza a
correre
de tanta furia e fu cossì granne la corzeta che le cascaie no
chianiello,
che non se poteva vedere la chiù pentata cosa. Lo servetore, che
non potte iognere la carrozza che volava, auzaie lo chianiello da terra
e lo portaie a lo re, dicennole quanto l'era socceduto.
Lo quale, pigliatolo 'n mano,
disse:
"Se lo pedamiento è cossì bello, che sarrà la
casa?
o bello canneliero, dove è stata la cannela che me strude! o
trepete
de la bella caudara, dove volle la vita! o belle suvare attaccate a la
lenza d'Ammore, co la quale ha pescato chest'arma! ecco, v'abbraccio e
ve stregno, e si non pozzo arrevare a la chianta, adoro le radeche, e
si
non pozzo avere li capitielle, vaso le vase! già fustevo cippo
de
no ianco pede, mo site tagliole de no nigro core; pe vui era auta no
parmo
e miezzo de chiù chi tiranneia sta vita, mentre ve guardo e ve
possedo".
Cossì dicenno, chiamma lo
scrivano, comanna lo trommetta e tu tu tu fa iettare no banno: che
tutte
le femmene de la terra vengano a na festa vannuta e a no banchetto, che
s'ha puosto 'n chiocca de fare. E, venuto lo iuorno destenato, oh bene
mio che mazzecatorio e che bazzara che se facette! da dove vennero
tante
pastiere e casatielle? dove li sottestate e le porpette? dove li
maccarune
e graviuole? tanto che 'nce poteva magnare n'esserceto formato.
Venute le femmene tutte, e nobele
e 'gnobele e ricche e pezziente e vecchie e figliole e belle e brutte e
buono pettenato, lo re, fatto lo profizzio, provaie lo chianiello ad
una
ped una a tutte le convitate, pe vedere a chi iesse a capillo ed
assestato,
tanto che potesse canoscere da la forma de lo chianiello chello che
ieva
cercanno; ma, non trovanno pede che 'nce iesse a sesto, s'appe a
desperare.
Tuttavia, fatto stare zitto
ogn'uno,
disse: "Tornate craie a fare n'atra vorta penetenzia co mico; ma,
se mi volite bene, non lasciate nessuna femmena a casa, e sia chi
voglia".
Disse lo prencepe: "Aggio na figlia, ma guarda sempre lo focolaro, ped
essere desgraziata e da poco e non è merdevole de sedere dove
magnate
vui". Disse lo re: "Chesta sia 'n capo de lista, ca l'aggio da caro".
Cossì
partettero e lo iuorno appriesso tornaro tutte e, 'nsiemme con le filie
de Carmosina venne Zezolla, la quale, subeto che fu vista da lo re,
l'ebbe
na 'nfanzia de chella che deiderava, tuttavota semmolaie. Ma fornuto de
sbattere, se venne a la prova de lo chianiello; ma non tanto priesto
s'accostaie
a lo pede de Zezolla, che se lanzaie da se stisso a lo pede de chella
cuccupinto
d'Ammore, comme lo fierro corre a la calamita. La quale cosa vista da
lo
re, corze a farele soppressa de le braccia e, fattola sedere sotto lo
vardacchino,
le mese la corona 'n testa, commannanno a tutte che le facessero
'ncrinate
e leverenzie, comme a regina loro. Le sore vedenno chesto, chiene de
crepantiglia,
non avenno stommaco de vedere sto scuopo de lo core lloro, se la
sfilaro
guatto guatto verso la casa de la mamma, confessanno a dispietto loro ca
pazzo è chi contrasta co
le stelle".
_______
'
Questa è la prima versione a stampa della
storia di Cenerentola, e presenta il motivo della violenza verso la
madre,
qui la matrigna, che in certe versioni balcaniche diventa anche un atto
di cannibalismo delle figlie verso la madre. Da questo deriva la
condizione
degradata, povera e sporca, che la protagonista deve vivere prima di
ritrovare
nella fata la figura materna positiva distrutta, e che le consente di
posare
il re o il principe. Si noti come le versioni più diffuse,
derivate
dal film di Walt Disney, che aveva utilizzato il Conte di Perrault,
presentino
un procedimento come quello che opera nella censura onirica: la
crudeltà
della figlia diventa, per opposto, una assoluta arrendevolezza. Per
un'interpretazione
di questa fiaba, vedi il mio saggio
La
luna nella cenere. Analisi del
sogno di Cenerentola, Pelle d'asino,
Cordelia, FrancoAngeli, Milano 1999.
Vedi lo
stesso testo per un’intepretazione della calzatura e della scarpetta, e
del perché la scarpa giusta sia diventata una scarpa così
piccola che
solo un piedino minuscolo può calzare.
Se il detto finale, qui come
nella favola dei Sette colombini,
come in ogni fiaba, non ci fosse, la
tenuta della fiaba resterebbe la stessa. Se ne può ricavare una
legge
elementare: quando la sentenza finale è necessaria all’economia
della
storia ci troviamo di fronte a un apologo, del tipo delle favole di
Esopo o Fedro, o delle analoghe storie di animali che rappresentano
allegoricamente caratteri e tratti umani. Se è un elemento
accessorio,
intercambiabile con altre formule di chiusura, può concludere
una fiaba
tradizionale. Alla fiaba si addice, come considerazione sapienziale,
soltanto
una formula delle Mille e una notte:
“Se questa storia si potesse
scrivere con l’ago all’angolo degli occhi, sarebbe di grande
insegnamento per chi volesse comprenderla”. Vale a dire che è
impossibile, per quanto desiderabile, utilizzare la fiaba a fini
educativi o morali, anche se si intuisce il suo valore di
insegnamento.
$
Non abbiamo
resistito, nella traduzione italiana che si trova in questo sito, alla
tentazione di sostituire Zezolla, il nome secentesco,
lievemente cacofonico e poco evocativo ai nostri giorni, con
Mimì, sia
perché ci piace mettere in circolazione un’omonima della povera
fiorista pucciniana alla quale va bene, sia perché è
onomatopaico del
richiamo del gatto, o della gatta... Cenerentola. D’altra parte
sfidiamo chiunque a trovare un testo di favole dove il traduttore, o il
raccoglitore, per quanto sinceramente animati dalle migliori intenzioni
filologiche, e deciso a non mettere nulla di proprio in testi della
tradizione, consapevoli, come noi siamo, che nessuno può
migliorarli,
come non si può favorire lo schiudersi di un giacinto o di una
rosa
muovendone le infiorescenze o i petali con le mani, abbiano resistito a
questa tentazione. Molti non lo dichiarano, ma non mi è ancora
capitato
di trovare una raccolta in cui non venga, magari in misura minima,
fatto. Ci sono strutture narrative cosi potentemente embricate alla
vita psichica, che anche volendo è impossibile ascoltarle e
rinarrarle
senza modificarle almeno in parte. Si può sperimentarlo
raccontando un
sogno e chiedendo poi ai propri interlocutori di rinarrarlo fedelmente:
nessuno riuscirà a farlo. | Chianiello
è la parola
più importante della
favola, perché come si sa diventerà la scarpetta di
cristallo, con la
mediazione di Perrault che pare intendesse una calzatura di vair,
pelliccia, una ricca soprascarpa, come una calzatura di verre, da cui
la scarpetta di cristallo. La tradizione della scarpa perduta,
innamoratasi della quale il sovrano cerca dappertutto la sua
proprietaria, risale all’antico Egitto. Il primo a nominare la
cortigiana antenata di Cenerentola è Erodoto, nel quale
però non si trova accenno al motivo della pantofola perduta (Le Storie, II, 134: "Anche questi
[Micerino] lasciò una piramide, di molto più piccola di
quella del padre, in ciascun lato inferiore di venti piedi a tre
plettri, quadrangolare, di pietra etiopica fino alla metà.
Alcuni Greci dicono che sia dell'etera Rodopi, ma non parlano
rettamente: anzi a me pare che essi parlino senza sapere affatto
neppure chi era Rodopi, ché altrimenti non le avrebbero
attribuito la costruzione di una piramide, per la quale sono state
spese infinite migliaia di talenti, per così dire; e inoltre
senza sapere che durante il regno di Amasi visse Rodopi, originaria
della Tracia, ed era schiava di Iadmone di Samo figlio di Efestopolio,
e compagna di schiavitù di Esopo il favolista. Anche questi
infatti appartenne a Iadmone [...] 135 Rodopi giunse in Egitto
avendovela condotta Xanto di Samo, e, una volta giuntavi per far
commercio del suo corpo, fu affrancata a gran prezzo da un uomo di
Mitilene, Carasso figlio di Scamandronimo fratello della poetessa
Saffo. Così Rodopi divenne libera e rimase in Egitto e, essendo
assai attraente, guadagnò ricchezze, grandi per essere una
Rodopi, ma non tali da poter arrivare a costruire una simile piramide.
Infatti la decima delle sue ricchezze la può vedere ancora
adesso chiunque lo voglia, poiché Rodopi fu presa dal desiderio
di lasciare in Grecia un suo ricordo, facendo fabbricare un'opera che
non si trova sia stata ideata e dedicata in un tempio a nessun altro, e
la dedicò a delfi coem suo ricordo. Dunque, dalla decima delle
sue ricchezze fece fare numerosi spiedi di ferro atti a infilzare buoi,
tanti quanti le consentì la decima, e li mandò a Delfi;
ed essi ancor oggi sono accatastati dietro l'altare che le dedicarono i
Chii, davanti al tempio stesso. C'è in effetti uan specie di
tradizione che a Naucrati le etere fossero attraenti: infatti sia
costei, sulla quale verte questo discorso, divenne così celebre
che anche tutti i Greci appresero il nome di Rodopi, sia dopo di lei
quella che ebbe nome Archidice divenne famosa in tutta la Grecia, meno
celebrata però della precedente Etera. Carasso poi, come,
riscattata Rodopi, tornò a Mitilene, Saffo lo biasimò
assai in un carme. Riguardo a Rodopi ora ho terminato." Traduzione di
Augusta Izzo D'Accinni, Storici Greci, Sansoni Editore, Firenze 1993).
La storia della scaretta è narrata dallo storico greco Strabone
(I sec. a.C) nel XVII libro delle sue storie: un’aquila avrebbe
lasciato cadere davanti al faraone la
calzatura che apparteneva a una bellissima cortigiana, e avrebbe fatto
cercare e poi sposato colei alla quale apparteneva. Per Benedetto
Croce il chianiello, da lui tradotto con pianella, mentre M. Rak opta
per la più comune scarpetta, è una specie di zoccolo che
veniva calzato
come una soprascarpa ed aveva un’altissima zeppa di legno per aumentare
la statura, come dice il re, di un palmo e mezzo (Croce, vol. I, p. 73
e nota 11. Vedi anche la nota 11 alle pp. 151-152).
&
Dal
Cunto de li Cunti di
Giambattista Basile; Trattenemiento
sesto de la jornata primma; pp. 124-137.

LI SETTE
PALOMMIELLE
Era
na vota, a lo paiese d’Arzano, na bona femmena, la quale ogne anno
scarrecava
no figlio mascolo, tanto che erano arrivate a sette, che vediva na
scerenga
de lo dio Pane a sette canne una chiù granne dell’autra. Li
quale,
avenno mutato le primme arecchie, dissero a Iannetella la mamma, ch’era
n’auta vota prena: «Sacce, mamma mia, ca si tu dopo tante figlie
mascole non fai na femmena, nui simmo propio resolute de lassare sta
casa
e ire pe sso munno comm’a li figlie de le merole, spierte e
demierte».
La
mamma, che sentette so male
annunzio, pregava lo cielo che avesse spogliato li figlie de sto
desiderio
e levata essa de perdere sette gioie comme erano li figlie. Et, essendo
oramai l’ora de lo partoro, li figlie dissero a Iannetella: «Nui
ce retirammo ’ncoppa a chella tempa, o ripa, che ce sta facce-fronte:
si
fai mascolo miette no calamaro e na penna ’ncoppa a la finestra e si
fai
femmena miettece na cocchiara e na conocchia, perché se
vedarimmo
signale de femmena ’nce ne venimmo a la casa a spennere sto riesto de
la
vita sotto l’ascelle toie, ma si vedimmo signale de mascolo scordatenne
de nui, ca ’nce puoi mettere nome penna!”.
Partute
li figlie, voze lo cielo
che Iannetella facesse na bella figliaccara e, ditto a la mammana che
ne
desse signo a li frate, fu cossì storduta e stontara che ’nce
mese
lo calamaro e la penna. La quale cosa visto li sette fratielle se
mesero
la via fra le gamme e tanto camminaro che arrivattero, dapo’ tre anne
de
cammino, a no vosco - dove l’arvole a suono de na shiommara che faceva
contrapunte pe coppa le prete facevano na ’mpertecata - drinto a lo
quale
’nc’era la casa de n’uorco, a lo quale essenno state cacciate
l’uocchie,
dormenno, da na femmena, era cossì nemico de sto siesso che
quante
ne poteva avere tante se ne manciava.
Arrivate
sti giuvene a la casa
dell’uorco, stracque de lo viaggio allancate da la famme, le fecero
’ntennere
si pe compassione le voleva dare quarche muorzo de pane. A li quale
respose
l’uorco che l’averria dato da vivere si lo volevano servire, ca non
averriano
avuto autro da fare che guidarelo no iuorno ped uno, comm’a
cacciottiello.
Sentuto chesto li giovane le parze de trovare la mamma e lo patre e,
accordatose,
se restaro a lo servizio dell’uorco, lo quale, ’mparatose li nomme loro
a mente, mo chiamava Giangrazio, mo Cecchitiello, mo Pascale, mo
Nuccio,
mo Pone, mo Pezillo e mo Carcavecchia, che cossì avevano nomme
li
fratielle; e, consignatole no vascio de la casa soia, le manteneva
tanto
che potevano passare la vita.
Ma
fra tanto tiempo essenno
cresciuta
la sore, e sentenno ca sette fratielle suoie per scordamiento de la
mammana
s’erano date a camminare pe lo munno e non se ne sapeva chiù
nova,
le venne capriccio de irele cercanno e tanto fece e tanto disse a la
mamma,
che, scervellata da tante prieghe suoie, vestutala da pellegrina le
dette
lecenzia.
La
quale, camminato e camminato
demannanno sempre de parte ’m parte chi avesse visto sette fratielle,
tanto
corze paiese c’a na taverna n’appe nova, e, fattose ’mezzare la strata
de chillo vosco, na matina - quanno lo Sole co lo temperino de li ragge
rade li scacamarrune fatte da la notte sopra la carta de lo cielo - se
trovatte a chillo luoco, dove co gusto granne fu recanosciuta da li
frate
e merdissero chillo calamaro e chella penna che scrisse fauzariamente
tante
malanne loro; e, fattole mille carizze, l’avvertèro a stare
retirata
drinto a chella cammara, che non la vedesse l’uorco ed, otra a chesto,
che de qualesivoglia cosa che le venesse da magnare ’n mano ne desse la
parte a na gatta che steva drinto a chella cammara, autramente
l’averria
fatto quarche dammaggio.
Cianna,
che cossì se
chiammava
la sore, screvette sti consiglie a lo quatierno de lo core ed ogne cosa
c’aveva faceva da buon compagno co la gatta, secanno sempre iusto,
decenno
chesto a me, chesto a te, chesto a la figlia de lo re, dannocenne la
parte
per fi’ a no fenucchio.
Ora
soccesse ch’essenno iute li
frate a caccia pe servizio dell’uorco, le lassaro no panariello de
cicere,
che le cocinasse. La quale scegliennole ’nce trovaie per desgrazia
n’antrita,
che fu la preta de lo scannalo de la quiete soia, pocca ’mboccatasella
senza darene la meza parte a la gatta chella, pe despietto, correnno a
lo focolare, pisciaie lo fuoco, tanto che se stotaie. Cianna, che vedde
chesto, non sapenno comme se fare scette da chelle cammare contra lo
commannamiento
de li frate e, trasuto drinto l’apartamiento dell’uorco, cercaie no
poco
de fuoco.
L’uorco,
che sentette la voce de
na femmena, disse: «Ben venga lo mastro! aspetta no poco, ca hai
trovato chello che vai cercanno!» e, cossì, ditto pigliaie
na preta de Genova e ontala d’uoglio commenzaie ad affilare le sanne.
Cianna,
che vedde lo carro male abbiato, dato de mano a no tezzone corse a la
cammara
soia e pontellaie la porta, non lassanno de schiaffarence dereto varre,
segge, scanne de lietto, casciolelle, prete e quanto ’nc’era drinto a
la
cammara.
L’uorco,
comm’ebbe dato lo filo
a li diente, corze a la cammara e, trovannola chiusa, commenzaie a
darence
cuorpe de cauce pe la scassare. A lo quale rommore venettero arrivanno
li sette frate e, trovanno sto streverio e sentennose ’mproverare
dall’uorco
de tradeture ca la cammara loro era fatto lo Beneviento de le nemiche
soie,
Giangrazio, ch’era lo chiù granne ed aveva chiù
sinno
de l’autre, visto lo negozio male parato, disse all’uorco: «Nui
non
sapimmo niente de sto fatto e porria essere che sta mardetta femmena
fosse
trasuta a sta cammara per desgrazia, mentre nui simmo state a la
caccia.
Ma, pocca s’è fortificata da dereto, viene co mico, ca te porto
pe no luoco dove le darimmo adduosso senza che se ne possa
defennere».
Cossì,
pigliato l’uorco
pe la mano, lo carriaie dov’era no fuosso futo futo e, datole na
spenta,
lo fecero derrupare a bascio e, pigliato na pala che trovaro ’n terra,
lo coperzero de terreno e, fatto aprire la sore, le ’ntronaro bone
l’arecchie
de l’arrore c’aveva fatto e de lo pericolo a lo quale s’era
posta,
decennole che pe l’abbenire stesse chiù ’n cellevriello e che se
guardasse de cogliere erva ’ntuorno a chillo luoco dov’era atterrato
l’uorco,
ca sarriano tornate tutte sette palommielle.
«Lo
cielo me ne
guarde»,
respose Cianna, «ch’io ve facesse sto danno!». E
cossì,
puostose ’m possessione de la robba de l’uorco e ’mpatronutose de tutta
la casa, stevano allegramente aspettanno che passasse la ’nvernata e -
quanno lo Sole desse pe ’nferta alla Terra de la possessione pigliata a
la casa de lo Tauro na gonnella verde regamata de shiure - se potessero
mettere ’n viaggio pe tornare a la casa loro.
Occorze
che, trovannose li frate
a fare legna a la montagna per repararese da lo friddo che cresceva de
iuorno ’n iuorno, arrivaie a chillo vosco no povero pellegrino, lo
quale,
avenno fatto l’abbaia a no gatto maimone che stava sopra a na pigna,
l’aveva
tirato no frutto de chillo arvolo ’ncoppa la catarozza, che ’nc’era
fatto
no vruognolo accossì spotestato che lo scuro gridava comm’arma
dannata.
Cianna, sciuta a lo rommore, pietosa de lo male suio couze subeto na
cimma
de rosamarina da na troffa ch’era nasciuta ’ncoppa lo fuosso dell’uorco
e, co pane mazzecato e sale, le fece non ’nchiastro e, datole da
fare collazione, ne lo mannaie.
E,
mentre apparecchiava tavola
aspettanno li frate, eccote vedde venire sette palommielle, li quale le
dissero: «O che meglio te fossero cioncate le mano, o causa de
tutto
lo male nuostro, ’nanza che cogliere chella mardetta rosamarina, che
’nce
fa ire pe la marina! e c’hai magnato cellevriello de gatta, o sore mia,
che te hai fatto scire da mente l’aviso nuostro? eccoce deventate
aucielle,
soggette a le granfe de niglie, de sproviere e d’asture, eccoce fatte
compagne
de acquarule, de capofusche, de cardille, de cestarelle, de cardole, de
coccovaie, de cole, de ciaole, de codeianche, de zenzelle, de capune
sarvateche,
de crastole, de covarelle, de gallinelle, de galline arcere, de lecore,
de golane, de froncille, de reille, de parrelle, de paglioneche, de
capotortielle,
de terragnole, de shiorule, de pappamosche, de paposce, de
scellavattole,
de semmozzarielle, de sperciasiepe, de rossielle, de monacelle, de
marzarole,
de morette, de paperchie, de lugane e de turzelupiche! hai fatto bella
prova! mo simmo tornate a lo paiese nuostro pe vederece aparate rezze e
poste viscate! pe sanare la capo de no pellegrino hai rotto la capo a
sette
frate, che non c’è remmedio a lo male nuostro si non truove la
mamma
de lo Tiempo, che te ’mpare la strata a cacciarence d’affanno”.
Cianna,
comm’a quagliapelata de
l’arrore c’aveva fatto, cercaie perdonanza a li frate e s’offerze de
’ntorniare
tanto lo munno fi’ che trovasse la casa de sta vecchia. E, pregannole a
stare sempre a la casa, azzò no le soccedesse quarche desgrazia
fi’ tanto ch’essa tornava, commenzaie a camminare senza stracquarese
maie,
che, si be’ marciava a pede, lo desiderio d’aiutare li frate le serveva
de mula de percaccio, co la quale faceva tre miglia ad ora.
E
arrivata a no lito, dove lo
maro
co la sparmata dell’onne zollava li scuoglie che non volevano
responnere
a lo latino che le deva a fare, vedde na grossa valena, la quale le
disse:
«Bella giovane mia, che vai facenno?». Ed essa: «Vao
cercanno la casa de la mamma de lo Tiempo». «Sai che vuoi
fare?»,
leprecaie la valena, «và sempre deritto per sta marina e,
lo primmo shiummo che truove, tira capo ad auto, che troverai chi te
mostrarà
lo cammino; ma famme no piacere: comme truove sta bona vecchia cercale
grazia da parte mia che me trove quarche remmedio che io pozza
camminare
secora senza morrare tante vote a scuoglio e dare tante vote a
l’arena».
“Lassa
fare a sto fusto»,
disse Cianna e, rengraziatola de la via che l’aveva mostrata,
commenzaie
a trottare pe chella chiaia e, dapo’ luongo viaggio, arrivato a chillo
shiummo, che comm’a commissario de fiscale sborzava monete d’argiento a
la banca de lo maro, pigliaie lo cammino ad auto e, arrivato a na bella
campagna, dove lo prato faceva la scigna de lo cielo a mostrare
stellato
de shiure lo manto verde, trovaie no sorece lo quale le disse:
«Dove
vai cossì sola, bella femmena?». Ed essa: «Cerco la
mamma de lo Tiempo». «Troppo hai da cammenare»,
sogghionse
lo sorece, «ma non te perdere d’armo, ogne cosa ha capo:
cammina
puro verzo chelle montagne, che comme a signure libere de sti campe se
fanno dare lo titolo d’autezza, ca sempre averrai meglio nova de chello
che cirche. Ma famme no piacere : comme sì arrivata a la casa
che
desidere, fatte a dicere da sta bona vecchiarella che remmedio porriamo
trovare per levarece da la tirannia de le gatte e po’ commanname ca
m’accatte
pe schiavo».
Cianna,
promettuto de farele sto
piacere, s’abbiaie verzo chelle montagne, le quale si be’ parettero
vecine
non s’arrivaro maie; puro, comme meglio potte, arrivatace se sedette
stracqua
’ncoppa a na preta, dove vedde n’asserceto de formiche che carriavano
na
gran monezione de grano; una de le quale, votatose a Cianna, le disse:
«Chi sì? e dove vaie? ». E Cianna, ch’era cortese co
tutte, le disse: «I so’ na sfortonata giovane, che pe cosa che
m’importa
cerco la casa de la mamma de lo Tiempo». «Cammina
chiù
’nanze», respose la formica, «ca lo sboccare de chelle
montagne
a na gran largura te ne sarrà dato nova. Ma fanne no gran
piacere,
vide de scauzare ssa vecchia che porriamo fare nui autre formiche pe
campare
quarche tiempo, che me pare na gran pazzia de le cose terrene a fare
tanto
acchitto e provisione de mazzecatorio pe na vita cossì corta,
che
comme a cannela de ’ncantatore a la meglio offerta de l’anne se
stuta».
«Quietate»,
disse
Cianna,
«ca te voglio rennere la cortesia che m’hai fatta». E,
passato
chelle montagne, se vedde a no bello chiano pe lo quale camminato no
piezzo
trovaie no grann’arvolo de cierzo, testimonio de l’antichetà,
confiette
de chella zita ch’era contenta e boccune che dace lo Tiempo a sto
siecolo
ammaro de le docezze perdute. Lo quale, formanno lavra de scorze e
lengua
de lo medullo, deccette a Cianna: «Dove, dove cossì
affannata,
figliola mia? viene sotto all’ombre meie e reposate!». Ed essa
decennole
a gran merzè se scusaie ca ieva de pressa a trovare la mamma de
lo Tiempo. La quale cosa sentuto la cerqua le disse: «Tu ne
sì
poco lontano, ca non camminarraie n’autra iornata che vedarraie sopra
na
montagna na casa, dove trovarrai chello che cirche; ma s’hai tu tanta
cortesia
quanto hai bellezza, procura sapere che porria fare pe recuperare lo
’nore
perduto: pocca da pasto d’uommene granne so’ fatta civo de
puorce».
«Lassa
lo pensiero a
Cianna»,
essa respose, «ca vederraggio de te servire». E
cossì
ditto partette e, camminanno senza reposare maie, arrivatte a li piede
de na montagna sconceca-iuoco, la quale ieva co la capo a dare fastidio
a le nugole, dove trovaie no vecchiariello che, pe stracquezza de
camminare,
s’era corcato ’n miezo a certo fieno. Lo quale, vedenno Cianna, la
canoscette
subeto ch’era chella che l’aveva medecato lo vruognolo; e, ’ntiso
chello
che ieva cercanno la giovane, le decette ch’isso portava lo cienzo a lo
Tiempo dell’affitto de la terra c’avea semmenato e che lo Tiempo era no
tiranno che s’aveva usurpato tutte le cose de lo munno e voleva tributo
da tutte e particolaremente da uommene de l’età soia. E,
perché
aveva recevuto beneficio da la mano de Cianna, ’nce lo voleva rennere a
ciento duppie, co darela quarche buono avvertimiento circa la venuta
soia
a chesta montagna, dove le despiaceva de non poterela accompagnare
pocca
l’età soia, connennata chiù priesto a scennere ch’a
saglire,
l’astregneva a restarese alle faude de chelle montagne pe saudare li
cunte
co li scrivane de lo Tiempo, che so’ li travaglie li disguste e le
’nfermità
de la vita, e pagare lo debeto de la Natura.
E
perzò le decette:
«Ora
siente buono, bella figlia mia senza peccato, agge da sapere qualemente
cosa 'ncoppa la cimma de la montagna trovarrai no scassone de casa, che
non s'allecorda quanno fu favrecata: le mura songo sesete, le pedamente
fracete, le porte carolate, li mobele stantive e 'nsomma ogni cosa
conzomata
e destrutta: da ccà vide colonne rotte, da llà statue
spezzate,
non essennoce autro sano che n'arma
sopra la porta quartiata, dove 'nce
vedarrai no serpe che se mozeca la coda, no ciervo, no cuorvo e na
fenice.
Comme sì trasuta drinto vedarrai pe terra lime sorde, serre,
fauce
e potature e ciento e ciento caudarelle di cennere, co li nomme
scritte,
come arvarelle de speziale, dove se leggeno: Corinto, Sagunto,
Cartagene,
Troia e mille autre città iute all'acito, le quale conserva pe
memoria
de le 'mprese soie. Ora, comme sì vicino a sta casa nascunnete
da
parte fi’ ch’esce lo Tiempo e, sciuto, trasete drinto. Là
trovarrai
na vecchia vecchia, che co la varva tocca la terra e co lo scartiello
arriva
a lo cielo, li capille comm’a coda de cavallo liardo li copreno li
tallune,
la facce pare no collaro a lattochiglia, co le crespe teseche pe la
posema
dell’anne, la quale sta seduta sopra n’alluorgio ’mpizzato a no muro e,
perché le parpetole so’ cossì granne che l’ammarrano
l’uocchie,
non te porrà vedere. Tu, comme sì trasuta, leva subeto li
contrapise dall’alluorgio e po’, chiamato la vecchia, pregala a darete
sfazione de chello che desidere, la quale darrà subeto na voce a
lo figlio, che venga a magnarete, ma, perché l’alluorgio che
tene
sotta la mamma le mancano lo contrapise, isso no porrà camminare
e cossì sarrà costretta a darete chello che vuoie. Ma non
credere a nesciuno ioramiento che te faccia, se non iura pe l’ascelle
de
lo figlio; allora dalle credeto e fà chello che te dice, ca
sarrai
contenta».
Cossì
decenno restaie lo
poveriello desfatto, comm’a cuorpo muorto de lisoncuorpo quando vede la
luce de l’aiero. Cianna, pigliato chelle cenere e mescatoce no
mesoriello
de lagreme, le fece no fuosso e l’atterraie, pregannole da lo cielo
quiete
e repuoso. E sagliuta la montagna, che le fece pigliare l’appietto,
aspettaie
che scesse lo Tiempo, lo quale era no viecchio co na varla longa longa,
portava no mantiello viecchio viecchio, lo quale era tutto chino de
cartelle
cosute co li nomme de chisto e de chillo; aveva l’ascelle granne e
correva
cossì veloce che lo perdette subeto de vista.
E
trasuto a la casa de la mamma,
appe a sorreiere de vedere chillo nigro scuorso; e, dato subeto de mano
a li contrapise, disse a la vecchia chiello che desiderava. La quale,
iettanno
no strillo, chiammaie lo figlio, ma Cianna le disse: «Puoi
tozzare
la capo a sse mura, ca non vedarrai cierto figlieto mentre io tengo sti
contrapise!». E la vecchia, vedennose troncate li passe,
commenzaie
a losengarela, decennole: «Lassale ire, bene mio, no ’mpedire la
corzeta a figliemo, cosa che n’ha fatto ancora nesciuno ommo vivente a
lo munno! lassale ire, si dio te guarde, ca io te ’mprometto pe
l’acquaforte
de figliemo, co la quale rode ogne cosa, ca non te farraggio
male».
«’Nce pierde lo tiempo», leprecaie Cianna, «meglio
vuoi
dicere si vuoi che le lassa». «Te iuro pe chille diente che
rosecano tutte le cose mortale, ca te farraggio a sapere quanto
desidere».
«Non ne fai spagliocca», leprecaie Cianna, «ca saccio
ca tu me gabbe!». E la vecchia: «Ora susso! io te iuro pe
chelle
ascelle che volano pe tutto ca io te voglio fare chiù piacere de
chello che te ’magene!».
E
Cianna, lassato li contrapise,
vasaie la mano a la vecchia, la quale senteva de muffa e feteva de
liento,
che, vedenno la bona crianza de sta giovane, le disse:
«Nascunnete
dereto a chella porta, che venuto che sarrà lo Tiempo, me
farraggio
dicere chello che vuoi sapere. E comme isso torna a scire -
perché
no steva mai fermo a no luoco - tu puoi sbignare: ma non te fare
sentire,
ca isso è cossì
cannarone che non perdona manco a li
figlie
e quanno tutto autro manca se magna isso stisso e po’ torna a
sguigliare».
E,
fatto Cianna quanto le disse
la vecchia, ecco arrivare lo Tiempo, lo quale priesto priesto, auto e
lieggio
rosecato quanto le venne pe mano, pe fi’ a le caucerogna de le mura,
mentre
voleva partire la mamma le disse tutto chello che aveva sentuto da
Cianna
pregannolo, pe lo latto che l’aveva dato, a responnere cosa pe cosa a
quanto
le domannava.
E
lo figlio, dapo’ mille
preghere,
le respose: «All’arvolo se pò responnere che non pò
essere mai caro a la gente, mentre tene atterrate tesore sotto a le
radeche;
a lo sorece, che mai saranno secure da le gatte, si no l’attaccano na
campanella
a la gamma pe sentirelo quanno vene; a la formica, che camparanno
ciento
anne si se ponno spesare de volare, che quanno la formica vo’ morire
mette
l’ascelle; a la valena che faccia bona cera e se tenga pe ammicco lo
sorece
marino, che le serverrà sempre pe guida che non iarrà mai
traverza; ed a li palommielle, che quanno faranno lo nido sopra la
colonna
de la recchezza tornaranno all’essere de ’mprimma».
Ditto
chesto, lo Tiempo
commenzaie
a correre la solita posta e Cianna, licenziatose da la vecchia, se ne
scese
de la montagna a bascio, a lo stisso tiempo che ’nc’erano arrivate li
sette
palommielle secotanno le pedate de la sore. Li quale, stracque da tanto
volare, iezero tutte a posarese sopra le corna de no voie ch’era
muorto,
che non tanto priesto ’nce appero puosto li piede che tornaro belle
giuvane
comme prima e, maravigliate de sto fatto, sentettero la resposta de lo
Tiempo e compresero che lo cuorno, comme simmolo de la capra, fosse la
colonna de la ricchezza azzennata da lo Tiempo e, fatto na granne
preiezza
co lo core, s’abbiattero pe lo stisso cammino c’aveva fatto Cianna.
E,
trovato l’arvolo de cerca e
referutole chello c’aveva ’ntiso da lo Tiempo, l’arvolo le pregaie a
levarele
lo tesoro de sotta, mentre era causa che la gliantra soia aveva
scapetato
de repotazione. E li sette fratielle trovato na zappa ’miezo a n’uorto
scavattero tanto ficchè trovaro no gruosso ziro de moneta d’oro,
la quale ne fecero otto parte fra loro e la sore, pe potereselle
portare
commodamente.
Ma,
essenno stracque da lo
viaggio
e da lo piso, se mesero a dormire a canto a na sepala, dove arrivato na
mano de malantrine e visto dormire sti negrecate co le capo ’ncoppa de
mappate de li tornise, legatole de mano e de piede a certe arvole se
pigliaro
li frisole e le lassaro facenno lo trivolo non sulo de lo bene che a
pena
trovato l’era scappato da la mano, ma della vita loro, che, senza
speranza
d’aiuto, stevano a riseco o de morire ciesse de la famme o de fare che
cessasse la famme a quarche animale sarvateco.
E,
mentre se gualiavano de la
negrecata
sciorte loro, venne arrivanno lo sorece, che, sentuto la resposta de lo
Tiempo, pe buono miereto de lo servizio rosecaie le fonecelle con che
stevano
legate e le dette libertà.
Ma,
camminate n’autro buono
piezzo,
trovaro pe la strata la formica, la quale, ’ntiso lo consiglio de lo
Tiempo,
addemmannaie a Cianna che cosa avesse che steva accossì moscia e
de colore gialluoteco; e, dittole la desgrazia passata e lo corrivo
fattole
da li latre, la formica respose: «Zitto, ca me vene pe taglio de
dareve lo cagno de lo piacere c’aggio recevuto! ora sacciate ca, mentre
portava no carreco de grano sottoterra, aggio visto no luoco dove sti
cane
assassine ’ncaforchiano li furte loro, perché hanno fatto sotta
na fraveca vecchia certe caracuoncole dove stipano tutte le cose
arrobbate
e mo che so’ iute pe quarch’autro arravuoglio io ve ’nce voglio
accompagnare
e ’mezzareve lo luoco, azzò pozzate recoperare lo
vuostro».
Accossì ditto pigliaie la strata verzo certe case scarropate e
mostraie
a li sette frate no voccaglio de fuosso, addove calato drinto
Giangrazio
comme chiù anemuso dell’autre trovaie tutte li denare che
l’erano
state levate e pigliatoselle se posero a camminare verzo la marina.
Dove,
trovata la valena, le
decettero
lo buono parere datole da lo Tiempo, lo quale è patre de li
consiglie,
e, mentre stavano trascorrenno de lo viaggio loro e de quanto l’era
socciesso,
ecco veddero spontare li alivente armate a rasulo, ch’erano venute pe
la
pista de le pedate loro. La quale cosa vista dissero:
«Ohimè,
chesta è la vota che non ce resta sporchia de nui negrecate,
perché
mo se ne veneno li mariuole armata mano e ’nce levarranno lo
cuoiero!».
«Non dubetare», respose la valena, «ca so’ bona a
cacciareve
da lo fuoco pe ve rennere la pareglia de lo buono ammore che m’avite
mostrate!
e però sagliteme ’ncoppa la schena ca ve portarraggio subeto a
luoco
securo».
Li
scure, che se veddero li
nemmice
a le spalle e l’acqua ’n canna, sagliettero sopra la valena, la quale
allargannose
da li scuoglie le portaie a vista de Napole, dove non se confidanno de
sbarcare sti giuvene ped essere lo mare seccagno, disse: «Dove
volete
che ve lasse, pe sta costa d’Amarfe?». E Giangrazio respose:
«Vì
se ne potimmo fare de manco, bello pesce mio, perché a nesciuno
luoco scenno contento, perché a Massa se dice: saluta e passa, a
Sorriento: strigne li diente, a Vico: porta pane co tico, a Castiello a
Mare: né ammice né compare».
E
la valena pe darele gusto
votaie
carena a la vota de lo Scuoglio de lo Sale, a dove le lassaie, che a la
prima varca de pescature che passaie se fecero mettere ’n terra e,
tornate
a lo paiese loro sane, belle e ricche, conzolanno la mamma e lo patre
gaudettero,
pe la bontà de Cianna, felice vita, la quale fece na fede
autenteca
a lo mutto antico:
sempre che
puoi, fa
bene e scordatenne.
____________________
'
...Isso
è cossì cannarone che non perdona manco a li figlie e
quanno tutto autro manca se magna isso stisso e po’ torna a
sguigliare... Il Tempo, Cronos divoratore, che come l’Orco fa
eccezione
per l’astuzia e il bisogno di un essere umano e per le buone grazie
della sua controparte femminile madre o sposa. Il Tempo, quando non
trova altro da mangiare, divora se stesso e poi rigermoglia: il Tempo
dunque è anche la Fenice, la palingenesi, e anche il mistero del
giovane virgulto che germoglia dall’albero vecchio. Su questa immagine
ci sarebbe da riflettere intorno a stabilità strutturale e
pregnanza morfogenetica. Il Tempo, distruggendo la stabilità
strutturale, favorisce la morfogenesi.
...Isso no porrà
camminare... Riguardo al fermare il tempo, si rappresenta una
messa in
sospensione del simbolico, che consenta di trasformare qualcosa,
riparando a un danneggiamento: operazione straordinaria, che le
macchine del tempo della fantascienza compiono con le stesse strutture
narrative delle fiabe: mancanza o debolezza di figure paterne, miseria,
abbandono, e quindi figure materne incapaci di porre rimedio al
danneggiamento, come la madre di Cianna. I suoi fratelli servono
l’Orco: che è una particolare articolazione del Tempo
divoratore, sul versante del dio dei morti, o del guardiano infero. |
...Lo cuorno, comme simmolo de la capra... Il corno dell’abbondanza, o
cornucopia, è della capra Amaltea, nutrice di Zeus, che divelto,
viene reso dal dio donatore di cibo senza limiti. La rappresentazione
mette in scena un seno sempre pieno, un materno che dà senza
limiti al piccolo, e non ci sembra casuale che in questa vicenda del
Tempo l’umanizzazione venga dal simbolo della nutrice che ha salvato
Zeus proprio dall’essere divorato dal padre Cronos Tempo. | ...Lo
Tiempo, lo quale è patre de li consiglie... ancora un esempio -
vedi Sfurtuna - del significante che diventa segmento narrativo: o si
tratta del contrario? o piuttosto entrambi, linguaggio figurato e
strutture narrative, hanno la stessa matrice, non derivando l’uno
dall’altro? ’Il tempo porta consiglio’, dice un proverbio ancora in
uso, e nella fiaba il Tempo alato fornisce a Cianna tutti i consigli di
cui il microcosmo di questa fiaba ha bisogno, sia umano, sia animale,
sia vegetale. Non so se la quercia che fà labbra di scorza e
lingua di midollo sia una delle geniali figurazioni di Basile o se
abbia dei precedenti letterari: nel primo caso Basile anticiperebbe di
tre secoli l’animazione e gli effetti speciali del cinema, a partire da
Walt Disney. | ...Il calamaio e la penna... Il maschile è
segnalato piuttosto da una spada, o da qualche altra arma, ma Basile
era uno scrittore, e probabilmente a questa sua condizione si devono
questi segni del maschile. Si osservi che calamaio e penna sono un
contenitore e qualcosa che si immerge nel contenitore: lo scrittore,
come artista, alla potenza fallica unisce la fluida sensibilità
convenzionalmente attribuita al femminile. Mirabile gioco dei
significanti, e ricordiamo anche quanto Basile vivesse, insieme
all’orgoglio per la sua arte della lingua, per quanto poco
riconosciuta, affetto per la sorella Adriana, cantante lirica che gli
stette vicina nel bisogno, e che curò la pubblicazione postuma
delle sue e nostre favole del Cunto de li cunti.
...Non essennoce
autro sano che n'arma sopra la porta quartiata, dove 'nce vedarrai no
serpe che se mozeca la coda, no ciervo, no cuorvo e na fenice...
Le
cose periscono, i simboli restano, la sola cosa sana nella casa del
Tempo, la sola che non divora. Il cervo, rappresenta nella tradizione
cristiana l’anima che cerca l’acqua come la grazia, ed è talora
rappresentato con una croce formata dal palco. Del corvo sappiamo che
gli auguri della tradizione classica traevano auspici positivi quando
arrivava da oriente, parte del sole che sorge vincendo la morte. Il
serpente ouroborico, divora se stesso e rinasce, e la fenice, o araba
fenice, quando si sente morire, torna al nido, si accende e brucia, per
poi rinascere dalle sue stesse ceneri. Entrambi rappresentano
l’eternità, l’infinito, la speranza di vittoria sulla morte, che
perfino il grande divoratore, che rode anche l’intonaco della sua casa,
lascia intatta. | Colonna de la recchezza... l’analogia fra il corno
del bue e quello della capra e la colonna della ricchezza poteva essere
chiara al lettore del Seicento, ma noi abbiamo bisogno di una
spiegazione. Corno e colonna sono intercambibili come simboli fallici,
il corno del bue può funzionare come il corno della capra
Amaltea, nutrice di Zeus, che lo volle sempre colmo di cibo, a
rappresentare l’esistenza mitica di una seno sempre pieno, di una madre
sempre donatrice. In questo senso fallo e seno coincidono per la
potenza, anche se in questo caso si parla di ricchezza, che le
equivale, illimitata. Arbitrariamente abbiamo sostituito albero a
colonna, pensando che l’equivalente del seno/fallo significato dalla
cornucopia possa essere l’albero della cuccagna, salendo sul quale si
godeva di una favolosa abboandanza di cibo. Ma il fusto era unto e
scivoloso. Chi abbia letto la fiaba della fontana d’olio (vedi lastoria
cornice del Cunto de li cunti) vi ritroverà la stessa
simbologia. La fontana d’olio nelle fiabe viene costruita o da un re e
una regina che non hanno figli, o da un re la cui figlia non ride mai.
La sterilità e la mancanza di riso rappresentano la nera
melanconia. La nostra storia indica una condizione in cui la
sterilità è minacciata da una mancanza del femminile:
solo maschi nella nuova generazione.
$
Palommielle: abbiamo tradotto
con l’italiano colombini, interpretando il termine napoletano come
diminutivo di colombi. Benedetto Croce traduce il titolo I sette colombi, (Il Pentamerone ossia la fiaba delle fiabe.
Tradotta dall’antico napoletano e corredata di introduzione e note
storiche di Benedetto Croce. (1925). Prefazione di Italo Calvino.
Laterza, Roma-Bari 1974. 3 voll. Vol. 3, p. 473). Michele Rak, cit., lo
rende con I sette colombelli,
più assonante ma anche più insolito. Colombella è
diminutivo di colomba, ma indica anche un uccello diverso, simile al
colombaccio. | ...Eccoce fatte compagne de acquarule... Condividiamo il
giudizio di Benedetto Croce: il Pentamerone o Lo cunto de li
cunti è il capolavoro in prosa del Seicento italiano e la
più bella raccolta di fiabe europea, e Basile è lo
Shakespeare della fiaba. Tra le cinquanta fiabe della raccolta forse Li
sette palommielle è quella che preferiamo, e amando il barocco
in letteratura abbiamo dedicato qualche tempo a questo elenco
meraviglioso di uccelli, insettivori, palmipedi e trampolieri comuni in
Italia: si osservi il gioco dei significanti, bizzarro, ambiguo e
lussureggiante, ottenuto con un semplice elenco. Abbiamo seguito la
traduzione di Michele Rak, con le seguenti eccezioni: a cardelline, per
cardole, che sarebbe il solo femminile di una specie già
nominata, abbiamo preferito la traduzione di Croce, gufi. A gallinelle
d’acqua, per gallinelle, si è preferito semplicemente
gallinelle, nome comune per questo trampoliere. Ad averle, per
paglioneche, si è preferito, con Croce, capirossi.
Arbitrariamente abbiamo tradotto terragnole con quaglie, immaginando
che potesse indicare l’uccello che nidifica a terra: Croce non traduce
il nome pur citando in nota che potrebbe indicare una specie di
gabbiano (cit., p. 477, nota 11). Altrettanto arbitrariamente abbiamo
tradotto shiurole con fiorrancini, per assonanza, lasciando i verdoni
di Rak e gli strisciaioli di Croce, questi ultimi non attestati dal
Vocabolario Treccani. Abbiamo tradotto pappamosche con pigliamosche,
lasciando i mangiamosche di Rak, non attestati dal dizionario: Rak
traduce con pigliamosche, scellavattole di Basile, che Croce traduce
con balie, non attestato dal dizionario. Arbitrariamente, per assonanza
con la traduzione di Croce, abbiamo scelto balestrucci, perché
l’assonanza con l’arma, che incrementa il gioco barocco dei
significanti. Non abbiamo seguito la traduzione di Rak, paperchie
reso con paperche, non attestato dal dizionario, mancante in Croce, e
abbiamo messo arbitrariamente pavoncelle, per l’omofonia con pavoni,
con i quali i piccoli trampolieri dalla livrea bianca e nera, con un
ciuffetto sul capo, non hanno parentela alcuna. Per lugane di Basile
non abbiamo seguito Rak, che lo rende con lùgari, non attestato
dal dizionario, ma Croce con bubbole, sinonimo, attestato, di upupe,
anch’esso più adatto al gioco barocco dei significanti,
perché è onomatopaico per il verso dell’uccello come il
più comune upupa, ma allo stesso tempo indica un fungo, un
sonaglio per bambini, e una fandonia, una frottola, quasi una favola.
Segnaliamo infine due ripetizioni in Rak: allodole sia per covarelle
che per terragnole, e averle sia per crastole che per paglioneche.
&
Dal
Cunto de li Cunti di
Giambattista Basile; Trattenemiento ottavo de la jornata
quarta; pp. 788-811.

RE PORCO
C'era
una volta una Regina che era gravida e stava lì al terrazzino a
prendere il fresco. Passa una poera donna e gli chiede la limosina.
Dice:
- "Andate via, vecchia porca!" - Ma che sono maniere quelle? Risponde
la poera vecchia: - "Lei, la facesse un porco!" - Giusto era gravida.
La
partorisce e fa un porco! Figuratevi che bisbiglìo nel palazzo
che
ci fu: non si poteva spiegare. La Regina non faceva che piangere
ricordandosi
della parola detta: - "Eh!" - diceva - "Iddio mi ha castigata!" - Il
porco
cresce e lo mettono in giardino. Che volete farne nella casa? Ma sotto
questo pelo di porco era un giovinotto, un omo, aveva sentimenti come
noi.
Lì vicino c'eran marito e moglie che avevan tre ragazze. Il
porco
vede queste belle ragazze e se ne innamora: pur ché ne abbia
una!
E non dava pace di sé; urla; mugolìo; non voleva
mangiare;
si spiegava che accennava in là; s'avvidero che voleva una di
quelle
ragazze. Andiedero a dire ai suoi genitori che una delle figliole
biognava
che la prendesse questo porco, che li facevan ricchi. La minore dice: -
"Io non lo voglio." - La seconda l'istesso. La maggiore dice: - "Lo
prenderò
io per far felici il babbo e la mamma; io non guardo, io mi accordo." -
Che volete? lì non si fa sposalizio; altro che la sera andava a
letto con questo porco senza andare a fare le cerimonie: se era
una
bestia! quando gli è in camera, il porco serra e gli viene un
bellissimo
giovinotto. Lei urla che la voleva il porco, non voleva quello: - "Ah
no!
io ho sposato il porco; voi non vi conosco" - "Ah" - gli dice - "abbi
da
sapere, sono io il porco, che per la superbia di mia madre mi trovo in
questo stato. Promettimi di non dir niente alla signora madre,
altrimenti
ti costa caro!" - Lei gli promette, ma dopo otto o dieci giorni chiede
di parlare alla Regina. DIce: - "Ho una cosa da confidarvi, ma in
secreto;
mi raccomando che nessuno ci senta!" - "Venite pure" - dice la Regina -
"nelle mie stanze." - La ordina alla servitù che nessuno entri.
- "Venga chissisia, la Regina non c'è;" - E dice alla nora: -
"Dite
pure, dite." - Serra tutti gli scuri per paura che nessun la sentisse.
- "Abbia da sapere, la sera il suo figlio, vedesse che bel giovanotto
che egli è!" - "Ah!" - la fa la madre. - "Ma per amor di dio la
prego a non palesarlo. Altrimenti, mi ha detto che la pagherò."
- "Ah!" - dice la madre - "La mia superbia è stata! e questo
è
il mio castigo." - E vanno ognuna nel suo quartiere ed è finita:
perché lui, essendo fatato, sentì tutto. La era va nella
camera per andare dalla sposa e gli dice: - "Briccona, son queste le
promesse?"
- "Ah! ma io..." - dice. - "Chètati, insolente!" - prende un ago
calamitato e l'ammazza. La more che non si distingue che la è
stata
uccisa. Venghiamo alla mattina. La Regina non c'è, non s'alza,
non
chiama. I servitori giran la gruccia, vanno là e la vedon morta.
Urli per il palazzo: - "Si vede che il porco l'ha soffocata!" - Credono
che l'ha soffocata: una bestia, che volete! Più che mai la
Regina
madre gli rimane il rammarico, dicendo: - "Io sono stata causa di
questo
gran male, perché se io non diceva quella parola, non aveva un
figlio
porco e non seguiva questo!" - Il porco comincia a mugliare, a raspare
il muro, peggio di prima: a fare cenni che voleva un'altra di quelle:
s'intendeva
bene. La seconda: - "Va" - dice - "lo prenderò io!" - Che
volete?
facevano uno sborso di quattrini ai genitori! - "Almeno starete bene
voi."
- E così la sera il porco, quando entra in camera, viene un
bellissimo
giovinotto, come per quell'altra. E dice, assolutamente impone silenzio
che non la dica nulla alla signora madre. Se quell'altra la stiede
dieci
giorni, la sarà stata anche venti, questa, zitta. Ma poi un bel
giorno la chiede un abboccamento alla Regina, come quell'altra; e
quando
l'è nella stanza, tutta serrata, la gli palesa che suo figlio
diviene
un bel giovane, come quell'altra donna. - "Pur troppo lo so, per mia
disgrazia,
che lui diviene un bel giovane!" - "Eh state pure contenta che io non
parlo."
- Vanno ognuna nel suo quartiere. Quando è la sera, il
porco
entra in camera e fa l'istesso. - "Ah briccona!" - dice. - Son queste
le
promesse, eh?" - Prende l'istess'ago, cos'era? e l'ammazza. La mattina,
la servitù, eran l'undici, mezzogiorno: - "Ma che fa la Regina?"
- Apron la camera e la trovan morta ancor lei. Vanno dalla Regina madre
e dicono: - "Venga a vedere, Maestà, anche questa l'è
morta!"
- E il rimorso! potete credere! Il porco riprincipia a mugliare al muro
per aver quell'altra, la terza sorella. Ma i suoi non gnene volevan
dare,
lo credo! Ma poi s'ebbe da accordare e viene sposa del porco; e portano
anche i genitori nel palazzo, in disparte. La sera il Re diviene un bel
giovinotto
come nell'altre sere: - "Abbi da sapere che io sono un omo, vedi; ma
per
castigo della signora madre, il giorno sono un porco. Ho da
ringraziarne
la superbia della signora madre. Ti prego di non dir nulla alla signora
madre." - "E io ti prometto di non dir nulla." - La sarà stata
anche
un mese senza dir nulla, ma poi la chiede di parlare alla Regina e gli
racconta che il suo figlio diviene un bel giovine, come le altre, tal
quale:
- "Ma io la prego di non parlarne neppure all'aria." - "Eh state pure
contenta,
io non lo dico." - Eccoti la sera il porco entra in camera e viene un
bellisimo
giovane: - Briccona, son queste le promesse, eh? Te, non ti ammazzo.
Ma,
prima di ritrovarmi, tu devi consumare sette mazze di ferro, sette
vestiti
di ferro, sette paja di scarpe di ferro ed empire sette fiaschettini di
lacrime." - E va via, sparisce, non c'è più porco,
non
c'è più nulla. La mattina, appena giorno, la sposa s'alza
e va dalla Regina Madre, e gli racconta il caso. Potete credere il
rimorso
di questa donna! - "Guardate di che sono stata causa!" - Ordina tutta
questa
roba la Regina madre, e quando l'è fatta, la sposa la si veste
di
questa roba e si mette in viaggio: dice addio alla socera, la bacia: -
"Addio! Addio!" - e si mette in viaggio. Cammina, cammina, con il
barroccio,
sennò come si fa a portarla! La trova una vecchina. - "Dove vai,
poerina?" - "Oh!" - dice; la gli fa tutto il racconto. - "Tu non sai
ch'egli
è stato sposo il tuo sposo? Il tuo sposo gli ha preso moglie,
lassù
dov'è andato. Tieni questa nocciòla. Quando sarai sulla
piazza
del Re, quando avrai ben camminato, non so in che posto, molto lontano,
schiacciala. Verranno di gran galanterie, ma tanto belle. La Regina" -
dice - "se ne invaghirà; e ti domanderà quanto ne vuoi di
queste belle cose. Tu devi dire: 'Una notte a dormire col suo sposo' "
- Gli dà la nocciòla e va via, sparisce questa vecchia. -
"Grazie! addio, addio!" - Cammina, cammina, cammina e la trova
l'istessa
vecchina, l'istessa proprio: - "Poerina, dove vai?" - Gli fa tutto il
racconto
e questa vecchina gli dice: - Sai! Tieni questa mandorla, fai lo
stesso,
stiacciala. Verranno di gran galanterie, ma tanto belle! La Regina se
ne
invaghirà; e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle
cose. Tu non chieder quattrini: chiedi una notte a dormire con lo
sposo."
- Quando l'è quasi per essere alla piazza gli si presenta un
vecchino
e gli dice l'istesso: - "Tieni," - dice - "questa noce. Vedi, tu ci
hai
pochino, vedi: l'è lì la piazza. Stiaccia questa noce e
tu
vedrai le galanterie che gli esce fori. La Regina se ne
invaghirà
e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu devi
dire:
'Una notte a dormire col suo sposo'." - L'aveva consumato le sette paja
di scarpe di ferro, l'aveva consumato le sette mazze di ferro, l'aveva
consumato
i sette vestiti di ferro e l'aveva riempite tutte le fiaschettine di
lagrime.
Entra nella piazza e vede un palazzo: si mette a sedere in mezzo alla
piazza
e schiaccia la nocciòla. E viene le più belle galanterie,
ma una cosa da non poter spiegare, ecco. - "Maestà" - dicono i
servitori
alla Regina - "Maestà, s'affacci; venga a vedere le gran
galanterie
che ci sono sulla piazza." - "Dimandate quel che ne vole, che io le
voglio
comprare." - Queste galanterie eran molte cose preziose, tutte pietre
preziose;
ci si accecava a guardarle. Gli domandano quante ne vole: - "Una notte
a dormire col suo sposo." - I servitori si mettono a ridere: - "Una
donna
strana, vuol dormire con lo sposo della Regina, cah!" - La Regina: - "
Bene! gli sia accordato! Prendete queste belle cose e stasera dite che
alle
dodici venga qua." - La ordina al bottigliere che alloppi tutto il
vino;
le bottiglie, tutto, sia alloppiato per il Re. Il Re, che non sapeva
nulla,
beve, un poco anche più del solito. Quando gli è un'ora,
cade addormentato, lo portano a letto e dorme come un masso. Ecco la
donna
alle dodici entra nel palazzo e la portano in camera. Entra nel letto,
e dice: - "Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette
mazze
di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro, e ho
riempito
sette fiaschetti di lacrime." - Quello dormiva, lo stesso che dire a
questo
tavolino. Si fece giorno, la donna fu mandata via e fu finito. La
mattina
schiaccia la mandorla. Figuratevi: tutte figurine che si movevano e
saltavano,
tutte di pietre preziose. - "Maestà, c'è l'istessa
donnina
d'ieri: ma se la vedesse! che belle galanterie: assai più belle
sono!" - La Regina dice: - "Domandatele icché ne vole." - "La
notte
a dormire col suo sposo." - Dice la Regina: - "Sì, sì,
sì.
Prendete pure; e stasera fatela venire alla solit'ora." - Eccoti,
dà
ordine al cantiniere, che faccia l'istesso del giorno avanti, che
alloppi
tutto il vino: bottiglie, tutto. Il Re va a pranzo e beve più di
quell'altro giorno, ma come! Quando gli è sera, ecco la donna,
gua',
entra nel letto e principia a dire: - "Son Ginevra bella, che per
ritrovarti
ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette
vestiti di ferro, e ho riempito sette fiaschettini di lacrime." -
Ma qui, dichiamo, questa fosse la camera; e qui, dichiamo, ci fosse le
guardie. Sentono un mugolìo, stanno attenti; ed imparano tutto
il
lamento come l'avemmaria. E la mattina, appena giorno, i servitori la
mandorono
via questa donna. E queste guardie, quando s'è levato il Re, gli
raccontano tutto: - "La notte ci viene una donna da Lei e Le dice: 'Son
Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro,
sette
paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro, e ho riempito sette
fiaschettini
di lacrime'." - Ah, il Re si ricorda della sposa; ché aveva
dimenticata
ogni cosa. Andato via da il palazzo della madre, si scordò di
tutto.
- "Non sa? Le dànno il vino alloppiato" - dice questa guardia.
- "Bisogna che Lei non lo beva. Ci starò attento io." - La
mattina,
stiaccia la noce quella poera donna. Figuratevi! che galanterie!
più
belle dell'altro giorno. La noce gli era più grossa della
nocciòla
e della mandorla e ne sortì più robba. La Regina dice: -
"Domandatele icché ne vole" - Gli domandarono quel che la vole e
lei dice: - "Una notte a dormì' con lo sposo." - "Prendete le
ricchezze"
- dice la Regina - " e ditegli che stasera venga all'istess'ora." -
Questa
guardia che aveva fatto la spia al Re, dice al cantiniere: - "Pena la
morte,
se tu metti l'oppio nel vino del Re. Figura di metterlo, ma non lo
mettere.
Poi, sarai ricompensato. Invece mettilo a quello della Regina,
l'oppio."
- Il giorno a pranzo, com'era solito, il Re beve, mangia. La regina con
quell'oppio s'addormenta; la mettono a letto, e finita. Eccoti
Maestà
che va alla camera, si spoglia e va a letto. Quando sono le dodici,
eccoti
la donnina. Lui figura di dormire, e lei principia a dire: - "Son
Ginevra
bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja
di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro, e ho riempito sette
fiaschettini
di lacrime." - Lui per tre o quattro volte glielo lascia dire; allora
figura
di svegliarsi e l'abbraccia così, poerina! e la riconosce per
isposa,
e dice: - "Bisogna partì' subito! subito! far fagotto e via." -
Prendon
tutte quelle belle robe che l'aveva schiacciate dalla nocciola, dalla
mandorla
e dalla noce, tutte quelle ricchezze, fanno fagotto, spogliano il
palazzo,
ecco! Prende la guardia che gli aveva fatto la spia con seco, prende il
cantiniere e tutti via; e vanno a il palazzo della madre. Cheh! era
quasi
sempre a letto piangendo di dolore per questo figlio, gua'! Urli,
strepiti
di contentezza: - "Oh viva! viva!" - Tutta la servitù, dicendo:
- "Ecco la nostra sposa! ecco il nostro padrone!" - perché
raccontano.
La Regina che sente questi urli, va di là e vede la nora. Dice:
- "Questo è il suo figlio che io sposai che era un porco e
adesso
è un bel giovane." - Va nelle braccia la madre del figlio
chiedendogli
perdono di quel ch'ella era stata causa ch'egli aveva patito. Lui gli
perdona
e così se ne vivono in santa pace. Venghiamo alla Regina,
quell'altra
moglie, che si desta. Chiama, chiama, nessun risponde, non c'è
nessuno.
La va per le stanze: tutte vote; tutto portato via; ogni cosa, tutto
sparito.
La va allo scrigno a vedere in dove l'aveva esse tutte quelle belle
cose,
tutte quelle gioje: la non trova più nulla. Caccia un grand'urlo
e dal dolore cade e muore. E così è finita.
Stretta la foglia
e
larga la via,
Dite la vostra che ho detto
la mia.
_______
'
Per
un’interpretazione vedi
Re Porco e i
bambini narratori. e
L'orologio e la
gemma, ovvero, la cotica clamorosa.
Si nomina nell‘Odissea Erifile, che vendette lo sposo Anfiarao per una
collana d’oro. (Odissea, Libro XI, vv. 326-327) Il gioiello era stato
donato da Athena ad Armonia per le sue nozze con Cadmo. Anfiarao si era
nascosto per non partecipare alla spedizione dei Sette contro Tebe,
perché sapeva che tutti vi sarebbero morti, tranne Adrasto, suo
fratello, al quale Erifile aveva assegnato il regno di Argo, che
Anfiarao desiderava per sé. (Millin)
J
Per un'esperienza nelle scuole elementari e medie
con questa fiaba, vedi
Re
porco
e i bambini narratori,
L'orologio
e la gemma.

LA BELLA
CATERINA
OVVERO LA NOVELLA DE' GATTI
C'era
una volta una donna campagnola che aveva due figliole, e una, di molto
bella insenza paragoni, si chiamava Caterina; quell' altra, tutt'
all' incontro, era brutta quanto si pole dire : la madre però
voleva
più bene alla brutta, e siccome tutte e dua si rodevan dall'
astio
contro la Caterina, perché oltre alla su' bellezza s'
addimostrava
pure di gran bontà, loro s' arrapinavano a fargli de' dispetti e
cercavano tutti i modi che a lei gli accadessi qualche malanno da
ridurla
imbruttita. La Caterina sopportava con pacienza le persecuzioni di
quelle
arpiacce, e invece di diventar brutta per gli strapazzi, pareva che
ugni
giorno la bellezza gli s' accrescessi 'n su tutta la persona.
Dice una mattina la mamma alla
brutta : - "Sa' tu quel che ho pensato ? Mandiamo la Caterina a
pigliare
lo staccio dalle Fate, che gli sgraffieranno il grugno ; e
accosì
lei imbruttirà e nissuno la guarderà più quant'
è
lunga." - "Sì, sì!" - scramò la Brutta, gongolando
di gioja maligna. - "Le Fate sono cattive e loro te l'acconceranno per
il dì delle feste." - Subbito la vecchia chiama la Caterina : -
"Su, via, sguajata! C'è da fare il pane stamattina, e no' nun s'
ha 'n casa nemmanco un po' di staccio per ammannire la farina. Isderta!
Va' dalle Fate dientro al bosco e domandagli lo staccio in prestito.
Sbrigati,
ninnolona !" -
A questo comando la Caterina
diviense
bianca per la paura, perché lei aveva sentuto dire che le Fate
strapazzavano
la gente, e chi ci andava dicerto arritornava malconcio.
Suppricò
bensì la su' mamma che non la mandasse, pianse ; ma tutto fu
inutile,
chè la vecchia e la Brutta la trattorno del male e la
minacciorno
per insino di picchiarla ; sicché la Caterina, ripensando che le
fate nun gli potevano far peggio, si piegò a ubbidire, e
abbenechè
sospirassi e le lagrime quasimente l'accecasseno, con un passo innanzi
e due addietro s' avviò in verso il bosco, addove stevano le
Fate.
Quando la Caterina fu in
sull'entrata
del bosco gli vienne incontro un Vecchietto, che, a male brighe la
vedde
a quel mo' tutta addolorata, gli disse : - "Oh ! che avete voi, bella
fanciulla,
che parete tanto affritta?" - La Caterina gli raccontò allora
tutti
i su' mali, e che in casa l' astiavano a morte, e che la mandavano a
pigliar
lo staccio dalle Fate, perché loro la sciupasseno e la
imbruttissano.
Dice il Vecchietto: - " Nun abbiate paura di nulla ; c' è il su'
rimedio. I' v' insegnerò come vo' dovete fare, se pure vo' m'
ascoltate.
Vo' nun arete a pentirvene. Ma prima badate qui un po' : che ci ho io
in
capo, che mi sento tanto prudere ? " - Il Vecchietto chinò
giù
la testa, e la Caterina doppo che gliel' ebbe guardata ben bene, scrama
: - " I' ci veggo soltanto perle e oro," - Arrisponde allegro il
Vecchietto:
- " E perle e oro toccheranno anco a voi. Ma statemi a sentire e fate
l'
ubbidienza. Quando vo' sarete all' uscio di casa delle Fate, picchiate
ammodo ; e se loro dicano : - Ficca un dito in nel buco della chiave, -
voi ficcateci dietro uno steccolo, che loro ve lo stroncheranno
subbito.
Aperto l' uscio, le Fate vi meneranno diviato in una stanza, e
lì
sieduti ci sono tanti gatti ; e chi cucinerà, chi filerà,
chi farà la calza, e, insomma, ognuno vo' lo vedrete occupato al
su' lavoro. Voi addoperatevi ad ajtarli insenza invito questi gatti e a
fornirgli l' opera. Poi vo' anderete in cucina ; e anco lì ci
saranno
de' gatti alle loro faccende : ajtategli come quegli altri. Doppo
sentirete
chiamare il gatto Mammone, e tutti i gatti gli racconteranno quel che
vo'
avete fatto per loro. Il Mammone allora vi addomanderà : - Che
brami
tu da culizione ? Pan nero e cipolle, oppuramente, pan bianco e cacio ?
- E voi arrispondete in nel mumento : - Pan nero e cipolle. - Ma loro
all'
incontro vi daranno pane bianco e cacio. Poi il Mammone v'
inviterà
a ascendere su per una scala maravigliosa tutta di cristallo. Abbadate
bene di nun la rompere, e nemmanco sbreccarla un zinzino. In nel piano
di sopra scegliete ugni sempre la robba peggio fra quella che vi
vorranno
regalare le Fate. " -
La Caterina gli 'mprumesse a quel
Vecchietto d'ubbidirlo in tutto, e poi lo ringraziò della su'
bontà,
gli disse addio e s' avviò più contenta in verso le Fate
; e lì, doppo picchiato all'uscio, lei si diportò secondo
l' ammaestramento, sicchè gli fu aperto e subbito domandò
lo staccio alle Fate. Dissano loro : - " Aspetta ; ora ti si dà.
Intanto nentra qui. " - Ed ecco la Caterina vede in nella stanza tanti
gatti, che lavoravano a tutto potere. - " Poveri micini!" - scrama. - "
Con codeste zampine chi sa mai quante pene vo' patite ! Date qua, gnamo
! farò io, farò io. " - E pigliato il lavoro de' gatti in
quattro e quattr' otto lo finì. Poi in cucina rigovernò,
spazzò, rimesse a ordine tutti gli attrazzi : la cucina pareva
doppo
un salotto. Chiamorno allora il Mammone e i gatti miaulando gli
dicevano
: - " A me 'gli ha cucinato. " - " A me 'gli ha fatto la calza. " - " A
me 'gli ha rigovernato. " - e accosì raccontorno tutti al
Mammone
gli ajuti della Caterina, e 'n quel mentre saltavano a balziculi dal
gran
piacere dappertutta la stanza.
Il gatto Mammone, quand' ebbe
sentuto
l' opere della Caterina, gli disse : - "Che vòi da culizione ?
Pan
nero e cipolle, oppuramente, pan bianco con del cacio ? " - " Oh !
datemi
pan nero e cipolle, " - arrisponde la Caterina. - " Nun sono avvezza a
mangiare altro. " - Ma il gatto Mammone volse che lei mangiassi pan
bianco
e cacio. Doppo il Mammone invitò la Caterina a salire in nel
piano
di sopra e la menò alla scala di cristallo ; e la Caterina si
levò
diviato gli zoccoli e ascese su in peduli tanto pianino, che nun
sciupò
nulla e nun fece nemmanco uno sgraffio in sulla scala. Quando fu drento
al salotto gli profferirno delle vestimenta belle e delle brutte, dell'
oro e dell' ottone ; e lei trascelse le vestimenta brutte e l' ottone.
Ma il Mammone invece diede ordine alla Fate che l' acconciassino alla
splendida
e gli fussan regalate delle gioje legate in oro e di gran valsente, e
doppo
vestita a quel mo', che pareva una Regina, il medesimo Mammone gli
disse
alla Caterina : - "To' su lo staccio, e quando tu sie' fora dell'
uscio,
bada bene! Se tene e' senti ragliar l' asino, nun ti voltare ; ma se
canta
il gallo, voltati pure. " - La Caterina ubbidì, e al raglio
dell'
asino lei nun sene diede per intesa ; ma al chicchirichì del
gallo
si rivoltò addietro, e subbito gli viense una stella rilucente
in
sul capo.
A male brighe che la Caterina
arrivò
a casa sua, la mamma e la sorella Brutta le divorava l' astio e il
dispetto
; quella stella poi 'gli era per loro dua un pruno fitto in negli
occhi.
Dice la Brutta : - " Vo' ire anch' io dalle Fate. Mandate me a
riportargli
lo staccio, mamma. " - Sicchè, quando lo staccio fu addoperato,
la Brutta se lo mettiede sotto il braccio e s' avviò al bosco
delle
Fate, e anco lei in sull' entrata fece l' incontro del Vecchietto, che
gli domandò : - " Ragazzina, per dove coì vispola ? " - "
Vecchio 'gnorante ! " - gli arrispose con superbia la Brutta : - " i'
vo
dove mi pare. Impaccioso ! badate a' fatti vostri. " - " Brutta e
scontrosa
! " - scramò il Vecchietto ridendo sottecche. - " Va' va' a tu
mo'
addove ti pare ! Doman te n' avvedrai ! " -
Ed eccoti la Brutta all' uscio
delle Fate ; e lei agguanta alla sversata il picchiotto e giù,
dàgli,
botte da scassinare le imposte. A quel fracasso dissan di dientro le
Fate
: - " Metti un dito in nel buco della toppa e apri. " - La Brutta
subbito
ficca il dito a quel mo'; e quelle - ziffete! - e glielo stroncano di
netto.
L' uscio allora si spalancò e la Brutta rabbiosa e inviperita
salta
in casa, e, scaraventato lo staccio per le terre, principia a bociare :
- " Deccovi il vostro staccio, maledette ! " - E poi visti i gatti al
lavoro,
sbergola : - " Buffi questi gattacci ! Oh ! che mesticciate voi,
mammalucchi
? " - E gli pigliò tutti gli arnesi, e a chi bucò le
zampe
con gli aghi, e a chi le tuffò giù in nell' acqua
bollente,
e a chi gli diede su per le costole la granata e i fusi. Ne nascette
una
confusione, un brusio da nun si dire. Que' gatti scappavano di qua e di
là miulando dal male ; sicchè a quel chiasso comparse il
gatto Mammone, e i gatti infra gli strilli raccontorno gli strapazzi
della
Brutta. Serio serio disse il Mammone : - " Ragazzina, vo' dovete aver
fame.
Volete voi pan nero e cipolle, oppuramente, pan bianco con del cacio ?
" - E la Brutta : - " Guarda che bella creanza ! Se vo' vienissi a casa
mia, nun vi dare' mica pan nero e cipolle, e nemmanco vi stronchere' le
dita in nel buco della chiave. I' vo' pan bianco e del cacio bono. " -
Ma se lei volse mangiare, bisognò che s' accontentassi del pan
nero
con le cipolle, perché non gli portorno altro. Allora il gatto
Mammone
disse :- " Gnamo via, ragazzina. Vi siregalerà anco a voi un
vestito
e tutto il resto. Ascendete su, ma badate alla scala, che è di
cristallo.
" - La Brutta però nun se n' addiede dell' avvertimento, e
salì
all' arfasatta la scala co' su' zoccolacci in ne' piedi, sicchè
la fracassò da cima a fondo ; e arrivata in salotto, quando le
Fate
gli domandorno : - " Che vi garba di più, un vestito di broccato
e de' pendenti d' oro, oppuramente, un vestito di frustagno e de'
pendenti
d' ottone ? " - Lei s' attaccò subbito alla sfacciata alla robba
meglio : ma per su' malanno gli conviense pigliare la peggio,
perché
non gliene diedano altra.
Tutta indispettita la Brutta
prese
il portante per andarsene ; in sull' uscio però gli disse il
gatto
Mammone : - " Ragazzina, se canta il gallo, tirate via ; ma se raglia
l'
asino, e voi voltatevi addietro, chè vedrete una bella cosa. " -
Difatto, deccoti che l' asino raglia di gran forza ; e la Brutta girato
il capo, tutta desio di vedere la bella cosa, una folta coda di ciuco
gli
viense fora dalla fronte. Disperata si messe a correre in verso casa
sua,
e per istrada 'gli urlava da lontano :
- " Mamma,
dondò,
Mamma,
dondò,
La
coda
dell' asino mi s' attaccò." -
Infrattanto la Caterina, ugni
sempre
più bella da quel giorno che era stata a visitare le Fate, fu
vista
dal figliolo del Re, che se ne innamorò tanto forte da ubbligare
il Re su' padre a acconsentirgli che lui la pigliassi per su'
moglie.
Le nozze viensano stabilite, e la madre e la Brutta nun ebban l'
ardimento
di opporsi alla volontà reale ; pure almanaccorno d' ingannarlo
a bono, in nella speranza di rinuscire. Oh ! sentite quel che feciano
queste
du' sciaurate birbone. - Il giorno dello sposalizio la Caterina la
calorno
in un tino serrato che steva giù in cantina e co' su' vestiti e
le su' gioje la Brutta s' accomidò da sposa, e la mamma gli
radette
la coda d' in sulla fronte e poi gli ravvolse il capo con un velo fitto
fitto ; sicchè quando il figliolo del Re viense col corteo a
pigliare
la Caterina, la vecchia gli disse : - " Eccovela qui bell' e ammannita
per la cirimonia, " - e gli presentò la Brutta. Il figliolo del
Re steva lì per porgere la mano a quella strega trasficurita,
concredendola
che fussi propio la Caterina ; ma tutt' a un tratto gli parse di
sentire
de' rammarichii sotto terra in fondo della casa. Arrizza gli orecchi a
quel lamentìo, comanda che ognuno tienga la bocca serrata e nun
parli, e s' accorge che qualcuno cantava con voce piagnolente :
- " Mau maurino!
La
Bella
è nel tino,
La
Brutta
è 'n carrozza
E 'l
Re
se la porta. " -
Il figliolo del Re allora s'
insospettì,
e volse che si cavassi 'l velo di capo alla sposa per vederla meglio, e
subbito scoprì l' inganno ; perché alla Brutta la coda
gli
era di già ricresciuta un bon po' e da tappargli gli occhi. 'Gli
andiede in sulle furie il figliolo del Re, e cercata la Caterina la
fece
sortir fora dal tino, e sentenziò che ci barbassino in nel vero
mumento la vecchia e la Brutta legate assieme, e doppo, nun contento,
disse
che gli fussi butto addosso una caldaja piena d'olio bollente.
Figuratevi
che gastigo ! Quelle du' astiose creporno subbito allesse, e nun
potiedan
commetter più malestri. Il figliolo del Re poi sposò la
bella
Caterina, la menò al su' palazzo, addove camporno allegri e
contenti
per dimolti anni.
Stretta la foglia,
larga
la via,
Dite la vostra ch' i' ho detto
la mia.
_______
'
In questa fiaba si rappresenta il conflitto
del femminile legato a un fantasma materno negativo. Si osservi che in
questa versione, diversamente che in quelle dove la rimozione
dell'adulto
ha operato, la persecutrice è la madre stessa: significa che
è
in atto una collusione tra parti invidiose, che lascia indifesa, e a
rischio
di morte, la parte migliore. I livelli interpretativi sarebbero molti:
da una parte rimando al mio saggio su Cenerentola, dall'altra invito ad
osservare come la crescita debba passare per il confronto con
l'ambivalenza
femminile arcaica, vale a dire le fate, che come la baba-yaga russa
possono
fare sia la fortuna sia la disgrazia di chi le va a trovare.
All'inizio della storia c'è una triade
tutta femminile, mentre una volta cominciato il viaggio compare la
figura
maschile del vecchietto pidocchioso: una specie di maschile reietto,
svalutato,
che una volta curato amorevolmente si rivela decisivo. La riprova
è
che la brutta, contando sull'alleanza con la madre invidiosa come lei,
lo trascura e fa così la propria rovina. Allo stesso tempo si
può
osservare all'opera quel sentimento di accettazione e di
solidarietà
che nelle fiabe è sempre un tratto dell'attante protagonista,
che
aiuta e ascolta e comprende senza spare quale sarà la
ricompensa.
Il tratto più bello esteticamente e per significazione
psicologica
è costituito in questo ambito dal Gatto Mammone con i suoi
gattini,
figura che coniuga un tratto maschile, nel nome, e uno femminile, nel
nome
stesso e perché il gatto simbolizza unviersalmente il femminile.
Inutile forse ricordare il carattere fallico,
e disgustoso, della coda

che spunta sulla fronte della
brutta,
carattere
che si lega bene all'invidia di queste figure femminili. La voce dei
gattini
che viene come da sotto terra fa pensare a un soccorso materno ctonio,
risolutivo per le nozze regali. Un materno ctonio e risolutivo è
ben rappresentato dal rospo Ohimè della fiaba romagnola.
$
Gherardo Nerucci scrisse la sua raccolta
rispettando
il dettato delle sue narratrici analfabete (sotto a questa si legge: Raccontata
dalla ragazza Silvia Vannucchi), ma intervenendo sul testo secondo
il proprio gusto e il gusto dei suoi lettori. Alle critiche dei suoi
contemporanei,
che si dicevano rigorosamente fedeli alle versioni raccolte col metodo
stenografico, rispose citando questo proverbio: La novella nun
è
bella, / Se sopra non ci si rappella.
LA REGINA MARMOTTA
Si
trovava in nella Spagna un bono e giusto Re, che lui ’gli aveva tre
figlioli
e di nome si chiamavano Gugliermo, Giovanni e Andreino; il minore di
tutti
gli era il più caro al padre. Il Re Massimiliano accadette che
per
una grave malattia perse la vista degli occhi, e per via di questa
disgrazia
chiamorno tutti e’ medici del Regno; ma nissuno potiede trovargli la
medicina,
salvo che uno de’ più vecchi gli disse: - “Lei faccia vienire
qualche
indovino, che lui forse potrà indovinare da qualche parte il
modo
della su’ guarigione.” - Il Re subbito con un bando comandò che
gl’indovini fussano alla su’ presenzia e gli domandò, se loro
sapevano
indovinare la su’ malattia e qualche medicina bona per rinsanichirlo.
Doppo
avere istudiato i su’ libri gl’indovini tutti d’accordo gli risposano,
che loro nun potevano e nun sapevano indovinarla la su’ malattia; ’gli
era una cosa troppo difficile: ma siccome assieme con gl’indovini e’
s’era
introdutto di niscosto anco un vecchio Mago, quando tutti gli altri
ebban
detto la sua, lui viense ’nnanzi e chiese licenzia di parlare a
su’
voglia, e disse: - “I’ so e cognosco la vostra cecità, Re
Massimiliano,
e la medicina per voi si trova soltanto nella città della Regina
Marmotta, ed è l’acqua del su’ pozzo.” - E a male brighe il Mago
’gli ebbe profferite queste parole, sparì e nun se ne seppe
più
nulla.
Tutti rimasano attoniti a questa
proposta e insenza fiato. Domandò subbito il Re, chi era quel
Mago;
ma nimo l’aveva ma’ visto né cognosciuto di que’ della Corte: a
un indovino però gli parse che lui fosse un Mago delle parti
d’Armenia,
vienuto lì per qualche incantesimo della città in dove
steva
la Regina Marmotta. Dice il Re: - “Ma quest’acqua che il Mago ha detto,
ci pol’essere o no in que’ luoghi lontani?” - Arrisponde uno de’
più
vecchi sudditi: - “Bisogna cercarla. Insin che nun si cerca, chi ne sa
nulla? Se lei, Maestà, me lo permette, i’ m’offerisco io
d’andare
in que’ paesi foresti.” - Scramò Gugliermo: - “Questo po’ no. Se
qualcuno ha da mettersi ’n questa ’ntrapresa, deccomi qua io. È
troppo giusto che un figliolo pensi al su’ caro padre. ’Gli è
una
fatica questa che tocca a me per il primo.” -
Domanda il Re: - “E quanto ma’
tempo ci vole per arrivarci alla città della Regina Marmotta?” -
Risposano: - “Un tre mesi a un bel circa.” - “Dunque,” - disse il Re, -
“caro figlio, i’ ti benedisco. Piglia quattrini, piglia cavalli, piglia
pure tutto quello che t’abbisogna, e va’ pure ’n santa pace a questa
ricerca
dell’acqua per guarire gli occhi mia. I’ aspetterò il tu’
ritorno
a gloria.” - Gugliermo, fatti i su’ preparativi, se n’andiede per il
su’
viaggio; in nel porto del Regno s’imbarcò su d’una nave che
partiva
per l’Isola di Buda, d’indove, doppo tre ore di fermata per riposarsi,
si seguitava il cammino in verso l’Armenia, e quando fu a Buda, volse
Gugliermo
scendere per girare in quell’isola. Deccoti, dunque, che in quel mentre
che lui spasseggiava si scontrò con una bellissima femmina
di gesti amorosi e dimolto ricca di beni, e tanto si perdiede a
ragionare
con seco, che le tre ore passorno insenza che lui se n’accorgessi, e la
nave al tempo fisso sciolse le vele e lassò Gugliermo dientro a
quell’isola. Gugliermo, dapprima e n’ebbe dispiacenzia del caso
successo,
ma poi ’n compagnia di quella femmina lui finì con iscordassi
anco
del babbo; sicchè a casa nun vedendolo più arritornare
doppo
i tre mesi, credettano che fusse morto addirittura.
Il Re Massimiliano steva
accosì
in gran dolore per aver perso Gugliermo e per nun aver possuto provare
l’acqua della Regina Marmotta che doveva guarirgli gli occhi; ma per
consolarlo
si profferse Giovanni di andare alla ricerca tanto del fratello che
dell’acqua.
Abbenechè al Re gli rincrescessi dirgli di sì per la
paura
che anco a Giovanni gli succedessi qualche disgrazia, da ultimo gli
diede
il permesso di partirsene; sicchè Giovanni con dimolte ricchezze
montò sulla medesima nave, e in poco tempo era alle viste
dell’Isola
di Buda. Dice: - “Che ci si ferma qui la nave?” - Gli arrispose il
Capitano:
- “Sì, ci si ferma una mezza giornata per riposarsi.” - Disse in
tra di sé Giovanni: - “Con dodici ore i’ sono a tempo a scendere
per visitare questo paese.” - E smontò. Girando, arriva Giovanni
dientro a certi ameni giardini tutti pieni di mirti, di cipressi,
d’allori
e di altre vaghissime piante; c’eran laghi d’acqua chiara con pesci
d’ugni
colore; più lontano, un bel villaggio con viali e strade allegre
a perdita d’occhio, e ’n fondo poi una piazza maravigliosa con la su’
vasca
di marmo bianco, e all’ingiro monumenti e fabbriche di tutte le sorta:
ma quel che lo fece rimanere istupidito fu un maestoso palazzo di
cristallo,
contornato di colonne quale indorate e quale innargentate, che
risplendeva
propio com’ un sole, e addove spasseggiava il su’ fratello Gugliermo. A
male brighe que’ dua si ricognobbano, si corsano incontro per
abbracciarsi,
e Giovanni scramò: - “Oh! perché nun sie’ tornato? No’ ti
si credeva morto.” - Dice Gugliermo: - “I’ mi son trovo ’n quest’isola
incantata e pare che i’ ci’ sia legato da nun poter più
staccarmene
di mi’ volontà.” - Domanda Giovanni: - “Ma di chi son’egli tutti
questi be’ lavori che si veggono in questo logo?” - Dice Gugliermo: -
“Quand’i’
ci viensi, i’ ci trovai una bellissima dama e cortese di questo paese,
e ugni cosa ’gli è suo.” - Domanda Giovanni: - “E il nome della
padrona?” - Arrispose Gugliermo: - “Il su’ proprio nome è
Lugistella;
e lei ha pure con seco una ragazza vaghissima che si chiama Isabella:
se
ti garba lei sarà tua.” - Insomma, con tutti questi ragionamenti
de’ fratelli, le dodici ore di fermata passorno e la nave se n’andette
insenza Giovanni, che nun sapendo più come fare a sortire di
là,
doppo un po’ di rammarichío, finì con restare assieme a
Gugliermo
dientro il palazzo, e anco lui nun si rammentò più di su’
padre.
Figuratevi lo sgomento del Re
Massimiliano,
quando passi altri tre mesi nun vedde arritornare il su’ secondo
figliolo
Giovanni! Dua lui n’aveva persi, e nella Corte stiedano in gran dolore
per dimolto tempo: ma finalmente si fece ardito Andreino di presentarsi
a su’ padre e gli disse, che lui volentieri sarebbe andato alla ricerca
de’ su’ fratelli e e di quell’acqua maravigliosa per guarirlo dalla
cecità.
Scrama il Re a questa domanda: - “Mi vo’ dunque lassare anco te? Cieco
e disgraziato com’i’ sono, ho io da restare insenza punti de’ mi’
figlioli?
Nun è possibile ch’i’ ti dia questa licenzia, perché
com’are’
io da fare insenza nissuno di casa mia con meco?” - Dice Andreino: -
“Ma,
caro padre, s’ i’ ho questi pensieri, nun è per dibandonarvi;
anzi,
la mi’ idea è di trovargli tutt’addua i fratelli spersi e di
più
di portarvi l’acqua che guarirà i vostr’occhi ammalati. Nun
abbiate
temenza: i’averò più giudizio di Gugliermo e di Giovanni,
se a loro gli è successo qualche disgrazia per nun averne uto
assai.
Lassatemi andare, i’ ve ne supprico.” - Contrastorno un bel pezzo tra
padre
e figliolo, ma da ultimo il Re dovette accordargli a Andreino il
permesso
di fare la su’ volontà; sicchè ammannito tutto per il
viaggio
e con delle borse piene di quattrini Andreino montò sulla solita
nave e con un bon vento presto ’gli arrivò all’Isola di Buda.
A male brighe, la nave fu ferma,
domanda al Capitano Andreino: - “Come si chiama questo logo?” - Dice il
Capitano: - “È l’Isola di Buda, in dove si trovano tante cose
maravigliose
e degne di esser viste. Se lei gradisce di scendere, s’accomidi pure,
perché
no’ si riman quì du’ giorni per riposarsi. Ma badi; nun se ne
scordi
d’arritornare a tempo, se lei nun vole rimanere in nell’isola
com’è
successo a du’ altri giovanotti dimolti mesi addietro, che nun se
n’è
saputo più nulla.” - Andreino da queste parole del Capitano
subbito
capì che lui ’ntendeva parlare de’ su’ fratelli Gugliermo e
Giovanni;
sicchè, più che mai ’nvaghito, scese dientro l’isola e
principiò
a girare per ugni verso, e tanto girò che viense a capo di
ritrovare
in quel bel palazzo di cristallo que’ dua sperduti. Com’era giusto,
nello
’ncontrarsi si ricognobbano e s’abbracciorno di tutto core; e poi
Andreino
volse sapere in che mo’ s’erano scordi del babbo malato e che aspettava
l’acqua per guarirlo. Dice il maggiore: - “Ma! nun si sa. E’ si viense
quì come te, e ci siem rimasti per incanto, a quel che pare,
perché
nun è ora possibile che no’ potiamo dilontanarci. Qui ci si sta
troppo bene; ognuno di noi possiede una bella signora; la mia è
la padrona; Giovanni sta con la damigella di compagnía; si gode,
ci si spassa sempre, siemo padroni anco noi di tutto; e se te ci da’
retta,
resta anco te, che una sposa cortese, vaga ed amorosa c’è bell’e
ammannita, se ti garba.” - Dice Andreino: - “Si vede che vo’ avete
perso
’l cervello, che nun v’arricordate nemmanco dell’obbligo vostro in
verso
il padre. A me nun me ne ’mporta nulla de’ vostri spassi. I’ son
partito
da casa con l’idea di trovar l’acqua della Regina Marmotta, e nun
c’è ricchezza, nè piacere, nè donne al mondo che
sien
capaci di smovermi da questo pensieri. Il solo mio diletto sarà
di poter guarire il nostro babbo, e voi vergognatevi!” - I fratelli di
Andreino in nel sentirlo parlare accosì si sconturborno forte e
nun gli arrisposano; bensì ingrugniti gli voltorno le stiene, e
lui, innanzi che finissano i du’ giorni della fermata, ’gli era
già
rimonto in sulla nave; sicchè, spiegate le vele, con felice
viaggio
presto si ritrovò al paese dell’Armenia.
Quando fu Andreino dientro
l’Armenia,
per ugni parte lui domandava che gl’insegnassino addove istava la
città
della Regina Marmotta, ma tutti dicevano che loro nun avevan ma’
sentuto
parlarne; soltanto uno, doppo girato delle settimane,
’gl’insegnò
che c’era un omo che forse lo poteva sapere. Dice: - “Va’ lassù
’n vetta a quel monte: lì e’ ci abita un vecchio quanto ’l
mondo,
di nome Farfanello, e se lui nun la sa questa città che te
cerchi,
vole dire che nun si trova in nissun lato.” - Dunque Andreino con gran
fatica e gran ristio ripì su quell’alta montagna e ci vedde una
casuccia, e subbito picchiò all’uscio e una voce domandò:
- “Chi siete? che volete?” - Dice Andreino: - “I’ sono un giovanotto e
bramerei parlare al signor Farfanello” - Gli viense aperto e fu fatto
passare
alla presenzia di quel vecchione, che gli disse: - “Che brama questo
giovane?”
- Arrisponde Andreino insenza peritarsi: - “Mi ci porta qui un caso
dolente.
I’ ho il babbo cieco, e m’hanno assicurato che per guarirlo ’gli
occorre
medicarlo con l’acqua della Regina Marmotta. I’ son però vienuto
da voi, perché m’insegnate addov’è la città di
questa
Regina.”
- “Eh! caro giovane,” - scramò Farfanello, - “i’ l’ho sentuto
ricordare
questo logo, ma è dimolto lontano. Prima bisogna traversare un
mare
grande, che ci vorrà un mese di cammino almanco; e il cammino
’gli
è pericoloso, perché ci si scontrano strasmisurati orsi
bianchi
capaci d’assaltare per insino de’ grossi navigli. In ugni mo’, un bon
cacciatore
nun ha paura. Ma nusciti salvi dall’ugne di questi animali, il ristio
vero
’gli è nell’isola della Regina Marmotta. Quest’isola è
tutta
’ncantata, e ’nsenza un fermo core nun c’è omo che possa
rivienirne
fora vivo. Dunque, se te il core fermo l’hai, pròvati a metterci
il piedi; insennonò arritorna diviato a casa tua. Arricordati
che
l’isola e’ porta con seco il nome della disgrazia, perché la
chiamano
l’Isola del Pianto.” -
Allegro per le notizie avute, si
partì Andreino dalla presenzia di Farfanello, e andato al porto
di Brindisse s’imbarcò sopra una nave, e, per nun farla tanto
stucca
a raccontarvi i risti che ’gli ebbe, lui in fine potiede scendere
all’Isola
del Pianto. ’Gli era un paese tristo e disabitato; nun ci si sentiva un
rumore, e Andreino camminava ’nnanzi solo insenza scontrarsi con
un’anima
viva. E da prima giunse alla sponda del fiume Adige e lo
traversò
su d’un magnifico ponte; di là ci steva ritta una sentinella con
lo stioppo, ma ’gli era lì come una statua e nun parlava; poi
viense
a una porta e nentrò dientro a una grande e bella città;
a man manca ci vedde un ciabattino che lavorava al bischetto in
nell’atto
di tirar lo spago, a man ritta un caffettieri che col vassojo e la
chicchera
serviva una donna sieduta, tutti e tre però fermi, immobili e
mutoli.
Corse poi Andreino per diverse strade larghe e pulite e piene di gente,
quale alle finestre, quale in nelle botteghe, quale in ficura di
passeggio,
eppure parevano di cera, perché nun si bucicavano dal su’ posto;
il simile i cavalli, i cani e tutto insomma. Alla fine Andreino, gira
di
qua, gira di là, viense a capitare in una vastissima piazza con
in fondo un risplendente palazzo; d’attorno c’era una gran
quantità
di fabbriche e di porticati di marmo co’ ricordi de’ regnanti
dell’Isola,
e propio sulla facciata del palazzo ci steva un quadro di belle ficure
scolpite da un famoso autore, e sopra, tramezzo a una raggiera e in
lettere
d’oro, ci si leggeva scritto: - A sua Signoria la Regina de’ Luminosi,
che governa quest’Isola di Parimus.” - Scrama Andreino: - “Ma in dove
sarà
questa Regina? Lei dev’esser quella che chiamano la Regina Marmotta,
perché
dicerto dorme sempre come tutti i su’ sudditi.” - Insenza perder tempo,
Andreino bucò in nel palazzo, e ripì su per lo scalone
d’alabastro
’nsino a una sala tutta stucchi: ci vedde diverse porte e a una c’era
al
solito ritto un soldato in arme, ma fermo e mutolo incantato. Bramoso
Andreino
di cognoscere le maraviglie di quel logo, cominciò a girarlo per
ugni verso, e doppo trascorsi dimolti appartamenti nentrò in un
salone, che in mezzo aveva un vaso d’oro, e da questo vaso si partiva
un
ceppo di vite, che innalzandosi maestosamente su alla vólta la
ricopriva
di tralci, folti di pampini, gremi d’uve squisite di più colori
e qualità e pendenti lungo quelle venerabili pareti: da un lato
del salone, propio ’n vetta, per una gradinata di marmo si saliva a un
ripiano, e sul ripiano una selva di colonne d’argento reggevano un
baldacchino,
e sotto al baldacchino ci steva il trono con tutte le reali ’nsegne
ricche
di pietre preziose. A tutte queste bellezze disse Andreino: - “Bada che
mai leggiadre cose son qui! Eppure nun le gode nissuno. Oh! s’ i’
potessi
godermele io!” - Ma siccome dopo tanto girellío gli era venuta a
Andreino la fame a dargli noja, pensò di cercare se ci fusse
come
cavarsela; e difatti gli rinuscì trovare un salottino con una
mensa
bell’e apparecchiata con ugni sorta di bevande e di pietanze gustose e,
di più, c’era sopra un tondino d’argento con quattro mela
dientro.
Andreino dunque mangiò e bevette allegramente e con
grand’appetito,
e da ultimo volse sentire anco una mela. Ma, oh Dio! a male brighe che
lui la ’ngollò perdè di repente la vista degli occhi.
Scrama:
- “Oh! poer’a me! Che ho io a fare qui solo ’n questo deserto con
questa
disgrazia che mi è tocca?” - S’alza ’n quel mentre e va al muro,
e a tastoni badava ’n dove steva l’uscio per sortire all’aria aperta;
ma
mette i piedi su d’una ribalta che si spalanca, e Andreino casca
giù
in un pozzo, la testa e tutto sotto l’acqua. Fu lesto però a
rivienirsene
a galla, e con su’ grande maraviglia s’accorgette d’aver ricuperato la
luce. Dice: - “Deccola l’acqua medicinale che quel Mago
manifestò
a mi’ padre pe’ guarirlo. Potre’ anco pigliarla subbito e andarmene. Ma
oramai che è notte, sarà meglio ch’i’ alberghi ’n questo
palazzo delle delizie.” -
Dunque Andreino andette a
cercarsi
una cambera per dormire, e ne trovò una messa alla reale con un
bel letto parato, e dientro c’era tutta ’gnuda una leggiadra e
bellissima
fanciulla, che pareva un angiolo casco lì dal cielo: lei
però
nun si mosse punto, e Andreino s’avvede subbito che doveva essere
’ncantata
in nel sonno come l’altra gente della città. Stiede lui dapprima
quasimente ismemoriato nun sapendo quel che gli convenisse di fare; ma
finalmente, con un animo risoluto, si spogliò de’ su’ panni e si
diacè a lato di quella fanciulla e se la godette tutta la notte,
insenza che lei addimostrassi manco di averlo sentuto Andreino; e
quando
poi fu giorno chiaro e che Andreino ’gli ebbe salto il letto, lui su d’
un foglio ci scrisse accosì: - “Andreino, figliolo di Re
Massimiliano
di Spagna, ha dormito con suo gran contento in questo letto il 24 marzo
dell’anno 203;” - e lassò il foglio sopra ’l tavolino. Doppo
prendette
una bottiglia dell’acqua medicinale e le tre mela avanze alla su’ cena,
e sceso lo scalone d’alabastro, sortì fora con l’idea di
visitare
per bene quel logo maraviglioso ’nnanzi di rimbarcarsi. - Di rieto al
palazzo
ci vedde un amenissimo giardino e ’n fondo c’era una villa spaziosa; vi
si nentrava per una porta tutta di pietra dura e co’ serrami di bronzo
a spartimenti pieni di ficure; sotto la volta dell’àndito, con
arte
da ingannar gli occhi, vi si trovava un mosaico che copriva il
pavimento,
e poi seguivano du’ loggiati, uno per parte, su colonne di pietra forte
spulita, co’ su’ capitelli d’oro e i palchi di legni odorosi e gemmati,
e tra le travi eran quadri dipinti; e ne’ loggiati da ugni lato
s’aprivano
du' archi di pari ampiezza, ma di lavoro differente, con marmi e bronzi
e ornati fatti da mano dotta, e da quest’archi per du’ maestose scale
si
montava in una sala piena zeppa di ricchezze e d’adornamenti ’nsenza
numero,
che troppo ci vorrebbe a descrivergli tutti. Basti sapere che nel mezzo
c’era una vasca con una fonte d’acqua limpida e viva a cascate
scompartite
e abbondanti, e d’attorno ci stevano immobili più paggi e
donzelli
’ncantati in atto di prendere il fresco; e la vasca tutta vieniva
coperta
da una cupola a mo’ di padiglione e a cielo azzurro tempestato di
stelle
d’oro, con otto statue di marmo che la sorreggevano in alto con il
braccio
manco, in nel mentre che con il braccio man ritto verciavano dientro il
bacino otto zampilli d’acqua da un corno; e queste statue
rappresentavano
tante famose donne, compagne nel vestiario, ma diverse in nella faccia,
ed erano, Lucrezia di Roma, Isabella di Ferrara, Elisabetta e Leonora
di
Mantova, Varisilla veronese, di bell’aspetto e di sembianze rare; la
sesta,
Diana di regno Morese e Terra Luba, la più rinomata per bellezza
in Spagna, Francia, Italia, Inghilterra e Austria e più sublime
per regio sangue; poi Beatrice d’angelico viso, che vedova rimanette in
Ancona per la morte del marito Antipasso; e, finalmente, Doralice di
Parigi;
di più, nel lato destro della pomposa sala si vedeva ritto un
cavallo
di bronzo con sopra Ciprina Stella, e gli facevano guardia a due a due
ben quattro cavaglieri valorosi, Muzio e Erciglio sostegni delle
briglie,
Tebaldo e Ercole Strozza sostegni delle staffe.
Quand’Andreino ’gli ebbe tutto
disaminato, pensò che fusse l’ora d’andarsene e tornare a casa
sua
in Spagna; sicchè montato sopra la nave, prima volse scendere
all’Isola
di Buda e sapere se c’eran sempre i su’ fratelli; e siccome presto gli
riscontrò nel medesimo logo, si mettiede con loro a
chiacchierare
del su’ viaggio e a raccontargli le maraviglie dell’Isola del Pianto,
tutto
quello che gli successe a cena e in cambera poi con la leggiadra
fanciulla;
finalmente disse, che lui aveva riporto con seco le mela virtudiose per
accecare e l’acqua che rendeva agli occhi la vista. I fratelli a queste
notizie se gli rodeva l’astio e almanaccorno il tradimento di
barattargliela
l’acqua a Andreino, e dare in scambio a intendere al padre che loro
l’avevan
trova, e tanto feciano, che gli presan la bottiglia e gli ce ne messan
dientro il baule un’altra simile di colore e di grandezza; doppo
dichiarorno,
che loro pure volevan tornarsene a casa in compagnia delle spose.
Dunque,
tutti assieme, con bon vento, in pochi giorni furno in Spagna dal Re
Massimiliano,
e l’allegrezze che accaderno non le starò nemmanco a descrivere:
gli abbracciari e i baci gragnolavano da tutte le parti, che parevan
matti
tutti quanti. Ma passata la prima furia, finalmente disse il Re: - “Chi
di voi ha uto più fortuna?” - Gugliermo e Giovanni stiedano
zitti
e rispondette soltanto Andreino: - “Caro padre, la più fortuna
mi
pare che l’ho uta io, perché ho ritrovo i fratelli spersi e gli
ho rimeni a casa; son’ito dalla Regina Marmotta e i’ ho preso l’acqua
per
guarirvi; e di più ho con me un altro segreto maraviglioso da
farne
subbito la prova.” - Tirò ’n quel mentre fora una mela e la
partì
nel mezzo, e ne porgette uno spicchio a su’ madre, perché la
mangiassi;
e la Regina, a male brighe che l’ebbe ingolla, diviense cieca per
l’affatto.
Dice Andreino: - “Nun vi sgomentate, chè con un po’ di
quest’acqua
vo’ ci rivedete lume, e anco ’l babbo riacquisterà la vista
degli
occhi accosì.” - Ma fu tutto inutile; l’acqua della bottiglia di
Andreino non era quella bona, e a lui nun gli rinuscì farlo il
miracolo,
sicchè doppo aver tempestato un bel pezzo, la mamma piagneva, il
babbo s’arrabbiava e lui era sgomento, e nun sapeva raccapezzarsi di
questo
caso; i fratelli però saltorno su a un tratto e dissano: -
“Quest’accade, perché l’acqua della Regina Marmotta s’è
trova noi e no
lui;
e deccola qui.” - E avendo loro bagnato gli occhi del padre e della
madre
con l’acqua vera della Regina Marmotta, gli occhi a que’ du’ vecchi gli
arritornorno a vederci come prima.
I’ nun starò nemmeno a
raccontarlo
tutto il buggianchío che nascette: Andreino gli urlava contro a’
fratelli, chiamandogli birboni e traditori; i fratelli perfidiavano a
farlo
apparire per un bugiardo; e siccome in nel leticare e per la gran
rabbia
lui perdette il filo delle ragioni, il Re Massimiliano imbrogliato
finì
col credere alle parole di Gugliermo, di Giovanni e delle su’ spose, e
diede il barbaro comando che Andreino fuss’ ammazzato insenza
misericordia.
Chiamò dunque du’ soldati e gli disse: - “Menate questo figliolo
’ngrato dientro la macchia e che sia morto, e per prova voglio che mi
riportiate
il su’ core. Pena la testa, se vo’ nun ubbidite.” - I soldati presano
’n
mezzo Andreino e lo legorno, e il misero giovanotto in quel mentre che
partiva per il su’ destino, scramò: - “Padre mio, vo’ siete
’ngannato, perché i’ sono innocente; ma presto vo’ averete a
pentirvene
della
mi’ morte.” - Dice il Re: - “Chètati, sfacciato! Te che avevi il
core di accecare insino tu’ madre, scambio di guarir me, come
pretendevi.
Vattene, iniquo, e che nun ti vegga più qui.” - Bisognò
che
Andreino i soldati lo trascinassin via e lo menorno in una macchia
folta
lontana molte miglia dalla città; ma quando furno lì,
volse
lui prima d’essere ammazzato raccontargli tutta la storia del su’
viaggio
a’ soldati, e finì con persuadergli, che proprio su’ padre
l’aveva
ingiustamente condennato a morte per tradimento degli altri fratelli.
Dice:
“Lassatemi la vita, e vi giuro che i’ nun ritornerò più
mai
al mi’ paese.” - I soldati la cancugnavano tra la paura di perdere la
testa
e la brama di non verciare il sangue d’un poero innocente; finalmente
domandò
uno di loro: - “Che si fa?” - Arrisponde quell’altro: - “Se lui propio
c’imprumette che nun ci scopre e che va via di questo paese, è
più
meglio contentarlo, e insennò s’ammazza.” - “Sì
sì,
ve lo ’mprumetto con ugni spergiuro, ch’i’ nun vi scoprirò e che
me n’anderò tanto lontano, che nimo saperà mai dov’ i’
sono,”
- disse Andreino; sicchè i soldati lo slegorno, e lui se ne
partì
sospirando e piagnendo. Allora i soldati comprorno un maiale da un
contadino,
e cavatogli il core, lo dettano al Re e gli fecian credere che quello
’gli
era il core del su’ figliolo Andreino.
Ma ora ’gli è il tempo
d’arricordarsi
di quella fanciulla reale lassata da Andreino nel palazzo dell’Isola
del
Pianto doppo averci dormito assieme una notte insenza che lei ma’ si
destassi.
Doppo nove mesi se ne veddan gli effetti, perché lei
parturì
un bel bambino, e in nel parturirlo si scionnò, e con seco tutta
la città e tutto quel paese riviense alla vita, rotto
l’incantesimo
con che per astio l’aveva lego la Fata Morgana. La leggiadra Regina a
male
brighe soccallati gli occhi, disse: - “Chi pole essere stato quello che
’gli ebbe il core di vienir sin quì a godersi delle mi’
bellezze,
e accosì sciogliere al sonno ’ncantato me e tutti i cari sudditi
mia?” - Una delle damigelle in nel sentire la domanda della Regina gli
porgette il foglio trovo in sul tavolino, sicchè lei viense a
cognoscere,
che l’autore di tanto bene si chiamava Andreino, figliolo del Re
Massimiliano
di Spagna. Subbito la Regina scrisse al Re Massimiliano, che ’nsenza
’ndugio
gli mandassi Andreino o insennonò gli arebbe mosso la guerra. Il
Re Massimiliano, ricevuta che lui ebbe la lettera, fece chiamare i su’
figlioli Gugliermo e Giovanni e gliela diede a leggere. Disse: - “Qui
come
si rimedia? In che mo’ questa Regina sa ch’i ho uto un figliolo per
nome
Andreino? E la ragione perché lei lo vole laggiù con
seco?”
- I du’ fratelli si trovorno dimolto ’mbrogliati a rispondere; ma poi
fattosi
un animo per nun essere scoperti, s’intesano accosì a accenni, e
Gugliermo fu quello che parlò: - “Ma queste son cose ’mpossibili
a sapersi, se qualcuno nun va dalla Regina per ischiarirle. Signor
padre,
i’ anderò io, che la strada la cognosco, a sentire per quala
ragione
la Regina Marmotta pretende la persona d’Andreino.” - Subbito Gugliermo
con la solita nave si mettiede ’n viaggio, e questa volta gli
rinuscì
facile approdare alla famosa terra, perché nun c’eran più
gl’incantesimi della Fata Morgana a impedirglielo. Arrivo, si presenta
alla Regina e si prova a dargli a concredere che lui è Andreino,
La Regina però nun volse passare da minchiona, e principia a
scalzarlo
con delle domande: - “In che giorno ci vienisti qui la prima volta? La
città come la trovasti allora? Noi addove ci si vedde? Che ti
successe
’n questo palazzo? C’è nulla di novo ’n questa terra?” -
Gugliermo
non potiede arrispondere, si perdiede di coraggio e a mala pena disse
qualcosa
che gli aveva racconto Andreino alla spezzata, e la Regina s’accorgette
addirittura che lui voleva metterla ’n mezzo e che era un bel bugiardo;
sicchè lì in su’ du’ piedi lo fece arrestare e
comandò
che gli tagliassino ’l capo, e che ’l capo lo conficcassino a un
arpione
in sulla porta della città con questa scritta: - Così
’gli accade a chi è trovo ’n bugìa. - La Regina
Marmotta
subbito doppo riscrisse daccapo al Re Massimiliano, che, se lui nun gli
mandava Andreino, vieniva con tutto il su’ esercito a movergli guerra,
a bruciargli ’l Regno e distruggerlo assieme con la famiglia sua e il
popolo.
Il Re era sgomento, e principiò allora a pentirsi d’aver
comandato
la morte d’Andreino. Dice a Giovanni: - “Ma come si fa se Andreino nun
c’è più? E di Gugliermo che ne sarà egli
successo?”
- Giovanni, per cavarlo dall’imbroglio, si profferse di andare anco lui
al paese della Regina Marmotta a sentire la ragione delle su’
pretensioni;
ma quando lui arrivò alla porta della città e vedde
penzoloni
dall’arpione la testa del su’ fratello Gugliermo, nun volse saperne
altro
e se ne ritornò addietro più lesto del vento, e
presentatosi
a su’ padre con un viso stravolto, scramò: - “Ah! padre mio, no’
siem rovinati. Gugliermo l’hanno ammazzato e i’ ho purtroppo visto la
su’
testa ’n sulla porta della città della Regina Marmotta. E s’i’
ero
tanto bue di nentrarci, la medesima sorte toccava anco a me.” - Dice ’l
Re tra gli urli: - “Morto Gugliermo! Morto anco lui! Ah! dicerto ’gli
era
’nnocente Andreino, e tutto questo mi succede per mi’ gastigo. Lui lo
disse
che sarebbe vienuto il tempo di pentirsene d’averlo fatto ammazzare, e
il tempo è stato galantuomo e davvero ’gli è vienuto. Ma
te scoprimelo tutto questo tradimento, parla chiaro, ch’i’ sappia
almanco
una volta la verità.” -
Dice Giovanni: - “Che vole, caro
padre, fu per via delle nostre donne che s’inventò quella bugia
d’aver trovo noi l’acqua della guarigione: ma la verità
è,
che dalla Regina Marmotta no’ nun ci s’andiede e l’acqua e’ l’ebbe
Andreino,
e gli s’era barattata noi nell’Isola di Buda insenza che lui se
n’accorgessi.”
- Scrama ’l re: - “Birboni! E io per causa vostra ho commesso
l’ingiustizia
di farlo ammazzare il mi’ Andreino. Ah! se nun fusse morto, nun mi
troverei
’n questo ’mbroglio. Presto, chiamate que’ du’ soldati, ch’i’ senta da
loro se ne sanno nulla, in dove l’hanno seppellito.” - I soldati furno
chiamati alla presenzia del Re, e lui gli domandò: - “Ma che
propio
vo’ l’avete ammazzato il mi’ figliolo Andreino, siccome vi comandai?
Vienitemi
sinceri e nun avete temenza. La su’ sepoltura in dove si trova?” - A
questa
domanda i soldati impauriti si guardorno ’n viso e nun sapevano che
rispondere:
loro credevano o che il Re lo sapessi che loro nun l’avevan morto
Andreino,
oppure che lui gli tirassi su le calze per iscoprirgli. Il Re se
n’avvedde
che c’era sotto qualcosa, epperò disse daccapo: - “Gnamo,
manifestate
alla libbera tutto. I’ sono disposto a perdonarvi, ve lo ’mprumetto,
parola
di Re.” - Allora uno de’ soldati si buttò ’n ginocchioni e gli
arraccontò
quel che era successo, e ’n quel mentre che lui parlava a quell’altro
soldato
gli tremava il bubbolino dalla paura; ma il Re dalla grande allegrezza
di sentire vivo Andreino e’ prendette per le mane que’ du’ soldati, e
gli
fece di gran feste per aver uto più giudizio e più
compassione
di lui, e subbito volse che s’attaccasseno i bandi a tutte le cantonate
del Regno, e a chi poteva trovare Andreino lui gli arebbe dato un
premio
macicano; e difatto ’n poco tempo Andreino ricomparse a casa da su’
padre,
e tutti parevan matti dal contento.
Appunto ’n quel mentre
capitò
un Ambasciatore con una lettera da parte della Regina Marmotta, che
badassi
bene Sua Maestà di mandare dientro un mese Andreino all’Isola di
Parimus, se nun voleva davvero che gli cascassi addosso la guerra; che
lei nun poteva fare a meno d’Andreino, perché lui l’aveva
sposata
in nel dormire e ’gli era nato un bellissimo bambino, e per questo
fatto
Andreino era stato quello che aveva libberato la Regina e i su’ sudditi
dall’incanto della Fata Morgana; che tutto ’l popolo l’aspettava a
gloria
per godersi della su’ presenzia e per assistere alle nozze, dovendo
Andreino
diventare il Re di quelle parti: dunque che Sua Maestà
Massimiliano
non istéss’a cancugnarla di più. All’Ambasciatore gli
feciano
una lieta accoglienza, e quando ugni cosa fu ammannita per il viaggio
alla
reale di Andreino, lui partì e in poco tempo arrivò
all’Isola
di Parimus. E’ nun c’era più quel silenzio dell’altra volta, ma
dappertutto chiasso e canti di gloria al libberatore della terra;
quella
d’Andreino fu propio un’entrata trionfale. La Regina steva quasimente
sempre
alla finestra per vedere la vienuta d’Andreino, e scese giù per
’ncontrarlo in sul portone del palazzo: lui la prese a braccetto e
tutt’assieme
anderno nella sala del trono, addove, doppo essersi la Regina sieduta
alla
presenzia della Corte, lei principiò a ’nterrogarlo Andreino.
Dice:
- “Chi siete?” - Arrisponde lui: - “I’ sono Andreino, il figliolo
ultimo
del Re Massimiliano di Spagna.” - Dice la Regina: - “Che ci capitasti
mai
’n quest’Isola di Parimus? A que’ tempi ’gli era accosì? Che ti
successe?” - Arrisponde Andreino: - “I’ ci viensi a cercar l’acqua per
guarire dal male degli occhi il babbo, ora corre l’anno, e i’ dormii
con
voi, vaga e cortese Regina, il 24 marzo dell’anno 203. A que’ tempi
questi
loghi erano incantati in nel sonno, e l’isola s’addomandava però
l’Isola del Pianto. Prima di partire i’ lassai il mi’ ricordo sul
tavolino
della vostra cambera.” - La Regina visto e cognosciuto che quel
giovanotto
’gli era insenza dubbio il su’ Andreino, corse a abbracciarlo e
baciarlo,
scramando: - “Vo’ siete il libberatore mio e del mi’ popolo, vo’ sarete
il mi’ sposo per sempre e Re!” - E ’n quel mentre dalla gran tenerezza
cascò giù svienuta: ma Andreino la reggè ’n collo
e accosì non ci fu altro di male. Mandorno poi a prendere il
babbo
e tutta la famiglia d’Andreino, e si conclusano le solenni nozze con
pompe
di giostre, di desinari e di feste da ballo, che ci viensano Principi,
Baroni, Cavaglieri e dame da tutte le parti del mondo, e nun si
sentiedano
per dimolti mesi che soni e canti di gioja e contentezza. Ognuno volse
festeggiare la felice libberazione dall’incanto e lo sposalizio
d’Andreino
con la vaga Regina de’ Luminosi. E quando l’allegria fu finita, la
gente
arritornò alle su’ case e Andreino rimanette a governare l’Isola
di Parimus a lato della su’ Regina per tutto ’l rimanente de’ giorni
che
camporno. E ora,
La mi’ novella
è
qui finita,
Dalla mi’ mente ’gli è
partita:
E questo ve lo dico, ’n
cortesia,
Dite la vostra, perch’i’ ho
detto
la mia.
____________
'
“Quest’isola è tutta ’ncantata, e ’nsenza un fermo core nun
c’è omo
che possa rivienirne fora vivo.”. Qui come altrove, il luogo incantato,
lontano tanto che quasi non se ne trova notizia, dominio del femminile
ne lquale si trovano i rimedi per mali altrimenti definitivi, è
accessibile solo per l’attante che conosce la legge: Andreino non
dimentica il padre che lo attende, a differenza dei fratelli. La
fragilità della legge è rappresentata dai fratelli
invidiosi, che
cercano di farlo fuori, secondo il modello già presente nella
Bibbia,
nella storia di Giuseppe e dei suoi fratelli. Ma è immancabile
il
trionfo finale. Si ricordi sempre che il racconto scaturisce
dall’unione meravigliosa della realtà col desiderio, come un
ponte tra
immaginario e simbolico. | “...da questo vaso si partiva un ceppo di
vite...” Il tralcio ricorda la vite di Dioniso che copre la barca dei
pirati che incauti lo hanno rapito. Dioniso con l’estasi connette la
realtà con i mondi del delirio. La Regina Marmotta rappresenta
anche il
regno dei morti, in cui la morte è una rappresentazione psichica
del
femminile rispetto al quale il patriarcato deve, pena la sua morte, o
la cecità edipica che la significa, esercitare un dominio, o
rimuoverne
l’esistenza. Tutto ciò che il patriarcato non può
annettere o dominare
è infero, stregato, mortifero. Ma le fiabe, come i miti, come
tutto ciò
che osserviamo tenendo conto della realtà psichica, mostrano che
non
c’è fecondità se non c’è scambio tra i due mondi.
| Una mela: il frutto
proibito causa la cecità, come la rottura del tabù
dell’incesto nella
storia di Edipo. Il gioco dei significanti è così potente
che si
dispone mirabilmente senza che chi racconta abbia la minima
consapevolezza del suo valore simbolico. Ma l’intuizione del senso, e
il beneficio del gioco, come un’utopia per la mente, di questo godiamo
tutti. | “...e con seco tutta la città e tutto quel paese
riviense alla
vita...” : la comunicazione tra il mondo rimosso, dominato dal
femminile e dalla magia, e il mondo del re con i tre figli, che
obbedisce alla legge e rappresenta il simbolico, riporta la
fecondità,
al punto che il frutto dell’incontro, venendo alla luce, riporta la
vita nel regno del femminile. | Il 21 marzo dell’anno 203 colloca la
storia in una lontananza mitica, ma il giorno e il mese rimandano
all’inizio della primavera, quando la natura si rinnova.
$
Calvino osserva la particolarità della novella, che definisce:
"...il
più ariostesco racconto che sia stato dettato da bocca di
popolano,
figliato da non so qual sottoprodotto dell'epica cinquecentesca, non
nella trama, che nelle sue grandi linee è quella d'una fiaba
assai
diffusa, e neppure nella fantastica geografia che era pure nei cantari
cavallereschi, ma nel mondo di raccontare, di creare il 'meraviglioso'
attraverso la dovizia di descrizioni di giardini e palazzi". (Calvino,
Fiabe
italiane, v. I, p. 30) E dopo aver detto che nella sua
versione molti
particolari sono sacrificati, continua notando il "...catalogo di
famose beltà del passato introdotte sotto forma di statua"
(ivi).
Brindisse e il
fiume Adige nella geografia del
narratore toscano sono
ignoti e favolosamente lontani quando le terre armene della Regina
Marmotta. Nella seconda metà del secolo scorso i narratori
toscani
parlavano dello smisurato
Mar Luciano,
ovvero
Mar l'Oceano, l’Oceano.
J
Partendo dalla valenza cavalleresca della fiaba
è possibile anticipare ai bambini delle elementari o delle medie
qualche elemento dei poemi cavallereschi che studieranno
successivamente,
e invitare gli studenti di scuola superiore a interrogarsi sul debito
che
la fiaba potrebbe avere con questi poemi, o su quello che i poemi
potrebbero
avere con la fiaba. A differenza di quanto sembra suggerire Calvino,
stabilire
una direzione univoca della materia narrativa tra poema e fiaba
impossibile,
perché è una mito evolutivistico che ci porta a pensare
che
i racconti procedano nel tempo da semplice a complesso e da popolare a
colto. A partire dalla fiaba sarà fecondo di spunti invitare gli
alunni o gli studenti a immaginare e fantasticare per quale via il
poeta
colto potrebbe aver fornito al popolo analfabeta la materia narrativa
per
la fiaba, o da chi del popolo potrebbero aver un giorno colto temi da
riversare
nel loro lavoro letterario.
&
Gherardo Nerucci,
Sessanta novelle popolari montalesi.
Novella XLVI. Raccontata da Pietro di Canestrino operante; pp. 371-385.
LA ZINDERLAZZA
A
i era una volta un Prèinzip ch'era védev, es aveva una
fiola
sòula ch' era propri al so occ' drett; lú n' la vdeva
quant
l' era longa, es in feva un cas matt. Stà tusètta al la
mandava
a scola dalla piú brava mèstra ch' fúss a qui
dé.
La í insgnava d' far la cadnélla, e al púnt
franzèis,
d' far el calzètt cún i scaíon trafurá, in
sómma la l' avviava un vas d' virtú : la mustrava po d'
vlèiri
tant al gran bèin ch' a n' s' pò dir d' piú. Mo
intant
al purtó al cas ch'al sgner pader turnó a torr muier, e
al
s' abbatté in-t-una femna aqusé maldètta, ch' a n'
s' pssé truvar la cumpagna. Súbit ch' a fú in
cá,
sta diantra cminzò a torr in urta la povra fiastra, la i feva
sèimper
una zira brúsca brúsca, guardandi d' stort, la i tgneva
al
magnar, e fein del volt al la mantava a scola cún dèl pan
sútt da qulazión. Sta povra ragazzèlla s'
lamintava
séimper cún la sgnera mèstra, es i cuntava
tútt
i su guai ; es i dseva : oh cossa sré mai stá al mi sgner
pader a torla lì per muier, che m' vol tant béin, e che
m'
farév tant dssnom? L' avessel' pur tolta lì ch
adêssla
ré la mi bona mammeina, e a n' i sré in cá ste
diavel,
che m ' fa dar alla furtòuna. Tant seguitò a dir sta
cantileina,
e deila ancú e deila dman, ch' la fè saltar la voia alla
mèstra d' pruvar s' la i psess ariussir. Un dé la i dess,
mo fandseina, s' a cherdess ch' a vlessi far a mi mod, a n' i
sré
nient d' piú fazil ch' a dvintass vostra mader, mo ch' la cossa
stess tra nú : e a pressi êsser bèin sicura ch' a
faré
cònt d' vú piú purassâ d' qula vostra
madrègna
cagna. La Zizola ( ch' l' aveva nom aqusé la tòusa ), ch'
sinté ch' la cosa era fazil, la i saltò dèinter a
pi par : mo sú pur la dis : ch' la dega pur cossa a-i ho da far,
ch' s' a n' al fazz po me a m' cuntéint ch' la m' muda nom. Ch'
la dega pur sú ch' a la stag ascultar cun tant d' urècc'
spalancá, e a m' suttscriv a tútt quèll ch' la m'
dirà Oss sú dònca, stâ bèin
attèinta.
Avì da aspttar ch'al sgner Pader vada fora d' cà, e quand
l' è luntan avì da dir alla sgnera Mader, ch' a turessi
vluntira
quèll pèttenlér piú vêcc' ch'
è
dèinter in quèll cassòn là in-t-la
guardarobba,
e dsì ch' a fâ pr asparmiar st adrienn d' mora ch'
avì
indoss : lì ch' vré vèder ch' a fússi
sèimper
strazzâ, l' andarâ currènd al cassòn, es
dirâ
tein bein sod a cverc' vêh, e vu al tgnarì so assâ !
Mo in quèll mèinter ch' la starà zò a cul
buson
a pscar lé tra mêzz a quéli vstein', a vú
lassai
cascar al cverc' in s' la têsta,ch' la s' rumprà al coll,
ch la parrâ una dsgrazia. Quand arì fatt sta cossa a
savì
zà ch' voster pader farev el cart falsiper vú, e
vú
tútt el volt ch' a v' farà del finèzz, e di
simiton,
e vú i avì da dir : og sgner pader ch'al tuga la sgnera
mêstra
per muier, quand al s' tòurna a far al spòus, che me po
v'
imprumètt, ch' s' a dvèint vostra mader, beata vúa
pri far al e bass, es srì vú la padrôuna. La
ragazzola,
ch' n' aeva giudezi, n' i mess sú nè oli nè sal,
es
fé appunteint tútt quell ch'i aveva insgnâ qula
bona
zuquleina dla sgnera mêstra, e la madrègna s' n'
andò
a far têrra da pgnatt. I fénn al curott e ògn
cossa,
e la ragazza da lé e puc dé cminzò a dir al
pâ,
ch al spusass la sgnera mêstra. Alla prema al Preinzip lai pars
tant
la gran mattiria, ch al s' mess a reder es n' i dé nianc
arsposta.
Mo la Zizola n' sté per quèst e tútt i dé
l'andava
spunciunand. Spunciòuna incú, spunciòuna dman,
ch'alla
fètta tra ch' allòura a n' i era po tant
etichètta,
tra ch' la sgnera mêstra era una bêlla dunnotta,che per zio
al cascò all'armòur, es tols la Carmseina, ch' l' era la
mêstra ch' aveva nom aqusé, es fénn el nozz, es
andònn
alla cummedia, e tant alter allgrèzz. Appènna ch' sta
donna
fú in cà la cminzò a far blein blein la Zizola. La
la feva star in cap d' tavla, e s' i dèva i miur bccon ch' i
fússen,
la la mandava vsté d' sèida es i feva tant i grand
simiton,
la i feva far al gnocc, e l' uccareina d' pasta ògn volta ch' s'
feva pan, e po di castagnazzein in-t-la padêlla, ch' la saveva
ch'
i i piaseven tant ; in sòmma la tusètta era tant
cuntèinta,
ch' a n' s' prè mai dir. Mo a n' fú passâ un
mèis,
che qula furbazza se dscurdò al servezi che qula povra ragazzola
i aveva fatt, es cminzò a torr in cà sì fioli, ch'
l' aveva lì, ch' a s' era mai savú, e la fé tant
cún
so maré, ch' a i ciappò a vlèir un gran
bèin,
d' manira ch' al vdeva piú vluntira el fiastri, ch' a n' fess la
fiola, e aqusé la i cminzò a cascar zò dal vall, e
a poc a poc la teins zeder un dé al so bêll lêtt a
una
d' quel squeinzi, e dov l' era avviâ andar vsté d'
sèida,
i la mandavan vsté d' bucassein, perché la n' fess
piú
figura d' quell'-i alter ; a poc a poc vdènd che nssún i
guardava più in vers i l' ardussen a star in cuseina e
aqusè
la passò dal baldacchein alla fuga, dal pultrunzein' al fuglar,
dal cavecc' da calzèitt d' arzeint al spèid d' ferr, e l'
arrivò tant innanz ch' tútt la ciamaven la Zindarlazza.
Me
a m' son dscurdà d' cuntar, ch' alla prema quand vegn in
cà
sta fêtta, la Zizola era un dé sú a un
fenstròn
dl' antana, es i vulò lé vsein una clumbeina, la qual i
parlò
digandi : Ahu Zizuleina quand t' hâ voia d' cvêll mandl' a
dmandar alla Clòmba del Fad dl' isola d' Sardegna, ch' t' l'
arâ
súbit. Oura mo da lé a n' sò quant sttman' al vegn
bisògn al Prenzip per di su traquai d' andar iúst in
Sardègna
; l' andò a dmandar a úna pr úna al sòu
fiastri,
ch, aveven nom Vituperia, Calametta, Ciavghélla,
Pasquétta,
Galareina, e Basiola, cossa el vleven. La prema i dmandò un
bêll
tai d'abit per far al so smecco : un' altra un par d' urcein, qul'
altra
un bertucchein, e chi dèl blétt d' Franza, un altra un
vintai,
e l' ultima ch' era la piú pzeina di zuglein da tusett, in ultem
al vols pur andar, pr en parèir anc da qula puvrètta dla
so fiola bona, es i dmandò aqusé quasi sbuffunzandla : e
te cossa vut' ? Ngòtta ngòtta al mònd, se n' ch'
al
m' arcmanda alla Clòmba del Fad, e ch' a i dega ch' la m' manda
qualc cossa, mo ch' al guarda de n' se dscurdar, ch' a m' dspiasrev, e
per qùest a i agùr ch' s' al suzzdess sta cossa, ch' a n'
possa andar nè innanz, nè indrì ; ch' al s' tegna
bèin a mèint quèll ch' a i deg, anma to mandga to.
Al Prèinzip andò vi, es té un pzzol a trattar i su
negozi. Prema d' vgnir vi al cumprò tútt quell zirandel
pr
el sòu fiastri, e la Zizuleina i andò vi d' méint
: mo cossa ? Quand a s' fu imbarcá a n ' i fú mai vers
ch'
al bastimèint s' vless mover, ch' al pareva ch' al fúss
incullá
lé in-t-al port. Al Padròn dla barca a i vegn sú
la
louna ; e n' savènd cossa s' far al s' indurmintò. In
quèll
mèinter ch' al durmeva a s' insuniò una fada, ch i dess :
O cusslein, sât perché quél to Prèinzip dl'
Alba ch' i è deinter ha cumprâ tútt el garganteli
ch'
i ha dmandâ el sòu fiastri, e po s' è dscurdâ
dèl so sangu, ch' l' é una vergògna. Al capitani
dla
nav se dsdò e súbit l' andò a cuntar sta cossa al
Préinzip. Lú arstò tútt confus es
dvintò
ròss ròss, e po còurs alla grotta del Fad. es el
salutò
da part d' so fiola, dsèndi ch' el-i mandassen qualc
galantarì.
Appènna l' av parlá dett e fatt al saltò fora da
una
grotta la piú bêlla zòuvna ch' s' psess
vèder
cún du ucc' : l' aveva una vsteina d' bruccâ ch'
sré
stâ in pi da per lì tant erla recca, es aveva un
guardinfant
ch' la durò una gran fadiga a vgnir fora dalla grotta :
quèsta
i dess : oh bas la man a sgnerì : mo ch' moraqul è quest,
mo ch' al s' metta bèin a seder, i fa bisògn d' qualc
cossa
? Cossa fa la sgnera Zizuleina puvreina ? Mo però
puvrèina
son-ia me, mo a deg mo aqusé.... ch' al scusa béin
sâl'.
Oss dis ch' al la ringrazia bèin dla memoria ch' l' hà d'
nú, còntra i nuster merit, e ch' a i daga sta
bagatêlla,
ch' la la goda pr amòur mi ; e dsènd aqusé la i
dé
in man una pgnatta nova cún déinter piantâ una
pianta
d' savurzen : po la i dé una zapptteina d' or, un calzedrein d'
or, e un cverturein d' sèida, per zapparla, adaquarla e sugarla.
Al Prèinzip la ringraziò e po tol sú tútt
sti
tatter, es andó alla nav, ch' a n' truvò piú
incantá
cmod a pssì bèin crèder, es arrivò al so
paièis.
Quand al fú a cà al dé al fiastri tútt el
galantarì
ch' eò-i aveven urdná, e po dé alla fiola al regal
dla Fada. A sta ragazza a i pars d' avèir un liòn in
cadèina
tant erla in ghirigaia. La s' mess a zappar ògn dé sta
savurezen,
e a tusarla furmandi una bélla tsteina, e po l' adaquava, es la
sugava sira e mattena, e la chersé, tant prêst ch' la
dvintò
in poc tèimp alta quant è una donna. Un dè ch' l'
era drí a fari del zerimoni al saltò fora d' in sta
pgnatta
una bêlla zuvnètta, ch' era zà una fada, ch' i dess
: cossa vut' Zizuleina ? E li arspous. A vré del volt andar un
poc
fora d' cà me el fêst, es n' em' piasrev che quelli
braghiri
del mi surlastri al savessen. La Fada allòura seguitò :
mo
te n' vu alter, bèin, ògn volta ch' a t' salta la voia d'
andar a spass t' hâ da vgnir qué dalla to savurezen, e
diri
: Savurezen mi indurá, cún la zapptteina d' or a t' ho
zappà
: cún al calzedrein a t' ho adaquà ; cún al
cverturein
a t' ho sugá : dspúiet' te e vêstem' me e quand te
t' vú dspuiar, invez de dir Dspúiet' te e vêstem'
me,
t' dirâ Dspúiem' me e vêstet' te. E aqusé la
preina fêsta ch' vegna, el fioli dla mèstra s'
cunzònn
cún un bêll buché d' flur in s' al stòmg, e
al dominò e el calzttein' d' seida trafurâ, cún el
scarpein' da dòu dida de tmara, tútti immusc' iâ,
ch'
al paré d' sintir una tana d' bess, e làssel pur far a
lòur
in-t-al sgurars' da cap a pì, es andònn a una fêsta
da ball. La Zizola, súbit ch' el-i aven vultâ i garett,
còurs
alla pgnatta e dess el parol ch' i aveva insgnâ la fada. Mo
toppa,
la s' vest vesté in-t-un terreré, pttnâ e
cumpé
cmod srev una Regeina. A i cumpars po lé un brazzir e
dòds
pagg' ch' al paré ch' avess da intrar al Cunfalunir ; i la
messen
po sú in-t-una bêlla cavalleina bianca, d' quèlli
ch'
i disen Chiné, e la fú cundotta là dov era el
sò
surêll, ch' a vdèir arrivar una cossa sé magnefica
el i aven a cascar morti dall' invidia. Oh va po s' el-i avessen
savú
chi l' era. La Furtòuna vols mo ch' a qula fèsta i
fúss
al Rê, al qual quand al vest una bèllezza tant
strampalâ
al s' n' innamurò qusè fort, ch' a n' psseva piú.
Al ciamò ún di su servitur, ch' era al so
cunfidèint,
e i urdnò ch' al s'infurmass un pocc chi l' era e dov la steva
d'
cà. Al servitòur andava dmandand a tútt chi l'
eram
ma nssún in saveva rêbsa, d' manìra ch' al s'
appiò al parté d' tgniri dri, quand l' andava vi. In
fatti
quand la vegn fora lú s' arruzzò dri, mi lí ch'
puzzava
un poc d' furbarì, e ch' saveva al fatt so. la s' n' adé
e cossa fèlla lì ? La cminzò a trar in têrra
di púgn d' qui bi baiuccon nuv, ch' l' avé avú l'
averteinza d' farsi dar dalla savurezen per dar del manz. Al
servitòur
ch' vest sta bêlla robba aqusé lusèinta a i pars
mell
pccâ d' lassar andar a da mal qusé bêlla grazia d'
Dì.
A ridì, mo ne v' maravià mega, perché la fa
gòula
anc a di sgnurein ch' sughen alla alla mattazza. Basta in s'
quèlla
ch' lú s' pers a coier sú sti quattrein lì av
tèimp
d' scappar a câ d' gallopp. Appénna arrivá
lé
dalla savurezen la dess zà el solit parol, e in-t-un attem la s'
truvò cún i solit pagn innanz che quell'-i alter donn
turnassem
a cà. El sòu surêll po quand el fúnn
turná
el-i cminzònn a cuntar tútt el bêlli coss ch' el-i
aveven vest, per dari bèin dsgúst, mo lì rideva
sòtt
saccòn. Intant mo quèll servitòur andò
dinanza
al Rê, es i cunfssò la veritá dsèndi ch' l'
era stâ càusa qui bi baiucc ch' i avén tirâ
gulein, perché an' n' aveva mai vest. Al Rê saltò
in dell'
furi dall' alter mònd, es i des : mo n' t' n' aré-ia
dà
me dòu stara, s' t' m' in dmandav, ch' a in ho di sacc là
in-t-la mi zècca. Basta sta volta a t' perdoun cún al
patt
che st' altra fêsta t' inzègn d' savèir in
tútt
i mod chi è sta bêlla ragazza e dov stà d'
cà
ste tsor, s' in chi nò s' t' farà al barbazagn t' i
pinsarâ
po te. Al vegn intant qul' altra fêsta, e el surêll
dòp
avèir fatt tútt el sòu pulidezz, e èssersi
bèin strufflunâ e lissâ per più d'
trèi
òur, el se vsténn tútti d' bianc ch' el
parén
tant clumbéin' , po s' dénn dòu dida d' biacca e
d'
blètt per far piú figura, es andònn vi sbuffunzand
la Zizola ch' era là in s' i rustezz, ch' al pareva ch' la
crudass
dalla sònn. Mo appèna el fúnn zò dal scal
lì
còurs dalla savurezen, cún la solita cantafola.
Fradì
mi car al salta fora una massa d' dunzéll, chi cún al
spêcc'
, chi cún la caraffeina d' aqua nanfa, chi aveva el-i
agòcc'
, e un' altra cún al fêrr da far i rezz, un' altra aveva
al
pêtten e la zipria, dòu o trèi cún el
vstein'
, el zoi, i guant, al vintai e l' uccialein, in sòmma i la
fénn
tant bêlla, ch' la pareva un Sòul, e po la messen in-t-un
tir a sì cùn i staffir e i pagg' cún del
livré
ch' sfumaven. Arrivâ in-t-la fêsta la fú la
passiòn
del sòu surêll e d' tútt quell'-i alter squeinzi
ch'
eren lé, ch' el-i arstònn tútti incantâ, e
al
Rê a i chersé al brusòur in-t-al stòmg, ch'
a n' ve so dir. Quand fú finé la fêsta e ch' la
Zizola
andava vi, al servitòur s' i mess a gallòn pr en' la
perder
d' vesta, mo lì s' mess a còrrer quant la pssèva,
e per n' êsser arzúnta la treva vì el perel, e el
zoi
ch' l' aveva attòuren, e quèll pover om a i pars un pan
únt
a coirel' sù, e al cherdeva d' êsser piú matt
lú
che al Rê, ch' i feva tgnir dri, s' l' avess lassâ scappar
qula furtouna. Lì cún ste stratagêma l' av
tèimp
d' ficcars' in carrozza, d' camminar a cà e d' spuiars' in-t-al
mod ch' al suleva far. Al servitòur turnò
tútt
imbruiâ dinanz al Rê, e en' savé da ch' co cminzar a
diri ch' a n' l' avé pssú arzùnzer. Al Rê, a
i vegn tanta la maldètta rabbia, ch' al sté quasi par
trari
una zavatta in-t-al mustazz, e po i dess : péinsi mo te : s' t'
en' trov qustì me t' darò tant i gran calz dedrì,
ch' t' n' arâ zert tant pil in-t-la barba : fa mo te i tu cont s'
t' i pu star, e sav bèin, ch' a n' sòn un bambozz, ch' t'
m' hâ m mnâ assâ pr al nas. Prêst vegn la terza
fêsta e quand el surêll fúnn andâ vi, li
zà,
cmod a pssì crèder, andò dalla savurezen e al
suzzêss
la solita fola d' nasm' in stècc, ch' la fú vsté
aqusé
strampalâmèint bèin, e messa in tant la gran
bêlla
carrozza, e purassâ servitur attòuren ch' la pareva l'
Imperatriza
dél gran Mogol. L' andò a far un dspêtt
maldètt
al sòu surêll ch' s' deven a tapein per savèir chi
era mai sta gran sgnurazza aqusé bêlla, e aqusé
recca.
La sté alla fêsta un pêzz e po veins vi
piú
prêst dèl solit' anc perché n' i fúss
tgnú
dri ; mo qulú dèl servitòur dél Rê,
per
pora ch' la n' i scappass anc sta volta, s' era attaccâ alla
carozza
ch' a i pareva incullâ. Quand lì vest che qustú n
l'
abbandunava brisa e ch' a i sré stâ dl' imbroi a purtarla
fora nétta, in-t-al muntar sú la dess al cuccir
tòcca,
tòcca, e la carozza ' mess a correr ch' al paré ch' la
vulass
tant andavla fort, mo la sgnureina n' pssé saltar déinter
tant prêst, ch' la intrò sebbèin la carozza andava,
ma i cascò dalla gran frezza una pianêlla, ch' era la
piú
bêlla cossa, ch' s' psess mai vèder. Al servitòur
era
zà là in têrra a stramazzon al puvrètt
tútt
sbalurdê, ch' la carrozza fulminava e l' era zà luntan un
mêzz mei quand al s' livò sú ; e n' pssènd
far
alter al ciappò sú la pianêlla es la purtò
al
Rê cuntandi la duléint istoria. Al Rê tols in man
sta
scarpeina dis : mo s' l' è qusé bêll al
fundaméint,
cossa srà mai la casa ? Oh bêlla la mi zavatteina ch' ta
tgnú
dèinter quéll pdein che m' dstrúzz ! Oh pdein d'
qula
bêlla caldarineina dov boi la veta mi ! O bêl tacctein, ch'
t' fâ dvintar piú grand al mi amòur sì dida
! Aspêtta ch' a basa al per dsòtta s' a n' poss basar al
per
dsòuvra ; e qué basa sta scarpa cùn tant al gran
gúst
ch' al paré bèin ch' al basass una bêlla ragazza. E
dòp averi seguitâ piú d' un òura a dir sti
mattiri
al fé ciamar al Scrivan d' còurt, e po al Trumbêtta
es vols sintir lú sunar al terè rè, terè
rè
rè ; es fè trar un band, ch' tutti el donn dla
zittâ
avessen da andar a una fêsta e a un dsnar ch' l' aré fatt
in-t-al tal dé. Vgnú al dé destinâ : Oh ch'
maravèia ! Oh che cuccagna ! Al pareva ch' fúss
piuvú
el frittêll, e i castagnazz in-t-el tiêll. I pastezz d'
maccaron
eren in mêzz al tavel dèintr in dell' i òll da
bugâ
el piú grandi ch' s' fússen pssú truvar. Del
pulpètt,
del raviol, dell'-i uffêll an' ev deg po i masson ch' a i n' era,
ch' a i aré pssú magnar un eserzit intir. A i vegn
tútt
el donn nobil e sttadein' , recchi e puvrètti. vêcci e
zòuvni,
bêlli e brútti, in sòmma tútti adaffatt, ch
l' era un subess. Oh ch' ciaccaramèint, o ch' pladur! Quand el-i
aven bèin bèin taffiâ, al Rê cún una
gran
pazeinzia vols pruvari la pianêlla a úna pr úna, mo
a pssì crèder che pdein, che pdon, che pdaztz e quant
udur
divers al teins suffrir, per véder pur s' la s' addattava a
nssún
pê, per cgnosser quèlla ch' l' andava zercand, mo a n' i
fú
vers. Quand al vest ch' la n' steva bèin a nssúna, al
dé
in-t-i rott es se vleva dsprar, mo pur al sté paziént es
dess a voi mo pruvara turnarli a invidar un alter dé ; a s'
pò
dar ch' a in seppa qualcdúna ammalá, o ch' fazz
bugá,
o ch' daga la tètta. Basta al dis : a v' preg ch' a turnadi
tútti
da incú e ott a far penitèinza, e s' avì a car d'
cuntintarem' n' in lassâ a cà nssúna, seppia mo chi
s' voia, anc qúella ch' lava i piatt. Al Prèinzip, ch'
era
lé e ch' aveva cundútt el sòu donn dess : A-i ho
lassâ
un' altra fiola mé, mo l' é tant sgarbâ ch' a la
lass
sèimper là in cuseina a parar innanz i rustezz, es n'
è
bona da ngòtta, ch' al n' è creanza a cúndurila
dinanz, perché la n' al merita. Al Rê arspòus, o
iúst
quésta a voi ch' la seppa in cap d' lesta. Passò la
stmana
e al Prèinzip vegn cún la mêstra e el òu
fioli
cundusénd sig la Zizola ch' l' aveva fatt aggiustar alla mei.
Appènna
ch' al Rê la vest a i pars d' vèdri cvêll d'
somiglianza,
e al dess in cor so ; stà, stà, l'aré mo d'
êsser
quèlla lì, mo al sté quèid es en' vols dir
alter per allòura. Al fé po dsnar tútt sti
prrèiguli,
es li fé star alligri. Quand el-i aven finé d' magnar al
Rê tols fora la zavata per cminzar a pruvar a chi la steva
bèin,
e in sòmma a far la fola longa e curta súbit ch' al
fú
vers la Zizola, ch' aveva zà al pê in aria, la
pianêlla
saltò da per lì in t-al pê. Al Rê ch' vest
una
coa sè fatta tútt cuntèint, perché l' era
bileina,
al còurs a abbrazzarla, e po a purtò d' pèis
sòtta
al baldacchein, es i mess la curòuna in têsta, e po vols
ch'
tútt quell donn i basassen la man, dsèndi quést'
è
la vostra Regeina. El surêll, ch' cherpaven dalla rabbia, n'
volsen
nianc fars' più vèder, el-i andònn vi lotti lotti
cunfssnad a so marza dspâtt : Ch' l' è un gran matt
quèll
ch' cuntrasta cún al zil.
_______
$
È la
Gatta
Cennerentola di
Basile, primo testo stampato della fiaba forse più diffusa e
famosa
nel mondo.
Non si riporta una fiaba bolognese tradotta
dal napoletano, anziché dalla tradizione popolare, per sfiducia
nelle capacità inventive degli emiliani, ma per il pregio della
traduzione da Basile, per mostrare come la fiaba attraversi agevolmente
qualsiasi confine. Per la versione in italiano si sarebbe dovuto
aspettare
Benedetto Croce.
...Ch’ sughen alla alla... la
ripetizione è nel testo.
...
Mo lì
rideva sòtt saccòn... Confrontando la traduzione
bolognese con la
favola di Basile, si osserva la tendenza a esplicitare ciò che
l’originale napoletano lascia implicito. Il nostro piccolo lavoro per
rendere in italiano le due fiabe del Pentamerone, che avevamo
già
tentato, con meno impegno, per
Le prime fiabe del mondo, ci
permette di dire che tradurre la meravigliosa lingua dello Shakespeare
della favola è un’impresa quanto mai ardua e rischiosa: la
ricchezza
del testo è nel gioco vertiginoso dei significanti. La
percezione di
quanto si perde traducendo induce ad aggiungere frasi esplicative o
modi di dire della lingua in cui si traduce, che forse diminuiscono
l’intensità espressiva del testo. Non abbiamo tradotto la
Zinderlazza,
la Ceneraccia, fidando che sia possibile intenderla bene con il testo
originario e la nostra versione italiana di questo.
&
Da
La ciaqlira dla banzola;
Giornata preima, fola sêsta, pp. 58-69.

LU
FIGGIU DI RE
'Na
vota cc'era 'nu figgiu di Re di Partuallu; chistu figgiu di re di
Partuallu
vuliennusi fari 'nu giru, si piggiau 'nu bastimientu, uommini, dinari e
si nn' iju. 'Siennu luntanissimu la spiaggia, vìttunu ala vota
unni
jènu iddi comu 'na nuvula nìvira nìvira. Unu
d'iddi
accianau 'nt' 'a 'ntinna d'ô bastimientu e vitti c' 'u
grannucciali
ca era 'na muntagna di calamita, ca si trâva tutti li ferra d' 'e
bastimienta, d' 'e varchi, e li facia anniari. Lu figgiu d' ô Re
nun cci vosi crìrriri e fici sicutari a caminari. Arrivannu
vicinu
ddà, quantu 'ntìsinu tutti 'nu gran strepitu, e vittunu
ca
tutti li ciova e li ferra d' 'u bastimientu ierru a 'ppizzàrisi
'nta dda muntagna nìvira. Lu Riuzzu chi fici? si misi a natari
sina
ch' arrivau 'nta dda muntagna. Arrivannu ddà, si curcau e s'
addummiscìu.
Mentri ca durmiva, si sunnau ca cci cumparía 'n viècciu e
cci dicia: - "Vidi ca cciù supra cc' è 'na statua a
cavaddu,
piggi 'n fierru, ti minti a scavari ê piedi di stu cavaddu, e
vidi
ca trovi tri lanci; sti tri lanci li tiri ô cavaddu e la statua
s'
arrumazza; cuomu s' arrumazza la statua vidi vèniri â vota
nni tia 'nu 'nviècciu cu 'na varcuzza; tu ti cci minti e iddu ti
porta unni cci dici tu; ma però nun ammuntuari lu nnomu d'
ô
Signuri, osannò la varca spirisci e tu t' annèj".
Comu s' arruspiggiau lu Riuzzu
accianau cciù supra, e truvau 'na statua a cavaddu; scava e
trova
daveru li tri lanci; trâu la prima ô cavaddu, e lu cavaddu
si ticuliau; cci nni trâu 'n 'àutra, e lu cavaddu stapia
cadiennu;
cci trâu la terza e s' arrumazzau. Comu s' arrumazzau, vitti lu
vècciu
'nta mari cu la varcuzza. Dduoppu ch' aviènu fattu
tantìccia
di via, lu Riuzzu dissi: - "Signuri, vi rincraziu, ca mi
mannâstru
st' ajutu!". Diciennu accussì, la varca si misi a furriari, e
affunnau.
Iddu si misi a natari e arrivau 'nta 'n' isula. 'Na st' isula si misi a
caminari e nun vidia àutru ca macci. Mentri ca era vicinu
â
spiaggia, vitti 'nu bastimientu; ad iddu cci parsi bastimientu di
Turchi,
e accianau supra 'na màccia pi vìrriri ch' avièunu
a fari chiddi d' ô bastimientu ca sbarcarru 'nta st' isula. Vitti
a 'nu 'nvècciu cu 'n picciottu bieddu, e 'na picca
d'òmmini.
Chisti, ô cantu d' 'a màccia unn' era accianatu chiddu,
scavarru
e scipparru 'na valata e scinnerru, cà cc' era 'na scala.
Dduoppu
'n pizzuddu accianarru, ma cci mancava lu picciottu. Comu si nni ierru,
lu Riuzzu scinníu d' 'a màccia e calau 'nta dda scala; e
truvau ô picciottu ddà sutta, e cci spijau: -
"Pirchì
vi nni vinîstru ccà?" Chiddu cci dissi: - "Iu sugnu figgiu
d'un mircanti ricchissimu. Stu mircanti dduoppu tantu tempu ch' era
maritatu
nun avia figgi. 'Na vota si sunnau ca cci nascía 'n figgiu, ch'
arrivannu ch' avia vint' anni, 'nu Re 'n tiempu quaranta jorna l' avia
a 'mmazzari". (E cci muntùa lu nnomu di lu Re di Partuallu ch'
avia
scinnutu ddà, e ca era cu iddu). Lu Riuzzu dissi 'ntra d' iddu:
"Iu avissi a 'mmazzari stu picciuottu, e
pirchì?"
Stèttunu
ddà tuttidui e avièunu passatu trentanovi juorna.
All'urtimu
juornu lu figgiu d' 'o mircanti si fici 'nu bagnu e puoi si curcau e
dissi
a lu Riuzzu: - "Fammi lu piaciri di dàrimi 'na fedda di muluni.
Vidi ca ccà supra unni sugnu curcatu iu, cci su' cutedda; nni
piggi
unu." Lu Riuzzu accussì fici, ma mentri ca piggiava lu cutieddu,
siccomu era iàntu misu, si stinnìu, sciddicau, e ciantau
lu cuteddu 'nt ô cori a chiddu ca era curcatu. Comu vitti
accussì,
si misi a ciànciri, ma vidiennu ca nun c'era rimediu, si nni iju.
Camina, camina, arrivau 'nta 'n
palazzu; accianau e vitti a deci, tutti deci orvi di l'òcciu
drittu
e vistuti tutti 'i stessi. Iddu cci spijau pirchì erunu
accussì,
ma chiddi cci dissinu: - "Ti purtamu cu niàutri, però di
tuttu chiddu ca vidi nu nn' ha' a diri pirchì
'u faciemu". Si lu purtarru ddà supra e s'assittarru tutti a
tuornu,
si piggiaru 'na viria ognarunu e si mìsinu a dàrisi
corpi;
piggiarru 'na picca di vaggìli cini di cosa nìvira e si
tincierru
tutti; puoi, nni piggiarru àutri e si lavarru. Dduoppu di
chistu,
ciamarru ô Riuzzu e cci dissinu: - "Tu vôi sapiri
pirchì
semu accussì? S' 'u vôi sapiri, ti cusiemu 'nta 'na peddi
di crastu,
ti damu 'n cutieddu e ti minti 'nt' ô vignanu; veni 'n auciddazzu
e ti càrrica e ti porta 'nta 'na muntagna; arrivannu ddà,
scusi la peddi; lu riestu puoi lu vidi ddà, ma però
ccà
nun ti cci vuliemu, pirchì cciui di deci nun putiemu essiri".
Lu Riuzzu si fici cùsiri
'nta la peddi, e si misi 'nt' ô vignanu. Dduoppu 'n momentu vinni
'n auciddazzu, s' 'u carricau e s' 'u purtau. Arrivannu 'nta 'na
muntagna
lu pusau. Comu lu pusau, lu Riuzzu 'sciu lu cutieddu, scusíu la
peddi, e l' auceddi si nn' iju. Lu Riuzzu si misi a caminari e arrivau
'nta 'nu ngran palazzu, ca cc' era 'nu 'ngran purticatu; trasìu
e vitti centu porti. Si cci prisintarru cinquanta signurini, una
cciù
bedda di 'n' àutra; cci ficinu tanta festa, cci dèsinu
manciari
tuttu chiddu ca vulía; e si mìsiru a ballari, a cantari,
e tutti sti cosi.
Dduoppu ca passaru cinquanta
juorna
ca era ddà, chiddi cci dissinu: - "Vi damu sti centu ciavi, ca
sunu
li ciavi d' 'e centu porti; niàutri ni nni iemu pi cientu
juorna,
ogni juornu 'rapiti 'na porta, però l'urtima non l'âti a
'rapiri".
Avanti ca si nni jerru, cci lu accumannarru di nun la 'rapiri e poi si
nni jerru. Lu Riuzzu ô primu juornu 'rapíu la prima porta
e truvau 'nu bellu jardinu cu tutti li fiuri; ô secunnu juornu
vitti
'na vasca cu tutti li pisci; ô terzu, tutti aucedda; ô
quartu,
'na picca di muniti d'oru; ô quintu, 'na picca di diamanti e 'nta
l'àutri tanti cosi magnifica mirè. Arrivannu
ch'avièunu
passatu novantanovi juorna, arristava l'urtima porta. Siccomu cc' era
'na
porta tutta foderata d'oru e diamanti, la vulía 'rapiri pi
vìrriri
chi cc' era. Arrivannu all'urtimu juornu nun la potti tèniri, e
pi 'siri curiusu 'rapiu la porta e vitti 'n cavaddu magnificu. Cci
aggravaccau
e lu purtau 'n cianu. Lu cavaddu nun vulìa caminari e iddu si
misi
a dàricci corpi; lu cavaddu si misi a furriari tunnu tunnu e lu
jittau 'n terra; puoi cci dèsi 'n corpu cu la cuda e lu 'nnurvau
di l'òcciu drittu. Tutt' a 'na vota si truvau davanti lu palazzu
unn' erinu chiddi deci uorvi di l' òcciu drittu. Chiddi nun cci
lu vòsinu, e cuomu vinni 'nu bastimentu ca jia 'nt' ô
regnu
di sò patri, si nni iju.
___________
'
“
Iu avissi a ’mmazzari stu
picciuottu, e pirchì?...”
Per la terza volta il principe considera se stesso superiore al
destino. Nel primo caso questo suo tratto porta alla distruzione della
montagna di calamita, flagello per i naviganti, nel secondo provoca il
suo naufragio, nel terzo lo porta alla tragedia, e solo nel quarto, con
il proprio accecamento, significante della castrazione, torna nel regno
paterno . Ricorre in altre fiabe il motivo per il quale l’attante
volando sul dorso di un uccello, o come in questo caso trovandosi in un
mondo dominato dalla magia, non deve pronunciare il nome di Dio: ci
sono luoghi dell’esperienza nei quali il significante dei significanti
deve essere lasciato da parte. La fiaba, che in senso moderno nasce
come genere in seno al monoteismo, rappresenta in questo caso il limite
dell’onnipotenza divina, ignorando la quale si naufraga. L’attante di
questa fiaba, come i suoi parenti delle Mille e una notte (“Storia
delle tre dame e dei tre dervisci ciechi da un occhio“, storia cornice
per molte storie, all’interno della cornice di Shahrazàd,
presente in
tutte le versioni delle Mille e una notte, a partire dai manoscritti
trecenteschi) pecca di hybris, considerandosi superiore al
destino. In
termini psicoanalitici, potremmo dire che sottovaluta la coazione a
ripetere, o che tenta di evitare la castrazione. così prepara la
propria rovina. A proposito di uno dei tre dervisci della storia
citata, cfr. A. Gasparini, “
Un istante prima di
svegliarsi. Analisi
della storia del principe calligrafo”.
$
Questa fiaba testimonia, oltre a una delle
parlate
siciliane, alcuni castoni narrativo, provenienti dalle Mille e una
notte,
da riferire alla presenza araba nell'Isola. Usiamo il termine castone
per indicare un segmento narrativo che appare parzialmente scisso dal
testo
e relativamente completo. Chi intende rintracciarli veda la Storia
delle
tre dame, in diversa collocazione nelle varie edizioni, comunque
nella
prima parte della raccolta araba delle Mille
e una notte, e la storia
di Hasan di Basra. Questa
fiaba, oltre a testimoniare una parlata
siciliana, testimonia uno straordinario innesto dalle Mille e una
notte, e si presta a considerazioni sul passaggio, in entrambe
le
direzioni, fra cultura alta e bassa, fra tradizione scritta e orale. I
castoni narrativi provenienti dalle Mille e una notte potrebbero
riferirsi alla presenza araba in Sicilia, ma anche a una circolazione
colta prima, e poi trasmessa alle balie o ai servitori e quindi assunta
come parte della tradizione popolare. Usiamo il termine castone per
indicare un segmento narrativo che appare parzialmente scisso dal testo
e relativamente completo. | Diamo, a titolo di esempio, alcuni
riferimenti. “...Veni ’n auciddazzu...” questo movimento, come il
successivo incontro con le ’belle signorine” è tratto dalla
storia di
Hasan di Bassora, protagonista
di una lunga vicenda, che come
questi attanti tende a superare i limiti: partito al seguito di un uomo
che gli promette di insegnargli come trasformare in oro qualunque
metallo, si ritrova cucito in una pelle di montone e portato da un
uccello gigante su un altissimo monte. L’affermazione, troppo
frequente,
per la quale le fiabe nascerebbero orali e diventerebbero colte,
è vera
solo nel senso che l’oralità precede la scrittura. Non abbiamo
tradizioni popolari se non scritte, e i testi popolari hanno cominciato
ad approdare alla registrazione scritta almeno cinquemila anni dopo i
testi colti, e ad opera di studiosi e ricercatori a loro volta colti,
come Giuseppe Pitré. Per quanto ne sappiamo i motivi fiabeschi
si
muovono fra tradizione colta e popolare, nei due sensi: questa fiaba ne
fornisce una ricca testimonianza, per chi conosca le Mille e una notte, o voglia
leggerle per vedere gli stupefacenti
rapporti con la fiaba siciliana. La potenza del racconto è tale
che le
divisioni canoniche per la sua struttura sono come le linee di confine
per il vento.
J
La gerarchia tra forme narrative, che le ordina secondo criteri
alto/basso, autentico/artificioso, importante/secondario, corrisponde
alla gerarchia tra esseri umani, per la quale il bambino
intellettualmente sarebbe un minus habens, come la donna fino a ieri, e
ancora oggi in tante culture. Che si accordi un primato all'analfabeta
anziché all'erudito, o viceversa, che si consideri più
'vera' la
cultura dell'aborigeno australiano o quella dell'europeo contemporaneo,
si compie comunque un'operazione immaginaria, che confonde il possesso
di strumenti di potere, tecnici, economici, giuridici, con la
dignità
umana, che si basa su risorse del soggetto indipendenti da ogni
gerarchia. La fiaba si presta a considerazioni sulla trasmissione, fra
cultura alta e bassa, fra tradizione scritta e orale, in entrambe le
direzioni. E' ancora molto diffusa la convinzione
romantico-positivista, per la quale le fiabe nascerebbero orali e
passerebbero poi alla versione scritta e colta, in termini
evolutivistici. A partire da questo mito evolutivistico, che rivela la
sua inconsistenza a chiunque approfondisca lo studio delle fiabe,
nascono lamentazioni sulla perdita delle tradizioni popolari, che
sarebbero innocenti e genuine, contrapposte alla cultura paludata, ma
anche svalutazioni, perché le narrazioni popolari
rappresenterebbero
forme più primitive rispetto a quelle colte. L'insegnante
saprà
utilizzare questa fiaba per proporre riflessioni sulla gerarchia,
apparentemente fondata, in realtà immaginaria, fra forme
narrative e
canoni. | La gerarchia tra forme narrative, che le ordina secondo
criteri alto/basso, autentico/artificioso, importante/secondario,
corrisponde alla gerarchia tra esseri umani, per la quale il bambino
intellettualmente sarebbe un minus
habens, come la donna fino a ieri, e
ancora oggi in certe culture.
&
Da Pitrè, “Fiabe e leggende popolari siciliane”,
pp. 75-83. Dialetto di Ragusa Inferiore.

L' TACC'
TACCUN' D' MARIA D' LEGNA
C' steva
na famiglia, era composta di
tre p'rzon'... 'nzomma ... la
figlia,
la mogl' e ru marit'. Chesta qua (la moglia) z'ammalatt' e ricett'
vicin'
a ru marit':
-
S' m' mor' i', t'ara
spusà
chella c' tè lu rent' d'ore 'mmocca com' a me. -
Chesta, prima d' murì,
chiamatt'
la figlia e l' rett' stu rent' d'ore, e ... ropp' ... chesta è
morta.
Lu marit' eva cercann' sta femm'na ch' t'neva stu rent' d'ore 'mmocca,
e la figlia, chesta, nu r'reva mai. Faceva a magnà, pr'parava a
lu patre ... e nen r'reva maie a lu munne.
Nu
bell' iuorn' ru patr' d'
sta
vagliola z' 'ncuntratt' cu nu signore ... e ricett':
- Ma p'cchè va semp'
cuscì
'nguaiatate? - ricett'.
- Vaglie 'nguaiatate - ricett'
- p'cchè mogliema prima d' murìe;, m'è lassat'
ritt' ca m'aglia spusà una ch' tè nu rent' d'ore ... ca
ce
l'è lassat' essa. -
E stu signore ecch' ...
Gesù
c' venga! ... eva ru diav'l' ... e l' ricett':
- E la tiè rent' a la casa
e la va cercann'? - ricett'.
- E chi è? -
- E' figl'ta - ricett'.
- Ma chella nen rir' maie. -
- Nen t' preoccupà ca i',
quand'è massera, vengh' a la casa tea ... tant' pazzie ch' facc'
... chesta l' scappa la risa e tu l' vir' lu rent'. -
Quit' ch' fa? ... la sera va e
z' mett' a rir' e a ric' f'ssarie, e a vagliola ... nient', nen r'reva.
La s'conda sera l' stess'.
La terza sera po' purtatt'
n'urganett'
... tant' f'ssaire ch' r'ceva, a chesta l' scappatt' la risa. E facett'
ru patr':
- Eh, bella mea, m' t'haia
spusà!
-
- Eh ...papà, ma tu ch'
dic'? -
- No! M' t'haia spusà! -
- E vvà bbuon -
r'manett'n'
accuscì.
Quist' z' n' iett', e cesta ecch'
... 'nzomma ... z'etta spusà lu patre. Ze spusatt' lu patr' ...
la sera ca z'evena ì a durmì ... ricett' vicin' a lu
patr':
- Tu mò vatt' a
durmì,
ca ie vengh' cchiù tard' ca m'haia lavà r' pier'. -
Quist' z' iette a durmì.
Chesta 'ncalla na conca r'acqua e c' mett' r' picciun' facevan': "uh,
uh,
uh ... uh, uh, uh ...". Facevan': "mò vengh', mò vengh'",
capeva iss' rent' a ru liett'.
Chesta che fa? Z' fa la valiggia
e z' n' va ... e ru patr' asp'ttava.
Passa mezanott' e va alla cucina
e ver' sta conca ch' st' picciun' ... e la figlia z' n' iett'.
Camina e camina arriva a ru
palazz'
de lu Re. Arriva a stu palazze de lu Re e c' steva nu serve ... ricett':
- P' piacer' - ricett' -
pecchè
nen ricet' alla Mestà s' l' serv' cacche serva? - ric' - So' na
pov'ra sventurata. -
Iett' 'ncoppa queist' ecch' ...
ricett':
- Signor Maestà c'è
una povera donna qua sott', va cercann' servizie ... s' la vulet'
piglià
... -
- E facet'la entrà -
ricett'
lu Re. - Tenemm' ru povere pollaie ca nen c' sta nisciun'. -
Va 'ncoppa chesta qua e ...
ricett':
- Bongiorn' signor Maestà,
l' t'net' cacche pustariegl'? -
- Scì, scì -
ricett'
- t'neme ru pollaie abbandunat', e t' c' m'tttemm' rent'. -
Z' la mett' là rent',
chesta
qua, e assist' ru pollaie, e cose ...
La matina, quand' purtava l'ova
a ru palazz', ca faceva la r't'rata d'll'ova, c' steva ru Princ'p' ...
chesta eva tutta sporca, sennò nen c' rev'n cumpassion' ... ieva
'ngoppa e r'ceva:
- Bongiorn' signor Maestà!
-
- Bongiorn' ... com' t' chiam'?
-
- M' chiam' "Tacc' taccun' d'
Maria
d' legna" - 'nvec' chella s' chiamava Maria.
Quist' ch' fa? Steva a pulir'z
l' scarp' ... mentr' s' pulisce l' scarp', ricett' quist':
- Stasera vaglie da balle. -
Facett' chesta:
- Pecchè nen m' c' puort'
pur' a me? - ricett'.
- Ma vavatten'! Addonda a ra
ì,
brutta zuzzosa. - E r' mena la spazzola appriess'.
Chesta z' piglia la spazzola e
z' la porta.
Ru iuorne appriess' ... z' steva
a lavà r' rient'. Chesta porta l'ova:
- Bongiorn' signor Maestà!
-
- Bongiorn' Tacc' taccun' d'
Maria
d' legna! - faceva quist'.
Facett' essa ... ricett':
- Beh, stasera andò va?
-
- Eh, stasera vaglie a la balle
nata vota. -
- P'cchè n' m' c' puort'
pur' a me? -
- Ma vir' a donda a ra ì,
brutta zuzzosa! - E r' menatt' ru spazzuline, ca c' s' steva a
lavà
r' rient', appriess'.
Chesta z' ru piglia e z' ru porta.
Lu terz' iuorn', quand' iett' a
purtà l'ova, z' steva a mett' l'ur'logge. E quand' intratt'
ricett':
- Bongiorn' signor Maestà!
-
- Bongiorn'... - ricett' - ma
p'cchè
nun t' pulisc' nu poch' ... t' lav' ... tu sci na bella ragazza -
- Uh ... signor Maestà ...
rent' a ru pollaie ... ch' c' pò sta? C' sta la cacazzella, la
p'rucchiella,
la munn'zzella, ch' c' pò sta? ... I' a ra sta semp' sporca,
s'nnò
com' facc'!? Chi cummanna ch' ru pollaie ... -
Ricett':
- Li vì, tu putiss'
venì
a ballà. -
- E p'cchè nun m' c'
puort'?
-
- Camina ...1 - E l' menatt'
l'urullogg'.
Chesta z' ru piglia e z' ru
porta.
Z' porta stu 'rullogg', e chesta può, quand' ca è la
sera,
chesta ch' fa? Piglia, z' pulisce per bene e iett' a ra balle ... iett'
a ra balle, e mentre abbalav'n' tutt' quant', come v'rett' chesta qua,
ru Princ'p' z' la piglia e z' la mett' a ballà ... e tutt'
quant'
rimaniett'n' ... no ...
P'nzatt': "E andò è
sciuta sta bella vagliola? Andò n'è sciuta?"
Z' r' mett' a ballà, e
iss'
ricett':
- E come ti chiam'? E come ti
chiam'?
-
Prima de la mezzanott' ...
ricett':
- Mi chiam' "Spazzolappress' "
- e z' n' scappatt'.
Quand'è la matina ca iett'
'ngoppa a purtà l'ova, ricett':
- Bongiorn' signor Maestà!
-
- Bongiorn'! -
- Beh ... ti sci divertit' ier'
sera? Scì iut' a ballà? -
- Scì! Ma s' vir' ch'
bella
ragazza è m'nuta! -
- Eva bella? Eva bella? E comma
si chiamava? -
- Eh ... si chiamava
Spazzolappress'
... Oh ch' nom'! -
- Tutt' li nom' so' r' Die -
facett'
sta vagliola.
La s'conda sera quand' chesta,
l' stess', iett' a ballà, z' m'ttett' n'atra abbite cchiù
bell' ancora. Mentr' ca essa abballava, rimanev'n tutt' incantesimate
...
p'cchè verev'n sta vagliola.
Quist' com' ver' chesta z' mett'
a ballà ... ma prima d' la mezanott' eva sempr' riturnà
alla
casa, essa.
Va alla casa ... lamatina piglia
l'ova e l' porta.
- Bongiorn' signor Maestà!
-
- Bongiorn'! -
- Beh signor Maestà vi
siete
divertit' ier' sera? -
- Eh ... tant'! -
- E' m'nuta chella vagliola? -
- Eh ... era chiù bella
del solite ... era bella assà proprie. -
- Ah ... ma t' piac'? -
- Eh ... scì, è
bella
proprie assà. -
- E com' s' chiamava? -
- Eh... si chiamava
Spazzolinoappresso.
-
- Oh, ch' nome! Ieri Spazzola e
stasera Spazzolino. Beh - ricett' - tutt' l' nom' so' di Dio -
Ricett' quist':
- Ma ch' t' mangie tu, il giorno?
-
- Eh ... che m' magn'? M' magn'
l' tacc' taccun', l' tacc' taccun'. -
- E come t' l' magn'? - ric' -
Rent' a ru pollaie c'è spuorch' -
- Eh ... signor Maestà,
a l' tacc' taccun' c' sta la pirucchiella, la munn'zzella, la
cuzz'chella
... com' vienn' m' l' magn' - ricett'.
E quir' remaneva, no.
Ecchet' ca ru terz' iuorn' essa
piglia ... la sera ... e va a ballà. E z' mett' n'atr' abbit'.
Va
a ballà, come va là iss' nen c' v'rett' ... z' rett' a la
pazza gioia. Ch' quist, quande l' rett' lu spazzuline, già
cummenzatt'
a immagginà ... ric' ... "La spazzula e ru spazzuline. Come va
stu
fatt'? E chesta non sacc' chi è".
Ricett':
- 'mbè ... com' ti chiam'?
com' non ti chiam' ... -
- Mi chiam' Ur'lloggeappriess'.
-
E quist' z' rett' a li furie.
Essa
s' n' scappatt'.
Quande fu ru iuorn' appriess',
cumenzatt' a chiamà la mamma:
- Mamma, voglie l' tacc' taccun'
d' Maria d' legna! Mamma, voglie l' tacc' taccun' d' Maria d' legna! -
Allora la Regina va.
- Figlie, ma tu che dic'? Penza
ca là è un pollaie. E' spuorch', c' sta la cacazzella, la
munn'zzella, la pirucchiella, la cuzzichella ... -
- Voglie l' tacc' taccun' d'
Maria
d' legna! -
Chesta puv'rella va sott'. Essa
... 'nzomma ... vutta vicin' a la porta. Quand' chesta ricett':
- Nu moment' Maestà! Nu
moment' Maestà! -
P'cchè chesta quand' steva
rent' a ru pullaie z' v'steva per bene ... p' nen s' fa vedè,
s'innò
nen r' rev'n' cumpassion' ...
Allora chesta, mod' e maniera d'
z' spiccià, ca z'eva vistì n'atra vota sporca. Ascett'
fore
... ricett':
- Ordinate signor Maestà!
-
- Guarda ca' mio figlio
l'è
v'nuto voglia d' tacc' taccun'. L'aveta fa vu e c' l'aveta
purtà.
Mò ve raccumann', pulet'v' nu poch', sa comm'è, rent' a
ru
pollaie ... -
- Eh, signor Maestà, com'
vienn' z' l' magna. E ch' pozz' fa? Rent' a lu pollaie c' sta la
cuzz'chella
la pirucchiella ... chell' com' vienn' z' l' magna. -
Chesta che fa? Piglia e faa
magnà.
Fa st' tacc' taccun', l' mett' rent' a na 'nzarat'rella, e sott' a la
'nzarat'rella
c' mett' la spazzola. L'abberrita e l' porta 'ngoppa.
Allora quist' qua, iett 'ngoppa
... Com' levatt' la 'nzalatiera d' l' magnà, v'rett' la
spazzula.
E ... cchiù ssà cumenzatt' a alluccà:
- Mamma voglie l' tacc' taccun'!
Mamma, voglie l' tacc' taccun'! -
E allora la mamma va tutta
spav'ntata.
Ric':
- Ma ch'è suciess'?
- Mamma voglie l' tacc' taccun'!
-
- Ma com'? Mò t'
l'è
purtate. -
- Voglie l' tacc' taccun'! Voglie
l' tacc' taccun'! -
Chesta ch' fa? va' n'atra vota
sott' ... ricett':
- Maria, ma p' favor' - ricett
- vò l'atre tacc' taccun' mio figlio;; mò, t' racumann',
fall' pulit'. -
- Eh, signora Maestà, com'
vienn' ze l' magna. Com' vienn' ze l' magna. Rent' a lu pollaie
è
tant' spuorch'. Ch pozze fa!? -
E sta puv'rella, piglia e fa
l'atre
tacc' taccun' e l' porta 'ngoppa. E sott' a la 'nzalatiera c' mett' ru
spazzulin'. Quand' va 'ngoppa, quist' magna.
Ru iuorn' appriess' nen chiamava
cchiù: "voglie l' tacc' taccun' d' Maria d' legna", ma ...
- Mamma voglie Maria d' legna!
Mamma voglie Maria d' legna! -
Allora la mamma iett' ... tutta
cosa.
- Ma ch' t'è succiess'?
-
- Mamma i' voglie Maria d' legna.
Voglie gl'atre tacc' taccun'. Va'! Va'! Vacc'l' a dic'! - (Ivi)
- Ma com'? -
- Va'! Va'! Voglie l' tacc'
taccun'!
-
Va sott' ... ricett':
- Maria, t' racumann' ca figl'm'
vò gli atr' tacc' taccun'. -
- Eh ... signor Maestà,
nen t' preoccupà. -
- Chesta ch' fa? Accappa e fa st'
tacc' taccun'. Sott' a la 'nzalat'rella c' mett' l'or'llogg'. Quand'
iett'
'ngoppa ... quist' ricett':
- Mamma voglie prota Maria d'
legna!
m' l'ara ì a piglia! Voglie Maria d' legna! -
- Chesta va sott' ... iett' lu
Re e v'rett' da ru buch' d' la porta a che condizione steva chesta.
Quand'
iett' a ru buch' d' la porta verett' ca chesta eva na Reggina rent' a
quire
pollaie. Faceva la finta fatta fore, ma rent' ze vesteva comm' s' deve.
Quand' quist', lu Re, ricett':
- Maria, apre chesta porta! -
- Nu moment' Maestà. Nu
moment' Maestà.
- No! Ti ho dette apre la porta,
sinnò adess' scass' la porta. -
- Un moment Maestà. -
- E' inut'l' ch' tu dic': "Nu
moment'!
Nu moment'!" Devi uscire comm' t' trov'. -
Chesta quand' esce for' ...
arr'manett'
... ricett':
- Signor Maestà, pe'
cortesia,
nen m'ammazzat' - ricett'.
- E pecchè? - ricett'.
- A me, m'è succies'
accuscì
e accuscì. Me dovett' sposà mio padre e allora i' m' n'
sò
scappata, e sò chiest' nu piccol' post' qua ... oh. E quind' i'
m' trov' a disagie. -
- I' t'ammazz' a te? Mio figlio
è sciut' pazz' p' te. A ra minì sopra. -
E ... quand'è ... la
purtatt'
'ngoppa. E ... quisst' ... pò z' spusar'n'.
____________
'
La fiaba vale come testimonianza di due cose:
a livello popolare l'incesto è rappresentato come agito da parte
dei genitori, rispetto ai quali il giovane riesce eroicamente a
sottrarsi.
Rappresenta inoltre come nell'incontro con l'altro sesso si giochi la
liberazione
dall'incesto. Da parte del principe la scelta dello sporco di Maria
contraddice
la regina, egli si distacca quindi dalla madre come Maria si distacca
dal
padre, e la loro liberazione coincide col loro incontro (v. A.
Gasparini,
La
luna nella cenere)
&
Mauro Gioielli,
Fiabe, leggende e racconti popolari del
Sannio. 1993; pp. 456-462.

PETIT MENIN
Na
volta a j'era n'omnetin cit cit,
pì cit che 'l dil
marmlin
ch'as ciamava Petit Menin.
Ël
sò travaj a l'era col èd fé le scarpe ai grij, e
pèr
lòn chiel a virava sempre 'dsà e dlà. Pèr
fesse
sente da coj che a l'avìo damanca 'd chiel, a crijava:
"Sinch
sòld e mes la sòla,
doi
sòld e mes la trà,
trolla
rilla rà,
sinch
sòld e mes la sòla,
doi
sòld e mes la trà,
trolla
rilla rà".
Un bel di, antramentre a l'era
lì
an camin ch'a smonìa sò travaj,
a son passà da lì ij làder che a l'han dije: "It
veusto
'dco vnì con noi?".
"E
andoa ch'i 'ndeve?" a l'ha arbatù Petit Menin.
"Andoma
a robeje 'l pan al masoé ch'a l'ha apen-a falo, ven con noi e it
vèddras che it saras peui nen malcontent".
Alora
Petit Menin a l'é partì 'dcò chiel con lor anvers
la cassin-a.
Quand
che a son arivà an sèl pòst, a l'han
èspetà
che a fussa bin èscur e peui, pian pian, a son arambasse a
l'uss dèl grané andoa a j'era la grà dèl
pan.
L'uss dèl grané a l'era sarà da drinta con la
ciav,
e ij làder, ch'a l'avìo già pensalo prima e a
j'ero
mnasse Petit Menin dapress pròpi pèr deurbe l'uss, a
l'han
dije: "Adess noi it butoma drinta 'l pèrtus èd la
saradura;
ti it intre, it deurbe la pòrta e parèj introma
'dcò
noi; ma fà mach bin atension a nen fé bordel
dèsnò
'l padron as dèsvija".
E
parèj a l'han fàit. Petit Menin a l'é passà
da la saradura, a l'ha durbì l'uss e 'dco ij làder a son
intrà 'nt èl grané.
Quand
che a son èstàit lì, a l'han dije a Petit Menin:
"Ti
ch'it ses linger; it monte an sla grà a campé giù
le miche dèl pan, e noi da sota i-j butoma drinta ji sach. Ma
fà
bin atension a nen fé romor".
Petit
Menin, quand che a l'é stàit ansima dla grà, a
l'ha
pensà la manera 'd fé ciapé ij làder con le
man ant èl sach, e a l'é butasse a crijé:
"Belessì
'd pan a-i na j'é 'd tute qualità! Col che i campo? Col
èd
gran? Col èd melia? O col èd barbarià?"
E
ij làder da sota:
"Ma
stà ciuto! Fà nen bacan! Dèsnò 'l padron an
sent! Comensa con col èd gran!
E
Petit Menin da dzora:
"I
l'eve dit col èd melia?"
"Ma
nò! prima col èd gran!".
"A
sì, va bin i l'hai capì, col èd barbarià!"
"Ma
nò, ma nò! I l'oma dite prima col èd gran!".
Alora
Petit Menin a l'ha ancaminà a campé giù le miche
an
fasand un bordel da forca, tant che 'l padron a l'ha sentù e a
l'é
sautà giù dal let, e ij làder a l'han dovù
scapé pì che ampressa pèr nen fesse ciapé,
e a l'han lassà lì Petit Menin che l'avìa guastaje
la frità.
Antant
chiel con soe gambètte curte a l'avìa pa podù
fé
tanta stra; a l'era mach arivà fin-a 'nt la stala, e lì a
l'era stèrmasse sota 'n bron èd fen ant la grèppia
dnans ai beu.
La
neuit a l'era ancora longa, e quand che a l'é stàit tut
ciuto,
con èl tèbbior èd la stala, Petit Menin a
l'é
andurmisse.
A
la matin, quand ij beu a son dèsvijasse, a son butasse a
mangé
'l fen, ma, ansema al fen, un beu a l'ha 'dcò mangià
Petit
Menin.
Apen-a
a l'é stait ciàir, èl garson dèl padron a
l'é
andàit a giové ij beu pèr andé a
lauré;
e quand che a l'é arivà 'nt èl camp a l'ha tacaje
al voltin peui a l'ha crijaje: "Uh! Uh!".
Ma
Petit Menin da drinta a la pansa dèl beu a l'ha crijà:
"Heu!
Heu!".
Ël
garson a l'é stàit anterdoà; chiel, lì, a
l'era
mach da sol; chi a l'era che a l'avìa crijà: "Heu?". Ma
peui
a s'é disse 'n tra 'd chiel: "Ma! A sarà mach
èsmijame
'd sente".
E
a l'ha torna brajà: "Uh! Uh!". E ij beu stavòlta a son
partì.
Peui,
vist che ij beu as n'andasìo tròp a drita a l'ha crijaje:
"Tale! Tale!".
E
Petit Menin da drinta a la pansa dèl beu: "Cisste! Cisste!" e ij
beu a scotavo Petit Menin, e 'l garson a peudìa pì nen
fene
gnun bin.
Tut
èsbaruvà a l'é butasse a core a la cassin-a e a
l'ha
dije al padron: "Mi a lauré i vado pì nen
pèrchè
ij beu a parlo!".
"Còsa
it l'ha dit?".
"I
l'hai dit che ij beu a parlo; e mi i l'hai paura; e a lauré i
vado
pròpi pì!".
"E
già" a l'ha rèsponduje 'l padron "adess ij beu a
parlaran.
A son pa 'd person-e. Ora i vado mi a vèdde".
E
così a l'ha fàit.
Ma
quand che 'l padron a l'é stàit ant èl camp e a
l'ha
provà a comandé ij beu, a l'é 'dcò capitaje
lòn che a l'era capitaje a sò garson!
Alora
pì che ampressa a l'ha dèsgiovà ij beu e a l'ha
mnaje
'nt la stala; peui a l'ha ciamà 'l garson e a l'ha dije: "It
l'avìe
pròpi rason, ij beu a parlo! Chi sà mai che maledission a
l'avran a còl! Và mach sùbit a ciamé 'l
maslé,
disje ch'a ven-a sì che mi i veuj vendije ij beu, e i veuj che
a-j
massa sùbit, sùbit belessì: mi i veuj pa ch'a-i
rivo
dij maleur an mia ca".
Quand
èl maslé a l'é a l'é arivà, a son
butasse
d'acòrdi an sèl pressi, e peui, come a l'era 'nt ij pat,
a l'ha massaje belelì; a l'ha fàit ij quart e a l'ha
portaje
via lassandje lì le tripe.
Ël
padron alora a l'ha dije a la sarventa. "Và a la bialera a
lavé
le buele, parèj ancheuj mangioma le tripe".
La
sarventa a l'é andàita a fé 'l travaj che 'l
padron
a l'avìa comandaje, e a l'ha 'ncaminà a lavé le
buele;
ma, tut ant un moment, a l'ha sentù 'n crij: "Fà pian,
fà
pian che it im fas mal!". A l'era Petit Menin ch'a l'era ancora drinta
a le buele e a l'avìa crijà quand che a l'era sentusse
sgnaché.
Chila,
sentù 'l crij, a l'é mach pi scapà a ca dal
padron,
sburdìa, e a l'ha dije: "Padron, padron, le buele a parlo!".
"Ebin",
a l'ha rèsponduje chiel, "lassje mach sté là; le
tripe
i-j mangiaroma peui n'àutra vira".
Apen-a
la sarventa a l'era andàita via da la bialera, a l'é
passà
da lì 'l luv che, sentù 'l bon odor èd buele
fresche,
ant un moment a l'é mangiassje tute, e parèj 'cò
Petit
Menin l'é andàit a finì 'nt la pansa dèl
luv.
Ël
luv, quand che a l'ha sentù crijé lòn, a
s'é
butasse a core e a scapé tant come a pudìa; ma pì
'l luv a corìa pì Petit Menin a crijava; e cor e cor,
squasi
ch'a-j mancava 'l fià; e antant a l'era arivà sla riva 'd
na bialerassa e a l'avìa gnanca pì la fòrsa 'd
sautela.
A l'era fèrmasse pèr pijé 'n pò 'd
fià;
ma come a l'era fèrmasse, Petit Menin a l'ha tornà
brajé:
"Ciapé 'l luv! deje al luv! ciapé 'l luv! deje al luv!".
Ël
luv pì sbaruvà 'd prima a l'ha mach pì
baronà
le pòche fòrse che a l'avìa 'ncora, e l'ha
pijà
lè slans pèr sauté la bialerassa e an fasand
lè
sfòrs a l'ha tirà 'n pèt e Petit Menin a
l'é
trovasse bele setà an sla dla bialera e l'é torna butasse
a canté:
"Sinch
sòld e mes la sòla,
doi
sòld e mes la trà,
trolla
rilla rà,
sinch
sòld e mes la sòla,
doi
sòld e mes la trà,
trolla
rilla rà".
Ël
luv, sautà la bialerassa, a l'era giumai lontan; ma a l'era
sburdì
a tal manera che a continuava a core, e forse a corerà ancora
adess.
________
'
La
storia di Petit Menin è diffusa in tutto il mondo, e rappresenta
il
primato dell'umano sul ferino. In questa versione piemontese è
accentuato il valore della parola, grazie alla quale l'uomo minuscolo,
come ogni essere umano è piccolo di fronte al destino e alla
storia,
riesce a far scappare e spaventare briganti e lupi, a far rinunciare
alla mangiata di trippa, e infine torna dalla sua terrificante
avventura - come un mini-Ulisse di fiaba - e riprende il suo lavoro e
il suo canto di calzolaio per grilli.
In senso psicoanalitico si annota solo questo: il fantasma di
reinfetazione è uno dei più terrificanti, e questa fiaba
rappresenta
come il soggetto può venirne a capo. Il bambino dà
parola, insieme a
Piccolo Mino, all’angoscia dovuta alle proprie tendenze regressive. Si
osservi che è grazie alla parola che il soggetto della fiaba
mette in
fuga i ladri, si libera dal ventre del bue e da quello del lupo.
$
Nel testo un Errata Corrige avverte di un errore
a causa del quale quasi tutte le "e" semimute, che dovevano essere
stampate
con la dieresi (ë) figurano
erroneamente
nel testo con l'accento grave, mentre le maiuscole (Ë) sono
stampate
in modo corretto. Facciamo parte dei lettori purtroppo non in grado di
orientarsi
con sicurezza in questioni di questo genere: qui come altrove abbiamo
pertanto
optato per la riproduzione meticolosa della grafia adottata dalle
diverse
edizioni. Altrettanto abbiamo fatto per i segni di interpunzione.
J
Ci
pare che,
qui come in altre fiabe, la straordinaria varietà dei segni di
interpunzione
possa costituire un'occasione preziosa per l'insegnante: le regole
cambiano
incessantemente, e l'errore di ieri diventa la regola di oggi o di
domani,
o viceversa. Proporre agli alunni questo concetto li libera da un'idea
rigida e paludata della lingua, e li avvicina al senso della
contrattazione
che, come ogni relazione, esige il rispetto delle regole e delle
convenzioni,
mentre la fede cieca nella perfezione definitiva delle regole vigenti
costituisce
un superio inutile nei processi di apprendimento. Con gli alunni della
scuola dell'obbligo l'osservazione permetterà di invitare
all'apprendimento
delle regole di scrittura liberando il bambino dal moralismo
dell'opposizione
astorica giusto/sbagliato, che causa tanti errori di ortografia,
spiegando
che di una preziosa convinzione si tratta, non di una verità
assoluta
come le tavole della legge per il popolo eletto. Con gli studenti di
scuola
superiore si potrà invitare a una riflessione sulla maggiore o
minore
efficacia dei segni nel riprodurre il parlato, osservando come si tenda
sempre alla soluzione più economica, più semplice. Per
questa
ragione è così diffusa l'abitudine fastidiosa di
sospituire
alla parola 'per' il segno di moltiplicazione, tanto che negli appunti
degli studenti universitari ci si può trovare di fronte a forme
scritte come xciò o
xché, per perciò
o perché, e anche +
o
- per più o meno. Non si può escludere
che
la regola di domani includa queste semplificazioni, che ogi però
stanno al 'galateo' della scrittura come mangiare con le mani sta
all'abitudine
di usare le posate. Se lo studente viene invitato a comprendere una
convenzione,
una regola che risulta da un complesso patteggiamento, non si
porrà
di fronte ad essa come di fronte a una autorità genitoriale,
castrante
rispetto alla sua 'creatività'. Non esiste possibilità
creativa
senza consapevolezza e controllo delle regole.

IS
TRESGI BANDIUS
Nna
borta ci fiat unu mariru e una mulleri, chi no tenianta fillus. Issa
teniat
unu sprigu chi dogna di domandat: - "Sprigu miu rotundinu, atra bellesa
c'est in su mundu si no mei?" - "No", di narat su sprigu. Eccu chi
s'incontrat
gravida, benit a partudire e fait una pipia bellisgedda cantu mai.
Domandat
a su sprigu, comenti fiat solita: - Sprigu miu rotundinu, atra bellesa
c'est in su mundu si no mei?" - "Sì, Granadina." Custu fiat su
nomini
de sa pipia. Issa no podia soffriri chi sa filla fiat prus bella de
issa,
e sempri chi domandat a su sprigu, di arrispundiat: - "Sì,
Granadina."
Una di zerriat unu serbidori, e di narat: - "Tui deppis fai su chi
cumandu
deu, o ses mortu." - "E ita?" - "Mi deppis bocciri a Granadina cun sa
scusa
de da portai a fai una passillara in carrozza; candu ses in mesu de sa
campagna, da boccis, e po signali mi portas su dirigeddu, e una
bottigliedda
de sanguni." - "Ma, comenti da pozzu burlai? est giai mannittedda,
tenit
ott'annus." - "Basta", di ripittit issa, "o da boccis, o sa vida tua
est
accabara." Su serbidori attaccat sa carrozza; si poninti in camminu, e
candu fianta attesu, Granadina hat nau a su serbidori: - "Naramì
sa beridari; mamma mia mi bolit sperdi, no est berus? boccimi una borta
chi tenis cust'ordini." - "No", di narat su serbidori, "no est berus,
est
po fai una passillara." Arribanta, e Granadina cund unu coraggiu: -
"Boccimì.
Ma puita no bolis fai s'ordini chi t'hat donau mamma mia?" - "No tengu
coraggiu, prus prestu pongat su dirisgeddu asua de custa bottiglia."
Issa
ponit su diru, issu du segat, e prenit sa bottiglia de sanguni; apusti
si du fasciat, e d'hat nau: - "Atturidi innoi chi deu di portu su
pappai
dogna dì." Granadina di narat chi sì, e si ndi bandat.
Torrat
a domu, e sa meri d'hat domandau si d'iat boccia, e issu arrispundit: -
"Sissignora, e po tali signali d'happu portau sa bottiglia cun su
sanguni
e su dirisgeddu." - "Bravu!", di narat sa meri, e bandat a domandai a
su
sprigu: - "Sprigu miu rotundinu, atra bellesa c'est in su mundu si no
mei?"
- "Sì, Granadina." E issa narat tra ssei: - "Est morta
Granadina,
e narat sempri chi est issa sa prus bella, e bolit nai chi no d'hat
boccia."
Su serbidori dogna dì portat su pappai a Granadina; e aici
fianta
passaus atrus ott'annus. Un dì Granadina arroscia si ponit a
girai
po sa campagna e si perdit; biri de attesu comenti est una domu, sighit
a camminai, e arribat, candu biri sa mesa posta cun tresgi postus,
cioè
tresgi bottiglias, tresgi panis, tresgi prattus, e in cusgina unu
schironi
de pezza po arrustiri. Girat totu sa domu, e no ci fiat nisciunus;
allicchirit
totu su logu, preparat sa pezza, e si pappara unu arrogheddu de dogna
pani
e unu diru de binu de dogna bottiglia. Apusti accabau totu, si nc'
intrat
asutta de unu lettu. Eccu chi beninti tresgi ominis; custus fianta
bandius,
candu hanti agattau totu allicchiriu su logu, su pappai prontu e unu
pagheddu
de binu e unu arrogheddu de pani mancanti, hanti nau: - "Innoi ci
deppid'
essi calinqunu pilloni, e du deppeus acciappai." - "Atturu deu", narat
unu; atturat ma foras de sa porta creendi chi benghessi de sa ruga;
issa
bessit, fait totu comenti sa dì innantis, e si nci torrat a
intrai
asutta de su lettu. Beninti is bandius, incontranta totu fattu, narat:
- "Ah stupidu! non ses bonu pi fai sa guardiia." - "Cras atturu deu",
narat
un autru. S'uncras atturat custu, e cudda fait su propriu de is atras
dis.
Beninti is bandius. - "Ita has fattu?" - "No happu bistu a nisciunus
intrai,
seu atturau senza dem i movi foras de sa porta, ma no happu poziu
oberri;
deppid' essi aintru, puita de sa porta no est intrau genti." - "Ba,
cras
atturu deu", narat su prus anzianu, su capu de is bandius, "basgi chi a
meino mi burlanta." S'uncras atturat custu, ma aintru de sa domu, candu
indi biri bessiri de asutta de su lettu a Granadina; fiat bella mera.
Candu
biri a su bandiu narat: - "Una grazia di domandu, de no mi bocciri"; e
d'hat contau sa storia sua. - "Bai", d'hat nau issu, "no tengas paura
chi
tui has a essi trattara comenti una sorri; imoi fai totu comenti is
atras
dis e intradinci asutta de su lettu. Is atrus fainti su chi bollu deu,
puita chi seu su prus anzianu, e mi teninti tanti rispettu comenti chi
fessit babbu unzoru." Issa fait totu, e si nc'intrat asutta de su
lettu.
Ecci chi beninti is bandius. - "Ebbeni it' hat fattu?" - "Su pilloni
d'happu
cassau, fiat aintru." Pigat e indi spiccat unu crocifissu chi tenianta
appiccau aund'est is lettus, du ponit asua de sa mesa, e dis narat: -
"Giurai
asua de custu crocifissu chi a custa picciocca chi est begna innoi
d'eis
a tenniri comenti una sorri." E giuranta totus. Torrat su
crocifissu
aundi fiat, e da fait bessiri; candu d'hanti bista, funtiu atturaus
incantaus
de sa bellesa de Granadina. Di bolianta mera beni, da tenianta bestia
beni,
no di fianta mancai nudda. Su serbidori candu esta andau a di portai su
pappai, no d'hat incontrara, e hat cretiu chi d'essinti pappara is
bestias
ferozis, e indi fiat mera dispragiu. Una dì Granadina di nanta
is
bandius: - "Bestirì beni chi ti portaus a unu paisi accanta, chi
c'est una festa e nosu beneus a ti pigai." Isdsa si bestit, e
s'affacciat;
in custu mentris passat una femmina chi bendiat scarpinus totu ricamaus
in oru; pigat issa e da zerriat, e si ndi misurat una pariga; comenti
si
nd' intrat unu, di mancat su respiru; si ponit s'atru, e arrui a s'atra
parti. Cussa femmina si nd'est andara; eccu chi beninti is bandius po
da
portai a sa festa e d'ancontranta morta, si poninti a prangi e subitu
di
fainti unu nicciu di fainti ponni unu birdi, e da poninti in sa porta.
Una dì passat su fillu de su rei, da
pigat, da ponit in carrozza
e da portat a palazzu, zerriat unu serbidori e da fait ponni in
s'apposentu
suu. Dogna dì, candu bessiat, lassat sa crai de s'apposentu
appiccara.
Una dì sa mamma iat nau: - Bollu oberri s'apposentu de fillu
miu,
po biri ita ci tenit, chi no biu prus bessiri." Bandat e biri cussa
picciocca
sdraiara in su sofà, e narat tra issa: -"Po cussu est chi no
bessiat
prus, teniat arresgioni"; e indiddi bogat unu scarpinu po du biri, e a
sa picciocca torra su respiru. In custu mentris benit su fillu, e
domandat
a sa mamma puita iat obertu; sa mamma di arrispundit: - "Happu obertu
po
biri ita ci teniasta, chi no t'happu bistu prus bessiri; imoi ti dongu
arresgioni, e bollu chi da sposis." Totu cuntentus si preparanta po su
sposaliziu, sa sposa iat combinau a is bandius, puita chi d'ianta
trattara
beni mera su tempus chi ci fiata istettia, e no si ndi potiat scaresci.
Si sposanta e atturanta in palazzu.
____________
'
La nascita della figlia
implica la morte della madre. La tragica opposizione tra madre e figlia
è molto rappresentata nelle fiabe antiche e popolari, e
rappresenta
il lato oscuro della nostra idealizzazione della donna come madre. Si
osservi
come i banditi di Granadina stiano al posto dei nani di Biancaneve:
esseri
maschili il cui rapporto con la ricchezza materna è separato dai
rapporti della reggia, della comunità umana. I nani, a parte la
loro connotazione fallica, estraggono dalla terra le sue ricchezze, e i
banditi si appropriano di ricchezze altrui. Non essendo soggetti alle
leggi
consensuali, vivendo ai margini, possono dare a Granadina e a
Biancaneve
un tempo per crescere. Il particolare del piccolo boccone che prendono
dal cibo destinato ai nani/banditi rappresenta un nutrimento non
vorace,
quindi bonificato in questo particolare mondo maschile, staccato dalla
voracità mortifera della relazione fra madre e figlia.
(Anche per
questa
fiaba, v. A. Gasparini,
La
luna nella cenere).
La permanenza presso i nani è stata via via interpretata, con
brutalità
veterofreudiana, come sessualità autoerotica, per la connessione
fra i
nani, i Dattili, e i Cabiri. Meno riduttivamente può esere
intesa come fallicismo del soggetto
femminile, al quale mancano elementi di identificazione
positiva col materno.
$
Consideriamo questa
fiaba come una versione del tipo
Biancaneve, ma non pensiamo
che
dipenda dalla pubblicazione della fortunata versione dei fratelli
Grimm.
Esiste per questa storia un modello antico, già presente nel
romanzo alessandrino
Hystoria Apollonii regis Tyri, dal quale
Shakespeare trasse
Pericles
Prince of Tire.
&
Novelline
popolari sarde, 1890; pp. 71-75 (Dialetto campidanese)

LA BELLA
DI LI SETTI CITRI
Gnë
cherë
e gnë cherë isc gnë
Reggh;
chi Reggh nchë chisc bij e i qa
Tinzotit se na chisc bij bën
të
rijq për stat viet vaj. Si
scùan
nënt muaj pati gnë bir e riodi
vajët për stat viet.
Gnë dit në tierat, vate
gnë plach me gnë picer sa mjiq
vajë
ma vajët chisc sosur e nëmi atë Reggh;
e gheggh diali cë chisc stat viet e sturi gnë bocë, e i
ciaiti rogghièn. Placa e nëmi, e i qa:
- "Catëmarsc
la Bedda di li setti ciitri." U rit diali, e jati
de' t'e martocë më gnë
vajzë më ebucura e corës.
Ma
diali
i qa: - U ca të mar: la
Bedda
di li setti citri." Vate diali për në corët,
e scich dizzà narënza, e
nca gnë ci scich e pris e digl
gnë
copile. Preu pran më të maden e doli gnë copile, c' isc:
la
Bedda di li setti citri. U puqën
me vaizën, e i biri i regghit i
qa:
- Ti rri ctu se u vete marr gghinten time e vemi te cora
ime; vaizà i qa: - "Na jot
ëmë
të chërcon criet ti carrone
nga cu." Diàli vate té cora
e tiic e i qa
gghrivet se gghieti nusen, e lodët u stu sat flij e ejëma i
chërcoi
criet e diali carroi nusen.
Vur për mua. La
Bedda di li setti citri mi gnë narënz
pris dëndrin; ma dëndri nchë vic.
Danz arvugamis, te cu isc la
Bedda di li setti citri isc gnë crua e atiè vij
gnë
scave të mbloj nziren. Chëjò scave vërrechej
te ujt e i ducu se isc e bucur, se la Bedda di li setti citri
duchej
te ujt, e i ducu scaves se isc ajò. Stu nziren e u uj te croi. Ma
cur
pa atë vaiz mi
narënzën
i pieti ci buj atiè e ajò i qa,
se priis dëndrin.
E cë buri scavìa?
bë
té vij post la Bedda di li setti citri sat e crich.
Scàvia gnë chisc
gghilpur
i fataarmë e ja ndenti te criet e la Bedda di li setti citri
u bu zogg. Ma gnë dit në tierat i biri regghit u
cuitua
nca nusia, e vate t' e mirrës. Ma cur pa scaven për la
Bedda di li setti citri i pieti si cle se u bu e zezë;
e ajo i qa, se dìali e buri
astù.
I biri regghit chieghi nusen te
cora.
Jerdi dita cur chisc martoscin; burri cë buj të ngrënt
pa
gnë zogg cë chëndoj.
"Cocu cocu di la
cucina
Chi fa lu Re cu la Riggina?
Chi si pigghiau la scava
Pi la bedda di li setti
citri."
Aï burr jà qa
birit të regghit, e chindruan, se chisc zëjin
atë zogg. Te dita pran e zun
e i nzuartin gghilpurn, e zogga u bu
la
Bedda di li setti citri.
I biri i regghit bë të
dogghën më dri të gnoma scaven; eu martua cu
la
Bedda di li setti citri.
Atà rruan e
trasguan,
e na chëndruam si ur
të
sciuam.
___________
$
I caratteri greci riportati nel testo raccolto
da Pitrè suonano così:
c=kh;
q=th;
z=z;
d=d.
Ha raccolto e tradotto il testo per lui, come avverte Pitrè il
“...signor Gerardo Bennici in Piana de’ Greci, una delle Colonie
Albanesi di Sicilia a 16 miglia da Palermo. [...] La versione italiana
è fatta letteralmente, ciò che di necessità la
rende un po’ inelegante; ma per questo il bravo raccoglitore, a cui
attesto pubblicamente la mia viva gratitudine, invoca la indulgenza
degli studiosi” (Pitrè, cit. p. 283)
'
Al di là delle isole alloglotte
greco-albanesi,
presenti in Molise, Puglia, Calabria e Sicilia, è probabile che
questa fiaba resti incomprensibile. Ma è molto godibile anche in
traduzione, per la fusione e la sintesi che presenta di almeno tre
fiabe
del
Cunto di Basile: la storia cornice, quella dei
Tre cedri,
e l'oblio della sposa nel principe baciato o carezzato dalla madre,
presente
in molte fiabe, come in
Bianco Viso. Al di qua, o al di
là,
del gusto filologico, anche il lettore non specialista può
vedere
come una tradizione colta, stabilizzata dalla stampa e molto diffusa in
tutto il Sud italiano, possa essere assunta con leggerezza dal racconto
popolare, con variazioni e combinazioni che rispettano i valori
simbolici
e l'equilibrio narrativo. Valga in particolare per gli insegnanti a far
loro accettare le varianti narrative dei bambini: l'esercizio del
riassunto
come sintesi fedele di un brano non ha molto a che fare con strutture
che
possono essere ricordate solo a patto di essere più o meno
variate,
come il sogno e come i ricordi d'infanzia. Si può dire che
fiabe,
sogni e ricordi d'infanzia vivono trasformandosi incessantemente, come
la persona alla quale si raccontano e che le racconta.
&
Giuseppe Pitrè,
Fiabe...,
Vol. IV, pp.285-287. (Sicilia, Piana
de' Greci, 1890).

EL TREDESÌN
Ona
volta gh’era on pover-òmm. El gh’aveva trèdes fiœu, e el
saveva minga come fa per dagh de mangià. On dì, el ghe
dis
a sti fiœu: - “Andèm in campagna, in d’on quaj sit, a
vedè,
se podem trovà quajghedun de podè damm on poo de
pàn,
on quajcoss de podè mangià.” - Reussissen a vess in d’ona
campagna: là, gh’è on sit cont ona córt, e van
denter.
Gh’e là ona donna; e el Tredesìn el ghe dis, se la
gh’aveva
de dagh quajcoss, ch’el gh’aveva tredes fiœu. E lee la ghe dis: -
“Pover-òmm,
adess, me rincress, poss dav nient, perché bisogna, che ve
sconda;
perché, se ven a cà el me marì, che l’è el
mago, l’è bon de mèttesadrée a mangià i
voster
fiœu. Donca, prima besogna, che ve metta in cantinna; e che daga de
mangià
a lu. E pœu dopo gh’el diròo, che ve faròo vegnì
de sora e ghe
daròo de mangià anca ai voster fiœu.” -
Difatti,
el mago, el ven a cà. El ven a cà e el dis: - “Truss
trusc,
odor de cristianusc.” - “Tœu el mangià, perché chi
gh’è
nissun de mangià.” - Quand l’ha avùu ben mangiàa,
lèe la ghe dis allora: - “Sì caro ti; hoo scondùu
in cantinna on pover-òmm con trèdes fiœu. Te vedet, di
fiœu
ghe n’emm anca nun. Sicchè, te vedet, donca, besogna dagh de
mangià
a quij pover fiœu lì.” - S’ciao, je fa vegnì de sora, e
ghe
dan da mangià a sti fiœu. E lu, el dis: - “Ben, adess, metti a
dormì
tucc. E mettegh in còo, ai noster de nun, la barretta bianca; e
ai só de lu, ona scuffia rossa.” - E s’ciao, vann à
dormì.
Lu, el Tredesein, el
lassa
indormentà
tutti i fiœu; e pœu adasi adasi el va, el ghe tira via la scuffia di so
fiœu e ghe l’ha missa in testa a i fiœu del mago; e quella, che
gh’aveva
i fiœu del mago, gh l’ha missa in testa a i so de lu. E lu, el mago, la
mattina el se desseda, el leva sû, el va, el ciappa tutt quij
della
scuffia rossa e je mazza tucc e pœu via al va. E allora el
Tredesìn,
che stava lì a guardia, che lu, el se l’è
immaginàa,
che ghe stava denter quajcoss, che lu (el mago) el voreva fa quel
tradiment,
el ciappa i sò fiœu, je fa vestì e pœu via el scappa. La
mièe del mago, la va per fa levà su i so fiœu, la je
trœuva,
ch’eren tutti mazzàa. Ven a cà el mago; la ghe dis: -
“Cossa
t’hé fàaa, ti? t’hé mazzàa tutti i noster
fiœu.”
- Allora el mago el dis: - “Ah quel baloss dde quel Tredesìn!
l’ha
capìi, che mi voreva mazzàgh i fiœu! e lu, l’ha
scambiàa
i scuffi e mi ho mazzàa i mè.” - S’ciao, el
Tredesìn,
el va, el saveva minga come podè fa per viv con tutti sti fiœu.
Ven, che on servitor del Re l’ha sentùu sta robba, che era
succes
de sto Tredesìn; e lu ghe le conta al Re, per vedè s’el
podeva
dagh quajcossa a sto pover-òmm, ch’el podeva minga
mantegnì
i sò fiœu. E lu, el Re, el dìs: - “Sent, digh
inscì:
se l’è bon de andà là del mago a robà quel
pappagall, ch’el gh’ha lu, che mi ghe darò ona gran
sòmma.”
- E lu, el Tredesìn, el dis: - “Ma coom’hoo de falla mì?
Basta, provaròo d’andà là, quand el gh’è
minga
in càsa lu, che forsi con soa mièe poderoo robaghel.” -
Difatti,
el va; la gh’era, lee. L’eva lì cont in man el pappagal per
portaghel
via, quand càpita el mago. El mago, el ghe dis: - “Ah, te set
chì
adess? Te ne m’hè faa già vœunna; adess te see chì
per famm quella di dò.” - El l’ha ligàa, e pœu el dis a
la
soa mièe: - “Guarda chì, adess andaròo a tœu
l’acqua
rasa, che vœuj dagh el fœugh. Ti intrettant ciappa sto bel legn
chì,
e la folc; e s’cèppa sto legn. Che inscì, quand vegni a
cà.
metti su quij legn lì e l’acqua rasa e el brusi.” - çee,
sta povera donna, la ghe dava per s’ceppà sto egn, ma la
stentava
a s’cepall, perché l’era tant dur. El Tredesìn, allora,
el
ghe dis: - “Povera donna, deslighem on moment e tel s’ceppi mì;
e s’ciao! dopo, te tornet a ligamm, e inscì el tò
marì
el ven a ca e el trœuva bell’e s’ceppàa la legna.” - Lee, le
disliga;
e lu, appena desligàa, corr, va a tœu el pappagall e via el
scappa.
Ven a casa el mago per dagh el fœugh, el trœuva, che gh’è pu
nè
el tredesìn, nè pappagall. Allora, el se mett a batt la
mièe,
perché l’ha desligàa e l’ha lassàa andà
via;
e el fa ona baruffa del diavol. Intrattant, lu, el Tredesìn, el
va a portagh el sò pappagall al Re. El Re, el ghe dà on
gran
bell regal, che l’era content comè. El dis: - “Adess, te devet
famen
on alter. Mi desideri, che te vaghet là a robagh quella coverta,
che lu el gh’ha in sul lett, che l’è tutta pienna de campanitt.”
- “Cara lu, com’hoo de fà mì, a andà a tœu ona
coverta,
tutta pienna de campanitt?” - “E pur, te devet fa el possibel de
andalla
a tœu.” - Tredesìn, el va. El va là intrettant, che soa
mièe
(del Mago) l’era de bass a fa i sò robb; e lu, el va de sora
adasi
adasi cont del bombas; e l’è stàa là
imbottì
tutt sti campanitt per non fà, che sonassen; e pœu el s’è
scondùu. A la sira, el mago, el va in lett; lu, el
Tredesìn,
el le lassa indormentà ben ben; e pœu el comincia a poch a poch
a tirà in giò, a tirà in giò. Lu, el mago,
el se desseda; el dis: - “Cosso l’è inscì, che sent la
coverta
a tirà giò?” - E lu, el Tredesìn, el fa: - “Gnau,
gnau!” - el fa mostra de vess on gatt. El le lassa indormentà
ben
ben e pœu a poch a poch l’è reussì a tiraghela
giò.
E pœu via l’è andàa con la soa coverta. El mago, la
mattinna,
el cerca la coverta e la trœuva no, el la trœuva in nissun sit: - “Ah,
quel balòss de quel Tredesìn, ch’el m’ha fàa
quella
di trè. S’el me po reussì a vegnì in man...
domà,
che poda reussì a aveghel in di man, mi già el mazzi,
perché
el me n’ha faa tropp.” - Lu, el Tredesìn, el va dal Re. El Re,
el
ghe dis: - “Bravo, ma te see propi bravo, te ghe see reussì.
Adess
te do ona gran somma, che pœu ti staree ben. Adess te devet famen
on’altra:
allora te set on sciòr. T’he de femen on’altra, e allore te
devantet
on sciòr. Te devet fà in manera, de consegnamm a mi el
mago.”
- “Com’hoo mai de fà? Ch’el mago adesss, s’el me ciappa, el me
mazza!
Basta, faroo de tutt, per fagh anca questa.” - El pensa, el se vestiss
tutt divers de quell del sò sòlit, el mett ona barba
finta
e pœu el va là. El ghe dis a soa mièe: - “Voj!
gh’è
minga in cà el voster marì?” - “Sì, ch’el
gh’è;
adess vòo a ciamall subet.” - E el Tredesìn, el ghe dis:
- “Mi sont vegnùu chì de l&ugrrave;, perché
gh’hoo
bisogn on piasè. L’ha de savé, che mi hoo mazzàa
vun,
che ghe disen el Tredesìn, e hoo de fagh la cassa e
gh’hòo
minga de ass de faghela. Sont vegnùu de lu a
vedè, s’el vœur minga damm
di ass.” - El mago, el dis: - “Bravo, t’hè fàa ben de
mazzall:
te doo subet i ass. Ven chì, ven chì! Te juttaròo
anca mi a falla, la cassa, per mett denter quel birbòn. Va
là!...”
- El ghe da di ass; e lu, el s’è misss adree, el
Tredesìn,
a fa la cassa. E lu, el mago, l’è semper stàa lí a
guardargh adoss. L’ha preparada in manera de vess pront a podella
sarà.
. Quand l’ha finida: - “Adess mo sont infesciàa, perché
sòo
minga la grandezza, per vedè se l’andarà ben. Me par,
ch’el
sia grand compagn de lu, el Tredesìn. Ch’el prœuva on poo a
andà
denter lu, che inscì vedaroo, perché l’è grand
come
lu. Se la geh va be a lu, l’andarà ben anca al Tredesìn.”
- “Ben, spetta, adess vo denter subeet. Guarda, guarda, se la
va
ben.” - Quand l’è stàa denter, el Tredesin, el mett su el
coverc, e tich tach in d’on moment l’è stàa piccada
giò
la cassa. Però, el gh’aveva faa di bus in de la cassa per podir
fiadà, perché lu l’aveva de consegnall viv al Re. El
gh’aveva
visin di sò amis, per jutall a portà sta cassa.
Lór
hin stàa là pront; e hin andàa e l’han portada
là
a la cort del re. Ghe l’han consegnada al Re; e el Re l’è
stàa
tutt content a vedè, che l’è reussìi a consegnagh
el mago bell e viv. El gh’ha daa ona gran somma, che l’è stada
assèe
de fa el scior per tutt el temp de la soa vita.
___________
'
Il mago e sua moglie equivalgono alla coppia
Orco e Orchessa, costituendo una rappresentazione della coppia Cronos
Tempo e Rea Fluente. L’Orco Tempo divora tutto ciò che è
umano, dal quale è potenzialmente minacciato, come si vede dal
seguito della storia, e la sua sposa Orchessa Rea riesce a sottrargli
una creatura, imbrogliandolo. L’Orco alla fine viene detronizzato o
ucciso, o almeno privato dei suoi tesori. il re L’avvicendarsi
delle generazioni è drammatizzato da queste fiabe, nelle quali
“aver fame” diventa il proprio equivalente “essere divorati”. D’altra
parte, nel linguaggio comune si sentono i “morsi della fame”. La
clinica ci insegna che il cannibalismo come incorporazione, arcaica
quanto si vuole, delle prerogative dell’altro, non è privo di
riscontri nelle patologie anoressico-bulimiche. L’incorporazione
è agita come assunzione di identità attraverso la
negazione dell’altro che vale la propria affermazione, in una messa in
scena arcaica del motto “mors tua vita mea | vita tua mors mea”.
[da inserire nel DB] Il motivo dello scambio del contrassegno dei figli
da uccidere, per distinguerli dai propri, ha una radice lontanissima
nella storia di Ino come la racconta Euripide, citata da Igino (Miti,
cit.): Temisto, che Atamante aveva sposato credendo morta la propria
moglie Ino dalla quale aveva avuto due figli, ebbe a sua volta due
gemelli, e quando Atamante seppe che Ino era viva la fece portare alla
reggia, tenendola nascosta. Temisto, volendo uccidere i figli di Ino,
che credeva una prigioniera, le disse di vestire i suoi propri figli di
nero e quelli di Temisto di bianco. “Ino però rivestì i
suoi di bianco e quelli di Temisto con abiti scuri,, allora Temisto,
ingannata, uccise i suoi e quando seppe la cosa si suicidò.
Atamante poi, in un accesso di follia, uccise il proprio figlio
maggiore Learco durane una battuta di caccia, mentre Ino si
precipitò in mare insieme al figlio minore Melicerte e divenne
una dea. In questo motivo vediamo una rappresentazione dell’invidia
rivolta all’elemento fecondo dell’altro, rappresentato dai figli:
l’effetto è, come sempre accade, la perdita del proprio. Sarebbe
un modivo da approfondire
$
Da una nota a questo testo di Vittorio Imbriani
riportiamo un aneddoto razzista, che essendo del Seicento vede in
posizione di supremazia il meridionale, abitante della civilissima
Napoli, rispetto al settentrionale, milanese in questo caso: “ ’Na
vota, cammenanno ’no cierto Felosofo de Posilleco pe’ la Lombardia,
pecchè parlava napoletano chiantuto e majateco, tutte sse ne
redevano. Isso po’, pe’ farele tocca’ la coda co’ li mano, decette ad
uno, ca faceva lo protonquanqua: - Vedimmo ’no poco, de’ ’razia, si
songo meglio li parole voste o li noste. Nuje decimmo CAPO; e buje,
comme decite? - Nuje decimmo CO, - respose l’auto. - Nuie decimmo IO: e
buje? - MI, - llebrecaje lo lommardo. Ora lo Felosofo decette
accossì: - Di’ a la ’mpressa le parole mmeje a la lengua toja:
IO, CASA, CAPO. - E lo lommardo subbeto: - MI, CA, CO. - E si te
cacò, - decette lo Napulitano, - te lo’ meretaste, pocca se dice
a lo pajese, ca non è mmio: LENGUA, CA NO’ LA ’NTIENNE, E TU LA
CACA. Ora vide chi parla a sproposeto, nuje o buje? - La certezza della
superiorità della propria lingua è di ciascuno, e
rappresenta il narcisismo di una paese o di una nazione, che fonda la
propria identità sul disprezzo per la diversità
dell’altro, a partire dai civilissimi greci, che chiamavano barbari,
ossia balbuzienti, i popoli stranieri. (V. Imbriani, cit., p.
341, nota c)
J
La complessità delle tematiche
psicologiche rappresentata da questa fiaba, molto diffusa in tante
varianti, darà ai bambini occasione di rappresentare le proprie
ansie arcaiche di fronte al genitore: paura della sua morte, paura che
la propria crescita rappresenti la sua morte, e, contemporaneamente,
desiderio della sua morte, di assumere il suo potere, di ereditare i
suoi beni...
&
Vittorio Imbriani, La
novellaja fiorentina... pp. 340-347.

LU RE
PESCE
Dunque,
’na vota, un pescatò pischìa e, pescanno,
peschètte
un grossu pesce, che je se raccomannò e je disse: Se me ‘rbutti
a mare e non me fa’ morì, te ne verrà tanto vène
da
fatte deventà lu piú fortunatu pescatò de lu
munnu.
Issu lu contentette e po’ remmollò la rete e fece ’na
tirata
de pesce che cascio ’n je la potìa fa a rcacciallo fora.
Lu
secunnu, lu terzu, lu quartu dì, e sempre ’n seguito, tutte
grosse
pescate.
’Na
matina lu pesce che avìa ‘rbuttato a maro, caccètte lu
musu
fori dall’acqua e je disse: Me vo’ da’ fijjeta pe’ mojje?
-
E perché no? issu je respose. Se essa puro è contenta,
domà
te la porto.
-
Tu se che ha’ da fa’ se essa è contenta? Me l’ha da portà
ecco a la spiaggia; pe’ lo resto ce penzo io.
La
bardascia se contentètte, je la portette, e lu pisciu la
’cchiappètte
co’ la vòcca e se la strascinette, galla galla a fior d’acqua,
scina
a un palazzittu drento mare, do’ ce statìa ’gni grazia de Dio.
Però
tutto questo ’n je potìa bastà. A trovasse sola ’n menzo
a lu mare do’ ’n se vidìa nisciuna faccia de cristià,
senza
manco mmoccò de serva pe’ sbarattà ’che parole, e a
dovesse
trovà con un maritu che rjava a casa solo de notte e
rpartìa
a la matina de bon’ ora, adèra ’na cosa che je facìa
lacerà
lu core. Se decise a la fine de di’ a lu pesce se adèra contentu
che je facesse vinì la sorella a fajje compagnia.
-
Sci che te la porto, respose lu pesce. - Domà la vaco a
pijjà.
Jètte
e disse a lu patre se adera contentu de mannà quell’atra fijja a
fa’ compagnia a la mojje. Quillu respose de sci, sempre co’ lu consensu
de la bardascia; e, siccome questa non disse de no, la portette su la
spiaggia
e je facette fa lu viagghiu su la vocca de lu pesce, como la sorella
maretata.
Le feste che se fece’ quanno se revèdde fu’ tante e tante che ’n
se ’rrïerrìa a ’ccontalle. Chi ha cose se le po’
’mmaginà!
Passati
pochi dì, la sorella menore fece a quell’atra:
-
Maritutu ch’adè? Un pesciu o un cristià?
-
’N te lo saccio di’, perché rve’ sempre de notte e, a lo scuro,
’n ce rrconosco gnente.
-
Lu volimo vedè?
-
E come?
-
Mettimo la luma drento a ’na pigna e ccuscì issu ’n se ’ccorghia
de cosa.
Fu
fatto come costè avìa proposto; lu pesciu, che
dormìa,
fu smantatu e se vidde che, immèce, era un joenottu
ccuscì
bellu che se sarrìa portuto beve’ in un vicchiè d’acqua.
De contentezza la mojje ’n se potètte rtenè de fa’ ’na
voce,
anche perché, siccume era gravida, era ccuscì secura de
partorì
un cristià. Ma, a quella voce issu se svejjette e, inquietu,
vòse
sapè como adèra fatto pe vedellu, e la cognata je rispose
che porbio essa era stata la curiosa e, de più, je fece
vedè
la pigna ‘lluminata. Credìa de ‘mmansillu, ma fece pegghio.
-
Pe’ castigu - disse lu pesciu - preparete pure a fa’ fagottu.
Domà
te rporto da pàrtetu! - E, con tutti li pianti e li
raccommannamenti
de la mojje, mantenne la parola. A rmanè ’n’atra vota sola sola,
’n ce se potìa ’ccommodà, ah! ’n ce se potìa
’ccommodà!
Pe’
divagalla, lu dì dopo, lu maritu raprette ’na porta pe’ falla
’faccià
da ’na finestra do’ ’n sera ’ffacciata ma’, e je fece:
-
Vidi quella sfilarata de casette con su ’n cima un gran palazzu?
Addè
te ce porto e te lasciu su la spiaggia. Se ’stasera quanno te vengo a
rpijjà,
’n te ce trovo, è segnu che sci rmasta su lu palazzu de lu re,
oscìa
a casa de vabbu e mamma, che è tanto che me cerca e vo’ conosce
la mojje mia; ma non sa’ che le streghe m’ ha fattu deventà
pésciu.
Ce
la portètte e ce la lascètte. Essa se mise a
caminà
e solo se jese fermanno do’ potìa chiacchierà
mmoccò.
A certe donne che tessìa, domannette:
-
Tu che tessi, bella donna?
-
Faccio li fasciatù pe’ lu nepote de lu re, quanno nasce.
-
E tu?
-
Tesso le fasce pe’ lu nepote de lu re, quanno nasce.
-
E tu?
-
Tesso li lenzolitti pe lu nepote de lu re, quanno nasce.
-
E tu?, dice a un falegname, che fatighià fora de la bottega.
-
Faccio la cuna per lu nepote de lu re, quanno nasce.
-
E do’ sta lu re?
-
Lu re e la reggina sta ’n quillu palazzu; ma lu fijjiu co’ la mojje
s’è
persi e niscuna l’ha potuti strovà.
E
allora pe’ chi fatighette? Fatighemo pe’ fa trovà tutto pronto
quanno
chidiù riescirà a rportajjelï, perché lu re
j’ha
promisto un grossu premiu e addè ha mannato ’na massa de jente a
cercalli pe’ tuttu lu munnu e pe’ tutti li mari.
’Rtriata
su lu palazzu, ’lla pora crista, che avìa fame, vidde che lu re
su lu portò de casa e je chiese la limosina; ma quillu se
rvortette
de ’na parte o perché non capì o perché non je
piacìa
a falla. Successe che essa ’lla mossa se la pijjette pe’ ’n affruntu, e
quannu li servimenti, che avìa visto e sentito tutto, pe’
compasciò
je portette un piattu de minestra e un atru de ciccia, non vòse
magnà cosa e rmanette tutto là la cucina.
Disse’
li servi a lu patrò: Sa’ che è successo? Scimo dato, se
po’
di’ levannocelo de la vòcca, un piattu de menestra e un autru de
ciccia a quella donna che t’ha chiesti la limosena, e essa no’ l’ha
voluto.
Capisci che donna superbia?
Respose
lu re: pijjete la scopa e tocchetela via!
Li
servi vòse ’bbidì a lu patrò; ma, ’n queillo
momentu
che java’ pe’ mannalla fora, trovette che se torcìa pe’ le
doglie
de la partorenza. Allora queilli recorre da lu re.
-
Sacra maetà, qualla donna se fijjia.
-
Portètela su lu lettu, chiamàteje la mammana e
dàteje
aiuta.
Vinne
la mammana, nasciò un bellu maschiu, e tutti jette d’accordu, a
capu la reggina, a da’ l’assistenzia a quella che avìa
partorito.
’Gni tanto però la reggina je domannìa: E maritutu d’
sta?
Chiadè? Perché non je fa’ sapè che sei fijjata?
Essa
se scusia ora co’ ’na rajò, ora co’ ’n’atra, tanto che se
finì
pe’ crede che fusse una de quelle femmene de quattro a paulu!
A
la sera lu pesciu, com’era promisto, se trovette prontu su la spiaggia
pe’ rportasse a casa la mojje; e, quanno, ’spetta ’spetta, vidde ca non
vinìa mai, capì subbeto che adèra rmasta su lu
palazzu
e jette a trovala passanno pe’ ’na vuscia, che issu conoscìa,
senza
fasse vedè da le persò. La contentezza che provette
quanno
vidde che s’era fijjata e che j’era fattu un bellu maschiu, grassu e
tuttu
e co’ li capijji roscitti e ricci vome un bambinellu de lu presebbiu
senza
che ve la dico, la potette ‘mmaginà. Rmase con essa tutta la
notte,
je fece bona assistenzia e po’, appena sonata l’arba, ce mise lu filu.
A
la sera pe’ lo tardo, quanno rebboccò, siccome su da capo a lu
lettu
de la mojje ce statìa ’na lampada, cominciò a di’:
-
Bona
sera, bella lampa, e bona notte, mojje mia; come te se porta lu re e la
reggina?
Respose
la mojje: Se li galli non cantèsse, se le campane non
sonèsse,
se la regina tutto sapesse, che ne sarrìa de me?
La
sera dopo, quell’atra pure, e quell’atra appresso, la stessa
filastrocca
de tutti e du’, tanto che li servimenti, che senti’ chiacchierà,
se mise co’ le ’recchie accanto a la porta de la stanzia pe’
capiì
le parole che se dicìa. Allora disse: ecco la mejjo cosa
è
de referì ’gni cosa a lu patrò che, Dio liberi! ce
caccerìa
tutti se venesse a scoprì che, de notte, ’bbocca le persò
drento a lu palazzu senza potè capì da che parte passa. E
jette’ davveri a raccontajje tutto.
Lu
re rmase ’ncantatu e po’ ’ddimannò: che dice?
-
L’omu dice: bona sera, bella lampa, e bona notte, mojje mia: come
te
se porta lu re e la reggina? E la donna je responne: se li
galli
non cantèsse, se le campane non sonèsse, se la
regina
tutto sapesse, che ne sarrìa de me?
-
Ma de do’ rrentra lu maritu? È segno che voiatri a la sera no’
rchiudete
lu portò e però meretete che ve caccio via!
Sciampètevene
quanti scète d’ecco ’ttorno!
-
Ma se lu portò, la porta du jiardì e tutte l’atre porte
le
’nchiavemo e ’ncatorcemo ’gni sera a l’Avemmaria!...
-
Bbe! Stasera staco a vedè se dicete la verità; se no,
fori
tutti e tajju de testa!
-
Tajjacela pure se dicimo la vuscìa.
Appena
sonata l’Avemmaria, lu re jese a vedesse lu fattu so e potette
persuadesse
che tutto java in regola. Mancava a verificà se quillu ’bboccava
e se chidiù je fusse raperto a notte tarda; ma perché
questo
non fusse potuto succede’, se portette su la camera lu mazzu de le
chiave.
Intanto ordinò a li servimenti che fusse stati in vejja e
l’avesse
chiamatu appena sentìa’ chicchierà. Se vuja - je disse -
je la facète a famme ’cchiappà lu merlu su la trappola,
ve
darrò un grossu premiu a testa.
Penzètte
li servi tra de lora: lu re, che tantu avaru, promette li premi
perché
’mmagina de non potelli pagà mò che s’ha portato su la
stanzia
lu mazzu de le chiave; ma vederà che je toccherà a
dacceli!
Nuatri se che avìmo da fa’? Armèmece de vastú e,
appena
comènza la conversaziò tra maritu e mojje, mannìmo
per aria la porta de la camera e dèmeje addosso pe’ portallu
legatu
’n faccia a lu patrò. No, respose cert’atri. Issu non ha ditto
che
lu fussimo chiamatu? Dunque venga issu a spicciassela co’ sta carogna
che
’se po’ capì da che parte ’bbocca. Tutt’al piú je darremo
addosso co’ ’sti maganelli se je avesse da rvotà. Tutta ’na
momenta
(era cascio la menzanotte), zitti!... ecculu!... corrète a
chiamà
lu re... - Corra, Sacra Maestà, corra, ché ce lu
’cchiappi!...
Lu
re, co’ la sciabbola su le ma’, benché vecchiu, zompa ju pe’ le
scale a quattro a quattro; co’ ’na forte spinta de tutti, manna per
aria
la porta e se trova davanti a un grossu pesciu, che cerchìa de
fugghià.
Successe intanto che, con quella fuga e con quella rabbia, ’na botta de
sciabbola je fece fa’ u’ sgrizzu de sanguo, e allora lu pesciu
deventò
sùbbetu un bello joenottu!
Chi
adèra? Lu re rconoscette che adèra quillu che
cerchìa
da tantu tempu... porbio lu fijju... e sbottette a piagne!
Issu
non sapìa che le streghe je l’era fattu deventà pesciu!
Porbio
per un caso de fortuna l’era riacquistatu, perché ce se sa che,
quanno unu è stato stregatu co’ ’na fattura, se je se po’ fa
sanguo,
omu o donna che scìa, rdoventa cristià.
Lu
re vecchiu vose sapè pe’ do’ passìa e issu je ’nsegnette
la vuscia. Li servimenti pijjò lu premiu promistu, fu fatta ’na
gran festa; pe’ compà e commà de lu fricu fu’ chiamati a
battesemu lu pescatò con quell’atra fijja, che po’ rmase,
scinché
campò drento lu palazzu; maritu e mojje pijjette la corona
reale,
e lu fricu pijjò nome de “lu fijju de lu re pesciu.”
___________
'
Se l’interpretazione della castrazione come limite imposto per
l’umanizzazione può essere opinabile per le altre versioni che
contengono il motivo dello sposo animale, dalla bruciatura di Amore in
Apuleio, alla bruciatura della pelle del porco, in questo caso essa
viene agita letteralmente, e per giunta dal padre. Fiaba lacaniana
questa marchigiana, e bellissima in senso narrativo. | Si confronti il
movimento del parto e della richiesta di elemosina con l’inizio della
fiaba toscana di Re Porco. Da analizzare in dettaglio, per comprendere
come il linguaggio della fiaba consenta, come quello del sogno
notturno, lo scambio fra donatore e donato, o fra danneggiatore e
danneggiato.
J
Si
osservi l’uso di ‘cristiano’ come sinonimo di ‘umano’. L’insegnante
capace farà scoprire il senso di questo scambio, ancora comune
in aree popolari italiane, ottenendo un’occasione preziosa per
descrivere il razzismo: umani sono quelli appartenenti alla mia
cultura. Allo stesso modo ogni popolo considera sub-umano, o
super-umano, nel caso degli Aztechi di fonte ai bianchi spagnoli venuti
dal mare con Cortèz, i popoli diversi. Considerare altri
superiori o inferiori è comunque segno di razzismo. In
moltissime lingue il nome del proprio popolo è sinonimo di umano
(es.: Apache).
&
Antonio Gianandrea e Luigi
Mannocchi, Fiabe
e novelle popolari marchigiane, 1878; pp. 213-220.

LA FOLA
D'OHIMÈ
'Ui
era una volta dò ragazi ch'al staseva in campagna, in dò
caseti, ona dnenz a chl'etra. Ona l'as ciameva Maria e l'era bona,
chl'etra
l'as ciameva Lisa e l'era cativa; mo sicom che alà in campagna
un
gn'era nisòn par pasesla un pó, agli andeva a spas
insen e spess al lavureva insen. Agl'era dò pureti ch'al campeva
fasend un po' d'erba so prì foss e andend a legna int i bosch.
La
Maria l'aveva e bab, un bon om, un povar vèc ch'un era
piò
bon da gnint, e la Lisa l'aveva la mama, cativa come lí. Un
dè
el dò ragazi agli andè in t'un bosch par zarché un
po' d' radec, e a un zert pont als saparé, truvendas d'accord d'
truvés int e stess pòst prema dl'avmmaria. E al
s'aviè,
par zarché i radecc. La Maria l'an era bona d' truven, mo zerca
zerca l'an uvdè on acsè grand chl'an saveva com
fé,
par stachél d'in tera.
Tira tira, tira tira, finalment
l'al putè staché, mo in te sforz la caschè
asdé
in tera, cun e radec int al men. In tal mentar chla chesca la sent
dì
Ohimè! e la ved un gran rosp, mo grand ch'ui fasè una
gran
paura: - An avé paura Maria - ui gè e rosp: - te t'am
é
da tó sò, da purtem a cà e da tnim da cont, e me a
farò la tu furtona. La Maria l'an s'arisgheva d' tol sò e
lò ui gè: "Tumi sò cun e grimbiel e mettem int la
zesta, pu cruvum cun e radecc e vat a cà. Quand t'incontar la tu
cumpagna noi di gnint". E alora la Maria l'ai butè adòs e
grimbiel e l'al mitè int zesta, mo cun un grand ribrez, e pu
l'al
cuvrè cun che gran radec che rimpiva tota la zesta, molt
piò
ch'ui era sota che ruspaz. Quand ch'l'incuntrè la Lisa questa
l'era
tota instizida parchè l'aveva truvé sol du trí
radec
e cun un fé sprezent l'ai gè: - In dó i et
truvé
acsè tent radec? - A là pr'e bosch - E al
s'andé
a cà quesi senza scorar, parchè la Lisa l'era immusida. E
bab dla Maria l'era avsein e fugh mo un gn'era gneca un stech. Alora li
l'ai gè: - Bab, adès av veg a tó un po' d' legna.
- U n' in è brisa, e' gè lo: -- a vdrì, a
vdrì.
- E la scapè fura. Quando cla fò alè la
mitè
e su Ohimè! int una cassetta, l'ai dasè da magné e
pu l'andè int un suler par coiar qualch stech da purté
zò.
Figurev la su maraveia! E suler l'era pin, pin d' zoch e d sciampeti
ben
amasedi, e li l'in tulè sò una bela brazeda e la la
purtè
a e su bab parchè ch'us scaldess.
Lò e' gè: - indov
et tolt sta legna? - Avl'ò prapareda me, e mi babb,
parchè
an voi brisa ca pativa de fred. - Oh! e' gè che povar
vèc,
me an sò cum l'eva fat. Absogna fer un pas indrì. Quand
chl'a
Maria la mitè Ohimè int la cassetta lo ui gè: -
Beda
ve', t'an t'é mai da sminghé d' mè. St' at smengh
ut zuzidrà dal dsgrazi. -
E dè dop e vnè un
gran tempurél: acqua, fulmini, timpesta: e pareva e finimond. E
bab dla Maria l'era avsein a e fugh ch'us scaldeva. Tot in una volta e
sent a batar. - Chi è? - E vnè aventi un bel zovan tot
bagné,
cun un fuzil in spala. - A sò e fiol de re, - ui gè, - a
sera a caza e u m'a ciapé e timpurel: am fasiv e piasé d'
tnim aquè infena che pasa ste scarvaz? - Oh ch'us acomuda pu, mo
e capirà, l'è una cà d' puret. - Ch'us meta
asdé,
ch'us suga un po' un ved cum l'è bagné? - A siv sol
vò?
- No, ai ò una fiola. Indov' ela? - LLa srà alà
dsora,
o Maria ven zò, cosa fet alà? - La Maria alora l'as
chinè
sora la caseta d'Ohimè, e lo ui dasè una sgranladena int
la faza e int la testa e ui gè: - Va pu là, va zò.
- Li l'arispundè da là sò
ò: - bab, a so dri
ch'am
petan. - Avì da savé che pr' andè sò
ui
era ona d' ch'al scheli d' legn ch'ui è in tal cà di
cuntaden,
e la fniva int la cambra dov ch'ui era e vec.
E fiol de re us avsiné a
la schela ee e' guardé in sò. Cos'a vol avdé: La
Maria
l'era alè sò da la schela, cun i pì sora un gran
linzol,
l'as pneva cun un petan d'or e l'a veva di cavel longh, biond cume l'or
chi la cruveva tòta. In tèra e' cascheva una massa d'
giament:
- Èla quela vostra fiola? - e dumandé e fiol de re a
chl'om. - Se, parchè? - Mo quela l'è uuna Madona. - E vec
e' ridè e ui arispundè: - Mo cosa disal e mi sacra
curona!
- Lò e' staseva alè incanté a guardé so par
la schela e pu us vultè e ui gè: - Gi sò, am la
daresi
par sposa? - Mò ai peral un s' turà una
povra quela? - Vo agn' avì da pinsé; a me l'am pies e am
la vreb spusé - E dai e dai e vec e' duvet dì d'
sé.
Int ot dè e prencip e' praparè igna quel e intent
Ohimè
e' preparè un curéd ch'un s'era mai vèst e' mond.
Av putí imaginé la rabia dla Lisa; mo l'an la faseva
brisa
avdé parchè l'avleva essar invideda a e spusalezi. E di
fati
la fo invideda. E dè de matrimoni Ohimè e' dasè
una
raspadeina int la faza dla Maria che la dvintè bèla cum e
sol. La su amiga, anzi direm mei, la su nemiga, l'an saveva cum
fé
pr' an sciupé. Mo la staseva zeta. Quand
ch'is aviè cun
do
caròzz, int quela dnenz ui era e prencip cun di pareint, int
quela
d' dri ui era la Maria tota avstida d' seda e d' or e tota querta da un
gran vel fet fet, cun la Lisa e la mama dla Lisa. A un zert mument la
Lisa
la gè chl'as sinteva mel e l'avrebb avlu andé zò
un
po' a fé du pèss a pi. Al fasè farmé la
caroza
e agli andè zò tót trè aviendas par un
sintirein
vers un chemp. La caroza l'andeva avant pien pien. Quand ch' als
fò
aluntanedi un bel po', la Lisa e la su mama al dsuvsté la povra
Maria, al la lighè a un élbar: la Lisa l'as mitè e
vistì da sposa cun che vél fet fet, e pu cun la su mama
al
curè drì la caroza ch' la s'era farmeda poch lunten. E
cucir
e' gè: - Mo la su amiga dov'ela? - e la mama dla Lisa la
gè:
- la s'è andeda a cà a pì parchè l'as
sinteva
poch ben. Tiré pu drèt. - E e cucir e' tirè
drèt.
Intent la povra Maria alà lighé la piangeva cumè
una
funtena, e in te pianzar la geva: - Ohimè! La pureina la s'era
smengà
d'Ohimè int la su gran felizité. - Ohimè! e
salté
fura poch lunten e e' gè: - A so que. At aveva dèt t'an
t'avivti
brisa da scurdet d' me. - Oh, e mi Ohimè, pardonam, par
carité:
int la mi felizité am sera propri smenga. Sligam, par
carité,
sligam. - E lo e' gè: - Me at sligh e se te t'am prumèt
d'an
n' um sminghé mai piò, a turnarò a fé la tu
furtona. - U la slighé ui fasé un vistì da
cuntadeina
e ui regalè un bel ort: - Tè, - ui gè - t'è
da cultivé st' ort ch'ut darà tot i frut ch'un
gn'è
brisa in sta stason. E pu t'ai andaré a vendar tot i dè
sot
al finestr de palaz de re. Li l'al ringraziè prumitend d'an e
sminghé
mai piò.
Adess lasela alè lì
ch la cultiva al su fruti e andemm a e palazz de re. La sera quand chi
s'andè e lèt e che la sposa l'as cavè e vel, un
gn'
era brisa una gran lus int la cambra, parò e prencip e'
pinsé
che la sposa l'ai pareva molt difarenta da poch or prema. Basta, j'
amorzè
e lom e i s'indurmintè. Mo e dè dop, quand ch'ui era e
sol,
lò u la vdè propri ben, e un s'arisghè d' di
gnint,
mo l'ai pareva molt brota. Acsè un era bris cuntent de su
matrimoni.
Dop a du tri dè la Maria
cun na bèla zesta pina dal piò bel fruti ch'us posa
imaginé
la ciamè e su Ohimè, la l'abrazè e pu la
s'aviè
sot el palaz de re. Ohimè ui aveva dèt che la regina
l'era
lova e che l'avreb avlu cumpré la su fruta. Di fati, quand che
fò
sot al finestar la cminzè a zighé: - chi vó dal
pesghi,
dal freguli, dl'uva fresca? - La regina la sintè e la
mandè
a vdé s l'era propi vera.
Sta roba l'as ripetè par
dò o tre matein, insena che la regina la gè ch' la vleva
cnossar l'urtlena. E e servitor e' purtè sò l'urtlena,
chl'aveva
pur una faza tota mudeda, acsè li l'an la puteva cgnossar. Quand
che fò in cà u la vlet vdé nenca e prenzip e ui
gè
che chl'etar dè la foss andeda a magné cun lo, tant l'era
la bleza dal su fruti. Li l'arspundè: - Sè,
avnirò.
- Apena che la fo a cà la ciamé e su Ohimè! e
l'ai racuntè igna quel. E lò ui gè: - Te vai pur e
quand chi purtarà l'arost, lasat casché la furzeina, mo
beda
che nisson tla toia sò. Chinat te sòt a la tevla e a
lè
ai sarò me. - Li la fasè acsè e l'andè a
cà
de re. I la mité propri in faza a e prenzip chl'aveva dachent la
regina. Lò sempar u la guardeva. Chi sa parchè? Forse ui
pareva d' truvei una quelca sumiglianza cun la su Maria.
Quand chi purtè
l'aròst
l'as lasè casché la furzeina. I sarvitur, i sgnur ch'era
alè, tot is butè par tula so, mo lì la fò
piò
svelta e l'as chinè sot la tevla. Ohimè l'era alà
sota, ui dasè una raspadeina int la faza e in te vstì, e
quand chl'a stasè sò, l'era bela cuma la Madona e vstida
compagn e dè de spusalezi. E prenzip saltè in pì e
us mitè a zighé: - Ecco ecco la mi Maria; va via te
bròta
sfazeda.
La zent ch'era alè
l'armastè
d' sas. E prenzip e' fasè lighé la Lisa e la su mama e u
li cundanè a es brusedi vivi. E pu us spusè la su Maria
ch'a
putì imaginé s l'era poch feliza. D'alè a un an
l'avèt
un bel babein e tot e palaz l'era sot sora par la gioia d' che fiol.
Maria
pu l'era fora d' sè da la cuntenteza. Una not passé du
tri
mis, l'as distè tota spavinteda: e su babei e' rantuleva. In
freta
l' apiè un sulfanlein e la vdè che int la conla ui era un
gran serpent chl'aveva alazé e col de su babein. Tota dispereda
l'as mitè a zighé e a ciamé aiut; e pu la
gè:
- Oh! e mi Ohimè! E su Ohimè lla l'aveva sminghé
int
la gran felicité d' aver avu che fiol. E Ohimè ui
cumparé
dnenz e ui gè: me ajò avlu mettar a la prova la tu
fedelté!
T'an t'é mai da sminghé d' chi t'a fat de ben; mè
a so vèc an in pos piò: te t'an é pio bsogn d' me:
am so trasfurmé in serpent par fet paura atoran a e col de tu
babein.
Me adess a murrò, e te t'am é da fé brusé,
t'é da racoiar al mi zendar, e da tnili da cont.
Li la l'abrazè pianzend,
l'al basè, l'ai prumitè d' fé cum che vleva
lò,
e lò e' murè. L'al fasè cremé e al su
zendar
la li mitè int un'urna d'or tota guarnida d' perli preziosi. E
dop
la fò sempar feliza e l'ans scurdè mai de su Ohimè!
_______________
'
Il comune avvio delle due sorelle o sorellastre, qui amiche, una brutta
e cattiva, l’altra bella e buona, mette in scena il conflitto tra il
fantasma materno invidioso e quello oblativo. Se immaginiamo la parte
iniziale del racconto come due punti su un piano, possiamo pensare a
Ohimè come a un terzo punto che consente al soggetto, sia quello
della fiaba, sia quello del narratore e del fruitore che si
identificano narcisisticamente con la bella e buona Maria, di giocare
il conflitto fra istanze invidiose, o sadico anali, e oblative, o
generative, nella relazione con Ohimè. Brutto come Lisa,
creatura ctonia come la madre morta, questa figura magica ha una
capacità di donare tale da soddisfare qualunque desiderio,
rendendo il povero ricco, il vile prezioso, il comune unico. La
gratitudine nel soggetto deve subentrare all’avidità,
rappresentata da Lisa e da sua madre, e questa trasformazione richiede
tempo e sofferenza: dimenticare a chi si deve la propria bellezza
significa immaginare di averla sempre posseduta, o che era
semplicemente un proprio diritto. Nelle fantasie psicotiche sulle
origini il soggetto tende a rappresentarsi come autogenerato, certo di
non dover niente a nessuno, come se anziché l’anello di una
catena infinita e misteriosa, o un breve tratto del labirinto tracciato
dalla presenza umana sulla terra da milioni di anni, e forse per altri
milioni di anni, fosse il corpo autonomo sorto per impulso proprio,
quindi senza alcun debito. L’orto nel quale Ohimè fa coltivare
le primizie a Maria rappresenta una condizione adulta: produrre cibo
buono e raro, anziché, come faceva prima di incontrare il rospo,
raccogliere radicchio nel bosco. Chiunque può immagianre quali
giochi di senso siano possibili se pensiamo che il bosco rappresenta la
madre, che nella fiaba si viva all’inizio miseramente dei suoi pochi
frutti non coltivati, e che il padre è inabile.
Ohimè alla fine si disfanta quasi come la Poavola di Straparola
(vedi in questa antologia), perché l’invocazione che gli rivolge
Maria appena vede in pericolo il suo bambino, e il suo pianto
all’annuncio della morte imminente del gran ruspaz, e il bacio che gli
dà avendo vinto il ribrezzo, rappresentano il venir meno della
scissione tra opposti che caratterizza la struttura psicotica, nella
fiaba presente come bello/brutto, buono/cattivo. Il rospo Ohimè,
oblativo e legato al dolore fin dal nome, che è un’invocazione
lamentosa, è sia brutto che buono. Sul tema dell’invidia, e
della dimenticanza che fa perdere tutti i doni o le virtù
ricevute dal donatore magico, vedi Faccia di capra (Basile, Cunto de li
cunti).
$
Per
il motivo del viaggio
in cui la matrigna sostituisce la vera sposa con sua figlia, vedi anche
Fior' e
Ccambedefiore.
J
L’insegnante dotato di
capacità di ascolto, ovvero consapevole di non bastare a se
stesso, o che ciascuno è prezioso ma nessuno indispensabile,
potrà provare a chiedere alla sua classe perché, secondo
ogni bambino, capita a Maria il disastro prima delle nozze, e
perché deve vedere intorno al collo del suo bambino l’orribile
serpente. Per avere le risposte poetiche e acute dei bambini, occorre
pulire pazientemente il campo da risposte moralistiche, buoniste,
eufemizzanti: prima il proprio campo, poi quello del gruppo dei bambini.
&
Paolo Toschi, Romagna
solatia; pp. 156-161.

GLI
TUSTAMINTU DU 'NA FATA
'Na
'gnora Fata tunevu tre figli' femmunu i 'nu maschi. Annanzi du
murì'
chiamavu gli figli maschi i ci dicivu: - "Figli, iè me moru i tu
lassu tuttu, ma purciò t'è da marità' chistu
figli'
femmuna agli primu cu passa vicinu casa; quannu l'ha allucatu, tu puru
t'è da tolla' mogli." La madru su murivu i la dumanu appressu
passavu
pu du là 'nu callalaru; i chistu cummu suntivu dicia: -"O
callalaru!!!"-
punsavu da issu: "Mo iè tencu da dà' sòruma a 'nu
callalaru... oh! abbogna darcila cummu m'ha lassatu di'
màtruma."
Punsennu, punsennu, gli chiamavu: - "O bon o' callalaru; tu vo' tolla
sòramu?"
- "Sì, sì, ruspunnivu lu callaalaru. Su la tozu i su
muttivu
'n viai'." Chella pora giuvunotta cummu su stancavu du camminà',
dicivu agli maritu: - "Do' mu porti tu?" - "Chi tu cridi cu si'
iè?,
iè si' nu pôrcu",
ruspunnivu gli maritu, i duvuntavu porcu.
Camminarunu
'n'autru 'occonu, i la purtavu a 'nu begli palazzu.
La
dumanu apprêssu passavu
'nu tagliatoru cu ieva strillennu: - "Chi vo' taglià lêna,
oh!" - Chigli giuvanottu punsavu: - "La prima l'ha' sì data
a 'nu callalaru, i chesta la tencu da dà' a 'nu tagliatoru." -
S'affacciavu
a la finestra i dicivu: - "O tagliatò', ve' aieccu, ve' che tu
vogli
dà' sòruma." - "Macaru!" ruspunnivu chigli, i
accusì
ci la divu i su lacozu. Su muttivunu 'n camminu i chella giuvunotta
quannu
si s'avivu arrancatu dicivu agli maritu: - "Do' mu portu?" Chigli ci
ruspunnivu:
- "Chi tu cridi cu si' iè?, iè; si 'nu piccionu" i
duvuntavu
piccionu, i purtavu la mogli a 'n'atru palazzu.
La dì appressu passavu 'n
arrutinu strillennu: - "Chi vo arrutà' curtegli, forbici,
arrutì'!"-
Ve' aieccu! - ci dicivu chigli giovunottu. - "Che vo' sòruma pu
mogli?" - "Dammula, dammula!"; - i ci la divu. Su muttirunu 'n camminu,
ma po lu troppu camminà' la bella giovunotta s'arrancava i
diciva
agli maritu: - "Ma dimmu 'n do' mu porti tu?" - "Do' tu portu? -
ruspunnivu
gli arrutinu - nu sai tu ca iè si 'nu scheletru?" Cu 'nu mumentu
duvuntavu propria cummu 'nu scheletru: ci avevunu rumastu sulamentu gli
occhi i gli denti. Camminarunu n'atru 'conu i irunu a 'nu begli
palazzu.
Chigli giovunottu avivu rumastu solu, i steva sempru a punsà'
allu
sôru, purchè nun sapeva mai nientu, i dicivu: - "Cumma
facci'
mo iè? si tunutu tre bellu sôru: la prima, l'ha' spusata a
'nu callalaru, l'autra a 'nu tagliaturu, i l'utima a 'n' arrutinu!"
'Na dì ivu agli
caffè,
i su steva a magnà' certu nuci; pu sortu passavu 'na femmuna cu
purteva vunnennu certi mammocci du creta; i issu cullu scorci dullu
noci,
tiravu a chella robba i rumpivu 'nu vasu. Andannu chella femmuna ci
dicivu:
- "Cu nun puzzi rupusà' nu la d&igravve;, nu la nottu, si
prima
nun rutrovi la Margarita bella!" Cligli giuvunottu nun punsevu mancu
'nu
'conu a chella parolu du chella femmuna, i su nu ruivu. S'addormivu i
abbogna
cu s'arrizzavu, s'assutevu alla siggiola, i abbogna cu ci su luvevu, i
pu dì' virità passavu 'nu paru du dì senza
putè'tè
mai avè' paci. Andannu su rucurdavu chellu parolu du chella
femmuna,
tozu nu cavagli i su muttivu a viaià'. Cammiennnu camminennu,
vudivu
'nu palazzu, abbussavu, ivu 'n cima, i vudivu la sôru ca avivu
datu
agli callalaru, i chella ci dicivu: - "Fratrumu bonu mê,
iè
stongu benu, ma purciò tengu pu maritu 'nu porcu." - "Cummu va
chestu?
- ci ruspunnivu gli fratru, - Chiamagli!" Chhigli porcu accummu vudivu
gli quinatu ci facivu 'na mucchia du cumplimentu, ci dicivu commu
stevu,
i annanzu da partì' ci divu 'na bacchetta i ci dicivu: -
"Quinà',
si tu servu 'che côsa tu batti 'sta bacchetta, ca mu prusentu
iè
cu tutti gli pôrci."
Doppu pocu tempu chigli
giovunottu
partivu. Doppu c'avivu camminatu cinqua se' atru miglia 'ncuntravu 'n'
atru palazzu, abbussavu, i 'ndravu, ma cummu vudivu l'atra sôru
'n'
atru 'conu su muriva d'allugria: - "Cummu stai?" - ci dicivu - "Eh
fratè',
ie stognu benu, ma tengu pu maritu 'nu picciunu." - "Ah! chella prima
te'
'nu porcu, i chesta nu piccionu, dicivu fra issu: - "Chiamagli" - "Oh!
quinatu mè caru - dicivu gli piccionu - commu stai?" -
"Malamentu,"
ci ruspunnivu chigli giovunottu. - "Purchè? Eh! si iè nun
rutruvu la bella Margarita mè, nun hai mai pasu: mu sapristi
dicia
'n dò' stà?" - "Cammina- ci ruspunnivu gli piccionu - ca
la trovi, ma nun tu scuraggì su tu dicunu 'che cosa du malu;
è
mêgli cu tu togli 'sta bacchetta, accusì si tu servu' 'che
cosa, tu la batti, i iè vengu cu tutti li piccionu." I partivu.
S'avivu stancu du camminà' quannu truvavu 'n'atru palazzu,
abbussavu
i ci irunu a raprì'. Cummu ivu 'ncima, rucuniscivu la
sôru,
la baciavu i ci addummanavu: - "Dimmu propria la verità, cummu
tu
la passi?" - "Fratumu, a mi nun mu manca nientu, ma pu disgrazia tengu
pu maritu 'nu scheletru." Chigli giuvunottu 'ncummunsavu a dicia da
issu:
- "Mo che mu succeda a mi? iè, sorumuu, lu detti a tre omunu, i
mo chella tè' pu maritu 'nu porcu, chell'atra 'nu piccionu, e
chesta
'nu scheletru: mu gli vogli propria fa chiamà'!" Andannu
cunuscivu
chigli scheletru, i cummu issu vudivu i cuniscivu gli quinatu ci dettu
'nu baci, ci cummunsavu a parlà', ma nun su ruggiavu 'n
pêdi.
Andannu chigli giuvunottu ci dicivu: - "Iè stongu propria
accuratu,
ca nun possu rutruvà' la bella Margarita mê." -
"Quinà'"
- ci ruspunnivu gli scheletru - "mu tu t&egrrave;' da
camminà'
n'atru begli 'cconu: rutrovi 'nu grossu palazzu, abbussa allocu, i si
tu
fannu 'che cosa, tu fattulu fà', i vudrai ca tu davunu la
Margarita;
eccutu, chesta bacchetta, i si tu servu 'che cosa, tu batti 'sta
bacchetta
ca mu presentu iè. Chistu su rumuttivu a viaià' cu lu tre
bacchettu 'n zaccoccia, i dopu du' dì arrivavu a 'nu palazzu
begli
i 'rossu, abbussavu fortu fortu, i s'affacciavu alla finestra gli
garzonu
digli patrunu, cu era 'nu magu, i c'addummanavu: - "Chi vo' tu,
bon'o'."
- "Iè vogli la bella Margarita." - Chigli servitoru lu ivu a
dì'
agli patronu, i chistu ci dicivu: - "Ràprici, i fammugli
munì'
'n cima". Azziccavu, i ivu a 'na bella stanzia 'ndò' steva gli
magu,
i chistu ci dicivu: "Giuvanò', che vo' tu?" - "Iè vogli'
la bella Margarita."
Andannu gli tozu, i gli purtavu
a 'na stanzia piena du favu i ci dicivu: - "Si tu gli nottu tu magni
tuttu
'stu favu i' tu dongu la bella Margarita" - i dicennu accusì gli
runsurravu allocu drentu. Chigli poru giuvunottu nun sapivu accomu fa',
i lu favu nun su lu puteva magnà' purchè era 'na stanzia
piena, i punsennu punsennu su facivu quasi dì. - I cummu facci
mo'
iè - dicivu gli giuvunottu - quannu gli magu ve' aieccu i
rutrovu
tuttu 'stu favu? chigli mu su magna me! Cummu facci mo iè?" -
Andannu
su rucurdavu chella bacchetta cu ci avivu datu gli quinatu porcu, la
battivu
i cu 'n mumentu 'ndrarunu 'na mucchia du porci, i cu 'nu mumentu su
magnarunu
lu favu. Gli magu, la dumanu, quannu ivu, i vudivu chella stanzia
vacanta,
dicivu a chigli giuvanottu: - "Chestu mo va be', ma te' da munì'
'nsemu cu mecu." - Gli tullivu, gli purtavu a 'n' autra stanzia piena
du
'ranu i ci dicivu: - "Prima cu vengu iè', addumanu, tu te' da
magnà'
tuttu 'stu 'ranu, purchè su no nun tu dongu la bella Margarita."
Quannu suntivu chestu, chigli giuvunottu, pu la pavura, su facivu
giallu
i su muttivu guasimentu a piagna': - "Ieri munirunu gli quinatumu porcu
cugli cumpagni a 'iutarmu, ma 'voi chi ci vè'? Prêgli me,
do' si capitatu!" Su steva puru pu farsu di, i su rucurdavu dulla
bacchetta
cu ci avivu datu gli quinatu piccionu, i andannu la battivu, i munirunu
cu 'nu mumentu miliunu i miliunu du piccionu, i cu 'nu mumentu su
magnarunu
tuttu chellu 'ranu. La dumanu gli magu ivu a vudè' si chistu
giuvanottu
s'avivu magnatu tuttu chillu 'ranu, i cummu vudivu la stanzia vacanta,
dicivu da issu: - "Si iè si magu, chistu giuvunottu è
magonu!"
Andannu gli purtavu alla stanzia dulla bella Margarita, i ci dicivu: -
"Giuvunò', i nottu t'addormu culla bella Margarita, ma addumanu
iè vogli vudè' 'nu begli vuttaru natu propria i nottu".
Su facivu nottu i su irunu a
durmì'.
Tutta la santa notti stetturu a punsà' accomu su putivu
fà',
i la bella Margarita dicivu agli maritu: - "Addumanu quannu gli magu
ve'
aieccu, i nun trovu lu vuttaru nu' su magna tutt'i du'!" Tunevanu 'na
pavura
futtuta, e 'meci du durmì' stevunu a punsà' alla
criatura.
Su steva pu fà' giornu, i chigli giuvunottu dicivu alla bella
Margarita:
- "Mo cu mu rucordu, Margarita mê, i&eegrave; tengu 'nu
quinatu
scheletru!" Tullivu chella bacchetta, la battivu, i ci su prusuntavu
gli
quinatu. Andannu ci dicivu: - "Sai cu mu succede a mi? Gli magu
addumanu
vo' truvà aieccu 'na criatura nata i nottu, i pensuci tu a
purtarmunu
cauduna." Chigli scheletru arriscivu, i arruntravu cu 'nu mumentu cu
'na
bella 'uttara nata chella nottu propria: la dettu agli quinatu i su
lacozu.
La dumanu gli magu tunevu sicuru du nun truvà' la criatura, pu
magnarusu
la Margarita i gli maritu. Quannu raprivu la porta i vudivu chella
criatura
'n bracci alle bella Margarita, gli magu scappavu. Cu 'nu mumentu
rustarunu
all'aria raperta: gli palazzu sparivu. Cummu su truvarunu accusì
sciotu all'aria raperta su muttirunu 'n camminu, i passarunu pu chella
porta 'n dò' stevanu maritatu lu sôru, passavu 'n
dò
steva gli primu palazzu, i nun ci gli truvavu. Mo 'nanzi aieccu i
dicivu:
"Ci steva gli palazzu du soruma, i mo nun ci stà più!"
Tiravu
'nnanzi, i 'do' stevu gli atru palazzu dulla sôru nun ci gli
truvavu
più, i camminennu passavu pu do' stevu abità' chella
sôru
cu s'avivu pu maritu gli scheletru, i chigli bêgli palazzu tuttu
pitturatu i pînu du personu nu nci steva mancu più. Tuttu
sbalurditu tiravu 'nnanzu, i camminennu, camminennu, pianu pianu,
arrivarunu
a 'nu paisu, su furmarunu allocu pu vudè' tuttu, i mentru la
bella
Margarita 'mbracciettu cugli sposu aggirevu pullu vii digli paisu la
racunuscirunu,
i dicivunu tutti ch'era la figlia dugli arrè'. Cummu gli
arrè'
sapivu chestu ci ivu arriscì' 'ncontru, la rucunuscivu doppu
quasi
unnici agni cu ci l'avivu arrubbata gli magu. Facivu fa' 'nu pranzu
'rossu,
i addummanavu agli giuvunottu cummu avivu fattu. Chistu ci raccuntavu
tuttu
gli fattu i su rumuttivu 'n viai'. Doppu 'na dì arrivavu a 'n'
atru
paisu i truvavu la prima sôra cu ieva 'mbracciettu cugli
arrè.
Rustavu cummu 'nu 'mbucillu a vudè' chella maraviglia. Ivu a
'n'atru
paisu i truvavu l'atra sôra pu mogli du gli arrè, ivu a
'n'atru
paisu i truvavu l'utima sôra puru pu mogli agli arrè.
Andannu,
tuttu mesu pazzu, rumunivu arretu i su nu ivu alla casa dulla mogli,
chigli
arrè su murivu, i issu fu fattu arrè.
__________
$
I
tre
re animali di Basile potrebbe essere il modello secentesco di
questa
fiaba raccolta alla fine dell'Ottocento in Ciociaria. Come si è
detto altrove, nelle fiabe popolari del Meridione italiano è
difficile
non pensare al
Cunto de li cunti come a un aggregatore di
forme,
talmente bello e ricco che il suo influsso è stato marcato.
Niente
di simile può essere rilevato in Toscana o in Emilia. E' facile
e sensato immaginare che ci sia un corpus di racconti orali nel quale
il
Cunto
affonda
le sue radici, ma l'influsso del capolavoro di Basile, per molte vie
diverse,
mi pare innegabile.
&
Da
Saggio di novelline, canti ed usanze
popolari della Ciociaria, per cura del dott. Giovanni
Targioni-Tozzetti; Palermo 1891

L'AMOR DEI TRE NARANZI
Gh'era
na volta 'n zovem che zügheva ala bala con do compagni, e 'ntel
dar
en colp, l'à bütà la bala drento 'nde na
scüdela
de lat sü la finestra de na stria, che la s'à 'nrabiada, e
la g'à dit che no 'l poderà sposarse se no 'l
troverà
l'amor dei tre naranzi.
Alora el zovem el va da 'n vecio
stròlech, che steva 'nten bosch, per dimandarghe 'ndo l'era sto
amor dei tre naranzi; ma l'altro el g'à respondest che no 'l se
recordeva pü, e che 'l nes a dimandarghe a n'altro stròlech
pü vecio. El va da quel'altro, che no 'l saveva gnent nanca elo, e
'l l'à mandà da na stria, drento 'n mez al bosch. Ela,
ale
tante, la g'à 'nsegnà el palaz endó che 'l doveva
nar, e po la g'à dit che 'l se recordessa ben de torse dre 'n
poca
de sonza da ónzer i cadenazzi seradi da ani e ani, dei bei tochi
de carne per i cagni, en maz de soghe per le done che tireva sü
l'aqua
dal poz cole drezze, e alquante spazzadore per quele che spazzeva le
scale
coi cavei; e che pena sü 'n zima ale scale, el nessa drent en la
prima
camera, e che li, dre a 'n fornel, l'averia trovà na scatola con
dent i tre naranzi.
El zoven el fa quel che
g'à
dit la stria, e po 'l va, el va, e l'ariva al palaz: l'onze i
cadenazzi,
e 'l portom el se spalanca de colp; ghe salta 'ncontra do tre cagnazzi,
ma elo 'l ghe büta lí la carne, e i lo lassa passar; el fa
tàser le done dàndoghe le soghe e le spazzadore, el va
sü
per le scale, el trova l'üs avert, el salta 'n la camera, e 'l
brinca
la scatola drio el fornel. Ma en quela càpita le strie, che le
era
le padrone del palaz, e le l' voleva ciapar, e elo via come 'l vent, e
zo per le scale cola so scatola 'n mam. Alora le strie le s'è
messe
a zigar: "Done, cagni, ciapelo; porta, sèrete!!". Ma le done,
che
'l gaveva dat le spazzadore e le soghe, i cagni, che i aveva
magnà
la carne, e la porta, che 'l g'aveva dat l'ont, i l'à
lassà
passar senza farghe gnent.
El zovem alora tüt content
l'è tornà dai do stroleghi a contarghe come la gh'era
nada,
e anca dala stria de prima, e ela la g'à racomandà de no
daverzer la scatola, se no 'l gaves pam e vim. Ma l'era tant corios che
quan l'è stà en pez lontam el l'à daverta, e,
golos
come l'era, l'à volest magnar en naranz; ma l'aveva apena
scominzià
a mondarlo che è saltà fora na pütela, bela come 'l
sol, e la ghe dis: "Pam e vim, senò mi moro!". Pam e vim no ghe
n'era, e la pütela l'à cognest morir.
En poch dopo el rote n'altro
naranz,
e ghe toca l'istessa storia. Alora sí l'à capí
quel
che g'aveva dit la stria, e 'nnanzi de pelar el terz l'è
nà
'nte na casa de na dona, endó gh'era pam e vim fin che 'l ne
voleva.
El rote, pü corios che mai, l'ültim dei tre naranzi: salta
for
na pütela ancor pü bela de le altre doi, e la ghe n'à
dat, la pütela no l'èi morta, e 'l zovem l'à
pensà
ben de sposarla.
Ma entan che 'l neva 'n
zità
a crompar i ori da ferar la sposa, quela dona, che l'era na stria
cativa,
l'à volest farghela, perché la voleva che quel zovem el
sposas
la so fiola. La ciama lí l'altra pütela e la ghe dis: "Vei
chí, ché te peteno e po te vesto da le feste". Ma endel
petenarla
la g'à 'mpiantà aposta n'ücia endela testa; la
pütela
l'èi deventada na colomba, e for da la finestra. Alora la stria
l'à fat sü en chichera la so fiola e po, gnent fü
gnent
sia, l'à mes sü 'l rost per el disnar.
Entant è tornà el
spos, che l'à ben vist che la pütela l'era pü
brüta
de prima, ma l'à credest d'esserse falà e no 'l
g'à
pensà pü. Ma tüt enten moment, càpita süla
finestra dela cosina na colomba, e la dis: "Rosto, te podessi
brüsarte,
che la fiola dela stria non la podessa magnarte". El zovem alora che,
come
ò dit prima, l'era za en poch ensospetí, el ciapa la
colomba,
e 'ndel carezzarla el ghe trova n'ücia empiantada 'ntela testa: el
ghe la cava e, corpo de Baco, salta fora de nof la sposa, che
g'à
contà tüt.
E alora el spos tüt
enrabià
l'à fat brüsar le do strie, e 'l s'à sposà la
so pütela. E i a fat nozze composte, sorzi peladi, gati
scortegadi;
e mi, ch'era soto ala taola a pestare el pever, no i me n'à dat
nanca 'n goz da bever.
Slonga la foja, scorta la via,
conté la vossa, ché mi ò contà la mia.
______________
$
Si confronti questa fiaba con
La
Bedda di li sette citri, che potrebbe come questa avere il suo
modello secentesco nei
Tre cedri di
Basile. È altrettanto probabile
che
sia da considerare autonoma nel suo fiorire in tante parti di Italia,
piena
di grazia poetica intorno al desiderio maschile e alla natura femminile.
&
Angelico Prati, Folclore
trentino.
ČIAN
BOLFIN
'N chel an da chela gran
nevères che la levines vegnia žù de
dogni
vers, che nešsugn no se fidèa più žir fora per chela monz
perché no i podea passer niò. Zacan l'e vegnù
d'aišuda
nče n chel an, che la neif s'insia e i reves vegnia gregn. Chi da
Cianacei
e Gries no n'ea pèster della feides e nešsugn no volea žir perché n'era
beches e i peéa massa pec. A forza de domaner l'un e
l'auter un tous de Cianacei l'a dit che el va ben co la feides, ma che
i cogn insigner un bon bec e ge der tant che el posse viver e vadagner
velc. E cosi i e restè d'accord e pec diš do la lašsa žir la
feides.
Chest pester lera proprio valent,
che la feides vegnia dan dì'n di più belles. E la žent
l'aea
a cher fora de mesura perché lera un bell tous e valent.
Desche che lera la usanza i etres
egn, che de messel i pestres sin šia col pestušum te la Lasties, cosi
l'e
sen šit ence l paster da chel an. E te sot i Cougoi l se stasea bel e
ben.
El menèa la feides d ogni dì su per la Lestes, sun Pela
de
mez e sun Pela de Mičel olà che la feides šia sot l'erba. El
content,
podea pusser e varder stroz, che la feides se moea da sé 'ntorn.
Fra na dì e l'autra, can
che el vardea cossita stroz e chel ŝia mingol fora per chi coi el vedea
che
via sass de Pordoi lera na tousa che metea fora semper roba a
sièr.
El aea tegnu oservà che can che no n'era fora nia, n curt temp
vegnia
la pievia. El se pisaa: "Che mostregnol sara po mai colavia. Fosse ben
corious
de žir via e me rifèr su per chele creppes a veder chi che le".
La
proà più outes ma no l'era bon de se 'mbater a pede.
Na dì fra l'autre el ge
ruà e l'à vedu apontin olà che chesta femena
la e sin šita ite per na sfessa de la crepa. Le sit via
dò
e l' sa striesa ite per sta sfessa e le ruà ite te na bella
sala. Can che l a vedù l e restà incantà e a un
vers ence
sperdù che l se pisea olà mostegno sare mo mai
ruà.
Intant che l'era alò mez gram e mez sperdù ven fora per
uš
na bella tousa e la ge diš:
"Che volede po vo chio?"
"L e za ntra de temp che vedee
semper che metaede fora roba a sier e son stat tant corious de vegnir a
veder chi che lè chio."
La diš ela: "Va ben, va ben ma
se dona Chenina saessa, no se co che la ve šissa".
"O per chel no e pò nia
paura, anzi la volesse po veder bolentiera, che se la e tan bella che
vo,
dapo men vae bolentiera content".
"Auter che! Dona Chenina l'e
auter
più bela che ge", la diš.
"Mo fosse proprio corious de la veder
dapò".
Sta tousa la e 'ndo sen šita ite
per chist uš e n moment do ven fora dona Chenina. Tè le
restà
più che maraveà a veder cossi na bella femena, che n vita
sia
nol ne aea mai vedù na più bella. 'N pec i se a
vardà
e do i scomenzea a se parler. Ella l'al domana fora de dut. E do che l
ge
à contà che lera l paster dela feides e che le ruà
per
azident ca ite, l a l'à domanà se nol volessa nia ster a
pede ella1. Perché l era ence
un bell
tous,
ros e bianc desche n pom e san desche un pes.
"Ge stasesse ben bolentiera," l
diš, "ma al incontro cogne šir a varder de la feides che in caso can
che
les
ven su de Pela de Mez a beiver, no les me saute sun ruf o šu per chi
forgn
e dapo cogne nce vardèr, che l'egua no me leve i agnie,
perché la
žent la e bona e valenta, cossita cogne ence ge osserver de mia feides.
"Se te ves ster apede me, no te
es brea de te cruziar per la feides che ge mane fora mia massera e
chela
les pera dutes sa Cianacei zenza che in mence una, e la diš che la les
à
troèdes zenza pester e che i les se a pissà che chesta
feides con esser de Cianacei o Gries cossita i se les rencure che les
no ge
vegne
mencedes."
"Se son segur de chel dapò
stae ben apede vo."
"Ben," la diš, "dime cheche te es
inom".
Zenza se piser trop (laea un
piccol cian che l'era cosita bon de širdo la feides e chist l'aea inom
Bolpin.
- El diš: Jo e l'inom čian
Bolpin.
E vo che aede l'inom? el diš.
"Ge è inom Dona Chenina".
E dapo la se la ciapà pe
la man e la l'a menà te un'autra cambra de la ite che l'era
amò
un' toc più bella che la pruma.
"Ades," la diš, "staźon chiò. E se tu ti
es valent, te ares
dut che che te ves."
E la se utà dintorn e la
diš a la massera:
"Va fora e tol chela feides e
meneles žù a Canacei e di che te es troa sta feides zenza
pester."
Ela la fat cheche Dona Chenina ge
à insegna. Chesta žent i era grames e sperdui. Che che 'n
sarà
vegnù de chist paster, che lera un tous tan valent. Mo ič i se
ha
rincura la feides e del pester nešsugn no à più
sapù
sapia.
Cian Bolpin e doña Chenina
i se vivea sori te so palaz. La massera i servia de dut che che i durea
e
el temp passea che no i saea co. A Cian Bolpin ge parea ben che fossa
un
gran pez che 'l era lò e el diš 'na uta a dona Chenina:
"Le un bon temp che son
chiò
e se ben che no me menča nia, fosse impò corious de šir na uta a
cesa a veder che che fes mia žent.
"Mi bon Cian Bolpin se tu te
ves te lase ben šir, mo de tia zent ge cree che no te troares
più
nešsugn. Perché le ža un muje de egn che ti es chio".
- E ge volesse šir proprio
bolintentiera.
- Ben se tu te ves šir, scouta.
Chiò te dae chist anel e can che te es chest anel apede te, te
troares
ogni streda che te ves. Mo recordete de vegnir indò se nò
la te va mel."
Na di a duta bonora la ge a
insegna
ite na bella tasša de roba e la l'a compagnà fora sin forinsom
šella.
E alò i se toccià la man e i se à dat un buš e le
sen sit žù per la Lasties e fora a Cianacei.
Can che l'era rua a cesa da chel
prum molin e chel va te stua el veid che l'è dut de autra žent.
I
ge a domana che chel vël. Mo el diš ge son chiò de cesa.
Chiš
à
scomenzà a grigner a sentir che un forestier che nešsugn nol
cognosea
vel esser chiò de cesa. Le šit su per la villa a domaner l'un e
l'auter
ma nešsugn no ge saea dir de chela žent che el' domana dò. Zacan
la
troà sul cianton de Bertol doi vejes che se recordea zeche, che
chi
egn i contea che le šit un pester perdù. Mo che de chela gent e
parentella
i e ža morč fora duč. Can
che l'à
sentù cossi l
è
šit dal curat a preer chel vardasse dò tel liber del bateisum. -
E apontin la troà che lera notà ite che chest tous le
žit
perdù da un gran pez inca.
Can che la vedù, che no la
più parenč, ne amiš e che 'l se troa soul desche un pel ten pra,
el se à pissà per me le mieč che min vae indò a
pede
Doña Chenina, che per me no le più nia.
Lera giusta el meis de Aost, che
la žent sia za mont a seèr e le sen šit su ence el con chiš. Can
che je ruè sa Mortič i a chiamà alo da l'ost e l'era
tropa
žent lo; omegn e fenč e
touse. Chi parlea de na sort e chi
de l'autra,
chi del temp e chi del lurèr. Candenò sauta fora un e
l' diš.
"Chelun el che à la
più
bella femena do nos etres?"
Un el diš: "La più bella
femena
lè la mia" e l'auter: "La mia la è po più bella".
E
così
un do l'auter ogni un volea aèr la più bella. Ches Cian
Bolpin che l'era te'n piz te to desc el se grignèa a sentir che
chis volea
aer cosi de bela femenes. El diš: "La più bella femena de duč e
po
ampo ge. Un l diš ge no cree nia, mo meton pen a do trei pazeides de
vin,
ge vel ence toleres apede no de mo vin.
Chis scomenza a meter pen e a
maner
a tor la femenes. Sora un pec les à scomenza a vegnir e l'era
proprio
de bella femenes belles e torones. Cian Bolpin le sit de fora el se
à
tout fora l'anel del deit e el l'à tirà do la strada su e
l diš:
"Va di che Dona Chenina vegne
subit."
Un pec dò zachei aur l'uš
e ven ite la massera e la va via apede Cian Bolpin e la ge deš l'anell
e la diš:
"Dona Chenina a dit che vegnide
subito
a cesa."
E l diš: che la voi veder chio,
per che aon metu pen.
Can che duč, chi che l'era
alò
i e restè colla bocia averta e d'ognun a cognù dir che
chesta
l e la più bella.
Cian Bolpin el diš chesta l'e
demò
la massera ma co vedede la femena dapò podede po parler de bel.
Duta chela femenes che l'era
alò
les zachea dala ira perché dogni una aessa volù esser la
più
bella e che so om aessa avent el pen. Un moment do se aur l'uš e ven
ite
Dona Chenina. N la outa prest ge restea fora a duč l fià a veder
la
beleza se sta femena. Mo ela no a parla mia e la è šita via
apede Cian Bolpin e la diš:
"Così te feš tu e te chela
la la čiapa per la man e la ge a tout l'anel fora del deit e fora da
uš
fora.
Cian Bolpin laea ben avent el pen
ma
no l'aea più l'anel e nol troea più la streda. Le šit de
fora e la varda d'intorn e le resta dut gram e sperdù e zenza
dir
nia a nešsugn le pontà su per Pecedač desche un čian
bagnà.
E su e sù per chest bosc in su e in via e in cà senza
saèr
olà che el rua e l'era gram (?) perché l'era scur.
Candenò
zacan le rua apede de gren pecei el sent che de sot inlengia un cogol
le
zachei che perla. El se tira apede chis e l veit che i è de trei
che dombra
soldi a pede fec.
El diš: "Bona sera".
Candenò
se dreza su ùn de chis: "Che veste po tu chiò" - "O," el
diš, "Speta che fazon subito". Dapò el diš: "Che volede po fer
co me,
che son un
pere cos soul che va fora per un bosc zenza saer ola che l'rua."
I l'a domana fora de olà
che el ven e olà che el' va. Ma el ge dašea rispostes che no l'
sa
nia
da olà che el ven e olà che 'l va. El volessa demò
čiaper
lurier apede valgugn per poder se vadagner velc. Chiš i a vedu che le
un
bel tous gran e gross e i se pissea fra de ič. Chest magari podessane
aer.
Un el diš: "Tu te cognes
saèr che nos sion trei leres, e chi che rua sota nošsa mans la
no ge va ben."
Dapo el diš: "La pel širco che
la vel: più che morir da fam no è nience a širintorn
chiš
bos."
Un el diš: "Se te ves te pes ben
ster apede nos mò velc outa hon trop da lurèr e trop da
rischier."
"Chel me é listess. De
lurer
son bon e paura non n'e. Mo fosse cosi famà, volesse ve
preer
velc da magner."
Un le šit doi trei veres de
là
e la portà un sac e el diš: "Chiò te es cern e ardel e
pan
e ega de vita. Beif e magna e dapò se parlaròn."
La varda olà che le mingol
de post sconet per se senter šu. E can che la verdà l'era
inlegia un burt mantel. El diš "Che berdon e l po chiò? No me
tire
po massa da vešin, che me čiape su poies."
"Auter che berdon chel alo", diš
un de chiš leres. "Chel l è un mantel che la na grandissima
virtù. Co un se feš la ite e che l' diš: Ui alo o ui alò
te un moment le
te chel post chel vel. E el sgola un toc più svelt che l'egua".
"O chest nò nol cree, che
con un tel berdon se n podesse fer na tela".
"Ben se no te crees te proares
can che le chis diš che ven".
E i se a tan parla che i
l'à
laša se fer ite a proer se le bon de se uzer. Ma i diš che el vae
demò
mingol soul per aria e che no' l stae po a šir dalenč.
"Po, nà nà" el diš:
"e olà volede po che vae ge. Ge son content de star apede vo
etres".
Ches Cian Bolpin se fes ite te
chest
mantel
e scomenza a šir in sù e scomenza a se uzer e el sia saldo
più
aut e più aut. In la uta chiš leres à ben scomenza a
crider:
"Gei su, gei su". Ma el se pissea: "Ge ve la è fatta a vo etres
musač vardame dò. E canche le stat tan aut, che chiš no l vedea
più
el diš "Ùi fin sas de Pordoj." E chest Mantel sauta n via e ten
moment
le stat fin al Sass de Pordoj.
Crepea giusta l'elba che
scomenzea
a veder mingol stroz e el se peissa: "Ades de che vers me auze?" E el
va
via
e via per chest sass. Candenò el rua apede na čenta che šia per
mezza
la creppa e le sit in via e n via e zacan le rua apede un piccol uš. El
va ite per chest uš e rua te na cesa da fec, che l'era na femena co na
fana
sora fec.
El diš: "Bondi a vo."
Chesta auzǎ su el cef e la
ge
verda
e la diš: "Mi pere tous olà este mai ruà."
"Perché pò no
coši?"
"Te cognes saer che chio le la
cesa
del Vent e can che chel ven chi che rua chiò va duc in ruina."
"O ge per chel no e mingol de
paura.
E ve pree lašame ster te un piz e dašeme velc da magner, che me
contente co che mai e canche ven el vent prearè ben che nol me
bute žu per
sta creppa."
Ma la diš: "Se no te es paura te
pes ben rester, ma sarà ben difficile che el patron te tole,
perché
l vel esser soul chio intorn.
In tant le vegnù da sera
e le sit fora forin l'uš e l vardea via per l' Sass de Salei e giusta
che
fioria sorege e l'era dut tanto Dio cet.
Candenò scouta mingol e
'l sent bugolar e in lauta la diš ella šampetene pur da ite ve, che co
'l
rua, se ties de aria sun chi bušes e le šin šampa da ite te n piz de do
un armer.
Candeno el ven cheš vent con tant
i gren tomulč che l parea che la crepes tremassa. Ven ite da uš ite da
un
piz n lauter e el diš, chi este po chio? Po la diš no l'e nia. E el diš
e
jo è sentu da pez che le zeche chio, voi veder chi che lè.
Cheš Cian Bolpin bel stasea
inculà
te sò mantel te do l'armer e 'l se pisea se te me ves scarer
fora.
A ben che son mieč de sgoler che tu.
Candenò el rua apede:
"Cheš fešte po tu chio?" el diš.
Po el diš: "A chierir lurier, se
me volassade urè, ge stasesse bolantiera apede vo."
Po el diš: "Es bel dir tu ster
apede me. A ster apede me un cogn esser bon de sgoler e amò
mior
de lurer."
"Ge son bon de fer un e l auter
che che le, e ge ge la 'ndesfide a duč."
"Ben dapo volon proer doman son
vin Pecedač a deresèr do trei pecei a chi da Gries che i
à
semper na bega.
Can che le stai indoman bonora i
se a partì e via. Cian Bolpin s'a fat te so mantel e la dit: ui
fin
Pecedač e te un moment le stat lo. Demo che l disea sula ponta e ui sa
bas e così
el sia da un pecel a l'auter che el polver sutea. Candenò el
sent
bugoler Vegnia enče el vent.
Can che le rua el diš: "Ma per
amor
de Dio che este fat chio. Laša pur ve che se no à po tant de
bestiemer
da chi da Gries che la nosa ruina."
E la vardà un pec stroz
a veder chis pecei duč n crouš e reversè un sora l auter e l
diš: "Tu ti es auter mior e più svelto che ge a fer chis lurier.
Ben
sin
šon."
Cian Bolpin la dit ui a cesa e
le stat sobito alò. Can che stat da sera l diš: "Adess cognon
pusser
doi o trei diš, perché è indò un gran lurier da
fer."
"Che fossa po chest?" la domana
Cian Bolpin.
A l diš: "Dona Chenina a da šir
in curt te let e dapo cogne šir aš ge scoar fora el palaz perché
l'e
demò ella e la massera soules e les no scoa mai, in dut
l'ãn."
"Apò lašame pur vegnir
con vo, che volesse cosi enge ge širalò."
"Ela me a racomana tant de no
ge dir a nešsugn can che vae a scoer da ella e che vegne soul."
Cian Bolpin la tant prea e fat e
dit
finamai che el' vent la dit che el lo laša šir con el.
Mo el diš: "Recordete che te
staes
te do de me e de aer gran reguardo che no te ge ruines e te ge reverses
velc."
Chi doi diš el vent a pusa del
dut,
ma Cian Bolpin inveze el fasea menes de šir de fora e dapo con so
mantel lera
ora chio ora la lo fora per chis spič. Che el cherdea de cogner veder
ola che lè la sfessa te la crepa per šir ite da Dona Chenina. Ma
no le
mai
stat bon de veder nia, perché ge mencea l'anel.
Can che le stat el terz dì
che i se à metù per streda i se à partì e i
e šič. Apena che i e ruè apede la sfessa ches vent a
scomenzà
a bugoler e les e vegnudes subit fora a ge orir.
El diš "Ades orime duč i uses e
duta la fenestres e armeres, perché ciape da cef e vae do e do."
La massera la in ultima stata
verteeda.
Ches vent scomenza a soffier e
bugoler
e da una cambra a l'autra e daperdù olache l era
passà
no restea più mingol de polver. Cian Bolpin se a fat ite polito
te so
mantel che nešsugn no l'aesse podù cognošer e l' saldi in do e
olà che va 'l vent el sia ence el alò saldi.
Perfin amai che le rua te
l'ultima
sala che la era dut a lušo e Dona Chenina te let. Can che la vedu co
che la
è e che la nol era più da scoer le sin sit te sot letiera
per no aer più brea de se lasser veder e el se à
inculà
laite zenza se mever.
El vent le sin šit fora e a cesa
e can che le rua nol veid più Cian Bolpin.
"El me l'a mpò fata chest
berichin, ma me la podee ben pisser che no la va cosita. Magari perde
enče
el post da Dona Chenina de šir a scoer, ades, che l'era mi mior post
che
aee."
Cian Bolpin te sott letiera ge
saea
l' temp
leng e el se pissea co che el podessa dormir. El sa fat ite bel pian
tel
mantel el diš: "Ui me ndromenzer", e l'à scomenzà a
dormir.
Co tan de temp che
l'a dormi el
no saea instess.
Can che el se desedà el
verda
fora da nascous fora de sot lettiera fat te anter al mantel e el veit
che
la massera šia ite e fora saldi de sbalz a ge porter ora chest ora chel
auter
a Dona Chenina. E sora un pec la sentù che zachei vaa. L'era el
picol
de Dona Chenina che sa desedà. El candenò ven la massera
con un
gran
piat de bella fortaes e la ge les porta a Dona Chenina che la na tout
fora per
gen
der al piccol, Dona Chenina do che ella e el piccol i sen à
magnà
teis, la se a senta žù e la dit:
"Verda cotanta bela fortaes che
e amò chio, se ge podesse demò der una a Cian Bolpin. Per
esser
son
ben stata cativa perché che el me à disubidì na
uta soula
ge
tor l'anell. Co tan bel saesse mai a mi e encě a Cian Bolpin adeš che
l'aesse
tant un bel piccol e per le el e podassane goder e se devertir chio. O
mi caro Cian Bolpin olà sareste mai."
Cian Bolpin te so lettiera la
aea
sentù
dut e no lera bon de dormir e sentia che la fam ge battea e candeno
crepa
fora e el diš:
"O mia cara Dona Chenina ge fosse
ben chio
se te me volesses der na fortaa dassegn."
Dona Chenina da la contentezza la
se
à
senta sù te let.
"Ma olà este Cian Bolpin?"
"Po son chio te sot lettiera."
"Po gei pur fora lassete
vedèr
in ben."
Ches Cian Bolpin le
vegnù
fora e el ge a toca la man a Dona Chenina e i a scomenza a se bosser e
bracer che
l'era bel un spetacol. Do i se a contà un e l'auter co che la ge
è sita fra chis tempes e i a fat contrat de rester insema e no
se
spartir più.
Dona Chenina ge à dat
l'anell da
nef e l'à lašsa che el fae el patron de cesa aut e bas. Cian
Bolpin se
godea mez mondo el sia ite e fora da sia seles e žia a spas can e
olà che el volea. Na outa fra lautra le indo ruà apede
Micel ola che
l'era
i pestres de la feides de Cianacei e Gries e a chiš el ge l'a contada
duta
la storia co che la ge è sita. E do da inlaouta nešsugn no
là
più sentu dir nia de Cian Bolpin.
Se le po semper stat a cesa o se
le sen šit e se chela sfessa de sass de Pordoj la e amò o no de
chel
no se ge.
____________
'
C'è qualcosa nella fiaba di Amore e
Psiche,
col rovesciamento tra maschile e femminile nella natura numinosa e nel
non volersi mostrare, che nella storia di Apuleio è di Amore
mentre
qui è di Donna Chenina. In entrambi i casi è la nascita
del
bambino - là femmina, qui simmetricamente maschio - che induce
l'amante
divino ad accettare l'errore umano. Perché una relazione sia
felice,
e feconda, occorre la relazione con la realtà, e in questo caso
il mondo immaginario cede parte del suo potere perché vincano la
passione e il piacere sulle spinte narcisistiche che impedirebbero il
riconoscimento
della fecondazione come atto che richiede entrambi gli elementi.
Un altro collegamento va fatto con le
numerosissime
fiabe della donna uccello, che vola via abbandonando i figli e lo
sposo,
imponendo a questo, se vuole ritrovarlo, un viaggio ai confini del
mondo.
Nelle Mille e una notte la sposa viene ritrovata oltre i Monti
Qaf,
estremo Occidente per la narrativa araba, identificabile col massiccio
del Caucaso, ed equivalente alle nostre Colonne d'Ercole o agli
Iperborei.
La conquista dell'amore nel registro fiabesco richiede un cammino di
conquista
che lo ritrovi, dopo l'inevitabile perdita, con mezzi umani.
Così
si compie il passaggio dall'immaginario al simbolico da parte
dell'attante
umano - sia Psiche, sia Cian Bolpin - che compie un percorso
iniziatico-eroico, e da parte dell'attante divino - sia Amore, sia
Donna Chenina - che umanizza la propria onnipotenza attraverso il
riconoscimento del proprio desiderio.
Un motivo che
meriterebbe un lavoro di commento: il luogo perfetto, dove si
intrecciano madre, morte ed eternità, è un luogo di cui
l'essere umano non conosce il nome. Da ricordare la mancanza di nomi
scientifici che caratterizza il genitale femminile (v. T. Laqueur
ctrl). L'incontro con la volpe è significativo perché
nonostante la sua conoscenza della lingua degli animali e la cortesia
che manifesta ai ciocciolòns, Cian Bolpìn non ottiene la
rivelazione del nome: essendosi
innamorato, l'attante dolomitico ha perso la possibilità di
risolvere con la magia la questione del desiderio: la stessa cosa
accade nell'ultimo capitolo della storia di Aladino. (v. A. Gasparini, 1993)
Il
nome del luogo della sposa divina,
che consentirebbe
una presa, un controllo, un possesso, non viene mai
pronunciato. E per
giungervi Cian Bolpìn deve farsi strada nella neve: accedere
alla donna,
conoscerla, implica cercarla e trovarla dal lato meno ospitale, il
più
respingente, rappresentato qui dalla neve e dal gelo, in Cenerentola
dallo sporco della condizione servile, altrove dalla pelle di un asino,
di un abito
di legno, che rimanda alla bara, o dalle forme terribili di un'orsa.
Cian Bolpìn ha ritrovato da solo la via per il suo
desiderio: nessuno se
non il soggetto può farlo, e la ricerca esige l'accettazione
della propria particolare
soggettività. (Vedi A. Gasparini, La
luna nella cenere, 1999; cap. VII, Il principe sensibile)
Più avanti il Nano, che
pure è una grande conoscitore di nomi, ignora quello che Cian
Bolpìn sta cercando: i nani rappresentano un erotismo fallico
che non comprende la genitalità, la fecondità: estraggono
gemme e tesori dalla madre terra, ma non sposano principesse,
precedendo quando sono propizi, come accade in Biancaneve, l'incontro
col principe.
Ciò che fa Can Volpin è
intollerabile per la donna, che si trova esibita come parte oppure
ornamento della parata fallica di lui. La donna del mondo magico, come
Dama Chenina e tante altre figure femminili delle fiabe, della
leggenda, del mito (Vedi anche C. Lomi, 2004) nell'atto di abbandonare
e disprezzare questo atto rappresenta la sua volontà di
rappresentare in proprio il potere fallico, e di punire, talora fino
alla distruzione e alla morte, chi se lo è arrogato. Nelle rare
favole in cui alla fine l'amante mortale si riunisce felicemente alla
sposa soprannaturale o infera, ciascuno degli attanti si rappresenta la
mancanza, tollerando la disillusione di possedere il fallo o di
incarnarlo. Nel caso di Dama Chenina, si legga con attenzione il
discorso finale, quando il pastore è sotto il letto, quando dice
che le manca, e che è stata troppo severa, visto che lui le ha
di fatto disobbedito solo una volta. E' come se alla fine Dama Chenina,
sola col suo bambino, con la nostalgia dello sposo mortale, non
considerasse più una sfida al suo potere quel richiamo, ma
qualcosa che attiene alla sfera omosessuale dello sposo, che vuole
vincere grazie a lei sugli altri uomini della sua comunità.
Quella che le appariva un'infedeltà o una mancanza intollerabile
- amore per altro, non per lei - da peccato mortale si trasforma con la
posizione generativa - la nascita del bambino di cui si prende cura
come qualunque madre - in un peccato veniale che si può
perdonare.
$
In alcune raccolte questa versione
è preceduta da altre due
storie, con le quali compone il trittico I figli del Sole. Nella prima si
narra di Elba, figlia del Sole che viveva in un lago e si
innamorò di Bolpìn, un pastore che era stato allevato
dalle volpi, perché suo padre lo aveva abbandonato dopo aver
ucciso la moglie per gelosia. Nella seconda si narra del signore del
luogo, che essendo stato respinto dalla bella Elba, si vendicò
della sua unione uccidendo Bolpìn e abbandonando il loro piccolo
ai suoi cani. Sposandola con la forza ebbe da lei una figlia, Soresina,
che era tanto fragile e delicata da morire la prima volta che
vegliò fino a mezzanotte, tanto da sentire che il cuore del suo
sposo apparteneva a un'altra. Cresciuto con i cani, mentre suo padre
era stato allevato dalle volpi, il nostro Cian Bolpin viveva nei boschi.
Si osservi che a
pede si collega
direttamente
al latino apud. Apede ella, ovvero apud eam, accanto a lei,
come
più avanti, apede vo, apud vos, accanto a voi.
Riguardo
alla grafica, si è rispettata quella originaria, quando ad
esempio Cian e Dona sono scritti sia così
sia Cian e Doña.
Si sono sostituiti alle iniziali C. e D., ricorrenti
qua e là nel testo, i nomi completi. Ringrazio per questa fiaba
i
signori Antoniazzi di Borello di Cesena
che hanno trovato la raccolta durante un viaggio in Val
di Fassa.
La
versione italiana, che figura nel testo citato per la versione ladina,
non è
fedele, e lascia da parte molti passaggi vivi e pregnanti. Non ho
potuto
ritradurla per la difficoltà del ladino, ma spero che qualche
incontro
fortunato lo renderà possibile. La sola libertà che mi
sono presa è quella di
chiamare l'Orco, alcune volte, Orco del Vento. Si legge
nel testo
che nell'originale accanto al termine Orco, fra parentesi, era scritto wilder
Wind, ovvero vento impetuoso, e nel testo ladino si parla
del Vento.
$
Le stesse parole
sono scritte in alcuni casi con una ‘s’ accentata come ‘ā’, in altri
con ‘šs’ Si sono quindi uniformate con la grafia ‘šs’ (ad esempio:
nešsugn). Analogamente si è sostituita la ‘z’ acentata lunga con
žz. Anche Čianacei è altre volte scritta come Cianacei: si
è uniformato come Čianacei. Doña talora è scritta
così, oppure Dona, oppure la lettera ‘n’ porta un accento come
‘ā’. Si è uniformata come Doña.
Encê nel testo è scritto con ‘e’ finale accentata come ‘š’.
Auzâ nel testo è scritto con ‘a’ finale accentata come
‘š’. Le altre numerose incongruenze, sia nella grafia che nella
punteggiatura sono rimaste come nel testo.

'MO FINÌ 'L TONTO
C' era
’na volta ’l tonto, che la su’ mamma je disse: - Fijo mio, va ta ’l
mulino
a macinà ’sto sacch’ i grano.
E,
com’avem ditto lu’ era tonto,
e la su’ mamma ’n ce se fidava che lu’ ariportasse tutta la farina; che
lìa eva temenza che ’l mulinaro ’l buggiarasse ta lu’, ch’era
tonto;
e perché lu’ s’aricordasse je disse lìa: - Bada che de
diece
n’arvenghin nove.
Volìa
di’ ’n p’ la moltura
e tutto ’l resto.
E
lu’, volem di’ ’l tonto, ’ncol
su’ sacc’ allorca, sen gìa p’ la strada e, manco a stancasse ’n
momento, arpitìa: - Che de diece n’arvenghin nove.
Perch’ete
da sape’ che lu’ ’n se
fidava del cervello.
E
camìna, camìna,
èccheve che ’l tonto capìta posso ’n campo, ’ndù’
che se sommentava ’l grano: e lu’ sempre daje a di’: - Che de diece
n’arvenghin
nove:
E
l’arpitìa tanto pe’ n’n
ascordasse che daje, Che de diece n’arvenghin nove, sentì qui’
contadini,
che credetton che lu’ c’esse ’nguidia, e je mandasse ta loro la
caristia;
e ’l massacronno ’n ch’i bastoni; e lu’, porellino, manc’ arfiatava da
le botte, e je disse ta loro:
-
Com’ho da di’ donca?
E
quilli j’ arispòsono che
lu’ eva da di’:
-
Che de uno fussin cento.
Volevan
di’ che ’gn ’acin de
grano
s’aridoppiasse de tanto.
E
’l por tonto ariprende