...We
should
see where we are,
Lost in a haunted wood,
Children afraid of the night
Who have never been happy or good.
(W.H. Auden)
C'è
un gran gioco in mezzo ai guai
che fidando scoprirai;
c'è una gioia
laggiù in
fondo
che
balena in questo mondo.
(C. Rebora)

ANTICHE
FIABE ITALIANE
dei secoli XIV-XVII
scelte, tradotte e commentate da
Adalinda Gasparini

Antologia di fiabe da
raccolte italiane antiche e dialettali
INDICE
Avvertenza
C'ERA
UNA
VOLTA...
...Un
grande
signore di Vienna
...Due bambini di Città di Castello
...Un animale che c'era e non c'era
...Cenerentola assassina
...Tesori sepolti ritrovati
...Lo scoglio del sale
...Una civetta che cantava
sull'aia
DA IL
PECORONE
DI SER GIOVANNI, FIRENZE
1378-1385
L'aquila d'oro
Tavola degli eserciti
e
delle schiere
DA LE
PIACEVOLI NOTTI DI GIOVAN FRANCESCO
STRAPAROLA, VENEZIA
1550-1553
EDIZIONE INTEGRALE ONLINE: ©
Biblioteca Italiana 2003 Scrittori d'Italia Laterza
DAL
CUNTO DE
LI CUNTI O PENTAMERONE DI GIAMBATTISTA
BASILE,
NAPOLI 1634-1636
EDIZIONE INTEGRALE ONLINE:
©
Biblioteca Italiana 2003 Scrittori d'Italia Laterza
AVVERTENZA

La
raccolta Le prime fiabe del mondo,
è
stata pubblicata da Giunti, Firenze,
Collana Gemini (1996), e, in edizione
scolastica
per la scuola media inferiore, da La Scuola di Brescia. Il
manoscritto
era pronto nel 1993, con il capitolo C'era
una volta..., che
aveva
la funzione di offrire, a chi non desiderasse leggere solo le fiabe, un
piccolo percorso introduttivo. Per motivi editoriali questa
introduzione è stata soppressa, e per le stesse ragioni, affatto
indipendenti dai miei desideri, l''editore La Scuola ha
corredato le mie traduzioni di indicazioni per l'uso
scolastico per le quali non ho alcuna responsabilità.
Il criterio adottato nella traduzione delle fiabe è stato Fra i
criteri che hanno guidato la mia scelta
Chi è alla ricerca di fiabe di rara
bellezza e poco accessibili, può leggere le fiabe dialettali di ogni regione
italiana e di alcune isole alloglotte, in parte da me rese in italiano;
se poi ha interesse a comprendere il senso di questo lavoro può
vedere: Re Porco e i bambini narratori (1997), L'orologio
e la
gemma, ovvero la cotica clamorosa (1999), Fiaba,
psicoanalisi e apprendimento Tesi
di laurea di R. Baralla (2003).
Sempre per motivi editoriali dall'antologia sopra citata era stata
esclusa la bellissima storia L'Aquila
d'oro, qui proposta, che dipinge
nel registro fiabesco un'Europa antica anteriore al XIV secolo:
chissà se un insegnante ombreggiato
e illuminato potrebbe usarla per introdurre bambini o ragazzi
alla storia europea... Della stessa fiaba
si può leggere in
questo
sito il testo originario.
Gli insegnanti, gli educatori, e chiunque sia
interessato, potranno trovare altro intorno ai racconti che raccontano
a loro volta i bambini ascoltanto fiabe antiche e miti nella
parte di questo sito dedicata al lavoro nella scuola all'ombra
della psicoanalisi.
C' ERA
UNA VOLTA...

...UN
GRANDE
SIGNORE DI VIENNA
C'era
una
volta, non tanto tempo
fa,
un signore di Vienna, che si chiamava Bruno Bettelheim, e
da
giovane, senza altra colpa che quella di essere ebreo, fu
rinchiuso
nei posti forse più brutti che siano esistiti sulla terra,
Dachau e Buchenwald. In questi inferni si praticavano supplizi che
nelle
fiabe non subiscono nemmeno le streghe che per invidia hanno tentato di
uccidere tre gemelli dai capelli d'oro e con una stella in fronte.
Per fortuna Bruno Bettelheim non
morì,
come la maggior parte di quelli che venivano rinchiusi come lui,
così potè lasciare l'Europa e andare negli Stati
Uniti,
dove lavorò e scrisse per tutta la sua lunga vita
domandandosi
cosa può aiutare i bambini a vivere e a crescere, specialmente
quelli
che hanno maggiori difficoltà, come i bambini autistici, che
sono
quei bambini che non parlano, non giocano, non sanno stare con nessuno
e nessuno sa stare insieme a loro.
Essendo uno psicoanalista sapeva che per i
bambini
non è facile vivere, come per gli adulti e come per tutti
gli esseri umani. Anch'io sono psicoanalista, e posso dire
che il nostro lavoro è ascoltare le persone che ci
chiedono
di lavorare per loro, grandi e piccole, ascoltiamo i loro
sogni,
gli errori, ascoltiamo i pensieri spaventosi, li osserviamo molto
attentamente per aiutarli a conoscersi e a capirsi. I nostri pazienti
sono
persone che vogliono partire o tornare perché qualcosa gli
manca,
ma non potendo farlo da soli, ci chiedono aiuto, un po' come a un
dottore. Lo psicoanalista è l'esperto di una specie di
lungo
viaggio che si fa senza prendere aerei, navi e treni. Si fa
in una stanza, insieme, lo psicoanalista e il suo paziente, e il
viaggio
è un percorso che si snoda nell'immenso paesaggio, vasto e
misterioso
come le profondità della terra e come l'alto cielo, che è
dentro a ogni essere umano.
Essere psicoanalisti porta a vedere dentro di
sé e negli altri tante cose comuni a tutti che fanno paura
perché sono molto pericolose, e tante altre cose, altrettanto
comuni
a tutti, che aiutano a trovare la via per uscire dal pericolo.
E quando Bruno Bettelheim curava i bambini
autistici,
si accorse che per questo viaggio le fiabe erano preziose, come
un
antico tesoro da ritrovare, e scrisse un bellissimo libro per
raccontare
e spiegare agli adulti quello che aveva capito. All'inizio del libro
Bruno
Bettelheim ringraziava chi lo aveva aiutato, e si possono leggere
queste
parole:
In
primo luogo ci furono i
bambini,
le cui reazioni mi fecero
comprendere l'importanza delle fiabe nella
loro vita; poi devo
ringraziare la psicoanalisi, che mi permise
di penetrare nel significato
più profondo delle storie.
Chi vuole capire le fiabe deve prima raccontarle
ai bambini, e per farlo veramente li deve ascoltare. Ma
è
difficile che riesca a raccontare o a leggere una fiaba bene chi si
è
dimenticato di essere stato un bambino per il quale non era
facile vivere, come per tutti gli esseri umani. Capire le fiabe nei
loro
significati più profondi è un'altra cosa ancora, di cui
ho
già parlato in alcuni miei libri, e di cui spero di parlare
ancora
in seguito.
Credo anch'io che solo attraverso la psicoanalisi, che è stata
inventata
cento anni fa da un grandissimo signore di Vienna che si chiamava
Sigmund
Freud, sia possibile comprendere alcuni dei significati
più
profondi delle fiabe, ma non è di questo che ora voglio
parlare,
anche se devo dire che questo libro, e anche questa spiegazione che
cerco
di dare, sono frutto della mia preparazione e della
mia
attività di psicoanalista, oltre
che della passione che ho sempre
avuto,
fin da quando avevo cinque anni, per le storie antiche e
fantastiche,
che mi divertivo moltissimo a leggere: non ho ancora smesso.
...DUE
BAMBINI DI CITTA' DI CASTELLO
Una
volta ero
a fare il mio lavoro in un posto
che si chiama Città
di Castello, dove
mi è capitato
di incontrare più di un centinaio di bambini che venivano,
accompagnati dagli insegnanti, per parlare delle loro
paure.
Uno dei giorni in cui tenevo questi incontri si è alzato
un
bambino di undici o dodici anni e ha cominciato a parlare - poi
la
sua insegnante mi ha detto che si era molto meravigliata, perché
a scuola non parlava mai di sé - raccontandoci le sue paure
più
brutte:
Io di notte mi sveglio e mi
sembra
che vengano ad accoltellare il mi'
babbo e la mi' mamma. Vorrei andare
a
vedere, ma dalla paura non mi
movo, sto lì nel letto e m'immagino
che se mi movo potrebbero
accoltellare anche me. A volte ce la fo a
alzarmi e andare a vedere e
quando vedo il mi' babbo e la mi' mamma
che
dormono torno a letto
tranquillo.
Poi a volte ho paura che vengano gli
extraterrestri
come c'erano in un
film, a pigliare il cervello al mi'
fratello piccino, che dorme nel letto
accanto al mio. E allora mi alzo e mi
metto
vicino al mi' fratello e gli tengo
la mano sulla fronte, così almeno
non
possono venire a pigliargli il suo.
Nella Biblioteca comunale di Città
di Castello c'era una mostra di disegni dei bambini sulle loro
paure,
e si vedevano tombe dei genitori con il bambino o la
bambina
che piangevano disperati, oppure bambini e bambine
sepolti
vivi, vampirizzati,
perseguitati da mostri, zombie,
fantasmi
di ogni forma. I bambini mi raccontavano la loro paura dei
terremoti,
della guerra, dei ladri, della droga, della fine del mondo, ma anche di
un vicino di casa, che avevano visto in sogno come un mostro che
li inseguiva per ammazzarli.
Molti di questi bambini delle loro paure,
che avevano soprattutto al buio, non dicevano nulla ai genitori, le
tenevano
tutte per sé, e i loro genitori forse non avrebbero mai
immaginato
che le avessero. Chi è più pauroso spesso deve dare
l'impressione
di non aver paura di nulla.
Molti altri quando avevano paura chiamavano i
genitori, e i genitori dicevano: "Non ci pensare, non c'è
ragione
di aver paura, guardi troppi film del terrore, stai tranquillo".
Pochissimi
raccontavano che i loro genitori facevano passare la paura,
ascoltandoli
o raccontando una storia per calmarli. Alcune volte ho chiesto ai
bambini
di recitare delle scene improvvisate in cui uno di loro faceva il
bambino
impaurito da qualcosa, e altri il babbo e la mamma che cercano di
fargliela passare, e spesso erano molto bravi, ma la paura di solito
non
andava via. Poi tutti i bambini del pubblico scrivevano qualcosa su
questo,
e un bambino di prima media ha scritto una cosa che conservo, e che
trascrivo
com'è:
Ho
notato che chi ha paura di
qualcosa
non ci rinuncia nemmeno contro
le migliori ragione di non averla
Inoltre ho notato che i genitori provano a
dare ragione di non avere
paura ma non ci riescono spesso, forse
perché
anche loro hanno paure
Questo bambino ha capito che i grandi - che
poi grandi non sono di solito, se non per i loro bambini - non riescono
a far passare la paura perché anche loro hanno paura, anche se
credono
sia meglio non dirlo.
Non è che noi adulti pensiamo di non avere
paure, ma non ci sembra che somiglino a quelle dei bambini,
e troppo spesso non li prendiamo sul serio. Eppure i bambini non
hanno paura solo di cose che forse non esistono, come i
fantasmi,
le streghe o gli
extraterrestri, hanno paura della morte, della
guerra, della droga. E noi adulti a volte abbiamo paura anche
delle
lucertole, dei ragni, di una cavalletta... Allora come mai non
prendiamo
sul serio le paure dei bambini?
Se crediamo che essere adulti significhi avere
le risposte per i bambini, accade che li ascoltiamo solo quando
ci
fanno domande alle quali sappiamo rispondere, e poi finiamo anche
con l'arrabbiarci se le nostre risposte non li
accontentano.
Perché noi adulti abbiamo la paura che sappiamo di avere, quella
che non vogliamo sapere di avere, e quella che dimentichiamo di
aver
avuto da bambini, e alla fine ci troviamo con un bisogno immenso
di consolarci credendo che almeno i
nostri
bambini siano buoni e felici
come vorremmo essere stati noi.
Diamo ai bambini il compito impossibile di
dimostrarci
che abbiamo ragione proprio quando abbiamo più torto. A
questo
punto i nostri bambini non possono più raccontarci che di notte
si svegliano terrorizzati dalla figura dell'assassino o
di
un extra-terrestre ruba-cervelli.
Ascoltare è più che sapere,
perché dà la possibilità di imparare
insieme.
Le cose che si sanno definitivamente non servono per stare meglio
con noi stessi e con gli altri, più grandi,
più
piccoli, più vecchi. La verità di cui abbiamo
tutti bisogno è un'acqua che sgorga solo lungo il cammino delle
relazioni umane, in viaggio tutti insieme per le vie belle e brutte del
mondo, come capita a tanti personaggi delle fiabe.
Le fiabe di questo libro sono per i bambini
seriamente
intenzionati a crescere - cioè tutti i bambini - e
per
gli adulti che non hanno dimenticato com'erano davvero da
bambini.
Ma più di tutto vorrei che fossero qualcosa che i bambini
e gli adulti si raccontano ascoltandosi e guardandosi veramente.
...UN
ANIMALE
CHE C'ERA E NON C'ERA
Un
giorno, parecchi anni fa, nel paese
di
Vinci, molti bambini delle scuole elementari assistevano a uno
spettacolo
teatrale, nel quale un attore vestito di scuro con la sua voce riusciva
a divertire tutti raccontando la storia di Pau, una fiaba sudamericana.
Dopo poco tempo vidi i disegni che avevano fatto
i bambini sullo spettacolo, e in uno di questi si vedeva
Pau,
perso in un bosco, mentre beveva l'acqua di un ruscello: nella
boscaglia
alle sue spalle c'era uno strano animale, che somigliava un po' a un
gatto,
un po' a un cane, un po' a una sfinge.
L'attore aveva raccontato tra le altre avventure
di quando Pau, bevendo l'acqua del ruscello, aveva sentito
dei passi e si era impaurito, ma non aveva detto chi c'era alle
sue
spalle, e fra i suoi nemici nessuno somigliava neanche
lontanamente
a quel
gatto-cane-sfinge.
Incuriosita voltai il disegno per vedere il nome
del bambino, e lessi questa frase:
Io ho disegnato questo animale
per sapere di chi erano quei passi.
Che cos'era successo? Quel bambino di sette
anni aveva messo nella fiaba di Pau un animale della sua fantasia
personale, perché la sua paura si era messa in viaggio insieme a
Pau, e quando Pau aveva sentito dei passi misteriosi nel bosco il
bambino
aveva potuto immaginare il gatto-cane-sfinge.
Fa
più paura qualcosa che non si
può
mai vedere o qualcosa di cui possiamo conoscere la forma? I
mostri
o i fantasmi che cominciamo a immaginare di notte ci fanno più
paura
se restiamo al buio o se accendiamo una luce? Ascoltando la
fiaba
il bambino di Vinci ha acceso la luce su un suo animale che può
spaventare, e lo ha fatto per sapere di chi erano
quei passi, per conoscere l'animale che era e
non era dietro a Pau.
Il bambino di Vinci secondo me ci fa capire
benissimo
qualcosa che accade ascoltando una fiaba: mentre camminiamo in un
paesaggio
pericoloso e fantastico insieme a Cenerentola, Pietropazzo o l'Orsa,
succede
che siamo così vicini a loro che possiamo vedere qualcosa che
è
nel nostro buio.
Ci sono dentro di noi pensieri mansueti, docili,
buoni, ma ci sono anche pensieri feroci, pericolosi. Se noi possiamo
vederne
un'immagine, se possiamo raffigurarli, rappresentarli, esprimerli,
anche
i pensieri feroci possono essere addomesticati. Crescere non significa
avere solo buoni pensieri, significa imparare ad addomesticare con
dolcezza,
con amore, quello che dentro di noi e negli altri non si presenta
come buono.
Le fiabe antiche rappresentano molti
pensieri
e sentimenti pericolosi con orchi, donne crudeli, re prepotenti, ma
anche
attraverso azioni distruttive compiute dai personaggi che amiamo. Penso
che sia bene raccontare ai bambini storie in cui si parla di cose
cattive,
perché le cose cattive esistono, come può esistere una
bestia
feroce: che vantaggio c'è a far finta che non ci sia, o a
volersi
illudere che in realtà si tratti di un agnellino?
Molte fiabe sono state aggiustate per raccontarle
ai bambini, eliminando i personaggi più feroci o crudeli, e le
azioni
negative dei protagonisti, come se questo potesse aiutare i bambini a
non
soffrire o a non avere paura. Spesso si propone loro un mondo
rappresentato
in modo così rassicurante, così privo di fantasmi, che i
bambini non possono nemmeno raccontare ai genitori che hanno paura di
notte.
In questo mondo rassicurante, fatto di storielle edificanti e
prive
di sale, di giochi di parole graziosi ma inconsistenti, si
racconta
ai bambini che i cattivi non sono veramente cattivi, e che il problema
del male, della morte, della sofferenza, non esiste. Le cose più
minacciose vengono censurate: rimosse.
Ci preoccupiamo di non turbare i bambini con
gli orchi, che sono personaggi che si possono affrontare e sconfiggere,
che possono arricchire, come l'orco bruttissimo di Tontonio, o che sono
obbedienti sudditi del re con bizzarre idee sulla nascita dei bambini,
come l'orco tenero di cuore che adotta Violetta. E non ci preoccupiamo
che gli stessi bambini vedano intollerabili scene di distruzione nei
film
o nei notiziari televisivi, eventi terrificanti della realtà,
magari
mentre mangiano.
Le fiabe antiche fanno giocare
nello stesso mondo
immaginale i buoni, i ricchi, i poveri e i
belli,
i cattivi, le fate, gli orchi, i potenti e i disgraziati. Le
trasformazioni
sono tragiche e quasi fatali, come quella del principe serpente quando
gli bruciano la pelle troppo in fretta, e per salvarlo occorre
sacrificare
qualche uccellino e fare un prelievo di sangue alla volpe, che si
deve convincere con una bastonata. La fiaba lega nel suo straordinario
ritmo narrativo, sospeso e universale - c'era una volta, lontano
lontano, un po' di tempo dopo, immediatamente, e
allora
- una straordinaria molteplicit&agraave; di situazioni di
rischio
con altrettante possibilità di uscirne sani e salvi,
arricchiti
e spesso re o regine. E' il modo in cui la fiaba
rappresenta
l'obbiettivo di ogni essere umano: l'acquisizione di una solida
identità,
e il raggiungimento del rapporto fecondo con l'altro sesso.
I mondi
ricchi di elementi simbolici, come
il mondo delle fiabe, sono indispensabili per aiutare i bambini a
capire che crescere è operare, conoscere e trasformare noi
stessi
e la realtà, umanizzandoci e umanizzandola.
...CENERENTOLA
ASSASSINA
Una volta, molti anni fa, la mia
nonna si era messa
gli
occhiali e mi leggeva la fiaba di Cenerentola. Ero su una seggiolina
molto piccola, vicino alla cucina economica, quella che scaldava la
stanza mentre ci si faceva da mangiare. Ricordo benissimo la mia
sensazione di qualcosa di molto serio e piuttosto
preoccupante, quando sentii che il coperchio della cassa
veniva fatto cadere dalla piccola Cenerentola sul collo
della prima matrigna. Anche altre persone della mia
età si
ricordano di Cenerentola assassina, mentre negli anni
successivi
Cenerentola non toccava nemmeno più
quella terribile
cassapanca. I grandi hanno pen-

sato che non era bello raccontare ai
bambini che Cenerentola era un'assassina, e hanno fatto sparire
la cassapanca.
Ma se analizziamo brevemente qualche caratteristica della versione
di
trecentosessanta anni fa, dalla quale sono derivate le versioni
più conosciute, possiamo osservare qualcosa che ci aiuta a
capire il valore di queste antiche fiabe. Prima di tutto diciamo che se
si racconta che la mamma è morta abbiamo una vicenda che parte
dalla perdita, dalla privazione della figura materna, e per questo la
bambina o il bambino dovranno fare molta fatica per trovare i frutti di
un buon rapporto con la madre.
Perché Perlina/Cenerentola uccide la prima
matrigna?
La maltrattava, dice la fiaba, era scortese e volgare, e lei la
uccide perché pensa che così finalmente avrà una
nuova matrigna che la accontenta in tutto: i bambini, specialmente
quelli piccoli, manifestano molto chiaramente con esplosioni di collera
quello che provano verso il babbo o verso la mamma se
dicono di no alla loro voglia di fare qualcosa o di ottenere qualcosa
che è proibito o impossibile. Fanno i capricci, come
si dice, ma in quel momento è come se volessero mandar
via, eliminare - uccidere, dice la fiaba - il genitore che non
vuole accontentarli, come se potessero avere, conquistare, possedere,
un genitore che accontenta sempre.
"Allora io non ti voglio più bene", dicono il bambino e la
bambina, "vado via e non torno più", "va' via, brutta
cattiva!".
E allora Perlina fa cadere il coperchio della
cassapanca
sul collo della matrigna che non la accontenta, e questo accade
come nel grande teatro del sogno, dove si soffre e ci
si allieta davvero, ma poi ci svegliamo e sappiamo ben
distinguere tra il sogno e la vita da svegli.
Cosa accade a Perlina quando sperava di essersi procurata una
matrigna
che l'accontentava sempre? diventa Cenerentola. La maestra di cucito
che credeva tutta buona si rivela ben presto molto peggiore della prima
matrigna, perché ha altre sei figlie, le
sorellastre, con le quali c'è una forte gelosia, e
le tolgono tutto quello che aveva, anche l'affetto del suo babbo,
assegnandole il posto più umile della casa, un posto
da gatti, tanto che il titolo antico della fiaba
è La gatta Cenerentola. E' sporca di
cenere, scura come se la sua luce si fosse
spenta, come la luna quando diventa nera, non
può uscire, è disperatamente sola, e non sa proprio
cosa fare. Ma il suo umile posto nel focolare indica che è
vicina a un calore, e la sua vicinanza con la gatta la
avvicina al carattere misterioso, morbido, agile, che
questo animale ha spesso anche nei sogni, legato alla
femminilità.
Cenerentola ha perso tutto, ma proprio dalla sua solitudine
accanto al
fuoco, dalla sua accettazione di una condizione nascosta,
sofferente, può partire per crescere anche dopo aver distrutto
una immagine materna. Come racconta la fiaba, possiamo trovare un aiuto
anche se si abbiamo sbagliato: se ricordando le parole di una colombina
mandiamo a salutare la fata e proviamo a chiedere qualcosa.
La condizione peggiore, da grandi e da bambini,
è
quando pensiamo che siamo così brutti, o così cattivi,
che nessuno avrà voglia di aiutarci, che i nostri problemi sono
così terribili che nessuno potrà aiutarci, o che le
persone che abbiamo attorno sono tutte cattive con noi, come la
matrigna e le sei sorellastre. E' una condizione insopportabile
perché di isolamento, ci sentiamo irrimediabilmente abbandonati,
e se questa condizione dura troppo a lungo può provocare in noi
danni gravi. Perché in nessuna situazione della vita noi
possiamo andare avanti se siamo completamente soli, e questo accade
quando non riusciamo a chiedere aiuto a nessuno.
Cenerentola non sapeva se le fate le avrebbero mandato qualcosa,
lo
sperava, dalla sua cenere e dalla sua solitudine manda i saluti e la
fata colomba in cambio del suo ricordo e della cortesia le regala
qualcosa di magico.
E' importante osservare che il regalo della fata Colomba non
è un oggetto magico come il tovagliolo di Tontonio o un essere
vivente fatato come il cavallo che la fata regala all'ex-uomo
selvatico. E' qualcosa che rivela il suo potere solo dopo che
Cenerentola gli ha dedicato cure amorose: la fata regala un
dattero da seminare e una zappettina d'oro, un secchiello d'oro e
un tovagliolo di seta per coltivare, non dice affatto che ne
uscirà qualcosa di prezioso. Ma Cenerentola, dopo essere stata
per un certo tempo così sola e grigia di cenere, è
pronta ad avere fiducia: se ha solo un seme in dono, è a quel
seme che dedica tutte le sue cure. Solo un semino, ma coltivando con
amore e speranza questa piccola cosa, il seme diventa una pianta, e la
fata che ne esce insegna a Cenerentola che proprio in nome dell'amore e
della costanza con cui l'ha coltivato potrà ottenere dalla palma
da dattero ciò che desidera:
Dattero
mio dorato,
Con la zappina d'oro t'ho zappato,
con il secchiello d'oro t'ho
annaffiato,
col tovagliol di seta t'ho asciugato:
spoglia te e vesti me!
Mentre Cenerentola fa crescere un piccolo seme, fra le pagine di
un'altra fiaba andiamo a trovare Gemma che dedica alla bambola Poavola
cure tenerissime, dopo aver speso tutto quello che aveva per portarla
con sé e dopo aver preso un sacco di botte dalla sorella
che non ne capisce il valore:
...andò
vicino al focolare, e come facevano le mamme
con i
bambini appoggiò la Poavola su un pannicello di lana, la
spogliò e con un po' d'olio della lucerna le unse lo stomaco e
il pancino, massaggiandola pian pianino. Poi la vestì per la
notte, la mise a letto e si distese
accanto a lei.
La Poavola riempie la sua mammina Gemma di monete d'oro, ma si
comporta
in modo ben diverso con chi la cura solo per avidità, come la
vicina di casa che si trova il letto tutto sporcato anziché
pieno d'oro.
Attraverso la psicoanalisi si potrebbero osservare molti altri
significati di queste fiabe, ma per ora questo ci interessa:
Cenerentola e Gemma non hanno la mamma, e la loro crescita passa
attraverso cure che dedicano a un seme e a una specie di bambina, come
fanno le bambine con le loro bambole.
E quando la storia si è compiuta nelle pagine del libro e
nel
gioco della nostra fantasia, non si parla più del dattero
della fata Colomba, che ha dato il suo aiuto nel momento della massima
difficoltà. La magia, il miracolo di cui parlano le fiabe,
con-sente trasformazioni che sembravano impossibili, aiuta a
riprendere un cammino che si era bloccato, per povertà,
per invidia, per bruttezza, per sfortuna, poi non ce n'è
più bisogno, come raccontava lo scrittore della Bambola Poavola,
oltre quattrocento anni fa:
La poavola, vedute le superbe nozze
dell'una e dell'altra
sorella, ed il tutto aver sortito salutifero fine, subito
disparve. E che di lei n'avenisse, mai non si seppe novella
alcuna. Ma giudico io che si disfantasse, come nelle fantasme
sempre avenir suole.
TESORI SEPOLTI RITROVATI
Nessun bambino al quale l'ho chiesto aveva mai sentito nominare
Giovan
Francesco Straparola e Le piacevoli notti, né X
Giambattista
Basile e Lo cunto de li cunti. Anche gli adulti raramente li
conoscono, e sono pochissime le persone che sanno che le prime fiabe
pubblicate sono di Straparola, mentre Lo
cunto de li cunti è la
prima raccolta, il primo libro di fiabe del mondo. Se paragoniamo un
libro di fiabe a un tesoro, costituito da molti gioielli, da molti
racconti, possiamo dire che non si sa quanto sia antico questo tesoro.
Ci sono alcune storie che somigliano molto alle fiabe presso gli
antichi Egizi e gli antichi Greci, scritte più di duemila anni
fa; possiamo leggere la meravigliosa fiaba di Amore
e Psiche in
un romanzo latino di millesettecento anni fa.
Se paragoniamo le fiabe a dei gioielli, possiamo dire che le
pietre preziose sono come i motivi e le figure che li compongono, come
l'azione di partire per un viaggio lungo e difficile, di essere
trasformati, come una bellissima principessa, un orco, unafata. Queste
pietre preziose esistono, e qualcuno le raccoglie e le lega in un
racconto, come lo smeraldo è incastonato in un anello e le perle
in una collana. Il maestro orafo è il narratore.
Noi non sappiamo, e non potremo mai sapere chi è stato il
primo
orafo narratore di fiabe, perché il suo racconto non è
stato registrato né scritto. Non sappiamo perché lo
ha fatto, o per chi, possiamo solo immaginare, fare ipotesi.
Una cosa che sappiamo è che Giovan Francesco Straparola per
primo ha preparato alcuni gioielli-fiabe e le ha messe insieme a
un'altro tipo di gioielli, i racconti non fiabeschi,
realistici, in una raccolta che è stata stampata. E Basile, un
secolo dopo, ha preparato una raccolta fatta tutta di gioielli-fiabe,
anche utilizzando e modificando alcuni dei gioielli di
Straparola.
Le fiabe di questi due scrittori sono conosciute e apprezzate da
pochissime persone, mentre tutti conoscono e amano
Perrault e i fratelli Grimm, che venendo dopo di loro hanno
preparato le loro raccolte servendosi di molti dei gioielli dei
due orafi-scrittori italiani. Molti pensano che Perrault e i Grimm
abbiano inventato i loro racconti o che li abbiano raccolti tutti
andando per paesi e per campagne ad ascoltare vecchietti e nonnine che
raccontavano storie mai scritte.
Non intendo proporre ai lettori di questo libro le storie
complicatissime degli intrecci tra i maestri orafi né cercare di
spiegare perché a volte gioielli preziosissimi vengano
dimenticati come un tesoro sepolto, mentre fiabe meno preziose sono
amate da tutti.
Ne ho parlato per introdurre un carattere delle fiabe
che
solo gli studiosi conoscono, mentre anche i bambini
devono conoscerlo, perché riempie di meraviglia. Se
ci si mette a cercare quando sono nati la Bella Addormentata, il
ladro matricolato, o Giovannino, capita di credere di aver
individuato la pista che porta a conoscere la risposta, me in
realtà la porta che si è aperta indica una nuova via
da seguire, e poi un'altra, e un'altra ancora.
Si viaggia con la fantasia e con lo studio tra
culture e scrittori lontanissimi tra loro, nel tempo e nello spazio.
Le fiabe sono un tesoro di parole che riempie di meraviglia e di
ricchezza, che viene sepolto e scavato, in un gioco che si
gioca in tutto il mondo, e i personaggi non si stancano di
chiamarsi. Si fanno le stesse distruzioni in Africa, in
Europa e in Oceania. L'asino Brancaleone di Straparola sconfigge
il leone e il lupo come in Birmania il coniglio
sconfigge la tigre e la
scimmia . Il duello magico tra il rubino-Lionetto e il mago somiglia
al duello tra un demone e una principessa de Le mille e una notte. E la
fiaba Il catenaccio di questa raccolta
è parente strettissima di Amore e Psiche.
Questi sono pochi esempi, tra i mille e uno che si
potrebbero
portare, per descrivere quel carattere delle fiabe che mi
è particolarmente caro e mi sembra importantissimo: i gioielli
che compongono il tesoro delle fiabe si somigliano in tutto il mondo e
in tutti i tempi, pur essendo diversi ogni volta, come è diversa
la fiaba che riracconteranno due bambini anche se l'avevano ascoltata
insieme. Le fiabe si somigliano, sono tutte apparentate tra loro, come
gli esseri umani, in tutti i tempi, sotto tutti i cieli. Questa
è una verità vecchia almeno quanto le fiabe più
antiche, ma ancora oggi viene troppo spesso tragicamente dimenticata.
C'è in questi nostri anni uno scrittore che in un suo
romanzo ha
raccontato di un comandante nazista e di un vecchio scrittore
ebreo, progioniero. Il comandante dà la sua
protezione in cambio di nuove storie, come quelle che leggeva da
bambino, e quando le rimpiange l'ebreo gli dice queste
parole:
Più non
esistono al mondo storie
semplici. Ed ora mi ascolti, e non m'interrompa, di grazia, ad ogni
piè sospinto.
LO SCOGLIO DEL SALE
Tradurre significa ascoltare o leggere qualcuno e raccontare cosa
ha
detto a qualcun altro che parla in modo diverso.
Per raccontare le fiabe di questo libro ho ascoltato
Straparola,
Basile, Ser Giovanni, che non ci sono più da
centinaia di anni,
ma che quando erano
vivi hanno fermato sulla carta
qualcosa della loro anima, del loro tempo, della vita che hanno vissuto.
Della vita di Giambattista Basile si sanno alcune notizie,
degli
altri due scrittori nulla, se non il mondo che hanno racchiuso e
salvato magicamente nelle parole dei loro racconti.
Per l'adulto che ne abbia il desiderio e sia disposto a fare la
fatica
necessaria, la lettura diretta di questi Autori è un viaggio
straordinario, che però pochi compiono.
Se paragoniamo la lettura a un'ascesa in montagna, potremmo
dire
che leggere Straparola riguardo alle difficoltà della sua lingua
non è molto faticoso, diciamo come salire su
una bella collina, anche se bisogna fare molta,
moltissima attenzione per apprezzare veramente il panorama e i suoi
particolari. Straparola ha un gusto grande nel giocare parlando, nel
narrare divertendosi, e credo che questo suo gusto lo abbia portato a
inserire per primo delle fiabe di magia in una raccolta di novelle.
Con Basile invece si tratta di fare una scalata molto
difficile: se si compie il percorso si gode tutta la
bellezza della montagna, in tutti i suoi particolari,
ma è facile scoraggiarsi dopo pochi passi. Poche
opere della letteratura dell'Italia sviluppano la fantasia
nell'uso delle parole come Lo cunto de li cunti,
perché, continuando a parlarne come di una montagna, è
piena di fiori di innumerevoli colori, di cascate e laghetti che si
aprono ad ogni passo, si passa improvvisamente dall'ombra fresca al
sole caldissimo, e ci sono puzzi e profumi, tanti, dal più
comico odore corporale al sublime incontro col Tempo e le sue
distruzioni.
Per dare una piccolissima idea di com'è la loro lingua ho
lasciato le parole antiche di
Straparola nella fiaba di Re Porco, e
le parole di Basile nella fiaba di Cenerentola, quando il re, tenendo
fra le mani l'amata scarpetta, ne fa un
elogio pieno di immagini. Queste immagini si chiamano
metafore, non sono facili da
capire e da gustare, mentre sono impossibili da tradurle, come un
cibo straordinariamente buono che va mangiato direttamente sul posto,
se si trasporta, se si traduce, si sciupa e non sa più di nulla,
o addirittura diventa cattivo.
Per L'aquila
d'oro ho lasciato intatti i nomi che usa Ser
Giovanni, perché mi pare che leggerli come venivano
scritti seicento anni fa sia come visitare una edificio antico e
perfettamente conservato, vivo. Qui i bei nomi di Paesi e popoli
sono rimasti nella mia traduzione come gli scalini per salire su una
montagna:
Osterich, Luzimborgo, Raona, Isola di
Maiolica, Magna.
Chi non è disposto a tirare su la gamba con un po' di
fatica,
deve lasciare da parte questa storia, ma se continua può avere
una fantastica immagine delle battaglie del tempo, con gli spianatori
che tagliavano le siepi e gli alberi perché non dessero noia
durante il combattimento. Se riusciamo a entrare su quel campo di
battaglia vicino a Vienna, pieno di stendardi multicolori e risuonante
di pifferi e di trombe, passeremo in rassegna buona parte dell'antica
Europa. E capiremo che Ser Giovanni dipinge con le parole tanto bene
che è impossibile dimenticare le sue figure, come quella del
patriarca di Aquileia ferito a morte, che si fa estrarre il troncone di
lancia da Arrighetto conte di Soave-Svevia, e ormai quasi cieco rotea
la spada furiosamente.
Nelle fiabe tradotte da Straparola e da Basile invece di solito ho
cambiato i nomi, e ho dato ai personaggi quelli che piacevano a
me, tranne quando mi sembrava che anche ai nostri tempi un nome, come
Lionetto o Guerrino, potesse suonare bene. Per i nomi dei luoghi invece
mi sono divertita a trovarli sull'atlante: sono quasi tutti nomi
che esistono in Italia, paesi o piccole isole che si possono
raggiungere in treno, in macchina o con il traghetto. Mi pare che
nemmeno la fantasia più esuberante potrebbe trovarne di
altrettanto belli. Vorrei che fosse un segno di quanto è
importante il gioco della fantasia anche nelle cose che concretamente
esistono, altrimenti gli uomini non avrebbero dato ai loro paesi nomi
meravigliosi come questi:
Fontaniva, Roccaraso,
Perdifumo, Pietramala,
Furtei, Serradifalco, Assoro, l'Isola dei Cavoli, Fobello,
Lo Scoglio d'Affrica, Vallermosa, Colleferro, Piandimeleto,
Torritto, Castelvetro, Belcolle, Finzio, Monterotondo, Fiumefreddo,
Roccapalumba, Acquedolci, Torrelunga, Colfiorito,
Zibello, Malesco.
Ho scelto i nomi senza pensarci
troppo, ma c'è sempre
una
relazione, più o meno chiara, tra il nome del
reame e quello che vi accade: per esempio, a Finzio Pamela
impasta Panepinto
con la pasta di mandorle perché nessun uomo
è di suo gusto, e Finzio ricorda finzione. Chi legge queste
fiabe può provare a indovinare il perché del nome, va
bene anche se sbaglia spiegazione, perché ne avrà trovata
una nuova. Se poi non gli piace il nome che ho messo io, può
cercarne un altro sull'atlante, o inventarlo.
Ho sempre cercato di rendere le fiabe comprensibili a tutti, e
spero di
esserci riuscita, i bambini che molto gentilmente le hanno lette mentre
le traducevo le hanno capite benissimo.
Ci sono alcune parole un po' difficili, che anche qualche adulto
dovrà guardare sul vocabolario se vuole essere sicuro del loro
significato, come: conocchia, squacquerare, siniscalco, rigogoli,
bacinetto.
Si può anche fare a meno di sapere cosa vogliono
dire, se
non si ha voglia di cercare, perché non si tratta di
parole essenziali allo svolgimento del racconto. Oppure si può
far finta di saperlo, si può immaginarlo, inventarlo: spesso si
riesce ad avvicinarsi alla verità. Conocchia viene usato
parlando della filatura, che tanto tempo fa, ma ancora in questo
secolo, si faceva in ogni casa, ed è facile immaginare che
è una parte dello strumento per filare, che si chiama
rocca.
Non è difficile immaginare il significato di squacquerare, visto
che se ne parla quando lo scarafaggio fa da supposta allo sposo tedesco
che finirà cacciato a puzzo e
vergogna.
Il siniscalco che prepara i ferri per il destriero fatato che l'ex-uomo
selvatico presta a Guerrino, è nominato nella storia anche
come
maestro di cavalli: in ogni paese c'era un siniscalco, quando molti
andavano a cavallo, e se si sa la parola, si sa che esiste questo
mestiere.
Parlano di rigogoli i fratelli di Nina quando, trasformati in
sette
colombini, le dicono che avranno da quel momento le varie specie di
uccelli come compagnia: chi non li ha mai sentiti nominare, ora sa che
esistono, e se non guarda sul vocabolario magari gli capiterà
anche di vederne volare uno.
Infine il bacinetto, che si trova ne L'aquila d'oro,
insieme ad altre parole che possono insegnare cose interessanti
sulle battaglie di un tempo lontano: è una specie di casco
che si poteva mettere sotto l'elmo per proteggersi meglio la testa dai
gran colpi di spada, come quelli che assestava l'eroico patriarca
di Aquileia.
L'unica fiaba nella quale ho lasciato intatti i nomi dei luoghi,
riportando anche i giochi di parole su questi nomi, è I sette
colombini, perché in questi nomi della Campania chi
legge questo
libro ascolti direttamente la voce di Basile.
Molte sono le pagine di Basile che riempiono di meraviglia e
incantano
il lettore, ma nelle parole del vecchio pellegrino ai piedi della
montagna del Tempo io ho avuto l'impressione che l'anima dello
scrittore fosse nuda.
Mi piace immaginare che Basile, ormai vecchio, scrittore dei
più geniali che siano vissuti, perché lui con
la sua lingua riesce a fare capriole, piroette, balzi, scatti, fermate
brusche, e vola, e naviga, voglia raccontare la sua amarezza e la sua
saggezza. E raccontando insegna come superare l'ultima prova, quella
definitiva, a Nina, che per far tornare umani i suoi sette fratelli
affronta e compie il viaggio più lungo e complicato di quelli
che fanno queste fanciulle di fiaba, per non dire della sua
disponibilità ad ascoltare e aiutare chi le chiede una
medicazione, un aiuto, un consiglio. Per questo ho lasciato i nomi
della Campania di Basile, che esistono ancora o che non esistono
più sull'atlante, come lo Scoglio del Sale, per
gratitudine.
UNA CIVETTA CHE CANTAVA SULL'AIA
C'era una volta, pochi anni fa, a Prato, un
signore
che lavora come animatore, e che non ha dimenticato
com'è difficile, ma anche bello, vivere da bambini. Questo
signore si ricordava che gli piaceva moltissimo ascoltare storie
fantastiche, quando la sera si riuniva sull'aia o intorno al camino con
i suoi familiari, cugini, zii, nonni. Allora
capitava che se fuori era caduta la neve anche nella fiaba era
nevicato, e se una civetta volava facendo il suo verso, anche il
protagonista che partiva per cercare
la sua fortuna
sentiva il verso
della civetta. Proviamo a osservare qualcosa che può aiutarci a
capire come si possono raccontare bene le fiabe.
Sull'aia o accanto al fuoco, le fiabe venivano raccontate
non
solo per i bambini, ma anche ai bambini, perché gli adulti
amavano raccontare e ascoltare insieme ai bambini e ai
vecchi le storie fantastiche.
Sapevano in qualche modo che ciò che accadeva una
volta,
tanto tempo prima, lontano lontano, quando si incontravano le fate, non
era del tutto separato dalla neve caduta durante il giorno, e la stessa
civetta poteva fare il suo verso nella fiabe come nel buio che
circondava il casolare. Allo stesso modo mentre camminiamo noi ci
raccontiamo qualcosa, muovendoci con la fantasia, e piano piano, quasi
senza accorgercene, la intrecciamo con le parole all'esperienza
concreta della nostra vita.
Il racconto fiabesco si lega al gioco intimo della nostra
immaginazione, permettendo di animare un meraviglioso teatro, con tanti
scenari, marine, monti che con la cima sfiorano le nuvole, boschi fitti
dove non riescono a entrare i raggi del sole.
Questo è il gioco dell'immaginazione, alla
quale le fiabe danno il loro ritmo, chiamandola a
vedere com'era l'orsa con lo steccolino in bocca, com'era il
destriero fatato dell'uomo selvatico. Ciascuno di noi potrebbe
disegnare o descrivere il vaso di miele nel quale il calabrone si
sbatacchiava senza potersi liberare, e i gesti con i quali
Guerrino lo ha liberato, mentre la fiaba dice solo che lo ha liberato.
Di chi sono le forme, i colori, i gesti, le dimensioni, se la fiaba non
le descrive? Sono di chi l'ha ascoltata, è accaduto che il
racconto ha chiamato fuori qualcosa di intimo, e alla fine il racconto
vero è frutto del rapporto tra la fiaba scritta e la fantasia di
chi ha ascoltato. Perché i personaggi nominati dalle fiabe, di
cui non si dicono i colori, la statura, il peso, vanno a chiamare i
nostri colori, che sono pronti dentro di noi come l'immensa tavolozza
di un pittore.
Così noi viaggiamo nella fiaba tracciando il sentiero che
la
storia accenna mentre la leggiamo o l'ascoltiamo, ed è
così che la civetta che canta sull'aia, o due
passerotti che posati sull'antenna della televisione, possono
entrare nel racconto. Come entrano nella fiaba la neve caduta durante
il giorno, la civetta e il passerotto, entra la nostra sensazione
di benessere e di allegria, e cammina insieme a Tontonio quando
finalmente ritorna a casa e vince la povertà con i doni del suo
amico orco, entra la nostra malinconia di una giornata grigia e nella
storia de L'orsa si mette nel letto accanto al principe ammalato
perché Preziosa non vuole farsi vedere da lui.
Ma quello che più conta è che insieme a questi
personaggi l'allegria e la tristezza cominciano un viaggio,
come la sgradevole impressione di non capire le cose o di essere
brutti, poco simpatici, che tutti proviamo qualche volta o spesso, e il
viaggio è un occasione di incontri e di trasformazioni.
Anche una situazione disperata come quella di Nina, che per una
distrazione ha fatto trasformare in colombini i suoi sette
fratelli, può diventare una situazione di gioia e
ricchezza, purché Nina, e noi con lei, siamo disposti a
viaggiare sulla riva del mare, lungo un fiume, a valicare monti e
percorrere pianure, forse fino a incontrare la vecchissima mamma del
Tempo, che ci dà le risposte di cui avevamo tanto bisogno.
Bellezza, bruttezza, miseria e potere regale nelle fiabe
rappresentano sensazioni presenti dentro a ciascuno di noi. Noi
possiamo accettare anche quelle negative purché abbiamo la
speranza che finiscano. Si può sopportare qualche giorno di
pioggia se poi si sa che torna il sole, e si sopporta meglio il freddo
dell'inverno pensando che poi viene la primavera. Quello che è
insopportabile è una pioggia che non finisce mai, una stagione
fredda e grigia che dura per sempre. Noi soffriamo soprattutto quando
non abbiamo speranza che quello che ci fa star male possa cambiare.
Ecco, le fiabe sono il racconto della trasformazione di
qualunque
cosa: Cirao dopo aver curato e amato lo scarafaggio, il topo e il
grillo diventa bello e sposa la principessa che per primo ha fatto
ridere; l'uomo selvatico con la sua bruttezza e il suo pelo,
lungo e verde per tutta l'erba che ha mangiato, provoca il riso di una
fata che così guarisce da un ascesso mortale, e viene
ricompensato con tutti i doni che si possono desiderare. Ne Il
catenaccio Alma, dopo aver avuto tante ricchezze nel palazzo
sotterraneo si trova a mendicare per il mondo, come Pamela,
che era bella e ricca, quando le viene rubato il suo
Panepinto. Cenerentola passa tre volte dalla cenere alle vesti
meravigliose prima di diventare regina. Tutto nelle fiabe
può rovesciarsi, come il cielo che da sereno e splendente si
rannuvola e fa scuro il giorno, come il nostro umore, che a volte
passa dall'allegria più sfrenata alla mestizia, senza che
sappiamo come mai è cambiato.
Ma attenzione, le fiabe non rappresentano una realtà
bizzarra e caotica, senza leggi: il cielo può
cambiare da un momento all'altro, ma costante è l'avvicendarsi
delle stagioni, e non c'è notte tanto lunga - se sappiamo
attendere - che alla fine non si apra alla luce del giorno. Noi
possiamo osservare con amore in come e perché i personaggi delle
fiabe si trasformano: quando partono di solito non hanno nulla, giusto
un bastone di corniolo e una veste ruvida, come Giovannino, se poi
partono con servitori e cavalli, come il principe Francesco ne I tre
cedri, li perdono, a un certo punto del cammino tutti
devono
continuare solo con le loro forze. Quando Pamela va in cerca di
Panepinto riceve un regalo fatto di parole, che deve usare solo
quando non saprà più come fare. E' la stessa cosa
che i tre re animali, il Falco, il Cervo e il Delfino, dicono a
Vincenzo quando gli danno una penna, un pelo e una scaglia:
Quando
avrai davvero bisogno e non saprai cosa fare
gettala a terra,
pronuncia le parole 'vieni-vieni'...
Se non ci si stanca di camminare, se si è
pronti ad ascoltare e aiutare chi si incontra anche per caso sulla via,
prima o poi nelle fiabe compare un aiutante, si trova un oggetto
magico, o anche dormendo si ricevono doni dalle fate, come Talia e la
regina madre del principe Porco.
Lo studio psicoanalitico delle fiabe individua le ragioni di
queste
trasformazioni, che come nei sogni sembrano a prima vita assurde, ed
è importante sapere che tanti aspetti segreti, intimi, delle
fiabe e di noi stessi possono essere conosciuti.
Le fiabe rappresentano una inesauribile e regolata
possibilità
di trasformazione, secondo la quale nessuno stato
d'animo, nessun male di cui soffriamo, nessuna ricchezza
che pensiamo di possedere, nessuna disgrazia o sfortuna, sono
definitive, se non alla fine della storia, anzi, di molte storie,
perché di molte, di innumerevoli storie si compone il
cammino di ogni essere umano.
____________________________________
1 Bruno Bettelheim
Il
mondo incantato. Uso, importanza e significati
psicoanalitici delle fiabe;
Milano 1977, Feltrinelli;
Ringraziamenti.
3
Paura, paure.
Incontri,
laboratori, mostre.
Biblioteca comunale di Città di
Castello (PG), novembre 1992 - aprile 1993.
4 Giovan Francesco
Straparola, v.
Bambola
Poavola.
5 Apuleio,
Amore e
Psiche, prefazione,
traduzione e note di Gian Franco Pasini;
Torino 1983, Fògola.
6 Non mi risulta che un
confronto in
questo senso sia stato fatto, ma il lettore
interessato potrà comparare, ad esempio,
La gatta di Straparola con
Cagliuso di Giambattista Basile,
che non ho tradotto. Si propone inoltre il confronto di queste due
versioni con la più fortunata
Il
gatto con gli stivali
di Perrault, osservando che la gatta
lasciata in eredità dalla madre nella prima versione
diventi nella seconda una gatta lasciata in
eredità dal padre, per
trasformarsi alla fine con Perrault in un gatto con
gli stivali, lasciato in eredità dal padre.
7
Perché la
Tigre e la Scimmia sono nemici giurati, in: Fiabe Birmane, a
cura di G. Ferraro e G. Bentivoglio, 1989 Milano, Arcana; pp. 63 sgg.
8 Vedi il
Racconto
del secondo mendicante,
che fa parte della
Storia del
facchino e delle ragazze;
in
Le mille e una notte,
prima [e tuttora unica in italiano] edizione integrale dall'arabo
diretta da Francesco Gabrieli, 1948 Torino, Einaudi; quarta
edizione negli Struzzi 1980, 4 voll.; vol. I, pp. 79 sgg. La storia
è tra le più antiche de
Le
mille e una notte, ed
è attestata da manoscritti
arabi del sec. XIV. Questo duello di Straparola,
insieme all'intera storia sull'apprendistato negromantico,
potrebbe dipendere da un racconto
orale arabo circolante in Europa, ma non
mi sembra possibile escludere che si tratti di un
motivo magico e alchemico formato nell'interazione delle
due culture, quindi naturalmente raccontato in
entrambe. Il motivo del rubino può richiamare
La preta de
lo gallo di
Basile, che è la fonte dichiarata de
La fiaba di Gockel
e Hinkel
di Clemens Maria Brentano (Fiabe, 1981 Milano, Mondadori; pp. 35
sgg.). Per una interpretazione psicoanalitica del duello magico,
vedi di A. Gasparini,
Un istante
prima di
svegliarsi, in
Rappresentazioni. Studi psicoanalitici, n. 3, 1993
Pisa E.T.S.
9 David Grossman
(1986),
Vedi alla
voce: amore, 1988
Milano, Mondadori; p. 304.
DAL
PECORONE DI SER GIOVANNI
L'AQUILA
D'ORO
(Vedi
il testo trecentesco dal Pecorone, il glossario e
la tavola degli
eserciti)
Seicento
anni fa, in Italia, forse dalle parti di Firenze, si raccontava una
lunga
favola d’amore e di guerra. Secondo questa storia c’era una volta,
tanto
tempo fa, il re di Aragona, e questo re aveva una figlia di nome Lena,
piena di grazia, saggia, abile, cortese, e tanto, ma tanto bella, che
nessuna
creatura nel mondo era paragonabile a lei. Tutto il reame di Aragona
parlava
delle sue grazie, e la sua fama correva per le capitali d’Europa.
Già
molti principi, grandi signori e nobili cavalieri si erano presentati
al
re per chiedere la sua mano, ma il re di Aragona diceva di no a tutti,
perché nessuno gli pareva degno di lei.
Quando Arrighetto, figlio
dell’imperatore
di Alemagna, valente cavaliere e perito nelle arti cortesi,
sentì
parlare della sua bellezza, se ne innamorò perdutamente, e
passava
i giorni e le notti sognandola o pensando a lei: cercava un modo per
averla
come sua sposa. Alla fine escogitò un bellissimo e nobile
stratagemma:
per realizzarlo mandò a chiamare il miglior maestro orafo che
c’era
nel suo reame, e gli ordinò di forgiare una meravigliosa aquila
d’oro massiccio, abbastanza grande da contenere comodamente un uomo.
Appena
lo straordinario e grandissimo gioiello fu pronto, il principe
Arrighetto
disse al maestro orafo: “Sono contento del tuo lavoro, maestro orafo.
Ora
dovresti partire con la tua aquila e viaggiare verso al regno di
Aragona,
e qui dovrai arrivare fino alla capitale. Poi andrai nella piazza che
sta
sotto al palazzo dove vive la figlia del re, là innalzerai una
bottega,
e sul cui palco metterai in mostra l’aquila, facendo sapere che
è
in vendita. Per ora non devi preoccuparti di nient’altro: io
sarò
là con te, e al momento giusto di dirò cosa fare”
Allora il maestro, ben fornito
di monete d’oro, partì col suo capolavoro per il reame di
Aragona,
costruì la bottega davanti al palazzo del re, cominciò a
esercitare la sua arte di orafo, e in certi giorni della settimana
esponeva
la grande aquila d’oro. E allora tutti gli abitanti della
città
accorrevano e riempivano la piazza per ammirare questo incredibile
capolavoro,
finché un giorno la principessa Lena si affacciò
alla
sua finestra, vide l’aquila d’oro maestosa e splendente e le piacque
tanto
che desiderò averla. Lo fece sapere al re suo padre, che subito
mandò un messaggero al maestro orafo: voleva comprare l’aquila
d’oro,
per qualunque somma. Allora il maestro andò a dirlo ad
Arrighetto,
che in gran segreto era venuto nella capitale dell’Aragona e si
nascondeva
nella casa del maestro orafo, e Arrighetto gli disse: “Rispondi al re
che
non vuoi vendere l’aquila, ma che gliela regali”
Allora l'orafo andò al
palazzo
reale, fu ammesso alla presenza del re, si inchinò ai piedi del
trono e disse: “Maestà, la mia aquila d’oro non è in
vendita,
ma sono felice di offrirtela in dono, se la vostra maestà
apprezza
il mio umile lavoro”. Il re gli rispose: “Sei generoso oltre che abile,
maestro orafo, e per questo ti prego di portare il tuo capolavoro qui
nella
sala del trono, in modo che possa ammirarlo da vicino: sono sicuro che
ci accorderemo nel migliore dei modi”
“Sarà fatto secondo i
desideri
di vostra mestà”, disse allora l’orafo inchinandosi, e se ne
andò,
per riferire ad Arrighetto quel che aveva ottenuto. Arrighetto, tutto
contento
perché il suo stratagemma si stava realizzando, prese solo una
scatolina
di confetti magici, uno dei quali bastava a sfamare e dissetare un uomo
per una intera settimana, e si nascose nell’aquila, entrando da una
porticina
segreta che da fuori era invisibile, mentre lui da dentro poteva
aprirla
quando voleva.
Quandò vide l’aquila d’oro
il re di Aragona rimase stupefatto e la mandò nella stanza di
sua
figlia, che vedendola da vicino la trovò ancora più
bella.
Il maestro orafo gliela sistemò accanto al letto, e poi disse
alla
bella Lena: “Principessa, vi prego di non mettere nessun drappo
sull’aquila,
perché è fatta di un oro che perderebbe il suo splendore
e diventerebbe nero se venisse coperto. E poi, ve ne prego, lasciate
che
di tanto in tanto venga a farvi visita per prendermene cura,
così
che lo splendore si mantenga inalterato”. La bella Lena, gli
accordò
gentilemente quanto aveva chiesto, al colmo della gioia per lo
straordianario
gioiello, che era unico al mondo.
Poi l’orafo tornò dal re,
gli riferì come la principessa avesse gradito il dono, e
aggiunse:
“Maestà, vi chiedo di permettermi di tornare, per rendere ancora
più felice la principessa vostra figlia: ho cominciato a
lavorare
una corona tempestata di rubini e smeraldi per ornare la nobile testa
dell’aquila
d’oro”. Il re fu estusiasta di questa proposta, e, dopo essersi fatta
portare
la più grande cassa di monete dal tesoro reale, gli disse:
“Maestro
alemanno, prendi tutto ciò che vuoi, perché il tuo
meraviglioso
gioiello ha fatto felice la principessa”. “Signore,” gli rispose
l’orafo,
“il mio compenso è il favoreche voi e la vostra nobile figlia
avete
accordato al mio umile lavoro”. E per quanto il re insistesse
perché
riscuotesse il compenso per quel capolavoro, il maestro ripeteva:
“Statene
certo, Maestà, io sono già ricompensato”.
Qualche tempo dopo, una notte,
mentre la bella Lena dormiva, Arrighetto uscì piano piano
dall’aquila,
e nel buio, sena far rumore, si avvicinò al letto della sua
amata,
per la quale aveva abbandonato la sua Magna rischiando anche la vita.
Restò
ad ammirare la sua pelle bianchissima che si accendeva di rosa sulle
guance,
e il desiderio lo prese al punto che le sfiorò il viso con un
bacio.
La fanciulla si svegliò
impaurita esclamando: “Salve, Regina, mater misericordiae!”, e poi si
alzò
tutta tremante per chiamare la cameriera che dormiva nella camera
accanto.
Nel frattempo Arrighetto rientrò nell’uccello d’oro, e quando
arrivò
la cameriera col lume acceso la stanza appariva quieta e tranquilla.
“Che
cosa c’è, principessa?”, chiese la cameriera, e Lena le rispose:
“Accanto a me c’era qualcuno, perché io ho sentito un uomo che
mi
ha sfiorava il viso”. La cameriera guardò dappertutto nella
camera,
anche nell’armadio e dietro le tende, e non riuscendo a vedere
né
a sentire nulla disse a Lena: “Tornate a dormire tranquillamente,
principessa,
perché deve essere stato solo un sogno”.
Ma poco dopo Arrighetto
uscì
per la seconda volta dall’aquila d’oro, tornò vicino al letto
della
sua amata Lena, e dopo averla baciata dolcemente, le disse: “Anima mia,
non hai nulla da temere”. La fanciulla si svegliò urlando, tanto
che le cameriere si svegliarono, e arrivarono tutte nella sua stanza,
che
perlustrarono in lungo e in largo, ma inutilmente: non c’era nessuna
traccia
di Arrighetto, che era già tornato nel suo nascondiglio. Allora
la cameriera principale disse alla bella Lena:“Che cosa vi prende,
principessa,
che storia è questo sogno?”. Controllarono bene anche le
finestre,
che erano così ben chiuse che nessuno avrebbe potuto entrare, e
allora cominciò a sgridare Lena, dicendole: “Se ci sveglierete
un’altra
volta, lo diremo alla vostra signora maestra. Ma che succede? vi state
divertendo a svegliarci, per impedirci il riposo? Vi pare degno di una
principessa mettersi a strillare nella notte senza altra ragione che
dei
sogni? Ora vedete di non chiamarci più per queste sciocchezze,
dormite
e lasciate dormire noi!”. La povera principessa arrossendo per la
vergogna
diede loro la buonanotte, e tornò a letto cercando di
convincersi
che aveva solo sognato.
Dopo un po’ Arrighetto, quando
la stanza era tornata buia e silenziosa, uscì per la terza volta
dall’aquila d’oro e delicatamente si accostò al letto della
principessa
, dicendole: “Principessa Lena, mia bella Lena, non gridare, non hai
nulla
da temere”. La principessa, che non sapeva più se sognava o se
era
sveglia, con un fil di voce gli chiese: “Chi sei tu?”, “Sono il
principe
Arrighetto di Alemagna”, rispose il giovane. E allora Lena: “Come sei
entrato
nella mia stanza?”, e il principe Arrighetto le rispose: “Mia
bellissima
fanciulla, ti dirò la verità. Da tanto tempo sono
innamorato
di te, avendo saputo della tua bellezza e delle tue virtù, e
tante
volte sono venuto qui nella tua città sperando di vederti, ma
inutilmente,
e così , ho fatto fare questa aquila d’oro e mi ci sono nascosto
dentro solo per vederti e parlarti. Ti prego, principessa, abbi
pietà
di me, pensa che amo te sola al mondo, e per te darei le mie ricchezze
e gli eserciti e anche tutto il regno: vedi che ora la mia vita
è
nelle tue mani”.
Lena sentendo queste dolci parole
si girò verso di lui e lo abbracciò nel buio,
rassicurandolo
così: “Considerando tutto quello che hai fatto per amor mio,
sarei
crudele e senza cuore se non ricambiassi il tuo affetto. Sappi
perciò
che potrai chiedermi tutto ciò che vuoi, ma non prima che io
abbia
soddisfatto il desiderio di vedere come sei fatto: per questo ti chiedo
di tornare nel tuo nascondiglio, e di aspettare senza paura. Domani, di
giorno, fingerò di aver sonno e verrò in camera,
chiuderò
a chiave la porta e sarò sola: allora potremo parlare più
liberamente e vederci”.
Arrighetto le rispose: “Madonna,
se io morissi ora, morirei felice, perché tu tieni volentieri la
mia vita nelle tue mani, solo, ti prego, per la promessa che ci siamo
fatti,
dammi almeno un bacio”. Lena dolcemente lo baciò, perché
il suo cuore già batteva forte per il principe cortese, e allora
Arrighetto tornò nell’aquila d’oro.
Il giorno dopo la principessa,
che non vedeva l’ora di vedere come era fatto il suo innamorato, disse
che voleva dormire, e dopo aver detto alle cameriere che non voleva
essere
disturbata, si avvicinò all’aquila d’oro: Arrighetto subito
uscì
dalla porta segreta e si inginocchiò ai suoi piedi. Quando Lena
lo vide così bello e sorridente e vigoroso gli buttò le
braccia
al collo, e lui subito la strinse a sé, dicendo: “Io sono l’uomo
più felice del mondo, perché ho te fra le braccia,
perché
da tanto tempo non avevo altro desiderio che questo”.
E poi le raccontò con
tutti
i particolari la storia di come si era innamorato e di quando aveva
ordinato
l’aquila al mastro orafo, e del viaggio, e del tempo che aveva passato
chiuso nell’uccello d’oro. Parlava teneramente mescolando i baci alle
parole,
e la stanza si colmava di dolcezza, e alla principessa Lena pareva di
sentire
il soave profumo delle violette che si aprono. Non si può
raccontare
quale amore sbociciò fra i due nobili giovinetti.
Passarono in questo modo molti
giorni e molte notti, e la principessa Lena lo nutriva di confetti e di
vini che erano i più saporiti del mondo, e di tanto in tanto
veniva
il maestro orafo con la scusa di prendersi cura dell’aquila d’oro,
chiedeva
ad Arrighetto se aveva bisogno di qualcosa e il principe rispondeva
sempre
di no
Dopo un certo tempo Arrighetto
chiese a Lena: “Vorresti seguirmi in in Alemagna, dove potremo vivere
insieme
nel nostro castello?”, e siccome la principessa gli rispose: “Mio amato
Arrighetto, a me piace fare ciò che tu desideri”, il principe le
espose il suo piano: “Partirò da solo, e con un bel naviglio
verrò
a prenderti nel castello del tuo padre che si trova sul mare, di notte,
tra un mese preciso. Tu dovrai dire a tuo padre che hai voglia di
andare
al mare per godere dell’aria e passare un po’ di tempo in quel
castello,
e quando arriverò salirai sulla mia nave e partiremo insieme.
Così
andrà tutto secondo i nostri desideri”.
Allora Lena fece venire il
maestro
orafo e, secondo gli accordi che aveva preso con Arrighetto, gli disse:
"Maestro, ti prego di riportare l’aquila d’oro nella tua bottega per
completarla
con la corona di smeraldi e rubini che mi hai promesso: voglio che sia
pronta per quando torno dal castello marino di mio padre". Rispose il
maestro:
"Se il mio signore è d’accordo, per me va bene", e Lena gli
disse:
"Fa' quello che ti dico, secondo i nostri desideri"; così
l'orafo
riportò l'aquila nella sua bottega, e ne uscì Arighetto,
che dopo aver salutato il maestro partì in segreto e fece
ritorno
al suo paese, dove ordinò di allestire una bella nave con alcune
galee per difenderla, e poi salpò dirigendosi verso il castello
marino del Re di Aragona.
Intanto la principessa Lena aveva
detto a suo padre: "Maestà, padre mio, vorrei andare al porto a
vedere il mare, e restare nel vostro castello per un po' di tempo a
godere
dell’aria marina". Il re, che non diceva mai di no a sua figlia,
acconsentì
e mandò con lei dame e damigelle perché si divertisse in
buona compagnia. Lena era felice nel castello in riva al mare e
aspettava
Arighetto, passando le giornate in riva al mare, a immaginare la nave
del
suo signore che l’avrebbe condotta nella Magna come sua sposa, non
vedendo
l’ora che il mese fosse trascorso e pregando il cielo che tutto andasse
come avevano progettato lei e Arrighetto. Finalmente, la notte
stabilita,
Arrighetto giunse e, gettata l’ancora, scese sulla marina. Lena lo vide
dalla finestra e corse tra le sue braccia, risalirono felici sulla nave
che subito salpò, e col favore dei venti Arrighetto la porto nel
suo reame.
Quando nel castello si accorsero
che principessa era scomparsa, tutti si misero in agitazione, e
mandarono
a dire al re che i corsari erano venuti dal mare e l’avevano rapita. Il
re provò un immenso dolore, pensando al triste destino della sua
amatissima Lena, ma poi, non sapendo che fine avesse fatto,
chiamò
suo figlio, il fortissimo Prinzivalle, e gli disse: "Ti ordino, pena la
vita, di non tornare finché non avrai scoperto dov'è e
chi
l'ha presa". Prinzivalle si mise in mare e seguendo le notizie di quel
naviglio sentì dire che il figlio dell'imperatore aveva portato
via sua sorella Lena; quando fu certo che le cose erano andate proprio
così tornò dal re suo padre e gli disse: "Mio signore, il
figlio dell'imperatore della Magna è venuto qua in persona e
l'ha
rapita".
Infuriato per l’oltraggio il re
di Raona decise di muovere guerra all’imperatore della Magna fino nel
suo
reame: cominciò grandi preparativi per allestire l’esercito, e
si
alleò con il re di Francia e il re d'Inghinterra, con il
re
di Navarra e il re di Maiolica e il re di Scozia e il re di Castella e
il re di Portogallo, e con tanti altri grandi signori e baroni di
Ponente.
Sentendo che si apparecchiava guerra contro di lui, l'imperatore della
Magna fece lo stesso, e chiamò come suoi alleati il re
d'Ungheria
e il re di Buemia, e tanti altri marchesi, conti e baroni della Magna,
tanto che da entrambe le parti si radunavano e si preparavano immensi
eserciti
per farli scontrare in battaglia, e fu una battaglia delle più
grandi
e terribili che la storia ricordi.
Appena il re di Raona ebbe
radunato
il suo esercito, si mise in marcia, ed entrò nella Magna e
marciava
sui territori dell'imperatore: quando l'imperatore seppe della sua
venuta
gli andò incontro verso una città che si chiama
Vienna,
accompagnato da una grande moltitudine di genti. Quando furono
accampati
a breve distanza uno dall'altro, il re di Raona tenne consiglio e
decise
di sfidare a battaglia l'imperatore, e allora gli inviò per un
suo
messo trombettiere un guanto tutto insanguinato conficcato su un pruno.
Arighetto, che aveva il grado più alto nell'esercito,
accettò
cavallerescamente la battaglia, e dato l'ordine fissarono il giorno in
cui sarebbero scesi in campo.
La notte prima della battaglia
il re di Raona nominò dodici maestri a capo dell'esercito, tutti
uomini di grande valore ed eroico coraggio. La prima schiera era
formata
da tremila valenti uomini d'arme, tutti vestiti di nero, e
nominò
molti di loro cavalieri dello spron d'oro, e si chiamavano i cavalieri
della morte. A loro capo mise il principe Prinzivalle, al quale disse:
"Figlio mio, questo è il giorno in cui si riconquista l'onore di
tua sorella, ti prego quindi di essere forte e valoroso, e voglio che
tagli
ogni ramo di paura dal tuo cuore, e che tu sia disposto a farti
tagliare
a pezzi pur di non abbandonare la lotta". E infine gli diede uno
stendardo
dove era raffigurato un leone d'oro in campo azzurro che brandiva una
spada.
La seconda schiera era formata
dal duca di Borgogna con tremila Borgognoni e Franceschi, tutti a
cavallo
e riccamente armati, che per quell’occasione giorno portavano lo stemma
con i gigli d'oro in campo azzurro.
La terza schiera la guidava il
duca di Lancastro con tremila Inghilesi esperti e coraggiosi in
battaglia,
ciascuno di loro era equipaggiato col panzerone e la corazza, tutti
indossavano
bacinetti rilucenti ed erano schierati intorno a uno stendardo
dov'erano
raffigurati tre leopardi d'oro in campo rosso vermiglio.
La quarta schiera la guidarono
il re di Castella e il re di Scozia con quattromila armati, tutti a
cavallo
e ben equipaggiati, e portarono due gonfaloni reali, in uno era dipinto
un castello bianco in campo vermiglio, nell'altro un drago verde in
campo
vermiglio con una sbarra azzurra in mezzo.
La quinta schiera la guidarono
e la comandarono il re di Maiolica e il re di Navarra con duemila
valorosi
combattenti, e per insegna quel giorno portavano due bandiere, in una
era
dipinta una lupa nera in campo bianco, nell'altra tre scacchi vermigli
in campo bianco, e una lista rossa vermiglia in mezzo.
La sesta schiera la guidò
il conte Novello di Sansogna con millecinquecento Provenzali, e come
insegna
aveva sullo stendardo tre rose vermiglie in campo bianco.
La settima e ultima schiera la
guidò il valoroso re di Raona accompagnato da quattro suoi
nobili
nipoti, con cinquemila Raonesi ben armati e ben equipaggiati, che
montavano
grossi destrieri, tutti coperti di piastra e di maglia, e per insegna
quel
giorno portavano un angelo con la spada in mano; intorno a questa
schiera
c'erano poi duemila fanti arcieri.
I dodici condottieri
dell'esercito
passavano sempre in rassegna le schiere per mantenerle compatte in
assetto
di battaglia, con tante trombe squillanti e pifferi sonanti che
pareva
uno strepito di tuono.x la pietra del gallo
Allo stesso modo l'imperatore
preparò
le sue schiere, e quella mattina nominò conte e cavaliere il suo
nobile figlio Arighetto di Soave, e gli assegnò come compagnia
tremila
baroni e cavalieri, tutti nobilissimi e valorosi signori, dandogli per
insegna uno stendardo imperiale dov'era dipinta un'aquila nera in campo
d'oro; nello scudo che imbracciava quel giorno era dipinta una
fanciulla
con una palma in mano, e quello scudo glielo aveva donato la sua
amata
Lena, per la quale si combatteva questa battaglia. Poi gli disse:
"Figlio
mio, si combatte per la tua causa, non ti dico altro".
La seconda schiera la
guidò
un nipote del re d'Ungheria con cinquemila Ungheri, e per insegna
portava
nel suo stendardo gigli d'oro in campo azzurro e liste bianche e rosse
vermiglie.
La terza schiera la guidò
il vecchio re di Buemmia con seimila cavalieri tutti ben armati e ben
equipaggiati,
pieni di desiderio di combattere; per insegna aveva un leone bianco con
due code in campo vermiglio.
La quarta schiera la guidò
il sire della Lipa duca di Osterich, con settemila cavalieri di grande
coraggio, esperti nell'uso delle armi e già provati in
battaglia;
portavano due stendardi con le insegne, in uno era raffigurata
un'aquila
bianca a due teste in campo rosso punteggiato di bianco, nell'altro
c'era
un bianco monte in campo azzurro con una spada infitta nel monte.
La quinta schiera la guidarono
il conte di Savoia e il conte Guglielmo di Luzimborgo con
tremilacinquecento
cavalieri, tutti uomini forti e valorosi, senza nessuna paura; per
insegne
portavano due stendardi, in uno era dipinto un'orso bruno in campo
giallo,
l'altro era ripartito in quartieri bianchi e rossi.
La sesta schiera la guidò
il patriarca di Aquilea con millequattrocento conti e baroni e
cavalieri
dello spron d'oro, e per insegna portava una mitra fra due pastorali
bianchi
in campo vermiglio.
La settima e ultima schiera la
guidò l'imperatore con quattromila tedeschi, tutti esperti, che
sembravano nati in battaglia, e quel giorno portò per insegna il
gonfalone che l'angelo diede a Carlo Magno, l'orifiamma, in cui
è
raffigurata una fiamma di fuoco in campo d'oro: questa schiera era poi
accompagnata da molti abili e valorosi uomini di guerra. Ogni schiera
aveva
quattro siniscalchi, che cavalcavano sempre intorno alle loro genti
perché
nessuno uscisse dall'assetto di battaglia, in modo che non ci fossero
vuoti
o difetti da nessun lato.
Essendo pronte e in assetto di
guerra le schiere di entrambe le parti, dopo che gli spianatori
avanzando
ebbero tagliato macchie e alberi e riempito le fosse sul campo di
battaglia,
cominciò a farsi giorno, e i due schieramenti cominciarono a
vedersi,
mentre i raggi del sole battevano su quelle armi rilucenti, e il vento
faceva sventolare gli stendardi e le bandiere; si udivano i nitriti dei
cavalli, e lo strepito dei pifferi e dei trombettieri che suonavano in
tutti e due i campi: pareva che lampeggiasse e tuonasse su tutta la
terra.
Mai come allora si videro tante nobili genti riunite su un campo,
né
tanti valorosi e saggi e buoni uomini d'arme dall'una e dall'altra
parte,
quanti ce n'erano in quel bellissimo campo.
E se mai un esercito
fu comandato
e guidato con abilità e saggezza, quello fu l'esercito del re di
Raona, che appena fu giorno abbastanza da potersi vedere e riconoscere,
cavalcava rincuorando le sue schiere, istruendole nei fatti d'arme, e
incitandole
a comportarsi bene e con grande valore, perché quel giorno
avrebbero
strappato con le spade in pugno il titolo di imperatore agli Alamani.
"E
lo porteremo in trionfo nella nostra patria," diceva il re di Raona,
"con
altissima gloria, come già accadde ai tempi del buon re Carlo
Magno;
per questo prego che ognuno di voi si senta un paladino, pensando che
in
questo giorno benedetto e vittorioso conquisteremo una fama eterna per
noi e per i nostri discendenti, quando il Signore Iddio e il nobile
beato
san Giorgio ci daranno la vittoria. Per questo fate in modo che le
vostre
spade taglino, e che nessun nemico sia fatto prigioniero, perché
un uomo morto non combatte. E chi pensasse di non essere valoroso nel
giorno
che si va a conquistare tanta fama nobile e gloriosa, si prepari a
morire,
perché noi siamo nelle loro terre, e non abbiamo altra
protezione
che le nostre spade, quindi dobbiamo per forza essere uomini di grande
valore". Poi diede ordine che se qualcuno delle sue genti si fosse
voltato
indietro per fuggire, lo uccidessero per primo. Tutte le sue schiere
non
vedevano l'ora di combattere, perché a tutti sembrava di
combattere
per la causa giusta.
Allo stesso modo fecero
l'imperatore
e il nobile Arighetto con tutte le loro genti, ricordando che il sangue
alamano era il più nobile e il più valoroso che ci fosse
al mondo; e dissero: "Non a caso abbiamo conquistato la santissima
corona
imperiale, che da tanto tempo custodiamo nelle nostre mani.
Vogliamo
che vi ricordiate dei nostri antenati, che furono sempre maestri nelle
armi e desiderosi di conquistare gloria per la loro patria, come furono
il buono e valoroso Otto di Sansogna primo imperatore, e il fiero
Arrigo
primo e Curadino primo, e Arrigo il secondo e il terzo e il quarto, e
il
buon Federico primo Barbarossa, e Arrigo quinto di Soavia, e Otto
quarto
di Sansogna, e tanti altri antenati nostri. Perciò siate
valorosi
e forti nel far abbassare l'orgoglio di questi Gallici Tramontani, che
con la loro superbia hanno osato venire fin nelle nostre terre per
divorarci".
Così andava anche il
patriarca
d'Aquilea tra le schiere, benedicendo col segno della croce,
perdonando
a ciascuno i suoi peccati e dicendo: "Ciascuno di voi combatta con
fierezza,
che noi saremo vincitori".
Allora, dopo che l'una e l'altra
parte furono consacrate, e fu assegnato il grido di battaglia che per
la
parte dell'imperatore era "San Polo!", e per la parte del re di Raona
"San
Giorgio cavaliere!", le due prime schiere cominciarono ad
avvicinarsi,
e abbassate le lance valorosamente si colpirono e si ferirono, e senza
paura l'uno assalì con forza l'altro; poi, spezzate le lance,
impugnarono
le spade attaccandosi e vibrando colpi poderosi sui rilucenti
bacinetti,
che mandavano scintille fino al cielo, tanto animosamente le due parti
si ferivano e si picchiavano.
Capitò che il destriero
di Arighetto gli fu ucciso mentre cavalcava, e cadde, ma lui
subito
si rialzò, e con la spada in mano si faceva largo. Lo
attaccarono
molti dei cavalieri della morte, e nessuno riusciva a prenderlo,
ma il nobile Prinzivalle correndo per il campo per caso si trovò
di fronte a lui, e si riconobbero. Allora il nobile Prinzivalle gli
gridò
pieno di collera: "Traditore, sei morto!". Rispose il nobile
Arighetto:
"Io ti prego per amore di tua sorella di non uccidermi". Disse
Prinzivalle:
"Non piaccia a Dio né voglia che io abbia dei riguardi per te,
che
non li hai avuti per me", e alzata la spada lo colpì; se non
fosse
stato per la forte e ottima armatura che indossava, sicuramente
Arighetto
sarebbe morto quel giorno, quando Prinzivalle tagliò in due lo
scudo
che imbracciava. Allora lo soccorse il re d'Ungheria con tutta la
schiera
degli Ungheri, in modo che insieme a loro rimontò a cavallo e
con
la spada in mano ricominciò a combattere; così i
nemici
cominciarono ad arretrare a causa di questo gran numero di armati che
premevano
contro di loro.
Allora il duca di Borgogna
attaccò
con la sua schiera, e fu un'immensa battaglia e la morte di
tante genti; ma nonostante questo gli Ungheri si scostavano e tendevano
gli archi con tanta ferocia che le punte delle frecce sembravano
una attaccata all'altra, e così con i loro assalti ferivano e
uccidevano
molte genti, tanto che per forza i nemici cominciarono a rinculare e
arretrare.
Si mosse il duca di Lancastro con i valorosi e forti cavalieri
Inghilesi,
piombò come un leone scatenato fra gli Ungheri gridando: "A
morte!
A morte!", e gli Ungheri fuggivano davanti a lui come pecore. Allora si
scontrò col nipote del re d'Ungheria, e con la lancia abbassata
gli corse incontro, e lo scaraventò in terra dal cavallo quanto
era lunga la lancia, e subito gli furono addosso e lo circondarono; e
siccome
era di casato reale non vollero ucciderlo, ma lo fecero prigioniero.
Tutti
gli Ungheri, vedendo che era stato preso il loro capo, si diedero
a una fuga disordinata, e il re di Buemmia che li vide mosse con
forza la sua schiera gridando verso i nemici: "Carne! Carne!", e in
quel
punto ci fu una durissima e aspra battaglia.
Allora mossero le altre schiere
che erano dietro a queste, col re di Castella e il re di Scozia e
il duca di Osterich e si scontrarono con queste schiere: il rumore, le
strida e il clangore delle armi erano tanto forti che pareva tremassero
la terra e l'aria. E correndo per il campo si scontrarono il re di
Scozia
e il duca di Osterich, si slanciarono uno addosso all'altro con grande
ardimento e, spezzate le lance, impugnarono le spade, e il duca
infilò
la punta nel braccio del re di Scozia che non potè più
brandire
la spada, così il duca lo catturò e lo fece prigioniero.
Le sue genti vedendo che il loro signore veniva portato via, si
riunirono
e stringendosi uno all'altro fecero barriera addosso al duca e con la
forza
delle armi glielo presero. Il duca allora accanito si gettò in
mezzo
a loro con tanta furia, beato chi poteva fuggire davanti a lui!
Così
trasportato dalla sua volontà avanzò tanto che
arrivò
nella quinta schiera, dov'erano il re di Navarra e il re di Maiolica,
che
si dirigevano prudentemente alla battaglia; e capitandogli di fronte
con
il duca il re di Maiolica abbassò la lancia e puntando al suo
petto
lo passò da parte a parte: così cadde a terra e
morì
il valoroso duca d'Osterich.
E quelli di questa schiera avendo
cominciato così bene si sentirono più arditi, e corsero
con
grande fierezza fino alla schiera del conte di Savoia e del conte
Guglielmo,
e qui scoppiò una dura e aspra battaglia, e la violenza fece
cadere
le bandiere dei due conti, che furono quasi sconfitti.
Vedendo quanto accadeva, il
patriarca
d'Aquilea subito si slanciò con la sua schiera contro la furia
del
re di Maiolica, ed era così saldo cavaliere e tanto buona era la
sua compagnia, che con forza si aprì un varco, e fece incursione
con gran furia fino a un drappello dov'era il valoroso nobile
Prinzivalle,
che si mosse subito contro di lui e lo colpì con una lancia in
modo
tale che la lancia si spezzò, e il ferro con un pezzo del
troncone
gli rimase nel petto, ma fu tanto grande il vigore del suo
cavallo,
che lo portò via, e ferito com'era faceva strage fra i nemici,
ma
per la grande quantità di sangue che perdeva, cominciò a
non vederci più. Correndo così per il campo si
trovò
davanti il nobile Arighetto, che riconoscendolo e vedendolo
così
trafitto gli disse: "Ohimè! mio signore, cosa vedo?". Il
patriarca
disse: "Figlio mio, levami il ferro, che io son morto"; il figlio
dell'imperatore
prontamente gli estrasse il pezzo di lancia, e il patriarca disse: "Io
non vedo quasi altro che buio, quindi tura e fascia ben stretta questa
ferita, e poi portami dove i nemici sono più fitti,
perché
è sicuro che prima che io muoia ne moriranno parecchi per mano
mia".
Così fu fatto, e quando Arighetto piangendo lo ebbe fasciato, il
patriarca volle baciarlo e dargli la sua benedizione, poi disse:
"Figlio
mio, non sgomentarti per la mia morte, ma prendi esempio da me, e
addio,
perché non è tempo di raccontar favole", e si
infilò
nella mischia roteando la spada con due mani, e guai a chi gli si
avvicinava;
resistette così non poco tempo, e poi morì.
Allora Arighetto, vedendo
sopraggiungere
la schiera del conte di Sansogna, si mosse con la sua schiera, che era
ancora fresca, e si gettò con disperata furia contro il conte,
per
vendicare il patriarca suo zio che era morto da eroe. Il conte di
Sansogna
lo vide attaccare furiosamente, e con grande ardimento si corsero
addosso,
e il nobile Arighetto gli puntò la lancia al petto e con forza
lo
passò da parte a parte, così cadde da cavallo il
valoroso
conte, e dopo poco morì e il suo corpo fu preso dalle sue genti
che lo portarono nel loro accampamento.
Il re di Raona, vedendo morto il
buon conte di Sansogna, non riuscì a trattenere le lacrime; poi
alzò la lancia, e gridò: "Brigata, chi mi vuol bene
mi segua!", e partì come un fulmine, passando a fil di spada chi
gli si parava davanti; andava per il campo come un dragone e tutti
fuggivano
davanti a lui. L'imperatore vedendo questo mosse la sua
schiera
infiammato di collera contro il re di Raona, e queste due schiere
scontrandosi
parevano demoni dell'inferno, per la tempesta e le grida disumane
che si levavano da entrambe le parti, dando e prendendo colpi di
smisurata
forza, tanto che le scintille salivano per l'aria. Il re di Raona si
gettò
lo scudo dietro ai fianchi, e impugnata la spada con entrambe le mani
tagliava
tutto quello che gli capitava davanti, così che tutti fuggivano
davanti a lui, perché nessuno poteva reggere i suoi grandissimi
colpi; e molti baroni e conti morirono per mano sua. Così
infuriava
questa mischia, dando e prendendo colpi grandissimi, tagliandosi armi,
mani, braccia, e c'era su tutto il campo di battaglia un immenso
spargimento
di sangue. Ma anche l'imperatore con la sua brigata faceva immensi
danni
ai nemici.
Accadde che il re di Raona si
trovò
a una fonte dove c'era il nobile Arighetto a testa scoperta, e volendo
anche lui rinfrescarsi il capo scese da cavallo, e appena smontato
riconobbe
il figlio dell'imperatore dall'insegna, e senza dire una parola
menò
la spada di piatto e colpì Arighetto di traverso sul viso
con un gran colpo dicendo: "Questo io te lo do subito come anticipo
sulla
dote di mia figlia", e rimontò a cavallo dicendo: "Nobile
Arighetto,
riprendi le tue armi, perché questo è il giorno in cui ti
tocca morire per mano mia accanto a questa fonte". Disse il nobile
Arighetto:
"Secondo le leggi della cavalleria non si deve combattere con chi
è
sfregiato da una ferita come sono io". Rispose il re: "Fasciati la
ferita,
e poi monta a cavallo, perché io voglio vedere se sei
valoroso
come dicono".
Mentre contendevano in questo
modo,
sopraggiunse il conte Guglielmo di Luzimborgo con cento suoi baroni che
venivano alla fonte per rinfrescarsi, e quando riconobbe i due
cavalieri
e sentirono la contesa, rivolgendosi al re, disse che voleva dirimere
quella
contesa, e sia il nobile Arighetto che il re acconsentirono. Allora il
conte disse: "Sire, voglio che per questo giorno si metta fine
alla
battaglia, così il nobile Arighetto si farà medicare, e
appena
sarà in condizioni di combattere potrete scendere in campo, e
tra
voi due dirimerete questa contesa, perché non muoiano più
tanti uomini coraggiosi per una donna, e in fede mia io non ho mai
visto
una battaglia più sanguinosa di questa". Il re fu d'accordo, e
fu
d'accordo anche il nobile Arighetto, e si diedero la mano impegnandosi
a combattere fra loro, poi andarono via. Tornati nel loro campo,
ciascuno ordinò ai propri trombettieri di suonare a raccolta; e
fu molto difficile spartire quella crudelissima zuffa.
Quando a sera le due parti furono
tornate nel proprio accampamento, il re di Raona fece riunire i suoi
re,
conti e baroni, e disse loro quello che aveva fatto e promesso. Tutti
ne
furono contenti, tranne il nobile Prinzivalle, che disse: "Mio signore,
lasciami questo duello, voglio essere io a combattere con lui,
perché
io sono giovane come lui, e oggi per tutto il giorno sono andato
cercandolo per il campo, e non sono mai riuscito ad averlo". Disse il
padre:
"Figlio mio, lascialo guarire, e poi farai quello che vorrai".
Accadde che il papa avendo
sentito
quali immensi eserciti avevano riunito questi due signori, inviò
là due cardinali per pacificarli, e trovando che la cosa
era
messa tanto male, parlarono più volte con l'imperatore e col re
di Raona, al quale questa pace non piaceva. Ma furono tante le
preghiere
dei nobili, e i comandi che i cardinali portarono in nome del papa, che
li avrebbe scomunicati se non obbedivano, che finalmente, come a Dio
piacque,
fecero la pace.
Allora con grandi feste e
contentezza
il nobile Arighetto si sposò con la figlia del re di Raona, e
diede
in sposa al nobile Prinzivalle sua sorella, figlia
dell'imperatore.
E quando si furono perdonati l'un l'altro, dopo essere diventati
parenti,
sentendosi consolati e pieni di gioia partirono, e ritornarono tutti
nei
loro paesi accompagnati dalla buona fortuna.
GLOSSARIO
| Alamani |
Germanici |
| Aquilea |
Aquileia |
| Buemmia |
Boemia |
| Castella |
Castiglia |
| Franceschi |
Francesi |
| Gallici Tramontani |
Europei Occidentali |
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Aragonesi |
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Ungheresi |
TAVOLA DEGLI
ESERCITI
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DEL RE DI RAONA
E DEI SUOI ALLEATI
|
DELL'IMPERATORE
E DEI SUOI ALLEATI
|
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I schiera: condottieri
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Prinzivalle
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Arrighetto
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I schiera: combattenti
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tremila cavalieri
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tremila baroni e cavalieri
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I schiera: insegne
|
un leone d'oro in campo azzurro
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un'aquila nera in campo d'oro che
impugna
la spada
sullo scudo una fanciulla con la palma in
mano
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II schiera: condottieri
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il duca di Borgogna
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un nipote del re d'Ungheria
|
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II schiera: combattenti
|
tremila cavalieri borgognoni e
franceschi
|
cinquemila Ungheri
|
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II schiera: insegne
|
gigli d'oro in campo azzurro e
liste bianche
e rosse vermiglie
|
gigli d'oro in campo vermiglio
|
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III schiera: condottieri
|
il duca di Lancastro
|
il re di Buemmia
|
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III schiera: combattenti
|
tremila Inghilesi
|
seimila cavalieri
|
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III schiera: insegne
|
tre leopardi d'oro in campo
vermiglio
|
un leone bianco con due code in
campo vermiglio
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IV schiera: condottieri
|
il re di Castella e il re di Scozia
|
il Seri della Lipa duca di Osterich
|
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IV schiera: combattenti
|
quattromila cavalieri
|
settemila cavalieri
|
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IV schiera: insegne
|
un castello bianco in campo
vermiglio e un
drago verde in campo vermiglio con una sbarra azzurra in mezzo
|
un'aquila bianca a due teste in
campo rosso
puntato di bianco e un monte bianco in campo azzurro con la spada
infitta
nel monte
|
|
V schiera: condottieri
|
il re di Maiolica e il re di Navarra
|
il conte di Savoia e il conte
Guglielmo di
Luzimborgo
|
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V schiera: combattenti
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duemila armati
|
tremilacinquecento cavalieri
|
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V schiera: insegne
|
una lupa nera in campo bianco e tre
scacchi
vermigli in campo bianco con una lista rossa vermiglia in mezzo
|
un orso bruno in campo giallo e
quartieri
bianchi e rossi
|
|
VI schiera: condottieri
|
il conte Novello di Sansogna
|
il patriarca di Aquilea
|
|
VI schiera:combattenti
|
millecinquecento Provenzali
|
millequattrocento cavalieri
|
|
VI schiera: insegne
|
tre rose vermiglie in campo bianco
|
una mitra in mezzo a due pastorali
bianchi
in campo vermiglio
|
|
VII schiera: condottieri
|
il re di Raona con quattro suoi
nipoti
|
l'imperatore
|
|
VII schiera: combattenti
|
cinquemila cavalieri raonesi e
duemila fanti
|
quattromila Tedeschi e altri uomini
di guerra
|
|
VII schiera: insegne
|
un angelo con una spada in mano
|
l'orifiamma di Carlo Magno
|
|
Grido di guerra
|
san Giorgio cavaliere
|
san Polo
|

DALLE
PIACEVOLI NOTTI DI GIOVAN
FRANCESCO STRAPAROLA
L'AUGEL
BELVERDE
(Vedi:
La
fontana che brila
l'albero che canta
e l'ucelin belverde, versione veneta contemporanea)
C'erano
una volta a Fontaniva, città nobile e prosperosa, tre sorelle
belle,
cortesi e piene di grazia, nonostante fossero figlie di un fornaio, che
nel suo forno cuoceva il pane per gli altri.
Un
giorno le tre sorelle erano nel giardino che a loro piaceva
tanto,
quando passò il re Ancillotto, che per divertirsi andava a
caccia con una bella compagnia. Brunora, che era la
maggiore,
vedendo quella nobile e allegra compagnia, disse: "Se io avessi
il
maestro di casa del re come mio sposo, sono sicura che con un
bicchiere
di vino disseterei tutta la corte". "E io,"disse Lionella, "posso
assicurare
che se avessi il segretissimo cameriere del re come sposo farei tanta
tela
con un fuso del mio filo che rifornirei di camicie
finissime
tutta la corte". "E io," disse Chiaretta, che era la più piccina
e anche la più bella, "posso dire che se avessi il re come mio
sposo
gli farei tre gemelli, due maschi e una femmina, e ciascuno di
loro
avrebbe i capelli inanellati sulle spalle scintillanti di fili d'oro,
una
collana d'oro intorno al collo e una stella in fronte".
Uno
dei cortigiani sentì queste parole, e subito corse dal re e gli
raccontò esattamente quello che avevano detto le tre fanciulle.
Allora il re le fece venire in sua presenza e le interrogò una
ad
una su quello che avevano detto in giardino, e loro tre con
grande cortesia risposero proprio con le stesse parole. Questo
piacque
molto al re, e subito il maestro di casa sposò Brunora, il
cameriere Lionella, e lui prese Chiaretta. E anziché
andare
a caccia tornarono tutti a palazzo, dove furono festeggiate
solennemente
le nozze.
La
madre del re però non era affatto contenta, perché
Chiaretta,
per quanto bella, gentile, garbata nel parlare, era di basso lignaggio,
non certo adatta alla nobiltà di un re, e poi non poteva
sopportare
che un maestro di casa e un cameriere fossero diventati cognati di re
Ancillotto.
La suocera prese a odiare Chiaretta ogni giorno di più,
non
poteva vederla né sentirla, ma per non contraddire suo figlio
teneva
l'odio nascosto dentro di sé.
Presto
Chiaretta rimase incinta, e re Ancillotto ne fu immensamente felice
perché
sperava di vedere i figli che gli aveva promesso la sua sposa, ma in
quel
tempo partì a cavallo per visitare terre straniere, dopo
aver
raccomandato la regina e i figli che stavano per nascere alla sua
vecchia madre. Lei non amava e non poteva vedere la nuora, eppure
promise al figlio che le avrebbe dedicato tutte le sue cure.
Mentre
il re era in terre straniere, la regina Chiaretta partorì
tre bambini, due maschi e una femmina, e tutti, come aveva promesso al
re quando era ancora una fanciulla, avevano i capelli inanellati
e sparsi sulle spalle, con una graziosa catenella al collo e la stella
in fronte. La crudele e malvagia madre del re, priva di
pietà
e ardente di odio terribile e mortale, appena nacquero i bei bambini
decise
senza esitazione di farli subito morire, perché nessuno sapesse
mai nulla di loro e perché la regina cadesse in disgrazia presso
il re suo sposo. C'era anche questo: che nelle due sorelle,
siccome
Chiaretta era regina e signora di tutti, era nata un'invidia smisurata
contro di lei, e con le loro tresche e la loro malignità
facevano
di tutto perché quella pazza della madre del re la odiasse
sempre di più.
Quando
la regina partorì, nacquero a corte tre cani botoli, due maschi
e una femmina, che avevano una macchia chiara in fronte e una specie di
segno bianco intorno al collo. Spinte da un'ispirazione diabolica le
due
sorelle invidiose presero i tre cagnetti e li portarono alla
crudele
suocera, si inchinarono e le dissero: "Signora, noi sappiamo che non
ami
e non hai cara la nostra sorella, giustamente, perché è
di
bassa origine e non è adatta al re tuo figlio una donna
così
scadente. Sapendo questo noi siamo venute per aiutarti, e ti abbiamo
portato
questi tre cagnolini stellati in fronte, dicci cosa ne pensi".
Alla
suocera piacque molto questa cosa, e pensò di portarli alla
nuora,
che ancora non aveva visto i suoi figli, dicendole che erano quelli
i
bambini nati da lei. E perché nessuno scoprisse l'inganno,
ordinò
subito alla levatrice di andare a dire alla regina che i figli che
aveva
partorito erano tre cani botoli, poi andò da Chiaretta con le
due
sorelle e dissero: "Guarda regina, che bei frutti ti sono nati! Tienili
di conto, così quando torna il re vedrà questa bella
roba".
E glieli misero accanto, dicendole che sono cose che capitano.
Così
le tre donne scellerate avevano realizzato i loro piani, restava solo
una
cosa: far morire i tre bambini innocenti. Prepararono una cassetta
impeciata,
ci misero dentro i piccini, la chiusero, e la buttarono nel fiume che
scorreva
lì vicino, perché la corrente li portasse via. Ma il
Cielo
che protegge gli innocenti non permise che accadesse loro del male, e
sul
fiume passò un mugnaio che vide la cassetta, la prese e
l'aprì,
trovandovi i bambini che ridevano. E siccome erano bellissimi
pensò
che fossero figli di una gran signora, che avendo combinato qualcosa
di
losco li avesse abbandonati alle acque. Richiusa la
cassettina
se caricò sulle spalle, andò a casa e disse: "Guarda
moglie
mia cosa ho trovato in riva al fiume, ti faccio un regalo". La
donna,
visti i bambini, li accolse con affetto e li allevò come se
fossero
stati suoi. Chiamarono i maschi Salvo e Fluvio, e la femmina Ondina,
perché
erano stati salvati dal fiume.
Il
re Ancillotto passava il tempo in allegria, pensando che al ritorno
avrebbe
trovato tre meravigliosi bambini, ma le cose non andarono come sperava
lui, perché sua madre quando sentì che stava arrivando al
palazzo gli si fece incontro e gli disse: "La tua cara moglie invece di
tre bambini ha partorito tre cani botoli". E dopo averlo portato
nella camera dove Chiaretta giaceva addolorata per il parto, gli
mostrò
i tre cagnolini che aveva accanto. La regina piangeva a dirotto,
dicendo che non aveva partorito i cani, ma le tre sorelle confermarono
tutto quello che aveva detto la madre. Sentendo questo il re rimase
sconvolto,
e quasi cadde in terra per il dolore, poi quando si riprese si
sentì
incerto, non riusciva a capire a chi doveva credere, ma alla fine
pensò che fossero vere le parole di sua madre. Vedendo che la
povera
Chiaretta era affranta dal dolore e sopportava con nobiltà
il
disprezzo delle sorelle e della suocera, il re ne sentì
pietà
e non volle condannarla a morte, ma ordinò che fosse chiusa
sotto
il posto dove si rigovernavano i piatti e i tegami, e che per cibo non
avesse altro che la spazzatura e i rimasugli che cadevano da una grata
in quella cella puzzolente.
Mentre
l'infelice regina si trovava in quella prigione dove si nutriva
d'immondizia,
la moglie del mugnaio cresceva i tre gemelli, e ogni mese tagliava i
loro
capelli inanellati, dai quali cadevano grosse pietre preziose e bianche
perle, tanto che il mugnaio smise di macinare il grano e diventò
ricchissimo, mentre i bambini crescevano nell'abbondanza. Erano
già
grandi quando sentirono parlare il mugnaio e sua moglie, e
scoprirono
che non erano figli loro, ma che erano stati trovati in una cassettina
portata dal fiume. Furono molto colpiti da questa cosa e, desiderosi di
cercare la loro fortuna, si accomiatarono dai genitori adottivi e
partirono. Questa cosa non piacque al mugnaio e a sua moglie, che si
videro
privati delle ricchezze che uscivano continuamente dalle loro chiome
d'oro.
Salvo,
Fluvio e Ondina si misero in cammino, e dopo tanti giorni giunsero a
Fontaniva,
la città del re Ancillotto loro padre, e qui affittarono una
casa
in cui vivevano insieme provvedendo ad ogni loro necessità con
il
ricavato delle pietre preziose e delle perle che cadevano dal loro
capo.
Un giorno accadde che il re andando a passeggio per le sue terre con un
seguito di cortigiani per caso passò da dove abitavano i tre
gemelli,
che non avendo ancora visto né conosciuto il re scesero per le
scale
e andarono sulla porta, si tolsero
x the booby
il
cappello e, chinando le ginocchia
e la testa, lo salutarono con grande cortesia. Il re, che aveva la
vista
di un'aquila, li guardò bene in viso, e quando vide che avevano
una stella d'oro in fronte, sentì un'agitazione che gli
sconvolgeva
il cuore, perché quei tre giovani potevano essere i suoi figli.
Così si fermò e chiese: "Chi siete? E da dove
venite?".
Loro risposero con umiltà: "Noi siamo poveri forestieri venuti
ad
abitare nella tua città", e il re disse: "Ne sono molto lieto, e
come vi chiamate?". Il primo rispose: "Salvo", e il secondo: "Il mio
nome
è Fluvio". "E io," disse la sorella, "mi chiamo Ondina". "Vi
prego
di venire tutti insieme a pranzo da me". I giovani erano arrossiti, e
siccome
alla nobile richiesta non si poteva dire di no, accettarono l'invito.
Il
re, tornato a palazzo, disse a sua madre: "Signora, oggi mentre ero a
passeggio
per svagarmi un po', ho incontrato per caso due bei giovani e una
fanciulla
piena di grazia, e tutti e tre avevano una stella d'oro in fronte: se
non
mi sbaglio sembrano quelli che mi aveva promesso la regina Chiaretta".
Sentendo queste parole la vecchia scellerata si mise a ridere forte, ma
in cuor suo sentì una pugnalata. Allora fece chiamare in segreto
la vecchia comare che come levatrice aveva assistito al parto e le
disse:
"Lo sapete, mia cara comare, che i figli del re vivono, e sono
più
belli che mai?". La comare rispose: "Com'è possibile signora?
sono
affogati nel fiume!". La vecchia regina disse: "Dalle parole del
re io ho capito che sono vivi, e ora dovrai darti da fare, altrimenti
noi
corriamo un pericolo mortale". Rispose la comare: "Stai tranquilla
signora,
che spero di fare in modo tale che moriranno tutti e tre".
La
comare se ne andò e si diresse subito alla casa di Salvo, Fluvio
e Ondina; trovò la fanciulla sola, la salutò e si mise a
parlare con lei, e dopo un po' di tempo le disse: "Avresti per caso,
mia
cara, l'acqua che balla?", Ondina le rispose di no, e la donna disse:
"Oh!
Mia cara, quante belle cose vedresti se tu ce l'avessi! perché
bagnandoti
il viso con l'acqua che balla diventeresti ancora più bella di
come
sei". Disse la fanciulla: "E come potrei fare per averla?"; la comare
rispose:
"Manda i tuoi fratelli a cercarla, che la troveranno, perché non
è tanto lontana da queste terre", e dopo aver detto questo se ne
andò. Quando tornarono a casa Salvo e Fluvio, Ondina andò
loro incontro, e li pregò in nome del bene che le volevano di
cercare
in ogni modo di portarle questa preziosa acqua che balla. Salvo e
Fluvio
la prendevano in giro e rifiutavano di andare, perché non
sapevano
proprio dove cercarla, ma poi, sentendosi pregare tanto e con tanta
dolcezza
dalla loro amata sorella, presero un'ampolla e partirono insieme.
I
due fratelli avevano cavalcato ormai per tanto tempo, quando giunsero a
una fonte cristallina, dove una candida colomba si rinfrescava. Senza
alcun
timore la colomba disse: "O giovani, che cosa andate a cercare?";
Fluvio
le rispose: "Noi cerchiamo quell'acqua preziosa che, come dicono,
balla".
"Oh, poverini!", disse la colomba, "e chi vi manda a cercare
quell'acqua?";
rispose Salvo: "Nostra sorella". Disse allora la colomba: "Voi andate
sicuramente
verso la morte, perché là ci sono molti animali velenosi
che appena vi vedono vi divorano. Ma lasciate a me questo compito, e vi
porterò io l'acqua che balla". Prese l'ampolla che avevano i
giovani,
se la legò sotto l'ala destra e si alzò in volo; e dopo
essere
andata dove si trovava l'acqua meravigliosa e aver riempito l'ampolla,
ritornò dai fratelli che aspettavano con grande desiderio il suo
ritorno.
Dopo
aver ricevuto l'acqua e aver ringraziato di cuore la colomba, i giovani
tornarono a casa, e la diedero a Ondina, dicendole chiaramente che non
doveva più chiedere servizi di quel genere, perché
avevano
rischiato di morire.
Non
erano trascorsi molti giorni quando il re rivide i tre gemelli, ai
quali
disse: "Perché dopo aver accettato il mio invito non siete
venuti
a desinare con me quel giorno?"; loro con grande umiltà
risposero:
"Urgentissime faccende, maestà, sono state causa di questo".
Allora
disse il re: "Vi aspetto in tutti i modi domani a pranzo da me".
Ritornato
a palazzo il re disse alla madre che aveva rivisto i giovani con la
stella
d'oro in fronte, e la vecchia si spaventò: fatta di
nuovo chiamare la comare in segreto le raccontò
tutto,
pregandola di darsi da fare per il grande pericolo che correvano.
La vecchia le disse di non preoccuparsi e di non aver paura di nulla,
perché
lei avrebbe fatto in modo tale che nessuno li avrebbe mai più
visti.
Lasciò
il palazzo e andò a casa della fanciulla, che era sola, e le
chiese
se ancora non le avevano portato l'acqua che balla. Ondina rispose che
l'aveva, ma che per portargliela i suoi fratelli avevano corso dei
grandissimi
pericoli. "Eppure io vorrei proprio," disse la vecchia, "che tu mia
cara
avessi il pomo che canta, perché tu non hai mai visto una cosa
tanto
bella, né hai mai sentito un canto così soave e dolce".
La
fanciulla disse: "Non so come fare per averlo, i miei fratelli
non
vorranno andare a cercarlo, perché hanno rischiato di morire
senza
speranza di salvarsi"; "Te l'hanno pur portata l'acqua che balla, e non
sono morti. E come ti hanno trovato l'acqua ti troveranno il pomo che
canta",
disse la vecchia, e se ne andò.
La
comare se n'era appena andata, quando arrivarono a casa Salvo e Fluvio,
e Ondina disse loro: "Io, fratelli miei, vorrei tanto vedere e sentire
il pomo che canta con tanta dolcezza. E se non farete in modo che possa
averlo, state certi che la mia vita tra poco finirà". Sentendola
parlare così i fratelli la sgridarono aspramente, dicendo che
non
volevano rischiare la vita per lei, com'era già accaduto
in
passato. Ma Ondina li pregò e pianse tanto, che Salvo e Fluvio
decisero
di accontentarla in tutti i modi, qualunque cosa dovesse capitare.
Allora
montarono a cavallo e partirono, e cavalcarono tanto che giunsero
a
un'osteria, dove entrarono chiedendo all'oste se per caso poteva
insegnare
loro dove trovare il pomo che canta dolcemente. "Sì," rispose
l'oste,
"ma non ci potete andare, perché il pomo è in uno
splendido
giardino, sorvegliato da una bestia dalle grandi ali spiegate, che
uccide
tutti quelli che si avvicinano". "Come potremo fare noi, che
abbiamo
deciso di averlo in tutti i modi?". "Se mi ascolterete," disse
l'oste,
"riuscirete a prenderlo, la bestia non potrà nuocervi e
non
morirete. Prendete questa veste fatta tutta di specchi, e quando sarete
vicini al giardino uno di voi la indosserà, ed
entrerà
dalla porta aperta, mentre l'altro resterà fuori attento a non
farsi
vedere. La bestia attaccherà quello che sarà entrato, ma
vedendo se stessa negli specchi cadrà a terra immediatamente,
così
lui potrà avvicinarsi all'albero del pomo che canta e
prenderlo
con garbo, poi senza voltarsi indietro uscirà dal giardino".
I
fratelli ringraziarono a lungo l'oste, poi partirono e seguirono tutti
i suoi consigli, così riuscirono a prendere il pomo che
canta,
e lo portarono alla sorella, pregandola di non costringerli mai
più
a intraprendere imprese tanto pericolose.
Passati
molti giorni il re vide i giovani, e dopo averli fatti avvicinare
disse:
"Per quale ragione non siete venuti a desinare da me secondo l'ordine
che
vi avevo dato?". Fluvio gli rispose: "Non c'è altra ragione,
maestà,
che ci ha fatto disobbedire al tuo ordine, solo certi affari ci hanno
trattenuto".
Disse il re: "Vi aspetto domani, e fate in modo di non mancare, a
qualunque costo". Salvo disse che se avessero potuto liberarsi da
certe loro faccende ci sarebbero andati molto volentieri.
Ritornato
al palazzo il re disse di nuovo alla madre che aveva rivisto i giovani,
li aveva nel cuore, pensando sempre a quelli che gli aveva promesso
Chiaretta,
e non poteva trovare pace finché non venivano a desinare con
lui.
La madre del re sentendo questo discorso si mise in un'agitazione
ancora
peggiore delle altre volte, avendo paura di essere scoperta. E
così
impaurita e infuriata mandò a chiamare la comare e le disse: "Io
credevo proprio, comare mia, che i fanciulli oramai fossero morti e che
non se ne sarebbe sentito più parlare, invece loro sono vivi, e
noi corriamo un pericolo mortale. Datti quindi da fare, o
moriremo
tutte". Disse la comare: "Grande signora, state tranquilla e non
agitatevi, perché farò in modo che sarete contenta di me,
e non avrete più alcuna notizia di loro".
Decisa
a farla finita andò dalla fanciulla, e dopo averla salutata le
chiese
se aveva ricevuto il pomo che canta. Ondina rispose di sì e
allora
la vecchia astuta e maligna disse: "Pensa mia cara, che quello che hai
ora non è nulla, se non potrai avere anche una cosa molto
più bella e preziosa delle altre due". "E che cosa
sarebbe,
nonnina, questa cosa tanto bella di cui mi parli?", disse la fanciulla;
la vecchia le rispose: "L'Augel Belverde, mia cara, che parla giorno e
notte, e racconta cose meravigliose. Se tu lo possedessi, potresti
chiamarti
felice e beata". E dopo aver detto queste parole andò via.
Appena
sentì arrivare i fratelli, Ondina andò loro incontro, e
li
pregò di soddisfare il suo unico desiderio. E quando le chiesero
che cosa desiderava, lei rispose: "L'Augel Belverde". Fluvio, che si
era
visto venire addosso ad ali spiegate la bestia feroce e velenosa,
ricordava
bene il pericolo e si rifiutava decisamente di partire alla ricerca. Ma
Salvo, dopo essersi rifiutato anche lui per un bel po' di tempo, pieno
di amore fraterno e commosso dalle lacrime che non smettevano di
scendere dagli occhi di Ondina, decise di accontentarla e convinse
anche
suo fratello. Così partirono insieme a cavallo, e dopo
molte
giornate di viaggio giunsero in un prato fiorito e verdeggiante, al
centro
del quale cresceva un albero altissimo dalla chioma rigogliosa,
circondato
da tante statue di marmo che parevano vive, e lì vicino c'era un
ruscello che bagnava il prato. Su quest'albero l'Augel Belverde tutto
contento
saltellava di ramo in ramo, articolando parole che non parevano umane
ma
celestiali. I giovani smontarono dai loro cavalli, che lasciarono
liberi
di pascolare, e si avvicinarono alle figure di marmo, ma appena le
toccarono
diventarono statue anche loro.
Per
tanto tempo Ondina aspettò ansiosamente il ritorno di Salvo e
Fluvio,
ed ebbe paura di averli perduti per sempre, senza alcuna speranza di
riabbracciarli.
Mentre aveva questo grande dolore e piangeva per la triste morte dei
suoi
fratelli, decise tra sé e sé di tentare la sorte, e
salita
su un bel cavallo si mise in viaggio, cavalcando tanto che
arrivò
nel luogo in cui l'Augel Belverde stava sul ramo di un grande
albero
parlando dolcemente. Appena entrò nel prato riconobbe i
cavalli
dei suoi fratelli che brucavano le fresche erbe; poi guardandosi
attorno
con attenzione vide Salvo e Fluvio trasformati in due statue che
erano tali e quali a loro e ne rimase stupefatta.
Allora
smontò da cavallo, si avvicinò all'albero, stese la
mano
e afferrò l'Augel Belverde. Quello, vedendosi privato della
libertà,
disse: "Ti prego, mia dolce fanciulla, di lasciarmi andare e di non
trattenermi
fra le tue mani, e vedrai che al momento giusto te ne verrà un
gran
bene". Ondina gli rispose: "Non ti accontenterò di sicuro, se
prima
non farai tornare vivi i miei fratelli". Allora l'uccello disse:
"Guardami sotto l'ala sinistra, e troverai una penna molto più
verde
delle altre, con dei piccoli segni gialli: prendila, avvicinati alle
statue
e con la mia penna tocca i loro occhi, appena lo farai i tuoi
fratelli
torneranno in vita". Ondina gli alzò l'ala sinistra,
trovò
la penna come le aveva detto l'uccello, poi andò vicino
alle
figure di marmo, toccò i loro occhi ad uno ad uno con la penna e
subito le statue si trasformarono in esseri viventi. Vedendo i
suoi
fratelli vivi come prima, con immensa gioia li abbracciò e li
baciò.
Siccome
Ondina aveva ottenuto ciò che gli aveva chiesto, l'Augel
Belverde
la pregò di restituirgli la libertà,
promettendole
di ricompensarla generosamente, se un giorno avesse avuto bisogno del
suo
aiuto. Ma Ondina gli disse: "Non ti libererò mai, finché
non avremo scoperto chi sono i nostri veri genitori, quindi abbi
pazienza". I fratelli discussero a lungo su chi doveva tenere
l'uccello,
e alla fine si accordarono di lasciarlo con Ondina, che lo teneva con
grande
amore e gli dedicava tutte le sue cure. Poi rimontarono a cavallo
e tutti contenti ritornarono a casa.
Il
re, che spesso era passato davanti alla casa dei tre gemelli, non li
aveva
più visti e non capiva cosa fosse successo; chiese notizie ai
vicini,
ma gli risposero solo che da tanto tempo non erano a casa.
Poco
tempo dopo che erano tornati videro il re, che chiese cos'era successo,
perché erano mancati così a lungo. Salvo rispose che
alcuni
fatti straordinari li avevano trattenuti molto lontano, e per questa
ragione
non erano andati da lui a palazzo, gli chiedevano perdono ed
erano
pronti a rimediare. Il re capì che avevano corso grandi pericoli
e si sentì commosso, e non volle andare via di là senza
portarli
con sé a desinare. Senza farsi vedere, Salvo prese l'acqua che
balla,
Fluvio il pomo che canta e Ondina l'Augel Belverde, andarono felici a
palazzo
col re e si sedettero alla sua tavola. La malvagia madre del re e
le
due sorelle invidiose, vedendo una fanciulla così bella e due
giovani
così aggraziati e cortesi, dagli occhi splendenti come stelle
del
firmamento, cominciarono a sospettare, e sentivano una grande
agitazione.
Salvo,
finito il desinare, disse al re: "Maestà, noi vogliamo,
prima
che sia sparecchiata la tavola, farti vedere alcune cose che ti
piaceranno
moltissimo", e presa una coppa d'argento ci mise dentro l'acqua che
balla
e la posò sulla tavola. Fluvio mise la mano in tasca, prese il
pomo
che canta, e lo posò accanto all'acqua. Ondina, che teneva in
grembo
l'Augel Belverde, subito lo posò sulla tovaglia. Allora il pomo
cominciò un dolcissimo canto, e l'acqua a questa musica
cominciò
a ballare meravigliosamente. Il re e tutti i cortigiani erano
così
contenti vedendo queste cose, che non stavano nella pelle dalla gioia.
Ma paura e agitazione aumentarono per la madre scellerata e le sorelle
crudeli, perché temevano a ragione per la loro vita. Quando il
canto
e il ballo finirono, l'Augel Belverde cominciò a parlare e
disse:
"Sacra maestà, cosa meriterebbe chi avesse voluto la morte di
due
fratelli e una sorella?". La madre del re volle rispondere per prima:
"Dovrebbe
essere bruciata viva", e così dissero anche le sorelle
invidiose.
Allora l'acqua che balla e il pomo che canta alzarono la voce dicendo:
"Ah! Madre bugiarda e piena di scelleratezza, tu ti condanni da te
stessa!
E voi malvage e invidiose sorelle, con la maligna comare sarete
condannate
a un unico supplizio!". Il re sentendo queste parole era rimasto
attonito,
ma l'Augel Belverde continuò a parlare così:
"Maestà,
questi sono i tuoi tre figli, quelli che tanto hai desiderato! E la
loro
madre innocente è ancora nella puzzolente cella sotto l'acquaio".
Il
re ordinò subito che Chiaretta fosse liberata e vestita come si
conviene a una regina, e quando fu pronta Chiaretta si presentò
al re e, nonostante fosse stata tanti anni nella fetida prigione,
la sua bellezza era intatta. Allora l'Augel Belverde raccontò ai
presenti questa storia, dall'inizio alla fine, con tutto quello che era
successo.
Il
re finalmente, comprendendo cos'era accaduto, pianse di gioia e
abbracciò
forte la sua sposa e i suoi tre cari figli, poi, siccome nella grande
felicità
non pensarono più all'acqua che balla, al pomo che canta e
all'Augel Belverde, i tre esseri magici scomparvero tutti insieme.
Le
donne malvage e crudeli furono giustamente punite, mentre il re
Ancillotto
con la regina Chiaretta vissero insieme felici e contenti, dopo aver
celebrato
le nozze della principessa Ondina con un potente re e aver lasciato il
trono di Fontaniva a Salvo e Fluvio, che regnarono a lungo in pace e
prosperità.
Ma
ogni tanto si vede nell'aria una scia verde screziata d'oro, come
se fosse passato ancora l'Augel Belverde.
BAMBOLA
POAVOLA
(Bambola
Poavola, versione cinquecentesca)
Tanto,
tanto tempo fa, nel paese di Roccaraso, viveva una povera
filatrice
con le sue figlie che erano belle e gentili, la maggiore si chiamava
Gina
e la più piccola Gemma.
Un
brutto giorno la filatrice sentì che era giunta la sua ora, e
siccome
possedeva soltanto una cassettina di stoppa, chiamò le
figlie
e diede loro quella misera eredità, raccomandando che si
volessero
sempre bene.
Dopo
la morte della madre le due sorelle avevano bisogno di guadagnare
qualcosa
per comprare un po' di pane, e allora Gina prese una libbra di stoppa e
svelta svelta si mise a filare; quando ebbe finito chiamò
Gemma e la mandò al mercato perché vendesse il filo e con
il ricavato comprasse del pane.
Gemma
lo prese, se lo mise sotto il braccio e andò in piazza per
venderlo
come gli aveva detto Gina, ma mentre cercava un compratore
incontrò
una vecchina che aveva in grembo una bambola di pezza così bella
e graziosa che non se ne era mai visto l'uguale. Gemma si mise a
guardarla,
e non si muoveva più di lì, ma non sapeva come dire
e come fare per averla. Alla fine si avvicinò alla vecchina e le
disse: "Nonnina, se siete contenta, mi piacerebbe cambiare il mio filo
con la vostra bambola". La vecchina, vedendo che la bella
fanciulla
aveva tanto desiderio della bambola, rispose: "Voglio accontentarti
perché
sei così gentile", e gliela diede.
Gemma
prese la bambola, e, felice come non era mai stata, tornò
a casa. Sua sorella le chiese: "Hai venduto il filo che avevo
filato?",
"Sì", rispose Gemma, "E dov'è il pane che hai comprato?",
continuò Gina, e allora Gemma aprì il suo grembiule
bianco
e le fece vedere la bambola Poavola che aveva avuto in cambio del filo.
Gina, che si sentiva morire di fame, a quella vista di
arrabbiò
tanto che perse la testa dalla collera, e prendendo sua sorella per le
trecce le diede tante botte che la poverina dopo non riusciva quasi
più
a muoversi. Ma Gemma non disse nulla, sopportò le botte e
andò
in una camera, sola con la sua Poavola.
Quando
venne la sera, Gemma andò vicino al focolare, e come facevano le
mamme con i bambini appoggiò la Poavola su un pannicello di
lana,
la spogliò e con un po' d'olio della lucerna le unse lo stomaco
e il pancino, massaggiandola pian pianino. Poi la vestì per la
notte,
la mise a letto e si distese accanto a lei. 
Gemma
non aveva ancora fatto il primo sonno quando la Poavola cominciò
a chiamare: "Mamma, mamma, cacca!", lei si svegliò e le
chiese:
"Che cos'hai bambina mia?". La Poavola rispose: "Mammina, io
vorrei
fare la cacca", e Gemma dicendo: "Aspetta, bambina mia", andò a
prendere il suo grembiule bianco e glielo mise sotto dicendo: "Fa' la
cacca,
bambina mia". La bambola Poavola spinse un po' e riempì il
grembiule
di monete d'oro.
Gemma
allora svegliò sua sorella e le fece vedere il tesoro fatto
dalla
bambola, e Gina, incantata da quelle monete d'oro, ringraziò la
buona sorte che non le aveva dimenticate nella loro povertà, e
chiese
perdono a Gemma delle botte che le aveva dato il giorno prima; infine
fece
tante carezze alla Poavola, baciandola e cullandola tra le sue braccia.
Al
mattino le due sorelle andarono a comprarsi pane, olio, vino,
legna
e tutto quello che ci vuole in una casa senza miseria, poi a sera
unsero
il pancino e lo stomaco alla Poavola e la misero a letto. E come la
sera
prima la Poavola chiese di fare i suoi bisogni e riempì il
grembiule
di monete d'oro. Così le due sorelle dedicavano alla Poavola
tutte
le cure, e quando le chiedevano se voleva fare la cacca la bambola
rispondeva
sempre di sì.
Ma
un giorno una vicina andò a fare una visita alle due
sorelle,
e vedendo com'era piena la loro dispensa si accorse che in quella casa
al posto della miseria era entrata molta ricchezza. Domandò alle
sorelle: "Bambine mie, come avete fatto a comprare tutte queste cose,
voi
che eravate così povere fino a poco tempo fa?"
E
Gina le rispose: "Abbiamo scambiato una libbra di filo con la bambola
Poavola,
che ci fa tutte le monete d'oro che vogliamo". La vicina a queste
parole fu colpita da un feroce attacco d'invidia, ma fingendo di essere
contenta per la loro fortuna salutò Gina e Gemma e se ne
tornò
a casa. Raccontò al marito la storia della bambola che faceva
monete
d'oro, e gli disse che doveva trovare il modo di rubarla. Il marito
dapprima
non voleva credere che una bambola facesse diventare ricchi, ma
fu
tentato dall'avidità e chiese alla moglie: "Dì un po',
come
vorresti fare a prendergliela?". "Faremo così," disse la vicina,
"domani sera tu fai finta di essere ubriaco e mi rincorri con la spada
sguainata urlando che mi vuoi ammazzare, io scappo di casa e busso alla
loro porta supplicandole di darmi rifugio; Gina e Gemma sono gentili e
non mi diranno di no. Mi inviteranno a dormire da loro e io
troverò
il modo di impadronirmi di quella bambola".
Così
fecero, e quando la vicina bussò alla loro porta gridando:
"Soccorso,
soccorso, mio marito mi vuol uccidere!" le sorelle corsero ad aprire e
la fecero entrare. Lei raccontò che il marito era ubriaco
e che rischiava la vita se tornava in casa prima che gli fosse passata
la sbronza, così fu invitata a cena, e dopo un po' andarono
tutte
a letto.
A
una certa ora la Poavola cominciò a chiamare: "Mamma,
mamma,
cacca!", Gemma come al solito la mise sul suo grembiule bianco e
la Poavola faceva monete d'oro con grande soddisfazione delle due
sorelle.
La vicina guardava tutta la ricchezza che usciva dal corpicino della
bambola
e non vedeva l'ora di rubarla e portarsela a casa. Così appena
fece
giorno prese la Poavola, se la nascose sotto il vestito, svegliò
le sorelle dicendo che ormai il marito doveva aver digerito il vino e
se
ne andò.
Quando
rientrò in casa disse al marito: "Ora siamo ricchi, guarda
la bambola Poavola!". E appena fu sera massaggiò la pancia
e lo stomaco alla bambola con l'olio caldo come aveva visto fare dalle
sorelle, la mise a letto e si coricò accanto a lei. Dopo il
primo
sonno la Poavola chiamò: "Signora, signora, cacca!", la vicina
prese
un bel grembiule bianco, e ce la mise sopra dicendo: "Caca, caca pure,
bambina mia!". La bambola spinse e riempì il grembiule di tanta
popò che tutta la casa si riempì di puzzo. Allora
il
marito disse: "Sei ben sistemata, credulona! e io sciocco che avevo
creduto
a questa storia fantastica!". La moglie protestò che l'aveva
vista
con i suoi occhi fare tante monete d'oro, ma il marito
continuava
a prenderla in giro, lei voleva riprovare a fargliela fare la notte
dopo,
ma il marito si arrabbiò, e siccome non sopportava più
quella
puzza prese la bambola e la buttò dalla finestra. La Poavola
finì
su un mucchio di spazzatura e dopo un po' passarono dei contadini che
caricarono
quella spazzatura su un carro e la portarono in campagna.
Da
quelle parti qualche giorno dopo passò il re che andava a
caccia,
e siccome gli venne voglia di fare un bisogno scese da cavallo e si
mise
dietro il mucchio di spazzatura. Non avendo nulla per pulirsi,
ordinò
a un servitore di trovargli qualcosa che facesse al caso suo, e
quello
vedendo una vecchia bambola di pezza gliela diede. Il re prese la
bambola senza pensarci, ma appena se la accostò tra le natiche
fece
un urlo fortissimo, perché la Poavola gli si era attaccata
dietro con i denti, e continuava a morderlo facendolo piangere dal
dolore.
Tutti
i cortigiani accorsero, e videro che il re giaceva a terra come colpito
a morte, allora guardarono cos'aveva, e vista la Poavola
provarono
a staccargliela, ma non c'era nulla da fare, perché più
la
tiravano, più lei stringeva i denti sulla natica del re, e anzi
via via con le manine gli dava delle strizzate sul davanti che lo
facevano
urlare come se lo scannassero.
Così
caricarono su un carro il re che si sentiva consumare dal dolore e lo
portarono
a palazzo, da dove lui fece pubblicare questo bando:
Chiunque,
di qualunque età e condizione sociale,
riuscirà
a liberare le natiche del re dalla bambola Poavola
avrà
questa ricompensa:
se
è maschio, un terzo del regno,
se
è femmina, il re la prenderà in isposa.
Tanti
si presentarono, attratti dalla ricompensa e convinti che il compito
non
fosse poi tanto difficile, ma nessuno riuscì a staccare la
bambola,
anzi ad ogni tentativo il povero re urlava di dolore perché la
Poavola
lo mordeva più forte e gli dava quelle strizzatine che gli
facevano
vedere le stelle.
Gina
e Gemma, che stavano a piangere da quando la Poavola era scomparsa, un
giorno seppero del bando e andarono dal re. Gina riconobbe la bambola,
la salutò e le fece tanti complimenti e moine, ma la Poavola
stringendo
i denti e le manine continuava a tormentare il povero re. Allora Gemma,
che era rimasta in disparte, si fece avanti e disse: "Maestà,
vorrei
provare a liberarvi dalla bambola"; poi cominciò a carezzare la
Poavola dicendo: "Bella bambina mia, lascia stare ora il mio signore,
non
vedi che gli fai tanto male? suvvia, non farlo più soffrire". La
Poavola, che aveva riconosciuto la sua mammina, quella che le aveva
sempre
voluto bene, si staccò dal re e le saltò tra le braccia.
Il
re, pieno di meraviglia per tutto quello che era successo, finalmente
potè
riposarsi, perché erano giorni e giorni che non poteva chiudere
occhio, poi, riprese le forze e guarito dai morsi della Poavola,
fece chiamare Gemma, e visto che era una fanciulla molto bella e piena
di cortesia fu ben contento di mantenere la sua promessa, facendo
anche sposare Gina con uno dei suoi migliori cavalieri. Furono
celebrate
le nozze in grande allegria, con feste che durarono giorni e
giorni
in tutto il reame, e tutti vissero per sempre felici e contenti.
La
Poavola, avendo visto questo bel matrimonio, e come tutto aveva avuto
un
lieto fine, disparve e nessuno ne ha più saputo nulla. Ma
c'è chi crede che potrebbe riapparire, come un sogno o una
fantasima.
GIOVANNIN
CERCÒ LA MORTE
C'era
una volta, tanto tempo fa, nella città di Perdifumo, un povero
giovane
poco accorto e vagabondo, che si chiamava Giovannino. La sola cosa che
gli piaceva era ascoltare i discorsi paurosi sulla morte, e siccome
sentiva
sempre dire che nel mondo non c'è cosa più orribile e
paurosa,
che la morte è oscura e non si può sfuggirle,
perché
prima o poi prende tutti, poveri e ricchi, re e mendicanti, era pieno
di
meraviglia, e infine decise di andare per il mondo per cercare la
morte e vedere se era così paurosa. Così si vestì
con i suoi rozzi panni, prese un bastone di corniolo e partì.
Aveva
già fatto molta strada, quando vide un calzolaio che faceva
scarpe
in quantità davanti alla sua bottega, e nonostante ne avesse
già
fatte tante continuava a lavorare senza sosta. "Bentrovato, mastro
calzolaio",
disse Giovannino, e il calzolaio gli rispose: "Benvenuto, giovane".
"Che
fai?", gli chiese Giovannino; "Io lavoro," disse il calzolaio, "ho
bisogno
di lavorare per non trovarmi nel bisogno, eppure ho sempre bisogno e mi
affatico a fare le scarpe". Giovannino disse: "Ma perché? ne hai
già tante, perché ne fai delle altre?", e gli rispose il
calzolaio: "Le indosserò e le venderò, per mantenere me e
la mia famiglia, e poi voglio mettere qualche soldo da parte per
quando sarò vecchio ". "E poi," disse Giovannino, "che
succederà?".
"Dopo non ci sarò più". "Perché?", chiese
Giovannino;
"Perché verrà la morte e con lei non c'è nulla da
fare", gli rispose il calzolaio. "O calzolaio", disse allora
Giovannino,
"mi puoi dire cos'è questa morte?". "No davvero", rispose il
calzolaio.
"L'hai mai vista?" chiese Giovannino; "Non l'ho vista, e non vorrei
vederla
né provarla mai, perché tutti dicono che è una
brutta
bestia paurosa", rispose il calzolaio continuando a lavorare. Allora
Giovannino
gli disse: "Mastro calzolaio, potresti almeno insegnarmi dove sta?
perché
io la sto cercando giorno e notte, per monti e per valli, e non riesco
a sapere nulla di lei". Il calzolaio gli rispose: "Io non so dove sta,
né dove si trova, né com'è fatta: ma tu va'
avanti,
che forse la incontrerai".
Giovannino
andò avanti, e un giorno arrivò a un fitto bosco,
entrò
sotto gli alberi ombrosi e vide un contadino che aveva tagliato tanta
legna
da bruciare, e continuava a tagliarne senza mai fermarsi. Si salutarono
e Giovannino disse: "O contadino, che vuoi farne di tanta legna?"; il
contadino
rispose: "Ci farò il fuoco quest'inverno, quando ci saranno la
neve,
il ghiaccio e la triste nebbia, così potrò scaldarmi con
i miei bambini, e altra legna la venderò per comprare pane,
vino,
vestiti, e tutto quello che serve per mantenersi finché non
viene
la morte". "Ti prego contadino," disse Giovannino, "mi sapresti
insegnare
dove si trova questa morte?". "No davvero," disse il contadino
continuando
a tagliare legna, "perché io non l'ho mai vista e non so dove si
trova. Sto in questo bosco tutto il giorno a fare il mio lavoro e
passano di qua pochissime persone, che io non conosco nemmeno".
"Ma
allora, come farò a trovarla?", disse Giovannino; e il contadino
gli rispose: "Io non te lo so dire, e nemmeno insegnare: ma va'
più
oltre, che forse te la troverai davanti".
x nenninnlo e nennella
Giovannino
salutò il contadino e ripartì, e dopo aver
camminato
a lungo arrivò da un sarto, che appesi dappertutto aveva
abiti
molto belli e di tutte le fogge. Giovannino gli disse: "Buona
giornata,
mastro sarto", "Buona giornata anche a te, giovane", gli rispose
il sarto. "Che ne fai di questi begli abiti, lussuosi ed eleganti? sono
tutti tuoi?". Il sarto gli rispose: "Certi sono miei, certi di
mercanti,
certi di nobili e certi di altre persone". "E cosa se ne fanno," gli
chiese
Giovannino, "di tanti vestiti?". "Li indossano secondo il tempo",
rispose
il sarto, e facendoglieli vedere spiegava: "questi sono da estate,
questi
da inverno, questi per la mezza stagione, certe volte si mettono
gli uni, certe volte gli altri". "E poi che fanno?", disse Giovannino.
"E poi passano la loro vita finché non viene la morte", rispose
il sarto continuando a cucire. Sentendo parlare della morte Giovannino
disse: "Mastro sarto, mi puoi dire dove si trova questa morte?". Il
sarto,
turbato e quasi arrabbiato gli rispose: "O giovane, mi vieni a
domandare
cose strane. Io non te lo so dire né insegnare dove si trova, e
non ci penso mai, e chiunque mi viene a parlare di lei mi fa una grossa
offesa; quindi cambiamo argomento, oppure levati di qua, perché
non voglio saperne di questi discorsi", e dopo queste parole lo
salutò.
Giovannino
aveva già visitato molti paesi, quando arrivò in un luogo
deserto e solitario, dove vide un eremita in ginocchio, tutto assorto
nella
contemplazione, con la barba ispida, smagrito per gli anni e per i
digiuni;
Giovannino pensò quasi che fosse la morte e gli disse:
"Bentrovato
eremita". "Che tu sia il benvenuto, figliolo", rispose l'eremita.
"Che cosa fai in questo posto scomodo e inospitale, dove non c'è
nulla di piacevole e non ci sono uomini?". "Io dico le
preghiere,"
rispose l'eremita, "faccio i digiuni e le contemplazioni". "E
perché
lo fai?", disse Giovannino: "E me lo domandi, figliolo?" gli rispose
l'eremita
restando in ginocchio, "per servire Dio e mortificare la carne, per i
poveri
peccatori e per salvare la mia anima, così quando verrà
la
morte sarà pura e libera da tutte le colpe. Perché,
quando
verrà il giorno tremendo del giudizio, il Signore con la
sua
bontà mi accolga nel paradiso, dove vorrei che tutti potessimo
andare
dopo la nostra morte". "Caro eremita, dimmi un po'" gli chiese
Giovannino,
"se non ti dispiace, che cos'è questa morte, e com'è
fatta?".
Il santo eremita gli rispose: "Caro figliolo, non cercare di saperlo,
perché
è una cosa orribile e paurosa, i sapienti dicono che è
l'estremo
dolore, la tristezza di chi è felice, il desiderio di chi
soffre,
e la fine di tutte le cose di questo mondo. Separa l'amico dall'amico,
il padre dal figlio e il figlio dal padre, la figlia dalla madre e la
madre
dalla figlia, scioglie l'unione degli sposi e infine divide l'anima dal
corpo, e il corpo senz'anima non può fare più nulla,
diventa
così marcio e puzzolente che tutti lo abbandonano e fuggono da
lui
perché ne provano orrore". "O eremita, tu l'hai mai vista
la morte?", gli chiese Giovannino, "No davvero", gli rispose quello;
"Ma
io come potrò fare a vederla?", gli chiese allora Giovannino.
"Se
tu desideri trovarla," rispose l'eremita, "va' più avanti,
perché
in questo mondo più si cammina e più ci si avvicina a
lei".
Il giovane ringraziò l'eremita che gli diede la benedizione, e
ripartì.
Continuando
il suo viaggio Giovannino attraversò profonde vallate, monti di
pietra e boschi inospitali, vedeva lungo il cammino animali diversi e
paurosi,
e chiedeva: "Sei la morte?", ma ciascuno di loro gli rispondeva: "No,
non
sono io la morte". Dopo essere passato per numerose regioni e aver
visto
tante cose strane, Giovannino arrivò ai piedi di un'alta
montagna,
e dopo averla valicata si trovò in una valle profonda e cupa,
chiusa
da alte grotte, dove vide un animale mostruoso, che con i suoi gridi
faceva
rimbombare tutta la valle. Giovannino gli chiese: "Chi sei? Ehi, sei
forse
tu la morte?". "Io non sono la morte," rispose l'animale feroce,
"ma continua a camminare, che presto la troverai". Sentendo la risposta
che desiderava tanto, Giovannino fu molto contento.
Il
povero giovane camminò ancora, tanto che dopo tutta la strada
che
aveva percorso e le privazioni che aveva patito si sentiva stremato e
mezzo
morto, quando giunse in una campagna vasta e aperta, salì su una
dolce collina fiorita, e guardandosi attorno vide una bellissima
città
circondata da alte mura. Tornò a sperare e si rimise in cammino,
e all'imbrunire arrivò a una porta, ornata di bellissimi marmi
bianchi,
dalla quale entrò nella città col permesso del portinaio.
La prima persona che si trovò davanti fu una vecchia che doveva
avere innumerevoli anni, bassa di statura, mesta in viso, e così
secca e consunta che le si potevano contare le ossa. Aveva la fronte
rugosa,
gli occhi torti, lacrimosi e arrossati, le guance increspate, le labbra
cadenti, le mani storte e callose, tremolava tutta, camminava curva, ed
era vestita di panni rozzi e scuri. A sinistra aveva una spada dalla
lama
affilata e nella mano destra teneva un grosso bastone che in cima
aveva un arnese a tre punte al quale si appoggiava per riposarsi,
mentre sulle spalle portava una enorme borsa. Quando vide questa
vecchina
brutta e sdentata, Giovannino pensò che fosse la morte che
cercava
da tanto tempo, e avvicinandosi le disse: "Bentrovata nonnina", e la
vecchia
con voce roca e flebile gli rispose: "Benvenuto giovane". "Per caso,
sei
proprio tu la morte?" chiese Giovannino; "No," rispose la vecchina, "io
sono la vita. E sai cosa c'è nella mia borsa? E' piena di
ampolle, vasetti e barattoli di pozioni, unguenti e pomate per tutte le
malattie degli uomini. Se un uomo ha una ferita, anche
grandissima,
io con amore gliela curo e la faccio risarcire, e se soffre anche di un
dolore insopportabile, in poco tempo posso farglielo passare
completamente".
"Nonnina," disse allora Giovannino, "potresti insegnarmi dov'è
la
morte?". "Ma chi sei tu che con tanta insistenza mi fai questa
domanda?",
disse la vecchina; e il giovane le rispose: "Io sono Giovannino, che da
tanti giorni, da tanti mesi e da tanti anni la sto cercando, e
non
ho mai trovato nessuno da nessuna parte che me l'abbia saputa indicare.
Perciò, se tu sei lei, dimmelo per piacere, perché il mio
desiderio è di vederla e di provarla, per sapere se
davvero
è mostruosa e paurosa come tutti la descrivono". Sentendo questa
pazzia la vecchina gli disse: "Se vuoi, figlio mio, te la farò
vedere
brutta com'è, e ti farò anche provare quanto fa
paura".
Giovannino allora le disse: "Cara nonnina, non farmi più
aspettare,
fammela vedere subito". La vecchina per accontentarlo gli disse di
denudarsi,
mentre si spogliava preparò un composto mescolando creme,
unguenti e pozioni adatti a diverse malattie, e quando fu pronta gli
disse:
"Chinati bene, figlio mio", e lui subito si inchinò. "Piega la
testa
e chiudi gli occhi", gli ordinò allora la vecchia, e lui le
obbedì:
la vecchina prese la spada che aveva a sinistra e con un colpo
gli
tagliò la testa di netto. Poi prese la testa, la poggiò
sul
collo, spalmò sulla giuntura un po' di quel composto che aveva
preparato,
e gliela riattaccò. Ma non si è saputo come mai, se la
vecchina
fece troppo in fretta o se lo fece di proposito, gli aveva
attaccato
la testa rigirata.
Giovannino
riaprì gli occhi, si guardò la schiena, i lombi e il
didietro
grosso e sporgente, cosa che non aveva mai visto prima, e si
impaurì
tanto che cominciò a tremare e non sapeva dove nascondersi,
mentre
con voce disperata e tremante supplicava la vecchia: "Ah, povero me!
che
orrore! fammi tornare com'ero prima, rimettimi a posto nonnina
per
l'amor del cielo, non ho mai visto nulla di così brutto e
pauroso!
Che disgrazia! Levami, ti prego, da questa condizione orribile
nella
quale sono finito! Aiuto! Non lasciarmi così, soccorrimi
subito
tu che puoi, nonnina bella, non farmi più aspettare!".
La
vecchina la sapeva lunga e stava zitta, fingendo di non accorgersi del
suo errore lo lasciava piangente a bollire nel suo brodo. Alla fine,
dopo
avergli fatto passare parecchie ore in quelle condizioni, gli
ordinò
di chinarsi di nuovo, e con un colpo di spada gli ritagliò la
testa.
Poi la prese in mano, la rimise sul collo spalmando la ferita col suo
unguento
e immediatamente la testa si riattaccò come prima. Giovannino,
accorgendosi
che era tornato normale, si rivestì, e avendo visto e provato la
paura capì che la morte è brutta e terrificante.
Scegliendo
le vie più diritte e meno accidentate tornò a Perdifumo
più
alla svelta che potè, e da allora in poi cercò la vita ed
evitò la morte, trovando molte cose che prima non poteva vedere.
IL
RUBINO MERAVIGLIOSO
Viveva
centinaia di anni fa, nella lontana città di Pietramala,
un
uomo chiamato Mastro Gergerio, che era espertissimo in due arti. Di
giorno
esercitava l'arte della sartoria, tanto bene che andavano a farsi
cucire gli abiti da lui i nobili e i migliori mercanti della
città,
di notte praticava in segreto la magia e la negromanzia. Mastro
Gergerio
aveva preso come apprendista il figlio di un povero contadino, un
giovane
di nome Lionetto, sveglio, volonteroso, pronto a imparare tutto
ciò
che padrone gli insegnava.
Ma
una volta Lionetto si svegliò nel cuore della notte, e avendo
qualche
sospetto si alzò e senza far rumore andò a guardare
da
una fessura cosa faceva il suo padrone: rimase tanto affascinato
da quello che vide che anche la notte seguente fece finta di
dormire,
per poi alzarsi e stare a guardare gli esperimenti magici. Così
prese a scrutare ogni notte nella stanza segreta di Mastro Gergerio,
perché
gli piaceva di più l'arte della magia che l'arte della sartoria.
Di
giorno però Lionetto non imparava più nulla, e da accorto
e preciso era diventato pigro e trasandato, tanto che Mastro Gergerio
finì
col riportarlo da suo padre. Il pover'uomo si disperò e dopo
poco
riportò Lionetto da Mastro Gergerio, supplicando perché
lo
riprendesse come garzone, gli insegnasse la sartoria, e lo
punisse
se non si comportava bene.
Allora
il mago lo riprese, ma Lionetto dava ancora meno l'impressione di
imparare,
non teneva nemmeno gli occhi aperti, così il mago lo
prendeva
a pugni e calci tutti i giorni, picchiandolo tanto che spesso lo
faceva sanguinare. Ma Lionetto sopportava, e ogni notte da quella
fessura
guardava nella stanza segreta gli esperimenti del suo padrone. A un
certo
punto Mastro Gergerio, convinto che il suo apprendista aveva il
cervello
bacato senza rimedio, non si curò più di
nascondergli
gli strumenti della negromanzia, pensando che chi non riusciva a
imparare
il mestiere di sarto, tanto meno avrebbe potuto imparare la magia nera,
che era assai più difficile. Lionetto si mostrava tonto, ma era
assai rapido nell'imparare l'arte segreta, tanto che dopo un po' di
tempo
aveva superato il suo maestro.
Un
giorno che il padre di Lionetto venne a vedere a che punto era nel
mestiere
di sarto il suo figliolo, lo vide che anziché cucire
portava
l'acqua e la legna per la cucina, spazzava, faceva i servizi più
umili, e ci rimase male, così lo riportò a
casa.
Il
contadino aveva speso molti soldi per mandare Lionetto in città,
e rammaricandosi perché non aveva imparato l'arte della sartoria
gli disse: "Figlio mio, tu sai quanti sacrifici ho fatto perché
tu diventassi sarto, e ora non mi ritrovo nemmeno un soldoda parte e
non
so come fare per andare avanti".
"Padre
mio," rispose Lionetto, "prima di tutto voglio ringraziarti per tutto
quello
che hai fatto per me, poi voglio che non ti preoccupi per il futuro
anche
se non ho imparato l'arte del sarto come desideravi, perché ne
ho
imparata un'altra che potrà servirci molto più di quella.
Stai tranquillo, caro babbo, e vedrai che non è stato inutile
mantenermi
in città, e che presto questa casa non conoscerà
più
la miseria. Ora con l'arte negromantica mi trasformerò in un
cavallo,
e tu mi porterai alla fiera con sella e briglie, e mi venderai: ma sta
ben attento a non dare a nessun costo le briglie al compratore,
perché
altrimenti non potrei tornare a casa e forse non mi vedresti mai
più".
Così
dicendo Lionetto si trasformò in un bellissimo cavallo e suo
padre
lo portò alla fiera, dove tutti lo guardavano ammirati per la
sua
bellezza e per le straordinarie prove di agilità. Ma
passò
di là anche Mastro Gergerio, che si accorse che il cavallo nero
era magico; così tornò a casa, si trasformò
in mercante e dopo aver preso molti denari tornò alla fiera.
Guardando
il cavallo da vicino riconobbe il suo vecchio apprendista e chiese al
contadino
se voleva venderglielo. Quello disse di sì, e si accordarono per
una somma di duecento monete d'oro, senza le briglie, ma il mago
insistette
tanto, e offrì al contadino altre monete d'oro, tante che
lo convinse. Così il mago prese il cavallo per le briglie e lo
portò
nella sua stalla, somministrandogli subito una violenta scarica di
bastonate.
Lo bastonava a sangue tutte le mattine e tutte le sere, tanto che
il cavallo era ridotto in uno stato da far pietà.
Mastro
Gergerio aveva due figlie che vedendo il loro padre così crudele
ebbero compassione del povero animale, e ogni giorno andavano nella
stalla
e gli facevano tante carezze. Una volta
poi
lo presero per la cavezza e lo portarono al fiume per dargli da
bere,
ma appena il cavallo fu vicino all'acqua si trasformò in
un
pesce tonno e si tuffò nelle onde. Le figlie del mago si
spaventarono
e tornarono a casa piangendo a dirotto.
Quando
il mago tornò andò subito nella stalla per
bastonare
come ogni sera il cavallo, e non trovandolo si infuriò, ma
entrato
in casa vide le sue figlie tutte disperate, e disse: "Non abbiate
paura,
raccontatemi cosa è successo col cavallo e cercherò un
rimedio".
Appena le figlie gli ebbero detto che il cavallo si era trasformato in
un pesce tonno, il mago corse in riva al fiume e tuffandosi si
trasformò
in un pesce squalo che cominciò a rincorrere il tonno per
divorarlo.
Il pesce tonno nuotava veloce ma lo squalo gli era sempre dietro,
cercava di nascondersi tra le canne e nelle grotte acquatiche, ma lo
squalo
riusciva sempre a trovarlo. A un certo punto il tonno, avendo paura
di
essere divorato, si avvicinò alla sponda e trasformandosi in un
preziosissimo rubino saltò fuori dall'acqua e si lasciò
cadere
nel cestino di una damigella, che raccoglieva le più belle
pietruzze
di fiume per donarle alla figlia del re.
La
principessa, che si chiamava Lucilla, quando vide il prezioso
rubino
rimase estasiata, lo fece incastonare in un anello d'oro e se lo mise
al
dito. Il rubino le piaceva tanto che lo tenne al dito anche quando
andò
a letto. Nel cuore della notte Lionetto riprese la sua forma umana e
vedendo
la bellissima fanciulla addormentata l'accarezzò. Lucilla si
spaventò
e voleva urlare, ma lui le mise una mano sulla bocca, poi
si
inginocchiò e la supplicò di aiutarlo. "Non credere, mia
bella principessa," disse, "che io sia venuto qui per farti del male o
per rapirti, sappi che la mia vita è in pericolo a causa di un
maledetto
mago negromante, e che ora tu puoi perdermi o salvarmi. Ti prego,
ascolta
la mia storia". Così le raccontò di quando anziché
imparare l'arte del sarto aveva imparato l'arte magica, poi come
il
padre lo aveva venduto dimenticando che doveva tenere le briglie, della
crudeltà del mago che voleva farlo morire di stenti e di
bastonate
e delle due fanciulle che lo avevano portato al fiume. Le
raccontò
che si era trasformato in tonno e che aveva rischiato di essere
divorato
dal mago in forma di squalo, poi le disse che la sua fortuna era stata
quella di trovarsi nel cestino che era arrivato nelle sue mani. La
principessa
si commosse sentendo questa storia favolosa, ed era ammirata
dalla
bellezza di Lionetto, perciò dopo averlo ascoltato gli
rispose:
"Anche se la tua storia sembra incredibile io credo che sia vera,
perché
hai toccato il mio cuore, e anche se non avresti dovuto venire da solo
nella mia stanza, dove il re mio padre ti ucciderebbe, voglio aiutarti,
purché tu ti comporti da buon cavaliere".
Lionetto
la ringraziò e rientrò nel rubino, che lei ripose
dove
teneva le sue cose più care, e quando poteva andava a trovarlo:
Lionetto riprendeva la forma umana e stava a conversare dolcemente con
lei.
Accadde
in quel tempo che il re si ammalò gravemente, e tutti i
medici
che lo avevano visitato dicevano che purtroppo non esistevano rimedi.
Venne
a saperlo Mastro Gergerio, che si vestì da medico e andò
al palazzo reale, fu introdotto nella camera del re, lo guardò
bene,
gli sentì il polso, e infine gli disse: "Maestà, si
tratta
di una malattia grave e pericolosa, ma presto sarai guarito,
perché
io ho un sostanza che in poco tempo cura tutte le malattie. Sta'
contento
signore, e non aver paura". Disse il re: "Maestro, se tu mi liberi da
questa
malattia, ti ricompenserò in modo tale che sarai felice per il
resto
della vita". Il medico allora gli disse che non voleva né
danari né terre, ma una sola cosa. "Non voglio altro come
ricompensa",
concluse, "che quel rubino legato in oro che ora si trova tra i
gioielli
di tua figlia". Stupito perhé chiedeva una cosa
così
piccola, il re gli promise che gliela avrebbe data, e
Mastro
Gergerio in pochi giorni lo guarì.
Il
re allora fece chiamare Lucilla e le ordinò di andare a prendere
tutti i suoi gioielli. Lucilla obbedì, ma non
portò
il rubino che amava tanto, e Mastro Gergerio si lamentò
perché
mancava proprio la gemma che gli era stata promessa, lei negava di
averla
mai avuta, ma il medico insisteva. Allora il re lo
congedò,
assicurandogli che il giorno dopo avrebbe avuto la pietra, poi
richiamò
sua figlia e le chiese dolcemente dove teneva il rubino, ma
ottenne
come unico risultato che lei si mise a piangere continuando a negare di
averlo.
Lucilla
piangendo si chiuse in camera sua, e tenendo fra le mani il
rubino
lo baciava e lo carezzava, maledicendo l'ora in cui era apparso
quel
medico maledetto. Vedendo i suoi occhi pieni di lacrime e sentendo i
suoi
sospiri il rubino si commosse, e riconoscendo quanto bene gli voleva
riprese
la forma umana e disse: "Mia principessa adorata, alla quale devo la
vita,
non piangere, non sospirare per me che ti appartengo come questo
anello.
Col tuo aiuto e con la mia arte confido di non cadere nelle grinfie di
quel medico, che deve essere proprio il mio nemico mortale, visto per
avermi
in suo potere rinuncia a qualunque ricompensa. Non dovrai più
disobbedire
all'ordine di tuo padre, domani mi porterai al mago, ma anziché
mettermi nelle sue mani fingerai di essere in collera e togliendomi dal
dito mi lancerai violentemente contro il muro, e poi lascia fare a me".
Il
giorno dopo Mastro Gergerio si ripresentò al re che gli disse
che
sua figlia negava di avere il rubino, ma il mago insisteva e il re la
mandò
a chiamare e le disse: Lucilla, tu sai che solo per merito di questo
medico
io sono guarito, e per ricompensa lui non vuole terre né tesori,
ma solo il tuo rubino. Credevo che tu mi volessi tanto bene da essere
disposta
a dare per me il tuo sangue, non solo un rubino. Per il bene che ti
voglio,
non rifiutare di dargli quello che chiede". La principessa allora
andò
in camera a prendere il rubino e lo mostrò al mago, che
esclamò:
"Eccolo!", e fece per afferrarlo. Ma la principessa disse: "State
indietro Maestro, perché vi toccherà!", e tenendo in mano
sua il rubino disse: "Siccome è proprio questo il rubino
caro
e gentile che cercate, ve lo do per obbedire al padre mio, anche se
perdendolo
io sarò infelice per tutta la vita", e così dicendo
scagliò
il rubino contro il muro.
Appena
cadde sul pavimento il rubino si trasformò in una bellissima
melagrana,
si aprì e fece rotolare i suoi chicchi dappertutto. Il mago
vedendo
questo si trasformò in un gallo, e si mise a beccare tutti
i chicchi della melagrana per divorare Lionetto, ma un grano si
nascose
e il mago non riuscì a vederlo. Appena fu il momento
adatto
il chicco si trasformò in una volpe agile e astuta, si
accostò
al gallo, lo afferrò al collo e lo uccise,
divorandolo
davanti al re e alla principessa.
Mentre
il re vedendo queste cose era rimasto incantato, Lionetto riprese la
forma
umana, gli raccontò tutta la sua storia e ottenne la mano della
principessa Lucilla con la quale visse a lungo in gioia e
prosperità,
dopo aver reso ricco suo padre.
C'era
una volta, tanto tempo fa, nelle terre di Ripacandida, una povera donna
di nome Soriana, che viveva di stenti con i suoi tre figli. Soriana un
brutto giorno si ammalò e, quando sentì che era giunta la
sua ora, chiamò i figli e lasciò loro le sole cose che
aveva:
al primo una madia dove impastava il pane, al secondo un tagliere sul
quale
dava forma al pane, e a Fortunio, che era il più piccino, una
gatta.
Dopo
la morte della povera donna le vicine di casa, quando ne avevano
bisogno,
andavano a chiedere in prestito ai fratelli maggiori ora la madia, ora
il tagliere, e facevano per loro una focaccia, con la quale si
sfamavano.
Ma quando Fortunio ne chiedeva un pezzettino, i suoi fratelli gli
dicevano:
"Va' dalla tua gatta, che te lo darà lei", e così lui
aveva
sempre fame.
La
gatta, che era fatata, sentì compassione per Fortunio e un
giorno gli disse: "Padrone, non ti disperare, ci penso io, e avremo
tutto
quello che ci serve per vivere". Uscì di casa e andò in
un
campo, si distese facendo finta di dormire e quando le passò
accanto
una lepre l'acchiappò, la mise nel suo carniere e
andò
a bussare al palazzo del re: quando il re di Ripacandida seppe che
c'era
una gatta che gli voleva parlare, la fece entrare e le domandò
cosa
voleva. La gatta rispose "Messer Fortunio, mio padrone, ha preso questa
lepre e te la manda in dono, maestà", e così dicendo
aprì
il carniere e gli mostrò la sua caccia. Il re gradì il
dono
e quando le chiese chi era questo Fortunio la gatta rispose: "Il
mio padrone è un giovane tanto buono, bello e vigoroso che
nessuno
può competere con lui". Allora il re fece i complimenti alla
gatta,
le diede bene da mangiare e bene da bere, e quando lei si fu
riempita
la pancia, lesta lesta con la zampina riempì il carniere
di
cose buone, mentre nessuno la vedeva, poi salutò il re e
portò
tutto a Fortunio. I fratelli, quando lo videro mangiare
così
bene gli chiesero dove aveva preso quelle squisitezze, e lui rispose:
"Me
le ha date la mia gatta", lasciandoli con un palmo di naso.
La
gatta continuò per molto tempo a portare al re gli animali che
cacciava,
dicendo che glieli mandava il suo padrone, così mangiava
bene
e riempiva il suo carniere di cose buone per Fortunio, finché un
giorno si stancò di tutta la fatica che doveva fare avanti
e indietro, allora chiamò Fortunio e gli disse: "Padrone, se
farai
come ti dirò, presto diventerai ricchissimo". "E in che modo?",
le chiese il giovane. La gatta rispose: "Vieni con me senza far tante
domande,
che io voglio proprio farti star bene".
Siccome
Fortunio era pieno di rogna e di scabbia, la gatta prima di tutto lo
leccò
da capo a piedi e lo pettinò benissimo, così Fortunio
diventò
uno splendido giovane . Il giorno dopo lo portò al fiume vicino
al palazzo del re, lo fece spogliare e gli disse di tuffarsi. Poi
nascose
i suoi vestiti rattoppati e cominciò a gridare con tutto il
fiato
che aveva: "Aiuto! Aiuto! accorrete! Vogliono annegare messer
Fortunio!
Aiuto!". Il re sentì, e ricordandosi che quel messer Fortunio
gli
aveva mandato tante lepri, fagiani e pernici, ordinò ai suoi
servitori
di andare a salvarlo. Così tirarono fuori Fortunio dal fiume,
gli
diedero nuovi abiti da indossare, e lo portarono dal re, che lo
ricevette
con molta cortesia e gli chiese chi lo aveva buttato nell'acqua. Il
giovane
stava in silenzio a testa bassa, ma la gatta, che era sempre accanto a
lui, disse: "Il mio padrone è così addolorato che non
può
parlare, ma devi sapere che alcuni furfanti hanno visto che aveva
con sé uno scrigno di gioielli che voleva portarti in dono,
maestà,
e lo hanno assalito, derubato, spogliato di tutto; poi per ucciderlo lo
hanno buttato nel fiume, ed è solo merito tuo se è ancora
vivo". Guardando Fortunio il re lo trovò bello, forte e nobile
di
portamento, così decise di dargli in isposa sua figlia, la bella
Lisetta, con una ricchissima dote. Si celebrarono le nozze con una
grande
festa, poi il re fece caricare dodici muli di oro, gioielli e
vesti
preziose, e dopo aver assegnato alla figlia dame di compagnia e
cameriere,
guardie e servitori, l'affidò a messer Fortunio
perché
la conducesse a casa sua. Fortunio ora era bello e aveva
una
sposa con una ricca dote, ma non sapeva proprio dove portarla, e lo
disse
alla sua gatta, che gli rispose: "Non dubitare, padrone mio,
provvederò
io a tutto".
Quando
l'allegra cavalcata partì, la gatta corse avanti svelta svelta,
e si era allontanata un bel tratto dalla compagnia quando
incontrò
dei cavalieri, ai quali disse: "Che fate qua disgraziati? Scappate
subito,
perché sta arrivando un drappello di armati, e vi
sbaraglieranno!
Eccoli che si avvicinano, sentite lo strepito dei cavalli che
nitriscono?".
I cavalieri impauriti le domandarono: "Che
possiamo fare ora?", e la
gatta
rispose: "Fate così: se vi chiederanno di chi siete cavalieri,
voi
rispondete decisi: 'Di messer Fortunio!', e nessuno oserà
toccarvi".
Poi
la gatta corse ancora avanti, e avendo visto immense greggi di pecore e
mandrie di vacche e di cavalli, disse ai pastori e ai mandriani:
"Poveri voi! Non sentite che si stanno avvicinando innumerevoli
armati,
che tra poco vi uccideranno tutti?". I pastori e i mandriani
s'impaurirono
e dissero: "E come possiamo salvarci?", "Fate così," rispose la
gatta, "quando vi chiederanno di chi sono tutti questi animali
voi
rispondete sicuri: 'Di messer Fortunio', e nessuno oserà farvi
del
male".
Quelli
che formavano il seguito della figlia del re di Ripacandida, procedendo
lungo la via, domandavano: "Di chi siete voi
cavalieri?
di chi sono tutte queste greggi e questi begli armenti?", e tutti
rispondevano
in coro: "Di messer Fortunio!".
Allora
gli chiesero: "Messer Fortunio, stiamo ora entrando nella vostra
proprietà?",
e lui faceva cenno di sì, e chinando il capo rispondeva sempre
di
sì, così tutti ammirati dissero fra loro che messer
Fortunio
era proprio un gran signore.
Intanto
la gatta era arrivata a uno splendido castello, quasi disabitato, e
disse:
"Che fate buona gente? Non vi accorgete della sventura che sta per
colpirvi?".
"Che cosa?" domandarono gli abitanti del castello, e la gatta rispose:
"Prima che un'ora sia trascorsa, arriveranno molti soldati e vi faranno
a pezzettini. Non sentite il nitrito dei cavalli? Non vedete la
nuvola
di polvere che si solleva al loro passare? Se non volete morire,
seguite il mio consiglio, e sarete tutti salvi. Appena
qualcuno
vi chiederà: 'Di chi è questo castello?', senza esitare
rispondete:
'Di messer Fortunio'".
Quando
la bella cavalcata giunse al castello, qualcuno domandò ai
guardiani
di chi era, e quelli a gran voce risposero: "Di messer Fortunio!",
così
il corteo entrò e si sistemarono tutti molto comodamente.
Bisogna
sapere che il padrone di quel castello e di tutte le terre che lo
circondavano
era un vecchio signore, che da qualche tempo se ne era allontanato con
il suo seguito per andare chissà dove, ma non aveva ancora fatto
ritorno, e forse gli era successa qualche misteriosa disgrazia,
perché
non se ne seppe più nulla. Così Fortunio rimase
padrone
di tutte quelle ricchezze e al momento giusto salì al trono di
Ripacandida,
vivendo a lungo felice con la sua sposa Lisetta e con molti discendenti.
IL
LADRO MATRICOLATO
C'era
una volta, molti secoli fa, nella ricca città di Furtei,
un
giovane birbone e amante della bella vita e dei divertimenti, che era
il
più astuto malandrino del mondo. Tutta la città conosceva
il giovane come ladro matricolato, e molti cittadini erano andati dal
pretore
a denunciare i suoi furti. Il pretore mandava a chiamare il
giovane
e gli diceva che se continuava a fare così lo avrebbe fatto
impiccare,
ma Mercuzio, questo era il suo nome, giurava che non era stato
lui,
e così non veniva arrestato.
Per
i furti e le malefatte Mercuzio era un cattivo soggetto, ma aveva
questo
di buono: non rubava perché era avido di quelle ricchezze, ma
per
regalarle generosamente quando e come gli faceva piacere. E dato che
era
intelligente e di carattere divertente e allegro, il pretore gli
era sinceramente affezionato, e godeva spesso della sua compagnia.
Siccome
Mercuzio non smetteva di rubare e il pretore continuava a
ricevere
denunce contro di lui, ma gli voleva troppo bene per punirlo, un
giorno lo chiamò e gli parlò seriamente, per convincerlo
a diventare una persona perbene lasciando la vita da malandrino,
altrimenti
sarebbe incorso nei pericoli mortali di chi va contro le leggi.
Mercuzio
lo ascoltò attentamente, e poi disse: "Signore, ho sentito
e ho capito i rimproveri che mi fai, e sapendo che parli perché
mi vuoi bene ti ringrazio. Quello che mi dispiace è che degli
sciocchi
invidiosi mettano in giro queste calunnie, rovinando la mia reputazione
per farmi del male. Chi ti ha riferito queste bugie sul mio conto
farebbe
meglio a mordersi la lingua velenosa". Accecato dall'affetto il
pretore
volle credere a Mercuzio, e non dava corso alle denunce contro di
lui, continuando a vederlo tutti i giorni.
Una
volta che erano insieme a tavola e si narravano storie divertenti,
Mercuzio
cominciò a raccontare di un ladro matricolato, così
abile e astuto che senza farsi prendere riusciva a rubare
qualsiasi
cosa, per quanto fosse ben nascosta e sorvegliata. Allora il pretore
gli
disse: "Questo giovane devi essere tu, che sei intelligente, astuto e
birbone.
E se stanotte sarai capace di rubarmi il letto in cui dormo, ti
prometto
sul mio onore cento monete d'oro". A questa proposta Mercuzio si
rannuvolò,
e gli rispose così: "Signore, tu pensi dunque che io sia
un
ladro, ma non è vero, non ci sono mai stati ladri nella mia
famiglia;
io vivo onoratamente senza far nulla di male. Ma se vuoi che io corra
questo
pericolo mortale, per il bene che ti ho sempre voluto e che ti voglio,
stanotte farò quello che mi hai proposto, e se muoio, pazienza".
Con
una gran voglia di accontentare il pretore, Mercuzio andò via,
passò
tutto il giorno a scervellarsi per trovare un modo di portargli via il
letto senza che se ne accorgesse; finalmente gli venne un'idea, e
si mise subito all'opera. Quel giorno a Furtei era morto un mendicante,
e lo avevano sepolto fuori dalla chiesa: Mercuzio aspettò che
tutti
fossero immersi nel sonno, andò alla tomba, la aprì
leggermente, prese il morto per i piedi e lo tirò fuori dal
sepolcro.
Poi rivestì il corpo morto con i suoi abiti, che gli stavano
alla
perfezione, tanto che chiunque lo avesse visto avrebbe creduto che
fosse
Mercuzio, non il mendicante, se lo caricò sulle spalle e si
avviò
verso il palazzo del pretore. Là prese una lunga scala,
salì
sul tetto e senza farsi sentire cominciò a levare le tegole, poi
con i suoi arnesi di ferro tagliò travi e tavole, facendo una
grande
apertura in corrispondenza della camera del pretore. Il magistrato, che
era disteso sul letto senza dormire, sentiva tutto quello che faceva
Mercuzio,
ma anche se si era accorto che gli stava rompendo il tetto si
divertiva,
e voleva proprio stare a vedere quando sarebbe venuto per rubargli il
letto
di sotto. E fra sé e sé diceva: "Fa' pure l'astuto
malandrino
più che puoi Mercuzio, tanto stanotte il mio letto non lo
porterai
via".
Mentre
il pretore stava ad aspettare con gli occhi spalancati e le orecchie
tese
che venisse per prendergli il letto, Mercuzio fece scivolare giù
il mendicante morto, che cascò in terra con un tonfo. Il pretore
impaurito si alzò, accese un lume, e quando vide il corpo
steso a terra tutto pesto e lacerato riconobbe Mercuzio dai
vestiti
e, stretto dall'angoscia, disse: "Oh, misero me! per soddisfare
un
desiderio sciocco e infantile sono stato sconsiderato e ho provocato la
sua morte! Cosa diranno di me quando si saprà che è morto
in camera mia? Come devono essere sempre saggi e prudenti gli uomini!".
Lamentandosi andò a picchiare all'uscio della camera di un
servitore
fedele, e dopo averlo svegliato gli raccontò quel triste
accadimento,
pregandolo di scavare una fossa nel giardino e di metterci il cadavere,
perché la cosa rimanesse nascosta e non si risapesse in giro.
X 26
Mentre
il pretore e il servo seppellivano il morto, Mercuzio, che era
lassù
fermo e guardava tutto, vedendo che nella camera non c'era più
nessuno
si calò giù con una fune, prese il letto, e facendolo
passare
dal buco se lo portò via. Dopo aver sotterrato il morto,
tornando
in camera a dormire il pretore vide che mancava il letto. Rimase
stupefatto,
e se volle riposare gli toccò cambiare camera,
meravigliato
dalla finissima astuzia del ladro matricolato.
Il
giorno dopo Mercuzio, come al suo solito, andò al palazzo a
trovare
il pretore, che vedendolo disse: "Mercuzio, sei proprio un ladro
matricolato!
Chi avrebbe mai immaginato un modo così astuto per rubare il
letto,
se non tu?". Mercuzio non rispondeva nulla, e stava lì
sorridente,
come se la cosa non lo riguardasse. "Mi hai fatto una delle tue beffe",
diceva il pretore, "ma ti sfido a farmene un'altra, e allora
capirò
quanto vale la tua astuzia. Se stanotte riuscirai a rubare il mio
bellissimo
cavallo storno, che mi è tanto caro, oltre alle cento monete
d'oro
che ti avevo detto te ne regalerò altre cento". Mercuzio dopo
aver
sentito queste parole con l'espressione corrucciata si rammaricò
della cattiva opinione che il pretore aveva di lui, dicendogli di non
mandarlo
in rovina. Quando vide che rifiutava la sua proposta il pretore
andò
in collera, e gli disse: "Se non lo farai, da me non aspettarti
più
nulla: sarai impiccato a uno degli anelli lungo le mura di questa
città".
Vedendo
che la faccenda era diventata pericolosa e che non si trattava affatto
di uno scherzo, Mercuzio disse al pretore: "Va bene, farò tutto
quello che posso per accontentarti, succeda quel che succeda, anche se
non mi sento adatto a fare di queste cose", poi lo salutò e se
ne
andò. Il pretore, che si divertiva a mettere alla prova la
straordinaria astuzia del giovane, chiamò uno dei suoi servi e
gli
disse: "Va' nella stalla, prepara il mio cavallo storno, monta in sella
e non smontare fino a domattina, fa' buona guardia e vedi che non
portino via il cavallo". Ordinò a un altro servo di
montare la guardia per tutta la notte, infine chiuse personalmente le
porte
del palazzo e della stalla con fortissime chiavi.
Mercuzio
aspettò che fosse notte fonda, prese i suoi strumenti e
andò
alle dimora del pretore, dove vide il guardiano che si era addormentato
sulla porta. Siccome conosceva tutti i segreti del palazzo, lo
lasciò
dormire ed entrò nella corte da un'altra parte, si
avvicinò
alla stalla e, avendola trovata serrata, lavorò così bene
con i suoi ferri che senza far rumore aprì le porte, ma
quando
vide il servitore sul cavallo con le briglie in mano ebbe paura di non
riuscire a portare a termine l'impresa. Poi avvicinandosi si accorse
che
anche quello era profondamente addormentato, e allora il ladro
furbo
e matricolato immaginò il trucco più geniale che si
potesse
inventare: misurò l'altezza del cavallo, calcolò qualcosa
in più, poi andò in giardino, prese quattro grandi pali
che
sostenevano le viti del pergolato, li appuntì e
ritornò
nella stalla, dove il servo continuava a dormire come un ghiro. Con
destrezza
recise le redini che il servo stringeva tra le dita, poi tagliò
il pettorale, la cinghia, la groppiera e tutto quello che lo legava al
cavallo, e dopo aver ficcato in terra un palo, sollevò
delicatamente
uno degli angoli della sella e ce la appoggiò sopra. Prese un
altro
palo e dopo averlo piantato ci posò sopra la sella da un'altra
parte
e fece lo stesso con i pali sollevando gli altri due angoli.
Così,
mentre il servo continuava a dormire, lo spostò con la sella e
tutto
sui quattro pali conficcati nel terreno, poi prese un
capestro,
lo mise al capo del cavallo e sfilandolo di sotto al servo
se lo portò via.
La
mattina dopo il pretore si alzò presto e andò nella
stalla,
dove, credendo di trovare il suo cavallo storno, vide il servo che
dormiva
sulla sella appoggiata su quattro pali. Lo svegliò e gliene
disse
di tutti i colori, poi tutto rannuvolato uscì dalla stalla.
Dopo
poco Mercuzio, come al suo solito, andò al palazzo a trovare il
pretore e lo salutò con affabilità. Il magistrato gli
disse:
"Sei proprio il migliore di tutti i ladri, io dico anzi che sei il
principe
e il re dei ladri. Ma ora capirò davvero fino a che punto
sei abile e geniale. Mi pare che tu conosca don Severino, il prete di
quella
chiesa appena fuori dalla città: se me lo porterai chiuso in un
sacco, sul mio onore raddoppierò le duecento monete d'oro che ti
ho promesso. Se non lo farai, preparati a morire". Don Severino era un
buon prete, faceva una vita semplice e onesta, ma non era troppo furbo;
si occupava della sua chiesa senza pensare ad altro. Vedendo che
il pretore era tinto male verso di lui, Mercuzio pensò: "Lui
vorrebbe
proprio incastrarmi e farmi morire, ma forse non andrà come
crede,
perché escogiterò di tutto pur di riuscire a portargli
quello
che mi ha chiesto". E fece proprio così: prese in prestito da un
suo amico un camice bianco da prete lungo fino ai piedi e una stola
tutta
ricamata d'oro, poi cercò dei grandi cartoni robusti,
intagliò
due ali e le dipinse con tanti colori, infine fabbricò un
diadema
per illuminare tutto intorno.
Quando
fu buio prese tutte queste cose con un grosso sacco, uscì dalla
città e andò dove abitava don Severino, si nascose dietro
una macchia di rovi e rimase lì tutta la notte. All'aurora
Mercuzio
indossò il camice sacerdotale accomodandosi al collo la stola,
si
mise in capo il diadema con le candele accese e si fissò le ali
alle spalle, poi si acquattò e restò ad aspettare
finché
venne il prete per suonare il mattutino.
Quando
don Severino arrivò col chierichetto alla chiesa, entrò
lasciando
la porta aperta e si mise a fare i suoi servizi. Mercuzio, che
stava
attento e guardava la porta, mentre il prete suonava l'Ave Maria venne
fuori dalla macchia, senza farsi sentire entrò in chiesa, si
mise
all'angolo di un altare e stando ritto, mentre teneva il sacco aperto
con
tutte e due le mani, con voce umile e melodiosa cominciò a dire:
"Chi vuol andare in paradiso entri nel sacco! chi vuol andare in
paradiso
entri nel sacco!". Mercuzio continuava a recitare così, ed ecco
che il chierichetto venne fuori dalla sacrestia: vide il camice bianco
come la neve, il diadema che risplendeva come le stelle, le belle ali
che
parevano penne di pavone, sentì la voce e si spaurì tutto.
Appena
si riprese un poco tornò dal prete e gli disse: "Don
Severino,
sai che io ho visto l'angiolo del cielo con un sacco in mano che dice:
'chi vuol andare in paradiso entri nel sacco'? Io ci voglio
andare".
Il
prete credette subito alle parole del chierichetto, e senza pensarci
due
volte uscì dalla sacrestia, vide l'angiolo meraviglioso e
sentì
quello che diceva. Siccome desiderava moltissimo andare in paradiso e
aveva
paura che il chierichetto gli prendesse il posto nel sacco, fece finta
di essersi dimenticato il breviario e disse al bambino: "Va' a casa,
guarda
in camera mia, e portami il breviario che mi sono dimenticato
sullo
scanno". Mentre il chierichetto andava a casa, il prete si
avvicinò
all'angiolo e con grande devozione entrò nel sacco.
Mercuzio,
astuto, malizioso e matricolato, vedendo che il suo piano andava a
meraviglia,
chiuse il sacco e lo legò ben stretto, poi si
spogliò
del camice sacerdotale, si levò il diadema e le ali, ne
fece
un fagotto, se lo mise sulle spalle con il sacco e si avviò
verso
la città. Arrivò che era giorno fatto, e all'ora giusta
portò
il sacco al pretore, lo slegò e fece venir fuori don Severino.
Questo,
più morto che vivo, vedendo il pretore si accorse che lo avevano
preso in giro, e cominciò a gridare, lamentandosi che era
stato assassinato e messo nel sacco con l'inganno, che ne aveva avuto
danno
e disonore, e chiedeva giustizia al pretore, dicendogli che
doveva
punire un crimine come quello con una severissima pena come
esempio e ammonimento per tutti i malandrini.
Il
pretore, che aveva sentito com'era andata dal principio alla fine, non
riusciva a trattenere le risa, e rivolgendosi a don Severino gli disse:
"O pretino, sta' cheto e non ti sgomentare, avrai la prova
della mia benevolenza e della mia giustizia, anche se questa, come
possiamo
vedere bene, è una beffa". E tanto disse e tanto fece, che
riuscì
a calmarlo, poi prese un sacchetto con un po' di monete d'oro e
glielo
mise in mano, ordinando che lo accompagnassero fino a casa sua.
Poi
si rivolse a Mercuzio e disse: "Mercuzio, Mercuzio, le tue imprese
straordinarie
superano di molto la tua fama di ladro matricolato. Eccoti le
quattrocento
monete d'oro che ti avevo promesso, perché te li sei guadagnati
con tutti gli onori. Ma sta attento e in futuro bada di vivere con
saggezza
e prudenza, perché se mi arriverà all'orecchio un'altra
accusa,
ti prometto che senza clemenza ti farò dondolare con un
cappio
al collo".
Mercuzio
si congedò dal pretore ringraziandolo per le monete d'oro, con
le
quali cominciò a fare il mercante, e con il suo ingegno fece
fortuna,
diventando un uomo ricco e saggio..
L'UOMO
SELVATICO
Regnavano
un tempo nel prosperoso reame di Serradifalco un re potente e una
bella regina che avevano un solo figlio, il giovane principe Guerrino.
Il re amava molto la caccia, nella quale eccelleva per forza e
abilità,
e un giorno che si trovava a una battuta con i suoi baroni e cavalieri
vide uscire da una fitto bosco un uomo selvatico grande e grosso,
brutto
e mostruoso, che mostrava una forza straordinaria, e
tutti rimasero a guardarlo pieni di meraviglia. Il re
chiamò
accanto a sé i suoi due migliori cavalieri e dopo un lungo
combattimento
riuscì a catturarlo, lo legò e lo portò a palazzo,
dove lo chiuse a chiave in una stanza sicura, ordinando che non gli
facessero
mancare nulla.
Siccome
il re teneva all'uomo selvatico più che a ogni altra cosa, diede
le chiavi della sua prigione alla regina perché le custodisse, e
non passava giorno senza che andasse a guardarlo con grande piacere.
Dopo
poco tempo il re ebbe di nuovo voglia di andare a caccia, e
quando
tutto fu pronto partì con i suoi baroni e cavalieri, non senza
aver
raccomandato alla regina quelle chiavi.
Mentre
il re era a caccia Guerrino sentì un gran desiderio di vedere
l'uomo
selvatico, e ci andò da solo con un arco e una freccia d'oro che
amava molto. Accanto alla grata della prigione vide il mostro, e
tenendo
fra le mani la freccia finemente lavorata si mise a ragionare con lui
come
con un compagno. L'uomo selvatico parlando lo carezzava e
gli
faceva tanti complimenti, ma d'un tratto con una mossa improvvisa
gli prese la freccia d'oro. Guerrino si mise a piangere a dirotto e fra
le lacrime chiedeva all'uomo selvatico che gli rendesse la sua freccia,
finché a un certo punto lui disse: "Se mi vuoi aprire e
rendere
la libertà ti renderò la tua freccia, altrimenti non
la
riavrai mai più". Il fanciullo allora gli rispose: "Ma come
posso
aprirti e liberarti, se non so come fare?"; e il mostro: "Se tu
volessi
davvero sciogliermi e farmi uscire da questa stretta prigione, io ti
insegnerei
subito il modo di farlo". "Ma come?", disse Guerrino, "dimmi in
che
modo!", e l'uomo selvatico gli insegnò: "Va' dalla regina tua
madre,
e se la troverai X
addormentata guarda
attentamente sotto il
guanciale
sul quale posa il capo, e piano piano, perché non ti
senta,
rubale le chiavi della prigione, portale qui e aprimi: appena mi avrai
aperto ti restituirò la freccia, e forse un giorno potrò
ricompensarti ancora per la libertà che mi rendi".
Guerrino,
tutto desideroso della sua freccia d'oro, non stette tanto a pensarci,
corse dalla madre che riposava tranquilla, le tolse piano piano le
chiavi,
e con quelle tornò dall'uomo selvatico, dicendogli: "Ecco le
chiavi.
Se io ti libero di qui, va' tanto lontano che di te non si senta
più nemmeno l'odore, perché se mio padre, che è
gran
maestro di cacce, ti riprendesse, facilmente ti farebbe uccidere". "Non
dubitare, bambino mio," disse l'uomo selvatico, "appena mi avrai
aperto la prigione e sarò libero ti darò la freccia
d'oro,
e andrò tanto lontano che né tuo padre né chiunque
altro mi troverà più". Guerrino impegnandosi con tutte le
sue forze riuscì ad aprire la prigione, e l'uomo selvatico, dopo
avergli reso la freccia e averlo ringraziato, se ne andò.
Bisogna
sapere che l'uomo selvatico era stato un giovane bellissimo, che non
era
riuscito a conquistare la fanciulla che amava, e per la disperazione
del
suo cuore era fuggito lontano da tutti ed era andato a
vivere
nei boschi tra gli animali selvaggi, nutrendosi di erbe e dissetandosi
alle fonti insieme alle belve. Così dopo un po' di tempo
il
pelo del povero giovane era aumentato e si era fatto ispido, la pelle
gli
si era indurita, mentre la barba folta era cresciuta moltissimo e
come
i peli e i capelli era diventata verde come l'erba che mangiava,
dandogli
l'aspetto di un mostro.
Intanto
la regina svegliandosi mise le mani sotto il guanciale per prendere le
chiavi che teneva sempre con sé, e non trovandole non capiva
cosa
fosse successo, rivoltò le lenzuola, le coperte, i materassi, ma
inutilmente, poi correndo come impazzita alla prigione trovò la
porta spalancata e non vide più l'uomo selvatico. Si
sentì
morire dal dolore, e correva per il palazzo da una stanza all'altra,
domandando
a tutti quelli che incontrava chi era stato quel temerario incosciente
che aveva osato prendere le chiavi della prigione a sua insaputa. E
quando
Guerrino incontrò sua madre e la vide così infuriata,
disse:
"Madre mia, non dare a nessuno la colpa per l'apertura della prigione,
se c'è qualcuno che deve essere punito, quello sono io,
perché
io da solo l'ho aperta". La regina allora si addolorò
ancora
di più, temendo che il re quando tornava dalla caccia sarebbe
andato
in collera al punto di uccidere Guerrino, perché le aveva
raccomandato
quelle chiavi come dandole in custodia il suo cuore. Così
la regina, credendo di evitare un guaio, ne combinò uno molto
più
grande, perché senza aspettare neanche un momento chiamò
due servitori fedelissimi, affidò loro suo figlio e dopo averli
forniti di molte pietre preziose, gioielli, denari e cavalli bellissimi
li fece partire, pregandoli di aver sempre cura del principe
Guerrino.
Dopo
poco tornò il re dalla caccia, appena fu a palazzo andò
alla
prigione dell'uomo selvatico, vide la porta aperta e capì
che era fuggito, e subito fu preso da una collera terribile e decise di
uccidere chi lo aveva fatto scappare. Andò dalla regina che
era
seduta tutta triste nella sua camera, e le domandò chi era stato
così sfacciato, arrogante e temerario da aprire la prigione e
far
fuggire il mostro. La regina con un filo di voce tremante gli rispose:
"Calmati, mio signore, nostro figlio mi ha confessato di essere stato
lui",
poi gli raccontò tutto quello che aveva fatto Guerrino, e il re
si arrabbiò molto. Allora la regina continuò dicendo che
per paura che lo uccidesse lo aveva fatto partire per terre lontane
accompagnato
da due servitori fidati, ben forniti di gioielli e denari per le
necessità del viaggio. Al povero re queste parole raddoppiarono
il dolore, e per poco non cadde a terra e non impazzì per la
disperazione,
se non lo avessero fermato i suoi baroni e cavalieri in quel momento
avrebbe
ucciso la regina. Quando scese la sua collera e ritornò in
sé
il re disse: "Signora, come hai potuto mandare in paesi sconosciuti il
nostro unico figlio? Credevi forse che tenessi più a un uomo
selvatico
che al sangue del mio sangue?", e senza aspettare risposta diede ordine
ai suoi soldati che si schierassero in quattro drappelli e muovessero
alla
ricerca del principe verso tutti i punti cardinali. Ma fu inutile,
perché
Guerrino viaggiava in incognita con i suoi servi e nessuno poteva
riconoscerlo.
Così
cavalcando coi suoi servitori, passando per valli, monti e fiumi,
fermandosi
un po' in un posto e un po' in un altro, Guerrino arrivò
all'età
di sedici anni, ed era diventato bello come una rosa di maggio.
In
quel tempo i suoi servitori ebbero un'idea diabolica: uccidere
Guerrino
e dividersi tutte le sue ricchezze. Ma non poterono attuare il
loro
piano, perché proprio allora passava di là un bellissimo
giovane a cavallo di un superbo destriero bardato con finimenti
preziosi,
e chinato il capo con cortesia salutò Guerrino dicendo: "Gentile
cavaliere, se non ti fa dispiacere, vorrei cavalcare insieme a te".
Guerrino
gli rispose: "Sei così gentile che non si può rifiutare
la
tua compagnia, ti ringrazio, e anzi sono io a chiederti il grande
favore
di cavalcare con noi. Siamo forestieri, non conosciamo le strade,
e tu cortesemente ce le potrai insegnare, poi lungo la via potremo
raccontarci
le nostre storie, e il cammino ci sembrerà meno lungo".
Bisogna
sapere che questo cavaliere era l'uomo selvatico che Guerrino aveva
liberato
dalla prigione di suo padre. Dopo aver errato a lungo per boschi e
luoghi
strani, un giorno per caso aveva incontrato una fata bellissima,
che soffriva di una malattia mortale. Avendolo visto così
deforme
e osservando la sua bruttezza, la fata aveva riso di lui così
fragorosamente
che gli era scoppiato quell'ascesso vicino al cuore che stava per
ucciderla. Così la bella fata trovandosi sana e salva gli era
stata
grata e gli aveva detto: 'Uomo tanto deforme e sozzo, mi hai reso
tu la vita che temevo di perdere, va', io voglio che tu diventi il
più
bello, il più gentile, il più saggio e il più
affascinante
giovane che si possa trovare, e voglio anche farti
partecipe
della mia virtù e della mia potenza magica, perché tu
possa
fare e disfare in un batter d'occhio ogni cosa secondo il tuo
desiderio".
E infine, facendolo montare su un superbo destriero fatato, gli aveva
detto
che poteva andare ovunque desiderasse.
Cavalcando
insieme, dopo un po' di tempo Guerrino e il giovane cavaliere giunsero
alla potente città di Assoro, nella quale viveva un re che aveva
due figlie, Fedora e Miranda, tanto belle e piene di grazia che tutti
si
incantavano a guardarle.
Appena
giunti ad Assoro, Guerrino col cavaliere sconosciuto e i due servitori
presero alloggio nel miglior ostello della città; il
cavaliere
disse che voleva partire per visitare altri reami e salutò
Guerrino
ringraziandolo della compagnia, ma il principe ormai lo amava molto, e
non volendo che partisse lo pregò con tanta dolcezza che lo
convinse
a restare.
In
quel tempo il reame di Assoro era infestato da due belve: un cavallo e
una cavalla selvatici, tanto feroci che non solo distruggevano tutti i
raccolti dei campi, ma uccidevano gli animali domestici e anche gli
esseri
umani. I terribili cavalli avevano sparso il terrore fra la
popolazione,
che preferiva partire lasciando le case e le terre del reame di
Assoro.
Non c'era nessuno che avesse la forza e il coraggio di affrontarli e di
ucciderli, così il re vedeva il suo reame devastato e
abbandonato,
ma non sapeva come trovare un rimedio, e si disperava maledicendo
la sua sfortuna.
I
due servi, che non avevano potuto attuare il loro piano malvagio lungo
la via per l'arrivo del cavaliere sconosciuto, volevano
impossessarsi
dei gioielli e dei denari di Guerrino, ma avevano paura di essere
scoperti, così cercando un modo per farlo morire pensarono di
dire
all'oste che Guerrino era un prode e valente cavaliere, che tante volte
si era vantato di sapere come fare a uccidere il cavallo selvatico
senza
pericolo. "L'oste andrà a riferirlo al re," dissero, "e il re di
Assoro non vuole altro che la morte dei due animali selvatici e il
benessere
del suo reame, così farà chiamare Guerrino e gli
chiederà
come intende fare, lui non saprà rispondere, sarà
condannato
a morte, e noi resteremo padroni delle sue ricchezze".
Appena
l'oste li sentì parlare del coraggio di Guerrino ne fu felice,
corse
dal suo re e dopo essersi inchinato gli disse: "Maestà,
sappi
che nel mio ostello c'è un cavaliere errante molto bello che si
chiama Guerrino, e parlando con i suoi servitori ho saputo che il loro
signore è prode, coraggioso e tanto valente con le armi in pugno
che nessuno ha mai potuto batterlo, e questo Guerrino si è
più
volte vantato che con la sua forza e la sua potenza può
domare
il cavallo selvatico che devasta il tuo reame". Sentendo queste parole
il re volle vedere Guerrino, e l'oste, servendolo fedelmente,
andò
subito a dirgli di andare dal re, perché voleva parlare con lui.
Guerrino
allora si presentò al re, e inchinandosi gli chiese per
quale
ragione lo aveva chiamato. Il re gli disse: "Guerrino, il motivo che mi
ha spinto a farti venire qui è che io ho saputo che sei un
valoroso
cavaliere, non ce n'è un'altro come te in tutto il mondo, e che
molte volte hai detto di avere tanta forza che senza danno per te o per
altri sapresti catturare il cavallo che devasta miseramente il mio
reame.
Se il cuore ti basta per provarti in un'impresa gloriosa come questa e
tornare vincitore, io ti prometto sulla mia testa di farti un tale dono
che sarai felice per il resto della tua vita". Guerrino, sentendo la
formidabile
proposta del re, rimase molto meravigliato, e negò di aver mai
detto
le parole che gli erano state attribuite. Il re allora si
rannuvolò,
e molto arrabbiato disse: "Voglio, Guerrino, che tu tenti questa
impresa,
e sappi che se non obbedisci alla mia volontà ti
condannerò
a morte".
Lasciato
il re, Guerrino tornò all'ostello addolorato, e non osava dire
la
pena che gli stringeva il cuore, ma il cavaliere sconosciuto, vedendolo
contrariamente al solito pieno di malinconia, gli chiese
dolcemente
per quale ragione era avvilito e mesto. E lui, volendogli bene come a
un
fratello, non potè far a meno di rispondergli, e raccontò
tutto quello che gli era capitato col re. Allora il giovane
sconosciuto
gli disse: "Sta di buon animo e non dubitare, perché io ti
insegnerò
come fare e non morirai, tu sarai anzi vincitore e il re
avrà
quello che chiede. Ora tornerai dal re, gli chiederai che faccia
venire un valente maestro maniscalco, al quale ordinerai quattro grandi
ferri da cavallo, che siano massicci e tutt'intorno due
dita
abbondanti più grandi dei ferri normali, che siano ben
crestati
e che dietro abbiano due ramponi lunghi come un grande dito, appuntiti
e taglienti. Appena li avrà finiti, farai ferrare con quelli il
mio cavallo, che è fatato, e non dubitare di nulla".
Guerrino,
tornato dal re, fece come gli aveva detto il suo compagno, e il re,
chiamato
un ottimo maniscalco, gli ordinò di mettersi ai comandi di
Guerrino.
Il maestro andò nella sua bottega con lui, ma quando
sentì
cosa voleva rifiutò di farlo perché erano ferri che non
si
erano mai visti, e lo prese in giro come se fosse matto. Guerrino
allora
andò a lamentarsene dal re, che richiamò il
maniscalco
e gli ordinò nuovamente di obbedirgli, altrimenti avrebbe
mandato lui a domare il cavallo selvatico.
Così
il maestro di cavalli forgiò subito i quattro ferri e li
mise
agli zoccoli del destriero fatato. Quando il cavallo fu ferrato e
bardato
come si deve, il giovane sconosciuto disse a Guerrino: "Monta sul
mio cavallo, e va' sicuro; quando sentirai il nitrito del cavallo
selvatico, smonta dal tuo destriero, togli sella e
briglie
e lascialo libero, poi sali su un albero alto e aspetta che si compia
l'impresa":
Guerrino, ben istruito dal suo amato compagno su ciò che doveva
fare, lo salutò e partì contento.
Per
tutta la città di Assoro si era già sparsa la fama
gloriosa
di un giovane bello e pieno di grazia che tentava l'impresa di
catturare
il cavallo selvatico per portarlo al re, così tutti si
affacciavano
alle finestre per guardarlo mentre passava, e vedendolo così
nobile,
giovane e bello, ne avevano pietà e dicevano: "Oh,
povero
giovane, come cavalca spensierato verso la sua fine! certo
è
un gran peccato che sia destinato a morire miseramente!", e non
riuscivano
a trattenere lacrime di commozione. Ma Guerrino, intrepido e
fiero,
cavalcando allegramente giunse nel posto in cui stava il cavallo
selvatico
e sentendolo nitrire scese dal suo cavallo, gli tolse briglie e sella,
e dopo averlo lasciato libero si arrampicò su una grande quercia
e attese il terribile combattimento. Era appena salito
sull'albero
che arrivò il cavallo selvatico e affrontò il destriero
fatato,
così cominciarono il duello più feroce e sanguinario che
si sia visto al mondo. Sembravano due leoni scatenati, schiumavano
dalla
bocca come irsuti cinghiali cacciati da cani rabbiosi, e dopo un
combattimento
in cui avevano mostrato pari valore, il destriero fatato
tirò
due calci al cavallo selvatico, lo colpì con lo zoccolo crestato
alla mascella e gliela ruppe, facendogli perdere il vigore per
attaccare
e per difendersi. Guerrino vide, e tutto contento scese dalla quercia,
prese un capestro che aveva con sé, lo legò e lo condusse
nella città di Assoro tra la gioia della folla acclamante,
portandolo
al re come aveva promesso.
Il
re decretò festa e trionfo in tutta la città, ma ai due
servitori
aumentò la rabbia, perché non avevano raggiunto il
loro scopo malvagio, e così fecero arrivare al re la notizia che
Guerrino avrebbe agevolmente ucciso anche la cavalla, se ne avesse
avuto
voglia. Allora il re di Assoro fece come aveva fatto per il
cavallo,
e siccome Guerrino rifiutava di tentare questa impresa, davvero
pericolosa,
minacciò di farlo appendere per un piede, come ribelle della
corona.
Tornato al suo ostello Guerrino raccontò tutto al suo compagno,
che sorridendo disse: "Fratello, non aver paura, ma va', trova il
maniscalco e ordinagli altri quattro ferri grossi come i primi, con i
ramponi
ben affilati e taglienti; farai tutto come hai fatto col cavallo, e ne
avrai gloria ancora più della prima volta".
Dopo
aver ordinato e ottenuto i quattro ferri appuntiti, Guerrino fece
ferrare
il forte cavallo fatato e partì per la grande impresa.
Giunto
nel posto in cui stava la cavalla selvatica, dopo averla sentita
nitrire Guerrino smontò dal suo destriero, gli tolse briglie e
sella
e lo lasciò libero, poi come la prima volta salì su
un albero. Subito vide arrivare la cavalla selvatica che
attaccò
il destriero con un morso terribile: il cavallo fatato a mala pena
riuscì
a scampare da questa ferocia, ma si riprese e con tutto il suo vigore
tirò
alla cavalla un calcio così forte che con uno dei ramponi le
ruppe
la gamba destra. Subito Guerrino scese dall'albero, la prese e la
legò
ben stretta, poi salì sul cavallo fatato, andò a
palazzo
tra ali di folla festante e la portò al re. Tutti andavano a
vedere
i feroci cavalli selvatici, ed erano felici perché il paese era
finalmente libero.
Guerrino
era già tornato all'ostello, ed essendo stanco si era messo a
riposare,
ma un rumore confuso non lo faceva dormire, così si
alzò
da letto e sentì che c'era qualcosa di strano che batteva in un
vaso di miele. Allora, aperto il vaso, Guerrino vide un calabrone che
sbatteva
le ali e non poteva volare: sentendo compassione prese
quell'animalino
e lo mise in libertà.
Intanto
il re che non aveva ancora ricompensato Guerrino per il
doppio
trionfo, pensando che era giusto provvedere subito lo mandò a
chiamare,
e gli disse: "Guerrino, vedi bene che per merito tuo il mio regno
è
liberato dai cavalli selvatici, e per queste imprese che hai compiuto
per
me intendo ricompensarti. Non trovando altro dono che sia
abbastanza
grande per te, ho deciso di darti la principessa Fedora in isposa. Ma
sappi
che ho due figlie: Fedora porta intrecciati con grazia i capelli
che brillano come l'oro, l'altra si chiama Miranda e la sua chioma
splende
come finissimo argento. Se tu riuscirai a indovinare qual è tra
loro Fedora dalle trecce d'oro, l'avrai in isposa con una ricchissima
dote,
se sbaglierai ti farò tagliare la testa".
Guerrino,
sentendo come il re lo ricompensava ferocemente, rimase stupefatto, e
gli
disse: "Maestà, è questo il guiderdone per le
fatiche
che ho sostenuto? Questo è il premio per il mio sudore? Mi fai
questo
gran dono perché ho liberato il tuo reame, che era devastato e
quasi
deserto? Ahimè, non meritavo questo, né questo si addice
a un re potente come te. Ma siccome così ti piace, e io sono
nelle
tue mani, fa' quel che più ti aggrada". "Basta," disse il re,
"puoi
andare, ti do tempo fino al tramonto di domani per trovare la
soluzione".
Disperato
Guerrino andò dal suo compagno e raccontò cosa gli aveva
detto il re. Il cavaliere sconosciuto, senza dar troppo peso a
quello
che era successo, disse: "Guerrino, sta contento e non dubitare, che io
ti aiuterò a trovare la soluzione. Ricordi che hai liberato un
calabrone
che era rimasto invischiato nel miele e lo hai fatto volare? E' grazie
a lui che vincerai questa prova, perché domani andrà a
palazzo
e per tre volte volerà sussurrando intorno al viso della
principessa
dai capelli d'oro, e lei con la candida mano lo scaccerà.
Vedendo per tre volte questo gesto tu capirai qual è la tua
sposa".
"Oh!" disse Guerrino al suo compagno, "quando verrà il giorno in
cui potrò ricambiare il bene che mi hai fatto? Anche se vivessi
mille anni, non potrei ricompensarti nemmeno in minima
parte.
Che tu riceva tutto il bene che meriti dal grande Benefattore!".
Allora il cavaliere sconosciuto rispose: "Guerrino, fratello mio,
tu non hai bisogno di ricompensarmi per quello che ho fatto. E' tempo
che
ti sveli chi sono. Tu mi hai salvato dalla morte, e anch'io ho
voluto
fare qualcosa per te: sappi che sono io l'uomo selvatico
che
liberasti con amore dalla prigione di tuo padre, e il mio nome è
Rubino". E gli raccontò come la fata alla quale aveva salvato la
vita lo aveva reso bellissimo e dotato di poteri magici, regalandogli
anche
il destriero fatato col quale Guerrino aveva catturato i cavalli
selvatici.
Il
principe rimase stupefatto e senza dire una parola, col cuore colmo di
dolcezza, lo abbracciò e lo baciò teneramente, proprio
come
un fratello. Poi, siccome stava per finire il tempo concesso per la
prova,
se ne andarono insieme a palazzo, e il re diede ordine che le sue
amate figlie velate di veli bianchissimi venissero alla presenza di
Guerrino.
Era
impossibile distinguere le principesse una dall'altra, ma il re chiese:
"Quale di loro, Guerrino, è la sposa che ti ho
destinato?".
Il principe restava in silenzio riflettendo fra sé e sé e
non rispondeva nulla, mentre il re, curioso di vedere come andava a
finire,
lo tormentava, dicendogli che il tempo fuggiva e che doveva decidersi.
Ma Guerrino rispose: "Maestà, se è vero che il tempo
fugge,
è altrettanto vero che il tempo che mi hai concesso
non è ancora finito, perché il sole non è ancora
tramontato".
Siccome era vero, il re e tutti gli altri aspettarono ancora,
quand'ecco
giunse il calabrone, che sussurrando descrisse un cerchio intorno al
viso
di Fedora. E lei, un po' spaventata, con la mano candida cercava di
mandarlo
via, e quando
ebbe
fatto questo gesto tre volte il calabrone se ne andò. Mentre
Guerrino
non si sentiva tanto sicuro, pur fidandosi delle parole del suo
caro
compagno Rubino, tramontò il sole, e il re disse: "Forza
Guerrino,
che fai? ormai il tuo tempo è finito: devi deciderti". Guerrino,
dopo aver guardato con attenzione ora l'una, ora l'altra principessa,
pose
la mano sopra il capo di quella che gli aveva indicato il calabrone e
disse:
"Maestà, la vostra figlia dalle chiome d'oro è questa".
Fedora
si tolse i veli e fece vedere che davvero aveva i capelli biondi come
l'oro.
Allora
il re, tra la gioia della corte e la felicità di tutto il
popolo, benedisse le loro nozze, poi avendo conosciuto Rubino diede in
isposa a lui Miranda dai capelli splendenti come l'argento.
Guerrino
allora rivelò che era figlio del re di Serradifalco, e il re di
Assoro fu ancora più felice. Mandò messaggeri alla corte
di Serradifalco per annunciare le nozze, e quando i genitori di
Guerrino
giunsero ad Assoro la loro gioia fu indicibile, perché
ritrovavano
il figlio che credevano perduto e non si saziavano di
abbracciarlo
e baciarlo. Furono celebrate nozze sontuose, con festeggiamenti che
durarono
giorni e giorni, poi Guerrino tornò con la sua sposa nel reame
di
Serradifalco, mentre Rubino e Miranda restarono eredi al trono di
Assoro. E quando fu il momento le due coppie salirono al trono e
regnarono
a lungo felici, in pace e prosperità, lasciando dopo di loro
molti
bellissimi discendenti, maschi e femmine.
PIETROPAZZO
Si
racconta che una volta, tanto tempo fa, c'era nell'Isola dei Cavoli una
casa piccina in cui viveva una vedova con un solo figlio un po' matto,
ed erano così poveri che spesso non avevano nulla da mangiare.
Il
figlio, grande, grosso e sgraziato, si chiamava Pietro, ma tutti
lo chiamavano Pietropazzo.
Siccome
Pietro di mestiere faceva il pescatore, tutti i giorni andava a
pescare
e lo faceva dalla mattina alla sera, ma era tanto sfortunato che
non pigliava mai nulla. Quando tornava a casa, di lontano
cominciava
a gridare:
Corri
mammetta con pentoloni,
vasi,
secchielli, boccioni,
ecco
Pietro con tanti pescioni!
La
sua mamma, credendo che finalmente avesse preso qualcosa, correva
in casa a cercare i recipienti e li metteva in fila sull'uscio, ma
Pietro
non aveva nemmeno un pesciolino e la prendeva in giro piegandosi in due
dalle risate, e facendo le boccacce tirava fuori la lingua che era
lunga
un palmo. Lì vicino c'era il palazzo del re dell'Isola dei
Cavoli,
che aveva una figlia ancora bambina, la principessa Giulia, bellissima
e piena di grazia. Quando sentiva Pietropazzo che arrivava
gridando:
Corri
mammetta con pentoloni,
vasi,
secchielli, boccioni,
ecco
Pietro con tanti pescioni!
correva
alla finestra e si divertiva tanto che moriva dal ridere. Quando
Pietro vedeva che lo prendeva in giro si infuriava e gliene diceva di
tutti
i colori, ma Giulia vedendolo così goffo e arrabbiato rideva
ancora
di più.
Questa
scena si ripeteva ogni sera da tanto tempo, quando un giorno il
povero
Pietro pescò un enorme Pescetonno. Era tanto contento che
saltellava
e ballava sulla spiaggia, cantando:
Buona
cenetta
a
Pietro e alla mammetta!
Buona
cenetta
a
Pietro e alla mammetta!
Ma
il pescetonno, quando si vide in trappola, parlò così:
Fratel
Pietro, per cortesia,
libera
me dalla prigionia!
Quando
il mio corpo sfamato ti avrà,
avrai
vinto la tua povertà?
Pietro
scosse la testa: aveva bisogno di mangiare il pesce, non di stare a
sentire
le sue chiacchiere. Così se lo caricò sulle spalle e
prese
la strada di casa, ma dopo un po' che camminava il pesce gli disse:
Fratel
Pietro, se mi volessi di grazia salvare,
ti
darei tutti i pesci che nuotano in mare!
Pietro
continuò a camminare verso casa, e il pescetonno che ormai si
sentiva
mancare il fiato, con un filino di voce gli parlò ancora:
Il
pesce magico non devi ammazzare
se
quel che desideri vuoi realizzare...
Pietropazzo
sentiva un po' di compassione per il gran pesce moribondo, e
incuriosito
per i suoi discorsi tornò in riva al mare e spingendolo con le
mani
e con i piedi riuscì lo rimise in acqua. Lì per lì
il Pescetonno scomparve, perché doveva riprendersi, ma poi
tirò
la testa fuori dall'acqua e disse:
Prendi
la barca e comincia a remare
vedrai
quanti pesci ti faccio pescare
Pietro
lo fece, e quando si fu allontanato dalla riva il pesce gli disse di
inclinare
la barca finché il bordo sfiorasse il pelo dell'acqua: allora
innumerevoli
pesciolini e pescioloni di tutte le specie saltarono nella
barchetta
di Pietro riempiendola fino a farla quasi affondare, ma lui non
pensava
al pericolo e non stava nella pelle dalla gran contentezza. Tornato a
riva,
si caricò sulle spalle una enorme quantità di pesci e
corse
verso casa, gridando:
Corri
mammetta con pentoloni,
vasi,
secchielli, boccioni,
ecco
Pietro con tanti pescioni!
Quella
sera la mamma, che non ce la faceva più a sopportare gli scherzi
del suo figliolo matto, voleva far finta di nulla, ma quando lo
sentì
avvicinarsi con la solita filastrocca cambiò idea, e corse
a preparare i recipienti davanti all'uscio. Come fu contenta quando
vide
Pietro che li riempiva tutti! e siccome non bastavano, lui e la
sua
mamma correvano di qua e di là a prendere pentolini,
tazze,
bicchieri, vasi da notte, catinelle, mentre i pesci di ogni specie
guizzavano
dappertutto. La principessa Giulia, che come al solito era alla
finestra,
vedendolo così goffo e indaffarato rideva ancora più del
solito; Pietropazzo sentendo le sue risate alzò gli occhi, la
vide
e sentì una rabbia terribile, ma invece di dirle le solite
parolacce corse in riva al mare e si mise a chiamare il Pescetonno.
Sentendo
la sua voce il pesce accorse, mise la testa a fior d'acqua e disse:
Messer
Pietro, gentil pescatore, che desideri?
Pietro
rispose:
Che
la principessa aspetti un bambino
e
che sia proprio il mio figliolino
Con
un cenno della testa il Pescetonno gli fece capire che il suo desiderio
era realizzato, e Pietropazzo tornò a casa, dove, scapato
com'era,
non ci pensò più. Dopo qualche tempo alla principessa
Giulia
cominciò a crescere la pancia, ma sua madre non pensò che
fosse incinta, perché era poco più che una bambina, e
fece
venire le donne più esperte in queste cose perché la
visitassero
e vedessero se aveva qualche grave malattia. Le donne non ebbero dubbi
e dissero che Giulia stava benissimo e al momento giusto avrebbe
avuto un bambino.
La
regina si sentì morire, e dovette andare a dirlo al re, che per
poco non svenne per questo duro colpo. Poi in segreto fece tutte le
indagini
per scoprire chi era stato, ma inutilmente; pensò di uccidere la
principessa, ma la regina che le voleva tanto bene lo supplicò
di
aspettare almeno il parto, e siccome anche il re amava la sua unica
figlia
si lasciò convincere. Quando fu il tempo, nacque un
bambino
tanto bello che il re non ebbe cuore di far eseguire la
sentenza
di morte, e decise di aspettare un altro anno, avendo in mente di
indagare
ancora per scoprire chi era stato a violare la principessa. Il bambino
cresceva bello e forte, ed era così allegro che non se ne
trovava
uno che gli stesse a pari; quando ebbe un anno il re, sperando
di
scoprire suo padre, ordinò che tutti i maschi dell'Isola dei
Cavoli,
belli e brutti, giovani e vecchi, poveri e ricchi, venissero a palazzo
portando un frutto o un fiore, o qualche altra cosa che potesse far
piacere
al bambino. Così arrivavano tutti portando qualcosa,
passavano
davanti al re e poi andavano a sedersi secondo la loro posizione.
Mentre
andava al palazzo reale un giovane si imbattè in Pietropazzo, e
gli disse:"Dove vai Pietro? Perché non vieni al palazzo come
tutti
con un frutto o un fiore, e non obbedisci al comando del re?". Pietro
rispose:
"E che vuoi che ci faccia io in mezzo a quella bella compagnia? Non
vedi
che sono povero, non ho nemmeno una veste per coprirmi, e
vorresti
che io mi mettessi fra tanti signori e cavalieri? Non voglio venire".
Allora
il giovane prendendolo un po' in giro gli disse: "Vieni con me, ti
darò
io una veste: chissà che il bambino non sia tuo?".
Così
Pietropazzo andò a casa del giovane e si vestì, poi colse
una mela e andò con lui al palazzo, salì le scale ma si
mise
dietro un uscio, in modo da rimanere nascosto e non farsi vedere
da
nessuno. Quando tutti furono giunti e si furono messi a sedere,
il
re ordinò che portassero il bambino nella sala, pensando che se
c'era il padre la voce del sangue lo avrebbe tradito. Venne la
balia
con il bambino in braccio e tutti lo accarezzavano, porgendogli chi un
fiore, chi un frutto, chi l'uno e l'altro, ma il bambino li respingeva
con la manina. La balia che passeggiava avanti e indietro passò
anche vicino all'uscio del palazzo, e in quel momento a Pietro
cascò
di mano la mela, che rotolò in terra. Il bambino ridendo
si
piegò con la testa e con tutto il corpo per prenderla, tanto che
per poco non cascava dalle braccia della balia, ma lei non ci fece caso
e continuava ad andare di qua e di là, finché non
capitò
ancora vicino all'uscio e il bambino rise festoso indicando la mela. La
balia la raccolse e gliela diede, il re se ne accorse e
domandò
alla balia chi c'era dietro a quell'uscio, e lei rispose che c'era un
mendicante.
Il re lo fece chiamare e guardandolo da vicino lo riconobbe,
mentre
il bambino aprì le braccine e si buttò al collo di
Pietropazzo
coprendolo di baci.
Vedendo
questo il re sentì che si raddoppiava il suo dolore, e mandati
tutti
gli altri a casa condannò a morte Pietropazzo con sua figlia e
il
bambino. La regina allora, saggia e prudente, gli disse che non
era
bene che un re si macchiasse del sangue del suo sangue, era meglio che
ordinasse una botte, grande il più possibile, per
metterceli
dentro e buttarli in mare, perché senza troppo patire
andassero
al loro destino. Al re piacque il consiglio e dopo aver fatto
fare
la botte e averceli messi dentro tutti e tre con una cesta di pane, un
fiasco di buona vernaccia e un barile di fichi per il
bambino,
li fece buttare in alto mare, pensando che battendo contro
qualche
scoglio sarebbero annegati.
La
povera principessa si sentiva sbattere violentemente dalle onde del
mare
in tempesta, e non vedendo né il sole né la luna piangeva
a dirotto per la sua sciagura. Non avendo latte per il bambino che
spesso
si metteva a piangere, gli dava da mangiare i fichi, e
così
lo addormentava, Pietro invece non si preoccupava di nulla e pensava
solo
a mangiare pane e a bere vernaccia, finché vedendolo
così
Giulia disse: "Oh, Pietro! Tu vedi come io che sono innocente
subisco
questa pena per colpa tua, e tu ridi come un pazzo, e mangi e bevi,
senza
pensare che pericolo corriamo". Pietro le rispose: "Non è colpa
mia se ci è successo quello che ci è successo, la colpa
è
tua, perché mi ridevi dietro e mi prendevi sempre in giro.
Ma sii contenta, perché presto usciremo dalla botte". "Credo che
tu dica bene", disse Giulia, "che usciremo dalla botte,
perché
si romperà su uno scoglio e noi annegheremo".
"Zitta,"
disse Pietro, "perché io ho un segreto, che se tu lo
sapessi
resteresti a bocca aperta dalla meraviglia, e forse ti
piacerebbe".
"Ma che segreto hai Pietro," disse lei, "che possa tirarci su e
liberarci
da questo pericolo?" "Io ho un pesce," disse Pietro,"che fa quello che
io comando e non c'è nulla che non farebbe se sapesse che si
rischia
di morire, è stato lui a farti rimanere incinta del mio
bambino".
"Questa cosa è proprio bella", disse Giulia, "se davvero
è
come dici. Ma come si chiama il pesce?", "Si chiama Pescetonno",
rispose Pietro, "Comandagli di obbedire a me come obbedisce a
te",
disse la principessa, "digli di fare quello che io gli
dirò".
"Sia fatto secondo i tuoi desideri", disse Pietro, e immediatamente
chiamò
il Pescetonno e gli comandò che eseguisse tutto ciò che
Giulia
gli chiedeva. La principessa, appena ebbe la virtù di
comandare
il Pescetonno, prima chiese che facesse approdare la botte su uno
degli isolotti più belli e più tranquilli che c'erano nel
reame di suo padre, poi volle che Pietro, da brutto e pazzo, diventasse
il giovane più bello e saggio che ci fosse al mondo. E poi
chiese ancora che sullo scoglio fosse costruito un ricchissimo palazzo,
con logge, sale e stanze meravigliose, e che dietro avesse un giardino
ameno e ricco di alberi sui quali al posto dei frutti crescessero gemme
e preziose perle, infine comandò che in mezzo al giardino ci
fosse
una fontana dalla quale si potessero attingere alternatamente acqua
freschissima
e vino prelibato. In un batter d'occhio tutti i comandi furono eseguiti.
Intanto
il re e la regina erano pieni di malinconia per la solitudine in cui si
trovavano senza la loro unica figlia, e pensavano che col suo bambino
fosse
già stata divorata dai pesci, così decisero di
partire
per un pellegrinaggio sperando di alleggerire un po' il peso che
sentivano in cuore. Fecero preparare una bella nave con tutto il
necessario
e si misero in mare, spinti da un vento favorevole. Non era tanto che
erano
partiti quando videro di lontano un palazzo ricco e nobile eretto su un
isolotto, e siccome era nel loro reame vollero visitarlo, fecero
accostare
la nave, gettare l'ancora, e scesero a terra. Appena li
videro
arrivare, Pietropazzo e Giulia corsero loro incontro, e li
accolsero
bene, ma il re e la regina non li riconobbero, perché erano
molto
cambiati. Entrarono nel palazzo e lo visitarono dappertutto,
ammirandolo
e lodandolo molto, poi scesero per una scala segreta e andarono nel
giardino,
che colmò di meraviglia il re e la regina dell'Isola dei Cavoli:
dissero che in tutta la loro vita non avevano mai visto
nulla
di tanto incantevole.
Nel
giardino c'era un albero dal quale pendevano tre mele d'oro che
scintillavano
al sole, custodite a vista da un guardiano per ordine della
principessa,
ma chissà come una mela d'oro finì in seno al re
senza
che se ne rendesse conto. Quando il re voleva ripartire, il
guardiano
andò da Giulia e le disse: "Signora, manca una delle tre mele
d'oro,
la più bella, e non riesco a capire chi l'ha rubata".
Allora
Giulia ordinò al guardiano di frugare tutti con
attenzione,
perché era una cosa troppo preziosa; il guardiano lo
fece, ma inutilmente, e Giulia fingendosi in collera disse:
"Maestà,
perdonami ma si dovrà cercare anche addosso a te, perché
la mela d'oro che manca ha un valore immenso, per me superiore a
quello di qualunque altro frutto".
Il
re che non sapeva cos'era successo, essendo sicuro di non averlo preso,
si sciolse subito la veste: ed ecco che ne uscì la mela d'oro
rotolando
ai suoi piedi. Vedendo questo il re rimase attonito e non riusciva
più
a parlare, non sapeva come il frutto prezioso gli fosse entrato in seno.
Allora
la principessa disse: "O re, noi ti abbiamo festeggiato e accolto molto
cortesemente, con tutti gli onori che merita la tua maestà, e tu
per ricompensarci di questa accoglienza ci rubi di nascosto un
frutto
del giardino. Io dico che mi sembri molto ingrato". Il re che era
innocente
si sforzava per convincerla che lui non aveva rubato nulla, e Giulia,
vedendo
che era il momento di svelarsi si commosse, e con le lacrime agli
occhi disse: "Mio signore, sappi che io sono Giulia, la tua sola
figlia,
che infelice buttasti in mare con Pietropazzo e il suo bambino
condannandoci
crudelmente a morte. Questo è il bambino innocente che ho
avuto senza colpa, e questo è Pietropazzo, diventato molto
saggio
per la virtù di un pesce che si chiama Pescetonno, che ha fatto
costruire questo nobile e meraviglioso palazzo. E' stato
lui
a farti scivolare, senza che te ne rendessi conto, la mela
d'oro
in seno. E' stato lui che senza abbracciarmi, ma per effetto di
un
incantesimo mi ha messo incinta, e io ne ero innocente, come tu sei
innocente
del furto della mela d'oro". Allora tutti scoppiarono a piangere di
gioia
e abbracciandosi e baciandosi fecero una grande festa. E dopo qualche
giorno
di festa salirono insieme sulla nave e tornarono all'Isola dei
Cavoli,
dove Pietropazzo per prima cosa volle andare ad abbracciare la
sua
mammetta. Nessuno può dire la gioia della povera vecchia, che lo
piangeva morto annegato, e invece se lo vide davanti bellissimo e
saggio,
e da allora andò a vivere nel palazzo reale.
Per
molto tempo durarono le feste per il loro ritorno nell'Isola dei
Cavoli,
e da allora Pietropazzo e Giulia vissero felici e di buon accordo,
ascendendo
al trono e regnando a lungo in pace e prosperità.
BRANCALEONE
nota
Tanto
tempo fa in una regione ricca di foreste selvagge e di piane coltivate
viveva un mugnaio brutale e rozzo, che aveva un asino dalle orecchie
lunghe
lunghe, con grosse labbra pendule, che se ragliava faceva risuonare la
sua voce per tutta la piana.
Il
mugnaio gli dava così poco da mangiare che l'asino non ce la
faceva
a sopportare il duro lavoro, e lo bastonava così tanto che al
povero
animale era rimasta solo la pelle sulle ossa ammaccate. Una volta
l'asino,
arrabbiato per le botte che prendeva ogni giorno e per la
scarsità
del cibo, se ne andò dalla casa del mugnaio e col basto ancora
sul
dorso si allontanò per un buon tratto.
Dopo
aver camminato tanto, ormai stanco morto, arrivò ai piedi
di un bel monte, dall'aspetto ospitale, non selvaggio. E vedendolo
così
verdeggiante e bello, decise fra sé di salire sul monte per
abitare
lì tutto il resto della sua vita. Mentre pensava queste cose,
l'asino
guardava intorno se qualcuno lo vedeva, e siccome non c'era nessuno che
gli potesse dare fastidio, coraggiosamente salì sul monte, e con
grande piacere si mise a pascolare, ringraziando il Cielo di averlo
liberato
dalle mani di quell'orribile tiranno e di avergli fatto trovare del
cibo
così buono per continuare la sua povera vita.
Mentre
il buon asino abitava sul monte e si nutriva di piccole tenere erbe
portando
ancora il basto sul dorso, ecco un feroce leone uscire da un'oscura
caverna:
avendo visto l'asino lo guardò con molta attenzione, e
rimase
meravigliato per l'arroganza e il coraggio che aveva avuto salendo sul
monte senza dirglielo e senza chiedergli il permesso. E siccome il
leone
fino ad allora non aveva mai visto animali di quella specie, ebbe
paura di avanzare oltre. L'asino quando vide il leone si sentì
accapponare
la pelle e gli si rizzarono tutti i peli, per lo spavento smise di
mangiare
e non osava fare una mossa. Il leone, facendosi coraggio, andò
un
po' avanti e gli disse: "Che fai qua tu, caro compare? Chi ti ha dato
il
permesso di salire quassù? E chi sei tu?". Allora l'asino si
diede
un tono gagliardo e gli rispose: "E tu chi sei per domandarmi chi
sono io?". Stupito da questa risposta il leone disse: "Io sono il re di
tutti gli animali". "E come ti chiami di nome?", gli chiese
l'asino,
e lui rispose: "Leone è il mio nome, ma il tuo nome qual
è?".
Allora l'asino tutto fiero disse: "E io mi chiamo Brancaleone!".
"Questo," si disse il leone, "dev'essere proprio più forte
di me", e rivolto all'asino: "Brancaleone, il tuo nome e il tuo parlare
mi dimostrano chiaramente che tu sei più possente e più
gagliardo
di me; ma voglio che facciamo qualche prova". Allora l'asino si
sentì
molto più ardito e girando il suo deretano verso il leone disse:
"Vedi questo basto e la balestra che ho sotto la coda? se io te la
facessi
sentire ci rimarresti secco". E così dicendo tirò un paio
di calci in aria e sparò una scarica di peti che fecero quasi
svenire
il leone. Sentendo il gran rimbombo dei calci e il rumore tonante che
veniva
fuori dalla balestra, il leone si era spaventato moltissimo, e siccome
ormai era quasi sera, disse: "Fratello mio, io non voglio che
litighiamo,
né che ci ammazziamo, perché non c'è cosa peggiore
della morte, voglio che andiamo a riposarci, e quando sarà
venuto
il nuovo giorno ci ritroveremo e faremo una gara di tre grandi
prove;
chi tra noi due sarà vincitore, diventerà padrone di
questo
monte", e così rimasero d'accordo.
La
mattina dopo si incontrarono e il leone, che voleva vedere qualche
bella
prodezza, disse: "Brancaleone, mi piaci moltissimo, e non sarò
contento
finché non ti vedrò compiere qualche meravigliosa
impresa".
Camminando insieme arrivarono a un fossato largo e profondo, e il
leone disse: "Ora è giunto il tempo che vediamo chi di noi due
è
più bravo a saltare questo fosso". Il leone, gagliardo com'era,
si avvicinò al fosso e con un balzo fu dall'altra parte; l'asino
quando fu sulla sponda si fece animo e saltò, ma saltando cadde
in mezzo al fosso, e finì a cavalcioni di un tronco rimanendo
lì
sospeso, e un po' pendeva da una parte, un po' dall'altra,
rischiando
di rompersi l'osso del collo. Vedendolo il leone gli chiese: "Che
fai caro compare?", ma l'asino, che era trascinato via dalla corrente a
gran velocità, non rispondeva. Allora il leone, temendo
che
l'asino morisse, scese nel fosso e gli prestò aiuto.
L'asino,
appena fu fuori da quel pericolo, si diede un tono fiero e
rivoltandosi
contro il leone gliene disse di tutti i colori. Il leone
rimase di
sasso,
e tutto meravigliato gli chiese perché lo offendeva così,
dopo che gli aveva salvato la vita. L'asino, accendendosi di sdegno,
rispose
con fare superbo: "Ah! Disgraziato ignorante, tu mi chiedi
perché
ti offendo? Sappi che mi hai privato del piacere più soave
che io abbia mai goduto nella mia vita. Tu pensavi che morissi, e
invece
io mi divertivo ed ero felice". "E qual era il tuo
divertimento?",
chiese il leone; "Io," rispose l'asino, "mi ero messo su quel tronco, e
pendevo un po' da una parte e un po' dall'altra, perché
volevo
ad ogni costo scoprire che cosa mi pesava di più, se il capo o
la
coda". Disse il leone: "Ti prometto sul mio onore che non ti
darò
più fastidio in nessun caso, e mi rendo conto fin da questo
momento
che sarai tu il padrone del monte".
Andarono
via da quel posto e arrivarono a un fiume largo e vorticoso, e il leone
disse: "Voglio, Brancaleone mio, che ciascuno di noi dimostri quanto
vale
guadando questo fiume". "Mi sta bene," disse Brancaleone, "ma
voglio
che cominci tu". Il leone, che sapeva nuotare benissimo, con grande
agilità
attraversò il fiume, e dall'altra sponda gridò:
"Compare,
che fai? attraversa anche tu il fiume". L'asino, capendo che non poteva
tirarsi indietro, si buttò nell'acqua e nuotò tanto che
ce
la fece ad arrivare in mezzo al fiume, ma catturato dai gorghi un
momento
finiva a testa in giù, poi si trovava rigirato, poi andava tutto
sott'acqua, tanto che il leone non lo vedeva quasi più.
Ricordandosi
che l'asino lo aveva maltrattato, se da una parte avrebbe voluto
aiutarlo,
dall'altra aveva paura che se lo salvava Brancaleone si sarebbe
arrabbiato
tanto da ucciderlo. Era molto incerto, ma a un certo punto decise,
qualunque
cosa potesse capitare, di aiutarlo, e si tuffò, gli andò
vicino, e dopo averlo afferrato per la coda lo tirò e lo fece
uscire
dall'acqua. Quando si vide al sicuro sulla riva del fiume e capì
che ormai non annegava più, l'asino si rannuvolò
tutto,
e fremente d'ira urlò: "Ah, infame! Ah, ribaldo! non
so chi mi tenga dallo scoccare la mia balestra e farti sentire quello
che
non vorresti provare! Tu sei la mia disgrazia e mi privi di tutte le
gioie.
Quando mai potrà capitarmi di divertirmi come poco fa?". Il
leone,
che aveva più paura di prima, disse: "Io, caro compare, avevo
paura
che tu annegassi nel fiume, e perciò sono venuto e ti ho
aiutato,
pensando di farti un piacere, non certo un dispiacere". "Non dire
più nulla," ribattè l'asino, "voglio che tu mi dica
solo
una cosa: quale beneficio, quale vantaggio hai ricavato
dall'attraversamento
del fiume?". "Nulla", rispose il leone. E l'asino voltandosi disse:
"Guarda
bene se godevo mentre ero nel fiume", e scrollandosi l'acqua gli
fece vedere i pesciolini e gli altri animaletti che gli uscivano
dalle orecchie, e con voce addolorata disse: "Vedi che errore hai
fatto? Se io andavo in fondo al fiume prendevo con mio immenso piacere
dei pesci che ti avrebbero riempito di meraviglia. Ma fa in modo di non
darmi più fastidio d'ora in avanti, perché sennò
da
amici come siamo diventeremmo nemici, e sarebbe peggio per te. E anche
se tu mi vedessi morto, voglio che tu non ci pensi, perché
quello
che a te sembrerà morte, per me sarà piacere e vita".
Ormai
il sole stava tramontando, e il leone propose al suo compare che tutti
e due andassero a riposare, per ritrovarsi la mattina dopo.
Appena
fu giorno, l'asino e il leone si incontrarono, e decisero di andare a
caccia
uno da una parte e uno dall'altra, per poi ritrovarsi in un posto
a una certa ora: il monte sarebbe stato del cacciatore più
bravo.
Il leone cominciò a inseguire le sue prede, e ne prendeva tante,
mentre l'asino, trovando la porta di una casa aperta, entrò
dentro
e vedendo nell'aia un immenso mucchio di sorgo si mise lì
e ne mangiò tanto e tanto che il suo pancione rischiava di
scoppiare.
Poi, tornato al luogo dell'appuntamento, si stese a dormire, ed
essendo
così pieno spesso alzava la coda e scoccava la balestra, che si
apriva e si chiudeva come la bocca di un grosso pesce. Volando da
quelle
parti una cornacchia lo vide, e siccome era sdraiato in terra e non si
muoveva sembrava morto, e così guardando il sorgo mal digerito
sotto
la coda dell'asino accanto al deretano tutto imbrattato, la cornacchia
si posò e cominciò a mangiare il sorgo, e beccando
andò
tanto avanti che per beccare gli mise la testa dentro il corpo.
L'asino,
sentendosi beccare strinse il didietro, la cornacchia rimase col capo
dentro
e soffocò.
Giunse
il leone con tutte le sue prede e disse all'asino: "Hai visto che
animali
ho preso, caro compare?", e l'asino gli domandò: "E come hai
fatto
a prenderli?". Il leone raccontava in che modo li aveva cacciati, ma
l'asino
lo interruppe dicendo: "Ah, pazzo e sciocco che sei! Hai durato una
fatica
immane andando per boschi, foreste e montagne, mentre io me ne sono
stato
qua comodamente disteso e con il mio deretano ho catturato tante
cornacchie
e tanti altri animali che ho nella pancia, che come vedi è bella
piena. Mi è rimasta mezza fuori solo questa cornacchia, che ho
riservato
a te, e ti prego di accettarla per farmi contento". Allora il leone
ebbe
ancora più paura, e dopo aver preso la cornacchia per far
piacere
al compare se ne andò.
E
mentre correva via piuttosto impaurito, si imbatté nel lupo che
andava molto di fretta. Il leone gli disse: "Compare lupo, dove vai
solo
solo, così di fretta?", e il lupo rispose: "Ho da fare una
faccenda
della massima importanza"; il leone voleva trattenerlo, ma il lupo
temeva
il leone e faceva di tutto per andarsene. Il leone, sicuro che andando
da quella parte il lupo rischiava la vita, gli consigliava di non
andarci:
"Perché," gli disse, "poco più avanti c'è
Brancaleone,
un animale ferocissimo, che ha sotto la coda una balestra con la quale
spara dei colpi esplosivi, e chi ne è colpito è
spacciato.
Ha poi sul dorso una cosa bigia di pelle durissima che lo copre quasi
tutto,
compie grandi prodezze, e spaventa chiunque gli si avvicina".
Ma
il lupo, avendo capito bene dalla descrizione del leone di quale
animale
stava parlando, disse: "Compare, non aver paura, perché quello
si
chiama asino, è l'animale più vigliacco che sia stato
creato,
e non sa compiere altre imprese che portare la soma
e
prendere le bastonate. Io da solo ai miei tempi ne avrò divorato
un centinaio. Andiamo compare, senza timore, e vedrai bene che è
come dico io". "Compare," replicò il leone, "io non voglio
venire,
e se ci vuoi andare, vacci da solo". Il lupo continuava a dirgli che
non
c'era proprio da aver paura, e il leone, vedendo che il lupo non
cambiava
idea, disse: "Siccome tu vuoi che venga con te e dici che non
c'è
pericolo, voglio che ci leghiamo perbene per la coda, così se
attaccherà
resteremo insieme e ci aiuteremo a scappare". Così si annodarono
strette le code e andarono a trovarlo.
L'asino,
che si era alzato in piedi e stava brucando l'erba, vide il leone e il
lupo di lontano, s'impaurì e fece per scappare, ma il leone,
indicando
Brancaleone al lupo, disse: "Guarda che si muove, ora ci attacca, non
aspettiamo
o ci farà fuori!". Il lupo, che aveva visto e riconosciuto
l'asino,
disse: "Fermati compare, non dubitare che quello è l'asino!", ma
il leone impaurito scappò a gambe levate, e correva tra alberi e
cespugli spinosi, saltando ora una macchia, ora un'altra, e
mentre
balzava una lunga spina gli cavò un occhio. Credendo di
essere
stato colpito dall'arma che Brancaleone portava sotto la coda, senza
smettere
di correre disse al lupo: "Compare, non te l'avevo detto io che
bisognava
scappare? Mi ha cavato un occhio con la sua balestra!", e correndo
sempre
più forte tirava il lupo e lo strascicava su cespugli spinosi,
per
fossi scoscesi, attraverso fitti boschi e altri luoghi accidentati e
impervi,
finché il lupo tutto ammaccato e lacerato morì. Quando si
sentì in un posto sicuro il leone si fermò e disse:
"Compare, ora sciogliamoci le code", ma il lupo non rispondeva nulla.
Allora
il leone voltandosi vide che era morto e rimase di sasso, poi disse:
"Compare,
non te l'avevo detto io che ti avrebbe ucciso? Tu hai perso la vita, e
io l'occhio sinistro, ma meglio aver perso una parte che il tutto". Si
sciolse la coda, lasciò lì il lupo morto e
andò
ad abitare per sempre nelle caverne e nelle foreste, mentre l'asino
rimase
signore e proprietario del monte ospitale, dove visse per tanto tempo
allegramente.
A monte di questa fiaba un antico mito
greco, relativo a un'episodio della guerra fra gli dei olimpici e i
giganti o i titani: l'asino di Sileno, terrorizzato, si sarebbe messo a
ragliare così fragorosamente che i giganti, credendo si
trattasse di un mostro immane e invincibile se la diedero a gambe.
RE
PORCO

C'erano
una volta, in tempi lontanissimi, nel ricco reame di Peloro, un re
potente
e magnanimo e una regina bellissima e gentile, che però non
avevano
figli. Da molto tempo soffrivano per la mancanza di un erede,
quando
un giorno che era andata a raccogliere fiori nel giardino del palazzo
la
regina si sentì molto stanca, vedendo un prato si sedette
sull'erba e ascoltando gli uccelli che cantavano dolcemente prese sonno.
In
quel momento passarono tre fate che volavano da quelle parti e
vedendo
la bellezza e la grazia della regina addormentata, si consigliarono tra
loro e decisero di incantarla. La prima fata disse: "Voglio che la
regina
sia inviolabile e che la prossima notte che passerà con suo
marito
rimanga incinta del figlio più bello del mondo". La seconda fata
disse: "Voglio che nessuno possa farle del male, e che suo figlio sia
dotato
di tutte le virtù che si possono immaginare". L'ultima fata
disse:
"E io voglio che sia la donna più saggia e più
ricca
del mondo, ma voglio anche che suo figlio nasca coperto da una pelle di
porco, che si comporti come un porco in tutto e per tutto, e che
non possa uscire da questa forma prima di aver avuto tre spose".
Le
fate partirono e la regina si svegliò, prese i fiori che aveva
raccolto
e tornò al palazzo. Presto si accorse di essere incinta, e
quando
fu il tempo un cui doveva nascere il figlio tanto desiderato,
partorì
un erede che non aveva il corpo di un essere umano, ma di un porco. Fu
un dolore quasi insopportabile per il re e la regina, e temendo che
sarebbero
stati disonorati da questo essere mostruoso, il re di Peloro voleva
farlo
uccidere e buttare in mare. Ma si fermò a riflettere, e pensando
che qualunque fosse il suo aspetto era figlio suo, sangue del suo
sangue,
abbandonò questo feroce proposito, e sopportando il suo
dolore
ne ebbe pietà, quindi ordinò che fosse allevato come un
essere
umano, e non come una bestia.
Il
piccino, che veniva nutrito e cresciuto con tutte le cure, spesso
veniva
dalla mamma, si metteva ritto e le posava in grembo il grugnetto e le
zampine.
La regina con tenerezza lo accarezzava sulla schiena, poi lo
abbracciava
e lo baciava come un bambino. Lui allora arricciolava il codino,
dimostrando
bene con i gesti la sua contentezza e il piacere di ricevere le carezze
della mamma. Il porcellino era molto cresciuto e cominciò a
parlare
e andare in giro per il reame; quando vedeva un letamaio o un mucchio
di
spazzatura ci si intrufolava, come fanno i porci. Poi, sudicio e
puzzolente
com'era, tornava a casa, e andando dal re e dalla regina a strofinarsi
sulle loro vesti li insudiciava di letame, ma siccome era il loro unico
figlio sopportavano tutto con pazienza.
Un
giorno il porcello tornò a casa e dopo essersi messo tutto
sudicio
sulle vesti della madre, grugnendo le disse: "Io, madre mia, vorrei
sposarmi".
Sentendo questo la regina rispose: "O pazzo che sei, chi vuoi che ti
prenda
per marito? Tu sei puzzolente e sporco, e vuoi che un barone o un
cavaliere
ti dia in isposa sua figlia?". Lui rispose grugnendo che in ogni modo
voleva
una sposa. La regina, non sapendo come destreggiarsi, disse al re: "Che
cosa dobbiamo fare? Guarda in che situazione ci troviamo: nostro figlio
vuole sposarsi, e non ci sarà nessuna che lo voglia per
marito".
Il porcello ritornò dalla sua mamma e grugnendo forte diceva:
"Io
voglio una sposa, e non smetterò fino a quando non mi darete
quella
fanciulla che ho visto oggi, perché mi piace tanto". Diceva
della
figlia di una povera vedova che ne aveva tre bellissime, e sentendo
questo
la regina mandò subito a chiamare la donna con la maggiore, e le
disse: "Buona donna, tu sei povera e hai tante figlie a cui pensare, se
mi dirai di sì presto diventerai ricca. Io ho solo questo figlio
porco, e vorrei farlo sposare con la tua figlia più grande. Non
pensare a lui che è porco, ma al re e a me, perché un
giorno
tua figlia sarà padrona di tutto il reame".
La
fanciulla sentendo queste parole rimase turbata, e diventando rossa
come
un papavero disse che non acconsentiva, non voleva proprio accettare
quella
proposta, ma sua madre le parlò con tanta dolcezza che
riuscì
a convincerla.
Quando
il porco tornò tutto sudicio a casa corse da sua madre, che gli
disse: "Figlio mio, ti abbiamo trovato una moglie, proprio come
volevi
tu". E dopo aver chiamato la sposa e averle fatto indossare vesti
regali,
la presentò al porco. Lui, vedendola bella e graziosa, non
stava nella pelle dalla contentezza, e sporco e puzzolente
com'era
le girava intorno, facendole col grugno e con le zampe tante carezze
che
nessuno aveva mai visto fare da un porco. E lei, siccome le insozzava
tutta
la veste, lo spingeva da parte, ma il porco le disse:
"Perché
mi respingi? Non te l'ho forse regalata io questa bella veste?".
Lei con fare superbo gli rispose: "No, non l'ho avuta da te, né
dal tuo reame di porci". Quando fu l'ora di andare a letto, la
fanciulla
disse: "Che me ne faccio di questa bestia puzzolente? Stanotte,
prima
che abbia fatto il primo sonno, lo ucciderò". Il porco che
non
era molto lontano sentì le sue parole, ma non disse nulla,
e
quando fu l'ora, tutto impiastricciato di letame e sudiciume,
andò
nella camera nuziale, scostò le cortine del
baldacchino,
sollevò le lenzuola di finissimo lino col grugno e con le
zampe,
sporcò tutto col suo sterco puzzolente e si distese accanto alla
sposa. Poi fece finta di dormire, e quando lei tirò fuori il
pugnale
che aveva messo sotto il cuscino la trafisse con le zanne appuntite. Al
mattino si alzò, e come sempre andò a mangiare e a
rotolarsi
nel sudiciume.
La
regina volle andare a vedere come stava la sua nuora, e quando la vide
uccisa e capì che era stato suo figlio, provò un dolore
grandissimo.
Più tardi il porco tornò a casa e quando la regina prese
a rimproverarlo aspramente disse che aveva fatto alla sposa quello che
la sposa voleva fare a lui, e se ne andò sdegnato.
Dopo
un po' di tempo il porco ricominciò a dire a sua madre che
voleva
la seconda sorella come moglie, e nonostante la regina gli dicesse di
no,
lui continuò ostinatamente a dire che la voleva sposare,
minacciando
di distruggere tutto se non gliela avessero data.
Sentendo
questo la regina andò dal re e gli raccontò tutto, e lui
le disse che era meglio ucciderlo, prima che devastasse il reame. Ma la
regina, che era la sua mamma e gli voleva un bene immenso, non poteva
sopportare
di perderlo, anche se era un porco.
E
dopo aver fatto venire la povera donna con l'altra figlia, parlò
a lungo con loro, e quando ebbero ragionato insieme del matrimonio la
fanciulla
acconsentì a prendere il porco come marito. Ma le cose non
andarono
come aveva creduto lei, perché il porco la uccise come la prima,
e la mattina presto uscì dal palazzo. E quando tornò al
palazzo
come al suo solito, con tanto sudiciume e letame appiccicato
addosso
che per il puzzo non gli si poteva stare accanto, fu trattato molto
male
dal re e dalla regina per quello che aveva fatto. Ma il porco rispose
intrepido
che aveva fatto alla sposa quello che la sposa voleva fare a lui.
Non
era passato tanto tempo quando il principe porco tornò a dire
alla
regina che si voleva risposare prendendo come moglie la terza sorella,
che era ancora più bella della prima e della seconda. Mentre la
madre gli diceva che non lo avrebbe mai accontentato, lui insisteva
sempre
di più che voleva sposarla, e con discorsi volgari e crudeli
minacciò
di morte la regina, se non gliela dava in isposa. La regina a queste
parole
sporche e vergognose sentiva il cuore stretto da un tormento
così
grande che rischiava di impazzire. E senza pensare più a nulla
mandò
a chiamare la povera donna con la sua ultima figlia, che si chiamava
Rosabianca,
e le disse: "Rosabianca, figlia mia, voglio che tu sposi il principe
porco,
non pensare a lui, ma a suo padre e a me, perché se tu saprai
star
bene con lui, sarai la donna più ricca e più felice del
mondo".
Rosabianca le rispose con viso lieto e sereno che era molto contenta, e
ringraziò la regina di accettarla come nuora; anche se
non
avesse avuto nient'altro, a lei bastava da poverella diventare in un
istante
la nuora del potente re di Peloro. Sentendo questa risposta
amorevole
e piena di gratitudine, la regina fu presa da una dolce commozione, e
non
potè trattenere le lacrime, ma aveva paura che anche a
Rosabianca
capitasse la stessa disgrazia delle altre due.
Vestita
di abiti meravigliosi e ornata di preziosi gioielli, la sposa si mise
ad
aspettare che suo marito tornasse a palazzo. Quando il principe porco
arrivò,
più bruttato e sudicio di quanto fosse mai stato, la sposa lo
accolse
con affetto, stendendo in terra la sua veste preziosa e pregandolo di
sdraiarsi
accanto a lei. La regina le diceva di spingerlo da parte, ma lei non
volle
respingerlo, e disse alla regina proprio
queste parole:
Tre
cose
ho già sentite raccontare,
Sacra
Corona veneranda e pia:
l'una,
quel ch'è impossibile truovare,
andar
cercando, è troppo gran pazzia;
l'altra,
a quel tutto fede non prestare,
che 'n
sé non ha ragion né dritta via;
la
terza,
il dono prezïoso e raro
ch'hai
nelle mani, fai che 'l tenghi caro.
Il
principe porco, che si era disteso ma non dormiva, e capiva tutto
alla perfezione, si mise ritto e le leccava il viso, il collo, il seno
e le spalle, e lei lo accarezzava e lo baciava, così lui
si
innamorava sempre di più. Venne l'ora di dormire, e la sposa si
mise a letto, aspettando che venisse il suo caro sposo, e dopo poco lo
sposo, tutto sudicio e puzzolente, entrò nella camera. E
lei
sollevando le coperte se lo fece venire vicino, gli accomodò il
guanciale sotto la testa, coprendolo bene e chiudendo le cortine,
perché
non patisse freddo. Il principe porco quando fu giorno, lasciando il
materasso
pieno di sterco, tornò al suo trogolo.
La
regina andò nella camera della sposa temendo di vedere la stessa
scena delle altre due volte, invece trovò la sua nuora tutta
contenta
e di buon umore, benché il letto fosse imbrattato di sudiciume e
di letame. Allora ringraziò il Cielo di questo dono, che il
principe
aveva trovato una moglie di suo gusto.
Un
giorno il principe porco, mentre stava conversando dolcemente con la
sua
sposa, le disse: "Rosabianca, mia cara moglie, se sapessi che tu
non dirai a nessuno un grande segreto, io, facendoti immensamente
felice,
ti svelerei una cosa che finora ho tenuto nascosta; e siccome riconosco
che sei saggia e prudente, e sento che mi ami di vero amore, vorrei
dividere
con te questo mio segreto". "Puoi farlo senza timore", disse
Rosabianca,
"perché ti prometto di non dirlo mai a nessuno, senza il
tuo
permesso". Così il principe porco, rassicurato dalla sua
sposa,
si scrollò di dosso la pelle sporca e puzzolente, e
lasciandola
cadere diventò un giovane bellissimo e pieno di grazia, e
così
passò tutta la notte stretto alla sua Rosabianca. E dopo averle
ordinato di non dire nulla di questa cosa, perché di lì a
poco il tremendo incantesimo sarebbe finito, si rimise la pelle di
porco
e andò a rufolare nella spazzatura come sempre. Si
può
immaginare quanta e quale fosse la gioia di Rosabianca, che si
ritrovava
sposata con un giovane splendido e gentile.
Poco
tempo dopo rimase incinta, e quando venne il tempo nacque un bellissimo
bambino, che procurò una gioia immensa al re e alla regina,
soprattutto
perché videro che non aveva forma di bestia, ma di essere umano.
A Rosabianca non sembrava giusto tenerle nascosta una cosa così
importante e meravigliosa, così andò dalla regina e le
disse:
"O saggia regina, io credevo di stare insieme a una bestia, invece tu
mi
hai dato per marito il giovane più bello, più ricco di
virtù
e più garbato del mondo. Lui, quando viene in camera per
coricarsi
accanto a me, si spoglia della scorza puzzolente e lasciandola cadere a
terra diventa un giovane bello e pieno di grazia. Nessuno potrebbe
crederci,
se non lo vedesse con i suoi occhi". Pensando che la sua nuora
scherzasse,
mentre diceva solo la verità, la regina le chiese come poteva
fare
a vederlo, e Rosabianca rispose: "Se stanotte verrai in camera mia
nell'ora
del primo sonno, ti lascerò l'uscio socchiuso e vedrai che
quanto
ti ho detto è vero".
Quando
fu notte, dopo aver aspettato che tutti si fossero addormentati, la
regina
fece accendere le torce, e andò col re alla camera del principe.
Appena entrata trovò la pelle di porco in terra da una parte
della
camera, e avvicinandosi al letto vide che suo figlio era un giovane
bellissimo,
e Rosabianca, sua sposa, lo stringeva fra le braccia. Vedendo questo il
re e la regina ebbero una grande gioia e il re ordinò che
prima di uscire si facesse a pezzettini piccolissimi la pelle di
porco;
e la felicità del re e della regina per la trasformazione del
loro
figlio fu così grande che quasi ne morivano.
Vedendo
che aveva un figlio così bello e virtuoso, che gli aveva
già
dato un erede, il re depose la corona e il manto regale, e con grandi
festeggiamenti
del popolo esultante salì al trono di Peloro il principe,
che da quel momento si chiamò re Porco, regnò con
Rosabianca
sua amata sposa in pace e prosperità e vissero per sempre
felici.
________________________
Nota
I versi non
sono tradotti.
LA
BELLA PRIGIONIERA
C'era
una volta, tanto tempo fa, nell'antico borgo di Lucolena, un pover'uomo
che aveva tre figli, e non sapeva come nutrirli e mantenerli. Un bel
giorno
i figli, assillati dal bisogno, considerando che il loro babbo aveva
una
grande miseria e poche forze, si consigliarono tra loro e decisero di
alleviare
il suo peso, e di andare in giro per il mondo per cercare di
guadagnarsi
da vivere. Così inginocchiandosi davanti a lui gli chiesero il
permesso
di partire, promettendogli che dopo dieci anni sarebbero tornati a
Lucolena.
Si
misero in cammino tutti insieme con questo desiderio, poi giunsero a un
certo crocevia dove si separarono per ritrovarsi nello stesso
posto
di lì a dieci anni, e andarono ciascuno in una direzione diversa.
Il
maggiore arrivò a un accampamento di soldati che stavano facendo
la guerra, e si mise a servire il colonnello; in poco tempo
imparò
l'arte militare e diventò un coraggioso soldato e un
valoroso
combattente, tanto che era il più bravo di tutti. Era poi
così
agile che arrampicandosi sui muri con due pugnali riusciva a scalare
tutte
le torri.
Il
secondo arrivò a un porto dove fabbricavano navi e si mise
a lavorare con un maestro che conosceva benissimo l'arte navale,
imparando
in poco tempo così bene che nessuno poteva gareggiare con lui, e
tutti lo onoravano per la sua abilità.
Il
terzo invece sentì cantare un usignolo, e siccome gli piaceva
tanto
camminava per oscure vallate e per fitti boschi, per lagune, per
foreste
deserte, per luoghi impervi e disabitati, seguendo sempre l'usignolo e
le sue melodie. Si innamorò tanto del dolce canto degli
uccelli
che non pensò più a tornare indietro e rimase ad abitare
in quelle foreste. Vivendo ininterrottamente per dieci anni in
quei
luoghi solitari, senza una casa, diventò un uomo selvatico, e
ascoltando
continuamente gli uccelli imparò il linguaggio di tutte le loro
specie, li ascoltava con immensa gioia e li comprendeva, e gli uccelli
lo riconoscevano.
Quando
fu il giorno in cui dovevano tornare a casa, i primi due fratelli si
ritrovarono
nel luogo stabilito e si misero ad aspettare il terzo, e quando lo
videro
arrivare tutto nudo e coperto di pelo gli andarono incontro, e
scoppiando
in lacrime lo abbracciarono e lo baciarono, poi lo fecero vestire.
Mentre
erano insieme a mangiare in un'osteria un'uccello si posò su un
albero e cantando disse: "Sappiate, voi che state mangiando, che
in un angolo dell'osteria c'è un grande tesoro sepolto, che da
tempi
lontani è destinato a voi, andate a prenderlo!", e volò
via.
Allora il terzo fratello spiegò agli altri due per filo e per
segno
cos'aveva detto l'uccello, andarono a scavare in quell'angolo ed
estrassero
il tesoro, poi tutti contenti tornarono a Lucolena dal loro babbo
ricchi
sfondati. Dopo che il padre li ebbe abbracciati fecero festa e
mangiarono
e bevvero in abbondanza tutti insieme.
Accadde
che il terzo fratello sentì un uccello cantare, e diceva che nel
mar Tirreno, un po' lontano dalla costa, c'è lo Scoglio
d'Affrica,
e su quest'isola una grande maga aveva costruito un castello
fortificato
tutto di marmo, con l'entrata custodita da un serpente che sputava
dalla
bocca fuoco e veleno, e sulla soglia c'era un basilisco, che
pietrificava
con lo sguardo. Nella torre di questo castello con un tesoro
inestimabile
di oro e pietre preziose era chiusa la fanciulla più
affascinante del mondo, la bella Dora. "Chi andrà in quel luogo
e scalerà la torre, avrà il tesoro e la bella
prigioniera",
concluse l'uccello, e volò via.
Appena
il terzo fratello ebbe riferito questa notizia agli altri due, decisero
di andarci tutti insieme. Il primo promise di scalare la torre
con
i suoi due pugnali, il secondo di costruire una nave veloce come il
vento.
La nave in poco tempo fu pronta, e i tre fratelli con un vento
favorevole
attraversarono il mare e si diressero verso lo Scoglio d' Affrica.
Arrivarono
una notte, e all'alba il primo fratello armato di due pugnali
scalò
la torre, dopo aver legato la bella prigioniera con una corda la
calò giù dai suoi fratelli, poi prese i rubini, le gemme
e il mucchio d'oro, e scese anche lui con grande allegria. Dopo aver
vuotato
il castello i tre fratelli tornarono a Lucolena sani e salvi e fecero
tre
parti uguali del tesoro. Ma a proposito della bella Dora smisero
di andare d'accordo, perché tutti e tre volevano sposarla
e non era possibile dividerla. Ci furono grandi discussioni e
contrasti,
poi ricorsero al giudice per sapere chi la meritava di più, ma
fino
ad oggi non si è deciso. Quale dei tre fratelli meriti la bella
prigioniera dovrai dirlo tu.
DAL
CUNTO
DE LI CUNTI
DI GIAMBATTISTA BASILE
I
TRE RE ANIMALI

C'erano
una volta il re e la regina di Vallermosa che avevano tre figlie belle
come gioielli, Velia, Vassilia e Viola. Di loro si erano perdutamente
innamorati
i tre figli del re di Colleferro, ma siccome per la maledizione di una
fata erano tutti e tre animali, quando le chiesero come spose il re non
ne volle sapere.
Allora il primo principe, che era
uno splendido falcone, con la sua magia emise un richiamo, e subito
arrivarono
in volo fringuelli, pavoncelle, rigogoli, lucherini, cinciallegre,
allodole,
cuculi, gazze, canarini e tutte le altre specie di uccelli.
Appena
si furono riuniti il principe Falco comandò loro di andare a
distruggere
tutti i fiori degli alberi di Vallermosa, e così fecero, tanto
che
restarono solo i nudi rami.
Il secondo principe, che era un
cervo vigoroso, chiamò caprioli, porcospini, conigli,
faine,
lepri, e quando furono tutti riuniti comandò loro di
distruggere
tutte le piante che erano nei campi di Vallermosa.
Il terzo principe, che era un
agile
delfino, dopo aver parlato con cento mostri marini fece venire una
tempesta
così terribile che distrusse tutte le navi, i velieri, i
pescherecci
e le barche di Vallermosa.
Il re disperato, non
sapendo
più come proteggere il suo reame dalle distruzioni provocate dai
pretendenti selvaggi, per mettere fine alle loro terribili vendette li
accettò come sposi delle sue figlie, e loro, senza volere feste
né banchetti né musiche, vollero partire immediatamente.
La regina fece appena in tempo a dare alle figlie tre anelli
uguali
perché li portassero sempre al dito: se un giorno si fossero
incontrate
con qualcuno della famiglia, quello sarebbe stato il segno di
riconoscimento.
Il principe Falco portò
Velia, che era la sorella maggiore, su una montagna tanto alta che la
sua
cima saliva oltre i confini delle nuvole, nel cielo dove non piove mai,
e la tenne come una vera regina in un palazzo meraviglioso.
Il principe Cervo portò
Vassilia, che era la seconda, in un bosco immenso, così fitto
che
i raggi di sole facevano fatica a illuminarne i sentieri, e la fece
vivere
in un palazzo splendente, con un giardino in cui crescevano tutti i
frutti
del mondo.
Il principe Delfino fece salire
Viola, che era la più piccola, sul suo dorso, e la condusse a
nuoto
in alto mare, dove in cima a una scogliera le mostrò il suo
palazzo:
era immenso e così prezioso che nessun re della terra ne aveva
uno
altrettanto bello.
Al re e la regina di Vallermosa
dopo poco tempo nacque un figlio, che chiamarono Virgilio. Quando
il principe Virgilio ebbe quindici anni, dato che non era passato un
solo
in cui sua madre non avesse pianto per le sue sorelle che erano state
portate
via dai tre sposi animali senza che nessuno ne avesse saputo più
nulla, sentì il desiderio di andare per il mondo per cercarle.
Il re e la regina non volevano
lasciarlo partire, perché avevano paura di perdere anche lui, ma
Virgilio li pregò tanto che alla fine cedettero, assegnandogli
cavalli,
servi e borse di monete d'oro perché viaggiasse con tutto quello
che si addice a un principe. Infine la madre gli mise al dito un anello
uguale a quelli che aveva dato alle tre figlie.
Virgilio viaggiò per molti
anni verso settentrione, verso oriente, verso ponente e verso
meridione,
visitò tutti i reami conosciuti, cercò in ogni
città
e in ogni paese, ma inutilmente. Alla fine era rimasto solo
perché
i servi si erano stancati, o si erano ammalati, o erano fuggiti,
e
il suo borsellino non conteneva più neanche una moneta, ma
continuò
a viaggiare ai confini della terra. Ed ecco che un giorno salì
in
cima alla montagna dove viveva Velia col principe Falco, e si
fermò
attonito ad ammirare il palazzo che aveva gli stipiti di porfido, le
mura
di alabastro, le finestre d'oro e le tegole d'argento. Dalla finestra
la
sorella lo vide, lo fece chiamare e gli chiese chi era, da dove veniva,
e come aveva fatto a capitare su quella montagna.
Virgilio le disse che veniva dal
reame di Vallermosa, che il re e la regina erano i suoi genitori,
e Velia capì che doveva essere suo fratello, confrontarono gli
anelli
ed ebbero la gioia di abbracciarsi e di raccontarsi le loro avventure.
A sera Velia lo fece nascondere,
perché temeva che Falco sarebbe andato in collera per l'arrivo
di
suo fratello Virgilio. Quando Falco scese dal cielo, sua moglie
cominciò
a dirgli che le era venuto un desiderio struggente di rivedere i suoi
parenti,
e Falco le rispose: "Fattelo passare, mio tesoro, perché non
accadrà
fino a che io non vorrò che accada". Allora Velia gli disse: "Ti
prego, amato mio, invita almeno uno dei miei parenti per consolarmi".
"E
chi vuoi che venga in questo luogo tanto alto e lontano?" "Ma se
ci venisse qualcuno," insistette allora Velia, "ti dispiacerebbe?" "E
perché
dovrebbe dispiacermi?" disse il Falco, "chiunque somigli a te mi
piace".
Sentendo queste parole Velia si
rincuorò, fece uscire suo fratello e lo fece vedere al Falco,
che
disse: "In quattro e quattr'otto l'amore attraversa mille confini! sii
benvenuto, desidero che tu stia in questo palazzo come in casa
tua!"
e diede ordine che lo onorassero e lo servissero come facevano con lui
stesso.
Ma quando furono trascorsi
quindici
giorni, Virgilio ebbe desiderio di andare a cercare le altre sorelle, e
dopo aver salutato Velia e il cognato si stava mettendo in cammino,
quando
il Falco si strappò una penna, e porgendogliela disse: "Portala
con te, Virgilio mio, e tientela cara, perché potresti trovarti
in una situazione tanto difficile che varrà un tesoro.
Conservala
con cura e quando avrai davvero bisogno e non saprai cosa fare gettala
a terra, pronuncia le parole 'vieni-vieni', e me ne sarai grato".
Virgilio avvolse la penna in una
carta e la ripose nel suo borsellino, poi dopo aver ringraziato e
salutato
ancora sua sorella e il Falco partì, e cammina cammina, dopo
tanto
tempo arrivò nel bosco fitto dove il Cervo viveva con Vassilia;
avendo fame entrò nel loro giardino, che aveva frutti d'ogni
specie,
e ne mangiò qualcuno. Vassilia, che era uscita a passeggiare, lo
vide, si riconobbero confrontando gli anelli che avevano al dito, e a
sera,
dopo essersi assicurata come Velia che il marito lo avrebbe accolto
bene,
Vassilia lo fece conoscere al Cervo. Dopo aver passato nel loro palazzo
quindici giorni trattato da vero principe, Virgilio sentì il
desiderio
di andare a cercare l'ultima sorella, e prese commiato. Allora il Cervo
si strappò un pelo, e porgendoglielo gli disse: "Conserva con
cura
questo pelo, e quando ti troverai in una situazione dalla quale non
saprai
come uscire gettalo a terra e dì le parole 'vieni-vieni', vedrai
che mi sarai grato più che se ti avessi donato un tesoro di
pietre
preziose".
Il principe Virgilio
incartò
con cura il pelo, lo ripose nel borsellino e si rimise in viaggio.
Giunse
in riva al mare, salì su una nave e cominciò a cercare su
tutte le isole se qualcuno aveva notizie di sua sorella. La nave
fece naufragio in alto mare, e lui attaccato a una tavola fu portato
dalle
onde proprio sull'isola dove viveva col Delfino Viola, che lo riconobbe
e lo accolse con lo stesso amore delle altre, e il Delfino lo
onorò
come fosse suo fratello. Dopo quindici giorni Virgilio sentì il
desiderio di rivedere suo padre e sua madre e stava per mettersi in
viaggio
quando il Delfino si levò una scaglia e gliela porse, dicendo:
"Usa
questa mia scaglia solo quando non saprai più cosa fare, gettala
a terra quando avrai proprio bisogno e dì le parole
'vieni-vieni':
allora saprai quanto ti voglio bene".
Virgilio ripose la scaglia nel
borsellino dopo averla incartata con cura, poi partì, e dopo
tanto
tempo giunse in un paese sconosciuto, si inoltrò in un grande
bosco
che si faceva sempre più intricato, tanto che era ancora
più
fitto di quello dove vivevano Viola e il Cervo: nessun raggio di luce
illuminava
i suoi passi, e fu preso dalla paura per il buio e il silenzio che vi
regnava.
Camminando nel bosco giunse a un lago, in mezzo al lago c'era
un'altissima
torre, e in cima alla torre vide una fanciulla bellissima, accanto a un
terribile drago serpente addormentato.
Appena la fanciulla scorse
Virgilio,
disse: "O caro giovane, bello come il sole, mandato forse dal Cielo per
soccorrermi nella mia sventura in questo luogo desolato dove non si
vede
mai anima viva, liberami da questo drago crudele, che mi ha rapito dal
bel palazzo di mio padre, re di Campodolcino, e mi ha chiusa in
quest'orrida
torre scura, dove mi divora la nostalgia e la solitudine mi fa
appassire!"
"Povero me!" disse Virgilio,
"cosa
posso fare per servirti, mia fanciulla, bella come la luna? come
attraverserò
questo lago? come salirò su questa torre? come potrò
avvicinarmi
a questo drago serpente orrendo, che solo a vederlo si raggela il
sangue
nelle vene, e mi fa tanta paura che riesco appena a non farmela
addosso?
Ma forse ho un modo per soccorrerti, con l'aiuto di qualcuno che sta
molto
lontano. Proviamo sperando nella buona fortuna, mia meravigliosa
fanciulla,
chissà che non vada a finire secondo i nostri desideri".
E avendo detto questo
gettò
a terra con forza, tutte insieme, penna e pelo e scaglia, gridando:
"Vieni
vieni!". E subito, apparendo come dal nulla, furono accanto a lui
il Falco, il Cervo e il Delfino, che in coro gridarono: "Eccoci! Cosa
ci
comandi?".
Virgilio con grande gioia disse:
"Questo è il mio desiderio: liberare quella nobile fanciulla
dalle
spire del drago serpente, rapirla dalla torre in mezzo al lago e
portarla
nel reame di Vallermosa dove voglio farne la mia regina".
"Fa' attenzione" disse il Falco,
"quando meno te lo aspetti il tuo desiderio può avverarsi, e
sistemeremo
questa faccenda mentre ti pare incredibile poterci riuscire".
"Allora
mettiamoci subito al lavoro", disse il Cervo, "chi ha tempo non aspetti
tempo!"
Ed ecco che il Falco fece venire
uno stormo di uccelli grifoni, che volando alla finestra della torre
afferrarono
la principessa, e la portarono sana e salva accanto a Virgilio e ai tre
cognati animali. Virgilio se ne era innamorato vedendola di lontano, e
se innamorò ancora più forte avendola vicina, ma mentre
l'abbracciava
il dragone si svegliò e dopo essersi tuffato dalla finestra
stava
attraversando a grandi balzi il lago per divorare Virgilio. Allora il
Cervo
fece apparire un branco di leoni, tigri, pantere, orsi e gatti mammoni,
che si lanciarono contro il drago serpente e lo dilaniarono con le loro
unghie.
Mentre Virgilio ringraziava
pensando
che fosse tutto compiuto, il delfino disse: "Anch'io voglio fare
qualcosa
per servirti", e perché non rimanesse nemmeno il ricordo di un
luogo
così maledetto e oscuro fece alzare la marea, e le onde
arrivarono
in cima alla torre scuotendola con tanta furia che la fecero crollare
dalle
fondamenta.
Vedendo tutto questo Virgilio
commosso
non finiva più di ringraziare il Falco, il Cervo e il Delfino, e
disse alla principessa di fare altrettanto, perché solo per
merito
loro si era liberata da quello spaventoso dragone. Allora gli animali
dissero:
"Siamo noi che dobbiamo ringraziare questa bella fanciulla,
perché
è per lei che possiamo riavere la forma umana: nostra madre
litigò
con una fata e lei lanciò questa maledizione, che i suoi figli
avessero
forma di animali fino a quando unendo le loro forze non avrebbero
liberato
da un pericolo mortale la figlia di un re. Ecco il momento che tutta la
vita abbiamo atteso, e sentiamo nuovo respiro in noi, e sangue nuovo
scorrere
nelle nostre vene!".
Ed ecco in un batter d'occhio si
trasformarono in tre bellissimi giovani, che uno ad uno abbracciavano
Virgilio
e la principessa, mentre la gioia riempiva tutti i cuori. Allora
Virgilio
disse: "Perché il mio babbo e la mia mamma non possono gioire
insieme
a noi? Come sarebbero felici vedendo tre generi così belli e
questa
mia splendida sposa!".
"Non temere," dissero i
cognati,"noi
vivevamo lontani da tutti gli uomini perché ci vergognavamo del
nostro aspetto, ma ora il nostro desiderio è vivere tutti
insieme
nel reame di Colleferro insieme alle nostre care spose. Partiamo, e
prima
di domattina Velia, Vassilia e Viola saranno insieme a noi".
Fecero apparire una carrozza
tutta
d'oro e giunsero a una locanda dove lasciarono Virgilio e la
principessa,
mentre i tre principi raggiunsero ciascuno la propria sposa, sulla cima
della montagna che passava le nuvole, nel grande bosco e in alto mare,
e al mattino tornarono alla locanda, dove tutti si abbracciarono e si
baciarono.
Poi gli otto giovani salirono sulla carrozza d'oro, che trainata da
cavalli
veloci come il vento coprì in un solo giorno l'immensa distanza
che li separava dal reame di Vallermosa. Il re e la regina non
avrebbero
mai sperato di essere tanto felici: ritornavano le loro figlie e il
loro
figlio che credevano perduti, ed erano accompagnati da tre sposi e da
una
sposa tanto belli che non se ne erano mai visti sulla terra. Mandarono
messaggeri nel reame di Colleferro e nel reame di Campodolcino
perché
tutti sapessero la lieta conclusione della favolosa avventura, e
capirono
che non ci sono sventure tanto lunghe che un'ora di felicità non
le possa far dimenticare.
ISSA
FALORO
C'era
una volta, centinaia e centinaia d'anni fa, un paese dove tutti erano
poveri,
ma la più povera era una vedova che aveva sei figlie magre in
età
da marito, che non trovavano nessuno perché non avevano un soldo
di dote, e un figlio maschio che avrebbe dovuto essere il
sostegno
della famiglia. Disgraziatamente era goffo e lento di comprendonio,
faceva
sghignazzare la gente quando passava per la strada e le rare volte che
provava a fare qualcosa combinava solo guai senza riuscire nemmeno
darsela
a gambe.
Tutti i giorni sua madre gli
gridava
dietro: "Mangiapane a tradimento! Disgrazia di questa casa, buono a
nulla,
piantagrane! Ma perché non ti levi dai piedi, perché non
vai al diavolo, Tontonio che non sei altro?".
Tontonio, così lo
chiamavano
tutti, tirava su le spalle e faceva finta di nulla, ma un giorno la
madre
era particolarmente inviperita e passò dalle parole ai fatti:
preso
il mattarello glielo sbattè sulla schiena, sulla testa, e dove
capitava;
se lui non avesse avuto finalmente una buona idea, cioè di
infilare
l'uscio di casa e darsela a gambe, l'avrebbe anche ammazzato.
Già che c'era
continuò
a correre fino a mezzanotte, quando si trovò ai piedi di una
montagna
tanto alta che sulla cima ci abitavano le nuvole, dove su una radice di
pioppo, in una grotta decorata di pietra pomice, era seduto un orco che
con la sua bruttezza avrebbe fatto scappare anche il diavolo.
x 4

Basso come un nanerottolo,
inteccherito
come un manico di scopa, col testone che sembrava una zucca gigante, la
fronte piena di bitorzoli, le sopracciglia di pelacci fitti, era
strabico
da morire, aveva il naso schiacciato e le narici sembravano scariche di
fogna, poi dalla bocca larga come un forno sporgevano due zanne da
cinghiale
che gli arrivano alle caviglie, aveva il petto peloso, le braccia
ossute,
le gambe così torte che ci sarebbe passato un maiale, e i piedi
piatti come le oche: insomma sembrava un diavolo grasso e rachitico,
dall'aspetto
così brutto che avrebbe impaurito anche gli eroi più
coraggiosi
della storia.
Ma Tontonio, che non si muoveva
nemmeno con le cannonate, gli fece un inchino e disse: "Addio
vossignoria,
come te la passi? Che si fa da queste parti? Hai bisogno di nulla?
Quanto
manca da qui a dove devo andare io?". L'orco quando sentì questo
andare di palo in frasca si mise a ridere, e siccome quello spirito
matto
lo faceva divertire disse: "Vuoi entrare al mio servizio?". E Tontonio
rispose: "Quanto vuoi di paga mensile?". L'orco disse: "Mettiti
in
testa di servire onorevolmente, che andremo d'accordo e farai delle
belle
giornate". Così fecero questo patto e Tontonio restò a
servizio
dall'orco, dove c'era tanta roba da mangiare che non si sapeva dove
metterla,
e riguardo alla fatica si stava a grattarsi la pancia, tanto che dopo
poco
era diventato grasso come un bue, tondo come una botte, impettorito
come
un galletto, bianco e rosso come una mela, panciuto come una
balena,
così pieno di ciccia che non gli si vedevano più gli
occhi.
Ma non erano ancora trascorsi due
anni che, annoiato da tanta abbondanza, gli venne una voglia
irresistibile
di dare un'occhiata al suo paese, e pensando alla sua casina
cominciò
a dimagrire e si era ridotto male, quasi come prima. L'orco, che
conosceva
Tontonio profondamente, fino alle budella, e gli bastava annusarlo per
sentire il patimento che gli aveva levato l'appetito, lo chiamò
da una parte e gli disse: "Tontonio mio caro, so che ardi dal desiderio
di rivedere casa tua, e siccome sei il mio pupillo sono disposto a
farti
fare una visita, così ti prendi questa soddisfazione. E allora
porta
con te quest'asino, che ti leverà la fatica del viaggio, ma
tieni
bene in mente che non gli devi mai dire le parole:
perché
te ne
pentiresti,
per l'anima di tuo nonno!". Tontonio, preso il ciuchino, senza dire
nemmeno
arrivederci montò e cavallo e partì al trotto, ma
non
aveva fatto nemmeno cento passi che, sceso dalla groppa del somaro,
provò
a dire:
e
appena lo disse l'animale
cominciò
a evacuare perle, rubini, smeraldi e diamanti grossi come noci.
Tontonio
con la bocca spalancata guardava fisso come l'asino andava bene di
corpo,
e non stava nella pelle dalla contentezza; poi, dopo aver riempito una
bisaccia di pietre preziose, rimontò sul somaro e
continuò
la strada al trotto, finché arrivò a una taverna.
Smontò
dall'asino e la prima cosa che disse al taverniere fu: "Lega questo
ciuco
alla mangiatoia, dagli da mangiare bene, ma guarda, non dire le parole:
o
te ne pentirai, e mettimi al
sicuro
queste robine". Al taverniere, che sapeva levare il fumo alle
schiacciate,
perché era un uomo di mondo, svelto di mano e furbo come una
volpe,
sentendo questo comando strampalato e vedendo le pietre preziosissime,
venne la curiosità di provare queste parole. Così diede
un
bel po' da mangiare a Tontonio, lo fece bere il più possibile,
poi
lo mise a letto fra tante coperte e appena vide che aveva chiuso gli
occhi
e russava corse nella stalla e disse all'asino:
E
come se queste parole
fossero
il suo purgante lui fece la solita roba, buttando fuori dal corpo
oro semiliquido e pietre preziose grosse come castagne. Il taverniere,
vista questa ricchissima evacuazione progettò di sostituire
l'asino
e imbrogliare quello sciocco Tontonio, giudicando facile fargliela in
barba
e menarlo per il naso, perché non aveva mai visto in vita sua un
semplicione, un pecorone, uno zoticone come questo che gli era capitato
fra le mani.
Così quando la mattina si
fu svegliato ed ebbe passato un'ora buona a sbadigliare, a fare
scorreggine,
a grattarsi la zucca, a stiracchiarsi, Tontonio chiamò l'oste e
gli disse: "Vieni qua amico mio, conti tanti e amicizia lunga, noi
siamo
amici e misuriamo le borse, fammi il conto e pagati".
Tanto per il vino, tanto per il
pane, tanto per la minestra e tanto per la ciccia, cinque di stalla e
dieci
di letto e quindici di servizio, sborsò i soldini e montando
sull'asino
cambiato con una bisaccia piena di sassi di fiume anziché
di pietre preziose, andò di corsa verso il suo paese e prima di
mettere piede in casa cominciò a gridare: "Mamma mia, corri
mammina,
corri, siamo ricchi! Apri tovaglie, stendi lenzuola, porta coperte,
vedrai
che meraviglie!".
La mamma, che non stava nella
pelle
dalla contentezza, aperta una cassa dove era riposto il corredo da
sposa
delle sue figlie, tirò fuori lenzuola di lino, tovaglie
profumate
di spigo, coperte fresche di bucato, e le stese sul pavimento. Sopra
Tontonio
ci fece andare l'asino e cominciò a dire:
issa faloro issa faloro
issa
faloro,
ma
il ciuco capiva quelle
parole
come avrebbe capito la musica di un'arpa. Dopo aver ripetuto tante
volte
queste parole come se avesse detto al vento, Tontonio prese un bastone
e provò con quello a convincere il povero somaro, che si
lasciò
andare e fece tanta squacquarella gialla e marroncina sui panni
candidi.
La povera madre, dove sperava di vedere le preziose gemme e l'oro
scintillante,
vide questa robaccia che anzichè portare la
ricchezza
aveva riempito la sua casa di un puzzo insopportabile; allora
prese
il mattarello e senza lasciare a Tontonio nemmeno il tempo di
tirar
fuori i sassi di fiume gliene diede tante che lui si mise a correre per
ritornare dal suo padrone.
L'orco, vedendolo venire
più
di corsa che a passi lenti, siccome sapeva per magia tutto quello che
gli
era successo, gli fece una bella lavata di testa, perché si era
fatto infinocchiare da un taverniere, chiamandolo buono a nulla,
bischero,
minchione, tordo, ciucco, rintronato, testa di rapa, imbecille,
perché
per un asino che faceva tesori si era fatto dare un ciuco col corpo
sciolto.
Tontonio, sorbendosi questa predica, giurò che mai più,
mai
più si sarebbe fatto imbrogliare e infinocchiare da nessuno.
Ma non era ancora passato un anno
che gli venne la stessa malattia e cominciò a dimagrire per la
nostalgia
della sua casina. L'orco, che era brutto di fuori e bello di dentro,
gli
diede il permesso di partire e gli regalò anche un bel
tovagliolo,
dicendogli: "Portalo a mamma tua, ma attento, non comportarti da somaro
come hai fatto con il ciuco, e finché non sei entrato in casa
tua
non dire le parole:
apriti tovagliolo,
e nemmeno:
chiuditi
tovagliolo,
perché
se ti capita
un'altra
disgrazia è peggio per te. Ora va' con il mio buon augurio e
torna
presto".
Così Tontonio si mise in
cammino, ma appena si fu allontanato un pochino dalla grotta decorata
di
pietra pomice, posò in terra il tovagliolo e disse:
Apparvero
subito cibi
prelibati
di tutte le varietà, pietanze succulente e manicaretti
sopraffini,
serviti in piatti preziosi, mai visti nemmeno sulla tavola del re.
Vedendo
queste meraviglie Tontonio disse subito:
e
rimesso tutto a posto si
diresse
verso la solita taverna, dove entrando disse al taverniere:
"Tòh,
mettimi da parte questo tovagliolo e guarda bene di non dire:
apriti tovagliolo,
e nemmeno le parole:
chiuditi tovagliolo,
perché
se ti capita
un'altra
disgrazia è peggio per te. Il taverniere, furbo di tre cotte,
disse:
"Lascia fare a questo tuo amico", e dopo averlo rimpinzato a più
non posso e averlo ubriacato, lo mandò a dormire, poi prese il
tovagliolo,
pronunciò le parole:
e
il tovagliolo tirò
fuori
tante cose preziose che era un incanto guardarle. Così, trovato
un tovagliolo circa come quello, quando Tontonio si fu alzato glielo
rifilò.
Lui di buon passo arrivò a casa della mamma dicendo: "Ora
sì
che daremo un calcio in faccia alla miseria, ora sì che possiamo
buttar via stracci, cenci, piatti incrinati e rattoppi!".
E detto questo stese il
tovagliolo
in terra e cominciò a dire:
apriti tovagliolo apriti
tovagliolo
apriti tovagliolo.
Ma
poteva continuare a dirlo
quanto
voleva, sprecava il fiato e non ci ricavava né una briciola di
pane
né un piattino incrinato; perciò, vedendo che l'affare
gli
era andato male, disse alla mamma: "Mi venga un accidente, mi ha
infinocchiato
un'altra volta il taverniere! ma vedrai, che io e lui siamo in due!
meglio
per lui che non fosse mai nato! meglio che fosse finito sotto la ruota
di un carro! che mi prenda un colpo se quando passo da quella taverna
per
vendicarmi dei gioielli, dell'asino e del tovagliolo rubato non gli
riduco
tutto il mangiare in polpette!"
La mamma, sentendo questa nuova
asinata di Tontonio, rossa di collera che stava per scoppiare gli
disse:
"Dacci un taglio, figlio degenerato! vai a romperti l'osso del collo!
levati
dalla mia vista, che mi si ingrossa il fegato e mi viene un attacco di
bile ogni volta che mi torni fra i piedi! Voglio che in questa
casa
tu ti senta bruciare i piedi come se il pavimento fosse coperto di
carboni
accesi, non voglio sentire più il tuo puzzo e voglio
dimenticarmi
anche il giorno che sei nato!".
Povero Tontonio, viste le parole
preferì non aspettare i fatti e come un ladro che viene colto
sul
fatto, a testa bassa e con le gambe in spalla, corse senza fermarsi
fino
alla grotta del suo padrone. L'orco, vedendolo arrivare col muso lungo
e tanto avvilito, gli fece un'altra serenata dicendogli: "Non so come
faccio
a resistere alla voglia di cavarti un occhio, boccaccia sguaiata, gola
marcia, testa di gallina, strombazzatore, che vai a dire al mondo
intero
quello che dovresti tenere per te, non tieni neanche il semolino e ti
escono
i segreti come se avessi il cervello sciolto! Se alla taverna tu
fossi stato zitto non ti sarebbe successo quello che ti è
successo,
ma hai voluto muovere codesta linguaccia come un frullino e hai fatto
poltiglia
della felicità che ti avevo regalato".
Tontonio si sorbì questa
serenata con la coda fra le gambe e restò altri tre anni a
servizio
dall'orco, sperando di poter tornare a casa quanto sperava di essere
consacrato
cavaliere. Eppure a un certo punto gli tornò la solita malattia,
la nostalgia della sua casina, e allora chiese il permesso all'orco che
per levarselo di torno gli disse di sì, dandogli un bel bastone
lavorato e dicendo: "Porta questo con te per mio ricordo, ma guarda
bene
di non dire:
e
nemmeno:
perché
io non voglio
più
aver a che fare con te". E Tontonio prendendolo rispose: "Va', che ho
già
messo i denti del giudizio e so quante scarpe sono tre paia! Io non
sono
più un bambino e chi può infinocchiare Tontonio ha ancora
da nascere!". Allora l'orco gli disse: "Non dire gatto finché
non
l'hai nel sacco, fra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, si
starà a vedere. Mi hai sentito come un sordo, ma uomo avvisato
mezzo
salvato".
Mentre l'orco stava parlando
Tontonio
se l'era già svignata, ma non si era ancora allontanato di mezzo
miglio quando disse:
Non
furono due parole, furono
arte
di incantesimo, perché immediatamente il bastone, come se avesse
avuto un diavolo nel midollo, cominciò a lavorare le spalle e la
schiena del povero Tontonio con tanta forza e velocità che prima
di finire di assestare un colpo cominciava già a tirarne
un'altro.
Il povero Tontonio era ammorbidito come un polpo sbattuto, quando
finalmente
disse:
e
il bastone si fermò
d'incanto.
Così, istruito a sue spese, disse: "Accidenti a chi scappa!
questa
occasione non me la lascio scappare di certo! il conto non è
ancora
chiuso".
Dopo poco arrivò alla
solita
taverna, dove fu ricevuto con la migliore accoglienza del mondo,
perché
anche se era una testa di rapa se ne cavavano dei veri tesori. Appena
arrivato
disse all'oste: "Tòh, mettimi da parte questo bastone, ma guarda
bene di non dire:
o
correrai un grave pericolo!
sentimi
bene, non ti lamentare di Tontonio poi, perché io ti ho
avvertito
e non voglio aver più a che fare con te".
Il taverniere, con una
contentezza
che non stava più nella pelle, lo riempì di minestra, gli
fece vuotare un fiasco di vino, e appena l'ebbe buttato su un lettino
corse
a prendere il bastone, e invitando sua moglie a partecipare
all'avvenimento,
disse:
e
il bastone senza farsi
pregare
trovò subito il groppone del taverniere e della taverniera, e
punfete
di qua e pinfete di là, roteava colpendo davanti e dietro
e dappertutto, tanto che, spaventati a morte, quei due corsero col
bastone
che li lavorava senza sosta a svegliare Tontonio, supplicando:
"Pietà!
pietà!".
Lui, vedendo che la faccenda
prendeva
una piega favorevole e che gli andava come il cacio sui maccheroni,
disse:
"No, non c'è rimedio: morirete a forza di bastonate, se non mi
restituite
le mie cose".
Il taverniere, che era macolato
dai colpi e aveva le costole rotte, gridò: "Ti do tutto quello
che
vuoi, ma levaci questo diavolo di bastone di dosso!", e fece portare le
pietre preziose, l'asino e il tovagliolo magico. Solo allora Tontonio
disse:
e
quello si distese da una
parte.
Così Tontonio con l'asino, la bisaccia piena di perle e pietre
preziose,
il tovagliolo e il bastone, andò dalla sua mamma che rimase a
bocca
aperta dalla meraviglia, e procurò una dote principesca alle sue
sorelle che finalmente si sposarono. Riempì di ricchezze la sua
casa, e la mamma da allora lo tenne più caro della luce dei suoi
occhi, e si capì bene che:
pazzi e ragazzi il cielo li
aiuta.
C'era
una volta un pover'uomo che si chiamava Nicolino e aveva tre figlie,
Zinia,
Rosina e Violetta, e l'ultima era tanto bella che se ne era innamorato
Pierone, figlio del re. Ogni volta che passava dalla casina dove
lavoravano
le tre sorelle, levandosi il cappello diceva: "Buondì,
buondì
Violetta". E lei rispondeva: "Buondì figlio del re, io ne so
più
di te".
Su queste parole le sue
sorelle
avevano molto da dire, e la sgridavano: "Sei una maleducata e farai
arrabbiare
il figlio del re, vedrai così ti farà!". Siccome a
Violetta
i loro rimproveri non facevano né caldo né freddo, Zinia
e Rosina fecero la spia al loro babbo, dicendogli che era una
screanzata
presuntuosa e rispondeva senza rispetto al principe come se fosse un
pari
suo; prima o poi lui si sarebbe arrabbiato e allora l'avrebbe fatta
pagare
anche a quelle che non avevano colpa.
Nicolino ci pensò
bene e decise di mandare Violetta da una sua zia che si chiamava
Cucirina,
perché imparasse a lavorare. Ma il principe, che passando
davanti
a quella casina non vedeva più la sua preferita, per un po' di
giorni
andò un po' in qua e un po' in là rammaricandosi
perché
l'aveva persa di vista, e aprendo bene le orecchie sentì dire
dov'era
andata a stare. Allora andò a trovare quella zia e le disse:
"Signora,
tu sai chi sono io, e sai anche che posso comandare quello che mi pare,
quindi dammi
retta, fammi un piacere e sarai
ricompensata". "Se è una così che posso", rispose
la
vecchia, "son pronta a obbedirti". E il principe: "Voglio solo questo:
che tu mi faccia dare un bacio a Violetta, e poi chiedimi quello che ti
pare". La vecchia rispose:
"Per servirti ti reggerò
il moccolo, ma non voglio che lei si accorga che ci siamo messi
d'accordo
e sparga la voce che faccio la ruffiana; perché tu possa avere
questo
piacere ti puoi nascondere nella mia camera che dà sull'orto, io
manderò giù Violetta con qualche scusa, e a quel punto
sono
fatti tuoi, se con la canna e l'amo non ti riesce pescare non dare la
colpa
a me".
Il principe la
ringraziò
del favore che gli faceva e s'infilò subito in quella stanza, e
la vecchia, con la scusa che voleva tagliare un vestito, disse alla
nipote:
"O Violetta, se mi vuoi bene, vai giù a prendermi il metro". Ma
Violetta, entrando in quella stanza per obbedire alla zia, si accorse
del
tranello, e afferrato il metro, agile come una gatta saltò fuori
dalla camera, lasciando il principe rosso di rabbia e con un palmo di
naso
per la vergogna.
x12
La vecchia, che la vide
arrivare
così alla svelta, pensò che il principe non ce l'aveva
fatta,
e dopo un po' le disse: "Dovresti andare, cara nipote, nella stanza
dell'orto
a prendermi il rocchetto di filoforte su quel comodino". E Violetta,
corse,
prese il filo, e sgusciò come un'anguilla tra le mani di
Pierone.
Dopo un po' la zia tornò a dirle: "Violetta mia, se non mi
prendi
le forbici giù non posso fare più nulla". Violetta scese
giù e subì il terzo assalto, ma come un cane preso dalla
tagliola con tutte le sue forze
diede uno strattone e
scappò.
Quando arrivò su con le forbici tagliò le orecchie alla
zia,
dicendole: "Questa è la ricompensa che meriti, e se non ti
taglio
anche il naso è perché tu possa sentire la puzza della
tua
reputazione, donnaccia imbrogliona e ruffianaccia, che mi volevi far
disonorare!".
E subito se ne tornò di corsa a casa sua, lasciando la zia a
medicarsi
le orecchie e il principe che a tutti quelli che incontrava diceva
solo:
"Lasciatemi stare, lasciatemi stare, lasciatemi stare". Ma
ripassando
davanti alla sua casina e vedendola dove era sempre stata,
ricominciò
la solita musica: "Buondì, buondì Violetta", disse
Pierone,
e lei subito: "Buondì figlio del re, io ne so più di te".
Le sorelle, non potendo
più
sopportare questa spregiudicata, si misero d'accordo per levarla di
mezzo.
Avendo una finestra che dava sul giardino di un orco, pensarono di
sistemarla
per le feste da quella parte, così, dopo aver lasciato cadere
una
matassina di filo col quale lavoravano una tenda per la regina,
cominciarono
a dire: "Oh! povere noi, siamo rovinate e non possiamo finire il lavoro
in tempo se Violetta, che essendo la più piccina è
più
leggera di noi, non si fa calare con una fune e per andare a riprendere
il filo che abbiamo perduto!". Violetta, per non vederle così
tristi,
si offrì subito di andarci; così la legarono con una fune
e la calarono dalla finestra, e poi, appena sentirono che era arrivata
in fondo, mollarono la fune.
Proprio in quel momento
arrivava
l'orco per dare un'occhiata al giardino, e siccome aveva preso
umidità
sentiva un gran dolore alla pancia: credendosi solo lasciò
andare
una scorreggia così esagerata, tanto forte e rumorosa, che
Violetta,
per la paura, strillò: "Oh, mamma mia, aiutami!". L'orco allora
si girò, e appena vide la bella fanciulla proprio dove aveva
lasciato
partire la scorreggiona, si ricordò che uno studioso gli aveva
rivelato
che le cavalle di Spagna s'ingravidano col vento, e fu certo che il
soffio
del suo deretano avesse ingravidato un albero, e così ne era
nata
questa splendida creatura. E perciò, abbracciandola con grande
tenerezza,
le disse: "Figlia, figlia mia, parte di questo corpo, alito dello
spirito
mio, e chi me l'avrebbe mai detto che a causa del freddo che ho preso
avrei
generato te, bel fuoco d'amore?". Dicendo queste e altre parole tenere
e zuccherose, la affidò a tre fate di sua fiducia, perché
avessero cura di lei e la crescessero con quanto di meglio esisteva al
mondo.
Il principe che non vide
più Violetta, e per quanto domandasse da una parte e dall'altra
non riusciva a sapere nulla di così le poteva essere successo,
ne
pativa tanto che gli vennero le occhiaie, impallidì fino ad
avere
un pallore cadaverico, le labbra divennero esangui, quando mangiava non
digeriva e quando andava a letto non dormiva. Ma continuando la sua
indagine
e promettendo ricompense, tanto disse e tanto fece che finalmente ebbe
l'informazione che cercava.
Allora convocò
l'orco
e gli chiese, siccome era malato, come si poteva ben vedere, il piacere
di lasciagli trascorrere almeno un giorno e una notte nel suo giardino,
gli bastava solo una stanza per vedere se lo faceva stare un po'
meglio.
L'orco, che era un suddito del re suo padre, non avrebbe mai potuto
negargli
un piacere così da nulla, e gli offrì, se una non
bastava,
tutte le sue stanze, e la sua stessa persona per servirlo. Il principe,
dopo averlo ringraziato, si mise in una camera che per sua fortuna era
proprio vicina a quella
dell'orco,
che dormiva insieme a Violetta che considerava sua figlia a tutti gli
effetti.
Quando venne la notte il
principe si alzò, e trovò aperta la porta dell'orco, che,
non avendo paura di nessuno, amava così godersi il fresco:
allora
entrò piano piano e accostandosi al letto dalla parte di
Violetta,
le diede due pizzichi. Lei si svegliò di soprassalto e
cominciò
a dire: "Babbo, babbo, quante pulci!". L'orco fece subito passare la
figlia
in un altro letto, e siccome il principe tornò a pizzicarla e
Violetta
gridò la stessa cosa, l'orco le fece cambiare il materasso, e
poi
le lenzuola, e questo traffico continuò per tutta la notte, fino
alle prime luci del giorno.
Appena nella casa si fece giorno
e scorse la fanciulla sulla porta, Pierone le disse come al solito:
"Buondì,
buondì Violetta", e appena lei rispose come sempre:
"Buondì
figlio del re, io ne so più di te", il principe ribattè:
"Babbo, babbo, quante pulci!".
Appena sentì questa
battuta,
Violetta mangiò la foglia e, rendendosi conto che tutto il
tormento
della notte era stato uno scherzo del principe, andò a trovare
le
fate e raccontò il fatto. "Se è così," dissero le
tre fate, "con il pirata saremo pirati, e briganti con il brigante; e
se
questo cane ti ha dato un morso, vediamo di levargli il pelo, lui te ne
ha fatta una e noi gliene faremo anche due! E per questo, devi chiedere
all'orco di procurarti un paio di pantofole tutte guarnite di
campanelli,
e poi torna qua e lascia fare a noi, che lo vogliamo ripagare come si
merita!".
Violetta, che voleva
vendicarsi,
si fece fare subito le pantofole dall'orco, tornò dalle fate,
aspettarono
che fosse buio, e poi andarono tutte e quattro insieme nella casa del
principe,
e senza essere viste sgattaiolarono in camera sua. Dopo poco
arrivò
Pierone, si mise a letto, e cominciò a chiudere gli occhi: in
quesl
momento le fate fecero un gran parapiglia e Viola si mise a battere i
piedi,
così che al rumore dei calcagni e al tintinnio fragoroso
dei
campanelli il principe si svegliò di soprassalto, gridando:
"Mamma,
mamma, aiuto!". E dopo aver ripetuto questo fracasso appena Pierone si
assopiva altre due o tre volte se la svignarono tornando a casa loro.
Il principe la mattina dopo
bevette un bicchierone di succo di limone e semesanto, come rimedio per
la paura, e poi andò
a fare una passeggiata nel
giardino
dell'orco, perché non poteva stare neanche un minuto senza
vedere
quella Violetta, che gli piaceva troppo, e vedendola sulla porta, le
disse:
"Buondì, buondì Violetta", e Violetta: "Buondì
figlio
del re, io ne so più di te", e il principe: "Babbo, babbo,
quante
pulci!", e lei: "Mamma, mamma, aiuto!". Sentendo queste parole il
principe
rimase stupefatto e disse: "Me l'hai fatta, m'hai sistemato! Lo
ammetto,
hai vinto! E siccome devo riconoscere che ne sai davvero più di
me, basta: ti voglio sposare!".
Violetta però
pensando
a tutti i dispetti che aveva fatto a Pierone non si sentiva tranquilla,
e chiese alle tre fate di formare per lei una grande statua di zucchero
che le somigliasse, la nascose in una cesta e la coprì con dei
vestiti.
Si fece una grande festa per le nozze del principe Pierone e di
Violetta,
ma dopo i canti e i balli lei, fingendo un po’ di mal di testa,
andò
a letto prima di tutti, si fece portare la cesta in camera con la scusa
di cambiarsi d’abito, e dopo aver messo la statua sotto le lenzuola, si
nascose dietro i tendaggi per vedere come andava a finire.
Dopo poco Pierone
arrivò
in camera e, credendo che nel letto ci fosse Violetta, disse: "Ora non
mi scappi più, birbante maledetta, ora la paghi cara! Ora si
vedrà
come va a finire quando una femmina qualunque pretende di tener testa a
un re come me!". E così dicendo estrasse un pugnale e la
passò
da parte a parte, poi, non contento, disse ancora: "E ora ti voglio
anche
succhiare il sangue!". Ed estratto il pugnale dal petto lo
leccò,
e sentì un sapore dolcissimo e un profumo di muschio che faceva
inebriare. Allora, pentito di aver pugnalato una fanciulla
così
dolce e profumata, cominciò a rammaricarsi della sua collera,
dicendo
parole che avrebbero commosso le pietre, accusandosi di avere il cuore
crudele e il sangue velenoso, se aveva potuto far tanto male a una
creatura
così buona e dolce. Poi, dopo aver pianto ed essersi
strappato
i capelli, in preda alla nera disperazione, alzò la mano col
pugnale
per metter fine alla sua vita.
In quell'istante Violetta
uscì
da dietro le tende, gli prese la mano e disse: "Fermati Pierone,
abbassa
questa mano, ecco qui la dolcezza che rimpiangi! eccomi sana e salva
per
stare con te vivo e vegeto, e non mi considerare dura come il muro se
ti
ho fatto patire con qualche dispetto, perché è stato solo
per capire e sperimentare la tua costanza e la tua fedeltà".
Gli disse che aveva pensato
all'ultimo
trucco per trovare un rimedio adatto a un cuore orgoglioso come il suo,
e infine gli chiese perdono per tutte le volte che lo aveva fatto
soffrire. Lo sposo, abbracciandola con tanto amore, se la fece
venire
accanto nel letto, fecero la pace, e dopo tanti patimenti la dolcezza
gli
sembrò ancora più grande.
CENERENTOLA
(Vedi
La gatta Cennerentola, versione
secentesca di Basile,
e La
Zinderlazza, versione ottocentesca bolognese)
C'era
una volta, tanto tempo fa, un principe vedovo con una figlia di nome
Perlina,
e le voleva tanto bene che pensava solo a farla contenta; perché
imparasse a fare le catenelle, il tombolo veneziano, le sfilature e
l'orlo
a giorno aveva preso al suo servizio una maestra, che la trattava con
un
affetto davvero straordinario.
Ma da un po' di tempo il
principe si era risposato con una donna volgare e collerica che non
sopportava
Perlina, e la sgridava, le faceva i dispetti, la maltrattava da far
paura,
tanto che la povera piccina si sfogava con la maestra dicendo:
"Oh,
se fossi stata tu la mia mammina, tu che sei così buona e mi
tratti
bene e mi fai tanti complimenti!". A forza di sentire Perlina che
ripeteva
queste parole, la maestra di cucito ebbe un'idea malvagia, e le
disse:
"Se tu facessi a modo mio sarei proprio la tua mammina e ti vorrei bene
più che a me stessa". Stava per continuare quando Perlina le
disse:
"Scusa se ti interrompo, ma lo so che mi vuoi bene, e allora non
dubitare,
farò qualunque cosa tu mi dica, insegnami come si fa
perché io non lo so, e ti darò retta per filo e per
segno".
"Allora stammi a sentire," disse
la maestra, " sta' ben attenta e presto avrai tutto quello che
vuoi.
Quando tuo padre non c'è, di' alla tua matrigna che ti prenda
uno
dei vecchi vestiti che sono nella cassapanca grande del
ripostiglio,
per risparmiare quello nuovo che hai indosso. Lei, che ti vestirebbe
sempre
di stracci, aprirà la cassapanca e dirà: 'Reggi il
coperchio'.
Tu lo reggi, e mentre lei sta chinata a frugare dentro la cassa, lo
lasci
cadere di colpo, e così lei si romperà l'osso del
collo.
Dopo questo fatto, mentre il tuo
babbo ti abbraccia e ti accarezza, chiedigli di sposarsi con me, lo sai
che andrebbe a prendere anche la luna per accontentarti, e così
diventerò la tua mammina e tu sarai felice, perché io ti
darò e ti farò tutto quello che vorrai".
Dopo aver sentito queste parole
Perlina non vedeva l'ora di seguire il consiglio della maestra, e lo
fece
davvero, poi, lasciato passare un po' di tempo per il lutto del
principe,
cominciò a dire al suo babbo che le sarebbe piaciuto tanto che
sposasse
la sua maestra, tanto brava e tanto buona. Dapprima il principe si mise
a ridere, ma la fanciulla tanto fece e tanto disse che lo
convinse,
e per accontentarla si sposò con la maestra e fece una
grande
festa di nozze.
Mentre gli sposi stavano per
conto
loro e Perlina si era affacciata a un terrazzino di casa sua, una
colombina
volò sopra a un muro e le disse: "Perlina, quando avrai un
desiderio, fallo sapere alla colomba delle fate nell'isola di
Adocentina,
e il tuo desiderio si realizzerà".
La nuova matrigna per qualche
giorno
fu piena di premure per la fanciulla, la faceva sedere a tavola nel
posto
migliore, le dava da mangiare i suoi cibi preferiti e le
faceva
mettere solo i vestiti più belli; ma dopo poco dimenticò
quello che aveva promesso, e come se Perlina non avesse fatto nulla per
lei, che era proprio una donnaccia, fece venire in casa le sue sei
figlie
di cui fino ad allora non aveva saputo nulla nessuno, e tanto
disse
e tanto fece che il principe si affezionò a loro e si
dimenticò
di Perlina.
Alla povera fanciulla ogni giorno
portavano via qualcosa, perdette uno dopo l'altro i suoi bei vestiti, i
gioielli, la sua poltroncina damascata, il letto col baldacchino,
la sua camerina tappezzata di seta, il suo posto a tavola, e alla
fine le permisero di sedersi soltanto nel cantuccio del focolare, dove
stanno i gatti, lasciandole un solo vestito sdrucito che era sempre
sporco
di cenere. Non aveva più nemmeno il suo nome,
perché
per chiamarla gridavano: "Gatta Cenerentola! Cenerentola! Gatta
Cenerentola!".
Dopo un po' di tempo successe che
il principe suo padre doveva andare nell'isola di Adocentina per affari
molto importanti, e chiamando una ad una le sei figliastre domandava
loro
cosa desideravano che portasse al suo ritorno: chi chiedeva ricche
vesti
da indossare, chi ornamenti preziosi per i capelli, chi voleva trucchi
per il viso, chi un giochino passatempo, e questa cosa e quell'altra.
Alla
fine, quasi per prenderla in giro, disse a sua figlia: "E tu che
vorresti
Cenerentola?". Lei rispose: "Vorrei solo questo: che tu portassi
i miei saluti alla colomba delle fate dicendole se mi
mandano
qualcosa; e se te lo dimenticherai vorrei che tu non
potessi più andare né avanti né indietro".
Il principe partì, fece
i suoi affari nell'isola di Adocentina, comprò tutto
quello
che gli avevano chiesto le sei figliastre e si dimenticò come al
solito di Cenerentola, ma quando il vascello sul quale si era imbarcato
levò l'ancora e alzò le vele non riuscì a muoversi
dal porto, come se fosse ancorato da catene invisibili. Dopo aver
provato
di tutto il povero capitano del vascello era tanto stanco che si
addormentò,
e in sogno gli apparve una fata che diceva: "Sai perché il
naviglio non può muoversi dal porto? perché il principe
che
è salito sul tuo vascello non ha mantenuto la promessa fatta a
sua
figlia, ricordandosi di tutte le figliastre e scordando quella che
è
carne della sua carne".
Il capitano si
svegliò e
raccontò il sogno al principe, che mortificato per la sua
mancanza
si recò alla grotta delle fate, portò i saluti di sua
figlia
e chiese se avevano qualcosa da mandarle. Ed ecco che uscì dalla
grotta una fanciulla, così bella e piena di grazia che incantava
chi aveva la fortuna di vederla, e sorridendo gli disse: "Ringrazia tua
figlia di avermi mandato i saluti, le auguro di cuore di essere
felice".
Dopo queste parole gli consegnò quattro cose: un dattero, una
zappettina
d'oro, un secchiello d'oro e un tovagliolo di seta, spiegando che la
prima
era per seminare e le altre per coltivare. Il principe stupito da
questo
dono salutò la fata, risalì sul vascello che subito prese
il mare col favore dei venti e fece ritorno al suo palazzo, dove, dopo
aver dato alle figliastre tutto quello che gli avevano chiesto, diede
finalmente
a Cenerentola il dono della fata colomba.
Allora lei, con una contentezza
che non stava nella pelle, piantò il dattero in un bel vaso, lo
zappettava, lo annaffiava e col tovagliolo di seta mattina e sera
l'asciugava,
così la palma da dattero cresceva a vista d'occhio, e quando
dopo
pochi giorni raggiunse l'altezza di una donna ne venne fuori una
fata che disse: "Cosa desideri?". Cenerentola le rispose che
desiderava
uscire qualche volta dal palazzo per andare a passeggio, senza che lo
sapessero
le sue sorellastre. La fata disse: "Ogni volta che lo desideri,
avvicinati
al vaso del dattero e dì:
Dattero mio dorato,
Con la zappina d'oro ti ho
zappato,
col secchiellino d'oro ti ho
bagnato,
col cencino di seta ti ho
asciugato:
spoglia te e vesti me!
E
quando vorrai spogliarti,
ripeti
queste parole cambiando l'ultimo verso così:
Poco
tempo dopo venne un
giorno
di festa, e quando furono uscite le figlie della maestra tutte
sgargianti,
truccate, eleganti, ingioiellate, infiocchettate e profumate, Perlina
corse
vicino al vaso del dattero e dicendo le parole che le aveva insegnato
la
fata si trovò vestita e agghindata come una regina, e a
cavallo
di un nobile destriero, scortata da dodici graziosi paggi, andò
a passeggio dove andavano le sei sorelle, che rimasero a bocca aperta
di
fronte a lei.
Il caso volle che proprio in quel
momento passasse il re, che vedendo la straordinaria bellezza di
Perlina
ne fu incantato, e se ne innamorò, e ordinò al suo
servitore
più fedele di scoprire che bellezza era quella, chi era e dove
stava.
Il servo si mise subito a
seguirla,
ma lei se ne accorse e gettò una manciata di monete d'oro che si
era fatta dare dal dattero a questo scopo. Le monete attirarono
l'attenzione
del servitore, che per fermarsi a raccoglierle smise di seguire il
cavallo,
e lei s'infilò di corsa in casa, andò dal dattero e disse:
Dattero mio dorato,
Con la zappina d'oro ti ho
zappato,
col secchiellino d'oro ti ho
bagnato,
col cencino di seta ti ho
asciugato:
spoglia te e vesti me!
Si
ritrovò vestita dei
suoi
stracci sporchi di cenere e si era appena seduta nel cantuccio del
focolare
quando rientrarono le sue sorellastre, che credendo di farle rabbia le
raccontarono della bellissima sconosciuta che avevano visto a passeggio.
Intanto il servitore era tornato
dal re e gli dovette raccontare com'era andata: il re diventando rosso
dalla rabbia gli disse che per tre monete aveva perso la cosa che amava
di più al mondo, e che nel prossimo giorno di festa doveva
scoprire
ad ogni costo dove si nascondeva quella fanciulla bella come una stella.
Venne un'altra festa e le
sorellastre
tutte preparate ed eleganti uscirono lasciando la disprezzata
Cenerentola
sola accanto al fuoco; allora lei corse dal dattero e disse
le parole magiche. Ed ecco che uscì fuori dall'albero un
gruppetto
di damigelle, una con lo specchio, una con l'acqua di rose, una col
ferro
per arricciare i capelli, una con il belletto, una con i pettini, una
con
le spille, una con i vestiti, una con gli orecchini e le collane, e
dopo
averla fatta bella e splendente come la luna la fecero salire su
una carrozza tirata da sei cavalli, accompagnata da staffieri e paggi
in
livrea. Quando arrivò nello stesso posto dov'era stata la prima
volta fece restare trasecolate le sorellastre e innamorare ancora
più
pazzamente il re.
Ma mentre tornava a casa, vedendo
che il servitore le andava dietro, gettò una manciata di
pietre
preziose, e quel pover'uomo si fermò a raccoglierle,
perché
non erano cose da lasciare per terra, così lei fece in tempo ad
arrivare a casa e a spogliarsi come al solito. Il servitore
tornò
a palazzo con la coda fra le gambe, e quando il re seppe cos'era
successo
gli disse: "Per tutti i diavoli dell'inferno, giuro che se non mi trovi
quella splendida fanciulla ti faccio morbido dandoti tanti calci nel
didietro
quanti sono i peli della tua barba!".
Venne un'altra festa e appena le
sei sorellastre furono uscite Cenerentola corse accanto al vaso e disse:
Dattero mio dorato,
Con la zappina d'oro ti ho
zappato,
col secchiellino d'oro ti ho
bagnato,
col cencino di seta ti ho
asciugato:
spoglia te e vesti me!
Fu
vestita meravigliosamente,
e
ancora più bella delle altre volte salì su una carrozza
tutta
d'oro, accompagnata da tanti servitori che pareva una regina a
passeggio
con la guardia reale; e dopo aver fatto morire di gelosia le
sorellastre
ripartì, col servitore del re che correva appiccicato alla sua
carrozza,
deciso a non fermarsi per nessuna ragione al mondo. Vedendo che le
stava
sempre alle costole lei disse: "O cocchiere, fa' andare i cavalli
più
forte che puoi!"; ed ecco che l'andatura diventò velocissima e
la
carrozza correva con tanta furia che a Cenerentola cadde una scarpina,
la più bella che si fosse mai vista. Il servitore non ce
la
fece a star dietro alla carrozza che ormai volava, ma raccolse la
scarpina
e la portò al re, raccontandogli cosa era successo.
Tenendo delicatamente la scarpina
tra le mani, il re si sentì ispirato, e espresse il suo
amore
proprio con queste parole:
Se
lo
pedamiento è cossì bello, che sarrà la casa?
o bello
canneliero, dove è stata la cannela che me strude!
o
trepete
de la bella caudara, dove volle la vita!
o belle
suvare attaccate a la lenza d'Ammore, co la quale ha pescato
chest'arma!
ecco, v'abbraccio e ve stregno e, si non pozzo arrevare a la chianta,
adoro
le radeche
e si
non pozzo avere li capitielle, vaso le vase!
già
fustevo cippe de no ianco pede, mo site tagliole de no nigro core;
pe vui
era auta no parmo e miezo de chiù chi tiranneia sta vita
e pe
vui cresce autrotanto de docezza sta vita,
mentre
ve guardo e ve possedo.
Poi
fece chiamare i
trombettieri,
ai quali ordinò che andassero per le vie e le piazze a suonare e
a cantare questo bando:
Il re invita tutte le donne
a
banchetto
tutte tutte le donne al
palazzo
del re.
E
il giorno seguente, che
allegra
scorpacciata ci fu! Da dove erano venute fuori tante paste e pastiere,
torte e tortellini, pasticci e pasticcini? C'era tanta abbondanza di
cose
buone che si sarebbe sfamato anche un esercito.
Vennero tutte le donne, nobili
e popolane, ricche e povere, vecchie e giovani, belle e
brutte,
e dopo che ebbero fatto onore alla tavola sua maestà fece
il brindisi e poi cominciò a provare la scarpina ad una ad
una a tutte le invitate, per vedere a chi calzava a pennello. Sperava
di
riconoscere attraverso la misura e la forma della scarpina la fanciulla
che stava cercando, ma non trovando nemmeno un piede che ci stava
bene si sentì disperato.
Ma non voleva rassegnarsi, e dopo
aver ordinato che facessero silenzio disse: "Tornate anche
domani,
farò preparare qualche cosuccia come oggi, ma mi raccomando, non
lasciate a casa nessuna femmina, per nessuna ragione". Allora il
principe
disse: "Ho una figlia, maestà, ma pensa solo al focolare,
è
una povera disgraziata sempre sporca di cenere e non merita di stare
alla
tua tavola". Disse il re: "Sia lei la prima ad essere invitata,
perché
così desidero e voglio". Come aveva ordinato il re andarono tutti
via e il giorno dopo ritornarono,
con le figlie della maestra di cucito venne anche Cenerentola, e quando
la vide entrare, anche se era vestita di stracci, il re
sentì
il cuore battergli più forte, ma non disse nulla.
Poi, quando tutti ebbero finito
di abbuffarsi, cominciò la prova, e appena fu vicina a Perlina
la
scarpina fece un volo e si mise al suo piedino come se avesse
avuto
la calamita. Il re vide e subito corse a stringerla fra le sue braccia,
poi la prese per mano e l'accompagnò sotto il baldacchino reale,
la fece sedere accanto a sé e le mise una corona splendente sul
capo, ordinando che tutte le donne si inchinassero e le rendessero
omaggio,
perché era lei la regina sua sposa. Le sei sorellastre
morivano
dalla rabbia, e non riuscendo a sopportare questo spettacolo corsero
verso
casa dalla mamma e tutte indispettite ammisero che:
è pazzo chi combatte
con
le stelle
_______________________________________
Nota
Il brano
non
è
tradotto.
I
SETTE COLOMBINI
C'era
una volta nel paese di Arzano una buona donna, che ogni anno partoriva
un figlio maschio, e ne aveva già sette, così belli che
quando
si mettevano in fila sembravano le canne del flauto di Pan.
Quando
anche il settimo cominciò a bere il vino, quella donna rimase
incinta
per l'ottava volta, e i fratelli le dissero: "Devi sapere, cara
mamma,
che se dopo tanti maschi non fai una femmina noi siamo proprio
decisi
a lasciare questa casa e a viaggiare per il mondo, soli e spersi".
La mamma, sentendoli parlare
così,
pregava il Cielo che levasse questa idea dalla loro testa, per non
levare
a lei i suoi sette tesori.
Quando venne il giorno del parto,
i figli dissero: "Noi ora ce ne andiamo su quella collina là
davanti;
se ti nasce un maschio metti sulla finestra una penna e un calamaio, se
fai una femmina mettici un cucchiaio e una conocchia, perché se
vedremo il segno della femmina torneremo a casa e resteremo accanto a
te
tutta la vita, ma se vediamo il segno del maschio ti puoi anche
dimenticare
di noi, perché non saremo più figli di nessuno".
Poco dopo, come il Cielo volle,
la donna partorì una bella femminuccia, e disse alla levatrice
di
darne il segno ai fratelli, ma quella fu così rintronata e
distratta
che ci mise penna e calamaio. Avendo visto questo segno i sette
fratelli
si misero per via e camminarono tanto che arrivarono dopo tre anni in
un
bosco fitto senza sentieri, dentro il quale c'era la casa di un orco.
All'orco
mentre era addormentato erano stati rubati gli occhi da una femmina, e
per questo era tanto nemico di questo sesso che quante gliene
capitavano,
tante ne mangiava.
I fratelli, stanchi per il lungo
cammino e indeboliti per la fame, gli chiesero se per carità
poteva
dar loro un boccone di pane. L'orco rispose che gli avrebbe dato anche
da vivere se volevano servirlo, e non avrebbero avuto altro da fare che
guidarlo un giorno per ciascuno, portandolo come un cagnolino. Sentendo
questo ai giovani sembrò di aver trovato mamma e babbo, e dopo
essersi
messi d'accordo restarono a servizio dall'orco, che avendo imparato a
mente
i loro nomi ora chiamava Giannino, ora Cecco, ora Pino, ora
Nuccio,
ora Peppe, ora Ciccio e ora Tino, perché questi erano i nomi dei
fratelli, e li manteneva e li faceva vivere.
Dopo che era passato molto tempo
la loro sorella era cresciuta, e avendo sentito dire che i suoi sette
fratelli
per una distrazione della levatrice erano andati in giro per il mondo e
non se ne era saputo più nulla, sentì un desiderio
irresistibile
di andarli a cercare, e tanto fece e tanto disse che la mamma, confusa
da tutte le sue preghiere, la vestì da pellegrina e la
lasciò
andare.
E lei, cammina e cammina,
domandando
sempre a tutti quelli che incontrava se avevano visto sette fratelli,
viaggiò
in tanti paesi che alla fine in una locanda le dissero di sì, e
lei si fece insegnare la strada per quel bosco. Così una mattina
arrivò alla casa dell'orco, dove si fece riconoscere e
abbracciò
i suoi fratelli, che maledirono il calamaio e la penna che erano stati
causa della loro disgrazia. E dopo averle fatto tante carezze, le
raccomandarono
di non uscire mai dalla loro camera, perché non la vedesse
l'orco,
e oltre a questo dissero: "Sta' ben attenta, nella camera c'è
una
gatta, e tutte le volte che avrai in mano una cosa da mangiare devi
dargliene
mezza, se non vuoi che ti combini un brutto guaio".
Nina, così si chiamava la
sorella, si impresse nel cuore questi consigli, e quello che aveva lo
divideva
con la gatta come si fa con una buona amica, tagliando tutto in due
parti
uguali e dicendo:
questo a me,
questo a te,
questo alla
figlia del re,
le
dava la sua parte fino
all'ultimo
bocconcino.
Dopo un po' di tempo successe che
i fratelli andarono a caccia per conto dell'orco, lasciandole un
panierino
di ceci da cuocere. Disgraziatamente mentre li sceglieva ci
trovò
una nocciola, che causò la fine della sua pace, perché
appena
se la mise in
bocca senza darne mezza alla
gatta,
quella per dispetto corse sul camino e fece tanta pipì sul
fuoco che lo spense. Nina vedendo cos'era successo non sapeva come
fare,
così uscì dalla camera, entrò nell'appartamento
dell'orco
e chiese un po' di fuoco.
L'orco, appena sentì la
voce di una femmina, gridò: "Vieni vieni, che te lo do io!
aspetta
un po' che hai trovato proprio quello che ti ci vuole!", e così
dicendo prese l'affilacoltelli e cominciò ad affilarsi le zanne.
Appena Nina vide questo terribile spettacolo, raccolse un tizzone
ardente,
scappò nella sua stanza e si barricò dietro la porta,
puntellandola
con pezzi di legno, seggiole, comodini, cassette, pietre e tutto quello
che trovava.
L'orco, appena si fu affilato i
denti, corse alla sua porta e, trovandola chiusa, cominciò a
prenderla
a calci per sfondarla. A questo fracasso accorsero i fratelli e videro
questo macello con l'orco che li accusava di essere sette traditori,
perché
quella stanza era diventata il rifugio delle sue nemiche mortali.
Giannino,
che era il maggiore e aveva più cervello degli altri, visto che
la cosa si metteva male, disse all'orco: "Noi non ne sappiamo nulla di
questa faccenda, può darsi che questa maledetta femmina sia
entrata
per caso nella stanza mentre noi eravamo a caccia. Ma siccome si
è
barricata dentro, vieni con me, che ti porto in un posto da dove
possiamo
passare per saltarle addosso senza che si possa difendere".
Così, preso per mano
l'orco,
lo portò sull'orlo di un fosso molto profondo, e dandogli una
spinta
lo fece cascare di sotto, poi i sette fratelli presero una pala che era
lì vicino e lo coprirono di terra. Allora si fecero aprire da
Nina
e la sgridarono bene bene per l'errore che aveva fatto e il pericolo in
cui si era messa, dicendo che in futuro doveva avere più
cervello
e stare ben attenta a non cogliere mai nulla intorno a quel posto
dov'era
sotterrato l'orco, sennò si sarebbero trasformati in colombini.
"Il Cielo non voglia!", disse
Nina,
"che io vi faccia tanto male!". E così, preso possesso della
casa
e di tutta la roba dell'orco, vivevano allegramente aspettando che
passasse
l'inverno, perché quando la terra sarebbe tornata a fiorire
avrebbero
potuto finalmente mettersi in cammino per tornare ad Arzano.
Dopo un po' di tempo successe
che,
mentre i fratelli erano andati in montagna a far legna per difendersi
dal
freddo che aumentava di giorno in giorno, arrivò in quel bosco
un
vecchio pellegrino che piangeva a vita tagliata, perché un gatto
mammone che aveva svegliato per sbaglio gli aveva tirato in capo una
pigna.
Nina sentendo il pianto uscì di casa, e avendo pietà del
povero pellegrino andò a cogliere una bella rama di
rosmarino
da un cespuglio che era cresciuto sulla fossa dell'orco, e col pane
biascicato
e il sale gli preparò un impiastro per il bernoccolo, poi gli
diede
qualcosa da mangiare e lo rimandò per la sua strada.
Ma quando
apparecchiava la tavola
per i suoi fratelli, vide arrivare sette colombini, che dissero: "Oh,
se
ti si fossero spezzate le mani prima che cogliessi quel rosmarino
maledetto!
O principio di tutte le nostre disgrazie, che ci fai volare sulla
marina!
Hai perso il cervello per trascurare il nostro avvertimento? Eccoci
trasformati
in uccelli, soggetti agli artigli del falco, dello sparviero e
dell'astore,
eccoci compagni di capinere, pivieri, cardellini, cinciallegre,
fringuelli,
pigliamosche, picchi, quaglie, lucherini, rigogoli e pavoncelle! L'hai
fatta bella! Ora torniamo ad Arzano, per finire nelle reti e nelle
panie
dei cacciatori! Per accomodare il capo a un pellegrino hai disfatto i
corpi
dei tuoi sette fratelli, e non c'è nessun modo per rompere
questo
incantesimo, a meno che tu non trovi la mamma del Tempo, che ti insegni
il modo per farci uscire da questa disperazione".
Nina aveva la pelle d'oca e le
si erano rizzati tutti i peli per l'errore che aveva fatto, chiese
perdono
ai fratelli e promise che sarebbe andata per tutto il mondo
finché
non avesse trovato dove stava questa vecchia. E pregandoli di restare
sempre
in casa perché non incappassero in qualche disgrazia fino a che
non tornava, si mise per via, e cammina cammina andava senza stancarsi
mai, perché nonostante andasse sempre a piedi il desiderio di
salvare
i suoi fratelli le faceva fare più strada che se avesse avuto un
cavallo.
Finalmente arrivò a una
spiaggia, dove le onde battevano incessantemente gli scogli, vide
una grande balena, che le domandò: "Bella fanciulla, che stai
facendo?".
Nina rispose: "Sto cercando la casa della mamma del Tempo". "Sai come
fare?"
le disse la balena, "va' sempre a diritto per questa marina, e al primo
fiume che trovi risali il suo corso, poi troverai chi ti
indicherà
il cammino; ma ti prego, quando incontrerai questa buona vecchia
chiedile
per piacere da parte mia se mi insegna un rimedio per nuotare
tranquilla
senza sbattere sugli scogli e senza finire tante volte sulla spiaggia".
"Lascia fare a me", disse Nina,
e ringraziandola per la via che le aveva indicato si mise a camminare
di
buon passo su quella spiaggia, e dopo aver tanto camminato
arrivò
al fiume che si buttava nel mare e cominciò a risalirlo. Giunse
in una bella campagna verdeggiante e trapunta di fiori, dove
trovò
un topo che le chiese: "Dove vai sola sola, bella fanciulla?". Nina
rispose:
"Cerco la mamma del Tempo". "Hai una strada lunghissima da fare," disse
allora il topo, "ma non ti perdere d'animo, tutto finisce prima o poi:
cammina pure verso quelle montagne, che sovrastano questa campagna con
le loro altezze, e avrai migliori indicazioni per la via. Ma fammi un
piacere:
quando avrai raggiunto quello che cerchi, fatti dire da questa buona
vecchietta
che rimedio possiamo trovare noi topi per liberarci dalla tirannia del
gatto, e poi chiedimi quello che vuoi, perché ti obbedirò
a puntino".
Nina, dopo aver promesso di
accontentarlo,
s'incamminò verso le montagne, che per quanto sembrassero vicine
non si raggiungevano mai, eppure in qualche modo riuscì ad
arrivarci,
e si sedette su una pietra perché era stanchissima. Allora vide
un esercito di formiche che trasportavano una grande provvista di
grano.
Una formica chiese a Nina: "Chi sei? e dove vai?", e Nina, che era
gentile
con tutti, le disse: "Io sono una sfortunata fanciulla, e per una cosa
che mi sta molto a cuore cerco la casa della mamma del Tempo".
"Cammina,
va' più avanti," disse la formica, "che dove le montagne si
aprono
in una vasta pianura te ne sarà data notizia. Ma fammi un gran
piacere,
vedi se ti riesce sapere da questa vecchia cosa possiamo fare noi
formiche
per vivere
un po' di più,
perché
mi pare una gran pazzia della Natura farci accumulare tante provviste
di
roba da mangiare per una vita così corta, che quando si potrebbe
vivere bene si spenge come una candela al primo soffio di vento".
"Sta' tranquilla," disse Nina,
"che voglio restituirti il piacere che mi hai fatto", e cammina
cammina
attraversò quelle montagne, poi si trovò in una bella
pianura,
e dopo aver fatto tanta strada trovò una quercia immensa,
testimone delle epoche antiche, quando forniva la dolce ricompensa
della
gloria, che raramente si ottiene in questi tristi tempi.
La quercia con labbra di scorza
e lingua di midollo chiese a Nina: "Dove vai così affannata,
fanciulla
mia? vieni sotto la mia ombra e riposati!". E lei dicendole 'mille
grazie'
si scusò perché andava di fretta a trovare la mamma del
Tempo.
Sentendo questo la quercia le disse: "Ne sei tanto poco lontana che
prima
di aver camminato una giornata intera vedrai su una montagna una casa,
dove troverai quello che cerchi; ma se tu sei gentile quanto sei bella,
cerca di sapere cosa potrei fare per recuperare l'onore perduto,
perché
da corona per i grandi uomini sono ridotta a cibo per i porci".
"Lascia questo pensiero a Nina,"
rispose lei, "che cercherò di accontentarti". E dopo aver detto
queste parole partì, e camminando senza mai fermarsi a riposare
arrivò ai piedi di una ripida montagna, che con la cima andava a
toccare le nuvole, dove trovò un vecchietto che, stanco per il
cammino,
si era buttato su un mucchio di fieno. E lui, vedendo Nina, riconobbe
subito
la fanciulla che gli aveva medicato il bernoccolo, e dopo aver saputo
cosa
stava cercando, le disse che lui era venuto a pagare il suo debito al
Tempo,
che è un tiranno e domina tutte le cose del mondo, e da tutti
riscuote
una tassa, specialmente dagli uomini vecchi come lui. E siccome Nina
gli
aveva fatto un piacere, voleva renderglielo moltiplicato per cento,
dandole
qualche buon consiglio su come salire sulla cima, dove gli dispiaceva
non
poterla accompagnare, perché la sua età, più
adatta
per scendere che per salire, lo costringeva a restare alla falde della
montagna per fare i conti con i segretari del tempo, che sono le
vicissitudini,
i dispiaceri e i dolori della vita, e pagare il debito alla Natura.
Allora le disse: "Ora ascoltami
bene, bella fanciulla mia senza peccato, devi sapere come e in che modo
sulla cima di quella montagna troverai un rudere di casa, che non si
può
sapere quando fu costruita, larghe crepe traversano le sue mura, le
fondamenta
sono marce, le porte divorate dai tarli, i mobili ammuffiti, tutto
è
consumato e distrutto: di qua vedi colonne spezzate, di là
statue
mutilate, l'unica cosa intera è uno stemma scolpito sul portone,
che rappresenta un serpente che si morde la coda, un cervo, un corvo e
una fenice, che come sai è quell'uccello meraviglioso che
rinasce
dalle sue ceneri. Appena entrata vedrai sparse per terra lime sorde,
seghe,
falci, cesoie e cento e cento pentolini di cenere, sui quali sono
scritti
i nomi come sui vasi degli speziali, dove si legge: Corinto, Sagunto,
Cartagine,
Troia e mille altri nomi di città morte e scomparse, il Tempo
ne
conserva le ceneri per ricordo delle sue imprese. Ora, appena sei
vicino
a questa casa nasconditi da qualche parte finché non esce il
Tempo,
e appena lui è uscito tu entri.
Là troverai una donna
così
vecchia che con la barba tocca terra e con la gobba arriva al cielo, i
capelli come la coda del cavallo storno le coprono i talloni, la faccia
sembra un collare pieghettato e inteccherito per l'amido degli anni;
sta
sempre seduta su un orologio infilato nel muro, e siccome ha le
palpebre
tanto grandi e pesanti che le chiudono gli occhi, non ti potrà
vedere.
Appena sei entrata leva i contrappesi all'orologio e poi chiama la
vecchia
e pregala di soddisfare le tue richieste: lei si metterà a
chiamare
suo figlio perché venga subito a mangiarti, ma siccome
all'orologio
sotto di lei mancano i contrappesi, il Tempo non potrà
camminare,
e così sarà costretta a darti quello che chiedi. Ma non
credere
a nessun giuramento che ti farà, finché non giura per le
ali di suo figlio: allora credile e fa' quello che ti dice, che sarai
contenta".
Dette queste parole il poverello
si dissolse come un corpo in un sepolcro quando vede la luce dell'aria.
Nina prese le sue ceneri e dopo averle bagnate di lacrime scavò
una buchina e le sotterrò, pregando che il Cielo desse pace e
riposo
all'anima del pellegrino. E salita sulla montagna, che le fece venire
il
fiatone, aspettò che uscisse il Tempo, che era un vecchio
con una lunghissima barba, indossava un vecchissimo mantello tutto
pieno
di cartellini attaccati col nome di questo e di quello, aveva grandi
ali
e correva così veloce che Nina lo perse subito di vista.
Entrata nella casa della mamma,
rabbrividì per la paura vedendo quella brutta pellaccia, e presi
subito i contrappesi, disse alla vecchia quello che desiderava. Quella
fece un urlo e chiamò il figlio, ma Nina le disse: "Puoi anche
battere
il capo nel muro, perché di certo non vedrai tuo figlio
finché
io tengo in mano questi contrappesi!". La vecchia, vedendosi sbarrata
la
strada, cominciò a lusingarla, dicendole: "Lasciali andare,
tesoro
mio, non fermare la corsa di mio figlio, cosa che nessun uomo vivente
ha
mai fatto da che mondo è mondo! Lasciali andare, che Dio ti
protegga,
e io ti prometto per l'acquaforte di mio figlio, con la quale corrode
tutte
le cose, che non ti farò del male". "Non perdere il tuo tempo,"
le rispose Nina, "devi dire ben altro se vuoi che li lasci andare!".
"Ti
giuro per quei denti che rosicchiano tutte le cose mortali, che
ti
farò sapere quanto desideri". "Non mi fai né caldo
né
freddo," disse Nina, "perché so che tu mi prendi in giro!". E la
vecchia: "E allora sia! Io ti giuro per quelle ali che volano
dappertutto
che ti voglio accontentare più di quanto ti immagini!".
Allora Nina, lasciati i
contrappesi,
baciò la mano alla vecchia, che sapeva di muffa e puzzava di
rancido,
e lei, vedendo la sua garbata cortesia, le disse: "Nasconditi dietro a
quella porta, che appena sarà venuto il Tempo mi farò
dire
quello che vuoi sapere. E appena torna a uscire, perché lui non
sta mai fermo in un posto, puoi svignartela: ma non ti far sentire,
perché
lui è così vorace che mangia anche i suoi figli, e quando
non resta più nulla divora se stesso, e poi torna a germogliare".
Appena Nina si fu nascosta come
le aveva detto la vecchia, ecco arrivare il Tempo, che svelto svelto,
veloce
e lieve rosicchiò tutto quello che gli capitava sottomano,
perfino
la calce sui muri, e quando voleva partire la mamma gli disse tutto
quello
che aveva sentito da Nina, pregandolo, per il latte che gli aveva dato,
di rispondere una per una alle domande che gli aveva posto.
E il figlio dopo mille preghiere
le rispose: "All'albero si può rispondere che non potrà
mai
essere caro alle genti, finché tiene sotterrato un tesoro tra le
sue radici; al topo che non saranno mai al sicuro dal gatto, se non gli
attaccano un campanello alla gamba per sentirlo quando viene; alla
formica
che camperanno fino a cent'anni, se possono evitare di volare,
perché
quando la formica vuol morire mette le ali; alla balena che sia gentile
e si tenga il pesce pilota come amico, che le farà da guida e
non
la manderà di traverso; e ai colombini, che quando si
annideranno
sulla colonna dell'abbondanza ritroveranno la loro forma umana".
Dopo aver detto queste parole,
il Tempo riprese la sua solita corsa; Nina, dopo aver salutato la
vecchia, scese dalla montagna, e giunse in piano nello stesso momento
in
cui arrivavano i sette colombini seguendo le sue tracce, e loro,
stanchi per il lungo volo, andarono tutti a posarsi sulle corna di un
bue
che era morto. Appena l'ebbero toccato tornarono i giovani belli
che erano prima, e meravigliati da quello che era successo ascoltarono
la risposta del Tempo, e capirono che il corno, come simbolo della
capra,
era la cornucopia, e quindi la colonna dell'abbondanza; poi, dopo
aver fatto tante feste a Nina, si avviarono tutti insieme per lo
stesso cammino che aveva fatto lei.
Quando trovarono la quercia le
riferirono la risposta del Tempo, e la quercia li pregò di
toglierle
il tesoro di sotto, perché era quella la causa che aveva
fatto
perdere la buona reputazione alla ghianda. I sette fratelli, presa una
zappa in mezzo a un orto, scavarono tanto finché trovarono una
grossa
giara ricolma di monete d'oro, che divisero in otto sacchetti per
poterle
portare senza comodamente.
Ma dopo un po' erano tanto
stanchi
per il viaggio e per il peso che si misero a dormire accanto a una
siepe,
da dove passarono dei ladroni, che vedendo i poveri giovani
addormentati
col capo sui sacchetti di monete d'oro, dopo averli legati mani e piedi
a degli alberi si presero il tesoro, lasciandoli a disperarsi, non solo
per la ricchezza, che appena trovata era sfuggita dalle loro mani, ma
per
la loro vita, perché, senza speranza di aiuto, correvano
il
rischio di morire di fame o di sfamare qualche animale feroce. Mentre
si
lamentavano della loro maledetta sfortuna, ecco che arrivò il
topo,
che dopo aver sentito la risposta del Tempo, per ricompensarli del
servizio
che gli avevano reso rosicchiò le funi con le quali erano legati
e li rimise in libertà.
Dopo aver camminato per un bel
pezzo, trovarono la formica lungo la via, che dopo aver sentito il
consiglio
del Tempo chiese a Nina perché era così triste e
abbattuta.
Quando la fanciulla le ebbe raccontato della disgrazia che era successa
e del brutto incontro con i ladri, la formica disse: "Aspettate, che mi
capita proprio l'occasione buona per ricambiare il piacere che ho
ricevuto!
Sappiate dunque che, mentre portavo un carico di grano sottoterra, ho
visto
un posto dove questi maledetti birbanti rimpiattano la loro
refurtiva,
perché sotto a una vecchia costruzione hanno fatto dei
nascondigli
dove stipano tutte le cose rubate, e ora che se ne sono andati a
combinare
qualche altro imbroglio io voglio accompagnarvi là e farvi
vedere
il posto, perché possiate recuperare quello che è
vostro".
Dette queste parole si mise in cammino dirigendosi verso alcune case
diroccate
e mostrò ai sette fratelli la bocca di un fosso, dove si
calò
dentro Giannino, che era più coraggioso degli altri, e
trovò
tutte le monete che gli erano state rubate, le riprese e si misero a
camminare
verso la marina.
Là trovarono la balena,
le riferirono le parole del Tempo, che è padre dei consigli, e
mentre
raccontavano del loro viaggio e di tutto quello che era successo, ecco
che videro spuntare i ladroni armati fino ai denti, che avevano seguito
le loro impronte.
Allora dissero: "Ah, poveri noi!
Questa è la volta che di noi si perde anche la memoria,
perché
ora arrivano i malandrini, ci acchiappano e ci tagliano a pezzetti!".
"Non
dubitate," disse la balena, "che sono capace di salvarvi anche dal
fuoco
per ricompensarvi di tutto l'affetto che mi avete dimostrato! salite
sulla
mia schiena, vi porterò subito in un posto sicuro".
I poveri fratelli, vedendosi i
nemici alle spalle e l'acqua alla gola, salirono sulla balena, che
prendendo
il largo dagli scogli li portò davanti a Napoli, dove, non
azzardandosi
a sbarcarli perché il mare era piuttosto basso, disse: "Dove
volete
che vi lasci, lungo questa costiera Amalfitana?". E Giannino rispose:
"Vedi
se puoi fare in un altro modo, bel pesciolone mio, perché a
Massa
si dice 'saluta e passa', a Sorrento 'stringi i denti', a Vico 'porta
il
pane con tico', a Castellammare 'né amico né compare'.
E la balena per accontentarlo si
rigirò e si diresse allo Scoglio del Sale, dove li
lasciò,
e dalla prima barca di pescatori che passava si fecero portare a terra,
e tornati al loro paese salvi, belli e ricchi, colmando di gioia la
mamma
e il babbo si godettero felicemente la vita, per merito di Nina, che
ricordava
sempre quelle antiche parole:
quando
puoi, fa' il bene, e
scordalo.
Si
racconta che una volta, a Piandimeleto, viveva un contadino di
nome
Felice con sette figlie femmine, e tutto quello che possedeva per
mantenerle
era un campo dove coltivava gli agli, ma lui per sentirsi un po’
più
importante lo chiamava ‘la foresta d'agli’. Questo brav'uomo aveva
un
amico che si chiamava Ardito, ricchissimo possidente di boschi a
Torritto, e aveva sette figli maschi; e accadde che il suo
primogenito
Checco, che per lui valeva più della luce dei suoi stessi
occhi, si ammalò, e non si riusciva a trovare un rimedio,
nonostante
innumerevoli medici fossero venuti a visitarlo.
Una volta Felice, dopo tanti
anni,
andò a trovare Ardito, e a un certo punto il suo amico gli
chiese quanti figli aveva. Il povero contadino si vergognò
di dirgli che aveva solo femmine, e gli rispose: "Ho
quattro
maschi e tre femmine". "Ah, bene!" disse Ardito, "speravo proprio
che tu avessi un figlio che Vpotesse venisse a far compagnia al mio
Checco,
e chissà che non lo aiuti a guarire! mi faresti questo gran
piacere?".
Felice, vedendo che si era
messo in un bell'impiccio, non seppe cosa rispondere e gli fece segno
di
sì con la testa, ma tornato a Piandimeleto si sentì tutto
pieno di malinconia, perché non sapeva come mantenere la
promessa
fatta al suo amico Ardito. Non trovando altra soluzione, dopo aver
chiamato
una per una le sue figlie, dalla più grande alla più
piccina,
domandò chi di loro era disposta a tagliarsi i capelli, a
travestirsi da uomo e fingersi un maschio per far compagnia al
figlio
del suo amico che era tanto malato.
A questa proposta la figlia
maggiore,
che si chiamava Bella, rispose: "Cos’è, mi è morto il
padre
che
devo prendere il lutto e
tagliarmi
i capelli?". Linda, che era la seconda, rispose: "Non sono ancora
sposata
e dovrei smettere di portare i capelli lunghi?". Bianca, che era la
terza,
disse: "Veramente ho sempre sentito dire che le donne non devono
mettersi i pantaloni". Rosa, che
era la quarta, rispose: "Maramao! Non puoi mandarmi a cercare la
medicina
che non hanno i
farmacisti per curare un
malato!".
Viola, che era la quinta, disse: "A questo malato gli puoi
dire che si faccia fare un salasso, perché non darei uno solo
dei
miei capelli per i cento fili della vita di un uomo!". Lilia, che era
la
sesta, disse: "Sono nata femmina, vivo da femmina, e da femmina voglio
morire; io non voglio perdere la mia buona reputazione trasformandomi
in
un falso uomo".
La cucciolina, l’ultima figlia,
che si chiamava Vispa, vedendo il babbo che a ogni risposta delle
sorelle
faceva un sospirone, gli disse: "Se non ti basta che mi trasformi in
uomo,
posso anche far finta di essere un animale o bucarmi con uno spillo,
purché
tu sia contento!". "Oh, che tu sia benedetta!", disse Felice,
"perché
in cambio della vita che ti ho dato ora tu mi salvi l'onore e la vita!
Su, non perdiamo tempo, vieni qua che cominciamo". Le
tagliò
subito i capelli, che aveva lunghi e lucenti come tanti fili d'oro, e
dopo
averle rimediato uno vestituccio sdrucito da uomo la accompagnò
a Torritto, dove Viaspa, dicendo di chiamarsi Vispo, fu accolta
da
Ardito e da suo figlio che era sempre a letto malato con tanti baci e
carezze.
Poi Felice ripartì, lasciando Vispa a far compagnia al malato.
Ma Checco, che sotto a quel
vestito
vecchio vedeva brillare una bellezza che incantava, guardandola e
riguardandola e osservandola in ogni particolare, disse fra
sé
e sé: "Se io non ho le traveggole questo maschio deve essere una
femmina: la pelle morbida del suo viso me lo fa sospettare, la
sua
voce me lo conferma, la sua andatura me ne convince, quello che
sento
in cuore mi dà la certezza, e se sono innamorato
dev’essere
vero come l'oro. E' una femmina di sicuro, e sarà venuta qui con
questo trucco di vestirsi da uomo per sorprendermi a farmi morire
d'amore".
Allora sospirò e si sprofondò tanto in questi pensieri
che
la sua malinconia si aggravò, gli salì la febbre, e i
medici
dissero ormai era in fin di vita.
Allora la sua mamma, che
non sorrideva più da quando Checco si era ammalato,
cominciò
a dirgli: "Figlio mio, luce dei miei occhi, bastone della
mia
vecchiaia, ma che roba è questa, che invece di diventare
sempre
più forte perdi la salute e invece di andare avanti vai indietro
come i gamberi? Possibile che tu voglia lasciare nella disperazione la
tua mammina, senza dirle perché stai tanto male, senza
provare
a vedere se c'è una soluzione? Su tesoro mio,
parla,
urla, sfogati, tira fuori il rospo, dimmi una buona volta di che hai
bisogno,
che desiderio vorresti realizzare, e lascia fare a me, vedrai che ti
accontenterò
a qualunque costo!".
Checco, incoraggiato da
queste
parole affettuose, si lasciò convincere a confessare la passione
del suo cuore, e le disse che per lui Vispo era Vispa, e se non gliela
davano in isposa lui aveva deciso di non vivere più. "Piano!",
disse
la mamma, "per metterti l'animo in pace faremo qualche prova per
scoprire
se è maschio o femmina, se nel campo c'è l'albero o
l’erbetta.
Facciamolo scendere nella stalla a montare su un puledro di quelli che
abbiamo noi, scegliendo il più selvaggio, perché se
è una femmina, siccome le femmine di coraggio ne hanno poco,
vedrai
come si impaurisce, e così ci leviamo questo pensiero".
A Checco l'idea piacque
moltissimo
e così mandò Vispa nella stalla, dove le diedero un
puledro indiavolato, e lei dopo averlo sellato lo montò
con
un coraggio da leone e cominciò ad andare al passo che era una
meraviglia,
al trotto che era un incanto, e poi gli fece fare bellissime
piroette,
salti mozzafiato e galoppate strabilianti.
Allora la madre disse a Checco:
"Caro figliolo, levati questa agitazione che ti fa venire la febbre
alta;
hai visto? questo sa stare a cavallo meglio del più esperto dei
cavalieri del re". Ma Checco per questo non si mosse di un pelo dalla
sua
convinzione, e continuò a dire che comunque era una
femmina,
e nessuno avrebbe mai potuto fargli cambiare idea. La mamma per
levargli
questa fissazione gli disse: "Piano bello mio, che faremo la seconda
prova
per farti vedere meglio!". E fatto portare uno schioppo in camera
chiamarono
Vispa, alla quale dissero di caricarlo e di sparare un colpo.
Prendendo l'arma in mano lei
infilò
la polvere da sparo nella canna dello schioppo e l'agitazione nel cuore
di Checco, accese la miccia sul cane e il fuoco in corpo al malato, e
poi
sparò, scaricando lo schioppo e caricando Checco di esplosivi
desideri.
La mamma, dopo aver visto il
garbo,
la disinvoltura e l'abilità con la quale quel giovane aveva
sparato,
disse a Checco: "Levati quell'idea dalla testa e pensa bene che a una
femmina
tutto questo non può riuscire!". Ma Checco, continuando a
discutere,
disse non poteva darsi pace e avrebbe messo la mano sul fuoco,
perché
era sicuro che questa rosa bellissima il gambo non ce l'aveva, e diceva
alla mamma: "Credimi, mamma mia cara, che se quel bell'albero d'amore
darà
un fico a me che son malato, non me ne importerà più un
fico
secco di tutti i dottori. Perciò cerchiamo di saperlo con
sicurezza,
sennò mi riduco
come uno spaventapasseri, e
siccome
non riesco a trovare la strada che cerco per arrivare in un bel
posticino,
finirò in una fossa!".
La povera mamma, che lo
vedeva
ancora più intestardito e impuntato sulla sua idea, gli
disse:
"Vuoi vederci chiaro? E allora portalo a fare una nuotata con te,
così
si vedrà se si tratta di un'arcata o di una colonna, di una
vasca
o di un monumento, di una piazza o di un obelisco". "Brava mamma!"
rispose
Checco, "Non c'è nulla da dire, hai colto nel segno! Oggi
vedrò
se è spiedo o
padella, mattarello o setaccio,
pestello o mortaio". Ma Vispa aveva sentito tutto, e di nascosto
mandò
a chiamare un servitore di suo padre, che era un furbo matricolato, e
gli
diede queste struzioni: "Quando mi vedrai arrivare sulla marina dove
devo
spogliarmi, vieni di corsa e dì che mio padre sta molto male e
vuole
vedermi per l'ultima volta". Il servitore stette ben attento, e
appena
vide che Vispa e Checco erano arrivati al mare e cominciavano a
spogliarsi,
fece come stabilito, servendola alla perfezione. E lei a questa notizia
salutò l’amico malato e si mise a correre a gambe levate verso
Piandimeleto.
Il povero Checco tornò
dalla
sua mamma a testa bassa, con gli occhi gonfi, il viso
pallidissimo
e le labbra smorte, e le disse che il progetto era saltato, e per la
disgrazia
che era capitata al padre di Vispo non aveva potuto vedere la prova
definitiva.
"Non ti disperare", gli rispose la mamma, "perché se la lepre
scappa
il cane la deve rincorrere. Perciò arriverai all'improvviso a
casa
di Felice e chiamerai suo figlio: se non scenderà alla svelta
capirai
che c'è il trucco e scoprirai finalmente cosa c'è sotto".
A queste parole sul viso
impallidito
di Checco ritornò il colore, e la mattina dopo
partì
presto e andò diretto a casa di Felice, lo chiamò e gli
disse:
"Presto, presto, c’è una cosa che devo dire immediatamente a
Vispo!".
Il buon uomo rimase di
stucco,
e gli disse di aspettare un pochino, che l'avrebbe fatto scendere:
Vispa,
per non essere scoperta come femmina, si levò in tutta fretta la
camicetta e la gonnella, si mise il vestito da uomo e scese le scale di
corsa, ma aveva dimenticato di levarsi gli orecchini. E così,
dalle
orecchie di Vispa Checco scoprì quello che tanto aveva
desiderato
sentire, e stringendola forte fra le sue braccia disse: "Voglio
che
tu sia la mia sposa, in barba agli invidiosi, a dispetto
del
destino,
anche se si opponesse la morte!".
Felice, vedendo che Checco aveva intenzioni buone, disse: "Se il tuo
babbo
è contento, io sono arcicontento".
E allora andarono a Torritto,
dove
Ardito e sua moglie, pieni di gioia nel vedere Checco
completamente
guarito e così allegro, accolsero la nuora con immenso
piacere.
A un certo punto chiesero a Felice: "Ma perché l'hai mandata
mascherata
da uomo?". Felice arrossendo rispose: "Perché mi vergognavo a
dire
che avevo solo sette femmine". Allora Ardito replicò: "Siccome
la
fortuna ha voluto dare a te tante femmine e a me altrettanti
maschi,
faremo un viaggio e sette servizi! Va' a prenderle e portale qui da me,
penserò io alla loro dote, perché non mi manca nulla, e
ho
un marito per ciascuna di loro". Felice sentendo queste belle parole
corse
a prenderle e insieme a loro in un batter d'occhio fu di ritorno a
Torritto,
dove si fece una grande festa di nozze con sette coppie di sposi,
tanto bella che le musiche e i canti arrivarono fino alle stelle
e ai sette pianeti.
IL
SERPENTE
C'era
una volta, tanto tempo fa, nel lontano reame di Castelvetro, una casina
su un un poggio, dove col suo marito ortolano viveva una contadina che
desiderava tanto avere un bambino. Ne aveva voglia come un carcerato ha
voglia di fuggire, come un malato ha voglia di guarire, come un povero
ha voglia di soldi, ma nonostante suo marito lavorasse la terra tutti i
giorni lei restava sterile e piena di malinconia.
Un giorno il marito era andato
nel bosco a fare una gran fascina di legna, quando tornò a casa
la sciolse, e scappò fuori tra gli stecchi un piccolo serpente.
"Ecco!" disse la donna, "anche le serpi fanno i loro serpolini, io sola
sono così sfortunata con questo marito che fa nascere tante
piante
ma non sa farmi nascere quello che vorrei!" A queste parole il
serpentello
rispose: "Se non puoi fare i bambini, pigliati me come figliolo, farai
un buon affare e io ti vorrò più bene che a una mamma". A
sentir parlare un serpente la donna s'impaurì tanto che quasi
quasi
sveniva, ma poi si fece coraggio e disse: "Non fosse per altro,
perché
sei così amoroso sono felice di accettarti come se fossi uscito
dal mio ginocchio". Gli assegnò per camerina un buco nel muro, e
gli dava da mangiare con immenso affetto dei pezzettini di tutto quello
che mangiava lei .
Giorno dopo giorno il serpente
cresceva, e quando fu grande disse all'ortolano: "Babbo mio, mi voglio
sposare". "Di sicuro", disse il babbo, "cercheremo una bella serpe come
te e faremo il matrimonio". "Ma che serpe? cosa ho da spartire con
vipere
e bisce? si vede che sei un po' sempliciotto e prendi lucciole per
lanterne!
io voglio la principessa, quindi va' dal re e digli che un serpente
vuole
sposare sua figlia Colombina".
L'ortolano non se ne intendeva
di queste cose, ma andò difilato dal re e gli fece la richiesta
dicendo: "Ambasciator non porta pena, chi la fa l'aspetti e rosso di
sera
bel tempo si spera. Allora, devi sapere, maestà, che il serpente
vuole tua figlia in isposa, e io, siccome sono un ortolano, ti propongo
di provare a mettere nella stessa cesta il mio serpente e la tua
Colombina".
Il re, che a lume di naso vide che era un po' tonto, per
levarselo
di torno disse: "Di' a questo serpente che se mi farà
diventare
d'oro tutti i frutti del parco reale, gli farò sposare mia
figlia.
Vai, vai!", e con una risata lo mandò via.
Quando il contadino riferì
la risposta al serpente, il serpente gli disse: "Va' domattina, e
raccogli
tutti i noccioli di frutta che trovi per la città, seminali nel
parco, e si vedranno meraviglie!"
Appena si alzò il sole il
contadino prese un bel paniere e si mise all'opera. Cammina cammina
andò
per le strade e le piazze della città a raccogliere
noccioli
di pesche, albicocche, ciliegine, amarene, mirabelle, nespole, e tutti
gli altri noccioli che trovò. Poi andò nel parco reale e
li seminò, come gli aveva insegnato il serpente: immediatamente
germogliarono, e in un batter d'occhio crescevano i tronchi delle
piante,
i rami, i fiori e i frutti d'oro scintillante: quando il re si
affacciò
alla finestra vide questo spettacolo e non stava più nella pelle
dalla meraviglia e dalla gioia.
Ma quando l'ortolano, mandato dal
serpente, andò a chiedergli la principessa Colombina, il re
disse:
"Non avere tanta furia, io voglio un'altra cosa per concedergli la mano
di mia figlia: che ricopra tutte le mura e il terreno del parco di
pietre
preziose".
L'ortolano tornò dal
serpente
a riferire questa nuova richiesta, e il serpente gli disse: "Va'
domattina,
e raccogli tutti i cocci che ci sono per terra, gettali intorno al muro
e nei sentieri del parco, e vediamo se mettiamo a posto il re".
Quando le ombre della notte
stavano
svanendo il contadino si mise un paniere sotto il braccio e andò
tra le case a raccogliere vetri di bicchieri rotti, minuzzoli di tappi
e coperchi, cocci di pentole e tegami, bordi di vassoi, manici di
brocche,
orli di vasi da notte, mettendo insieme lampade sciupate, tazze
sbreccate,
vasi da fiori incrinati e tutti i pezzi di piatti e scodelle che
trovò
per le strade. Appena li ebbe gettati dove gli aveva detto il serpente,
si vide il parco rivestito di smeraldi e topazi, intonacato di rubini e
acquamarine, in uno splendore abbagliante. Tutti quelli che passavano
di
lì si fermavano affascinati col cuore ricolmo di meraviglia.
Vedendo questo miracolo il re
rimase
estasiato, e non sapeva se dormiva o era desto, ma quando sentì
che il serpente gli mandava a chiedere di mantenere la promessa, disse:
"Tutto quello che il serpente mi ha procurato fino a ora è
inutile,
se non mi fa diventare d'oro il palazzo".
Ancora una volta l'ortolano
tornò
dal serpente a riferire la terza voglia del re, e il serpente gli
disse:
"Va' e raccogli un gran fascio di erbe d'ogni specie, strofinale contro
le fondamenta del palazzo, e vediamo se accontentiamo questo re",
Senza metter tempo in mezzo
l'ortolano
fece un gran fascio di menta, aglietti, rucola, erba Luigia,
prezzemolo,
basilico, timo, nepitella, e tutte le altre erbe che trovò, e
appena
lo ebbe strofinato alla base il palazzo cominciò a brillare
dappertutto,
come se si fosse scoperto un tesoro, sufficiente a far diventare
ricchi tutti i poveri del reame.
Quando l'ortolano venne a
chiedere
per il serpente la mano di Colombina, il re, rendendosi conto che non
c'era
più nulla da fare, chiamò la principessa e le disse:
"Figlia
mia, per prendere in giro un tuo pretendente gli ho imposto dei compiti
impossibili, ma è riuscito a fare tutto quello che ho chiesto, e
ora devo mantenere la parola data. Ti prego, figlia cara, non farmi
tradire
la mia parola, e accetta il marito al quale ti ho promesso". "Sia
quello
che vuoi tu, mio signor padre", rispose la principessa, "non mi sogno
neanche
lontanamente di cambiare quello che hai fissato per le mie nozze".
Allora il re disse all'ortolano
che il serpente poteva venire a sposare la principessa, e appena il
serpente
lo seppe partì su un carro d'oro, trainato da quattro elefanti
tutti
d'oro.
Quando arrivò in
città
la gente che lo vedeva passare così grosso e terribile fuggiva
terrorizzata,
e i nobili di corte appena entrò nel palazzo reale cominciarono
a tremare e si nascosero di qua e di là, mentre anche i
servitori
e le cameriere se la davano a gambe. Il re e la regina sconvolti dalla
paura gridarono: "Fuggi Colombina, fuggi, si salvi chi può!" e
andarono
a rinchiudersi in uno stanzino mentre la principessa, senza batter
ciglio,
diceva: "Perché dovrei scappare dallo sposo che mi avete dato?".
Ed ecco che il serpente
entrò
nella stanza, avvolse la coda intorno alla vita di Colombina e
cominciò
a baciarla, mentre il re che guardava la scena dal buco della serratura
si sporcò le mutande con una scarica di diarrea e la regina
svenne.
Stringendo la principessa con la coda il serpente la portò nella
camera nuziale e chiuse la porta, poi si scosse la pelle di dosso e si
trasformò in un giovane con i capelli biondi come oro fino, con
occhi tanto belli da innamorare tutte le donne, e abbracciando
Colombina
ottenne tutto il suo amore.
Il re uscì dallo stanzino
e vedendo che il serpente si era chiuso con la principessa, disse alla
regina: " Che il Cielo dia pace all'anima innocente di nostra figlia,
perché
di sicuro quel serpente maledetto a quest'ora l'avrà ingoiata
tutta
intera". E avvicinandosi alla porta della camera degli sposi si
chinò
a guardare dal buco della chiave. Appena vide la bellezza e la
nobiltà
di quel giovane diede un calcio alla porta, entrò con la regina,
raccolsero la pelle di serpente e senza pensarci la bruciarono.
"Ah,
sciagurati!" gridò il principe serpente,"cosa mi avete fatto!",
si trasformò in una colomba e volò alla finestra,
battè
e ribatté contro i vetri finché li ruppe e fuggì,
ferito e insanguinato.
La principessa in pochi istanti
era passata dalla mestizia alla gioia e dalla gioia alla disperazione,
si era sentita prima perduta nelle spire di un serpente, poi felice tra
le braccia di un bellissimo principe, poi disgraziata perché era
volato via; così piangeva, si graffiava il viso e si strappava i
capelli, rimproverando il padre e la madre che per la fretta di
bruciare
la pelle del serpente avevano mandato in fumo il suo matrimonio. Il re
e la regina le dissero che avevano agito per il suo bene, le chiesero
perdono
e cercavano di consolarla, ma lei non smise di piangere, e a notte
fonda,
con un dolore che aumentava ora dopo ora, decise di andare per il mondo
a cercare il suo sposo.
Mise in una borsetta le sue cose
più preziose, uscì da una porticina secondaria, percorse
le vie della città, verso i campi, e continuò a camminare
al lume della luna. A un certo punto una volpe si mise a
trotterellare
accanto a lei, e le chiese se voleva una compagna di strada. La
principessa
le rispose: "Ne sarei felice, perché sono sola, e non conosco la
via". Andando e andando arrivarono a un bosco così fitto che
nemmeno
i raggi della luna riuscivano a illuminare i loro passi, così si
fermarono a riposare sotto un albero accanto a una fontana d'acqua
freschissima.
Dormirono su un letto di erba
soffice
fino al mattino, poi si svegliarono all'alba, e mentre si scaldavano ai
primi raggi di sole gli uccelli zirlavano, fischiavano e gorgheggiavano
tra i rami. La principessa confidò alla volpe che le piaceva
molto
ascoltare il canto degli uccelli, e la volpe le disse: "Ti piacerebbe
anche
di più se tu capissi quello che si stanno dicendo". Siccome la
principessa
era molto curiosa, chiese alla volpe di rivelarle i discorsi degli
uccelli,
e questa, dopo essersi fatta pregare a lungo, le disse: "Stanno
parlando
di una disgrazia, accaduta a un principe, che era così bello che
un'orca si era innamorata perdutamente di lui. Siccome lui non aveva
voluto
saperne del suo amore, l'orca lo aveva trasformato in
serpente:
l'incantesimo non si sarebbe mai spezzato se il serpente non avesse
ottenuto
la mano di una fanciulla di sangue reale. Gli uccelli dicono anche che
c'era riuscito, ma quando aveva appena lasciato la pelle di serpente il
re e la regina l'hanno bruciata, allora lui si è
trasformato
in colomba, e fuggendo da una vetrata si è ferito tanto
gravemente
che sta per morire".
Sentendo che si parlava proprio
della sua storia e della sua disgrazia, la principessa domandò
chi
era questo principe, e se c'era un modo per guarirlo. La volpe rispose
che si trattava di Sauro, unico figlio del re di Belcolle. Quanto
al rimedio, gli uccelli dicevano di sì, che c'era: l'unico
farmaco
capace di far chiudere le ferite dalle quali la vita se ne stava
volando
via era proprio il sangue degli uccelli che raccontavano la storia.
La principessa allora chiese alla
volpe di acchiappare quegli uccelli per mettere il loro sangue in una
ampollina,
così sarebbero andate insieme dal re di Belcolle e curando il
principe
avrebbero avuto una bella ricompensa, che avrebbero diviso a
metà
da buone amiche. "Piano," disse la volpe, "aspettiamo che scenda la
notte,
e appena gli uccelli si addormentano ci penso io, salgo sull'albero e
li
acchiappo uno ad uno".
Passarono quella giornata
parlando
della bellezza del principe Sauro, della sciagura provocata dai
genitori
della sposa, delle magie, dei patimenti e degli incantesimi, poi venne
la sera, e poi la notte. Allora la volpe, controllando che gli uccelli
si fossero addormentati sui rami, salì quatta quatta e li
catturò
uno dopo l'altro, li ammazzarono e riempirono col loro sangue
un'ampollina
che la principessa aveva portato con sé.
Al mattino si misero in cammino,
e la principessa non stava in sé dalla gioia, ma la volpe disse
"Il tuo bel progetto non lo realizzerai, perché ti manca
l'ingrediente
fondamentale, perché al sangue degli uccelli bisognerebbe
aggiungere
il mio!", e scappò. La principessa passò dalla gioia alla
tristezza, ma non si arrese, pensò che nessuna volpe poteva
impedirle
di guarire il suo principe e cominciò a blandirla di lontano con
queste parole: "Volpe, volpina mia, avresti ragione a fuggire se io non
ti volessi bene, ma tu sei tanto cara e io non potrei mai farti del
male,
faremo a meno di guarire questo principe, ma continuiamo a viaggiare
insieme
e chissà quante belle avventure potranno capitarci... vieni,
torna
da me, stai sicura che non ti faccio nulla, vieni..."
Tanto disse e tanto chiamò
che la volpe, che si credeva più furba di tutti, tornò
indietro.
Avevano fatto pochi passi quando la principessa afferrando un bastone
glielo
picchiò sulla testa, e la volpe cascò in terra. La
principessa
le fece uscire appena un pochino di sangue raccogliendolo
nell'ampollina,
e corse nella capitale del reame di Belcolle. Si coprì il capo
con
un velo e bussò alle porte del palazzo, poi chiese a una
guardia
di avvertire il re che era arrivato chi poteva guarire il principe. Il
re scese di corsa e quando vide una fanciulla rimase meravigliato
e
le chiese come pensava di poter riuscire dove i migliori medici avevano
fallito. Colombina rispose: "Ho i miei segreti, maestà, ma
voglio
che mi promettiate che se riuscirò a guarire vostro figlio lo
concederete
a me come sposo". Il re, che aveva già cominciato a piangere la
morte del figlio, le disse: "Se tu me lo rendi bello e guarito,
guarito
e bello io te lo farò sposare, perché se tu mi darai un
figlio
io ti darò un marito".
Salirono insieme nella camera
dove
il principe giaceva sul letto con gli occhi chiusi, già pallido
come un cadavere, e Colombina senza perdere tempo medicò le sue
ferite con il sangue dell'ampollina. Allora Sauro aprì gli
occhi,
sentì che il calore della vita tornava a scorrergli nelle
vene e si alzò perfettamente guarito. Il re lo abbracciò
piangendo di gioia, poi indicò la fanciulla che era in un angolo
della camera, nell'ombra, e gli disse : "Figlio mio, sembravi morto e
ora
sei vivo per merito suo. In cambio della tua guarigione, le ho promesso
che le avresti dato la fede nuziale. Non mi pare troppo per chi ti ha
ridato
la vita.".
"Caro padre mio," rispose il
principe,
"vorrei tanto accontentarti, ma tu hai promesso qualcosa che non ho
più:
ho già dato la mia fede a una principessa che amo e spero che la
fanciulla che mi ha salvato non vorrà farmi tradire la mia
sposa".
Colombina, sentendo quanto il principe Sauro teneva a lei, sentì
una gioia immensa, e arrossendo gli chiese: "Se facessi in modo che
questa
tua sposa rinunciasse e mi lasciasse il suo posto accanto a te,
vorresti
allora essere mio?"
"Mai potrò cancellare,"
rispose Sauro,"la bella immagine che ho nel cuore, e preferirei morire
piuttosto che rinunciare a Colombina!". La principessa non resisteva
più:
aprì le finestre che erano socchiuse, si levò il velo e
si
fece riconoscere. Il principe Sauro pieno di meraviglia la strinse a
sé,
poi con una grande felicità raccontarono al re tutto quello che
era successo e quanto avevano sofferto.
Quello stesso giorno mandarono
a chiamare il re e la regina di Castelvetro insieme alla contadina e
all'ortolano
che avevano curato il serpente come un figlio, e quando si riunirono la
gioia fece dimenticare a tutti le pene passate.
Tanti
secoli fa, lontano lontano, c'era la città di
Finzio,
dove viveva un ricco mercante con sua figlia Pamela, e il suo
più
grande desiderio era vederla sposata. La fanciulla era tanto
bella
che venivano a chiedere la sua mano nobili, borghesi e cortigiani, ma
lei
non ne voleva sapere, perché nessuno era di suo gusto.
Il mercante le voleva molto bene,
e faceva di tutto per accontentarla, così un giorno che stava
per
andare alla fiera di Altobosco le chiese se desiderava qualche regalo.
Allora Pamela rispose: "Babbo mio, se mi vuoi bene portami
mezzo quintale di zucchero raffinato, mezzo quintale di mandorle di
qualità,
mezza dozzina di bottiglie d'acqua di rose, tre vasetti di profumo di
muschio,
trentadue perle, due zaffiri, un po' di granatine, dei rubini e una
matassa
di fili d'oro; se mi vuoi bene portami anche una madia di legno
pregiato
e un rasoio d'argento".
Il mercante rimase a bocca aperta
sentendo questa stravaganza, ma per farla contenta le portò
quello
che gli aveva chiesto. Pamela contenta lo ringraziò e si
fece
portare tutto in camera sua.
Chiuse a chiave la porta e
aprì
la madia, dopo aver tritato le mandorle fini fini le
impastò
con lo zucchero, l'acqua di rose, il muschio, e quando la pasta
fu
bella soda formò un uomo lavorandolo con le mani e col rasoio
d'argento.
Poi gli fece i capelli di fili d'oro, gli occhi di zaffiro, i denti di
perle, le labbra di rubini, e diede colore alle sue guance con le
granatine.
Era tanto bello che se ne innamorò. Gli mancava solo la parola,
e allora Pamela si mise a pregare perché Panepinto,
così
lo aveva chiamato, diventasse un uomo in carne ed ossa.
Pregò
per tanto tempo e con tanto amore che a un certo punto l'uomo di pasta
schiuse gli occhi, cominciò a respirare, poi a parlare, infine
gli
si sciolsero le membra e si mise a camminare.
Pamela era al settimo cielo dalla
gioia, lo abbracciò e lo baciò, poi, prendendolo per
mano,
lo portò da suo padre e disse: "Caro babbo, hai sempre detto che
morivi dalla voglia di vedermi maritata, e allora io per accontentarti
sposerei questo Panepinto, che è fatto proprio secondo i miei
gusti".
Il mercante, che non aveva visto
entrare nessuno in casa sua, non capiva come avesse fatto a uscire
dalla
camera di sua figlia quel Panepinto, splendente di bellezza al punto
che
tanti avrebbero pagato per poterlo guardare, ma senza indagare troppo
diede
la sua benedizione, e fece preparare una grande festa nuziale.
Bisogna sapere che insieme agli
invitati venne anche la regina di Monterotondo, che vedendo Panepinto
decise
di prenderlo tutto per sé. Avendo aperto gli occhi solo da
qualche
ora, Panepinto era ingenuo come un neonato, non conosceva
malignità
né inganni, e quando quella regina, approfittando di un
momento
in cui Pamela non guardava dalla sua parte, lo prese per la mano, lui
la
seguì come un cagnolino. Lei lo fece salire su una carrozza e
tornò
di corsa nel suo regno, senza fermarsi fino al palazzo reale, dove
approfittando
della semplicità di Panepinto se lo sposò.
Quando Pamela si accorse che
Panepinto
era sparito andò a vedere nel cortile se si era fermato a
parlare
con qualcuno, salì in terrazza per vedere se era andato a
prendere
una boccata d'aria, diede un'occhiata anche nel gabinetto per vedere se
era andato per la prima volta a fare i suoi bisogni, ma non lo
trovò
da nessuna parte, così capì che siccome era tanto bello
un'altra
donna doveva averglielo rubato. Promise una grande ricompensa a chi
glielo
avesse riportato, ma il tempo passava senza che nessuno si facesse
vivo,
e allora Pamela, che era già incinta, si travestì da
mendicante
e partì senza sapere dove andare, decisa a viaggiare per il
mondo
finché non avesse ritrovato Panepinto.
Cammina cammina, una sera
bussò
alla casa di una vecchia, che sentendo la sua storia l'accolse come una
figlia, e prima di lasciarla ripartire le insegnò tre formule
magiche:
tricchevarlacche,
ca la casa chiove,
anola
tranola, pizze fontanola,
tafar'
e tammurro, pizze 'n gongole e cemmino.
"Bada
bene," aggiunse "dille
solo
quando non saprai più come fare.". Pamela la ringraziò
per
la sua bontà, anche se non capiva a che servisse questo dono
fatto
solo di parole, e si rimise in cammino dicendo fra sé e
sé
che tutto fa, come quel pescatore che pisciò nel fiume in
secca...
Cammina cammina, dopo un po' di
tempo arrivò proprio nella capitale di Monterotondo, e quando si
trovò davanti al palazzo reale pregò alcune damigelle che
le concedessero rifugio, anche in una stalla, perché aspettava
un
bambino, e mancava poco alla nascita, così le fu permesso
di stare in una camerina che dava sulle scale.
Quale fu la sorpresa di Pamela
quando a sera vide passare il suo Panepinto, tutto vestito da re!
gli andò incontro sorridendo, ma lui non si ricordava più
e non la riconobbe, facendola passare dalla gioia alla disperazione.
Non
sapeva proprio come fare, quand'ecco che si ricordò delle
formule
magiche, e disse la prima:
tricchevarlacche,
ca la casa chiove.
In
un batter d'occhio apparve
una
piccola carrozza d'oro tempestata di pietre preziose, che viaggiava per
tutta la camera trainata da due cavallini bianchi. Le damigelle la
videro
salendo le scale e andarono a dirlo alla regina, che subito scese
giù
per ammirarla. Le piacque tanto che propose di comprarla, avrebbe
pagato
qualunque prezzo, ma Pamela disse che anche se era una mendicante lei
teneva
più ai suoi desideri che a uno scrigno di monete d'oro. Se
voleva
la carrozzina la regina doveva soddisfare un suo desiderio: lasciarla
dormire
per una notte con Panepinto.
Pur meravigliandosi della
pazzia di questa stracciona, che dava via per un capriccio una cosa
tanto
preziosa, la regina disse di sì, ma a sera chiamò
Panepinto,
che era tanto ingenuo e non diceva mai di no, e gli fece bere una coppa
di vino nella quale aveva sciolto un potente sonnifero, poi lo
accompagnò
nella camera di Pamela. Appena si stese sul letto lui si
addormentò
come un ghiro: Pamela aveva sperato che quella notte le sue
disgrazie
sarebbero finite, ma Panepinto non rispondeva ai suoi richiami,
cominciando
anche a russare. Poverina! Si mise a piangere e lamentarsi a voce alta,
ricordando che lei lo aveva impastato di mandorle e zucchero, pregando
perché diventasse vivo e vero, mentre lui alla prima occasione
si
era dimenticato tutto e l'aveva lasciata sola. Per tutta la notte
Pamela
non chiuse la bocca, ma Panepinto non aprì mai gli occhi. Al
mattino
scese la regina, prese per mano il bellissimo re, e se lo portò
via.
Allora Pamela disse la seconda
formula:
anola
tranola, pizze fontanola.
E
questa volta apparve una
gabbia
d'oro con un uccellino di pietre preziose, che cantava come un
usignolo.
Appena lo videro le damigelle, andarono a dirlo alla regina alla quale
piacque tanto che volle comprare anche questa meraviglia, ed era pronta
a pagarla qualunque prezzo. Pamela rispose anche questa volta che per
quanto
fosse mendicante teneva di più al suo desiderio che a tutto il
tesoro
reale: glielo avrebbe dato in cambio di un'altra notte con Panepinto.
La
regina, che aveva già sperimentato il modo di pagarla
senza
perderci nulla, le disse di sì, e prima di mandare nella camera
di Pamela suo marito, gli diede il solito sonnifero.
Pamela, vedendo che anche quella
notte il suo amore dormiva come se l'avessero scannato, dopo aver
provato
inutilmente a scuoterlo e a gridargli nelle orecchie, cominciò a
lamentarsi forte, dicendo cose che avrebbero commosso le pietre,
piangendo
e graffiandosi e strappandosi i capelli, e non smise un solo istante
fino
al mattino, quando venne la regina a riprendere Panepinto, e la povera
Pamela restò lì impietrita dal dolore.
Ma quel giorno Panepinto
sentì
voglia di fichi, e andò a coglierli in un giardino appena fuori
dalla città, dove gli si avvicinò un vecchio ciabattino
che
abitava in una casa vicina al palazzo reale, con la camera accanto a
quella
dove dormiva Pamela. Il vecchietto chiese al re Panepinto se gli sapeva
dire chi era quella mendicante che per due notti intere aveva pianto e
si era lamentata, impedendogli di dormire. Disse quello che aveva
raccontato
la fanciulla, e Panepinto, che cominciava a usare il suo cervello, si
domandò
che significato poteva avere questa storia, e pensò che se
avesse
avuto un'altra occasione di passare la notte con lei non avrebbe bevuto
il vino dopo la cena.
Pamela intanto non aveva altre
risorse che la terza formula della buona vecchia, così la disse:
tafar'
e tammurro, pizze 'n gongole e cemmino.
Immediatamente
la camerina si
riempì
di finissime sete di tutti i colori e di cinture ricamate con
conchiglie
d'oro, tanto belle che in tutto il mondo non si era mai visto l'uguale.
Quando le damigelle andarono a raccontare alla regina di quelle
meraviglie,
la regina scese di corsa perché voleva tutto per sé. E
quando
Pamela disse che non avrebbe venduto quel corredo per tutto l'oro
del mondo, ma glielo avrebbe dato in cambio dello stesso favore delle
altre
due volte, la regina pensò: "Che me ne importa di accontentare
la
povera sciocca se ci guadagno tutte queste vesti di seta e d'oro?", e
le
concesse per la terza volta una notte con Panepinto.
Al solito la regina dopo cena
diede
da bere il vino col sonnifero a Panepinto, ma lui questa volta lo
tenne in bocca, e andò a sputarlo nel gabinetto, poi scese
nella camerina lungo le scale e si stese nel letto, facendo finta di
dormire.
Pamela per la terza volta si mise a raccontare la sua storia, da quando
l'aveva impastato con le sue mani di zucchero e mandorle e gli aveva
fatto
i capelli d'oro e gli occhi di zaffiro e la bocca di rubini. Piangeva e
si lamentava raccontando che glielo avevano rubato e lei che aspettava
un bambino si era messa per via per ritrovarlo, poi aveva dato tre
tesori
di valore immenso solo per averlo nel suo letto, inutilmente!
perché
lui non aveva fatto altro che dormire e russare, e quella notte
morivano
tutte le sue speranze.
Panepinto mentre ascoltava
ricordava
piano piano come un sogno tutto quello che era successo, e riconoscendo
Pamela l'abbracciò e fece tutto quello che poteva per
consolarla.
Avendo ritrovato il suo tesoro lei si consolò tanto che le parve
di essere in Paradiso.
Era ancora notte fonda quando
Panepinto
si alzò piano piano, entrò nella camera della regina che
era immersa un sonno profondo, prese la piccola carrozza d'oro, la
gabbia
con l'usignolo di pietre preziose e il corredo ricamato d'oro che la
regina
aveva portato via a Pamela, prese anche i gioielli e le monete d'oro
che
erano nello scrigno, come ricompensa per tutti i guai che avevano
passato.
Tornò da Pamela e si misero in viaggio, passarono i confini del
reame della regina ladra e proseguirono fino alla città di
Finzio, dove il padre di Pamela si struggeva di dolore
credendo
che fosse morta. Quando la vide con Panepinto ringiovanì di
vent'anni,
e la felicità di tutti salì alle stelle quando nacque un
bellissimo bambino.
La regina di Monterotondo, che
non trovò più né il marito né la mendicante
né le cose preziose, si graffiò tutta dalla rabbia,
imparando
a sue spese quanto siano vere quelle parole:
chi la fa l'aspetti.
_____________________________________________
Nota.
Le formule sono quelle del testo di Basile.
<>C'era
una volta, tanto e tanto tempo fa, nella ricca città
di Fiumefreddo, un re con un unico figlio, di nome Francesco, che era
tutta
la sua speranza. Non vedeva l'ora che si sposasse per dare un erede al
trono, ma il principe era un tipo così solitario e selvaggio,
che
quando il re suo padre gli diceva di sposarsi scuoteva la testa, e se
ne
andava a caccia per una settimana.
Accorgendosi di
diventare
vecchio,
il povero re tentò in tutti i modi di convincere suo figlio a
cambiare
idea, ma Francesco non si lasciò commuovere né dal suo
dolore,
né dai consiglieri che gli spiegavano la necessità di
assicurare
un erede al trono, né dalle preghiere dei suoi sudditi.
Ma un giorno, quando
ormai il
vecchio
re aveva perso tutte le speranze, accadde che, mentre erano riuniti
intorno
alla tavola, il principe pensava alle cornacchie nere che passavano in
cielo e tagliava a metà una ricotta: si tagliò un dito e
due gocce di sangue, cadendo sulla ricotta, fecero un abbinamento di
colori
così bello e pieno di grazia che se ne innamorò. Decise
di
trovarsi una sposa bianca e rossa come quella ricotta colorata dal suo
sangue, e disse al re: "Padre mio, se non riesco a trovare una
fanciulla
così per farne la mia regina, morirò di dolore. Per
nessuna
mi è mai battuto il cuore, e ora lo sento correre per il
desiderio
di una bellezza che abbia il colore del mio sangue. Fammi partire, la
cercherò
fino ai confini del mondo, e quando l'avrò trovata
ritornerò".
Il vecchio re si
sentì
mancare
il fiato, e con un fil di voce gli disse: "Figlio mio adorato, speranza
della mia vita, che pazzia è questa? Non hai voluto sposarti per
darmi un erede al trono, e ora per sposarti vuoi vedermi morire di
dolore?
Non abbandonarmi, non lasciare la tua casa, lascia questa pazzia,
rimani
in questo reame che senza di te andrà in malora!". Ma era come
se
parlasse al vento, e quando vide che non c'era modo di farlo rinunciare
al suo desiderio, il re gli diede una borsa di monete d'oro, qualche
servitore,
e la sua benedizione. Da un balconcino del suo palazzo il re
guardò
Francesco che si allontanava, lo salutò finché
riuscì
a vederlo col canocchiale, e poi si mise a piangere a vite tagliata.
Il principe Francesco
cavalcava
e trottava per boschi e per campagne, per colline e per vallate,
attraversava
pianure e saliva su alte montagne, vedeva paesi e città e
conosceva
gente diversa, tenendo gli occhi ben aperti per trovare la fanciulla
dalla
pelle bianca come la ricotta e rossa come il suo sangue, ma
inutilmente.
Dopo alcuni mesi di viaggio, arrivò a una lontanissima
città
di mare, dove si fermarono i suoi servitori, perché si sentivano
male, mentre il principe si imbarcò su un naviglio genovese, e
navigò
per tanto tempo. Viaggiò per i mari e per gli oceani, cercando
in
tutti i reami, le regioni e le province, guardando in ogni piazza, in
ogni
palazzo, in ogni villa, in ogni casupola, la fanciulla di cui portava
sempre
l'immagine nel cuore.
E tanto navigò e
viaggiò
che arrivò finalmente all'Isola delle Orche, dove, appena la
nave
gettò l'ancora, il principe Francesco scese a terra e
incontrò
una vecchia, secca secca e brutta brutta. Il principe, dopo
averla
salutata gentilmente, le spiegò dopo quale lunghissima avventura
era arrivato all'isola, e la vecchia rimase incantata, sentendo come si
era innamorato perdutamente di una fanciulla che non aveva mai visto,
ed
era andato a cercarla per tutte le terre e per tutti i mari,
affrontando
tanti rischi e tante fatiche. Allora disse a Francesco: "Figlio mio,
fila
via, scappa, perché se dai nell'occhio a tre figli miei, che
sono
golosi di carne umana, la tua vita non varrà un soldo: tutta la
tua avventura avrà fine nella loro pancia, dopo che ti avranno
arrostito!
ma se ti metti a correre come una lepre, senza metter tempo in mezzo,
un
po' più in là troverai la tua fortuna". Rabbrividendo
dalla
paura il principe Francesco seguì il consiglio della vecchia, e
corse senza fermarsi finché non arrivò in un altro paese,
dove trovò una vecchia ancora più vecchia della prima.
Appena
le ebbe raccontato la sua storia per filo e per segno, la seconda
vecchia
gli disse: "Scappa a gambe levate, se non vuoi diventare lo spuntino
dei
miei figli orchetti, ma corri, perché la tua situazione è
proprio nera, e un po' più in là troverai la tua
fortuna".
Il povero principe si mise a correre come se avesse il diavolo alle
spalle,
e dopo un po' di tempo arrivò da un'altra vecchia, che stava a
sedere
su una ruota con un paniere infilato nel braccio, pieno di
pastine
e confetti. Dava da mangiare queste leccornie a un branco di asini, che
poi saltavano in riva a un fiume e tiravano calci a dei poveri cigni.
Francesco, dopo aver
cortesemente
salutato e riverito la vecchia con tanti inchini, le raccontò la
storia del suo lungo viaggio, e la terza vecchia, consolandolo con
buone
parole, gli diede una squisita colazione, e Francesco si leccò
anche
le dita. Quando si alzò da tavola, la vecchia gli diede tre
cedri
che parevano appena colti dall'albero, e gli diede anche un coltello,
dicendo:
"Puoi tornare nel tuo reame, perché ormai la tua ricerca
è
finita: hai quello che cercavi. Va', e quando sarai vicino a
Fiumefreddo
fermati alla prima fonte che trovi e taglia un cedro, ne verrà
fuori
una fata che ti dirà: 'Dammi da bere!'. Dovrai essere
sveltissimo
con l'acqua, sennò la fata scomparirà come l'argento
vivo.
Se non sarai abbastanza svelto la prima volta, aprirai un altro cedro,
e se non ce la farai nemmeno con la seconda fata prova con l'ultimo
cedro,
ma bada di essere prontissimo con la fanciulla perché non ti
sfugga
fra le dita: solo se riuscirai a dissetarla in tempo avrai la sposa del
tuo cuore".
Il principe tutto
contento
baciò
cento volte la mano grinzosa e pelosa della vecchia, e dopo averla
salutata
lasciò l'Isola delle Orche, navigò per l'oceano e per il
mare e finalmente approdò a un porto che era distante un giorno
di cammino dal reame di Fiumefreddo. A un certo punto si trovò
in
un bellissimo boschetto, dove gli alberi erano così fitti che
tenevano
sempre all'ombra i prati e trovò una fonte dalle acque
così
fresche che invitavano a bere: si fermò, prese in mano il
coltello
e cominciò a tagliare il primo cedro.
In un batter d'occhio
apparve una
fanciulla bellissima, bianca come la ricotta e rossa come il
sangue,
che disse: "Dammi da bere!". Francesco rimase a bocca aperta, incantato
dalla bellezza della fata, non fu tanto svelto a darle l'acqua, e quasi
nello stesso istante in cui era apparsa la fanciulla scomparve. Il
principe
si sentì come se lo avessero bastonato: come sa chi, dopo aver
tanto
desiderato e cercato una cosa, la perde proprio quando la sfiora con le
dita. Tagliando il secondo cedro gli successe la stessa cosa, e
sentì
lo stesso colpo. Mentre dai suoi occhi sgorgavano tante lacrime che
anche
lui pareva una fontana, diceva: "Accidenti a me, sono proprio un
disgraziato!
due volte me la sono fatta scappare, due volte, come se
fossi
senza mani! dovrei correre come una lepre, e invece sono più
lento
di una lumaca! se non mi sveglio perdo tutto, dopo l'uno e dopo il due
c'è solo il tre, e se con questo coltello non avrò la mia
fanciulla, mi pianterò la lama nel cuore".
Tagliò il terzo
cedro e
uscì la terza fata, dicendo come le altre due: "Dammi da
bere!",
ma questa volta Francesco nello stesso istante le diede l'acqua.
Finalmente
gli rimase accanto una fanciulla dalla pelle morbidissima e bianca come
la ricotta, con le guance rosse come il sangue, di una bellezza mai
vista
al mondo, con i capelli d'oro fino, così affascinante che
incantava chiunque la guardasse. Il principe non capiva com'era
potuto
succedere, e guardava al colmo della meraviglia
quell'incanto
venuto dal taglio del cedro, non sapendo se sognava o era desto,
domandandosi
come avesse fatto a uscire dal frutto asprigno una cosa più
dolce
del miele, come fosse venuta fuori da un frutto tanto piccolo una
fanciulla
così grande e ben formata.
Alla fine, realizzando
che non
era solo un sogno, perché la fanciulla del suo desiderio era
viva
e vera accanto a lui, la abbracciò a lungo e la coprì di
baci. Dopo mille tenerezze, il principe le disse: "Non voglio, anima
mia,
portarti dal re mio padre senza le vesti preziose che sono adatte alla
tua bellezza e senza il corteo degno di una regina. Perciò, sali
su questo albero di cedro dove i rami sembrano un nido pronto per te, e
aspetta comodamente il mio ritorno. Io correrò al palazzo di mio
padre come se avessi le ali ai piedi, e sarò presto di ritorno
per
condurti al palazzo reale, vestita, ornata e scortata come si
conviene".
Poi la salutò e partì.
Proprio allora venne
alla fonte
una schiava brutta e nera con una brocca: mentre la riempiva, guardando
nell'acqua, vide riflesso il bellissimo viso della fata, e credendo che
quell'immagine fosse la sua si rimirò e disse: "Cosa vedono i
miei
occhi! Sono così bella e devo affaticarmi a riempire la
brocca?
ma neanche per sogno!". Presa dalla collera scaraventò sui sassi
la brocca che andò in frantumi, e andò a casa. Alla sua
padrona
disse: "La brocca si è rotta sui sassi!".
Il giorno dopo la
schiava nera
fu mandata ad attingere acqua con un barilotto, e appena si
chinò
sull'acqua rivide il bel viso. Sospirò e disse: "Una fanciulla
bella
come sono io non deve certo stancarsi a portare un barilotto d'acqua!",
poi
sfasciò il
recipiente e
tornò a casa brontolando. Quando disse: "Un asino per via mi ha
rotto il barilotto", la padrona andò in collera, prese una scopa
e la riempì di botte. Il giorno dopo le diede un otre e la
rimandò
alla fonte, dicendole
che se questa volta non
fosse
tornata
con l'acqua l'avrebbe sistemata. Ma, arrivata alla fonte, la schiava
rivide
la bellissima immagine riflessa nell'acqua, e gridò: "La mia
bellezza
non ha rivali! Dovrei sposare un principe, non stare qui a
faticare per una
padrona che mi
maltratta: ora ci penso io". Si levò uno spillone dai capelli e
tutta inviperita cominciò a bucare l'otre di qua e là,
tanto
che l'acqua zampillava da tutte le parti.
Sul cedro la fata si
era
divertita
vedendo cosa succedeva, e a quel punto non riuscì a trattenere
una
risata. La schiava allora guardò in su, vide la fanciulla tra i
rami, e finalmente capì di chi era il bel viso che si specchiava
nella fontana.
Disse tra sé e
sé:
"Per colpa di quella ho rotto una brocca, una barilotto, un otre, ho
preso
le bastonate, e ora mi prende anche in giro", poi le chiese: "Che ci
fai
lassù bella fanciulla?". La fata, che era gentile quanto bella,
le raccontò tutta la sua storia, e le spiegò che da un
momento
all'altro sarebbe tornato il principe per condurla a palazzo con vesti
sontuose e un corteo regale. La serva pensò che poteva fare la
sua
fortuna, e le disse: "Mentre aspetti il tuo sposo, fammi salire
sull'albero
con te, ti pettino ben bene e ti faccio diventare ancora più
bella!".
Dopo averle detto: "Che tu sia la benvenuta, amica mia!", la fata porse
la sua manina bianca e morbida alla schiava, che la agguantò con
la mano secca e nera e si tirò su. Ma mentre le accarezzava i
capelli,
le piantò lo spillone nel capo, e la fata, sentendosi
trafiggere,
gridò: "Colomba, colomba!", e trasformatasi in una colombina
bianca prese il volo.
Allora la schiava nera
si
levò
i suoi brutti vestiti, li scaraventò lontano, e si
accoccolò
fra i rami ad aspettare. Dopo poco tempo, con un corteo di dame e
cavalieri,
arrivò il principe Francesco, che trovando la brutta serva nera
dove aveva lasciato la candida fata, rimase a lungo senza fiato. Poi
prese
a lamentarsi della sua disgrazia, perché quando credeva di aver
raggiunto il suo paradiso dopo tanto peregrinare, si sentiva
all'inferno,
e mentre credeva di unirsi per sempre alla fata del suo cuore gli
toccava
una schiava così brutta che nessuno avrebbe voluto vederla. Ma
la
donna nera gli disse: "Ehi, principe! sta' buono, io sono fatata: un
anno
lo passo chiara e un anno lo passo scura". Il povero Francesco, visto
che
non c'era rimedio, mandò giù questo boccone amaro, e,
fatta
scendere dal cedro la schiava nera, la vestì, l'adornò da
regina, e la condusse a palazzo in pompa magna. Quando la videro il re
e la regina, si dissero che il loro unico figlio aveva viaggiato come
un
pazzo, per il mondo intero, per trovare una colomba bianca, e poi aveva
portato a casa una cornacchia nera. Ma comunque, come avevano
stabilito,
rinunciarono al regno, e il principe Francesco ascese al trono mettendo
la corona d'oro sul capo di una regina nera come il carbone.
Si preparavano grandi
festeggiamenti
per le nozze, e mentre il cuoco, le fantesche e gli sguatteri correvano
per le cucine reali spennando oche grasse, frollando fagiani, marinando
cinghiali e caprioli, mescolando creme e besciamelle, montando panna e
chiare d'uovo, tritando noci, mandorle, pinoli e canditi, una
colombella
bianca entrò da una finestra della cucina e disse:
Cuoco che cuoci da mane a
sera,
cosa fa il re con la donna
nera?
Dapprima
il cuoco non ci fece
caso,
ma la colombina tornò poco dopo, e quando lo fece per la terza
volta,
ripetendo sempre le stesse parole, il cuoco corse a tavola per
raccontare
di questa apparizione sorprendente. Appena sentì, la regina nera
ordinò che la colomba fosse immediatamente catturata, spennata e
gratinata in padella. Allora il cuoco si diede da fare,
finché
acchiappò la colombella, e, eseguendo l'ordine, le tirò
il
collo, la tuffò nell'acqua bollente per spennarla meglio, e la
mise
al fuoco. Buttò l'acqua e le penne nel vaso che stava su un
balconcino,
e dopo tre giorni spuntò un ramo di cedro che cresceva a vista
d'occhio:
il re affacciandosi a una finestra da quella parte vide il bell'albero
che prima non c'era, e cominciò a domandare chi l'avesse
piantato.
Il cuoco gli raccontò tutta la meravigliosa storia della
colombella,
e il re Francesco, sospettando qualcosa, gli ordinò: "Nessuno
osi
toccare questa pianta, pena la vita! e fa' in modo che sia ben curata,
di tutto punto!".
Dopo pochi giorni apparvero tra
i rami tre cedri come quelli che gli aveva dato l'orca: il re
aspettò
che fossero ben maturi, li colse, si chiuse in camera sua con una
grande
coppa d'acqua fresca, e, con il solito coltello che portava sempre alla
cintura, cominciò a tagliare. Col primo cedro e col secondo gli
capitò come l'altra volta, ma la terza volta fu pronto a dare
l'acqua
alla fanciulla nello stesso istante in cui gliela chiedeva, e gli
rimase
fra le braccia la più bella, uguale all'immagine che aveva
sempre
nel cuore, bianca come la ricotta e rossa come il suo sangue. Era la
stessa
fata che aveva lasciato sull'albero, e gli raccontò tutto il
male
che le aveva fatto la schiava nera.
Nessuno riuscirebbe a raccontare
l'allegria e la soddisfazione di Francesco, che non riusciva a stare
nella
pelle dalla contentezza, e non avrebbe mai smesso di abbracciare
e di baciare la fata rinata dal cedro. Poi le fece indossare una veste
regale, le pose un prezioso diadema sui biondi capelli, la prese per
mano
e la portò nel salone dove erano riuniti tutti i cortigiani per
festeggiare le nozze. Li chiamò uno a uno, chiedendo loro:
"Ditemi,
che pena dareste a chi facesse del male a questa meravigliosa
creatura?".
I cortigiani e tutti i nobili invitati rispondevano che se qualcuno le
avesse fatto del male avrebbe meritato una corda intorno al collo, o
una
sassaiola mortale, o un veleno, o il rogo, o di essere messo in una
botte
chiodata e rotolato lungo una montagna, o di essere buttato in mare con
una pietra al collo.
Infine il re lo chiese alla
regina
nera, e lei rispose: "Meriterebbe di essere bruciata e le sue ceneri
andrebbero
buttate dalla cima della torre!". "Tu hai pronunciato la tua condanna",
disse il re Francesco, "è proprio questa la fanciulla che hai
infilzato
con lo spillone, è lei la colombella che hai fatto sgozzare e
gratinare!
chi fa il male, il male aspetti".
L'ORSA
Si
racconta che c'era una volta il re di Roccapalumba che aveva una sposa
perfettamente bella. Ma quando era ancora nel fiore degli anni la
regina
si ammalò tanto gravemente che nessuno riuscì a guarirla,
e sentendo che la sua ora era arrivata chiamò il re e gli disse:
"So che mi hai sempre amato con tutto il cuore, e ora che la mia vita
finisce
voglio l'ultima prova del tuo amore: promettimi che non ti
risposerai
mai se non trovi una donna bella come me, o ti giuro che ti
odierò
anche nell'altro mondo".
Il re, che le voleva un bene
inimmaginabile,
sentendo il suo ultimo desiderio scoppiò in pianto, e per un bel
pezzo non riuscì a pronunciare una parola. Alla fine,
interrompendo
il suo lamento, le disse: "Piuttosto che risposarmi, voglio che il
fulmine
mi incenerisca, meglio essere trafitto da una spada, meglio essere
sbranato
dalle bestie feroci. Sai tesoro mio, nemmeno in sogno potrei amare
un'altra
donna, perché tu mi hai fatto innamorare la prima volta, e tutto
il mio amore morirà con te". Mentre diceva queste parole, la
moglie
stava già rantolando, poi rigirò gli occhi e rimase secca.
Il re, vedendo che se ne era
andata,
lasciò andare le lacrime e si mise a gridare, quelli che erano
nel
palazzo accorrevano e vedevano il re che si strappava i peli della
barba,
chiamando per nome la sua povera sposa, maledicendo il destino che
gliela
aveva rubata e le stelle che gli avevano mandato questa disgrazia.
Ma morto un papa se ne fa un
altro,
e poco tempo dopo il re cominciò a dire fra sé e
sé:
"Dunque, ora mi è morta la moglie e sono restato vedovo. Sono
solo
con questa povera bambina che mi ha lasciato e non ho neanche un figlio
maschio, dovrei fare in modo di avere un erede, ma dove la vado a
cercare
la donna che mi ci vuole? E dove si potrebbe trovare una bella come
quella
che mi è morta? Ora sì che sono nei pasticci! Con quella
promessa mi ha messo in un labirinto dal quale non potrò mai
uscire,
povero me! Ma non è giusto che io rinunci prima di provare, via,
è mai possibile che in tutto il mondo non ci sia una donna che
possa
prendere il posto di mia moglie? Perché dovrei rinunciare a
vivere,
con tutte le donne che ci sono dappertutto?".
Così dicendo fece subito
pubblicare un bando, col quale ordinava che tutte le donne belle del
mondo
venissero da lui per una gara, la più bella sarebbe diventata
sua
sposa e regina di Roccapalumba. La notizia si diffuse dappertutto e
tutte
le donne vennero a tentare la fortuna, anche le più brutte,
perché
quando si parla di bellezza non c'è donna che si tiri indietro,
arrivano anche le più brutte e racchie, e se lo specchio
riflette
una figura storta dicono che lo specchio è sciupato.
Il re le fece mettere in fila e
camminando le guardava come il Gran Turco quando entra nel serraglio
per
scegliere la scarpa per il suo piede; andava in su e in giù
tutto
agitato, adocchiandone una e squadrandone un'altra, questa gli sembrava
troppo bassa, quella spilungona, una aveva il naso schiacciato, l'altra
le labbra troppo grosse, quella era grassa e questa troppo secca, una
era
troppo seria e un'altra pareva sciocca, avevano la pelle troppo scura o
i capelli sbiaditi, troppo pallore o troppo rosso.
Alla fine le rimandò via
tutte, chi per un difetto e chi per un altro, e disperando di trovarne
una davvero bella era deciso a farla finita, quando incontrò sua
figlia per le scale, e si disse: "Ma cosa speravo di trovare in giro
per
il mondo, se mia figlia Preziosa è bella proprio come la sua
mamma?
Ho questa meraviglia qui a palazzo e andavo a cercarla lontano!".
Disse subito a sua figlia quello
che pensava e si prese una sfuriata piena di sdegno. Allora si
arrabbiò
e disse: "Rimetti la lingua tra i denti e non provarti a discutere la
mia
volontà, stasera io e te ci sposiamo, e se ti rifiuti finirai a
pezzettini".
Quando Preziosa sentì qual
era la volontà di suo padre si chiuse in camera disperata, e si
mise a piangere graffiandosi e strappandosi i capelli,
finché
arrivò una vecchietta che vendeva i profumi, e trovandola fuori
di sé, dopo aver saputo cosa le era successo, disse: "Sta'
di buon animo, bambina mia, non disperarti, perché non
c'è
male al quale non si possa trovare un rimedio, fuorché la morte.
Ora ascolta: quando tuo padre, che è diventato un asino,
verrà
in camera tua per fare lo stallone, mettiti in bocca questo steccolino,
e immediatamente ti trasformerai in un'orsa; allora scappa,
perché
lui s'impaurirà e ti lascerà fuggire, e va' diritto nel
bosco,
dove è nascosta la tua fortuna. E quando vuoi mostrarti
fanciulla,
come sei e resterai sempre, basta che ti levi lo steccolino di bocca e
tornerai alla tua vera forma".
Preziosa, dopo aver abbracciato
la vecchia e averla ricompensata con generosità, la mandò
via; quando venne la sera il re fece venire i suonatori, e
invitò
tutti i suoi nobili a una grande festa, ballarono per parecchie ore e
poi
si misero a tavola, e quando ebbero finito di mangiare e bere il re
andò
a letto. Ma appena ordinò a sua figlia di venire accanto a
lui, Preziosa si mise lo steccolino in bocca, si trasformò
immediatamente
in un'orsa terribile e lo assalì. Il re atterrito da questo
incantesimo
si arrotolò dentro i materassi, e non mise fuori il naso nemmeno
la mattina dopo.
Intanto Preziosa uscì
fuori
e prese la strada per il bosco, tanto fitto che non c'entrava mai un
raggio
di sole, dove stava a parlare dolcemente con gli altri animali,
finché
un giorno venne a caccia in quelle terre il figlio del re di
Acquedolci,
che quando vide questa orsa quasi morì dallo spavento. Ma
accorgendosi
che questo animale tutto festoso si accucciava, dondolava la coda come
un canino, e gli veniva dietro, si sentì riavere, e facendogli
le
carezze, dicendogli 'cuccia cuccia, micio micio, titti, fufi, ciccia
ciccia,
puccino, vieni vieni', se la portò a casa, e ordinò che
la
trattassero con tutti i riguardi, come facevano con lui stesso,
facendola
stare in un giardino accanto al palazzo reale, per potersela guardare
da
una finestra quando ne aveva voglia.
Una volta che tutti erano usciti
dalla casa e il principe era rimasto solo, si affacciò per
vedere
l'orsa e vide Preziosa, che per curare i suoi capelli, dopo esservi
levata
lo steccolino di bocca, si pettinava le trecce d'oro. Per questo,
vedendo
una bellezza inimmaginabile rimase tutto sconvolto, poi si buttò
per le scale e corse nel giardino. Ma Preziosa, accorgendosi
dell'assalto,
s'infilò lo steccolo in bocca e tornò com'era prima.
Arrivato giù il principe,
non trovando quello che aveva visto da sopra, se la prese tanto per
questo
scherzo che gli venne una grande malinconia, in pochi giorni cadde
ammalato,
e diceva sempre: "Orsa mia, orsa mia!".
La madre, che sentì questo
suo lamento, immaginò che l'orsa gli avesse fatto qualcosa di
male,
e diede ordine che venisse uccisa. Ma i servitori, affezionati a lei
perché
era così buona e mansueta che conquistava tutti, non ebbero
cuore
di macellalarla e la portarono nel bosco, mentre dissero alla regina
che
l'avevano uccisa.
Quando questa notizia
arrivò
alle orecchie del principe gridò cose da non credersi, si
levò
dal letto e voleva fare una strage di servitori; e dopo aver saputo da
loro com'erano andate le cose saltò sul cavallo e correndo
come un pazzo girò tanto e tanto cercò che riuscì
a trovarla, se la riportò a casa, la fece entrare in una stanza
e le disse: "O bel bocconcino da re, che stai rifugiato in questa
pelle!
Perché mi hai fatto le feste e mi hai seguito, per vedermi
cadere
malato e consumato di malinconia? Io muoio disperato, confuso e
allucinato
dalla tua bellezza, guarda come sono pallido, sono ridotto pelle e ossa
perché il desiderio di te mi consuma tutto. Ti supplico, levati
questa coperta pelosa, fammi vedere la tua pelle splendente, scosta la
tenda di pelliccia e vieni fuori, meravigliosa fanciulla! Chi è
stato che ha imprigionato in un baule di duro cuoio la tua tenerezza?
Rivelati
a me e scopri il mio cuore, non ho altro desiderio che te al mondo".
Ma dopo aver parlato tanto, non
ricevendo nemmeno un piccolo cenno di risposta, si ributtò a
letto,
gli venne un brutto male, e i medici dissero che forse non c'era
più nulla da fare. La mamma, che non aveva altro che lui, seduta
accanto al letto gli disse: "Figlio mio, da dove viene questa
disperazione
furiosa? che cos'è questa nera malinconia che ti prende? Tu sei
giovane, sei amato, sei grande, sei ricco: cosa ti manca, figlio mio?
parla,
a chi non bussa non si apre la porta. Se vuoi una sposa, tu la
scegli
e io la procuro, tu compri e io pago. Non vedi che il tuo male fa male
anche a me? Se il tuo polso batte forte, a me viene il batticuore, se
bruci
di febbre io mi sento andare in fumo il cervello, perché ho solo
te nella vita. E allora sta' contento e accontentami, questo
regno
senza te è perduto, il nostro casato finisce e io son disperata".
Il principe, sentendo queste
parole,
disse: "Nessuna cosa mi può dar conforto se non la vista
dell'orsa.
Perciò se mi vuoi vedere star bene, falla stare in questa
stanza,
e non voglio che nessun altro pensi a me e mi faccia il letto e da
mangiare,
solo lei e lei sola, e di certo con questo piacere guarirò in
quattro
balletti".
La mamma, pur sembrandole uno
sproposito
che l'orsa facesse la cuoca e la cameriera e pensando che suo figlio
aveva
perso la testa, volle accontentarlo e la fece venire. E lei,
avvicinatasi
al letto del principe, alzò la zampa e toccò il polso del
malato, cosa che terrorizzò la regina, convinta che da un
momento
all'altro gli avrebbe sbranato il naso.
Ma quando il principe disse
all'orsa:
"Puccina mia, non vuoi cucinare per me e darmi da mangiare e farmi le
cose?",
lei abbassò il capo facendo capire che accettava. Allora la
regina
ordinò che portassero un po' di galline e che accendessero il
fuoco
nel camino della camera per far bollire l'acqua. L'orsa prese in mano
una
gallina, la scottò e la spennò con garbo, e dopo
averla
svuotata ne infilò una parte nello spiedo e con l'altra parte
preparò
un bel gratinato, che il principe, al quale non riuscivano a far
inghiottire
nemmeno lo zucchero, mangiò tutto leccandosi le dita, e quando
ebbe
finito di mangiare l'orsa gli diede da bere con tanta grazia che la
regina
la volle baciare in fronte.
Fatto questo, mentre il principe
era sceso a fare quella roba che guardano i medici per giudicare come
sta
il malato, l'orsa rifece subito il letto e, correndo in giardino, colse
un bel mazzo di rose e fiori di cedrangolo e ce li sparse, tanto che la
regina disse che questa orsa valeva un patrimonio, e che aveva proprio
ragione suo figlio a volerle bene.
Ma il principe, vedendo con che
cortesia lo serviva, sentì ravvivarsi il fuoco d'amore, e se
prima
si consumava piano piano, ora rischiava di finire in un colpo solo, e
disse
alla regina: "Mamma, signora mia, se non do un bacio a questa orsa,
rimango
senza fiato!". La regina, che lo vedeva perdere i sensi, disse:
"Bacialo,
bacia, bell'animale mio, non vedi che questo povero figlio mio sta
morendo?".
E come l'orsa si accostò,
il principe dopo averla presa a pizzichini non si stancava di baciarla,
e mentre stavano muso a muso non so come scappò lo steccolino
dalla
bocca a Preziosa e restò fra le braccia del principe la creatura
più bella del mondo. E lui, tenendola stretta forte fra le
braccia,
le disse: "Ti sei fatta acciuffare scoiattolina, non mi scappi
più
senza ragione!".
Preziosa, spandendo il colore
della
vergogna sulla sua naturale bellezza, gli disse: "Sono già nelle
tue mani, ti affido il mio onore e rifletti pensa e mettimi dove vuoi".
Alla regina che domandò chi era questa bella fanciulla e cosa
l'aveva
costretta a quella vita selvatica, lei raccontò per filo e per
segno
tutta la storia delle sue disgrazie; per questo la regina, lodandola
perché
era buona e onorata, disse al figlio che era felice che la sposasse.
E il principe, che non chiedeva
nient'altro che questo dalla vita, le diede la fede, mentre la loro
bellissima
unione fu festeggiata in tutto il reame di Acquedolci, dove vissero
felici
per sempre.
MIO
BEL BAMBINO
C'era
una volta una mamma che aveva tre figlie e, a causa della grande
povertà
che con tante disgrazie e rovesci di fortuna era entrata in casa sua,
le
mandava in giro a chiedere l'elemosina per sopravvivere.
Una mattina aveva raccattato
qualche
foglia di cavolo buttata dalla finestra dal cuoco di un palazzo, e
volendo
cuocerle chiese alle sue figlie di andarle a prenderle un po' d'acqua
alla
fontana. Loro si misero a litigare, la prima diceva che doveva andarci
la mezzana, e la mezzana rispondeva che questa volta toccava alla
prima,
tanto che alla fine la povera mamma disse: "Vorrà dire che ci
penserò
io", e prese la brocca per andarci lei, anche se era tanto vecchia che
si reggeva male sulle gambe.
Ma Alma, che era la più
piccina, disse: "Dammela a me mammina, che anche se ho poca forza
voglio
risparmiarti questo lavoro". Si prese la brocca e andò fuori
dalla
città, dove c'era una fontana intorno alla quale sbocciavano
tanti
fiori variopinti, e mentre riempiva la brocca apparve uno schiavo, che
le disse: "Mia bella fanciulla, se tu volessi venire con me a una
grotta
che è poco distante, avresti tanti bei regali".
Alma, che sognava sempre di
ricevere
un regalo, gli rispose: "Fammi portare quest'acqua alla mia mamma che
mi
aspetta, e poi torno qui". E, riportata a casa la brocca, con la scusa
di andare a cercare qualche scheggia di legno per il fuoco,
tornò
alla fontana, dove lo schiavo l'aveva aspettata, e s'incamminò
con
lui, che facendola passare dentro a una grotta di tufo ornata
d'edera
e capelvenere la portò in un bellissimo palazzo sotterraneo,
tutto
sfavillante d'oro, dove fu subito apparecchiata per lei una tavola
meravigliosa;
nello stesso tempo apparvero due belle cameriere, che la spogliarono
dei
poveri stracci che aveva addosso e la vestirono come una principessa. E
a tarda sera la misero in un letto tutto ricamato di perle e d'oro
dove,
appena si spensero le candele, qualcuno si coricò accanto a lei.
Successe la stessa cosa per
alcuni
giorni, quando a un certo punto la fanciulla sentì un gran
desiderio
di vedere la mamma, e lo disse allo schiavo, che andò in una
stanza
a parlare con qualcuno, e tornato con una grande borsa di monete d'oro
le disse: "Questa borsa portala alla tua mamma, ma non scordarti nulla
lungo il cammino, e torna presto, senza dire a nessuno da dove sei
venuta
né dove sei stata".
Quando Alma andò a casa
le sue sorelle vedendola così bella, ben vestita e piena di
gioie,
sentirono crescere un'invidia che quasi le strozzava. E quando Alma
voleva
andare via, la mamma e le sorelle la volevano accompagnare, ma lei,
rifiutando
la compagnia, tornò al palazzo entrando dalla stessa grotta.
Passò tranquilla un po'
di mesi nello stesso modo, ma a un certo punto le tornò la
voglia
di vedere la mamma, e lo schiavo consultandosi con qualcuno le
permise
di andare e le diede un'altra grande borsa di monete d'oro ricordandole
di tornare presto e che non doveva far sapere a nessuno da dove veniva
e dove stava.
Dopo che la stessa cosa si fu
ripetuta
tre o quattro volte, aumentando ad ogni visita l'invidia delle sorelle,
alla fine queste brutte arpie si diedero tanto da fare che
seppero
da un'orca tutto quello che era successo, e quando Alma tornò da
loro le dissero: "Anche se tu non hai voluto raccontarci nulla della
fortuna
che ti è toccata, noi sappiamo tutto: ogni notte, siccome ti
fanno
bere del vino col sonnifero, non puoi accorgerti che dorme con te un
giovane
bellissimo. Ma non ti potrai mai godere tutta la felicità se non
ti decidi a seguire il nostro consiglio. In fondo siamo noi le tue
sorelle,
e chi può volerti più bene? Noi vogliamo che tu stia
ancora
meglio e che sia ancora più contenta di come sei. E allora,
quando
la sera vai a dormire e lo schiavo ti porge il bicchiere, tu fai finta
di girarti per prendere il tovagliolo e mentre non ti vede butti via il
vino, che così puoi stare sveglia tutta la notte. E appena avrai
visto il tuo sposo addormentato apri questo catenaccio, perché
l'incantesimo
deve rompersi anche se lui non vuole, e tu diventerai la signora
più
felice del mondo".
La povera Alma, che non sapeva
che le sorelle parlavano come colombine ma erano delle serpi velenose,
credette alle loro parole e, preso il catenaccio, tornò al
solito
palazzo passando dalla grotta. Poi, quando venne la notte, fece come le
avevano insegnato quelle bugiarde, e appena tutto fu silenzioso e
tranquillo
con l'acciarino accese una candela e vide steso accanto a lei un
miracolo di bellezza, un giovane che avrebbe incantato chiunque lo
avesse
visto. Innamorata del bellissimo sposo, disse: "Giuro che ora non ti
lascio
più scappare!", e preso il catenaccio lo aprì,
così
vide un gruppo di donne che portavano sulla testa tante belle matasse
di
filo. Quando una di loro lasciò cadere una matassa, Alma,
che era tanto gentile, non ricordandosi più dov'era, le
gridò:
"Signora, raccogli la tua matassa!". A quello strillo il giovane si
svegliò,
e gli dispiacque tanto essere stato scoperto che immediatamente
chiamò
lo schiavo, fece rimettere ad Alma gli stracci con i quali era
arrivata
e la mandò via anche se era in cinta. Lei, pallida come
dopo
una terribile malattia, tornò dalle sorelle, ma quelle crudeli
la
mandarono via con sgarbo e brutte parole.
Allora si mise a chiedere
l'elemosina
vagando per il mondo, finché poverina, dopo mille patimenti,
quando
era vicina a partorire, arrivò alla città di Torrelunga,
e bussò al palazzo reale chiedendo che la lasciassero entrare
per
riposare anche su un po' di paglia. Una damigella di corte che era
buona
l'accolse gentilmente, e venuto il tempo Alma partorì un bambino
maschio tanto bello che era una meraviglia a guardarlo.
La prima notte dopo la sua
nascita,
mentre tutti gli altri dormivano, entrò un bellissimo giovane in
quella stanza, prese in braccio il piccino e cullandolo disse:
O mio bambino, mio bel
bambino,
se lo sapesse la regina
ti laverebbe nella conca d'oro
ti fascerebbe con le fasce
d'oro:
e se il gallo non
canterà
mai più nessuno ci
separerà.
E
dopo queste parole, al primo
canto
del gallo, sparì come se fosse stato d'argento vivo.
La damigella aveva sentito tutto,
e siccome quel bellissimo giovane veniva ogni notte, diceva quelle
parole
e spariva al primo canto del gallo, andò a raccontarlo alla
regina,
che appena fu giorno fece un crudele bando, che ordinava di tirare il
collo
a tutti i galletti di Torrelunga, rendendo vedove in una volta sola
tante
povere galline.
La regina andò in quella
stanza ed era ben sveglia quando arrivò il giovane, che come
ogni
notte, cullando il bambino fra le sue braccia, disse:
O mio bambino, mio bel
bambino,
se lo sapesse la regina
ti laverebbe nella conca d'oro
ti fascerebbe con le fasce
d'oro:
e se il gallo non
canterà
mai più nessuno ci
separerà.
La
regina riconobbe suo
figlio,
e all'alba corse ad abbracciarlo, liberandolo dalla maledizione di
un'orca:
che vagasse per il mondo finché la sua mamma non lo avesse
abbracciato
all'inizio di un giorno in cui nessun gallo avrebbe cantato.
La regina era felice, e dopo
aver
saputo tutta la storia celebrò con grandi feste le nozze di suo
figlio con Alma, che si trovò sposata con un principe
meraviglioso.
E le sorelle, quando seppero che aveva sposato il principe, con una
gran
faccia tosta vennero a trovarla, ma ebbero quello che si meritavano,
perché
nessuno volle farle entrare, così sempre più divorate
dall'astio
si accorsero che dall'invidia non avevano ricavato un accidente.
PREZZEMOLINA
C'era
una volta, lontano lontano, una donna incinta stava affacciata a una
finestra
che dava sul giardino di un'orca, e siccome vide un bel quadratino di
prezzemolo
gliene venne tanta voglia che si sentì svenire.
Così,
non potendo resistere, guardò che non ci fosse l'orca e
andò
a prenderne un bel ciuffo. Ma quando l'orca ritornò a casa
pensò
di fare la salsa verde, e andando a cogliere il prezzemolo si accorse
che
qualcuno lo aveva strappato. Disse fra sé e sé: "Che io
possa
schiantare se non afferro questa mano lesta e non la faccio pentire,
dovrà
imparare a sue spese a mangiare nel suo piatto senza inzuppare di
nascosto
nelle pentole degli altri".
La povera donna incinta con
quella
voglia di prezzemolo continuava a scendere nell'orto, e una mattina
l'orca
ce la prese, e tutta arrabbiata e inviperita le disse: "Ti ho
acchiappato,
ladra matricolata! Mi paghi forse l'affitto dell'orto, per venire a
cogliere
la roba quando ti pare e piace? Ti giuro che questa volta non la passi
liscia!".
La donna disperata
cominciò
a chiedere scusa, dicendo che non aveva ceduto alla tentazione
perché
fosse golosa o ingorda, la sua colpa dipendeva dal fatto che era
incinta
e aveva paura che non soddisfacendo quella voglia la creatura che aveva
in seno avrebbe potuto nascere con le voglie di prezzemolo su tutto il
corpo. "Queste sono solo chiacchere," tuonò l'orca, "e non
pensare
di accontentarmi con parole a vanvera! Preparati a pagare la tua colpa
con la vita, a meno che tu non prometta di darmi quello che ti
nascerà,
maschio o femmina che sia". La povera donna, per scampare al pericolo
mortale
in cui si trovava, accettò questo patto, e l'orca la
lasciò
andare.
Quando venne il tempo, nacque una
bambina così bella che ci si rallegrava a guardarla, e siccome
aveva
un ciuffetto di prezzemolo disegnato in mezzo al petto, si
chiamò
Prezzemolina. La bambina cresceva benissimo, e quando ebbe sette anni
cominciò
ad andare da una maestra. ma tutte le volte che usciva per strada
incontrava
l'orca che le diceva: "Dì alla tua mamma di ricordarsi della
promessa!".
La mamma si confondeva a forza di sentirsi ripetere questo discorso, e
un giorno che non ne poteva più disse a Prezzemolina: "Se
incontri
un'altra volta la solita vecchia e ti ripete le stesse parole, tu dille
'e pigliatela!'".
La bambina, che era all'oscuro
di tutta la faccenda, incontrando l'orca che le disse: "Dì alla
tua mamma di ricordarsi della promessa!", le ripose innocentemente come
le aveva insegnato la mamma: "E pigliatela!". Allora l'orca
l'afferrò
per i capelli e se la portò in un bosco dove il sole non entrava
mai, perché gli alberi erano torppo fitti, e la chiuse in
una altissima torre che aveva fatto apparire lì per lì
con
un incantesimo. Questa torre non aveva porte né scale, ma solo
un
finestrino, attraverso il quale l'orca entrava e usciva, e per scendere
e salire si attaccava alle trecce di Prezzemolina, che erano
lunghissime
e bionde.
Dopo un po' di tempo successe che
mentre l'orca non era nella torre e Prezzemolina aveva sciolto le
trecce
al sole, passò il figlio di un re, che vedendo quei capelli
scintillanti
come l'oro si fermò incantato, poi alzando gli occhi vide il
viso
della fanciulla, e gli piacque tanto che le dichiarò il
suo
amore. Prezzemolina si sentì subito conquistata dalla grazia del
principe, e passarono un bel po' di tempo scambiandosi parole dolci,
sospiri
e promesse. Continuarono allo stesso modo per qualche tempo,
finché
decisero di trovare il modo di guardarsi più da vicino: quella
notte
lei avrebbe dato un sonnifero all'orca e il principe sarebbe salito in
cima alla torre con i capelli di Prezzemolina.
Con questo accordo, quando venne
l'ora stabilita, il principe arrivò ai piedi della torre e fece
un fischio, la fanciulla calò le trecce, lui si attaccò
con
tutte e due le mani e disse: "Ora!"; lei lo tirò su e quando fu
in cima il principe con un salto entrò dal finestrino e si
abbracciarono stretti. Poi, prima che si facesse giorno, lui scese
giù
servendosi della stessa scala d'oro e tornò al suo palazzo.
Erano così contenti di
trovarsi
insieme che continuarono a fare la stessa cosa per molte notti, ma
un'amica
dell'orca se ne accorse e andò subito a dirle di stare attenta,
perché nella sua torre c'era un traffico che lei nemmeno se lo
immaginava,
col rischio che Prezzemolina prendesse il volo.
L'orca ringraziò la sua
amica per il consiglio e le disse: "Ci penso io a chiuderle la strada,
in ogni caso non può scappare, perché le ho fatto un
incantesimo.
Ci sono tre ghiande nascoste in una trave della cucina, e senza avere
quelle
in mano Prezzemolina non ha nessuna possibilità di sfuggirmi".
Ma mentre facevano questi
discorsi
la fanciulla, che stava sempre con le orecchie ben aperte, sentì
tutto, così quella notte quando venne il principe lo fece salire
sulla trave a cercare le ghiande. Lui le trovò e le diede a
Prezzemolina,
che essendo stata fatata dall'orca sapeva cosa farne, poi intrecciarono
una scala di spago, scesero insieme dalla torre, e appena toccarono
terra
si diedero alla fuga a gambe levate. L'amica li vide e cominciò
a strillare per avvertire l'orca, e a forza di urlare riuscì a
svegliarla.
Quando sentì che Prezzemolina era scappata, l'orca scese dalla
torre
lungo la stessa scala di spago e cominciò a rincorrere i due
innamorati.
Loro, quando se la videro dietro
che correva come un cavallo matto, si sentirono perduti, ma
Prezzemolina
si ricordò delle tre ghiande e ne buttò una in terra.
Ecco
che in un batter d'occhio apparve un cagnone terrificante, che
abbaiando
e spalancando l'enorme bocca si stava avventando sull'orca per
mangiarla
in un boccone. Ma lei, che ne sapeva una più del diavolo, si
mise
una mano in tasca, tirò fuori una pagnotta e la buttò al
cane, che abbassò la coda e si mise a mangiarla buono buono.
L'orca si rimise a correre a
tutta
potenza dietro ai fuggitivi e Prezzemolina, vedendo che si avvicinava,
buttò in terra la seconda ghianda: ne uscì un ferocissimo
leone che, frustando il terreno con la coda e scuotendo la grande
criniera,
era pronto a ingoiare l'orca nella sua gola immensa. Vedendo il leone
l'orca
tornò indietro, scuoiò un asino che pascolava su un
prato,
e dopo essersi messa la sua pelle addosso corse verso il leone, che