...We should see where we are,
Lost in a haunted wood,
Children afraid of the night
Who have never been happy or good.
(W.H. Auden)


C'è un gran gioco in mezzo ai guai
che fidando scoprirai;
 c'è una gioia laggiù in fondo
che balena in questo mondo.
(C. Rebora) 



homr page

ANTICHE FIABE ITALIANE

dei secoli XIV-XVII
scelte, tradotte e commentate da Adalinda Gasparini
 


Warwick Goble



Antologia di fiabe da raccolte italiane antiche e dialettali

  


INDICE

Avvertenza

C'ERA UNA VOLTA... In English

...Un grande signore di Vienna
...Due bambini di Città di Castello
...Un animale che c'era e non c'era
...Cenerentola assassina
...Tesori sepolti ritrovati
...Lo scoglio del sale
...Una civetta che cantava sull'aia


DA IL PECORONE DI SER GIOVANNI, FIRENZE 1378-1385

           L'aquila d'oro

Glossario dei nomi di popoli e Paesi
Tavola degli eserciti e delle schiere

 

DLE PIACEVOLI NOTTI DI GIOVAN FRANCESCO STRAPAROLA, VENEZIA 1550-1553
      EDIZIONE INTEGRALE ONLINE: © Biblioteca Italiana 2003 Scrittori d'Italia Laterza


L'Augel Belverde

Bambola Poavola
Giovannin cercò la morte
Il rubino meraviglioso

La gatta

Il ladro matricolato
L'uomo selvatico

PietropazzoIn English
Brancaleone
Re PorcoIn English

La bella prigioniera

  

DAL CUNTO DE LI CUNTI O PENTAMERONE DI GIAMBATTISTA BASILE, NAPOLI 1634-1636
EDIZIONE INTEGRALE ONLINE:   © Biblioteca Italiana 2003 Scrittori d'Italia Laterza

I tre re animali In English
Issa faloro
Violetta
Cenerentola
I sette colombini

La foresta d'agli xil mercante
Il serpente x
Panepinto x
I tre cedrix
L'orsa x
Mio bel bambino Rita sul delfino
Prezzemolina x
Sole, Luna e Talia x
Lo scarafaggio, il topo e il grillo x 18

 



    

AVVERTENZA

Warwick Goble


La raccolta Le prime fiabe del mondo, è stata pubblicata da Giunti, Firenze, Collana Gemini (1996), e, in edizione scolastica per la scuola media inferiore, da La Scuola di Brescia. Il manoscritto era pronto nel 1993, con il capitolo C'era una volta..., che aveva la funzione di offrire, a chi non desiderasse leggere solo le fiabe, un piccolo percorso introduttivo. Per motivi editoriali questa introduzione è stata soppressa, e per le stesse ragioni, affatto indipendenti dai miei desideri, l''editore La Scuola ha corredato le mie traduzioni di indicazioni per l'uso scolastico per le quali non ho alcuna responsabilità.
Il criterio adottato nella traduzione delle fiabe è stato Fra i criteri che hanno guidato la mia scelta
Chi è alla ricerca di fiabe di rara bellezza e poco accessibili, può leggere le fiabe dialettali di ogni regione italiana e di alcune isole alloglotte, in parte da me rese in italiano; se poi ha interesse a comprendere il senso di questo lavoro può vedere: Re Porco e i bambini narratori (1997),  L'orologio e la gemma, ovvero la cotica clamorosa (1999), Fiaba, psicoanalisi e apprendimento  Tesi di laurea di R. Baralla (2003).
Sempre per motivi editoriali dall'antologia sopra citata era stata esclusa la bellissima storia L'Aquila d'oro, qui proposta, che dipinge nel registro fiabesco un'Europa antica anteriore al XIV secolo: chissà se un insegnante ombreggiato e illuminato potrebbe usarla per introdurre bambini o ragazzi alla storia europea... Della stessa fiaba si può leggere in questo sito il testo originario.
Gli insegnanti, gli educatori, e chiunque sia interessato, potranno trovare altro intorno ai racconti che raccontano a loro volta i bambini ascoltanto fiabe antiche e miti nella parte di questo sito dedicata al lavoro nella scuola  all'ombra della psicoanalisi.



  
 


C' ERA UNA VOLTA...

In English


...UN GRANDE SIGNORE DI VIENNA

C'era una volta,  non tanto tempo fa,   un signore di Vienna,  che si chiamava Bruno Bettelheim,  e da giovane,  senza altra colpa che quella di essere ebreo, fu rinchiuso nei posti forse più brutti  che siano esistiti sulla terra, Dachau e Buchenwald. In questi inferni si praticavano supplizi che nelle fiabe non subiscono nemmeno le streghe che per invidia hanno tentato di uccidere tre gemelli dai capelli d'oro e con una stella in fronte.
Per fortuna Bruno Bettelheim non morì,  come la maggior parte di quelli che venivano rinchiusi come lui,  così potè lasciare l'Europa e andare negli Stati Uniti,  dove  lavorò e scrisse per tutta la sua lunga vita domandandosi cosa può aiutare i bambini a vivere e a crescere, specialmente quelli che hanno maggiori difficoltà, come i bambini autistici, che sono quei bambini che non parlano, non giocano, non sanno stare con nessuno e nessuno sa stare insieme a loro.
Essendo uno psicoanalista sapeva che per i bambini non è facile vivere,  come per gli adulti e come per tutti gli esseri umani.  Anch'io sono psicoanalista,  e posso dire che il nostro lavoro  è ascoltare le persone che ci chiedono di  lavorare per loro, grandi e piccole, ascoltiamo i loro sogni,  gli errori,  ascoltiamo i pensieri spaventosi, li osserviamo molto attentamente per aiutarli a conoscersi e a capirsi. I nostri pazienti sono persone che vogliono partire o tornare perché qualcosa gli manca, ma non potendo farlo da soli, ci chiedono aiuto,  un po' come a un dottore.  Lo psicoanalista è l'esperto di una specie di lungo viaggio che si fa senza prendere aerei,  navi e treni.  Si fa in una stanza, insieme, lo psicoanalista e il suo paziente, e il viaggio è un percorso che si snoda nell'immenso paesaggio, vasto e misterioso come le profondità della terra e come l'alto cielo, che è dentro a ogni essere umano.
Essere psicoanalisti porta a vedere dentro di sé  e negli altri tante cose comuni a tutti che fanno paura perché sono molto pericolose, e tante altre cose, altrettanto comuni a tutti, che aiutano a trovare la via per uscire dal pericolo.
E quando Bruno Bettelheim curava i bambini autistici,  si accorse che per questo viaggio le fiabe  erano preziose, come un antico tesoro da ritrovare, e scrisse un bellissimo libro per raccontare e spiegare agli adulti quello che aveva capito. All'inizio del libro Bruno Bettelheim ringraziava chi lo aveva aiutato, e si possono leggere queste parole:
 

In primo luogo ci furono i bambini, le cui reazioni mi fecero
comprendere l'importanza delle fiabe nella loro vita; poi devo
ringraziare la psicoanalisi, che mi permise di penetrare nel significato
più profondo delle storie.


Chi vuole capire le fiabe deve prima raccontarle ai bambini,  e per farlo veramente li deve ascoltare.  Ma è difficile che riesca a raccontare o a leggere una fiaba bene chi si è dimenticato di essere stato un bambino per  il quale non  era facile vivere, come per tutti gli esseri umani. Capire le fiabe nei loro significati più profondi è un'altra cosa ancora, di cui ho già parlato in alcuni miei libri, e di cui spero di parlare ancora in seguito. Credo anch'io che solo attraverso la psicoanalisi, che è stata inventata cento anni fa da un grandissimo signore di Vienna che si chiamava Sigmund Freud,  sia possibile comprendere alcuni dei significati più profondi delle fiabe,  ma non è di questo che ora voglio parlare, anche se devo dire che questo libro, e anche questa spiegazione che cerco di dare,  sono frutto della mia preparazione e della  mia   attività di psicoanalista,  oltre
che della passione che  ho sempre avuto,  fin da quando avevo cinque  anni,  per le storie antiche e fantastiche,  che mi divertivo moltissimo a leggere: non ho ancora smesso.
 
 

  Warwick Goble

 
 
 

...DUE BAMBINI DI CITTA' DI CASTELLO
 

Una volta ero a fare il mio lavoro in un posto che si chiama Città di Castello,  dove mi è capitato di incontrare più di un centinaio di bambini che venivano,  accompagnati dagli insegnanti,  per parlare delle loro paure.  Uno dei giorni in  cui tenevo questi incontri si è alzato un bambino di undici o dodici anni  e ha cominciato a parlare - poi la sua insegnante mi ha detto che si era molto meravigliata, perché a scuola non parlava mai di sé - raccontandoci le sue paure più  brutte:
 

Io di notte mi sveglio e mi sembra che vengano ad accoltellare il mi'
babbo e la mi' mamma. Vorrei andare a  vedere, ma dalla paura non mi
movo, sto lì nel letto e m'immagino che se mi movo potrebbero
accoltellare anche me. A volte ce la fo a alzarmi e  andare a vedere e
quando vedo il mi' babbo e la mi' mamma che dormono torno a letto
tranquillo.
Poi a volte ho paura che vengano gli extraterrestri come c'erano in un
film,  a pigliare il cervello al mi' fratello piccino, che dorme nel letto
accanto al mio. E allora mi alzo e mi metto vicino al mi' fratello e gli tengo
la mano sulla fronte, così almeno non possono venire a pigliargli il suo.


Nella Biblioteca comunale di Città di Castello c'era una mostra di disegni dei bambini sulle loro paure,  e si vedevano tombe dei genitori con il  bambino o la  bambina che piangevano  disperati,  oppure bambini e bambine sepolti  vivi, vampirizzati,
perseguitati da mostri,  zombie,  fantasmi di ogni forma.  I bambini mi raccontavano la loro paura dei terremoti,  della guerra, dei ladri, della droga, della fine del mondo, ma anche di un vicino di casa, che avevano visto in sogno come un mostro che  li inseguiva per ammazzarli.
Molti di questi bambini delle loro paure,  che avevano soprattutto al buio, non dicevano nulla ai genitori, le tenevano tutte per sé, e i loro genitori forse non avrebbero mai immaginato che le avessero. Chi è più pauroso spesso deve dare l'impressione di non aver paura di nulla.
Molti altri quando avevano paura chiamavano i genitori, e i genitori dicevano: "Non ci pensare, non c'è ragione di aver paura, guardi troppi film del terrore, stai tranquillo". Pochissimi raccontavano che i loro genitori facevano passare la paura, ascoltandoli o raccontando una storia per calmarli. Alcune volte ho chiesto ai bambini di recitare delle scene improvvisate in cui uno di loro faceva il bambino impaurito da qualcosa,  e altri il babbo e la mamma che cercano di fargliela passare, e spesso erano molto bravi, ma la paura di solito non andava via. Poi tutti i bambini del pubblico scrivevano qualcosa su questo, e un bambino di prima media ha scritto una cosa che conservo, e che trascrivo com'è:
 

Ho notato che chi ha paura di qualcosa non ci rinuncia nemmeno contro
le migliori ragione di non averla
Inoltre ho notato che i genitori provano a dare ragione di non avere
paura ma non ci riescono spesso, forse perché  anche loro hanno paure


Questo bambino ha capito che i grandi - che poi grandi non sono di solito, se non per i loro bambini - non riescono a far passare la paura perché anche loro hanno paura, anche se credono sia meglio non dirlo.
Non è che noi adulti pensiamo di non avere paure,  ma non ci sembra che somiglino a quelle dei bambini,  e troppo spesso non li prendiamo sul serio.  Eppure i bambini non hanno paura solo di cose che forse non esistono,  come i fantasmi,  le streghe o gli extraterrestri, hanno paura della morte, della guerra, della droga. E noi adulti a volte abbiamo paura  anche delle lucertole, dei ragni, di una cavalletta... Allora come mai non prendiamo sul serio le paure dei bambini?
Se crediamo che essere adulti significhi avere le risposte per i bambini,  accade che li ascoltiamo solo quando ci fanno domande alle quali sappiamo rispondere,  e poi finiamo anche con l'arrabbiarci se le nostre risposte  non li  accontentano. Perché noi adulti abbiamo la paura che sappiamo di avere, quella che non vogliamo sapere di avere,  e quella che dimentichiamo di aver avuto da bambini,  e alla fine ci troviamo con un bisogno immenso di consolarci credendo che almeno i
Warwick Goblenostri bambini siano buoni e felici come vorremmo essere stati noi.
 Diamo ai bambini il compito impossibile di dimostrarci che abbiamo ragione proprio quando abbiamo più torto.  A questo punto i nostri bambini non possono più raccontarci che di notte si svegliano  terrorizzati dalla figura dell'assassino o  di  un extra-terrestre ruba-cervelli.
Ascoltare è più che sapere,  perché dà la possibilità di imparare insieme.  Le cose che si  sanno definitivamente non servono per stare meglio con noi stessi e con gli altri,  più grandi,  più piccoli,  più vecchi.  La verità di cui abbiamo tutti bisogno è un'acqua che sgorga solo lungo il cammino delle relazioni umane, in viaggio tutti insieme per le vie belle e brutte del mondo, come capita a tanti personaggi delle fiabe.
Le fiabe di questo libro sono per i bambini seriamente intenzionati a crescere -  cioè tutti i bambini -  e per gli adulti che non hanno dimenticato com'erano davvero da bambini.  Ma più di tutto vorrei che fossero qualcosa che  i bambini e gli  adulti si raccontano ascoltandosi e guardandosi veramente.
   

   

 

...UN ANIMALE CHE C'ERA E NON C'ERA
 

Un giorno,  parecchi anni fa, nel paese di Vinci, molti bambini delle scuole elementari assistevano a uno spettacolo teatrale, nel quale un attore vestito di scuro con la sua voce riusciva a divertire tutti raccontando la storia di Pau, una fiaba sudamericana.
Dopo poco tempo vidi i disegni che avevano fatto i bambini sullo spettacolo,  e in uno di questi si vedeva Pau,  perso in un bosco, mentre beveva l'acqua di un ruscello: nella boscaglia  alle sue spalle c'era uno strano animale, che somigliava un po' a un gatto, un po' a un cane, un po' a una sfinge.
L'attore aveva raccontato tra le altre avventure di quando Pau,  bevendo l'acqua del ruscello,  aveva sentito dei passi e si era impaurito,  ma non aveva detto chi c'era alle sue spalle,  e fra i suoi nemici nessuno somigliava neanche  lontanamente a quel
gatto-cane-sfinge.
Incuriosita voltai il disegno per vedere il nome del bambino, e lessi questa frase:
 

Io ho disegnato questo animale
per sapere di chi erano quei passi.


Che cos'era successo? Quel bambino di sette anni  aveva messo nella fiaba di Pau un animale della sua fantasia personale, perché la sua paura si era messa in viaggio insieme a Pau, e quando Pau aveva sentito dei passi misteriosi nel bosco il bambino aveva potuto immaginare il gatto-cane-sfinge.
Warwick GobleFa più paura qualcosa che non si può mai vedere o qualcosa di cui possiamo conoscere la forma?  I mostri o i fantasmi che cominciamo a immaginare di notte ci fanno più paura se restiamo al buio o se accendiamo una luce?  Ascoltando la fiaba  il bambino di Vinci ha acceso la luce su un suo animale che può spaventare, e lo ha fatto per sapere di chi erano
quei passi, per conoscere l'animale che era e non era dietro a Pau.
Il bambino di Vinci secondo me ci fa capire benissimo qualcosa che accade ascoltando una fiaba: mentre camminiamo in un paesaggio pericoloso e fantastico insieme a Cenerentola, Pietropazzo o l'Orsa, succede che siamo così vicini a loro che possiamo vedere qualcosa che è nel nostro buio.
Ci sono dentro di noi pensieri mansueti, docili, buoni, ma ci sono anche pensieri feroci, pericolosi. Se noi possiamo vederne un'immagine, se possiamo raffigurarli, rappresentarli, esprimerli, anche i pensieri feroci possono essere addomesticati. Crescere non significa avere solo buoni pensieri, significa imparare ad addomesticare con dolcezza, con amore, quello che  dentro di noi e negli altri non si presenta come buono.
Le fiabe antiche rappresentano  molti pensieri e sentimenti pericolosi con orchi, donne crudeli, re prepotenti, ma anche attraverso azioni distruttive compiute dai personaggi che amiamo. Penso che sia bene raccontare ai bambini storie in cui si parla di cose cattive, perché le cose cattive esistono, come può esistere una bestia feroce: che vantaggio c'è a far finta che non ci sia, o a volersi illudere che in realtà si tratti di un agnellino?
Molte fiabe sono state aggiustate per raccontarle ai bambini, eliminando i personaggi più feroci o crudeli, e le azioni negative dei protagonisti, come se questo potesse aiutare i bambini a non soffrire o a non avere paura. Spesso si propone loro un mondo rappresentato  in modo così rassicurante, così privo di fantasmi, che i bambini non possono nemmeno raccontare ai genitori che hanno paura di notte. In questo mondo rassicurante,  fatto di storielle edificanti e prive di sale, di giochi di parole graziosi ma inconsistenti, si racconta  ai bambini che i cattivi non sono veramente cattivi, e che il problema del male, della morte, della sofferenza, non esiste. Le cose più minacciose vengono censurate: rimosse.
Ci preoccupiamo di non turbare i bambini con gli orchi, che sono personaggi che si possono affrontare e sconfiggere, che possono arricchire, come l'orco bruttissimo di Tontonio, o che sono obbedienti sudditi del re con bizzarre idee sulla nascita dei bambini, come l'orco tenero di cuore che adotta Violetta. E non ci preoccupiamo che gli stessi bambini vedano intollerabili scene di distruzione nei film o nei notiziari televisivi, eventi terrificanti della realtà, magari mentre mangiano.

Le fiabe antiche fanno giocare nello stesso mondo immaginale  i buoni,  i ricchi,  i poveri e i belli,  i cattivi, le fate, gli orchi, i potenti e i disgraziati. Le trasformazioni sono tragiche e quasi fatali, come quella del principe serpente quando gli bruciano la pelle troppo in fretta,  e per salvarlo occorre sacrificare qualche uccellino e fare un prelievo di sangue alla volpe,  che si deve convincere con una bastonata. La fiaba lega nel suo straordinario ritmo narrativo, sospeso e universale - c'era una volta,  lontano lontano,  un po' di tempo dopo,  immediatamente,  e allora -  una straordinaria molteplicit&agraave; di situazioni di rischio con altrettante possibilità di uscirne sani e salvi,  arricchiti e spesso re  o regine.  E'  il modo in cui la fiaba rappresenta l'obbiettivo di ogni essere umano: l'acquisizione di una solida identità, e il raggiungimento del rapporto fecondo con l'altro sesso.

I mondi ricchi  di elementi simbolici, come il mondo delle fiabe,  sono indispensabili per aiutare i bambini a capire che crescere è operare, conoscere e trasformare noi stessi e la realtà, umanizzandoci e umanizzandola.
 
 
 
 
 
 

...CENERENTOLA ASSASSINA


Una volta,  molti anni  fa,  la mia nonna si era messa gli occhiali e mi leggeva la fiaba di Cenerentola. Ero su una seggiolina molto piccola, vicino alla cucina economica, quella che scaldava la stanza mentre ci si faceva da mangiare. Ricordo benissimo la mia sensazione di qualcosa di molto serio e piuttosto preoccupante,   quando sentii che il coperchio della cassa veniva fatto cadere   dalla piccola Cenerentola sul collo della prima matrigna.  Anche altre persone della mia età si ricordano di Cenerentola assassina, mentre negli anni successivi Cenerentola non toccava nemmeno più quella terribile  cassapanca. I grandi hanno pen-

Warwick Goble

sato che non era bello raccontare ai bambini che Cenerentola  era un'assassina, e hanno fatto sparire la cassapanca.
Ma se analizziamo brevemente qualche caratteristica della versione di trecentosessanta anni fa, dalla quale sono derivate le versioni più conosciute, possiamo osservare qualcosa  che ci aiuta a capire il valore di queste antiche fiabe. Prima di tutto diciamo che se si racconta che la mamma è morta abbiamo una vicenda che parte dalla perdita, dalla privazione della figura materna, e per questo la bambina o il bambino dovranno fare molta fatica per trovare i frutti di un buon rapporto con la madre.
Perché Perlina/Cenerentola uccide la prima matrigna?   La maltrattava,  dice la fiaba, era scortese e volgare, e lei la uccide perché pensa che così finalmente avrà una nuova matrigna che la accontenta in tutto: i bambini, specialmente quelli piccoli, manifestano molto chiaramente con esplosioni di collera quello che provano verso il   babbo o verso la mamma se dicono di no alla loro voglia di fare qualcosa o di ottenere qualcosa che è proibito o impossibile.  Fanno i capricci,  come si dice,  ma in quel momento è come se volessero mandar via, eliminare - uccidere, dice la fiaba -  il genitore che non vuole accontentarli, come se potessero avere, conquistare, possedere, un genitore che accontenta sempre.
"Allora io non ti voglio più bene", dicono il bambino e la bambina,  "vado via e non torno più", "va' via, brutta cattiva!".
E allora Perlina   fa cadere il coperchio della cassapanca sul collo della matrigna che non la accontenta,  e questo accade come nel grande teatro del sogno,  dove   si soffre e ci si allieta davvero,  ma poi ci svegliamo e sappiamo ben distinguere tra il sogno e la vita da svegli.
Cosa accade a Perlina quando sperava di essersi procurata una matrigna che l'accontentava sempre? diventa Cenerentola. La maestra di cucito che credeva tutta buona si rivela ben presto molto peggiore della prima matrigna,  perché ha altre sei figlie,  le sorellastre,  con le quali c'è una forte gelosia,  e le tolgono tutto quello che aveva,  anche l'affetto del suo babbo, assegnandole il posto  più umile della casa,  un posto da  gatti,  tanto che il titolo antico  della fiaba è La  gatta Cenerentola.  E'  sporca di cenere,  scura come se la sua luce  si  fosse spenta,  come la luna quando  diventa nera,  non può uscire, è disperatamente sola,  e non sa proprio cosa fare.  Ma il suo umile posto nel focolare indica che è vicina a un calore,  e la sua vicinanza con la gatta la  avvicina al carattere misterioso,  morbido,  agile,  che questo animale ha spesso anche  nei sogni, legato alla femminilità.
Cenerentola ha perso tutto, ma proprio dalla sua solitudine accanto al fuoco, dalla sua accettazione di una condizione  nascosta, sofferente, può partire per crescere anche dopo aver distrutto una immagine materna. Come racconta la fiaba, possiamo trovare un aiuto anche se si abbiamo sbagliato: se ricordando le parole di una colombina mandiamo a salutare la fata e proviamo a chiedere qualcosa.
La condizione peggiore,  da grandi e da bambini,  è quando pensiamo che siamo così brutti, o così cattivi, che nessuno avrà voglia di aiutarci, che i nostri problemi sono così terribili che nessuno potrà aiutarci, o che le persone che abbiamo attorno sono tutte cattive con noi,  come la matrigna e le sei sorellastre. E' una condizione insopportabile perché di isolamento, ci sentiamo irrimediabilmente abbandonati, e se questa condizione dura troppo a lungo può provocare in noi danni gravi. Perché in nessuna situazione della vita noi possiamo andare avanti se siamo completamente soli, e questo accade quando non riusciamo a chiedere aiuto a nessuno.
Cenerentola non sapeva se le fate le avrebbero mandato qualcosa, lo sperava, dalla sua cenere e dalla sua solitudine manda i saluti e la fata colomba in cambio del suo ricordo e  della cortesia le regala qualcosa di magico.
E'  importante osservare che il regalo della fata Colomba non è un oggetto magico come il tovagliolo di Tontonio o un essere vivente fatato come il cavallo che la fata regala all'ex-uomo selvatico.  E' qualcosa che rivela il suo potere solo dopo che Cenerentola gli ha dedicato cure amorose:  la fata regala un dattero da seminare e una zappettina d'oro,  un secchiello d'oro e un tovagliolo di seta per coltivare,  non dice affatto che ne uscirà qualcosa di prezioso. Ma Cenerentola, dopo essere stata per un certo tempo così sola e grigia di cenere,  è pronta ad avere fiducia: se ha solo un seme in dono, è a quel seme che dedica tutte le sue cure. Solo un semino, ma coltivando con amore e speranza questa piccola cosa, il seme diventa una pianta, e la fata che ne esce insegna a Cenerentola che proprio in nome dell'amore e della costanza con cui l'ha coltivato potrà ottenere dalla palma da dattero ciò che desidera:

Dattero mio dorato,
Con la zappina d'oro t'ho zappato,
con il secchiello d'oro t'ho annaffiato,
col tovagliol di seta t'ho asciugato:
spoglia te e vesti me!

Mentre Cenerentola fa crescere un piccolo seme, fra le pagine di un'altra fiaba andiamo a trovare Gemma che dedica alla bambola Poavola cure tenerissime, dopo aver speso tutto quello che aveva per portarla con sé e dopo aver preso un sacco  di botte dalla sorella che non ne capisce il valore:

...andò vicino al focolare,  e come facevano le mamme con i bambini appoggiò la Poavola su un pannicello di lana, la spogliò e con un po' d'olio della lucerna le unse lo stomaco e il pancino, massaggiandola pian pianino. Poi la vestì per la notte, la mise a letto e si distese accanto a lei.
     
La Poavola riempie la sua mammina Gemma di monete d'oro, ma si comporta in modo ben diverso con chi la cura solo per avidità, come la vicina di casa che si trova il letto tutto sporcato anziché pieno d'oro.
Attraverso la psicoanalisi si potrebbero osservare molti altri significati di queste fiabe,  ma per ora questo ci interessa: Cenerentola e Gemma non hanno la mamma, e la loro crescita passa attraverso cure che dedicano a un seme e a una specie di bambina, come fanno le bambine con le loro bambole.
E quando la storia si è compiuta nelle pagine del libro e nel gioco della nostra fantasia,  non si parla più del dattero della fata Colomba, che ha dato il suo aiuto nel momento della massima difficoltà. La magia, il miracolo di cui parlano le fiabe, con-sente trasformazioni che sembravano impossibili,  aiuta a riprendere un cammino che si era bloccato,  per povertà, per invidia, per bruttezza, per sfortuna, poi non ce n'è più bisogno, come raccontava lo scrittore della Bambola Poavola, oltre quattrocento anni fa:

La poavola,  vedute le superbe nozze dell'una e dell'altra sorella,  ed il tutto aver sortito salutifero fine,  subito disparve.  E che di lei n'avenisse,  mai non si seppe novella alcuna.  Ma giudico io che si disfantasse, come nelle fantasme sempre avenir suole.







TESORI SEPOLTI RITROVATI


Nessun bambino al quale l'ho chiesto aveva mai sentito nominare Giovan Francesco Straparola e Le piacevoli notti,  né Warwick GobleGiambattista Basile e Lo cunto de li cunti.  Anche gli adulti raramente li conoscono, e sono pochissime le persone che sanno che le prime fiabe pubblicate sono di Straparola, mentre Lo cunto de li cunti è la prima raccolta, il primo libro di fiabe del mondo. Se paragoniamo un libro di fiabe a un tesoro, costituito da molti gioielli, da molti racconti, possiamo dire che non si sa quanto sia antico questo tesoro. Ci sono alcune storie che somigliano molto alle fiabe presso gli antichi Egizi e gli antichi Greci, scritte più di duemila anni fa;  possiamo leggere la meravigliosa fiaba di Amore e Psiche in un romanzo latino di millesettecento anni fa.
Se paragoniamo le fiabe a dei gioielli,  possiamo dire che le pietre preziose sono come i motivi e le figure che li compongono, come l'azione di partire per un viaggio lungo e difficile, di essere trasformati, come una bellissima principessa, un orco, unafata. Queste pietre preziose esistono, e qualcuno le raccoglie e le lega in un racconto, come lo smeraldo è incastonato in un anello e le perle in una collana. Il maestro orafo è il narratore.
Noi non sappiamo, e non potremo mai sapere chi è stato il primo orafo narratore di fiabe, perché il suo racconto non è stato registrato né scritto. Non sappiamo perché  lo ha fatto, o per chi, possiamo solo immaginare, fare ipotesi.  
Una cosa che sappiamo è che Giovan Francesco Straparola per primo ha preparato alcuni gioielli-fiabe e le ha messe insieme a un'altro tipo di gioielli,  i racconti non fiabeschi,  realistici, in una raccolta che è stata stampata. E Basile, un secolo dopo, ha preparato una raccolta fatta tutta di gioielli-fiabe, anche utilizzando e modificando alcuni dei gioielli di Straparola.
Le fiabe di questi due scrittori sono conosciute e apprezzate da pochissime persone,  mentre tutti conoscono e amano   Perrault e i fratelli Grimm, che venendo  dopo di loro hanno preparato  le loro raccolte servendosi di molti dei gioielli dei due orafi-scrittori italiani. Molti pensano che Perrault e i Grimm abbiano inventato i loro racconti o che li abbiano raccolti tutti andando per paesi e per campagne ad ascoltare vecchietti e nonnine che raccontavano storie mai scritte.
Non intendo proporre ai lettori di questo libro le  storie complicatissime degli intrecci tra i maestri orafi né cercare di spiegare perché a volte gioielli preziosissimi vengano dimenticati come un tesoro sepolto, mentre fiabe meno preziose sono amate da tutti.
Ne ho parlato per introdurre un carattere delle fiabe che   solo gli studiosi conoscono,  mentre   anche i bambini devono conoscerlo,  perché riempie di meraviglia.  Se ci si mette a cercare quando sono nati la Bella Addormentata,  il ladro matricolato, o Giovannino,  capita di credere di aver individuato la pista che porta a conoscere la risposta,  me in realtà la porta che si è aperta indica una nuova via da  seguire,  e poi un'altra,  e un'altra ancora.  Si viaggia   con la fantasia e con  lo studio tra culture e scrittori lontanissimi tra loro, nel tempo e nello spazio.  
Le fiabe sono un tesoro di parole che riempie di meraviglia e di ricchezza,  che viene sepolto e scavato,  in un gioco che si gioca in tutto il mondo,  e i personaggi non si stancano di chiamarsi. Si fanno le stesse distruzioni in Africa, in Europa e in Oceania.  L'asino Brancaleone di Straparola sconfigge il leone e il lupo come in Birmania il coniglio sconfigge la tigre e la scimmia . Il duello magico tra il rubino-Lionetto e il mago somiglia al duello tra un demone e una principessa de Le mille e una notte. E la fiaba  Il catenaccio di questa raccolta è parente strettissima di Amore e Psiche.
Questi sono pochi esempi,  tra i mille e uno che si potrebbero portare,  per descrivere quel carattere delle fiabe che mi è particolarmente caro e mi sembra importantissimo: i gioielli che compongono il tesoro delle fiabe si somigliano in tutto il mondo e in tutti i tempi, pur essendo diversi ogni volta, come è diversa la fiaba che riracconteranno due bambini anche se l'avevano ascoltata insieme. Le fiabe si somigliano, sono tutte apparentate tra loro, come gli esseri umani, in tutti i tempi, sotto tutti i cieli. Questa è una verità vecchia almeno quanto le fiabe più antiche, ma ancora oggi viene troppo spesso tragicamente dimenticata.
C'è in questi nostri anni uno scrittore che in un suo romanzo ha raccontato di un comandante nazista e di un vecchio scrittore ebreo,  progioniero.  Il comandante dà la sua protezione in cambio di nuove storie, come quelle che leggeva da bambino, e quando le rimpiange l'ebreo gli dice queste parole:

     Più non esistono al mondo storie semplici. Ed ora mi ascolti, e non m'interrompa, di grazia, ad ogni piè sospinto.







LO SCOGLIO DEL SALE


Tradurre significa ascoltare o leggere qualcuno e raccontare cosa ha detto a qualcun altro che parla in modo diverso.
Per raccontare le fiabe di questo libro ho ascoltato Straparola,  Basile,  Ser Giovanni,  che non ci sono più da centinaia di anni, Warwick Goblema che quando erano vivi hanno fermato sulla carta qualcosa della loro anima, del loro tempo, della vita che hanno vissuto.
Della vita di Giambattista Basile si sanno alcune notizie,  degli altri due scrittori nulla, se non il mondo che hanno racchiuso e salvato magicamente nelle parole dei loro racconti.
Per l'adulto che ne abbia il desiderio e sia disposto a fare la fatica necessaria, la lettura diretta di questi Autori è un viaggio straordinario, che però pochi compiono.
Se paragoniamo la lettura a un'ascesa in montagna,  potremmo dire che leggere Straparola riguardo alle difficoltà della sua lingua non  è molto faticoso,  diciamo come salire  su una bella  collina,  anche se bisogna fare molta,  moltissima attenzione per apprezzare veramente il panorama e i suoi particolari. Straparola ha un gusto grande nel giocare parlando, nel narrare divertendosi, e credo che questo suo gusto lo abbia portato a inserire per primo delle fiabe di magia in una raccolta di novelle.
Con Basile invece si tratta di fare una scalata molto  difficile:  se si compie il percorso  si gode tutta la  bellezza della  montagna,  in tutti i suoi particolari,  ma è facile scoraggiarsi  dopo pochi passi.  Poche opere della  letteratura dell'Italia sviluppano la fantasia nell'uso delle parole come   Lo cunto de li cunti,  perché, continuando a parlarne come di una montagna, è piena di fiori di innumerevoli colori, di cascate e laghetti che si aprono ad ogni passo, si passa improvvisamente dall'ombra fresca al sole caldissimo, e ci sono puzzi e profumi, tanti, dal più comico odore corporale al sublime  incontro col Tempo e le sue distruzioni.
Per dare una piccolissima idea di com'è la loro lingua ho lasciato le parole antiche di Straparola nella fiaba di Re Porco, e le parole di Basile nella fiaba di Cenerentola, quando il re, tenendo fra le mani l'amata scarpetta, ne fa un elogio pieno di immagini.  Queste immagini si chiamano metafore, non sono facili da capire e da gustare, mentre sono impossibili  da tradurle, come un cibo straordinariamente buono che va mangiato direttamente sul posto, se si trasporta, se si traduce, si sciupa e non sa più di nulla, o addirittura diventa cattivo.
Per L'aquila d'oro  ho lasciato intatti i nomi che usa Ser Giovanni,  perché mi pare che leggerli come venivano scritti seicento anni fa sia come visitare una edificio antico e perfettamente conservato,  vivo. Qui i bei nomi di Paesi e popoli sono rimasti nella mia traduzione come gli scalini per salire su una montagna:

Osterich, Luzimborgo, Raona, Isola di Maiolica, Magna.

Chi non è disposto a tirare su la gamba con un po' di fatica, deve lasciare da parte questa storia, ma se continua può avere una fantastica immagine delle battaglie del tempo, con gli spianatori che tagliavano le siepi e gli alberi perché non dessero noia durante il combattimento.  Se riusciamo a entrare su quel campo di battaglia vicino a Vienna, pieno di stendardi multicolori e risuonante di pifferi e di trombe, passeremo in rassegna buona parte dell'antica Europa. E capiremo che Ser Giovanni dipinge con le parole tanto bene che è impossibile dimenticare le sue figure, come quella del patriarca di Aquileia ferito a morte, che si fa estrarre il troncone di lancia da Arrighetto conte di Soave-Svevia, e ormai quasi cieco rotea la spada furiosamente.
Nelle fiabe tradotte da Straparola e da Basile invece di solito ho cambiato i nomi,  e ho dato ai personaggi quelli che piacevano a me, tranne quando mi sembrava che anche ai nostri tempi un nome, come Lionetto o Guerrino, potesse suonare bene. Per i nomi dei luoghi invece mi sono divertita a trovarli sull'atlante:  sono quasi tutti nomi che esistono in Italia,  paesi o piccole isole che si possono raggiungere in treno, in macchina o con il traghetto. Mi pare che nemmeno la fantasia più esuberante potrebbe trovarne di altrettanto belli. Vorrei che fosse un segno di quanto è importante il gioco della fantasia anche nelle cose che concretamente esistono, altrimenti gli uomini non avrebbero dato ai loro paesi nomi meravigliosi come questi:

Fontaniva,  Roccaraso,  Perdifumo,  Pietramala,  Furtei,  Serradifalco,  Assoro, l'Isola dei Cavoli, Fobello, Lo Scoglio d'Affrica, Vallermosa, Colleferro, Piandimeleto,  Torritto, Castelvetro, Belcolle, Finzio, Monterotondo, Fiumefreddo, Roccapalumba, Acquedolci, Torrelunga, Colfiorito, Zibello, Malesco.

Ho scelto i nomi senza pensarci troppo,  ma c'è sempre una relazione,  più o meno chiara,   tra il nome del reame e quello che vi accade:  per esempio,  a Finzio Pamela impasta Panepinto con la pasta di mandorle perché nessun uomo è di suo gusto, e Finzio ricorda finzione. Chi legge queste fiabe può provare a indovinare il perché del nome, va bene anche se sbaglia spiegazione, perché ne avrà trovata una nuova. Se poi non gli piace il nome che ho messo io, può cercarne un altro sull'atlante, o inventarlo.
Ho sempre cercato di rendere le fiabe comprensibili a tutti, e spero di esserci riuscita, i bambini che molto gentilmente le hanno lette mentre le traducevo le hanno capite benissimo.
Ci sono alcune parole un po' difficili, che anche qualche adulto dovrà guardare sul vocabolario se vuole essere sicuro del loro significato, come: conocchia, squacquerare, siniscalco, rigogoli, bacinetto.
Si può anche fare a meno di sapere cosa vogliono dire,  se non si ha voglia di cercare,  perché non si tratta di parole essenziali allo svolgimento del racconto. Oppure si può far finta di saperlo, si può immaginarlo, inventarlo: spesso si riesce ad avvicinarsi alla verità. Conocchia viene usato parlando della filatura, che tanto tempo fa, ma ancora in questo secolo, si faceva in ogni casa, ed è facile immaginare che è una parte  dello strumento per filare, che si chiama rocca.
Non è difficile immaginare il significato di squacquerare, visto che se ne parla quando lo scarafaggio fa da supposta allo sposo tedesco che finirà cacciato a puzzo e vergogna.
Il siniscalco che prepara i ferri per il destriero fatato che l'ex-uomo selvatico presta a Guerrino, è nominato nella storia anche come maestro di cavalli: in ogni paese c'era un siniscalco, quando molti andavano a cavallo, e se si sa la parola, si sa che esiste questo mestiere.
Parlano di rigogoli i fratelli di Nina quando, trasformati in sette colombini, le dicono che avranno da quel momento le varie specie di uccelli come compagnia: chi non li ha mai sentiti nominare, ora sa che esistono, e se non guarda sul vocabolario magari gli capiterà anche di vederne volare uno.
Infine il bacinetto,  che si trova ne L'aquila d'oro,  insieme ad altre parole che possono insegnare  cose interessanti sulle battaglie di un tempo lontano:  è una specie di casco che si poteva mettere sotto l'elmo per proteggersi meglio la testa dai gran colpi di spada, come quelli che assestava  l'eroico patriarca di Aquileia.
L'unica fiaba nella quale ho lasciato intatti i nomi dei luoghi, riportando anche i giochi di parole su questi nomi, è I sette colombini, perché in questi nomi della Campania chi legge questo libro ascolti direttamente la voce di Basile.
Molte sono le pagine di Basile che riempiono di meraviglia e incantano il lettore, ma nelle parole del vecchio pellegrino ai piedi della montagna del Tempo io ho avuto l'impressione che l'anima dello scrittore fosse nuda.
Mi piace immaginare che Basile,  ormai vecchio, scrittore dei più geniali  che siano vissuti,  perché lui con la sua lingua riesce a fare capriole, piroette, balzi, scatti, fermate brusche, e vola, e naviga, voglia raccontare la sua amarezza e la sua saggezza. E raccontando insegna come superare l'ultima prova, quella definitiva, a Nina, che per far tornare umani i suoi sette fratelli affronta e compie il viaggio più lungo e complicato di quelli che fanno queste fanciulle di fiaba, per non dire della sua disponibilità ad ascoltare e aiutare chi le chiede una medicazione, un aiuto, un consiglio. Per questo ho lasciato i nomi della Campania di Basile, che esistono ancora o che non esistono più sull'atlante, come lo Scoglio del Sale,  per gratitudine.







UNA CIVETTA CHE CANTAVA SULL'AIA


C'era una volta,  pochi anni fa,  a Prato,  un signore che lavora come animatore,  e che non ha dimenticato  com'è difficile, ma anche bello, vivere da bambini. Questo signore si ricordava che gli piaceva moltissimo ascoltare storie fantastiche, quando la sera si riuniva sull'aia o intorno al camino con i suoi familiari,  cugini,  zii,  nonni.  Allora capitava che se fuori era caduta la neve anche nella fiaba era nevicato,  e se una civetta volava facendo il suo verso, anche il protagonista che partiva per cercare Warwick Goblela sua fortuna sentiva il verso della civetta. Proviamo a osservare qualcosa che può aiutarci a capire come si possono raccontare bene le fiabe.   
Sull'aia o accanto al fuoco,  le fiabe venivano raccontate non solo per i bambini, ma anche ai bambini, perché gli adulti amavano  raccontare e ascoltare  insieme ai bambini e ai vecchi  le storie fantastiche.  
Sapevano in qualche modo che ciò che accadeva una volta,  tanto tempo prima, lontano lontano, quando si incontravano le fate, non era del tutto separato dalla neve caduta durante il giorno, e la stessa civetta poteva fare il suo verso nella fiabe come nel buio che circondava il casolare.  Allo stesso modo mentre camminiamo noi ci raccontiamo qualcosa, muovendoci con la fantasia, e piano piano, quasi senza accorgercene, la intrecciamo con le parole all'esperienza concreta della nostra vita.  
Il racconto fiabesco si lega al gioco intimo della nostra immaginazione, permettendo di animare un meraviglioso teatro, con tanti scenari, marine, monti che con la cima sfiorano le nuvole, boschi fitti dove non riescono a entrare i raggi del sole.
Questo è il gioco dell'immaginazione,  alla quale   le fiabe danno il loro ritmo,  chiamandola a vedere com'era l'orsa con lo steccolino in bocca,  com'era il destriero fatato dell'uomo selvatico. Ciascuno di noi potrebbe disegnare o descrivere il vaso di miele nel quale il calabrone si sbatacchiava senza potersi liberare,  e i gesti con i quali Guerrino lo ha liberato, mentre la fiaba dice solo che lo ha liberato. Di chi sono le forme, i colori, i gesti, le dimensioni, se la fiaba non le descrive? Sono di chi l'ha ascoltata,  è accaduto che il racconto ha chiamato fuori qualcosa di intimo, e alla fine il racconto vero è frutto del rapporto tra la fiaba scritta e la fantasia di chi ha ascoltato. Perché i personaggi nominati dalle fiabe, di cui non si dicono i colori, la statura, il peso, vanno a chiamare i nostri colori, che sono pronti dentro di noi come l'immensa tavolozza di un pittore.
Così noi viaggiamo nella fiaba tracciando il sentiero che la storia accenna mentre la leggiamo o l'ascoltiamo,  ed è così che la civetta che canta sull'aia,  o   due passerotti che posati sull'antenna della televisione,  possono entrare nel racconto. Come entrano nella fiaba la neve caduta durante il giorno,  la civetta e il passerotto, entra la nostra sensazione di benessere e di allegria, e cammina insieme a Tontonio quando finalmente ritorna a casa e vince la povertà con i doni del suo amico orco, entra la nostra malinconia di una giornata grigia e nella storia de L'orsa si mette nel letto accanto al principe ammalato perché Preziosa non vuole farsi vedere da lui.
Ma quello che più conta è che insieme a questi personaggi   l'allegria e la tristezza cominciano un viaggio, come la sgradevole impressione di non capire le cose o di essere brutti, poco simpatici, che tutti proviamo qualche volta o spesso, e il viaggio è un occasione di incontri e di trasformazioni.  Anche una situazione disperata come quella di Nina,  che per una distrazione ha fatto trasformare in colombini i suoi sette fratelli,  può diventare una situazione di gioia e ricchezza, purché Nina, e noi con lei, siamo disposti a viaggiare sulla riva del mare, lungo un fiume, a valicare monti e percorrere pianure, forse fino a incontrare la vecchissima mamma del Tempo, che ci dà le risposte di cui avevamo tanto bisogno.
Bellezza,  bruttezza, miseria e potere regale nelle fiabe rappresentano sensazioni presenti dentro a ciascuno di noi. Noi possiamo accettare anche quelle negative purché abbiamo la speranza che finiscano. Si può sopportare qualche giorno di pioggia se poi si sa che torna il sole, e si sopporta meglio il freddo dell'inverno pensando che poi viene la primavera. Quello che è insopportabile è una pioggia che non finisce mai, una stagione fredda e grigia che dura per sempre. Noi soffriamo soprattutto quando non abbiamo speranza che quello che ci fa star male possa cambiare.
Ecco,  le fiabe sono il racconto della trasformazione di qualunque cosa:  Cirao dopo aver curato e amato lo scarafaggio, il topo e il grillo diventa bello e sposa la principessa che per primo ha fatto ridere; l'uomo selvatico con la sua bruttezza e il suo pelo,  lungo e verde per tutta l'erba che ha mangiato, provoca il riso di una fata che così guarisce da un ascesso mortale, e viene ricompensato con tutti i doni che si possono desiderare. Ne Il catenaccio Alma, dopo aver avuto tante ricchezze nel palazzo sotterraneo si trova a mendicare per il mondo,  come Pamela,  che era bella e ricca,   quando le viene rubato il suo Panepinto. Cenerentola passa tre volte dalla cenere alle vesti meravigliose  prima di diventare regina. Tutto nelle fiabe può rovesciarsi, come il cielo che da sereno e splendente si rannuvola e fa scuro il giorno, come il nostro umore, che a volte passa  dall'allegria più sfrenata alla mestizia, senza che sappiamo come mai è cambiato.
Ma attenzione,  le fiabe non rappresentano una realtà bizzarra e caotica,  senza leggi:  il cielo può cambiare da un momento all'altro, ma costante è l'avvicendarsi delle stagioni, e non c'è notte tanto lunga - se sappiamo attendere - che alla fine non si apra alla luce del giorno. Noi possiamo osservare con amore in come e perché i personaggi delle fiabe si trasformano: quando partono di solito non hanno nulla, giusto un bastone di corniolo e una veste ruvida, come Giovannino, se poi partono con servitori e cavalli, come il principe Francesco ne I tre cedri, li perdono,  a un certo punto del cammino tutti devono continuare solo con le loro forze. Quando Pamela va in cerca di Panepinto riceve un regalo fatto di parole,  che deve usare solo quando non saprà più come fare.  E' la stessa cosa che i tre re animali, il Falco, il Cervo e il Delfino, dicono a Vincenzo quando gli danno una penna, un pelo e una scaglia:  

Quando avrai davvero bisogno e non saprai cosa fare gettala a terra, pronuncia le parole 'vieni-vieni'...
   
Se  non ci si stanca di camminare,  se si è pronti ad ascoltare e aiutare chi si incontra anche per caso sulla via, prima o poi nelle fiabe compare un aiutante, si trova un oggetto magico, o anche dormendo si ricevono doni dalle fate, come Talia e la regina madre del principe Porco.
Lo studio psicoanalitico delle fiabe individua le ragioni di queste trasformazioni, che come nei sogni sembrano a prima vita assurde, ed è importante sapere che tanti aspetti segreti, intimi, delle fiabe e di noi stessi possono essere conosciuti.
Le fiabe rappresentano una inesauribile e regolata possibilità di trasformazione,  secondo la quale   nessuno stato d'animo,  nessun male di cui soffriamo,  nessuna ricchezza che pensiamo di possedere, nessuna disgrazia o sfortuna, sono definitive, se non alla fine della storia, anzi, di molte storie, perché di molte, di innumerevoli storie  si compone il cammino di ogni essere umano. 
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1 Bruno  Bettelheim  Il  mondo  incantato.  Uso,  importanza  e significati psicoanalitici delle fiabe; Milano 1977, Feltrinelli; Ringraziamenti.
3 Paura, paure. Incontri, laboratori, mostre. Biblioteca comunale di Città di Castello (PG), novembre 1992 - aprile 1993.
4 Giovan  Francesco Straparola,  v. Bambola Poavola.
5 Apuleio, Amore e Psiche, prefazione, traduzione e note di Gian Franco Pasini; Torino 1983, Fògola.
6 Non mi  risulta che un  confronto in  questo  senso  sia stato fatto,  ma il lettore interessato potrà comparare, ad esempio, La gatta di Straparola con Cagliuso di Giambattista Basile, che non ho tradotto. Si propone inoltre il confronto di queste due versioni con la più fortunata Il gatto con gli stivali  di Perrault, osservando che la gatta lasciata in eredità dalla madre  nella prima versione diventi nella seconda una gatta lasciata  in  eredità  dal  padre,  per  trasformarsi  alla fine con Perrault  in un  gatto con gli stivali,  lasciato in eredità dal padre.
7 Perché la Tigre e la Scimmia sono nemici giurati, in: Fiabe Birmane, a cura di G. Ferraro e G. Bentivoglio, 1989 Milano, Arcana; pp. 63 sgg.
8 Vedi  il Racconto del secondo mendicante,  che  fa parte della Storia del facchino  e delle ragazze;  in  Le mille e una notte, prima [e tuttora unica in italiano] edizione integrale dall'arabo diretta da Francesco Gabrieli,  1948 Torino, Einaudi; quarta edizione negli Struzzi 1980, 4 voll.; vol. I, pp. 79 sgg. La storia è tra le più antiche de Le mille e una notte,  ed è attestata da manoscritti arabi del  sec.  XIV. Questo duello di Straparola, insieme  all'intera storia sull'apprendistato  negromantico, potrebbe  dipendere  da  un  racconto  orale  arabo  circolante  in Europa,  ma non mi  sembra  possibile escludere che si  tratti di un motivo magico e alchemico formato  nell'interazione  delle due culture,  quindi naturalmente  raccontato in entrambe.  Il motivo del rubino può richiamare La preta de  lo gallo  di Basile, che è la fonte dichiarata  de  La fiaba di Gockel e Hinkel  di Clemens Maria Brentano (Fiabe,  1981 Milano, Mondadori; pp. 35 sgg.). Per una interpretazione psicoanalitica del duello magico,  vedi di A. Gasparini, Un istante prima di svegliarsi, in Rappresentazioni. Studi psicoanalitici, n. 3, 1993 Pisa E.T.S.
9  David  Grossman (1986),  Vedi alla voce:  amore, 1988 Milano, Mondadori; p. 304.


 

DAL PECORONE DI SER GIOVANNI

 
 

L'AQUILA D'ORO

(Vedi il testo trecentesco dal Pecorone, il glossario e la tavola degli eserciti)

    Seicento anni fa, in Italia, forse dalle parti di Firenze, si raccontava una lunga favola d’amore e di guerra. Secondo questa storia c’era una volta, tanto tempo fa, il re di Aragona, e questo re aveva una figlia di nome Lena, piena di grazia, saggia, abile, cortese, e tanto, ma tanto bella, che nessuna creatura nel mondo era paragonabile a lei. Tutto il reame di Aragona parlava delle sue grazie, e la sua fama correva per le capitali d’Europa. Già molti principi, grandi signori e nobili cavalieri si erano presentati al re per chiedere la sua mano, ma il re di Aragona diceva di no a tutti, perché nessuno gli pareva degno di lei.
Quando Arrighetto, figlio dell’imperatore di Alemagna, valente cavaliere e perito nelle arti cortesi, sentì parlare della sua bellezza, se ne innamorò perdutamente, e passava i giorni e le notti sognandola o pensando a lei: cercava un modo per averla come sua sposa. Alla fine escogitò un bellissimo e nobile stratagemma: per realizzarlo mandò a chiamare il miglior maestro orafo che c’era nel suo reame, e gli ordinò di forgiare una meravigliosa aquila d’oro massiccio, abbastanza grande da contenere comodamente un uomo. Appena lo straordinario e grandissimo gioiello fu pronto, il principe Arrighetto disse al maestro orafo: “Sono contento del tuo lavoro, maestro orafo. Ora dovresti partire con la tua aquila e viaggiare verso al regno di Aragona, e qui dovrai arrivare fino alla capitale. Poi andrai nella piazza che sta sotto al palazzo dove vive la figlia del re, là innalzerai una bottega, e sul cui palco metterai in mostra l’aquila, facendo sapere che è in vendita. Per ora non devi preoccuparti di nient’altro: io sarò là con te, e al momento giusto di dirò cosa fare”
Allora il maestro, ben fornito di monete d’oro, partì col suo capolavoro per il reame di Aragona, costruì la bottega davanti al palazzo del re, cominciò a esercitare la sua arte di orafo, e in certi giorni della settimana esponeva la grande aquila d’oro. E allora  tutti gli abitanti della città accorrevano e riempivano la piazza per ammirare questo incredibile capolavoro, finché  un giorno la principessa Lena si affacciò alla sua finestra, vide l’aquila d’oro maestosa e splendente e le piacque tanto che desiderò averla. Lo fece sapere al re suo padre, che subito mandò un messaggero al maestro orafo: voleva comprare l’aquila d’oro, per qualunque somma. Allora il maestro andò a dirlo ad Arrighetto, che in gran segreto era venuto nella capitale dell’Aragona e si nascondeva nella casa del maestro orafo, e Arrighetto gli disse: “Rispondi al re che non vuoi vendere l’aquila, ma che gliela regali”
Allora l'orafo andò al palazzo reale, fu ammesso alla presenza del re, si inchinò ai piedi del trono e disse: “Maestà, la mia aquila d’oro non è in vendita, ma sono felice di offrirtela in dono, se la vostra maestà apprezza il mio umile lavoro”. Il re gli rispose: “Sei generoso oltre che abile, maestro orafo, e per questo ti prego di portare il tuo capolavoro qui nella sala del trono, in modo che possa ammirarlo da vicino: sono sicuro che ci accorderemo nel migliore dei modi”
“Sarà fatto secondo i desideri di vostra mestà”, disse allora l’orafo inchinandosi, e se ne andò, per riferire ad Arrighetto quel che aveva ottenuto. Arrighetto, tutto contento perché il suo stratagemma si stava realizzando, prese solo una scatolina di confetti magici, uno dei quali bastava a sfamare e dissetare un uomo per una intera settimana, e si nascose nell’aquila, entrando da una porticina segreta che da fuori era invisibile, mentre lui da dentro poteva aprirla quando voleva.
Quandò vide l’aquila d’oro il re di Aragona rimase stupefatto e la mandò nella stanza di sua figlia, che vedendola da vicino la trovò ancora più bella. Il maestro orafo gliela sistemò accanto al letto, e poi disse alla bella Lena: “Principessa, vi prego di non mettere nessun drappo sull’aquila, perché è fatta di un oro che perderebbe il suo splendore e diventerebbe nero se venisse coperto. E poi, ve ne prego, lasciate che di tanto in tanto venga a farvi visita per prendermene cura, così che lo splendore si mantenga inalterato”. La bella Lena, gli accordò gentilemente quanto aveva chiesto, al colmo della gioia per lo straordianario gioiello, che era unico al mondo.
Poi l’orafo tornò dal re, gli riferì come la principessa avesse gradito il dono, e aggiunse: “Maestà, vi chiedo di permettermi di tornare, per rendere ancora più felice la principessa vostra figlia: ho cominciato a lavorare una corona tempestata di rubini e smeraldi per ornare la nobile testa dell’aquila d’oro”. Il re fu estusiasta di questa proposta, e, dopo essersi fatta portare la più grande cassa di monete dal tesoro reale, gli disse: “Maestro alemanno, prendi tutto ciò che vuoi, perché il tuo meraviglioso gioiello ha fatto felice la principessa”. “Signore,” gli rispose l’orafo, “il mio compenso è il favoreche voi e la vostra nobile figlia avete accordato al mio umile lavoro”. E per quanto il re insistesse perché riscuotesse il compenso per quel capolavoro, il maestro ripeteva: “Statene certo, Maestà, io sono già ricompensato”.
Warwick GobleQualche tempo dopo, una notte, mentre la bella Lena dormiva, Arrighetto uscì piano piano dall’aquila, e nel buio, sena far rumore, si avvicinò al letto della sua amata, per la quale aveva abbandonato la sua Magna rischiando anche la vita. Restò ad ammirare la sua pelle bianchissima che si accendeva di rosa sulle guance, e il desiderio lo prese al punto che le sfiorò il viso con un bacio.
La fanciulla si svegliò impaurita esclamando: “Salve, Regina, mater misericordiae!”, e poi si alzò tutta tremante per chiamare la cameriera che dormiva nella camera accanto. Nel frattempo Arrighetto rientrò nell’uccello d’oro, e quando arrivò la cameriera col lume acceso la stanza appariva quieta e tranquilla. “Che cosa c’è, principessa?”, chiese la cameriera, e Lena le rispose: “Accanto a me c’era qualcuno, perché io ho sentito un uomo che mi ha sfiorava il viso”. La cameriera guardò dappertutto nella camera, anche nell’armadio e dietro le tende, e non riuscendo a vedere né a sentire nulla disse a Lena: “Tornate a dormire tranquillamente, principessa, perché deve essere stato solo un sogno”.
Ma poco dopo Arrighetto uscì per la seconda volta dall’aquila d’oro, tornò vicino al letto della sua amata Lena, e dopo averla baciata dolcemente, le disse: “Anima mia, non hai nulla da temere”. La fanciulla si svegliò urlando, tanto che le cameriere si svegliarono, e arrivarono tutte nella sua stanza, che perlustrarono in lungo e in largo, ma inutilmente: non c’era nessuna traccia di Arrighetto, che era già tornato nel suo nascondiglio. Allora la cameriera principale disse alla bella Lena:“Che cosa vi prende, principessa, che storia è questo sogno?”. Controllarono bene anche le finestre, che erano così ben chiuse che nessuno avrebbe potuto entrare, e allora cominciò a sgridare Lena, dicendole: “Se ci sveglierete un’altra volta, lo diremo alla vostra signora maestra. Ma che succede? vi state divertendo a svegliarci, per impedirci il riposo? Vi pare degno di una principessa mettersi a strillare nella notte senza altra ragione che dei sogni? Ora vedete di non chiamarci più per queste sciocchezze, dormite e lasciate dormire noi!”. La povera principessa arrossendo per la vergogna diede loro la buonanotte, e tornò a letto cercando di convincersi che aveva solo sognato.
Dopo un po’ Arrighetto, quando la stanza era tornata buia e silenziosa, uscì per la terza volta dall’aquila d’oro e delicatamente si accostò al letto della principessa , dicendole: “Principessa Lena, mia bella Lena, non gridare, non hai nulla da temere”. La principessa, che non sapeva più se sognava o se era sveglia, con un fil di voce gli chiese: “Chi sei tu?”, “Sono il principe Arrighetto di Alemagna”, rispose il giovane. E allora Lena: “Come sei entrato nella mia stanza?”, e il principe Arrighetto le rispose: “Mia bellissima fanciulla, ti dirò la verità. Da tanto tempo sono innamorato di te, avendo saputo della tua bellezza e delle tue virtù, e tante volte sono venuto qui nella tua città sperando di vederti, ma inutilmente, e così , ho fatto fare questa aquila d’oro e mi ci sono nascosto dentro solo per vederti e parlarti. Ti prego, principessa, abbi pietà di me, pensa che amo te sola al mondo, e per te darei le mie ricchezze e gli eserciti e anche tutto il regno: vedi che ora la mia vita è nelle tue mani”.
Lena sentendo queste dolci parole si girò verso di lui e lo abbracciò nel buio, rassicurandolo così: “Considerando tutto quello che hai fatto per amor mio, sarei crudele e senza cuore se non ricambiassi il tuo affetto. Sappi perciò che potrai chiedermi tutto ciò che vuoi, ma non prima che io abbia soddisfatto il desiderio di vedere come sei fatto: per questo ti chiedo di tornare nel tuo nascondiglio, e di aspettare senza paura. Domani, di giorno, fingerò di aver sonno e verrò in camera, chiuderò a chiave la porta e sarò sola: allora potremo parlare più liberamente e vederci”.
Arrighetto le rispose: “Madonna, se io morissi ora, morirei felice, perché tu tieni volentieri la mia vita nelle tue mani, solo, ti prego, per la promessa che ci siamo fatti, dammi almeno un bacio”. Lena dolcemente lo baciò, perché il suo cuore già batteva forte per il principe cortese, e allora Arrighetto tornò nell’aquila d’oro.
Il giorno dopo la principessa, che non vedeva l’ora di vedere come era fatto il suo innamorato, disse che voleva dormire, e dopo aver detto alle cameriere che non voleva essere disturbata, si avvicinò all’aquila d’oro: Arrighetto subito uscì dalla porta segreta e si inginocchiò ai suoi piedi. Quando Lena lo vide così bello e sorridente e vigoroso gli buttò le braccia al collo, e lui subito la strinse a sé, dicendo: “Io sono l’uomo più felice del mondo, perché ho te fra le braccia, perché da tanto tempo non avevo altro desiderio che questo”.
E poi le raccontò con tutti i particolari la storia di come si era innamorato e di quando aveva ordinato l’aquila al mastro orafo, e del viaggio, e del tempo che aveva passato chiuso nell’uccello d’oro. Parlava teneramente mescolando i baci alle parole, e la stanza si colmava di dolcezza, e alla principessa Lena pareva di sentire il soave profumo delle violette che si aprono. Non si può raccontare quale amore sbociciò fra i due nobili giovinetti.
Passarono in questo modo molti giorni e molte notti, e la principessa Lena lo nutriva di confetti e di vini che erano i più saporiti del mondo, e di tanto in tanto veniva il maestro orafo con la scusa di prendersi cura dell’aquila d’oro, chiedeva ad Arrighetto se aveva bisogno di qualcosa e il principe rispondeva sempre di no
Dopo un certo tempo Arrighetto chiese a Lena: “Vorresti seguirmi in in Alemagna, dove potremo vivere insieme nel nostro castello?”, e siccome la principessa gli rispose: “Mio amato Arrighetto, a me piace fare ciò che tu desideri”, il principe le espose il suo piano: “Partirò da solo, e con un bel naviglio verrò a prenderti nel castello del tuo padre che si trova sul mare, di notte, tra un mese preciso. Tu dovrai dire a tuo padre che hai voglia di andare al mare per godere dell’aria e passare un po’ di tempo in quel castello, e quando arriverò salirai sulla mia nave e partiremo insieme. Così andrà tutto secondo i nostri desideri”.
Allora Lena fece venire il maestro orafo e, secondo gli accordi che aveva preso con Arrighetto, gli disse: "Maestro, ti prego di riportare l’aquila d’oro nella tua bottega per completarla con la corona di smeraldi e rubini che mi hai promesso: voglio che sia pronta per quando torno dal castello marino di mio padre". Rispose il maestro: "Se il mio signore è d’accordo, per me va bene", e Lena gli disse: "Fa' quello che ti dico, secondo i nostri desideri"; così l'orafo riportò l'aquila nella sua bottega, e ne uscì Arighetto, che dopo aver salutato il maestro partì in segreto e fece ritorno al suo paese, dove ordinò di allestire una bella nave con alcune galee per difenderla, e poi salpò dirigendosi verso il castello marino del Re di Aragona.
Intanto la principessa Lena aveva detto a suo padre: "Maestà, padre mio, vorrei andare al porto a vedere il mare, e restare nel vostro castello per un po' di tempo a godere dell’aria marina". Il re, che non diceva mai di no a sua figlia, acconsentì e mandò con lei dame e damigelle perché si divertisse in buona compagnia. Lena era felice nel castello in riva al mare e aspettava Arighetto, passando le giornate in riva al mare, a immaginare la nave del suo signore che l’avrebbe condotta nella Magna come sua sposa, non vedendo l’ora che il mese fosse trascorso e pregando il cielo che tutto andasse come avevano progettato lei e Arrighetto. Finalmente, la notte stabilita, Arrighetto giunse e, gettata l’ancora, scese sulla marina. Lena lo vide dalla finestra e corse tra le sue braccia, risalirono felici sulla nave che subito salpò, e col favore dei venti Arrighetto la porto nel suo reame.
Quando nel castello si accorsero che principessa era scomparsa, tutti si misero in agitazione, e mandarono a dire al re che i corsari erano venuti dal mare e l’avevano rapita. Il re provò un immenso dolore, pensando al triste destino della sua amatissima Lena, ma poi, non sapendo che fine avesse fatto, chiamò suo figlio, il fortissimo Prinzivalle, e gli disse: "Ti ordino, pena la vita, di non tornare finché non avrai scoperto dov'è e chi l'ha presa". Prinzivalle si mise in mare e seguendo le notizie di quel naviglio sentì dire che il figlio dell'imperatore aveva portato via sua sorella Lena; quando fu certo che le cose erano andate proprio così tornò dal re suo padre e gli disse: "Mio signore, il figlio dell'imperatore della Magna è venuto qua in persona e l'ha rapita".
Infuriato per l’oltraggio il re di Raona decise di muovere guerra all’imperatore della Magna fino nel suo reame: cominciò grandi preparativi per allestire l’esercito, e si alleò con  il re di Francia e il re d'Inghinterra, con il re di Navarra e il re di Maiolica e il re di Scozia e il re di Castella e il re di Portogallo, e con tanti altri grandi signori e baroni di Ponente. Sentendo che si apparecchiava guerra contro di lui, l'imperatore della Magna fece lo stesso, e chiamò come suoi alleati il re d'Ungheria e il re di Buemia, e tanti altri marchesi, conti e baroni della Magna, tanto che da entrambe le parti si radunavano e si preparavano immensi eserciti per farli scontrare in battaglia, e fu una battaglia delle più grandi e terribili che la storia ricordi.
Appena il re di Raona ebbe radunato il suo esercito, si mise in marcia, ed entrò nella Magna e marciava sui territori dell'imperatore: quando l'imperatore seppe della sua venuta gli andò incontro verso una città che si chiama Vienna,  accompagnato da una grande moltitudine di genti. Quando furono accampati a breve distanza uno dall'altro, il re di Raona tenne consiglio e decise di sfidare a battaglia l'imperatore, e allora gli inviò per un suo  messo trombettiere un guanto tutto insanguinato conficcato su un pruno. Arighetto, che aveva il grado più alto nell'esercito, accettò cavallerescamente la battaglia, e dato l'ordine fissarono il giorno in cui sarebbero scesi in campo.
La notte prima della battaglia il re di Raona nominò dodici maestri a capo dell'esercito, tutti uomini di grande valore ed eroico coraggio. La prima schiera era formata da tremila valenti uomini d'arme, tutti vestiti di nero, e nominò molti di loro cavalieri dello spron d'oro, e si chiamavano i cavalieri della morte. A loro capo mise il principe Prinzivalle, al quale disse: "Figlio mio, questo è il giorno in cui si riconquista l'onore di tua sorella, ti prego quindi di essere forte e valoroso, e voglio che tagli ogni ramo di paura dal tuo cuore, e che tu sia disposto a farti tagliare a pezzi pur di non abbandonare la lotta". E infine gli diede uno stendardo dove era raffigurato un leone d'oro in campo azzurro che brandiva una spada.
La seconda schiera era formata dal duca di Borgogna con tremila Borgognoni e Franceschi, tutti a cavallo e riccamente armati, che per quell’occasione giorno portavano lo stemma con i gigli d'oro in campo azzurro.
La terza schiera la guidava il duca di Lancastro con tremila Inghilesi esperti e coraggiosi in battaglia, ciascuno di loro era equipaggiato col panzerone e la corazza, tutti indossavano bacinetti rilucenti ed erano schierati intorno a uno stendardo dov'erano raffigurati tre leopardi d'oro in campo rosso vermiglio.
Warwick Goble
La quarta schiera la guidarono il re di Castella e il re di Scozia con quattromila armati, tutti a cavallo e ben equipaggiati, e portarono due gonfaloni reali, in uno era dipinto un castello bianco in campo vermiglio, nell'altro un drago verde in campo vermiglio con una sbarra azzurra in mezzo.
La quinta schiera la guidarono e la comandarono il re di Maiolica e il re di Navarra con duemila valorosi combattenti, e per insegna quel giorno portavano due bandiere, in una era dipinta una lupa nera in campo bianco, nell'altra tre scacchi vermigli in campo bianco, e una lista rossa vermiglia in mezzo.
La sesta schiera la guidò il conte Novello di Sansogna con millecinquecento Provenzali, e come insegna aveva sullo stendardo tre rose vermiglie in campo bianco.
La settima e ultima schiera la guidò il valoroso re di Raona accompagnato da quattro suoi nobili nipoti, con cinquemila Raonesi ben armati e ben equipaggiati, che montavano grossi destrieri, tutti coperti di piastra e di maglia, e per insegna quel giorno portavano un angelo con la spada in mano; intorno a questa schiera c'erano poi duemila fanti arcieri.
I dodici condottieri dell'esercito passavano sempre in rassegna le schiere per mantenerle compatte in assetto di battaglia, con tante trombe squillanti e pifferi sonanti che pareva  uno strepito di tuono.x la pietra del gallo
Allo stesso modo l'imperatore preparò le sue schiere, e quella mattina nominò conte e cavaliere il suo nobile figlio Arighetto di Soave, e gli assegnò come compagnia tremila baroni e cavalieri, tutti nobilissimi e valorosi signori, dandogli per insegna uno stendardo imperiale dov'era dipinta un'aquila nera in campo d'oro; nello scudo che imbracciava quel giorno era dipinta una  fanciulla con una palma in mano, e quello scudo glielo aveva donato la sua amata  Lena, per la quale si combatteva questa battaglia. Poi gli disse: "Figlio mio, si combatte per la tua causa, non ti dico altro".
La seconda schiera la guidò un nipote del re d'Ungheria con cinquemila Ungheri, e per insegna portava nel suo stendardo gigli d'oro in campo azzurro e liste bianche e rosse vermiglie.
La terza schiera la guidò il vecchio re di Buemmia con seimila cavalieri tutti ben armati e ben equipaggiati, pieni di desiderio di combattere; per insegna aveva un leone bianco con due code in campo vermiglio.
La quarta schiera la guidò il sire della Lipa duca di Osterich, con settemila cavalieri di grande coraggio, esperti nell'uso delle armi e già provati in battaglia;  portavano due stendardi con le insegne, in uno era raffigurata un'aquila bianca a due teste in campo rosso punteggiato di bianco, nell'altro c'era un bianco monte in campo azzurro con una spada infitta nel monte.
La quinta schiera la guidarono il conte di Savoia e il conte Guglielmo di Luzimborgo con tremilacinquecento cavalieri, tutti uomini forti e valorosi, senza nessuna paura; per insegne portavano due stendardi, in uno era dipinto un'orso bruno in campo giallo, l'altro era ripartito in quartieri bianchi e rossi.
La sesta schiera la guidò il patriarca di Aquilea con millequattrocento conti e baroni e cavalieri dello spron d'oro, e per insegna portava una mitra fra due pastorali bianchi in campo vermiglio.
La settima e ultima schiera la guidò l'imperatore con quattromila tedeschi, tutti esperti, che sembravano nati in battaglia, e quel giorno portò per insegna il gonfalone che l'angelo diede  a Carlo Magno, l'orifiamma, in cui è raffigurata una fiamma di fuoco in campo d'oro: questa schiera era poi accompagnata da molti abili e valorosi uomini di guerra. Ogni schiera aveva quattro siniscalchi, che cavalcavano sempre intorno alle loro genti perché nessuno uscisse dall'assetto di battaglia, in modo che non ci fossero vuoti o difetti da nessun lato.
Essendo pronte e in assetto di guerra le schiere di entrambe le parti, dopo che gli spianatori avanzando ebbero tagliato macchie e alberi e riempito le fosse sul campo di battaglia, cominciò a farsi giorno, e i due schieramenti cominciarono a vedersi, mentre i raggi del sole battevano su quelle armi rilucenti, e il vento faceva sventolare gli stendardi e le bandiere; si udivano i nitriti dei cavalli, e lo strepito dei pifferi e dei trombettieri che suonavano in tutti e due i campi: pareva che lampeggiasse e tuonasse su tutta la terra. Mai come allora si videro tante nobili genti riunite su un campo, né tanti valorosi e saggi e buoni uomini d'arme dall'una e dall'altra parte, quanti ce n'erano in quel bellissimo campo.
E se mai un esercito fu comandato e guidato con abilità e saggezza, quello fu l'esercito del re di Raona, che appena fu giorno abbastanza da potersi vedere e riconoscere, cavalcava rincuorando le sue schiere, istruendole nei fatti d'arme, e incitandole a comportarsi bene e con grande valore, perché quel giorno avrebbero strappato con le spade in pugno il titolo di imperatore agli Alamani. "E lo porteremo in trionfo nella nostra patria," diceva il re di Raona, "con altissima gloria, come già accadde ai tempi del buon re Carlo Magno; per questo prego che ognuno di voi si senta un paladino, pensando che in questo giorno benedetto e vittorioso conquisteremo una fama eterna per noi e per i nostri discendenti, quando il Signore Iddio e il nobile beato san Giorgio ci daranno la vittoria. Per questo fate in modo che le vostre spade taglino, e che nessun nemico sia fatto prigioniero, perché un uomo morto non combatte. E chi pensasse di non essere valoroso nel giorno che si va a conquistare tanta fama nobile e gloriosa, si prepari a morire, perché noi siamo nelle loro terre, e non abbiamo altra protezione che le nostre spade, quindi dobbiamo per forza essere uomini di grande valore". Poi diede ordine che se qualcuno delle sue genti si fosse voltato indietro per fuggire, lo uccidessero per primo. Tutte le sue schiere non vedevano l'ora di combattere, perché a tutti sembrava di combattere per la causa giusta.
Allo stesso modo fecero l'imperatore e il nobile Arighetto con tutte le loro genti, ricordando che il sangue alamano era il più nobile e il più valoroso che ci fosse al mondo; e dissero: "Non a caso abbiamo conquistato la santissima corona imperiale, che da tanto tempo  custodiamo nelle nostre mani. Vogliamo che vi ricordiate dei nostri antenati, che furono sempre maestri nelle armi e desiderosi di conquistare gloria per la loro patria, come furono il buono e valoroso Otto di Sansogna primo imperatore, e il fiero Arrigo primo e Curadino primo, e Arrigo il secondo e il terzo e il quarto, e il buon Federico primo Barbarossa, e Arrigo quinto di Soavia, e Otto quarto di Sansogna, e tanti altri antenati nostri. Perciò siate valorosi e forti nel far abbassare l'orgoglio di questi Gallici Tramontani, che con la loro superbia hanno osato venire fin nelle nostre terre per divorarci".
Così andava anche il patriarca d'Aquilea tra le schiere, benedicendo col segno della croce,  perdonando a ciascuno i suoi peccati e dicendo: "Ciascuno di voi combatta con fierezza, che noi saremo vincitori".
Allora, dopo che l'una e l'altra parte furono consacrate, e fu assegnato il grido di battaglia che per la parte dell'imperatore era "San Polo!", e per la parte del re di Raona "San Giorgio  cavaliere!", le due prime schiere cominciarono ad avvicinarsi, e abbassate le lance valorosamente si colpirono e si ferirono, e senza paura l'uno assalì con forza l'altro; poi, spezzate le lance, impugnarono le spade attaccandosi e vibrando colpi poderosi sui rilucenti bacinetti, che mandavano scintille fino al cielo, tanto animosamente le due parti si ferivano e si picchiavano.
Capitò che il destriero di Arighetto gli fu ucciso  mentre cavalcava, e cadde, ma lui subito si rialzò, e con la spada in mano si faceva largo. Lo attaccarono molti dei cavalieri della  morte, e nessuno riusciva a prenderlo, ma il nobile Prinzivalle correndo per il campo per caso si trovò di fronte a lui, e si riconobbero. Allora il nobile Prinzivalle gli gridò pieno di  collera: "Traditore, sei morto!". Rispose il nobile Arighetto: "Io ti prego per amore di tua sorella di non uccidermi". Disse Prinzivalle: "Non piaccia a Dio né voglia che io abbia dei riguardi per te, che non li hai avuti per me", e alzata la spada lo colpì; se non fosse stato per la forte e ottima armatura che indossava, sicuramente Arighetto sarebbe morto quel giorno, quando Prinzivalle tagliò in due lo scudo che imbracciava. Allora lo soccorse il re d'Ungheria con tutta la schiera degli Ungheri, in modo che insieme a loro rimontò a cavallo e con la spada in mano ricominciò a combattere; così i nemici  cominciarono ad arretrare a causa di questo gran numero di armati che premevano contro di loro.
Allora il duca di Borgogna attaccò con la sua schiera, e fu un'immensa battaglia  e la  morte di tante genti; ma nonostante questo gli Ungheri si scostavano e tendevano gli archi con tanta ferocia che le punte  delle frecce sembravano una attaccata all'altra, e così con i loro assalti ferivano e uccidevano molte genti, tanto che per forza i nemici cominciarono a rinculare e arretrare. Si mosse il duca di Lancastro con i valorosi e forti cavalieri Inghilesi, piombò come un leone scatenato fra gli Ungheri gridando: "A morte! A morte!", e gli Ungheri fuggivano davanti a lui come pecore. Allora si scontrò col nipote del re d'Ungheria, e con la lancia abbassata gli corse incontro, e lo scaraventò in terra dal cavallo quanto era lunga la lancia, e subito gli furono addosso e lo circondarono; e siccome era di casato reale non vollero ucciderlo, ma lo fecero prigioniero. Tutti gli Ungheri,  vedendo che era stato preso il loro capo, si diedero a una fuga  disordinata, e il re di Buemmia che li vide mosse con forza la sua schiera gridando verso i nemici: "Carne! Carne!", e in quel punto ci fu una durissima e aspra battaglia.
Allora mossero le altre schiere che erano dietro a queste, col  re di Castella e il re di Scozia e il duca di Osterich e si scontrarono con queste schiere: il rumore, le strida e il clangore delle armi erano tanto forti che pareva tremassero la terra e l'aria. E correndo per il campo si scontrarono il re di Scozia e il duca di Osterich, si slanciarono uno addosso all'altro con grande ardimento e, spezzate le lance, impugnarono le spade, e il duca infilò la punta nel braccio del re di Scozia che non potè più brandire la spada, così il duca lo catturò e lo fece prigioniero. Le sue genti vedendo che il loro signore veniva portato via, si riunirono e stringendosi uno all'altro fecero barriera addosso al duca e con la forza delle armi glielo presero. Il duca allora accanito si gettò in mezzo a loro con tanta furia, beato chi poteva fuggire davanti a lui! Così trasportato dalla sua volontà avanzò tanto che arrivò nella quinta schiera, dov'erano il re di Navarra e il re di Maiolica, che si dirigevano prudentemente alla battaglia; e capitandogli di fronte con il duca il re di Maiolica abbassò la lancia e puntando al suo petto lo passò da parte a parte: così cadde a terra e morì il valoroso duca d'Osterich.
E quelli di questa schiera avendo cominciato così bene si sentirono più arditi, e corsero con grande fierezza fino alla schiera del conte di Savoia e del conte Guglielmo, e qui scoppiò una dura e aspra battaglia, e la violenza fece cadere le bandiere dei due conti, che furono quasi sconfitti.
Vedendo quanto accadeva, il patriarca d'Aquilea subito si slanciò con la sua schiera contro la furia del re di Maiolica, ed era così saldo cavaliere e tanto buona era la sua compagnia, che con forza si aprì un varco, e fece incursione con gran furia fino a un drappello dov'era il valoroso nobile Prinzivalle, che si mosse subito contro di lui e lo colpì con una lancia in modo tale che la lancia si spezzò, e il ferro con un pezzo del troncone gli rimase nel petto,  ma fu tanto grande il vigore del suo cavallo, che lo portò via, e ferito com'era faceva strage fra i nemici, ma per la grande quantità di sangue che perdeva, cominciò a non vederci più.  Correndo così per il campo si trovò davanti il nobile Arighetto, che riconoscendolo  e vedendolo così trafitto gli disse: "Ohimè! mio signore, cosa vedo?". Il patriarca disse: "Figlio mio, levami il ferro, che io son morto"; il figlio dell'imperatore prontamente gli estrasse il pezzo di lancia, e il patriarca disse: "Io non vedo quasi altro che buio, quindi tura e fascia ben stretta questa ferita, e poi portami dove i nemici sono più  fitti, perché è sicuro che prima che io muoia ne moriranno parecchi per mano mia". Così fu fatto, e quando Arighetto piangendo lo ebbe fasciato, il patriarca volle baciarlo e dargli la sua benedizione, poi disse: "Figlio mio, non sgomentarti per la mia morte, ma prendi esempio da me, e addio,  perché non è tempo di raccontar favole", e si infilò nella mischia roteando la spada con due mani, e guai a chi gli si avvicinava; resistette così non poco tempo, e poi morì.
Allora Arighetto, vedendo sopraggiungere la schiera del conte di Sansogna, si mosse con la sua schiera, che era ancora fresca, e si gettò con disperata furia contro il conte, per vendicare il patriarca suo zio che era morto da eroe. Il conte di Sansogna lo vide attaccare furiosamente, e con grande ardimento si corsero addosso, e il nobile Arighetto gli puntò la lancia al petto e con forza lo passò da parte a parte,  così cadde da cavallo il valoroso conte, e dopo poco morì e il suo corpo fu preso dalle sue genti che lo portarono nel loro accampamento.
Il re di Raona, vedendo morto il buon conte di Sansogna, non riuscì a trattenere le lacrime; poi alzò la lancia, e gridò:  "Brigata, chi mi vuol bene mi segua!", e partì come un fulmine, passando a fil di spada chi gli si parava davanti; andava per il campo come un dragone e tutti fuggivano davanti a  lui. L'imperatore vedendo questo mosse la sua schiera  infiammato di collera contro il re di Raona, e queste due schiere scontrandosi parevano demoni dell'inferno, per la tempesta e le grida  disumane che si levavano da entrambe le parti, dando e prendendo colpi di smisurata forza, tanto che le scintille salivano per l'aria. Il re di Raona si gettò lo scudo dietro ai fianchi, e impugnata la spada con entrambe le mani tagliava tutto quello che gli capitava davanti, così che tutti fuggivano davanti a lui, perché nessuno poteva reggere i suoi grandissimi colpi; e molti baroni e conti morirono per mano sua. Così infuriava questa mischia, dando e prendendo colpi grandissimi, tagliandosi armi, mani, braccia, e c'era su tutto il campo di battaglia un immenso spargimento di sangue. Ma anche l'imperatore con la sua brigata faceva immensi danni ai nemici.
Accadde che il re di Raona si trovò a una fonte dove c'era il nobile Arighetto a testa scoperta, e volendo anche lui rinfrescarsi il capo scese da cavallo, e appena smontato riconobbe il  figlio dell'imperatore dall'insegna, e senza dire una parola menò la  spada di piatto e colpì Arighetto di traverso sul viso con un gran colpo dicendo: "Questo io te lo do subito come anticipo sulla dote di mia figlia", e rimontò a cavallo dicendo: "Nobile Arighetto, riprendi le tue armi, perché questo è il giorno in cui ti tocca morire per mano mia accanto a questa fonte". Disse il nobile Arighetto: "Secondo le leggi della cavalleria non si deve combattere con chi è sfregiato da una ferita come sono io". Rispose il re: "Fasciati la ferita, e poi monta a  cavallo, perché io voglio vedere se sei valoroso come dicono".
Mentre contendevano in questo modo, sopraggiunse il conte Guglielmo di Luzimborgo con cento suoi baroni che venivano alla fonte per rinfrescarsi, e quando riconobbe i due cavalieri e sentirono la contesa, rivolgendosi al re, disse che voleva dirimere quella contesa, e sia il nobile Arighetto che il re acconsentirono. Allora il conte disse: "Sire, voglio che per questo giorno  si metta fine alla battaglia, così il nobile Arighetto si farà medicare, e appena sarà in condizioni di combattere potrete scendere in campo, e tra voi due dirimerete questa contesa, perché non muoiano più tanti uomini coraggiosi per una donna, e in fede mia io non ho mai visto una battaglia più sanguinosa di questa". Il re fu d'accordo, e fu d'accordo anche il nobile Arighetto, e si diedero la mano impegnandosi a combattere fra loro, poi andarono via.  Tornati nel loro campo, ciascuno ordinò ai propri trombettieri di suonare a raccolta; e fu molto difficile spartire quella crudelissima zuffa.
Quando a sera le due parti furono tornate nel proprio accampamento, il re di Raona fece riunire i suoi re, conti e baroni, e disse loro quello che aveva fatto e promesso. Tutti ne furono contenti, tranne il nobile Prinzivalle, che disse: "Mio signore, lasciami questo duello, voglio essere io a combattere con lui, perché io sono giovane come lui, e oggi per tutto il giorno  sono andato cercandolo per il campo, e non sono mai riuscito ad averlo". Disse il padre: "Figlio mio, lascialo guarire, e poi farai quello che vorrai".
Accadde che il papa avendo sentito quali immensi eserciti avevano riunito questi due signori, inviò là due cardinali per pacificarli,  e trovando che la cosa era messa tanto male, parlarono più volte con l'imperatore e col re di Raona, al quale questa pace non piaceva.  Ma furono tante le preghiere dei nobili, e i comandi che i cardinali portarono in nome del papa, che li avrebbe scomunicati se non obbedivano, che finalmente, come a Dio piacque, fecero la pace.
Allora con grandi feste e contentezza il nobile Arighetto si sposò con la figlia del re di Raona, e diede in sposa al nobile Prinzivalle sua sorella, figlia dell'imperatore.  E quando si furono perdonati l'un l'altro, dopo essere diventati parenti,  sentendosi consolati e pieni di gioia partirono, e ritornarono tutti nei loro paesi accompagnati dalla buona fortuna.



GLOSSARIO

Alamani  Germanici
Aquilea Aquileia
Buemmia Boemia
Castella Castiglia
Franceschi Francesi
Gallici Tramontani Europei Occidentali
Inghilesi Inglesi
Inghinterra Inghilterra
Lancastro Lancaster
Lipa  Lippe
Luzimborgo  Lussemburgo
Magna Germania
Maiolica  Maiorca
Osterich Austria
Otto  Ottone
Raona Aragona
Raonesi Aragonesi
San Polo San Paolo
Sansogna  Sassonia
Soavia  Svevia
Ungheri  Ungheresi


TAVOLA DEGLI ESERCITI


 
 DEL RE DI RAONA
E DEI SUOI ALLEATI
DELL'IMPERATORE 
E DEI  SUOI ALLEATI
I schiera: condottieri
Prinzivalle
Arrighetto
I schiera: combattenti
tremila cavalieri 
tremila baroni e cavalieri
I schiera: insegne
un leone d'oro in campo azzurro
un'aquila nera in campo d'oro che impugna la spada
sullo scudo una fanciulla con la palma in mano
II schiera: condottieri
il duca di Borgogna
un nipote del re d'Ungheria
II schiera: combattenti
tremila cavalieri borgognoni e franceschi
cinquemila Ungheri
II schiera: insegne
gigli d'oro in campo azzurro e liste bianche e rosse vermiglie
gigli d'oro in campo vermiglio 
III schiera: condottieri
il duca di Lancastro
il re di Buemmia
III schiera: combattenti
tremila Inghilesi
seimila cavalieri
III schiera: insegne
tre leopardi d'oro in campo vermiglio 
un leone bianco con due code in campo vermiglio
IV schiera: condottieri
il re di Castella e il re di Scozia
il Seri della Lipa duca di Osterich
IV schiera: combattenti
quattromila cavalieri
settemila cavalieri
IV schiera: insegne
un castello bianco in campo vermiglio e un drago verde in campo vermiglio con una sbarra azzurra in mezzo
un'aquila bianca a due teste in campo rosso puntato di bianco e un monte bianco in campo azzurro con la spada infitta nel monte
V schiera: condottieri
il re di Maiolica e il re di Navarra
il conte di Savoia e il conte Guglielmo di Luzimborgo
V schiera: combattenti
duemila armati
tremilacinquecento cavalieri
V schiera: insegne
una lupa nera in campo bianco e tre scacchi vermigli in campo bianco con una lista rossa vermiglia in mezzo
un orso bruno in campo giallo e quartieri bianchi e rossi
VI schiera: condottieri
il conte Novello di Sansogna
il patriarca di Aquilea
VI schiera:combattenti
millecinquecento Provenzali
millequattrocento cavalieri
VI schiera: insegne
tre rose vermiglie in campo bianco
una mitra in mezzo a due pastorali bianchi in campo vermiglio
VII schiera: condottieri
il re di Raona con quattro suoi nipoti
l'imperatore
VII schiera: combattenti
cinquemila cavalieri raonesi e duemila fanti
quattromila Tedeschi e altri uomini di guerra
VII schiera: insegne
un angelo con una spada in mano
l'orifiamma di Carlo Magno
Grido di guerra
san Giorgio cavaliere
san Polo

Warwick Goble


 
 
 

DALLE PIACEVOLI NOTTI DI GIOVAN FRANCESCO STRAPAROLA

 

 
 

L'AUGEL BELVERDE
(Vedi: La fontana che brila l'albero che canta e l'ucelin belverde, versione veneta contemporanea)

C'erano una volta a Fontaniva, città nobile e prosperosa, tre sorelle belle, cortesi e piene di grazia, nonostante fossero figlie di un fornaio, che nel suo forno cuoceva il pane per gli altri.
Un giorno le tre sorelle erano nel giardino che a loro  piaceva tanto, quando passò il re Ancillotto, che per divertirsi andava  a caccia  con una bella compagnia. Brunora, che era la maggiore,  vedendo  quella nobile e allegra compagnia, disse: "Se io avessi il maestro di casa del re come mio sposo, sono sicura che con un  bicchiere di vino disseterei tutta la corte". "E io,"disse Lionella, "posso assicurare che se avessi il segretissimo cameriere del re come sposo farei tanta tela con un fuso del mio filo che  rifornirei di camicie finissime  tutta la corte". "E io," disse Chiaretta, che era la più piccina e anche la più bella, "posso dire che se avessi il re come mio sposo gli farei tre gemelli,  due maschi e una femmina, e ciascuno di loro avrebbe i capelli inanellati sulle spalle scintillanti di fili d'oro, una collana  d'oro intorno al collo e una stella in fronte".
Uno dei cortigiani sentì queste parole, e subito corse dal re e gli raccontò esattamente quello che avevano detto le tre fanciulle. Allora il re le fece venire in sua presenza e le interrogò una ad una su quello che avevano detto in giardino,  e loro  tre con grande cortesia risposero proprio con le stesse parole.  Questo piacque molto al re, e subito il maestro di casa sposò  Brunora, il cameriere Lionella, e lui prese Chiaretta. E anziché  andare a caccia tornarono tutti a palazzo, dove furono festeggiate solennemente le nozze.
La madre del re però non era affatto contenta, perché Chiaretta, per quanto bella, gentile, garbata nel parlare, era di basso lignaggio, non certo adatta alla nobiltà di un re, e poi non poteva sopportare che un maestro di casa e un cameriere fossero diventati cognati di re Ancillotto. La  suocera prese a odiare Chiaretta ogni giorno di più, non poteva vederla né sentirla, ma per non contraddire suo figlio teneva l'odio nascosto dentro di sé.
Presto Chiaretta rimase incinta, e re Ancillotto ne fu immensamente felice perché sperava di vedere i figli che gli aveva promesso la sua sposa, ma in quel tempo partì a cavallo per visitare terre straniere,  dopo aver raccomandato  la regina e i figli che stavano per nascere alla sua vecchia madre. Lei  non amava e non poteva vedere la nuora, eppure promise al figlio che le avrebbe dedicato tutte le sue cure.
Mentre il re era in terre straniere, la regina Chiaretta partorì  tre bambini, due maschi e una femmina, e tutti, come aveva promesso al re quando era ancora una fanciulla, avevano i capelli  inanellati e sparsi sulle spalle, con una graziosa catenella al collo e la stella in fronte. La crudele e malvagia madre del re,  priva di pietà e ardente di odio terribile e mortale, appena nacquero i bei bambini decise senza esitazione di farli subito morire, perché nessuno sapesse mai nulla di loro e perché la regina cadesse in disgrazia presso il re suo sposo. C'era anche questo:  che nelle due sorelle, siccome Chiaretta era regina e signora di tutti, era nata un'invidia smisurata contro di lei, e con le loro tresche e la loro malignità facevano di tutto perché quella pazza della madre  del re la odiasse sempre di più.
Quando la regina partorì, nacquero a corte tre cani botoli, due maschi e una femmina, che avevano una macchia chiara in fronte e una specie di segno bianco intorno al collo. Spinte da un'ispirazione diabolica le due sorelle  invidiose presero i tre cagnetti e li portarono alla crudele suocera, si inchinarono e le dissero: "Signora, noi sappiamo che non ami e non hai cara la nostra sorella, giustamente, perché è di bassa origine e non è adatta al re tuo figlio una donna così scadente. Sapendo questo noi siamo venute per aiutarti, e ti abbiamo portato questi tre cagnolini stellati in fronte, dicci cosa ne pensi".  Alla suocera piacque molto questa cosa, e pensò di portarli alla nuora, che ancora non aveva visto i suoi figli, dicendole che erano quelli
i bambini nati da lei. E perché nessuno scoprisse l'inganno, ordinò subito alla levatrice di andare a dire alla regina che i figli che aveva partorito erano tre cani botoli, poi andò da Chiaretta con le due sorelle e dissero: "Guarda regina, che bei frutti ti sono nati! Tienili di conto, così quando torna il re vedrà questa bella roba". E glieli misero accanto, dicendole che sono cose che capitano.
Così le tre donne scellerate avevano realizzato i loro piani, restava solo una cosa: far morire i tre bambini innocenti. Prepararono una cassetta impeciata, ci misero dentro i piccini, la chiusero, e la buttarono nel fiume che scorreva lì vicino, perché la corrente li portasse via. Ma il Cielo che protegge gli innocenti non permise che accadesse loro del male, e sul fiume passò  un mugnaio che vide la cassetta, la prese e l'aprì, trovandovi i bambini che ridevano. E siccome erano bellissimi pensò che fossero figli di una gran signora, che avendo combinato qualcosa di  losco  li avesse abbandonati alle acque. Richiusa la cassettina   se caricò sulle spalle, andò a casa e disse: "Guarda moglie mia cosa ho trovato in riva al fiume, ti faccio un regalo". La donna,  visti i bambini, li accolse con affetto e li allevò come se fossero stati suoi. Chiamarono i maschi Salvo e Fluvio, e la femmina Ondina, perché erano stati salvati dal fiume.
Il re Ancillotto passava il tempo in allegria, pensando che al ritorno avrebbe trovato tre meravigliosi bambini, ma le cose non andarono come sperava lui, perché sua madre quando sentì che stava arrivando al palazzo gli si fece incontro e gli disse: "La tua cara moglie invece di tre bambini ha partorito tre cani botoli".  E dopo averlo portato nella camera dove Chiaretta giaceva addolorata per il parto, gli mostrò i tre cagnolini che aveva accanto.  La regina piangeva a dirotto, dicendo che non aveva partorito i cani, ma le tre sorelle confermarono tutto quello che aveva detto la madre. Sentendo questo il re rimase sconvolto, e quasi cadde in terra per il dolore, poi quando si riprese si sentì incerto,  non riusciva a capire a chi doveva credere, ma alla fine pensò che fossero vere le parole di sua madre. Vedendo che la povera Chiaretta era affranta dal dolore e sopportava con nobiltà il  disprezzo delle sorelle e della suocera, il re ne sentì pietà e non volle condannarla a morte, ma ordinò che fosse chiusa sotto il posto dove si rigovernavano i piatti e i tegami, e che per cibo non avesse altro che la spazzatura e i rimasugli che cadevano da una grata in quella cella puzzolente.
Warwick GobleMentre l'infelice regina si trovava in quella prigione dove si nutriva d'immondizia, la moglie del mugnaio cresceva i tre gemelli, e ogni mese tagliava i loro capelli inanellati, dai quali cadevano grosse pietre preziose e bianche perle, tanto che il mugnaio smise di macinare il grano e diventò ricchissimo, mentre  i bambini crescevano nell'abbondanza. Erano già grandi quando  sentirono parlare il mugnaio e sua moglie, e scoprirono che non erano figli loro, ma che erano stati trovati in una cassettina portata dal fiume. Furono molto colpiti da questa cosa e, desiderosi di cercare  la loro fortuna, si accomiatarono dai genitori adottivi e partirono. Questa cosa non piacque al mugnaio e a sua moglie, che si videro privati delle ricchezze che uscivano continuamente dalle loro chiome d'oro.
Salvo, Fluvio e Ondina si misero in cammino, e dopo tanti giorni giunsero a Fontaniva, la città del re Ancillotto loro padre, e qui affittarono una casa in cui vivevano insieme provvedendo ad ogni loro necessità con il ricavato delle pietre preziose e delle perle che cadevano dal loro capo. Un giorno accadde che il re andando a passeggio per le sue terre con un seguito di cortigiani per caso passò da dove abitavano i tre gemelli, che non avendo ancora visto né conosciuto il re scesero per le scale e andarono sulla porta, si tolsero x the booby il cappello e, chinando le ginocchia e la testa, lo salutarono con grande cortesia. Il re, che aveva la vista di un'aquila, li guardò bene in viso, e quando vide che avevano una stella d'oro in fronte, sentì un'agitazione che gli sconvolgeva il cuore, perché quei tre giovani potevano essere i suoi figli. Così si fermò e chiese: "Chi siete? E da  dove venite?". Loro risposero con umiltà: "Noi siamo poveri forestieri venuti ad abitare nella tua città", e il re disse: "Ne sono molto lieto, e come vi chiamate?". Il primo rispose: "Salvo", e il secondo: "Il mio nome è Fluvio". "E io," disse la sorella, "mi chiamo Ondina". "Vi prego di venire tutti insieme a pranzo da me". I giovani erano arrossiti, e siccome alla nobile richiesta non si poteva dire di no, accettarono l'invito.
Il re, tornato a palazzo, disse a sua madre: "Signora, oggi mentre ero a passeggio per svagarmi un po', ho incontrato per caso due bei giovani e una fanciulla piena di grazia, e tutti e tre avevano una stella d'oro in fronte: se non mi sbaglio sembrano quelli che mi aveva promesso la regina Chiaretta". Sentendo queste parole la vecchia scellerata si mise a ridere forte, ma in cuor suo sentì una pugnalata. Allora fece chiamare in segreto la vecchia comare che come levatrice aveva assistito al parto e le disse: "Lo sapete, mia cara comare, che i figli del re vivono, e  sono più belli che mai?". La comare rispose: "Com'è possibile signora? sono affogati nel fiume!". La vecchia regina disse:  "Dalle parole del re io ho capito che sono vivi, e ora dovrai darti da fare, altrimenti noi corriamo un pericolo mortale". Rispose la comare: "Stai tranquilla signora, che  spero di fare in modo tale che moriranno tutti e tre".
La comare se ne andò e si diresse subito alla casa di Salvo, Fluvio e Ondina; trovò la fanciulla sola, la salutò e si mise a parlare con lei, e dopo un po' di tempo le disse: "Avresti per caso, mia cara, l'acqua che balla?", Ondina le rispose di no, e la donna disse: "Oh! Mia cara, quante belle cose vedresti se tu ce l'avessi! perché bagnandoti il viso con l'acqua che balla diventeresti ancora più bella di come sei". Disse la fanciulla: "E come potrei fare per averla?"; la comare rispose: "Manda i tuoi fratelli a cercarla, che la troveranno, perché non è tanto lontana da queste terre", e dopo aver detto questo se ne andò. Quando tornarono a casa Salvo e Fluvio, Ondina andò loro incontro, e li pregò in nome del bene che le volevano di cercare in ogni modo di portarle questa preziosa acqua che balla. Salvo e Fluvio la prendevano in giro e rifiutavano di andare, perché non sapevano proprio dove cercarla, ma poi, sentendosi pregare tanto e con tanta dolcezza dalla loro amata sorella, presero un'ampolla e partirono insieme.
I due fratelli avevano cavalcato ormai per tanto tempo, quando giunsero a una fonte cristallina, dove una candida colomba si rinfrescava. Senza alcun timore la colomba disse: "O giovani, che cosa andate a cercare?"; Fluvio le rispose: "Noi cerchiamo quell'acqua preziosa che, come dicono, balla". "Oh, poverini!", disse la colomba, "e chi vi manda a cercare quell'acqua?"; rispose Salvo: "Nostra sorella". Disse allora la colomba: "Voi andate sicuramente verso la morte, perché là ci sono molti animali velenosi che appena vi vedono vi divorano. Ma lasciate a me questo compito, e vi porterò io l'acqua che balla". Prese l'ampolla che avevano i giovani, se la legò sotto l'ala destra e si alzò in volo; e dopo essere andata dove si trovava l'acqua meravigliosa e aver riempito l'ampolla, ritornò dai fratelli che aspettavano con grande desiderio il suo ritorno.
Dopo aver ricevuto l'acqua e aver ringraziato di cuore la colomba, i giovani tornarono a casa, e la diedero a Ondina, dicendole chiaramente che non doveva più chiedere servizi di quel genere, perché avevano rischiato di morire.
Non erano trascorsi molti giorni quando il re rivide i tre gemelli, ai quali disse: "Perché dopo aver accettato il mio invito non siete venuti a desinare con me quel giorno?"; loro con grande umiltà risposero: "Urgentissime faccende, maestà, sono state causa di questo". Allora disse il re: "Vi aspetto in tutti i modi domani a pranzo da me".
Ritornato a palazzo il re disse alla madre che aveva rivisto i giovani con la stella d'oro in fronte, e la vecchia si spaventò:   fatta di nuovo chiamare la comare  in segreto le raccontò tutto,  pregandola di darsi da fare per il grande pericolo che correvano.  La vecchia le disse di non preoccuparsi e di non aver paura di nulla, perché lei avrebbe fatto in modo tale che nessuno li avrebbe mai più visti.
Lasciò il palazzo e andò a casa della fanciulla, che era sola, e le chiese se ancora non le avevano portato l'acqua che balla. Ondina rispose che l'aveva, ma che per portargliela i suoi fratelli avevano corso dei grandissimi pericoli. "Eppure io vorrei proprio," disse la vecchia, "che tu mia cara avessi il pomo che canta, perché tu non hai mai visto una cosa tanto bella, né hai mai sentito un canto così soave e dolce". La fanciulla disse:  "Non so come fare per averlo, i miei fratelli non vorranno andare a cercarlo, perché hanno rischiato di morire senza speranza di salvarsi"; "Te l'hanno pur portata l'acqua che balla, e non sono morti. E come ti hanno trovato l'acqua ti troveranno il pomo che canta", disse la vecchia, e se ne andò.
La comare se n'era appena andata, quando arrivarono a casa Salvo e Fluvio, e Ondina disse loro: "Io, fratelli miei, vorrei tanto vedere e sentire il pomo che canta con tanta dolcezza. E se non farete in modo che possa averlo, state certi che la mia vita tra poco finirà". Sentendola parlare così i fratelli la sgridarono aspramente, dicendo che non volevano rischiare la vita per lei,  com'era già accaduto in passato. Ma Ondina li pregò e pianse tanto, che Salvo e Fluvio decisero di accontentarla in tutti i  modi, qualunque cosa dovesse capitare.
Allora montarono a cavallo e partirono, e cavalcarono tanto che giunsero a  un'osteria, dove entrarono chiedendo all'oste se per caso poteva insegnare loro dove trovare il pomo che canta dolcemente. "Sì," rispose l'oste, "ma non ci potete andare, perché il pomo è in uno  splendido giardino, sorvegliato da una bestia dalle grandi ali spiegate, che uccide tutti quelli che si avvicinano". "Come  potremo fare noi, che abbiamo deciso di averlo in  tutti i modi?". "Se mi ascolterete," disse l'oste,  "riuscirete  a prenderlo, la bestia non potrà nuocervi e non morirete. Prendete questa veste fatta tutta di specchi, e quando sarete vicini  al giardino uno di voi la indosserà, ed entrerà dalla porta aperta, mentre l'altro resterà fuori attento a non farsi vedere. La bestia attaccherà quello che sarà entrato, ma vedendo se stessa negli specchi cadrà a terra immediatamente, così lui potrà avvicinarsi all'albero del pomo che canta e  prenderlo con garbo, poi senza voltarsi indietro uscirà dal giardino".
I fratelli ringraziarono a lungo l'oste, poi partirono e seguirono tutti i suoi consigli, così riuscirono a prendere il pomo  che canta, e lo portarono alla sorella, pregandola di non costringerli mai più a intraprendere imprese tanto pericolose.
Passati molti giorni il re vide i giovani, e dopo averli fatti avvicinare disse: "Per quale ragione non siete venuti a desinare da me secondo l'ordine che vi avevo dato?". Fluvio gli rispose: "Non c'è altra ragione, maestà, che ci ha fatto disobbedire al tuo ordine, solo certi affari ci hanno trattenuto". Disse il re:  "Vi aspetto domani, e fate in modo di non mancare, a qualunque  costo". Salvo disse che se avessero potuto liberarsi da certe loro faccende ci sarebbero andati molto volentieri.
Ritornato al palazzo il re disse di nuovo alla madre che aveva rivisto i giovani, li aveva nel cuore, pensando sempre a quelli che gli aveva promesso Chiaretta, e non poteva trovare pace finché non venivano a desinare con lui. La madre del re sentendo questo discorso si mise in un'agitazione ancora peggiore delle  altre volte, avendo paura di essere scoperta. E così impaurita e infuriata mandò a chiamare la comare e le disse: "Io credevo proprio, comare mia, che i fanciulli oramai fossero morti e che non se ne sarebbe sentito più parlare, invece loro sono vivi, e noi  corriamo un pericolo mortale. Datti quindi da fare, o moriremo  tutte". Disse la comare: "Grande signora, state tranquilla e non  agitatevi, perché farò in modo che sarete contenta di me, e non avrete più alcuna notizia di loro".
Decisa a farla finita andò dalla fanciulla, e dopo averla salutata le chiese se aveva ricevuto il pomo che canta. Ondina rispose di sì e allora la vecchia astuta e maligna disse: "Pensa mia cara, che quello che hai ora non è nulla, se non potrai avere anche una cosa  molto più bella e preziosa delle  altre due". "E che cosa sarebbe, nonnina, questa cosa tanto bella di cui mi parli?", disse la fanciulla; la vecchia le rispose: "L'Augel Belverde, mia cara, che parla giorno e notte, e racconta cose meravigliose. Se tu lo possedessi, potresti chiamarti  felice e beata". E dopo aver detto queste parole andò via.
Appena sentì arrivare i fratelli, Ondina andò loro incontro, e li pregò di soddisfare il suo unico desiderio. E quando le chiesero che cosa desiderava, lei rispose: "L'Augel Belverde". Fluvio, che si era visto venire addosso ad ali spiegate la bestia feroce e velenosa, ricordava bene il pericolo e si rifiutava decisamente di partire alla ricerca. Ma Salvo, dopo essersi rifiutato anche lui per un bel po' di tempo, pieno di amore fraterno  e commosso dalle lacrime che non smettevano di scendere dagli occhi di Ondina, decise di accontentarla e convinse anche suo  fratello. Così partirono insieme a cavallo, e dopo molte giornate di viaggio giunsero in un prato fiorito e verdeggiante, al centro  del quale cresceva un albero altissimo dalla chioma rigogliosa,  circondato da tante statue di marmo che parevano vive, e lì vicino c'era un ruscello che bagnava il prato. Su quest'albero l'Augel Belverde tutto contento saltellava di ramo in ramo, articolando parole che non parevano umane ma celestiali. I giovani smontarono dai loro cavalli, che lasciarono liberi di pascolare, e si avvicinarono alle figure di marmo, ma appena le toccarono diventarono statue anche loro.
Per tanto tempo Ondina aspettò ansiosamente il ritorno di Salvo e Fluvio, ed ebbe paura di averli perduti per sempre, senza alcuna speranza di riabbracciarli. Mentre aveva questo grande dolore e piangeva per la triste morte dei suoi fratelli, decise tra sé e sé di tentare la sorte, e salita su un bel cavallo si mise in viaggio, cavalcando tanto che arrivò nel luogo in cui l'Augel  Belverde stava sul ramo di un grande albero parlando dolcemente.  Appena entrò nel prato riconobbe i cavalli dei suoi fratelli che brucavano le fresche erbe; poi guardandosi attorno con attenzione vide Salvo e  Fluvio trasformati in due statue che erano tali e quali a loro e ne rimase stupefatta.
Allora smontò da cavallo, si avvicinò all'albero, stese la mano  e afferrò l'Augel Belverde. Quello, vedendosi privato della libertà, disse: "Ti prego, mia dolce fanciulla, di lasciarmi andare e di non trattenermi fra le tue mani, e vedrai che al momento giusto te ne verrà un gran bene". Ondina gli rispose: "Non ti accontenterò di sicuro, se prima non farai tornare vivi i miei  fratelli". Allora l'uccello disse: "Guardami sotto l'ala sinistra, e troverai una penna molto più verde  delle altre, con dei piccoli segni gialli: prendila, avvicinati alle statue e con la  mia penna tocca i loro occhi, appena lo farai i tuoi fratelli torneranno in vita". Ondina gli alzò l'ala sinistra, trovò la  penna come le aveva detto l'uccello, poi andò vicino alle figure di marmo, toccò i loro occhi ad uno ad uno con la penna e subito  le statue si trasformarono in esseri viventi. Vedendo i suoi  fratelli vivi come prima, con immensa gioia li abbracciò e li baciò.
Siccome Ondina aveva ottenuto ciò che gli aveva chiesto,  l'Augel Belverde la pregò di restituirgli la  libertà,  promettendole di ricompensarla generosamente, se un giorno avesse avuto bisogno del suo aiuto. Ma Ondina gli disse: "Non ti libererò mai, finché non avremo scoperto chi sono i nostri veri  genitori, quindi abbi pazienza". I fratelli discussero a lungo su chi doveva tenere l'uccello, e alla fine si accordarono di lasciarlo con Ondina, che lo teneva con grande amore e gli dedicava  tutte le sue cure. Poi rimontarono a cavallo e tutti contenti ritornarono a casa.
Il re, che spesso era passato davanti alla casa dei tre gemelli, non li aveva più visti e non capiva cosa fosse successo; chiese notizie ai vicini, ma gli risposero solo che da tanto tempo non erano a casa.
Poco tempo dopo che erano tornati videro il re, che chiese cos'era successo, perché erano mancati così a lungo. Salvo rispose che alcuni fatti straordinari li avevano trattenuti molto lontano, e per questa ragione non erano andati da lui a palazzo,  gli chiedevano perdono ed erano pronti a rimediare. Il re capì che avevano corso grandi pericoli e si sentì commosso, e non volle andare via di là senza portarli con sé a desinare. Senza farsi vedere, Salvo prese l'acqua che balla, Fluvio il pomo che canta e Ondina l'Augel Belverde, andarono felici a palazzo col re e si sedettero alla sua tavola. La malvagia madre del re e le  due sorelle invidiose, vedendo una fanciulla così bella e due giovani così aggraziati e cortesi, dagli occhi splendenti come stelle del firmamento, cominciarono a sospettare, e sentivano una grande agitazione.
Salvo, finito il desinare, disse al re:  "Maestà, noi vogliamo, prima che sia sparecchiata la tavola, farti vedere alcune cose che ti piaceranno moltissimo", e presa una coppa d'argento ci mise dentro l'acqua che balla e la posò sulla tavola. Fluvio mise la mano in tasca, prese il pomo che canta, e lo posò accanto all'acqua. Ondina, che teneva in grembo l'Augel Belverde, subito lo posò sulla tovaglia. Allora il pomo cominciò un dolcissimo canto, e l'acqua a questa musica cominciò a ballare meravigliosamente. Il re e tutti i cortigiani erano così contenti vedendo queste cose, che non stavano nella pelle dalla gioia. Ma paura e agitazione aumentarono per la madre scellerata e le sorelle crudeli, perché temevano a ragione per la loro vita. Quando il canto e il ballo finirono, l'Augel Belverde cominciò a parlare e disse: "Sacra maestà, cosa meriterebbe chi avesse voluto la morte di due fratelli e una sorella?". La madre del re volle rispondere per prima: "Dovrebbe essere bruciata viva", e così dissero anche le sorelle invidiose. Allora l'acqua che balla e il pomo che canta alzarono la voce dicendo: "Ah! Madre bugiarda e piena di scelleratezza, tu ti condanni da te stessa! E voi malvage e invidiose sorelle, con la maligna comare sarete condannate a un unico supplizio!". Il re sentendo queste parole era rimasto attonito, ma l'Augel Belverde continuò a parlare così: "Maestà, questi sono i tuoi tre figli, quelli che tanto hai desiderato! E la loro madre innocente è ancora nella puzzolente cella sotto l'acquaio".
Il re ordinò subito che Chiaretta fosse liberata e vestita come si conviene a una regina, e quando fu pronta Chiaretta si presentò al  re e, nonostante fosse stata tanti anni nella fetida prigione, la sua bellezza era intatta. Allora l'Augel Belverde raccontò ai presenti questa storia, dall'inizio alla fine, con tutto quello che era successo.
Il re finalmente, comprendendo cos'era accaduto, pianse di gioia e abbracciò forte la sua sposa e i suoi tre cari figli, poi, siccome nella grande felicità non pensarono più all'acqua che balla,  al pomo che canta e all'Augel Belverde, i tre esseri magici scomparvero tutti insieme.
Le donne malvage e crudeli furono giustamente punite, mentre  il re Ancillotto con la regina Chiaretta vissero insieme felici e contenti, dopo aver celebrato le nozze della principessa Ondina con un potente re e aver lasciato il trono di Fontaniva a Salvo e Fluvio, che regnarono a lungo in pace e prosperità.
Ma ogni tanto si vede nell'aria una scia verde  screziata d'oro, come se fosse passato ancora l'Augel Belverde.


     


BAMBOLA POAVOLA
(Bambola Poavola, versione cinquecentesca)

Tanto, tanto tempo fa, nel paese di Roccaraso, viveva  una povera filatrice con le sue figlie che erano belle e gentili, la maggiore si chiamava Gina e la più piccola Gemma.
Un brutto giorno la filatrice sentì che era giunta la sua ora, e siccome possedeva soltanto una cassettina di stoppa, chiamò le  figlie e diede loro quella misera eredità, raccomandando che  si volessero sempre bene.
Dopo la morte della madre le due sorelle avevano bisogno di guadagnare qualcosa per comprare un po' di pane, e allora Gina prese una libbra di stoppa e svelta svelta si mise a filare;  quando ebbe finito chiamò Gemma e la mandò al mercato perché vendesse il filo e con il ricavato comprasse del pane.
Gemma lo prese, se lo mise sotto il braccio e andò in piazza per venderlo come gli aveva detto Gina, ma mentre cercava un  compratore incontrò una vecchina che aveva in grembo una bambola di pezza così bella e graziosa che non se ne era mai visto l'uguale. Gemma si mise a guardarla, e non si muoveva più di lì,  ma non sapeva come dire e come fare per averla. Alla fine si avvicinò alla vecchina e le disse: "Nonnina, se siete contenta, mi piacerebbe cambiare il mio filo con la vostra bambola". La vecchina, vedendo che la bella fanciulla  aveva tanto desiderio della bambola, rispose: "Voglio accontentarti perché sei così gentile", e gliela diede.
Gemma prese la bambola, e, felice come non era mai stata, tornò  a casa. Sua sorella le chiese: "Hai venduto il filo che avevo  filato?", "Sì", rispose Gemma, "E dov'è il pane che hai comprato?", continuò Gina, e allora Gemma aprì il suo grembiule bianco e le fece vedere la bambola Poavola che aveva avuto in cambio del filo. Gina, che si sentiva morire di fame, a quella  vista di arrabbiò tanto che perse la testa dalla collera, e prendendo sua sorella per le trecce le diede tante botte che la poverina dopo non riusciva quasi più a muoversi. Ma Gemma non disse nulla, sopportò le botte e andò in una camera, sola con la sua Poavola.
Quando venne la sera, Gemma andò vicino al focolare, e come facevano le mamme con i bambini appoggiò la Poavola su un pannicello di lana, la spogliò e con un po' d'olio della lucerna le unse lo stomaco e il pancino, massaggiandola pian pianino. Poi la vestì per la notte, la mise a letto e si distese accanto a lei. Warwick Goble
Gemma non aveva ancora fatto il primo sonno quando la Poavola cominciò a chiamare: "Mamma, mamma, cacca!", lei si svegliò e le  chiese: "Che cos'hai bambina mia?". La Poavola  rispose: "Mammina, io vorrei fare la cacca", e Gemma dicendo: "Aspetta, bambina mia", andò a prendere il suo grembiule bianco e glielo mise sotto dicendo: "Fa' la cacca, bambina mia". La bambola Poavola spinse un po' e riempì il grembiule di monete d'oro.
Gemma allora svegliò sua sorella e le fece vedere il tesoro fatto dalla bambola, e Gina, incantata da quelle monete d'oro, ringraziò la buona sorte che non le aveva dimenticate nella loro povertà, e chiese perdono a Gemma delle botte che le aveva dato il giorno prima; infine fece tante carezze alla Poavola, baciandola e cullandola tra le sue braccia.
Al mattino le due sorelle andarono a comprarsi pane, olio, vino,  legna e tutto quello che ci vuole in una casa senza miseria, poi a sera unsero il pancino e lo stomaco alla Poavola e la misero a letto. E come la sera prima la Poavola chiese di fare i suoi bisogni e riempì il grembiule di monete d'oro. Così le due sorelle dedicavano alla Poavola tutte le cure, e quando le chiedevano se voleva fare la cacca la bambola rispondeva sempre di sì.
Ma un giorno una vicina andò a fare una visita alle due sorelle,  e vedendo com'era piena la loro dispensa si accorse che in quella casa al posto della miseria era entrata molta ricchezza. Domandò alle sorelle: "Bambine mie, come avete fatto a comprare tutte queste cose, voi che eravate così povere fino a poco tempo fa?"
E Gina le rispose: "Abbiamo scambiato una libbra di filo con la bambola Poavola, che ci fa tutte le monete d'oro che vogliamo".  La vicina a queste parole fu colpita da un feroce attacco d'invidia, ma fingendo di essere contenta per la loro fortuna salutò Gina e Gemma e se ne tornò a casa. Raccontò al marito la storia della bambola che faceva monete d'oro, e gli disse che doveva trovare il modo di rubarla. Il marito dapprima non voleva  credere che una bambola facesse diventare ricchi, ma fu tentato dall'avidità e chiese alla moglie: "Dì un po', come vorresti fare a prendergliela?". "Faremo così," disse la vicina, "domani sera tu fai finta di essere ubriaco e mi rincorri con la spada sguainata urlando che mi vuoi ammazzare, io scappo di casa e busso alla loro porta supplicandole di darmi rifugio; Gina e Gemma sono gentili e non mi diranno di no. Mi inviteranno a dormire da loro e io troverò il modo di impadronirmi di quella bambola".
Così fecero, e quando la vicina bussò alla loro porta gridando: "Soccorso, soccorso, mio marito mi vuol uccidere!" le sorelle corsero ad aprire e la fecero entrare. Lei raccontò che il  marito era ubriaco e che rischiava la vita se tornava in casa prima che gli fosse passata la sbronza, così fu invitata a cena, e dopo un po' andarono tutte a letto.
A una certa ora la Poavola cominciò a chiamare: "Mamma, mamma,  cacca!", Gemma come al solito la mise sul suo grembiule bianco e  la Poavola faceva monete d'oro con grande soddisfazione delle due sorelle. La vicina guardava tutta la ricchezza che usciva dal corpicino della bambola e non vedeva l'ora di rubarla e portarsela a casa. Così appena fece giorno prese la Poavola, se la nascose sotto il vestito, svegliò le sorelle dicendo che ormai il marito doveva aver digerito il vino e se ne andò.
Quando rientrò in casa disse al marito: "Ora siamo ricchi,  guarda la bambola Poavola!". E appena fu sera massaggiò la pancia  e lo stomaco alla bambola con l'olio caldo come aveva visto fare dalle sorelle, la mise a letto e si coricò accanto a lei. Dopo il primo sonno la Poavola chiamò: "Signora, signora, cacca!", la vicina prese un bel grembiule bianco, e ce la mise sopra dicendo: "Caca, caca pure, bambina mia!". La bambola spinse e riempì il grembiule di tanta popò che tutta la casa si riempì di puzzo.  Allora il marito disse: "Sei ben sistemata, credulona! e io sciocco che avevo creduto a questa storia fantastica!". La moglie protestò che l'aveva vista con i suoi occhi fare tante monete d'oro,   ma il marito continuava a prenderla in giro, lei voleva riprovare a fargliela fare la notte dopo, ma il marito si arrabbiò, e siccome non sopportava più quella puzza prese la bambola e la buttò dalla finestra. La Poavola finì su un mucchio di spazzatura e dopo un po' passarono dei contadini che caricarono quella spazzatura su un carro e la portarono in campagna.
Da quelle parti qualche giorno dopo passò il re che andava a caccia, e siccome gli venne voglia di fare un bisogno scese da cavallo e si mise dietro il mucchio di spazzatura. Non avendo nulla per pulirsi, ordinò a un servitore di trovargli qualcosa  che facesse al caso suo, e quello vedendo una vecchia bambola di  pezza gliela diede. Il re prese la bambola senza pensarci, ma appena se la accostò tra le natiche fece un urlo fortissimo,  perché la Poavola gli si era attaccata dietro con i denti, e continuava a morderlo facendolo piangere dal dolore.
Tutti i cortigiani accorsero, e videro che il re giaceva a terra come colpito a morte, allora guardarono cos'aveva, e vista la  Poavola provarono a staccargliela, ma non c'era nulla da fare, perché più la tiravano, più lei stringeva i denti sulla natica del re, e anzi via via con le manine gli dava delle strizzate sul davanti che lo facevano urlare come se lo scannassero.
Così caricarono su un carro il re che si sentiva consumare dal dolore e lo portarono a palazzo, da dove lui fece pubblicare questo bando:

Chiunque, di qualunque età e condizione sociale,
riuscirà a liberare le natiche del re dalla bambola Poavola
avrà questa ricompensa:
se è  maschio, un terzo del regno,
se è femmina, il re la prenderà in isposa.

Tanti si presentarono, attratti dalla ricompensa e convinti che il compito non fosse poi tanto difficile, ma nessuno riuscì a staccare la bambola, anzi ad ogni tentativo il povero re urlava di dolore perché la Poavola lo mordeva più forte e gli dava quelle strizzatine che gli facevano vedere le stelle.
Gina e Gemma, che stavano a piangere da quando la Poavola era scomparsa, un giorno seppero del bando e andarono dal re. Gina riconobbe la bambola, la salutò e le fece tanti complimenti e moine, ma la Poavola stringendo i denti e le manine continuava a tormentare il povero re. Allora Gemma, che era rimasta in disparte, si fece avanti e disse: "Maestà, vorrei provare a liberarvi dalla bambola"; poi cominciò a carezzare la Poavola dicendo: "Bella bambina mia, lascia stare ora il mio signore, non vedi che gli fai tanto male? suvvia, non farlo più soffrire". La Poavola, che aveva riconosciuto la sua mammina, quella che le aveva sempre voluto bene, si staccò dal re e le saltò tra le braccia.
Il re, pieno di meraviglia per tutto quello che era successo, finalmente potè riposarsi, perché erano giorni e giorni che non poteva chiudere occhio, poi, riprese le forze e guarito dai morsi  della Poavola, fece chiamare Gemma, e visto che era una fanciulla molto bella e piena di cortesia fu ben contento di mantenere la  sua promessa, facendo anche sposare Gina  con uno dei suoi migliori cavalieri. Furono celebrate le nozze in grande allegria,  con feste che durarono giorni e giorni in tutto il reame, e tutti vissero per sempre felici e contenti.
La Poavola, avendo visto questo bel matrimonio, e come tutto aveva avuto un lieto fine, disparve  e nessuno ne ha più saputo nulla. Ma c'è chi crede che potrebbe riapparire, come un sogno o una fantasima.



 


GIOVANNIN CERCÒ LA MORTE

C'era una volta, tanto tempo fa, nella città di Perdifumo, un povero giovane poco accorto e vagabondo, che si chiamava Giovannino. La sola cosa che gli piaceva era ascoltare i discorsi paurosi sulla morte, e siccome sentiva sempre dire che nel mondo non c'è cosa più orribile e paurosa, che la morte è oscura e non si può sfuggirle, perché prima o poi prende tutti, poveri e ricchi, re e mendicanti, era pieno di meraviglia,  e infine decise di andare per il mondo per cercare la morte e vedere se era così paurosa. Così si vestì con i suoi rozzi panni, prese un bastone di corniolo e partì.
Aveva già fatto molta strada, quando vide un calzolaio che faceva scarpe in quantità davanti alla sua bottega, e nonostante ne avesse già fatte tante continuava a lavorare senza sosta. "Bentrovato, mastro calzolaio", disse Giovannino, e il calzolaio gli rispose: "Benvenuto, giovane". "Che fai?", gli chiese Giovannino; "Io lavoro," disse il calzolaio, "ho bisogno di lavorare per non trovarmi nel bisogno, eppure ho sempre bisogno e mi affatico a fare le scarpe". Giovannino disse: "Ma perché? ne hai già tante, perché ne fai delle altre?", e gli rispose il calzolaio: "Le indosserò e le venderò, per mantenere me e la mia famiglia, e poi voglio mettere  qualche soldo da parte per quando sarò vecchio ". "E poi," disse Giovannino, "che succederà?". "Dopo non ci sarò più". "Perché?", chiese Giovannino; "Perché verrà la morte e con lei non c'è nulla da fare", gli rispose il calzolaio. "O calzolaio", disse allora Giovannino, "mi puoi dire cos'è questa morte?". "No davvero", rispose il calzolaio. "L'hai mai vista?" chiese Giovannino; "Non l'ho vista, e non vorrei vederla né provarla mai, perché tutti dicono che è una brutta bestia paurosa", rispose il calzolaio continuando a lavorare. Allora Giovannino gli disse: "Mastro calzolaio, potresti almeno insegnarmi dove sta? perché io la sto cercando giorno e notte, per monti e per valli, e non riesco a sapere nulla di lei". Il calzolaio gli rispose: "Io non so dove sta, né dove si trova, né com'è fatta: ma tu va' avanti, che forse la incontrerai".
Giovannino andò avanti, e un giorno arrivò a un fitto bosco, entrò sotto gli alberi ombrosi e vide un contadino che aveva tagliato tanta legna da bruciare, e continuava a tagliarne senza mai fermarsi. Si salutarono e Giovannino disse: "O contadino, che vuoi farne di tanta legna?"; il contadino rispose: "Ci farò il fuoco quest'inverno, quando ci saranno la neve, il ghiaccio e la triste nebbia, così potrò scaldarmi con i miei bambini, e altra legna la venderò per comprare pane, vino, vestiti, e tutto quello che serve per mantenersi finché non viene la morte". "Ti prego contadino," disse Giovannino, "mi sapresti insegnare dove si trova questa morte?". "No davvero," disse il contadino continuando a tagliare legna, "perché io non l'ho mai vista e non so dove si trova. Sto in questo bosco tutto il giorno a fare il mio lavoro  e passano di qua pochissime persone, che io non conosco nemmeno".  "Ma allora, come farò a trovarla?", disse Giovannino; e il contadino gli rispose: "Io non te lo so dire, e nemmeno insegnare: ma va' più oltre, che forse te la troverai davanti".
x nenninnlo e nennella
Warwick GobleGiovannino salutò il contadino e ripartì, e dopo aver camminato  a lungo arrivò da un sarto, che appesi dappertutto aveva abiti  molto belli e di tutte le fogge. Giovannino gli disse: "Buona  giornata, mastro sarto", "Buona giornata anche a te, giovane",  gli rispose il sarto. "Che ne fai di questi begli abiti, lussuosi ed eleganti? sono tutti tuoi?". Il  sarto gli rispose: "Certi sono miei, certi di mercanti, certi di nobili e certi di altre persone". "E cosa se ne fanno," gli chiese Giovannino, "di tanti vestiti?". "Li indossano secondo il tempo", rispose il sarto, e facendoglieli vedere spiegava: "questi sono da estate, questi da inverno, questi per la mezza stagione, certe volte si mettono  gli uni, certe volte gli altri". "E poi che fanno?", disse Giovannino. "E poi passano la loro vita finché non viene la morte", rispose il sarto continuando a cucire. Sentendo parlare della morte Giovannino disse: "Mastro sarto, mi puoi dire dove si trova questa morte?". Il sarto, turbato e quasi arrabbiato gli rispose: "O giovane, mi vieni a domandare cose strane. Io non te lo so dire né insegnare dove si trova, e non ci penso mai, e chiunque mi viene a parlare di lei mi fa una grossa offesa; quindi cambiamo argomento, oppure levati di qua, perché non voglio saperne di questi discorsi", e dopo queste parole lo salutò.
Giovannino aveva già visitato molti paesi, quando arrivò in un luogo deserto e solitario, dove vide un eremita in ginocchio, tutto assorto nella contemplazione, con la barba ispida, smagrito per gli anni e per i digiuni;  Giovannino pensò quasi che fosse la morte e gli disse: "Bentrovato eremita".  "Che tu sia il benvenuto, figliolo", rispose l'eremita. "Che cosa fai in questo posto scomodo e inospitale, dove non c'è nulla di piacevole e non   ci sono uomini?". "Io dico le preghiere," rispose l'eremita, "faccio i digiuni e le contemplazioni". "E perché lo fai?", disse Giovannino: "E me lo domandi, figliolo?" gli rispose l'eremita restando in ginocchio, "per servire Dio e mortificare la carne, per i poveri peccatori e per salvare la mia anima, così quando verrà la morte sarà pura e libera da tutte le colpe. Perché, quando verrà il giorno tremendo  del giudizio, il Signore con la sua bontà mi accolga nel paradiso, dove vorrei che tutti potessimo andare dopo la nostra morte". "Caro eremita, dimmi un po'" gli chiese Giovannino, "se non ti dispiace, che cos'è questa morte, e com'è fatta?". Il santo eremita gli rispose: "Caro figliolo, non cercare di saperlo, perché è una cosa orribile e paurosa, i sapienti dicono che è l'estremo dolore, la tristezza di chi è felice, il desiderio di chi soffre, e la fine di tutte le cose di questo mondo. Separa l'amico dall'amico, il padre dal figlio e il figlio dal padre, la figlia dalla madre e la madre dalla figlia, scioglie l'unione degli sposi e infine divide l'anima dal corpo, e il corpo senz'anima non può fare più nulla, diventa così marcio e puzzolente che tutti lo abbandonano e fuggono da lui perché ne provano orrore". "O  eremita, tu l'hai mai vista la morte?", gli chiese Giovannino, "No davvero", gli rispose quello; "Ma io come potrò fare a vederla?", gli chiese allora Giovannino. "Se tu desideri trovarla," rispose l'eremita, "va' più avanti, perché in questo mondo più si cammina e più ci si avvicina a lei". Il giovane ringraziò l'eremita che gli diede la benedizione, e ripartì.
Continuando il suo viaggio Giovannino attraversò profonde vallate, monti di pietra e boschi inospitali, vedeva lungo il cammino animali diversi e paurosi, e chiedeva: "Sei la morte?", ma ciascuno di loro gli rispondeva: "No, non sono io la morte". Dopo essere passato per numerose regioni e aver visto tante cose strane, Giovannino arrivò ai piedi di un'alta montagna, e dopo averla valicata si trovò in una valle profonda e cupa, chiusa da alte grotte, dove vide un animale mostruoso, che con i suoi gridi faceva rimbombare tutta la valle. Giovannino gli chiese: "Chi sei? Ehi, sei forse tu la morte?". "Io non sono la morte,"  rispose l'animale feroce, "ma continua a camminare, che presto la troverai". Sentendo la risposta che desiderava tanto, Giovannino fu molto contento.
Il povero giovane camminò ancora, tanto che dopo tutta la strada che aveva percorso e le privazioni che aveva patito si sentiva stremato e mezzo morto, quando giunse in una campagna vasta e aperta, salì su una dolce collina fiorita, e guardandosi attorno vide una bellissima città circondata da alte mura. Tornò a sperare e si rimise in cammino, e all'imbrunire arrivò a una porta, ornata di bellissimi marmi bianchi, dalla quale entrò nella città col permesso del portinaio. La prima persona che si trovò davanti fu una vecchia che doveva avere innumerevoli anni, bassa di statura, mesta in viso, e così secca e consunta che le si potevano contare le ossa. Aveva la fronte rugosa, gli occhi torti, lacrimosi e arrossati, le guance increspate, le labbra cadenti, le mani storte e callose, tremolava tutta, camminava curva, ed era vestita di panni rozzi e scuri. A sinistra aveva una spada dalla lama affilata e nella mano destra teneva un grosso bastone  che in cima aveva un  arnese a tre punte al quale si appoggiava per riposarsi, mentre sulle spalle portava una enorme borsa. Quando vide questa vecchina brutta e sdentata, Giovannino pensò che fosse la morte che cercava da tanto tempo, e avvicinandosi le disse: "Bentrovata nonnina", e la vecchia con voce roca e flebile gli rispose: "Benvenuto giovane". "Per caso, sei proprio tu la morte?" chiese Giovannino; "No," rispose la vecchina, "io sono la vita. E sai cosa c'è nella mia borsa?  E' piena di ampolle, vasetti e barattoli di pozioni, unguenti e pomate per tutte le malattie degli uomini. Se un uomo ha una ferita, anche  grandissima, io con amore gliela curo e la faccio risarcire, e se soffre anche di un dolore insopportabile, in poco  tempo posso farglielo passare completamente". "Nonnina," disse allora Giovannino, "potresti insegnarmi dov'è la morte?". "Ma chi sei tu che con tanta insistenza mi fai questa domanda?", disse la vecchina; e il giovane le rispose: "Io sono Giovannino, che da tanti giorni, da tanti mesi e da tanti anni la sto cercando, e  non ho mai trovato nessuno da nessuna parte che me l'abbia saputa indicare. Perciò, se tu sei lei, dimmelo per piacere, perché il mio desiderio è di vederla e di provarla, per sapere se davvero  è mostruosa e paurosa come tutti la descrivono". Sentendo questa pazzia la vecchina gli disse: "Se vuoi, figlio mio, te la farò vedere brutta com'è, e ti farò anche provare quanto fa paura".  Giovannino allora le disse: "Cara nonnina, non farmi più aspettare, fammela vedere subito". La vecchina per accontentarlo gli disse di denudarsi, mentre si spogliava preparò un composto  mescolando creme, unguenti e pozioni adatti a diverse malattie, e quando fu pronta gli disse: "Chinati bene, figlio mio", e lui subito si inchinò. "Piega la testa e chiudi gli occhi", gli ordinò allora la vecchia, e lui le obbedì:  la vecchina  prese la spada che aveva a sinistra e con un colpo gli tagliò la testa di netto. Poi prese la testa, la poggiò sul collo, spalmò sulla giuntura un po' di quel composto che aveva preparato, e gliela riattaccò. Ma non si è saputo come mai, se la vecchina fece  troppo in fretta o se lo fece di proposito, gli aveva attaccato la testa rigirata.
Giovannino riaprì gli occhi, si guardò la schiena, i lombi e il didietro grosso e sporgente, cosa che non aveva mai visto prima,  e si impaurì tanto che cominciò a tremare e non sapeva dove nascondersi, mentre con voce disperata e tremante supplicava la vecchia: "Ah, povero me! che orrore! fammi tornare com'ero prima,  rimettimi a posto nonnina per l'amor del cielo, non ho mai visto nulla di così brutto e pauroso! Che disgrazia! Levami, ti prego,  da questa condizione orribile nella quale sono finito! Aiuto!  Non lasciarmi così, soccorrimi subito tu che puoi, nonnina bella, non farmi più aspettare!".
La vecchina la sapeva lunga e stava zitta, fingendo di non accorgersi del suo errore lo lasciava piangente a bollire nel suo brodo. Alla fine, dopo avergli fatto passare parecchie ore in quelle condizioni, gli ordinò di chinarsi di nuovo, e con un colpo di spada gli ritagliò la testa. Poi la prese in mano, la rimise sul collo spalmando la ferita col suo unguento e immediatamente la testa si riattaccò come prima. Giovannino, accorgendosi che era tornato normale, si rivestì, e avendo visto e provato la paura capì che la morte è brutta e terrificante.
Scegliendo le vie più diritte e meno accidentate tornò a Perdifumo più alla svelta che potè, e da allora in poi cercò la vita ed evitò la morte, trovando molte cose che prima non poteva vedere.




 

IL RUBINO MERAVIGLIOSO


Viveva centinaia di anni fa, nella lontana città di Pietramala,  un uomo chiamato Mastro Gergerio, che era espertissimo in due arti. Di giorno esercitava l'arte della  sartoria, tanto bene che andavano a farsi cucire gli abiti da lui i nobili e i migliori mercanti della città, di notte praticava  in segreto la magia e la negromanzia. Mastro Gergerio aveva preso come apprendista il figlio di un povero contadino, un giovane di nome Lionetto, sveglio,  volonteroso, pronto a imparare tutto ciò che padrone gli insegnava.
Ma una volta Lionetto si svegliò nel cuore della notte, e avendo qualche sospetto si alzò e senza far rumore andò a guardare da  una fessura cosa faceva il suo padrone:  rimase tanto affascinato da quello che vide che anche la notte seguente fece finta di  dormire, per poi alzarsi e stare a guardare gli esperimenti magici. Così prese a scrutare ogni notte nella stanza segreta di Mastro Gergerio, perché gli piaceva di più l'arte della magia che l'arte della sartoria.
Di giorno però Lionetto non imparava più nulla, e da accorto e preciso era diventato pigro e trasandato, tanto che Mastro Gergerio finì col riportarlo da suo padre. Il pover'uomo si disperò e dopo poco riportò Lionetto da Mastro Gergerio, supplicando perché loDulac riprendesse come garzone,  gli insegnasse la sartoria, e lo punisse se non si comportava bene.
Allora il mago lo riprese, ma Lionetto dava ancora meno l'impressione di imparare, non teneva nemmeno gli occhi aperti,  così il mago lo prendeva a pugni e  calci tutti i giorni, picchiandolo tanto che spesso lo faceva sanguinare. Ma Lionetto sopportava, e ogni notte da quella fessura guardava nella stanza segreta gli esperimenti del suo padrone. A un certo punto Mastro Gergerio, convinto che il suo apprendista aveva il cervello bacato senza rimedio,  non si curò più di nascondergli gli strumenti della negromanzia, pensando che chi non riusciva a imparare  il mestiere di sarto, tanto meno avrebbe potuto imparare la magia nera, che era assai più difficile. Lionetto si mostrava tonto, ma era assai rapido nell'imparare l'arte segreta, tanto che dopo un po' di tempo aveva superato il suo maestro.
Un giorno che il padre di Lionetto venne a vedere a che punto era nel mestiere di sarto il suo figliolo, lo vide che anziché  cucire portava l'acqua e la legna per la cucina, spazzava, faceva i servizi più umili, e  ci rimase male, così  lo riportò a casa.
Il contadino aveva speso molti soldi per mandare Lionetto in città, e rammaricandosi perché non aveva imparato l'arte della sartoria gli disse: "Figlio mio, tu sai quanti sacrifici ho fatto perché tu diventassi sarto, e ora non mi ritrovo nemmeno un soldoda parte e non so come fare per andare avanti".
"Padre mio," rispose Lionetto, "prima di tutto voglio ringraziarti per tutto quello che hai fatto per me, poi voglio che non ti preoccupi per il futuro anche se non ho imparato l'arte del sarto come desideravi, perché ne ho imparata un'altra che potrà servirci molto più di quella. Stai tranquillo, caro babbo, e vedrai che non è stato inutile mantenermi in città, e che presto  questa casa non conoscerà più la miseria. Ora con l'arte negromantica mi trasformerò in un cavallo, e tu mi porterai alla fiera con sella e briglie, e mi venderai: ma sta ben attento a non dare a nessun costo le briglie al compratore, perché altrimenti non potrei tornare a casa e forse non mi vedresti mai più".
Così dicendo Lionetto si trasformò in un bellissimo cavallo e suo padre lo portò alla fiera, dove tutti lo guardavano ammirati per la sua bellezza e per le straordinarie prove di agilità. Ma passò di là anche Mastro Gergerio, che si accorse che il cavallo nero era magico; così tornò a casa, si trasformò  in mercante e dopo aver preso molti denari tornò alla fiera. Guardando  il cavallo da vicino riconobbe il suo vecchio apprendista e chiese al contadino se voleva venderglielo. Quello disse di sì, e si accordarono per una somma di duecento monete d'oro, senza le briglie, ma il mago insistette tanto, e offrì al contadino  altre monete d'oro, tante che lo convinse. Così il mago prese il cavallo per le briglie e lo portò nella sua stalla, somministrandogli subito una violenta scarica di bastonate. Lo bastonava a sangue tutte le mattine e tutte le sere, tanto che  il cavallo era ridotto in uno stato  da far pietà.
Mastro Gergerio aveva due figlie che vedendo il loro padre così crudele ebbero compassione del povero animale, e ogni giorno andavano nella stalla e gli facevano tante carezze. Una volta  poi     lo presero per la cavezza e lo portarono al fiume per dargli da  bere, ma appena il cavallo fu vicino all'acqua si trasformò  in un pesce tonno e si tuffò nelle onde. Le figlie del mago si spaventarono e tornarono a casa piangendo a dirotto.
Quando il mago tornò andò subito nella stalla per bastonare  come ogni sera il cavallo, e non trovandolo si infuriò, ma entrato in casa vide le sue figlie tutte disperate, e disse: "Non abbiate paura, raccontatemi cosa è successo col cavallo e cercherò un rimedio". Appena le figlie gli ebbero detto che il cavallo si era trasformato in un pesce tonno, il mago corse in riva al fiume e tuffandosi si trasformò in un pesce squalo che cominciò a rincorrere il tonno per divorarlo. Il pesce tonno nuotava  veloce ma lo squalo gli era sempre dietro, cercava di nascondersi tra le canne e nelle grotte acquatiche, ma lo squalo riusciva sempre a trovarlo. A un certo punto il tonno, avendo paura di  essere divorato, si avvicinò alla sponda e trasformandosi in un preziosissimo rubino saltò fuori dall'acqua e si lasciò cadere nel cestino di una damigella, che raccoglieva le più belle pietruzze di fiume per donarle alla figlia del re.
La principessa, che si chiamava Lucilla, quando vide  il prezioso rubino rimase estasiata, lo fece incastonare in un anello d'oro e se lo mise al dito. Il rubino le piaceva tanto che lo tenne al dito anche quando andò a letto. Nel cuore della notte Lionetto riprese la sua forma umana e vedendo la bellissima fanciulla addormentata l'accarezzò. Lucilla si spaventò e voleva urlare,  ma lui le mise una mano sulla  bocca, poi si inginocchiò e la supplicò di aiutarlo. "Non credere, mia bella principessa," disse, "che io sia venuto qui per farti del male o per rapirti, sappi che la mia vita è in pericolo a causa di un maledetto mago negromante, e che ora tu puoi perdermi o salvarmi. Ti prego, ascolta la mia storia". Così le raccontò di quando anziché imparare l'arte del sarto aveva imparato l'arte magica, poi come il  padre lo aveva venduto dimenticando che doveva tenere le briglie, della crudeltà del mago che voleva farlo morire di stenti e di bastonate e delle due fanciulle che lo avevano portato al fiume.  Le raccontò che si era trasformato in tonno e che aveva rischiato di essere divorato dal mago in forma di squalo, poi le disse che la sua fortuna era stata quella di trovarsi nel cestino che era arrivato nelle sue mani. La principessa si commosse sentendo questa storia favolosa, ed  era ammirata dalla bellezza di Lionetto,  perciò dopo averlo ascoltato gli rispose: "Anche se la tua storia sembra incredibile io credo che sia vera, perché hai toccato il mio cuore, e anche se non avresti dovuto venire da solo nella mia stanza, dove il re mio padre ti ucciderebbe, voglio aiutarti, purché tu ti comporti da buon cavaliere".
Lionetto la ringraziò e rientrò nel rubino, che lei ripose dove  teneva le sue cose più care, e quando poteva andava a trovarlo: Lionetto riprendeva la forma umana e stava a conversare dolcemente con lei.
Accadde in quel tempo che il re  si ammalò gravemente, e tutti i medici che lo avevano visitato dicevano che purtroppo non esistevano rimedi. Venne a saperlo Mastro Gergerio, che si vestì da medico e andò al palazzo reale, fu introdotto nella camera del re, lo guardò bene, gli sentì il polso, e infine gli disse: "Maestà, si tratta di una malattia grave e pericolosa,  ma presto sarai guarito, perché io ho un sostanza che in poco tempo cura tutte le malattie. Sta' contento signore, e non aver paura". Disse il re: "Maestro, se tu mi liberi da questa malattia, ti ricompenserò in modo tale che sarai felice per il resto della vita".  Il medico allora gli disse che non voleva né danari né terre, ma una sola cosa. "Non voglio altro come ricompensa", concluse, "che quel rubino legato in oro che ora si trova tra i gioielli di  tua figlia". Stupito perhé chiedeva una cosa così piccola, il re gli promise che gliela avrebbe data,   e Mastro Gergerio in pochi giorni lo guarì.
Il re allora fece chiamare Lucilla e le ordinò di andare a prendere tutti i suoi gioielli. Lucilla obbedì, ma non  portò  il rubino che amava tanto, e Mastro Gergerio si lamentò perché mancava proprio la gemma che gli era stata promessa, lei negava di averla  mai avuta, ma il medico insisteva.  Allora il re lo congedò, assicurandogli che il giorno dopo avrebbe avuto la pietra, poi richiamò sua figlia e le chiese dolcemente dove teneva il rubino,  ma ottenne come unico risultato che lei si mise a piangere continuando a negare di averlo.
Lucilla piangendo si chiuse in camera sua, e tenendo fra le  mani il rubino lo baciava e lo carezzava, maledicendo l'ora in  cui era apparso quel medico maledetto. Vedendo i suoi occhi pieni di lacrime e sentendo i suoi sospiri il rubino si commosse, e riconoscendo quanto bene gli voleva riprese la forma umana e disse: "Mia principessa adorata, alla quale devo la vita, non piangere, non sospirare per me che ti appartengo come questo anello.  Col tuo aiuto e con la mia arte confido di non cadere nelle grinfie di quel medico, che deve essere proprio il mio nemico mortale, visto per avermi in suo potere rinuncia a qualunque ricompensa. Non dovrai più disobbedire all'ordine di tuo padre, domani mi porterai al mago, ma anziché mettermi nelle sue mani fingerai di essere in collera e togliendomi dal dito mi lancerai violentemente contro il muro, e poi lascia fare a me".
Il giorno dopo Mastro Gergerio si ripresentò al re che gli disse che sua figlia negava di avere il rubino, ma il mago insisteva e il re la mandò a chiamare e le disse: Lucilla, tu sai che solo per merito di questo medico io sono guarito, e per ricompensa lui non vuole terre né tesori, ma solo il tuo rubino. Credevo che tu mi volessi tanto bene da essere disposta a dare per me il tuo sangue, non solo un rubino. Per il bene che ti voglio, non rifiutare di dargli quello che chiede". La principessa allora andò in  camera a prendere il rubino e lo mostrò al mago, che esclamò:  "Eccolo!", e fece per afferrarlo. Ma la principessa disse:  "State indietro Maestro, perché vi toccherà!", e tenendo in mano sua il  rubino disse: "Siccome è proprio questo il rubino caro e gentile che cercate, ve lo do per obbedire al padre mio, anche se perdendolo io sarò infelice per tutta la vita", e così dicendo scagliò il rubino contro il muro.
Appena cadde sul pavimento il rubino si trasformò in una bellissima melagrana, si aprì e fece rotolare i suoi chicchi dappertutto. Il mago vedendo questo si trasformò in un gallo, e si mise a  beccare tutti i chicchi della melagrana per divorare Lionetto,  ma un grano si nascose e il mago non riuscì a vederlo.  Appena fu il momento adatto il chicco si trasformò in una volpe agile e astuta, si accostò al gallo,  lo afferrò al collo e lo uccise, divorandolo   davanti al re e alla principessa.
Mentre il re vedendo queste cose era rimasto incantato, Lionetto riprese la forma umana, gli raccontò tutta la sua storia e ottenne la mano della principessa Lucilla con la quale visse a lungo in gioia e prosperità, dopo aver reso ricco suo padre.






 
  LA GATTA
C'era una volta, tanto tempo fa, nelle terre di Ripacandida, una povera donna di nome Soriana, che viveva di stenti con i suoi tre figli. Soriana un brutto giorno si ammalò e, quando sentì che era giunta la sua ora, chiamò i figli e lasciò loro le sole cose che aveva: al primo una madia dove impastava il pane, al secondo un tagliere sul quale dava forma al pane, e a Fortunio, che era il più piccino, una gatta.
Dopo la morte della povera donna le vicine di casa, quando ne avevano bisogno, andavano a chiedere in prestito ai fratelli maggiori ora la madia, ora il tagliere, e facevano per loro una focaccia, con la quale si sfamavano. Ma quando Fortunio ne chiedeva un pezzettino, i suoi fratelli gli dicevano: "Va' dalla tua gatta, che te lo darà lei", e così lui aveva sempre fame.
La gatta, che era fatata, sentì compassione per Fortunio  e un giorno gli disse: "Padrone, non ti disperare, ci penso io, e avremo tutto quello che ci serve per vivere". Uscì di casa e andò in un campo, si distese facendo finta di dormire e quando le passò accanto una lepre l'acchiappò,  la mise nel suo carniere e  andò a bussare al palazzo del re: quando il re di Ripacandida seppe che c'era una gatta che gli voleva parlare, la fece entrare e le domandò cosa voleva. La gatta rispose "Messer Fortunio, mio padrone, ha preso questa lepre e te la manda in dono, maestà", e così dicendo aprì il carniere e gli mostrò la sua caccia. Il re gradì il dono e quando le chiese chi era questo Fortunio la  gatta rispose: "Il mio padrone è un giovane tanto buono, bello e vigoroso che nessuno può competere con lui". Allora il re fece i complimenti alla gatta, le diede bene da mangiare e  bene da bere, e quando lei si fu riempita la pancia, lesta lesta con la  zampina riempì il carniere di cose buone, mentre nessuno la  vedeva, poi salutò il re e portò tutto a Fortunio. I fratelli,  quando lo videro mangiare così bene gli chiesero dove aveva preso quelle squisitezze, e lui rispose: "Me le ha date la mia gatta", lasciandoli con un palmo di naso.
La gatta continuò per molto tempo a portare al re gli animali che cacciava, dicendo che glieli mandava il  suo padrone, così mangiava bene e riempiva il suo carniere di cose buone per Fortunio, finché un giorno si  stancò di tutta la fatica che doveva fare avanti e indietro, allora chiamò Fortunio e gli disse: "Padrone, se farai come ti dirò, presto diventerai ricchissimo". "E in che modo?", le chiese il giovane. La gatta rispose: "Vieni con me senza far tante domande, che io voglio proprio farti star bene".
Siccome Fortunio era pieno di rogna e di scabbia, la gatta prima di tutto lo leccò da capo a piedi e lo pettinò benissimo, così Fortunio diventò uno splendido giovane . Il giorno dopo lo portò al fiume vicino al palazzo del re, lo fece spogliare e gli disse di tuffarsi. Poi nascose i suoi vestiti rattoppati e cominciò a gridare con tutto il fiato che aveva: "Aiuto! Aiuto! accorrete!  Vogliono annegare messer Fortunio! Aiuto!". Il re sentì, e ricordandosi che quel messer Fortunio gli aveva mandato tante lepri, fagiani e pernici, ordinò ai suoi servitori di andare a salvarlo. Così tirarono fuori Fortunio dal fiume, gli diedero nuovi abiti da indossare, e lo portarono  dal re, che lo ricevette con molta cortesia e gli chiese chi lo aveva buttato nell'acqua. Il giovane stava in silenzio a testa bassa, ma la gatta, che era sempre accanto a lui, disse: "Il mio padrone è così addolorato che non può parlare, ma devi sapere  che alcuni furfanti hanno visto che aveva con sé uno scrigno di gioielli che voleva portarti in dono, maestà, e lo hanno assalito, derubato, spogliato di tutto; poi per ucciderlo lo hanno buttato nel fiume, ed è solo merito tuo se è ancora vivo". Guardando Fortunio il re lo trovò bello, forte e nobile di portamento, così decise di dargli in isposa sua figlia, la bella Lisetta, con una ricchissima dote. Si celebrarono le nozze con una grande festa, poi il re fece caricare dodici muli di oro, gioielli e  vesti  preziose, e dopo aver assegnato alla figlia dame di compagnia e cameriere, guardie  e servitori, l'affidò a messer Fortunio  perché la conducesse a  casa sua. Fortunio ora era  bello e aveva una sposa con una ricca dote, ma non sapeva proprio dove portarla, e lo disse alla sua gatta,  che gli rispose: "Non dubitare, padrone mio, provvederò io a tutto".
Quando l'allegra cavalcata partì, la gatta corse avanti svelta svelta, e si era allontanata un bel tratto dalla compagnia quando  incontrò dei cavalieri, ai quali disse: "Che fate qua disgraziati? Scappate subito, perché sta arrivando un drappello di armati, e vi sbaraglieranno! Eccoli che si avvicinano, sentite lo strepito dei cavalli che nitriscono?". I cavalieri impauriti le domandarono: "Che Warwick Goblepossiamo fare ora?", e la gatta rispose: "Fate così: se vi chiederanno di chi siete cavalieri, voi rispondete decisi: 'Di messer Fortunio!', e nessuno oserà toccarvi".
Poi la gatta corse ancora avanti, e avendo visto immense greggi di pecore e mandrie di vacche e di cavalli, disse ai pastori e  ai mandriani: "Poveri voi! Non sentite che si stanno avvicinando  innumerevoli armati, che tra poco vi uccideranno tutti?". I pastori e i mandriani s'impaurirono e dissero: "E come possiamo salvarci?", "Fate così," rispose la gatta, "quando vi chiederanno  di chi sono tutti questi animali voi rispondete sicuri: 'Di messer Fortunio', e nessuno oserà farvi del male".
Quelli che formavano il seguito della figlia del re di Ripacandida, procedendo lungo la via,  domandavano: "Di chi siete   voi cavalieri? di chi sono tutte queste greggi e questi begli armenti?", e tutti rispondevano in coro: "Di messer Fortunio!".
Allora gli chiesero: "Messer Fortunio, stiamo ora entrando nella vostra proprietà?", e lui faceva cenno di sì, e chinando il capo rispondeva sempre di sì, così tutti ammirati dissero fra loro che messer Fortunio era proprio un gran signore.
Intanto la gatta era arrivata a uno splendido castello, quasi disabitato, e disse: "Che fate buona gente? Non vi accorgete della sventura che sta per colpirvi?". "Che cosa?" domandarono gli abitanti del castello, e la gatta rispose: "Prima che un'ora sia trascorsa, arriveranno molti soldati e vi faranno a pezzettini.  Non sentite il nitrito dei cavalli? Non vedete la nuvola di polvere che si solleva al loro passare? Se non volete morire,  seguite il mio consiglio, e sarete tutti salvi.   Appena qualcuno vi chiederà: 'Di chi è questo castello?', senza esitare rispondete: 'Di messer Fortunio'".
Quando la bella cavalcata giunse al castello, qualcuno domandò ai guardiani di chi era, e quelli a gran voce risposero: "Di messer Fortunio!", così il corteo entrò e si sistemarono tutti molto comodamente.
Bisogna sapere che il padrone di quel castello e di tutte le terre che lo circondavano era un vecchio signore, che da qualche tempo se ne era allontanato con il suo seguito per andare chissà dove, ma non aveva ancora fatto ritorno, e forse gli era successa qualche misteriosa disgrazia, perché non se ne seppe più nulla.  Così Fortunio rimase padrone di tutte quelle ricchezze e al momento giusto salì al trono di Ripacandida, vivendo a lungo felice con la sua sposa Lisetta e con molti discendenti.


 


IL LADRO MATRICOLATO

C'era una volta, molti secoli fa, nella ricca città di Furtei, un  giovane birbone e amante della bella vita e dei divertimenti, che era il più astuto malandrino del mondo. Tutta la città conosceva il giovane come ladro matricolato, e molti cittadini erano andati dal pretore a denunciare i suoi furti. Il pretore mandava a chiamare il giovane  e gli diceva che se continuava a fare così lo avrebbe fatto impiccare,  ma Mercuzio, questo era il suo nome, giurava che non era stato  lui, e così non veniva arrestato.
Per i furti e le malefatte Mercuzio era un cattivo soggetto, ma aveva questo di buono: non rubava perché era avido di quelle ricchezze, ma per regalarle generosamente quando e come gli faceva piacere. E dato che era intelligente e di carattere divertente  e allegro, il pretore gli era sinceramente affezionato, e godeva spesso della sua compagnia.
Siccome Mercuzio non smetteva di rubare e il pretore continuava  a ricevere  denunce contro di lui, ma gli voleva troppo bene per  punirlo, un giorno lo chiamò e gli parlò seriamente, per convincerlo a diventare una persona perbene lasciando la vita da malandrino, altrimenti sarebbe incorso nei pericoli mortali di chi va contro le leggi. Mercuzio lo ascoltò attentamente, e poi disse:  "Signore, ho sentito e ho capito i rimproveri che mi fai, e sapendo che parli perché mi vuoi bene ti ringrazio. Quello che mi dispiace è che degli sciocchi invidiosi mettano in giro queste calunnie, rovinando la mia reputazione per farmi del male. Chi ti ha riferito queste bugie sul mio conto farebbe meglio a mordersi  la lingua velenosa". Accecato dall'affetto il pretore volle credere a Mercuzio, e non dava corso alle  denunce contro di lui, continuando a vederlo tutti i giorni.
Una volta che erano insieme a tavola e si narravano storie divertenti, Mercuzio cominciò a raccontare di un ladro matricolato,  così abile e astuto che senza farsi  prendere riusciva a rubare  qualsiasi cosa, per quanto fosse ben nascosta e sorvegliata. Allora il pretore gli disse: "Questo giovane devi essere tu, che sei intelligente, astuto e birbone. E se stanotte sarai capace di  rubarmi il letto in cui dormo, ti prometto sul mio onore cento monete d'oro". A questa proposta Mercuzio si rannuvolò, e gli rispose così: "Signore, tu  pensi dunque che io sia un ladro, ma non è vero, non ci sono mai stati ladri nella mia famiglia; io vivo onoratamente senza far nulla di male. Ma se vuoi che io corra questo pericolo mortale, per il bene che ti ho sempre voluto e che ti voglio, stanotte farò quello che mi hai proposto, e se muoio, pazienza".
Con una gran voglia di accontentare il pretore, Mercuzio andò via, passò tutto il giorno a scervellarsi per trovare un modo di portargli via il letto senza che se ne accorgesse;  finalmente gli venne un'idea, e si mise subito all'opera. Quel giorno a Furtei era morto un mendicante, e lo avevano sepolto fuori dalla chiesa: Mercuzio aspettò che tutti fossero immersi nel sonno,  andò alla tomba, la aprì leggermente, prese il morto per i piedi e lo tirò fuori dal sepolcro. Poi rivestì il corpo morto con i suoi abiti, che gli stavano alla perfezione, tanto che chiunque lo avesse visto avrebbe creduto che fosse Mercuzio, non il mendicante, se lo caricò sulle spalle e si avviò verso il palazzo del  pretore. Là prese una lunga scala, salì sul tetto e senza farsi sentire cominciò a levare le tegole, poi con i suoi arnesi di ferro tagliò travi e tavole, facendo una grande apertura in corrispondenza della camera del pretore. Il magistrato, che era disteso sul letto senza dormire, sentiva tutto quello che faceva Mercuzio,  ma anche se si era accorto che gli stava rompendo il tetto si divertiva, e voleva proprio stare a vedere quando sarebbe venuto per rubargli il letto di sotto. E fra sé e sé diceva: "Fa' pure l'astuto malandrino più che puoi Mercuzio, tanto stanotte il mio letto non lo porterai via".
Mentre il pretore stava ad aspettare con gli occhi spalancati e le orecchie tese che venisse per prendergli il letto, Mercuzio fece scivolare giù il mendicante morto, che cascò in terra con un tonfo. Il pretore impaurito si alzò, accese un lume, e quando  vide il corpo steso a terra tutto pesto e lacerato riconobbe Mercuzio dai  vestiti e, stretto dall'angoscia,  disse: "Oh, misero me! per soddisfare un desiderio sciocco e infantile sono stato sconsiderato e ho provocato la sua morte! Cosa diranno di me quando si saprà che è morto in camera mia? Come devono essere sempre saggi e prudenti gli uomini!". Lamentandosi andò a picchiare all'uscio della camera di un servitore fedele, e dopo  averlo svegliato gli raccontò quel triste accadimento, pregandolo di scavare una fossa nel giardino e di metterci il cadavere, perché la cosa rimanesse nascosta e non si risapesse in giro.
Warwick GobleX 26
Mentre il pretore e il servo seppellivano il morto, Mercuzio, che era lassù fermo e guardava tutto, vedendo che nella camera non c'era più nessuno si calò giù con una fune, prese il letto, e facendolo passare dal buco se lo portò via. Dopo aver sotterrato il morto, tornando in camera a dormire il pretore vide che mancava il letto. Rimase stupefatto, e se  volle riposare gli toccò cambiare camera, meravigliato  dalla finissima astuzia del ladro matricolato.
Il giorno dopo Mercuzio, come al suo solito, andò al palazzo a trovare il pretore, che vedendolo disse: "Mercuzio, sei proprio un ladro matricolato! Chi avrebbe mai immaginato un modo così astuto per rubare il letto, se non tu?". Mercuzio non rispondeva nulla, e stava lì sorridente, come se la cosa non lo riguardasse. "Mi hai fatto una delle tue beffe", diceva il pretore, "ma ti sfido a farmene un'altra, e allora capirò quanto vale la tua astuzia. Se stanotte riuscirai a rubare il mio bellissimo cavallo storno, che mi è tanto caro, oltre alle cento monete d'oro che ti avevo detto te ne regalerò altre cento". Mercuzio dopo aver sentito queste parole con l'espressione corrucciata si rammaricò della cattiva opinione che il pretore aveva di lui, dicendogli di non mandarlo in rovina. Quando vide che rifiutava la sua proposta il pretore andò in collera, e gli disse: "Se non lo farai, da me non aspettarti più nulla: sarai impiccato a uno degli anelli lungo le mura di questa città".
Vedendo che la faccenda era diventata pericolosa e che non si trattava affatto di uno scherzo, Mercuzio disse al pretore: "Va bene, farò tutto quello che posso per accontentarti, succeda quel che succeda, anche se non mi sento adatto a fare di queste cose", poi lo salutò e se ne andò. Il pretore, che si divertiva a  mettere alla prova la straordinaria astuzia del giovane, chiamò uno dei suoi servi e gli disse: "Va' nella stalla, prepara il mio cavallo storno, monta in sella e non smontare fino a domattina,  fa' buona guardia e vedi che non portino via il cavallo". Ordinò  a un altro servo  di montare la guardia per tutta la notte, infine chiuse personalmente le porte del palazzo e della stalla con fortissime chiavi.
Mercuzio aspettò che fosse notte fonda, prese i suoi strumenti e andò alle dimora del pretore, dove vide il guardiano che si era addormentato sulla porta. Siccome conosceva tutti i segreti del palazzo, lo lasciò dormire ed entrò nella corte da un'altra parte, si avvicinò alla stalla e, avendola trovata serrata, lavorò così bene con i suoi ferri che senza far rumore aprì le porte,  ma quando vide il servitore sul cavallo con le briglie in mano ebbe paura di non riuscire a portare a termine l'impresa. Poi avvicinandosi si accorse che anche quello era profondamente addormentato, e allora  il ladro furbo e matricolato immaginò il trucco più geniale che si potesse inventare: misurò l'altezza del cavallo, calcolò qualcosa in più, poi andò in giardino, prese quattro grandi pali che sostenevano le viti del  pergolato, li appuntì e ritornò nella stalla, dove il servo continuava a dormire come un ghiro. Con destrezza recise le redini che il servo stringeva tra le dita, poi tagliò il pettorale, la cinghia, la groppiera e tutto quello che lo legava al cavallo, e dopo aver ficcato in terra un palo, sollevò delicatamente uno degli angoli della sella e ce la appoggiò sopra. Prese un altro palo e dopo averlo piantato ci posò sopra la sella da un'altra parte e fece lo stesso con i pali sollevando gli altri due angoli. Così, mentre il servo continuava a dormire, lo spostò con la sella e tutto sui quattro pali conficcati nel terreno, poi prese un capestro,   lo mise al capo del cavallo e  sfilandolo  di sotto al servo se lo portò via.
La mattina dopo il pretore si alzò presto e andò nella stalla, dove, credendo di trovare il suo cavallo storno, vide il servo che dormiva sulla sella appoggiata su quattro pali. Lo svegliò e gliene disse di tutti i colori, poi tutto rannuvolato uscì dalla stalla.
Dopo poco Mercuzio, come al suo solito, andò al palazzo a trovare il pretore e lo salutò con affabilità. Il magistrato gli disse: "Sei proprio il migliore di tutti i ladri, io dico anzi che sei il principe e il re dei ladri. Ma ora capirò davvero fino  a che punto sei abile e geniale. Mi pare che tu conosca don Severino, il prete di quella chiesa appena fuori dalla città: se me lo porterai chiuso in un sacco, sul mio onore raddoppierò le duecento monete d'oro che ti ho promesso. Se non lo farai, preparati a morire". Don Severino era un buon prete, faceva una vita semplice e onesta, ma non era troppo furbo; si occupava  della sua chiesa senza pensare ad altro. Vedendo che il pretore era tinto male verso di lui, Mercuzio pensò: "Lui vorrebbe proprio incastrarmi e farmi morire, ma forse non andrà come crede, perché escogiterò di tutto pur di riuscire a portargli quello che mi ha chiesto". E fece proprio così: prese in prestito da un suo amico un camice bianco da prete lungo fino ai piedi e una stola tutta ricamata d'oro, poi cercò dei grandi cartoni robusti, intagliò due ali e le dipinse con tanti colori, infine fabbricò un diadema per illuminare tutto intorno.
Quando fu buio prese tutte queste cose con un grosso sacco, uscì dalla città e andò dove abitava don Severino, si nascose dietro una macchia di rovi e rimase lì tutta la notte. All'aurora Mercuzio indossò il camice sacerdotale accomodandosi al collo la stola, si mise in capo il diadema con le candele accese e si fissò le ali alle spalle, poi si acquattò e restò ad aspettare finché venne il prete per suonare il mattutino.
Quando don Severino arrivò col chierichetto alla chiesa, entrò lasciando la porta aperta e si mise a fare i suoi servizi.  Mercuzio, che stava attento e guardava la porta, mentre il prete suonava l'Ave Maria venne fuori dalla macchia, senza farsi sentire entrò in chiesa, si mise all'angolo di un altare e stando ritto, mentre teneva il sacco aperto con tutte e due le mani, con voce umile e melodiosa cominciò a dire: "Chi vuol andare in paradiso entri nel sacco! chi vuol andare in paradiso entri nel sacco!". Mercuzio continuava a recitare così, ed ecco che il chierichetto venne fuori dalla sacrestia: vide il camice bianco come la neve, il diadema che risplendeva come le stelle, le belle ali che parevano penne di pavone, sentì la voce e si spaurì tutto.
Appena  si riprese un poco  tornò dal prete e gli disse: "Don Severino, sai che io ho visto l'angiolo del cielo con un sacco in mano che dice: 'chi vuol andare in paradiso entri nel sacco'? Io ci voglio  andare".
Il prete credette subito alle parole del chierichetto, e senza pensarci due volte uscì dalla sacrestia, vide l'angiolo meraviglioso e sentì quello che diceva. Siccome desiderava moltissimo andare in paradiso e aveva paura che il chierichetto gli prendesse il posto nel sacco, fece finta di essersi dimenticato il breviario e disse al bambino: "Va' a casa, guarda in camera mia,  e portami il breviario che mi sono dimenticato sullo scanno".  Mentre il chierichetto andava a casa, il prete si avvicinò all'angiolo e con grande devozione entrò nel sacco.
Mercuzio, astuto, malizioso e matricolato, vedendo che il suo piano andava a meraviglia, chiuse il sacco e lo legò ben stretto,  poi si spogliò del camice sacerdotale,  si levò il diadema e le ali, ne fece un fagotto, se lo mise sulle spalle con il sacco e si avviò verso la città. Arrivò che era giorno fatto, e all'ora giusta portò il sacco al pretore, lo slegò e fece venir fuori don Severino. Questo, più morto che vivo, vedendo il pretore si accorse che lo avevano preso in giro, e cominciò a gridare, lamentandosi  che era stato assassinato e messo nel sacco con l'inganno, che ne aveva avuto danno e disonore, e chiedeva giustizia al pretore, dicendogli che doveva  punire un crimine come quello con una  severissima pena  come esempio e ammonimento per tutti i malandrini.
Il pretore, che aveva sentito com'era andata dal principio alla fine, non riusciva a trattenere le risa, e rivolgendosi a don Severino gli disse: "O pretino,  sta' cheto e non ti sgomentare,  avrai la prova della mia benevolenza e della mia giustizia, anche se questa, come possiamo vedere bene, è una beffa". E tanto disse e tanto fece, che riuscì a calmarlo, poi prese un sacchetto con  un po' di monete d'oro e glielo mise in mano, ordinando che lo accompagnassero fino a casa sua.
Poi si rivolse a Mercuzio e disse: "Mercuzio, Mercuzio, le tue imprese straordinarie superano di molto la tua fama di ladro matricolato. Eccoti le quattrocento  monete d'oro che ti avevo promesso, perché te li sei guadagnati con tutti gli onori. Ma sta attento e in futuro bada di vivere con saggezza e prudenza, perché se mi arriverà all'orecchio un'altra accusa, ti prometto che  senza clemenza ti farò dondolare con un cappio al collo".
Mercuzio si congedò dal pretore ringraziandolo per le monete d'oro, con le quali cominciò a fare il mercante, e con il suo ingegno fece fortuna, diventando un uomo ricco e saggio..




 

L'UOMO SELVATICO

Regnavano un tempo nel prosperoso reame di Serradifalco un re  potente e una bella regina che avevano un solo figlio, il giovane principe Guerrino. Il re amava molto la caccia, nella quale eccelleva per forza e abilità, e un giorno che si trovava a una battuta con i suoi baroni e cavalieri vide uscire da una fitto bosco un uomo selvatico grande e grosso, brutto e mostruoso, che mostrava una  forza  straordinaria,  e tutti rimasero a guardarlo pieni di meraviglia.  Il re chiamò accanto a sé i suoi due migliori cavalieri e dopo un lungo combattimento riuscì a catturarlo, lo legò e lo portò a palazzo, dove lo chiuse a chiave in una stanza sicura, ordinando che non gli facessero mancare nulla.
Siccome il re teneva all'uomo selvatico più che a ogni altra cosa, diede le chiavi della sua prigione alla regina perché le custodisse, e non passava giorno senza che andasse a guardarlo con grande piacere. Dopo poco tempo il re ebbe di nuovo voglia di andare a caccia,  e quando tutto fu pronto partì con i suoi baroni e cavalieri, non senza aver raccomandato alla regina  quelle chiavi.
Mentre il re era a caccia Guerrino sentì un gran desiderio di vedere l'uomo selvatico, e ci andò da solo con un arco e una freccia d'oro che amava molto. Accanto alla grata della prigione vide il mostro, e tenendo fra le mani la freccia finemente lavorata si mise a ragionare con lui come con un compagno.   L'uomo selvatico parlando lo carezzava e gli faceva  tanti complimenti, ma d'un tratto con una mossa improvvisa gli prese la freccia d'oro. Guerrino si mise a piangere a dirotto e fra le lacrime chiedeva all'uomo selvatico che gli rendesse la sua freccia, finché a un certo punto lui  disse: "Se mi vuoi aprire e rendere la libertà ti renderò la tua freccia, altrimenti non la  riavrai mai più". Il fanciullo allora gli rispose: "Ma come posso  aprirti e liberarti, se non so come fare?"; e il mostro: "Se tu  volessi davvero sciogliermi e farmi uscire da questa stretta prigione, io ti insegnerei subito il modo di farlo". "Ma come?",  disse Guerrino, "dimmi in che modo!", e l'uomo selvatico gli insegnò: "Va' dalla regina tua madre, e se  la troverai X Warwick Gobleaddormentata guarda attentamente sotto il guanciale sul quale posa il  capo, e piano piano, perché non ti senta, rubale le chiavi della prigione, portale qui e aprimi: appena mi avrai aperto ti restituirò la freccia, e forse un giorno potrò ricompensarti ancora per la libertà che mi rendi".
Guerrino, tutto desideroso della sua freccia d'oro, non stette tanto a pensarci, corse dalla madre che riposava tranquilla, le tolse piano piano le chiavi, e con quelle tornò dall'uomo selvatico, dicendogli: "Ecco le chiavi. Se io ti libero di qui, va'  tanto lontano che di te non si senta più nemmeno l'odore, perché se mio padre, che è gran maestro di cacce, ti riprendesse, facilmente ti farebbe uccidere". "Non dubitare, bambino mio," disse  l'uomo selvatico, "appena mi avrai aperto la prigione e sarò libero ti darò la freccia d'oro, e andrò tanto lontano che né tuo padre né chiunque altro mi troverà più". Guerrino impegnandosi con tutte le sue forze riuscì ad aprire la prigione, e l'uomo selvatico, dopo avergli reso la freccia e averlo ringraziato, se ne andò.
Bisogna sapere che l'uomo selvatico era stato un giovane bellissimo, che non era riuscito a conquistare la fanciulla che amava, e per la disperazione del suo cuore era fuggito lontano da tutti   ed era andato a vivere nei boschi tra gli animali selvaggi, nutrendosi di erbe e dissetandosi alle fonti insieme alle  belve. Così dopo un po' di tempo il pelo del povero giovane era aumentato e si era fatto ispido, la pelle gli si era indurita, mentre la barba folta era cresciuta moltissimo e come  i peli e i capelli era diventata verde come l'erba che mangiava, dandogli l'aspetto di un mostro.
Intanto la regina svegliandosi mise le mani sotto il guanciale per prendere le chiavi che teneva sempre con sé, e non trovandole non capiva cosa fosse successo, rivoltò le lenzuola, le coperte, i materassi, ma inutilmente, poi correndo come impazzita alla prigione trovò la porta spalancata e non vide più l'uomo selvatico. Si sentì morire dal dolore, e correva per il palazzo da una stanza all'altra, domandando a tutti quelli che incontrava chi era stato quel temerario incosciente che aveva osato prendere le chiavi della prigione a sua insaputa. E quando Guerrino incontrò sua madre e la vide così infuriata, disse: "Madre mia, non dare a nessuno la colpa per l'apertura della prigione, se c'è qualcuno che deve essere punito, quello sono io, perché io da solo l'ho  aperta". La regina allora si addolorò ancora di più, temendo che il re quando tornava dalla caccia sarebbe andato in collera al punto di uccidere Guerrino, perché le aveva raccomandato quelle chiavi come dandole in custodia il suo cuore.  Così la regina, credendo di evitare un guaio, ne combinò uno molto più grande, perché senza aspettare neanche un momento chiamò due servitori fedelissimi, affidò loro suo figlio e dopo averli forniti di molte pietre preziose, gioielli, denari e cavalli bellissimi li fece  partire, pregandoli di aver sempre cura del principe Guerrino.
Dopo poco tornò il re dalla caccia, appena fu a palazzo andò alla prigione dell'uomo selvatico,  vide la porta aperta e capì che era fuggito, e subito fu preso da una collera terribile e decise di uccidere chi lo aveva fatto scappare. Andò dalla regina che era  seduta tutta triste nella sua camera, e le domandò chi era stato così sfacciato, arrogante e temerario da aprire la prigione e far fuggire il mostro. La regina con un filo di voce tremante gli rispose: "Calmati, mio signore, nostro figlio mi ha confessato di essere stato lui", poi gli raccontò tutto quello che aveva fatto Guerrino, e il re si arrabbiò molto. Allora la regina continuò dicendo che per paura che lo uccidesse lo aveva fatto partire per terre lontane accompagnato da due servitori fidati,  ben forniti di gioielli e denari per le necessità del viaggio. Al povero re queste parole raddoppiarono il dolore, e per poco non cadde a terra e non impazzì per la disperazione, se non lo avessero fermato i suoi baroni e cavalieri in quel momento avrebbe ucciso la regina. Quando scese la sua collera e ritornò in sé il re disse: "Signora, come hai potuto mandare in paesi sconosciuti il nostro unico figlio? Credevi forse che tenessi più a un uomo selvatico che al sangue del mio sangue?", e senza aspettare risposta diede ordine ai suoi soldati che si schierassero in quattro drappelli e muovessero alla ricerca del principe verso tutti i punti cardinali. Ma fu inutile, perché Guerrino viaggiava in incognita con i suoi servi e nessuno poteva riconoscerlo.
Così cavalcando coi suoi servitori, passando per valli, monti e fiumi, fermandosi un po' in un posto e un po' in un altro, Guerrino arrivò all'età di sedici anni, ed era diventato  bello come una rosa di maggio. In quel tempo i suoi servitori ebbero un'idea  diabolica: uccidere Guerrino e dividersi tutte le sue ricchezze.  Ma non poterono attuare il loro piano, perché proprio allora passava di là un bellissimo giovane a cavallo di un superbo destriero bardato con finimenti preziosi, e chinato il capo con cortesia salutò Guerrino dicendo: "Gentile cavaliere, se non ti fa dispiacere, vorrei cavalcare insieme a te". Guerrino gli rispose: "Sei così gentile che non si può rifiutare la tua compagnia, ti ringrazio, e anzi sono io a chiederti il grande favore di cavalcare con noi. Siamo forestieri, non conosciamo le strade,  e tu cortesemente ce le potrai insegnare, poi lungo la via potremo raccontarci le nostre storie, e il cammino ci sembrerà meno lungo".
Bisogna sapere che questo cavaliere era l'uomo selvatico che Guerrino aveva liberato dalla prigione di suo padre. Dopo aver errato a lungo per boschi e luoghi strani, un giorno per caso  aveva incontrato una fata bellissima, che soffriva di una malattia mortale. Avendolo visto così deforme e osservando la sua bruttezza, la fata aveva riso di lui così fragorosamente  che gli era scoppiato quell'ascesso vicino al cuore  che stava per ucciderla. Così la bella fata trovandosi sana e salva gli era stata grata e gli aveva detto:  'Uomo tanto deforme e sozzo, mi hai reso tu la vita che temevo di perdere, va', io voglio che tu diventi il più bello, il più gentile, il più saggio e il più affascinante giovane che si possa trovare, e  voglio  anche farti partecipe della mia virtù e della mia potenza magica, perché tu possa fare e disfare in un batter d'occhio ogni cosa secondo il  tuo desiderio". E infine, facendolo montare su un superbo destriero fatato, gli aveva detto che poteva andare ovunque desiderasse.
Cavalcando insieme, dopo un po' di tempo Guerrino e il giovane cavaliere giunsero alla potente città di Assoro, nella quale viveva un re che aveva due figlie, Fedora e Miranda, tanto belle e piene di grazia che tutti si incantavano a guardarle.
Appena giunti ad Assoro, Guerrino col cavaliere sconosciuto e i due servitori presero alloggio nel miglior ostello della città;  il cavaliere disse che voleva partire per visitare altri reami e salutò Guerrino ringraziandolo della compagnia, ma il principe ormai lo amava molto, e non volendo che partisse lo pregò con tanta dolcezza che lo convinse a restare.
In quel tempo il reame di Assoro era infestato da due belve: un cavallo e una cavalla selvatici, tanto feroci che non solo distruggevano tutti i raccolti dei campi, ma uccidevano gli animali domestici e anche gli esseri umani. I terribili cavalli avevano sparso il terrore fra la popolazione, che preferiva partire lasciando le case e le terre del reame di Assoro.  Non c'era nessuno che avesse la forza e il coraggio di affrontarli e di ucciderli, così il re vedeva il suo reame devastato e abbandonato,  ma non sapeva come trovare un rimedio, e si  disperava maledicendo la sua sfortuna.
I due servi, che non avevano potuto attuare il loro piano malvagio lungo la via per l'arrivo del cavaliere sconosciuto, volevano  impossessarsi dei gioielli e dei denari di Guerrino,  ma avevano paura di essere scoperti, così cercando un modo per farlo morire pensarono di dire all'oste che Guerrino era un prode e valente cavaliere, che tante volte si era vantato di sapere come fare a uccidere il cavallo selvatico senza pericolo. "L'oste andrà a riferirlo al re," dissero, "e il re di Assoro non vuole altro che la morte dei due animali selvatici e il benessere del suo reame,  così farà chiamare Guerrino e gli chiederà come intende fare,  lui non saprà rispondere, sarà condannato a morte, e noi resteremo padroni delle sue ricchezze".
Appena l'oste li sentì parlare del coraggio di Guerrino ne fu felice, corse dal suo re e dopo essersi inchinato gli disse:  "Maestà, sappi che nel mio ostello c'è un cavaliere errante molto bello che si chiama Guerrino, e parlando con i suoi servitori ho saputo che il loro signore è prode, coraggioso e tanto valente con le armi in pugno che nessuno ha mai potuto batterlo, e questo Guerrino si è più volte vantato che con la sua forza e la sua  potenza può domare il cavallo selvatico che devasta il tuo reame". Sentendo queste parole il re volle vedere Guerrino, e  l'oste, servendolo fedelmente, andò subito a dirgli di andare dal re, perché voleva parlare con lui.
Guerrino allora si presentò al re, e inchinandosi gli chiese  per quale ragione lo aveva chiamato. Il re gli disse: "Guerrino, il motivo che mi ha spinto a farti venire qui è che io ho saputo che sei un valoroso cavaliere, non ce n'è un'altro come te in tutto il mondo, e che molte volte hai detto di avere tanta forza che senza danno per te o per altri sapresti catturare il cavallo che devasta miseramente il mio reame. Se il cuore ti basta per provarti in un'impresa gloriosa come questa e tornare vincitore, io ti prometto sulla mia testa di farti un tale dono che sarai felice per il resto della tua vita". Guerrino, sentendo la formidabile proposta del re, rimase molto meravigliato, e negò di aver mai detto le parole che gli erano state attribuite. Il re  allora si rannuvolò, e molto arrabbiato disse: "Voglio, Guerrino, che tu tenti questa impresa, e sappi che se non obbedisci alla mia volontà ti condannerò a morte".
Lasciato il re, Guerrino tornò all'ostello addolorato, e non osava dire la pena che gli stringeva il cuore, ma il cavaliere sconosciuto, vedendolo contrariamente al solito  pieno di  malinconia, gli chiese dolcemente per quale ragione era avvilito e mesto. E lui, volendogli bene come a un fratello, non potè far a meno di rispondergli, e raccontò tutto quello che gli era capitato col re. Allora  il giovane sconosciuto gli disse: "Sta di buon animo e non dubitare, perché io ti insegnerò come fare e non morirai, tu sarai anzi vincitore e il re avrà  quello che chiede. Ora tornerai  dal re, gli chiederai che faccia venire un valente maestro maniscalco, al quale ordinerai quattro grandi ferri da cavallo, che siano massicci e  tutt'intorno due dita  abbondanti più grandi dei ferri normali, che siano ben  crestati e che dietro abbiano due ramponi lunghi come un grande dito, appuntiti e taglienti. Appena li avrà finiti, farai ferrare con quelli il mio cavallo, che è fatato, e non dubitare di  nulla".
Guerrino, tornato dal re, fece come gli aveva detto il suo compagno, e il re, chiamato un ottimo maniscalco, gli ordinò di mettersi ai comandi di Guerrino. Il maestro andò nella sua bottega con lui, ma quando sentì cosa voleva rifiutò di farlo perché erano ferri che non si erano mai visti, e lo prese in giro come se fosse matto. Guerrino allora andò a lamentarsene dal re,  che richiamò il maniscalco e gli ordinò nuovamente di obbedirgli,  altrimenti avrebbe mandato lui a domare il cavallo selvatico.
Così il maestro di cavalli forgiò subito i quattro ferri e li  mise agli zoccoli del destriero fatato. Quando il cavallo fu ferrato e bardato come si deve, il giovane sconosciuto disse a  Guerrino: "Monta sul mio cavallo, e va' sicuro; quando sentirai  il nitrito del cavallo selvatico, smonta dal tuo destriero,    togli sella e briglie  e lascialo libero, poi sali su un albero alto e aspetta che si compia l'impresa": Guerrino, ben istruito dal suo amato compagno su ciò che doveva fare, lo salutò e partì contento.
Per tutta la città di Assoro si era già sparsa la fama gloriosa di un giovane bello e pieno di grazia che tentava l'impresa di  catturare il cavallo selvatico per portarlo al re, così tutti si affacciavano alle finestre per guardarlo mentre passava, e vedendolo così nobile,  giovane e bello,  ne avevano pietà e dicevano:  "Oh, povero giovane, come cavalca spensierato verso la sua fine!  certo è un gran peccato che sia destinato a morire miseramente!",  e non riuscivano a trattenere lacrime di commozione. Ma  Guerrino, intrepido e fiero, cavalcando allegramente giunse nel posto in cui stava il cavallo selvatico e sentendolo nitrire scese dal suo cavallo, gli tolse briglie e sella, e dopo averlo lasciato libero si arrampicò su una grande quercia e attese il  terribile combattimento. Era appena salito sull'albero che arrivò il cavallo selvatico e affrontò il destriero fatato, così cominciarono il duello più feroce e sanguinario che si sia visto al mondo. Sembravano due leoni scatenati, schiumavano dalla bocca come irsuti cinghiali cacciati da cani rabbiosi, e dopo un combattimento in cui avevano mostrato pari valore, il destriero  fatato tirò due calci al cavallo selvatico, lo colpì con lo zoccolo crestato alla mascella e gliela ruppe, facendogli perdere  il vigore per attaccare e per difendersi. Guerrino vide, e tutto contento scese dalla quercia, prese un capestro che aveva con sé, lo legò e lo condusse nella città di Assoro tra la gioia della folla acclamante, portandolo al re come aveva promesso.
Il re decretò festa e trionfo in tutta la città, ma ai due servitori aumentò la rabbia, perché non avevano  raggiunto il loro scopo malvagio, e così fecero arrivare al re la notizia che Guerrino avrebbe agevolmente ucciso anche la cavalla, se ne avesse avuto voglia. Allora il re di Assoro fece come aveva fatto per il  cavallo, e siccome Guerrino rifiutava di tentare questa impresa,  davvero pericolosa, minacciò di farlo appendere per un piede, come ribelle della corona. Tornato al suo ostello Guerrino raccontò tutto al suo compagno, che sorridendo disse: "Fratello, non  aver paura, ma va', trova il maniscalco e ordinagli altri quattro ferri grossi come i primi, con i ramponi ben affilati e taglienti; farai tutto come hai fatto col cavallo, e ne avrai gloria ancora più della prima volta".
Dopo aver ordinato e ottenuto i quattro ferri appuntiti, Guerrino fece ferrare il forte cavallo fatato e partì per la grande  impresa. Giunto nel posto in cui stava la cavalla selvatica,  dopo averla sentita nitrire Guerrino smontò dal suo destriero, gli tolse briglie e sella e lo lasciò libero, poi come la prima  volta salì su un albero. Subito vide arrivare la  cavalla selvatica che attaccò il destriero con un morso terribile: il cavallo fatato a mala pena riuscì a scampare da questa ferocia, ma si riprese e con tutto il suo vigore tirò alla cavalla un calcio così forte che con uno dei ramponi le ruppe la gamba destra. Subito Guerrino scese dall'albero, la prese e la legò ben stretta,  poi salì sul cavallo fatato, andò a palazzo tra ali di folla festante e la portò al re. Tutti andavano a vedere  i feroci cavalli selvatici, ed erano felici perché il paese era finalmente libero.
Guerrino era già tornato all'ostello, ed essendo stanco si era messo a riposare, ma un rumore confuso non lo faceva dormire,  così si alzò da letto e sentì che c'era qualcosa di strano che batteva in un vaso di miele. Allora, aperto il vaso, Guerrino vide un calabrone che sbatteva le ali e non poteva volare:  sentendo compassione prese quell'animalino e lo mise in libertà.
Intanto il  re che non aveva ancora ricompensato Guerrino per il  doppio trionfo, pensando che era giusto provvedere subito lo mandò a chiamare, e gli disse: "Guerrino, vedi bene che per merito tuo il mio regno è liberato dai cavalli selvatici, e per queste imprese che hai compiuto per me intendo ricompensarti.  Non trovando altro dono che sia abbastanza grande per te, ho deciso di darti la principessa Fedora in isposa. Ma sappi che ho due figlie: Fedora  porta intrecciati con grazia i capelli che brillano come l'oro, l'altra si chiama Miranda e la sua chioma splende come finissimo argento. Se tu riuscirai a indovinare qual è tra loro Fedora dalle trecce d'oro, l'avrai in isposa con una ricchissima dote, se sbaglierai ti farò tagliare la testa".
Guerrino, sentendo come il re lo ricompensava ferocemente, rimase stupefatto, e gli disse: "Maestà, è questo il guiderdone  per le fatiche che ho sostenuto? Questo è il premio per il mio sudore? Mi fai questo gran dono perché ho liberato il tuo reame, che era devastato e quasi deserto? Ahimè, non meritavo questo, né questo si addice a un re potente come te. Ma siccome così ti piace, e io sono nelle tue mani, fa' quel che più ti aggrada". "Basta," disse il re, "puoi andare, ti do tempo fino al  tramonto di domani per trovare la soluzione".
Disperato Guerrino andò dal suo compagno e raccontò cosa gli aveva detto il re.  Il cavaliere sconosciuto, senza dar troppo peso a quello che era successo, disse: "Guerrino, sta contento e non dubitare, che io ti aiuterò a trovare la soluzione. Ricordi che hai liberato un calabrone che era rimasto invischiato nel miele e lo hai fatto volare? E' grazie a lui che vincerai questa prova, perché domani andrà a palazzo e per tre volte volerà sussurrando intorno al viso della principessa dai capelli d'oro, e lei con la candida  mano lo scaccerà. Vedendo per tre volte questo gesto tu capirai qual è la tua sposa". "Oh!" disse Guerrino al suo compagno, "quando verrà il giorno in cui potrò ricambiare il bene che mi hai fatto? Anche se vivessi mille anni, non potrei ricompensarti nemmeno  in  minima parte. Che tu riceva tutto il  bene che meriti dal grande Benefattore!". Allora il cavaliere  sconosciuto rispose: "Guerrino, fratello mio, tu non hai bisogno di ricompensarmi per quello che ho fatto. E' tempo che ti sveli chi sono. Tu mi hai salvato dalla morte, e anch'io ho voluto  fare qualcosa per te: sappi che  sono  io l'uomo selvatico che liberasti con amore dalla prigione di tuo padre, e il mio nome è Rubino". E gli raccontò come la fata alla quale aveva salvato la vita lo aveva reso bellissimo e dotato di poteri magici, regalandogli anche il destriero fatato col quale Guerrino aveva catturato i cavalli selvatici.
Il principe rimase stupefatto e senza dire una parola, col cuore colmo di dolcezza, lo abbracciò e lo baciò teneramente, proprio come un fratello. Poi, siccome stava per finire il tempo concesso per la prova, se ne andarono insieme a palazzo, e il re  diede ordine che le sue amate figlie velate di veli bianchissimi venissero alla presenza di Guerrino.
Era impossibile distinguere le principesse una dall'altra, ma il re chiese: "Quale di loro, Guerrino,  è la sposa che ti ho destinato?". Il principe restava in silenzio riflettendo fra sé e sé e non rispondeva nulla, mentre il re, curioso di vedere come andava a finire, lo tormentava, dicendogli che il tempo fuggiva e che doveva decidersi. Ma Guerrino rispose: "Maestà, se è vero che il tempo fugge, è altrettanto vero che il tempo che mi hai concesso   non è ancora finito, perché il sole non è ancora tramontato".  Siccome era vero, il re e tutti gli altri aspettarono ancora,  quand'ecco giunse il calabrone, che sussurrando descrisse un cerchio intorno al viso di Fedora. E lei, un po' spaventata, con la mano candida cercava di mandarlo via, e quando
ebbe fatto questo gesto tre volte il calabrone se ne andò. Mentre Guerrino non si sentiva tanto sicuro, pur fidandosi delle parole del suo caro  compagno Rubino, tramontò il sole, e il re disse: "Forza Guerrino, che fai? ormai il tuo tempo è finito: devi deciderti". Guerrino, dopo aver guardato con attenzione ora l'una, ora l'altra principessa, pose la mano sopra il capo di quella che gli aveva indicato il calabrone e disse: "Maestà, la vostra figlia dalle chiome d'oro è questa". Fedora si tolse i veli e fece vedere che davvero aveva i capelli biondi come l'oro.
Allora il re, tra la gioia della corte e la felicità di tutto il  popolo, benedisse le loro nozze, poi avendo conosciuto Rubino diede in isposa a lui  Miranda dai capelli splendenti come l'argento. Guerrino allora rivelò che era figlio del re di Serradifalco, e il re di Assoro fu ancora più felice. Mandò messaggeri alla corte di Serradifalco per annunciare le nozze, e quando i genitori di Guerrino giunsero ad Assoro la loro gioia fu indicibile, perché ritrovavano il figlio che credevano perduto e non si  saziavano di abbracciarlo e baciarlo. Furono celebrate nozze sontuose, con festeggiamenti che durarono giorni e giorni, poi Guerrino tornò con la sua sposa nel reame di Serradifalco, mentre  Rubino e Miranda restarono eredi al trono di Assoro. E quando fu il momento le due coppie salirono al trono e regnarono a lungo felici, in pace e prosperità, lasciando dopo di loro molti bellissimi discendenti, maschi e femmine.



 

PIETROPAZZO  In English


Si racconta che una volta, tanto tempo fa, c'era nell'Isola dei Cavoli una casa piccina in cui viveva una vedova con un solo figlio un po' matto, ed erano così poveri che spesso non avevano nulla da mangiare. Il figlio, grande, grosso e sgraziato,  si chiamava Pietro, ma tutti lo chiamavano Pietropazzo.
Siccome Pietro di mestiere faceva il pescatore, tutti i giorni  andava a pescare e lo faceva dalla mattina alla sera, ma  era tanto sfortunato che non pigliava mai nulla. Quando  tornava a casa, di lontano cominciava a gridare:

Corri mammetta con pentoloni,
vasi, secchielli, boccioni,
ecco Pietro con tanti pescioni!

La sua mamma, credendo che finalmente avesse preso  qualcosa, correva in casa a cercare i recipienti e li metteva in fila sull'uscio, ma Pietro non aveva nemmeno un pesciolino e la prendeva in giro piegandosi in due dalle risate, e facendo le boccacce tirava fuori la lingua che era lunga un palmo. Lì vicino c'era il palazzo del re dell'Isola dei Cavoli, che aveva una figlia ancora bambina, la principessa Giulia, bellissima e piena di  grazia. Quando  sentiva Pietropazzo che arrivava gridando:

Corri mammetta con pentoloni,
vasi, secchielli, boccioni,
ecco Pietro con tanti pescioni!

correva alla finestra e si divertiva tanto che moriva dal ridere.  Quando Pietro vedeva che lo prendeva in giro si infuriava e gliene diceva di tutti i colori, ma Giulia vedendolo così goffo e arrabbiato rideva ancora di più.
Questa scena si ripeteva ogni sera da tanto tempo, quando  un giorno il povero Pietro pescò un enorme Pescetonno. Era tanto contento che saltellava e ballava sulla spiaggia, cantando:

Buona cenetta
a Pietro e alla mammetta!
Buona cenetta
a Pietro e alla mammetta!

Ma il pescetonno, quando si vide in trappola, parlò così:

Fratel Pietro, per cortesia,
libera me dalla prigionia!
Quando il mio corpo sfamato ti avrà,
avrai vinto la tua povertà?

Pietro scosse la testa: aveva bisogno di mangiare il pesce, non di stare a sentire le sue chiacchiere. Così se lo caricò sulle spalle e prese la strada di casa, ma dopo un po' che camminava il pesce gli disse:

Fratel Pietro, se mi volessi di grazia salvare,
ti darei tutti i pesci che nuotano in mare!

Pietro continuò a camminare verso casa, e il pescetonno che ormai si sentiva mancare il fiato, con un filino di voce gli parlò ancora:

Il pesce magico non devi ammazzare
se quel che desideri vuoi realizzare...

Pietropazzo sentiva un po' di compassione per il gran pesce moribondo, e incuriosito per i suoi discorsi tornò in riva al mare e spingendolo con le mani  e con i piedi riuscì lo rimise in acqua. Lì per lì il Pescetonno scomparve, perché doveva riprendersi, ma poi tirò la testa fuori dall'acqua e disse:

Prendi la barca e comincia a remare
vedrai quanti pesci ti faccio pescare

Pietro lo fece, e quando si fu allontanato dalla riva il pesce gli disse di inclinare la barca finché il bordo sfiorasse il pelo dell'acqua: allora innumerevoli pesciolini e pescioloni di tutte le specie  saltarono nella barchetta di Pietro riempiendola fino a farla quasi affondare,  ma lui non pensava al pericolo e non stava nella pelle dalla gran contentezza. Tornato a riva, si caricò sulle spalle una enorme quantità di pesci e corse verso casa, gridando:

Corri mammetta con pentoloni,
vasi, secchielli, boccioni,
ecco Pietro con tanti pescioni!

Quella sera la mamma, che non ce la faceva più a sopportare gli scherzi del suo figliolo matto, voleva far finta di nulla,  ma quando lo sentì avvicinarsi con la solita filastrocca cambiò idea,  e corse a preparare i recipienti davanti all'uscio. Come fu contenta quando vide Pietro che li riempiva tutti! e siccome non bastavano,  lui e la sua mamma correvano  di qua e di là a prendere pentolini, tazze, bicchieri, vasi da notte, catinelle, mentre i pesci di ogni specie guizzavano dappertutto. La principessa Giulia, che come al solito  era alla finestra, vedendolo così goffo e indaffarato rideva ancora più del solito; Pietropazzo sentendo le sue risate alzò gli occhi, la vide e sentì una  rabbia terribile, ma invece di dirle le solite parolacce corse in riva al mare e si mise a chiamare il Pescetonno.
Sentendo la sua voce il pesce accorse, mise la testa a fior d'acqua e disse:

Messer Pietro, gentil pescatore, che desideri?

Pietro rispose:

Che la principessa aspetti un bambino
e che sia proprio il mio figliolino

Con un cenno della testa il Pescetonno gli fece capire che il suo desiderio era realizzato, e Pietropazzo tornò a casa, dove, scapato com'era, non ci pensò più. Dopo qualche tempo alla principessa Giulia cominciò a crescere la pancia, ma sua madre non pensò che fosse incinta, perché era poco più che una bambina, e fece venire le donne più esperte in queste cose perché la visitassero e vedessero se aveva qualche grave malattia. Le donne non ebbero dubbi e dissero che Giulia  stava benissimo e al momento giusto avrebbe avuto un bambino.
La regina si sentì morire, e dovette andare a dirlo al re, che per poco non svenne per questo duro colpo. Poi in segreto fece tutte le indagini  per scoprire chi era stato, ma inutilmente; pensò di uccidere la principessa, ma la regina che le voleva tanto bene lo supplicò di aspettare almeno il parto, e siccome anche il re amava la sua unica figlia si lasciò convincere. Quando  fu il tempo, nacque un bambino tanto bello che  il re non ebbe cuore  di far eseguire la sentenza di morte, e decise di aspettare un altro anno, avendo in mente di indagare ancora per scoprire chi era stato a violare la principessa. Il bambino cresceva bello e forte, ed era così allegro che non se ne trovava uno che gli stesse a pari;  quando ebbe un anno il re, sperando di  scoprire suo padre, ordinò che tutti i maschi dell'Isola dei Cavoli, belli e brutti, giovani e vecchi, poveri e ricchi, venissero a palazzo portando un frutto o un fiore, o qualche altra cosa che potesse far piacere al bambino. Così arrivavano tutti portando qualcosa,  passavano davanti al re e poi andavano a sedersi secondo la loro posizione.
Mentre andava al palazzo reale un giovane si imbattè in Pietropazzo, e gli disse:"Dove vai Pietro? Perché non vieni al palazzo come tutti  con un frutto o un fiore, e non obbedisci al comando del re?". Pietro rispose: "E che vuoi che ci faccia io in mezzo a quella bella compagnia? Non vedi che sono povero, non ho nemmeno una veste  per coprirmi, e vorresti che io mi mettessi fra tanti signori e cavalieri? Non voglio venire". Allora il giovane prendendolo un po' in giro gli disse: "Vieni con me, ti darò io una veste: chissà che il bambino non sia tuo?".
Così Pietropazzo andò a casa del giovane e si vestì, poi colse una mela e andò con lui al palazzo, salì le scale ma si mise dietro un uscio, in modo da rimanere nascosto e non farsi vedere da  nessuno. Quando tutti furono giunti e si furono messi a sedere,  il re ordinò che portassero il bambino nella sala, pensando che se c'era il padre la voce del sangue lo avrebbe tradito. Venne  la balia con il bambino in braccio e tutti lo accarezzavano, porgendogli chi un fiore, chi un frutto, chi l'uno e l'altro, ma il bambino li respingeva con la manina. La balia che passeggiava avanti e indietro passò anche vicino all'uscio del palazzo, e in quel momento a Pietro cascò di mano la mela, che rotolò in terra.  Il bambino ridendo si piegò con la testa e con tutto il corpo per prenderla, tanto che per poco non cascava dalle braccia della balia, ma lei non ci fece caso e continuava ad andare di  qua e di là, finché non capitò ancora vicino all'uscio e il bambino rise festoso indicando la mela. La balia la raccolse e gliela diede,  il re se ne accorse e domandò alla balia chi c'era dietro a quell'uscio, e lei rispose che c'era un mendicante. Il re lo fece chiamare e guardandolo  da vicino lo riconobbe, mentre il bambino aprì le braccine e si buttò al collo di Pietropazzo coprendolo di baci.
Vedendo questo il re sentì che si raddoppiava il suo dolore, e mandati tutti gli altri a casa condannò a morte Pietropazzo con sua figlia e il bambino. La regina allora, saggia  e prudente, gli disse che non era bene che un re si macchiasse del sangue del suo sangue, era meglio che ordinasse una botte,  grande il più possibile, per metterceli dentro e buttarli  in mare, perché senza troppo patire andassero al loro destino. Al re  piacque il consiglio e dopo aver fatto fare la botte e averceli messi dentro tutti e tre con una cesta di pane, un fiasco di  buona  vernaccia e un barile di fichi per il bambino, li fece  buttare in alto mare, pensando che battendo contro qualche scoglio sarebbero annegati.
Warwick GobleLa povera principessa si sentiva sbattere violentemente dalle onde del mare in tempesta, e non vedendo né il sole né la luna piangeva a dirotto per la sua sciagura. Non avendo latte per il bambino che spesso si metteva a piangere, gli dava da mangiare i fichi,  e così lo addormentava, Pietro invece non si preoccupava di nulla e pensava solo a mangiare pane e a bere vernaccia, finché vedendolo  così  Giulia disse: "Oh, Pietro! Tu vedi come io  che sono innocente subisco questa pena per colpa tua, e tu ridi come un pazzo, e mangi e bevi, senza pensare che pericolo corriamo". Pietro le rispose: "Non è colpa mia se ci è successo quello che ci è successo, la colpa è tua, perché mi  ridevi dietro e mi prendevi sempre in giro. Ma sii contenta, perché presto usciremo dalla botte". "Credo che tu dica bene", disse Giulia,  "che usciremo dalla botte, perché si romperà su uno scoglio e noi annegheremo".
"Zitta," disse Pietro, "perché io ho un segreto,  che se tu lo sapessi resteresti a bocca aperta dalla meraviglia,  e forse ti piacerebbe". "Ma che segreto hai Pietro," disse lei, "che possa tirarci su e liberarci da questo pericolo?" "Io ho un pesce," disse Pietro,"che fa quello che io comando e non c'è nulla che non farebbe se sapesse che si rischia di morire, è stato lui a farti rimanere incinta del mio bambino". "Questa cosa è proprio bella", disse Giulia, "se davvero è come dici. Ma come  si chiama il pesce?", "Si chiama Pescetonno", rispose Pietro,  "Comandagli di obbedire a me come obbedisce a te", disse la  principessa, "digli di fare quello che io gli dirò". "Sia fatto secondo i tuoi desideri", disse Pietro, e immediatamente chiamò il Pescetonno e gli comandò che eseguisse tutto ciò che Giulia gli chiedeva. La principessa, appena ebbe la virtù di comandare  il Pescetonno, prima chiese che facesse approdare la botte su  uno degli isolotti più belli e più tranquilli che c'erano nel reame di suo padre, poi volle che Pietro, da brutto e pazzo, diventasse il giovane più bello e saggio che ci fosse al mondo. E  poi chiese ancora che sullo scoglio fosse costruito un ricchissimo palazzo, con logge, sale e stanze meravigliose, e che dietro avesse un giardino ameno e ricco di alberi sui quali al posto dei frutti crescessero gemme e preziose perle, infine comandò che in mezzo al giardino ci fosse una fontana dalla quale si potessero attingere alternatamente acqua freschissima e vino prelibato. In un batter d'occhio tutti i comandi furono eseguiti.
Intanto il re e la regina erano pieni di malinconia per la solitudine in cui si trovavano senza la loro unica figlia, e pensavano che col suo bambino fosse già stata divorata dai pesci, così  decisero di partire per un pellegrinaggio sperando di alleggerire  un po' il peso che sentivano in cuore. Fecero preparare una bella nave con tutto il necessario e si misero in mare, spinti da un vento favorevole. Non era tanto che erano partiti quando videro di lontano un palazzo ricco e nobile eretto su un isolotto, e siccome era nel loro reame vollero visitarlo, fecero accostare la  nave, gettare l'ancora, e scesero a terra. Appena li videro  arrivare, Pietropazzo e  Giulia corsero loro incontro, e li accolsero bene, ma il re e la regina non li riconobbero, perché erano molto cambiati. Entrarono nel palazzo e lo visitarono dappertutto, ammirandolo e lodandolo molto, poi scesero per una scala segreta e andarono nel giardino, che colmò di meraviglia il re e la regina dell'Isola dei Cavoli: dissero che in tutta la   loro vita non avevano mai visto nulla di tanto incantevole.
Nel giardino c'era un albero dal quale pendevano tre mele d'oro che scintillavano al sole, custodite a vista da un guardiano per ordine della principessa, ma chissà come una mela d'oro finì  in seno al re senza che se ne rendesse conto.  Quando il re voleva ripartire, il guardiano andò da Giulia e le disse: "Signora, manca una delle tre mele d'oro, la più bella, e non riesco a capire  chi l'ha rubata". Allora Giulia ordinò al guardiano di frugare  tutti con attenzione, perché era una cosa troppo preziosa; il  guardiano  lo fece, ma inutilmente, e Giulia fingendosi in collera disse: "Maestà, perdonami ma si dovrà cercare anche addosso a te, perché la  mela d'oro che manca ha un valore immenso, per me superiore a quello di qualunque altro frutto".
Il re che non sapeva cos'era successo, essendo sicuro di non averlo preso, si sciolse subito la veste: ed ecco che ne uscì la mela d'oro rotolando ai suoi piedi. Vedendo questo il re rimase attonito e non riusciva più a parlare, non sapeva come il frutto prezioso gli fosse entrato in seno.
Allora la principessa disse: "O re, noi ti abbiamo festeggiato e accolto molto cortesemente, con tutti gli onori che merita la tua maestà, e tu per  ricompensarci di questa accoglienza ci rubi di nascosto un frutto del giardino. Io dico che mi sembri molto ingrato". Il re che era innocente si sforzava per convincerla che lui non aveva rubato nulla, e Giulia, vedendo che era il momento di svelarsi  si commosse, e con le lacrime agli occhi disse: "Mio signore, sappi che io sono Giulia, la tua sola figlia, che infelice buttasti in mare con Pietropazzo e il suo bambino condannandoci crudelmente a morte.  Questo è il bambino innocente che ho avuto senza colpa, e questo è Pietropazzo, diventato molto saggio per la virtù di un pesce che si chiama Pescetonno, che ha fatto costruire questo nobile e meraviglioso palazzo. E' stato lui   a farti scivolare, senza che  te ne rendessi conto, la mela d'oro  in seno. E' stato lui che senza abbracciarmi, ma per effetto di  un incantesimo mi ha messo incinta, e io ne ero innocente, come tu sei innocente del furto della mela d'oro". Allora tutti scoppiarono a piangere di gioia e abbracciandosi e baciandosi fecero una grande festa. E dopo qualche giorno di festa salirono insieme  sulla nave e tornarono all'Isola dei Cavoli, dove Pietropazzo  per prima cosa volle andare ad abbracciare la sua mammetta. Nessuno può dire la gioia della povera vecchia, che lo piangeva morto annegato, e invece se lo vide davanti bellissimo e saggio, e da allora andò a vivere nel palazzo reale.
Per molto tempo durarono le feste per il loro ritorno nell'Isola dei Cavoli, e da allora Pietropazzo e Giulia vissero felici e di buon accordo, ascendendo al trono e regnando a lungo in pace e prosperità.




BRANCALEONE
nota

Tanto tempo fa in una regione ricca di foreste selvagge e di piane coltivate viveva un mugnaio brutale e rozzo, che aveva un asino dalle orecchie lunghe lunghe, con grosse labbra pendule, che se ragliava faceva risuonare la sua voce per tutta la piana.
Il mugnaio gli dava così poco da mangiare che l'asino non ce la faceva a sopportare il duro lavoro, e lo bastonava così tanto che al povero animale era rimasta solo la pelle sulle ossa ammaccate. Una volta l'asino, arrabbiato per le botte che prendeva ogni giorno e per la scarsità del cibo, se ne andò dalla casa del mugnaio e col basto ancora sul dorso si allontanò per un buon tratto.
Dopo aver camminato tanto, ormai stanco morto, arrivò ai piedi  di un bel monte, dall'aspetto ospitale, non selvaggio. E vedendolo così verdeggiante e bello, decise fra sé di salire sul monte per abitare lì tutto il resto della sua vita. Mentre pensava queste cose, l'asino guardava intorno se qualcuno lo vedeva, e siccome non c'era nessuno che gli potesse dare fastidio, coraggiosamente salì sul monte, e con grande piacere si mise a pascolare, ringraziando il Cielo di averlo liberato dalle mani di quell'orribile tiranno e di avergli fatto trovare del cibo così buono per continuare la sua povera vita.
Mentre il buon asino abitava sul monte e si nutriva di piccole tenere erbe portando ancora il basto sul dorso, ecco un feroce leone uscire da un'oscura caverna: avendo visto l'asino lo guardò  con molta attenzione, e rimase meravigliato per l'arroganza e il coraggio che aveva avuto salendo sul monte senza dirglielo e senza chiedergli il permesso. E siccome il leone fino ad allora non  aveva mai visto animali di quella specie, ebbe paura di avanzare oltre. L'asino quando vide il leone si sentì accapponare la pelle e gli si rizzarono tutti i peli, per lo spavento smise di mangiare e non osava fare una mossa. Il leone, facendosi coraggio, andò un po' avanti e gli disse: "Che fai qua tu, caro compare? Chi ti ha dato il permesso di salire quassù? E chi sei tu?". Allora l'asino si diede un tono gagliardo e gli rispose:  "E tu chi sei per domandarmi chi sono io?". Stupito da questa risposta il leone disse: "Io sono il re di tutti gli animali".  "E come ti chiami di nome?", gli chiese l'asino, e lui rispose: "Leone è il mio nome, ma il tuo nome qual è?". Allora l'asino  tutto fiero disse: "E io mi chiamo Brancaleone!". "Questo," si  disse il leone, "dev'essere proprio più forte di me", e rivolto all'asino: "Brancaleone, il tuo nome e il tuo parlare mi dimostrano chiaramente che tu sei più possente e più gagliardo di  me; ma voglio che facciamo qualche prova". Allora l'asino si sentì molto più ardito e girando il suo deretano verso il leone disse: "Vedi questo basto e la balestra che ho sotto la coda? se io te la facessi sentire ci rimarresti secco". E così dicendo tirò un paio di calci in aria e sparò una scarica di peti che fecero quasi svenire il leone. Sentendo il gran rimbombo dei calci e il rumore tonante che veniva fuori dalla balestra, il leone si era spaventato moltissimo, e siccome ormai era quasi sera, disse: "Fratello mio, io non voglio che litighiamo, né che ci ammazziamo, perché non c'è cosa peggiore della morte, voglio che andiamo a riposarci, e quando sarà venuto il nuovo giorno ci ritroveremo e faremo una gara di tre grandi prove;  chi tra noi due sarà vincitore, diventerà padrone di questo monte", e così rimasero d'accordo.
La mattina dopo si incontrarono e il leone, che voleva vedere qualche bella prodezza, disse: "Brancaleone, mi piaci moltissimo, e non sarò contento finché non ti vedrò compiere qualche meravigliosa impresa". Camminando insieme arrivarono a un  fossato largo e profondo, e il leone disse: "Ora è giunto il tempo che vediamo chi di noi due è più bravo a saltare questo fosso". Il leone, gagliardo com'era, si avvicinò al fosso e con un balzo fu dall'altra parte; l'asino quando fu sulla sponda si fece animo e saltò, ma saltando cadde in mezzo al fosso, e finì a cavalcioni di un tronco rimanendo lì sospeso, e  un po' pendeva da una parte, un po' dall'altra, rischiando di rompersi l'osso del collo.  Vedendolo il leone gli chiese: "Che fai caro compare?", ma l'asino, che era trascinato via dalla corrente a gran velocità,  non rispondeva. Allora il leone, temendo che l'asino morisse,  scese nel fosso e gli prestò aiuto. L'asino, appena fu fuori da quel pericolo, si diede un tono  fiero e rivoltandosi contro il leone gliene disse di tutti i colori. Il leone Warwick Goblerimase di sasso,  e tutto meravigliato gli chiese perché lo offendeva così, dopo che gli aveva salvato la vita. L'asino, accendendosi di sdegno, rispose con fare superbo: "Ah! Disgraziato ignorante, tu mi chiedi perché ti offendo? Sappi che mi hai privato del piacere  più soave che io abbia mai goduto nella mia vita. Tu pensavi che morissi, e invece io mi divertivo ed ero felice". "E qual era il  tuo divertimento?", chiese il leone; "Io," rispose l'asino, "mi ero messo su quel tronco, e pendevo un po' da una parte e un po'  dall'altra, perché volevo ad ogni costo scoprire che cosa mi pesava di più, se il capo o la coda". Disse il leone: "Ti prometto sul mio onore che non ti darò più fastidio in nessun caso, e mi rendo conto fin da questo momento che sarai tu il padrone del monte".
Andarono via da quel posto e arrivarono a un fiume largo e vorticoso, e il leone disse: "Voglio, Brancaleone mio, che ciascuno di noi dimostri quanto vale guadando questo fiume". "Mi sta  bene," disse Brancaleone, "ma voglio che cominci tu". Il leone, che sapeva nuotare benissimo, con grande agilità attraversò il  fiume, e dall'altra sponda gridò: "Compare, che fai? attraversa anche tu il fiume". L'asino, capendo che non poteva tirarsi indietro, si buttò nell'acqua e nuotò tanto che ce la fece ad arrivare in mezzo al fiume, ma catturato dai gorghi un momento finiva a testa in giù, poi si trovava rigirato, poi andava tutto sott'acqua, tanto che il leone non lo vedeva quasi più.  Ricordandosi che l'asino lo aveva maltrattato, se da una parte avrebbe voluto aiutarlo, dall'altra aveva paura che se lo salvava Brancaleone si sarebbe arrabbiato tanto da ucciderlo. Era molto incerto, ma a un certo punto decise, qualunque cosa potesse capitare, di aiutarlo, e si tuffò, gli andò vicino, e dopo averlo afferrato per la coda lo tirò e lo fece uscire dall'acqua. Quando si vide al sicuro sulla riva del fiume e capì che ormai non  annegava più, l'asino si rannuvolò tutto, e fremente d'ira urlò:  "Ah, infame!  Ah, ribaldo! non so chi mi tenga dallo scoccare la mia balestra e farti sentire quello che non vorresti provare! Tu sei la mia disgrazia e mi privi di tutte le gioie. Quando mai potrà capitarmi di divertirmi come poco fa?". Il leone, che aveva più paura di prima, disse: "Io, caro compare, avevo paura che tu annegassi nel fiume, e perciò sono venuto e ti ho aiutato,  pensando di farti un piacere, non certo un dispiacere". "Non  dire più nulla," ribattè l'asino, "voglio che tu mi dica solo  una cosa: quale beneficio, quale vantaggio hai ricavato dall'attraversamento del fiume?". "Nulla", rispose il leone. E l'asino voltandosi disse: "Guarda bene se godevo mentre ero nel  fiume", e scrollandosi l'acqua gli fece vedere i pesciolini e  gli altri animaletti che gli uscivano dalle orecchie, e con voce  addolorata disse: "Vedi che errore hai fatto? Se io andavo in fondo al fiume prendevo con mio immenso piacere dei pesci che ti avrebbero riempito di meraviglia. Ma fa in modo di non darmi più fastidio d'ora in avanti, perché sennò da amici come siamo diventeremmo nemici, e sarebbe peggio per te. E anche se tu mi vedessi morto, voglio che tu non ci pensi, perché quello che a te sembrerà morte, per me sarà piacere e vita". Ormai il sole stava tramontando, e il leone propose al suo compare che tutti e due andassero a riposare, per ritrovarsi la mattina dopo.
Appena fu giorno, l'asino e il leone si incontrarono, e decisero di andare a caccia uno da una parte e uno dall'altra, per poi  ritrovarsi in un posto a una certa ora: il monte sarebbe stato del cacciatore più bravo. Il leone cominciò a inseguire le sue prede, e ne prendeva tante, mentre l'asino, trovando la porta di una casa aperta, entrò dentro e vedendo nell'aia un immenso mucchio di sorgo  si mise lì e ne mangiò tanto e tanto che il suo pancione rischiava di scoppiare. Poi, tornato al luogo dell'appuntamento,  si stese a dormire, ed essendo così pieno spesso alzava la coda e scoccava la balestra, che si apriva e si chiudeva come la bocca di un grosso pesce. Volando da quelle parti una cornacchia lo vide, e siccome era sdraiato in terra e non si muoveva sembrava morto, e così guardando il sorgo mal digerito sotto la coda dell'asino accanto al deretano tutto imbrattato, la cornacchia si posò e cominciò a mangiare il sorgo, e beccando andò tanto avanti che per beccare gli mise la testa dentro il corpo. L'asino, sentendosi beccare strinse il didietro, la cornacchia rimase col capo dentro e soffocò.
Giunse il leone con tutte le sue prede e disse all'asino: "Hai visto che animali ho preso, caro compare?", e l'asino gli domandò: "E come hai fatto a prenderli?". Il leone raccontava in che modo li aveva cacciati, ma l'asino lo interruppe dicendo: "Ah, pazzo e sciocco che sei! Hai durato una fatica immane andando per boschi, foreste e montagne, mentre io me ne sono stato qua comodamente disteso e con il mio deretano ho catturato tante cornacchie e tanti altri animali che ho nella pancia, che come vedi è bella piena. Mi è rimasta mezza fuori solo questa cornacchia, che ho riservato a te, e ti prego di accettarla per farmi contento". Allora il leone ebbe ancora più paura, e dopo aver preso la cornacchia per far piacere al compare se ne andò.
E mentre correva via piuttosto impaurito, si imbatté nel lupo che andava molto di fretta. Il leone gli disse: "Compare lupo, dove vai solo solo, così di fretta?", e il lupo rispose: "Ho da fare una faccenda della massima importanza"; il leone voleva trattenerlo, ma il lupo temeva il leone e faceva di tutto per andarsene. Il leone, sicuro che andando da quella parte il lupo rischiava la vita, gli consigliava di non andarci: "Perché," gli disse, "poco più avanti c'è Brancaleone, un animale ferocissimo, che ha sotto la coda una balestra con la quale spara dei colpi esplosivi, e chi ne è colpito è spacciato. Ha poi sul dorso una cosa bigia di pelle durissima che lo copre quasi tutto, compie grandi prodezze, e spaventa chiunque gli si avvicina".
Ma il lupo, avendo capito bene dalla descrizione del leone di quale animale stava parlando, disse: "Compare, non aver paura, perché quello si chiama asino, è l'animale più vigliacco che sia stato creato, e non sa compiere altre imprese che portare la soma
e prendere le bastonate. Io da solo ai miei tempi ne avrò divorato un centinaio. Andiamo compare, senza timore, e vedrai bene che è come dico io". "Compare," replicò il leone, "io non voglio venire, e se ci vuoi andare, vacci da solo". Il lupo continuava a dirgli che non c'era proprio da aver paura, e il leone, vedendo che il lupo non cambiava idea, disse: "Siccome tu vuoi che venga con te e dici che non c'è pericolo, voglio che ci leghiamo perbene per la coda, così se attaccherà resteremo insieme e ci aiuteremo a scappare". Così si annodarono strette le code e andarono a trovarlo.
L'asino, che si era alzato in piedi e stava brucando l'erba, vide il leone e il lupo di lontano, s'impaurì e fece per scappare, ma il leone, indicando Brancaleone al lupo, disse: "Guarda che si muove, ora ci attacca, non aspettiamo o ci farà fuori!". Il lupo, che aveva visto e riconosciuto l'asino, disse: "Fermati compare, non dubitare che quello è l'asino!", ma il leone impaurito scappò a gambe levate, e correva tra alberi e cespugli spinosi, saltando  ora una macchia, ora un'altra, e mentre balzava una lunga spina gli cavò un occhio.  Credendo di essere stato colpito dall'arma che Brancaleone portava sotto la coda, senza smettere di correre disse al lupo: "Compare, non te l'avevo detto io che bisognava scappare? Mi ha cavato un occhio con la sua balestra!", e correndo sempre più forte tirava il lupo e lo strascicava su cespugli spinosi, per fossi scoscesi, attraverso fitti boschi e altri luoghi accidentati e impervi, finché il lupo tutto ammaccato e lacerato morì. Quando si sentì in un posto sicuro il leone si fermò e  disse: "Compare, ora sciogliamoci le code", ma il lupo non rispondeva nulla. Allora il leone voltandosi vide che era morto e rimase di sasso, poi disse: "Compare, non te l'avevo detto io che ti avrebbe ucciso? Tu hai perso la vita, e io l'occhio sinistro, ma meglio aver perso una parte che il tutto". Si sciolse la coda,  lasciò lì il lupo morto e andò ad abitare per sempre nelle caverne e nelle foreste, mentre l'asino rimase signore e proprietario del monte ospitale, dove visse per tanto tempo allegramente.

A monte di questa fiaba un antico mito greco, relativo a un'episodio della guerra fra gli dei olimpici e i giganti o i titani: l'asino di Sileno, terrorizzato, si sarebbe messo a ragliare così fragorosamente che i giganti, credendo si trattasse di un mostro immane e invincibile se la diedero a gambe.





 

RE PORCO
In English

C'erano una volta, in tempi lontanissimi, nel ricco reame di Peloro, un re potente e magnanimo e una regina bellissima e gentile, che però non avevano figli. Da molto tempo  soffrivano per la mancanza di un erede, quando un giorno che era andata a raccogliere fiori nel giardino del palazzo la regina si sentì molto stanca, vedendo un  prato si sedette sull'erba e ascoltando gli uccelli che cantavano dolcemente prese sonno.
In quel momento passarono tre fate che volavano da quelle parti  e vedendo la bellezza e la grazia della regina addormentata, si consigliarono tra loro e decisero di incantarla. La prima fata disse: "Voglio che la regina sia inviolabile e che la prossima notte che passerà con suo marito rimanga incinta del figlio più bello del mondo". La seconda fata disse: "Voglio che nessuno possa farle del male, e che suo figlio sia dotato di tutte le virtù che si possono immaginare". L'ultima fata disse: "E io voglio  che sia la donna più saggia e più ricca del mondo, ma voglio anche che suo figlio nasca coperto da una pelle di porco,  che si comporti come un porco in tutto e per tutto, e che non possa uscire da questa forma prima di aver avuto tre spose".
Le fate partirono e la regina si svegliò, prese i fiori che aveva raccolto e tornò al palazzo. Presto si accorse di essere incinta, e Warwick Goblequando fu il tempo un cui doveva nascere il figlio tanto desiderato, partorì un erede che non aveva il corpo di un essere umano, ma di un porco. Fu un dolore quasi insopportabile per il re e la regina, e temendo che sarebbero stati disonorati da questo essere mostruoso, il re di Peloro voleva farlo uccidere e buttare in mare. Ma si fermò a riflettere, e pensando che qualunque fosse il suo aspetto era figlio suo, sangue del suo sangue, abbandonò questo feroce proposito, e sopportando il suo  dolore ne ebbe pietà, quindi ordinò che fosse allevato come un essere umano, e non come una bestia.
Il piccino, che veniva nutrito e cresciuto con tutte le cure, spesso veniva dalla mamma, si metteva ritto e le posava in grembo il grugnetto e le zampine. La regina con tenerezza lo accarezzava sulla schiena, poi lo abbracciava e lo baciava come un bambino. Lui allora arricciolava il codino, dimostrando bene con i gesti la sua contentezza e il piacere di ricevere le carezze della mamma. Il porcellino era molto cresciuto e cominciò a parlare e andare in giro per il reame; quando vedeva un letamaio o un mucchio di spazzatura ci si intrufolava, come fanno i porci. Poi, sudicio e puzzolente com'era, tornava a casa, e andando dal re e dalla regina a strofinarsi sulle loro vesti li insudiciava di letame, ma siccome era il loro unico figlio sopportavano tutto con pazienza.
Un giorno il porcello tornò a casa e dopo essersi messo tutto sudicio sulle vesti della madre, grugnendo le disse: "Io, madre mia, vorrei sposarmi". Sentendo questo la regina rispose: "O pazzo che sei, chi vuoi che ti prenda per marito? Tu sei puzzolente e sporco, e vuoi che un barone o un cavaliere ti dia in isposa sua figlia?". Lui rispose grugnendo che in ogni modo voleva una sposa. La regina, non sapendo come destreggiarsi, disse al re: "Che cosa dobbiamo fare? Guarda in che situazione ci troviamo: nostro figlio vuole sposarsi, e non ci sarà nessuna che lo voglia  per marito". Il porcello ritornò dalla sua mamma e grugnendo forte diceva: "Io voglio una sposa, e non smetterò fino a quando non mi darete quella fanciulla che ho visto oggi, perché mi piace tanto". Diceva della figlia di una povera vedova che ne aveva tre bellissime, e sentendo questo la regina mandò subito a chiamare la donna con la maggiore, e le disse: "Buona donna, tu sei povera e hai tante figlie a cui pensare, se mi dirai di sì presto diventerai ricca. Io ho solo questo figlio porco, e vorrei farlo sposare con la tua figlia più grande. Non pensare a lui che è porco, ma al re e a me, perché un giorno tua figlia sarà padrona di tutto il reame".
La fanciulla sentendo queste parole rimase turbata, e diventando rossa come un papavero disse che non acconsentiva, non voleva proprio accettare quella proposta, ma sua madre le parlò con tanta dolcezza che riuscì a convincerla.
Quando il porco tornò tutto sudicio a casa corse da sua madre, che gli disse: "Figlio mio, ti abbiamo trovato una moglie,  proprio come volevi tu". E dopo aver chiamato la sposa e averle fatto indossare vesti regali, la presentò al porco. Lui, vedendola  bella e graziosa, non stava nella pelle dalla contentezza, e  sporco e puzzolente com'era le girava intorno, facendole col grugno e con le zampe tante carezze che nessuno aveva mai visto fare da un porco. E lei, siccome le insozzava tutta la veste, lo  spingeva da parte, ma il porco le disse: "Perché mi respingi?  Non te l'ho forse regalata io questa bella veste?". Lei con fare superbo gli rispose: "No, non l'ho avuta da te, né dal tuo reame di porci". Quando fu l'ora di andare a letto, la fanciulla disse:  "Che me ne faccio di questa bestia puzzolente? Stanotte, prima che abbia fatto il primo sonno, lo ucciderò". Il porco che non  era molto lontano sentì le sue parole, ma non disse nulla, e  quando fu l'ora, tutto impiastricciato di letame e sudiciume, andò nella camera nuziale, scostò le cortine del baldacchino,   sollevò le lenzuola di finissimo lino col grugno e con le zampe,  sporcò tutto col suo sterco puzzolente e si distese accanto alla sposa. Poi fece finta di dormire, e quando lei tirò fuori il pugnale che aveva messo sotto il cuscino la trafisse con le zanne appuntite. Al mattino si alzò, e come sempre andò a mangiare e a rotolarsi nel sudiciume.
La regina volle andare a vedere come stava la sua nuora, e quando la vide uccisa e capì che era stato suo figlio, provò un dolore grandissimo. Più tardi il porco tornò a casa e quando la regina prese a rimproverarlo aspramente disse che aveva fatto alla sposa quello che la sposa voleva fare a lui, e se ne andò sdegnato.
Dopo un po' di tempo il porco ricominciò a dire a sua madre che voleva la seconda sorella come moglie, e nonostante la regina gli dicesse di no, lui continuò ostinatamente a dire che la voleva sposare, minacciando di distruggere tutto se non gliela avessero data.
Sentendo questo la regina andò dal re e gli raccontò tutto, e lui le disse che era meglio ucciderlo, prima che devastasse il reame. Ma la regina, che era la sua mamma e gli voleva un bene immenso, non poteva sopportare di perderlo, anche se era un porco.
E dopo aver fatto venire la povera donna con l'altra figlia, parlò a lungo con loro, e quando ebbero ragionato insieme del matrimonio la fanciulla acconsentì a prendere il porco come marito. Ma le cose non andarono come aveva creduto lei, perché il porco la uccise come la prima, e la mattina presto uscì dal palazzo. E quando tornò al palazzo come al suo solito,  con tanto sudiciume e letame appiccicato addosso che per il puzzo non gli si poteva stare accanto, fu trattato molto male dal re e dalla regina per quello che aveva fatto. Ma il porco rispose intrepido che aveva fatto alla sposa quello che la sposa voleva fare a lui.
Non era passato tanto tempo quando il principe porco tornò a dire alla regina che si voleva risposare prendendo come moglie la terza sorella, che era ancora più bella della prima e della seconda. Mentre la madre gli diceva che non lo avrebbe mai accontentato, lui insisteva sempre di più che voleva sposarla, e con discorsi volgari e crudeli minacciò di morte la regina, se non gliela dava in isposa. La regina a queste parole sporche e vergognose sentiva il cuore stretto da un tormento così grande che rischiava di impazzire. E senza pensare più a nulla mandò a chiamare la povera donna con la sua ultima figlia, che si chiamava Rosabianca, e le disse: "Rosabianca, figlia mia, voglio che tu sposi il principe porco, non pensare a lui, ma a suo padre e a me, perché se tu saprai star bene con lui, sarai la donna più ricca e più felice del mondo". Rosabianca le rispose con viso lieto e sereno che era molto contenta, e ringraziò la regina di  accettarla come nuora; anche se non  avesse avuto nient'altro, a lei bastava da poverella diventare in un istante la nuora del  potente re di Peloro. Sentendo questa risposta amorevole e piena di gratitudine, la regina fu presa da una dolce commozione, e non potè trattenere le lacrime, ma aveva paura che anche a Rosabianca capitasse la stessa disgrazia delle altre due.
Vestita di abiti meravigliosi e ornata di preziosi gioielli, la sposa si mise ad aspettare che suo marito tornasse a palazzo. Quando il principe porco arrivò, più bruttato e sudicio di quanto fosse mai stato, la sposa lo accolse con affetto, stendendo in terra la sua veste preziosa e pregandolo di sdraiarsi accanto a lei. La regina le diceva di spingerlo da parte, ma lei non volle respingerlo, e disse alla regina proprio queste parole:

Tre cose ho già sentite raccontare,
Sacra Corona veneranda e pia:
l'una, quel ch'è impossibile truovare,
andar cercando, è troppo gran pazzia;
l'altra, a quel tutto fede non prestare,
che 'n sé non ha ragion né dritta via;
la terza, il dono prezïoso e raro
ch'hai nelle mani, fai che 'l tenghi caro.

Il principe porco, che si era disteso ma non dormiva, e capiva  tutto alla perfezione, si mise ritto e le leccava il viso, il collo, il seno e le spalle, e lei lo accarezzava e lo baciava,  così lui si innamorava sempre di più. Venne l'ora di dormire, e la sposa si mise a letto, aspettando che venisse il suo caro sposo, e dopo poco lo sposo, tutto sudicio e puzzolente, entrò nella camera.  E lei sollevando le coperte se lo fece venire vicino, gli accomodò il guanciale sotto la testa, coprendolo bene e chiudendo le cortine, perché non patisse freddo. Il principe porco quando fu giorno, lasciando il materasso pieno di sterco, tornò al suo trogolo.
La regina andò nella camera della sposa temendo di vedere la stessa scena delle altre due volte, invece trovò la sua nuora tutta contenta e di buon umore, benché il letto fosse imbrattato di sudiciume e di letame. Allora ringraziò il Cielo di questo dono, che il principe aveva trovato una moglie di suo gusto.
Un giorno il principe porco, mentre stava conversando dolcemente con la sua sposa, le disse: "Rosabianca, mia cara moglie, se  sapessi che tu non dirai a nessuno un grande segreto, io, facendoti immensamente felice, ti svelerei una cosa che finora ho tenuto nascosta; e siccome riconosco che sei saggia e prudente, e sento che mi ami di vero amore, vorrei dividere con te questo mio segreto". "Puoi farlo senza timore", disse Rosabianca, "perché ti  prometto di non dirlo mai a nessuno, senza il tuo permesso".  Così il principe porco, rassicurato dalla sua sposa, si scrollò di dosso la pelle sporca e puzzolente, e  lasciandola cadere diventò un giovane bellissimo e pieno di grazia, e così passò tutta la notte stretto alla sua Rosabianca. E dopo averle ordinato di non dire nulla di questa cosa, perché di lì a poco il tremendo incantesimo sarebbe finito, si rimise la pelle di porco e andò a rufolare nella spazzatura come  sempre. Si può immaginare quanta e quale fosse la gioia di Rosabianca, che si  ritrovava sposata con un giovane splendido e gentile.
Poco tempo dopo rimase incinta, e quando venne il tempo nacque un bellissimo bambino, che procurò una gioia immensa al re e alla regina, soprattutto perché videro che non aveva forma di bestia, ma di essere umano. A Rosabianca non sembrava giusto tenerle nascosta una cosa così importante e meravigliosa, così andò dalla regina e le disse: "O saggia regina, io credevo di stare insieme a una bestia, invece tu mi hai dato per marito il giovane più bello, più ricco di virtù e più garbato del mondo. Lui, quando viene in camera per coricarsi accanto a me, si spoglia della scorza puzzolente e lasciandola cadere a terra diventa un giovane bello e pieno di grazia. Nessuno potrebbe crederci, se non lo vedesse con i suoi occhi". Pensando che la sua nuora scherzasse, mentre diceva solo la verità, la regina le chiese come poteva fare a vederlo, e Rosabianca rispose: "Se stanotte verrai in camera mia nell'ora del primo sonno, ti lascerò l'uscio socchiuso e vedrai che quanto ti ho detto è vero".
Quando fu notte, dopo aver aspettato che tutti si fossero addormentati, la regina fece accendere le torce, e andò col re alla camera del principe. Appena entrata trovò la pelle di porco in terra da una parte della camera, e avvicinandosi al letto vide che suo figlio era un giovane bellissimo, e Rosabianca, sua sposa, lo stringeva fra le braccia. Vedendo questo il re e la regina  ebbero una grande gioia e il re ordinò che prima di uscire si facesse a pezzettini piccolissimi la pelle di porco;  e la felicità del re e della regina per la trasformazione del loro figlio fu così grande che quasi ne morivano.
Vedendo che aveva un figlio così bello e virtuoso, che gli  aveva già dato un erede, il re depose la corona e il manto regale, e con grandi festeggiamenti del popolo esultante salì al  trono di Peloro il principe, che da quel momento si chiamò re  Porco, regnò con Rosabianca sua amata sposa  in pace e prosperità e vissero per sempre felici.
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Nota
I versi non sono tradotti.





 


LA BELLA PRIGIONIERA

C'era una volta, tanto tempo fa, nell'antico borgo di Lucolena, un pover'uomo che aveva tre figli, e non sapeva come nutrirli e mantenerli. Un bel giorno i figli, assillati dal bisogno, considerando che il loro babbo aveva una grande miseria e poche forze, si consigliarono tra loro e decisero di alleviare il suo peso, e di andare in giro per il mondo per cercare di guadagnarsi da vivere. Così inginocchiandosi davanti a lui gli chiesero il permesso di partire, promettendogli che dopo dieci anni sarebbero tornati a Lucolena.
Si misero in cammino tutti insieme con questo desiderio, poi giunsero a un certo crocevia dove si separarono per ritrovarsi  nello stesso posto di lì a dieci anni, e andarono ciascuno in una direzione diversa.
Il maggiore arrivò a un accampamento di soldati che stavano facendo la guerra, e si mise a servire il colonnello; in poco tempo imparò l'arte militare e diventò un coraggioso soldato e un valoroso  combattente, tanto che era il più bravo di tutti. Era poi così agile che arrampicandosi sui muri con due pugnali riusciva a scalare tutte le torri.
Il secondo arrivò a un porto dove fabbricavano navi e  si mise a lavorare con un maestro che conosceva benissimo l'arte navale, imparando in poco tempo così bene che nessuno poteva gareggiare con lui, e tutti lo onoravano per la sua abilità.
Il terzo invece sentì cantare un usignolo, e siccome gli piaceva tanto camminava per oscure vallate e per fitti boschi, per lagune, per foreste deserte, per luoghi impervi e disabitati, seguendo sempre l'usignolo e le sue melodie. Si innamorò tanto del dolce canto degli  Warwick Gobleuccelli che non pensò più a tornare indietro e rimase ad abitare in quelle foreste.  Vivendo ininterrottamente per dieci anni in quei luoghi solitari, senza una casa, diventò un uomo selvatico, e ascoltando continuamente gli uccelli imparò il linguaggio di tutte le loro specie, li ascoltava con immensa gioia e li comprendeva, e gli uccelli lo riconoscevano.
Quando fu il giorno in cui dovevano tornare a casa, i primi due fratelli si ritrovarono nel luogo stabilito e si misero ad aspettare il terzo, e quando lo videro arrivare tutto nudo e coperto di pelo gli andarono incontro, e scoppiando in lacrime lo abbracciarono e lo baciarono, poi lo fecero vestire. Mentre erano insieme a mangiare in un'osteria un'uccello si posò su un albero e cantando disse: "Sappiate, voi che state mangiando, che  in un angolo dell'osteria c'è un grande tesoro sepolto, che da tempi lontani è destinato a voi, andate a prenderlo!", e volò via. Allora il terzo fratello spiegò agli altri due per filo e per segno cos'aveva detto l'uccello, andarono a scavare in quell'angolo ed estrassero il tesoro, poi tutti contenti tornarono a Lucolena dal loro babbo ricchi sfondati. Dopo che il padre li ebbe abbracciati fecero festa e mangiarono e bevvero in abbondanza tutti insieme.
Accadde che il terzo fratello sentì un uccello cantare, e diceva che nel mar Tirreno, un po' lontano dalla costa, c'è lo Scoglio  d'Affrica, e su quest'isola una grande maga aveva costruito un castello fortificato tutto di marmo, con l'entrata custodita da un serpente che sputava dalla bocca fuoco e veleno, e sulla soglia c'era un basilisco, che pietrificava con lo sguardo. Nella torre di questo castello con un tesoro inestimabile di oro e pietre preziose  era chiusa  la fanciulla più affascinante del mondo, la bella Dora. "Chi andrà in quel luogo e scalerà la torre, avrà il tesoro e la bella prigioniera", concluse l'uccello, e volò via.
Appena il terzo fratello ebbe riferito questa notizia agli altri due, decisero di andarci tutti insieme. Il primo promise di  scalare la torre con i suoi due pugnali, il secondo di costruire una nave veloce come il vento. La nave in poco tempo fu pronta, e i tre fratelli con un vento favorevole attraversarono il mare  e si diressero verso lo Scoglio d' Affrica.
Arrivarono una notte, e all'alba il primo fratello armato di due pugnali scalò la torre,  dopo aver legato la bella prigioniera con una corda la calò giù dai suoi fratelli, poi prese i rubini, le gemme e il mucchio d'oro, e scese anche lui con grande allegria. Dopo aver vuotato il castello i tre fratelli tornarono a Lucolena sani e salvi e fecero tre parti uguali del tesoro. Ma  a proposito della bella Dora smisero di andare d'accordo, perché  tutti e tre volevano sposarla e non era possibile dividerla. Ci  furono grandi discussioni e contrasti, poi ricorsero al giudice per sapere chi la meritava di più, ma fino ad oggi non si è deciso. Quale dei tre fratelli meriti la bella prigioniera dovrai dirlo tu.




 
DAL CUNTO DE LI CUNTI
DI GIAMBATTISTA BASILE

 
 


 

I TRE RE ANIMALI
In English

    C'erano una volta il re e la regina di Vallermosa che avevano tre figlie belle come gioielli, Velia, Vassilia e Viola. Di loro si erano perdutamente innamorati i tre figli del re di Colleferro, ma siccome per la maledizione di una fata erano tutti e tre animali, quando le chiesero come spose il re non ne volle sapere.
Allora il primo principe, che era uno splendido falcone, con la sua magia emise un richiamo, e subito arrivarono in volo fringuelli, pavoncelle, rigogoli, lucherini, cinciallegre, allodole, cuculi, gazze,  canarini e tutte le altre specie di uccelli. Appena si furono riuniti il principe Falco comandò loro di andare a distruggere tutti i fiori degli alberi di Vallermosa, e così fecero, tanto che restarono solo i nudi rami.
Il secondo principe, che era un cervo vigoroso, chiamò caprioli,  porcospini, conigli, faine, lepri, e quando furono tutti riuniti  comandò loro di distruggere tutte le piante che erano nei campi di Vallermosa.
Il terzo principe, che era un agile delfino, dopo aver parlato con cento mostri marini fece venire una tempesta così terribile che distrusse tutte le navi, i velieri, i pescherecci e le barche di Vallermosa.
Il re disperato,  non sapendo più come proteggere il suo reame dalle distruzioni provocate dai pretendenti selvaggi, per mettere fine alle loro terribili vendette li accettò come sposi delle sue figlie, e loro, senza volere feste né banchetti né musiche, vollero partire immediatamente. La regina fece appena in tempo a dare alle figlie tre anelli  uguali perché li portassero sempre al dito: se un giorno si fossero incontrate con qualcuno della famiglia, quello sarebbe stato il segno di riconoscimento.
Il principe Falco portò Velia, che era la sorella maggiore, su una montagna tanto alta che la sua cima saliva oltre i confini delle nuvole, nel cielo dove non piove mai, e la tenne come una vera regina in un palazzo meraviglioso.
Il principe Cervo portò Vassilia, che era la seconda, in un bosco immenso, così fitto che i raggi di sole facevano fatica a illuminarne i sentieri, e la fece vivere in un palazzo splendente, con un giardino in cui crescevano tutti i frutti del mondo. Warwick Goble
Il principe Delfino fece salire Viola, che era la più piccola, sul suo dorso, e la condusse a nuoto in alto mare, dove in cima a una scogliera le mostrò il suo palazzo: era immenso e così prezioso che nessun re della terra ne aveva uno altrettanto bello.
Al re e la regina di Vallermosa dopo poco tempo nacque un figlio, che chiamarono  Virgilio. Quando il principe Virgilio ebbe quindici anni, dato che non era passato un solo in cui sua madre non avesse pianto per le sue sorelle che erano state portate via dai tre sposi animali senza che nessuno ne avesse saputo più nulla, sentì il desiderio di andare per il mondo per cercarle.
Il re e la regina non volevano lasciarlo partire, perché avevano paura di perdere anche lui, ma Virgilio li pregò tanto che alla fine cedettero, assegnandogli cavalli, servi e borse di monete d'oro perché viaggiasse con tutto quello che si addice a un principe. Infine la madre gli mise al dito un anello uguale a quelli che aveva dato alle tre figlie.
Virgilio viaggiò per molti anni verso settentrione, verso oriente, verso ponente e verso meridione, visitò tutti i reami conosciuti, cercò in ogni città e in ogni paese, ma inutilmente. Alla fine era rimasto solo perché i servi si erano stancati, o si erano ammalati, o erano fuggiti, e  il suo borsellino non conteneva più neanche una moneta, ma continuò a viaggiare ai confini della terra. Ed ecco che un giorno salì in cima alla montagna dove viveva Velia col principe Falco, e si fermò attonito ad ammirare il palazzo che aveva gli stipiti di porfido, le mura di alabastro, le finestre d'oro e le tegole d'argento. Dalla finestra la sorella lo vide, lo fece chiamare e gli chiese chi era, da dove veniva, e come aveva fatto a capitare su quella montagna.
Virgilio le disse che veniva dal reame di Vallermosa, che il re e la regina erano i suoi genitori,  e Velia capì che doveva essere suo fratello, confrontarono gli anelli ed ebbero la gioia di abbracciarsi e di raccontarsi le loro avventure.
A sera Velia lo fece nascondere, perché temeva che Falco sarebbe andato in collera per l'arrivo di suo fratello Virgilio. Quando Falco scese dal cielo, sua moglie cominciò a dirgli che le era venuto un desiderio struggente di rivedere i suoi parenti, e Falco le rispose: "Fattelo passare, mio tesoro, perché non accadrà fino a che io non vorrò che accada". Allora Velia gli disse: "Ti prego, amato mio, invita almeno uno dei miei parenti per consolarmi". "E chi vuoi che venga in  questo luogo tanto alto e lontano?" "Ma se ci venisse qualcuno," insistette allora Velia, "ti dispiacerebbe?" "E perché dovrebbe dispiacermi?" disse  il Falco, "chiunque somigli a te mi piace".
Sentendo queste parole Velia si rincuorò, fece uscire suo fratello e lo fece vedere al Falco, che disse: "In quattro e quattr'otto l'amore attraversa mille confini! sii benvenuto, desidero che tu stia in questo palazzo  come in casa tua!" e diede ordine che lo onorassero e lo servissero come facevano con lui stesso.
Ma quando furono trascorsi quindici giorni, Virgilio ebbe desiderio di andare a cercare le altre sorelle, e dopo aver salutato Velia e il cognato si stava mettendo in cammino, quando il Falco si strappò una penna, e porgendogliela disse: "Portala con te, Virgilio mio, e tientela cara, perché potresti trovarti in una situazione tanto difficile che varrà un tesoro. Conservala con cura e quando avrai davvero bisogno e non saprai cosa fare gettala a terra, pronuncia le  parole 'vieni-vieni', e me ne sarai grato".
Virgilio avvolse la penna in una carta e la ripose nel suo borsellino, poi dopo aver ringraziato e salutato ancora sua sorella e il Falco partì, e cammina cammina, dopo tanto tempo arrivò nel bosco fitto dove il Cervo viveva con Vassilia; avendo fame entrò nel loro giardino, che aveva frutti d'ogni specie, e ne mangiò qualcuno. Vassilia, che era uscita a passeggiare, lo vide, si riconobbero confrontando gli anelli che avevano al dito, e a sera, dopo essersi assicurata come Velia che il marito lo avrebbe accolto bene, Vassilia lo fece conoscere al Cervo. Dopo aver passato nel loro palazzo quindici giorni trattato da vero principe, Virgilio sentì il desiderio di andare a cercare l'ultima sorella, e prese commiato. Allora il Cervo si strappò un pelo, e porgendoglielo gli disse: "Conserva con cura questo pelo, e quando ti troverai in una situazione dalla quale non saprai come uscire gettalo a terra e dì le parole 'vieni-vieni', vedrai che mi sarai grato più che se ti avessi donato un tesoro di pietre preziose".
Il principe Virgilio incartò con cura il pelo, lo ripose nel borsellino e si rimise in viaggio. Giunse in riva al mare, salì su una nave e cominciò a cercare su tutte le isole se qualcuno aveva notizie di sua sorella. La  nave fece naufragio in alto mare, e lui attaccato a una tavola fu portato dalle onde proprio sull'isola dove viveva col Delfino Viola, che lo riconobbe e lo accolse con lo stesso amore delle altre, e il Delfino lo onorò come fosse suo fratello. Dopo quindici giorni Virgilio sentì il desiderio di rivedere suo padre e sua madre e stava per mettersi in viaggio quando il Delfino si levò una scaglia e gliela porse, dicendo: "Usa  questa mia scaglia solo quando non saprai più cosa fare, gettala a terra quando avrai proprio bisogno e dì le parole 'vieni-vieni': allora saprai quanto ti voglio bene".
Virgilio ripose la scaglia nel borsellino dopo averla incartata con cura, poi partì, e dopo tanto tempo giunse in un paese sconosciuto, si inoltrò in un grande bosco che si faceva sempre più intricato, tanto che era  ancora più fitto di quello dove vivevano Viola e il Cervo: nessun raggio di luce illuminava i suoi passi, e fu preso dalla paura per il buio e il silenzio che vi regnava. Camminando nel bosco giunse a un lago, in mezzo al lago c'era un'altissima torre, e in cima alla torre vide una fanciulla bellissima, accanto a un terribile drago serpente addormentato.
Appena la fanciulla scorse Virgilio, disse: "O caro giovane, bello come il sole, mandato forse dal Cielo per soccorrermi nella mia sventura in questo luogo desolato dove non si vede mai anima viva, liberami da questo drago crudele, che mi ha rapito dal bel palazzo di mio padre, re di Campodolcino, e mi ha chiusa in quest'orrida torre scura, dove mi divora la nostalgia e la solitudine mi fa appassire!"
"Povero me!" disse Virgilio, "cosa posso fare per servirti, mia fanciulla, bella come la luna? come attraverserò questo lago? come salirò su questa torre? come potrò avvicinarmi a questo drago serpente orrendo, che solo a vederlo si raggela il sangue nelle vene, e mi fa tanta paura che riesco appena a non farmela addosso? Ma forse ho un modo per soccorrerti, con l'aiuto di qualcuno che sta molto lontano. Proviamo sperando nella buona fortuna, mia meravigliosa fanciulla, chissà che non vada a finire secondo i nostri desideri".
E avendo detto questo gettò a terra con forza, tutte insieme, penna e pelo e scaglia, gridando: "Vieni vieni!". E subito, apparendo come dal nulla,  furono accanto a lui il Falco, il Cervo e il Delfino, che in coro gridarono: "Eccoci! Cosa ci comandi?".
Virgilio con grande gioia disse: "Questo è il mio desiderio: liberare quella nobile fanciulla dalle spire del drago serpente, rapirla dalla torre in mezzo al lago e portarla nel reame di Vallermosa dove voglio farne la mia regina".
"Fa' attenzione" disse il Falco, "quando meno te lo aspetti il tuo desiderio può avverarsi, e sistemeremo questa faccenda mentre ti pare incredibile  poterci riuscire". "Allora mettiamoci subito al lavoro", disse il Cervo, "chi ha tempo non aspetti tempo!"
Ed ecco che il Falco fece venire uno stormo di uccelli grifoni, che volando alla finestra della torre afferrarono la principessa, e la portarono sana e salva accanto a Virgilio e ai tre cognati animali. Virgilio se ne era innamorato vedendola di lontano, e se innamorò ancora più forte avendola vicina, ma mentre l'abbracciava il dragone si svegliò e dopo essersi tuffato dalla finestra stava attraversando a grandi balzi il lago per divorare Virgilio. Allora il Cervo fece apparire un branco di leoni, tigri, pantere, orsi e gatti mammoni, che si lanciarono contro il drago serpente e lo dilaniarono con le loro unghie.
Mentre Virgilio ringraziava pensando che fosse tutto compiuto, il delfino disse: "Anch'io voglio fare qualcosa per servirti", e perché non rimanesse nemmeno il ricordo di un luogo così maledetto e oscuro fece alzare la marea, e le onde arrivarono in cima alla torre scuotendola con tanta furia che la fecero crollare dalle fondamenta.
Vedendo tutto questo Virgilio commosso non finiva più di ringraziare il Falco, il Cervo e il Delfino, e disse alla principessa di fare altrettanto, perché solo per merito loro si era liberata da quello spaventoso dragone. Allora gli animali dissero: "Siamo noi che dobbiamo ringraziare questa bella fanciulla, perché è per lei che possiamo riavere la forma umana: nostra madre litigò con una fata e lei lanciò questa maledizione, che i suoi figli avessero forma di animali fino a quando unendo le loro forze non avrebbero liberato da un pericolo mortale la figlia di un re. Ecco il momento che tutta la vita abbiamo atteso, e sentiamo nuovo respiro in noi, e sangue nuovo scorrere nelle nostre vene!".
Ed ecco in un batter d'occhio si trasformarono in tre bellissimi giovani, che uno ad uno abbracciavano Virgilio e la principessa, mentre la gioia riempiva tutti i cuori. Allora Virgilio disse: "Perché il mio babbo e la mia mamma non possono gioire insieme a noi? Come sarebbero felici vedendo tre generi così belli e questa mia splendida sposa!".
"Non temere," dissero i cognati,"noi vivevamo lontani da tutti gli uomini perché ci vergognavamo del nostro aspetto, ma ora il nostro desiderio è vivere tutti insieme nel reame di Colleferro insieme alle nostre care spose. Partiamo, e prima di domattina Velia, Vassilia e Viola saranno insieme a noi".
Fecero apparire una carrozza tutta d'oro e giunsero a una locanda dove lasciarono Virgilio  e la principessa, mentre i tre principi raggiunsero ciascuno la propria sposa, sulla cima della montagna che passava le nuvole, nel grande bosco e in alto mare, e al mattino tornarono alla locanda, dove tutti si abbracciarono e si baciarono. Poi gli otto giovani salirono sulla carrozza d'oro, che trainata da cavalli veloci come il vento coprì in un solo giorno l'immensa distanza che li separava dal reame di Vallermosa. Il re e la regina non avrebbero mai sperato di essere tanto felici: ritornavano le loro figlie e il loro figlio che credevano perduti, ed erano accompagnati da tre sposi e da una sposa tanto belli che non se ne erano mai visti sulla terra. Mandarono messaggeri nel reame di Colleferro e nel reame di Campodolcino perché tutti sapessero la lieta conclusione della favolosa avventura, e capirono che non ci sono sventure tanto lunghe che un'ora di felicità non le possa far dimenticare.
 


 


ISSA FALORO

C'era una volta, centinaia e centinaia d'anni fa, un paese dove tutti erano poveri, ma la più povera era una vedova che aveva sei figlie magre in età da marito, che non trovavano nessuno perché non avevano un soldo di dote, e un figlio maschio che avrebbe  dovuto essere il sostegno della famiglia. Disgraziatamente era goffo e lento di comprendonio, faceva sghignazzare la gente quando passava per la strada e le rare volte che provava a fare qualcosa combinava solo guai senza riuscire nemmeno darsela a gambe.
Tutti i giorni sua madre gli gridava dietro: "Mangiapane a tradimento! Disgrazia di questa casa, buono a nulla, piantagrane! Ma perché non ti levi dai piedi, perché non vai al diavolo, Tontonio che non sei altro?".
Tontonio, così lo chiamavano tutti, tirava su le spalle e faceva finta di nulla, ma un giorno la madre era particolarmente inviperita e passò dalle parole ai fatti: preso il mattarello glielo sbattè sulla schiena, sulla testa, e dove capitava;  se lui non avesse avuto finalmente una buona idea, cioè di infilare l'uscio di casa e darsela a gambe, l'avrebbe anche ammazzato.
Già che c'era continuò a correre fino a mezzanotte, quando si trovò ai piedi di una montagna tanto alta che sulla cima ci abitavano le nuvole, dove su una radice di pioppo, in una grotta decorata di pietra pomice, era seduto un orco che con la sua bruttezza avrebbe fatto scappare anche il diavolo. x 4 Warwick Goble
Basso come un nanerottolo, inteccherito come un manico di scopa, col testone che sembrava una zucca gigante, la fronte piena di bitorzoli, le sopracciglia di pelacci fitti, era strabico da morire, aveva il naso schiacciato e le narici sembravano scariche di fogna, poi dalla bocca larga come un forno sporgevano due zanne da cinghiale che gli arrivano alle caviglie, aveva il petto peloso, le braccia ossute, le gambe così torte che ci sarebbe passato un maiale, e i piedi piatti come le oche: insomma sembrava un diavolo grasso e rachitico, dall'aspetto così brutto che avrebbe impaurito anche gli eroi più coraggiosi della storia.
Ma Tontonio, che non si muoveva nemmeno con le cannonate, gli fece un inchino e disse: "Addio vossignoria, come te la passi? Che si fa da queste parti? Hai bisogno di nulla? Quanto manca da qui a dove devo andare io?". L'orco quando sentì questo andare di palo in frasca si mise a ridere, e siccome quello spirito matto lo faceva divertire disse: "Vuoi entrare al mio servizio?". E Tontonio rispose: "Quanto vuoi di paga mensile?".  L'orco disse: "Mettiti in testa di servire onorevolmente, che andremo d'accordo e farai delle belle giornate". Così fecero questo patto e Tontonio restò a servizio dall'orco, dove c'era tanta roba da mangiare che non si sapeva dove metterla, e riguardo alla fatica si stava a grattarsi la pancia, tanto che dopo poco era diventato grasso come un bue, tondo come una botte, impettorito come un galletto, bianco e rosso come una mela,  panciuto come una balena, così pieno di ciccia che non gli si vedevano più gli occhi.
Ma non erano ancora trascorsi due anni che, annoiato da tanta abbondanza, gli venne una voglia irresistibile di dare un'occhiata al suo paese, e pensando alla sua casina cominciò a dimagrire e si era ridotto male, quasi come prima. L'orco, che conosceva Tontonio profondamente, fino alle budella, e gli bastava annusarlo per sentire il patimento che gli aveva levato l'appetito, lo chiamò da una parte e gli disse: "Tontonio mio caro, so che ardi dal desiderio di rivedere casa tua, e siccome sei il mio pupillo sono disposto a farti fare una visita, così ti prendi questa soddisfazione. E allora porta con te quest'asino, che ti leverà la fatica del viaggio, ma tieni bene in mente che non gli devi mai dire le parole:

issa faloro,

perché te ne pentiresti, per l'anima di tuo nonno!". Tontonio, preso il ciuchino, senza dire nemmeno arrivederci  montò e cavallo e partì al trotto, ma non aveva fatto nemmeno cento passi che, sceso dalla groppa del somaro, provò a dire:

issa faloro,

e appena lo disse l'animale cominciò a evacuare perle, rubini, smeraldi e diamanti grossi come noci. Tontonio con la bocca spalancata guardava fisso come l'asino andava bene di corpo, e non stava nella pelle dalla contentezza; poi, dopo aver riempito una bisaccia di pietre preziose, rimontò sul somaro e continuò la strada al trotto, finché arrivò a una taverna. Smontò dall'asino e la prima cosa che disse al taverniere fu: "Lega questo ciuco alla mangiatoia, dagli da mangiare bene, ma guarda, non dire le parole:

issa faloro,

o te ne pentirai, e mettimi al sicuro queste robine". Al taverniere, che sapeva levare il fumo alle schiacciate, perché era un uomo di mondo, svelto di mano e furbo come una volpe, sentendo questo comando strampalato e vedendo le pietre preziosissime, venne la curiosità di provare queste parole. Così diede un bel po' da mangiare a Tontonio, lo fece bere il più possibile, poi lo mise a letto fra tante coperte e appena vide che aveva chiuso gli occhi e russava corse nella stalla e disse all'asino:

issa faloro.

E come se queste parole fossero il suo purgante  lui fece la solita roba, buttando fuori dal corpo oro semiliquido e pietre preziose grosse come castagne. Il taverniere, vista questa ricchissima evacuazione progettò di sostituire l'asino e imbrogliare quello sciocco Tontonio, giudicando facile fargliela in barba e menarlo per il naso, perché non aveva mai visto in vita sua un semplicione, un pecorone, uno zoticone come questo che gli era capitato fra le mani.
Così quando la mattina si fu svegliato ed ebbe passato un'ora buona a sbadigliare, a fare scorreggine, a grattarsi la zucca, a stiracchiarsi, Tontonio chiamò l'oste e gli disse: "Vieni qua amico mio, conti tanti e amicizia lunga, noi siamo amici e misuriamo le borse, fammi il conto e pagati".
Tanto per il vino, tanto per il pane, tanto per la minestra e tanto per la ciccia, cinque di stalla e dieci di letto e quindici di servizio, sborsò i soldini e montando sull'asino cambiato con una  bisaccia piena di sassi di fiume anziché di pietre preziose, andò di corsa verso il suo paese e prima di mettere piede in casa cominciò a gridare: "Mamma mia, corri mammina, corri, siamo ricchi! Apri tovaglie, stendi lenzuola, porta coperte, vedrai  che meraviglie!".
La mamma, che non stava nella pelle dalla contentezza, aperta una cassa dove era riposto il corredo da sposa delle sue figlie, tirò fuori lenzuola di lino, tovaglie profumate di spigo, coperte fresche di bucato, e le stese sul pavimento. Sopra Tontonio ci fece andare l'asino e cominciò a dire:

issa faloro issa faloro issa faloro,

ma il ciuco capiva quelle parole come avrebbe capito la musica di un'arpa. Dopo aver ripetuto tante volte queste parole come se avesse detto al vento, Tontonio prese un bastone e provò con quello a convincere il povero somaro, che si lasciò andare e fece tanta squacquarella gialla e marroncina sui panni candidi. La povera madre, dove sperava di vedere le preziose gemme e l'oro scintillante, vide questa robaccia  che anzichè portare la  ricchezza aveva riempito la sua casa  di un puzzo insopportabile; allora prese il mattarello e senza lasciare  a Tontonio nemmeno il tempo di tirar fuori i sassi di fiume gliene diede tante che lui si mise a correre per ritornare dal suo padrone.
L'orco, vedendolo venire più di corsa che a passi lenti, siccome sapeva per magia tutto quello che gli era successo, gli fece una bella lavata di testa, perché si era fatto infinocchiare da un taverniere, chiamandolo buono a nulla, bischero, minchione, tordo, ciucco, rintronato, testa di rapa, imbecille, perché per un asino che faceva tesori si era fatto dare un ciuco col corpo sciolto. Tontonio, sorbendosi questa predica, giurò che mai più, mai più si sarebbe fatto imbrogliare e infinocchiare da nessuno.
Ma non era ancora passato un anno che gli venne la stessa malattia e cominciò a dimagrire per la nostalgia della sua casina. L'orco, che era brutto di fuori e bello di dentro, gli diede il permesso di partire e gli regalò anche un bel tovagliolo, dicendogli: "Portalo a mamma tua, ma attento, non comportarti da somaro come hai fatto con il ciuco, e finché non sei entrato in casa tua non dire le parole:

apriti tovagliolo,

e nemmeno:
 chiuditi tovagliolo,

perché se ti capita un'altra disgrazia è peggio per te. Ora va' con il mio buon augurio e torna presto".
Così Tontonio si mise in cammino, ma appena si fu allontanato un pochino dalla grotta decorata di pietra pomice, posò in terra il tovagliolo e disse:

apriti tovagliolo.

Apparvero subito cibi prelibati di tutte le varietà, pietanze succulente e manicaretti sopraffini, serviti in piatti preziosi, mai visti nemmeno sulla tavola del re. Vedendo queste meraviglie Tontonio disse subito:

chiuditi tovagliolo,

e rimesso tutto a posto si diresse verso la solita taverna, dove entrando disse al taverniere: "Tòh, mettimi da parte questo tovagliolo e guarda bene di non dire:

apriti tovagliolo,

e nemmeno le parole:
chiuditi tovagliolo,

perché se ti capita un'altra disgrazia è peggio per te. Il taverniere, furbo di tre cotte, disse: "Lascia fare a questo tuo amico", e dopo averlo rimpinzato a più non posso e averlo ubriacato, lo mandò a dormire, poi prese il tovagliolo, pronunciò le parole:

apriti tovagliolo.

e il tovagliolo tirò fuori tante cose preziose che era un incanto guardarle. Così, trovato un tovagliolo circa come quello, quando Tontonio si fu alzato glielo rifilò. Lui di buon passo arrivò a casa della mamma dicendo: "Ora sì che daremo un calcio in faccia alla miseria, ora sì che possiamo buttar via stracci, cenci, piatti incrinati e rattoppi!".
E detto questo stese il tovagliolo in terra e cominciò a dire:

apriti tovagliolo apriti tovagliolo apriti tovagliolo.

Ma poteva continuare a dirlo quanto voleva, sprecava il fiato e non ci ricavava né una briciola di pane né un piattino incrinato; perciò, vedendo che l'affare gli era andato male, disse alla mamma: "Mi venga un accidente, mi ha infinocchiato un'altra volta il taverniere! ma vedrai, che io e lui siamo in due! meglio per lui che non fosse mai nato! meglio che fosse finito sotto la ruota di un carro! che mi prenda un colpo se quando passo da quella taverna per vendicarmi dei gioielli, dell'asino e del tovagliolo rubato non gli riduco tutto il mangiare in polpette!"
La mamma, sentendo questa nuova asinata di Tontonio, rossa di collera che stava per scoppiare gli disse: "Dacci un taglio, figlio degenerato! vai a romperti l'osso del collo! levati dalla mia vista, che mi si ingrossa il fegato e mi viene un attacco di bile ogni volta che mi torni fra i piedi! Voglio  che in questa casa tu ti senta bruciare i piedi come se il pavimento fosse coperto di carboni accesi, non voglio sentire più il tuo puzzo e voglio dimenticarmi anche il giorno che sei nato!".
Povero Tontonio, viste le parole preferì non aspettare i fatti e come un ladro che viene colto sul fatto, a testa bassa e con le gambe in spalla, corse senza fermarsi fino alla grotta del suo padrone. L'orco, vedendolo arrivare col muso lungo e tanto avvilito, gli fece un'altra serenata dicendogli: "Non so come faccio a resistere alla voglia di cavarti un occhio, boccaccia sguaiata, gola marcia, testa di gallina, strombazzatore, che vai a dire al mondo intero quello che dovresti tenere per te, non tieni neanche il semolino e ti escono i segreti come se avessi  il cervello sciolto! Se alla taverna tu fossi stato zitto non ti sarebbe successo quello che ti è successo, ma hai voluto muovere codesta linguaccia come un frullino e hai fatto poltiglia della felicità che ti avevo regalato".
Tontonio si sorbì questa serenata con la coda fra le gambe e restò altri tre anni a servizio dall'orco, sperando di poter tornare a casa quanto sperava di essere consacrato cavaliere. Eppure a un certo punto gli tornò la solita malattia, la nostalgia della sua casina, e allora chiese il permesso all'orco che per levarselo di torno gli disse di sì, dandogli un bel bastone lavorato e dicendo: "Porta questo con te per mio ricordo, ma guarda bene di non dire:

su bastone,

e nemmeno:

giù bastone,

perché io non voglio più aver a che fare con te". E Tontonio prendendolo rispose: "Va', che ho già messo i denti del giudizio e so quante scarpe sono tre paia! Io non sono più un bambino e chi può infinocchiare Tontonio ha ancora da nascere!". Allora l'orco gli disse: "Non dire gatto finché non l'hai nel sacco, fra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, si starà a vedere. Mi hai sentito come un sordo, ma uomo avvisato mezzo salvato".
Mentre l'orco stava parlando Tontonio se l'era già svignata, ma non si era ancora allontanato di mezzo miglio quando disse:

su bastone.

Non furono due parole, furono arte di incantesimo, perché immediatamente il bastone, come se avesse avuto un diavolo nel midollo, cominciò a lavorare le spalle e la schiena del povero Tontonio con tanta forza e velocità che prima di finire di assestare un colpo cominciava già a tirarne un'altro. Il povero Tontonio era ammorbidito come un polpo sbattuto, quando finalmente disse:

giù bastone,

e il bastone si fermò d'incanto. Così, istruito a sue spese, disse: "Accidenti a chi scappa! questa occasione non me la lascio scappare di certo! il conto non è ancora chiuso".
Dopo poco arrivò alla solita taverna, dove fu ricevuto con la migliore accoglienza del mondo, perché anche se era una testa di rapa se ne cavavano dei veri tesori. Appena arrivato disse all'oste: "Tòh, mettimi da parte questo bastone, ma guarda bene di non dire:

su bastone,

o correrai un grave pericolo! sentimi bene, non ti lamentare di Tontonio poi, perché io ti ho avvertito e non voglio aver più a che fare con te".
Il taverniere, con una contentezza che non stava più nella pelle, lo riempì di minestra, gli fece vuotare un fiasco di vino, e appena l'ebbe buttato su un lettino corse a prendere il bastone, e invitando sua moglie a partecipare all'avvenimento, disse:

su bastone,

e il bastone senza farsi pregare trovò subito il groppone del taverniere e della taverniera, e punfete di qua e pinfete di là,  roteava colpendo davanti e dietro e dappertutto, tanto che, spaventati a morte, quei due corsero col bastone che li lavorava senza sosta a svegliare Tontonio, supplicando: "Pietà! pietà!".
Lui, vedendo che la faccenda prendeva una piega favorevole e che gli andava come il cacio sui maccheroni, disse: "No, non c'è rimedio: morirete a forza di bastonate, se non mi restituite le mie cose".
Il taverniere, che era macolato dai colpi e aveva le costole rotte, gridò: "Ti do tutto quello che vuoi, ma levaci questo diavolo di bastone di dosso!", e fece portare le pietre preziose, l'asino e il tovagliolo magico. Solo allora Tontonio disse:

giù bastone,

e quello si distese da una parte. Così Tontonio con l'asino, la bisaccia piena di perle e pietre preziose, il tovagliolo e il bastone, andò dalla sua mamma che rimase a bocca aperta dalla meraviglia, e procurò una dote principesca alle sue sorelle che finalmente si sposarono. Riempì di ricchezze la sua casa, e la mamma da allora lo tenne più caro della luce dei suoi occhi, e si capì bene che:

pazzi e ragazzi il cielo li aiuta.





VIOLETTA



 
C'era una volta un pover'uomo che si chiamava Nicolino e aveva tre figlie, Zinia,  Rosina e Violetta, e l'ultima era tanto bella che se ne era innamorato Pierone, figlio del re. Ogni volta che passava dalla casina dove lavoravano le tre sorelle, levandosi il cappello diceva: "Buondì, buondì Violetta". E lei rispondeva: "Buondì figlio del re, io ne so più di te".
 Su queste parole le sue sorelle avevano molto da dire, e la sgridavano: "Sei una maleducata e farai arrabbiare il figlio del re, vedrai così ti farà!". Siccome a Violetta i loro rimproveri non facevano né caldo né freddo, Zinia e Rosina fecero la spia al loro babbo, dicendogli che era una screanzata presuntuosa e rispondeva senza rispetto al principe come se fosse un pari suo; prima o poi lui si sarebbe arrabbiato e allora l'avrebbe fatta pagare anche a quelle che non avevano colpa.
 Nicolino ci pensò bene e decise di mandare Violetta da una sua zia che si chiamava Cucirina, perché imparasse a lavorare. Ma il principe, che passando davanti a quella casina non vedeva più la sua preferita, per un po' di giorni andò un po' in qua e un po' in là rammaricandosi perché l'aveva persa di vista, e aprendo bene le orecchie sentì dire dov'era andata a stare. Allora andò a trovare quella zia e le disse: "Signora, tu sai chi sono io, e sai anche che posso comandare quello che mi pare, quindi dammi
retta, fammi un piacere e sarai ricompensata".  "Se è una così che posso", rispose la vecchia, "son pronta a obbedirti". E il principe: "Voglio solo questo: che tu mi faccia dare un bacio a Violetta, e poi chiedimi quello che ti pare". La vecchia rispose:
"Per servirti ti reggerò il moccolo, ma non voglio che lei si accorga che ci siamo messi d'accordo e sparga la voce che faccio la ruffiana; perché tu possa avere questo piacere ti puoi nascondere nella mia camera che dà sull'orto, io manderò giù Violetta con qualche scusa, e a quel punto sono fatti tuoi, se con la canna e l'amo non ti riesce pescare non dare la colpa a me".
 Il principe la ringraziò del favore che gli faceva e s'infilò subito in quella stanza, e la vecchia, con la scusa che voleva tagliare un vestito, disse alla nipote: "O Violetta, se mi vuoi bene, vai giù a prendermi il metro". Ma Violetta, entrando in quella stanza per obbedire alla zia, si accorse del tranello, e afferrato il metro, agile come una gatta saltò fuori dalla camera, lasciando il principe rosso di rabbia e con un palmo di naso per la vergogna.
x12Warwick Gable La vecchia, che la vide arrivare così alla svelta, pensò che il principe non ce l'aveva fatta, e dopo un po' le disse: "Dovresti andare, cara nipote, nella stanza dell'orto a prendermi il rocchetto di filoforte su quel comodino". E Violetta, corse, prese il filo, e sgusciò come un'anguilla tra le mani di Pierone.  Dopo un po' la zia tornò a dirle: "Violetta mia, se non mi prendi le forbici giù non posso fare più nulla". Violetta scese giù e subì il terzo assalto, ma come un cane preso dalla tagliola con tutte le sue forze
diede uno strattone e scappò. Quando arrivò su con le forbici tagliò le orecchie alla zia, dicendole: "Questa è la ricompensa che meriti, e se non ti taglio anche il naso è perché tu possa sentire la puzza della tua reputazione, donnaccia imbrogliona e ruffianaccia, che mi volevi far disonorare!". E subito se ne tornò di corsa a casa sua, lasciando la zia a medicarsi le orecchie e il principe che a tutti quelli che incontrava diceva solo: "Lasciatemi stare, lasciatemi stare, lasciatemi stare".  Ma ripassando davanti alla sua casina e vedendola dove era sempre stata, ricominciò la solita musica: "Buondì, buondì Violetta", disse Pierone, e lei subito: "Buondì figlio del re, io ne so più di te".
Le sorelle, non potendo più sopportare questa spregiudicata, si misero d'accordo per levarla di mezzo. Avendo una finestra che dava sul giardino di un orco, pensarono di sistemarla per le feste da quella parte, così, dopo aver lasciato cadere una matassina di filo col quale lavoravano una tenda per la regina, cominciarono a dire: "Oh! povere noi, siamo rovinate e non possiamo finire il lavoro in tempo se Violetta, che essendo la più piccina è più leggera di noi, non si fa calare con una fune e per andare a riprendere il filo che abbiamo perduto!". Violetta, per non vederle così tristi, si offrì subito di andarci; così la legarono con una fune e la calarono dalla finestra, e poi, appena sentirono che era arrivata in fondo, mollarono la fune.
 Proprio in quel momento arrivava l'orco per dare un'occhiata al giardino, e siccome aveva preso umidità sentiva un gran dolore alla pancia: credendosi solo lasciò andare una scorreggia così esagerata, tanto forte e rumorosa, che Violetta, per la paura, strillò: "Oh, mamma mia, aiutami!". L'orco allora si girò, e appena vide la bella fanciulla proprio dove aveva lasciato partire la scorreggiona, si ricordò che uno studioso gli aveva rivelato che le cavalle di Spagna s'ingravidano col vento, e fu certo che il soffio del suo deretano avesse ingravidato un albero, e così ne era nata questa splendida creatura. E perciò, abbracciandola con grande tenerezza, le disse: "Figlia, figlia mia, parte di questo corpo, alito dello spirito mio, e chi me l'avrebbe mai detto che a causa del freddo che ho preso avrei generato te, bel fuoco d'amore?". Dicendo queste e altre parole tenere e zuccherose, la affidò a tre fate di sua fiducia, perché avessero cura di lei e la crescessero con quanto di meglio esisteva al mondo.
 Il principe che non vide più Violetta, e per quanto domandasse da una parte e dall'altra non riusciva a sapere nulla di così le poteva essere successo, ne pativa tanto che gli vennero le occhiaie, impallidì fino ad avere un pallore cadaverico, le labbra divennero esangui, quando mangiava non digeriva e quando andava a letto non dormiva. Ma continuando la sua indagine e promettendo ricompense, tanto disse e tanto fece che finalmente ebbe l'informazione che cercava.
 Allora convocò l'orco e gli chiese, siccome era malato, come si poteva ben vedere, il piacere di lasciagli trascorrere almeno un giorno e una notte nel suo giardino, gli bastava solo una stanza per vedere se lo faceva stare un po' meglio.  L'orco, che era un suddito del re suo padre, non avrebbe mai potuto negargli un piacere così da nulla, e gli offrì, se una non bastava, tutte le sue stanze, e la sua stessa persona per servirlo. Il principe, dopo averlo ringraziato, si mise in una camera che per sua fortuna era
proprio vicina a quella dell'orco, che dormiva insieme a Violetta che considerava sua figlia a tutti gli effetti.
 Quando venne la notte il principe si alzò, e trovò aperta la porta dell'orco, che, non avendo paura di nessuno, amava così godersi il fresco: allora entrò piano piano e accostandosi al letto dalla parte di Violetta, le diede due pizzichi. Lei si svegliò di soprassalto e cominciò a dire: "Babbo, babbo, quante pulci!". L'orco fece subito passare la figlia in un altro letto, e siccome il principe tornò a pizzicarla e Violetta gridò la stessa cosa, l'orco le fece cambiare il materasso, e poi le lenzuola, e questo traffico continuò per tutta la notte, fino alle prime luci del giorno.
Appena nella casa si fece giorno e scorse la fanciulla sulla porta, Pierone le disse come al solito: "Buondì, buondì Violetta", e appena lei rispose come sempre: "Buondì figlio del re, io ne so più di te", il principe ribattè: "Babbo, babbo, quante pulci!".
Appena sentì questa battuta, Violetta mangiò la foglia e, rendendosi conto che tutto il tormento della notte era stato uno scherzo del principe, andò a trovare le fate e raccontò il fatto. "Se è così," dissero le tre fate, "con il pirata saremo pirati, e briganti con il brigante; e se questo cane ti ha dato un morso, vediamo di levargli il pelo, lui te ne ha fatta una e noi gliene faremo anche due! E per questo, devi chiedere all'orco di procurarti un paio di pantofole tutte guarnite di campanelli, e poi torna qua e lascia fare a noi, che lo vogliamo ripagare come si merita!".
 Violetta, che voleva vendicarsi, si fece fare subito le pantofole dall'orco, tornò dalle fate, aspettarono che fosse buio, e poi andarono tutte e quattro insieme nella casa del principe, e senza essere viste sgattaiolarono in camera sua. Dopo poco arrivò Pierone, si mise a letto, e cominciò a chiudere gli occhi: in quesl momento le fate fecero un gran parapiglia e Viola si mise a battere i piedi, così che al rumore dei  calcagni e al tintinnio fragoroso dei campanelli il principe si svegliò di soprassalto, gridando: "Mamma, mamma, aiuto!". E dopo aver ripetuto questo fracasso appena Pierone si assopiva altre due o tre volte se la svignarono tornando a casa loro.
 Il principe la mattina dopo bevette un bicchierone di succo di limone e semesanto, come rimedio per la paura, e poi andò
a fare una passeggiata nel giardino dell'orco, perché non poteva stare neanche un minuto senza vedere quella Violetta, che gli piaceva troppo, e vedendola sulla porta, le disse: "Buondì, buondì Violetta", e Violetta: "Buondì figlio del re, io ne so più di te", e il principe: "Babbo, babbo, quante pulci!", e lei: "Mamma, mamma, aiuto!". Sentendo queste parole il principe rimase stupefatto e disse: "Me l'hai fatta, m'hai sistemato! Lo ammetto, hai vinto! E siccome devo riconoscere che ne sai davvero più di me, basta: ti voglio sposare!".
 Violetta però pensando a tutti i dispetti che aveva fatto a Pierone non si sentiva tranquilla, e chiese alle tre fate di formare per lei una grande statua di zucchero che le somigliasse, la nascose in una cesta e la coprì con dei vestiti. Si fece una grande festa per le nozze del principe Pierone e di Violetta,  ma dopo i canti e i balli lei, fingendo un po’ di mal di testa, andò a letto prima di tutti, si fece portare la cesta in camera con la scusa di cambiarsi d’abito, e dopo aver messo la statua sotto le lenzuola, si nascose dietro i tendaggi per vedere come andava a finire.
 Dopo poco Pierone arrivò in camera e, credendo che nel letto ci fosse Violetta, disse: "Ora non mi scappi più, birbante maledetta, ora la paghi cara! Ora si vedrà come va a finire quando una femmina qualunque pretende di tener testa a un re come me!". E così dicendo estrasse un pugnale e la passò da parte a parte, poi, non contento, disse ancora: "E ora ti voglio anche succhiare il sangue!". Ed estratto il pugnale dal petto lo leccò, e sentì un sapore dolcissimo e un profumo di muschio che faceva inebriare.  Allora, pentito di aver pugnalato una fanciulla così dolce e profumata, cominciò a rammaricarsi della sua collera, dicendo parole che avrebbero commosso le pietre, accusandosi di avere il cuore crudele e il sangue velenoso, se aveva potuto far tanto male a una creatura così buona e  dolce. Poi, dopo aver pianto ed essersi strappato i capelli, in preda alla nera disperazione, alzò la mano col pugnale per metter fine alla sua vita.
In quell'istante Violetta uscì da dietro le tende, gli prese la mano e disse: "Fermati Pierone, abbassa questa mano, ecco qui la dolcezza che rimpiangi! eccomi sana e salva per stare con te vivo e vegeto, e non mi considerare dura come il muro se ti ho fatto patire con qualche dispetto, perché è stato solo per capire e sperimentare la tua costanza e la tua fedeltà".
Gli disse che aveva pensato all'ultimo trucco per trovare un rimedio adatto a un cuore orgoglioso come il suo, e infine gli chiese perdono per tutte le volte  che lo aveva fatto soffrire.  Lo sposo, abbracciandola con tanto amore, se la fece venire accanto nel letto, fecero la pace, e dopo tanti patimenti la dolcezza gli sembrò ancora più grande.






CENERENTOLA
(Vedi La gatta Cennerentola, versione secentesca di Basile, La Zinderlazza, versione ottocentesca bolognese)

C'era una volta, tanto tempo fa, un principe vedovo con una figlia di nome Perlina, e le voleva tanto bene che pensava solo a farla contenta; perché imparasse a fare le catenelle, il tombolo veneziano, le sfilature e l'orlo a giorno aveva preso al suo servizio una maestra, che la trattava con un affetto davvero straordinario.
Ma da un po' di  tempo il principe si era risposato con una donna volgare e collerica che non sopportava Perlina, e la sgridava, le faceva i dispetti, la maltrattava da far paura, tanto che la povera piccina si sfogava con la maestra  dicendo: "Oh, se fossi stata tu la mia mammina, tu che sei così buona e mi tratti bene e mi fai tanti complimenti!". A forza di sentire Perlina che ripeteva queste parole,  la maestra di cucito ebbe un'idea malvagia, e le disse: "Se tu facessi a modo mio sarei proprio la tua mammina e ti vorrei bene più che a me stessa". Stava per continuare quando Perlina le disse: "Scusa se ti interrompo, ma lo so che mi vuoi bene, e allora non dubitare, farò qualunque cosa tu mi dica,  insegnami come si  fa perché io non lo so, e ti darò retta per filo e per segno".
"Allora stammi a sentire," disse la maestra, " sta' ben  attenta e presto avrai tutto quello che vuoi. Quando tuo padre non c'è, di' alla tua matrigna che ti prenda uno dei vecchi vestiti che sono nella cassapanca grande del ripostiglio,  per risparmiare quello nuovo che hai indosso. Lei, che ti vestirebbe sempre di stracci, aprirà la cassapanca e dirà: 'Reggi il coperchio'. Tu lo reggi, e mentre lei sta chinata a frugare dentro la cassa, lo lasci cadere di colpo, e così  lei si romperà l'osso del collo.
Dopo questo fatto, mentre il tuo babbo ti abbraccia e ti accarezza, chiedigli di sposarsi con me, lo sai che andrebbe a prendere anche la luna per accontentarti, e così diventerò la tua mammina e tu sarai felice, perché io ti darò e ti farò tutto quello che vorrai".
Dopo aver sentito queste parole Perlina non vedeva l'ora di seguire il consiglio della maestra, e lo fece davvero, poi, lasciato passare un po' di tempo per il lutto del principe, cominciò a dire al suo babbo che le sarebbe piaciuto tanto che sposasse la sua maestra, tanto brava e tanto buona. Dapprima il principe si mise a ridere,  ma la fanciulla tanto fece e tanto disse che lo convinse, e per accontentarla si sposò con la  maestra e fece una grande festa di nozze.
Mentre gli sposi stavano per conto loro e Perlina si era affacciata a un terrazzino di casa sua, una colombina volò sopra a un muro e le disse: "Perlina,  quando avrai un desiderio, fallo sapere alla colomba delle fate nell'isola di Adocentina, e il tuo desiderio si realizzerà".
La nuova matrigna per qualche giorno fu piena di premure per la fanciulla, la faceva sedere a tavola nel posto migliore, le  dava da mangiare i suoi cibi preferiti e  le faceva mettere solo i vestiti più belli; ma dopo poco dimenticò quello che aveva promesso, e come se Perlina non avesse fatto nulla per lei, che era proprio una donnaccia, fece venire in casa le sue sei figlie di cui fino ad allora non aveva saputo nulla nessuno,  e tanto disse e tanto fece che il principe  si affezionò a loro e si dimenticò di Perlina.
Alla povera fanciulla ogni giorno portavano via qualcosa, perdette uno dopo l'altro i suoi bei vestiti, i gioielli, la sua  poltroncina damascata, il letto col baldacchino, la sua camerina tappezzata di seta,  il suo posto a tavola, e alla fine le permisero di sedersi soltanto nel cantuccio del focolare, dove stanno i gatti, lasciandole un solo vestito sdrucito che era sempre sporco di cenere.  Non aveva più nemmeno il suo nome, perché per chiamarla gridavano: "Gatta Cenerentola!  Cenerentola! Gatta Cenerentola!".
Dopo un po' di tempo successe che il principe suo padre doveva andare nell'isola di Adocentina per affari molto importanti, e chiamando una ad una le sei figliastre domandava loro cosa desideravano che portasse al suo ritorno: chi chiedeva ricche vesti da indossare, chi ornamenti preziosi per i capelli, chi voleva trucchi per il viso, chi un giochino passatempo, e questa cosa e quell'altra. Alla fine, quasi per prenderla in giro, disse a sua figlia: "E tu che vorresti Cenerentola?". Lei rispose: "Vorrei  solo questo: che tu portassi i miei saluti  alla colomba delle fate  dicendole se mi mandano qualcosa;  e se te lo dimenticherai   vorrei che tu non potessi più andare né avanti né indietro".
Il principe partì, fece i suoi affari nell'isola di Adocentina,  comprò tutto quello che gli avevano chiesto le sei figliastre e si dimenticò come al solito di Cenerentola, ma quando il vascello sul quale si era imbarcato levò l'ancora e alzò le vele non riuscì a muoversi dal porto, come se fosse ancorato da catene invisibili. Dopo aver provato di tutto il povero capitano del vascello era tanto stanco che si addormentò, e in sogno gli apparve una fata che  diceva: "Sai perché il naviglio non può muoversi dal porto? perché il principe che è salito sul tuo vascello non ha mantenuto la promessa fatta a sua figlia, ricordandosi di tutte le figliastre e scordando quella che è carne della sua carne".
Warwick GobleIl capitano si svegliò e raccontò il sogno al principe, che mortificato per la sua mancanza si recò alla grotta delle fate, portò i saluti di sua figlia e chiese se avevano qualcosa da mandarle. Ed ecco che uscì dalla grotta una fanciulla, così bella e piena di grazia che incantava chi aveva la fortuna di vederla, e sorridendo gli disse: "Ringrazia tua figlia di avermi mandato  i saluti, le auguro di cuore di essere felice". Dopo queste parole gli consegnò quattro cose: un dattero, una zappettina d'oro, un secchiello d'oro e un tovagliolo di seta, spiegando che la prima era per seminare e le altre per coltivare. Il principe stupito da questo dono salutò la fata, risalì sul vascello che subito prese il mare col favore dei venti e fece ritorno al suo palazzo, dove, dopo aver dato alle figliastre tutto quello che gli avevano chiesto, diede finalmente a Cenerentola il dono della fata colomba.
Allora lei, con una contentezza che non stava nella pelle, piantò il dattero in un bel vaso, lo zappettava, lo annaffiava e col tovagliolo di seta mattina e sera l'asciugava, così la palma da dattero cresceva a vista d'occhio, e quando dopo pochi giorni raggiunse l'altezza di una donna ne venne fuori  una fata che  disse: "Cosa desideri?". Cenerentola le rispose che desiderava uscire qualche volta dal palazzo per andare a passeggio, senza che lo sapessero le sue sorellastre. La fata disse: "Ogni volta che lo desideri, avvicinati al vaso del dattero e dì:

Dattero mio dorato,
Con la zappina d'oro ti ho zappato,
col secchiellino d'oro ti ho bagnato,
col cencino di seta ti ho asciugato:
spoglia te e vesti me!

E quando vorrai spogliarti, ripeti queste parole cambiando  l'ultimo verso così:

spoglia me e vesti te!.

Poco tempo dopo venne un giorno di festa, e quando furono uscite le figlie della maestra tutte sgargianti, truccate, eleganti, ingioiellate, infiocchettate e profumate, Perlina corse vicino al vaso del dattero e dicendo le parole che le aveva insegnato la fata si trovò vestita e agghindata come una regina, e a cavallo   di un nobile destriero, scortata da dodici graziosi paggi, andò a passeggio dove andavano le sei sorelle, che rimasero a bocca aperta di fronte a lei.
Il caso volle che proprio in quel momento passasse il re, che vedendo la straordinaria bellezza di Perlina ne fu incantato, e se ne innamorò, e ordinò al suo servitore più fedele di scoprire che bellezza era quella, chi era e dove stava.
Il servo si mise subito a seguirla, ma lei se ne accorse e gettò una manciata di monete d'oro che si era fatta dare dal dattero a questo scopo. Le monete attirarono l'attenzione del servitore, che per fermarsi a raccoglierle smise di seguire il cavallo,  e lei s'infilò di corsa in casa, andò dal dattero e disse:

Dattero mio dorato,
Con la zappina d'oro ti ho zappato,
col secchiellino d'oro ti ho bagnato,
col cencino di seta ti ho asciugato:
spoglia te e vesti me!

Si ritrovò vestita dei suoi stracci sporchi di cenere e si era appena seduta nel cantuccio del focolare quando rientrarono le sue sorellastre, che credendo di farle rabbia le raccontarono della bellissima sconosciuta che avevano visto a passeggio.
Intanto il servitore era tornato dal re e gli dovette raccontare com'era andata: il re diventando rosso dalla rabbia gli disse che per tre monete aveva perso la cosa che amava di più al mondo, e che nel prossimo giorno di festa doveva scoprire ad ogni costo dove si nascondeva quella fanciulla bella come una stella.
Venne un'altra festa e le sorellastre tutte preparate ed eleganti uscirono lasciando la disprezzata Cenerentola sola  accanto al fuoco; allora lei corse  dal dattero e disse le parole magiche. Ed ecco che uscì fuori dall'albero un gruppetto di damigelle, una con lo specchio, una con l'acqua di rose, una col ferro per arricciare i capelli, una con il belletto, una con i pettini, una con le spille, una con i vestiti, una con gli orecchini e le collane, e dopo averla fatta bella e splendente come la luna la fecero salire  su una carrozza tirata da sei cavalli, accompagnata da staffieri e paggi in livrea. Quando arrivò nello stesso posto dov'era stata la prima volta fece restare trasecolate le sorellastre e innamorare ancora più pazzamente il re.
Ma mentre tornava a casa, vedendo che il servitore le andava  dietro, gettò una manciata di pietre preziose, e quel pover'uomo si fermò a raccoglierle, perché non erano cose da lasciare per terra, così lei fece in tempo ad arrivare a casa e a spogliarsi come al solito. Il servitore tornò a palazzo con la coda fra le gambe, e quando il re seppe cos'era successo gli disse: "Per tutti i diavoli dell'inferno, giuro che se non mi trovi quella splendida fanciulla ti faccio morbido dandoti tanti calci nel didietro quanti sono i peli della tua barba!".
Venne un'altra festa e appena le sei sorellastre furono uscite Cenerentola corse accanto al vaso e disse:

Dattero mio dorato,
Con la zappina d'oro ti ho zappato,
col secchiellino d'oro ti ho bagnato,
col cencino di seta ti ho asciugato:
spoglia te e vesti me!

Fu vestita meravigliosamente, e ancora più bella delle altre volte salì su una carrozza tutta d'oro, accompagnata da tanti servitori che pareva una regina a passeggio con la guardia reale; e dopo aver fatto morire di gelosia le sorellastre ripartì, col servitore del re che correva appiccicato alla sua carrozza, deciso a non fermarsi per nessuna ragione al mondo. Vedendo che le stava sempre alle costole lei disse: "O cocchiere, fa' andare i cavalli più forte che puoi!"; ed ecco che l'andatura diventò velocissima e la carrozza correva con tanta furia che a Cenerentola cadde una scarpina, la  più bella che si fosse mai vista. Il servitore non ce la fece a star dietro alla carrozza che ormai volava, ma raccolse la scarpina e la portò al re, raccontandogli cosa era successo.
Tenendo delicatamente la scarpina tra le mani, il re si sentì ispirato,  e espresse il suo amore proprio con queste parole:

Se lo pedamiento è cossì bello, che sarrà la casa?
o bello canneliero, dove è stata la cannela che me strude!
o trepete de la bella caudara, dove volle la vita!
o belle suvare attaccate a la lenza d'Ammore, co la quale ha pescato chest'arma! ecco, v'abbraccio e ve stregno e, si non pozzo arrevare a la chianta, adoro le radeche
e si non pozzo avere li capitielle, vaso le vase!
già fustevo cippe de no ianco pede, mo site tagliole de no nigro core;
pe vui era auta no parmo e miezo de chiù chi tiranneia sta vita
e pe vui cresce autrotanto de docezza sta vita,
mentre ve guardo e ve possedo.

Poi  fece chiamare i trombettieri, ai quali ordinò che andassero per le vie e le piazze a suonare e a cantare questo bando:

Il re invita tutte le donne a banchetto
tutte tutte le donne al palazzo del re.

E il giorno seguente, che allegra scorpacciata ci fu! Da dove erano venute fuori tante paste e pastiere, torte e tortellini, pasticci e pasticcini? C'era tanta abbondanza di cose buone che si sarebbe sfamato anche un esercito.
Vennero tutte le donne, nobili e  popolane, ricche e povere, vecchie  e giovani, belle e brutte, e dopo che ebbero fatto onore alla tavola  sua maestà fece il brindisi e poi cominciò a provare la scarpina ad una ad  una a tutte le invitate, per vedere a chi calzava a pennello. Sperava di riconoscere attraverso la misura e la forma della scarpina la fanciulla che stava cercando,  ma non trovando nemmeno un piede che ci stava bene si sentì disperato.
Ma non voleva rassegnarsi, e dopo aver ordinato  che facessero silenzio disse: "Tornate anche domani, farò preparare qualche cosuccia come oggi, ma mi raccomando, non lasciate a casa nessuna femmina, per nessuna ragione". Allora il principe disse: "Ho una figlia, maestà, ma pensa solo al focolare, è una povera disgraziata sempre sporca di cenere e non merita di stare alla tua tavola". Disse il re: "Sia lei la prima ad essere invitata, perché così desidero e voglio". Come aveva ordinato il re andarono tutti
via e il giorno dopo ritornarono, con le figlie della maestra di cucito venne anche Cenerentola, e quando la vide entrare,  anche se era vestita di stracci, il re sentì il cuore  battergli più forte, ma non disse nulla.
Poi, quando tutti ebbero finito di abbuffarsi, cominciò la prova, e appena fu vicina a Perlina la scarpina fece un volo e si mise al suo piedino  come se avesse avuto la calamita. Il re vide e subito corse a stringerla fra le sue braccia, poi la prese per mano e l'accompagnò sotto il baldacchino reale, la fece sedere accanto a sé e le mise una corona splendente sul capo, ordinando che tutte le donne si inchinassero e le rendessero omaggio, perché era lei la regina  sua sposa. Le sei sorellastre morivano dalla rabbia, e non riuscendo a sopportare questo spettacolo corsero verso casa dalla  mamma e tutte indispettite ammisero che:

è pazzo chi combatte con le stelle

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Nota
Il brano non è tradotto.



 

I SETTE COLOMBINI

(Vedi Li sette palommielle, versione secentesca di Basile)

C'era una volta nel paese di Arzano una buona donna, che ogni anno partoriva un figlio maschio, e ne aveva già sette, così belli che quando si mettevano in fila sembravano le canne del flauto di Pan.  Quando anche il settimo cominciò a bere il vino, quella donna rimase incinta per l'ottava volta, e i fratelli  le dissero: "Devi sapere, cara mamma, che se dopo tanti maschi  non fai una femmina noi siamo proprio decisi a lasciare questa  casa e a viaggiare per il mondo, soli e spersi".
La mamma, sentendoli parlare così, pregava il Cielo che levasse questa idea dalla loro testa, per non levare a lei  i suoi sette tesori.
Quando venne il giorno del parto, i figli dissero: "Noi ora ce ne andiamo su quella collina là davanti; se ti nasce un maschio metti sulla finestra una penna e un calamaio, se fai una femmina mettici un cucchiaio e una conocchia, perché se vedremo il segno della femmina torneremo a casa e resteremo accanto a te tutta la vita, ma se vediamo il segno del maschio ti puoi anche dimenticare di noi, perché non saremo più figli di nessuno".
Poco dopo, come il Cielo volle, la donna partorì una bella femminuccia, e disse alla levatrice di darne il segno ai fratelli, ma quella fu così rintronata e distratta che ci mise penna e calamaio. Avendo visto questo segno i sette fratelli si misero per via e camminarono tanto che arrivarono dopo tre anni in un bosco fitto senza sentieri, dentro il quale c'era la casa di un orco. All'orco mentre era addormentato erano stati rubati gli occhi da una femmina, e per questo era tanto nemico di questo sesso che quante gliene capitavano, tante ne mangiava.
I fratelli, stanchi per il lungo cammino e indeboliti per la fame, gli chiesero se per carità poteva dar loro un boccone di pane. L'orco rispose che gli avrebbe dato anche da vivere se volevano servirlo, e non avrebbero avuto altro da fare che guidarlo un giorno per ciascuno, portandolo come un cagnolino. Sentendo questo ai giovani sembrò di aver trovato mamma e babbo, e dopo essersi messi d'accordo restarono a servizio dall'orco, che avendo imparato a mente i loro nomi ora chiamava Giannino, ora Cecco,  ora Pino, ora Nuccio, ora Peppe, ora Ciccio e ora Tino, perché questi erano i nomi dei fratelli, e li manteneva e li faceva vivere.
Dopo che era passato molto tempo la loro sorella era cresciuta, e avendo sentito dire che i suoi sette fratelli per una distrazione della levatrice erano andati in giro per il mondo e non se ne era saputo più nulla, sentì un desiderio irresistibile di andarli a cercare, e tanto fece e tanto disse che la mamma, confusa da tutte le sue preghiere, la vestì da pellegrina e la lasciò andare.
E lei, cammina e cammina, domandando sempre a tutti quelli che incontrava se avevano visto sette fratelli, viaggiò in tanti paesi che alla fine in una locanda le dissero di sì, e lei si fece insegnare la strada per quel bosco. Così una mattina arrivò alla casa dell'orco, dove si fece riconoscere e abbracciò i suoi fratelli, che maledirono il calamaio e la penna che erano stati causa della loro disgrazia. E dopo averle fatto tante carezze, le raccomandarono di non uscire mai dalla loro camera, perché non la vedesse l'orco, e oltre a questo dissero: "Sta' ben attenta, nella camera c'è una gatta, e tutte le volte che avrai in mano una cosa da mangiare devi dargliene mezza, se non vuoi che ti combini un brutto guaio".
Nina, così si chiamava la sorella, si impresse nel cuore questi consigli, e quello che aveva lo divideva con la gatta come si fa con una buona amica, tagliando tutto in due parti uguali e dicendo:

questo a me,
questo a te,
questo alla
figlia del re,

le dava la sua parte fino all'ultimo bocconcino.
Dopo un po' di tempo successe che i fratelli andarono a caccia per conto dell'orco, lasciandole un panierino di ceci da cuocere. Disgraziatamente mentre li sceglieva ci trovò una nocciola, che causò la fine della sua pace, perché appena se la mise in
bocca senza darne mezza alla gatta, quella per dispetto  corse sul camino e fece tanta pipì sul fuoco che lo spense. Nina vedendo cos'era successo non sapeva come fare, così uscì dalla camera, entrò nell'appartamento dell'orco e chiese un po' di fuoco.
L'orco, appena sentì la voce di una femmina, gridò: "Vieni vieni, che te lo do io! aspetta un po' che hai trovato proprio quello che ti ci vuole!", e così dicendo prese l'affilacoltelli e cominciò ad affilarsi le zanne. Appena Nina vide questo terribile spettacolo, raccolse un tizzone ardente, scappò nella sua stanza e si barricò dietro la porta, puntellandola con pezzi di legno, seggiole, comodini, cassette, pietre e tutto quello che trovava.
L'orco, appena si fu affilato i denti, corse alla sua porta e, trovandola chiusa, cominciò a prenderla a calci per sfondarla. A questo fracasso accorsero i fratelli e videro questo macello con l'orco che li accusava di essere sette traditori, perché quella stanza era diventata il rifugio delle sue nemiche mortali. Giannino, che era il maggiore e aveva più cervello degli altri, visto che la cosa si metteva male, disse all'orco: "Noi non ne sappiamo nulla di questa faccenda, può darsi che questa maledetta femmina sia entrata per caso nella stanza mentre noi eravamo a caccia. Ma siccome si è barricata dentro, vieni con me, che ti porto in un posto da dove possiamo passare per saltarle addosso senza che si possa difendere".
Così, preso per mano l'orco, lo portò sull'orlo di un fosso molto profondo, e dandogli una spinta lo fece cascare di sotto, poi i sette fratelli presero una pala che era lì vicino e lo coprirono di terra. Allora si fecero aprire da Nina e la sgridarono bene bene per l'errore che aveva fatto e il pericolo in cui si era messa, dicendo che in futuro doveva avere più cervello e stare ben attenta a non cogliere mai nulla intorno a quel posto dov'era sotterrato l'orco, sennò si sarebbero trasformati in colombini.
"Il Cielo non voglia!", disse Nina, "che io vi faccia tanto male!". E così, preso possesso della casa e di tutta la roba dell'orco, vivevano allegramente aspettando che passasse l'inverno, perché quando la terra sarebbe tornata a fiorire avrebbero potuto finalmente mettersi in cammino per tornare ad Arzano.
Dopo un po' di tempo successe che, mentre i fratelli erano andati in montagna a far legna per difendersi dal freddo che aumentava di giorno in giorno, arrivò in quel bosco un vecchio pellegrino che piangeva a vita tagliata, perché un gatto mammone che aveva svegliato per sbaglio gli aveva tirato in capo una pigna. Nina sentendo il pianto uscì di casa, e avendo pietà del povero  pellegrino andò a cogliere una bella rama di rosmarino da un cespuglio che era cresciuto sulla fossa dell'orco, e col pane biascicato e il sale gli preparò un impiastro per il bernoccolo, poi gli diede qualcosa da mangiare e lo rimandò per la sua strada.
Warwick GobleMa quando apparecchiava la tavola per i suoi fratelli, vide arrivare sette colombini, che dissero: "Oh, se ti si fossero spezzate le mani prima che cogliessi quel rosmarino maledetto!  O principio di tutte le nostre disgrazie, che ci fai volare sulla marina! Hai perso il cervello per trascurare il nostro avvertimento? Eccoci trasformati in uccelli, soggetti agli artigli del falco, dello sparviero e dell'astore, eccoci compagni di capinere, pivieri, cardellini, cinciallegre, fringuelli, pigliamosche, picchi, quaglie, lucherini, rigogoli e pavoncelle! L'hai fatta bella! Ora torniamo ad Arzano, per finire nelle reti e nelle panie dei cacciatori! Per accomodare il capo a un pellegrino hai disfatto i corpi dei tuoi sette fratelli, e non c'è nessun modo per rompere questo incantesimo, a meno che tu non trovi la mamma del Tempo, che ti insegni il modo per farci uscire da questa disperazione".
Nina aveva la pelle d'oca e le si erano rizzati tutti i peli per l'errore che aveva fatto, chiese perdono ai fratelli e promise che sarebbe andata per tutto il mondo finché non avesse trovato dove stava questa vecchia. E pregandoli di restare sempre in casa perché non incappassero in qualche disgrazia fino a che non tornava, si mise per via, e cammina cammina andava senza stancarsi mai, perché nonostante andasse sempre a piedi il desiderio di salvare i suoi fratelli le faceva fare più strada che se avesse avuto un cavallo.
Finalmente arrivò a una spiaggia, dove le onde battevano incessantemente gli scogli, vide  una grande balena, che le domandò: "Bella fanciulla, che stai facendo?". Nina rispose: "Sto cercando la casa della mamma del Tempo". "Sai come fare?" le disse la balena, "va' sempre a diritto per questa marina, e al primo fiume che trovi risali il suo corso, poi troverai chi ti indicherà il cammino; ma ti prego, quando incontrerai questa buona vecchia chiedile per piacere da parte mia se mi insegna un rimedio per nuotare tranquilla senza sbattere sugli scogli e senza finire tante volte sulla spiaggia".
"Lascia fare a me", disse Nina, e ringraziandola per la via che le aveva indicato si mise a camminare di buon passo su quella spiaggia, e dopo aver tanto camminato arrivò al fiume che si buttava nel mare e cominciò a risalirlo. Giunse in una bella campagna verdeggiante e trapunta di fiori, dove trovò un topo che le chiese: "Dove vai sola sola, bella fanciulla?". Nina rispose: "Cerco la mamma del Tempo". "Hai una strada lunghissima da fare," disse allora il topo, "ma non ti perdere d'animo, tutto finisce prima o poi: cammina pure verso quelle montagne, che sovrastano questa campagna con le loro altezze, e avrai migliori indicazioni per la via. Ma fammi un piacere: quando avrai raggiunto quello che cerchi, fatti dire da questa buona vecchietta che rimedio possiamo trovare noi topi per liberarci dalla tirannia del gatto, e poi chiedimi quello che vuoi, perché ti obbedirò a puntino".
Nina, dopo aver promesso di accontentarlo, s'incamminò verso le montagne, che per quanto sembrassero vicine non si raggiungevano mai, eppure in qualche modo riuscì ad arrivarci, e si sedette su una pietra perché era stanchissima. Allora vide un esercito di formiche che trasportavano una grande provvista di grano. Una formica chiese a Nina: "Chi sei? e dove vai?", e Nina, che era gentile con tutti, le disse: "Io sono una sfortunata fanciulla, e per una cosa che mi sta molto a cuore cerco la casa della mamma del Tempo". "Cammina, va' più avanti," disse la formica, "che dove le montagne si aprono in una vasta pianura te ne sarà data notizia. Ma fammi un gran piacere, vedi se ti riesce sapere da questa vecchia cosa possiamo fare noi formiche per vivere
un po' di più, perché mi pare una gran pazzia della Natura farci accumulare tante provviste di roba da mangiare per una vita così corta, che quando si potrebbe vivere bene si spenge come una candela al primo soffio di vento".
"Sta' tranquilla," disse Nina, "che voglio restituirti il  piacere che mi hai fatto", e cammina cammina attraversò quelle montagne, poi si trovò in una bella pianura, e dopo aver fatto tanta strada trovò una quercia immensa,  testimone delle epoche antiche, quando forniva la dolce ricompensa della gloria, che raramente si ottiene in questi tristi tempi.
La quercia con labbra di scorza e lingua di midollo chiese a Nina: "Dove vai così affannata, fanciulla mia? vieni sotto la mia ombra e riposati!". E lei dicendole 'mille grazie' si scusò perché andava di fretta a trovare la mamma del Tempo. Sentendo questo la quercia le disse: "Ne sei tanto poco lontana che prima di aver camminato una giornata intera vedrai su una montagna una casa, dove troverai quello che cerchi; ma se tu sei gentile quanto sei bella, cerca di sapere cosa potrei fare per recuperare l'onore perduto, perché da corona per i grandi uomini sono ridotta a cibo per i porci".
"Lascia questo pensiero a Nina," rispose lei, "che cercherò di accontentarti". E dopo aver detto queste parole partì, e camminando senza mai fermarsi a riposare arrivò ai piedi di una ripida montagna, che con la cima andava a toccare le nuvole, dove trovò un vecchietto che, stanco per il cammino, si era buttato su un mucchio di fieno. E lui, vedendo Nina, riconobbe subito la fanciulla che gli aveva medicato il bernoccolo, e dopo aver saputo cosa stava cercando, le disse che lui era venuto a pagare il suo debito al Tempo, che è un tiranno e domina tutte le cose del mondo, e da tutti riscuote una tassa, specialmente dagli uomini vecchi come lui. E siccome Nina gli aveva fatto un piacere, voleva renderglielo moltiplicato per cento, dandole qualche buon consiglio su come salire sulla cima, dove gli dispiaceva non poterla accompagnare, perché la sua età, più adatta per scendere che per salire, lo costringeva a restare alla falde della montagna per fare i conti con i segretari del tempo, che sono le vicissitudini, i dispiaceri e i dolori della vita, e pagare il debito alla Natura.
Allora le disse: "Ora ascoltami bene, bella fanciulla mia senza peccato, devi sapere come e in che modo sulla cima di quella montagna troverai un rudere di casa, che non si può sapere quando fu costruita, larghe crepe traversano le sue mura, le fondamenta sono marce, le porte divorate dai tarli, i mobili ammuffiti, tutto è consumato e distrutto: di qua vedi colonne spezzate, di là statue mutilate, l'unica cosa intera è uno stemma scolpito sul portone, che rappresenta un serpente che si morde la coda, un cervo, un corvo e una fenice, che come sai è quell'uccello meraviglioso che rinasce dalle sue ceneri. Appena entrata vedrai sparse per terra lime sorde, seghe, falci, cesoie e cento e cento pentolini di cenere, sui quali sono scritti i nomi come sui vasi degli speziali, dove si legge: Corinto, Sagunto, Cartagine, Troia e mille altri nomi di città morte e scomparse, il Tempo ne  conserva le ceneri per ricordo delle sue imprese. Ora, appena sei vicino a questa casa nasconditi da qualche parte finché non esce il Tempo, e appena lui è uscito tu entri.
Là troverai una donna così vecchia che con la barba tocca terra e con la gobba arriva al cielo, i capelli come la coda del cavallo storno le coprono i talloni, la faccia sembra un collare pieghettato e inteccherito per l'amido degli anni; sta sempre seduta su un orologio infilato nel muro, e  siccome ha le palpebre tanto grandi e pesanti che le chiudono gli occhi, non ti potrà vedere. Appena sei entrata leva i contrappesi all'orologio e poi chiama la vecchia e pregala di soddisfare le tue richieste: lei si metterà a chiamare suo figlio perché venga subito a mangiarti, ma siccome all'orologio sotto di lei mancano i contrappesi, il Tempo non potrà camminare, e così sarà costretta a darti quello che chiedi. Ma non credere a nessun giuramento che ti farà, finché non giura per le ali di suo figlio: allora credile e fa' quello che ti dice, che sarai contenta".
Dette queste parole il poverello si dissolse come un corpo in un sepolcro quando vede la luce dell'aria. Nina prese le sue ceneri e dopo averle bagnate di lacrime scavò una buchina e le sotterrò, pregando che il Cielo desse pace e riposo all'anima del pellegrino. E salita sulla montagna, che le fece venire il fiatone,  aspettò che uscisse il Tempo, che era un vecchio con una lunghissima barba, indossava un vecchissimo mantello tutto pieno di cartellini attaccati col nome di questo e di quello, aveva grandi ali e correva così veloce che Nina lo perse subito di vista.
Entrata nella casa della mamma, rabbrividì per la paura vedendo quella brutta pellaccia, e presi subito i contrappesi, disse alla vecchia quello che desiderava. Quella fece un urlo e chiamò il figlio, ma Nina le disse: "Puoi anche battere il capo nel muro, perché di certo non vedrai tuo figlio finché io tengo in mano questi contrappesi!". La vecchia, vedendosi sbarrata la strada, cominciò a lusingarla, dicendole: "Lasciali andare, tesoro mio, non fermare la corsa di mio figlio, cosa che nessun uomo vivente ha mai fatto da che mondo è mondo! Lasciali andare, che Dio ti protegga, e io ti prometto per l'acquaforte di mio figlio, con la quale corrode tutte le cose, che non ti farò del male". "Non perdere il tuo tempo," le rispose Nina, "devi dire ben altro se vuoi che li lasci andare!". "Ti giuro per quei denti  che rosicchiano tutte le cose mortali, che ti farò sapere quanto desideri". "Non mi fai né caldo né freddo," disse Nina, "perché so che tu mi prendi in giro!". E la vecchia: "E allora sia! Io ti giuro per quelle ali che volano dappertutto che ti voglio accontentare più di quanto ti immagini!".
Allora Nina, lasciati i contrappesi, baciò la mano alla vecchia, che sapeva di muffa e puzzava di rancido, e lei, vedendo la sua garbata cortesia, le disse: "Nasconditi dietro a quella porta, che appena sarà venuto il Tempo mi farò dire quello che vuoi sapere. E appena torna a uscire, perché lui non sta mai fermo in un posto, puoi svignartela: ma non ti far sentire, perché lui è così vorace che mangia anche i suoi figli, e quando non resta più nulla divora se stesso, e poi torna a germogliare".
Appena Nina si fu nascosta come le aveva detto la vecchia, ecco arrivare il Tempo, che svelto svelto, veloce e lieve rosicchiò tutto quello che gli capitava sottomano, perfino la calce sui muri, e quando voleva partire la mamma gli disse tutto quello che aveva sentito da Nina, pregandolo, per il latte che gli aveva dato, di rispondere una per una alle domande che gli aveva posto.
E il figlio dopo mille preghiere le rispose: "All'albero si può rispondere che non potrà mai essere caro alle genti, finché tiene sotterrato un tesoro tra le sue radici; al topo che non saranno mai al sicuro dal gatto, se non gli attaccano un campanello alla gamba per sentirlo quando viene; alla formica che camperanno fino a cent'anni, se possono evitare di volare, perché quando la formica vuol morire mette le ali; alla balena che sia gentile e si tenga il pesce pilota come amico, che le farà da guida e non la manderà di traverso; e ai colombini, che quando si annideranno sulla colonna dell'abbondanza ritroveranno la loro forma umana".
Dopo aver detto queste parole, il Tempo riprese la sua solita corsa;  Nina, dopo aver salutato la vecchia, scese dalla montagna, e giunse in piano nello stesso momento in cui arrivavano i sette colombini seguendo le sue tracce,  e loro, stanchi per il lungo volo, andarono tutti a posarsi sulle corna di un bue che era morto.  Appena l'ebbero toccato tornarono i giovani belli che erano prima, e meravigliati da quello che era successo ascoltarono la risposta del Tempo, e capirono che il corno, come simbolo della capra, era la cornucopia, e quindi la colonna dell'abbondanza;  poi, dopo aver fatto tante feste a  Nina, si avviarono tutti insieme per lo stesso cammino che aveva fatto lei.
Quando trovarono la quercia le riferirono la risposta del Tempo, e la quercia li pregò di toglierle il tesoro di sotto,  perché era quella la causa che aveva fatto perdere la buona reputazione alla ghianda. I sette fratelli, presa una zappa in mezzo a un orto, scavarono tanto finché trovarono una grossa giara ricolma di monete d'oro, che divisero in otto sacchetti per poterle portare senza comodamente.
Ma dopo un po' erano tanto stanchi per il viaggio e per il peso che si misero a dormire accanto a una siepe, da dove passarono dei ladroni, che vedendo i poveri giovani addormentati col capo sui sacchetti di monete d'oro, dopo averli legati mani e piedi a degli alberi si presero il tesoro, lasciandoli a disperarsi, non solo per la ricchezza, che appena trovata era sfuggita dalle loro mani, ma per la loro vita, perché, senza speranza di aiuto,  correvano il rischio di morire di fame o di sfamare qualche animale feroce. Mentre si lamentavano della loro maledetta sfortuna, ecco che arrivò il topo, che dopo aver sentito la risposta del Tempo, per ricompensarli del servizio che gli avevano reso rosicchiò le funi con le quali erano legati e li rimise in libertà.
Dopo aver camminato per un bel pezzo, trovarono la formica lungo la via, che dopo aver sentito il consiglio del Tempo chiese a Nina perché era così triste e abbattuta. Quando la fanciulla le ebbe raccontato della disgrazia che era successa e del brutto incontro con i ladri, la formica disse: "Aspettate, che mi capita proprio l'occasione buona per ricambiare il piacere che ho ricevuto! Sappiate dunque che, mentre portavo un carico di grano sottoterra, ho visto un posto dove questi maledetti  birbanti rimpiattano la loro refurtiva, perché sotto a una vecchia costruzione hanno fatto dei nascondigli dove stipano tutte le cose rubate, e ora che se ne sono andati a combinare qualche altro imbroglio io voglio accompagnarvi là e farvi vedere il posto, perché possiate recuperare quello che è vostro". Dette queste parole si mise in cammino dirigendosi verso alcune case diroccate e mostrò ai sette fratelli la bocca di un fosso, dove si calò dentro Giannino, che era più coraggioso degli altri, e trovò tutte le monete che gli erano state rubate, le riprese e si misero a camminare verso la marina.
Là trovarono la balena, le riferirono le parole del Tempo, che è padre dei consigli, e mentre raccontavano del loro viaggio e di tutto quello che era successo, ecco che videro spuntare i ladroni armati fino ai denti, che avevano seguito le loro impronte.
Allora dissero: "Ah, poveri noi! Questa è la volta che di noi si perde anche la memoria, perché ora arrivano i malandrini, ci acchiappano e ci tagliano a pezzetti!". "Non dubitate," disse la balena, "che sono capace di salvarvi anche dal fuoco per ricompensarvi di tutto l'affetto che mi avete dimostrato! salite sulla mia schiena, vi porterò subito in un posto sicuro".
I poveri fratelli, vedendosi i nemici alle spalle e l'acqua alla gola, salirono sulla balena, che prendendo il largo dagli scogli li portò davanti a Napoli, dove, non azzardandosi a sbarcarli perché il mare era piuttosto basso, disse: "Dove volete che vi lasci, lungo questa costiera Amalfitana?". E Giannino rispose: "Vedi se puoi fare in un altro modo, bel pesciolone mio, perché a Massa si dice 'saluta e passa', a Sorrento 'stringi i denti', a Vico 'porta il pane con tico', a Castellammare 'né amico né compare'.
E la balena per accontentarlo si rigirò e si diresse allo Scoglio del Sale, dove li lasciò, e dalla prima barca di pescatori che passava si fecero portare a terra, e tornati al loro paese salvi, belli e ricchi, colmando di gioia la mamma e il babbo si godettero felicemente la vita, per merito di Nina, che ricordava sempre quelle antiche parole:

quando puoi, fa' il bene, e scordalo.



 
     
LA FORESTA D'AGLI
Si racconta che una volta,  a Piandimeleto, viveva un contadino di nome Felice con sette figlie femmine, e tutto quello che possedeva per mantenerle era un campo dove coltivava gli agli, ma lui per sentirsi un po’ più importante lo chiamava ‘la foresta d'agli’. Questo brav'uomo aveva un  amico che si chiamava Ardito,  ricchissimo possidente di boschi a Torritto,  e aveva sette figli maschi; e accadde che il suo primogenito Checco,  che per lui valeva più della luce dei suoi stessi occhi, si ammalò, e non si riusciva a trovare un rimedio, nonostante innumerevoli medici fossero venuti a visitarlo.
Una volta Felice, dopo tanti anni, andò a trovare Ardito,  e a un certo punto il suo amico gli chiese quanti figli aveva.  Il povero contadino si vergognò di dirgli che aveva solo femmine,  e gli rispose:  "Ho quattro maschi e tre femmine".  "Ah, bene!" disse Ardito, "speravo proprio che tu avessi un figlio che Vpotesse venisse a far compagnia al mio Checco, e chissà che non lo aiuti a guarire! mi faresti questo gran piacere?".
Felice,  vedendo che si era messo in un bell'impiccio, non seppe cosa rispondere e gli fece segno di sì con la testa, ma tornato a Piandimeleto si sentì tutto pieno di malinconia, perché non sapeva come mantenere la promessa fatta al suo amico Ardito. Non trovando altra soluzione, dopo aver chiamato una per una le sue figlie, dalla più grande alla più piccina,  domandò chi di loro era disposta a tagliarsi i capelli,  a travestirsi da uomo e  fingersi un maschio per far compagnia al figlio del suo amico che era tanto malato.
A questa proposta la figlia maggiore,  che si chiamava Bella, rispose: "Cos’è, mi è morto il padre che
devo prendere il lutto e tagliarmi i capelli?". Linda, che era la seconda, rispose: "Non sono ancora sposata e dovrei smettere di portare i capelli lunghi?". Bianca, che era la terza, disse: "Veramente ho sempre sentito dire che le donne non devono
mettersi i pantaloni". Rosa, che era la quarta, rispose: "Maramao! Non puoi mandarmi a cercare la medicina che non hanno i
farmacisti per curare un malato!". Viola,  che era la quinta,  disse: "A questo malato gli puoi dire che si faccia fare un salasso, perché non darei uno solo dei miei capelli per i cento fili della vita di un uomo!". Lilia, che era la sesta, disse: "Sono nata femmina, vivo da femmina, e da femmina voglio morire; io non voglio perdere la mia buona reputazione trasformandomi in un falso uomo".
La cucciolina, l’ultima figlia, che si chiamava Vispa, vedendo il babbo che a ogni risposta delle sorelle faceva un sospirone, gli disse: "Se non ti basta che mi trasformi in uomo, posso anche far finta di essere un animale o bucarmi con uno spillo, purché tu sia contento!". "Oh,  che tu sia benedetta!", disse Felice, "perché in cambio della vita che ti ho dato ora tu mi salvi l'onore e la vita! Su, non perdiamo tempo,  vieni qua che cominciamo".  Le tagliò subito i capelli, che aveva lunghi e lucenti come tanti fili d'oro, e dopo averle rimediato uno vestituccio sdrucito da uomo la accompagnò a Torritto,  dove Viaspa, dicendo di chiamarsi Vispo, fu accolta da Ardito e da suo figlio che era sempre a letto malato con tanti baci e carezze.  Poi Felice ripartì, lasciando Vispa a far compagnia al malato.
Ma Checco, che sotto a quel vestito vecchio vedeva brillare una bellezza che incantava,  guardandola e riguardandola e osservandola in ogni particolare,  disse fra sé e sé: "Se io non ho le traveggole questo maschio deve essere una femmina: la pelle morbida del suo viso me lo fa sospettare,  la sua voce me lo conferma,  la sua andatura me ne convince, quello che sento in cuore mi dà la certezza,  e se sono innamorato dev’essere vero come l'oro. E' una femmina di sicuro, e sarà venuta qui con questo trucco di vestirsi da uomo per sorprendermi a farmi morire d'amore". Allora sospirò e si sprofondò tanto in questi pensieri che  la sua malinconia si aggravò, gli salì la febbre, e i medici dissero ormai era in fin di vita.
Allora la sua mamma,  che non sorrideva più da quando Checco si era ammalato,  cominciò a dirgli: "Figlio mio,  luce dei miei occhi,  bastone della mia vecchiaia,  ma che roba è questa, che invece di diventare sempre più forte perdi la salute e invece di andare avanti vai indietro come i gamberi? Possibile che tu voglia lasciare nella disperazione la tua mammina,  senza dirle perché stai tanto male, senza provare a vedere se c'è una soluzione?  Su tesoro mio,  parla,  urla, sfogati, tira fuori il rospo, dimmi una buona volta di che hai bisogno, che desiderio vorresti realizzare, e lascia fare a me, vedrai che ti accontenterò a qualunque costo!".
Checco,  incoraggiato da queste parole affettuose, si lasciò convincere a confessare la passione del suo cuore, e le disse che per lui Vispo era Vispa, e se non gliela davano in isposa lui aveva deciso di non vivere più. "Piano!", disse la mamma, "per metterti l'animo in pace faremo qualche prova per scoprire se è maschio o femmina, se nel campo c'è l'albero o l’erbetta. Facciamolo scendere nella stalla a montare su un puledro di quelli che abbiamo noi,  scegliendo il più selvaggio, perché se è una femmina, siccome le femmine di coraggio ne hanno poco, vedrai come si impaurisce, e così ci leviamo questo pensiero".
A Checco l'idea piacque moltissimo e così mandò Vispa nella stalla,  dove le diedero un puledro indiavolato,  e lei dopo averlo sellato lo montò con un coraggio da leone e cominciò ad andare al passo che era una meraviglia, al trotto che era un incanto,  e poi gli fece fare bellissime piroette,  salti mozzafiato e galoppate strabilianti.
Allora la madre disse a Checco: "Caro figliolo, levati questa agitazione che ti fa venire la febbre alta; hai visto? questo sa stare a cavallo meglio del più esperto dei cavalieri del re". Ma Checco per questo non si mosse di un pelo dalla sua convinzione,  e continuò a dire che comunque era una femmina,  e nessuno avrebbe mai potuto fargli cambiare idea.  La mamma per levargli questa fissazione gli disse: "Piano bello mio, che faremo la seconda prova per farti vedere meglio!". E fatto portare uno schioppo in camera chiamarono Vispa, alla quale dissero di caricarlo e di sparare un colpo.
Prendendo l'arma in mano lei infilò la polvere da sparo nella canna dello schioppo e l'agitazione nel cuore di Checco, accese la miccia sul cane e il fuoco in corpo al malato, e poi sparò, scaricando lo schioppo e caricando Checco di esplosivi desideri.
La mamma, dopo aver visto il garbo, la disinvoltura e l'abilità con la quale quel giovane aveva sparato, disse a Checco: "Levati quell'idea dalla testa e pensa bene che a una femmina tutto questo non può riuscire!". Ma Checco, continuando a discutere, disse non poteva darsi pace e avrebbe messo la mano sul fuoco, perché era sicuro che questa rosa bellissima il gambo non ce l'aveva, e diceva alla mamma: "Credimi, mamma mia cara, che se quel bell'albero d'amore darà un fico a me che son malato, non me ne importerà più un fico secco di tutti i dottori. Perciò cerchiamo di saperlo con sicurezza, sennò mi riduco
come uno spaventapasseri, e siccome non riesco a trovare la strada che cerco per arrivare in un bel posticino, finirò in una fossa!".
La povera mamma,  che lo vedeva ancora più intestardito e impuntato sulla sua idea,  gli disse:  "Vuoi vederci chiaro? E allora portalo a fare una nuotata con te, così si vedrà se si tratta di un'arcata o di una colonna, di una vasca o di un monumento, di una piazza o di un obelisco". "Brava mamma!" rispose Checco, "Non c'è nulla da dire, hai colto nel segno! Oggi vedrò se è spiedo o
padella, mattarello o setaccio, pestello o mortaio". Ma Vispa aveva sentito tutto, e di nascosto mandò a chiamare un servitore di suo padre, che era un furbo matricolato, e gli diede queste struzioni: "Quando mi vedrai arrivare sulla marina dove devo spogliarmi, vieni di corsa e dì che mio padre sta molto male e vuole vedermi per l'ultima volta".  Il servitore stette ben attento, e appena vide che Vispa e Checco erano arrivati al mare e cominciavano a spogliarsi,  fece come stabilito, servendola alla perfezione. E lei a questa notizia salutò l’amico malato e si mise a correre a gambe levate verso Piandimeleto.
Il povero Checco tornò dalla sua mamma a testa bassa,  con gli occhi gonfi, il viso pallidissimo e le labbra smorte, e le disse che il progetto era saltato, e per la disgrazia che era capitata al padre di Vispo non aveva potuto vedere la prova definitiva. "Non ti disperare", gli rispose la mamma, "perché se la lepre scappa il cane la deve rincorrere. Perciò arriverai all'improvviso a casa di Felice e chiamerai suo figlio: se non scenderà alla svelta capirai che c'è il trucco e scoprirai finalmente cosa c'è sotto".
A queste parole sul viso impallidito di Checco ritornò il colore,  e la mattina dopo partì presto e andò diretto a casa di Felice, lo chiamò e gli disse:  "Presto, presto, c’è una cosa che devo dire immediatamente a Vispo!".
Il buon uomo rimase di stucco,  e gli disse di aspettare un pochino, che l'avrebbe fatto scendere: Vispa, per non essere scoperta come femmina, si levò in tutta fretta la camicetta e la gonnella, si mise il vestito da uomo e scese le scale di corsa, ma aveva dimenticato di levarsi gli orecchini. E così, dalle orecchie di Vispa Checco scoprì quello che tanto aveva desiderato sentire,  e stringendola forte fra le sue braccia disse: "Voglio che tu sia la mia sposa,  in barba agli invidiosi,  a dispetto del destino,
anche se si opponesse la morte!". Felice, vedendo che Checco aveva intenzioni buone, disse: "Se il tuo babbo è contento, io sono arcicontento".
E allora andarono a Torritto, dove Ardito e sua moglie,  pieni di gioia nel vedere Checco completamente guarito e così allegro, accolsero la nuora con immenso piacere.  A un certo punto chiesero a Felice: "Ma perché l'hai mandata mascherata da uomo?". Felice arrossendo rispose: "Perché mi vergognavo a dire che avevo solo sette femmine". Allora Ardito replicò: "Siccome la fortuna ha voluto dare a te tante femmine  e a me altrettanti maschi, faremo un viaggio e sette servizi! Va' a prenderle e portale qui da me, penserò io alla loro dote, perché non mi manca nulla, e ho un marito per ciascuna di loro". Felice sentendo queste belle parole corse a prenderle e insieme a loro in un batter d'occhio fu di ritorno a Torritto,  dove si fece una grande festa di nozze con sette coppie di sposi,  tanto bella che  le musiche e i canti arrivarono fino alle stelle e ai sette pianeti.
 



IL SERPENTE


C'era una volta, tanto tempo fa, nel lontano reame di Castelvetro, una casina su un un poggio, dove col suo marito ortolano viveva una contadina che desiderava tanto avere un bambino. Ne aveva voglia come un carcerato ha voglia di fuggire, come un malato ha voglia di guarire, come un povero ha voglia di soldi, ma nonostante suo marito lavorasse la terra tutti i giorni lei restava sterile e piena di malinconia.
Un giorno il marito era andato nel bosco a fare una gran fascina di legna, quando tornò a casa la sciolse, e scappò fuori tra gli stecchi un piccolo serpente. "Ecco!" disse la donna, "anche le serpi fanno i loro serpolini, io sola sono così sfortunata con questo marito che fa nascere tante piante ma non sa farmi nascere quello che vorrei!" A queste parole il serpentello rispose: "Se non puoi fare i bambini, pigliati me come figliolo, farai un buon affare e io ti vorrò più bene che a una mamma". A sentir parlare un serpente la donna s'impaurì tanto che quasi quasi sveniva, ma  poi si fece coraggio e disse: "Non fosse per altro, perché sei così amoroso sono felice di accettarti come se fossi uscito dal mio ginocchio". Gli assegnò per camerina un buco nel muro, e gli dava da mangiare con immenso affetto dei pezzettini di tutto quello che mangiava lei .
Giorno dopo giorno il serpente cresceva, e quando fu grande disse all'ortolano: "Babbo mio, mi voglio sposare". "Di sicuro", disse il babbo, "cercheremo una bella serpe come te e faremo il matrimonio". "Ma che serpe? cosa ho da spartire con vipere e bisce? si vede che sei un po' sempliciotto e prendi lucciole per lanterne! io voglio la principessa, quindi va' dal re e digli che un serpente vuole sposare sua figlia Colombina".
L'ortolano non se ne intendeva di queste cose, ma andò difilato dal re e gli fece la richiesta dicendo: "Ambasciator non porta pena, chi la fa l'aspetti e rosso di sera bel tempo si spera. Allora, devi sapere, maestà, che il serpente vuole tua figlia in isposa, e io, siccome sono un ortolano, ti propongo di provare a mettere nella stessa cesta il mio serpente e la tua Colombina". Il re, che a lume di naso vide che era un po' tonto, per  levarselo di torno disse: "Di' a questo serpente  che se mi farà diventare d'oro tutti i frutti del parco reale, gli farò sposare mia figlia. Vai, vai!", e con una risata lo mandò via.
Quando il contadino riferì la risposta al serpente, il serpente gli disse: "Va' domattina, e raccogli tutti i noccioli di frutta che trovi per la città, seminali nel parco, e si vedranno meraviglie!"
Appena si alzò il sole il contadino prese un bel paniere e si mise all'opera. Cammina cammina andò per le strade e le piazze  della città a raccogliere noccioli  di pesche, albicocche, ciliegine, amarene, mirabelle, nespole, e tutti gli altri noccioli che trovò. Poi andò nel parco reale e li seminò, come gli aveva insegnato il serpente: immediatamente germogliarono, e in un batter d'occhio crescevano i tronchi delle piante, i rami, i fiori e i frutti d'oro scintillante: quando il re si affacciò alla finestra vide questo spettacolo e non stava più nella pelle dalla meraviglia e dalla gioia.
Ma quando l'ortolano, mandato dal serpente, andò a chiedergli la principessa Colombina, il re disse: "Non avere tanta furia, io voglio un'altra cosa per concedergli la mano di mia figlia: che ricopra tutte le mura e il terreno del parco di pietre preziose".
L'ortolano tornò dal serpente a riferire questa nuova richiesta, e il serpente gli disse: "Va' domattina, e raccogli tutti i cocci che ci sono per terra, gettali intorno al muro e nei sentieri del parco, e vediamo se mettiamo a posto il re".
Quando le ombre della notte stavano svanendo il contadino si mise un paniere sotto il braccio e andò tra le case a raccogliere vetri di bicchieri rotti, minuzzoli di tappi e coperchi, cocci di pentole e tegami, bordi di vassoi, manici di brocche, orli di vasi da notte, mettendo insieme lampade sciupate, tazze sbreccate, vasi da fiori incrinati e tutti i pezzi di piatti e scodelle che trovò per le strade. Appena li ebbe gettati dove gli aveva detto il serpente, si vide il parco rivestito di smeraldi e topazi, intonacato di rubini e acquamarine, in uno splendore abbagliante. Tutti quelli che passavano di lì si fermavano affascinati col cuore ricolmo di meraviglia.
Vedendo questo miracolo il re rimase estasiato, e non sapeva se dormiva o era desto, ma quando sentì che il serpente gli mandava a chiedere di mantenere la promessa, disse: "Tutto quello che il serpente mi ha procurato fino a ora è inutile, se non mi fa diventare d'oro il palazzo".
Ancora una volta l'ortolano tornò dal serpente a riferire la terza voglia del re, e il serpente gli disse: "Va' e raccogli un gran fascio di erbe d'ogni specie, strofinale contro le fondamenta del palazzo, e vediamo se accontentiamo questo re",
Senza metter tempo in mezzo l'ortolano fece un gran fascio di menta, aglietti, rucola, erba Luigia, prezzemolo, basilico, timo, nepitella, e tutte le altre erbe che trovò, e appena lo ebbe strofinato alla base il palazzo cominciò a brillare dappertutto, come se si fosse scoperto un tesoro, sufficiente a far diventare  ricchi tutti i poveri del reame.
Quando l'ortolano venne a chiedere per il serpente la mano di Colombina, il re, rendendosi conto che non c'era più nulla da fare, chiamò la principessa e le disse: "Figlia mia, per prendere in giro un tuo pretendente gli ho imposto dei compiti impossibili, ma è riuscito a fare tutto quello che ho chiesto, e ora devo mantenere la parola data. Ti prego, figlia cara, non farmi tradire la mia parola, e accetta il marito al quale ti ho promesso". "Sia quello che vuoi tu, mio signor padre", rispose la principessa, "non mi sogno neanche lontanamente di cambiare quello che hai fissato per le mie nozze".
Allora il re disse all'ortolano che il serpente poteva venire a sposare la principessa, e appena il serpente lo seppe partì su un carro d'oro, trainato da quattro elefanti tutti d'oro.
Quando arrivò in città la gente che lo vedeva passare così grosso e terribile fuggiva terrorizzata, e i nobili di corte appena entrò nel palazzo reale cominciarono a tremare e si nascosero di qua e di là, mentre anche i servitori e le cameriere se la davano a gambe. Il re e la regina sconvolti dalla paura gridarono: "Fuggi Colombina, fuggi, si salvi chi può!" e andarono a rinchiudersi in uno stanzino mentre la principessa, senza batter ciglio, diceva: "Perché dovrei scappare dallo sposo che mi avete dato?".
Ed ecco che il serpente entrò nella stanza, avvolse la coda intorno alla vita di Colombina e cominciò a baciarla, mentre il re che guardava la scena dal buco della serratura si sporcò le mutande con una scarica di diarrea e la regina svenne. Stringendo la principessa con la coda il serpente la portò nella camera nuziale e chiuse la porta, poi si scosse la pelle di dosso e si trasformò in un giovane con i capelli biondi come oro fino, con occhi tanto belli da innamorare tutte le donne, e abbracciando Colombina ottenne tutto il suo amore.
Il re uscì dallo stanzino e vedendo che il serpente si era chiuso con la principessa, disse alla regina: " Che il Cielo dia pace all'anima innocente di nostra figlia, perché di sicuro quel serpente maledetto a quest'ora l'avrà ingoiata tutta intera". E avvicinandosi alla porta della camera degli sposi si chinò a guardare dal buco della chiave. Appena vide la bellezza e la nobiltà di quel giovane diede un calcio alla porta, entrò con la regina, raccolsero la pelle di serpente e senza pensarci la  bruciarono. "Ah, sciagurati!" gridò il principe serpente,"cosa mi avete fatto!", si trasformò in una colomba e volò alla finestra, battè e ribatté contro i vetri finché li ruppe e fuggì, ferito e insanguinato.
La principessa in pochi istanti era passata dalla mestizia alla gioia e dalla gioia alla disperazione, si era sentita prima perduta nelle spire di un serpente, poi felice tra le braccia di un bellissimo principe, poi disgraziata perché era volato via; così piangeva, si graffiava il viso e si strappava i capelli, rimproverando il padre e la madre che per la fretta di bruciare la pelle del serpente avevano mandato in fumo il suo matrimonio. Il re e la regina le dissero che avevano agito per il suo bene, le chiesero perdono e cercavano di consolarla, ma lei non smise di piangere, e a notte fonda, con un dolore che aumentava ora dopo ora, decise di andare per il mondo a cercare il suo sposo.
Mise in una borsetta le sue cose più preziose, uscì da una porticina secondaria, percorse le vie della città, verso i campi, e continuò a camminare al lume della luna.  A un certo punto una volpe si mise a trotterellare accanto a lei, e le chiese se voleva una compagna di strada. La principessa le rispose: "Ne sarei felice, perché sono sola, e non conosco la via". Andando e andando arrivarono a un bosco così fitto che nemmeno i raggi della luna riuscivano a illuminare i loro passi, così si fermarono a riposare sotto un albero accanto a una fontana d'acqua freschissima.
Dormirono su un letto di erba soffice fino al mattino, poi si svegliarono all'alba, e mentre si scaldavano ai primi raggi di sole gli uccelli zirlavano, fischiavano e gorgheggiavano tra i rami. La principessa confidò alla volpe che le piaceva molto ascoltare il canto degli uccelli, e la volpe le disse: "Ti piacerebbe anche di più se tu capissi quello che si stanno dicendo". Siccome la principessa  era molto curiosa, chiese alla volpe di rivelarle i discorsi degli uccelli, e questa, dopo essersi fatta pregare a lungo, le disse: "Stanno parlando di una disgrazia, accaduta a un principe, che era così bello che un'orca si era innamorata perdutamente di lui. Siccome lui non aveva voluto saperne del suo amore, l'orca lo aveva  trasformato in serpente:  l'incantesimo non si sarebbe mai spezzato se il serpente non avesse ottenuto la mano di una fanciulla di sangue reale. Gli uccelli dicono anche che c'era riuscito, ma quando aveva appena lasciato la pelle di serpente il re e la regina l'hanno bruciata,  allora lui si è trasformato in colomba, e fuggendo da una vetrata si è  ferito tanto gravemente che sta per morire".
Sentendo che si parlava proprio della sua storia e della sua disgrazia, la principessa domandò chi era questo principe, e se c'era un modo per guarirlo. La volpe rispose che si trattava di Sauro, unico  figlio del re di Belcolle. Quanto al rimedio, gli uccelli dicevano di sì, che c'era: l'unico farmaco capace di far chiudere le ferite dalle quali la vita se ne stava volando via era proprio il sangue degli uccelli che raccontavano la storia.
La principessa allora chiese alla volpe di acchiappare quegli uccelli per mettere il loro sangue in una ampollina, così sarebbero andate insieme dal re di Belcolle e curando il principe avrebbero avuto una bella ricompensa, che avrebbero diviso a metà da buone amiche. "Piano," disse la volpe, "aspettiamo che scenda la notte, e appena gli uccelli si addormentano ci penso io, salgo sull'albero e li acchiappo uno ad uno".
Passarono quella giornata parlando della bellezza del principe Sauro, della sciagura provocata dai genitori della sposa, delle magie, dei patimenti e degli incantesimi, poi venne la sera, e poi la notte. Allora la volpe, controllando che gli uccelli si fossero addormentati sui rami, salì quatta quatta e li catturò uno dopo l'altro, li ammazzarono e riempirono col loro sangue un'ampollina che la principessa aveva portato con sé.
Al mattino si misero in cammino, e la principessa non stava in sé dalla gioia, ma la volpe disse "Il tuo bel progetto non lo realizzerai, perché ti manca l'ingrediente fondamentale, perché al sangue degli uccelli bisognerebbe aggiungere il mio!", e scappò. La principessa passò dalla gioia alla tristezza, ma non si arrese, pensò che nessuna volpe poteva impedirle di guarire il suo principe e cominciò a blandirla di lontano con queste parole: "Volpe, volpina mia, avresti ragione a fuggire se io non ti volessi bene, ma tu sei tanto cara e io non potrei mai farti del male, faremo a meno di guarire questo principe, ma continuiamo a viaggiare insieme e chissà quante belle avventure potranno capitarci... vieni, torna da me, stai sicura che non ti faccio nulla, vieni..."
Tanto disse e tanto chiamò che la volpe, che si credeva più furba di tutti, tornò indietro. Avevano fatto pochi passi quando la principessa afferrando un bastone glielo picchiò sulla testa, e la volpe cascò in terra. La principessa le fece uscire appena un pochino di sangue raccogliendolo nell'ampollina, e corse nella capitale del reame di Belcolle. Si coprì il capo con un velo e bussò alle porte del palazzo, poi  chiese a una guardia di avvertire il re che era arrivato chi poteva guarire il principe. Il re scese di corsa e quando vide una fanciulla rimase meravigliato e  le chiese come pensava di poter riuscire dove i migliori medici avevano fallito. Colombina rispose: "Ho i miei segreti, maestà, ma voglio che mi promettiate che se riuscirò a guarire vostro figlio lo concederete a me come sposo". Il re, che aveva già cominciato a piangere la morte del figlio, le disse: "Se tu me lo rendi bello e guarito,  guarito e bello io te lo farò sposare, perché se tu mi darai un figlio io ti darò un marito".
Salirono insieme nella camera dove il principe giaceva sul letto con gli occhi chiusi, già pallido come un cadavere, e Colombina senza perdere tempo medicò le sue ferite con il sangue dell'ampollina. Allora Sauro aprì gli occhi, sentì che il calore della vita tornava a scorrergli  nelle vene e si alzò perfettamente guarito. Il re lo abbracciò piangendo di gioia, poi indicò la fanciulla che era in un angolo della camera, nell'ombra, e gli disse : "Figlio mio, sembravi morto e ora sei vivo per merito suo. In cambio della tua guarigione, le ho promesso che le avresti dato la fede nuziale. Non mi pare troppo per chi ti ha ridato la vita.".
"Caro padre mio," rispose il principe, "vorrei tanto accontentarti, ma tu hai promesso qualcosa che non ho più: ho già dato la mia fede a una principessa che amo e spero che la fanciulla che mi ha salvato non vorrà farmi tradire la mia sposa". Colombina, sentendo quanto il principe Sauro teneva a lei, sentì una gioia immensa, e arrossendo gli chiese: "Se facessi in modo che questa tua sposa rinunciasse e mi lasciasse il suo posto accanto a te, vorresti allora essere mio?"
"Mai potrò cancellare," rispose Sauro,"la bella immagine che ho nel cuore, e preferirei morire piuttosto che rinunciare a Colombina!". La principessa non resisteva più: aprì le finestre che erano socchiuse, si levò il velo e si fece riconoscere. Il principe Sauro pieno di meraviglia la strinse a sé, poi con una grande felicità raccontarono al re tutto quello che era successo e quanto avevano sofferto.
Quello stesso giorno mandarono a chiamare il re e la regina di Castelvetro insieme alla contadina e all'ortolano che avevano curato il serpente come un figlio, e quando si riunirono la gioia fece dimenticare a tutti le pene passate.

 



PANEPINTO




Tanti secoli fa, lontano lontano, c'era la città  di Finzio,  dove viveva un ricco mercante con sua figlia Pamela, e il suo più grande desiderio era  vederla sposata. La fanciulla era tanto bella che venivano a chiedere la sua mano nobili, borghesi e cortigiani, ma lei non ne voleva sapere, perché nessuno era di suo gusto.
Il mercante le voleva molto bene, e faceva di tutto per accontentarla, così un giorno che stava per andare alla fiera di Altobosco le chiese se desiderava qualche regalo. Allora  Pamela rispose: "Babbo mio, se mi vuoi bene portami  mezzo quintale di zucchero raffinato, mezzo quintale di mandorle di qualità, mezza dozzina di bottiglie d'acqua di rose, tre vasetti di profumo di muschio, trentadue perle, due zaffiri, un po' di granatine, dei rubini e una matassa di fili d'oro; se mi vuoi bene portami anche una madia di legno pregiato e un rasoio d'argento".
Il mercante rimase a bocca aperta sentendo questa stravaganza, ma per farla contenta le portò quello che gli aveva chiesto.  Pamela contenta lo ringraziò e si fece portare tutto in camera sua.
Chiuse a chiave la porta e aprì la madia,  dopo aver tritato le mandorle fini fini le  impastò con lo zucchero, l'acqua di rose,  il muschio, e quando la pasta fu bella soda formò un uomo lavorandolo con le mani e col rasoio d'argento. Poi gli fece i capelli di fili d'oro, gli occhi di zaffiro, i denti di perle, le labbra di rubini, e diede colore alle sue guance con le granatine. Era tanto bello che se ne innamorò. Gli mancava solo la parola, e allora Pamela si mise a pregare perché Panepinto,  così lo aveva chiamato, diventasse un uomo in carne ed ossa. Pregò  per tanto tempo e con tanto amore che a un certo punto l'uomo di pasta schiuse gli occhi, cominciò a respirare, poi a parlare, infine gli si sciolsero le membra e si mise a camminare.
Pamela era al settimo cielo dalla gioia, lo abbracciò e lo baciò, poi, prendendolo per mano, lo portò da suo padre e disse: "Caro babbo, hai sempre detto che morivi dalla voglia di vedermi maritata, e allora io per accontentarti sposerei questo Panepinto, che è fatto proprio secondo i miei gusti".
Il mercante, che non aveva visto entrare nessuno in casa sua, non capiva come avesse fatto a uscire dalla camera di sua figlia quel Panepinto, splendente di bellezza al punto che tanti avrebbero pagato per poterlo guardare, ma senza indagare troppo diede la sua benedizione, e fece preparare una grande festa nuziale.
Bisogna sapere che insieme agli invitati venne anche la regina di Monterotondo, che vedendo Panepinto decise di prenderlo tutto per sé. Avendo aperto gli occhi solo da qualche ora, Panepinto era ingenuo come un neonato, non conosceva malignità né inganni,  e quando quella regina, approfittando di un momento in cui Pamela non guardava dalla sua parte, lo prese per la mano, lui la seguì come un cagnolino. Lei lo fece salire su una carrozza e tornò di corsa nel suo regno, senza fermarsi fino al palazzo reale, dove approfittando della semplicità di Panepinto se lo sposò.
Quando Pamela si accorse che Panepinto era sparito andò a vedere nel cortile se si era fermato a parlare con qualcuno, salì in terrazza per vedere se era andato a prendere una boccata d'aria, diede un'occhiata anche nel gabinetto per vedere se era andato per la prima volta a fare i suoi bisogni, ma non lo trovò da nessuna parte, così capì che siccome era tanto bello un'altra donna doveva averglielo rubato. Promise una grande ricompensa a chi glielo avesse riportato, ma il tempo passava senza che nessuno si facesse vivo, e allora Pamela, che era già incinta, si travestì da mendicante e partì senza sapere dove andare, decisa a viaggiare per il mondo finché non avesse ritrovato Panepinto.
Cammina cammina, una sera bussò alla casa di una vecchia, che sentendo la sua storia l'accolse come una figlia, e prima di lasciarla ripartire le insegnò tre formule magiche:

tricchevarlacche, ca la casa chiove,
anola tranola, pizze fontanola,
tafar' e tammurro, pizze 'n gongole e cemmino.

"Bada bene," aggiunse "dille solo quando non saprai più come fare.". Pamela la ringraziò per la sua bontà, anche se non capiva a che servisse questo dono fatto solo di parole, e si rimise in cammino dicendo fra sé e sé che tutto fa, come quel pescatore che pisciò nel fiume in secca...
Cammina cammina, dopo un po' di tempo arrivò proprio nella capitale di Monterotondo, e quando si trovò davanti al palazzo reale pregò alcune damigelle che le concedessero rifugio, anche in una stalla, perché aspettava un bambino, e mancava poco alla nascita,  così le fu permesso di stare in una camerina che dava sulle scale.
Quale fu la sorpresa di Pamela quando  a sera vide passare il suo Panepinto, tutto vestito da re! gli andò incontro sorridendo, ma lui non si ricordava più e non la riconobbe, facendola passare dalla gioia alla disperazione. Non sapeva proprio come fare, quand'ecco che si ricordò delle formule magiche, e disse la prima:

tricchevarlacche, ca la casa chiove.

In un batter d'occhio apparve una  piccola carrozza d'oro tempestata di pietre preziose, che viaggiava per tutta la camera trainata da due cavallini bianchi. Le damigelle la videro salendo le scale e andarono a dirlo alla regina, che subito scese giù per ammirarla. Le piacque tanto che propose di comprarla, avrebbe pagato qualunque prezzo, ma Pamela disse che anche se era una mendicante lei teneva più ai suoi desideri che a uno scrigno di monete d'oro. Se voleva la carrozzina la regina doveva soddisfare un suo desiderio: lasciarla dormire per una notte con  Panepinto.
Pur meravigliandosi  della pazzia di questa stracciona, che dava via per un capriccio una cosa tanto preziosa, la regina disse di sì, ma a sera chiamò Panepinto, che era tanto ingenuo e non diceva mai di no, e gli fece bere una coppa di vino nella quale aveva sciolto un potente sonnifero, poi lo accompagnò nella camera di Pamela. Appena si stese sul letto lui si addormentò come un ghiro:  Pamela aveva sperato che quella notte le sue disgrazie sarebbero finite, ma Panepinto non rispondeva ai suoi richiami, cominciando anche a russare. Poverina! Si mise a piangere e lamentarsi a voce alta, ricordando che lei lo aveva impastato di mandorle e zucchero, pregando perché diventasse vivo e vero, mentre lui alla prima occasione si era dimenticato tutto e l'aveva lasciata sola. Per tutta la notte Pamela non chiuse la bocca, ma Panepinto non aprì mai gli occhi. Al mattino scese la regina, prese per mano il bellissimo re, e se lo portò via.
Allora Pamela disse la seconda formula:

anola tranola, pizze fontanola.

E questa volta apparve una gabbia d'oro con un uccellino di pietre preziose, che cantava come un usignolo. Appena lo videro le damigelle, andarono a dirlo alla regina alla quale piacque tanto che volle comprare anche questa meraviglia, ed era pronta a pagarla qualunque prezzo. Pamela rispose anche questa volta che per quanto fosse mendicante teneva di più al suo desiderio che a tutto il tesoro reale: glielo avrebbe dato in cambio di un'altra notte con Panepinto. La regina, che aveva già sperimentato il modo  di pagarla senza perderci nulla, le disse di sì, e prima di mandare nella camera di Pamela suo marito, gli diede il solito sonnifero.
Pamela, vedendo che anche quella notte il suo amore dormiva come se l'avessero scannato, dopo aver provato inutilmente a scuoterlo e a gridargli nelle orecchie, cominciò a lamentarsi forte, dicendo cose che avrebbero commosso le pietre, piangendo e graffiandosi e strappandosi i capelli, e non smise un solo istante fino al mattino, quando venne la regina a riprendere Panepinto, e la povera Pamela restò lì impietrita dal dolore.
Ma quel giorno Panepinto sentì voglia di fichi, e andò a coglierli in un giardino appena fuori dalla città, dove gli si avvicinò un vecchio ciabattino che abitava in una casa vicina al palazzo reale, con la camera accanto a quella dove dormiva Pamela. Il vecchietto chiese al re Panepinto se gli sapeva dire chi era quella mendicante che per due notti intere aveva pianto e si era lamentata, impedendogli di dormire. Disse quello che aveva raccontato la fanciulla, e Panepinto, che cominciava a usare il suo cervello, si domandò che significato poteva avere questa storia, e pensò che se avesse avuto un'altra occasione di passare la notte con lei non avrebbe bevuto il vino dopo la cena.
Pamela intanto non aveva altre risorse che la terza formula della buona vecchia, così la disse:

tafar' e tammurro, pizze 'n gongole e cemmino.

Immediatamente la camerina si riempì di finissime sete di tutti i colori e di cinture ricamate con conchiglie d'oro, tanto belle che in tutto il mondo non si era mai visto l'uguale. Quando le damigelle  andarono a raccontare alla regina di quelle meraviglie, la regina scese di corsa perché voleva tutto per sé. E quando Pamela  disse che non avrebbe venduto quel corredo per tutto l'oro del mondo, ma glielo avrebbe dato in cambio dello stesso favore delle altre due volte, la regina pensò: "Che me ne importa di accontentare la povera sciocca se ci guadagno tutte queste vesti di seta e d'oro?", e le concesse per la terza volta  una notte con Panepinto.
Al solito la regina dopo cena diede da bere il vino col sonnifero  a Panepinto, ma lui questa volta lo tenne in bocca, e andò a sputarlo nel gabinetto, poi  scese nella camerina lungo le scale e si stese nel letto, facendo finta di dormire. Pamela per la terza volta si mise a raccontare la sua storia, da quando l'aveva impastato con le sue mani di zucchero e mandorle e gli aveva fatto i capelli d'oro e gli occhi di zaffiro e la bocca di rubini. Piangeva e si lamentava raccontando che glielo avevano rubato e lei che aspettava un bambino si era messa per via per ritrovarlo, poi aveva dato tre tesori di valore immenso solo per averlo nel suo letto, inutilmente! perché lui non aveva fatto altro che dormire e russare, e quella notte morivano tutte le sue speranze.
Panepinto mentre ascoltava ricordava piano piano come un sogno tutto quello che era successo, e riconoscendo Pamela l'abbracciò e fece tutto quello che poteva per consolarla. Avendo ritrovato il suo tesoro lei si consolò tanto che le parve di essere in Paradiso.
Era ancora notte fonda quando Panepinto si alzò piano piano, entrò nella camera della regina che era immersa un sonno profondo, prese la piccola carrozza d'oro, la gabbia con l'usignolo di pietre preziose e il corredo ricamato d'oro che la regina aveva portato via a Pamela, prese anche i gioielli e le monete d'oro che erano nello scrigno, come ricompensa per tutti i guai che avevano passato.  Tornò da Pamela e si misero in viaggio, passarono i confini del reame della regina ladra e proseguirono  fino alla città di Finzio, dove il padre di Pamela si struggeva  di dolore credendo  che fosse morta. Quando la vide con Panepinto ringiovanì di vent'anni, e la felicità di tutti salì alle stelle quando nacque un bellissimo bambino.
La regina di Monterotondo, che non trovò più né il marito né la mendicante né le cose preziose, si graffiò tutta dalla rabbia, imparando a sue spese quanto siano vere quelle parole:

chi la fa l'aspetti.

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Nota.
Le formule sono quelle del testo di Basile.



I TRE CEDRI




<>C'era una volta,  tanto e tanto tempo fa,  nella ricca città di Fiumefreddo, un re con un unico figlio, di nome Francesco, che era tutta la sua speranza. Non vedeva l'ora che si sposasse per dare un erede al trono, ma il principe era un tipo così solitario e selvaggio, che quando il re suo padre gli diceva di sposarsi scuoteva la testa, e se ne andava a caccia per una settimana.
Accorgendosi di diventare vecchio, il povero re tentò in tutti i modi di convincere suo figlio a cambiare idea, ma Francesco non si lasciò commuovere né dal suo dolore, né dai consiglieri che gli spiegavano la necessità di assicurare un erede al trono, né dalle preghiere dei suoi sudditi.
Ma un giorno, quando ormai il vecchio re aveva perso tutte le speranze, accadde che, mentre erano riuniti intorno alla tavola, il principe pensava alle cornacchie nere che passavano in cielo e tagliava a metà una ricotta: si tagliò un dito e due gocce di sangue, cadendo sulla ricotta, fecero un abbinamento di colori così bello e pieno di grazia che se ne innamorò. Decise di trovarsi una sposa bianca e rossa come quella ricotta colorata dal suo sangue, e disse al re: "Padre mio, se non riesco a trovare una fanciulla così per farne la mia regina, morirò di dolore. Per nessuna mi è mai battuto il cuore, e ora lo sento correre per il desiderio di una bellezza che abbia il colore del mio sangue. Fammi partire, la cercherò fino ai confini del mondo, e quando l'avrò trovata ritornerò".
Il vecchio re si sentì mancare il fiato, e con un fil di voce gli disse: "Figlio mio adorato, speranza della mia vita, che pazzia è questa? Non hai voluto sposarti per darmi un erede al trono, e ora per sposarti vuoi vedermi morire di dolore? Non abbandonarmi, non lasciare la tua casa, lascia questa pazzia, rimani in questo reame che senza di te andrà in malora!". Ma era come se parlasse al vento, e quando vide che non c'era modo di farlo rinunciare al suo desiderio, il re gli diede una borsa di monete d'oro, qualche servitore, e la sua benedizione. Da un balconcino del suo palazzo il re guardò Francesco che si allontanava, lo salutò finché riuscì a vederlo col canocchiale, e poi si mise a piangere a vite tagliata.
Il principe Francesco cavalcava e trottava per boschi e per campagne, per colline e per vallate, attraversava pianure e saliva su alte montagne, vedeva paesi e città e conosceva gente diversa, tenendo gli occhi ben aperti per trovare la fanciulla dalla pelle bianca come la ricotta e rossa come il suo sangue, ma inutilmente. Dopo alcuni mesi di viaggio, arrivò a una lontanissima città di mare, dove si fermarono i suoi servitori, perché si sentivano male, mentre il principe si imbarcò su un naviglio genovese, e navigò per tanto tempo. Viaggiò per i mari e per gli oceani, cercando in tutti i reami, le regioni e le province, guardando in ogni piazza, in ogni palazzo, in ogni villa, in ogni casupola, la fanciulla di cui portava sempre l'immagine nel cuore.
E tanto navigò e viaggiò che arrivò finalmente all'Isola delle Orche, dove, appena la nave gettò l'ancora, il principe Francesco scese a terra e incontrò una vecchia, secca secca e brutta brutta.  Il principe, dopo averla salutata gentilmente, le spiegò dopo quale lunghissima avventura era arrivato all'isola, e la vecchia rimase incantata, sentendo come si era innamorato perdutamente di una fanciulla che non aveva mai visto, ed era andato a cercarla per tutte le terre e per tutti i mari, affrontando tanti rischi e tante fatiche. Allora disse a Francesco: "Figlio mio, fila via, scappa, perché se dai nell'occhio a tre figli miei, che sono golosi di carne umana, la tua vita non varrà un soldo: tutta la tua avventura avrà fine nella loro pancia, dopo che ti avranno arrostito! ma se ti metti a correre come una lepre, senza metter tempo in mezzo, un po' più in là troverai la tua fortuna". Rabbrividendo dalla paura il principe Francesco seguì il consiglio della vecchia, e corse senza fermarsi finché non arrivò in un altro paese, dove trovò una vecchia ancora più vecchia della prima. Appena le ebbe raccontato la sua storia per filo e per segno, la seconda vecchia gli disse: "Scappa a gambe levate, se non vuoi diventare lo spuntino dei miei figli orchetti, ma corri, perché la tua situazione è proprio nera, e un po' più in là troverai la tua fortuna". Il povero principe si mise a correre come se avesse il diavolo alle spalle, e dopo un po' di tempo arrivò da un'altra vecchia, che stava a sedere su una ruota con un paniere infilato nel braccio,  pieno di pastine e confetti. Dava da mangiare queste leccornie a un branco di asini, che poi saltavano in riva a un fiume e tiravano calci a dei poveri cigni.
Francesco, dopo aver cortesemente salutato e riverito la vecchia con tanti inchini, le raccontò la storia del suo lungo viaggio, e la terza vecchia, consolandolo con buone parole, gli diede una squisita colazione, e Francesco si leccò anche le dita. Quando si alzò da tavola, la vecchia gli diede tre cedri che parevano appena colti dall'albero, e gli diede anche un coltello, dicendo: "Puoi tornare nel tuo reame, perché ormai la tua ricerca è finita: hai quello che cercavi. Va', e quando sarai vicino a Fiumefreddo fermati alla prima fonte che trovi e taglia un cedro, ne verrà fuori una fata che ti dirà:  'Dammi da bere!'. Dovrai essere sveltissimo con l'acqua, sennò la fata scomparirà come l'argento vivo. Se non sarai abbastanza svelto la prima volta, aprirai un altro cedro, e se non ce la farai nemmeno con la seconda fata prova con l'ultimo cedro, ma bada di essere prontissimo con la fanciulla perché non ti sfugga fra le dita: solo se riuscirai a dissetarla in tempo avrai la sposa del tuo cuore".
Il principe tutto contento baciò cento volte la mano grinzosa e pelosa della vecchia, e dopo averla salutata lasciò l'Isola delle Orche, navigò per l'oceano e per il mare e finalmente approdò a un porto che era distante un giorno di cammino dal reame di Fiumefreddo. A un certo punto si trovò in un bellissimo boschetto, dove gli alberi erano così fitti che tenevano sempre all'ombra i prati e trovò una fonte dalle acque così fresche che invitavano a bere: si fermò, prese in mano il coltello e cominciò a tagliare il primo cedro.
In un batter d'occhio apparve una fanciulla bellissima,  bianca come la ricotta e rossa come il sangue, che disse: "Dammi da bere!". Francesco rimase a bocca aperta, incantato dalla bellezza della fata, non fu tanto svelto a darle l'acqua, e quasi nello stesso istante in cui era apparsa la fanciulla scomparve. Il principe si sentì come se lo avessero bastonato: come sa chi, dopo aver tanto desiderato e cercato una cosa, la perde proprio quando la sfiora con le dita. Tagliando il secondo cedro gli successe la stessa cosa,  e sentì lo stesso colpo. Mentre dai suoi occhi sgorgavano tante lacrime che anche lui pareva una fontana, diceva: "Accidenti a me, sono proprio un disgraziato!  due volte me la sono fatta scappare,  due volte,  come se fossi senza mani! dovrei correre come una lepre, e invece sono più lento di una lumaca! se non mi sveglio perdo tutto, dopo l'uno e dopo il due c'è solo il tre, e se con questo coltello non avrò la mia fanciulla, mi pianterò la lama nel cuore".
Tagliò il terzo cedro e uscì la terza fata,  dicendo come le altre due: "Dammi da bere!", ma questa volta Francesco nello stesso istante le diede l'acqua. Finalmente gli rimase accanto una fanciulla dalla pelle morbidissima e bianca come la ricotta, con le guance rosse come il sangue, di una bellezza mai vista al mondo,  con i capelli d'oro fino, così affascinante che incantava chiunque la guardasse.  Il principe non capiva com'era potuto succedere,  e guardava al colmo della meraviglia quell'incanto  venuto dal taglio del cedro, non sapendo se sognava o era desto, domandandosi come avesse fatto a uscire dal frutto asprigno una cosa più dolce del miele, come fosse venuta fuori da un frutto tanto piccolo una fanciulla così grande e ben formata.
Alla fine, realizzando che non era solo un sogno, perché la fanciulla del suo desiderio era viva e vera accanto a lui, la abbracciò a lungo e la coprì di baci. Dopo mille tenerezze, il principe le disse: "Non voglio, anima mia, portarti dal re mio padre senza le vesti preziose che sono adatte alla tua bellezza e senza il corteo degno di una regina. Perciò, sali su questo albero di cedro dove i rami sembrano un nido pronto per te, e aspetta comodamente il mio ritorno. Io correrò al palazzo di mio padre come se avessi le ali ai piedi, e sarò presto di ritorno per condurti al palazzo reale, vestita, ornata e scortata come si conviene". Poi la salutò e partì.
Proprio allora venne alla fonte una schiava brutta e nera con una brocca: mentre la riempiva, guardando nell'acqua, vide riflesso il bellissimo viso della fata, e credendo che quell'immagine fosse la sua si rimirò e disse: "Cosa vedono i miei occhi! Sono così bella e devo affaticarmi a riempire la brocca?  ma neanche per sogno!". Presa dalla collera scaraventò sui sassi la brocca che andò in frantumi, e andò a casa. Alla sua padrona disse: "La brocca si è rotta sui sassi!".
Il giorno dopo la schiava nera fu mandata ad attingere acqua con un barilotto, e appena si chinò sull'acqua rivide il bel viso. Sospirò e disse: "Una fanciulla bella come sono io non deve certo stancarsi a portare un barilotto d'acqua!", poi
sfasciò il recipiente e tornò a casa brontolando. Quando disse: "Un asino per via mi ha rotto il barilotto", la padrona andò in collera, prese una scopa e la riempì di botte. Il giorno dopo le diede un otre e la rimandò alla fonte, dicendole
che se questa volta non fosse tornata con l'acqua l'avrebbe sistemata. Ma, arrivata alla fonte, la schiava rivide la bellissima immagine riflessa nell'acqua, e gridò: "La mia bellezza non ha rivali! Dovrei sposare un principe, non stare qui a
faticare per una padrona che mi maltratta: ora ci penso io". Si levò uno spillone dai capelli e tutta inviperita cominciò a bucare l'otre di qua e là, tanto che l'acqua zampillava da tutte le parti.
Sul cedro la fata si era divertita vedendo cosa succedeva, e a quel punto non riuscì a trattenere una risata. La schiava allora guardò in su, vide la fanciulla tra i rami, e finalmente capì di chi era il bel viso che si specchiava nella fontana.
Disse tra sé e sé: "Per colpa di quella ho rotto una brocca, una barilotto, un otre, ho preso le bastonate, e ora mi prende anche in giro", poi le chiese: "Che ci fai lassù bella fanciulla?". La fata, che era gentile quanto bella, le raccontò tutta la sua storia, e le spiegò che da un momento all'altro sarebbe tornato il principe per condurla a palazzo con vesti sontuose e un corteo regale. La serva pensò che poteva fare la sua fortuna, e le disse: "Mentre aspetti il tuo sposo, fammi salire sull'albero con te, ti pettino ben bene e ti faccio diventare ancora più bella!". Dopo averle detto: "Che tu sia la benvenuta, amica mia!", la fata porse la sua manina bianca e morbida alla schiava, che la agguantò con la mano secca e nera e si tirò su. Ma mentre le accarezzava i capelli, le piantò lo spillone nel capo, e la fata, sentendosi trafiggere, gridò: "Colomba, colomba!", e trasformatasi in una colombina
bianca prese il volo.
Allora la schiava nera si levò i suoi brutti vestiti, li scaraventò lontano, e si accoccolò fra i rami ad aspettare. Dopo poco tempo, con un corteo di dame e cavalieri, arrivò il principe Francesco, che trovando la brutta serva nera dove aveva lasciato la candida fata, rimase a lungo senza fiato. Poi prese a lamentarsi della sua disgrazia, perché quando credeva di aver raggiunto il suo paradiso dopo tanto peregrinare, si sentiva all'inferno, e mentre credeva di unirsi per sempre alla fata del suo cuore gli toccava una schiava così brutta che nessuno avrebbe voluto vederla. Ma la donna nera gli disse: "Ehi, principe! sta' buono, io sono fatata: un anno lo passo chiara e un anno lo passo scura". Il povero Francesco, visto che non c'era rimedio, mandò giù questo boccone amaro, e, fatta scendere dal cedro la schiava nera, la vestì, l'adornò da regina, e la condusse a palazzo in pompa magna. Quando la videro il re e la regina, si dissero che il loro unico figlio aveva viaggiato come un pazzo, per il mondo intero, per trovare una colomba bianca, e poi aveva portato a casa una cornacchia nera. Ma comunque, come avevano stabilito, rinunciarono al regno, e il principe Francesco ascese al trono mettendo la corona d'oro sul capo di una regina nera come il carbone.
Si preparavano grandi festeggiamenti per le nozze, e mentre il cuoco, le fantesche e gli sguatteri correvano per le cucine reali spennando oche grasse, frollando fagiani, marinando cinghiali e caprioli, mescolando creme e besciamelle, montando panna e chiare d'uovo, tritando noci, mandorle, pinoli e canditi, una colombella bianca entrò da una finestra della cucina e disse:

Cuoco che cuoci da mane a sera,
cosa fa il re con la donna nera?

Dapprima il cuoco non ci fece caso, ma la colombina tornò poco dopo, e quando lo fece per la terza volta, ripetendo sempre le stesse parole, il cuoco corse a tavola per raccontare di questa apparizione sorprendente. Appena sentì, la regina nera ordinò che la colomba fosse immediatamente catturata, spennata e gratinata in padella.  Allora il cuoco si diede da fare, finché acchiappò la colombella, e, eseguendo l'ordine, le tirò il collo, la tuffò nell'acqua bollente per spennarla meglio, e la mise al fuoco. Buttò l'acqua e le penne nel vaso che stava su un balconcino, e dopo tre giorni spuntò un ramo di cedro che cresceva a vista d'occhio: il re affacciandosi a una finestra da quella parte vide il bell'albero che prima non c'era, e cominciò a domandare chi l'avesse piantato. Il cuoco gli raccontò tutta la meravigliosa storia della colombella, e il re Francesco, sospettando qualcosa, gli ordinò: "Nessuno osi toccare questa pianta, pena la vita! e fa' in modo che sia ben curata, di tutto punto!".
Dopo pochi giorni apparvero tra i rami tre cedri come quelli che gli aveva dato l'orca: il re aspettò che fossero ben maturi, li colse, si chiuse in camera sua con una grande coppa d'acqua fresca, e, con il solito coltello che portava sempre alla cintura, cominciò a tagliare. Col primo cedro e col secondo gli capitò come l'altra volta, ma la terza volta fu pronto a dare l'acqua alla fanciulla nello stesso istante in cui gliela chiedeva, e gli rimase fra le braccia la più bella, uguale all'immagine che aveva sempre nel cuore, bianca come la ricotta e rossa come il suo sangue. Era la stessa fata che aveva lasciato sull'albero, e gli raccontò tutto il male che le aveva fatto la schiava nera.
Nessuno riuscirebbe a raccontare l'allegria e la soddisfazione di Francesco, che non riusciva a stare nella pelle dalla contentezza,  e non avrebbe mai smesso di abbracciare e di baciare la fata rinata dal cedro. Poi le fece indossare una veste regale, le pose un prezioso diadema sui biondi capelli, la prese per mano e la portò nel salone dove erano riuniti tutti i cortigiani per festeggiare le nozze. Li chiamò uno a uno, chiedendo loro: "Ditemi, che pena dareste a chi facesse del male a questa meravigliosa creatura?". I cortigiani e tutti i nobili invitati rispondevano che se qualcuno le avesse fatto del male avrebbe meritato una corda intorno al collo, o una sassaiola mortale, o un veleno, o il rogo, o di essere messo in una botte chiodata e rotolato lungo una montagna, o di essere buttato in mare con una pietra al collo.
Infine il re lo chiese alla regina nera, e lei rispose: "Meriterebbe di essere bruciata e le sue ceneri andrebbero buttate dalla cima della torre!". "Tu hai pronunciato la tua condanna", disse il re Francesco, "è proprio questa la fanciulla che hai infilzato con lo spillone, è lei la colombella che hai fatto sgozzare e gratinare! chi fa il male, il male aspetti".
 
   
 
 


L'ORSA


Si racconta che c'era una volta il re di Roccapalumba che aveva una sposa perfettamente bella. Ma quando era ancora nel fiore degli anni la regina si ammalò tanto gravemente che nessuno riuscì a guarirla, e sentendo che la sua ora era arrivata chiamò il re e gli disse: "So che mi hai sempre amato con tutto il cuore, e ora che la mia vita finisce voglio l'ultima prova del tuo amore: promettimi  che non ti risposerai mai se non trovi una donna bella come me, o ti giuro che ti odierò anche nell'altro mondo".
Il re, che le voleva un bene inimmaginabile, sentendo il suo ultimo desiderio scoppiò in pianto, e per un bel pezzo non riuscì a pronunciare una parola. Alla fine, interrompendo il suo lamento, le disse: "Piuttosto che risposarmi, voglio che il fulmine  mi incenerisca, meglio essere trafitto da una spada, meglio essere sbranato dalle bestie feroci. Sai tesoro mio, nemmeno in sogno potrei amare un'altra donna, perché tu mi hai fatto innamorare la prima volta, e tutto il mio amore morirà con te". Mentre diceva queste parole, la moglie stava già rantolando, poi rigirò gli occhi e rimase secca.
Il re, vedendo che se ne era andata, lasciò andare le lacrime e si mise a gridare, quelli che erano nel palazzo accorrevano e vedevano il re che si strappava i peli della barba, chiamando per nome la sua povera sposa, maledicendo il destino che gliela aveva rubata e le stelle che gli avevano mandato questa disgrazia.
Ma morto un papa se ne fa un altro, e poco tempo dopo il re cominciò a dire fra sé e sé: "Dunque, ora mi è morta la moglie e sono restato vedovo. Sono solo con questa povera bambina che mi ha lasciato e non ho neanche un figlio maschio, dovrei fare in modo di avere un erede, ma dove la vado a cercare la donna che mi ci vuole? E dove si potrebbe trovare una bella come quella che mi è morta? Ora sì che sono nei pasticci! Con quella promessa mi ha messo in un labirinto dal quale non potrò mai uscire, povero me! Ma non è giusto che io rinunci prima di provare, via, è mai possibile che in tutto il mondo non ci sia una donna che possa prendere il posto di mia moglie? Perché dovrei rinunciare a vivere, con tutte le donne che ci sono dappertutto?".
Così dicendo fece subito pubblicare un bando, col quale ordinava che tutte le donne belle del mondo venissero da lui per una gara, la più bella sarebbe diventata sua sposa e regina di Roccapalumba. La notizia si diffuse dappertutto e tutte le donne vennero a tentare la fortuna, anche le più brutte, perché quando si parla di bellezza non c'è donna che si tiri indietro, arrivano anche le più brutte e racchie, e se lo specchio riflette una figura storta dicono che lo specchio è sciupato.
Il re le fece mettere in fila e camminando le guardava come il Gran Turco quando entra nel serraglio per scegliere la scarpa per il suo piede; andava in su e in giù tutto agitato, adocchiandone una e squadrandone un'altra, questa gli sembrava troppo bassa, quella spilungona, una aveva il naso schiacciato, l'altra le labbra troppo grosse, quella era grassa e questa troppo secca, una era troppo seria e un'altra pareva sciocca, avevano la pelle troppo scura o i capelli sbiaditi, troppo pallore o troppo rosso.
Alla fine le rimandò via tutte, chi per un difetto e chi per un altro, e disperando di trovarne una davvero bella era deciso a farla finita, quando incontrò sua figlia per le scale, e si disse: "Ma cosa speravo di trovare in giro per il mondo, se mia figlia Preziosa è bella proprio come la sua mamma? Ho questa meraviglia qui a palazzo e andavo a cercarla lontano!".
Disse subito a sua figlia quello che pensava e si prese una sfuriata piena di sdegno. Allora si arrabbiò e disse: "Rimetti la lingua tra i denti e non provarti a discutere la mia volontà, stasera io e te ci sposiamo, e se ti rifiuti finirai a pezzettini".
Quando Preziosa sentì qual era la volontà di suo padre si chiuse in camera disperata, e si mise a piangere graffiandosi e  strappandosi i capelli, finché arrivò una vecchietta che vendeva i profumi, e trovandola fuori di sé, dopo aver saputo cosa le era successo,  disse: "Sta' di buon animo, bambina mia, non disperarti, perché non c'è male al quale non si possa trovare un rimedio, fuorché la morte. Ora ascolta: quando tuo padre, che è diventato un asino, verrà in camera tua per fare lo stallone, mettiti in bocca questo steccolino, e immediatamente ti trasformerai in un'orsa; allora scappa, perché lui s'impaurirà e ti lascerà fuggire, e va' diritto nel bosco, dove è nascosta la tua fortuna. E quando vuoi mostrarti fanciulla, come sei e resterai sempre, basta che ti levi lo steccolino di bocca e tornerai alla tua vera forma".
Preziosa, dopo aver abbracciato la vecchia e averla ricompensata con generosità, la mandò via; quando venne la sera il re fece venire i suonatori, e invitò tutti i suoi nobili a una grande festa, ballarono per parecchie ore e poi si misero a tavola, e quando ebbero finito di mangiare e bere il re andò a letto.  Ma appena ordinò a sua figlia di venire accanto a lui, Preziosa si mise lo steccolino in bocca, si trasformò immediatamente in un'orsa terribile e lo assalì. Il re atterrito da questo incantesimo si arrotolò dentro i materassi, e non mise fuori il naso nemmeno la mattina dopo.
Intanto Preziosa uscì fuori e prese la strada per il bosco, tanto fitto che non c'entrava mai un raggio di sole, dove stava a parlare dolcemente con gli altri animali, finché un giorno venne a caccia in quelle terre il figlio del re di Acquedolci, che quando vide questa orsa quasi morì dallo spavento. Ma accorgendosi che questo animale tutto festoso si accucciava, dondolava la coda come un canino, e gli veniva dietro, si sentì riavere, e facendogli le carezze, dicendogli 'cuccia cuccia, micio micio, titti, fufi, ciccia ciccia, puccino, vieni vieni', se la portò a casa, e ordinò che la trattassero con tutti i riguardi, come facevano con lui stesso, facendola stare in un giardino accanto al palazzo reale, per potersela guardare da una finestra quando ne aveva voglia.
Una volta che tutti erano usciti dalla casa e il principe era rimasto solo, si affacciò per vedere l'orsa e vide Preziosa, che per curare i suoi capelli, dopo esservi levata lo steccolino di bocca, si pettinava le trecce d'oro. Per questo, vedendo una bellezza inimmaginabile rimase tutto sconvolto, poi si buttò per le scale e corse nel giardino. Ma Preziosa, accorgendosi dell'assalto, s'infilò lo steccolo in bocca e tornò com'era prima.
Arrivato giù il principe, non trovando quello che aveva visto da sopra, se la prese tanto per questo scherzo che gli venne una grande malinconia, in pochi giorni cadde ammalato, e diceva sempre: "Orsa mia, orsa mia!".
La madre, che sentì questo suo lamento, immaginò che l'orsa gli avesse fatto qualcosa di male, e diede ordine che venisse uccisa. Ma i servitori, affezionati a lei perché era così buona e mansueta che conquistava tutti, non ebbero cuore di macellalarla e la portarono nel bosco, mentre dissero alla regina che l'avevano uccisa.
Quando questa notizia arrivò alle orecchie del principe gridò cose da non credersi, si levò dal letto e voleva fare una strage di servitori; e dopo aver saputo da loro com'erano andate le cose  saltò sul cavallo e correndo come un pazzo girò tanto e tanto cercò che riuscì a trovarla, se la riportò a casa, la fece entrare in una stanza e le disse: "O bel bocconcino da re, che stai rifugiato in questa pelle! Perché mi hai fatto le feste e mi hai seguito, per vedermi cadere malato e consumato di malinconia? Io muoio disperato, confuso e allucinato dalla tua bellezza, guarda come sono pallido, sono ridotto pelle e ossa perché il desiderio di te mi consuma tutto. Ti supplico, levati questa coperta pelosa, fammi vedere la tua pelle splendente, scosta la tenda di pelliccia e vieni fuori, meravigliosa fanciulla! Chi è stato che ha imprigionato in un baule di duro cuoio la tua tenerezza? Rivelati a me e scopri il mio cuore, non ho altro desiderio che te al mondo".
Ma dopo aver parlato tanto, non ricevendo nemmeno un piccolo cenno di risposta, si ributtò a letto, gli venne un brutto male,  e i medici dissero che forse non c'era più nulla da fare. La mamma, che non aveva altro che lui, seduta accanto al letto gli disse: "Figlio mio, da dove viene questa disperazione furiosa? che cos'è questa nera malinconia che ti prende? Tu sei giovane, sei amato, sei grande, sei ricco: cosa ti manca, figlio mio? parla, a chi non bussa non si apre la porta.  Se vuoi una sposa, tu la scegli e io la procuro, tu compri e io pago. Non vedi che il tuo male fa male anche a me? Se il tuo polso batte forte, a me viene il batticuore, se bruci di febbre io mi sento andare in fumo il cervello, perché ho solo te nella vita. E allora sta' contento e accontentami, questo regno  senza te è perduto, il nostro casato finisce e io son disperata".
Il principe, sentendo queste parole,  disse: "Nessuna cosa mi può dar conforto se non la vista dell'orsa.  Perciò se mi vuoi vedere star bene, falla stare in questa stanza, e non voglio che nessun altro pensi a me e mi faccia il letto e da mangiare, solo lei e lei sola, e di certo con questo piacere guarirò in quattro balletti".
La mamma, pur sembrandole uno sproposito che l'orsa facesse la cuoca e la cameriera e pensando che suo figlio aveva perso la testa, volle accontentarlo e la fece venire. E lei, avvicinatasi al letto del principe, alzò la zampa e toccò il polso del malato, cosa che terrorizzò la regina, convinta che da un momento all'altro gli avrebbe sbranato il naso.
Ma quando il principe disse all'orsa: "Puccina mia, non vuoi cucinare per me e darmi da mangiare e farmi le cose?", lei abbassò il capo facendo capire che accettava. Allora la regina ordinò che portassero un po' di galline e che accendessero il fuoco nel camino della camera per far bollire l'acqua. L'orsa prese in mano una gallina, la scottò  e la spennò con garbo, e dopo averla svuotata ne infilò una parte nello spiedo e con l'altra parte preparò un bel gratinato, che il principe, al quale non riuscivano a far inghiottire nemmeno lo zucchero, mangiò tutto leccandosi le dita, e quando ebbe finito di mangiare l'orsa gli diede da bere con tanta grazia che la regina la volle baciare in fronte.
Fatto questo, mentre il principe era sceso a fare quella roba che guardano i medici per giudicare come sta il malato, l'orsa rifece subito il letto e, correndo in giardino, colse un bel mazzo di rose e fiori di cedrangolo e ce li sparse, tanto che la regina disse che questa orsa valeva un patrimonio, e che aveva proprio ragione suo figlio a volerle bene.
Ma il principe, vedendo con che cortesia lo serviva, sentì ravvivarsi il fuoco d'amore, e se prima si consumava piano piano, ora rischiava di finire in un colpo solo, e disse alla regina: "Mamma, signora mia, se non do un bacio a questa orsa, rimango senza fiato!". La regina, che lo vedeva perdere i sensi, disse: "Bacialo, bacia, bell'animale mio, non vedi che questo povero figlio mio sta morendo?".
E come l'orsa si accostò, il principe dopo averla presa a pizzichini non si stancava di baciarla, e mentre stavano muso a muso non so come scappò lo steccolino dalla bocca a Preziosa e restò fra le braccia del principe la creatura più bella del mondo. E lui, tenendola stretta forte fra le braccia, le disse: "Ti sei fatta acciuffare scoiattolina, non mi scappi più senza ragione!".
Preziosa, spandendo il colore della vergogna sulla sua naturale bellezza, gli disse: "Sono già nelle tue mani, ti affido il mio onore e rifletti pensa e mettimi dove vuoi". Alla regina che domandò chi era questa bella fanciulla e cosa l'aveva costretta a quella vita selvatica, lei raccontò per filo e per segno tutta la storia delle sue disgrazie; per questo la regina, lodandola perché era buona e onorata, disse al figlio che era felice che la sposasse.
E il principe, che non chiedeva nient'altro che questo dalla vita, le diede la fede, mentre la loro bellissima unione fu festeggiata in tutto il reame di Acquedolci, dove vissero felici per sempre.
 
 
 

 
 

MIO BEL BAMBINO

C'era una volta una mamma che aveva tre figlie e, a causa della grande povertà che con tante disgrazie e rovesci di fortuna era entrata in casa sua, le mandava in giro a chiedere l'elemosina per sopravvivere.
Una mattina aveva raccattato qualche foglia di cavolo buttata dalla finestra dal cuoco di un palazzo, e volendo cuocerle chiese alle sue figlie di andarle a prenderle un po' d'acqua alla fontana. Loro si misero a litigare, la prima diceva che doveva andarci la mezzana, e la mezzana rispondeva che questa volta toccava alla prima, tanto che alla fine la povera mamma disse: "Vorrà dire che ci penserò io", e prese la brocca per andarci lei, anche se era tanto vecchia che si reggeva male sulle gambe.
Ma Alma, che era la più piccina, disse: "Dammela a me mammina, che anche se ho poca forza voglio risparmiarti questo lavoro". Si prese la brocca e andò fuori dalla città, dove c'era una fontana intorno alla quale sbocciavano tanti fiori variopinti, e mentre riempiva la brocca apparve uno schiavo, che le disse: "Mia bella fanciulla, se tu volessi venire con me a una grotta che è poco distante, avresti tanti bei regali".
Alma, che sognava sempre di ricevere un regalo, gli rispose: "Fammi portare quest'acqua alla mia mamma che mi aspetta, e poi torno qui". E, riportata a casa la brocca, con la scusa di andare a cercare qualche scheggia di legno per il fuoco, tornò alla fontana, dove lo schiavo l'aveva aspettata, e s'incamminò con lui, che facendola  passare dentro a una grotta di tufo ornata d'edera e capelvenere la portò in un bellissimo palazzo sotterraneo, tutto sfavillante d'oro, dove fu subito apparecchiata per lei una tavola meravigliosa; nello stesso tempo apparvero due belle cameriere, che la spogliarono dei poveri stracci che aveva addosso e la vestirono come una principessa. E a tarda sera la misero in un letto tutto ricamato di perle e d'oro dove, appena si spensero le candele, qualcuno si coricò accanto a lei.
Successe la stessa cosa per alcuni giorni, quando a un certo punto la fanciulla sentì un gran desiderio di vedere la mamma, e lo disse allo schiavo, che andò in una stanza a parlare con qualcuno, e tornato con una grande borsa di monete d'oro le disse: "Questa borsa portala alla tua mamma, ma non scordarti nulla lungo il cammino, e torna presto, senza dire a nessuno da dove sei venuta né dove sei stata".
Quando Alma andò a casa le sue sorelle vedendola così bella, ben vestita e piena di gioie, sentirono crescere un'invidia che quasi le strozzava. E quando Alma voleva andare via, la mamma e le sorelle la volevano accompagnare, ma lei, rifiutando la compagnia, tornò al palazzo entrando dalla stessa grotta.
Passò tranquilla un po' di mesi nello stesso modo, ma a un certo punto le tornò la voglia di vedere la mamma, e lo schiavo consultandosi con qualcuno  le permise di andare e le diede un'altra grande borsa di monete d'oro ricordandole di tornare presto e che non doveva far sapere a nessuno da dove veniva e dove stava.
Dopo che la stessa cosa si fu ripetuta tre o quattro volte, aumentando ad ogni visita l'invidia delle sorelle, alla fine  queste brutte arpie si diedero tanto da fare che seppero da un'orca tutto quello che era successo, e quando Alma tornò da loro le dissero: "Anche se tu non hai voluto raccontarci nulla della fortuna che ti è toccata, noi sappiamo tutto: ogni notte, siccome ti fanno bere del vino col sonnifero, non puoi accorgerti che dorme con te un giovane bellissimo. Ma non ti potrai mai godere tutta la felicità se non ti decidi a seguire il nostro consiglio. In fondo siamo noi le tue sorelle, e chi può volerti più bene? Noi vogliamo che tu stia ancora meglio e che sia ancora più contenta di come sei. E allora, quando la sera vai a dormire e lo schiavo ti porge il bicchiere, tu fai finta di girarti per prendere il tovagliolo e mentre non ti vede butti via il vino, che così puoi stare sveglia tutta la notte. E appena avrai visto il tuo sposo addormentato apri questo catenaccio, perché l'incantesimo deve rompersi anche se lui non vuole, e tu diventerai la signora più felice del mondo".
La povera Alma, che non sapeva che le sorelle parlavano come colombine ma erano delle serpi velenose, credette alle loro parole e, preso il catenaccio, tornò al solito palazzo passando dalla grotta. Poi, quando venne la notte, fece come le avevano insegnato quelle bugiarde, e appena tutto fu silenzioso e tranquillo con  l'acciarino accese una candela e vide steso accanto a lei un miracolo di bellezza, un giovane che avrebbe incantato chiunque lo avesse visto. Innamorata del bellissimo sposo, disse: "Giuro che ora non ti lascio più scappare!", e preso il catenaccio lo aprì, così vide un gruppo di donne che portavano sulla testa tante belle matasse di filo. Quando  una di loro lasciò cadere una matassa, Alma, che era tanto gentile, non ricordandosi più dov'era, le gridò: "Signora, raccogli la tua matassa!". A quello strillo il giovane si svegliò, e gli dispiacque tanto essere stato scoperto che immediatamente chiamò lo schiavo,  fece rimettere ad Alma gli stracci con i quali era arrivata e la mandò via anche se era in cinta.  Lei, pallida come dopo una terribile malattia, tornò dalle sorelle, ma quelle crudeli la mandarono via con sgarbo e brutte parole.
Allora si mise a chiedere l'elemosina vagando per il mondo, finché poverina, dopo mille patimenti, quando era vicina a partorire, arrivò alla città di Torrelunga, e bussò al palazzo reale chiedendo che la lasciassero entrare per riposare anche su un po' di paglia. Una damigella di corte che era buona l'accolse gentilmente, e venuto il tempo Alma partorì un bambino maschio tanto bello che era una meraviglia a guardarlo.
La prima notte dopo la sua nascita, mentre tutti gli altri dormivano, entrò un bellissimo giovane in quella stanza, prese in braccio il piccino e cullandolo disse:

O mio bambino, mio bel bambino,
se lo sapesse la regina
ti laverebbe nella conca d'oro
ti fascerebbe con le fasce d'oro:
e se il gallo non canterà
mai più nessuno ci separerà.

E dopo queste parole, al primo canto del gallo, sparì come se fosse stato d'argento vivo.
La damigella aveva sentito tutto, e siccome quel bellissimo giovane veniva ogni notte, diceva quelle parole e spariva al primo canto del gallo, andò a raccontarlo alla regina, che appena fu giorno fece un crudele bando, che ordinava di tirare il collo a tutti i galletti di Torrelunga, rendendo vedove in una volta sola tante povere galline.
La regina andò in quella stanza ed era ben sveglia quando arrivò il giovane, che come ogni notte, cullando il bambino fra le sue braccia, disse:

O mio bambino, mio bel bambino,
se lo sapesse la regina
ti laverebbe nella conca d'oro
ti fascerebbe con le fasce d'oro:
e se il gallo non canterà
mai più nessuno ci separerà.

La regina riconobbe suo figlio, e all'alba corse ad abbracciarlo, liberandolo dalla maledizione di un'orca: che vagasse per il mondo finché la sua mamma non lo avesse abbracciato all'inizio di un giorno in cui nessun gallo avrebbe cantato.
La regina era felice, e dopo aver   saputo tutta la storia celebrò con grandi feste le nozze di suo figlio con Alma, che si trovò sposata con un principe meraviglioso. E le sorelle, quando seppero che aveva sposato il principe, con una gran faccia tosta vennero a trovarla, ma ebbero quello che si meritavano, perché nessuno volle farle entrare, così sempre più divorate dall'astio si accorsero che dall'invidia non avevano ricavato un accidente.


 
 

PREZZEMOLINA



C'era una volta, lontano lontano, una donna incinta stava affacciata a una finestra che dava sul giardino di un'orca, e siccome vide un bel quadratino di prezzemolo gliene venne tanta voglia che si  sentì svenire. Così, non potendo resistere, guardò che non ci fosse l'orca e andò a prenderne un bel ciuffo. Ma quando l'orca ritornò a casa pensò di fare la salsa verde, e andando a cogliere il prezzemolo si accorse che qualcuno lo aveva strappato. Disse fra sé e sé: "Che io possa schiantare se non afferro questa mano lesta e non la faccio pentire, dovrà imparare a sue spese a mangiare nel suo piatto senza inzuppare di nascosto nelle pentole degli altri".
La povera donna incinta con quella voglia di prezzemolo continuava a scendere nell'orto, e una mattina l'orca ce la prese, e tutta arrabbiata e inviperita le disse: "Ti ho acchiappato, ladra matricolata! Mi paghi forse l'affitto dell'orto, per venire a cogliere la roba quando ti pare e piace? Ti giuro che questa volta non la passi liscia!".
La donna disperata cominciò a chiedere scusa, dicendo che non aveva ceduto alla tentazione perché fosse golosa o ingorda, la sua colpa dipendeva dal fatto che era incinta e aveva paura che non soddisfacendo quella voglia la creatura che aveva in seno avrebbe potuto nascere con le voglie di prezzemolo su tutto il corpo. "Queste sono solo chiacchere," tuonò l'orca, "e non pensare di accontentarmi con parole a vanvera! Preparati a pagare la tua colpa con la vita, a meno che tu non prometta di darmi quello che ti nascerà, maschio o femmina che sia". La povera donna, per scampare al pericolo mortale in cui si trovava, accettò questo patto, e l'orca la lasciò andare.
Quando venne il tempo, nacque una bambina così bella che ci si rallegrava a guardarla, e siccome aveva un  ciuffetto di prezzemolo disegnato in mezzo al petto, si chiamò Prezzemolina. La bambina cresceva benissimo, e quando ebbe sette anni cominciò ad andare da una maestra. ma tutte le volte che usciva per strada incontrava l'orca che le diceva: "Dì alla tua mamma di ricordarsi della promessa!". La mamma si confondeva a forza di sentirsi ripetere questo discorso, e un giorno che non ne poteva più disse a Prezzemolina: "Se incontri un'altra volta la solita vecchia e ti ripete le stesse parole, tu dille 'e pigliatela!'".
La bambina, che era all'oscuro di tutta la faccenda, incontrando l'orca che le disse: "Dì alla tua mamma di ricordarsi della promessa!", le ripose innocentemente come le aveva insegnato la mamma: "E pigliatela!".  Allora l'orca l'afferrò per i capelli e se la portò in un bosco dove il sole non entrava mai, perché gli alberi  erano torppo fitti, e la chiuse in una altissima torre che aveva fatto apparire lì per lì con un incantesimo. Questa torre non aveva porte né scale, ma solo un finestrino, attraverso il quale l'orca entrava e usciva, e per scendere e salire si attaccava alle trecce di Prezzemolina, che erano lunghissime e bionde.
Dopo un po' di tempo successe che mentre l'orca non era nella torre e Prezzemolina aveva sciolto le trecce al sole, passò il figlio di un re, che vedendo quei capelli scintillanti come l'oro si fermò incantato, poi alzando gli occhi vide il viso della fanciulla, e gli piacque tanto che le dichiarò  il suo amore. Prezzemolina si sentì subito conquistata dalla grazia del principe, e passarono un bel po' di tempo scambiandosi parole dolci, sospiri e promesse. Continuarono allo stesso modo per qualche tempo, finché decisero di trovare il modo di guardarsi più da vicino: quella notte lei avrebbe dato un sonnifero all'orca e il principe sarebbe salito in cima alla torre con i capelli di Prezzemolina.
Con questo accordo, quando venne l'ora stabilita, il principe arrivò ai piedi della torre e fece un fischio, la fanciulla calò le trecce, lui si attaccò con tutte e due le mani e disse: "Ora!"; lei lo tirò su e quando fu in cima il principe con un  salto entrò dal finestrino e si abbracciarono stretti. Poi, prima che si facesse giorno, lui scese giù servendosi della stessa scala d'oro e tornò al suo palazzo.
Erano così contenti di trovarsi insieme che continuarono a fare la stessa cosa per molte notti, ma un'amica dell'orca se ne accorse e andò subito a dirle di stare attenta, perché nella sua torre c'era un traffico che lei nemmeno se lo immaginava, col rischio che Prezzemolina prendesse il volo.
L'orca ringraziò la sua amica per il consiglio e le disse: "Ci penso io a chiuderle la strada, in ogni caso non può scappare, perché le ho fatto un incantesimo. Ci sono tre ghiande nascoste in una trave della cucina, e senza avere quelle in mano Prezzemolina non ha nessuna possibilità di sfuggirmi".
Ma mentre facevano questi discorsi la fanciulla, che stava sempre con le orecchie ben aperte, sentì tutto, così quella notte quando venne il principe lo fece salire sulla trave a cercare le ghiande. Lui le trovò e le diede a Prezzemolina, che essendo stata fatata dall'orca sapeva cosa farne, poi intrecciarono una scala di spago, scesero insieme dalla torre, e appena toccarono terra si diedero alla fuga a gambe levate. L'amica li vide e cominciò a strillare per avvertire l'orca, e a forza di urlare riuscì a svegliarla. Quando sentì che Prezzemolina era scappata, l'orca scese dalla torre lungo la stessa scala di spago e cominciò a rincorrere i due innamorati.
Loro, quando se la videro dietro che correva come un cavallo matto, si sentirono perduti, ma Prezzemolina si ricordò delle tre ghiande e ne buttò una in terra. Ecco che in un batter d'occhio apparve un cagnone terrificante, che abbaiando e spalancando l'enorme bocca si stava avventando sull'orca per mangiarla in un boccone. Ma lei, che ne sapeva una più del diavolo, si mise una mano in tasca, tirò fuori una pagnotta e la buttò al cane, che abbassò la coda e si mise a mangiarla buono buono.
L'orca si rimise a correre a tutta potenza dietro ai fuggitivi e Prezzemolina, vedendo che si avvicinava, buttò in terra la seconda ghianda: ne uscì un ferocissimo leone che, frustando il terreno con la coda e scuotendo la grande criniera, era pronto a ingoiare l'orca nella sua gola immensa. Vedendo il leone l'orca tornò indietro, scuoiò un asino che pascolava su un prato, e dopo essersi messa la sua pelle addosso corse verso il leone, che