IL CREPUSCOLO DEGLI DEI
1876

Wotan, signore degli dei, e il nibelungo Alberich avevano combattuto per il predominio sul mondo. Diversamente da Wotan, Alberich aveva però adempiuto ad una condizione che gli aveva procurato potere e ricchezza: rinunciare per sempre all'amore. Dopo aver sottratto l'oro alle Figlie del Reno, lo aveva fatto forgiare dal suo esercito di nani, i Nibelunghi, ricavandone un immenso tesoro aureo, un elmo magico ed un anello che dà potere illimitato. Nei disperati tentativi di venire in possesso di questi tesori e di riaffermare la propria supremazia su Alberich, Wotan si era impigliato sempre più in una rete di costrizioni e di dipendenze, di inganni e illusioni. In questo gioco di potere sia il dio che il nano non erano riusciti alla fine nel loro intento: Alberich aveva maledetto l'anello, che né lui prima, e tanto meno Wotan dopo di lui, avevano potuto tenere saldamente in possesso. Wotan aveva dovuto dolorosamente riconoscere la propria impotenza e aveva compreso saggiamente che non avrebbe dovuto più temere per il declino degli dei se una nuova stirpe di esseri liberi fosse riuscita a conquistare quella signoria del mondo che lui, il "meno libero di tutti i viventi", non era riuscito a fondare. Alberich invece, il "senza amore", si era comprato coll'oro i favori femminili ed aveva generato "il frutto dell'odio": spetta ora a Hagen, il figlio del Nibelungo, di proseguire la battaglia paterna e riconquistare oro e potere.

Prologo
Sulla rupe delle Valkirie, dinanzi alla stanza scavata nella roccia di Sigfrido e Brunilde

Mentre sul fondo risplendono i bagliori del fuoco di Loge, le tre Norne, figlie di Erda, la madre primigenia che tutto conosce, tessono la fune dorata del destino, nella quale si intrecciano passato, presente e futuro. La prima (la più anziana) giace a destra sul davanti, sotto l'abete dalle ampie fronde, la seconda (più giovane) è adagiata lungo una panca di pietra, davanti alla stanza scavata nella roccia; la terza (la più giovane) siede in fondo su di un macigno, nel mezzo, sull'orlo dell'altura. Domina tetro silenzio ed immobilità. Il frassino del mondo, al quale era fissato un tempo il capo della fune, sì è disseccato da quando Wotan ha ricavato da uno dei suoi rami l'asta della propria lancia. Il signore degli dei ha fatto poi abbattere l'albero inaridito ed ha fatto accatastare i ceppi tutto intorno al Walhalla, sì da poter distruggere un giorno nelle fiamme la rocca degli dei. Alternandosi nel tessere la fune del loro sapere, le tre Norne sono intente a fissarlo continuamente e a tenderlo.

Mentre ricordano Alberich e il furto dell'oro del Reno, non si accorgono che la trama si è arruffata: nel tentativo di tendere nuovamente l'intreccio guastato da una sporgenza rocciosa, la fune si spezza. Le tre Norne sono prese dal terrore e balzano in piedi, avanzando insieme verso il mezzo della scena. Raccolgono i pezzi della fune strappata e con quelli si legano l'un l'altra, corpo a corpo. Il loro sapere è finito; esse fanno ritorno alla madre Erda.

Aurora nascente: dal fondo, la luce sempre più debole dei bagliori di fuoco. - Alba. Giorno pieno. - Sigfrido e Brunnhilde escono dalla stanza scavata nella roccia. Sigfrido è armato di tutto punto; Brunnhilde conduce il proprio cavallo alla briglia. "Nuove imprese" attendono l'eroe. Presi dall'estasi d'amore e felici di appartenersi, si scambiano ancora dei pegni d'amore prima di separarsi: Sigfrido le dona l'anello di Alberich, Brunnhilde gli dà il proprio destriero Grane. Sigfrido accompagna rapidamente il cavallo verso il fondo della rupe, dove Brunnhilde lo segue. Sigfrido, scendendo, è scomparso col cavallo dietro la sporgenza della roccia. Brunnhilde pertanto rimane improvvisamente sola sul pendio. Ella segue con lo sguardo Sigfrido, giù verso il fondo. In lontananza si sente il corno di Sigfrido. Brunnhilde tende l'orecchio. Ella s'inoltra maggiormente sul pendio e guarda ancora una volta Sigfrido giù nel profondo, facendogli cenni e gesti d'entusiasmo. Dal gioioso sorriso di lei, s'indovina la vista dell'eroe che lietamente si allontana.

Atto I
Scena I
La reggia dei Ghibicunghi lungo il Reno
Questa è interamente aperta verso il fondo. Il fondo stesso, occupato da un tratto di riva libero fino al fiume, è circondato da alture rocciose. Gunther e Gutrune siedono di lato sul loro seggio. Di fronte è collocata una tavola con l'occorrente per bere. Davanti alla tavola è Hagen, seduto. Hagen, il figlio di Alberich e di Grimhild, fa dei fratellastri Gunther e Gutrune, figli di Ghibich, gli ignari protagonisti dell'intrigo che ha tramato. Nati da giuste nozze, Gunther e Gutrune tengono in gran conto la "saggezza" di Hagen, che ora consiglia loro di affrettare il giorno delle nozze, risvegliando desideri apparentemente irrealizzabili: Gutrune e Gunther dovranno infatti conquistarsi come rispettivi marito e moglie il "più forte degli eroi" e la donna "più splendida del mondo", Sigfrido e Brunnhilde. Un filtro che dà l'oblio, offerto da Gutrune, servirà a far perdere la memoria a Sigfrido: l'eroe si accenderà allora di nuovo amore per la sorella di Gunther, e spingerà Brunnhilde nelle braccia del futuro cognato. Il richiamo del corno annuncia in lontananza l'approssimarsi di Sigfrido. Al grido di Hagen, Sigfrido dirige verso la riva la propria imbarcazione.

Scena II

Sigfrido approda con la barca. Hagen l'incatena saldamente alla riva. Sigfrido salta a terra insieme col cavallo. Gunther è sceso a riva vicino ad Hagen. Gutrune guarda dal suo seggio verso Sigfrido con stupore ed ammirazione. Sigfrido accetta l'invito di Gunther ed affida Grane a Hagen. Hagen conduce via il cavallo. Nel frattempo anche Gutrune, ad un cenno di Hagen, si ritira nelle proprie stanze, senza che Sigfrido se ne avveda, per una porta a sinistra. Gunther avanza verso l'atrio insieme con Sigfrido, invitandolo ad entrare. Con franchezza, ignaro del tranello tesogli, Sigfrido risponde a tutte le domande di Hagen sul tesoro del Nibelungo, sull'elmo magico - di cui egli apprende ora il magico potere - e sull'anello. Hagen va alla porta di Gutrune e l'apre. Gutrune n'esce portando una coppa di corno colma e con essa si avvicina a Sigfrido. Col pensiero rivolto a Brunnhilde, Sigfrido prende in mano la coppa. Si porta la coppa alla bocca e ne beve un lungo sorso. Rende la coppa a Gutrune, che vergognosa e confusa abbassa gli occhi davanti a lui. Sigfrido, acceso da passione improvvisa, fissa lo sguardo su di lei. Arrossendo, Gutrune apre gli occhi su di lui. Egli con impeto focoso la prende per mano. Gutrune incontra senza volere lo sguardo di Hagen. Ella china umilmente il capo, e, con gesto come se si sentisse indegna di Sigfrido lascia di nuovo con passo vacillante l'atrio. Sigfrido, attentamente osservato da Hagen e da Gunther, la segue con lo sguardo, come avvinto da un incantesimo.
 Sigfrido chiede a Gunther chi sia la sua donna, e questi risponde di desiderare una sola persona al mondo, Brunnhilde; egli però non potrà mai averla, a causa del fuoco eterno che impedisce a chiunque di raggiungerla. Al sentire il nome di Brunnhilde, Sigfrido esprime con un gesto che la memoria gli sfugge completamente. Tornato in sé, da uno stato come di sogno, si volge a Gunther con baldanzosa gaiezza. Se avrà Gutrune, egli si dichiara disposto a conquistare Brunnhilde come sposa per Gunther, assumendo con l'elmo magico le sue sembianze, e a sigillare la promessa con un solenne giuramento e con la fratellanza di sangue. Hagen riempie una coppa di corno con del vino; la presenta quindi a Sigfrido e a Gunther, i quali si scalfiscono il braccio con la spada, tenendolo per breve tempo sull'apertura della coppa. Entrambi poggiano poi due dita sulla coppa, mentre Hagen continua a tenerla in mezzo a loro. Hagen non si unisce alla fratellanza di sangue e, dopo che Sigfrido e Gunther hanno terminato di bere, spezza in due con la spada la coppa svuotata. Gunther e Sigfrido si porgono la mano. Entrambi si avviano per raggiungere al più presto la rupe di Brunnhilde. Hagen spiega a Gutrune, stupita, il motivo della foga di Sigfrido: a spingerlo è l'ardente desiderio "di conquistarla in moglie". Gutrune rientra, vivamente agitata, nelle proprie stanze. Sigfrido ha afferrato il remo, e spinge ora la barca a colpi di remo contro corrente, così che essa scompare rapidamente del tutto alla vista. Con bieca soddisfazione Hagen vede pienamente riuscita la prima parte del piano ordito per conquistare l'anello del Nibelungo.

Scena III
L'altura rocciosa. (come nel Prologo)

Brunnhilde siede all'ingresso della stanza scavata nella roccia, contemplando in muta meditazione l'anello di Sigfrido. Sopraffatta dalla rimembranza gioiosa, lo copre di baci.

Si ode un tuono in lontananza. Brunnhilde scruta lontano, dalla parte da cui un nembo oscuro viene dirigendosi verso i margini della rupe.

Waltraute, una delle Valkirie, sorella di Brunnhilde, giunge sopra l'altura rocciosa. Presa da una gioiosa eccitazione, Brunnhilde crede che Wotan abbia revocato il bando contro di lei. Ma Waltraute non è venuta per ordine di Wotan, anzi ha osato violare di propria iniziativa il divieto imposto dal dio di visitare Brunnhilde; ella implora la sorella affinché adempia all'ultimo desiderio dell'ormai vecchio ed inerte padre degli dei e restituisca l'anello alle Figlie del Reno, liberando così gli dei ed il mondo dalla sua maledizione. Brunnhilde respinge fermamente la richiesta di separarsi proprio dal pegno d'amore datole da Sigfrido. Non riuscendo ad ottenere nulla da lei, Waltraute si allontana a precipizio dall'altura.
Subito s'alza tra la procella un nembo dalla selva. S'è fatta sera. Sullo sfondo il bagliore del fuoco riluce a poco a poco sempre più vivo. Brunnhilde guarda tranquilla verso il paesaggio. Si sente dal fondo lo squillo del corno di Sigfrido che s'avvicina. Al colmo dell'esaltazione, ella corre all'orlo della rupe. Fiamme infuocate si levano vibrando. Ne balza fuori Sigfrido su di un torreggiante macigno; subito dopo le fiamme si ritirano e ancora una volta mandano bagliori solo dal profondo. Sigfrido, con in capo l'elmo magico che gli nasconde il viso per metà e gli lascia liberi soltanto gli occhi, appare in figura di Gunther. Brunnhilde retrocede terrorizzata, fuggendo sul davanti dalla scena, e di là con muto stupore fissa lo sguardo su Sigfrido. Brunnhilde con un gesto di minaccia protende la mano, alla quale porta l'anello di Sigfrido, contro l'uomo che dice di chiamarsi Gunther, il Ghibicungo. Egli si slancia su di lei: lottano corpo a corpo. Brunnhilde si svincola, fugge e si volta in atteggiamento di difesa. Sigfrido l'aggredisce di nuovo. Ella fugge, ma egli la raggiunge. Lottano ambedue l'uno contro l'altra con violenza, finché egli l'afferra per la mano e le sfila l'anello dal dito. Nel momento in cui cade spossata nelle braccia di lui, il suo sguardo sfiora inconsapevolmente gli occhi di Sigfrido. "Gunther" costringe Brunnhilde a concedergli la sua stanza. Tuttavia Sigfrido invoca la sua spada a testimone che egli, "fede mantenendo al fratello", al quale è destinata Brunnhilde, non toccherà la sposa e pone la fida Notung fra sé e la donna.

Atto II
Scena I
Tratto di riva davanti alla reggia dei Ghibicunghi

A destra, aperto, l'ingresso alla reggia; a sinistra la riva del Reno: su questa si erge, solcata da diversi sentieri montani, un'altura rocciosa, la quale sale a destra verso il fondo. È notte. Hagen, tenendo la lancia al braccio e lo scudo al fianco, siede dormendo, appoggiato ad una colonna della reggia. La luna getta improvvisamente una luce cruda su di lui e le sue immediate vicinanze. Si scorge Alberich, rannicchiato davanti ad Hagen e con le braccia appoggiate ai suoi ginocchi. Alberich scongiura il figlio di strappare anello e potere a quell'eroe dal quale pure Wotan, impotente, non era riuscito a riprendergli: Sigfrido, che discende dalla stirpe divina di Wotan.

Brunnhild

Giunta


Il cor

Sulla

Ma

Le Veg

Alle