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FAIRITALY
LEGGENDE, NOVELLE E FAVOLE ITALIANE DAL I AL XX SECOLO




Favola significa racconto da non credersi, storia lunga o breve che nessuna autorità religiosa o civile considera come un proprio fondamento o una propria emanazione. Non sono favole le storie dettate da Dio nelle tre religioni del libro. Non è quindi una favola, per gli ebrei e i cristiani, la storia di Giona, che viene ingoiato da un grande pesce, che poi lo vomita sano e salvo e illuminato sulla spiaggia. Non sono favole le descrizioni scientifiche, non era quindi una favola la convinzione che il germe di ogni bambino fosse nello sperma, e che l'homunculus, così si chiamava, dal grembo materno traesse solo nutrimento come il seme nella terra....
 (continua)

FAVOLE MITICHE


DALLA FABELLA DI AMORE E PSICHE  ALL'OPERA DI TURANDOT (SECOLI II - XX)


LE PIACEVOLI NOTTI

DI GIOVAN FRANCESCO STRAPAROLA, SEC. XVI


LO CUNTO DE LI CUNTI

DI GIAMBATTISTA BASILE, SEC. XVII

EDIPO DOPO CRISTO


LEGGENDE E FAVOLE (SECOLI II - XIX)

 
Perseo e Medusa
dalle Metamorfosi di Ovidio
Amore e Psiche
dall'Asino d'oro di Apuleio
Historia Apollonii Regis Tyri
Il libro dei piacevoli viaggi in terre lontane
di Re Ruggiero e Al Idris

Poesia d'amore araba siciliana
di Ibn Hamdîs e Alî al-Ballanûbi

Poesia d'amore Siciliana
di Parsifal Doria e Jacopo da Lentini
Poesia d'amore provenzale
di Bonifaci Calvo e Scotz, Simon Doria e Albert, Persival Doria e Felip de Valenza
Una guerra per amore: L'Aquila d'oro
Da Il Pecorone, Ser Giovanni

Moviti amore
Da Mico da Siena e Giovanni Boccaccio

Fiaba e novella
Griselda e l'Augel Belverde
Amore tombale
Lisabetta da Messina e altri racconti
Genealogie deorum gentilium
di Giovanni Boccaccio

Hypnerotomachia Poliphili 
già attribuito a Leon Battista Alberti
Storia di tre giovani figliuoli
del re di Serendippo

di Cristoforo Armeno


Biancabella e la biscia sua sorella
Flamminio senza paura
Giovannin cercò la morte
La gatta
La gatta
La Poavola
Bambola Poavola
L'Augel Belverde
Il rubino meraviglioso
Il ladro matricolato
L'uomo selvatico 
Brancaleone
Re Porco
La bella prigioniera
Pietropazzo - Madmat
Doralice ***
Malgherita e il calogero***

Li sette palommielle
I sette colombini
Lo scarafone, lo sorece e lo grillo
Lo scarafaggio, il topo e il grillo
Sole, Luna e Talia
Sole, Luna e Talia
La Gatta Cennerentola
Cenerentola
I tre cedri
Issa faloro
La foresta d'agli
Il serpente
Panepinto
Violetta
L'orsa
Lo viso
Mio bel bambino
Prezzemolina
I tre re animali - The Three Animal Kings
La Penta mano-mozza ***

Le lacrime di Mirra 
dalle Metamorfosi di Ovidio
Edipo Giuda
Jacopo da Varagine,
Legenda Aurea, sec. XIII
Edipo Papa
La leggenda di Gregorio, secoli dal XII al XX
La Legienda di Vergognia e Rosana

FIABE
Favola cipriota




Ovidio, frontespizio Straparola, Le piacevoli notti Basile, Cunto de li cunti





Italo Calvino: Giovannin senza paura










...mentre il sesso del nascituro sarebbe dipesa da un diverso calore durante il concepimento: il maschio richiedeva un calore maggiore, non raggiungendo il quale gli organi genitali non potevano estroflettersi, e sarebbe quindi nata una femmina. Queste storie e queste descrizioni sono o non sono favole a seconda dello spazio e del tempo in cui si raccontano: la storia di Giona è una favola per i non credenti e quella dell'homunculus è una favola da quando sappiamo che dalla madre il nascituro trae metà del suo corredo genetico, mentre il sesso dipende dalla combinazione dei cromosomi x e y. Il cosmo geocentrico era la vera descrizione del mondo, ed era tanto importante non farla passare nel mondo delle favole che Galileo dovette lasciare alla Chiesa il diritto di affermarla fra le verità assolute.
Non sono favole i racconti storici posti a fondamento di una forma di governo o di uno stato, come l'assegnazione della Palestina da Dio al popolo eletto, o i miti pseudoscientifici, come l'esistenza di una razza la cui superiorità legittima la sottomissione di altri popoli, ad esempio la razza ariana per il nazismo.
Le favole hanno una potenza che non è esagerato definire magica, e come ogni magia gli effetti possono essere sia positivi che negativi. Senza il mito della razza ariana è difficile pensare allo sterminio hitleriano dei dissenzienti politici, degli omosessuali, degli zingari, dei pazzi, degli ebrei. Senza il mito della superiorità etica delle potenze alleate è difficile pensare al Processo di Norimberga, nel quale ai nazisti e ai fascisti è stata addossata tutta la responsabilità degli orrori dell'ultima guerra mondiale. Senza il mito della superiorità dell'Islam, per la quale il Profeta Maometto ha ricevuto l'ultima e definitiva rivelazione divina, che fa passare in secondo piano quelle precedenti, è difficile pensare alla distruzione delle Twin Towers.

Le favole vanno studiate molto seriamente, ma per farlo occorre aver compreso che non esiste un singolo essere umano né una comunità, piccola o estesa a piacere, senza favole. Occorre poi comprendere che quando certe storie, in un luogo o in un tempo particolari, vengono affermate come verità assolute, in buona o in mala fede, si procede con la distruzione o l'inglobamento di altre storie.  La scoperta del corredo genetico che viene fornito al nascituro nella stessa proporzione dal padre e dalla madre fa passare nel regno delle favole la storia dell'homunculus, che insigni scienziati del XVII secolo asserirono di aver visto nello sperma con i primi microscopi.
Il problema della verità di certe storie o descrizioni si pone nel confronto con popoli diversi che hanno un corpus di verità differenti, e quindi incompatibili: la verità assoluta è sempre unica, e deve distruggere o inglobare le storie e le descrizioni degli altri. L'uso novecentesco, deliberato e massiccio, di miti e favole nella propaganda di massa, ha avuto significativamente inizio quasi cent'anni fa nel nostro paese, che ha uno dei patrimoni narrativi più vasti e vari del mondo.
Il grado massimo di violenza, in senso quantitativo, emerge quando due popoli, o stati, o federazioni di stati, come nelle due guerre mondiali, si considerano  detentori di vere descrizioni del mondo, ciascuna delle quali vanta tradizioni, testi sacri e storie che considera superiori a quelle della parte opposta. Nel conflitto israelo-palestinese possiamo leggere l'insanabile opposizione di due culture, di due diritti, di due religioni, di due storie, e nell'impossibilità di arrivare a una forma di pace è evidente il sintomo della verità unica che per sussistere deve inevitabilmente distruggere o sottomettere la verità, altrettanto esclusiva, dell'altro.
Fra persone accade la stessa cosa, l'esempio più efficace e comune è nel racconto di una coppia: le due parti possono raccontare insieme la loro storia comune quando vanno d'accordo, mentre il racconto si biforca quando la coppia si separa, con una massiccia revisione del passato, al punto che anche gli amici e i parenti scelgono uno dei due racconti considerando falso quello dell'altro.

Ma ci sono altre storie, altre favole, come quelle dei greci e dei latini, che non sono mai state né vere né false, e allo stesso tempo sono sempre state vere e false, come quelle raccontate nella Teogonia da Esiodo, ventisette secoli fa. Sono fra i padri antichi della cultura del nostro mondo, dalle mille e una connessioni che si espandono verso l'infinito, rendendo evanescenti o precarie tutte le linee di confine fra diversi, che prima proteggevano, isolandole, le identità particolari. In molte lingue una favola è sia una cosa bellissima, sia una menzogna. Mitico può significare sia esaltante, sia non vero. Se riflettiamo sul significato delle parole favola e favoloso, e mito e mitico, ritroviamo la stessa oscillazione dei classici, che l'Umanesimo e il Rinascimento hanno rivisitato e rilanciato, costituendo la modernità: nel primo libro scientifico di mitologia, di Giovanni Boccaccio, o nel combattimento onirico d'amore attribuito anche a Leon Battista Alberti, o nel romanzo veneziano che rinarra opere persiane nel quale si racconta dei principi di Serendib, ai quali risale la fortunata parola serendipity.
Ricordando che si chiama
favola una cosa bellissima e una menzogna, si potrebbero indagare la post-modernità che abbiamo vissuto, e la post-post-modernità che con serie difficoltà, anche di nominazione, stiamo vivendo, analizzando la contrattazione confusa e frenetica che porta allo spostamento di storie e descrizioni dall'insieme del vero a quello del falso e viceversa. Solo rinunciando a questa partizione è possibile dedicarsi a una ricerca diversa, perché in un mondo come il nostro, sempre più interconnesso in ogni sua parte, come un organismo con le sue cellule, non si può ripetere quel che si faceva in passato: distruggere una parte per farne prosperare un'altra.
Favole e fiabe, storie sempre antiche e nuove, dotate comunque di una pregnanza morfogenetica che non si fonda sull'opposizione fra vero e falso: su questo terreno sperimentiamo, come analisti, quel che Freud ci insegna: è con un'esca di falsità che si può pescare una carpa di verità... Del resto riconosciamo
somiglianze dove credevamo di vedere differenze nette: Freud lavora sul confine fra normalità e follia, prima, e ancora da molti, considerati certi, fino a renderli mobili e sfumati. Questa dissoluzione dei confini turba chi non può fare a meno di credere che siano indispensabili per la protezione dell'identità? Se ne può discutere, ma quel che sappiamo è che il lavoro analitico consente a molte persone di non restare isolate dalla parte sfortunata del confine. Come ha scritto Freud citando Lessing, chi non ha mai perso la testa non ha, non ha mai avuto, una testa da perdere: si può lavorare sui confini.
I poeti lo fanno da sempre, e come gli scienziati, anche se il frutto del loro lavoro viene poi utilizzato da chi detiene il potere per rafforzare gli stessi fili spinati che sono erano stati rimossi. Il senso comune procede in direzione opposta rispetto alla poesia e alla scienza, non solo rispetto alla psicoanalisi: preferirebbe continuare a pensare che chi perde la testa fosse geneticamente destinato a perderla, che sia colpa sua se la perde, o che la perda a causa di errori dei genitori, o della violenza della società. In ogni caso il pensiero di chi si affida al comune buon senso sceglie una storia o una descrizione che gli permettano di collocare la sofferenza, il rischio radicale, la morte, altrove, per liberarne lo spazio in cui si vive. Così i nostri padri Greci, che hanno costruito una cultura di potenza e bellezza insuperabili, ai quali torniamo nei momenti di crisi, come si torna alla sorgente quando l'acqua del fiume sembra imbevibile, collocavano oltre i loro confini l'incivilità, come tanti ancora vorrebbero chiudere il folle al di là delle vecchie mura di mattoni, o di quelle nuove e virtuali, di psicofarmaci. I padri Greci chiamavano senza incertezze
barbari, balbuzienti, coloro che non parlavano la loro lingua. Analogamente in ogni cultura la parola che definisce uno dei propri membri può essere usata come sinonimo di essere umano, e nelle culture senza scrittura una sola parola ha di solito entrambi i significati.

Con queste poche righe cerchiamo di introdurre il nostro modo di frequentare, ricercare, usare, studiare le favole: storie che possono via via, come la teoria dell'homunculus nello sperma, essere considerate false, che andiamo a rinarrare non perché le consideriamo vere né per individuarne la falsità, ma come un insieme descrivibile mettendo da parte il vero e il falso. Non si tratta di isolare un campo particolare, ma di cogliere la specificità di un diverso campo espressivo, non si tende a  dimenticare la questione del vero e del falso, ma a comprenderla a partire da un altro insieme: le favole.
E tra le favole si sono scelte e si sceglieranno, in questo work in progress, quelle che per la loro natura e per il tempo in cui sono state raccontate non si sono collocate né nel campo della verità né in quello della falsità, sopportando senza alcun danno che altri, interessati a questi campi, le abbiano via via inserite o spostate nell'uno o nell'altro.

La prima di queste storie, in ordine di tempo, è tratta dalle
Metamorfosi di Ovidio, che dalla prospettiva della trasformazione incessante rinarra miti greci e latini, che non pretendono altro statuto che quello di storie belle da raccontare e da ascoltare. La seconda si trova in un grande romanzo antico, le Metamorphoses sive Asinus Aureus di Apuleio, la terza, oggi frequentata solo dagli specialisti, ma popolarissima per molti secoli, è l'Historia Apollonii regis Tyri. Nel primo romanzo, che è uno scrigno, andiamo a prendere un gioiello che somiglia per fattura e per gemme alle fiabe che tutti conosciamo, la fabella, piccola favola, come la chiama lo stesso Apuleio, di Amore e Psiche, il secondo romanzo lo rinarriamo mostrando come intrecci un insieme di motivi fiabeschi con l'andamento di un romanzo.
Attraversiamo qualche secolo facendoci trasportare come da un tappeto volante da due tradizioni narrative che fermano l'attenzione dello psicoanalista: la storia di Edipo viene attribuita almeno dal secolo XI a Giuda, che dopo aver scoperto di aver ucciso suo padre e di aver sposato sua madre chiede a Gesù di accoglierlo fra i suoi discepoli, ma non riuscendo a vincere la sua natura malvagia finisce col tradirlo, e per questo merita la più orribile delle morti, come merita di essere la cloaca dell'Inferno dantesco.
L'altra tradizione narrativa, opposta e complementare alla prima, racconta dell'incesto del protagonista, che a sua volta è messo al mondo e abbandonato dai genitori che sono una coppia di gemelli, e di come, presa coscienza della sua colpa, si faccia incatenare a uno scoglio in mezzo al mare dove trascorre molti anni nutrendosi di aria e rugiada. Quando non si riesce ad eleggere il nuovo papa, un angelo appare in sogno a due diversi romani dicendo loro che devono andare a cercare il tal penitente eremita sul quel certo scoglio lontano: lui sarà il nuovo papa, che prenderà il nome di Gregorio, Magno o VII, per le leggende è una questione secondaria. Le leggende attingono ad altro la loro vita, e sono decisamente longeve: Die Erwälte, L'Eletto, di Thomas Mann (1953) rinarra il Gregorius di Hartmann von Aue, poeta tedesco, contemporaneo di Francesco d'Assisi.

Ci sono racconti di autori celebrati come Boccaccio, o anonime e poco frequentate, che appartengono a un insieme che ha porzioni significative in comune con l'insieme delle fiabe, come la centesima novella del Decameron, che somiglia molto all'Augel Belverde, e poesie d'amore, nelle quali i poeti della Scuola Siciliana, i primi a scrivere in italiano, come i poeti provenzali loro contemporanei, cantano il desiderio di una comunione illimitata fra uomo e donna come massimo vertice della vita, lo stesso che porterà Dante con Beatrice nella Rosa Mystica, e che su un diverso registro, conduce gli attanti fiabeschi al finale felice delle fiabe.
Ci sono tante fiabe, prese nella versione di grandi autori narratori, come il primo che nel Cinquecento le ha elevate alla dignità della stampa, Giovan Francesco Straparola, come il più grande di tutti i narratori di fiabe, il primo che ne ha fatto una raccolta, Giambattista Basile, nel Seicento.
Ci sono tante fiabe dialettali italiane, almeno una per ogni regione, e una decina di fiabe alloglotte, raccolte da uomini di cultura a volte di grande levatura e fama europea, oggi poco ricordati, che andavano a farsele raccontare da uomini e donne analfabeti, operanti, materassaie, contadini e trecciaole di ogni parte d'Italia.
Dimenticati perché la loro storia e i loro libri non portavano sostegno alle ideologie che dopo di loro hanno dominato la cultura e la politica italiana: il fascismo prima, il comunismo e il cattolicesimo convenzionale poi. Né la misera ideologia consumistica che negli ultimi decenni ha caratterizzato la leadership politica italiana poteva favorire la riscoperta e la valorizzazione delle opere di questi raffinatissimi studiosi, che riconoscevano la specificità della tradizione popolare ma non le attribuivano un valore maggiore o minore rispetto alla tradizione colta. Ricordiamo che Italo Calvino auspicava lo studio e la diffusione di queste meravigliose raccolte, dalle quali trasse rinarrandole le sue Fiabe italiane (1956).

Le fiabe sono un insieme dai confini mobili, si adattano a qualunque habitat, dai codici miniati ai film tridimensionali, e si lasciano usare senza usurarsi, come gli arti nello sport, la mente nell'apprendere, e altri organi umani di particolare significazione...  Si trovano qui anche parti dedicate alla fiabe nella scuola, perché i bambini che abbiamo incontrato hanno espresso doti narrative meravigliose, come sanno gli insegnanti e i genitori capaci di narrare e ascoltare, che ci confortano nella ricerca quando ci fanno sapere come hanno utilizzato il nostro lavoro.

Questo sito è un viaggio nell'insieme labirintico delle fiabe, che di accessi ne ha mille e uno e ha mille e una uscite, bordato da siepi che può scavalcare anche chi non è tanto agile, come i bordi dei labirinti pavimentali nelle chiese romaniche, che i fedeli percorrevano mettendo un piede davanti all'altro, con la stessa devozione con la quale sarebbero andati in pellegrinaggio a Gerusalemme o a Roma. Un viaggio arbitrario e non insignificante, confuso per chi cerchi qualcosa di già pronto, ma al quale può attingere chi conosca il piacere di viaggiare: potrà partire dalla mirabile opera geografica siciliana del secolo XI, nata dall'incontro e dal contributo del colto arabo siciliano Al-Idrisi e del munifico re Ruggero il Normanno.
Le fiabe sono potenti, hanno e non hanno confini, sono vere e non sono vere, si possono credere e non credere, e restano potenti senza che nessuno sia chiamato a combattere per loro. Nessuno armerebbe un esercito per Cenerentola, Pelle d'Asino o Aladino, che si muovono fra Oriente e Occidente, fra i libri più raffinati e quelli più modesti e persino fra quelli cialtroni, e fra cinema e teatro e romanzo e arti figurative, senza disdegnare siti che offrono carrozze a forma di zucca e bomboniere a forma di scarpetta per i matrimoni. Le fiabe hanno una nobiltà tanto grande e antica che non hanno bisogno di vantarla. E vanno e vengono e narrano di compiti impossibili e di dolore e di lunghi cammini, con i loro attanti coperti di cenere e vestiti di stelle, e volteggiano e fuggono con scarpette di cristallo, senza ferirsi, e sempre, sempre, fanno l'impossibile per arrivare a un lieto fine.

Adalinda Gasparini, 19 novembre 2011


Ultimo aggiornamento: 9 febbraio 2012.