|
|||||||||||
|
|
Nell’immenso
scrigno dei
gioielli realizzati in Toscana si trova una canzone, che come una magia
di fiaba
permise di curare un grave male d’amore. Racconta
Giovanni Boccaccio
che a Palermo viveva Bernardo
Puccini, ricco speziale fiorentino. La sua unica figlia, la bellissima
Lisa,
vide un giorno dalla finestra re Pietro d’Aragona e se ne
innamorò
segretamente, pur sapendo che la distanza che la separava da lui era
incolmabile. La malinconia cresceva di giorno in giorno insieme
all’amore: la
bella giovane finì a letto malata, e ...di giorno in giorno,
come neve al sole,
si consumava. La nobiltà del suo cuore di donna era la
stessa dei poeti del
Dolce Stil Novo e come loro desiderava al di sopra di
tutto esprimere il
suo amore. Quando chiese di vedere Minuccio d’Arezzo, finissimo
cantatore e
sonatore, molto apprezzato dallo stesso re, suo padre lo
mandò a chiamare,
pensando che potesse rallegrare la figlia, alla quale nessuna cura era
di
giovamento. |
|
|
Moviti, Amore, e vattene a
messere
E còntagli le pene
ch'io sostegno;
Digli ch' a morte vegno Celando per temenza il mio volere. Merzede, Amore, a man gionte ti chiamo Ch' a misser vadi là dove dimora. Dì che sovente lui disio et amo, Sì dolcemente lo cor m' innamora; E per lo foco ond' io tutta m' infiamo Temo morire, e già non saccio 1' ora Ch' i' parta da sì grave pena e dura La qual sostegno per lui, disiando Temendo e vergognando. Deh! il mal mio per Dio fagli assapere. Poi ch' i' di lui, Amor,
fu'
innamorata
Non mi donasti ardir quanto temenza, Ched io potesse sola una fiata Lo mio voler dimostrare in parvenza A quelli che mi tien tanto affannata: Così morendo, il morir m'è gravenza. Forse che non gli sarie dispiacenza Se el sapesse quanta pena i' sento, S' a me dato ardimento Avessi in fargli mio stato vedere. Poi che 'n piacere non ti fu, Amore, Ch' a me donassi tanta
sicuranza
Ch' a misser far savessi lo mio core, Lassa!, per messo mai per sembianza; Merzè ti chero, o dolce mio signore, Che vadi a lui e dónigli membranza Del giorno ch' io il vidi a scudo e lanza Con altri cavalieri arme portare; Presilo a riguardare Innamorata si che '1 mio cor père. |
Muoviti,
Amore, e vattene a
messere
e
contagli le pene ch'io
sostegno;
digli ch' a morte vegno , celando per temenza il mio volere. Merzede,
Amore, a man giunte
ti chiamo,
ch' a messer vadi là dove dimora. Di' che sovente lui disio e amo, sì dolcemente lo cor m' innamora; e per lo foco ond' io tutta m' infiamo temo morire, e già non saccio 1' ora ch'i' parta da sì grave pena dura la qual sostegno per lui, disiando temendo e vergognando. Deh! il
mal mio per Dio fagli
assapere.
Poi che
di lui, Amor,
fu'innamorata
non mi donasti ardir quanto temenza, che io potesse sola una fiata lo mio voler dimostrare in parvenza a quegli che mi tien tanto affannata; così morendo, il morir m'è gravenza. Forse che non gli sarie dispiacenza se el sapesse quanta pena i' sento, s' a me dato ardimento avesse in fargli mio stato vedere. Poi che
'n piacere non ti fu,
Amore,
ch'a me
donassi tanta sicuranza ,
ch'a messer far savessi lo mio core, lasso, per messo mai o per sembianza; mercé ti chero, dolce mio signore, che vadi a lui, e donagli membranza del giorno ch' io il vidi a scudo e lanza con altri cavalieri arme portare: presilo a riguardare innamorata si che '1 mio cor pere! |
Qualche giorno dopo il re tornò dallo speziale con la regina e i suoi baroni, e le chiese di accettare un marito che avrebbe scelto per lei: lui, il re, le chiedeva solo un bacio, e le prometteva di essere per sempre il suo cavaliere. Lisa rispose che accettava, in nome di quell’amore che sentiva con tanta forza da non poterlo contrastare, chiedendo e ottenendo il consenso della regina. Il
re allora le presentò Perdicone, un
giovane nobile ma povero, al quale ...
donò Ceffalù e Calatabellotta,
due bonissime terre e di gran frutto. Poi le prese il capo con le
mani e la
baciò sulla fronte. Le nozze di Lisa e Perdicone furono felici,
e il re Pietro ...mentre
visse sempres’appellò suo cavaliere, né mai in alcun fatto d’arme andò, che egli altra sopransegna portasse che quella che dalla giovane mandata gli fosse. Se l’arte ha un potere ancora magico, come quello che ci fa spaventare, gioire e piangere davanti a un film, quel che ha il maggior potere di cura nella vita dei singoli soggetti come in quella di una comunità, piccola o grande, è una figura paterna giusta e sensibile, capace di mettere il suo potere a disposizione di chi si appella a lei. Credere in una figura paterna con queste caratteristiche, in un padre o in un suo sostituto, credere in un governante o in un partito politico capace di servire la collettività, è talmente necessario che si preferisce chiudere gli occhi per illudersi che esista anziché accettare la sua mancanza. Se così non fosse, i dittatori e gli imbonitori non continuerebbero ad ottenere consensi di massa. La figura di Pietro d’Aragona può ricordare altri sovrani di favola, come il favoloso califfo Harun ar-Rashid, che in tante storie delle Mille e una notte cammina in incognita per le vie di Baghdad, per vedere se ci sono ingiustizie alle quali è suo compito porre rimedio. Sovrani di favola, che non si trovano ora come mai se ne sono trovati, che però si sognano, di cui si continua a raccontare la storia, con gli anonimi narratori della raccolta araba o con il nostro Boccaccio. Non si riducono le ingiustizie e i mali che ci affliggono, ma una speranza, anche piccola, può esserne corroborata, e con la speranza la forza di lottare. |
|
______________________________________ |
|
| RIFERIMENTI | |
| Testo |
Pubblicato su STAMPTOSCANA,
martedì 15 novembre 2011. |
| Giovanni Boccaccio |
Decameron,
Giornata decima, Novella settima; Letteratura italiana Einaudi.
Edizione di
riferimento a cura di Vittore Branca; Torino: Utet 1956; p. 821. Testo
online, citato sopra. http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_2/t318.pdf; consultato il 14 novembre 2011. |
| Moviti, Amore... | Testo tratto da
Giosuè Carducci commenta: È la canzonetta
della quale ci narra il Boccaccio [x. 7.] che fu
composta da Mico da Siena e «intonata d'un suono soave e
pietoso» da Minuccio d'Arezzo a istanza della Lisa inferma, a
significar l' amore che celatamente la struggeva per Pietro d' Aragona
re di Sicilia [a. 1282]. La riporta il Bocc. ma il Crescimbeni la
ristampò [Coment. ist. volg. poes., vol. II, p. II, 1. 4,
Venezia, MDCCXXX.] dal cod. 400 chisiano. Il Valeriani [Poet. del pr. sec. II. 417.] si
attiene alla lezione del Bocc; dalla quale poco si discosta quella del
Cresc. , mostrando però un' aria più senese ed antica. Io
tenni a confronto il Bocc. [ediz. Fanfani] col Crescimbeni.
Cantate e ballate, strambotti e madrigali nei secoli XIII e XIV a cura di Giosuè Carducci. Pisa: Tipografia Nistri 1871; pp. 16-17. Testo online: http://www.archive.org/stream/cantileneeballat00carduoft#page/16/mode/2up; consultato il 13 novembre 2011. |
| Muoviti,
Amore... |
Versione di Boccaccio, attribuita
da lui stesso a Mico da Siena, le cui rime sarebbero state pubblicate
nel XIII secolo, ma non abbiamo altro che il riferimento di
Boccaccio, che potrebbe aver inventato il
personaggio per la sua novella.
|
______________________________________ |
|
| NOTE | |
| ______________________________________ | |
| IMMAGINE | Cod. Manesse, sec. XIV. Immagine
di pubblico dominio |
|
PSICOMAPPA DI MOVITI AMORE, NOVELLA VII, GIORNATA
X DEL DECAMERON.
|
||||
| TEMA |
PELLE D'ASINO |
L'inserimento
di questa novella nel tema dell'incesto richiede una giustificazione.
Esaminando |
||
| ATTANTE
SOGGETTO |
MASCHILE E FEMMINILE |
|||
| MOTIVI |
ARCHÈ | PADRE CARENTE MADRE CARENTE |
Lisa
si ammala d'amore e non può ricevere aiuto dai genitori. |
|
| ASIMMETRICI |
PERSECUZIONE |
|||
| DONO |
||||
| AMBIVALENZA |
||||
| SIMMETRICI |
PROVA O RICERCA |
|||
| TÈLOS | ||||