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EDIPO GIUDA
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| http://it.wikipedia.org/wiki/Giuda_Iscariota#Vangelo_secondo_Matteo_2
Lo scrittore cristiano Papia di Ierapoli, attivo all'inizio del II secolo, narra che Giuda, dopo il tradimento, andò in giro vagabondando, con il corpo così gonfio da non poter passare lì dove un carro poteva passare con facilità; e morì travolto da un carro, con le viscere che uscirono dal suo corpo.[6] Nel IV secolo, il vescovo persiano Afraate narrò che Giuda si era legato una pietra al collo e si era gettato nel mare, morendo.[7] Nel Vangelo di Barnaba, un testo medioevale di matrice islamica attribuito a Barnaba apostolo, si narra che fu Giuda, e non Gesù, ad essere processato e crocifisso.[8] Anche questo testo riprende la tradizione giovannea secondo la quale Giuda era il depositario delle elemosine ricevute, e come tale Gesù si rivolge a lui per avere una moneta nell'episodio del "Date a Cesare...", ma che rubava una parte del denaro affidatogli;[9] anche il riferimento al tradimento di Giuda durante l'ultima cena e il suo ruolo giocato nell'episodio dell'olio profumato sono ripresi dal quarto vangelo dall'autore del Vangelo di Barnaba.[10] La narrazione diverge da quella canonica quando Giuda guida le guardie nell'arresto di Gesù: Dio manda i suoi arcangeli a nascondere Gesù, e muta le sembianze del traditore in modo che siano uguali a quelle del ricercato, tanto che le guardie lo catturano e lo portano dinanzi al tribunale.[ |
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| (pp. 55- Patranuelo di Juan de Timoneda (Spagna, sec. XVI): Un nino en la mar hallado Un abad le doctrinò Y Gregorio le llamò Y después fué rey llamado. Vi si racconta di Fabio e Fabella [Il nome della fnaciulla significa favoletta, in latino, ed è il termine con cui Apuleio introduce la storia di Amore e Psiche] figli del re di Palidonia, che , rimasti soli alla morte del padre, s'innamorano e compiono il peccato , il frutto del quale da Fabio, che parte per Roma e naufraga per strada, viene confidato ad un siniscalco. Questi, al solito, lo getta al mare in una barca con alcuni oggetti preziosi ed un foglio , col quale è raccomandato alla pietà degli uomini. Un pescatore lo raccoglie, e lo dà in custodia ad un abate che gli pone il nome di Gregorio. Ma divenuto grandicello, altercando col vero figlio del pescatore , Gregorio conosce il mistero della sua nascita: e presi seco gli oggetti della barca, parte alla ricerca de' genitori. Intanto il principe di Borgogna assedia strettamente la città della regina Fabella, che sempre ha ricusato di congiungersi in matrimonio con chicchessia [Il rifiuto delle nozze attesta la presenza del tema incestuoso, come nelle favole meno esplicite a questo proposito del tipo Turandot]. Gregorio libera la regina dall' assedio, e i baroni la pregano di prenderlo per marito. Ed essa acconsente: ma prima che ciò avvenga, la vista degli oggetti conservati da Gregorio fortunatamente scuopre il vero alla donna: la quale, ingiungendo al figlio il massimo segreto, lo consiglia a sposare , com' e' fa , la vedova del siniscalco [sempre una figura materna! è colei che lo ha cresciuto] (pp. 55-57) |
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Nella storia di S. Andrea
si legge che un giorno andò da lui un giovane cristiano che in
segreto gli disse:
Tommaso Grapputo (Venezia 1772-1834), Il Convito borghesiano... Opera di messer Grappolino. Londra: Jacson 1800. La Novella VII [di dieci] racconta: « Erennio credendosi con Angelica sua fante giacere , con sua madre si giace , la quale rimastane pregna , onde nascondere il suo delitto va girando l'Italia, e giunta in Bologna si sgrava di una bellissima figlia a cui di Bella Nina il nome è dato. Ritorna in Vicenza appo il figlio , e temendo di nuovamente inciampare, lo manda a studio in Roma. Di là egli si porta per tutta l'Europa, e dopo molti anni capitato in Bologna vede Bella Nina, se ne innamora e le dà la fede di sposa. La madre di lui quando ciò intende, non sapendo come impedire il nuovo delitto, in pochi dì addolorata muore, ed Erennio del tutto ignaro , torna in Bologna e con Bella Nina si sposa » (pp. 62-63) La storia riferita alle pp. seguenti (pubblicata a Venezia nel 1806) racconta dei tre pellegrini che vanno a Roma per chiedere perdono - fratello e sorella incestuosi col figlio di loro che, dopo essere stato abbandonato sul Po' ed essere stato raccolto da un estraneo lo lascia quando la sua dubbia nascita gli viene rivelata per scherno dal figlio legittimo di quello, è capitato presso la coppia dei fratelli che amandolo decidono che diventi sposo della sorella. Il papa li assolve dando loro come penitenza di tornare a casa in ginocchio. Poco fuori rRoma si raccolgono in preghiera e le loro anime volano in cielo: a quel punto il Papa fa portare i loro corpi a Roma e dà loro solenne sepoltura. (pp. 64-66) |
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| Emilio Teza trasmise ad
Alessandro D'Ancona questo bellissimo riassunto del racconto serbo Symone il trovatello. (p. 77) « Va al Danubio il vecchio monaco: va per acqua, per lavarsi e pregare : eccoti una cassetta di piombo, e forse là dentro c' è 1' oro : la porta alla sua cella, e c' è dentro un bambino. Lo battezza, gli dà nome Simone il trovatello, e, senza balia, lo nutre di miele e di zucchero. Simone cresce più che gli altri fanciulli, e sa meravigliosamente di lettere, e non ha paura di alcuno, nemmeno del vecchio abate. Giocavano al salto o a gettar le pietre, e Simone vinceva tutti i compagni; ma se ne vendicano i tristi, rimproverandogli la nascita, e eh' ei non può dire di chi sia [c'è una favola delel Mille e una notte in cui un fanciullo lascia la madre e va in cerca del vero padre, nelle stesso condizioni digioco e scherno]. Il giovinetto se ne addolora , piange , e cerca nel vangelo consolazione. Il frate lo trova scorato e vuole appagarne la brama; lo lascia andare per il lucido mondo; gli dà il bianco cavallo, e splendide vesti e mille ducati. Passano nove anni, e Simone stanco delle inutili sue cure, vuole tornarsene al frate. Passa di sotto a Buda, e la regina lo vede. Bello era Simone, e cantava colla bianca gola: la regina se ne invaghisce, e chiamatolo a se, gli mesce vino ed acquavite: ma ella non beve [questo rimanda un pochino alla favola di re Porco, quando la regina usurpatrice lo addormenta con l'oppio]. Poi, a notte, la donna lo invita a spogliarsi ed abbracciarla : Simone, già brillo, obbedisce; ma la mattina , riscotendosi , conosce il peccato; si pente e fugge; invano la regina vorrebbe trattenerlo. Poco andò che s'accorse di non avere il suo Vangelo, e ritorna: la regina legge in quel volume e piange amaramente: « Misero Simone, tu hai baciata tua madre ! » Simone corre all' abate , narra 1' accaduto, e il pio uomo lo caccia in una prigione, e chiusolo dentro, getta la chiave nel fiume. Dopo nove anni un pescatore trova la chiave in un pesce; il frate ricorda il prigioniero e va alla carcere; Simone siede in un trono d' oro, e tiene nelle mani il santo vangelo ». (pp. 77-79] |
| (pp. 82- ) Chi ci abbia pazientemente letto sin qui, avrà senza dubbio ricordato come nella mitologia greca vi sieno parecchi racconti che più o meno rassomigliano a questo o a quell'episodio della nostra leggenda. Avrà ricordato Mirra, che per vendetta di Venere, è spinta all' incesto col padre inconsapevole: Perseo, il quale è gettato in una cassetta, perchè non si avveri che di sua mano abbia da morire l' avo Acrisio , e che, salvato dalle onde, compie, senza saperlo, ciò che di lui era stato previsto : Paride fanciullo, lasciato sul monte Ida, che, raccolto dai pastori, diviene, come il fato voleva, cagione miseranda di eccidio alla famiglia e alla città nativa: Adrasto, che uccide prima per errore il fratello, e recatosi presso Creso affine di fuggire l' ira paterna e purificarsi, per nuovo errore uccide anche il figlio dell'ospite ed amico, come 1' oracolo aveva predetto : Telefo, che nato dagli amori furtivi di Auge e d'Ercole, libera l' avo materno dagli assalti di Ida, e ne ha in premio la mano di Auge, la quale nel talamo pone fra se e lo sposo una spada, invocando il nome di Ercole , dal che nasce il riconoscimento, e si evita l'incesto: Edipo, infine, il quale si rende colpevole di quei delitti che si era creduto d' impedire coli' esporlo bambino sul Giterone, e che, ucciso il padre, sposa la propria madre Giocasta (1). [ [Nota1]: In (1) Comparetti, Edipo e la Mitologia comparata. Pisa, Nistri, 1867, pag. 75. ] In [83]tutti questi racconti mitologici, come in quello cristiano di Gregorio, e degli altri che con altri nomi abbiamo già passati a rassegna, noi vediamo un innocente mortale, da una volontà suprema destinato a divenire colpevole, tanto più correre irresistibilmente al delitto, quanto più cerca di allontanarsene e crede esserne discosto. Solamente, ciò che, secondo le credenze greche, è opera dei numi irati o del fato, secondo le credenze cristiane, diviene opera del nemico dell' uman genere, del demonio. Contro il fato nulla può l'uomo pagano, salvo il punire in se medesimo l' ordine morale turbato anco senza volerlo nè saperlo , come vien fatto da Edipo togliendosi la vista e privandosi degli onori regali e fin dell'umano [p.84] consorzio ; contro il demonio molto può l'uomo cristiano, adeguando alla grandezza della colpa anche involontaria, la grandezza e sincerità della penitenza. Molti già al mito di Edipo paragonarono la leggenda di Gregorio (1), [ [Nota 1] Greith, Spicil. Vatic. pag. 155: « II bel mito di Edipo ci appare come la vecchia radice da cui crebbe questo ramo novello sotto il sole del medio evo, rinnovato nella forma cristiana ». Littré, op. cil. vol. II, pag. 171 Graesse, Lehrbuch einer literàrgesch. etc. II, 2, 953. Al mito di Edipo è stata riavvicinata an- che la nota leggenda di S. Giuliano; il quale fuggito dalla casa paterna, affinchè non si avverasse la predizione fattagli che ucciderebbe i genitori , compie involon- tariamente il delitto ch' erasi tanto studiato di evitare. La leggenda di S. Giuliano avrebbe così ritenuto dell'Edipo la prima parte: il secondo episodio sarebbe rimasto al S. Gregorio: ved. Greith, Spicil. p. 155. 85] chiamando appunto Gregorio un Edipo cristiano, ed opinando che l' una narrazione derivi direttamente dall' altra. Nè noi oseremmo del tutto negarlo , purché s' intenda che la leggenda di Gregorio sia una trasformazione , secondo volevano le nuove credenze, del mito ellenico, e quantunque vi manchi una parte sostanziale di quello , qual è la uccisione del padre; e l'altra poi del bambino dato in balìa delle onde la riaccosti invece al mito di Perseo. Forse da una incerta reminiscenza delle due leggende pagane confuse l'una coll'altra, come vedremo avverarsi anche in qualche altra forma che prenderemo in esame, uscì fuori la [p. 86] leggenda medievale cristiana dì Gregorio (1) [ [Nota 1] Siamo qui, alquanto discordi dal Prof. Comparetti che a pag. 89. dello scritto già citato conchiude: « Fra questi racconti (S. Gregorio, S. Albino ecc.) e l'Edipodea non esiste certamente verun rapporto di derivazione che sia dimostrabile ». La dimostrazione esatta certo è impossibile; ma la relazione ci sembra evidente. . Ma fra le leggende cristiane un' altra se ne trova la quale, a parer nostro, anziché una trasformazione, è una appropria- zione del mito ellenico di Edipo ad un personaggio dei nuovi tempi, il quale è, come da principio accennammo , 1' apostolo traditore. Narra la Leggenda che i genitori di Giuda, Ruben e Ciborea, avendo avuto un sogno che loro (1) Siamo qui, alquanto discordi dal Prof. Comparetti che a pag. 89. dello scritto già citato conchiude: « Fra questi racconti (S. Gregorio, S. Albino ecc.) e l'Edipodea non esiste certamente verun rapporto di derivazione che sia dimostra- bile ». La dimostrazione esatta certo è impossibile; ma la relazione ci sembra evidente. ] [87] presagiva un figlio pernicioso ad essi e alla loro schiatta, appena ei nacque lo gittarono in mare entro una cassetta. Le onde portarono il fanciullo all' isola di Scarioth; e poiché probabilmente ei veniva dal paese di faccia, eh' era la Giudea, dalla regina che lo raccolse venne chiamato Giuda Scarioth. Finch' ei fu solo, credette d'esser figlio del re ed erede del trono; quando poi nacque prole legittima e fu chiarito dalla supposta madre della vera origine sua, uccise in rissa il fratello putativo , e si partì per Gerusalemme , ponendosi a servizio presso Pylato. Per gradire al quale, entrato un giorno in un giardino presso al palagio del preside a cogliervi delle frutta molto da questo desiderate, uccise il [88] padrone dell'orto che si opponeva al furto , e che era precisamente il suo proprio padre Ruben. La cosa rimase secreta; e poiché la vedova si lagnava della sua sorte al preside, questi per ricompensare il suo fido e acquetar lei, li congiunse in matrimonio. Ma un giorno, dolendosi Ciborea del malvagio destino che 1' aveva condotta ad esporre in mare il proprio figlio e a perdere poi a un tratto un marito dilettissimo, si scuòpre che i due sposi sono madre e figliuolo: e Giuda, per purificarsi, si fa discepolo di Cristo che poi, per malvagio istinto e cupida natura, tradisce, dandolo in mano a' suoi nemici. [89] Come ognuno vede di leggieri, questa è, appropriata tale e quale a Giuda, la tradizione greca di Edipo. Le cui parti più rilevanti , cioè la predizione, il parricidio e l' incesto son conservate integralmente : e solo è da notare che Giuda non viene, come Edipo, abbandonato sur un monte, ma gettato nelle acque. Non potendo scorgere qui una reminiscenza del Karn.a del Mahâbhârata, nè parendoci nemmeno di trovarvi ricordanza del Mosè della Bibbia, ci sembra piuttosto da ritenere che, anche in questo caso, vi fu nella memoria, confusione di narrazioni assai affini fra loro, e che, in questo episodio, la nuova leggenda cristiana si riferisca all' episodio corrispondente del mito pagano di Perseo. [90 ] Non potrebbesi con precisione affermare quando e da chi fosse fatta questa appropriazione dei delitti di Edipo a Giuda Scariotte, sebbene sia visibile l'intento pel quale fu fatta: a fine cioè di accumulare nuovi orrori sul capo del maledetto. La poesia latina aveva perpetuato il mito greco che non fu ignoto al medio evo e sul quale anzi esercitarono l' ingegno alcuni poeti di quell'età, cantandolo in rozzi versi dell' antica o delle nuove lingue (1). [ [Nota](1) Vedi il Lamento d'Edipo, in Du Méril, Poésies inédit, du moyen âge. pag. 310. Fu ripubblicato da Ozanam, Gali Morell, ed ultimamente da M. Schmidt (Philologus XXIII pag. 545) il quale ha credulo fosse inedito. Le Roman d' Edipus è un antico libretto francese in prosa, ripubbl. nella Collection Silvestre n.° 22. ] La prima traccia del [91] Giuda leggendario si trova in Iacopo da Varagine, vissuto nel xiii secolo, e che dichiara per ben due volte di ripetere il fatto secondo una tradizione non troppo accertata, che il lettore può credere o non credere, ma meglio farà a non credere (1) [ [Nota] (1 ) « Legitur in quadam historia licet apocrypha.... Hucusqe in praedicta historia apocrypha legitur: quae utrum recitanda sit lectoris arbitrio relinquatur, licet sit potius relinquenda quam asserenda ». ]: ne certo cotali dubbi movevano in Jacopo se non da questo, che, dotto quanto i tempi comportavano , scorgeva troppo evidente di sotto al Giuda della leggenda trasparire l'Edipo della mitologia. Forse un monaco o qualche altro ecclesiastico, fu il primo autore di cotesto [92 ] plagio, che poi si perpetuò, ma non perdette mai un certo originale carattere letterario, e non si addentrò mai bene nella coscienza popolare, quantunque la leggenda si trovi in monumenti di letteratura popolare, o per dir meglio, destinata al popolo (1) [ [nota 1] Questo intento di render popolare la leggenda trovasi anche sul bel principio della Leggenda latina in versi: Dieta vetusta patrum jam cleseruere theatrum | Et nova succedunt, quae prisca poemata laedunt. | Ergo novis quaedam placet ut nova versibus edam | Quae discant multi novitatis stemmate culti, | Et me, si quis amet, legat et per compita clamet.] . Fra i molti uomini del volgo della età passata o della presente cui sia stato o sia noto il nome del traditore, non molti crediamo sapessero o sappiano, e soprattuto credano 'fermamente , ciò che ne raccontarono 1' autore della Legenda aurea ed altri dopo di lui; mentre molte altre narrazioni , anche più as- surde, ebbero assai più diffu- sione fra il popolo e si procac- ciarono assai più notorietà e fede che non questa di Giuda. Fra i monumenti di lettera- tura popolare ove rinviensi la leggenda di Giuda, ricorderemo un poema in versi leonini tratto da un codice della Biblioteca di Monaco, scritto non già nel xin° secolo, come sostenne il Bâ- ckstrôm, ma nel xv°, come ret- tifica l'Halm, e che fu pubblicato primamente da Mone, e poi dal- l' infaticabile Du Méril, che niuna provincia della letteratura an- tica o moderna ha lasciato ine- 94 splorata od inculta (1(1) Du Méril, Poésies popul. latines du Moyen âge, pag. 314-368. Un altro poema latino su Giuda, anonimo e di scrittura del sec. XV. ricorda Leyser, Hist. poet. et poemat. m. aevi, pag. 2125. Comincia : « Cunctorum veterum placuerunt poemata multum ». ) ; una parte dell' antica leggenda fran- cese intitolata La vengeance de la mort de N. S. (2(2) P. Paris , Mss. Franc. , II. 84, ), nonché un episodio dell' antico Mistero della Passione, secondo le ad- dizioni e correzioni di Jehan Michel (xv° sec.) (3(3) Douhet, Dictionnaire des Mystères , col. 722. ); un libretto formante parte della Bibliothèque bleue, e che continua a ristamparsi tuttavia (4(4) Douhet, Dictionnaire des Légendes col. 717 e 1276. — Socard, Livres po- pulaires imprimés à Troyes de 1600 a 1800; Paris, Aubry, 1864, pag. 13. ). Trovasi anche nelle 95 varie traduzioni ed imitazioni del Varagine : cosicché può dirsi non esservi paese d'Europa nel quale o per mezzo del testo latino , o per versioni, o facente parte dei leggendari, dei passionari (1 (i) Vedi Das alte Passionai, ed. Hahn , p. 312 segg.) e dei misteri , o staccata, la leggenda di Giuda non siasi diffusa (2(2) Du Méril ricorda ( Poes. popul. du m. âge, p. 327) anche una vita di Giuda stampata da Abraham a Sancta Clara nel 1687 intitolata: Judas der Erzschelm (l'arcifurfante) ; e una vita popolare di Giuda in svedese pubblicata da Bàckstròm, Svenska Fòlkbocher II, 198. di cui una traduzione sopra una stampa del 1833 trovasi nel N. Jahr. d. berlin. Gesellsch., VI. 144. Un testo danese si trova nel Nyerup, Morskabslaening , 178. ). 96 Il testo italiano da noi stam- pato forma parte, come il latino da cui è tratto, della leggenda di S. Matteo scritta dal Yara- gine ; il testo francese è tolto da un cod. del xtv° secolo, e forma il compimento della leg- genda di Pylato che lo precede. Nei poemetti popolari italiani, due ne troviamo che portano il nome dello Scariotte : 1' uno intitolato La disperazione di Giu- dei teatro di D. Antonio di Zamora trovasi un Judas Iscariote che non ab- biam potuto vedere; ma che forse segue la leggenda, secondo possiamo argomentare da ciò che ne dice il Ticknor, Hist. de la lilerat. espan. Ili, 103: « contiene dema- siados errores para ser entretenida ». Neanco ci è noto che cosa sia il « Judas Iscariotes, tragoedia nova et sacra » di Tommaso Naogeorgus (sec. XVI) s. a. n. 97 dû , erroneamente attribuito al Tasso (1(1) Ne possediamo due moderne edizioni ad uso del popolo, una s. n. (ma forse di Todi), l'altra, Bologna 1806, alla Colomba. Nella vita del Tasso scritta dal Serassi, pag. 597, si legge che il libraio Scaglia, a cui venne a mano questo poe- metto, lo stampò presso il Baba nel 1627, credendolo del Tasso, benché fosse opera di un Giulio Liliani , che non potè mai ottenere di vederlo pubblicato col proprio nome. Infatti se ne hanno altre stampe, sempre col nome del Tasso, di Milano 1628, Cremona 1629, Venezia 1678, Borna 1688 e 1780, non che una traduzione spagnuola stampata a Venezia, Baba, 1564. ), ma nel quale non si fa nessun ricordo della tradizione di che discorriamo; l'altro che invece la riproduce esattamente (2(2) Nascita | vita, e morte | disperata | di | Giuda | Iscariotte | poeticamente de- scritta | dal signor Nibegno Boclami ro- mano. | In Lucca per Domenico Maresc. (Marescandoli) 1807, con approvazione. Il nome dell' autore è evidentemente ana- grammatico, ma si indovina soltanto che Nibegno può voler dire Benigno. Lo stile del poemetto non è rozzo, come nelle storie che sono composte da vati popolani , ma gonfio, come si nota in quelle altre che da gente mezzanamente eulta sono scritte ad uso del popolo. Riportiamo la l. a ottava: Non più d' armi <T Eroi, d'amor, di sdegni Non più d' imprese egregie e generose , Non più d'illustri e memorandi ingegni, Musa, non più cantar gesta gloriose ; Ma del re degli iniqui , infami e indegni Descrivi i sensi e 1* opre obbrobriose ; Questi fu 1' empio Giuda, il più nefando Di tutti i traditori , il più esecrando. Vi ha pure un altro poemetto popolare col nome di Nibegno Roclani (e non Rodami), Patrizio romano, cioè: « La Regina sfortunata di Cipro ecc. Lucca , Raroni ». Pare che la poesia del Roclani non sia andata a genio alla plebe, perchè anche di quest'altro suo poemetto mi è nota una sola edizione. ). Di esso non è [98] a nostra conoscenza se non una sola edizione, mentre di quasi tutte [99] le altre leggende popolari possediamo buon numero di stampe per ciascuna: il che si potrebbe spiegare col poco favore e la poca adesione che questa leggenda, secondo già notammo, ebbe a trovare nel volgo (1 (1) Il titolo di un raro libercolo del sec. XVII ci aveva indotto nell'opinione che si trattasse di una scrittura la quale si riconnettesse alla nostra materia. Inten- diamo alludere all' « Aristo o vero sia l'in- cestuoso micidiale innocente, opera di Ga- sparo Ugolini da Rovigo , Podestà di Gazuolo e tutto suo marchesato », che trovammo rammentata nei Novellieri in prosa di G. B. Passano p. 423. Ricor- remmo, per averne notizia, al cortese bibliofilo signor Andrea Tessier di Ve- nezia, possessore, forse unico in Italia, di questo romanzetto, e potemmo accertarci che, ad onta del titolo, Aristo non ha nulla che fare con Edipo. Si racconta in questo romanzetto, come Erminia fa venire Aristo ad amoroso congresso notturno, e allontanatasi dalla camera per agevolargli 1' uscita, è fraudolentemente sostituita dalla propria sorella Aurelia, che stava in ag- guato, invida della fortuna di Erminia: e quando questa ritorna, Aristo credendo sia alcuno che venga a sorprenderlo col- 1' amata, fra le tenebre la ferisce, ed essa poco dopo ne muore: onde, conclude l'au- tore, Aristo è incestuoso e micidiale , ma innocente. — Questa operetta di circa 200 pagg. è un mostro singolarissimo di sensi volgari, di stile del più puro seicento, e di errori grammaticali ed ortografici , ai quali sono da aggiungersi innumerevoli spropositi di stampa, forse dovuti all'essere l'edizione datata da Amsterdam, per Gulliel- mo Winzlaik, 1671. ). Ma il mito greco di Edipo sopravvisse alla caduta del pa- ganesimo, rivestendo anche altra forma da quella del Giuda: e ne troviamo la prova in un racconto albanese, trascritto dal- l' Hahn, e così volgarizzato dal Camarda. 101 « Fuvvi un re in un luogo, dove regnava; e a lui fu annunziato, che sarebbe stato ucciso da un suo ni- pote, che non era per anco nato. Per questa cosa quanti fanciulli fa- cevano le due sue figliuole ch'egli aveva, li gettava in mare, e li affogava. — Jl terzo fanciullo che gettò in mare, non si affogò, ma la marea lo rigettò in un angolo del mare sulla spiaggia, e quivi lo tro- varono alcuni pastori, che lo pre- sero nella loro mandria, e lo die- dero alle loro donne per nutrirlo. — Passa le notti, e passa i giorni, si fece il fanciullo a suo tempo , sino ai dodici anni, ben complesso, e robusto assai. — In quel tempo era uscito un mostro (Lubia) nel luogo del re, sicché erano state disseccate (trattenute) le acque tutte da quello, e fu annunzialo come senza che il mostro mangiasse la figlia del re, non lascerebbe le a- cque. — Voleva il re, e non voleva. 102 non sapeva che fare: deliberò di dare la figlia a divorare al mostro, e la inviò, e la legò nel luogo dove era il mostro. — Quel giorno passò di là anche il giovinetto che alle- varono i pastori , e come vide la fi- gliuola del re, le domandò perchè stava colà e piangeva, ed ella gli espose perchè ve l'aveva mandata il padre. — Non temere, le dice costui, sta' ad osservar bene quando esce il mostro, allora parlami, che io mi nasconderò. Ed egli si na- scose dietro ad uno scoglio, e si pose in capo una berretta, che lo cuopriva , e non si vedeva. « Fra un momento uscì il mo- stro, e la fanciulla parlò adagio al giovine che sentì, e questi uscì dallo scoglio, e come si accostò al mostro , lo percosse tre volte colla clava nella testa, e cadde spento il mostro. Nel momento si sciolsero le acque. — Egli prese il capo del mostro, e lasciò andare la figlia del 103 re, e non sapeva che quel fatto era sua sventura. • Come fu andata la figlia dal re, gli disse in che modo era sfuggita al mostro; e il re aperse un'assem- blea facendo decreto , che colui il quale aveva ucciso il mostro an- dasse al re, che lo farebbe suo fi- glio, e darebbegli in moglie la fi- gliuola. — Come ciò intese il gio- vine andò dal re, e gli mostrò il capo del mostro, e prese in moglie la giovine cui egli liberò dal mo- stro, e si fecero nozze grandiose. — Nel mentre danzavano, e tripu- diavano, il giovine scagliò la clava, e involontariamente colpi il re, e si fece il giovine stesso re (1 (1) Hahn , Albanesische Studien I, pag. 167, e Griech. und albanes. Mdrchen li, pagg. 114 e 310; Camarda , Appendice al Saggio di grammatologia comparata sulla lingua albanese, pag. 20 segg. ) » . 104 « Iir questo racconto — adoperiamo qui le espresse parole di un nostro dotto amico e collega — noi troviamo il mito di Perseo combinato con un elemento dell'Edipodea. Come Perseo, l'eroe è esposto in mare; come Perseo, egli uccide, non il padre, ma l' avo; come Perseo libera una donna esposta ad un mostro. Quantunque il beretto che rende invisibile sia assai comune nei racconti popolari, qui, considerato nell'insieme col resto, è impossibile non riconoscere in esso la Aidos Kyneé , che figura anche nel mito di Perseo. Ravvicina il racconto al fatto di Edipo lo sposalizio colla madre, quantunque accennato in modo .confuso. Evidentemente il racconto è incompleto, ed anche storpiato dalla narratrice , una 105 popolana di Ljabowo nell' Epiro settentrionale (Gaonia). Prima si parla di due sole figlie ambedue maritate, poi si parla di una sola figlia e nubile. Non è detto se questa fosse la zia o la madre dell' eroe rimasta vedova. Ma quella espressione « e non sapeva che quel fatto era sua sventura » non si giustifica se non ammettendo l' idea del più grave incesto. La sola uccisione dell' avo , avvenuta a caso , non si vede quale sventura gli recasse , poiché lo condusse al trono, nè egli sapeva che l'ucciso fosse suo avo. A me par chiaro che manca anche la fine del racconto, in cui l' eroe venga a risapere la sua origine ed a [106] sentire così la sventura a cui sopra si accenna (1(1) Comparetti, Edipo e la mitologia comparata pag. 85. ) ». Più strano assai che presso gli Albanesi, dovrà sembrare che del mito greco si trovi memoria presso le genti finniche. Fra le quali fu trovato vivente nella tradizione orale, il racconto che qui riferiamo, e che, in mezzo ad alcune varianti, conserva tuttavia della forma primitiva i due sostanziali episodj, della incolpevole uccisione del padre e dell' innocente incesto colla madre. Due maghi — dice il racconto finnico che compendiamo — arrivarono a casa di un contadino e 107 \ ? i furono ospitati. La notte una capra ebbe a partorire, e il più giovane dei due propose di aiu- tarla, benché l'altro vi si oppo- nesse, dicendo che l'agnello na- scituro era destinato a finir in bocca al lupo. Nello stesso tempo, le doglie di parto prendono anche alla padrona, che il più giovane propone di aiutare, benché l'altro osservi che il figliuolo che deve nascere ucciderà il padre e spo- serà la madre. Il padrone di casa ode il dialogo, lo riferisce alla moglie, ma non han coraggio di uccidere il figliuolo. Un gior- no in casa del contadino si fa gran festa e si mette allo spiedo Y agnello : ma avendo poi posta la carne cotta presso alla fine- stra, cade di sotto, o il lupo che passa la mangia con gran terrore del contadino e della 108 moglie, che già si ridevano delle profezie dei maghi. Allora pen- sano di disfarsi del figlio, e poiché non han cuore di finirlo, lo feriscono nel petto, e legato a una tavola lo gettano in mare. Le onde lo spingono ad un isola, dove vien raccolto e recato al- l'abate del monastero. Ivi cresce e divien bravo; ma noiandosi della vita che mena, è consi- gliato dall' abate a mettersi pel mondo. Va, e cerca lavoro; e un dì giunge ad una casa di contadini. L'uomo non v'era; v'era la donna, alla quale chiede lavoro, ed essa gli dice: Va a guardare cotesti campi da' ladri. Ei si pone all' ombra dietro un sasso , e vedendo entrare nel campo un uomo a còrvi erbe , mentre questo sta per andar- sene, gli tira un colpo e l'uccide; 109 poi torna alla padrona la quale sta in pensieri non vedendo tor- nare a pranzo il marito. Allora si scopre che 1' ucciso era il marito; ma poiché 1' uccisio- ne fu senza colpa, dopo molte grida e smanie, la donna per- dona al servo che resta presso di lei, ed anzi la sposa. Ma un giorno vedendo al marito la fe- rita , si pone in sospetto, e final- mente si scopre che sono madre e figlio. Che fare? La donna lo manda a cercar uomini dotti per trovare il modo di espiare il de- litto. Ed ei va, e trova un mo- naco vecchio con un libro in mano: ma il monaco, consul- tato il libro , dice che non vi è espiazione: onde l'altro, cieco dal dolore, l'uccide. Lo stesso avviene con un secondo mona- co : ma un terzo gli dice che 110 non vi ha peccato che non si espii col pentimento, e gli sog- giunge che vada a scavar da una rupe un pozzo finche non trovi acqua, e la madre lo assi- sta tenendo in braccio una pe- cora nera, finche diventi bian- ca. Vanno, ma passa il tempo, e T acqua non scaturisce ne la pecora diventa bianca. Intanto passava gente e guardava e di- mandava, e un giorno un si- gnore si fermò e domandò chi fosse e che facesse. Ei gli rispon- de, e poi gli dimanda a sua volta: e tu chi sei? — Io sono uno che fa dritte le cose storte, e ora appunto vo a un giudi- zio. — Vedendo che sta meglio al mondo di lui, e che a lui non riesce farsi perdonare, il mi- sero si arrabbia e uccide il vian- dante. Allora la pietra si apre , Ili l'acqua scaturisce e la pecora diventa bianca. Ma non sapendo come espiare l'ultimo fallo, il meschino torna dal frate, il quale lo assicura che il miracolo si è compiuto prima del tempo, per- chè l'ucciso, colla sua professione, offendeva Dio più di lui, onde era abbreviata la penitenza né eravi d'uopo d'altra espiazione. Sicché il pentito potè d' allora in poi condurre vita quieta e tranquilla (1 (1) Grasse, Mdrchenwelt, Leipzig, 1868, pag. 208. ). Giunti al fine di questo breve ma pur faticoso esame di narrazioni così diverse fra loro per 112 l'età ed i popoli a cui appar- tengono, per lo scopo a cui ten- dono, e pel concetto a cui s' in- formano, ci sia lecito, conchiu- dendo, dappoiché a tutte potem- mo assegnare uno stesso e co- mune punto storico di partenza, di far notare la vitalità delle an- tiche favole pagane: le quali , o accettate dal cristianesimo ed appropriate ai suoi personaggi, come accade per la leggenda di Giuda, o modificate sotto l'impero delle nuove credenze religiose, come è per quella di Gregorio, o abbandonate alle in- certezze della tradizione orale del volgo che le va alterando, come nei vari racconti popolari, conservarono tuttavia il loro predominio sulle menti degli uomini delle più lontane gene- razioni commovendone , come 113 ne commoveranno per molto tempo ancora , e la fantasia e gli affetti. Pisa, 1868. ALESSANDRO D'ANCONA |
| Mentre stavamo correggendo
le bozze di questa Introduzione, ci pervenne notizia di una tra-
dizione cipriotta teste messa a luce; e rivolgendoci all'amico Prof.
Gomparetti ne potemmo avere il volgarizzamento, accom- pagnato da
alcune dotte avver- tenze. Il nostro collega, pur facendo certe
restrizioni a quanto afferma 1' editore greco circa il nesso fra la
leggenda vivente e 116 il mito di Edipo, riconosce tut- tavia che
questo racconto va collocato nello stesso ciclo al quale appartiene
l'Edipodea. Per- ciò ci è parso che questa leg- genda
cipriotta fosse necessario supplemento alle notizie da noi raccolte sul
ciclo dell' incestuoso innocente nelle varie sue forme, e speriamo che
i lettori ci sa- pranno grado che ad essi la co- munichiamo. «
Una volta, un tempo c'era* un Signore e aveva tre figliuole, e s' eran
fatte grandi e non poteva maritarle, ne sapea che cosa farsi. Or
dunque, signora mia, gli venne in mente di far i ritratti delle sue
figliuole e di collocarli dinanzi alla porta di casa sua, sicché
li vedesse chi passava, forse che così le ma- riterebbe. Il
luogo dove abitava 117 questo signore era sul mare e molte navi ci
andavano da molti luoghi ad approdare. Ebbene, signora mia, una volta
vide quelle figure un ca- pitano, e gli piacque la più piccola
delle tre, e andò a chiederla dal babbo di lei: ma il babbo non
gliela voleva dare, perchè voleva prima maritare le maggiori e
poi la più piccola. Lo sposo voleva la piccola; e gli amici del
babbo di lei lo consigliarono, che si risol- vesse a dargliela per fare
un buon principio. E insomma, signora mia, si decise, e diede la
piccola; e dopo pochi giorni, si fecero gli sponsali. Dopo la
benedizione nuziale, se ne andarono tutti i parenti e gli amici e
lasciarono soli lo sposo e la sposa; e allora la sposa andò a
dormire nella sua stanza, e quando lo sposo andò per dormire con
lei, si squarciò la parete, e ne uscì fuori un fan-
tasima e disse allo sposo: Stai lon- tano dalla Rosa (che cosi si chia-
118 mava la sposa) perchè la Rosa prenderà suo padre, e
con suo pa- dre farà un figliuolo, e poscia pren- derà in
marito anche il figliuolo. Tosto che ebbe udito tutto ciò lo
sposo, senza dir nulla ad alcuno, andò a trovare il suocero , e
gli disse che avea commesso uno sba- glio, poiché voleva per
moglie la grande e non la piccola. N' ebbe piacere il suocero, il quale
voleva appunto maritare la grande per prima, e li maritò; e lo
sposo si prese la moglie e se ne andò a casa sua. « Dopo
poco tempo, si trovò anche un altro sposo, ed anche a questo
piacque la piccola. Per non farla troppo lunga , accadde a questo
proprio come all' altro — La po- vera Rosa dopo essere stata ammo-
gliata a due mariti, rimase non ma- ritata. Passato un certo tempo la
Rosa, che non sapeva per qual ra- gione due uomini P avevano spo- 119
sata e Pavean lasciata tutti e due, ebbe un'idea. Pensò di
pregare il babbo che la lasciasse andare a visitare le sue sorelle,
poiché de- siderava vederle, affine di sapere la ragione per cui
i mariti suoi l'avean lasciata ; e il babbo la lasciò andare, e
partì. — Appena arrivata là dove abitava le sorella
maggiore, vide la serva di questa che andava ad empir la brocca, e la
riconobbe, e le disse: Eccoti questo anello, dallo alla tua padrona, ed
io aspet- terò qui fuori che tu mi porti una risposta. Poco dopo
viene la serva e le dice che favorisca, che la vuole la sua padrona; e
trovò la sorella sola, e si assisero. Sorella mia, le disse, son
venuta perchè desiderava vederti, e vorrei tu mi facessi un
piacere; che la notte quando vai a dormire con tuo marito, tu spenga il
lume ed esca dalla camera e ci vada io. La sorella le disse: Con
piacere; perchè no? farò quel che vuoi. 120 «
Venuta la notte, la sorella fece quant' essa aveva chiesto, e
lasciò il marito, e la Rosa andò e si co- ricò col
suo sposo: allora essa, come fosse la moglie di lui, gli disse: Da
tanto tempo che sei mio marito, ho sempre dimenticato di doman- darti
la ragione perchè sposasti mia sorella più piccola e poi
la lascia- sti. E allora colui gli disse tutto com'era accaduto. Saputo
che ebbe ciò, Rosa uscì dalla camera e v'en- trò
la sorella; il giorno appresso levossi e se ne andò a trovare
l'al- tra sorella, e dopo che anche dal- l' altro sposo ebbe risaputo
le stesse cose, tornò a casa sua e dicea fra di sé: No,
non isposerò mio padre come ha detto il fantasima; piut- tosto
pagherò degli uomini perchè lo uccidano — E così,
signora mia, pochi giorni dopo essa paga degli uomini i quali uccidono
il suo bab- bo, e lo prendono e lo seppelliscono fuori del paese in un
campo; e sul m sepolcro in cai avean seppellito il padre di lei,
germogliò nn melo che facea di belle frutta. E dunque un giorno,
signora mia, la Uosa vide un uomo che vendeva mele; lo chiama e compra
di quelle mele e ne mangia, e uscì gravida. Poco tempo dopo
cominciò a farsele gros- so il ventre, e non sapeva come mai, ma
poi riseppe che sul sepol- cro di suo padre era nato un melo, e si
rammentò che di quelle mela aveva mangiato. Allora disse fra di
sé: neppur ora non voglio che si avveri il detto del fantasima,
e ap- pena partorirò farò di uccidere il bimbo. E tosto
che nacque il bimbo lo prese e gli die più coltellate nel petto
e lo pose dentro una cassa, la inchiodò ben bene, e la
gittò a mare; e poiché soffiava vento di terra, spinse la
cassa e andò in alto mare. Si trovò a passar di là
una nave mercantile e il capitano della nave vide la cassa; e dice
allora il 122 capitano ai suoi uomini: Mettete in mare la barca, e
prendete quella cassa, e se e' è dentro qualcosa di prezioso
prendetela per voi, se però e' é dentro anima viva
sarà mia. Calarono la barca e presero la cas- sa; ci trovarono
dentro un bambino immerso nel proprio sangue; allora il capitano lo
prese per se e lo fece figliuol suo: e dopo che furono passati molti
anni morì il capitano, e ereditò tutta la sua fortuna il
figlio adottivo di lui. E allora il fanciullo divenuto grande, faceva
il mestiere di suo babbo e viaggiava da luogo a luogo. « In uno
de' suoi molti viaggi ac- cadde che andò nel paese della sua
madre e vide la porta della casa di lei, e domandò che cosa
fossero quelle figure eh' erano su quella porta, e gli dissero la
storia delle tre sorelle, e gli dissero pure che la più piccola
non avea marito. Allora colui, la prendo io, disse, 123 per moglie; e
la prese, e quando furono passati molti anni ed aveano anche fatto
figliuoli, un giorno essa porse a lui la camicia da cambiare. Allora
vide nel petto di lui le ci- catrici delle coltellate che gli diede
quando lo mise dentro la cassa , e sospettò, e interrogollo: Non
mi dici che cosa sono queste cicatrici che hai nel petto? Colui gli
disse ch'ei non conosceva né babbo né mamma : solo che T
avea trovato un capitano in mezzo al mare dentro una cassa e T avea
preso e fatto suo figlio; e quando morì mio padre io fui suo
erede e feci V arte sua, e venni in questo paese e ti presi in moglie,
e non so altro. Colei gli disse ; Fin qui mi ha perseguitato la scia-
gurata sorte mia; tu sei mio figlio, ed ora che si sono avverale le
cose che disse il fantasima, lascio te ad- dolorato, e orfani i
figliuoli, e vado a morire, poiché cosi ha voluto il destino. E
andò e gitlossi da una terrazza e si uccise ». 124 II
racconto che precede 1' ho tradotto dal dialetto greco del- l' isola di
Cipro. Il sig. Sakella- rios che lo ha pubblicato (1(1)
Toc KowptorcoÉ. Atene, 1868. T. IH. p. 147 segg.)
crede eh' esso provenga dal- l' antica favola di Edipo. Io sa- rei meno
affermativo nello sta- bilire un rapporto di deriva- zione, che
veramente fra il rac- conto ciprio e T antica leggenda tebana si
scorgono differenze no- tevoli ed assai profonde, quale, fra le altre,
il non essere nel racconto ciprio il parricidio punto fatale ne
involontario. Nondi- meno è indubitato che questo racconto
appartiene allo stes- so ciclo a cui appartiene 1' Edi- podea. Fra i
racconti dello stes- so genere, questo si distingue 125 per un
tipo suo tutto partico- lare, e se e' è reminiscenza del- l'
antico racconto greco essa è non solo singolarmente alterata ed
inselvatichita, ma mescolata e confusa eziandio con remini- scenze d'
altri racconti. Fra le parti in che esso differisce da- gli altri,
quella del modo in cui ha luogo l'incesto involontario col padre
è assai notevole, e mi ha richiamato a mente un' an- tica
leggenda, orientale di ori- gine, diffusa poi nel mondo greco-romano, e
riferita da Ar- nobio (1[(1) Adv. g ente s , V. 5
segg. ] ). Secondo questo scrit- tore, la favola
in
Pessinunte nar- rava che Giove infiammato d'a- more per la Gran Madre,
non potendo riuscire nel suo intento, rese feconda la pietra Agdos da
126 cui la stessa Gran Madre aveva avuto origine. Quindi nacque
Agdistis essere ermafrodito di straordinaria potenza, il quale essendo
stato evirato per voler degli Dei, dal sangue di lui sparso in terra
nacque un melo granato (1 (1) Il racconto Ciprio oggi dice
soltanto un melo, ma forse deve intendersi di un melo granato che
secondo un' idea ( non però troppo ben fondata) di
Bòttiger (Ideen zur Kunst- Mythologie II p. 250) era per gli
antichi il melo per eccellenza. Negli antichi racconti greci il melo
non ha che far nulla colle idee di morte; ma si bene il melo granato che
fiorisce negli orti di Aide, e nasce dal sangue sparso violentemente.
Veggasi quanto su di ciò con molta dottrina ed acume osserva
Bòtticher, Der Baumkultus der Hellenen pag. 471 segg. Un fatto
da notarsi è che il melo granato, trapiantato, secondo la
leggenda, d'Asia a Cipro prima che fosse introdotto in Europa, ha parte
nelle leggende Tebane. Cadmo lo portò a Tebe. Sulla tomba di
Meneceo nacque spontaneo, e cosi pure sulla tomba comune di Eteocle e
Polinice.). Nana figlia del (127) fiume Sangario, ammirando la
bellezza dell' albero, ne colse un pomo che riposto in seno di lei la
rese feconda, e così nacque Atti, il quale fu esposto dal padre
di Nana, e divenne poi l'a- mante incestuoso di Agdistis — Non
istarò a ripetere qui quanto fosse alla moda nell' Europa
greco-latina questo culto Frigio della Madre degli Dei, il culto di
Venere Assira ed altri culti di provenienza orientale; e co- me questa
moda durasse a lun- go, e solo si estinguesse coli' e- stinguersi del
paganesimo che nella sua lotta colla nuova re- ligione avea cercato in
quelli il debole appoggio di una insulsa 128 teosofìa (1(1)
Giovi rammentare il noto scritto Sulla Madre degli Dei dell' imperator
Giu- liano. ). Il nome di Nana lo troviamo riunito a quello di
Artemide in una iscrizione del Metroon pireense (2(2) V. il mio
articolo Sulle iscrizioni relative al Metroon pireense negli Annali
dell' Isiit. di Corrisp. ardi. T. xxxiv pag. 38 segg. Sulla provenienza
orientale del nome di Nana o Nanaea , olire agli scrittori da me ivi
citati, veggasi Rawlin- son The five great Monarchies, I pag. Mi segg.
e l'Erodoto del medesimo, I p. 521 segg. ), e si trova assai
spesso anche adoperato co- me nome di persona (3(3) Cf. Boeckh,
ad C. I. G. n.° 3856.). Quanto a Cipro, la sua posizione geo-
grafica, e la sua storia rendono chiaro per chiunque, come ne-
cessariamente in essa dovessero incontrarsi e mescolarsi le (129 )
leggende d'Europa con quelle d'A- sia. È nota la grande omoge-
neità delle due leggende di Ci- bele Frigia, e di Afrodite
Assira, e come Atti in quella equivalga ad Adone in questa. Come la
memoria della leggenda di Ado- ne non è pur anco spenta ma vive
tuttora nelle costumanze di qualche popolo orientale (1), così
non sarebbe da maravigliare se mescolata con elementi d' altra origine
una qualche remini- scenza della leggenda di Atti vivesse tuttora in
questo racconto della più orientale isola greca. D. COMPARETTI |
|
|
| Josafat e Barlaam II 815-832 |
|
| Enrico destinato a sposare la
figlia dell'imperatore, ci riesce nonostante i ripetuti tentativi
dell'imperatore Corrado di ucciderlo: motivi fiabeschi, lettere
sostituite ecc. II 851 |
|
| Cristina subisce un'incredibile
serie di martiri e alla fine muore santa: motivi fiabeschi: torre in
cui larinchiude il padre, ma lei resta fedele al suo amato, Gesù
Cristo I 407 |
RIFERIMENTI |
|
| Alessandro D'Ancona,
La leggenda di Vergogna e la
leggenda di Giuda |
Alessandro D'Ancona, La leggenda di Vergogna e la Leggenda di Giuda, Gaetano Romagnoli, Bologna, 1869; Introduzione; http://www.archive.org/stream/laleggendadiverg00dancuoft#page/n89/mode/2up; 17/10/11 |
| Domenico Comparetti, Edipo e la mitologia comparata.
Pisa: Tipografia Nistri 1897 |
http://www.archive.org/details/edipoelamitolog00compgoog http://www.archive.org/stream/edipoelamitolog00compgoog#page/n8/mode/2up |
| Testo latino |
Jacobi a Voragine, Legenda Aurea. Vulgo historica lombardica dicta ad
optimorum librorum fidem. Recensuit Dr Theodor Graesse; Lipsiae:
Impensis Librariae Arnoldianae 1801; pp. 184-186 Fonte:
http://www.archive.org/stream/legendaaureavulg00jacouoft#page/184/mode/2up;
consultato il 18 ottobre 2011. |
| Testo italiano |
Alessandro
D'Ancona, La leggenda di Vergogna e
la Leggenda di Giuda, Testo
del buon secolo, Codice Riccardiano 1254, car. 78; Bologna:
Gaetano Romagnoli 1869;
pp. 63-73; http://www.archive.org/stream/laleggendadiverg00dancuoft#page/n89/mode/2up; consultato il 18/10/11 |
IMMAGINI |
|
| Michael Pacher, S. Agostino e il diavolo (1471-1475) |
Michael Pacher1430_1498 S
Agostino e il diavolo 1471-5 |
| Giotto, Il bacio di Giuda | |
| NOTE |
|
| Tema: incesto |
Ogni enigma vela e cela, e
l'enigma degli enigmi vela e cela la mescolanza delle generazioni nel
soggetto: l'essere della Sfinge dall'alba al tramonto è lo
stesso, e in lui si mescolano il bambino il cui desiderio è
infinito, l'adulto che agisce, il vecchio che sa. Le sue tre età
sono distinte e sono confuse, come il suo amore per i figli, i
genitori, i suoi pari. Il transfert in analisi è la risposta
alla sfinge: il soggetto confonde e distingue, desideri e mete e
sapere, per tutta la vita. L'uomo è enigma a se stesso. Nelle storie di Edipo Giuda Gregorio si trovano enigmi e iscrizioni che giocano sull'unicità dell'amore, che nasce e resta incestuoso, che si trasforma in amore per lo sposo o la sposa, e in amore per i figli. Edipo li lega tutti, e se elabora il suo lutto, se giunge ad Atene, nel demo di Colono, dove nacque Sofocle, o a Gerusalemme o a Roma, conferisce invincibilità a questi luoghi sacri. Per questo Gregorio Magno poteva essere l'attante soggetto della storia di Edipo, e diventare papa dopo una lunga penitenza. Molto complesso il motivo dell'attaccamento di Giuda al denaro, Giuda rubava per sé una decima parte di quanto veniva donato a Gesù, Giuda voleva che fossero venduti gli unguenti preziosi che la Maddalena spargeva sul corpo di Gesù, del valore di trecento denari: per questo lo vendette per trenta denari. Da ogni cosa voleva trarre una vantaggio concreto per sé, non poteva quindi comprendere ciò che nell'essere umano non si traduce in danaro. Allo stesso modo Creonte di fronte a Edipo non comprende il valore del suo sacrificio, del suo sapere sull'uomo, e lo forzerebbe a tornare a Tebe per garantirgli la vittoria. Dichiarandosi libero dai vincoli di sangue Edipo apre la sua storia a una giustizia di qualità altissima, come quella predicata da Gesù Cristo. |
La grandezza e sincerità della penitenza... |
Alessandro D'Ancona comprende il modo della costanza e della varianza di Edipo. Per ora non ho trovato però riferimenti all'Edipo a Colono, che danno ragione della continuità del motivo della città giusta, Atene, e della città santa, roma, come nuova Gerusalemme, che accogliendo i corpi degli attanti della favola santifica se stessa. |
Forse da una incerta reminiscenza delle due leggende pagane confuse l'una coll'altra... |
La psicoanalisi permette di cogliere il senso della formazione e della trasformazione dei temi narrativi, lo scambio dei motivi, che possono eclissarsi e riemergere, incessantemente, eterno gioco delle forme eterne, come scrive Goethe. Ma avvertendo che non si tratta con la psicoanalisi di risolvere problemi di filologia o di storia delle narrazioni, anche se la psicoanalisi offre strumenti e studi che possono consentire agli specialisti di questi campi di risolvere qualche enigma. E si esce dal campo psicoanalitico, a dibattersi come pesci fuor d'acqua, se ci si riferisce a qualche iperuranio di ispirazione psicoanalitica, del tipo degli archetipi junghiani: il risultato è una nuova mitologia, qui come altrove nelle scuole psicoanalitiche, che pur essendo convincente e anche utile nella clinica, basa la sua efficacia sullo stesso fondo oscuro di ogni sistema simbolico, senza avere lo spessore millenario di linguaggi come quello alchemico o astrologico. I grandi sistemi simbolici hanno coerenza se sono proposti come organizzazione di una verità trascendente, e la loro verità è legittimata da una religione che richiede un atto di fede. Oppure hanno una coerenza, come l'astrologia o l'alchimia, la cui ricchissima storia si conclude con la nascita dell'astronomia e della chimica, intorno al XVII secolo. Allo stesso modo la vita del romanzo antico, come Apollonio re di Tiro, si conclude con l'emergere del genere della fiaba, tra XVI e XVII secolo, e del romanzo, a partire dal Don Chisciotte di Cervantes. Restano, le discipline di ricerca e i generi narrativi, come storia, restano come un'eredità, comprendendo la quale è possibile cogliere qualcosa altrimenti inafferrabile, frequentemente rimosso, del presente, proprio come nel lavoro analitico che si svolge fra analista e paziente. Se lo psicoanalista riconosce la straordinaria e continua ripresa del motivo di Edipo, se riconosce l'elaborazione del lutto nell'Edipo a Colono - si ricordi che è l'estrema opera di Sofocle, anche se nella triade tragica occupa un posto intermedio fra Edipo re e Antigone - ascolta un grande coro e un'immensa orchestra, estesi nello spazio e nel tempo, quasi senza confini, che cantano la stessa canzone ascoltata da Freud con le parole del mito tragico, e da ciascuno di noi in noi stessi non meno che nei nostri pazienti. |
Motivo dell'abbandono del bambino alle acque o nel bosco Appena ei nacque lo gittarono in mare entro una cassetta... |
Se il Cristianesimo elabora come abbiamo visto la storia di Edipo, traendone due vicende, una di salvezza, l'altra di perdizione, la Bibbia con Mosè, il bambino abbandonato alle acque e cresciuto dai nemici racconta una storia di abbandono dalla quale viene la salvezza alla famiglia d'origine, e a tutto il popolo ebraico. Il confronto col fratello faraone trasforma il figlio illegittimo in un rivale imbattibile. Mosè, come i personaggi della leggenda edipica di salvezza, ha sopra di sé il Dio unico, così come Edipo a Colono si mette sotto la protezione del re giusto, Teseo, prima di morire, rendendo invincibile Atene, la città che lo ha accolto, Edipo rinnega i legami di sangue e non accetta di essere complice con la crudeltà di Creonte e l'empietà dei suoi figli maschi. La discendenza che accompagna e sostiene Edipo, giusta fino al sacrificio di sé, è femminile. |
Motivo della nascita magica attraverso un frutto Uccise il padrone dell'orto che si opponeva al furto... |
Da comprendere il frutto: è il figlio, la discendenza, che Giuda ruba a suo padre possedendo la moglie di lui, la propria madre. Questo motivo del furto del frutto è nella favola di Pietropazzo di Straparola, nella quale la figlia del re viene condannata perché rimasta incinta. Quando il padre visita il palazzo dove lei vive col suo sposo, senza riconoscerla, lei gl fa scivolare in seno una mela d'oro, e lo accusa di furto. Quando il re protesta la sua innocenza, lei gli dce che come lui si è trovato quel frutto prezioso in seno, così lei è rimasta iinconta senza colpa. e viene perdonata dal padre. |
Motivo della nascita magica attraverso un frutto Il melo granato che fiorisce negli orti di Aide, e nasce dal sangue sparso violentemente. |
Confrontare con il mito di Demetra e Kore, o Cerere e Proserpina. Confrontare con la melograna simbolo di fecondità, ricordando che il figlio è chiamato sangue del mio sangue, e che nell'antica fisiologia lo sperma era sangue che attraversando tutti gli organi ne assumeva le virtù, e infine, passando attraverso il cervello, si sbanchiva, come un preparato alchemico, divenendo così il fluido più prezioso del corpo umano, dotato com'era del'lhomunculus completo, che nel grembo materno si nutriva e assumeva diverso sesso a seconda del calore dell'amplesso, nel senso che l'homunculus era dotato di genitali che nel caso della femmina, col minor calore del suo concepimento, non si estroflettevano. La coltivazione del melograno vale quindi come espressione del frutto, fatto di soli semi ciascuno dei quali è anche un frutto. che per crescere ha bsogno di uno spargimento di sangue. In questo modo si articola la volenza fra generazioni, e nello stesso momento si denuncia, si comprende, si condanna e si perdona. Sembra che Freud intuisca qualcosa di questo perdono nell'estremo Mosè, mentre prima si arresta alla parte della punizione. Gli manca poi la presenza femminile, perché mi pare che nella Bibbia la donna agisca come avatar temporaneo del maschile, quando gli attanti maschili non bastano avincere un nemico, come i Libri Sibillini nell'antica Roma. Se non ricordo male, una ricetta a base di chicchi di melograno rende possiible il riconoscimento tra un padre e un figlio considerato ingiustamente illegittimo. |
Ancora morìo in aere , acciò che colui il quale offese gli angeli nel cielo e gli uomini in terra , fosse sceverato dalla contrada delli angeli e delli uomini , e fosse accompagniato colle demonia nell'aere. |
Per la colpa tanto grave che chi l'ha commessa non ha posto né in cielo né in terra, né vivo né morto, vedi la storia di Mirra nelle Metamorfosi di Ovidio, dove la protagonista incinta del padre vaga sola per nove lune e poi prega gli dei: |
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PSICOMAPPA
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| TEMA |
M |
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| ATTANTE
SOGGETTO |
M |
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| MOTIVI |
ARCHÈ | PADRE MADRE |
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| ASIMMETRICI |
PERSECUZIONE |
DA A |
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| DONO |
DA A |
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| AMBIVALENZA |
DA A |
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| SIMMETRICI |
PROVA O RICERCA | ESIGENTE AGENTE |
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| SCAMBIO |
FRA |
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| TÈLOS | ||||