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FIABE E MOTIVI FIABESCHI NEI SECOLI
SCELTI E ANNOTATI DA ADALINDA GASPARINI


II SEC.
AMOR ET PSYCHE, FABELLA
LUCIUS APULEIUS





PSICOMAPPA
PSICOMAPPA



C'erano una volta un re e una regina che avevano tre figlie bellissime, ma la bellezza della più piccola era tale che le parole umane non bastavano a descriverla. La fama della sua bellezza era universale, e tanti venivano a vederla, sia dalla sua città che da altre regioni, e si cominciò a credere che fosse la stessa dea Venere finalmente tornata dagli uomini. Alla fanciulla venivano offerti doni e le si rivolgevano preghiere come se fosse la dea d'amore,  mentre i templi di Venere rimanevano deserti. La dea allora montò su tutte le furie, e chiamò suo figlio:

Et vocat confestim puerum suum pinnatum illum et satis temerarium, qui malis suis moribus contempta disciplina publica, flammis et sagittis armatus, per alienas domos nocte discurrens et omnium matrimonia corrumpens impune committit tanta flagitia et nihil prorsus boni facit. hunc, quanquam genuina licentia procacem, verbis quoque insuper stimulat et perducit ad illam civitatem et Psychen--hoc enim nomine puella nuncupabatur--coram ostendit et tota illa perlata de formonsitatis aemulatione fabula gemens ac fremens indignatione: 'per ego te,' inquit, 'maternae caritatis foedera deprecor, per tuae sagittae dulcia vulnera, per flammae istius mellitas uredines, vindictam tuae parenti, sed plenam tribue et in pulchritudinem contumacem severiter vindica idque unum et pro omnibus unicum volens effice: virgo ista amore fraglantissimo teneatur hominis extremi, quem et dignitatis et patrimonii simul et incolumitatis ipsius Fortuna damnavit, tamque infirmi ut per totum orbem non inveniat miseriae suae comparem.'
Sic effata et osculis hiantibus filium diu ac pressule saviata proximas oras reflui litoris petit plantisque roseis vibrantium fluctuum summo rore calcato ecce iam profundi maris sudo resedit vertice, et ipsum quod incipit velle en statim, quasi pridem praeceperit, non moratur marinum obsequium... (IV 30-31)

Chiama subito il suo alato e alquanto temerario figliuolo, quello che, disprezzando coi suoi cattivi costumi la pubblica disciplina, armato di fiaccole e saette, va di notte qua e là per le case altrui corrompendo le mogli di tutti, e compie impunemente tante azioni vergognose, e insomma non fa nulla di buono. E costui, già insolente e sfreanto per natura, ella conduce a quella città, e gli msotra Psiche, come si chiamava quella fanciulla, e raccontandogli per filo e per segno il fatto di quella bellezza rivale, gemendo e fremendo di indignazione gli dice:  - Ti scongiuro pei vincoli del materno affetto, per le soavi ferite delle tue saette, per le dolci bruciature di questa tua fiaccola, concedi una piena vendetta a tua madre, punisci severamente quella bellezza tanto insolente, e conduci a termine questo solo e unico compito: fa' che questa vergine si accenda d'amore ardentissimo per l'uomo più malvagio che la fortuna abbia condannato nell'onore, nel patrimonio, nella libertà, e infine al punto che in tutto il mondo non se ne possa ritrovare un altro uguale e così miserabile".
Così disse, e baciato a lungo ardentemente il figlio stretto al suo seno, si avviò alle vicine spiagge del mare rifluente, e camminando sulla superficie spumosa dei flutti vibranti, si immerse nel fondo asciutto del mare... (p. 75-76)

Intanto Psiche era ammirata e venerata, ma la sua bellezza era tanto al di sopra della dimensione umana che nessuno osava chiederla in sposa. Mentre le sue sorelle maggiori avevano già lasciato la casa per diventare regine, lei intristiva e finiva con l'odiare la sua bellezza divina. Quando vide che si ammalava, il padre consultò l'oracolo di Efeso, che gli diede questo responso:

'Montis in excelsi scopulo, rex, siste puellam
ornatam mundo funerei thalami.
nec speres generum mortali stirpe creatum,
sed saevum atque ferum vipereumque malum,
quod pinnis volitans super aethera cuncta fatigat
flammaque et ferro singula debilitat,
quod tremit ipse Iovis, quo numina terrificantur
fluminaque horrescunt et Stygiae tenebrae.'
(IV 33)

"Sulla rupe di un alto monte, o re, poni la fanciulla,
ornata con l'abbigliamento del letto di morte.
Non isperare un genero nato da stirpe mortale,
ma un crudele, feroce e viperino male

che con l'ali volando sopra l'etere, tormenta,
e ferisce ogni cosa con la fiamma e col ferro.
Per lui trema lo stesso Giove, da lui sono i numi atterriti,
ne hanno orrore i fiumi e le tenebre stigie."
(p. 75-76; divisione in versi nostra)

Si organizzarono quindi per lei le nozze con il terribile sposo, e i suoi reali genitori e gli abitanti della città in lutto l'accompagnarono al luogo dove avrebbe incontrato il terribile sposo. Psiche consolava  i genitori, dicendosi pronta ad affrontare il suo destino, che era scritto nello stesso momento in cui per la sua bellezza l'avevano chiamata Venere, e giunta sull'alta rupe indicata dall'oracolo, rimase sola a piangere.
Ma ecco che uno Zefiro la sollevò e la portò in volo fino a una valle segreta, dove l'adagiò su un morbido prato, dove si assopì, per risvegliarsi dopo un sonno ristoratore.  Allora :


Videt lucum proceris et vastis arboribus consitum, videt fontem vitreo latice perlucidum medio luci meditullio. prope fontis adlapsum domus regia est, aedificata non humanis manibus sed divinis artibus. iam scies ab introitu primo dei cuiuspiam luculentum et amoenum videre te diversorium. nam summa laquearia citro et ebore curiose cavata subeunt aureae columnae, parietes omnes argenteo caelamine conteguntur bestiis et id genus pecudibus occurrentibus ob os introeuntium mirus prorsum homo, immo semideus vel certe deus qui magnae artis suptilitate tantum efferavit argentum. enimvero pavimenta ipsa lapide pretioso caesim deminuto in varia picturae genera discriminantur: vehementer, iterum ac saepius beatos illos, qui super gemmas et monilia calcant. iam ceterae partes longe lateque dispositae domus sine pretio pretiosae totique parietes solidati massis aureis splendore proprio coruscant, ut diem suum sibi domus faciat licet sole nolente: sic cubicula, sic porticus, sic ipsae balneae fulgurant. nec setius opes ceterae maiestati domus respondent, ut equidem illud recte videatur ad conversationem humanam magno Iovi fabricatum caeleste palatium.
Invitata Psyche talium locorum oblectatione propius accessit et paulo fidentior intra limen sese facit; mox prolectante studio pulcherrimae visionis rimatur singula et altrinsecus aedium horrea sublimi fabrica perfecta magnisque congesta gazis conspicit. nec est quicquam quod ibi non est. sed praeter ceteram tantarum divitiarum admirationem hoc erat praecipue mirificum, quod nullo vinculo, nullo claustro, nullo custode totius orbis thensaurus ille muniebatur. (IV 35 - V 2)


Scorge un bosco fitto di alberi alti e grossi, vede un fonte trasparente di acqua cristallina, e nel mezzo del bosco, presso il fonte, scorge una reggia edificata da mani umane ma con arti divine. Già fin dall'entrata ti avvedi che si tratta dell'abitazione splendida e lieta di un qualche dio. Colonne d'oro sostengono gli alti soffitti di cedro e d'avorio lavorati finemente; e tutte le pareti sono ricoperte di bassorilievi d'argento con bestie d'ogni genere, e animali in atto d'accorrere verso chi entra. Certo un uomo meraviglioso, anzi un semidio, se non addirittura un dio, dovette scolpire nell'argento animali come quelli, con la finezza della grande arte. Anche i pavimenti di scolpito marmo prezioso staccano in pitture di varie guise. Somme e sempre nuova gioia di colore che camminano su tali gemme e monili! Le altre parti della casa incalcolabilmente preziosa, disposte per lungo e per largo, hanno pareti d'oro compatto, rilucono e lampeggiano di un loro splendore perché la casa faccia essa stessa giorno anche quando non voglia il sole: allo stesso modo stanze, portici, e perdino i battenti delle porte sfolgorano. Tutti gli altri oggetti corrispondono allo splendore della casa, tanto che davvero sembra essere stato costruito quel palazzo celeste dal grande Giove per i suoi appuntamenti con i mortali.
Psiche, allettata dalla delizia di un un luogo come quello, si avvicinò, e fatta più sicura oltrepassò la soglia: non sapeva dove metter gli occhi guardando or una cosa ora l'altra, quando scorge in altra parte della casa granai costruiti con arte mirabile e pieni zeppi di grandi tesori. Non vi è nulla che qui non si trovi. Ma la cosa più maravigliosa fra tante ricchezze, questa era, davvero straordinaria, che da nessuna catena, nessuna porta, nessun guardiano quel forziere di tutto il mondo era custodito. (pp. 81-82)

Delle voci senza corpo le dicono allora che  tutto ciò che vede è suo, e che sarà servita e colmata di doni. Dopo un bagno ristoratore e una sontuosa cena Psiche gode di musiche celestiali, e poi va a coricarsi. A notte fonda sente una voce soave:

Tunc virginitati suae pro tanta solitudine metuens et pavet et horrescit et quovis malo plus timet quod ignorat. iamque aderat ignobilis maritus et torum inscenderat et uxorem sibi Psychen fecerat et ante lucis exortum propere discesserat.  (V 4)

Allora, temendo in tanta solitudine per la sua verginità, si impaurisce e inorridisce, e tanto più teme ogni altro male perché non sa. Ed ecco che già le si accosta l'invisibile marito, sale sul letto, ha già fatto di Psiche sua moglie; e levatosi prima di giorno se ne va. (p. 82)

Mentre Psiche viveva nel palazzo meraviglioso, amata notte dopo notte dall'invisibile sposo, i suoi genitori si erano chiusi  nel lutto dopo averla perduta, e le sorelle erano andate a confortarli. Amore allora disse a Psiche che presto avrebbe corso un grave pericolo perché le sue sorelle sarebbero venute a piangerla alla rupe dove era stata abbandonata: se voleva evitare un grave dolore a lui e una terribile disgrazia a se stessa, non doveva rispondere ai loro richiami. Lei promise, ma durante il giorno non fece che piangere per la sua solitudine, e continuò durante la visita notturna dello sposo, anche nell'amplesso. Allora lui le disse che avrebbe potuto vedere le sorelle, e donarle ciò che voleva dal palazzo: non doveva però ascoltarle quando avrebbero cercato di convincerla a vedere lui, il suo sposo: se lo avesse fatto lo avrebbe perduto per sempre. Psiche gli disse allora che avrebbe preferito morire piuttosto che perderlo, chiunque egli fosse, e che non avrebbe voluto cambiarlo nemmeno con lo stesso Cupido, dio d'amore: poteva quindi farle arrivare le sorelle con lo stesso Zefiro gentile che aveva portato lei?
Così fu fatto, e Psiche mostrò alle sorelle stupefatte le ricchezze  del suo palazzo, che sentirono le voci dei servitori invisibili, godettero degli splendidi bagni tempestati di gemme e della tavola sontuosa, e quando le rimandò a casa con lo stesso vento leggero le colmò di gioielli bellissimi e preziosi, mentre loro erano già prese dall'invidia.
Lo sposo sconosciuto la avvertì che avrebbero cercato di farle perdere tutto ciò che aveva, e le disse che il bambino che portava in seno sarebbe stato immortale se non avesse infranto il segreto, mortale se lo avesse tradito.
Le sorelle tornarono alla rupe, e quando il solito venticello le portò nel palazzo di Psiche cominciarono a dirle che avevano motivo di credere che lo sposo misterioso fosse un enorme serpente che la curava e la nutriva per mangiarla insieme al bambino che sarebbe nato. Lei allora chiese loro che le suggerissero un modo per vedere lo sposo senza che se ne accorgesse e loro le consigliarono di armarsi di un rasoio e, quando fosse stato addormentato, di avvicinarsi lentamente senza far rumore con una lucerna, pronta a tagliargli la testa. Poi se ne tornarono dai loro mariti, e Psiche, pur esitando, mise in atto il piano ordito dalle sorelle invidiose. Quando lo sposo, dopo l'amplesso, giaceva profondamente addormentato, Psiche si fece forza e decise di agire:

Sed cum primum luminis oblatione tori secreta claruerunt, videt omnium ferarum mitissimam dulcissimamque bestiam, ipsum illum Cupidinem formonsum deum formonse cubantem, cuius aspectu lucernae quoque lumen hilaratum increbruit et acuminis sacrilegi novaculam paenitebat. at vero Psyche tanto aspectu deterrita et impos animi, marcido pallore defecta tremensque desedit in imos poplites et ferrum quaerit abscondere, sed in suo pectore; quod profecto fecisset, nisi ferrum timore tanti flagitii manibus temerariis delapsum evolasset. iamque lassa, salute defecta, dum saepius divini vultus intuetur pulchritudinem, recreatur animi. videt capitis aurei genialem caesariem ambrosia temulentam, cervices lacteas genasque purpureas pererrantes crinium globos decoriter impeditos, alios antependulos, alios retropendulos, quorum splendore nimio fulgurante iam et ipsum lumen lucernae vacillabat; per umeros volatilis dei pinnae roscidae micanti flore candicant et quamvis alis quiescentibus extimae plumulae tenellae ac delicatae tremule resultantes inquieta lasciviunt; ceterum corpus glabellum atque luculentum et quale peperisse Venerem non paeniteret. ante lectuli pedes iacebat arcus et pharetra et sagittae, magni dei propitia tela.  (V 4)

Ma non appena, all'apparire del lume, si rischiararono i segreti del talamo, scorge la più mite di tutte le fiere, la belva più dolce, Cupido in persona, il bellissimo di oche dormiva soave, al cui apparire anche il lume della delle lucerna rallegrato diede una fiammata, eil rasoio affilato della lama affilata splendette. Allora Psiche, naturalmente atterrita da una visione così bella, non si poté padroneggiare: tremante, smarrta e pallida come morta, cadde in ginocchio mentre tentava di nascondere il ferro che avrebbe voluto conficcarsi nel cuore, e lo avrebbe fatto se il ferro, come spaventato da un delitto così grande, non le fosse scivolato dalle temerarie mani e non fosse caduto per terra. Stanca, perduta, si sente rinascere a guardare assorta quel volto divino. Vede la leggiadra chioma della testa d'oro, madida di ambrosia, il collo di latte e le guance purpuree graziosamente incorniciate dalle ciocche dei capelli sciolti, sparsi sul petto e sulle spalle, e sfolgorant ial punto che perfino il lume della lucerna vacillava. Per le spalle dell'alato dio ali rugiadose biancheggiavano di sfavillante splendore e per quanto le ali fossero ferme, alle estremità tremolano e palpitano piumoline di continuo scherzose. Il resto del corpo era liscio e bello, che Venere non poteva pentirsi di averlo partorito. Ai piedi del letto era posto l'arco, la faretra e le saette, benigne armi del grande dio.  (p. 92)

Curiosa Psiche volle toccare quelle armi d'Amore, e pungendosi si innamorò di Amore, e gli mandava baci senza sfiorare la sua pelle, per non svegliarlo. In quel momento la fiamma della lucerna, accesa d'amore essa stessa fece uscire una goccia del suo olio che cadde su una spalla destra del dio. Amore si svegliò per la bruciatura e immediatamente si alzò in volo. Psiche afferrò con tutte e due le mani una gamba di Amore e volò appesa a lui fra le nuvole, fino a che, troppo stanca lasciò la presa lasciandosi cadere. Allora Amore posandosi su un cipresso vicino le disse che per salvarla da un matrimonio abietto aveva disobbedito alla propria madre divina, e poi, essendosi punto con una delle sue frecce, si era innamorato e aveva deciso di sposare Psiche portandola nel suo palazzo. E lei voleva ucciderlo credendolo un serpente, preferendo credere alle sue sorelle invidiose invece che a lui, che pure l'aveva avvertita. A quel punto, dicendole che l'avrebbe punita lasciandola sola, Amore si levò in volo e scomparve.
Psiche voleva morire e si buttò in un fiume, che però, pensando che era la sposa del dio capace di incendiare anche le sue acque, la depose dolcemente sulla riva. Là vicino si trovava il dio Pan che riconoscendo dal suo pallore che era malata d'amore, le consigliò di pregare il dio alato e di blandirlo con molte lodi, per propiziarselo. Psiche gli fece capire che accettava il suo consiglio e si mise in cammino, e dopo un certo tempo giunse alla città dove regnava lo sposo di una delle sue sorelle. Recatasi da lei le raccontò cosa le era successo seguendo il suo consiglio, ma riferendo le parole del dio alato disse che aveva manifestato l'intenzione di sposare invece di lei una delle sue sorelle. La sorella corse allora alla rupe chiamando Zefro perché la portasse al palazzo meraviglioso, ma correndo sulle rocce finì col precipitare e morire. La stessa cosa accadde con l'altra sorella, che fu così punita.
Amore intanto si era rifugiato nella dimora di Venere, e giaceva nel suo letto lamentandosi per la bruciatura. Quando Venere seppe cos'era successo, corse dal figlio e gli disse che unendosi a Psiche aveva disobbedito a lei, sua madre, mancato di rispetto per la propria divina bellezza, credendo che per lui fosse tempo di generare figli perché, evidentemente, considerava lei, Venere, ormai vecchia. E allora lei avrebbe concepito un figlio migliore e più degno di lui, al quale avrebbe dato le sue ali, e la faretra e le frecce di cui aveva fatto un così cattivo uso. Del resto, continuò, Amore era stato sempre impertinente, visto che non aveva esitato a ferire sua madre e lo stesso Giove, mettendoli in ridicolo. Intanto gli avrebbe reso acide e amare le nozze con la sua rivale mortale, e per questo decise di andare a chiedere aiuto alla dea Temperanza, anche se era sempre stata una sua nemica, perché castigasse quel buffone di suo figlio, tagliandogli le piumee rasandogli la chioma dorata.
Giunone e Cerere cercarono inutilmente di calmarla, ma ottennero solo che chiedesse loro  di aiutarla a trovare quella Psiche.
Intanto Psiche cercando lo sposo era arrivata alla dimora di Cerere che le disse come Venere la cercasse per ucciderla; Psiche si gettò ai suoi piedi:

'Per ego te frugiferam tuam dexteram istam deprecor, per laetificas messium caerimonias, per tacita secreta cistarum et per famulorum tuorum draconum pinnata curricula et glebae Siculae sulcamina et currum rapacem et terram tenacem et inluminarum Proserpinae nuptiarum demeacula et luminosarum filiae inventionum remeacula et cetera, quae silentio tegit Eleusinis Atticae sacrarium, miserandae Psyches animae, supplicis tuae, subsiste. inter istam spicarum congeriem patere vel pauculos dies delitescam, quoad deae tantae saeviens ira spatio temporis mitigetur vel certe meae vires diutino labore fessae quietis intervallo leniantur.'  (VI 2)

"Per questa tua fruttifera mano, io ti supplico, per le liete cerimonie delle messi, per i taciti misteri delle ceste, per gli alati carri dei tuoi dragoni schiavi per i solchi della terra sicula, per i tuoi indomabili cavalli e la terra tenace, per le vie profonde delle nozze illuni di Proserpina, per il ritorno della figlia e il suo rinvenimento luminoso, per tutte le cose che nel silenzio nasconde il sacrario di Eleusi attica, porgi aiuto alla povera anima di Psiche che ti sta supplicando. Fa che io mi nasconda per pochi giorni fra cumuli di spighe fino a che l'ira terribile di una dea così grande si mitighi col tempo, o almeno le mie forze stanche di tanta fatica si ristorino con un intervallo di quiete". (pp. 101-102)

Ma Cerere, temendo l'ira di Venere, la respinse, e Psiche si rimise in cammino e giunse da Giunone, alla quale chiese aiuto in nome della protezione che soleva accordare alle unioni matrimoniali e alle donne incinte. Nemmeno Giunone volle aiutarla incorrendo nella collera di Venere, e Psiche decise allora di smettere la sua fuga impossibile dalla collera della suocera divina, e di recarsi proprio da lei, anche se pensava di trovare così la propria morte.
Intanto Venere aveva chiesto e ottenuto da Giove l'aiuto del divino messaggero, Mercurio, al quale fece diffondere questo bando:

 'Si quis a fuga retrahere vel occultam demonstrare poterit fugitivam regis filiam, Veneris ancillam, nomine Psychen, conveniat retro metas Murtias Mercurium praedicatorem, accepturus indicinae nomine ab ipsa Venere septem savia suavia et unum blandientis adpulsu linguae longe mellitum.' (VI 8)

'Se qualcuno riesce a prendere oppure a indicare dove è nascosta una figlia di re vagabonda, ancella di Venere, che ha nome Psiche, si abbocchi con Mercurio banditore dietro le mete di Murcie, e riceverà, come premo per la denuncia, da Venere in persona sette soavi baci, e uno molto più dolce con una gustosa intromissione della lingua'. (pp. 104)

Psiche allora si presentò alle porte della dimora di Venere, dove l'accolse una delle sue ancelle, Consuetudine, che, gridandole che troppo tardi aveva capito chi era la sua padrone, e che avrebbe pagato cara la sua arroganza, la trascinò per i capelli in presenza della dea. Ridendo beffarda Venere le chiese se era venuta finalmente a portarle i suoi omaggi o a cercare Amore che era in pericolo a causa sua, e senza aspettare la risposta la mise fra le mani delle sue ancelle Ansia e Tristezza perché la torturassero. Quando Psiche flagellata e piagata tornò al cospetto di Venere, la dea disse che non si sarebbe certo fatta impietosire da lei per il nipote che portava in grembo, visto che non aveva nessuna voglia, giovane e belle com'era, di essere chiamata nonna. E poi, continuò, i matrimoni fra persone di condizione diversa, avvenuti per giunta senza testimoni e senza il consenso paterno erano illegittimi: suo figlio sarebbe quindi stato un bastardo, ammesso che lei le consentisse di portare a termine la gravidanza. E non contenta la percosse e le strappò le vesti.


Et accepto frumento et hordeo et milio et papavere et cicere et lente et faba commixtisque acervatim confusis in unum grumulum sic ad illam: 'videris enim mihi tam deformis ancilla nullo alio sed tantum sedulo ministerio amatores tuos promereri: iam ergo et ipsa frugem tuam periclitabor. discerne seminum istorum passivam congeriem singulisque granis rite dispositis atque seiugatis ante istam vesperam opus expeditum approbato mihi.' (VI 10)

Poi, preso del frumento, dell'orzo, del miglio, papaveri e ceci e lenticchie e fave, li mescola insieme e li confonde in un sol mucchio e poi le dice: "Tu mi sembri una serva tanto brutta che in nessun modo potrai meritare che qualcuno ti tenga se non per la diligenza del servizio. Perciò proverò io la tua capacità. Separa in tanti mucchi tutti questi semi, disponili per ordine e separa questi grani uno per uno. Prima di sera l'opera dev'essere terminata (pp. 105)

Psiche resta attonita, in silenzio, non sa nemmeno come cominciare. Ma una formica ebbe pietà di lei, e andò a chiamare tutte le formiche che si trovavano da quelle parti, chiedendo loro di aiutare la sposa di Amore.

Ruunt aliae superque aliae sepedum populorum undae summoque studio singulae granatim totum digerunt acervum separatimque distributis dissitisque generibus e conspectu perniciter abeunt. (VI 2)

Si precipitano le une sopra le altre, onde di fitte moltitudini, e con grandissimo zelo, una ad una, grano per grano spartiscono tutto il cumulo e divisi e distribuiti i vari generi, scompaiono celermente alla vista. (pp. 106)

Quando Venere vide il lavoro fatto, ne attribuì il merito al figlio, che giaceva ben chiuso in un'altra stanza della casa, e le impose un'altra prova: avrebbe dovuto andare a prendere un fiocco di lana d'oro prendendolo dalle pecore meravigliose che pascolavano in un fiume che scorreva in fondo a un dirupo. Psiche si mise in cammino, non perché pensasse di soddisfare la richiesta di Venere, ma per morire buttandosi dalle rocce. Ma una canna del fiume, attraversata dal vento, le disse che avrebbe potuto prendere un fiocco di lana se solo avesse aspettato il tramonto del sole, quando le meravigliose pecore non sarebbero state feroci e mortali com'erano sotto il calore del sole. Doveva quindi affrontare la prova, e non contaminare le sue sacre acque suicidandosi.
Psiche dunque portò a Venere la lana d'oro, ma la suocera tornò a dire che il merito non era suo, e consegnandole una piccola urna le impose di andare a riempirla delle gelide acque di Stige: prova impossibile, se non ci fosse stata un'aquila, che avendo pietà di lei le prese di mano l'urna e gliela riportò pena delle acque del fiume infero.
Stavolta Venere si congratulò per la capacità di sedurre gli aiutanti che le consentivano di eseguire i compiti che lei le affidava. Poi le consegnò un vasetto dicendole di andare da Proserpina a chiederle un po' della sua incomparabile bellezza per Venere, che l'aveva consumata per curare il proprio figlio malato.
Ora che doveva andare proprio nel regno dei morti, Psiche fu certa di aver concluso la sua vita, e salita su un'alta torre voleva ancora suicidarsi. Ma la torre parlò, le disse che negli Inferi sarebbe andata comunque se avesse fallito: tanto valeva che tentasse la prova invece di andarci direttamente prima di farlo. Le disse quindi di procurarsi due focacce impastate con vino e miele, e di mettersi in bocca due monete: le sarebbero servite per farsi trasportare da Caronte all'andata e al ritorno, mentre le focacce avrebbero ammansito il cane guardiano Cerbero. Le disse poi che lungo il cammino avrebbe fatto molti incontri: un asino zoppicante gravato dal suo carico di legna e un vetturale che le avrebbe chiesto di aiutarlo a portarne qualche pezzo, un vecchio immerso nel fiume dei morti che le avrebbe chiesto di farlo salire sulla sua barca, delle filatrici che le avrebbero chiesto di fermarsi a tessere un po' con loro. Avrebbe dovuto passare oltre senza dar loro ascolto, pena il fallimento della sua impresa.
Seguendo le istruzioni della torre, Psiche giunse sana e salva di fronte a Proserpina, e mentre la dea le offriva uno scranno si sedette ai suoi piedi, rifiutando il cibo sontuoso che le veniva offerto per contentarsi di un pezzo di pane nero.

Canova, Amore e Psiche
Per quanto intendesse affrettarsi a portare il cosmetico a Venere, Psiche non riuscì a resistere alla tentazione di usare per sé un po' di quel cosmetico divino, perché il suo sposo la trovasse più bella, e trascurando l'ammonimento della torre aprì il vasetto. Ma non c'era nessun cosmetico, bensì un sonno infernale che la fece cadere come morta all'istante.
In quel tempo Amore era guarito della sua ustione, e uscendo dalla finestra della camera dove lo aveva chuso Venere, volò verso la sua Psiche:


Sed Cupido iam cicatrice solida revalescens nec diutinam suae Psyches absentiam tolerans per altissimam cubiculi quo cohibebatur elapsus fenestram refectisque pennis aliquanta quiete longe velocius provolans Psychen accurrit suam detersoque somno curiose et rursum in pristinam pyxidis sedem recondito Psychen innoxio punctulo sagittae suae suscitat et 'ecce,' inquit, 'rursum perieras, misella, simili curiositate. sed interim quidem tu provinciam, quae tibi matris meae praecepto mandata est, exsequere naviter, cetera egomet videro.' his dictis amator levis in pinnas se dedit, Psyche vero confestim Veneri munus reportat Proserpinae. (VI 21) Intanto Cupido, guarendo dalla ferita che si era chiusa, nonn tollerando più la lunga assenza della sua Psiche, scivolò fuori dall'altissima finestra dellacamera dove era stato chiuso, essendosi rinvigorite le ali col lungo riposo, e con velocissimo volo accorse presso la sua Psiche. Le toglie d'intorno accuratamente il sonno che nasconde di nuovo nel vasetto, sveglia  Psiche con una puntura innocua di una freccia ed "Ecco, dice, che per laseconda volta tu, poverina, ti sei persa per la tua stessa curiosità. Ma intanto eseguisci l'incarico che ti fu dato da mia madre. (Pp. 111)

Mentre Psiche portava a termine il suo compito, Amore volò a chiedere aiuto al sommo Giove raccontandogli quanto era successo, e il sovrano degli dei gli disse:

'Licet tu,' inquit, 'domine fili, numquam mihi concessu deum decretum servaris honorem, sed istud pectus meum, quo leges elementorum etvices siderum disponuntur, convulneraris assiduis ictibus crebrisque terrenae libidinis foedaveris casibus contraque leges et ipsam Iuliam disciplinamque publicam turpibus adulteriis existimationem famamque meam laeseris in serpentes, in ignes, in feras, in aves et gregalia pecua serenos vultus meos sordide reformando, at tamen modestiae meae memor quodque inter istas meas manus creveris, cuncta perficiam, dum tamen scias aemulos tuos cavere ac, si qua nunc in terris puella praepollet pulcritudine, praesentis beneficii vicem per eam mihi repensare te debere.'. (VI 22) "Per quanto tu, mio figlio e signore, non abbia avuto riguardo all'onore che mi è decretato epr riconosciment oegli dei, e anzi questo mio petto dal quale sono ordinate le leggi degli elementi e i corsi delle stelle tu abbia sempre ferito con frequenti colpi, bruttandolo così con parecchie avventure di terrena libidine, e abbia danneggiato la mia considerazione e la mia fama con turpi adulteri contro le leggi, e contro la stessa legge Giulia e la morale pubblica, trasformando il mio sereno aspetto in serpenti, fuochi, fieree, uccelli, bestie da gregge, nondimeno, memore della mia clemenza e perché t'ho portato in braccio, farò di tutto, purché tu sappia guardarti dai tuoi rivali; e se in questi tempi trovi qualche fanciulla chesi dstingue in bellezza fra le altre, ricompensami con quella del favore che ti faccio." (Pp. 111-112)

Poi, rivolgendosi a Venere le disse di non temere per la sua discendenza, e, mandato Mercurio a prendere Psiche, quando la sposa di Amore fu alla sua presenza le offrì una coppa d'ambrosia:

'Sume,' inquit, 'Psyche, et immortalis esto, nec umquam digredietur a tuo nexu Cupido, sed istae vobis erunt perpetuae nuptiae.'
Nec mora cum cena nuptialis affluens exhibetur. accumbebat summum torum maritus, Psychen gremio suo complexus. sic et cum sua Iunone Iuppiter ac deinde per ordinem toti dei. tunc poculum nectaris, quod vinum deorum est, Iovi quidem suus pocillator ille rusticus puer, ceteris vero Liber ministrabat. Vulcanus cenam coquebat, Horae rosis et ceteris floribus purpurabant omnia, Gratiae spargebant balsama, Musae voce canora personabant; Apollo cantavit ad citharam, Venus suavi musicae superingressa formonsa saltavit, scaena sibi sic concinnata, ut Musae quidem chorum canerent aut tibias inflarent, Saturus et Paniscus ad fistulam dicerent.
Sic rite Psyche convenit in manum Cupidinis et nascitur illis maturo partu filia, quam Voluptatem nominamus. (VI 23-24)
"Bevi, dice, e sii immortale, e mai si separi dal tuo laccio Cupido, e queste nozze siano per voi eterne"  Si apparecchia senza por tempo in mezzo  un sontuoso banchetto nuziale. Il marito aveva preso posto sul letto più alto e teneva abbracciata Psiche sul suo grembo. Così anche Giove con la sua Giunone; e quindi, per ordine, tutti gli dei. Il bicchiere di nettare, che è il vino degli dei, è servito a Giove da quel rustico fanciullo suo coppiere, ma agli altri da Libero; Vulcano cuoceva la cena, le Ore adornavano tutto di rose e di fiori, le Grazie spargevano balsami, le Muse levavano i loro canti. Apollo cantò accompagnandosi con la cetra, e Venere bella con passo armonico danzò a quella musica soave, e la scena era stata da lei così disposta: che le Muse cantassero in coro, e dessero fiato alle tibie, e Satiro e Pan cantassero accompagnandosi con la zampogna. Così Psiche sposò Cupido, e nacque da essi, quando fu maturo il parto, una figlia che noi chiamiamo Voluttà". (P. 112)



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RIFERIMENTI



Tutti i siti indicati in questa pagina sono stati consultati il 15 ottobre 2011.


Fonte delle citazioni in latino

Dalle Metamorfosi o L'Asino d'oro di Apuleio, Libri IV-VI
http://la.wikisource.org/wiki/Metamorphoses_(Apuleius)/Psyche_et_Cupido

Fonte delle citazioni in italiano
Apuleio, L'asino d'oro; Traduzione di Massimo Bontempelli, prefazione di Emilio Radius; Milano: Club degli Editori 1972.


Narrazione della Fabella

© Adalinda Gasparini

Testo latino integrale dell'Asino d'oro e traduzione italiana integrale della favola


Metamorphoseon Libri sive Asinus Aureus; http://la.wikisource.org/wiki/Metamorphoses_(Apuleius); testo latino integrale.
http://digilander.libero.it/Bukowski/Amore%20e%20Psiche.htm#FavolaItaliano
Sulle Metamorfosi o L'asino d'oro
Autore: Nunzio Castaldi; PREMESSA – IL PROBLEMA DELLE FONTI; LA STRUTTURA DELL’OPERA; RIASSUNTO DELLA TRAMA; CURIOSITAS; LA FABELLA DI AMORE E PSICHE; LO STILE DI APULEIO; IL DESTINATARIO DELL’OPERA; LE METAMORFOSI SUL WEB;
http://www.progettovidio.it/speciali/metamorfosi_apuleio.pdf

Su Apuleio

Apuleio era originario d Madaura, città nella quale studiò Agostino, che era un ammiratore dei suoi scritti e rinominò il suo romanzo Metamorphoses, chiamandolo L'Asino d'oro.
Dal Rinascimento la fama del suo romanzo è diventata immensa e non è mai tramontata. Chi scrive ricorda la prima lettura della Fabella sui banchi del liceo, alla fine della scuola, quando ci poteva distrarre se le ultime interrogazioni non ci riguardavano, ricorda una luce dorata, che poteva entrare dalle finestre che davano sul chiostro francescano del convento in cui era ubicato il Liceo Ginnasio Pico della Mirandola, nella stessa cttadina del grande personaggio rinascimentale. La stessa luce nitida e dorata chi scrive continua a sentirla nella fiaba.
Genio del suo tempo, mago, grande scrittore, fu riscoperto da Giovanni Boccacco, che lo copò nel 1338, e da allora costantemente tradotto in tutta Europa, riscritto, rappresentato nell'arte figurativa: la parte più celebre è proprio la Fabella di Amor et Psyche. Amore, pur essendo qui figlio di Venere, mantiene molto del carattere di grande demone con il quale è descritto da Socrate nel Simposio. Apuleio, filosofo platonico, non perde occasione per descrivere la sua natura indomita, rudele e dolcissima: è la peggiore delle fiere e il più desiderato degli dei. Dalla sua unione con una mortale nasce una creatura di cui si sa solo il nome con cui si chiama presso i mortali: Voluptas, il piacere. Amore collega così cielo e terra come Eros grande demone platonico, e del resto Eros già dalla Teogonia rappresenta questo collegamento, dato che agisce con la stessa ineluttabile forza che fa sciogliere le membra sui mortali e sugli immortali.
Nella Fabella narrata da una vecchia a una vergine atterrita, rapita dai banditi, si celebra l'unione fra Amore e l'Anima che vive sulla terra, e questa unione deve durare per sempre, come stabilisce Giove, sovrano degli dei. Molte unioni mitiche avvengono fra un essere diivino e un essere umano, ma questo è un matrimonio che non può sciogliersi. Nello stesso tempo in cui andava diffondendosi la religione cristiana, che ha al suo centro un dio che si fa uomo, Apuleio mago e filosofo di origine africana racconta della nascita del piacere di genere femminile, Voluptas.
Eros, Amore, cerca l'essere mortale, come se non bastassero il nettare, l'ambrosia e la vita eterna agli immortali, perché nasca una nuova dea, Voluptas. (http://it.wikipedia.org/wiki/Apuleio)

IMMAGINE


Psiche torna in vita col bacio d'Amore Antonio Canova, Psiche torna in vita col bacio d'Amore, 1793; http://it.wikipedia.org/wiki/File:Canova_Le_Baiser.jpg
Immagine del banchetto degli dei
A Mantova, nel Palazzo Te, si trova la sala di Amore e Psiche, con gli affreschi di Giulio Romano che narrano per immagini la Fabella di Apuleio. Fra le tante rappresentazioni della storia, questa è sufficiente per immaginare l'importanza della storia nell'arte figurativa. http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/3c/Banquet_of_Amor_and_Psyche_by_Giulio_Romano.jpg.

NOTE


Metamorphoses sive Asinus Aureus



Erano diffuse edizioni anche recenti del romanzo di Apuleio nella Francia del Re Sole e del suo architetto e narratore di corte Charles Perrault, che scrisse Pelle d'Asino. La prima versione a stampa di questo tema fiabesco è già nelle Piacevoli notti di Giovan Francesco Straparola (Notte prima, Favola IV;  http://www.intratext.com/IXT/ITA2969/_P7.HTM), e del resto il particolare dell'incesto data molto indietro nel tempo (vedi le note al romanzo antico, ma posteriore di un paio di secoli, Historia Apollonii regis Tyri) ma il fortunato particolare della pelle dell'asino che nella versione di Perrault era il fornitore di ricchezze del re padre, potrebbe unire la condizione asinina di Lucio, il protagonista delle Metamorfosi, e la storia della principessa, creatura bellissima come Psiche.

L'uomo più malvagio che la fortuna abbia condannato... che in tutto il mondo non se ne possa ritrovare un altro uguale e così miserabile...

Non isperare un genero nato da stirpe mortale,
ma un crudele, feroce e viperino male...


Esiodo nella Teogonia introduce così il dio Eros, come quarta e ultima delle divinità primigenie: il più bello fra gli dei immortali, | sciogli membra, che sottomette la mente e le sagge | intenzioni in tutti gli dei come in tutti gli uomini (Teogonia , vv. 120-122). Apuleio ricorda che il dio ha lo stesso potere sugli uomini e sugli dei, che lo temono e lo desiderano allo stesso tempo. Lo sposo ignoto è nella sua favola come in tutte le fiabe con questo tema descritto sia come un mostro che come la più bella delle creature (vedi la descrizione del dio illuminato da Psiche). L'assunzione della forma umana avviene in questo tema grazie a una peregrinatio femminile, al termine della quale si ha il finale felice. All'umanizzazione delle fiabe corrisponde nella Fabella di Apuleio l'accettazione della sposa umana da parte del dio Amore, con la sua assunzione in cielo. Il frutto di questa unione è una figlia immortale, nata da una madre mortale: Voluptas,  il piacere, che in latino ha genere femminile.
Come in ogni fiaba in cui lo sposo deve umanizzarsi, compito che assolve l'attante soggetto femminile, è presente il motivo della mancanza della madre eccedente, mentre il padre di Amore non compare: Venere vuole usare il figlio alato per vendicarsi della rivale, come ogni matrigna di fiaba che non tollera l'avvicendarsi delle generazioni, e Apuleio descrive l'incontro fra madre e figlio con tenerezze materne incestuose. La stessa Venere svolgerà una funzione materna mancante per eccesso perseguitando Psiche con prove che riguardano, come nelle fiabe, compiti femminili: ordianare, procurare cosmetici, ecc. Si osserva a questo proposito che Venere manda Psiche dalla regina degli Inferi per procurare a lei cosmetici divini, che però Psiche apre per sé trasgredendo l'ordine materno.
Si deve citare a proposito di questo tema un suo grande antecedente, il mito delle nozze ctonie fra la figlia della dea della vegetazione e il signore del regno dei morti, Kore, Demetra e Ades nella mitologia greca classica, Proserpina, Cerere e Plutone nella mitologia latina, narrato anche da Ovidio nelle Metamorfosi.

Motivo: Il palazzo meraviglioso
Ma la cosa più maravigliosa fra tante ricchezze...

L'analogia fra elementi di questo palazzo con i palazzi meravigliosi delle fiabe è evidente. Si può riconoscere anche un'analogia fra elementi del palazzo di Amore ed elementi della Gerusalemme Celeste dell'Apocalisse di Giovanni:  ad esempio della mancanza di custodi. Questo particolare corrisponde all'assoluta mancanza di esseri umani nei palazzi delle fiabe: se da un lato si designa una condizione di perfetta abbondanza che rimanda all'Eden, o alle fantasie sul benessere nel grembo materno, come nell'Età dell'oro, dall'altro si descrive una condizione di non vita: ci si trova in un luogo che somiglia al regno dei morti. Il palazzo di Amore, come l'intera Fabella, appartiene all'orizzonte del mito come la finale condizione immortale di Psiche, mentre resta nell'orizzonte umano per l'andamento narrativo e la struttura che la rende una fiaba anctica e moderna. Non è insignificante il fatto che si trovi in un romanzo antico, genere che presenta tanti motivi fiabeschi, e che della fiaba ha il carattere terreno: il sovrumano, come la magia nelle fiabe, è presente, ma gli attanti soggetti sono umani dall'inizio alla fine.
L'orizzonte delle fiabe è quello umano, i riferimenti all'ultramondo religioso sono accidentali, nel senso che non concorrono a formare la struttura della fiaba, nella quale entrano come le descrizioni dei paesaggi o la morale finale. Se l'elemento religioso è dominante, si è in presenza di una forma narrativa diversa dalla fiaba

E lei voleva ucciderlo credendolo un serpente...

Come le prime due sorelle in Re Porco (XVI secolo) Psiche si arma per uccidere lo sposo. Nella fiaba cinquecentesca il regale suino le uccide prima che possano agire, fino a quando non ottiene la vera sposa, che è, come Psiche, la sorella minore. Nel Re Porco del XIX secolo le prime due sorelle vengono uccise perché non mantengono il segreto sulla natura umana dello sposo, e la terza, Ginevra, deve iniziare una peregrinatio e compiti impossibili, come Psiche.


La dea Venere allora montò su tutte le furie


Venere agisce qui come una matrigna, certa della propria bellezza come la matrigna di Biancaneve, non tollera che una creatura inferiore - mortale in questo caso, più giovane nelle fiabe - prenda il suo posto. Anche le prove alle quali sottoporrà Psiche sono familiari a qualunque lettore di fiabe.
Nella Fabella di Apuleio è presente il motivo della mancanza della madre come eccesso di presenza sia in relazione all'attante soggetto Psiche, che lei perseguita, sia del futuro sposo di lei, Amore, che lei bacia e abbraccia e tratta come suo aiutante.

Motivo: Scegliere pan nero
...E mentre la dea le offriva uno scranno si sedette ai suoi piedi, rifiutando il cibo sontuoso che le veniva offerto per contentarsi di un pezzo di pane nero.

Nella fiaba La bella Caterina, quando l'attante soggetto si trova nella casa delle fate, ambivalenti in questa storia, segue le istruzioni di un vecchietto pidocchioso incontrato per via, e risponde all'offerta di cibi, monili e abiti scegliendo quelli più modesti:

– “Che vòi da culizione ? Pan nero e cipolle, oppuramente, panbianco con del cacio ? ” – “ Oh ! datemi pan nero e cipolle, ” – arrisponde la Caterina. – “ Nun sono avvezza a mangiare altro. ” –

Il significato del motivo è la volontaria sottomissione a figure materne tanto più potenti dell'attante soggetto da poterlo distruggere o salvare con un solo gesto; si tratta di un passaggio che permette l'elaborazione di un materno persecutorio, senza la quale il tema non procede verso il lieto fine.

Motivo: Sonno simile alla morte
Un sonno infernale che la fece cadere come morta

Si tratta di un motivo che si trova in molti temi fiabeschi, il più celebre è quello della Bella Addormentata nel bosco, nelle sue tante versioni, che ha qui un nobile antenato.




PSICOMAPPA DI AMORE E PSICHE

TEMA
AMORE E PSICHE
La Fabella di Apuleio può essere considerata la prima fiaba, o la sua ascendente, pensando alla fiaba europea come prende forma nelle raccolte italiane di Giovan Francesco Straparola (sec. XVI) e di Giambattista Basile (sec. XVII). Il suo titolo, che non è dato dallo scrittore latino, viene dai nomi dei due soggetti protagonisti.
Come si racconterà quindici secoli dopo nel Mio bel bambino, e diciassette secoli dopo ne Lu re pesce e in Re fendana d'aure, una fanciulla umana sposa un essere non umano, teriomorfo o stregato, che pone alla sposa il divieto di vederlo. Qui si tratta di una creatura ultramondana immortale, nel cui regno si trasferirà con la celebrazione delle nozze la mortale Psiche, doventando immortale.
Realizzare la stabile unione fra desiderio maschile e accoglienza femminile, cercando l'incontro, perdendolo, ritrovandolo, fino a che il loro matrimonio entra a far parte dell'ordine paterno, qui rappresentato da Giove, insieme al frutto della loro unione, che nasce prima di questo lieto fine e che talora è determinante nel raggiungerlo (vedi le tre fiabe citate in questo record).
ATTANTE SOGGETTO
MASCHILE E FEMMINILE
Nella parte iniziale della fiaba il soggetto è la fanciulla, al quale si affianca successivamente Amore. 
MOTIVI
ARCHÈ
PADRE CARENTE
MADRE CARENTE
I regali genitori di Psiche non sono in grado di evitarle l'esilio.
ASIMMETRICI PERSECUZIONE
DA FEMMINILE
A FEMMINILE
La dea Venere, madre di Amore, perseguita Psiche con l'acredine di una suocera, del resto Apuleio esplicita quale sia la ragione del suo odio: i suoi templi sono deserti mentre alla fanciulla mortale vengono offerti doni e sacrifici. Né Venere fa mistero del suo rifiuto di invecchiare, o di essere chiamata nonna. Le prove imposte da Venere a Psiche hanno numerosi riscontri nelle fiabe: trattano sempre di affontare un insieme caotico (Apuleio: confusa congeries), di semi o piume, deve essere ordinato. Si tratta di una prova che costringe il soggetto a confrontarsi sia col caos impadroneggiabile, il mucchio confuso, sia con l'ordine, nel quale devono essere disposti i singoli componenti della confusa congeries.
Secondo una superstizione popolare gli spiriti maligni sono fascinati da oggetti composti da un gran numero di parti, come una scopa di saggina, e si fermano a contarne i rametti, fino al mattino, quando devono dileguarsi. Ho visto personalmente qui a Firenze, negli anni settanta, un vicino di casa di origine meridionale, che indossava un'impeccabile divisa militare, aprire la porta e mettere fuori una scopa di saggina quando la mia gatta nera era uscita dalla mia porta e correva lungo le scale del condominio.
DONO
DA FEMMINILE E MASCHILE  A FEMMINILE
Le formiche, l'aquila, la canna di fiume, la torre, soccorrono Psiche in ciascuna delle prove che deve superare dandole informazioni o assolvendo il compito per lei.

Psiche ha fallito la terza prova: la sua curiosità la induce ad aprire il vasetto del cosmetico ricevuto da Proserpina come l'aveva indotta a vedere lo sposo segreto: a questo punto Amore interviene in suo aiuto.
AMBIVALENZA
FRA FEMMINILE E FEMMINILE
Condannandola a sposare il peggiore degli esseri maschili, Venere fa incontrare Psiche con suo figlio Amore.
SIMMETRICI

PROVA O RICERCA ESIGENTE MASCHILE AGENTE FEMMINILE 
Amore si innamora di Psiche pungendosi inavvertitamente con uno dei suoi dardi: psicoanaliticamente si tratta di un atto sintomatico, grazie al quale Amore si emancipa dalla madre. Qualcosa di umano attrae il divino, nello stesso tempo in cui la Buona Novella del Dio che si fa uomo si diffonde nell'impero romano. Giocosa e laicamente ironica, la Fabella di Apuleio lascia sull'Olimpo gli dei col loro nettare, e racconta che dalle nozze ultramondane di Psiche nacque una figlia divina, che gli uomini amano, frutto di questa unione fra Amore e Psiche: il corrispettivo latino di Eros, il mègas dàimon del discorso di Socrate nel Simposio, si trattiene sulla terra più di quanto abbia mai fatto. Il dio che fa innamorare è preso dalla stessa forza che è sua. Voluptas, il piacere, non è la stessa cosa della Caritas paolina, in greco àgape. Ma è comunque il frutto, dolce per gli esseri umani, del nuovo patto d'amore fra dei e uomini, unione che Giove celebra e rende eterna.
Il contenuto di questo motivo è l'imposizione a Psiche del divieto di vederlo, e quando lei lo infrange comincia la sua ricerca.
Psiche sceglie di ritrovare Amore, e dopo essere stata respinta dalle due dee alle quali ha chiesto aiuto e protezione cerca la madre del suo sposo, comprendendo che non potrà evitarla, va a consegnarsi nelle mani della sua persecutrice, pronta a morire se non ha modo di ritrovare l'amato.
TÈLOS NOZZE REGALI
E RIUNIONE
La natura divina, anziché teriomorfa, come nelle altre due fiabe con questo tema qui raccolte, determina un finale diverso: le nozze regali avvengono nell'immortale Olimpo, con la sposa che diventa immortale, e la figlia immortale. La Fabella di Apuleio Il lieto fine comprende la riunione del principe stregato con la madre che lo aveva perduto e la punizione delle sorelle cattive di Alma. La nuova coppia regale ha già un bambino.


















ultimo aggiornamento : 5 novembre 2011