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Racconta Giovanni Boccaccio che vivevano a Messina tre fratelli, ricchi mercanti... ... e avevano una lor
sorella, chiamata Lisabetta, giovane assai bella e costumata, la
quale,
che che ne fosse la ragione, ancora maritata non avevano.
E avevano oltre a ciò questi fratelli in un lor fondaco un giovinetto pisano chiamato Lorenzo, che tutti i lor fatti guidava e faceva, il quale, essendo assai bello della persona e leggiadro molto, avendolo più volte l'Isabetta guatato, avvenne che egli le 'ncominciò stranamente a piacere. Di Lorenzo accortisi e una volta e altra, similmente, lasciati altri suoi innamoramenti di fuori, incominciò a porre l'animo a lei; e sì andò la bisogna che, piacendo l’uno all’altro igualmente, non passò gran tempo che, assicuratisi, fecero di quello che più disiderava ciascuno. E in questo continuando e avendo insieme assai di buon tempo e di piacere, non seppero sì segretamente fare che una notte andando l'Isabetta là dove Lorenzo dormiva, che il maggior de' fratelli, senza accorgersene ella, se ne accorgesse (pp. 358-359) Pensando che fosse meglio riflettere sul da farsi, aspettò la mattina, e lo disse ai fratelli. Dopo averne lungamente discusso decisero come non far sapere a nessuno del tradimento della sorella, per mantenere intatto il loro onore. Senza cambiare il loro modo di trattare con Lorenzo, lo invitarono a fare con loro una passeggiata fuori città, e quando furono in un luogo solitario lo uccisero, e seppellirono il suo corpo nella terra senza essere visti da nessuno. Poi tornarono a casa, e giustificarono l'assenza di Lorenzo dicendo che era andato lontano per curare i loro affari, come già altre volte era successo. Siccome Lorenzo non tornava, Lisabetta ne chiedeva notizie ai fratelli, e un giorno che insisteva più del solito con le sue domande, uno dei fratelli le chiese per quale ragione fosse tanto interessata a Lorenzo, dicendole che se non avesse smesso di insistere le avrebbero dato la risposta che si meritava. Lisabetta dovette capire che i fratelli conoscevano il suo segreto, ma non smise aspettare Lorenzo. Piangeva spesso, e passava le notti chiamandolo e pregandolo di tornare da lei. Una notte che si era addormentata piangendo, le apparve in sogno Lorenzo... Lorenzo l'apparve nel sonno, pallido
e tutto
rabbuffato e con panni tutti
stracciati e fracidi indosso, e parvele che egli dicesse:
- O Lisabetta, tu non mi fai altro che chiamare e della mia lunga dimora t’attristi, e me con le tue lagrime fieramente accusi; e per ciò sappi che io non posso più ritornarci, per ciò che l’ultimo dì che tu mi vedesti i tuoi fratelli m’uccisono. E disegnatole il luogo dove sotterrato l’aveano, le disse che più nol chiamasse né l’aspettasse, e disparve. La giovane destatasi, e dando fede alla visione, amaramente pianse. (P. 360) Volendo andare nel luogo che Lorenzo le aveva mostrato in sogno, disse ai fratelli che voleva andare a fare una passeggiata, e si fece accompagnare da un donna della casa che era a parte del suo segreto. Arrivata nel luogo lontano dalla città si mise a cercare, e smuovendo le foglie che coprivano il terreno vide che un un punto la terra era smossa. Scavò e trovò presto ...il corpo del suo misero amante
in niuna cosa ancora né guasto né corrotto. (Ivi)
Non perse tempo a piangere, e non avendo modo di onorare il
corpo di Lorenzo con un sepolcro prese un coltello e gli spiccò
la testa dal busto, avvolgendola in un panno. Poi ricoprì il
resto del corpo con la terra, affidò l'involto alla fantesca e
tornò a casa.
Quivi con questa testa nella sua camera rinchiusasi, sopra essa lungamente e amaramente pianse, tanto che tutta con le sue lagrime la lavò, mille baci dandole in ogni parte. Poi prese un grande e un bel testo, di questi nei quali si pianta la persa o il bassilico, e dentro la vi mise fasciata in un bel drappo, e poi messovi su la terra, su vi piantò parecchi piedi di bellissimo bassilico salernetano, e quegli di niuna altra acqua che o rosata o di fior d’aranci o delle sue lagrime non inaffiava giammai; e per usanza avea preso di sedersi sempre a questo testo vicina, e quello con tutto il suo disidero vagheggiare, sì come quello che il suo Lorenzo teneva nascoso; e poi che molto vagheggiato l’avea, sopr’esso andatasene, cominciava a piagnere, e per lungo spazio, tanto che tutto il bassilico bagnava, piagnea. Il bassilico, sì per lo lungo e continuo studio, sì per la grassezza della terra procedente dalla testa corrotta che dentro v’era, divenne bellissimo e odorifero molto. (P. 361) Ma la loro sorella non smise di piangere, e chiedendo sempre che le fosse restituito il suo vaso di basilico, morì presto La giovane non restando di piagnere e pure il suo testo addimandando, piagnendo si morì; e così il suo disavventurato amore ebbe termine. Ma poi a certo tempo divenuta questa cosa manifesta a molti, fu alcuno che compuose quel la canzone la quale ancora oggi si canta, cioè: Quale esso fu lo malo cristiano, |
| CHI MI FURÒ LA
GRASTA |
| Con i primi due
versi della canzone trecentesca, di scuola
siciliana, si conclude la dolorosa e macabra novella di Lisabetta da
Messina. L'amore soccombe alla legge ogni volta che ne sottovaluta il potere, come la legge fallisce quando non tiene conto della potenza dell'amore. L'arte, che sgorga dal desiderio, leva il suo canto a Lisabetta che morì d'amore come il suo Lorenzo, e il canto dopo seicento anni ci riporta la sua grazia struggente: Qual esso fu lo malo
cristiano
Lo qual mi furò la
grasta
Del bassilico mio selemontano ? Cresciut’era in gran podesta : Ed io lo mi chiantai colla mia mano : Fu lo giorno de la festa. Chi guasta - l'altrui cose, è villania. Chi guasta l'altrui cose,
è villania
E grandissimo il peccato.
Ed io la meschinella ch' i' m' avía Una grasta seminata ! Tant'era bella, all' ombra mi dormia. Da la gente invidïata, Fummi furata, - e davanti a la porta. Fummi furata, e davanti alla
porta.
Dolorosa ne fu' assai.
Ed io la meschinella or fosse io morta, Che sì cara l' accattai ! È pur l'altrier ch' i' n' ebbi mala scorta Dal messer cui tanto amai. Tutto lo 'ntornïai di maggiorana. Tutto lo 'ntornïai di
maggiorana,
Fu di maggio lo bel mese,
Tre volte la 'nnaffiai la settimana, Che son dozi volte el mese, D' un' acqua chiara di viva fontana. Signor mio com' ben s' apprese ! Or è in palese - che mi fu raputo. Or è in palese - che
mi fu raputo.
Nol posso più celare.
Sed io davanti l' avessi saputo Che mi dovesse incontrare, Davanti all' uscio mi sare' iaciuto Per la mia grasta guardare. Potrebbemene atare - sol' alto Iddio. Potrebbemene atar sol' alto
Iddio,
Se fusse suo piacimento.
Dell' uomo che m' è stato tanto rio, Messo m’ ha in pene e 'n tormento; Chè m' ha furato il bassilico mio Pieno di tanto ulimento. Suo ulimento - tutta mi sanava. Suo ulimento tutta mi sanava.
Tant' avea freschi gli olori.
E la mattina quando lo 'nnaffiava Alla levata del sole, Tutta la gente si maravigliava: Onde vien cotanto aulore ? Ed io per lo suo amore - morrò di doglia. Ed io per lo suo amor
morrò di doglia,
Pr' amor de la grasta mia.
Fosse chi la mi rinsegnare voglia, Volentier la raccatria ; Cent' once d' oro ch' i' ho ne la fonda Volentier gli le donria, E doneria - gli un bascio in disianza. |
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| RIFERIMENTI | |||||
| Testo |
Dal Decameron, Quarta giornata, Novella quinta. Fonte: http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_2/t318.pdf; pp. 358-362; consultato il 20 novembre 2011. |
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| La canzone della grasta |
Cantate
e ballate, strambotti e
madrigali nei secoli XIII e XIV a cura di Giosuè Carducci.
Pisa:
Tipografia Nistri 1871; (Libro III, Canzone XXVII, pp. 48-52). Fonte: http://www.archive.org/stream/cantileneeballat00carduoft#page/48/mode/2up; consultato l'11.11.11. Introducendo la canzone, Carducci riprende la novella di Boccaccio scive: Il sig. P. Fanfani [Decameron, Firenze, Le Monnier,
1857, in 8.° i, 349] la pubblicò di su 'l Cod. laur. 38 pl.
42 "scritto in sullo scorcio del sec. XIV.". Ma era già a stampa
nelle Canzone a ballo del
1533 e del 1568. (P. 48)
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| Del
bassilico mio selemontano. |
A questo proposito Carducci
(p. 49,
testo cit.) nota che l'aggettivo potrebbe stare per selinuntano, basilico di Selinunte,
di Salerno: Boccaccio parla nella novella di basilico salernetano. |
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| Iaciuto |
Carducci scrive: che questo "...iaciuto,
quand'è una donna che
parla, imbroglia un po' la sintassi" (p. 50). Prendiamo spunto da
questo cambio di genere, apparentemente incongruo, per osservare come
il canto dell'amore
perduto sia un lamento femminile, perché al femminile è
ascritta la
massima mancanza,
tanto dolorosa che non la può colmare nessun
richiamo alla potenza fallica o alla legge. L'aggettivo maschile
testimonia come il soggetto che sperimenta ed esprime il vuoto della
perdita
possa essere sia maschio che femmina. |
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| IMMAGINE |
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| NOTE | |||||
| La quale, che che ne fosse la ragione, ancora maritata non avevano. | I fratelli ritardano le nozze
della sorella, la tengono con sé in una situazione di possesso
che favorisce l'incesto. Del resto di Lorenzo, che nel poema di Keats e
in altre versioni diventa stereotipicamente un umile servo, Boccaccio
ci dice che ...tutti i lor fatti
guidava e
faceva, presentandocelo così come un amministratore che,
se non superiore per talento nell'arte della mercatura, aveva nelle
faccende della casa un ruolo pari a quello dei fratelli, per i quali
curava anche affari fuori città. Analogamente il principe di
Salerno, padre di Ghismona, nella novella prima della giornata non
cerca di trovare un secondo marito per la figlia rimasta vedova quando
è ancora senza figli, giovane e bella. Anche in questa novella
l'amore di Ghismonda va a una sorta di uomo di fiducia del padre. |
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ALCIONE E CEICE
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| Pallido
e tutto rabbuffato e con panni tutti
stracciati e fracidi indosso... |
Nelle Metamorfosi di
Ovidio, universalmente note nel XIV secolo, si racconta di Ceice che
apparve
in sogno ad Alcione con versi ai quali potrebbe essersi ispirato
Boccaccio: luridus, exanimi similis,
sine vestibus ullis | coniugis ante torum miserae stetit; uda videtur |
barba viri madidisque gravis fluere unda capillis (pallido come
un morto, senza vesti | stava davanti al letto della misera; fradicia
la barba dell'uomo | e dai capelli madidi sembrava cadesse acqua di
mare; vv. 654-655). Anche Lorenzo è bagnato come Ceice, pur non
essendo annegato.
La colpa di
Alcione, figlia di Eolo, dio dei venti, e di Ceice, figlio di Lucifero,
stella del mattino, regolarmente sposati, fu solo quella di essere
tanto felici
della loro unione da chiamarsi con i nomi della coppia divina: Giove e
Giunone. Gli dei classici punivano duramente chi osava paragonarsi a
loro, era il peccato di übris, e la coppia venne condannata quanto
quelle degli amanti illegittimi come Lorenzo e Lisabetta. Ceice
annegò in un naufragio, e alla sposa Alcione, che invocava
piangendo il suo ritorno, come Lisabetta da Messina, si
presentò in sogno, annunciandole la sua morte e chiedendole di
rendere onoranze funebri al suo corpo. Come Lisabetta al risveglio
volle andare a cercare, e trovò, il corpo di Lorenzo,
così Alcione corse sulla riva del mare proprio quando le onde
riportavano verso la riva il cadavere di Ceice. Alcione corse sul molo
per gettarsi in mare e raggiungerlo...
L'eccesso d'amore è fatale ad Alcione e Ceice perché infrange l'ordine che separa gli dei che dimorano sull'Olimpo, divini immortali, e gli uomini mortali che sono sulla terra, eppure questo eccesso crea una nuova forma alata, l'alcione - via via identificato in un tipo di gabbiano o nel variopinto martin pescatore. Le metamorfosi ovidiane sono morfogenetiche, dalla morte di chi sfida gli dei o cede a una passione illecita nascono nuove forme vegetali, come l'albero di Mirra o il Narciso, o animali, come l'alcione o l'intera stirpe dei ragni, da Aracne, la ricamatrice che aveva sfidato Athena. La pietà degli dei per gli sposi troppo felici, che come quella dei Montecchi e dei Capuleti viene solo dopo la fine degli amanti, porta anche una settimana di mare calmo ogni anno, nella quale i naviganti possono in tutta sicurezza solcare le onde. |
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GHISMONDA E GUISCARDO |
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| Tanto che tutta con le sue lagrime la lavò, mille baci dandole in ogni parte | La quarta
giornata della novella di Lisabetta comincia con una novella nella
quale la protagonista Ghismonda piange sul cuore dell'amato Guiscardo
come Lisabetta sul capo di Lorenzo: ...non altramenti che se una fonte d'acqua nella testa avuta avesse, senza fare alcun feminil romore, sopra la coppa chinatasi, piagnendo cominciò versare tante lagrime, che mirabile cosa furono a riguardare, baciando infinite volte il morto cuore. (Decameron, fonte cit., p. 330). Il padre di Ghismonda, principe di Salerno, scopre la sua relazione segreta con uno dei suoi cortigiani. Boccaccio ci racconta che la sua bellissima figlia era tornata dal padre essendo rimasta vedova e senza figli, e che il padre non le aveva cercato un nuovo marito, come i fratelli di Lisabetta non avevano cercato uno sposo per lei. Indizio che suggerisce un eccesso d'amore paterno, al quale la figlia risponde restando nella casa del padre, ma cercando quel che desidera in Guiscardo, cortigiano del padre, bello e giovane, ma di origini umili e privo di mezzi. Se l'indizio appare troppo lieve per attestare una situazione d'inizio incestuosa, andiamo a leggere in quali circostanze il principe di Salerno scopre la relazione illegittima: Era usato Tancredi di
venirsene alcuna volta tutto solo nella camera della figliuola, e quivi
con lei dimorarsi e ragionare alquanto, e poi partirsi. Il quale un
giorno dietro mangiare laggiù venutone essendo la donna, la
quale Ghismonda aveva nome, in un suo giardino con tutte le sue
damigelle, in quella, senza essere stato da alcuno veduto o sentito,
entratosene, non volendo lei torre dal suo diletto, trovando le
finestre della camera chiuse e le cortine del letto abbattute, a
piè di quello in un canto sopra un carello si pose a sedere; e
appoggiato il capo al letto e tirata sopra sè la cortina quasi
come se studiosamente si fosse nascoso quivi, s’addormentò. Egli è il vero che
io ho amato e amo Guiscardo, e quanto io viverò, che sarà
poco, l’amerò; e se appresso la morte s’ama, non mi
rimarrò d’amarlo; ma a questo non mi indusse tanto la mia
feminile fragilità, quanto la tua poca sollecitudine del
maritarmi e la virtù di lui.
[...] Sono adunque, sì come da te generata, di carne, e sì poco vivuta, che ancor son giovane; e per l’una cosa e per l’altra piena di concupiscibile disidero, al quale maravigliosissime forze hanno date l’aver già, per essere stata maritata, conosciuto qual piacer sia a così fatto disidero dar compimento. [...] Dirai dunque che io con uomo di bassa condizione mi sia posta? Tu non dirai il vero; ma per avventura, se tu dicessi con povero, con tua vergogna si potrebbe concedere, che così hai saputo un valente uomo tuo servidore mettere in buono stato; ma la povertà non toglie gentilezza ad alcuno, ma sì avere. Molti re, molti gran principi furon già poveri; e molti di quegli che la terra zappano e guardan le pecore già ricchissimi furono e sonne. [...] Or via, va con le femine a spander le tue lagrime, e incrudelendo con un medesimo colpo altrui e me, se così ti par che meritato abbiamo, uccidi. (Ivi, pp. 326-329) Ammirato dalla forza d'animo della figlia, Tancredi principe di Salerno decise di non punirla, ma fece invece uccidere Guiscardo, gli fece estrarre il cuore (così la perfida Grimilde voleva che si facesse a Biancaneve) e lo mandò alla figlia in un coppa d'oro. Ghismonda inondò il cuore di lacrime e lo coprì di baci, poi versò nella coppa il veleno che già aveva preparato, e disse: - O molto amato cuore,
ogni mio uficio verso te è fornito; né più altro
mi resta a fare se non di venire con la mia anima a fare alla tua
compagnia.
[...] E velati gli occhi, e ogni senso perduto, di questa dolente vita si dipartì. Così doloroso fine ebbe l’amor di Guiscardo e di Ghismonda, come udito avete; li quali Tancredi dopo molto pianto, e tardi pentuto della sua crudeltà, con general dolore di tutti i salernetani, onorevolmente amenduni in un medesimo sepolcro gli fe’sepellire. (Ivi, pp. 331.332) Un ultima osservazione riguarda il fatto che Ghismonda e Guiscardo alla fine della storia meritano l'unione tombale, mentre il corpo decapitato di Lorenzo resta sepolto nei campi fuori città e la sua testa quasi irriconoscibile è buttata via dai fratelli di Lisabetta, che a sua volta morirà di lì a poco, a Napoli si suppone, dove si sono trasferiti i fratelli nel timore che il loro crimine venisse scoperto. Questa differenza nel finale corrisponde all'esistenza, nella novella di Ghismonda, e all'assenza, nella novella di Lisabetta, del campo di parola rispettivamente fra la figlia e il padre e la sorella e i fratelli, in assenza del padre custodi dell'onore familiare. Il principe di Salerno chiede spiegazioni alla figlia e le riceve, e Ghismonda lo avverte che se morirà Guiscardo lei lo seguirà nella tomba: il padre piange la morte della figlia, mentre i fratelli di Lisabetta non le chiedono nulla, e quando lei chiede quando torni Lorenzo, le rispondono in modo tale che anche quel minimo spazio di parola si chiude. (Vedi la psicomappa di Ghismonda e Guiscardo) In questo sito si trova una favola incestuosa dalle Piacevoli notti di Giovan Francesco Straparola: Doralice, la cui protagonista alla fine si salva, ma i due bambini nati dalle sue nozze regali sono stati uccisi dal padre furibondo perché la figlia ha rifiutato di sposarlo ed è fuggita nascosta in un armadio. Prima versione del tipo Pelle d'asino, che col titolo di Perrault l'avrebbe seguita un secolo e mezzo più tardi, la fiaba racconta di un occultamento, in un armadio, che in molte versioni popolari diventa una veste di legno, non meglio descritta e pocco plausibile. (Vedi: Maria d' Legna e Maria Intaulata) Chissà se Straparola, la cui raccolta si riferiva come tante altre del tempo al Decameron, ha cercato di offrire una via di fuga alla fanciulla troppo legata al padre, inventando questa articolazione dell'antichissimo tema o prendendola da qualche storia in Europa o in Oriente, dove poteva essersi recato per la Serenissima? Potrebbe averci lasciato una traccia di questa parentela nel nome del padre di Doralice, principe di Salerno come il padre di Ghismonda? A differenza che nelle novelle di Lisabetta e di Ghismonda, Doralice ha una balia che le consiglia la fuga e che difende poi la sua innocenza, e da allora nelle fiabe come Pelle d'Asino arriva sempre l'aiuto di una madre che parla dalla tomba (O dente d'oo), o di una vecchia venditrice di cosmetici (L'Orza), o di una maestra (Maria Intaulata), o di una fata madrina come in Perrault. E con l'aiuto di una figura materna si può fuggire dal padre, come l'aiuto del padre in altre fiabe permette di liberarsi dalla presa mortale della figura materna, così le belle figlie di re, di principi o di ricchi mercanti fuggono lievi o appesantite da mascheramenti tanto bizzarri che occorrerebbe la genialità di un Carlo Rambaldi per renderli in un film, come la pelle dell'asino o la pelle di una vecchia morta a cent'anni, indossata da una bellissima quindicenne in Occhi marci, fiaba raccolta a Firenze da Vittorio Imbriani, per sfuggire al padre incestuoso. Le loro fughe somigliano alla leggerezza acrobatica con la quale Aschenputtel, la Cenerentola dei Grimm, rientra in casa saltando sul pero o sulla piccioniaia, sparendo sotto gli occhi del principe che la segue, alla grazia veloce con la quale tutte le Cenerentola volteggiano nella sala da ballo e giungono e fuggono, inafferrabili. Sono figure del sogno, ma il sogno, come la fantasticheria, inteso come lo intende René Thom: la catastrofe virtuale dalla quale si origina la conoscenza, e l'azione che solo la conoscenza rende possibile. Queste principesse che fuggono lontano dall'incesto, sotto una maschera repellente, per poi mostrarsi al principe straniero leggere e fuggitive come Cenerentola, potrebbero essere le discendenti delle disperate amanti, come Lisabetta e Ghismonda, che cercano un nuovo modo, liberale e magnifico, magari con un pizzico di aiuto magico, per non morire. Sulla felicità perfetta delle loro nozze regali cala la pagina bianca della fine della favola, come il marmo con pietose epigrafi sulle tombe degli amanti, ma è una nuova speranza che non era accessibile alle loro antenate. E se Straparola fosse stato un nobile veneziano che aveva trascorso in una legatura della Serenissima in Medio Oriente qualche decennio, che dalla robusta tradizione narrativa delle Mille e una notte, egualmente cara ai sultani e al popolo, avesse tratto la convinzione che una favola con la magia stava bene fra le novelle alla maniera di Boccaccio? Sappiamo che la struttura narrativa della storia cornice, magistralmente inaugurata da Boccaccio, è stata un dono della cultura araba all'Europa, e la storia cornice, già presente nelle Piacevoli notti di Straparola, ha una funzione fondamentale nel Cunto de li cunti di Basile, dove l'insieme dei racconti nasce da un racconto e ne rende possibile il lieto fine, come nelle Mille e una notte. Torneremo sull'argomento, per ora osserviamo che la storia cornice affranca i racconti dalla necessità di servire a qualcosa, di dipendere cioè dall'approvazione di un'autorità civile o religiosa. Dopo che sono nate le novelle moderne, con Boccaccio, nasce l'Indice dei libri proibiti dalla Chiesa: vale a dire che prima di Boccaccio la proibizione non era necessaria, perché non era pensabile raccontare storie che aspirassero a qualcosa di diverso dalla salvezza eterna. Amanti rivoluzionari quindi, che nelle piccole fiabe popolari, talora di valore letterario massimo, s'ingegneranno perchè il desiderio che muove lontano dalle origini, alla ricerca della propria autonomia e dell'unione feconda con l'altro sesso (questo significa ascendere al trono e sposarsi) si realizzi, almeno per un istante. Quando torna ad accadere, lontano lontano, come su Pandora, in Avatar (dir. James Cameron, USA 2008), tutto il mondo, la nostra comunità odierna, si mette in ascolto nelle sale cinematografiche, come un piccolo gruppo di contadini si riuniva sull'aia per ascoltare un narratore. |
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| Bassilico |
Il basilico, pianta aromatica
orientale, secondo la leggenda fu portato in Occidente dall'India da
Alessandro Magno, e il suo nome deriverebbe dal greco basileύj, re, per il suo aroma che rende
la pianta preziosa in cucina e degna dei re. Un altro etimo la collega
al basilisco, perché
si pensava
che da alcune foglie messe fra due pietre potesse nascere un basilisco,
o, appena un poco meno magicamente, uno scorpione. Altre superstizioni
ipotizzavano che un basilisco si formasse nel cervello a causa del
basilico, provocando la follia. In ogni caso la connessione fra amore e
morte è molto antica.
Una leggenda induista racconta di Vrinda, dalla cui fedeltà dipendeva l'invincibilità dello sposo, che lo tradì perché un dio ne aveva assunto la forma. Avendo causato la morte dell'amatissimo sposo si gettò sulla sua pira e morì con lui: gli dei, impietositi, trasformarono i suoi capelli in basilico, pianta che veniva considerata sacra. Stewart Lee Allen (Nel giardino del diavolo. Storia lussuriosa dei cibi proibiti [2002]; tr. it. Maurizio Migliaccio, Milano: Feltrinelli 2005], senza esitazioni considera Lisabetta da Messina una volgarizzazione di Vrinda: ...a uso
e consumo degli
europei. ... Mentre l'attenzione degli Indù era tutta incentrata
sulla devozione e sull'amore, gli euro-barbari erano maggiormente
attratti dalla decapitazione e dalla follia. Questa visione morbosa
è in sintonia con l'idea mediterranea del vero amore che,
secondo la storica Margareth Visser, "è follia totale, forza
incontenibile che travolge le persone e provoca eventi terribili e
pericolosi" (p. 33)
Riportiamo questo discorso come un
esempio di colonialismo rovesciato,
e osserviamo che viene ripreso acriticamente da diversi siti,
facilmente reperibili in rete, per lo più dedicati a ricette
aromatizzate col basilico o a reclamizzare ristoranti dove si preparano
queste ricette.
Certo è che nel basilico, dalla leggenda induista alla novella di Boccaccio, si legano sensi erotici e di morte: pianta legata all'innamoramento e all'amore, dotata di proprietà afrodisiache e perfino psicotrope, propizia la fecondità e difende dai demoni, ma vale anche come annuncio di disgrazia se appare nei sogni. Se si prendono in considerazione i simboli, senza però trattarli, come accade di frequente, come una miniera dalla quale portar via senza fatica oggetti per sostenere le proprie convinzioni, si può osservare come ogni elemento simbolico, pianta o animale o altro, abbia valenze positive e negative. In questa accezione, che non offre ricette né semplificazioni, il reame dei simboli è ordinato dalle stesse leggi della coppia heimlich/unhemlich analizzata da Freud nel saggio del 1919 (Das Unheimliche, Il perturbante, OSF 9, pp. 81-114). Ciò che rassicura ha il potere di inquietare, e quel che è più intimo è anche ignoto e alieno. Il simbolo è da studiare, comprendere, interpretare, come una formazione di confine fra coscienza e inconscio, che rende possibili migrazioni di sensi da un insieme all'altro, in entrambe le direzioni: ogni interpretazione univoca e definitoria di un simbolo è un taglio arbitrario che amputa la forza stessa del simbolo. |
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| AMORE TOMBALE |
| Eros, il più bello fra
gli dei immortali, sciogli-membra, che sottomette la mente e le sagge
intenzioni in tutti gli dei come in tutti gli uomini (Esiodo, Teogonia;
120-122) da sempre sovverte l'ordine, e da sempre si celebrano gli
amanti uniti da
questa forza irresistibile, con sepolcro, un'iscrizione, o un canto
struggente. Sembra che gli amanti siano autorizzati a godere della
reciproca compagnia solo nella morte, ma a Lisabetta non tocca nemmeno
questa marmorea fortuna, solo il canto della grasta, che arriva fino ad
oggi. Il canto e il ricordo degli amanti fedeli e senza limiti non trionfa sulla morte, ma nella morte. Si potrebbe pensare che sia una vittoria del desiderio sulla legge, che troppo tardi comprende la propria crudeltà, e pensando a Ceice e Alcione, o a Lisabetta e Lorenzo eternamente insieme nella tomba o nel racconto si potrebbe affermare con Virgilio: Omnia vincit amor. Ma non è meno vero che l'ordine, temporaneamente sovvertito dalla passione senza limiti degli amanti, prima li elimina, e poi li piange, quando l'ordine è stato ristabilito: Mors vincit omnia. Non c'è amore illimitato se non in opposizione alla legge, e nessuna legge ha senso se non sa limitare l'illimitato. Ogni storia racconta di un corpo a corpo fra queste due istanze, come il melodramma in una lapidaria definizione di George Bernard Shaw (L'opera lirica è quella rappresentazione in cui il tenore cerca di portarsi a letto il soprano, ma c'è sempre un baritono che glielo vuole impedire). Proviamo a non prendere partito, con i rivoluzionari - che si schierano dalla parte della passione, contro l'ordine costituito - o con i conservatori - che vedono come le rivoluzioni finiscano con un gruppo di potere che subentra a un altro, dopo un bagno di sangue dei più appassionati, come gli amanti - possiamo riflettere su un dato incontrovertibile: nessuna delle due parti ha senso se non in dialettica con l'altra. Possiamo immaginare un'opera con Tosca e Cavaradossi senza Scarpia, o Mimì senza Germont padre? e quale spessore avrebbero Germont e Scarpia senza una coppia di amanti da ostacolare? Gli amanti si condannano a morte da millenni con l'ordine, si eternano nella tomba e nel canto che si leva, triste quanto un funerale. Ma nella miracolosa apertura di vie di riflessione e di trasformazione dell'Umanesimo, che in Boccaccio si esprime con una modernità strabiliante, si apre un dialogo inedito fra l'amore senza limiti e la legge che non può tollerare la rottura dei limiti, anche se il finale è quello della tomba nella quale si uniscono gli amanti. Una porta socchiusa, se non aperta, una nuova via, tratteggiata, se non costruita. Nella quarta giornata, dove Lisabetta da Messina ha la quinta posizione, si raccontano amori finiti male, mentre nella decima ...sotto il reggimento di Panfilo, si ragiona di chi liberalmente ovvero magnificamente alcuna cosa operasse intorno ai fatti d'amore o d'altra cosa. Le azioni, le operazioni, condotte liberalmente ovvero magnificamente, richiedono una forma di pensiero che ci sembra riduttivo associare al pensiero divergente del cognitivismo mentre può essere interessante vederne l'origine nel concetto classico di mètis, parola greca che significa intelligenza astuta, che riesce a trovare una soluzione. Si tratta di quella forma di intelligenza che permette di sconfiggere un avversario assolutamente superiore per forza o per ricchezza. (Vedi: Detienne, Marcel, e Vernant, Jean-Pierre, Les ruses de l'intelligence - Les mètis des Grecs; Paris: Flammarion, 1974; tr. it. Andrea Giardina, Le astuzie dell'intelligenza nell'antica Grecia; Napoli-Bari: Laterza, 1978). Nella decima giornata del Decameron si trovano soggetti femminili oppressi da un potere maschile che quasi le uccide, ma non ingaggiano una lotta diretta, che le vederebbe perdenti, né lo ignorano, come Lisabetta e Lorenzo o Ghismonda e Guiscardo. Trovano una via liberale e magnifica, che, come la bacchetta magica nelle fiabe che sarebbero state pubblicate solo due secoli dopo, permette loro non solo di sopravvivere, ma perfino di trionfare. Moviti, Amore è una canzone che Lisa, figlia di uno speziale, segretamente e perdutamente innamorata di re Pietro d'Aragona, chiede di comporre a un celebre cantore, perché porti il suo amore al re, affinché lei possa morire consolata. L'unione di Lisa col re è impossibile, ma la vita torna desiderabile, e qualcosa di Lisa accompagnasempre il sovrano. Straordinarie risposte alla durezza crudele del suo nobile sposo si trovano nella Novella di Griselda, di umili origini e grande intelligenza e bellezza, la centesima del Decameron, la cui trama ha molto in comune con l'Augel belverde, e radici che portano alla tradizione persiana. Il corpo a corpo fra desiderio e potere è narrato in tanti racconti, e ogni racconto ne genera altri, a ogni distanza possibile e immaginabile di tempo e di spazio. Il tema ha una ricchezza, una bellezza, una pregnanza e un'estensione tali che una volta cominciato il viaggio si rischia di non riuscire a scegliere, perché si vorrebbero seguire troppe vie, e raccontare troppe storie. Ne abbiamo scelte arbitrariamente alcune che si sembra raccontino come il trionfo dell'amore non avvenga, come si vorrebbe credere, sulla morte, ma nella morte. Senza forzarne il senso ci pare che questi racconti dicano come l'ordine e il sovvertimento, il potere legittimo e la passione illimitata, siano sempre presenti. Nell'Umanesimo, dopo che l'amore era stato cantato in Italia a partire dal X secolo dai poeti arabi siciliani, provenzali, siciliani, stilnovisti, le storie degli amanti ritrovano il posto che avevano perduto quando il solo amore che si poteva cantare era quello rivolto a Dio, come i soli soggetti che si potevano ritrarre erano le divinità, le madonne e i santi. Quando l'amore terreno non aveva abbastanza dignità da essere cantato, si raccontavano le leggende di Edipo Papa e di Vergognia e Rosana, coppie incestuose che attraverso la penitenza ottenevano il perdono e perfino la santità, meritando di essere riuniti dopo la morte come Giulietta e Romeo. Le chiese consideravano un pregio avere il loro sepolcro, e nella chiesa di Alencourt, come in numerose altre in Europa, studiosi attendibili hanno attestato la presenza di iscrizioni come questa: CI GIT
LE FILS CI GIT LA MÈRE
CI GIT LA FILLE AVEC LE PÈRE CI GIT LA SOEUR CI GIT LE FRÈRE CI GIT LA FEMME ET LE MARI IL NE SONT QUE TROIS CORPS ICI. L'amore
impossibile che si compie dopo la
morte, nella tomba e fra i santi in Paradiso, in questo insieme di
leggende prende avvio dal motivo dell'incesto. Una situazione
d'incesto, non letteralmente consumato, è nel motivo d'inizio
nelle storie d'amore infelice di cui
stiamo parlando: Lisabetta da Messina era in età da marito, ...giovane assai
bella e costumata, la
quale,
che che ne fosse la ragione, ancora maritata non avevano.
Ghismonda, rimasta vedova senza figli, bella e ancora giovane,
era tornata dal padre, principe di Salerno, che però non aveva
provveduto a cercarle un nuovo sposo. Il motivo del legame familiare
troppo forte
è un generatore di queste storie,
ed è presenta anche in Romeo e Giulietta, che avrebbe dovuto
sposare il cugino Tebaldo.
Proprio quando la legge sembra più forte, prosperando nella chiusura della famiglia, del clan, della nazione, l'eros ne provoca il sovvertimento, unendo amanti lontani per ceto, censo, in ogni caso appartenenti a campi separati. All'interno dell'odio e del disprezzo sboccia un amore senza limiti, e gli amanti, come anarchici rivoluzionari, pagano con la vita l'apertura di una nuova via, sulla quale si incamminano, riconciliati nel lutto, Montecchi e Capuleti. Solo le fiabe diranno di amanti belli e semplici come marionette, docili alle necessità del racconto, certo privi dello spessore psicologico che hanno nella letteratura a partire da Boccaccio, venendo alla luce della carta stampata nel secolo della Controriforma, quando il sogno rinascimentale aveva lasciato il posto a un risveglio tragico come quello di Polifilo dopo l'Hypnerotomachia. Se l'amore fra uomo e donna aveva trovato il suo genere nel romanzo, nella fiaba poteva trovare un lieto fine, lontano lontano, quanto la Cina per i settecenteschi lettori di Aladino o di Turandot, o il pianeta Pandora per gli spettatori di Avatar (dir. James Cameron, USA 2009), Con un sorriso, un ammiccamento ai bambini, la sua a inserire al loro interno qualcosa che, con un po' di magia, realizzava con minore altezza e maggior successo quel lieto fine tutto umano che tanto ci piace e ci consola facendoci sorridere. La piccola ricerca di questa pagina tocca le seguenti storie d'amore disperato, in parte già citate: Alcione e Ceice, dalle Metamorfosi di Ovidio, I sec. d. C. Ghismonda e Guiscardo, dal Decameron, Novella prima della Giornata quarta; The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet, Shakespeare, 1597 Isabella, or, the Pot of Basil. A Story from Boccaccio, John Keats, 1918 Nelle pagine di questo sito si raccontano una novella tragica e due fiabe. La prima e la terza finiscono in tragedia, la seconda include un evento tragico irreversibile: Malgarita Spolatina (I) e Doralice (II), dalle Piacevoli notti di Giovan Francesco Straparola (1551-1553); Lo viso (III), dal Cunto de li cunti di Giambattista Basile (1634-1636). |
| ISABELLA, OR, THE POT OF BASIL. A STORY FROM
BOCCACCIO JOHN KEATS, 1818 |
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Keats, come Boccaccio, chiude il suo poema con i primi versi della canzone, che, permanendo nel tempo, mantiene il ricordo del disperato appello di Lisabetta/Isabella. Lorenzo diventa Basil, che è allo stesso tempo un nome proprio maschile e il nome della pianta aromatica: nella grasta quindi cresce sia il basilico, sia l'amante. Riportiamo sotto le due
strofe del
poema che raccontano come Isabella dedichi tutta se stessa al culto, e
alla coltivazione, di Basil, che inglese significa basilico ed è
un nome proprio maschile: la pianta aromatica e l'amante coincidono. .
La traduzione italiana la passione esclusiva che Isabella dedica al suo
Basil dopo la sua morte, e quelle conclusive, che narrano come non
abbia più ragione di vivere dopo il furto della grasta. Come la
novella di Boccaccio, il poema finisce con i primi versi della canzone
della grasta. La canzone sola resta, per trionfare non sulla morte, ma
nella morte.
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LIII. And she forgot the stars, the moon, and sun, LIV. And so she ever fed it with thin tears, [...........] LXII. Piteous she look'd on dead and senseless things, LXIII. And so she pined, and so she died forlorn,
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LIII E lei dimenticò le stelle, la luna, il sole, E lei dimenticò l’azzurro alto sugli alberi, E lei dimenticò la valli dove scorrono le acque, E lei dimenticò la fresca brezza autunnale; Lei non sapeva più quando finiva il giorno, E non vedeva la mattinata nuova: restava In pace sempre china sul dolce suo Basilio, E fino alle radici di lacrime lo bagnava. LIV E lo nutriva sempre di lacrime leggere, Così la pianta cresceva verde e folta e bella, Ed esalava a Firenze aromi più intensi di ogni altro vaso di Basilico; perché traeva anche nutrimento da umane paure, Dalla testa nascosa alla vista, in rapida dissoluzione: E così il gioiello, sepolto al sicuro, veniva fuori e si apriva in foglie profumate. [...........]
LXIII. E si consumava, e moriva disperata,
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| Fonte
(contenente il testo completo del poema):
http://www.online-literature.com/keats/3812/; consultato il 22
novembre 2011. |
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Molti preraffaelliti dipinsero Isabel/Lisabetta. Il quadro Isabel di John
Everett Millais (1849) rappresenta il
momento in cui i
fratelli si accorgono della relazione fra Lisabetta/Isabella e
Lorenzo/Basil.Il fratello in primo piano, probabilmente il
maggiore, esprime la sua collera schiacciando una noce, mentre il
levriero, appena colpito dal suo piede, si inclina restando col capo
poggiato sul grembo di Isabella, che lo accarezza delicatamente. La
fanciulla e Basil che le porge un'arancia divisa
in due parti sembrano isolati, come avvolti dal loro amore, e non si
accorgono della minaccia che si profila. I cinque personaggi intenti a
mangiare e a bere
dal lato degli amanti e il giovane in piedi a servire a tavola sembrano
indifferenti sia alla collera del fratello che al legame fra gli
amanti, mentre la donna seduta accanto a Lorenzo/Basile sembra
pensierosa, forse è la fantesca al corrente della storia che la
accompagnerà a cercare il corpo fuori città.
![]() http://en.wikipedia.org/wiki/File:John_Everett_Millais_-_Isabella.jpg; ultimo accesso: 29 novembre 2011 Il pittore preraffaellita John Hunt venne a Firenze in luna di miele con la moglie Fanny, che fu la sua modella per il quadro di Isabella con la grasta nella quale amava i resti di Basil e la pianta di basilico che profumava più di ogni vaso di basilico a Firenze. Fanny, che era incinta fu ritratta sia mentre posava come modella, sia nei panni di Isabel, col capo poggiato sul vaso di basilico, che anziché sulla finestra è in casa, dove in realtà non crescerebbe. Fanny Waugh Hunt
morì di parto a Firenze nel 1866, e il marito
scolpì personalmente il suo monumento funebre, che si trova
accanto a quello di Elisabeth Barret Browning, moglie del poeta Robert
Browning, morta a Firenze cinque anni prima, nel Cimitero degli
Inglesi, minuscola collinetta circondata dai viali molto trafficati.
Non è necessario sottolineare l'importanza di questo
passaggio dal culto del corpo dei santi a quello degli amanti:
l'incontro d'amore, quello senza limiti, permette di accedere a un
paradiso terreno, che fa dimenticare la salvezza divina.Sulla sua lapide sono scritti alcuni versi dal Cantico dei Cantici:
Il culto riservato da Lisabetta al capo del suo amato ricorda il culto del corpo dei santi, spesso smembrato tra varie chiese. Una tradizione voleva che il loro corpo si conservasse intatto fino a che veniva ritrovato, per poi decomporsi ordinariamente: così quando Lisabetta lo trova nella terra il corpo di Lorenzo non mostra segni di decomposizione, mentre la testa si decompone nel vaso di basilico. Qualcosa migra dal culto sacro nel racconto laico, con le lacrime della donna sull'amante che hanno il loro prototipo da quelle di Maria Maddalena che lava con le sue lacrime i piedi di Gesù durante la cena nella casa del fariseo: Ed ecco una donna, una
peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del
fariseo, venne con un vasetto di olio profumato e fermatasi dietro si
rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a
bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e
li cospargeva di olio profumato. (Luca, 7: 37)
Se il corpo dei santi profuma e resta intatto anziché decomporsi, viene venerato in tante chiese in teche di vetro o cristallo come testimonianza della vittoria dello spirito sulla materia, del Verbo sul corpo. Così l'amore di Lisabetta e di Ghismonda, come di Giulietta, vince nella morte, e si eterna. Persino il culto che
Lisabetta rende a questo basilico nutrito dalla terra corrotta sembra
la versione ingentilita e botanica — declassata però dal regno
animale a quello vegetale — di un culto più inquietante e
più macabro, la cui liceità era stata dibattuta nelle
pagine dei teologi: la venerazione dei vermi nati dai corpi decomposti
dei santi. (Maria Antonietta Terzoli, 2001; La testa di Lorenzo: lettura di Decameron
IV, 5;
http://www.ucm.es/BUCM/revistas/fll/11339527/articulos/CFIT0101220193A.PDF;
consultato il 25 novembre 2011)
Le piccole fiabe trasformano i motivi tragici degli amori tombali, con un po' di magia, tendendo a un lieto fine, che si realizza prima della pagina bianca, per un istante o per un'eternità. Forse si può pensare che il sonno simile alla morte di Giulietta e delle sue sorelle più antiche diventi il sonno lungo cent'anni della Bella Addormentata, che si sveglia con un bacio, o quello di Biancaneve, che giace bellissima e incorrotta in uan teca di cristallo come quelle dei santi venerati nelle chiese, che finisce grazie al principe azzurro. Ci sono anche principesse alle quali un bacio non basta per svegliarsi, come la Regina Marmotta, la cui splendida città è abitata da cittadini immobili come statue di cera, che si sveglia partorendo, nove mesi dopo la visita di Andreino, o di Talia, che nel Cunto de li cunti non si sveglia nemmeno col parto, ma solo quando uno dei gemelli che ha dato alla luce, Luna e Sole, cercando il capezzolo le sugge un dito, e così fa uscire la resta di lino che l'aveva fatta cadere nel sonno, comatoso ma non tombale. |
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PSICOMAPPA DI LISABETTA DA MESSINA
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| TEMA |
PELLE D'ASINO |
I
tre fratelli e la sorella sono senza genitori come la coppia di gemelli
delle leggende di Vergogna
e di Gregorio. L'amore di
Lisabetta va al quarto uomo della casa, coetaneo e compagno negli
affari dei suoi fratelli. L'esito dell'incesto, senza che esso diventi
pubblico, è la morte. |
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| ATTANTE SOGGETTO |
MASCHILE E FEMMINILE |
Sia
Lisabetta che Lorenzo hanno un desiderio. Lorenzo chiede a Lisabetta,
apparendole in sogno, di scoprire la causa della sua morte e di onorare
il suo povero corpo. |
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| MOTIVI |
ARCHÈ | PADRE ASSENTE MADRE ASSENTE |
La
madre non è neppure nominata, né ci sono altre figure che
soccorrono Lisabetta o Lorenzo, né che dissuadono i fratelli
dalla loro determinazione a coprire la violazione della legge
violandola loro stessi. |
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| ASIMMETRICI |
PERSECUZIONE |
DA
MASCHILE A MASCHILE E FEMMINILE |
I fratelli
uccidono Lorenzo per difendere l'onore della famiglia, senza combattere
o imporre prove alla sorella e al suo amante. La conseguenza è
che Lisabetta è in loro potere: la risposta che le danno quando
insiste nel chiedere di Lorenzo le fa capire che sanno del suo
tradimento: ma non tollerano l'offesa all'onore della famiglia o il
fatto che abbia preferito l'amore di Lorenzo al loro amore? La persecuzione dei fratelli si rivolge contro Lorenzo, perché pensano che eliminato lui sarà eliminata la causa dell'amore della sorella, e che quindi tornerà intatto il loro onore; si rivolge contro Lisabetta quando le rispondono accusandola implicitamente e quando buttano via il suo basilico. |
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| SIMMETRICI |
PROVA O RICERCA | ESIGENTE
MASCHILE AGENTE FEMMINILE |
Apparendo in
sogno a Lisabetta, come Ceice ad Alcione, la porta a scoprire la sua
morte, altrimenti nascosta. Come i fratelli Lisabetta tiene nascosta la
sua disperazione, e tenendo la testa dell'amante nella grasta trae
dalla sua morte qualcosa di vivo, che nutre delle sue lacrime: il
basilico. John Keats trasforma Lorenzo in Basil, allo stesso tempo Basil nome proprio, e basilico. |
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| TÈLOS | MORTE |
Lorenzo e
Lisabetta muoiono, e non ottengono nemmeno l'unione ultramondana, come
Renza e Cecio in Lo Viso di Basile. Resta
viva la novella di Boccaccio, che ha nella canzone della grasta la
testimonianza della storia che i fratelli hanno inutilmente tentato di
cancellare. |
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PSICOMAPPA DI GHISMONDA E GUISCARDO
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| TEMA |
PELLE D'ASINO |
Il
padre, principe di Salerno, amava la figlia, ...bellissima nel corpo e nel viso quanto
alcun'altra femmina fosse mai..., e, ...per l'amor ch'egli le portava, poca cura
si dava più di maritarla. Né Ghismonda protesta
contro la possessività del padre, ma cerca e trova un amante in
casa sua, come Lisabetta lo trova nell'uomo di fiducia dei fratelli. I nomi degli amanti, Ghismonda e Guiscardo, cominciano con la stessa lettera, come Lisabetta e Lorenzo, e si trovano nella stessa casa. Sono quindi in qualche modo fratelli prima che amanti. |
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| ATTANTE SOGGETTO |
MASCHILE E FEMMINILE |
Il desiderio
è di entrambi, entrambi corrono rischi scegliendo un'unione
illecita, entrambi pagano con la morte la loro trasgressione. |
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| MOTIVI |
ARCHÈ | PADRE
ECCEDENTE MADRE ASSENTE |
La
madre non è neppure nominata, né ci sono altre figure
femminili che soccorrano Ghismonda e Guiscardo. |
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| ASIMMETRICI |
PERSECUZIONE | DA
MASCHILE A MASCHILE E FEMMINILE |
Il principe
di Salerno uccide Guiscardo per gelosia e per difendere il suo onore,
così provoca la morte della figlia.. |
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| SIMMETRICI |
PROVA O RICERCA | ESIGENTE
MASCHILE AGENTE FEMMINILE |
Ghismonda si
dedica al cuore con la stessa passione con la quale Lisabetta si dedica
prima alla testa e poi al testo, o grasta, o vaso: "...non altramenti
che se una fonte d'acqua nella testa avuta avesse, senza fare alcun
feminil romore, sopra la coppa chinatasi, piagnendo cominciò
versare tante lagrime, che mirabile cosa furono a riguardare, baciando
infinite volte il morto cuore." |
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| TÈLOS | UNIONE
TOMBALE |
Ghismonda
chiede al padre di seppellirla insieme a Guiscardo, e lo ottiene. |
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