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RIFERIMENTI
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FAIRITALY

FIABE ANTICHE E MOTIVI FIABESCHI
SCELTA, RINARRAZIONE E NOTE DI
ADALINDA GASPARINI


LISABETTA DA MESSINA E LA CANZONE DELLA GRASTA
CON ALCUNE NOTE SU
L'AMORE TOMBALE








PSICOMAPPA
PSICOMAPPA

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Racconta Giovanni Boccaccio che vivevano a Messina tre fratelli, ricchi mercanti...

... e avevano una lor sorella, chiamata Lisabetta, giovane assai bella e costumata, la quale, che che ne fosse la ragione, ancora maritata non avevano.
E avevano oltre a ciò questi fratelli in un lor fondaco un giovinetto pisano chiamato Lorenzo, che tutti i lor fatti guidava e faceva, il quale, essendo assai bello della persona e leggiadro molto, avendolo più volte l'Isabetta guatato, avvenne che egli le 'ncominciò stranamente a piacere. Di Lorenzo accortisi e una volta e altra, similmente, lasciati altri suoi innamoramenti di fuori, incominciò a porre l'animo a lei; e sì
andò la bisogna che, piacendo l’uno all’altro igualmente, non passò gran tempo che, assicuratisi, fecero di quello che più disiderava ciascuno.
E in questo continuando e avendo insieme assai di buon tempo e di piacere, non seppero sì segretamente fare che una notte andando l'Isabetta là dove Lorenzo dormiva, che il maggior de' fratelli, senza accorgersene ella, se ne accorgesse (pp. 358-359)

Pensando che fosse meglio riflettere sul da farsi, aspettò la mattina, e lo disse ai fratelli. Dopo averne lungamente discusso decisero come non far sapere a nessuno del tradimento della sorella, per mantenere intatto il loro onore. Senza cambiare il loro modo di trattare con Lorenzo, lo invitarono a fare con loro una passeggiata fuori città, e quando furono in un luogo solitario lo uccisero, e seppellirono il suo corpo nella terra senza essere visti da nessuno.
Poi tornarono a casa, e giustificarono l'assenza di Lorenzo dicendo che era andato lontano per curare i loro affari, come già altre volte era successo.
Siccome Lorenzo non tornava, Lisabetta ne chiedeva notizie ai fratelli, e un giorno che insisteva più del solito con le sue domande, uno dei fratelli le chiese per quale ragione fosse tanto interessata a Lorenzo, dicendole che se non avesse smesso di insistere le avrebbero dato la risposta che si meritava.

Lisabetta dovette capire che i fratelli conoscevano il suo segreto, ma non smise aspettare Lorenzo. Piangeva spesso, e passava le notti chiamandolo e pregandolo di tornare da lei. Una notte che si era addormentata piangendo, le apparve in sogno Lorenzo...

Lorenzo l'apparve nel sonno, pallido e tutto rabbuffato e con panni tutti stracciati e fracidi indosso, e parvele che egli dicesse:
- O Lisabetta, tu non mi fai altro che chiamare e della mia lunga dimora t’attristi, e me con le tue lagrime fieramente accusi; e per ciò sappi che io non posso più ritornarci, per ciò che l’ultimo dì che tu mi vedesti i tuoi fratelli m’uccisono.
E disegnatole il luogo dove sotterrato l’aveano, le disse che più nol chiamasse né l’aspettasse, e disparve.
La giovane destatasi, e dando fede alla visione, amaramente pianse. (P. 360)

Volendo andare nel luogo che Lorenzo le aveva mostrato in sogno, disse ai fratelli che voleva andare a fare una passeggiata, e si fece accompagnare da un donna della casa che era a parte del suo segreto. Arrivata nel luogo lontano dalla città si mise a cercare, e smuovendo le foglie che coprivano il terreno vide che un un punto la terra era smossa. Scavò e trovò presto

...il corpo del suo misero amante in niuna cosa ancora né guasto né corrotto. (Ivi)

Non perse tempo a piangere, e non avendo modo di onorare il corpo di Lorenzo con un sepolcro prese un coltello e gli spiccò la testa dal busto, avvolgendola in un panno. Poi ricoprì il resto del corpo con la terra, affidò l'involto alla fantesca e tornò a casa.

Quivi con questa testa nella sua camera rinchiusasi, sopra essa lungamente e amaramente pianse, tanto che tutta con le sue lagrime la lavò, mille baci dandole in ogni parte. Poi prese un grande e un bel testo, di questi nei quali si pianta la persa o il bassilico, e dentro la vi mise fasciata in un bel drappo, e poi messovi su la terra, su vi piantò parecchi piedi di bellissimo bassilico salernetano, e quegli di niuna altra acqua che o rosata o di fior d’aranci o delle sue lagrime non inaffiava giammai; e per usanza avea preso di sedersi sempre a questo testo vicina, e quello con tutto il suo disidero vagheggiare, sì come quello che il suo Lorenzo teneva nascoso; e poi che molto vagheggiato l’avea, sopr’esso andatasene, cominciava a piagnere, e per lungo spazio, tanto che tutto il bassilico bagnava, piagnea.
Il bassilico, sì per lo lungo e continuo studio, sì per la grassezza della terra procedente dalla testa corrotta che dentro v’era, divenne bellissimo e odorifero molto. (P. 361)

I vicini, vedendo come Lisabetta si curava della grasta, del vaso di basilico, piangendo tanto che gli occhi le sporgevano dalle orbite. e come la sua bellezza fosse svanita, ne parlarono ai fratelli, che alla prima occasione rovesciarono di nascosto il vaso: riconobbero la testa di Lorenzo che non era ancora completamente consumata, e i capelli erano ancora crespi. Rimasero stupefatti, e temendo che la cosa si potesse risapere, sotterrarono al testa e si trasferirono da  Messina a Napoli.
Ma la loro sorella non smise di piangere, e chiedendo sempre che le fosse restituito il suo vaso di basilico, morì presto

La giovane non restando di piagnere e pure il suo testo addimandando, piagnendo si morì; e così il suo disavventurato amore ebbe termine. Ma poi a certo tempo divenuta questa cosa manifesta a molti, fu alcuno che compuose quel la canzone la quale ancora oggi si canta, cioè:

Quale esso fu lo malo cristiano,
che mi furò la grasta, ecc.






CHI MI FURÒ LA GRASTA

Con i primi due versi della canzone trecentesca, di scuola siciliana, si conclude la dolorosa e macabra novella di Lisabetta da Messina.

L'amore soccombe alla legge ogni volta che ne sottovaluta il potere, come la legge fallisce quando non tiene conto della potenza dell'amore. L'arte, che sgorga dal desiderio, leva il suo canto a Lisabetta che morì d'amore come il suo Lorenzo, e il canto dopo seicento anni ci riporta la sua grazia struggente:

Qual esso fu lo malo cristiano
Lo qual mi furò la grasta
Del bassilico mio selemontano ?
Cresciut’era in gran podesta :
Ed io lo mi chiantai colla mia mano :
Fu lo giorno de la festa.
Chi guasta - l'altrui cose, è villania.
Chi guasta l'altrui cose, è villania
E grandissimo il peccato.
Ed io la meschinella ch' i' m' avía
Una grasta seminata !
Tant'era bella, all' ombra mi dormia.
Da la gente invidïata,
Fummi furata, - e davanti a la porta.
Fummi furata, e davanti alla porta.
Dolorosa ne fu' assai.
Ed io la meschinella or fosse io morta,
Che sì cara l' accattai !
È pur l'altrier ch' i' n' ebbi mala scorta
Dal messer cui tanto amai.
Tutto lo 'ntornïai di maggiorana.
Tutto lo 'ntornïai di maggiorana,
Fu di maggio lo bel mese,
Tre volte la 'nnaffiai la settimana,
Che son dozi volte el mese,
D' un' acqua chiara di viva fontana.
Signor mio com' ben s' apprese !
Or è in palese - che mi fu raputo.
Or è in palese - che mi fu raputo.
Nol posso più celare.
Sed io davanti l' avessi saputo
Che mi dovesse incontrare,
Davanti all' uscio mi sare' iaciuto
Per la mia grasta guardare.
Potrebbemene atare - sol' alto Iddio.
Potrebbemene atar sol' alto Iddio,
Se fusse suo piacimento.
Dell' uomo che m' è stato tanto rio,
Messo m’ ha in pene e 'n tormento;
Chè m' ha furato il bassilico mio
Pieno di tanto ulimento.
Suo ulimento - tutta mi sanava.
Suo ulimento tutta mi sanava.
Tant' avea freschi gli olori.
E la mattina quando lo 'nnaffiava
Alla levata del sole,
Tutta la gente si maravigliava:
Onde vien cotanto aulore ?
Ed io per lo suo amore - morrò di doglia.
Ed io per lo suo amor morrò di doglia,
Pr' amor de la grasta mia.
Fosse chi la mi rinsegnare voglia,
Volentier la raccatria ;
Cent' once d' oro ch' i' ho ne la fonda
Volentier gli le donria,
E doneria - gli un bascio in disianza.


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RIFERIMENTI
Testo

Dal Decameron, Quarta giornata, Novella quinta.
Fonte: http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_2/t318.pdf; pp. 358-362; consultato il 20 novembre 2011.


La canzone della grasta

Cantate e ballate, strambotti e madrigali nei secoli XIII e XIV a cura di Giosuè Carducci. Pisa: Tipografia Nistri 1871;
(Libro III, Canzone XXVII, pp. 48-52).
Fonte:  http://www.archive.org/stream/cantileneeballat00carduoft#page/48/mode/2up; consultato l'11.11.11.

Introducendo la canzone, Carducci riprende la novella di Boccaccio scive:

Il sig. P. Fanfani [Decameron, Firenze, Le Monnier, 1857, in 8.° i, 349] la pubblicò di su 'l Cod. laur. 38 pl. 42 "scritto in sullo scorcio del sec. XIV.". Ma era già a stampa nelle Canzone a ballo del 1533 e del 1568. (P. 48)

Del bassilico mio selemontano.
A questo proposito Carducci (p. 49, testo cit.) nota che l'aggettivo potrebbe stare per selinuntano, basilico di Selinunte, di Salerno: Boccaccio parla nella novella di basilico salernetano.

Iaciuto
Carducci scrive: che questo "...iaciuto, quand'è una donna che parla, imbroglia un po' la sintassi" (p. 50). Prendiamo spunto da questo cambio di genere, apparentemente incongruo, per osservare come il canto dell'amore perduto sia un lamento femminile, perché al femminile è ascritta la massima mancanza, tanto dolorosa che non la può colmare nessun richiamo alla potenza fallica o alla legge. L'aggettivo maschile testimonia come il soggetto che sperimenta ed esprime il vuoto della perdita possa essere sia maschio che femmina.

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IMMAGINE

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NOTE

La quale, che che ne fosse la ragione, ancora maritata non avevano. I fratelli ritardano le nozze della sorella, la tengono con sé in una situazione di possesso che favorisce l'incesto. Del resto di Lorenzo, che nel poema di Keats e in altre versioni diventa stereotipicamente un umile servo, Boccaccio ci dice che ...tutti i lor fatti guidava e faceva, presentandocelo così come un amministratore che, se non superiore per talento nell'arte della mercatura, aveva nelle faccende della casa un ruolo pari a quello dei fratelli, per i quali curava anche affari fuori città. Analogamente il principe di Salerno, padre di Ghismona, nella novella prima della giornata non cerca di trovare un secondo marito per la figlia rimasta vedova quando è ancora senza figli, giovane e bella. Anche in questa novella l'amore di Ghismonda va a una sorta di uomo di fiducia del padre.

ALCIONE E CEICE
Pallido e tutto rabbuffato e con panni tutti stracciati e fracidi indosso...


Nelle Metamorfosi di Ovidio, universalmente note nel XIV secolo, si racconta di Ceice che apparve in sogno ad Alcione con versi ai quali potrebbe essersi ispirato Boccaccio: luridus, exanimi similis, sine vestibus ullis | coniugis ante torum miserae stetit; uda videtur | barba viri madidisque gravis fluere unda capillis (pallido come un morto, senza vesti | stava davanti al letto della misera; fradicia la barba dell'uomo | e dai capelli madidi sembrava cadesse acqua di mare; vv. 654-655). Anche Lorenzo è bagnato come Ceice, pur non essendo annegato.
La colpa di Alcione, figlia di Eolo, dio dei venti, e di Ceice, figlio di Lucifero, stella del mattino, regolarmente sposati, fu solo quella di essere tanto felici della loro unione da chiamarsi con i nomi della coppia divina: Giove e Giunone. Gli dei classici punivano duramente chi osava paragonarsi a loro, era il peccato di übris, e la coppia venne condannata quanto quelle degli amanti illegittimi come Lorenzo e Lisabetta. Ceice annegò in un naufragio, e alla sposa Alcione, che invocava piangendo il suo ritorno, come Lisabetta da Messina,  si presentò in sogno, annunciandole la sua morte e chiedendole di rendere onoranze funebri al suo corpo. Come Lisabetta al risveglio volle andare a cercare, e trovò, il corpo di Lorenzo, così Alcione corse sulla riva del mare proprio quando le onde riportavano verso la riva il cadavere di Ceice. Alcione corse sul molo per gettarsi in mare e raggiungerlo...

[I]nsilit huc! mirumque fuit potuisse: volabat,
percutiensque levem modo natis aëra pennis
stringebat summas ales miserabilis undas,
dumque volat, maesto similem plenumque querellae
ora dedere sonum tenui crepitantia rostro.
Ut vero tetigit mutum et sine sanguine corpus,
dilectos artus amplexa recentibus alis
frigida nequiquam duro dedit oscula rostro.
Senserit hoc Ceyx, an vultum motibus undae
tollere sit visus, populus dubitabat; at ille
senserat, et, tandem superis miserantibus, ambo
alite mutantur. Fatis obnoxius isdem
tunc quoque mansit amor, nec coniugiale solutum
foedus in alitibus: coeunt fiuntque parentes,
perque dies placidos hiberno tempore septem
incubat Alcyone pendentibus aequore nidis.
tunc iacet unda maris: ventos custodit et arcet
Aeolus egressu praestatque nepotibus aequor. 
[S]alta e - fu ben prodigioso che far lo potesse! - volava:
l'aria leggera battendo con l'ale spuntate sol ora
misero augello sfiorava già la superficie dell'acqua!
Mentre volava, la bocca stridendo pel becco sottile
suono mandò come mesto, ripieno di querule voci.
Come fu sopra la muta ed esanime salma, con l'ale
muove abbracciandola, gelidi baci le diede col duro
rostro ma inutilmente. Se i baci sentisse Ceice
o sollevasse la faccia pel moto dell'onde, la gente
restò dubbiosa. Ma no, li senti! Finalmente ambedue
furon mutati in uccelli per la pietà degli dei.
Restò tuttora legato l'amore a uno stesso destino
né, trasformati in uccelli, mutaron la fé coniugale;
perché s'uniscono e fanno figliuoli: durante l'inverno
cova la moglie nei penduli nidi su i sassi per sette
giorni tranquilli, nei quali son l'onde del tutto pacate:
Eolo nelle caverne rinchiude ed invigila i venti
perché non escano, e il mare quieto prepara ai nepoti.
(Libro XI, vv. 731-748; Le Metamorfosi, testo latino e traduzione italiana di Ferruccio Bernini; Bologna: Zanichelli, 1981; 2 voll. Vol. 2, pp. 136-137)

L'eccesso d'amore è fatale ad Alcione e Ceice perché infrange l'ordine che separa gli dei che dimorano sull'Olimpo, divini immortali, e gli uomini mortali che sono sulla terra, eppure questo eccesso crea una nuova forma alata, l'alcione - via via identificato in un tipo di gabbiano o nel variopinto martin pescatore. Le metamorfosi ovidiane sono morfogenetiche, dalla morte di chi sfida gli dei o cede a una passione illecita nascono nuove forme vegetali, come l'albero di Mirra o il Narciso, o animali, come l'alcione o l'intera stirpe dei ragni, da Aracne, la ricamatrice che aveva sfidato Athena. La pietà degli dei per gli sposi troppo felici, che come quella dei Montecchi e dei Capuleti viene solo dopo la fine degli amanti, porta anche una settimana di mare calmo ogni anno, nella quale i naviganti possono in tutta sicurezza solcare le onde.
 
GHISMONDA E GUISCARDO
Tanto che tutta con le sue lagrime la lavò, mille baci dandole in ogni parte La quarta giornata della novella di Lisabetta comincia con una novella nella quale la protagonista Ghismonda piange sul cuore dell'amato Guiscardo come Lisabetta sul capo di Lorenzo:

...non altramenti che se una fonte d'acqua nella testa avuta avesse, senza fare alcun feminil romore, sopra la coppa chinatasi, piagnendo cominciò versare tante lagrime, che mirabile cosa furono a riguardare, baciando infinite volte il morto cuore. (Decameron, fonte cit., p. 330).

Il padre di Ghismonda, principe di Salerno, scopre la sua relazione segreta con uno dei suoi cortigiani. Boccaccio ci racconta che la sua bellissima figlia era tornata dal padre essendo rimasta vedova e senza figli, e che il padre non le aveva cercato un nuovo marito, come i fratelli di Lisabetta non avevano cercato uno sposo per lei. Indizio che suggerisce un eccesso d'amore paterno, al quale la figlia risponde restando nella casa del padre, ma cercando quel che desidera in Guiscardo, cortigiano del padre, bello e giovane, ma di origini umili e privo di mezzi. Se l'indizio appare troppo lieve per attestare una situazione d'inizio incestuosa, andiamo a leggere in quali circostanze il principe di Salerno scopre la relazione illegittima:

Era usato Tancredi di venirsene alcuna volta tutto solo nella camera della figliuola, e quivi con lei dimorarsi e ragionare alquanto, e poi partirsi. Il quale un giorno dietro mangiare laggiù venutone essendo la donna, la quale Ghismonda aveva nome, in un suo giardino con tutte le sue damigelle, in quella, senza essere stato da alcuno veduto o sentito, entratosene, non volendo lei torre dal suo diletto, trovando le finestre della camera chiuse e le cortine del letto abbattute, a piè di quello in un canto sopra un carello si pose a sedere; e appoggiato il capo al letto e tirata sopra sè la cortina quasi come se studiosamente si fosse nascoso quivi, s’addormentò.
E così dormendo egli, Ghismonda, che per isventura quel dì fatto aveva venir Guiscardo, lasciate le sue damigelle nel giardino, pianamente se n’entrò nella camera, e quella serrata, senza accorgersi che alcuna persona vi fosse, aperto l’uscio a Guiscardo che l’attendeva e andatisene in su ’l letto, sì come usati erano, e insieme scherzando e sollazzandosi, avvenne che Tancredi si svegliò e sentì e vide ciò che Guiscardo e la figliuola facevano; e dolente di ciò oltre modo, prima gli volle sgridare, poi prese partito di tacersi e di starsi nascoso, se egli potesse, per potere più cautamente fare e con minore sua vergogna quello che già gli era caduto nell’animo di dover fare. (http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_2/t318.pdf; p. 324; ultimo accesso: 29 novembre 2011)

Tancredi principe di Salerno fece catturare Guiscardo al quale chiese come aveva potuto ricompensarlo così dei tanti favori che aveva ricevuto, e il giovane rispose solo con queste parole: "Amor può più che né voi né io possiamo". Il principe lo fece imprigionare e andò dalla figlia, e piangendo le disse che se da una parte voleva uccidere entrambi, dall'altra l'amore che sentiva per lei glielo impediva: voleva dunque sentire che cosa lei aveva da dirgli. Ghismonda, disperata per la cattura di Guiscardo, si fece forza e senza piangere gli disse che non avrebbe cercato di negare quel che lui del resto aveva scoperto, e che non avrebbe implorato la sua benevolenza:

Egli è il vero che io ho amato e amo Guiscardo, e quanto io viverò, che sarà poco, l’amerò; e se appresso la morte s’ama, non mi rimarrò d’amarlo; ma a questo non mi indusse tanto la mia feminile fragilità, quanto la tua poca sollecitudine del maritarmi e la virtù di lui.
[...]
Sono adunque, sì come da te generata, di carne, e sì poco vivuta, che ancor son giovane; e per l’una cosa e per l’altra piena di concupiscibile disidero, al quale maravigliosissime forze hanno date l’aver già, per essere stata maritata, conosciuto qual piacer sia a così fatto disidero dar compimento.
[...]
Dirai dunque che io con uomo di bassa condizione mi sia posta? Tu non dirai il vero; ma per avventura, se tu dicessi con povero, con tua vergogna si potrebbe concedere, che così hai saputo un valente uomo tuo servidore mettere in buono stato; ma la povertà non toglie gentilezza ad alcuno, ma sì avere. Molti re, molti gran principi furon già poveri; e molti di quegli che la terra zappano e guardan le pecore già ricchissimi furono e sonne.
[...]
Or via, va con le femine a spander le tue lagrime, e incrudelendo con un medesimo colpo altrui e me, se così ti par che meritato abbiamo, uccidi. (Ivi, pp. 326-329)

Ammirato dalla forza d'animo della figlia, Tancredi principe di Salerno decise di non punirla, ma fece invece uccidere Guiscardo, gli fece estrarre il cuore (così la perfida Grimilde voleva che si facesse a Biancaneve) e lo mandò alla figlia in un coppa d'oro. Ghismonda inondò il cuore di lacrime e lo coprì di baci, poi versò nella coppa il veleno che già aveva preparato, e disse:

- O molto amato cuore, ogni mio uficio verso te è fornito; né più altro mi resta a fare se non di venire con la mia anima a fare alla tua compagnia.
[...]
E velati gli occhi, e ogni senso perduto, di questa dolente vita si dipartì.
Così doloroso fine ebbe l’amor di Guiscardo e di Ghismonda, come udito avete; li quali Tancredi dopo molto pianto, e tardi pentuto della sua crudeltà, con general dolore di tutti i salernetani, onorevolmente amenduni in un medesimo sepolcro gli fe’sepellire. (Ivi, pp. 331.332)

Un ultima osservazione riguarda il fatto che Ghismonda e Guiscardo alla fine della storia meritano l'unione tombale, mentre il corpo decapitato di Lorenzo resta sepolto nei campi fuori città e la sua testa quasi irriconoscibile è buttata via dai fratelli di Lisabetta, che a sua volta morirà di lì a poco, a Napoli si suppone, dove si sono trasferiti i fratelli nel timore che il loro crimine venisse scoperto.
Questa differenza nel finale corrisponde all'esistenza, nella novella di Ghismonda, e all'assenza, nella novella di Lisabetta, del campo di parola rispettivamente fra la figlia e il padre e la sorella e i fratelli, in assenza del padre custodi dell'onore familiare. Il principe di Salerno chiede spiegazioni alla figlia e le riceve, e Ghismonda lo avverte che se morirà Guiscardo lei lo seguirà nella tomba: il padre piange la morte della figlia, mentre i fratelli di Lisabetta non le chiedono nulla, e quando lei chiede quando torni Lorenzo, le rispondono in modo tale che anche quel minimo spazio di parola si chiude.
(Vedi la psicomappa di Ghismonda e Guiscardo)

In questo sito si trova una favola incestuosa dalle Piacevoli notti di Giovan Francesco Straparola: Doralice, la cui protagonista alla fine si salva, ma i due bambini nati dalle sue nozze regali sono stati uccisi dal padre furibondo perché la figlia ha rifiutato di sposarlo ed è fuggita nascosta in un armadio. Prima versione del tipo Pelle d'asino, che col titolo di Perrault l'avrebbe seguita un secolo e mezzo più tardi, la fiaba racconta di un occultamento, in un armadio, che in molte versioni popolari diventa una veste di legno, non meglio descritta e pocco plausibile. (Vedi: Maria d' Legna e Maria Intaulata)
Chissà se Straparola, la cui raccolta si riferiva come tante altre del tempo al Decameron, ha cercato di offrire una via di fuga alla fanciulla troppo legata al padre, inventando questa articolazione dell'antichissimo tema o prendendola da qualche storia in Europa o in Oriente, dove poteva essersi recato per la Serenissima? Potrebbe averci lasciato una traccia di questa parentela nel nome del padre di Doralice, principe di Salerno come il padre di Ghismonda?
A differenza che nelle novelle di Lisabetta e di Ghismonda, Doralice ha una balia che le consiglia la fuga e che difende poi la sua innocenza, e da allora nelle fiabe come Pelle d'Asino arriva sempre l'aiuto di una madre che parla dalla tomba (O dente d'oo), o di una vecchia venditrice di cosmetici (L'Orza), o di una maestra (Maria Intaulata), o di una fata madrina come in Perrault. E con l'aiuto di una figura materna si può fuggire dal padre, come l'aiuto del padre in altre fiabe permette di liberarsi dalla presa mortale della figura materna, così le belle figlie di re, di principi o di ricchi mercanti fuggono lievi o appesantite da mascheramenti tanto bizzarri che occorrerebbe la genialità di un Carlo Rambaldi per renderli in un film, come la pelle dell'asino o la pelle di una vecchia morta a cent'anni, indossata da una bellissima quindicenne in Occhi marci, fiaba raccolta a Firenze da Vittorio Imbriani, per sfuggire al padre incestuoso. Le loro fughe somigliano alla leggerezza acrobatica con la quale Aschenputtel, la Cenerentola dei Grimm, rientra in casa saltando sul pero o sulla piccioniaia, sparendo sotto gli occhi del principe che la segue, alla grazia veloce con la quale tutte le Cenerentola volteggiano nella sala da ballo e giungono e fuggono, inafferrabili. Sono figure del sogno, ma il sogno, come la fantasticheria, inteso come lo intende René Thom: la catastrofe virtuale dalla quale si origina la conoscenza, e l'azione che solo la conoscenza rende possibile. Queste principesse che fuggono lontano dall'incesto, sotto una maschera repellente, per poi mostrarsi al principe straniero leggere e fuggitive come Cenerentola, potrebbero essere le discendenti delle disperate amanti, come Lisabetta e Ghismonda, che cercano un nuovo modo, liberale e magnifico, magari con un pizzico di aiuto magico, per non morire. Sulla felicità perfetta delle loro nozze regali cala la pagina bianca della fine della favola, come il marmo con pietose epigrafi sulle tombe degli amanti, ma è una nuova speranza che non era accessibile alle loro antenate.
E se Straparola fosse stato un nobile veneziano che aveva trascorso in una legatura della Serenissima in Medio Oriente qualche decennio, che dalla robusta tradizione narrativa delle Mille e una notte, egualmente cara ai sultani e al popolo, avesse tratto la convinzione che una favola con la magia stava bene fra le novelle alla maniera di Boccaccio?
Sappiamo che la struttura narrativa della storia cornice, magistralmente inaugurata da Boccaccio, è stata un dono della cultura araba all'Europa, e la storia cornice, già presente nelle Piacevoli notti di Straparola, ha una funzione fondamentale nel Cunto de li cunti di Basile, dove l'insieme dei racconti nasce da un racconto e ne rende possibile il lieto fine, come nelle Mille e una notte. Torneremo sull'argomento, per ora osserviamo che la storia cornice affranca i racconti dalla necessità di servire a qualcosa, di dipendere cioè dall'approvazione di un'autorità civile o religiosa. Dopo che sono nate le novelle moderne, con Boccaccio, nasce l'Indice dei libri proibiti dalla Chiesa: vale a dire che prima di Boccaccio la proibizione non era necessaria, perché non era pensabile raccontare storie che aspirassero a qualcosa di diverso dalla salvezza eterna.
Amanti rivoluzionari quindi, che nelle piccole fiabe popolari, talora di valore letterario massimo, s'ingegneranno perchè il desiderio che muove lontano dalle origini, alla ricerca della propria autonomia e dell'unione feconda con l'altro sesso (questo
significa ascendere al trono e sposarsi) si realizzi, almeno per un istante. Quando torna ad accadere, lontano lontano, come su Pandora, in Avatar (dir. James Cameron, USA 2008), tutto il mondo, la nostra comunità odierna, si mette in ascolto nelle sale cinematografiche, come un piccolo gruppo di contadini si riuniva sull'aia per ascoltare un narratore.


Bassilico
Il basilico, pianta aromatica orientale, secondo la leggenda fu portato in Occidente dall'India da Alessandro Magno, e il suo nome deriverebbe dal greco basileύj, re, per il suo aroma che rende la pianta preziosa in cucina e degna dei re. Un altro etimo la collega al basilisco, perché si pensava che da alcune foglie messe fra due pietre potesse nascere un basilisco, o, appena un poco meno magicamente, uno scorpione. Altre superstizioni ipotizzavano che un basilisco si formasse nel cervello a causa del basilico, provocando la follia. In ogni caso la connessione fra amore e morte è molto antica.
Una leggenda induista racconta di Vrinda, dalla cui fedeltà dipendeva l'invincibilità dello sposo, che lo tradì perché un dio ne aveva assunto la forma. Avendo causato la morte dell'amatissimo sposo si gettò sulla sua pira e morì con lui: gli dei, impietositi, trasformarono i suoi capelli in basilico, pianta che veniva considerata sacra. Stewart Lee Allen (Nel giardino del diavolo. Storia lussuriosa dei cibi proibiti [2002]; tr. it. Maurizio Migliaccio, Milano: Feltrinelli 2005], senza esitazioni considera Lisabetta da Messina una volgarizzazione di Vrinda:

...a uso e consumo degli europei. ... Mentre l'attenzione degli Indù era tutta incentrata sulla devozione e sull'amore, gli euro-barbari erano maggiormente attratti dalla decapitazione e dalla follia. Questa visione morbosa è in sintonia con l'idea mediterranea del vero amore che, secondo la storica Margareth Visser, "è follia totale, forza incontenibile che travolge le persone e provoca eventi terribili e pericolosi" (p. 33)

Riportiamo questo discorso come un esempio di colonialismo rovesciato, e osserviamo che viene ripreso acriticamente da diversi siti, facilmente reperibili in rete, per lo più dedicati a ricette aromatizzate col basilico o a reclamizzare ristoranti dove si preparano queste ricette.
Certo è che nel basilico, dalla leggenda induista alla novella di Boccaccio, si legano sensi erotici e di morte: pianta legata all'innamoramento e all'amore, dotata di proprietà afrodisiache e perfino psicotrope, propizia la fecondità e difende dai demoni, ma vale anche come annuncio di disgrazia se appare nei sogni. Se si prendono in considerazione i simboli, senza però trattarli, come accade di frequente, come una miniera dalla quale portar via senza fatica oggetti per sostenere le proprie convinzioni, si può osservare come ogni elemento simbolico, pianta o animale o altro, abbia valenze positive e negative. In questa accezione, che non offre ricette né semplificazioni, il reame dei simboli è ordinato dalle stesse leggi della coppia heimlich/unhemlich analizzata da Freud nel saggio del 1919 (Das Unheimliche, Il perturbante, OSF 9, pp. 81-114). Ciò che rassicura ha il potere di inquietare, e quel che è più intimo è anche ignoto e alieno.
Il simbolo è da studiare, comprendere, interpretare, come una formazione di confine fra coscienza e inconscio, che rende possibili migrazioni di sensi da un insieme all'altro, in entrambe le direzioni: ogni interpretazione univoca e definitoria di un simbolo è un taglio arbitrario che amputa la forza stessa del simbolo.

                 


AMORE TOMBALE

Eros, il più bello fra gli dei immortali, sciogli-membra, che sottomette la mente e le sagge intenzioni in tutti gli dei come in tutti gli uomini (Esiodo, Teogonia; 120-122) da sempre sovverte l'ordine, e da sempre si celebrano gli amanti uniti da questa forza irresistibile, con sepolcro, un'iscrizione, o un canto struggente. Sembra che gli amanti siano autorizzati a godere della reciproca compagnia solo nella morte, ma a Lisabetta non tocca nemmeno questa marmorea fortuna, solo il canto della grasta, che arriva fino ad oggi.
Il canto e il ricordo degli amanti fedeli e senza limiti non trionfa sulla morte, ma nella morte.

Si potrebbe pensare che sia una vittoria del desiderio sulla legge, che troppo tardi comprende la propria crudeltà, e pensando a Ceice e Alcione, o a Lisabetta e Lorenzo eternamente insieme nella tomba o nel racconto si potrebbe affermare con Virgilio: Omnia vincit amor.
Ma non è meno vero che l'ordine, temporaneamente sovvertito dalla passione senza limiti degli amanti, prima li elimina, e poi li piange, quando l'ordine è stato ristabilito: Mors vincit omnia.

Non c'è amore illimitato se non in opposizione alla legge, e nessuna legge ha senso se non sa limitare l'illimitato. Ogni storia racconta di un corpo a corpo fra queste due istanze, come il melodramma in una  lapidaria definizione di George Bernard Shaw (L'opera lirica è quella rappresentazione in cui il tenore cerca di portarsi a letto il soprano, ma c'è sempre un baritono che glielo vuole impedire).
Proviamo a non prendere partito, con i rivoluzionari - che si schierano dalla parte della passione, contro l'ordine costituito - o con i conservatori - che vedono come le rivoluzioni finiscano con un gruppo di potere che subentra a un altro, dopo un bagno di sangue dei più appassionati, come gli amanti - possiamo riflettere su un dato incontrovertibile: nessuna delle due parti ha senso se non in dialettica con l'altra. Possiamo immaginare un'opera con Tosca e Cavaradossi senza Scarpia, o Mimì senza Germont padre? e quale spessore avrebbero Germont e Scarpia senza una coppia di amanti da ostacolare?
Gli amanti si condannano a morte da millenni con l'ordine, si eternano nella tomba e nel canto che si leva, triste quanto un funerale.
Ma nella miracolosa apertura di vie di riflessione e di trasformazione dell'Umanesimo, che in Boccaccio si esprime con una modernità strabiliante, si apre un dialogo inedito fra l'amore senza limiti e la legge che non può tollerare la rottura dei limiti, anche se il finale è quello della tomba nella quale si uniscono gli amanti. Una porta socchiusa, se non aperta, una nuova via, tratteggiata, se non costruita. Nella quarta giornata, dove Lisabetta da Messina ha la quinta posizione, si raccontano amori finiti male, mentre nella decima ...sotto il reggimento di Panfilo, si ragiona di chi liberalmente ovvero magnificamente  alcuna cosa operasse intorno ai fatti d'amore o d'altra cosa.
Le azioni, le operazioni, condotte liberalmente ovvero magnificamente, richiedono una forma di pensiero che ci sembra riduttivo associare al pensiero divergente del cognitivismo mentre può essere interessante vederne l'origine nel concetto classico di mètis, parola greca che significa intelligenza astuta, che riesce a trovare una soluzione. Si tratta di quella forma di intelligenza che permette di sconfiggere un avversario assolutamente superiore per forza o per ricchezza. (Vedi: Detienne, Marcel, e Vernant, Jean-Pierre, Les ruses de l'intelligence - Les mètis des Grecs; Paris: Flammarion, 1974; tr. it. Andrea Giardina, Le astuzie dell'intelligenza nell'antica Grecia; Napoli-Bari: Laterza, 1978).
Nella decima giornata del Decameron si trovano soggetti femminili oppressi da un potere maschile che quasi le uccide, ma non ingaggiano una lotta diretta, che le vederebbe perdenti, né lo ignorano, come Lisabetta e Lorenzo o Ghismonda e Guiscardo. Trovano una via liberale e magnifica, che, come la bacchetta magica nelle fiabe che sarebbero state pubblicate solo due secoli dopo, permette loro non solo di sopravvivere, ma perfino di trionfare.
Moviti, Amore è una canzone che Lisa, figlia di uno speziale, segretamente e perdutamente innamorata di re Pietro d'Aragona, chiede di comporre a un celebre cantore, perché porti il suo amore al re, affinché lei possa morire consolata.
L'unione di Lisa col re è impossibile, ma la vita torna desiderabile, e qualcosa di Lisa accompagnasempre il sovrano. Straordinarie risposte alla durezza crudele del suo nobile sposo si trovano nella Novella di Griselda, di umili origini e grande intelligenza e bellezza, la centesima del Decameron, la cui trama ha molto in comune con l'Augel belverde, e radici che portano alla tradizione persiana.

Il corpo a corpo fra desiderio e potere è narrato in tanti racconti, e ogni racconto ne genera altri, a ogni distanza possibile e immaginabile di tempo e di spazio. Il tema ha una ricchezza, una bellezza, una pregnanza e un'estensione tali che una volta cominciato il viaggio si rischia di non riuscire a scegliere, perché si vorrebbero seguire troppe vie, e raccontare troppe storie. Ne abbiamo scelte arbitrariamente alcune che si sembra raccontino come il trionfo dell'amore non avvenga, come si vorrebbe credere, sulla morte, ma nella morte. Senza forzarne il senso ci pare che questi racconti dicano come l'ordine e il sovvertimento, il potere legittimo e la passione illimitata, siano sempre presenti.

Nell'Umanesimo, dopo che l'amore era stato cantato in Italia a partire dal X secolo dai poeti arabi siciliani, provenzali, siciliani, stilnovisti, le storie degli amanti ritrovano il posto che avevano perduto quando il solo amore che si poteva cantare era quello rivolto a Dio, come i soli soggetti che si potevano ritrarre erano le divinità, le madonne e i santi. Quando l'amore terreno non aveva abbastanza dignità da essere cantato, si raccontavano le leggende di Edipo Papa e di Vergognia e Rosana, coppie incestuose che attraverso la penitenza ottenevano il perdono e perfino la santità, meritando di essere riuniti dopo la morte come Giulietta e Romeo. Le chiese consideravano un pregio avere il loro sepolcro, e nella chiesa di Alencourt, come in numerose altre in Europa, studiosi attendibili hanno attestato la presenza di iscrizioni come questa:

CI GIT LE FILS CI GIT LA MÈRE
CI GIT LA FILLE AVEC LE PÈRE
CI GIT LA SOEUR CI GIT LE FRÈRE
CI GIT LA FEMME ET LE MARI
IL NE SONT QUE TROIS CORPS ICI.

L'amore impossibile che si compie dopo la morte, nella tomba e fra i santi in Paradiso, in questo insieme di leggende prende avvio dal motivo dell'incesto. Una situazione d'incesto, non letteralmente consumato, è nel motivo d'inizio nelle storie d'amore infelice di cui stiamo parlando: Lisabetta da Messina era in età da marito, ...giovane assai bella e costumata, la quale, che che ne fosse la ragione, ancora maritata non avevano.  Ghismonda, rimasta vedova senza figli, bella e ancora giovane, era tornata dal padre, principe di Salerno, che però non aveva provveduto a cercarle un nuovo sposo. Il motivo del legame familiare troppo forte è un generatore di queste storie, ed è presenta anche in Romeo e Giulietta, che avrebbe dovuto sposare il cugino Tebaldo.
Proprio quando la legge sembra più forte, prosperando nella chiusura della famiglia, del clan, della nazione, l'eros ne provoca il sovvertimento, unendo amanti lontani per ceto, censo, in ogni caso appartenenti a campi separati. All'interno dell'odio e del disprezzo sboccia un amore senza limiti, e gli amanti, come anarchici rivoluzionari, pagano con la vita l'apertura di una nuova via, sulla quale si incamminano, riconciliati nel lutto, Montecchi e Capuleti.
Solo le fiabe diranno di amanti belli e semplici come marionette, docili alle necessità del racconto, certo privi dello spessore psicologico che hanno nella letteratura a partire da Boccaccio, venendo alla luce della carta stampata nel secolo della Controriforma, quando il sogno rinascimentale aveva lasciato il posto a un risveglio tragico come quello di Polifilo dopo l'Hypnerotomachia. Se l'amore fra uomo e donna aveva trovato il suo genere nel romanzo, nella fiaba poteva trovare un lieto fine, lontano lontano, quanto la Cina per i settecenteschi lettori di Aladino o di Turandot, o il pianeta Pandora per gli spettatori di Avatar (dir. James Cameron, USA 2009), Con un sorriso, un ammiccamento ai bambini,  la sua a inserire al loro interno qualcosa che, con un po' di magia, realizzava con minore altezza e maggior successo quel lieto fine tutto umano che tanto ci piace e ci consola facendoci sorridere.

La piccola ricerca di questa pagina tocca le seguenti storie d'amore disperato, in parte già citate:
Alcione e Ceice, dalle Metamorfosi di Ovidio, I sec. d. C.
Ghismonda e Guiscardo, dal Decameron, Novella prima della Giornata quarta;
The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet, Shakespeare, 1597
Isabella, or, the Pot of Basil. A Story from Boccaccio, John Keats, 1918

Nelle pagine di questo sito si raccontano una novella tragica e due fiabe. La prima e la terza finiscono in tragedia, la seconda include un evento tragico irreversibile:
Malgarita Spolatina (I) e Doralice (II), dalle Piacevoli notti di Giovan Francesco Straparola (1551-1553); Lo viso (III), dal Cunto de li cunti di Giambattista Basile (1634-1636).





THE MOST EXCELLENT AND LAMENTABLE TRAGEDY OF ROMEO AND JULIET
Shakespeare compone Giulietta e Romeo (The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet, 1597) traendo la storia dalla traduzione inglese, in versi (1567) e in prosa (1582), di una novella di Matteo Bandello (1554), che a sua volta l'aveva tratta da Luigi da Porto (1530), la cui fonte era il Novellino di Masuccio Salernitano (1476). La tradizione delle famiglie rivali era già nota ai tempi di Dante:

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!
(Purgatorio, VI, 106-108)

Dal Novellino di Masuccio Salernitano, il libro che figura in testa all'Indice dei libri proibiti dalla Chiesa, indice tuttora vigente, che comprende gran parte della letteratura psicoanalitica, leggiamo il riassunto della novella:

Mariotto senese, innamorato de Ganozza, como ad omicida se fugge in Alessandria; Ganozza se fenge morta, e, da sepultura tolta, va a trovare l'amante; dal quale sentita la soa sorte, per morire anco lui, retorna a Siena, e, cognosciuto, è preso, e tagliatoli la testa; la donna nol trova in Alessandria, retorna a Siena, e trova l'amante decollato, e lei sopra 'l suo corpo per dolore se more. (Novella XXXIII, testo integrale online: http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_3/t56.pdf; ultimo accesso 28 novembre 2011)

Luigi da Porto rielaborò la storia ambientandola a Verona e chiamando gli amanti Romeo Montecchi e Giulietta Cappelletti. Comprendiamo come la storia fosse già tutta presente in questa versione, riportiamo l'episodio dell'amore tombale, che avviene nella cripta dei Cappelletti, che la pronuncia inglese fece diventare per sempre Capuleti.

In questo tempo frate Lorenzo, inteso come e quando la giovane la polvere bevuta avesse, e che per morta era stata seppellita; e sapendo il termine esser giunto, nel quale la detta polvere la sua virtù finìa, preso uno suo fidato compagno, forse un'ora innanti il giorno all'arca venne. Alla quale giungendo, ed ella piagnere e dolersi udendo, per la fessa del coperchio mirando, ed un lume dentro vedendovi, maravigliatosi forte, pensò che la giovane a qualche guisa la lucerna con esso lei ivi entro portata avesse, e che svegliata, per tema di alcun morto, o forse di non star sempre in quel loco rinchiusa, si rammaricasse e piangesse in tal modo. E, con l'aita del compagno prestamente aperta la sepoltura, vide la Giulietta, la quale tutta scapigliata e dolente s'era in sedere levata, e il quasi morto amante nel suo grembo recato s'avea. Alla quale egli disse: dunque temevi, figliuola mia, che io qui dentro ti lasciassi morire? Ed ella, il frate udendo e il pianto raddoppiando, rispose: anzi temo io, che voi con la mia vita me ne traggiate. Deh! per la pietà di Dio, riserrate il sepolcro, ed andatevene, in guisa ch'io mora; ovver porgetemi un coltello, ch'io nel mio petto ferendo di doglia mi tragga. O padre mio! o padre mio! ben mandaste la lettera! ben sarò io maritata! ben mi guiderete a Romeo! Vedetelo qui nel mio grembo già morto. E raccontandogli tutto il fatto, a lui il mostrò. Frate Lorenzo, queste cose sentendo, come insensato si stava; e mirando il giovane, il quale per passare da questa all'altra vita era, così disse: o Romeo! qual sciagura mi t'ha tolto? parlami alquanto; drizza a me un poco gli occhi tuoi: o Romeo! vedi la tua carissima Giulietta, che ti prega che la miri! perchè non rispondi almeno a lei, nel cui grembo ti giaci? Romeo, al caro nome della sua donna, alzò alquanto gli languidi occhi dalla vicina morte gravati, e vedutala gli richiuse; e poco dappoi, per le sue membra la morte discorrendo, tutto torcendosi, fatto un breve sospiro, si morì.
Morto nella guisa, che divisato vi ho, il misero amante, dopo molto pianto, già avvicinandosi il giorno, disse il frate alla giovane: e tu, Giulietta, che farai? La qual tostamente rispose: morrommi qui entro. Come? figlia mia, diss'egli, non dire questo; esci pur fuori, che quantunque io non sappia che farmi o dire, pur non ti mancherà il rinchiuderti in qualche santo monasterio, ed ivi pregar sempre Dio per te e per lo morto tuo sposo, se bisogno ne ha. Al qual disse la donna: padre, altro non vi dimando che questa grazia, la quale, per lo amore che voi alla felice memoria di costui portaste (e mostrògli Romeo), mi farete volentieri; e questo fia, di non far mai palese la nostra morte, acciò che gli nostri corpi possano insieme sempre in questo sepolcro stare; e se per caso il morir nostro si risapesse, per lo già detto amore vi prego, che gli nostri miseri padri in nome di ambo noi vogliate pregare, che quelli, i quali Amore in uno stesso fuoco e ad una stessa morte arse e guidò, non sia loro grave in uno stesso sepolcro lasciare. E voltatasi al giacente corpo di Romeo, il cui capo sopra uno origliere, che con lei nell'arca era stato lasciato, posto avea, gli occhi meglio rinchiusi avendogli, e di lacrime il freddo volto bagnandogli, disse: che debbo io senza te in vita più fare, signor mio? e che altro mi resta verso te, se non con la mia morte seguirti? niente altro certo; acciocchè da te, dal qual solo la morte mi potea separare, essa morte separare non mi possa. E detto questo, la sua gran sciagura nell'animo recatasi, e la perdita del caro amante ricordandosi, diliberando di più non vivere, raccolto a sè il fiato, ed alquanto tenutolo, e poscia con un gran grido fuori mandandolo, sopra il morto corpo morta si rese. (Versione completa online: http://www.classicitaliani.it/cinquecento/Giulietta_Romeo/da_porto_giulietta_romeo.htm; ultimo accesso, 29 novembre 2011).

Continuando con  Shakespeare, assistiamo alla riconciliazione sui cadaveri degli amanti, col loro amore celbrato nella morte.

CAPULET
O brother Montague, give me thy hand:
This is my daughter's jointure, for no more
Can I demand.

MONTAGUE
But I can give thee more:
For I will raise her statue in pure gold;
That while Verona by that name is known,
There shall no figure at such rate be set
As that of true and faithful Juliet.

CAPULET
As rich shall Romeo's by his lady's lie;
Poor sacrifices of our enmity!

PRINCE
A glooming peace this morning with it brings;
The sun, for sorrow, will not show his head:
Go hence, to have more talk of these sad things;
Some shall be pardon'd, and some punished:
For never was a story of more woe
Than this of Juliet and her Romeo.

CAPULETI:
O fratello Montecchi, dammi la tua mano:
eccoti in questa stretta la dote di mia figlia,
poiché io non posso chiedere di più.

MONTECCHI:
Ma io posso darti di più:
io farò innalzare a tua figlia una statua d'oro puro,
affinché nessuna immagine, finché duri
il nome di Verona, sia tenuta in così alto pregio,
come quella della leale e fedele Giulietta.

CAPULETI:
E in una forma egualmente preziosa starà Romeo presso la sua donna: povere vittime, tutt'e due, della nostra inimicizia.

PRINCIPE:
Questa mattina è foriera di una pace che rattrista;
il sole pel dolore non mostrerà la sua faccia.
Andiamo via di qui, a ragionare ancora di questi dolorosi avvenimenti; a qualcuno sarà perdonato ed altri sarà punito;
poiché non ci fu mai storia più pietosa
di questa di Giulietta e del suo Romeo.






ISABELLA, OR, THE POT OF BASIL. A STORY FROM BOCCACCIO
JOHN KEATS, 1818


Il poema si compone di LXIII ottave in rima ABABABCC, che dilatano il senso struggente e macabro della storia dei due amanti, appena accennato in Boccaccio, evocato dai silenzi dei personaggi e da quelli fra le parole, senza mai descriverlo.
Keats, come Boccaccio, chiude il suo poema con i primi versi della canzone, che, permanendo nel tempo, mantiene il ricordo del disperato appello di Lisabetta/Isabella. Lorenzo diventa Basil, che è allo stesso tempo un nome proprio maschile e il nome della pianta aromatica: nella grasta quindi cresce sia il basilico, sia l'amante.
Riportiamo sotto le due strofe del poema che raccontano come Isabella dedichi tutta se stessa al culto, e alla coltivazione, di Basil, che inglese significa basilico ed è un nome proprio maschile: la pianta aromatica e l'amante coincidono. . La traduzione italiana la passione esclusiva che Isabella dedica al suo Basil dopo la sua morte, e quelle conclusive, che narrano come non abbia più ragione di vivere dopo il furto della grasta. Come la novella di Boccaccio, il poema finisce con i primi versi della canzone della grasta. La canzone sola resta, per trionfare non sulla morte, ma nella morte.

LIII.

And she forgot the stars, the moon, and sun,
And she forgot the blue above the trees,
And she forgot the dells where waters run,
And she forgot the chilly autumn breeze;
She had no knowledge when the day was done,
And the new morn she saw not: but in peace
Hung over her sweet Basil evermore,
And moisten'd it with tears unto the core.

LIV.

And so she ever fed it with thin tears,
Whence thick, and green, and beautiful it grew,
So that it smelt more balmy than its peers
Of Basil-tufts in Florence; for it drew
Nurture besides, and life, from human fears,
From the fast mouldering head there shut from view:
So that the jewel, safely casketed,
Came forth, and in perfumed leafits spread.

[...........]

LXII.

Piteous she look'd on dead and senseless things,
Asking for her lost Basil amorously:
And with melodious chuckle in the strings
Of her lorn voice, she oftentimes would cry
After the Pilgrim in his wanderings,
To ask him where her Basil was; and why
'Twas hid from her: "For cruel 'tis," said she,
"To steal my Basil-pot away from me."

LXIII.

And so she pined, and so she died forlorn,
Imploring for her Basil to the last.
No heart was there in Florence but did mourn
In pity of her love, so overcast.
And a sad ditty of this story born
From mouth to mouth through all the country pass'd:
Still is the burthen sung--"O cruelty,
"To steal my Basil-pot away from me!"


LIII

E lei dimenticò le stelle, la luna, il sole,
E lei dimenticò l’azzurro alto sugli alberi,
E lei dimenticò la valli dove scorrono le acque,
E lei dimenticò la fresca brezza autunnale;
Lei non sapeva più quando finiva il giorno,
E non vedeva la mattinata nuova: restava
In pace sempre china sul dolce suo Basilio,
E fino alle radici di lacrime lo bagnava.

LIV

E lo nutriva sempre di lacrime leggere,
Così la pianta cresceva verde e folta e bella,
Ed esalava a Firenze aromi più intensi
di ogni altro vaso di Basilico; perché traeva
anche nutrimento da umane paure,
Dalla testa nascosa alla vista, in rapida dissoluzione:
E così il gioiello, sepolto al sicuro,
veniva fuori e si apriva in foglie profumate.

[...........]


LXII

Infelice guardava cose morte e insensate,
Chiamando con amore il suo perduto Basilio:
E con singhiozzi melodiosi sulle corde
Della sua voce mesta, spesso si lamentava
Col Pellegrino errante, gli chiedeva
Dov'era il suo Basilio, e perché si era nascosto
alla sua vista: "Troppo crudele," diceva
Portarmi via il mio vaso di Basilico."

LXIII.

E si consumava, e moriva disperata,
Invocando Basilio fino all'ultimo respiro.
A Firenze pianse ogni cuore
Per il suo amore senza luce.
E una canzone triste nata da questa storia
Si diffuse di bocca in bocca per tutto il paese:
Ancora si canta quel greve dolore: "Troppo crudele,
Portarmi via il mio vaso di Basilico!"



Fonte (contenente il testo completo del poema): http://www.online-literature.com/keats/3812/; consultato il 22 novembre 2011.


Molti preraffaelliti dipinsero Isabel/Lisabetta.
Il quadro Isabel di John Everett Millais (1849) rappresenta il momento in cui i fratelli si accorgono della relazione fra Lisabetta/Isabella e Lorenzo/Basil.Il fratello in primo piano, probabilmente il maggiore, esprime la sua collera schiacciando una noce, mentre il levriero, appena colpito dal suo piede, si inclina restando col capo poggiato sul grembo di Isabella, che lo accarezza delicatamente. La fanciulla e Basil che le porge un'arancia divisa in due parti sembrano isolati, come avvolti dal loro amore, e non si accorgono della minaccia che si profila. I cinque personaggi intenti a mangiare e a bere dal lato degli amanti e il giovane in piedi a servire a tavola sembrano indifferenti sia alla collera del fratello che al legame fra gli amanti, mentre la donna seduta accanto a Lorenzo/Basile sembra pensierosa, forse è la fantesca al corrente della storia che la accompagnerà a cercare il corpo fuori città.

John Everett Millais
http://en.wikipedia.org/wiki/File:John_Everett_Millais_-_Isabella.jpg; ultimo accesso: 29 novembre 2011

La storia di Jonh Keats, morto di tisi a Roma nel 1921, a venisei anni, sarebbe degna della quarta giornata del Decameron, quella dedicata agli amori finiti tragicamente, ma c'è un'altra storia di cui conosciamo alcuni tratti, sufficienti a farci pensare come l'amore e la morte di Lisabetta e Lorenzo aleggiassero su di loro, innamorati del medioevo Fiorentino.
Il pittore preraffaellita John Hunt venne a Firenze in luna di miele con la moglie Fanny, che fu la sua modella per il quadro di Isabella con la grasta nella quale amava i resti di Basil e la pianta di basilico che profumava più di ogni vaso di basilico a Firenze. Fanny, che era incinta fu ritratta sia mentre posava come modella, sia nei panni di Isabel
, col capo poggiato sul vaso di basilico, che anziché sulla finestra è in casa, dove in realtà non crescerebbe.
Fanny Waugh Hunt morì di parto a Firenze nel 1866, e il marito scolpì personalmente il suo monumento funebre, che si trova accanto a quello di Elisabeth Barret Browning, moglie del poeta Robert Browning, morta a Firenze cinque anni prima, nel Cimitero degli Inglesi, minuscola collinetta circondata dai viali molto trafficati.
Sulla sua lapide sono scritti alcuni versi dal Cantico dei Cantici:



LOVE
IS STRONG AS
DEATH
MANY WATERS CANNOT
QUENCH LOVE
NEITHER CAN THE
FLOODS DROWN

AMORE
È FORTE
COME LA MORTE
LE GRANDI ACQUE NON SANNO
SPEGNERE AMORE
NÉ I FIUMI
POSSONO TRAVOLGERLO











Fanny Hunt in posa per il quadro di Isabella
Fanny Waugh Hunt durante la luna di miele a Firenze
ritratta dal marito mentre posa per
Isabella and the Pot of Basil
http://www.florin.ms/gimel1.html; consultato il 20 novembre 2011.
William Hunt, Isabella
Isabella and the Pot of Basil by William Holman Hunt, 1868
http://en.wikipedia.org/wiki/File:Basilpot.jpg; consultato il 20 novembre 2011.



Il culto riservato da Lisabetta al capo del suo amato ricorda il culto del corpo dei santi, spesso smembrato tra varie chiese. Una tradizione voleva che il loro corpo si conservasse intatto fino a che veniva ritrovato, per poi decomporsi ordinariamente: così quando Lisabetta lo trova nella terra il corpo di Lorenzo non mostra segni di decomposizione, mentre la testa si decompone nel vaso di basilico. Qualcosa migra dal culto sacro nel racconto laico, con le lacrime della donna sull'amante che hanno il loro prototipo da quelle di Maria Maddalena che lava con le sue lacrime i piedi di Gesù durante la cena nella casa del fariseo:

Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato. (Luca, 7: 37)

Se il corpo dei santi profuma e resta intatto anziché decomporsi, viene venerato in tante chiese in teche di vetro o cristallo come testimonianza della vittoria dello spirito sulla materia, del Verbo sul corpo.
Così l'amore di Lisabetta e di Ghismonda, come di Giulietta, vince nella morte, e si eterna.

Persino il culto che Lisabetta rende a questo basilico nutrito dalla terra corrotta sembra la versione ingentilita e botanica — declassata però dal regno animale a quello vegetale — di un culto più inquietante e più macabro, la cui liceità era stata dibattuta nelle pagine dei teologi: la venerazione dei vermi nati dai corpi decomposti dei santi. (Maria Antonietta Terzoli, 2001; La testa di Lorenzo: lettura di Decameron IV, 5; http://www.ucm.es/BUCM/revistas/fll/11339527/articulos/CFIT0101220193A.PDF; consultato il 25 novembre 2011)

Non è necessario sottolineare l'importanza di questo passaggio dal culto del corpo dei santi a quello degli amanti: l'incontro d'amore, quello senza limiti, permette di accedere a un paradiso terreno, che fa dimenticare la salvezza divina.

Le piccole fiabe trasformano i motivi tragici degli amori tombali, con un po' di magia, tendendo a un lieto fine, che si realizza prima della pagina bianca, per un istante o per un'eternità.
Forse si può pensare che il sonno simile alla morte di Giulietta e delle sue sorelle più antiche diventi il sonno lungo cent'anni della Bella Addormentata, che si sveglia con un bacio, o quello di Biancaneve, che giace bellissima e incorrotta in uan teca di cristallo come quelle dei santi venerati nelle chiese, che finisce grazie al principe azzurro. Ci sono anche principesse alle quali un bacio non basta per svegliarsi, come la Regina Marmotta, la cui splendida città è abitata da cittadini immobili come statue di cera, che si sveglia partorendo, nove mesi dopo la visita di Andreino, o di Talia, che nel Cunto de li cunti non si sveglia nemmeno col parto, ma solo quando uno dei gemelli che ha dato alla luce, Luna e Sole, cercando il capezzolo le sugge un dito, e così fa uscire la resta di lino che l'aveva fatta cadere nel sonno, comatoso ma non tombale.







PSICOMAPPA DI LISABETTA DA MESSINA

TEMA
PELLE D'ASINO
I tre fratelli e la sorella sono senza genitori come la coppia di gemelli delle leggende di Vergogna e di Gregorio. L'amore di Lisabetta va al quarto uomo della casa, coetaneo e compagno negli affari dei suoi fratelli. L'esito dell'incesto, senza che esso diventi pubblico, è la morte.
ATTANTE SOGGETTO
MASCHILE E FEMMINILE
Sia Lisabetta che Lorenzo hanno un desiderio. Lorenzo chiede a Lisabetta, apparendole in sogno, di scoprire la causa della sua morte e di onorare il suo povero corpo.
MOTIVI
ARCHÈ PADRE ASSENTE
MADRE ASSENTE
La madre non è neppure nominata, né ci sono altre figure che soccorrono Lisabetta o Lorenzo, né che dissuadono i fratelli dalla loro determinazione a coprire la violazione della legge violandola loro stessi.
ASIMMETRICI
PERSECUZIONE
DA MASCHILE
A MASCHILE E FEMMINILE
I fratelli uccidono Lorenzo per difendere l'onore della famiglia, senza combattere o imporre prove alla sorella e al suo amante. La conseguenza è che Lisabetta è in loro potere: la risposta che le danno quando insiste nel chiedere di Lorenzo le fa capire che sanno del suo tradimento: ma non tollerano l'offesa all'onore della famiglia o il fatto che abbia preferito l'amore di Lorenzo al loro amore?
La persecuzione dei fratelli si rivolge contro Lorenzo, perché pensano che eliminato lui sarà eliminata la causa dell'amore della sorella, e che quindi tornerà intatto il loro onore; si rivolge contro Lisabetta quando le rispondono accusandola implicitamente e quando buttano via il suo basilico.
SIMMETRICI
PROVA O RICERCA ESIGENTE MASCHILE AGENTE FEMMINILE
Apparendo in sogno a Lisabetta, come Ceice ad Alcione, la porta a scoprire la sua morte, altrimenti nascosta. Come i fratelli Lisabetta tiene nascosta la sua disperazione, e tenendo la testa dell'amante nella grasta trae dalla sua morte qualcosa di vivo, che nutre delle sue lacrime: il basilico.
John Keats trasforma Lorenzo in Basil, allo stesso tempo Basil nome proprio, e basilico.
TÈLOS MORTE
Lorenzo e Lisabetta muoiono, e non ottengono nemmeno l'unione ultramondana, come Renza e Cecio in Lo Viso di Basile. Resta viva la novella di Boccaccio, che ha nella canzone della grasta la testimonianza della storia che i fratelli hanno inutilmente tentato di cancellare.





PSICOMAPPA DI GHISMONDA E GUISCARDO

TEMA
PELLE D'ASINO
Il padre, principe di Salerno, amava la figlia, ...bellissima nel corpo e nel viso quanto alcun'altra femmina fosse mai..., e, ...per l'amor ch'egli le portava, poca cura si dava più di maritarla. Né Ghismonda protesta contro la possessività del padre, ma cerca e trova un amante in casa sua, come Lisabetta lo trova nell'uomo di fiducia dei fratelli.
I nomi degli amanti, Ghismonda e Guiscardo, cominciano con la stessa lettera, come Lisabetta e Lorenzo, e si trovano nella stessa casa. Sono quindi in qualche modo fratelli prima che amanti.
ATTANTE SOGGETTO
MASCHILE E FEMMINILE
Il desiderio è di entrambi, entrambi corrono rischi scegliendo un'unione illecita, entrambi pagano con la morte la loro trasgressione.
MOTIVI
ARCHÈ PADRE ECCEDENTE MADRE ASSENTE
La madre non è neppure nominata, né ci sono altre figure femminili che soccorrano Ghismonda e Guiscardo.
ASIMMETRICI
PERSECUZIONE DA MASCHILE
A MASCHILE E FEMMINILE
Il principe di Salerno uccide Guiscardo per gelosia e per difendere il suo onore, così provoca la morte della figlia..
SIMMETRICI
PROVA O RICERCA ESIGENTE MASCHILE AGENTE FEMMINILE
Ghismonda si dedica al cuore con la stessa passione con la quale Lisabetta si dedica prima alla testa e poi al testo, o grasta, o vaso: "...non altramenti che se una fonte d'acqua nella testa avuta avesse, senza fare alcun feminil romore, sopra la coppa chinatasi, piagnendo cominciò versare tante lagrime, che mirabile cosa furono a riguardare, baciando infinite volte il morto cuore."
TÈLOS UNIONE TOMBALE
Ghismonda chiede al padre di seppellirla insieme a Guiscardo, e lo ottiene.